No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
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20131110

tax

Un dirompente (come correttamente autodefinisce lo studio sul quale si basa l'articolo il giornalista che scrive) articolo di Die Zeit, tradotto su Internazionale nr. 1023, che apre nuove prospettive sulla gestione economica dell'Europa.

Tassare di più i ricchi non fa male
di Mark Schieritz
Uno studio del Fondo Monetario Internazionale sostiene che in molti paesi ci sono i margini per introdurre imposte più alte per chi guadagna di più. E senza danneggiare l'economia

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) può essere considerato un’istituzione di orientamento liberista. In Africa ha imposto la liberalizzazione del mercato del lavoro e ai paesi asiatici colpiti dalla crisi negli anni novanta ha ordinato rigidi programmi di risparmio. Per questo lo studio pubblicato il 12 ottobre dall’istituto è una piccola rivoluzione, visto che consiglia di tassare i ricchi. “Sembra che in molti paesi sviluppati ci sia spazio d’azione, se si vuole, per ottenere maggiori entrate dalla fascia di reddito più alta”, scrive l’Fmi. Questo documento potrebbe provocare qualche polemica in Germania, dove la politica fiscale è stata il tema centrale dell’ultima campagna elettorale. La Spd e i Verdi volevano aumentare le tasse a chi guadagna di più per garantire allo stato più fondi per gli investimenti. Ma queste argomentazioni non hanno convinto molti elettori, visto che la Cdu di Angela Merkel e gli alleati della Csu, contrari all’aumento, hanno fatto il pieno di voti. I cristianodemocratici hanno avuto successo anche grazie alla capacità di convincere l’elettorato che l’aggravio fiscale avrebbe danneggiato l’economia. Eppure in passato l’Fmi si è espresso più volte contro l’aumento delle tasse, sostenendo il modello ideale dello stato snello che si tiene alla larga dagli affari dei cittadini. Evidentemente, ora gli esperti dell’istituto hanno appurato che il mondo è cambiato e ritengono che negli ultimi anni i sistemi fiscali siano diventati “meno progressivi”, cioè che abbiano imposto oneri meno pesanti con l’aumentare del reddito. Questo è dovuto, tra l’altro, al fatto che le aliquote fiscali più alte sono state ridotte e che molti stati ricorrono sempre più alle imposte indirette uguali per tutti, come l’iva. Secondo l’Fmi, in molti paesi la riduzione della progressività ha ampliato nettamente il divario tra ricchi e poveri. In Germania neanche un terzo del reddito nazionale complessivo è riconducibile al 10 per cento più benestante, che però possiede il 60 per cento del patrimonio. Negli Stati Uniti il governo ha trattato i ricchi con particolare riguardo. Se le aliquote fiscali per la fascia di reddito più alta fossero riportate ai livelli degli anni ottanta, si legge nello studio dell’Fmi, nelle casse statali arriverebbero fondi ulteriori pari all’1,5 per cento del pil. Anche in Germania lo stato potrebbe riscuotere più tasse senza danneggiare l’economia. Secondo l’Fmi, l’aliquota ideale per le fasce di reddito più alte dovrebbe essere compresa tra il 55 e il 70 per cento. Queste cifre potranno sembrare esagerate, ma negli anni cinquanta e sessanta negli Stati Uniti l’aliquota fiscale più alta era superiore al 90 per cento e l’economia era comunque fiorente. Oggi in Germania l’aliquota più alta è al massimo del 45 per cento, e comunque scatta da livelli di reddito più bassi rispetto al passato. Lo stato tedesco esita anche a tassare i patrimoni immobiliari. Le entrate derivanti da queste proprietà non arrivano neanche all’1 per cento del pil. In Francia, Belgio e Svizzera la percentuale è tre volte superiore. 
Una questione ideologica 
L’Fmi non vuole che il suo rapporto sia interpretato come un invito ad aumentare le tasse. Lo studio, affermano gli autori, propone un confronto internazionale tra i singoli paesi. Inoltre, tiene conto di fattori come il pil o la stabilità politica. Ma queste osservazioni non rendono meno dirompente lo studio, il quale dimostra che in fin dei conti quella del fisco è una questione ideologica e che in una prospettiva strettamente economica sarebbe sostenibile anche un aggravio fiscale a carico dei cittadini. D’ora in poi, quindi, la rivendicazione di tasse più basse potrebbe non essere più una dimostrazione di grande competenza in tema di economia. Probabilmente l’Fmi riceverà presto una telefonata indignata dal ministero delle finanze tedesco. Secondo le analisi degli esperti di Washington, infatti, la Germania è uno dei pochi paesi europei che non sfrutta fino in fondo il suo potenziale relativo alle entrate statali. Soprattutto con l’iva e l’imposta sul reddito, altri paesi impongono ai loro cittadini una tassazione molto più alta. Se i tedeschi raggiungessero i livelli degli altri paesi dell’Unione europea, l’aumento del gettito fiscale sarebbe di ottanta miliardi di euro all’anno: una cifra molto più alta rispetto a quella proposta dalla Spd e dai Verdi nel corso dell'ultima campagna elettorale.

20120104

20100518

miglior offerente


Pare che Silvio Berlusconi stia pensando di vendere. Ho sperato, per un attimo, che invece del Milan si riferisse all'Italia.


Nel caso, visto che lui stesso ha più volte sostenuto di voler gestire lo Stato come una delle sue aziende, in modo da renderlo efficiente, volesse davvero venderci, spero a questo punto che l'ingegner Carlos Slim Helú si decida a fare un'offerta.


E' proprio il signore che vedete nella foto allegata a questo post. Questo signore 70enne dalla faccia pure simpatica, che con la barba somiglia a Bud Spencer, è considerato da qualche anno l'uomo più ricco del mondo.

