No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
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20110220

Naomi about global warming

A parte che io amo questa donna, ma forse ve l'ho già detto, un sunto del punto di vista che condivido sul futuro del pianeta. Da Internazionale, ci sono sottotitoli in varie lingue, ma non in italiano.

20100317

rifiuti

Da Internazionale nr. 831

Ethical living
Le regole dei rifiuti

Nel dubbio meglio buttare nell’indifferenziata. Quando non si sa in quale campana dei rifiuti va messo un oggetto, è meglio metterlo nella spazzatura indifferenziata. Le alternative infatti sono peggiori. Nel migliore dei casi, un oggetto sbagliato può ostacolare il processo di riciclo. Per esempio, un vasetto di yogurt in propilene può essere trattato insieme ai flaconi in polietilene, anche se i due tipi di plastica hanno proprietà chimiche diverse e si mescolano solo in piccola percentuale. Nel caso peggiore, si rischia di danneggiare l’intero processo di riciclo. Un chilo di pvc, per esempio, può rovinare diecimila chili di pet. Ugualmente problematico è mescolare con la plastica le lattine, l’alluminio, il pyrex, gli specchi e i pezzi di ceramica. Che succede invece se si butta nell’indifferenziata un oggetto riciclabile? Si perde l’opportunità di recuperare energia e risorse, e si riempiono ulteriormente le discariche. Inoltre, si stima che un chilo di plastica smaltito in discarica produca gas serra equivalenti a 0,04 chili di anidride carbonica. Un chilo di carta ne produce invece 0,25. Non sono grandi quantità di gas serra, né è un grande danno ambientale, ma sarebbe comunque meglio riciclare. Che cosa bisogna fare invece quando il sistema locale di raccolta differenziata si basa su un unico contenitore, con una separazione finale dei diversi tipi di materiale? In questo caso il rischio di “contaminazione” è ancora più alto, ed è richiesta una maggiore attenzione del cittadino nell’inserire solo i materiali indicati.

20100310

food


Da Internazionale nr. 831, un interessante, seppur estremo, punto di vista sul cibo e sullo spreco.


In difesa del cibo


William Leith, Financial Times, Gran Bretagna.


Con i prodotti raccolti dalla spazzatura ha organizzato un pranzo per cinquemila persone.
Un modo per denunciare gli sprechi alimentari


