No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
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20130122

Il ritorno di Compostela

Ricevo e volentieri pubblico una sorta di riflessione dell'amico Buzz, riguardante il post che ci aveva regalato tempo fa sulla sua esperienza camminatoria. Questa volta gli voglio fare anche un applauso.

Cammino Retroscena


Di Andrea Turchi

Il post del Cammino di Santiago è stato molto letto e continua inspiegabilmente ad essere letto. Merito di Fb e dei newsgroups dove l’ho linkato. Io ne sono contento. È molto semplice e si legge in 3 minuti. Adesso lo scriverei in altro modo, lo cambierei mille volte. Non rimarrebbe niente dell’originale. Mancano le parolacce, è un po’ freddo; lo sento poco mio. Avevo troppe idee in testa ed è difficile buttare giù qualcosa con troppa confusione nel chiorbone. Inizialmente, il resoconto, l’avevo scritto per la parrocchia del mio paese. Il Cammino di Santiago, poteva interessare anche persone religiose, e amici di famiglia mi hanno chiesto un resoconto. Mi avevano fissato una data entro la quale, se volevo, potevo scrivere qualcosa ed è servita da stimolo per buttare giù idee.Senza una scadenza, conoscendomi, non avrei scritto niente, rimandando in continuazione per sempre. Poi successivamente l’ho incollato sul blog.
Perché scrivo di questo?
Perché c’è un seguito.
La parrocchia, ogni 15 giorni, stampa un giornalino reale, no internet, di carta, con notizie e appuntamenti futuri, dove è finito il mio resoconto. Un giornalino semplice, con 4 pagine e una piccola diffusione. Passato del tempo, mi sono accorto, che persone insospettabili, lo hanno letto, persone che nemmeno con la pistola
puntata alla tempia, mi avrebbero letto su internet. Insomma, sono entrato in casa di gente, con cui mai avrei parlato di persona del mio viaggio. Vicini con cui i dialoghi sono assenti, mi hanno chiesto dell’esperienza. Un amico antico, mi ha letto su questa stampa e mi chiedeva informazioni, voleva sapere, era contento per me.
Al Conad, davanti ai Pavesini, una signora anziana mi chiedeva del Cammino di Santiago.
E’ stato bello raccontarsi. Non sono qui per fare la Giovane Marmotta, ma di solito delle tue esperienze, alla gente, non importa niente. Questa volta, ho scritto quasi per forza e con molte resistenze, per fare contente altre persone, poi invece si è rivelata un occasione per raccontarsi un po' agli altri. E condividere qualcosa. La mia cosa.
Io ero contento.

20121106

Compostela

Pubblico un breve resoconto che l'amico Buzz ha voluto gentilmente condividere, così come sempre mi segnala robe interessanti. So che altri di voi ci stanno pensando.

Il mio Cammino di Santiago

Walk This Way
di Andrea Turchi

Difficile parlare di una esperienza come il Cammino di Santiago.
Io sono andato per motivi non religiosi, forse più spirituali e per mettermi alla prova. Sentivo che non potevo aspettare cinquanta e più anni per provare questa esperienza. Ero allenato e andava fatta, adesso. Alcune persone mi hanno stimolato a farla. E con tutte le mie ansie sono partito.
Ho camminato 720 km da Saint Jean du Port (Francia), fino a Santiago di Compostela (Spagna) ed ho impiegato 30 giorni.
Non è stata una passeggiata, ho durato molta fatica, sia nel camminare, sia nel cercare di riposare durante la notte.
Mi sono sudato ogni tappa, ogni arrivo all’ostello successivo.
Nella testa ho ancora i bellissimi paesaggi incontrati, le albe sul cammino, la somiglianza di alcuni panorami con la mia Toscana. L’incredibile varietà di posti visti, la verde Galizia, la monotona Meseta, i faticosi Pirenei.
I miei occhi si sono posati sulle architetture delle cattedrali di Burgos, Pamplona (la città tanta cara a Hemingway), Leon e la piccola Puente La Reina.
Ripenso ancora alla facilità dei rapporti personali, il modo con cui si parla con gli altri e ci si racconta, con cui ci si conosce senza le solite barriere della vita quotidiana (estrazione sociale, soldi, macchine). La strada è la solita, la fatica è la stessa. Si condividono le piccole cose , una mela, un biscotto, quel poco che riusciamo a portare nello zaino.
Si condividono i Sorrisi.
E’ proprio vero: il viaggio non lo fanno i monumenti che vedi, ma gli incontri con le persone.
Nelle tue spalle hai solo l’essenziale, uno zaino con poche cose ma sempre troppo peso.
Il cammino di un mese, porta ad un cambiamento dei tuoi ritmi quotidiani, abbandoni le certezze della vita di sempre, dove c’è l’eccesso di tutto, stacchi completamente dal lavoro, dalle gabbiette mentali della vita reale.
Sono stati 30 giorni colmi di cose, incontri, emozioni, stanchezze, tanto che, mi sembra di essere stato via un anno.
Secondo me, il cammino è un’occasione, occasione di conoscenza verso se stessi e di misura con i propri limiti.
Sono partito da solo, con uno zaino carico delle mie ansie, ma con lo scorrere del tempo le insicurezze hanno lasciato il posto alla Serenità del cammino.
Adesso, quando ripenso a cosa ho fatto, sono molto fiero di me stesso.
Che bella esperienza.
Penso già al prossimo cammino.

20101011

Zajebisty!


Dal nostro inviato in Polonia (in realtà vi risiede), Massi, che ringrazio ancora una volta.


The Dillinger Escape Plan + Cancer Bats + The Ocean, sabato 9 ottobre 2010, Varsavia - Progresja