Se leggete la sua scheda su Wikipedia (storia davvero interessante la sua), non limitandovi alla versione italiana (davvero poco fornita, date un'occhiata a quella in inglese e a quella in spagnolo), soffermandovi anche sulle critiche che ha ricevuto, capirete che di sicuro non è peggiore dell'offerente. Certo, a qualche italiano parrà davvero strano che un uomo la cui ricchezza è stimata tra i 53,5 e i 67,8 miliardi di dollari, che possiede tre compagnie di telecomunicazioni latinoamericane (circa il 73% del traffico di telefonia mobile dell'America latina, sempre fonte Wikipedia), il 3% della Apple, il provider Prodigy, il Grupo Carso (ancora telecomunicazioni, infrastrutture, costruzioni, finanziario-industriale), il 6,4% del gruppo The New York Times Company (è uno dei più forti azionisti), la IDEAL (Impulsora del Desarrollo y el Empleo, sviluppo infrastrutture, trasporti, petrolio, gas, energia, acquedotti, immobiliare, tecnologie varie), e varie altre cosette, pure filantropiche, non si sia mai messo in politica, ma così è.


A mali estremi...

20100404

manager

Da Internazionale nr. 828

Manager provvisori e su ordinazione
The Economist, Gran Bretagna
Il lavoro a tempo determinato è diffuso da sempre tra gli operai delle fabbriche e i braccianti agricoli. Da qualche anno, però, riguarda anche i dirigenti d’azienda

Il lavoro a tempo determinato è un fenomeno molto diffuso tra i lavoratori poco qualificati. Da sempre, per esempio, le aziende agricole ricorrono ai braccianti stagionali per l’aratura dei campi e la raccolta. Ma le gioie della flessibilità ora possono essere apprezzate anche da una categoria di privilegiati: l’élite dei manager. L’idea di assumere dirigenti a tempo determinato è nata qualche anno fa in Europa per aggirare le rigide leggi sul lavoro, ma la pratica è stata usata con la massima discrezione. Ora che è arrivata negli Stati Uniti, invece, gli americani fanno quello che gli viene più naturale: urlare la notizia ai quattro venti. Nessuna azienda che si rispetti si fa mancare una “gestione dei talenti just in time”. Negli ultimi anni sono nate diverse agenzie interinali per i manager. La Business Talent Group di Los Angeles e la Epoch di Boston, per esempio, offrono qualunque figura professionale, dall’amministratore delegato fino al contabile, mentre per esigenze più particolari basta rivolgersi alla Tatum, specializzata in direttori finanziari. Il mercato dei professionisti interinali è così fiorente che ora attira perfino agenzie di collocamento tradizionali come la Heidrick & Struggles. Questa tendenza solleva due interrogativi. Perché un’azienda dovrebbe assumere un manager a tempo, visto che il consiglio d’amministrazione è un organo che ha bisogno di continuità? E cosa spinge un professionista ad accettare un lavoro interinale quando potrebbe cercare un impiego permanente? Le aziende assumono dirigenti interinali per affrontare un’emergenza. L’amministratore delegato crea scompiglio? Il responsabile finanziario non sa fare i conti più elementari? Le agenzie interinali possono colmare il vuoto in un paio di settimane. La Business Talent Group, per esempio, ha trovato in fretta un amministratore delegato per una ditta controllata dal fondo d’investimento Carlyle Group. Un altro motivo che spinge ad assumere dirigenti a tempo determinato è la possibilità di risolvere un problema senza prendere impegni duraturi con un costoso professionista. Le aziende, per esempio, vengono quotate in borsa solo una volta, perché allora non assumere un manager interinale esperto di collocamenti in borsa? Il tempo necessario per lanciare un nuovo prodotto si riduce, perché le mode cambiano più rapidamente? Allora perché non assumere un gruppo di manager che se ne andrà appena il prodotto raggiunge gli scaffali? Quando la Fox Mobile ha deciso di creare una nuova serie di salvaschermo e di video per i suoi cellulari, il progetto è stato affidato a un direttore creativo assunto con un contratto a termine. Le agenzie interinali per manager assicurano anche il funzionamento di molti studi legali e delle grandi banche.
Il futuro dei paesi ricchi
Queste agenzie, quindi, sono la moderna versione della Manpower, il colosso globale del collocamento? O stanno approittando di una moda passeggera? I fautori della nuova tendenza sostengono che il lavoro temporaneo è il futuro dei paesi ricchi, che stanno vivendo la transizione dalla “società delle organizzazioni” alla “società delle reti”. Negli Stati Uniti più di un quarto dei cittadini si definisce ormai “libero professionista” e metà dei lavoratori interinali svolge ruoli di responsabilità nelle aziende. Secondo i sostenitori del lavoro temporaneo, inoltre, il mercato tradizionale dei manager è assolutamente inefficiente, mentre le agenzie interinali offrono ai clienti l’opportunità di “provare prima di comprare”. Un quarto dei dirigenti assunti con un contratto interinale grazie alla Business Talent Group, per esempio, in seguito è stata assunta a tempo indeterminato. Certo, è indiscutibile che il mercato degli alti dirigenti sia uno dei più imprevedibili e dei meno efficienti, ma questo non giustifica l’entusiasmo per la nuova mania dei manager interinali. Aziende affermate come Procter & Gamble e General Electric non sono un semplice insieme di contratti, ma un organismo caratterizzato da una cultura e da abitudini peculiari, che vengono salvaguardate da una fedele squadra di dirigenti. Sul libero mercato si possono trovare senz’altro molti ottimi professionisti, ma la vera grandezza di un’azienda è un prodotto fatto in casa.

20100403

banche ed etica


Da Internazionale nr. 828


Baltimora accusa le banche per il degrado urbano
Sarah O’Connor, Financial Times, Gran Bretagna
L’ondata di pignoramenti ha mandato in fumo gli sforzi della città per riqualificare il centro storico. E ha gettato una luce nuova sui meccanismi dei prestiti subprime