Sto aspettando Tristram Stuart al Wahaca, un rumoroso ristorante messicano di Covent Garden, a Londra. Stuart, attivista e scrittore, è noto per due motivi. Innanzitutto è un freegan, cioè mangia il cibo raccolto dai bidoni fuori dai supermercati. Poi è stato il promotore di Feeding the 5.000, un evento in collaborazione con ActionAid e Save the children che si è tenuto il 16 dicembre 2009 a Trafalgar Square. Quel giorno migliaia di persone hanno mangiato del cibo che sarebbe stato buttato. Stuart, autore del libro Sprechi (Mondadori 2009), è un’autorità in materia. E un genio della frugalità. Ma non della puntualità. Lo aspetto seduto al tavolo del Wahaca mentre osservo il menù, un enorme pieghevole che ricorda l’elenco dei programmi delle tv satellitari. La scelta è sterminata. Carni tenere e marinate, con una vasta oferta di salse. Manzo, pollo, pesce e chorizo. Ordino una birra scura e una tequila invecchiata, sorprendentemente delicata. Al suo arrivo Stuart, 32 anni, è proprio come ci s’immaginerebbe il difensore dei senzatetto e degli affamati: è alto, bello e ha giusto un filo di barba. Ma ha anche l’aspetto di uno che non ha paura di mettersi a frugare in un cassonetto del supermercato. Ha perfino compilato delle tabelle su quello che si trova nella spazzatura, confrontando le statistiche sugli sprechi con quelle dei ricavi dei supermercati. Si toglie il montgomery con degli enormi alamari. Indossa una camicia bianca e un maglione grigio. Guarda il menù. “La cosa che mi piace di questo ristorante”, dice, “è che non sbandierano ai quattro venti la sostenibilità ma la danno per scontata. Non dico che sia perfetto ma almeno si sforzano di usare cibi sostenibili. Non si limitano alle parole ma si preoccupano di mettere in pratica le buone intenzioni. Ed è questo che vogliamo: che certe cose siano date per scontate”. La chef del Wahaca, Thomasina Miers, ha partecipato all’evento di Trafalgar Square facendo una dimostrazione di cucina.
A tavola in cinquemila
Arriva il cameriere e ci spiega il menù, che è piuttosto complicato. Si possono condividere i piatti, fare diverse piccole ordinazioni o chiedere porzioni grandi. Le portate hanno forme divertenti e le salse a disposizione sono tante. “Questa è delicata al limone. Questa è affumicata. E questa è diabolica, mi creda”. Poi, rivolgendosi a Stuart, il cameriere dice: “Credo di averla vista in televisione”. “Sì”, risponde lui. “Probabilmente perché il 16 dicembre abbiamo dato da mangiare gratis a cinquemila persone. Abbiamo servito 3.500 porzioni di curry, tre tonnellate di prodotti alimentari e circa mezza tonnellata di frullati”. Le cifre, spiega, sono state calcolate contando le posate inutilizzate. Torniamo al menù. “Consiglio il merluzzo nero”, dice Stuart, “è relativamente sostenibile”. E merluzzo sia. Stuart ordina un burrito di verdure di stagione con salsa di avocado. Il suo primo libro The bloodless revolution (2006) è una storia del vegetarianismo, anche se lui mangia di tutto. Vive in una fattoria nel Sussex dove dà la caccia agli scoiattoli per mangiarli. Alleva i maiali e ne cucina anche le teste per non sprecare proprio niente. Ama così tanto i maiali che il suo nuovo libro è dedicato a Gudrun, la sua prima scrofa. “Ti dà fastidio se condividiamo le bevande?”, mi chiede. “No”. “Perfetto, ordiniamo un drink alla mandorla e uno all’ibisco”. Ordina anche un caffelatte. Io scelgo un espresso. Il ristorante è rumoroso e Stuart deve alzare la voce per farsi sentire. Mi racconta com’è andata a Trafalgar square. “Abbiamo portato una quantità di cibo sufficiente per cinquemila persone. Di solito, passo gran parte del mio tempo a spiegare perché è importante non sprecare gli alimenti e quali sono i modi migliori per farlo. Ma quel giorno non ho dovuto dire niente. Le persone facevano la coda e, quando toccava a loro, dicevano frasi del tipo: ‘Perché l’hanno buttato? Non ha niente di strano’. Be’, di fronte a commenti del genere non c’era niente da aggiungere”. Anche alla radio hanno detto che il cibo era fantastico. “Davvero?”, continua Stuart. “Non avrei mai immaginato che tutto potesse essere così magico. La fila sembrava infinita: faceva tutto il giro della piazza”. Passiamo a parlare di Sprechi, un libro sconvolgente anche se, tutto sommato, basato su un’idea semplice. Stuart usa i dati ottenuti dall’esame di duemila cassonetti di abitazioni private, efettuato dal Waste and resources action programme, per spiegare perché produciamo troppo cibo e ne gettiamo via enormi quantità ancora intatte. Il pane e i prodotti da forno buttati ogni anno in Gran Bretagna salverebbero dalla fame 26 milioni di persone. Ogni anno gli inglesi sprecano 2,6 miliardi di fette di pane, 484 milioni di vasetti di yogurt ancora sigillati e 1,6 miliardi di mele. Complessivamente più del 30 per cento del cibo comprato finisce nella spazzatura. La ragione, spiega Stuart nel libro, sta nell’inclinazione dell’essere umano agli eccessi. “Il surplus ha rappresentato la base del successo umano per diecimila anni”, spiega. Una tribù con cibo in eccesso diventa più forte e più grande. Gli esseri umani hanno sempre pensato che avere troppo è meglio che non avere abbastanza. Oggi è lo stesso. “Facciamo un’ipotesi”, dice Stuart. “Un prodotto costa 50 centesimi di euro al produttore ed è venduto a un euro. Dal punto di vista finanziario è più conveniente eccedere nelle scorte e perdere, al massimo, il prezzo di costo, piuttosto che approvvigionarsi di una quantità insufficiente e perdere…”. “I ricavi della vendita?”