Parto da casa che mancano pochi minuti alle 20.00, orario che sul biglietto è dato come l'orario di inizio concerto. Sul sito del locale ho visto che ci son ben due gruppi spalla, per cui me la prendo comoda. Trovare il locale è un impresa, il Club Progresja sta "W dupie diabła" come recita l'espressione polacca che sono orgogliosissimo di aver inventato. L'indirizzo del sito elaborato da google maps punta in una strada che ad un certo punto finisce nel nulla (siamo alla periferia di Varsavia che è un non luogo a metà tra il bosco e zone residenziali di casette e stradine a volte di terra). Con l'aiuto di Sylwia al cellulare da casa e di un paio di ragazzi per la strada trovo il Progresja. Sono le 20.30 e dentro stanno suonando. Pratiche di rito per entrare: veloce perquisizione a tastoni per accertarsi che non abbia oggetti contundenti, strappo del biglietto e via. Nell'atrio subito le bancarelle dei gruppi. T-shirt, felpe, cd e lp. Belle le copertine alternative dell'ultimo lavoro dei Dillinger, le magliette invece non mi ispirano, mi piace una t-shirt dei Cancer Bats, ma non ho trovato sufficiente contante in casa e dubito accettino il bancomat. M'informo su chi stia suonando: sono ancora i tedeschi The Ocean.
M'intrufolo tra il pubblico e raggiungo velocemente le pime file, lo spazio non è enorme ma per ora la calca è solo alle transenne sotto il palco.
Il Progresja non è (come mi aspettavo dal nome) né una vecchia balera, né una discoteca per techno progressive rave party, ma appare più un tempietto del metal. Alle pareti poster degli Iron, Morbid Angel, Dream Theater, Marillion. Il pubblico è molto giovane, molte t-shirt scure di gruppi metallari, non tantissimi capelli lunghi. Qualche fan del metallo pesante "old style", moltissimi giovani anche emo e alternative. Io sono ufficialmente tra i più vecchi.
I tedeschi suonano un metal con delle venature che definirei prog (ma io non ci capisco niente di etichette), cantato growl sui toni bassi e cupi, canzoni lunghe e innumerevoli cambi di ritmo e registro (o canzoni brevissime attaccate una all'altra in un flusso continuo). Non mi dispiacciono. Dato che sono arrivato tardi li ascolto solo per una ventina di minuti, il necessario per lasciare la voglia di ascoltarli ancora un po' e non annoiarsi. Una nota, il chitarrista "ritmico" sembra un mix tra Viggo Mortensen in Carlito's Way e James Hetfield, il bassista ha dei capelloni improponibili per un gruppo metal classico, una cosa tra Cedric Bixler Zavala e Caparezza.
Nel cambio palco vado a cercare il loro banchetto. Cd dagli artwork molto elaborati e prezzi piuttosto alti per essere il primo gruppo spalla (cd 80 pln come i Dillinger, mentre i successivi Cancer Bats li hanno a 50 pln). In bella vista è appeso un cartello che recita: "We are looking for a place to sleep (and weed) for tonight. Maybe in Wroclaw?"
Ottima opportunità per un fan che volesse avvicinarli. Mentre lascio il banchetto noto che qualcuno sta già offrendo l'alloggio, ma non mi fermo a origliare, non è educato.
Salgono sul palco i Cancer Bats e il pubblico risponde alla grande, evidentemente sono conosciuti e amati. Vengono dal Canada e il cantante dice qualcosa tipo: "It took two fucking years but if fucking amazing to be back in Poland!" e poi presenta il gruppo con un: "We are the fucking Cancer Bats! Let's fight (indicando le prime file di pogo scalmanato), and show who the fuck we are!"
Il loro set è molto tirato. Un metal che mi pare debitore al Marilyn Manson di Antichrist Superstar, per atmosfere, cattiveria e tipo di cantato. Il cantante si da molto da fare e pur con capelli non troppo lunghi e solo a centro testa (tempie quasi rasate), si esibisce in un headbanging decisamente fluido, da vero esperto. Il chitarrista è un ciccione alto mezzo metro con i capelli lisci e lunghissimi. Piuttosto tecnico (imbraccia la chitarra alla Morello) e non molto mobile. Il bassista aveva una distorsione tale da sembrare a tratti una seconda chitarra. Il giovane pubblico si concede ad un pogo quasi disumano. Le prime file sono pressate sulle transenne e dietro c'è uno spazio di almeno 5 metri dove una ventina di pazzi di contorce, salta, cade, sgomita e pare un miracolo che non si contino i morti e i feriti.
In particolare ci sono due tipi di pogo che non avevo mai riscontrato prima e che mi fanno allontanare di qualche passo: alcuni tipi che col busto piegato in avanti rannicchiati sulle ginocchia roteano vorticosamente le braccia tese (un po' come Popeye prima di tirare un cazzottone), e alcuni momenti in cui il cantante lancia una specie di girotondo dove tutti 'sti pazzi scalmanati corrono in cerchio velocemente sgomitando, tirando pugni all'aria e spingendosi a ripetizione in una specie di calcinculo indivolato, senza seggioline.
Nonostante si senta che i Cancer Bats non sono certo alle prime armi, devo dire che i 45 minuti a loro dedicati, dopo la mezz'ora, paiono interminabili e alla fine mi sono decisamente rotto il cazzo.
Altro cambio palco. Dopo il pogo mostruoso dei Cancer Bats temo che il Progresja esploderà con i Dillinger (oltretutto ora c'è il doppio della gente) e indietreggio quasi davanti al mixer. Un errore in realtà perché la potenza disarmante della banda annichilirà completamente il pubblico (già stanchino dopo i Cancer Bats, devo dire) rendendolo a tratti un gruppo di lobotomizzati che fa solo "si" con il testino a ritmo di musica (me compreso): una specie di headbanging minimal.
Il cambio palco è lunghetto, un po' per il numero di chitarre che uno dei roadie deve accordare (più tardi ne suonerà anche un paio a supportare la band mentre il chitarrista suona una tastiera) e un po' perché c'è una tipa un po' dark che perde un tempo quasi infinito a orientare tre specchi, che sono messi sul palco ai fianchi e dietro alla batteria e che in realtà nascondono delle strisce di led luminosi (il test del light designer ce lo rivela prima dell'inizio del concerto). Operazione inutile oltretutto, quella della bimba, dato che i due roadies durante gli ultimi controlli agli strumenti sposteranno gli specchi urtandoci contro. Notevole uno dei roadie che passa 2 o 3 minuti buoni a sventolare il microfono del cantante davanti alle spie sul palco, per cercare assieme al fonico di evitare in maniera certosina qualsiasi effetto larsen.
Salgono i Dillinger sul palco accolti da un'ovazione generale. Il cantante è una specie di palestrato più largo che alto. Le sue braccia possenti e il collo taurino sono già nel mito. Il bassista ha una barba infinita. Smilzo alto come ogni bassista che si rispetti, pare un clochard preso dalla strada, il chitarrista di destra (Jeff Tuttle, n.d.jumbolo) sembra un neo-nazi e il batterista un ragazzino che sta finendo il liceo; il chitarrista di sinistra ( - Ben Weinman, n.d.jumbolo - che poi destra e sinistra è piuttosto relativo dato che saltano e corrono ovunque) pare una persona normale, salvo poi rivelarsi un pazzo scalmanato, forse il più pazzo di tutti.
Il tiro del concerto è subito al top, non vi dico i brani perché non li conosco e ho ascoltato poco i dischi, riconosco come secondo pezzo il brano d'apertura di "Ire Works" (quello che di solito muove Sylwia a spegnere lo stereo con odio senza dire una parola), Fix Your Face. Il pubblico è tra l'adorante e l'annichilito. La potenza di suono che viene dal palco è inimmaginabile eppure, nonostante un livello di rombo probabilmente oltre ogni livello di distorsione, si distinguono nettamente i suoni dei vari strumenti e della voce, devo dire se pur non perfetta a livello melodico, sempre potentissima.
Quello che accade sul palco è follia pura, il cantante palestrato è un istrione totale, canta, ruggisce, domina il pubblico, gesticola e ha una presenza scenica davvero di grande effetto. Il chitarrista neo-nazi fà delle facce inquietantissime quando suona e guarda il pubblico con un espressione che pare odio puro. Il chitarrista folle corre, salta, rotola, fa roteare la chitarra attorno al braccio come fosse un hula hop. Non si contano le volte in cui il palestrato si butta sopra alle prime file che lo sorreggono come un dio celtico su uno scudo da guerra. L'ottimo light design esalta la potenza dello spettacolo, finalmente si vede un uso della luce sul palco non standard e non esagerata, ma giusta pensata appositamente per lo show.
Passata ben oltre la mezz'ora il pubblico è distrutto di fatica eppure i cinque continuano implacabili: i pezzi si avvicendano incessanti con notevoli cambi di ritmo, stop and go e perfino momenti melodici, il concerto pare non finire mai e tu vorresti che non finisse mai. Di grande effetto un paio di brani che partono ultra melodici solo piano e voce, e che in un fluire naturale evolvono in un muro di suono di una violenza inimmaginabile: praticamente una ballad che passa attraverso il jazz più freddo e acido e evolve in un metal futuristico, fondendo tutto assieme come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se i Dillinger ti spiegassero che in fondo i confini musicali son solo cose per chi non ha sufficiente ampiezza di vedute. Ad essere pedanti il cantato "pulito" del palestrato non è proprio perfetto nella parte più melodica, ma provate voi a urlare come dei pazzi per più di 40 minuti in un growl forsennato e aspro, e poi improvvisamente cambiare registro e cantare una ballad avvolgente. Si fa fatica anche solo a pensarle certe cose. Una breve pausa per il quintetto e bis con finale apocalittico, il palestrato ad un certo punto passa l'asta del microfono alle prime file spiegandogli di metterlo in mezzo alla sala (il tutto continuando a cantare ovviamente), poi si lancia nella folla (e scompare in tutta la sua nanezza) e tutto il pubblico si stringe in un sudatissimo abbraccio urlando tutti contemporaneamente nel microfono. In qualche modo riesce a raggiungere nuovamente il palco e salire, per ringraziare tutti. Si vede chiaramente in volto che aveva bisogno di questo momento di contatto totale col pubblico dal quale trae tutta l'energia che amplifica e rispedisce al mittente dal palco. Anche i chitarristi si lanciano con tanto di chitarre sulle prime file e mi aspetto che da un momento all'altro anche il batterista faccia stage diving con tanto di grancassa (a fine concerto approfitterà di un lungo feedback rumoristico per farsi anche lui il suo tuffetto, ecchecazzo, ci vuole no?!). Il finale è devastante. Sono in pochissimi dal pubblico che dopo l'uscita dei musicisti ha ancora la forza di scandire "Dil-lin-ger! Dil-lin-ger!".
Si esce tutti un po' rintronati dalla sala con la testa annebbiata e la sensazione di aver assistito a qualcosa di davvero maiuscolo. Un' esibizione che è spettacolo e adrenalina allo stato puro. Un live come dovrebbero essere tutti i live, dove musicisti e pubblico creano un polo di energia unico che esplode e rimbalza ovunque e che alla fine ti lascia svuotato come dieci orgasmi. Appena mia figlia sarà in grado di sopportare l'onda d'urto sonora che mi ha appiattito l'udito (ho ancora le orecchie che fischiano a quasi 20 ore di distanza) la porterò a vederli perchè questa è una band che incasellare in un etichetta qualsiasi (che sia math-core, metal o altro) non è solo riduttivo, è stupido. Un gruppo che chiunque ama la musica e non ha paura di provare qualcosa di diverso dovrebbe vedere almeno una volta nella vita. Da oggi odio ufficialmente la mia radio preferita di Varsavia (Eskarock) per non aver mai nominato nemmeno di striscio questo concerto nelle scorse settimane (mentre frantuma il cazzo con Serj Tankian, Limp Bizkit, Linkin Park), chiunque vuole fregiarsi della parola rock, non può ignorare i Dillinger.
Non è stato il concerto dell'anno: è stato il concerto che ha frantumato tutti i concerti del decennio (si, Tiny Masters Of Today compresi).

Momento culto, quando il cantante dei Dillinger in una delle poche e brevi pause, si rammarica di non saper come dire "fucking amazing" in polacco e il pubblico all'unisono risponde "Zajebisty!", lui scende davanti alle primissime file per farselo spiegare bene e ripronunciarlo corettamente quando sale sul palco.

20090318

zimbabwe report nr. 9

Sorpresa!! A distanza di due anni, ritornano le cronache zimbabwensi della nostra inviata super-speciale.

Gweru, Zimbabwe

Cari Amici,
come forse alcuni di voi già sono a conoscenza, sono in Zimbabwe alle prese con le fasi finali di un’epidemia di colera che dura ormai da agosto e che sembra quasi non avere fine. Non vi annoierò con i dettagli tecnici della questione, ma vi diletterò con storielle aneddotiche come sempre. Dunque il dollaro zimb che tanti problemi mi ha creato nella precedente edizione, non esiste più, ora si ragiona e si paga in dollari che per lo meno sono stabili e si riceve il resto in pula (moneta del Botzwana) o in rand (del Sudafrica) un po’a casaccio o in caramelle tanto per fare pari. Peccato, al dollaro zimb mi ci ero quasi affezionata, soprattutto alla sua imprevedibilità...ho anche chiesto al mio autista di procurarmi alcune banconote da collezione (ambita è quella da 3 trimilioni di zimb) che me le voglio incorniciare. Il resto è allo scatafascio come prima, i supermercati sono vuoti o espongono in tutti gli scaffali la stessa cosa. Uno ieri, un Despar, era pieno di valigie cinesi ovunque e quasi nulla da mangiare. Ah per la cronaca, sono a Gweru nella provincia del Midlands, piena di miniere d’oro e di carbone, anche quelle ferme, visto che chi le gestiva è stato costretto dal governo a mettere i soldi nella statale Bank of Zimbabwe che corrispondeva a buttarli al vento. Il paese è piccolo ma era moderno, peccato che i semafori non funzionino più da tempo, i negozi siano quasi vuoti ed è difficile trovare il pane. Si vedono i pochi contadini bianchi che presidiano le loro fattorie in giro per il paese con auto mazda color turchese e mogli con i capelli cotonati. Anche loro sono rimasti fermi agli anni ’70, un po’ come lo style del resto del paese. I giornali statali ignorano i veri problemi, parlano di presunti attacchi di coccodrilli a bimbetti curiosi e di cittadini in campagna spaventati dai leoni. Del colera non si parla. Come se non esistesse e se 70.000 persone che se lo sono preso non fossero mai esistite. Mi occupo come al solito di prevenzione del colera e mi sto girando tutte le cittadine qui intorno e le loro scuole. Organizzo piccole feste dell’Unità anti colera con tanto di percussioni, balli, distribuzione di sapone e gruppo di teatro assai scenico, devo dire. Vado nelle scuole a parlare del colera e là sembra di essere nelle scuole di Harry Potter. Sono tutte boarding schools con i bimbetti incravattati e ingiacchettati e con le bimbe con le gonnelline a pieghe che in pratica vivono là. Ci sono i prefetti, i saluti ufficiali con tanto di inchini, “good morning madame”. L’esperimento più grande di salvataggio delle apparenze mai tentato. Alcune scuole non hanno più luce nè acqua corrente da un po’ e mettere insieme da mangiare per gli studenti è sempre più complesso, ma tutto è formalissimo, con saluti iniziali, presentazioni, palco da cui fare discorsi con tanti fiori finti, biscottini e tè poi sessioni di promozione dell’igiene e misure anticolera poi domande con alzata di mano e in piedi in perfetto inglese oxfordiano, poi ancora saluti e strette di mano. E io me ne vado pensando di aver attraversato una parentesi di mondo perfetto che non appartiene allo Zimbabwe.