I pannelli di compensato inchiodati alle finestre sono stati divelti. Da un furgoncino due uomini lanciano rifiuti dentro la fatiscente casa a schiera. Eppure non siamo in uno dei quartieri degradati di Baltimora, quelli resi famosi dalla serie tv The Wire. Qui la maggior parte degli edifici ha un aspetto dignitoso. Prima della crisi economica, infatti, sembrava che questo quartiere nella zona sudorientale della città si stesse riprendendo da decenni di declino. I prezzi delle case salivano, i costruttori ristrutturavano gli edifici vuoti e i cittadini diventavano proprietari di immobili. Il problema è che molti di loro avevano sottoscritto mutui subprime e, quando il mercato immobiliare statunitense è crollato, sono diventati morosi, facendo montare la marea tossica che ha devastato i bilanci delle banche e scatenato il panico finanziario e la recessione. Oltre a colpire gli investitori, l’ondata di pignoramenti ha vanificato anni di sforzi per rivitalizzare i centri storici delle città statunitensi. Le autorità di Baltimora puntano il dito contro le banche. Chris Ryer, presidente di una organizzazione no profit che si occupa dello sviluppo del quartiere South-east, spiega che in passato gli immobili a basso costo di Baltimora venivano comprati da investitori opportunisti che diventavano “pessimi padroni di casa per gli inquilini e pessimi vicini per il quartiere”, alimentando una spirale di degrado. Il timore è che la spirale stia tornando: le persone che oggi comprano a prezzi d’occasione le case pignorate potrebbero diventare i padroni di tuguri del futuro, trascurando gli immobili e riempiendoli di inquilini indesiderabili. Le autorità municipali non solo vedono andare in fumo i loro tentativi di rinascita urbana, ma sostengono che i quartieri neri che dominano la zona vecchia sono stati oggetto della valanga dei mutui subprime molto più di quelli bianchi.

Il mito della prima casa

Così la città ha fatto causa a Wells Fargo, il più grande erogatore di mutui di Baltimora, per “discriminazione al contrario”: per avere cioè riversato prodotti finanziari tossici sulle minoranze o i loro quartieri. L’avvocato John Relman, che rappresenta Baltimora, dice che la città ha investito milioni di dollari per rivitalizzare i quartieri in rovina, che “oggi sono stati riportati indietro di parecchi anni”. Baltimora vuole anche essere risarcita delle imposte patrimoniali perse
per il crollo dei valori immobiliari e dei costi per sigillare le case vuote e combattere la criminalità. L’avvocato di Wells Fargo, Andrew Sandler, respinge l’accusa. Sandler ha dimostrare che su 143 immobili pignorati da Wells Fargo a Baltimora tra il 2005 e il 2008, solo la metà era occupata da mutuatari neri. L’idea che la banca avrebbe raggirato un gruppo di “aspiranti” proprietari è un mito, dice, perché più di un quarto delle proprietà pignorate apparteneva a investitori con portafogli immobiliari. Tutto questo la dice lunga su dove finivano i soldi dei subprime negli anni del boom. La maggior parte di quei mutui non serviva per permettere l’acquisto della prima casa a chi altrimenti non avrebbe potuto permettersela, ma era un rifinanziamento. Le persone ottenevano soldi sulla base del valore ipotecario della loro casa, oppure passavano da un mutuo subprime all’altro quando stavano per scadere i periodi dei bassi “tassi d’ingresso”. Ogni volta il mutuo aumentava e il sogno di acquistare una casa svaniva sempre di più.


Inoltre
A febbraio del 2009 l’amministrazione Obama ha annunciato il programma Making home affordable per proteggere dai pignoramenti i proprietari di case: migliaia di cittadini americani hanno potuto usufruire di un abbassamento temporaneo del mutuo, ma pochi hanno ottenuto un aiuto permanente. I critici sono sempre più convinti che il programma abbia suscitato false speranze tra persone che semplicemente non possono permettersi la loro casa. Secondo la divisione Economy.com di Moody’s, nel 2008 sono andate perse più di 1,7 milioni di case per i pignoramenti, le scarse vendite o i concordati fallimentari in luogo del pignoramento. Economy.com prevede per il 2010 che il numero salga a 2,4 milioni.

The New York Times

20091216

un impegno concreto


Dopo aver usato i nostri TFR per ripianare i conti dello Stato, ecco un'altra invenzione del magico Tremonti:



Chi pensava che quella di Corrado Guzzanti fosse un'imitazione, soprattutto quando dice di aver creato lo scudo fiscale per attirare i capitali extraterrestri, dovrà ricredersi.
PS magari non è di Tremonti, magari è di Sacconi (altro amico dei lavoratori). Se così fosse, l'espressione della foto è quella che Tremonti ha fatto quando Sacconi gliene ha parlato, dopo di che gli ha detto: bvavissimo!!

20090427

legalize it


L'editoriale di Internazionale di venerdì scorso, sulla posizione dell'Economist sulla legalizzazione delle droghe. Non avrei mai pensato. Sono ovviamente d'accordo.


La settimana

Radici

Quando si parla di depenalizzazione delle droghe c'è spesso un malinteso, e si pensa che a chiederla siano quelli che non vedono l'ora di farsi una canna in santa pace. Non è così. La redazione dell'Economist non è esattamente un covo di fricchettoni. Eppure l'austero settimanale britannico sostiene da vent'anni la causa della vendita controllata delle sostanze stupefacenti. Perché la guerra al narcotraffico è fallita. Ne hanno parlato anche Roberto Saviano e Misha Glenny quando si sono incontrati nella nostra redazione. Depenalizzare non è facile, perché tutti i paesi – almeno in Europa – dovrebbero muoversi insieme. Ma è l'unico modo per fronteggiare il traffico di cocaina, che insieme al petrolio è il motore dell'economia contemporanea. E di cui l'Italia, spiegava Saviano, è uno snodo fondamentale: "Salvatore Mancuso, trafficante colombiano di origine italiana, dice sempre che 'la pianta della coca è molto strana: perché ha le foglie in Sudamerica, ma le radici in Italia'".

Giovanni De Mauro

20090328

mutui agevolati

Ecco la verità. Ricapitoliamo: condomini ecocompatibili a impatto zero. Finalmente arrivano in Italia, che all'estero è da un pezzo che esistono e che ci pensano. Mi fa piacere. Ne abbiamo parlato qua.
C'è un problema. Il mutuo per le giovani coppie. Ecco una testimonianza reale, visto che l'amico Follo, questo il suo blog, è così soprannominato proprio perchè è di Follonica, e a una casetta ci aveva pensato, con la sua dolce metà, e ci aveva pensato, come ci dice lui, anche suo fratello, che è pressappoco nelle sue stesse condizioni.
Ecco quello che ci racconta.
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to Jumby <jumbolo@gmail.com>
date Sat, Mar 28, 2009 at 6:36 PM
subject La casa
mailed-by ouverture.it
hide details 6:36 PM (12 minutes ago)

