No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
Visualizzazione post con etichetta mondo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mondo. Mostra tutti i post

20150722

Grexit o della giacca di Tsipras

La versione di Yanis Varoufakis
Harry Lambert, New Statesman, Regno Unito

L’eurogruppo è controllato dalla Germania e la Grecia è stata incastrata, spiega l’ex ministro delle finanze greco nella prima intervista dopo le dimissioni

La Grecia ha raggiunto finalmente un’intesa con i suoi creditori. Il patto che ha firmato è più punitivo e severo di quello a cui il suo governo aveva cercato disperatamente di resistere negli ultimi cinque mesi. L’accordo è arrivato dopo due giorni in cui la Germania ha continuato a chiedere il controllo delle finanze greche o l'uscita del paese dall'euro.
In Europa questa conclusione ha sorpreso molti osservatori, non l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis. Dopo le sue dimissioni e prima che fosse raggiunto l’accordo gli ho chiesto se quello che sarebbe stato deciso nei giorni successivi poteva essere positivo per il suo paese. “Semmai sarà peggiore”, ha risposto. “Voglio sperare che il nostro governo insisterà sulla ristrutturazione del debito, ma non credo che il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble l’accetterà. Se lo farà, sarà un miracolo”. È un miracolo che il popolo greco dovrà aspettare ancora per molto. Quando il 10 luglio il parlamento di Atene ha approvato un programma d'austerità che gli elettori avevano respinto a maggioranza nel referendum di cinque giorni prima, l'intesa sembrava imminente.
Una parziale cancellazione del debito che il paese ha con la cosiddetta troika – Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea (Bce) e Commissione europea – era improbabile ma possibile. Ora, nonostante la capitolazione del governo, la Grecia non ha ottenuto nessuna cancellazione e potrebbe ancora essere estromessa dalla zona euro.
Varoufakis, che si è dimesso il 6 luglio, è stato criticato per non aver trovato un accordo.
Secondo lui, però, l’accordo offerto alla Grecia non era stato proposto in buona fede e in fondo la troika non voleva neanche raggiungerlo. Durante un’intervista telefonica di un’ora con New Statesman ha definito le proposte dei creditori – quelle accettate dal parlamento greco il 10 luglio, che oggi sembrano quasi generose – “totalmente impraticabili e pericolose. Il tipo di proposte che si fanno quando non si vuole raggiungere un accordo”.
E ha aggiunto: “Questo paese deve smettere di rimandare e di fingere, dobbiamo smettere di chiedere nuovi prestiti fingendo di aver risolto il problema. Al contrario, abbiamo reso il nostro debito ancora meno sostenibile con misure di austerità che penalizzano ulteriormente l’economia e spostano ancora di più il peso sui più poveri provocando una crisi umanitaria”. Secondo Varoufakis, nei cinque mesi in cui lui è stato ministro delle finanze la troika non ha mai veramente trattato. Il governo di Alexis Tsipras era stato eletto per rinegoziare un programma di austerità che negli ultimi cinque anni ha lasciato senza lavoro un quarto dei greci. Ma, secondo Varoufakis, i creditori della Grecia lo hanno preso semplicemente in giro. Quando il 25 gennaio Syriza ha vinto le elezioni, dice l’ex ministro, sarebbe stato possibile concludere un accordo a breve termine. Si sarebbero potute concordare “tre o quattro riforme” e porre delle restrizioni alla liquidità concessa dalla Bce. Invece “i creditori hanno insistito per una ‘intesa più ampia’, e questo significava che volevano parlare di tutto. E quando vuoi parlare di tutto, in realtà non vuoi parlare di niente".
Un’intesa più ampia era impossibile. “Non ci venivano incontro su nulla”. Varoufakis ha spiegato che Schäuble, l’ideatore degli accordi firmati dalla Grecia nel 2010 e nel 2012, “è stato coerente fino alla fine. La sua posizione è sempre stata: ‘Non intendo discutere il programma: è stato accettato dal precedente governo greco e non possiamo permettere che il risultato elettorale del 26 gennaio cambi le cose’. A quel punto gli ho detto: ‘Allora i paesi indebitati non dovrebbero più indire elezioni’, e lui non mi ha risposto. Forse stava pensando: ‘Sarebbe una buona idea, ma purtroppo è difficile. Quindi o firmate o siete fuori’”. Varoufakis è stato allontanato dal tavolo dei negoziati poco dopo che Syriza è andato
al governo. È rimasto ministro delle finanze, ma è stato escluso dal gruppo dei negoziatori. Non si è mai capito bene perché. In aprile ha detto “perché all’eurogruppo” – i 19 ministri delle finanze dei paesi dell’eurozona – “io cerco di parlare di economia e nessuno lo fa”. Gli ho chiesto che cosa succedeva quando ne parlava. “Non è che la discussione andava male, si rifiutavano proprio di discutere questioni economiche. Punto e basta.
Tu presenti una proposta a cui hai lavorato, ti assicuri che sia coerente, e ti trovi davanti sguardi vuoti e inespressivi. È come se non avessi parlato. Quello che dici è indipendente da quello che dicono loro. Se avessi cantato l’inno nazionale finlandese, avrebbero avuto la stessa reazione”.