Un Bacio
Cat

20080627

saluti da Haiti 2


Petite Riviere Perle de Nippes 15/06/2008

Miei Cari,
sono fuggita da PaP con grande gioia, mi sono lasciata alle spalle il coprifuoco, i check point, le guardie armate a presidiare alberghi e ristoranti e ho attraversato la città passando davanti al Palazzo Presidenziale di Haiti che è la copia esatta della Casa Bianca, la residenza presidenziale, inarrivabile in cima ad un colle, Martissant, Citè Soleil, un enorme discarica umana in mano alle gangs. Mi sono spinta nelle campagne dietro carri carichi di canna da zucchero e autobus impazziti e colorati. Sono a Petite Riviere Perle de Nippes, che pare una località della Provenza, in realtà è un piccolo, piccolissimo porto con qualche chiosco e negozietto, un mercato settimanale molto affollato, un'enorme chiesa bianca che ricorda il Vaticano e una spiaggia, dominio di capre e maiali che cacano e grufolano tra i ciottoli. Qua ho iniziato la prima parte del mio lavoro valutando l'impatto a livello di behavioral changes...no, ma che ve lo scrivo a fare, voglio solo raccontarvi i dettagli folkloristici e lascio perdere il resto. Dunque la casa di Oxfam é sulla spiaggia piena di enormi conchiglie, la brezza marina spira nella mia cameretta molto spartana e Madame Jeanne si occupa della casa. Di fatto non posso fare nulla senza che sia lei a farlo e mi chiede in continuazione cose in creole. Ora, io non é che in francese sia mai stata fluent, ma col creole me la cavo meglio assai essendo in pratica un francese sbagliato come quello che parlo io. Vi sottopongo alcuni pregnanti esempi di ció che i francesisti tra voi troveranno edificanti. Chi azzecca le risposte, vince una maglietta di Oxfam.
likol =
dlo =
durri =
piryficasion =
pwomosyon =
kle kola =
La mia esistenza scorre tranquilla, tra questionari da mettere nel data base, enormi aragoste date a Madame Jeanne con la raccomandazione di farle bollite e ritrovate in minuscoli pezzettini in salsa di carote, frequenti docce (almeno 3 al giorno) per la calura, invasioni di formiche volanti, polpi comprati al mercato e mangiati in salsa di mango, ed escursioni alla spiaggia. La scorsa domenica ho preso la moto di Oxfam con il mio capo e siamo partiti alla volta della spiaggia. Mi sono presto resa conto della mia incombente senectute: un viaggio in moto in fuoristrada mi ha spezzato tutte le ossa e per di piú ci siamo piantati con la moto in un fiume mentre come due cretini pensavamo di attraversarlo a dritto e non scegliendo un punto strategico come abbiamo poi scoperto quando é arrivata una motoretta nell'altra direzione. Mai sottovalutare la conoscenza dei nativi. La moto si é piantata nelle sabbie mobili, siamo caduti e affondati nelle sabbie mobili, ho perso una ciabatta che ho poi ritrovato, in 5 ci abbiamo messo mezz'ora a tirare fuori la moto che affondava nelle sabbie mobili come in un film dell'orrore di serie B e poi siamo finalmente arrivati in spiaggia. Nessuno. Solo il mare. Caldo, come la vasca da bagno di casa.
Baci
Cat

20080605

saluti da Haiti


Sarà una sorpresa per qualcuno: riprendono le corrispondenze della nostra inviata nel mondo delle ONG e dal mondo in generale, soprattutto quello "diseredato". Questa volta la "nostra" Cat ci scrive da Haiti, dove sta lavorando da pochi giorni per Oxfam. Sentiamola.

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ThanksGodThanksGodThanksGodThanksGod

04/06/2008

Cari Voi,
ThanksGodThanksGod hanno esclamato le vecchiette haitiane di colore nei loro tailleurini di fresco di lana anni '50, da sotto i loro cappellini con fiori finti e velette quando l'aereo ha poggiato le ruote sulla pista dell'aereoporto di Port-au-Prince ad Haiti. Alle cose che volano non devono dare molta fiducia e non posso dar loro completamente torto.


Port-au-Prince é arroccata su lussureggianti verdi colline, una distesa di baracche di lamiera o poco più. Quando sono arrivata, ieri, pioveva e le giovani haitiane giravano con una cuffia di plastica trasparente in testa - l'incubo di ogni donna di colore, l'umidità della pioggia che rende ancora più ingovernabili i capelli -. Le strade non asfaltate erano un fiume di fango, e non mancava il classico repertorio da terzo mondo, la spazzatura occidentale in vendita.
Vestiti demodeè, frigoriferi anni '70, giocattoli usati, tutto quello di cui noi ci siamo disfatti, qua viene comprato, riutilizzato, apprezzato.


Port-au-Prince sembra divisa in due: da una parte i miserabili, la maggior parte, che vivono in nei quartieri per me off-limits...Martissant, Citè Soleil, dove imperversano le bande armate e le sparatorie e dall'altra tutti gli altri, che si riducono poi agli expats delle organizzazioni internazionali e alla Minustah, cioè i peacekeeper cingalesi e nigerini delle Nazioni Unite, che vivono nella green zone di Peition Ville, una città nella città con piacevoli ristoranti, bar, supermercati. La Minustah regge il precario equilibrio governativo del paese, ma anche di recente non sono mancanti scontri e manifestazioni contro il governo per l'incessante aumento dei prezzi del cibo.


Sono qui in veste di Somma Esperta Consulente. Che strano pensare come nel giro di pochi anni i ruoli si siano ribaltati. Da misera volontaria per pochi soldi al mese, adesso sono io che valuto, consiglio, dirigo, il tutto hands-off, cioè non si tocca nulla nè si fa niente, solo far ragionare il cervello.
A questo pensavo ieri sera seduta nel giardino del ristorante "Jet Set", che aveva inquietanti analogie con il ristorante "Le Carnivore" di Ndjamena (Chad); mentre gustavo deliziosi spiedini di pollo con i miei colleghi, i militari ubriachi della Minustah intrattenevano giovani, troppo giovani haitiane e un topolino si aggirava curioso sul pavimento lucido di cera in cerca di qualche briciola da sgranocchiare.


Un bacio
Cat

20080204

diario di vita...

Racconto di una comunità missionaria nei primi giorni dell’attuale conflitto keniano