Wow.
La casa dei sogni; bolletta energetica a costo zero.
Ma non è tutto oro quello che luccica, anche questa medaglia ha l'altraf accia.
Mi iscrivo alla cooperativa e mi costa circa 25 euro, poco per un grande sogno, quello di una casa popolare in affitto o da acquistare.
Poco più di 2 anni dopo mi chiama il presidente della cooperativa: io e mio fratello ci siamo aggiudicati 2 delle case disponibili.
Mi viene presentato il progetto, mi chiedono come la voglio, posso scegliere, poi un “pizzicotto” mi sveglia dal sogno ad occhi aperti; mi dicono che l'affitto non è possibile e che posso solo acquistarla per 255.000 euro, c'è già anche una specie di convenzione con una banca per il mutuo.
Un buon prezzo di mercato, certo, ma io la casa popolare la vorrei ad un prezzo più basso altrimenti..
Sbandierano la casa popolare per le giovani coppie ma così non è: una giovane coppia con 2 (se va bene) stipendi di oggi non può reggere un mutuo di quella portata, a meno che quei giovani abbiano le spalle “coperte”, molto coperte.
In certi casi, come il mio, è addirittura impossibile visto che qualsiasi banca non ti concede il mutuo se la sua rata supera il 30% (mi pare) del tuo stipendio.
E così quella casa popolare andrà a chi una casa già ce l'ha, e la“cede” prima di compilare la domanda, come mi conferma sommessamente il presidente.
La casa dei miracoli, sì, ma è un miracolo italiano.
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Insomma, va bene che Follo è comunista, però mi pare che un certo grado di verità ci sia....

20090315

sobrietà


Interessante, come spesso accade, la rubrica di Rampini (foto) su D la Repubblica delle donne nr. 637 di ieri. C'è anche una sorta di pubblicità non voluta alla multinazionale dove lavoro...



0086-0091: Call Cindia

Frugalità nel dna
In tempi di crisi si possono imparare dai cinesi mille trucchi su come si stringe la cinghia

di Federico Rampini
All'inizio confesso di aver provato un po' di fastidio quando la mia assistente cinese, Zhang Yin, faceva delle fotocopie così sciatte: non riuscivo mai a capire al primo colpo d'occhio qual era il lato da leggere, visto che erano stampati tutt'e due. Sì, perché Zhang Yin non concepisce neppure lontanamente l'idea di inserire nella fotocopiatrice dei fogli di carta bianchi, vergini. Lei riutilizza tutti i vecchi fogli già stampati da un lato, li gira per usare il lato ancora vuoto. Non è un bel vedere, d'accordo, ma si riduce di metà lo spreco di carta. E la spesa. Ora che siamo tutti - cinesi compresi - sotto l'oppressione della crisi economica, l'attenzione alla riduzione dei costi diventa di colpo altrettanto importante della difesa dell'ambiente. Le due cose del resto vanno generalmente d'accordo. In Occidente si parla tanto dell'emergere di un nuovo "consumatore frugale", ma altre parti del mondo sono più avanti di noi in questo campo. Così ho cominciato a fare attenzione a quelle piccole abitudini quotidiane dei cinesi da cui possiamo imparare come si stringe la cinghia: non per forza a colpi di rinunce drammatiche, ma con una miriade di micro-aggiustamenti, a volte perfino inconsapevoli perché "ereditati". Ecco un primo elenco dalla mia osservazione delle persone con cui vivo a Pechino, i miei vicini di casa e amici cinesi.

1) Le saponette che usiamo per lavarci le mani e il corpo a un certo punto si consumano e diventano così piccole che le buttiamo via: le donne cinesi le conservano, impastano tutti quei pezzetti di saponette in una vaschetta d'acqua e li trasformano in detergente liquido per lavare i vestiti.

2) Per i piatti pochi usano la lavastoviglie: l'apparecchio costa poco ma il consumo di elettricità e acqua è considerato esorbitante. Come sapone per i piatti: la vecchia soda Solvay che costa la metà.

3) Quando abbiamo finito il bagno, noi svuotiamo la vasca dell'acqua sporca. I cinesi la conservano e poi la usano per lavare i pavimenti di casa. Idem con la doccia, basta farla con una tinozza vicino ai piedi per raccogliere l'acqua prima che finisca nello scolo.

4) L'acqua in cui noi facciamo bollire la pasta, e i cinesi il riso, loro non la buttano nel lavandino: una volta raffreddata è ottima per annaffiare le piante di casa.

5) Lo yogurt ha superato la data di scadenza segnata sul barattolo? Anziché gettarlo lo riciclano come lievito per la pasta: per fare i ravioloni pechinesi pare che funzioni come il nostro lievito di birra.

6) Quando è il momento di cambiare un frigo o una lavatrice ormai troppo vecchi, la famiglia cinese non va da sola al negozio di elettrodomestici. Prima consulta parenti, vicini di casa, amici. Tutti quelli che hanno in progetto un acquisto di elettrodomestici si coalizzano, vanno in gruppo dal commerciante, per negoziare forti sconti grazie al loro potere d'acquisto collettivo.

7) Al posto dell'umidificatore elettrico, un po' di panni bagnati sui termosifoni.

L'elenco potrebbe proseguire a lungo. La consuetudine del riuso, del riciclo, qui è molto più diffusa che da noi. E non necessariamente tra persone di basso reddito che faticano ad arrivare alla fine del mese. Le abitudini che ho elencato qui sopra sono radicate anche nel ceto medio, tra famiglie che hanno l'automobile (una sola però), fanno le vacanze all'estero, mandano il figlio all'università. Sono senza dubbio il retaggio di un'epoca non lontanissima in cui tutta la Cina era un Paese molto povero. Noi italiani per ritrovare nei nostri album di famiglia dei ricordi precisi di una frugalità sistematica e diffusa, ormai dobbiamo risalire alla generazione dei nostri nonni (o per i più giovani i bisnonni). E non sono ricordi allegri: per lo più erano legati alla guerra. Nei cinesi invece questa frugalità diffusa è il lascito di generazioni molto più recenti, che hanno vissuto in condizioni modeste fino agli anni Ottanta. I genitori hanno tramandato ai figli queste sane abitudini, che non vengono vissute con fastidio. Sono diventate degli automatismi, che non impediscono alla maggioranza dei cinesi di godersi la vita. E anche in questi tempi di crisi, di andarsela a spassare con gli amici al karaoke-bar. Non di sabato sera, però. Al lunedì costa la metà.