Ti schiacceremo lo stesso
Poco prima dell’accordo raggiunto il 13 luglio, i paesi dell’eurogruppo si sono divisi tra quelli che sembravano volere la Grexit (l’uscita della Grecia dall’euro) e quelli che cercavano un accordo. Secondo Varoufakis, però, su una cosa sono sempre stati tutti uniti: il rifiuto di rinegoziare. “C’erano persone che a porte chiuse mostravano simpatia a livello personale”. Tra queste c’era Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale. “All’interno dell’eurogruppo, però, si limitavano a dire qualche parola gentile per poi nascondersi dietro la versione ufficiale. Persone molto potenti ti guardavano negli occhi e dicevano: ‘Quello che dici è giusto, ma ti schiacceremo lo stesso’”. Varoufakis non ha fatto nomi, ma ha aggiunto che i governi che avrebbero potuto essere più comprensivi verso la Grecia erano i suoi “più strenui nemici”. “Per i paesi che hanno un grosso debito – Portogallo, Spagna, Italia e Irlanda – l’incubo peggiore era un nostro successo. Se fossimo riusciti a negoziare un accordo migliore, politicamente sarebbero finiti: avrebbero dovuto spiegare ai loro elettori perché non avevano trattato come stavamo facendo noi”.
Secondo Varoufakis, i creditori della Grecia avevano una strategia per tenere occupato il suo governo e farlo continuare a sperare in un compromesso. “Dicevano di aver bisogno di tutti i nostri dati fiscali, tutte le cifre delle imprese statali. Perciò abbiamo passato molto tempo a fornirglieli, a rispondere a questionari e a fare interminabili riunioni. Quella era la prima fase. Nella seconda ci hanno chiesto cosa intendevamo fare con l’Iva. Respingevano la nostra proposta, ma non ne facevano una loro. E prima di trovare un accordo sull’Iva, passavano a un altro problema, come le privatizzazioni. Sulle privatizzazioni facevamo una proposta, ma loro la respingevano e passavano a un altro argomento: pensioni, mercati, relazioni industriali. Era come un gatto che si mangia la coda”. La sua conclusione è: “Ci hanno incastrati”. E non ha dubbi su chi siano i responsabili. Gli ho chiesto se secondo lui la posizione della Germania condizioni l’atteggiamento dell’eurogruppo. Varoufakis va anche oltre: “Completamente. Il gruppo è come un’orchestra ben affiatata ma il direttore è il ministro delle finanze tedesco. Solo il ministro francese Michel Sapin ogni tanto diceva qualcosa che si discostava dalla linea tedesca. Ma quasi non si faceva sentire. E quando Schäuble decideva la linea ufficiale, il ministro francese si arrendeva sempre”.
Se Schäuble era implacabile, la cancelliera tedesca Angela Merkel mostrava un volto diverso. Anche se non ha mai trattato direttamente con lei, Varoufakis ha detto: “Da quello che ho capito lei è molto diversa. Cercava di placare Tsipras, diceva: ‘Troveremo una soluzione, non si preoccupi, non lascerò che succeda qualcosa di terribile. Faccia i compiti e collabori con la troika, non possiamo finire in un vicolo cieco’”. Questa contrapposizione sembra non sia durata molto e forse era anche voluta. Secondo Varoufakis, Merkel e Schäuble hanno il controllo assoluto sull’eurogruppo, che opera al di fuori della legge. Prima delle dimissioni di Varoufakis, quando Tsipras ha indetto il referendum sulla proposta dei creditori, il gruppo ha fatto un comunicato senza il consenso dei greci, contro le regole dell’eurozona. La decisione è stata criticata da una parte della stampa, poi è stata offuscata dal referendum. Ma Varoufakis la considera importantissima. Quando il presidente dell’eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha cercato di diramare il comunicato senza di lui, Varoufakis ha consultato i funzionari dell’eurogruppo: Dijsselbloem poteva escludere uno stato membro? La riunione è stata interrotta e dopo qualche telefonata un avvocato gli ha detto: “Formalmente l’eurogruppo non esiste, non è stato istituito da nessun trattato”.
Quindi, dice Varoufakis, “c’è un gruppo inesistente che ha un potere assoluto sulla vita degli europei. Dato che per legge non esiste, non deve rendere conto a nessuno, non è tenuto a stendere verbali, tutto si svolge in modo confidenziale. Nessun cittadino può sapere cosa si dice al suo interno. Le decisioni che prende sono quasi di vita o di morte, e nessuno dei suoi membri deve renderne conto".
Quello che è successo nelle ore precedenti all’accordo sembra confermare la versione di Varoufakis. La sera dell’11 luglio è trapelata la notizia di una nota secondo cui la Germania avrebbe voluto un periodo di sospensione della Grecia dall’eurozona. La conclusione a cui era giunto il gruppo coincideva con la proposta di Schäuble. Non è chiaro come siano andate le cose, le riunioni sono segrete. Mentre i greci aspettavano di conoscere il loro destino, non è stato reso pubblico il verbale di nessuna riunione. Anche il referendum del 5 luglio è stato rapidamente dimenticato. Era stato definito inutile dall’eurozona e molti lo consideravano una farsa, un siparietto che offriva una finta scelta, induceva false speranze e sarebbe solo stato la rovina di Tsipras quando più tardi avrebbe firmato l’accordo contro cui aveva condotto la sua campagna per il no. Come aveva detto Schäuble, un voto non poteva cambiare le cose. Ma Varoufakis è convinto che avrebbe potuto cambiare tutto. La sera del referendum aveva un piano, ma Tsipras non era d’accordo con lui.