. “Esatto. La vendita. È una strada obbligata per qualunque distributore. Ma il problema è l’approvvigionamento eccessivo per evitare il rischio di perdere vendite. In altre parole, si riempiono gli scaffali per offrire un’immagine di abbondanza. I clienti se l’aspettano. Sono abituati così. È un fenomeno recente: negli anni ottanta capitava ancora di vedere degli scaffali vuoti nei negozi. Ma ora l’esposizione del cibo è diventata una forma di ostentazione per impressionare i clienti”. Arriva il nostro pranzo. Il pesce è accompagnato da verdure piccanti, peperoni e cipolle. Il merluzzo nero ha la carne bianca e soda, è simile al merluzzo comune ma non è sottoposto a una pesca intensiva. Nel suo libro Stuart ha descritto anche gli enormi sprechi dell’industria ittica. Nel tentativo di catturare le specie più richieste dai grossisti, i pescherecci raccolgono grandi quantità di pesci, non altrettanto ricercati, che finiscono per essere ributtati in mare senza vita. Stuart comincia a mangiare. “Sono un grande sostenitore del cibo venduto per strada”, dice. “Penso che sia un ottimo modo per capire la cultura di un posto. E di solito trascuro qualsiasi tipo di avvertimento. Per esempio, anche se dicono che si può contrarre l’epatite, ho mangiato trippa di cavallo ripiena di carne di cavallo in una stazione ferroviaria del Kazakistan, dove la gente cucina questi cibi a casa e poi esce a venderli quando arriva il treno da Mosca”. Stuart è cresciuto in Sussex, nella foresta di Ashdown, insieme ai suoi due fratelli maggiori. Ha passato dei momenti difficili, come il divorzio dei genitori e la malattia del padre. Per un periodo ha vissuto in collegio a Sevenoaks ma non gli piaceva. Gli anni più belli sono stati quelli con il padre. “Eravamo solo noi due”, racconta. “Ho cominciato a comprare maiali, tra cui Gudrun”. Allevare maiali ha aiutato Stuart a capire molte cose sugli sprechi alimentari. Per dare da mangiare agli animali raccoglieva gli avanzi della mensa scolastica e le patate, le foglie di cavolfiori e i pomodori scartati dai negozianti e dai contadini della zona. I maiali erano belli grassi. La carne, dice, era fantastica. Inoltre, i semi di pomodoro contenuti negli escrementi degli animali concimavano il terreno e, a volte, germogliavano. Stuart ha ottenuto così anche delle meravigliose piante di pomodoro e si è messo a produrre il chutney. “Io avevo i maiali, mio padre dei meravigliosi orti traboccanti di verdure. Allevavamo anche i polli”, dice Stuart. “Anche se in modo del tutto inconsapevole, cercavamo di produrre alimenti biologici e di essere autosufficienti. È stato un periodo bellissimo”. Il padre di Stuart era un insegnante con idee progressiste. “Quando entrava in classe per prima cosa faceva sedere gli alunni in circolo”. Alla fine delle superiori Stuart è andato a vivere in una fattoria in Francia. “Ho abitato con dei veri contadini. Sono stati una vera ispirazione”, dice. In seguito, si è iscritto al corso di letteratura inglese a Cambridge, dove ha conosciuto Alice Albinia, che ha sposato nel 2001. Dopo la laurea è andato in Kosovo “per portare un po’ di aiuti umanitari”. Inine, ha raggiunto Alice in India, dove hanno lavorato per il Centro per la scienza e l’ambiente di New Delhi.
Animali da riscaldamento
Il burrito è piacevolmente insipido, l’involucro è morbido e spesso. Mi chiedo se assaggiare la salsa che il cameriere ha definito “diabolica”. Preferisco di no. Stuart e Alice, anche lei scrittrice, hanno deciso di tornare a vivere nella foresta di Ashdown. Allevano maiali, polli e api. “Le volevo da tanto”, dice Stuart. Gli chiedo se hanno in programma dei figli. Ci pensa su un attimo e alla fine risponde: “Credo che esistano delle buone ragioni, dal punto di vista ambientale, per ritardare la riproduzione”. Ci scambiamo le bevande. Ho assaggiato quella alla mandorla. Ora sorseggio l’ibisco, che ricorda il succo di mirtillo ma è meno dolce. Parliamo di produzione alimentare globale, dell’abuso dei fertilizzanti nei terreni, dell’abbattimento delle foreste per fare posto ai campi di soia con cui nutrire il bestiame e produrre carne per le nostre tavole. Secondo Stuart, il fatto che i bovini siano allevati a mais e soia rovescia la logica dell’addomesticamento degli animali. “Lo scopo iniziale”, spiega, “era aumentare il rifornimento netto alimentare, dal momento che gli animali erano in grado di convertire alcune risorse inutilizzabili in…”. “Calorie?”. “Esatto. Calorie. Ma anche in energia, per la trazione degli aratri, in latte, carne… Erano anche una fonte di riscaldamento. Nei paesi dai climi rigidi gli animali erano tenuti in casa. Funzionavano come termosifoni. I contadini francesi con cui ho abitato tenevano le mucche in sala. Era un peccato sprecare tutto quel calore”. Il mondo occidentale produce troppo cibo, continua Stuart. E non ci rendiamo conto dei costi di tutto questo: l’esaurimento dei terreni, la distruzione degli alberi, l’impoverimento delle riserve ittiche. Ma, cambiando le nostre abitudini, possiamo fare molto: pianificare i pasti per fare una spesa più oculata. Comprare meno. Usare gli avanzi. Non sbucciare le verdure. Mangiare meno carne. A un certo punto guarda il telefono. È di nuovo in ritardo. “Mia moglie mi sta aspettando!”, dice. Le fa uno squillo, indossa il montgomery con gli enormi alamari e mi stringe la mano per congedarsi.