20090227

a proposito di banche e finanziarie - aggiornamento 2

La "Info" della mia banca ha risposto.

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Gentile Alessandro Marconcini, per tutelare la sua Privacy non ci è possibile analizzare l'iter di trasferimento del RID descritto e fornirle riscontro tramite e-mail sullo stato dello stesso e sui pagamenti effettuati. Per tale motivo, la informiamo di aver interessato al sua filiale Credem di Rosignano Solvay; il collega XXXX XXXXXXXX è a sua disposizione per effettuare i dovuti controlli e fornirle quindi la risposta che possa risolvere il disguido verificatosi.
Cordiali Saluti,
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Il collega indicato l'ho sentito più volte in questi giorni, ed è quello che mi ha risolto anche un'analoga situazione che si era creata qualche mese fa con la mia carta di credito. Ha provveduto prontamente a saldare la rata, ma mi ha detto, dopo la telefonata che ho ricevuto, di non pagare gli interessi, perchè lui aveva già litigato con loro pochi minuti prima (sono nella mia situazione diversi clienti), dicendogli che gli interessi non glieli avrebbe pagati nessuno.

20090226

a proposito di banche e finanziarie - aggiornamento

Ho inviato copia dell'e-mail a Mi manda Rai Tre. Non si sa mai.

a proposito di banche e finanziarie

Quel che mi è capitato, lo capirete leggendo la mail che ho appena inviato. Mi piacerebbe mi mettessero dentro per 32 euro, e lasciassero a piede libero gente che ha rubato miliardi. Lascio i nomi degli istituti così ve ne potete tenere alla larga.
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from
jumbolo@gmail.com
5:30 pm (0 minutes ago)
to
info@credem.it , info@compassonline.it
date
Feb 26, 2009 5:30 PM
subject
pagamento rata in ritardo
mailed-by
gmail.com

Salve,

mi chiamo Alessandro Marconcini e sono un cliente Credem e Compass (di conseguenza, come spiegherò a breve). Sto restituendo un piccolo prestito da oltre due anni, prestito che ho ottenuto dalla filiale della Banca di San Geminiano e San Prospero sita in Rosignano Solvay (Livorno), poco distante da dove abito. La filiale è passata a Credem da qualche mese, mentre dopo pochi altri mesi, l'istituto finanziario al quale si è appoggiato la mia banca per il mio piccolo prestito ha "passato" il mio prestito a Compass. Questo quello che ho capito, da cliente di entrambi.

Qualche settimana fa ho ricevuto una lettera da Compass, unita ad un bollettino postale, dove Compass mi comunicava che non avevo pagato l'ultima rata del prestito che sto restituendo. Rimango basito e chiedo lumi alla mia banca, avendo domiciliato tutti i servizi e i pagamenti. Mi assistono nel miglior modo possibile e mi dicono di stare tranquillo, mi chiedono l'autorizzazione a un bonifico rapido verso Compass per sistemare la cosa. Spero che sia tutto risolto.

Pochi minuti fa mi chiama al mio cellulare una signora o signorina che si qualifica come dipendente Compass e mi intima di pagare gli interessi che venivano indicati chiaramente nella lettera che mi era stata recapitata, e di pagare mediante vaglia postale. Soavemente, ma minacciosa. Conclude con un "faccia lei" che sembra un tintinnare di manette. Non ricordo a memoria, ma su una rata di 194 euro mi vengono chiesti qualcosa come 32 euro di interessi di mora. Perchè? Perchè i vostri due istituti, nei vari cambi che si sono succeduti, hanno sbagliato un numero, qualcuno di voi ha digitato il mio vecchio RID invece di quello nuovo.

Sono una persona di 43 anni che non è mai andata in rosso in banca, che cerca sempre di non fare mai il passo più lungo della gamba. Sarò troppo suggestionabile, ma mi sento frustrato e umiliato da una situazione del genere.

Non posso credere che, nel 2009, non si possa risolvere una situazione del genere tra i due istituti, senza mettere a disagio il cliente di entrambi, un cliente che non ha mai dato nessun tipo di problema (anzi, i problemi, se in caso, li avete generati voi a me).

Mi auguro che si possa trovare una soluzione rapida, come se fossimo tra persone civili e ragionevoli, quale mi ritengo.

Distinti Saluti da un cliente profondamente deluso

20081221

dear economist


Su Internazionale, nelle prime pagine, è ospitata la rubrichetta Dear Economist del Financial Times a cura di Tim Harford (foto). Si tratta di una domanda posta da un lettore/una lettrice e la rispettiva risposta di Harford. Spesso è molto divertente, ma pure molto chiara. E' il caso di quella dell'ultimo numero, il 775. Eccola.


Dear Economist


Domanda:

Mio figlio di 5 anni mi ha chiesto: "Mamma, cos'è un credit crunch?". Come faccio a spiegarglielo?

Ms LG. Londra


Risposta:

C'era una volta una ragazza di nome Consumarentola, che non aveva i soldi per comprare le cose che desiderava. Andò dalla sua fata, e la fata chiamò un uomo di Wall Street che affermava di poter trasformare la paglia in oro. L'uomo spedì la ricetta per la formula magica alla fata, che però non lesse tutte le regole dell'incantesimo, scritte a caratteri troppo piccoli. La fata si accaparrò molta paglia a un prezzo d'occasione. Incoraggiata dall'affare, prestò a Consumarentola più soldi di quelli di cui aveva bisogno. Consumarentola comprò un magnifico vestito, un palazzo e fiumi di champagne. La prima rata del prestito scadeva a mezzanotte, ma Consumarentola non la pagò. La sua affidabilità nel mondo finanziario diventò pari a quella di una zucca e l'incantesimo dell'uomo di Wall Street si ruppe. La fata scoprì che la sua cantina non era piena d'oro ma di paglia. Quando tutto pareva perso spuntò Babbo Natale (lo Stato), che distribuì regali a tutti. A gennaio, quando arrivò l'estratto conto della carta di credito, Consumarentola scoprì che i regali di Babbo Natale erano stati pagati con un prestito a nome di Consumarentola.

E tutti vissero tristi e pezzenti.