Tre mosse
Ora l’eurozona può dettare le sue condizioni alla Grecia perché non teme più la Grexit.
È convinta che se le banche greche falliranno le altre banche europee saranno protette. Ma al momento del referendum Varoufakis pensava di poter fare ancora qualcosa: se la Bce avesse costretto le banche greche a chiudere, avrebbe potuto agire unilateralmente. Mi ha detto di aver passato l’ultimo mese ad avvertire il governo greco che la Bce avrebbe fatto chiudere le banche per costringerli ad accettare un accordo. Varoufakis era pronto a fare tre cose: emettere cambiali in euro, applicare un taglio ai bond greci emessi dalla Bce nel 2012
riducendo il debito greco, e riprendere il controllo della Banca di Grecia. Nessuno di questi passi avrebbe signiicato l’uscita di Atene dall’euro, ma l’avrebbe resa una minaccia. Varoufakis era sicuro che la Grecia non poteva essere espulsa dall’eurogruppo, la consuetudine non lo prevede. Pensava che il referendum avesse assicurato a Syriza il mandato di cui aveva bisogno per fare mosse coraggiose. Secondo alcuni è stato costretto a dimettersi proprio perché alla vigilia del referendum aveva accennato al suo piano.
La sua spiegazione è leggermente diversa. Il 5 luglio, mentre la folla festeggiava a piazza Syntagma il risultato del referendum, il consiglio dei ministri ristretto a sei persone si è riunito per discutere la sua proposta. Per quattro voti a due, Varoufakis se l’è vista bocciare e non è riuscito a convincere Tsipras. Avrebbe voluto mettere in atto il suo “trittico” quando pochi giorni prima la Bce aveva costretto per la prima volta le banche greche a chiudere. Quello del 5 luglio è stato il suo ultimo tentativo. E una volta bocciato non poteva che andarsene. “Quella notte il governo ha deciso che la volontà degli elettori, quel sonoro ‘No’, non doveva spingerci a scegliere l’approccio più energico. Bisognava cedere, smettere di negoziare”. Le dimissioni di Varoufakis hanno messo fine alla sua alleanza con Tsipras, durata quattro anni e mezzo. Si sono conosciuti alla fine del 2010: un consigliere di Tsipras
si era fatto vivo dopo che Varoufakis aveva criticato la decisione del governo Papandreou di accettare il primo salvataggio della troika nel 2010. “All’epoca non mi aveva spiegato chiaramente la sua posizione sulla dracma e sull’euro, o sulle cause della crisi, mentre io avevo idee molto precise su quello che stava succedendo. Abbiamo cominciato a dialogare e penso di aver contribuito a fargli capire quello che bisognava fare”. Ma all’ultimo momento Tsipras non è più stato d’accordo con lui. E capisce anche perché. Varoufakis non poteva garantire che la Grexit avrebbe funzionato. Dopo che Syriza era andato al governo, un piccolo gruppo di persone aveva studiato sulla carta come fare. Ma Varoufakis aveva detto: “Per gestire il crollo di un’unione monetaria ci vuole una grande esperienza e non sono sicuro che noi greci possiamo farcela senza un aiuto esterno”. Ci saranno altri anni di austerità, ma l’ex ministro sa che Tsipras ha l’obbligo di “non lasciare che il suo paese diventi uno stato fallito”. I loro rapporti sono rimasti “molto amichevoli”, ma quando il 9 luglio ho parlato con Varoufakis non si sentivano da una settimana. Anche se non è riuscito a strappare un accordo migliore, Varoufakis non sembra deluso. Sostiene di essere “felicissimo".
“Non devo più tenere quei ritmi frenetici”, mi ha detto, “erano assolutamente disumani, incredibili. Per cinque mesi ho dormito due ore a notte. Non devo più sopportare tutte quelle pressioni per negoziare un accordo che ho difficoltà a difendere”. Il suo sollievo è comprensibile. Varoufakis avrebbe dovuto trattare con un’Europa che non voleva discutere, che non temeva più la Grexit e che in pratica controllava i conti del tesoro greco. Molti commentatori pensano che fosse un istrione, e i giornalisti locali e stranieri che ho incontrato la settimana dopo il referendum ad Atene ne parlavano come di un criminale. Qualcuno non gli perdonerà mai di aver sofocato un inizio di ripresa riaprendo i negoziati. Altri lo riterranno responsabile del duro destino al quale sta andando incontro la Grecia. Ma durante l’intervista Varoufakis non sembrava preoccupato. Non ha mai alzato la voce e spesso ridacchiava. Non mostrava rimpianti. Rimarrà in parlamento e continueràad avere un ruolo all’interno di Syriza. Finirà di scrivere un libro sulla crisi e valuterà le nuove offerte degli editori. E dopo aver insegnato per due anni in Texas potrebbe anche tornare all’università di Atene. Il suo paese è imprigionato in una trappola a cui si è opposto per anni e che per mesi ha cercato di evitare, ma lui è riuscito a liberarsi.