La situazione del Kenya in questo momento è molto critica, ci troviamo con un presidente riconfermato pare a forza di brogli elettorali: Mwai Kibaki. Non ha più autorevolezza sulla popolazione se non sui Kikuyu, il suo governo non è stato riconfermato dalla popolazione, ma lui e il suo entourage si ostinano a dichiararlo vincitore. Il giuramento è stato fatto alla presenza di pochi intimi. Il presidente della Commissione Elettorale Keniana, Kivuitu, ha dichiarato ufficialmente di aver ricevuto pressioni di annunciare i risultati delle elezioni in una situazione abbastanza confusa e con accuse concrete di brogli elettorali!! Questo è il risultato di una politica sporca ed elitaria che ha come conseguenza l’odio tribale tra Luo (gruppo etnico di Raila Odinga che avrebbe vinto le elezioni) e altre tribù contro i Kikuyu (etnia di Kibaki) che da vita a scontri violenti i quali stanno mietendo vittime innocenti soprattutto tra i poveri. Politici che hanno dato attenzione alla maggioranza emarginata dei cittadini del paese se non nella campagna elettorale. I focolai di guerriglia e proteste infatti sono partiti dalle baraccopoli delle maggiori città del paese: Nairobi, Mombasa, Eldoret, Kisumu.
C’è da prendere atto che i Keniani hanno votato in massa, con disciplina e con chiara visione e decisione, ma poi il risultato non è stato gradito da una certa elite che sembra abbia manomesso i risultati finali dell’elezione presidenziale.
Ci sono scontri continui e il rischio è che questi scontri già cruenti tra le due tribù si inaspriscano. Qui a Korogocho abbiamo vissuto momenti molto drammatici, la nostra comunità è situata proprio al confine dove sono situate le due tribù, l’odio è fomentato dagli eventi politici e anche da false informazioni, e questo fa partire attacchi da l’una come dall’altra parte.
27-12-07: Giorno delle elezioni tanto atteso. Le elezioni si sono svolte con ordine e calma in tutto il paese.
28-12-07: tutti aspettano la proclamazione del vincitore dopo lo spoglio dei voti che viene seguito in diretta dalle tv statali e locali private e le radio popolari. Raila sembra essere in testa con circa 1 milione di voti in più.
L’annuncio dei risultati da parte della commissione elettorale viene rinviata varie volte e poi annunciata per il giorno seguente.
29-12-07: Già in mattinata la tensione aumenta in città e poi scontri si svolgono a Kibera che è la circoscrizione di Raila.
La tensione aumenta man mano che i voti di Kibaki crescono e raggiungono quelli di Raila per poi superarli nella mattinata successiva. La notte è turbolenta in varie parti della città, specialmente negli slums. Qui a Korogocho il bilancio è di 7 morti di etnia Luo tra cui due bambini e una donna.
30-12-07: si attende l’annuncio della commissione elettorale, ma nel frattempo l’opinione pubblica percepisce che ci potrebbero essere stati dei brogli elettorali da parte del PNU, partito di Kibaki. Il tutto sembra inverosimile poiché tra i grandi perdenti delle elezioni parlamentari ci sono 21 ministri del vecchio governo e molti parlamentari fedeli a Kibaki; anche nelle elezioni comunali dei maggiori comuni del paese l’opposizione vince nettamente…..!! In serata in fretta e furia avviene il giuramento di Kibaki a porte chiuse nella State House alla presenza di pochi rappresentanti aprendo così una grave crisi politica e sociale per il paese. Immediatamente dopo l’annuncio del nuovo presidente in molte città come Nairobi, Kisumu, Eldoret e altre le violenze e scontri con la polizia portano a 124 il numero dei morti in un giorno solo.
31-12-07: alle 6 del mattino da Ngomongo Ngunyumu a Korogocho dove risiedono in maggioranza le etnie luo e luhya sferrano un’offensiva verso Grogon zona di residenza dei Kikuyu, per vendicare i loro 7 morti. Questo comunque è il trend di queste ore in tutto il Kenya. Insieme come comunità e altri pastori della zona cerchiamo di fare una trattativa di pace, poi una processione pacifica gridando AMANI KWA WOTE WAKENYA (PACE PER TUTTI I KENYANI) e cercando di dialogare con tutti i gruppi di giovani che si sono armati di machete e bastoni per difendere e/o attaccare in varie parti dello slum. Attorno a noi respiriamo rabbia e tensione altissima, mentre il gruppo dei “pacifisti” si fa sempre più esiguo comprensibilmente. Ci rendiamo conto che questa è una guerra tra poveri, che sono strumentalizzati dalla politica che qui come altrove trae giovamento dalla divisione per imperare meglio. Tra questi giovani arrabbiati per i brogli ci sono molti ladri che traggono vantaggio dalla situazione per rubare e saccheggiare.
Finalmente si raggiunge una tregua che ha come frutto una notte di S. Silvestro silenziosissima, un silenzio di tomba, neanche un grido di gioia per il 2008 che da i suoi primi vagiti, a differenza di altri anni dove il caos regnava sovrano per tutta la notte.
Le iniziative di dialogo si tengono un po’ dappertutto ma tranne ai vertici, Kibaki non dice niente, sta zitto, un silenzio colpevole!!!
1-01-08: la tensione è alta, solo una trentina di persone viene a messa nella chiesa di St. John dove celebriamo la messa per la giornata mondiale della Pace. Anche per strada c’è pochissima gente. Si comincia ad avvertire la mancanza di viveri. I negozi sono chiusi per paura o perché saccheggiati; le donne per strada non siedono davanti alle loro solite pentole di fagioli e mais (Githeri) o pesce fritto. La situazione si fa confusa perché ci sono spauracchi e voci distorte di attacchi da parte di bande che vengono da fuori, ciò crea allarme nelle varie comunità etniche. In tutto il paese si svolgono atti di violenza verso i Kikuyu come anche verso i Luo. Il più grave è quello di Eldoret (città a nord ovest del paese) dove in una chiesa (Assembly of God) 200 persone Kikuyu si rifugiano e 50 vengono arse vive tra i quali molti i bambini e le donne. Nonostante tutto questo Kibaki tace.
Come comunità missionaria in questi giorni sentiamo di aver condiviso ciò che è normale e ordinario per un cristiano: restare con la gente e i poveri nelle sue gioie e nei suoi dolori per testimoniare la presenza dell’Emanuele, Dio con noi. Se l’amore di Cristo ci spinge in acque profonde dobbiamo stare in mezzo a queste situazioni per essere Segno di Speranza anche in mezzo a tanta violenza, insicurezza e dolore. Anche a costo della nostra stessa incolumità! La costruzione della pace e della convivialità passa anche da questi crocevia e qui bisogna esserci al momento giusto!! La giustizia, la pace e la convivialità sono tra le poche vie possibili per un mondo diverso dove ogni donna, uomo, bambino possono essere resi degni dei loro diritti ed educati ai loro doveri.
E’ soltanto il primo giorno dell’anno 2008 e avevamo programmato da tempo di celebrarlo e iniziarlo con una grande marcia della pace dentro lo slum di Korogocho. Sembra assurdo ma non lo è…..tanti morti e violenza proprio nel “giorno della Pace”!! Non sappiamo se il peggio è passato o deve ancora venire, quel che sentiamo da questa baraccopoli è che il futuro non può essere scritto senza i poveri, gli esclusi, gli emarginati di ogni governo a qualsiasi latitudine e longitudine!! Le politiche nazionali ed internazionale dovrebbero imparare da tempi duri come questi del Kenya o del Rwanda o del Congo, Medio Oriente ecc. per promuovere un’azione politica capace di diventare una “alta forma di Carità” al di là di interessi di parte e di partito come dicevano all’unisono Giorgio La Pira e Paolo VI.

Paolo Latorre & Daniele Moschetti
missionari comboniani
Korogocho – Nairobi
Kenya

Kenya: non sarà più lo stesso!!

Le crisi, come le loro tragiche conseguenze, sono sempre accompagnate da lezioni che devono essere imparate da tutti. Il caos di questi giorni significa che il Kenya non sarà più lo stesso perché ha portato alla ribalta e focalizzato su malattie e problemi che affliggono da decenni questo stupendo paese.
Il paese non può più guardare avanti ignorando le fragili Istituzioni dello Stato, la disparità tra uomini e donne, eticità, classi sociali, corruzione, povertà, dei politici vincenti a tutti i costi, la revisione della vecchia Costituzione, il bisogno di un cambio di politica creando un nuovo ordine democratico che porterà avanti un rinnovamento fondamentale delle riforme necessarie prima fra tutte aiutare i giovani ad uscire dall’emarginazione dove sono stati confinati in tutti questi anni e “usati” prima e durante questa crisi politica e nazionale.
Il Kenya ha una grande opportunità di riemergere dalla crisi più forte e più unito di prima. Ha una grande possibilità di diventare una grande nazione. Cioè passare da un paese con 42 etnie diverse ad una Nazione coesa dove una volta per tutte i veri problemi della gente diventano agenda del Parlamento e anche delle “potenti elite locali e internazionali”.
Siamo stati e siamo ancora tutti testimoni di quanto l’opinione pubblica internazionale, i media, le nazioni del Nord del mondo, l’Unione Africana, le Nazioni Unite, grossi imprenditori locali e internazionali e tanti altri si siano mossi con tempestività per “salvare” il Kenya. Certamente non tanto per filantropia ma per interessi che vanno oltre il popolo keniano essendo questo paese al centro di una strategia geo-politica, economica e militare che interessa a troppe istituzioni: che non discenda la china di una guerra civile senza ritorno.
Eppure la politica dei “politici vincenti a tutti i costi anche quando si perde” era stata rifiutata dalla gente già quando il Narc (coalizione arcobaleno vincente nel 2002) venne scelto a dirigere il paese dopo 24 anni di dittatura del suo vecchio presidente Daniel Arap Moi (oggi grande sostenitore di Kibaki…) e di 40 anni di superpotere del partito unico Kanu, cioè dall’indipendenza.
Infatti in quell’anno Mwai Kibaki firmò un accordo-memorandum per condividere i poteri politici con a quel tempo suoi alleati Raila Odinga (oggi maggiore esponente opposizione e accusatore di Kibaki di grossi brogli elettorali) e Kalonzo Musyoka (oggi vice presidente…) che se fosse stato promosso seriamente sin dall’inizio assisteremmo oggi a una differente cultura politica in questo paese.
Nel Referendum del 2005 chiaramente i keniani mostrarono che volevano significativi cambiamenti e non cosmesi alla vecchia costituzione. Infatti la coalizione del governo Kibaki perse con più di un milione di voti contro un’opposizione che guarda caso comprendeva già coloro che oggi sono sulla scena politica attuale: Kalonzo Musyoka e Raila Odinga insieme ad altri dissidenti convenuti nella costituzione del movimento di opposizione ODM (Orange Democratic Movement). I cittadini e la società civile volevano riforme della terra, distribuzione delle risorse e avere più voce in capitolo su come il paese è governato, la cosiddetta “devolution of power”.
Se la nuova costituzione fosse stata approvata in 100 giorni (una delle 3 famose promesse fatte dal governo 2002 di Kibaki-Raila-Musyoka che comprendeva anche lotta alla povertà e alla corruzione….guarda caso nessuno dei tre obiettivi è stato raggiunto in cinque anni di potere…!!??) avrebbe provveduto ad una condivisione dei poteri fino ad ora concentrati totalmente nella figura del solo presidente; l’istituzione di un potere esecutivo (primo ministro) e della “devolution of power” con altre istituzioni, una distribuzione equa delle risorse nazionali, e tanto altro che era già contenuto nelle bozze ormai pronte da oltre “10 anni di lavoro” prima e dopo le elezioni del 2002. Certamente il Kenya avrebbe fatto un grande passo avanti nella costruzione di una Nazione rispettando le 42 comunità etniche che ne fanno parte. One Country, one Nation! Questo è lo slogan che oggi sentiamo ripetere spesso dai media locali. Sicuramente abbiamo perso molto tempo…..
Certamente ciò che si percepisce chiaramente in questo momento è una crisi politica dove le “negoziazioni di pace” sono imbevute da una cultura e mentalità del presidente-padrone dove il supposto vincitore vince tutto!! Sia per Kibaki che per Raila. Ed è assurdo che il messaggio che passa ai cittadini è che 4 comunità etniche politicamente in vantaggio numerico (kikuyu, luo, luhya e kamba) facciano da padrone sulle altre 38 comunità etniche; e che la provincia Centrale (del presidente Kibaki) e quella dell’Est (vice-presidente Musyoka) hanno il diritto di comandare oggi il resto delle altre 6 province dove hanno ottenuto molto meno voti dell’altro candidato d’opposizione. Anche Raila che ha rifiutato qualche settimana fa l’eventuale proposta di condividere i poteri esecutivi di Kibaki, deve ricordarsi che fu lui stesso a proporre questa suddivisione di poteri nel famoso memorandum 2002 dove lo “sharing of political powers” e la costruzione di coalizioni tra partiti al di là dell’appartenenza a particolari etnie era talmente enfatizzata. Purtroppo molti partiti rappresentano ancora solo una o poche comunità etniche. E’ tempo di uscire da questo labirinto etnico che non porta a far respirare il paese a pieni polmoni proprio perché confinati ad una politica partitica molto chiusa ed etnica. E’ per questo che i keniani hanno bisogno di una nuova costituzione prima di arrivare ad eventuali nuove elezioni presidenziali magari dopo un governo di transizione di uno o due anni altrimenti non ci sarà nessun passo in avanti nello scenario politico, economico e sociale del paese. Se “assumiamo” al di là della diatriba brogli che Kibaki abbia ottenuto veramente 4,5 milioni di voti e il concorrente Raila Odinga 4,3 milioni come annunciato dalla Commissione Elettorale Keniana perché non povrebbe esserci l’opzione della condivisione dei poteri? Questa sembra anche la via tracciata dai mediatori internazionali Kofi Annan, Graca Machel e Mpaka in questi giorni.
Lo status quo non può continuare così. Ci deve essere un cambiamento positivo. Ci sono grossi problemi davanti alla nazione e ai politici: disparità sessuale, terra in mano a pochi ricchi e anche divisa etnicamente, estrema povertà e miseria, disoccupazione giovanile, marginalizzazione di alcune comunità etniche, pochi miliardari in mezzo a milioni di poveri (tra 50-60% di Keniani vive con meno di un dollaro al giorno), corruzione a tutti i livelli, promozione di interessi militari ed economici stranieri (si noti “l’interesse” che ha la comunità internazionale verso il Kenya) sostenuta da un’elite politica ed economica corrotta, politiche del divide et impera che hanno portato nel corso di questi anni a questa crisi politica, etnica, sociale ed economica.
In un eventuale successiva elezione presidenziale del 2012 i keniani dovrebbero rigettare lo status quo simbolo di una politica etnica, di potere e di interessi personali, votando un leader che non sia Kibaki, Raila o Kalonzo Musyoka. La nascita di una nuova e giovane leadership politica è auspicabile ed è giunto il tempo che anche le Chiese, le varie religioni, la società civile e altre istituzioni si impegnino a formare nuove classi politiche attente alle masse e ai poveri ma soprattutto ai principi e valori del servizio onesto e leale ai propri cittadini, nessuno escluso.
Se le statistiche sono corrette che i keniani sotto i 31 anni sono l’80% della popolazione come possiamo essere sicuri che i giovani stanno battendosi per difendere gli interessi etnici e non per disperazione, per povertà, marginalizzazione e insicurezza?? E’ importante mettere nell’agenda a tutti i livelli della società keniana dei prossimi anni un lavoro intenso di riconciliazione e interetnicità soprattutto focalizzando sulle giovani generazioni che hanno già dato prova di “esserci”: nella scuola, chiese, moschee, fabbriche, uffici, politica, sport, media e governo.