20081023

in soldoni


C'è chi ha Alan Friedman, chi Sarah Varetto. Noi abbiamo Maurino, quello che recita in teatro con la t-shirt dei Kiss ma lavora in banca. Che poi, la Varetto non è nemmeno male, ma guardate che Maurino è un bell'uomo eh. Detto questo, Mau ci ha già dato delle delucidazioni in passato, sui subprime (anche qui) e ha un blog dove non parla di economia.

Dopo uno scambio di battute con un altro amico, Matteo, ecco che in me scatta la voglia di rompere i coglioni, e parte la domanda via e-mail "al" Maurino.

Mi spieghi il significato di "derivati"?

Al che, nonostante stia lavorando, Mau inizia a rispondere, e chiede se "non sarebbe carino chiamare questa rubrica 'In Soldoni'?", perchè "diamo giusto le coordinate, ecco, non di più. Anche perchè spiegare cosa sia uno strumento derivato nel numero di righe sopportabile da un internauta è impossibile per me!!". Accontentato.

E poi comincia la risposta, articolata, che cominciamo col pubblicare; se nei prossimi giorni uscirà qualche domanda interessante, e Maurino avrà la forza e la pazienza di rispondere, continueremo a pubblicare.

I derivati non sono altro che titoli. Cosa sono i titoli? E qui vi voglio, i titoli non sono altro che obbligazioni e azioni.
Forse bisognerebbe spiegare prima in cosa differiscono obbligazioni e azioni allora.

Acquistando un'obbligazione, tu hai un credito nei confronti dell'azienda che a una data scadenza ti restituirà il prestito (detto appunto prestito obbligazionario), mentre gli interessi verranno "spalmati" a scadenze, le cosiddette cedole (sono quelle che ha il prudente Maurino). Sapete come si chiamano in inglese le obbligazioni? Il mio nome è Bond... James Bond....

Con un'azione invece acquisti una quota del capitale della società e in base all'andamento vinci o perdi.

Tutto ciò a linee grandi e grosse come le galassie, ma si può già intravedere un abbozzo di schema.
I derivati sono la grande famiglia dei titoli, insomma.

Perchè se ne parla tanto? Perchè di strumenti derivati ce ne sono a bizzeffe e ognuno fatto a suo modo. Per ogni tipologia di risparmiatori esiste, insomma, un mezzo per stare sul mercato.
I derivati sono i mezzi.

Intanto ti segnalo questo signore qua .

Per comprendere con esattezza sarebbe preferibile analizzare le tipologie di derivato. Opzione, swap, future. Diversi approcci all'investimento.
Con questi mezzi tu hai la possibilità, o l'obbligo, di vendere o comprare i titoli dal tuo portafoglio, ad esempio. O organizzare scambi tra i portafogli...insomma, andrebbero visti caso per caso.
Nella foto, Alan Friedman imitato da Maurizio Crozza

20081013

marx e la crisi


Il nuovo capitalismo virtuale


La crisi colpisce l'economia reale. L'Islanda rischia la bancarotta. Si teme la recessione. E tornano in mente le previsioni di Marx






Questa settimana in Gran Bretagna i bancomat della Icesave hanno smesso di funzionare. Chi voleva usarli leggeva sullo schermo: "Operazioni di prelievo e deposito sospese".

La Icesave è un istituto controllato dalla Landsbanki, una delle principali banche islandesi. Grazie agli accordi bilaterali tra i due paesi, l'Islanda garantisce i primi 22mila euro depositati sui conti e il governo di sua maestà britannica le successive 50mila sterline.

Il resto, per ora, è finito nel buco nero della crisi. E c'è la possibilità che gli sfortunati risparmiatori non usufruiscano neanche del piano di salvataggio del governo islandese – che si è fatto garante degli istituti di credito del paese – o di quello del governo britannico. Si teme, infatti, che l'Islanda sarà la prima vittima del nuovo 1929, che andrà in bancarotta, e che il sistema bancario britannico crollerà.


Crolla il settore produttivo


L'esperienza dei clienti della Icesave potrebbe ripetersi altrove. La prossima vittima, si mormora, sarà la Royal Bank of Scotland o addirittura Unicredit in Italia. Tutte le banche europee e americane rischiano il collasso e basta poco, anche solo i rumors di mercato, pure e semplici voci, per farle scivolare nell'insolvenza.

I motivi della debolezza del sistema bancario li conosciamo: eccessivo indebitamento per oltre un decennio a causa dei derivati, gli effetti speciali della finanza che hanno falsato nei bilanci il rapporto tra dare e avere. Ma è sorprendente che il piano di salvataggio americano e la decisione dei governi europei di sostenere insieme il sistema bancario del vecchio continente non riescano a frenare la folle caduta dei mercati.

Ogni volta che le azioni perdono quota si brucia ricchezza. In un giorno sono svaniti 1.400 miliardi di dollari, quasi il 4 per cento dell'economia mondiale. Anche se si tratta di ricchezza contabile, l'effetto è dirompente: sale l'indebitamento delle banche che hanno in portafoglio azioni, mutui e prodotti sintetici come le mortgage backed securities, e si rafforza la convinzione che ancora non si è toccato il fondo.

Le pesanti iniezioni di contante, l'interruzione delle contrattazioni della borsa in Russia, Brasile, Indonesia, cioè nelle economie emergenti, la nazionalizzazione delle banche e la stessa garanzia dello stato sono tutte manovre per riportare la fiducia sui mercati e convincerli che il peggio è passato. Manovre che finora non hanno funzionato.

Oggi nessuno vuole fare un'inversione di marcia perché ancor più della crisi finanziaria tutti temono la recessione. E dal cocktail esplosivo di queste due calamità ci si riprende solo dopo anni di povertà. I segni premonitori dell'ubriacatura si vedono all'orizzonte.

Dal fallimento di Lehman Brothers il mercato delle commercial papers, cioè delle cambiali senza garanzia emesse dalle grandi società contro entrate future e usate per operazioni a breve, si è paralizzato. Nessuna banca è disposta ad anticipare il loro valore e chi lo fa chiede tassi proibitivi. Dalla metà di settembre, su questo mercato le banche statunitensi hanno ritirato più di 200 miliardi di dollari e le assicurazioni contro l'insolvenza di chi le emette sono passate da 87 miliardi di dollari a metà agosto a 143 miliardi un mese dopo.