da Internazionale nr. 1111

20150713

Io la vedo così

Commento del vostro favourite blogger all'articolo pubblicato ieri: mica è sbagliato. Anzi, è proprio così. 

Noi occidentali, su questa cosa, ragioniamo un po' come gli statunitensi quando si tratta di esportare la democrazia: ci sentiamo in dovere di conservare lo status quo acquisito. "Aiutiamoli a casa loro". "Le radici cristiane dell'Europa". Queste sono le "ragioni" invocate da chi non vuole essere tacciato di razzismo, ma non vuole gente di colori diversi tra i coglioni. La verità, forse, è un'altra: se quando i nostri navigatori, grandi uomini con coraggio da vendere, sia chiaro, sono partiti alla volta degli altri continenti, avessero trovato civiltà più avanzate, come sarebbe andata a finire? Li avrebbero respinti, probabilmente. Invece, solo perché siamo stati più fortunati (la teoria di Jared Diamond sull'evoluzione dell'uomo in maniera diversa a seconda dei continenti: quella degli europei è stata più veloce perché le condizioni ambientali erano più favorevoli), siamo andati ovunque e abbiamo conquistato.

La similitudine usata da Mighty Shadow non è del tutto calzante, solo perché l'Europa di quei tempi era il continente più avanzato di tutti gli altri, senza ombra di dubbio. Oggi la situazione è diversa: ci sono esempi di modernità in tutti i continenti, ma rimangono molti paesi, zone di continenti, molto indietro, con condizioni di vita estremamente povere. Noi non vogliamo che queste persone vengano a "disturbare la quiete" qui da noi. Ma chi siamo noi per imporre delle regole? I poliziotti del mondo? E chi ci ha investito di tale carica?

Lo so, è una questione delicata. Però a volte bisognerebbe fermarsi a riflettere proprio su questo: le regole le facciamo noi, non "loro". Molti paesi europei, come il nostro (parlando da italiano), agli inizi del secolo scorso sono emigrati in massa, soprattutto in Sud America: ci hanno accolto, in molti casi i nostri nonni sono diventati parte integrante di quei paesi.
Molti sono stati colonizzatori: "siamo" (parlo adesso da europeo) andati a cercare nuove terre per espanderci. In quelle nuove terre c'erano indigeni: li abbiamo spesso schiavizzati, massacrati, poi pian piano sono divenuti parte integrante dei nostri paesi. Puntualizzo: soprattutto gli inglesi, quelli che adesso dicono "non un solo immigrato deve mettere piede sul nostro suolo". Loro, quelli che in India si parla più inglese che hindi, e sapete bene perché. Quelli che dal Kenya se ne sono andati nel '60, ma se ci andate adesso vedete passare convogli militari inglesi piuttosto spesso.

Ah, la coerenza, questa sconosciuta.

Insomma, io posso pure comprendere: pure a me, qualche anno fa, arrivare a Firenze in treno, prendere il sottopasso e sbucare vicino a Santa Maria Novella, emergere e sentir parlare più lingue asiatiche che italiano, ha fatto uno strano effetto. Però, ecco, civiltà, modernità, welfare, buone maniere perfino, ricchezza diffusa, benessere, con tutte le crisi del mondo stiamo ancora molto, ma molto meglio di tanti altri paesi. Tutte queste cose che abbiamo adesso per essere stati favoriti dall'ambiente, dovrebbero renderci molto più civili di queste persone, e quindi molto più preparati ad accogliere, dovremmo essere in grado di offrire opportunità, naturalmente anche ai nostri concittadini meno fortunati, ci mancherebbe. E invece più abbiamo, e più diventiamo egoisti, chiusi in noi stessi, accartocciati su quello che abbiamo.

20150712

Tu come la vedi?

Vogliamo quello che volete voi

Chibundu Onuzo, The Guardian


Ho un cugino che ha attraversato il deserto del Sahara a piedi per raggiungere l’Europa. In un’altra epoca e con un’altra pelle avrebbe potuto essere un celebre esploratore: un Mungo Park, una Mary Kingsley o perfino un David Livingstone. Oggi è solo uno dei tanti migranti neri che hanno cercato di passare al di là della barriera. I gradassi cattivi, le insidie nelle dune di sabbia e i compagni di viaggio morti prima di avvistare lo stretto di Gibilterra: era una storia degna di Robert Louis Stevenson, un’epopea adatta a Omero, ma il funzionario dell’ufficio immigrazione italiano che lo ha espulso non era interessato a sentirla e lo ha rispedito in Nigeria. Quando l’ho incontrato, stava progettando di ripetere il viaggio. Era vestito bene, aveva un telefono cellulare e scarpe di pelle lucide. Mio cugino non era in fuga da una guerra o da una persecuzione, non era stato costretto a lasciare la sua casa né stava morendo di fame. Molti scappano verso l’Europa per questi motivi, ma non mio cugino. Lui voleva vivere in Europa semplicemente perché desiderava una vita migliore,

così come i migranti dell’Inghilterra del nord si spostano a Londra in cerca di una vita migliore. Così come i migranti della Polonia si trasferiscono in Inghilterra. Qualche giorno fa sono state fatte molte speculazioni sul cadavere di un uomo caduto giù dal cielo sul tetto di una casa a Londra. Forse stava scappando da una guerra, forse no. Forse stava fuggendo
da una persecuzione religiosa, forse no. Per secoli è stato un fatto normale della vita: se non ti piace il luogo dove vivi, se non ti piacciono i tuoi vicini, se ti sei annoiato della tua piccola città e sogni disperatamente un’avventura, se desideri l’oro di Eldorado, il tè della Cina, le spezie dell’India o gli esseri umani dell’Africa occidentale, se non hai mai voluto fare altro che scoprire le sorgenti del Nilo, prepari lo zaino e ti metti in cammino verso l’ignoto. Non esistono barriere tanto alte da poter impedire agli esseri umani di avere aspirazioni. Eppure sempre di più il movimento di chi parte da certe zone del mondo viene interrotto. Solo poche persone con passaporti di certi colori sono libere di muoversi su questa Terra.
Solo gli eletti possono viaggiare e lavorare senza difficoltà in qualunque luogo del pianeta.