Biografia
◆ 1977 Nasce a Londra.
◆ 1999 Si laurea in letteratura inglese a
Cambridge.
◆ 2006 Pubblica il suo primo libro, The bloodless revolution (HarperCollins).
◆ 2009 Pubblica Sprechi (Mondadori).
◆ 16 dicembre 2009 Organizza a Trafalgar square, a Londra, l’evento Feeding the 5.000.

20090531

diritto al tetto


Inutile ripetere che una trasmissione come Report se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Questa sera il tema era lo sviluppo abitativo-urbanistico in Italia, o meglio, la cementificazione inutile. Chi, come me, vive in una località di mare, sa benissimo che in Italia non è vero che mancano le case: ce ne sono in abbondanza. Infatti, una delle frasi di lancio di questa puntata diceva che in Italia ci sono circa 8.000 abitazioni in più di quelle che occorrerebbero a dare una casa a tutta la popolazione, o qualcosa del genere. Se avete visto la puntata, avrete capito che fin dai tempi della Democrazia Cristiana, la lobby dei costruttori ha "comandato" in questo paese, strappando ettari ed ettari di terreno alla campagna.

Vabbè.

Ma sempre grazie a Report, riusciamo a conoscere personaggi straordinari (per l'Italia, in un paese civile sarebbe solo un buon politico, nella norma). Domenico Finiguerra (foto), sindaco di Cassinetta di Lugagnano, mi ha incuriosito perchè il comune da lui governato confina con quello dove abita il mio co-blogger. Il sindaco che vorremmo ha un blog: questo. Con due-tre frasi dette al giornalista di Report Finiguerra ha dimostrato di essere, nonostante la giovane età, un politico con le idee chiare, con una coscienza ambientale forte, e un'etica sconosciuta alla stragrande maggioranza dei politici di alto livello. In pratica, un estremista, che, visto che non c'è tutto questo bisogno di case, ha detto di no a diverse offerte speculative e ha dato l'ok solo a ristrutturazioni che servivano davvero.


PS a proposito del titolo, nella colonna sonora della puntata, anche, naturalmente, i Ministri.

20090513

succede a Gent


Simpatica iniziativa nella città dove vivono gli amici Dria, Sabien e Matilde. Ci diranno di più proprio loro. Leggete qui.

20090327

condominio ecocompatibile

Da Repubblica di oggi

A Follonica il primo condominio completamente ecologico d'Italia. Merito di geotermia, solare e materiali
Luce e acqua calda, riscaldamento d'inverno e aria condizionata d'estate: per gli abitanti sarà tutto gratis
La casa dei miracoli, energia pulita e niente bollette
di Maurizio Bologni