Nel giro di poche settimane la liquidità del settore produttivo americano è crollata e l'industria ne ha risentito. L'indice della produzione industriale a settembre è sceso del 43 per cento: cifre così non si vedevano dagli anni trenta.


Un sistema fondato sul debito


Il governatore della Federal reserve (Fed) ha deciso di fare da agente di smistamento tra banche e società sul mercato delle commercial papers: le banche depositano il denaro nei forzieri della banca centrale e la Fed paga le cambiali del settore produttivo.

Un compito analogo a quello che sta svolgendo per il mercato interbancario. Riuscirà la Fed a sostenere il mercato finanziario e quindi quello produttivo? È l'interrogativo che tutti si pongono.

Un secolo e mezzo fa Karl Marx aveva previsto uno scenario simile: che il sistema di produzione capitalista crollasse a causa dell'eccessiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi capitalisti canaglie, che drenavano dall'economia nazionale risorse monetarie.

Marx non poteva certo immaginare che le canaglie fossero i banchieri e che tra le vittime ci fossero gli stessi industriali, privati dell'ossigeno monetario dall'ascesa del capitalismo virtuale postindustriale. Un'ascesa alimentata non dal plusvalore, ma dal debito.

20081010

la crisi islandese


La crisi economica islandese era prevista. Rileggetevi questo articolo diviso in due parti, qui e qui; tra l'altro, anche una persona poco raccomandabile come Maurizio Blondet, che ce l'ha con i rom e gli ebrei (chi è che mi ricorda?), ma evidentemente si intende di economia globale, l'aveva prevista il 29 marzo del 2006, leggere qui per credere.


Le domande a questo punto sono due:


-ne risentirà la musica dei Sigur Ròs?


-se andiamo in vacanza in Islanda, aiuteremo i poveri islandesi?


La risposta, come sapete, è dentro di te, e però......

20080828

nucleare si o no? parte 4





Risparmio e razionalizzazione
Questo, però, non danneggerebbe il clima, anche se dire il contrario è uno degli intramontabili cavalli di battaglia dei sostenitori del nucleare. Gli esperti lo hanno spiegato perfino al ministro
dell’economia e sostenitore dell’energia nucleare, Michael Glos: se vuole raggiungere i suoi obiettivi nel campo della tutela dell’ambiente, la Germania deve concentrarsi sul problema dell’efficienza energetica, non sul rilancio del nucleare. Solo chi è in malafede può difendere, in nome della tutela del clima, la proroga dell’uso dei reattori e, al tempo stesso, rifiutare le misure per il risparmio energetico. E lo stesso vale per chi dice che solo i profitti ottenuti prolungando il funzionamento delle centrali permetteranno di finanziare la ricerca con cui costruire un futuro energetico sicuro. Se l’energia è diventata una questione di vita o di morte, allora in un bilancio federale di 280 miliardi di euro si dovrebbero pur trovare fondi sufficienti a sostenere la ricerca. Lo sfruttamento efficiente dell’energia è l’unico modo per ridurre la dipendenza dall’estero. I francesi e i belgi, che dal nucleare ricavano una quota molto più elevata della loro produzione energetica, consumano più gasolio pro capite dei tedeschi. Secondo la più recente e disperata argomentazione della lobby nuclearista, la Germania non potrebbe permettersi di rinunciare simultaneamente all’energia nucleare e a quella del carbone. E infatti non è quello che succederà. Nel 2020, quando – secondo il piano di abbandono del nucleare – verranno spenti gli ultimi reattori, si potrà ottenere ancora molta energia elettrica dalle centrali a carbone. Questi impianti emettono un po’ più anidride carbonica (CO2) di quanta ne produrrebbero le vecchie centrali nucleari se venissero sostituite dalle nuove. Del resto anche le nuove centrali elettriche a carbone producono molta anidride carbonica, solo che, come hanno deciso gli investitori, devono produrre profitti per almeno quarant’anni. È proprio questo il problema. Nei prossimi quarant’anni i paesi come la Germania dovrebbero ridurre le loro emissioni di CO2 dell’80 per cento per rallentare il riscaldamento del pianeta. Secondo gli attuali standard tecnologici, con le centrali a carbone questo non sarà possibile. È giusto, quindi, rinviare anche la costruzione di nuove centrali a carbone, almeno finché non ne esisteranno di “compatibili con il clima”. È invece assurdo voler sfruttare, fino a quel momento, l’energia atomica come “tecnologia ponte”. La prima crisi petrolifera, agli inizi degli anni settanta, insegna che politici, manager e consumatori si mobilitano soprattutto quando la pressione delle circostanze li costringe a farlo. Il ritorno al nucleare potrebbe produrre l’effetto opposto, alimentando l’illusione che le sfide poste dalla questione energetica e climatica siano ormai superate.


Andreas Sentker è il responsabile delle pagine di scienza del settimanale tedesco Die Zeit

Fritz Vorholz è un giornalista della redazione di Berlino di Die Zeit


fine reportage

20080827

nucleare si o no? parte 3




Un'illusione dannosa

di Fritz Vorholz, DIE ZEIT, Germania


Petrolio alle stelle, paura del cambiamento climatico e della crescente dipendenza dai paesi fornitori di energia: sono tutti fattori che aumentano l’insicurezza dei tedeschi. I consumatori spaventati ascoltano più facilmente gli argomenti che sembrano convincenti, anche se non lo sono. Come quelli della Cdu, secondo cui l’energia atomica è assolutamente ecologica. Economica, pulita, di fabbricazione tedesca e quindi sicura. Ora la Cdu propone di tornare sulla decisione di abbandonare il nucleare e di lasciare in funzione, dopo il 2020, le 17 centrali presenti sul territorio tedesco. Ma i fautori del nucleare inseguono un sogno che potrebbe rivelarsi un
incubo per le persone e per l’ambiente. Forse i reattori del futuro saranno migliori di quelli attuali. Ma nel mondo, ora, ci sono 439 impianti. E in ogni momento è possibile che uno vada in
avaria. Un incidente del genere porterebbe irrevocabilmente allo spegnimento anche dei reattori nazionali. E la lobby nuclearista lo sa bene. L’energia atomica non fa bene al clima, e sicuramente
non ci affranca dal costosissimo petrolio. Quanto al prezzo dell’energia elettrica che produce, è più conveniente solo in misura trascurabile. La promessa di un’energia più economica, evocata dalla Cdu e usata anche in campagna elettorale, rivela un profondo disprezzo degli elettori. È vero che nelle centrali nucleari l’energia viene prodotta a un costo molto basso, una volta superato il periodo di ammortamento. L’utente però non beneficia in alcun modo di questo risparmio, perché paga l’energia non in base ai costi di produzione ma secondo il prezzo di mercato. La differenza va ai proprietari delle centrali. Se tutti accettassero di rinunciare a metà dei loro profitti extra, come contropartita in cambio di una proroga sulla durata di funzionamento delle centrali, forse allora le bollette potrebbero davvero calare.