p. Daniele Moschetti

Kenya - la situazione

Avrete sentito che in Kenya c'è confusione. Vi ricorderete che l'amica Susy è stata laggiù per la sua laurea. Ha mantenuto i contatti con Padre Daniele, un missionario comboniano. Padre Daniele ci invia gentilmente alcuni scritti che spera servano a chiarire un po' la situazione. Volentieri, pubblichiamo.

Sperando in un Kenya diverso…..

A Korogocho, una tra le più grandi baraccopoli di Nairobi, gli scontri sono iniziati la sera del 29 dicembre. Due giorni dopo le elezioni presidenziali e prima ancora che la commissione elettorale proclamasse vincitore il presidente uscente Mwai Kibaki. Quella notte sono state uccise sette persone, tra cui due bambini e una donna. Appartenevano all’etnia luo. Il 30 dicembre, le violenze sono scoppiate negli slums delle grandi città keniane: Nairobi, Mombasa, Eldoret, Kisumu. Tra i più disagiati era diffusa la speranza che il nuovo governo cambiasse le cose. Di fronte ai brogli, l’indignazione ha fatto presto a trasformarsi in ira. Kisumu, la città di origine del candidato dell’opposizione Raila Odinga, è stata quasi rasa al suolo dalle proteste. Altrove, come a Nairobi, gli scontri si sono concentrati negli slums e se si gira per la città oggi, non ci si accorge di niente, mentre nelle baraccopoli come Kibera, Kawangware, Mathare, Kariobangi, Huruma o Korogocho invece, trasuda una tensione molto forte.
Per tentare di smorzarla, a Korogocho, con una cinquantina di pastori di chiese diverse abbiamo organizzato, lo scorso 9 gennaio, un grande momento di preghiera, proprio sul confine che divide la zona luo e quella Kikuyu, una frontiera che si sta allargando sempre di più con case saccheggiate, bruciate e abbandonate. A Korogocho, abbiamo visto molto sangue, molte armi, molti corpi feriti, molte persone morire.
Ora la situazione sembra più tranquilla nella capitale, ma non nel resto del paese. È una calma strana, precaria, che può riaccendersi in qualsiasi momento. Le trattative, guidate dall’ex segretario generale dell’Onu, Koffi Annan, hanno portato alla firma di un primo accordo di pacificazione, il primo febbraio, tra il presidente Mwai Kibaki e il leader dell’opposizione Raila Odinga.
Questo accordo politico è solo un primo passo. Rimane un lavoro enorme da fare, perché si è rotto un equilibrio sociale che da tempo si cercava di costruire, soprattutto con le nuove generazioni. A Korogocho, stiamo cercando di far dialogare i giovani di etnie diverse. A scuola, a lavoro, nei commerci, si mescolano persone di tutte le etnie. Per anni c’è stata una convivenza pacifica tra queste persone, che tutto a un tratto sono state mandate via dalle loro case per via della propria origine etnica.
Il governo ha reagito in maniera rigida e arrogante alle rivolte dal 30 dicembre, la polizia spara a uomo. Sono morte circa mille persone in poco più di un mese, di queste, molte sono state uccise dalla polizia. Nelle zone a maggioranza Luo, i Kikuyu vengono molto spesso mandati via, derubati o uccisi, mentre nelle zone a maggioranza Kikuyu, ai Luo viene riservato lo stesso trattamento per rivincita. Sono circa 300 mila gli sfollati.
Non significa che ci sia un piano di terrore, come ha lasciato intendere il leader dell’Orange democratic party, ma di certo la situazione sta scappando di mano a Kibaki e Odinga. Da ambedue le parti, poi, ci sono gli “hardliners”, quelli della linea dura, che rifiutano ogni dialogo. Ma c’è di mezzo un popolo composto da quarantadue etnie. Niente a che vedere con il Rwanda, dove ci sono solo due etnie, nonostante i media ripetano ossessivamente il paragone. Bisogna riuscire a dare le informazioni giuste. A questo proposito, vorrei lanciare un appello ai media italiani: dire che il paese brucia, parlare di guerra civile, delle bombe sganciate dagli elicotteri, non è corretto. La situazione non è facile, ma esagerare non aiuta, anzi, uccide anche noi che ci viviamo qui in maniere diverse.
Guerra civile vuol dire aver la milizia, vuol dire avere dei gruppi armati organizzati e contrapposti. Non è quello che sta accadendo in Kenya. In tante parti del paese, da Eldoret a Naivasha gli scontri sono stati sporadici. E’ innegabile che si sia aggiunta anche una dimensione etnica. E più andiamo avanti più questo rischio cresce. In molti traggono vantaggio di questa confusione per derubare e saccheggiare. A Korogocho, si è per esempio assistito diverse volte a furti massicci: i ladri Kikuyu terrorizzano la gente gridando che i Luo stanno arrivando e gli altri fanno altrettanto nelle loro zone e approfittano della confusione per penetrare nelle abitazioni e derubare.
Ma non è un caso se le rivolte sono partite dai quartieri più poveri delle città. È utile ricordare che il principale problema del paese è legato alla distribuzione della terra. Dopo l’indipendenza, la terra è andata a poche etnie, tra cui l’etnia Kikuyu, quella del presidente Kibaki, che si è sparsa in tutto il paese e ora è sotto bersaglio. Durante la campagna elettorale, i due partiti in lizza non sono stati in grado di fare una campagna unitaria, veramente nazionale. I risultati si sono visti abbastanza bene: Kibaki ha vinto quasi esclusivamente nella zona centrale del paese, a maggioranza Kikuyu, ma non nelle altre parti. Odinga da parte sua ha stravinto nella sua zona di origine ma è riuscito a raccogliere molti voti anche in altre 6 province.
Ciò che sta avvenendo è frutto di una frustrazione e di una divario sociale enorme. Quasi il sessanta per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Nel paese, terzo produttore mondiale di fiori, dove più dei due terzi del territorio sono occupati da zone desertiche e semi-desertiche, la questione della suddivisione della terra non è mai stata risolta, è rimasta in mano a un’élite Keniana anche dopo il colonialismo inglese , che l’ha rubata e usata politicamente, per esempio per comprare le resistenze dell’opposizione. Terra non solo per ricchi keniani, Kikuyu o altri, ma anche multinazionali come la Del Monte o tante altre.

p. Daniele Moschetti
Missionario Comboniano

comboni@korogocho.org
http://www.korogocho.org/

20071220

Korogocho help


L'amica Susy, della quale pubblicammo il toccante reportage dal Kenya, donna vulcanica dalle mille iniziative, ne ha pensata un'altra, per la quale abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti voi. Faccio parlare direttamente lei.



Cari amici dopo il reportage che vi ho scritto non potevo fare a meno di cercare di fare qualcosa per aiutare Padre Daniele e le sue innumerevoli attività a favore di coloro che vivono in condizioni difficilissime nella baraccopoli di Korogocho. Naturalmente aiutare significa raccogliere fondi e devolverli a favore dei loro progetti. Avrei optato per il Korogocho Street Children Programme (nato nel 1997 grazie all’impegno dei padri comboniani della comunità di St. John) che, come vi avevo scritto, ha il principale obiettivo di sostenere i ragazzini (spesso orfani) che sniffano colla e reintrodurli nella comunità.

Obiettivi specifici


  • disintossicare i bambini dipendenti dalla “colla” e altri stupefacenti;

  • assistere i bambini a sviluppare i loro potenziali aiutandoli a diventare membri della società;

  • provvedere alla loro educazione e formazione collaborando con altri Centri per Bambini;

  • promuovere l’unione tra i bambini che vivono in condizioni difficili attraverso attività creative socio-economiche, culturali e spirituali;

  • facilitare il processo di re-integrazione nelle famiglie (quando ci sono) o nella comunità;

  • aiutare i bambini a sostenere le cure mediche di cui hanno bisogno.

Attività



  • Orientamento e reintegro a scuola

  • Attività sportive e ricreative

  • Attività culturali

  • Cure mediche

  • Programma nutrizionale

So che molti di voi sono scettici sull’uso dei fondi raccolti; quello che posso assicurarvi è che consegnerò personalmente questi soldi a Padre Daniele (considerato che ormai ho deciso di preparare la mia tesi universitaria sulla realtà delle bidonville).

Ragazzi, quando sono tornata a salutare lo staff della seconda fase del progetto di recupero dei bambini di Korogocho stavano tentando con un martello pneumatico di spaccare il pietrone che gli impedisce di utilizzare il campo per giocare a calcio. Non ce la faranno mai! Gli servirebbero 500 dollari per pagare un macchinario adatto a questo lavoro….. FRA TUTTI LI VOGLIAMO TROVARE?

Banca Etica – c/c pro Korogocho n° IT73Y0501802800000000122565


Susy
Foto tratta da http://www.vefritid.is/

20071115

reportage da Korogocho

Intervalliamo i nostri post con un reportage dell'amica Susy, che attualmente e' in Kenya per la sua testi di dottorato in Scienze della Pace. Ci scrive questa mail da Korogocho, una bidonville alla periferia di Nairobi.