È il primo condominio a bolletta energetica zero - gratis sono il riscaldamento d´inverno e il raffrescamento d´estate, la luce e l´acqua calda - realizzato grazie all´utilizzo dell´energia geotermica a basso calore, combinata con pannelli solari, efficienza energetica di mattoni e altri materiali di costruzione. La casa dei sogni sorge a Follonica, seconda città della provincia di Grosseto, terra di vacanze e bagni al mare per toscani dell'entroterra, vacanzieri di ogni parte d´Italia e stranieri. Ma il turismo non c'entra col condominio felice dove non si pagano luce, riscaldamento e acqua calda. Anzi.
Il secondo fatto sorprendente è che i venti appartamenti sono costruiti in un'area Peep (Piano per l'edilizia economica e popolare) e hanno un prezzo di mercato: 255.000 euro per 80 metri quadrati, box auto e giardino privato. Giovani coppie in cerca di prima casa se li sono accaparrati aderendo all'offerta di una cooperativa edile che non poteva che chiamarsi "Avvenire". Ci andranno a vivere a settembre. Ma intanto, la prossima settimana, sarà inaugurata e premiata dalla Regione Toscana la centrale termica, vero gioiello tecnologico dell'edificio.
«Anche quella, la centrale termica, costa quanto un impianto tradizionale» giura Giacomo Biserni, geologo della Ecogeo di Siena e mente del progetto. I suoi tecnici hanno spinto trivelle e sonde del diametro massimo di 15 centimetri fino a cento metri sotto terra. «A quella profondità - spiega Biserni - la temperatura può arrivare fino a 25 gradi, ma ovunque è di almeno 16-18 gradi, quanto basta per essere sfruttata a fini energetici. Una centrale così, insomma, si può fare dappertutto, sul 99% della superficie terrestre mondiale». Non occorre, insomma, che ci si trovi in zona di soffioni e vapori, che pure ci sono non distante da qui, sull'Amiata e a Larderello nel pisano.
Succhiata l'energia nel sottosuolo, le sonde la spingono nella centrale termica, che fa la sua parte attraverso pompe di calore e inversione termica che d'inverno riscaldano l'acqua e d'estate la raffreddano. Non ci sono termosifoni negli appartamenti del futuro, ma una serpentina collocata sotto il pavimento, dove viene "iniettata" l'acqua calda o fredda e che, in questo modo, assolve alla necessità di riscaldamento d'inverno e svolge il ruolo di condizionatore d'aria d'estate. «La geotermia a basso calore garantisce i tre quinti del fabbisogno energetico della casa, un quinto viene dal fotovoltaico, il resto dall'efficienza energetica dei materiali» dice Biserni. «L'obiettivo è arrivare ad una casa completamente alimentata attraverso la geotermia a basso calore». Agli inquilini di Follonica va già bene così. Non pagheranno le bollette. E ogni anno, per venti anni, riceveranno 700 euro di contributo per l'utilizzo del fotovoltaico.
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Per questa volta, il Corriere aveva battuto sul tempo Repubblica: ecco qui l'articolo riguardante lo stesso condominio, datato 23 marzo. E qui quello su un portale di economia.
L'importante, è che cose (case) del genere inizino ad esistere anche qui in Italia.

20090322

tav?


Non sono un ecologista, anche se cerco di fare quanto è in mio potere per rispettare il pianeta. Non sono animalista, anche se per 12 anni sono stato vegetariano e cerco di ridurre il mio impatto sul mondo animale. Non sono un verde di quelli che dicono sempre no, e non sono contro il progresso. Ma mi domando solo se ce n'era davvero bisogno e soprattutto se non si poteva fare in modo migliore. Il bello è che non è ancora finita. Questo articolo, scritto da Paolo Rumiz, che qui conosciamo per i suoi scritti e rispettiamo molto, fa molto pensare. E quasi piangere. Da Repubblica.


20090315

sobrietà


Interessante, come spesso accade, la rubrica di Rampini (foto) su D la Repubblica delle donne nr. 637 di ieri. C'è anche una sorta di pubblicità non voluta alla multinazionale dove lavoro...



0086-0091: Call Cindia

Frugalità nel dna
In tempi di crisi si possono imparare dai cinesi mille trucchi su come si stringe la cinghia

di Federico Rampini
All'inizio confesso di aver provato un po' di fastidio quando la mia assistente cinese, Zhang Yin, faceva delle fotocopie così sciatte: non riuscivo mai a capire al primo colpo d'occhio qual era il lato da leggere, visto che erano stampati tutt'e due. Sì, perché Zhang Yin non concepisce neppure lontanamente l'idea di inserire nella fotocopiatrice dei fogli di carta bianchi, vergini. Lei riutilizza tutti i vecchi fogli già stampati da un lato, li gira per usare il lato ancora vuoto. Non è un bel vedere, d'accordo, ma si riduce di metà lo spreco di carta. E la spesa. Ora che siamo tutti - cinesi compresi - sotto l'oppressione della crisi economica, l'attenzione alla riduzione dei costi diventa di colpo altrettanto importante della difesa dell'ambiente. Le due cose del resto vanno generalmente d'accordo. In Occidente si parla tanto dell'emergere di un nuovo "consumatore frugale", ma altre parti del mondo sono più avanti di noi in questo campo. Così ho cominciato a fare attenzione a quelle piccole abitudini quotidiane dei cinesi da cui possiamo imparare come si stringe la cinghia: non per forza a colpi di rinunce drammatiche, ma con una miriade di micro-aggiustamenti, a volte perfino inconsapevoli perché "ereditati". Ecco un primo elenco dalla mia osservazione delle persone con cui vivo a Pechino, i miei vicini di casa e amici cinesi.