continua

20080826

nucleare si o no? parte 2




I reattori del futuro
Questi problemi hanno una soluzione tecnica e una risposta politica. Mentre la Germania, che un tempo era un paese leader nel settore, ha quasi abbandonato la ricerca sul nucleare, nel resto del mondo gli scienziati stanno seguendo due progetti. Vogliono innanzitutto riprocessare i prodotti di fissione per ricavarne altri con un decadimento più rapido. Questo permetterebbe di ridurre
la durata delle misure di sicurezza necessarie per le discariche di scorie da centinaia di migliaia di anni ad alcuni secoli. In Finlandia si sta costruendo un reattore di terza generazione, dove i danni sarebbero limitati anche se si dovesse verificare l’incidente più catastroico: la fusione del nocciolo. Nei reattori di quarta generazione questo tipo di incidente sarà escluso in linea di principio. Le riserve di uranio non solo basteranno per molti decenni ma, a differenza dei giacimenti di petrolio e di gas, si trovano in regioni politicamente sicure, come il Canada e l’Australia. Infine, se si
considera la tecnologia delle centrali e la sorveglianza a cui sono sottoposte, la Germania non ha motivo di temere la proliferazione di plutonio adatto per usi militari. Recentemente Erhard Eppler, teorico dell’Spd e avversario del nucleare, ha fatto una proposta: si potrebbe discutere
una proroga dell’uso delle centrali nucleari esistenti, a patto di includere nella costituzione il divieto di costruirne di nuove. Una proposta simile – limitare attraverso la costituzione una tecnologia le cui potenzialità cominciano solo ora a profilarsi – dimostra una spaventosa cecità.
La controproposta è semplice: non c’è alternativa alla proroga dell’uso delle centrali. Dovremo comunque continuare a usare l’energia atomica. La gestione di centrali il cui costo è stato già ammortizzato assicura alle imprese profitti enormi. Bisogna reinvestirli per stabilizzare i prezzi e per incoraggiare il risparmio energetico. È anche necessario finanziare la ricerca sul carbone pulito e sulle energie alternative, oltre a quella sul nucleare. Abbiamo bisogno non solo di discariche sicure, ma anche di trovare la via che ci porterà alle centrali nucleari di quarta generazione, in grado di produrre in modo sicuro molta energia con poche scorie. Queste centrali prima o poi esisteranno. Anche in Germania.


fine articolo - continua reportage

20080825

nucleare si o no? parte 1


Da Internazionale nr. 754, un confronto tutto tedesco sul nucleare.


Nucleare: no grazie?

La Germania aveva deciso di chiudere le centrali entro il 2020. Ma con la crisi petrolifera si riapre un dibattito che non riguarda solo i tedeschi


Energia irrinunciabile

di Andreas Sentker, DIE ZEIT, Germania


In nessun settore della ricerca la Germania è riuscita a raggiungere un tale livello di eccellenza in
pochi anni. Poi, quando era già all’avanguardia sul mercato mondiale e nella tecnologia del nucleare, il paese ha bloccato ogni ulteriore progresso. Nei prossimi anni verranno gradualmente
smantellate una serie di centrali che sono considerate tra le più sicure e affidabili del mondo. Come faremo a soddisfare la nostra fame di energia e a fare i conti con i cambiamenti climatici?
Affrontare queste sfide è possibile e, proprio per questo, molti paesi si preparano a tornare all’energia nucleare. Al vertice del G8 in Giappone tutti i paesi, tranne la Germania, hanno puntato sul rilancio della fissione nucleare come fonte di energia ecologica. Il motivo è che i progressi ambientali, economici e tecnici raggiunti negli ultimi anni non solo permettono di continuare a usare le centrali nucleari esistenti, ma rendono questa opzione inevitabile sul lungo
periodo. Le alternative, infatti, non sono abbastanza evolute o sono poco affidabili. Dopo Cernobyl, sviluppare e sperimentare alternative al nucleare era la scelta più ragionevole. Ma nel frattempo la ricerca sui reattori ha compiuto molti progressi. In gran parte del mondo si sta rivedendo il giudizio sull’energia atomica, sia a causa dell’emergenza energetica sia perché questa tecnologia ispira sempre più fiducia. In Europa, in America e in Asia si annunciano progetti di nuove centrali. In Finlandia i tecnici tedeschi e francesi stanno costruendo un moderno reattore ad acqua pressurizzata. Il primo ministro britannico Gordon Brown vuole garantire l’autonomia
energetica del paese con la costruzione di almeno venti nuove centrali. Il ministro statunitense dell’energia Samuel Bodman prevede un fabbisogno di oltre cento reattori. La Cina vuole
quadruplicare il numero delle sue centrali, portandole a 40, e l’India prevede importanti investimenti nel settore. Oggi è difficile capire perché la Germania si ostina a voler smantellare
le centrali entro il 2020. Per molti politici dei Verdi e dell’Spd, la decisione di rinunciare al nucleare è stata il coronamento del lavoro di una vita. La rinuncia alla rinuncia sarebbe la loro Waterloo. Al di là delle ideologie, ci sono quattro argomenti che gli avversari del nucleare
continuano a utilizzare. Prima di tutto la questione della sicurezza, che da Cernobyl in poi è stata tirata fuori ogni volta che c’è stato un problema, anche minimo, a un reattore: è un’ottima fonte
di paure. Poi c’è la questione dello stoccaggio delle scorie radioattive: in Germania è stata discussa così a lungo che molti, ormai, pensano che sia impossibile smaltirle in modo sicuro. Inoltre, chi può garantire che il materiale radioattivo sarà usato solo per scopi pacifici? E, quarta obiezione, le riserve di uranio non sono sufficienti per realizzare questi programmi.


continua