Per tutti gli altri c’è il processo frustrante e umiliante del visto. I britannici possono andare in 173 paesi senza visto. I nigeriani in 44. Come cantava Mighty Shadow, il cantante di calypso di Trinidad:

“Oggi se entri in un paese straniero ti chiamano alieno. / Devi spiegare all’ufficio immigrazione che intenzioni hai. / Colombo non dovette farlo. Non avrebbe avuto senso. /
La sua autorità era un cappello a tesa larga e il suo passaporto era la violenza”.


Se non stanno morendo di fame, se hanno un governo stabile, le radio e gli smartphone, perché cercano di venire qui? Era questa l’incredulità che traspariva da un articolo che ho letto di recente. Come se un inglese considerasse la sua vita un successo perché ha un cellulare e vive in un paese dove il governo è andato al potere pacificamente grazie a delle elezioni democratiche. Come se il massimo per uno statunitense fosse accendere una radio e sentirla suonare. È la realtà del capitalismo globale. Beviamo la stessa Coca-Cola. Usiamo la stessa internet. Guardiamo lo stesso YouTube. Vogliamo quello che volete voi. Perché fa tanta paura sentirselo dire? Tutti vogliamo un lavoro migliore, un clima migliore, alloggi più economici, licei migliori, un costo della vita più basso. È la condizione umana. Perché alcuni possono viaggiare in cerca di opportunità migliori e altri no?


I tesori del Messico

La Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America sostiene il diritto di ognuno “alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità”. Ma la realtà è che se sei di una certa zona del mondo puoi attraversare le frontiere per perseguire la felicità, mentre se sei di un’altra zona non puoi. Soprattutto l’Europa, con la sua storia recente di imperi brutali e predatori, dovrebbe sapere qualcosa dei desideri, dei viaggi per soddisfare i desideri, e della disperazione che spinge a tentare e ritentare. Hernan Cortés desiderava così ardentemente i tesori del Messico da fare a pezzi le navi per impedire ai suoi uomini di tornare indietro. I padri fondatori americani desideravano così ardentemente la libertà di culto da mettersi in viaggio verso un luogo talmente diverso che lo chiamarono “nuovo mondo”. Mio cugino desiderava così ardentemente un lavoro pagato in moneta straniera da attraversare un deserto a piedi. Non esistono barriere tanto alte da impedire agli esseri umani di avere aspirazioni. Non esistono oceani così vasti da poterci impedire di sognare. Aprite il mondo in modo che tutti possano muoversi liberamente. Oppure chiudete le frontiere e lasciate che ognuno se ne torni a casa e veda quanto diventa povero e triste il mondo quando siamo tutti
costretti a restare nel luogo in cui nasciamo.


Tradotto su Internazionale nr. 1109

20150612

pensiero stupendo

Seguitemi. E' un ragionamento un po' complesso. Prendo spunto da questo incipit di un articolo di The Economist tradotto su Internazionale nr. 1105. Si intitola Estados Unidos, ed è di David Rennie.

"Nei tre mandati in cui ha rappresentato il Colorado al congresso, John Salazar si è abituato al cittadini arrabbiati che lo accusano di essere un messicano e non un vero statunitense. Durante le accese discussioni sull'Obamacare, la riforma sanitaria voluta da Barack Obama, un elettore gli ha detto di tornarsene da dove veniva. Erano attacchi fuori luogo. Salazar è orgoglioso delle sue origini ispaniche, ma il luogo da cui proviene ha radici americane più profonde di quelle degli Stati Uniti. Uno dei suoi antenati, Juan de Oñate y Salazar, fu tra i fondatori della città di Santa Fe, nel New Mexico. Era il 1598, circa 250 anni prima che diventasse territorio statunitense e quasi un decennio prima che degli avventurosi mercanti britannici sbarcassero a Jamestown, in Virginia. Salazar è un uomo di poche parole. Indossa jeans e cappello da cowboy e appartiene alla quinta generazione di una famiglia di agricoltori del Colorado. Lavora nello stesso angolo della San Luis valley dove si stabilì un suo bisnonno 150 anni fa, proprio quando il Messico cedette il territorio agli Stati Uniti. Le famiglie come quella di Salazar dicono che non hanno mai attraversato la frontiera, è stata la frontiera ad attraversare loro."

Ora. Sicuramente non vi ricordate questo mio post del 2011, intitolato Sogni. In questo post, proponevo alla Comunità Europea di inglobare molti stati del Nord Africa, la Turchia, il Libano, Israele, la Siria, e lavorare fortemente per risolvere la questione palestinese e anche quella dei Saharawi.

Oggi, la questione che pare interessare tutti gli italiani, e anche molti europei, è quella dell'immigrazione, che sta raggiungendo vette altissime. 
Lo so che non abbiamo soldi. Però, siccome la soluzione che propone sempre anche la Lega, per evitare che gli si dica che son razzisti, è quella "aiutiamoli si, ma a casa loro".
E allora, diventiamo propositivi, come dovrebbe essere un grande paese con una grande classe politica. Compriamo la Libia. Facciamoci dare un mutuo dalla BCE. Andiamo lì, risolviamo le cose, c'è il petrolio, ci sono chilometri di autostrade da costruire, centinaia di siti archeologici che aspettano solo di essere visitati in massa, coste da sfruttare turisticamente. C'è lavoro per tutti quelli che attraversano il Canale di Sicilia in cerca di una fuga e/o di una vita migliore. Sicuramente ci guadagneremo, ripagheremo il debito, e magari troviamo il verso di dare lavoro anche al Mezzogiorno, di riflesso. Ci sarebbe talmente tanto lavoro che finirebbero per andare a lavorare lì pure ingegneri di Rho, col fazzoletto verde nel taschino.
Semplifico troppo? Sicuramente. Ma se non si ragiona in grande non si risolvono i grandi problemi. Chiedete Kohl, a Churchill, a Marshall. Sicuramente, tutti con grandi difetti. Ma ricordati per grandi progetti, portati a termine, che hanno cambiato il volto dell'Europa.