.....arrivare a Kariobangi (slum che precede Koroghocho) e' un pugno nello stomaco. Forse non esistono termini che descrivono questo stato di cose. Degrado e' assolutamente insufficiente, l'inferno dantesco aiuta molto a dare un'idea. Non si possono definire le condizioni disumane, perche' neppure le bestie vivono cosi' male.
A Nairobi su una popolazione di 4 milioni di abitanti oltre la meta' vive negli slums, nell'1,5% del territorio totale della citta'. Questo forse puo' dare una vaga idea di quanto spazio abbiano queste baracche: 3/4 metri per 5/6 persone, forse.
Korogocho in kikuyu significa confusione (abbastanza appropriato direi) e conta circa 150mila abitanti su una superficie di un km e mezzo. Qui non e' solo questione di poverta', di fame, che gia' sarebbe sufficiente, ma si tratta di sovraffollamento tra fogne a cielo aperto e, caratteristica distintiva di Korogocho, la discarica di fronte (una collina di immondizia che si arricchisce ogni giorno di 2000 tonnellate di rifiuti industriali, agricoli, domestici, ospedalieri...i bambini di questo slum hanno nel sangue una quantita' di piombo 7 volte superiore a quello dei bambini di altri sobborghi).
Ubriachi, prostituzione, violenza, migliaia di ragazzi di strada (molti sniffano colla, altri sono orfani) perche', tra le altre cose, regna l'AIDS.
In certi punti la puzza e' insostenibile e gli occhi bruciano per il fumo dei fuochi di varia origine, compresa quella dei rifiuti. I bambini bevono l'acqua che scorre in terra fra la spazzatura, abbandonati a se stessi, giocano e ti salutano con "how are you?" non sanno che significa ma si divertono un sacco a dirlo. I piu' temerari ti vengono incontro per toccare la tua pelle bianca, cosi' strana per loro.
Ma come fanno a vivere? Dove trovano la forza?
Padre Daniele (missionario comboniano) mi racconta che in un ambiente del genere le persone non si sentono piu' tali. Ci credo.
Mi chiede cosa vorrei visitare e decido di fare il giro completo della bidonville e la visita alle prime due fasi del programma a favore dei ragazzi di strada.
Mentre camminiamo i piu' pericolosi sono gli ubriachi e quelli che sniffano colla, ma naturalmente ci pensa Kevin, il ragazzino che mi accompagna, cresciuto li.
Arrivare da John, il responsabile del progetto (1a fase) significa infilarsi nel cuore della bidonville, in una serie labirintica di percorsi di fogne: anche l'altezza spesso e' di un metro per cui occorre procedere piegati in avanti. Il centro di recupero e' una baracca come le altre (3x4) divisa in 3 parti: un minuscolo ufficio, una sala vuota, l'altra con le 4 panche.
John e' un uomo mingherlino, piccolo, mi accoglie calorosamente e mi spiega il progetto. Mi mostra il fittissimo programma settimanale che portano avanti solo in 3. Impensabile!
Intanto i ragazzi (la 1a fase e' quella in cui si e' riusciti ad instaurare un contatto con i ragazzi di strada, e si accudiscono durante il giorno cercando di disintossicarli) fanno un casino bestiale, arrampicandosi ovunque, in continuo movimento e sempre sull'orlo della rissa. John mi dice che sono stata fortunata perche' oggi i ragazzi sono particolarmente tranquilli.
Non oso pensare cosa accada quando non lo sono!
Disorientata non riesco a capacitarmi della forza di queste persone che lavorano incessantemente e in tali condizioni a favore dei singoli, ma anche della comunita', perche' recuperare questi ragazzi significa anche diminuire la violenza.
Mi invita a fare un discorso e tenta di farli sedere (piu' o meno).
Dico poche parole sul valore della vita e sull'importanza di viverla ma, naturalmente, trovo tutto molto inadeguato, compresa me stessa. Quando John tradurra' aggiungera' anche che non devono fare del male alle persone bianche come me, perche' sono quelle che li aiutano (come mi sono sentita di merda!!!)
Fuori dalla baracca, sdraiati in "terra" c'erano altri 5/6 adolescenti completamente persi nel vuoto. Uno ha avuto un cenno di vita e mi ha fatto il saluto pugno contro pugno. Quando mi sono avvicinata mi guardava e sorrideva, ma il suo sguardo mi attraversava e andava oltre, chissa' dove. Che tragedia!
Proseguiamo il percorso, altra mega-ipocrisia: una jeep con megafoni percorrono la bidonville facendo campagna elettorale! Sono disgustata e la puzza aiuta pure!
Raggiungiamo il centro per la 2a fase del programma (il riavvicinamento ai familiari o alla comunita' qualora si tratti di orfani, l'educazione personale - fase che precede il reinserimento nella scuola se possibile).
Trovo un grande locale in muratura, protetto dal cancello e comprendente un ampio spazio all'aperto. All'interno ci sono 3 dello staff e circa 80 tra bambini e adolescenti. Il responsabile, un ragazzo formato appositamente per questo ruolo, mi spiega che in questa fase si insegna l'igiene personale, dei propri indumenti, della cucina, del centro in generale e si fanno molte attivita' che spaziano dalla cura dell'orto, ai giochi di squadra, alla formazione artistica. Essendo l'ora di pranzo alcune ragazzine insistono affinche' mangi con loro ma, fortunatamente, Kevin risponde che Padre Daniele mi sta aspettando (c'era una quantita' di mosche esagerata su quei piatti e in quella sala!).
Al rientro ci fermiamo di fronte alla collina della discarica separata dalla collina di Korogocho dall'inquinatissimo fuime Nairobi. Non posso fare a meno di pensare al libro di Alex Zanotelli quando racconta di Kasui (7 anni) e Kimeno (3 anni). Un giorno una signora porto' questi bambini a Padre Zanotelli perche' aveva visto la bambina trascinare con se il fratellino nel fiume.
Ecco forse la definizione di Korogocho puo' essere questa: un posto che riesce a spingere al suicidio anche due bambini.
Susanna

20071019

nicaragua di gente dolce 2

Siuna 17/10/2007

Cari Amici Vicini e Lontani,
sono approdata nel Triangolo Minero. Devo ritrattare alcune mie affermazioni della mail precente sul fatto che questa non sarebbe stata un'avventura stile Far West, perchè invece lo è. Prima di tutto le tre piccole cittadine del triangulo minero sembrano un set di un film di Sergio Leone. Siuna, la mia base, ma anche Bonanza (chi non fa un'associazione al telefilm?) e Rosita sono in pratica una strada con edifici di legno stile saloon, cavalli affunati davanti e video poker. Cavalieri con cappello da cowboy e speroni girano per la città, e i negozi vendono solo selle, corde e stivali texani. Le donne sono in stile con l'ambiente, tatuaggio selvaggio, super trucco e vestiti molto molto corti e molto molto scollati. Il rivolgersi alle persone con "mi vida", "mi linda" completa il quadro.
Nelle tre città ci sono miniere d'oro, due sono rimaste sepolte sotto pioggie torrenziali anni fa e ora si vede solo un laguna d'acqua fangosa, una invece è ovviamente in mano alle multinazionali, protetta da un'alta cancellata. Tutt'intorno la selva. La riserva naturale di Bosawas, la più grande dopo quella delle Amazzonie.
E lì dentro un sacco di piccoli uomini, per lo più indigeni di varie etnie, mayagna e miskitos, che forse alcuni di voi più intelletuali e sensibili alle cause sociali ricorderanno per aver vinto una causa contro il Governo del Nicaragua sul possesso di una zona della riserva che il governo voleva dare in usufrutto (leggi sfruttamento) a una multinazionale del legno americana. Da qui viene la maggior parte del legno che si usa per gli interni pregiati delle barche...quelle di lusso, mi immagino, un po' come quelle che vedi a Miami sulla via per il Nicaragua...i contrabbandieri entrano nella foresta, disboscano, usano i fiumi per trasportare a valle il legno, lo caricano sui camion in zone nascoste e parte alla volta del mondo civilizzato. E cosi si consuma piano piano la selva piena di segreti, maestra di vita per le popolazioni che vivono qui, solo per un pavimento di teak di quelli odiosi e burini motoscafi che sfrecciano a tutta velocità vicino alle nostre coste.

Sono stata a visitare una di queste comunità sperduta nella selva. Cinque ore a cavallo, o meglio mula, per sentieri incredibili, dove la bestia si muoveva tra le rocce, o in mezzo alla selva sprofondava fino alla pancia nel fango...mi sembrava tanto di essere Atleiu, quello della Storia Infinita, quando il suo cavallo affoga nelle paludi dell'Eterna Disperazione (o una roba del genere…).
La comunità non è che un gruppetto di piccole case, tutt'intorno la selva che dopo l'uragano Felix, ha cambiato faccia. Gli alberi sono caduti, gli animali si sono spinti vicino alle case e c'è chi si è trovato una famiglia di scimmie in casa. I cadaveri degli animali hanno inquinato i fiumi e i raccolti sono andato distrutti, e in una società come questa che vive dell'autosussistenza non è un problema da poco. Oxfam, l'organizzazione per la quale lavoro adesso, ha in mente di aiutare i piccoli produttori e le famiglie con distribuzioni di semi e campagne di promozione della salute sulla gestione delle riserve idriche, ma la buona volontà si scontra con l'estrema difficoltà di raggiungere delle zone davvero isolate a una settimana di cammino. Vedremo quindi cosa salterà fuori.
Vi abbraccio e corro a scacciare i pappagalli che si sono appollaiati sul mio bucato appena fatto.
un bacio
Cat

20071008

Nicaragua di gente dolce 1

Eccoci. Torna uno degli appuntamenti più attesi dalle lettrici e dai lettori di questo blog: le corrispondenze della nostra inviata nel mondo della solidarietà e soprattutto delle Organizzazioni Non Governative. Il titolo provvisorio di questo nuovo reportage l'ho preso da un libro di Anna Cortadas che non ho letto ma che mi piace già, e spero che piaccia alla nostra corrispondente. Se non le piace, come sempre siamo pronti a cambiarlo, su suo suggerimento. Non aggiungo altro, vi spiegherà tutto lei un po' alla volta, con il suo stile ormai per noi inconfondibile e, oserei dire, familiare.