1) Le saponette che usiamo per lavarci le mani e il corpo a un certo punto si consumano e diventano così piccole che le buttiamo via: le donne cinesi le conservano, impastano tutti quei pezzetti di saponette in una vaschetta d'acqua e li trasformano in detergente liquido per lavare i vestiti.

2) Per i piatti pochi usano la lavastoviglie: l'apparecchio costa poco ma il consumo di elettricità e acqua è considerato esorbitante. Come sapone per i piatti: la vecchia soda Solvay che costa la metà.

3) Quando abbiamo finito il bagno, noi svuotiamo la vasca dell'acqua sporca. I cinesi la conservano e poi la usano per lavare i pavimenti di casa. Idem con la doccia, basta farla con una tinozza vicino ai piedi per raccogliere l'acqua prima che finisca nello scolo.

4) L'acqua in cui noi facciamo bollire la pasta, e i cinesi il riso, loro non la buttano nel lavandino: una volta raffreddata è ottima per annaffiare le piante di casa.

5) Lo yogurt ha superato la data di scadenza segnata sul barattolo? Anziché gettarlo lo riciclano come lievito per la pasta: per fare i ravioloni pechinesi pare che funzioni come il nostro lievito di birra.

6) Quando è il momento di cambiare un frigo o una lavatrice ormai troppo vecchi, la famiglia cinese non va da sola al negozio di elettrodomestici. Prima consulta parenti, vicini di casa, amici. Tutti quelli che hanno in progetto un acquisto di elettrodomestici si coalizzano, vanno in gruppo dal commerciante, per negoziare forti sconti grazie al loro potere d'acquisto collettivo.

7) Al posto dell'umidificatore elettrico, un po' di panni bagnati sui termosifoni.

L'elenco potrebbe proseguire a lungo. La consuetudine del riuso, del riciclo, qui è molto più diffusa che da noi. E non necessariamente tra persone di basso reddito che faticano ad arrivare alla fine del mese. Le abitudini che ho elencato qui sopra sono radicate anche nel ceto medio, tra famiglie che hanno l'automobile (una sola però), fanno le vacanze all'estero, mandano il figlio all'università. Sono senza dubbio il retaggio di un'epoca non lontanissima in cui tutta la Cina era un Paese molto povero. Noi italiani per ritrovare nei nostri album di famiglia dei ricordi precisi di una frugalità sistematica e diffusa, ormai dobbiamo risalire alla generazione dei nostri nonni (o per i più giovani i bisnonni). E non sono ricordi allegri: per lo più erano legati alla guerra. Nei cinesi invece questa frugalità diffusa è il lascito di generazioni molto più recenti, che hanno vissuto in condizioni modeste fino agli anni Ottanta. I genitori hanno tramandato ai figli queste sane abitudini, che non vengono vissute con fastidio. Sono diventate degli automatismi, che non impediscono alla maggioranza dei cinesi di godersi la vita. E anche in questi tempi di crisi, di andarsela a spassare con gli amici al karaoke-bar. Non di sabato sera, però. Al lunedì costa la metà.

20090111

the answer is blowin' in the wind 10


La nona parte è stata pubblicata ieri


La nuova società degli uguali


La Svizzera punta a ridurre di un terzo i suoi consumi energetici entro il 2050. Una sfida tecnologica, politica e culturale. Ma è davvero possibile?


