Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Ingrid è una scrittrice di successo che scopre che Martha, un'amica con cui un tempo lavorava nella stessa rivista, ha un cancro terminale. Le due si ritrovano all'ospedale di Manhattan dove Martha è ricoverata, e Martha racconta a Ingrid la sua storia. Negli anni '70, Martha rimase incinta di Fred, un giovane che aveva conosciuto al college. Fred partì per combattere nella guerra del Vietnam, tornando con un disturbo da stress post-traumatico. In seguito, Fred si risposò, lasciando la figlia di Martha, Michelle, a chiedere continuamente alla madre dove fosse Fred durante la sua crescita. Volendo rassicurare la figlia, Martha contattò la moglie di Fred, che le rivelò che Fred era morto cercando di salvare una persona inesistente, di cui sentiva le voci in un'allucinazione, da un incendio in casa. Michelle provò risentimento verso la madre e si allontanò da lei. Oggi, Martha non ha più famiglia e rivela a Ingrid di aver recentemente acquistato delle pillole per l'eutanasia per poter porre fine alla sua vita in segreto. (Wikipedia)
Il debutto del regista spagnolo in lingua inglese, a mio modestissimo parere, non sposta di una virgola la parabola discendente delle sue opere (secondo me non azzecca un film da lungo tempo). A dispetto di quanto i critici accreditati hanno scritto, la riflessione elegantissima (il film si svolge in gran parte in una casa da sogno, qui torniamo ad un punto che sostengo da tempo, le case sono diventate protagoniste assolute nel cinema moderno), sostenuta da un cast di prim'ordine, sull'eutanasia (forse meglio definirla, in questo caso, suicidio assistito, ma la questione è aperta), non riesce né a spostare il dibattito, ma soprattutto, non riesce ad emozionare per nulla. Un film elegante, come detto, ma totalmente freddo. Per me è un grosso no.
The Spanish director's English-language debut, in my humble opinion, doesn't change the downward trend of his work one iota (in my opinion, he hasn't made a good film in a long time). Despite what accredited critics have written, the elegant reflection (the film takes place largely in a dream house, returning to a point I've long maintained: houses have become the absolute protagonists of modern cinema), supported by a first-rate cast, on euthanasia (perhaps better called assisted suicide in this case, but the question remains open), fails to shift the debate, but above all, fails to move at all. An elegant film, as mentioned, but utterly cold. For me, that's a big no.