Managua, Nicaragua 03/10/2007


Cari Amici,
Dopo un periodo non proprio entusiasmante che alcuni di voi hanno avuto la (s)fortuna di condividere con me, torno a scrivervi dall'America Centrale, più precisamente dal Nicaragua. Ho chiuso per il momento la mia esperienza con MSF e ho iniziato a lavorare con Oxfam, un'organizzazione inglese nata a Oxford durante la seconda guerra mondiale per aiutare le popolazioni sotto l'occupazione nazista. Oxfam è famosa adesso per la sua specializzazione in trattamento delle acque e promozione della salute in situazioni di emergenza.
Sono partita per Managua da Madrid, sul mio aereo via Miami vociava insistentemente un carico di gay panzoni tedeschi armati di buonissime intenzioni (non lo sapevate forse che Miami è un po' una capitale gaya tipo Torre del Lago?). A Miami, nonostante il mio passaporto non proprio immacolato e pieno di timbri e visti dei paesi dell'Asse del Male (secondo GeorgeWBush), sono riuscita a uscire indenne dai paranoici controlli di polizia e atterrare poche ore dopo a Managua, immersa nell'oscurità. A Managua infatti acqua e luce sono razionate a seconda del quartiere e dell'ora del giorno. Certi quartieri hanno luce solo la mattina, altri acqua solo di notte. Una buona scusa per esempio per gli uffici pubblici senza generatore per chiudere alle 12, tanto il pomeriggio non c'è elettricità. Managua fa un'impressione strana. Tanto per cominciare qua le strade non hanno nome ma ci si riferisce a punti universalmente conosciuti per formare gli indirizzi: l'ufficio di Oxfam è dalla distributora Vicky due strade verso il lago, una verso la montagna e 5 brazos, casa 322. Ogni indirizzo è in pratica una caccia al tesoro, con l'ulteriore difficoltà che certi punti di riferimento non esistono neanche più: la distributora Vicky che vendeva cose per la casa, non esiste più da almeno 20 anni, al suo posto c'è adesso un ristorante. Se non lo sai, non la troverai mai.
Tutto è molto americanizzato, forse colpa della grande influenza gringa e dell'ingente quantità di denaro pompata qui durante la rivolta sandinista dagli USA per schiacciare il male rappresentato dai comunisti (niente di nuovo, vero?). Le fette non si chiamano rebanadas,ma slices, e come questo molte altre cose. I supermercati sono pieni di cibo americano e quando ho chiesto come mai il buon caffe del Nicaragua qui non si trova ma si trova solo Nescafe solubile, la commessa mi ha guardato sconsolata dicendo che quello é solo per esportazione e in Nicaragua non si trova.
A Managua vive Meike, amica del mio master che ha sposato il suo grande amore nicaraguense e da 4 anni abita qui. E' stato bello e strano vedersi qui, in un posto così fuori dal nostro usuale contesto (le verdi lande germaniche). Siamo andati in giro per laghi e per vulcani, sembra che qua ce ne siano in abbondanza di entrambi. L'aria è appicciosa e tropicale, l'umidità ai vertici massimi.
Domani mi dirigo nella zona del Triangulo Minero, nessuna avventura tipo far west alla ricerca delle pepite d'oro, solo una zona indigena colpita dall'Uragano Felix qualche tempo fa che sta ancora aspettando aiuto.
A presto
Cat

20070301

zimbabwe report nr. 8

A casa

28/02/07

Cari Amici,
sono tornata in Italia venerdì dopo una settimana densa di avvenimenti, che ha visto il mio ricovero all'ospedale per una reazione fisica allo stress, il mio reimpatrio e l'arrivo sotto il cielo piovoso di Amsterdam, le riunioni con il servizio di supporto psicologico offerto da MSF e il ritorno a casa, questa volta col sole. Difficile descrivervi cosa mi sia successo. Nel gergo di MSF si chiama burn-out, cioè quando lo stress per il lavoro, la frustrazione, il senso di impotenza davanti a quello che vedi, l'estenuante burocrazia, la situazione che ti circonda vengono a chiederti il conto e tu non riesci a essere più distante e al tempo stesso positivamente coinvolto per raccontare quello che vedi, per batterti per quello che fai, per metterci l'energia e l'impegno che richiedono. E nel migliore dei casi te ne accorgi appena in tempo, altrimenti, come nel mio caso, la testa continua con lo stesso ritmo, ma il corpo si ferma e si rifiuta di collaborare. Questo a ricordarti che chi fa il mio lavoro non ha l'ascesi di un santo, non ha i superpoteri di un supereroe ma è una persona normale che a volte è sopraffatto e deve mollare. Non so cosa mi aspetta adesso esattamente. O meglio so che mi aspetta un obbligatorio recupero di energie e di equilibrio ma non so dove porterà né quanto lungo sarà. So però che ho un debito con lo Zimbabwe, voglio tornare e vedere cosa è successo a Walter, che quando ha iniziato la cura antiretrovirali pesava 12 kili per 8 anni, sapere come sta Innocent che a 18 mesi non parla e non cammina visto che il suo corpo è troppo impegnato a riprodurre il virus, voglio lavorare ancora con il mio meraviglioso e coraggioso staff. E spero di non dover aspettare tanto.Un abbraccio a tutti voi

Cat

20070129

zimbabwe report nr.7

28/01/2007

Made in China

Cari Voi,

da tempo immemore non do notizie di me, ma alcuni fortunati tra voi mi hanno visto per Natale in Italia in una visita improvvisata alle terre natie per ingozzarmi di pandori e panettoni e fare il carico di energie per l'anno a venire.
Da qualche settimana sono tornata al mio posto di lavoro ad Harare, cittá sull'orlo del collasso econimico ma piacevole e cosmopolita.
Infatti oltre agli zimbabwesi veri e neri tanto per intenderci, ci sono i rodhesiani, come si definiscono loro stessi, cioé i figli di inglesi, portoghesi, e tanti italiani nati qui, che per anni hanno posseduto le fattorie, coltivato la terra e fatto dello Zimbabwe il paniere d'Africa. A tanti di loro le fattorie sono state confiscate dalla riforma agraria della fine degli anni '90 del nostro buon presidente Mugabe, che ha cacciato e ucciso molti bianchi e diviso i grandi appezzamenti di terreno in piccoli lotti incapaci di produrre per l'esportazione, destinati peró ai suoi fedelissimi. Anche da qui é iniziato il tracollo della nazione. E per i bianchi che sono rimasti, la vita non deve essere facile: questo é il primo paese africano dove ho visto dei bianchi chiedere la caritá per la strada.
Un altro gruppo che si aggira in cittá sono gli indiani e i pakistani, che hanno in mano una grossa fetta del commercio e dei soldi che girano in cittá. Hanno infatti negozi di stoffe, stoviglie, telefonini ed elettrodomestici, con le padrone indiane in sari che maltrattano i loro sottoposti commessi neri e risiedono nella parte piú bella della cittá in superville con i chiari cognomi indiani sulla porta (Patel sopra tutti). Anche qui é presente un fenomeno da me constatato in altre regioni del continente africano: la presenza dei loschi libanesi a carico dell'importazione di cibo e delikatessen europee (come l'unico supermercato di N'djamena, in mano a una famiglia libanese dove una tavoletta di cioccolata costava 15 euro), ma anche di commerci un po' meno identificabili sui quali é forse meglio tacere.
Il gruppo peró che piú in questi mesi ha attirato la mia attenzione sono i cinesi. Qua ce ne sono un sacco, infiltrati un po'dappertutto e penso che davvero sono loro i nuovi colonizzatori dell'Africa. Qui in Zimbabwe, il governo di Mugabe sta facendo un sacco di accordi commerciali con quello cinese, affamato di risorse che non ha e che puó trovare a buon mercato qua in Africa. Ed ecco che al seguito di questi accordi commerciali arrivano i cinesi a costruire strade (come nelle periferie piú remote del Chad), importare paccottaglia di plastica cinese (come in Zimbabwe), occupare le case dei vecchi colonizzatori (come in Congo, dove i cinesi stavano nelle vecchie case di belgi). Adesso tutta -o quasi- l'Africa usa ciabatte, padelle, radio made in China, mentre il governo cinese non si fa scrupoli a fare affari con i governi non proprio corretti come quello dello Zimbabwe, gli interessano solo le concessioni petrolifere, le miniere di fosfati, rame, coltano che in Cina non si trovano. In cambio costruisce strade, scuole e ospedali, non mette condizioni all'esportazione, non spinge per sanzioni, tanto quei diritti umani che non vengono rispettati qui, non vengono rispettati neanche in Cina.

Vi abbraccio

Cat

20070115

zimbabwe report nr. 6

Missing Luna

Cari Amici,
mi faccio viva non con una mail sullo Zimb, ma con l'annuncio di una conferenza stampa che si terrá a Roma. Si tratta di un mio collega nonché capo del mio ufficio di Berlino la cui figlia é stata sottratta dalla madre, un medico italiano di Frosinone. Insomma un caso un po' complicato di vicende familiari di cui sentiamo spesso in tv e in questo caso invece mi riguardano un po' piú da vicino. Non so chi di voi possa andare ma vi prego solo di mandare in giro questo messaggio anche per far circolare la foto.
Un abbraccio a tutti voi e a presto

Cat

La conferenza stampa si terrà alle 11,30 di mercoledì 17 gennaio presso l'Hotel Mediterraneo a Roma, in via Cavour 15. Chi fosse interessato al comunicato stampa e alle foto mi mandi una mail all'indirizzo jumbolo@gmail.com visto che non riesco ad allegare il file pdf al blog. Sorry

20070108

zimbabwe report nr. 5

senza titolo

Cari Amici,
mi faccio viva con una buona notizia.
Ho messo online su www.webshots.com/user/catermon
alcune foto dello Zimbabwe.
Buona visione