20150312

"Serás lo que debas ser, o sino no serás nada"

"Sarai quello che devi essere, o non sarai niente"

José Francisco de San Martín y Matorras, per gli amici San Martín, fu un generale argentino, determinante, insieme al più noto (in Europa) Simon Bolivar, nell'indipendenza di un'ampia fetta di Sud America (Argentina, Cile, Perù e perfino Ecuador) dalla Spagna. Ho cominciato a "familiarizzare" con la sua figura durante i miei viaggi in Argentina, vi ho parlato di lui recensendo il film biografico su di lui Revolución: El cruce de los Andes, ed è "tornato alla ribalta" quando, durante un'escursione nel mio recente viaggio in Perù, dopo aver notato un sacco di vie intitolate a lui, ho scoperto da una guida che in realtà, San Martín è considerato il primo Presidente della Repubblica del Perù.
Figura interessantissima, mi ha colpito un "dodecalogo", scritto di suo pugno, di consigli a se stesso su come educare l'unica figlia Mercedes detta Merceditas. Merita una lettura, tenendo conto che quest'uomo nacque nel 1778 e morì nel 1850.

1)Umanizzare il carattere e renderlo sensibile, perfino con gli insetti. Sterne disse a una mosca, aprendole la finestra perché volasse via: "vai, povero animale, il mondo è abbastanza grande per tutti e due".
2)Ispirarle amore per la verità, e odio verso il falso.
3)Ispirarle una grande fiducia e amicizia, ma unita al rispetto.
4)Stimolare in Mercedes la carità verso i poveri.
5)Rispetto per le proprietà altrui.
6)Abituarla a mantenere un segreto.
7)Ispirarle sentimenti di indulgenza verso tutte le religioni.
8)Dolcezza con i servi, poveri e vecchi.
9)Che parli poco, e precisamente.
10)Abituarla a stare correttamente a tavola.
11)Amare la pulizia e disprezzare il lusso.
12)Ispirarle l'amore per la Patria e per la Libertà.

Però.

20150222

pelotudeces

Scrivo questo post circa un mese prima della pubblicazione. Oggi, se tutto va come deve andare, sarò di ritorno al paesello dopo una ventina di giorni in Sud America, precisamente in Perù. Naturalmente ve ne parlerò a tempo debito (da domani, spero), vi mostrerò delle foto che spero incontreranno il vostro gradimento.
Adesso, però, voglio parlarvi di un altro paese sudamericano che è diventato un po' la mia seconda patria, anche se come sapete, lascio un pezzo di cuore in ogni luogo che mi capita di visitare. Mi riferisco all'Argentina, la mia amata Argentina. Qualche giorno fa ho letto un bellissimo articolo di Graciela Mochkofsky, giornalista argentina che vive negli USA e scrive per Piauí, un giornale brasiliano, e il mio cuore si è aperto. Descrive le sensazioni frustranti che assalgono gli argentini di fronte allo strazio di un Paese meraviglioso e pieno di risorse, non nascondendo il fatto che gli argentini, essendo quasi tutti discendenti di europei, si sentono europei in Sud America, cosa che li fa considerare da tutti gli altri sudamericani, boriosi. Poi, qualche ora fa, ho letto questo altro articolo di Martín Caparrós, sul recente ritrovamento del corpo del magistrato Alberto Nisman senza vita, "Un altro mistero argentino". Per chiudere il cerchio, qualche giorno fa mi sono visto i 13 episodi di una serie tv ispano-argentina (Vientos de Agua) firmata da Juan José Campanella, regista premio Oscar qualche anno fa per Il segreto dei suoi occhi, serie della quale vi parlerò appena possibile, segnalatami da una mia carissima amica argentina (come una sorella per me), una serie che parla dell'immigrazione europea verso l'Argentina agli inizi del 1900, narrata a colpi di flashback, insieme ad un'altra storia di immigrazione "inversa" attorno al 2001, il tempo della grande crisi.

Ecco, due cose scaturiscono da questi pezzi di informazione e di intrattenimento.
La prima, ho voglia di tornare in Argentina, quanto prima e appena posso. Anche solo per rivedere la mia "famiglia adottiva" del sud del mondo.
La seconda: credetemi, l'Argentina assomiglia all'Italia molto, molto, molto più di quello che qualsiasi italiano possa pensare.