MARCO MOROSINI PER INTERNAZIONALE


E' un obiettivo ambizioso, da realizzare entro il 2050: garantire a un paese industrializzato tutti i beni e servizi di cui ha bisogno usando la stessa quantità di energia per abitante che usava negli anni sessanta. Dieci anni fa, adottando l’idea-guida di una società a 2.000 watt, la Svizzera ha accettato la sfida: la Confederazione punta ad abbattere i consumi energetici passando dall’attuale uso continuo di energia (non solo elettrica) di 6.000 watt per abitante a 2.000 watt nel 2050, pari a 18.000 chilowattora o due tonnellate equivalenti di petrolio all’anno. Di questi 2.000 watt, 1.500 verranno da energie rinnovabili e 500 da combustibili fossili, in modo da ridurre le emissioni di CO2 a una tonnellata per abitante. Ma l’obiettivo dei 2.000 watt è realistico in un mondo che consuma sempre più energia? In un’epoca in cui quasi tutti gli economisti, e i mezzi di comunicazione che gli fanno eco, sono convinti che per garantire il benessere delle persone si debba per forza aumentare i consumi energetici, anche dei paesi più ricchi? In Svizzera sono in molti a pensare di sì: i due politecnici federali, cinque dei più importanti istituti di ricerca della Confederazione, la società degli ingegneri e degli architetti, l’ente federale dell’energia e molti enti locali, tra cui le città di Berna, Basilea e Zurigo.
Anche il governo federale, che ha redatto la sua Strategia di sviluppo sostenibile 2002 sulle linee guida della Società a 2.000 watt, pensa che la sida si possa vincere. In realtà l’obiettivo dei 2.000 watt implica tre sfide: una tecnologica, una politica e una culturale. Riportare la Svizzera ai livelli di consumo energetico degli anni sessanta senza perdere benessere vuol dire ridurre gli sprechi d’energia primaria usando le tecnologie migliori. Oggi nel mondo l’uso medio di energia pro capite è di 2.000 watt: in Bangladesh è di 500, in Europa di 6.000, negli Stati Uniti di 12.000 watt.
Il tetto di 2.000 watt esprime indirettamente la necessità di equiparare i consumi energetici a livello mondiale: una grande sfida politica. Infine, associare la riduzione di un bene materiale all’idea di progresso ribalta quella mentalità di accrescimento su cui, nell’ultimo cinquantennio, abbiamo costruito la nostra società. L’ostacolo principale sulla strada dell’autolimitazione dei consumi energetici è di tipo culturale: la contraddizione tra efficientismo ed edonismo.
Per ora, l’idea di una società a 2.000 watt si basa molto sui watt e poco sulla società. È un progetto nato in una scuola d’ingegneria, ideato da scienziati che sanno come migliorare le tecnologie e ridurre i consumi. Ma l’aumento della domanda di servizi, che fa crescere i consumi energetici, dipende da fattori psicologici, culturali e commerciali. La promessa di una società a 2.000 watt “senza rinunciare al benessere” sembra implicare la stabilità dei desideri umani.
I desideri, invece, crescono sull’onda di due spinte diverse. Da un lato c’è il miglioramento delle tecnologie e la loro maggiore ecoefficienza, che rendono più accessibili servizi un tempo riservati a pochi. Dall’altro c’è la pressione culturale: la moda, la tendenza generalizzata a emulare i ricchi, un’industria pubblicitaria da mille miliardi di euro all’anno che pervade la vita quotidiana. Gli scienziati potranno anche rendere i viaggi spaziali dieci o cento volte più efficienti di oggi, ma se questo svilupperà un turismo spaziale di cui prima non si sentiva il bisogno, i consumi energetici continueranno ad aumentare. Senza ecosufficienza, cioè senza rinunciare non solo ai viaggi spaziali ma a una parte dei servizi a cui oggi siamo abituati, l’ecoefficienza non basterà e in certi casi sarà addirittura controproducente. Se vogliamo raggiungere l’obiettivo dei 2.000 watt nei paesi industriali, dobbiamo smettere di investire miliardi per creare desideri e trasformarli in bisogni. Se vogliamo affrontare davvero la questione della sostenibilità, nei prossimi quarant’anni dovremo imparare a essere felici senza pretendere più energia degli altri nove miliardi di abitanti del pianeta.


Marco Morosini è analista socio-ambientale. Ha insegnato al politecnico federale di Zurigo e in alcune università italiane


fine

20090110

the answer is blowin' in the wind 9


L'ottava parte è stata pubblicata ieri



Finora nessuno ha formulato un’ipotesi seria sui costi economici del passaggio a 2.000 watt. Gli studiosi tendono piuttosto a calcolare quanto costerebbe stabilizzare i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera a una certa concentrazione: diciamo 550 parti per milione, che è il doppio dei livelli preindustriali, o 450, che secondo molti scienziati è il livello più alto consigliabile. Forse lo studio economico più citato è il rapporto Stern, che è stato commissionato dal governo britannico e prende nome dal suo coordinatore, Nicholas Stern, un ex capo economista della Banca mondiale. La conclusione del rapporto, pubblicato nell’ottobre del 2006, è che i livelli di gas serra potrebbero essere stabilizzati a meno del doppio delle concentrazioni preindustriali con una spesa
annuale pari all’1 per cento del prodotto interno lordo globale (il rapporto non tiene conto solo dell’anidride carbonica, ma anche di altri gas serra, come il metano e il protossido d’azoto).
Un’analisi pubblicata l’anno scorso dalla Vattenfall, una società di servizi svedese, con la consulenza dell’americana McKinsey & Company, è arrivata a conclusioni simili. Gli autori hanno appurato che molti metodi per ridurre le emissioni di carbonio, come migliorare l’isolamento delle costruzioni, porterebbero a un risparmio, mentre altri, come installare turbine a vento, avrebbero un costo. Secondo il rapporto della Vattenfall, “se si sfruttassero tutte le possibilità
a basso costo”, i livelli di CO2 potrebbero essere stabilizzati a 450 parti per milione con una spesa annua dello 0,6 per cento del prodotto interno lordo globale. Anche se è una bella cifra, in fondo l’1 per cento del pil mondiale è una spesa ragionevole. È circa un nono di quello che attualmente viene stanziato per l’assistenza sanitaria, un settimo di quello che spendiamo per il petrolio e metà di quello che investiamo nella difesa. Soprattutto, è molto meno di quanto ci costa non fare nulla. Il rapporto Stern prevede che, se l’attuale livello di emissioni non verrà ridotto, alla fine i danni prodotti dal cambiamento climatico “equivarranno a una perdita del 5 per cento del pil globale ogni anno, da oggi e per sempre”. E che “se si tiene conto di tutti i possibili rischi, si potrebbe arrivare al 20 per cento”.