Cat

20061211

zimbabwe report nr.4

Epworth

11/12/2006

Cari Amici,
mi rendo conto solo adesso con orrore che ormai da piú di un mese non vi faccio avere mie notizie, ma qua il tempo vola e io mi trovo in un frullatore senza fine, senza il tempo di scrivervi nulla. Oggi ho quindi deciso che rubo una mezz'oretta alla mia breve pausa pranzo e vi scrivo qualche mia nuova.
Come giá vi ho accennato, lavoro su un progetto HIV in una specie di baraccopoli ai confini della cittá. Il posto si chiama Epworth e gode di dubbia fama. Vi si trova infatti una variegata umanitá di persone che vivono in case di cartone ai margini della scintillante capitale piú cara del mondo (ebbene sí, Harare quest'anno ha battuto Oslo e Stoccolma, nessuna sorpresa, vedendo che al cambio ufficiale due panini costano 5 dollari americani), che sbarcano il lunario, vendendo merci varie agli angoli delle strade in cittá o nei quartieri un po' piú chic, oppure coltivano piccoli appezzamenti di terra, vendendo poi le verdure, o vendono se stesse, come capita quando non hai altro.
Molti di loro vengono dalle campagne o da altri stati come il Malawi o il Mozambico, attratti dal ricco Zimbabwe di un tempo, dalle luci della sua capitale, e sono finiti a Epworth, il posto dove vai se vuoi stare ad Harare e non hai i soldi per un affitto normale.
A questa variegata umanitá appartengono anche membri del partito di opposizione MDC, che pur essendo al Governo qui nel paese non é davvero benvisto. Nello scorso maggio, la polizia di stato é entrata a Epworth nel contesto dell'Operazione Restaura l'Ordine voluta dal Governo e ha buttato fuori un sacco di gente dalla loro case, invitandola -si fa per dire- a tornare alle zone rurali da dove provenivano. Questo non solo per ripulire la cittá dai venditori ambulanti (contro i quali fa continui raid in cittá) e ridarle lustro ma anche per eliminare gli oppositori politici.
A Epworth il grande problema, oltre alla mancanza di abitazioni adeguate (per altro tra le migliori che mi sia capitato di veder sino ad ora), la povertá e il tessuto sociale sfaldato, é di sicuro l'HIV con una delle percentuali piú alte del paese. In Zimbabwe, una persona su 4 é sieropositiva, a Epworth una su 7. In Zimbabwe 3500 persone muoiono ogni settimana di AIDS, piú che in Darfur, l'aspettativa di vita per gli uomini non supera i 34 anni, per le donne i 37, in Iraq invece l'aspettativa di vita é di 51 anni per gli uomini e di 61 per le donne. So che magari questi dati non vi dicono niente, ma provate a pensare al peso sociale di tutto questo: il paese sta morendo, ci saranno generazioni di orfani perché i genitori sono morti di AIDS, l'economia rallenterá, perché non ci sará piú gente che puó andare a lavorare e produrre, i bimbi a scuola non ci andranno perché dovranno prendersi cura dei fratelli e sorelle, ormai senza genitori, i cimiteri sono pieni e non c'é piú posto dove mettere i cadaveri. E tutto questo senza che ci sia una guerra, un conflitto, una catastrofe naturale, tutto senza spargimento di sangue. La gente piano piano se ne va, scompare nel vero senso della parola, spesso in stanze buie, al riparo dagli sguardi dei vicini, e viene seppellita senza fanfare e senza clamore. E questo senza che si sappia fuori dal paese e soprattutto senza che ci sia la possibilitá per molti di avere accesso ai farmaci anti retrovirali che non salvano la vita ma ti permettono di vivere meglio e piú a lungo e magari di veder crescere i tuoi figli.
Vi abbraccio

Cat

20061108

zimbabwe report nr.3

The Swimming Pool

05/11/2006

Cari Voi,
non è stata una settimana facile, quella appena passata. Un membro del nostro team, il nostro tecnico di laboratorio, un Masai keniota, lo stesso con cui avevo lavorato in India e di cui vi avevo certamente parlato, è affogato in piscina la scorsa domenica. Non sapeva nuotare come tanti africani, ma stava imparando, è andato a farsi una nuotata da solo nella piscina che c'era in giardino ed è stato ritrovato solo molte ore dopo, ormai era già morto. Vi risparmio i dettagli macabri del ritrovamento, lo sconforto e la paura del team, inquisito per molte ore dalla polizia che non credeva all'incidente, il dolore e la rabbia della moglie e dei familiari venuti dal Kenia, la cerimonia funebre sotto il sole cocente di qua, le difficoltà a riportare il corpo in Kenia. Solo ora stiamo ricominciando a lavorare a pieno ritmo dopo una settimana di poco sonno e molto stress. Tutta questa storia però mi ha portato a riflettere su come sia beffardo il destino di chi come me fa questo lavoro. Thomas, il nostro tecnico di laboratorio scomparso, aveva iniziato a lavorare per l'organizzazione anni fa, nel pieno della guerra in Sud Sudan. Nelle nostre interminabili serate indiane, quando non c'era nulla da fare a parte giocare a Settlers of Catan, Thomas ci raccontava incredibili storie sui suoi anni passati in giro per il mondo con MSF. Durante la guerra in Sud Sudan, scappava dai bombardamenti sul compound di MSF trascinandosi dietro una radio enorme e pesantissima, unico mezzo di comunicazione. Lui e il team si rifugiavano poco lontano, aspettando che gli aerei si allontanassero, Thomas si ricordava la fatica enorme di correre con l'impiccio della mega radio. In Congo Brazzaville, quando la capitale Brazzaville fu invasa e saccheggiata dai ribelli che si facevano chiamare i Ninja, nessuno sapeva come scappare da una città ormai troppo pericolosa per tutti, sparatorie e violenza imperversavano. Unica salvezza, Kinshasa, dall'altra parte del fiume Congo, così vicina ma così lontana, per chi non poteva nemmeno uscire di casa. Thomas si ricorda allora di un compatriota keniota che non si sa come era finito fare il barcaiolo sul fiume Congo. Esce di casa di soppiatto, supera i posti di blocco, evita le sparatorie e arriva dal tipo, che non ne vuole sapere di traghettare gente al di là del fiume, c'è il rischio dei cecchini. Thomas lo implora e lo convince, il compatriottismo aiuta, da lì a un'ora, poco prima che cali il buio si devono far trovare all'imbarcadero e sfruttare il momento del tramonto per passare. Thomas torna a casa, raccoglie il team che era già nel panico per la sua assenza e porta tutti alla piroga, mettendoli in salvo. In Liberia durante uno spostamento, Thomas era stato trattenuto dai ribelli di Mosquito, un capo guerrigliero famoso per bere il sangue delle sue vittime (da lì il nome), non proprio la piacevole compagnia con cui vorresti spendere un pomeriggio nel bel mezzo dellaLiberia. Con un po' di diplomazia e un sacco di chiacchiere e sigarette donate ai guerriglieri, questi lo avevano lasciato andare, colpiti anche da un mega adesivo che l'autista aveva appena messo sul cruscotto del Land Cruiser di MSF: l'adesivo diceva "Jesus loves you". Thomas poco prima aveva rimproverato l'autista che lo aveva messo, in fondo MSF non è un'organizzazione cristiana gli aveva detto, e non possiamo mostrare nessun simbolo religioso. Insomma Thomas occasioni di lasciarci la pelle ne aveva avute, come tanti di noi, ma le aveva scampate tutte, vuoi per abilità, diplomazia, fortuna, di certo destino. E invece è successo proprio qui, in posto tranquillo, niente bombardamenti nè sparatorie, una domenica pomeriggio, in una piscina.

Vi abbraccio
Cat

20061030

zimbabwe report nr.2


Castelli di Rabbia

29/10/2006

Cari Voi,
in questi ultimi giorni mi sono immersa nella vita hararina (si dirà così?) e sono in grado di farvi un dettagliato resoconto. La sensazione che mi ha lasciato questa settimana appena trascorsa è quella di una grande rabbia mista a tristezza nel vedere come si è ridotto lo Zimbabwe negli ultimi anni. Il paese è stato per anni l'esempio di un'Africa in mano agli Africani, come voleva la politica del suo Presidente Mugabe, che ha tolto ai bianchi le loro immense fattorie e le ha distribuite ai neri, ha spinto perchè il paese diventasse autonomo economicamente e i risultati sono ancora visibili.

In Zimbabwe ci sono i supermercati, le strade asfaltate, le case di mattoni con il tetto di lamiera in campagna e castelli e villone in città...in Chad dove mi trovavo l'anno scorso niente di tutto questo era immaginabile. Al supermercato Despar si compra il latte e lo yogourth made in Zimbabwe e la verdura fresca. Il paese produce ancora e attrae migrazione dagli stati vicini -proprio ieri in città ho avvistato un camion del Malawi pieno di Somali, quelli che da noi si chiamano immigrati illegali, lo stupore era leggibile sulle loro facce - ma tutto sta rotolando in fretta verso il basso e nessuno qua ci si è abituato negli ultimi anni.

Domenica sono andata a una sfilata di moda africana all'Hotel Sheraton, il lusso più sfrenato che abbia mai visto, camerieri in livrea che servivano cocktails e pasticcini, la Harare bene era tutta presente (forse l'unica fuori luogo ero io). La sfilata trasudava lusso, con abiti stracarichi e importabili. A metà sfilata sale sulla passerella un tipo incravattato che si presenta come lo sponsor della sfilata, rappresentante di una ditta di generatori. Ne ha illustrato qualche modello, ha parlato di ordini e prezzi e solo vagamente ha menzionato i sempre più frequenti black out a cui la città è sottoposta, cosa fino a poco tempo fa sconosciuta. La platea ha abbassato gli occhi, l'imbarazzo era tangibile. A nessun zimbabwese piace vedere il suo paese ridotto così. In pochi hanno i cosidetti coping mechanisms per venirne fuori. Qua la gente è abituata ad andare al supermercato a fare la spesa, i super ci sono dappertutto anche in aperta campagna. Qua la gente non sa come guidare se le strade si riempiono di buche perchè nessuno le mantiene. Qua la gente a certe malattie davvero non è abituata. La malaria ad Harare non l'aveva mai vista nessuno, adesso è arrivata anche qui, perchè il Governo non ha più risorse per disinfestare. Grave onta l'epidemia di colera dello scorso anno, mai successa nella storia recente, quando la maggior parte delle capitali africane ne è afflitta stagionalmente.

Nonostante tutto questo, vi assicuro che Harare rimane una città molto vivibile, a tratti però dovete rimettere l'orologio agli anni '60 - gli amanti del vintage sono avvisati - . La moquette color cammello imperversa ovunque, anche nel mio bagno. Il pantalone a zampa è l'ultimo grido così come la parrucca (sì, le donne di colore usano ossessivamente le parrucche) tipo taglio femminile corto-cotonato molto Caterina Caselli/Gigliola Cinquetti per intenderci, preferibilmente con sfumature lilline. L'altro giorno sono andata al Ministero della Salute e come al solito mi hanno parcheggiato in un ufficio per un'ora buona prima che la persona con cui dovevo parlare arrivasse. Sono andata in delirio davanti alla moquette a quadroni e le sedie optical con tavolo di formica, per non parlare della lampada in plastica rossa a stelo, favolosa.

Vi abbraccio

Cat
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Foto Cat, Farchana Refugee Camp 6 (Chad)