20141026

semplicità elettorale

Purtroppo, il mio crescente impegno lavorativo, del quale, sia chiaro, sono molto contento, mi sta costringendo a "tagliare" cose che prima mi piaceva fare, o che forse facevo anche solamente per passare il tempo. Non vado più per concerti, non vado praticamente più al cinema, non riesco più neppure a vedere un film a casa, ho smesso di seguire molte serie tv meno interessanti, leggo meno libri (questo anche perché ho fatto molti viaggi nell'ultimo anno, ma troppo brevi per leggere un po'). Ma qualche giornale, soprattutto Internazionale, continuo a leggerlo, e mi capita spesso di imbattermi in articoli che suscitano il mio interesse, e dei quali vi vorrei parlare. Non sempre ce la faccio, ma stavolta ci provo. Ho appena letto un articolo tratto da La Nación, un giornale argentino, che parla delle elezioni uruguaiane, che si svolgeranno proprio oggi. Dell'Uruguay si è parlato molto, io ve ne ho parlato, soprattutto per il fatto che nonostante ci sia stato per pochi giorni, ne ho tratto una splendida impressione, tanto che sto ancora pensando di andarci a vivere dopo la pensione, ultimamente è perfino salito alla ribalta, un po' per la sua nazionale di calcio, un po' per il suo Presidente. Domani, gli elettori sceglieranno tra un ex presidente, Tabaré Vázquez, che ha governato nei 5 anni prima di Pepe Mujica (i due appartengono allo stesso partito, il Frente Amplio; leggete la scheda linkata, curiosamente una specie di PD), e Luis Lacalle Pou, giovanissimo esponente del Partido Nacional. Per onore di cronaca, è giusto dire che in Uruguay esiste anche un terzo partito (che fino a qualche anno fa si alternava al governo col Partido Nacional), il Partido Colorado, che però adesso pare in caduta libera. Ora, così a pelle non voterei mai per il Partido Nacional, che già dal simbolo mette i brividi (un fascio littorio dal quale spunta un'ascia); leggendo in proposito dei suoi punti fermi, non ho potuto far altro che confermare questa mia ipotetica scelta, visto che il partito rifiuta tutte le conquiste raggiunte dal Frente Amplio in termine di diritti civili (matrimoni gay, adozioni gay). Ma mi ha colpito moltissimo leggere brevemente come Lacalle Pou abbia impostato la sua campagna, approfittando anche del fatto che gli uruguaiani siano diventati esigentissimi, e non abbiano apprezzato che il paese non sia riuscito ad aumentare benessere, stabilità e sicurezza negli ultimi anni di governi del Frente Amplio. Con differenze così ampie, e abituati all'Italia, mi aspettavo chissà cosa. E invece, il candidato del Partido Nacional propone piccole modifiche alla linea politica del Frente Amplio. L'eccezione più significativa riguarda l'istruzione, mentre sul lavoro, sulle politiche sociali o sulla politica estera non ci sono grandi differenze di fondo. Mentre Vázquez ha passato la campagna elettorale difendendo i meriti della sua passata amministrazione (2005/2010) e di quella di Mujica, senza proporre novità che potessero soddisfare le esigenze crescenti dei cittadini, Lacalle Pou ha riconosciuto i meriti del governo Mujica, e ha fatto campagna elettorale con lo slogan Por la positiva ("in positivo"). Magari non sarà stato del tutto onesto, ma ve la immaginate una roba del genere in Italia?

20140717

Hell is an Understatement (8)

continua da martedì 15 luglio

Senza una vittoria definitiva

Nel cuore climatizzato dell’incubo centrafricano, Samba-Panza cerca di mantenere la sua compostezza di avvocata. È facile capire perché sia riuscita ad affermarsi come candidata di compromesso per la guida del paese. Ma mi fa tanto pensare a un difensore d’ufficio che deve seguire un cliente impazzito, che non può più essere difeso né salvato. L’ufficiale ruandese responsabile della sicurezza della presidente è seduto vicino a noi durante l’intervista, e rimane sempre in silenzio. Nel suo paese la guerra finì solo quando il Fronte patriottico ruandese, guidato dal leader tutsi Paul Kagame, ottenne una vittoria decisiva. In seguito gli hutu sono stati integrati forzatamente nelle istituzioni del governo e della società civile.
Ma il Ruanda non sarebbe arrivato a tanto se uno dei due schieramenti non avesse vinto la guerra. Per la Repubblica Centrafricana, dove – si spera– le forze di pace impediranno che la situazione precipiti come in Ruanda, la prospettiva di una vittoria definitiva degli anti-balaka o della coalizione ribelle Séléka rianimata e vendicativa è un esito che sarebbe meglio evitare. La sicurezza dall’esterno sta lentamente arrivando, ma una sicurezza senza una dose di clemenza e perdono da parte degli stessi centrafricani è solo una ricetta per rinviare
ulteriormente il disastro. Samba-Panza preferisce parlare dei suoi progetti per il rilancio dell’economia. Quando l’intervista si sta per concludere, sentiamo dei colpi di arma da fuoco provenienti dal centro della capitale. Nessuno dei due sembra farci caso, ma io mi trovo a prolungare i saluti più di quanto sarebbe necessario, assaporando un altro minuto di pace prima di tornare a una realtà che nessun paese dovrebbe mai trovarsi ad affrontare.  

===== 

I numeri della crisi 

Prima dell’inizio della crisi scatenata dal colpo di stato contro il presidente François Bozizé, nel marzo del 2013, la Repubblica Centrafricana aveva, secondo le stime delle Nazioni Unite, una popolazione di 4,6 milioni di persone, formata per il 40 per cento da minori di quindici anni. Anche se la lingua ufficiale è il francese, la maggior parte della popolazione parla il sango. La religione più diffusa è quella cristiana (cattolici e protestanti formano almeno il 50 per cento della popolazione), mentre il 35 per cento dei centrafricani segue credenze tradizionali e il 15 per cento l’islam. Anche prima della crisi, la Repubblica Centrafricana è sempre stata povera: era al 180° posto su 187 nella classifica dell’indice di sviluppo umano 2013 dell’Onu. Man mano che, verso la fine del 2013, il conflitto interno ha assunto i contorni di uno scontro religioso, almeno seicentomila centrafricani (di cui 160mila abitanti di Bangui) sono stati costretti ad abbandonare le loro case. Altre 350mila persone sono fuggite nei paesi confinanti: Camerun, Ciad, Congo e Repubblica Democratica del Congo. La Commissione europea stima che almeno 2,5 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria. Non esistono invece dati sulle vittime delle violenze degli ultimi mesi. Da dicembre del 2013 l’Unione europea ha stanziato 51 milioni di euro di aiuti umanitari per la Repubblica Centrafricana.   

fine

20140715

Hell is an Understatement (7)

continua da domenica 13 luglio

Ma l’odio ha già cominciato a mettere radici. Nessuna persona sana di mente accetterebbe di tornare per prima a vivere in un quartiere dove fino a poco fa tutti volevano ucciderla. E nessuno è disposto a scommettere sulla perseveranza e sull’efficacia delle Nazioni Unite. Il governo centrafricano ha già cominciato ad allontanare i musulmani dalle istituzioni. Le forze armate centrafricane (Faca) si erano dissolte all’arrivo dei ribelli della coalizione Séléka, e ora sono state rimesse in piedi senza prestare troppa attenzione alla storia personale dei suoi componenti, se sono stati coinvolti in violenze locali o politiche e se sono alleati degli anti-balaka. Nessuno sa se le Faca rappresenteranno l’intero paese o solo i cristiani. Visito una base delle Faca dove i soldati stanno riprendendo servizio, e l’atmosfera sembra quella di un campus universitario quando ricominciano le lezioni dopo le vacanze estive. Gli uomini indossano divise scompagnate, alcuni portano tute verdi da combattimento alla Fidel Castro, altri tute mimetiche in stile Desert Storm. Uno indossa una maglia da basket degli Orlando Magic. I comandanti sono ottimisti e dicono che tutti i centrafricani con la fedina penale pulita sono i benvenuti. Ma un ufficiale con trent’anni di servizio mi fa capire che possono nascere dei problemi. “È una situazione delicata, ma dobbiamo individuare gli anti-balaka”, dice. È un tipo allampanato, e quando si curva per bisbigliarmi all’orecchio, i vestiti troppo larghi gli pendono addosso. “Vorrei parlarti di questi problemi, ma ho paura che gli anti-balaka mi scoprano e mi riempiano di botte”. O peggio. Il 4 febbraio, pochi minuti dopo che la nuova presidente Catherine Samba-Panza aveva finito di parlare a una parata militare, alcuni componenti delle Faca hanno rotto le file per catturare un uomo accusato di essere un ribelle di Séléka. Lasciando che i giornalisti fotografassero la scena, lo hanno preso a calci in testa e lo hanno pugnalato a morte, bruciandone il corpo e trascinandolo in giro per la città. Le forze di pace francesi hanno posto fine al tutto sparando dei colpi in aria. Prima di lasciare il paese voglio incontrare la presidente Samba-Panza nella sua casa nella zona est di Bangui. È odiata da entrambe le fazioni – per gli anti-balaka è la “puttana” di Séléka, mentre i musulmani sono convinti che lei non voglia aiutarli – perciò potrebbe essere stata scelta proprio perché abbastanza moderata da tenere lontani da sé gli elementi peggiori di entrambi gli schieramenti. Di certo ha un passato più promettente dei suoi predecessori, che erano dei dittatori nati. L’imperatore Bokassa spese l’equivalente del pil del paese per organizzare una cerimonia di incoronazione così sfarzosa che il regista Werner Herzog l’ha immortalata in un documentario. Bozizé non ha mai esitato a chiamare le truppe del Ciad per soffocare anche la minima rivolta. Samba-Panza, al contrario, prima di impegnarsi in politica faceva l’avvocata e per un periodo della sua carriera ha rappresentato clienti vulnerabili, come le donne e i bambini accusati di stregoneria. Ci si potrebbe rallegrare del fatto che l’incarico di presidente sia stato affidato a lei. Ma, in realtà, ben pochi leader sono stati ininfluenti quanto lei. Catherine Samba-Panza vive in un’oasi di lusso e sicurezza garantita dalla protezione dei militari ruandesi. Convogli armati la scortano in ufficio la mattina e la domenica la portano alla cattedrale di Notre-Dame per seguire la messa in francese. Quando l’ho vista all’aeroporto di rientro da un viaggio all’estero, volava su un jet privato con la scritta “Repubblica del Gabon”.
Mi riceve in una casa ben arredata e decorata con statue di legno africane, lussuosa per gli standard locali, ma modesta rispetto agli eccessi dei suoi predecessori. Lei è seduta sotto un bel quadro a olio di una natura morta floreale. Si lamenta della storia violenta del suo paese e del fatto che la rivolta delle popolazioni povere ed emarginate nel nord e nell’est del paese si sia rapidamente trasformata in una guerra di religione. “Fino a un certo punto, si è trattato solo di una questione politica, che non aveva niente a che fare con la fede”, spiega. “Ora la popolazione non musulmana ha reagito. Non perché alla gente non piacciano i musulmani. Ma perché i politici hanno usato la religione per raggiungere i loro obiettivi”. Le chiedo, con una certa impudenza, se è davvero in grado di fare qualcosa. Risponde parlando genericamente di coordinare gli aiuti umanitari, di costruire il dialogo e la riconciliazione, e di far rinascere il governo che è stato cancellato dalla guerra. Sostiene inoltre di dover tenere viva l’attenzione della comunità internazionale. “Il Sud Sudan, la Siria”, esclama. “Non siamo i soli ad avere dei problemi”.   

continua giovedì 17 luglio