Agire subito

Vent’anni fa, il principale esperto di climatologia della Nasa, James Hansen, avvertì Washington dei pericoli del riscaldamento globale. All’inizio di luglio Hansen è tornato al congresso americano
per ripetere lo stesso avvertimento. “Oggi, come allora, l’analisi dei dati scientifici porta a conclusioni che sconvolgono i politici”, ha detto. “Oggi, come allora, posso affermare che queste conclusioni sono certe al 99 per cento. La differenza è che oggi non abbiamo più molto tempo”.
Hansen ha aggiunto che l’unico modo per evitare un cambiamento climatico “disastroso” è che il presidente e il congresso facciano subito qualcosa per ridurre le emissioni. Forse negli Stati Uniti non ci sono regioni ventose come Samsø o ben organizzate come la Svizzera, ma quasi ovunque è possibile produrre energia in modo più creativo e usarla con più intelligenza. Capire come è possibile farlo richiederà un grande sforzo. Potremmo anche decidere di non farlo. Ma se continueremo a rimandare, prima o poi i danni diventeranno irreversibili.

© 2008 by Elizabeth Kolbert. Published by arrangement with Agenzia Letteraria Roberto
Santachiara.


L'autrice

ELIZABETH KOLBERT (foto) è una giornalista del New Yorker. In Italia ha pubblicato Cronache da una catastrofe (Nuovi Mondi media 2006).


continua domani

20090109

the answer is blowin' in the wind 8


La settima parte è stata pubblicata lunedì 5 gennaio



Senza rinunce

Mentre ero in Svizzera, ho cercato persone che vivessero veramente con 2.000 watt. “Io ci sono molto vicino, se non si contano i viaggi aerei”, mi ha detto Gerhard Schmitt, il vicepresidente per la pianificazione e la logistica dell’Istituto federale di tecnologia. “Ma basta che vada una volta a Shanghai e non ci rientro più” (un volo di andata e ritorno da Zurigo a Shanghai equivale all’uso continuo di 800 watt per un anno). L’unica persona con cui ho parlato che sembra veramente condurre una vita a 2.000 watt, o qualcosa che le si avvicina molto, è un ingegnere di nome Robert Uetz. Uetz lavora nello stesso edificio di Stulz, e quando siamo tornati dal centro Eawag, alle sei passate, era ancora in ufficio. “Non la sentiamo come una limitazione”, mi ha detto Uetz quando gli ho chiesto com’era la sua vita a 2.000 watt. “Al contrario. Non mi sembra di rinunciare a niente”. Uetz e sua moglie, che è dentista, vivono con due figli a Winterthur, vicino a Zurigo. Una decina di anni fa hanno comprato una casa di 600 metri quadrati in un nuovo complesso abitativo a risparmio energetico. La casa è riscaldata da una pompa di calore geotermica (“Riscaldare una casa con i combustibili fossili è una follia”, dice Uets) ed è dotata di un sistema solare per la produzione di acqua calda. Uetz ha aggiunto alcuni pannelli fotovoltaici sul tetto per l’elettricità. D’inverno ne producono un po’ meno di quella che serve e d’estate ne producono un po’ di più, così che nel corso dell’anno si pareggiano i conti. In casa le lampade e gli elettrodomestici sono tutti a basso consumo. “La decisione più importante che abbiamo preso è stata di non avere la macchina”, mi ha detto Uetz. “Per questo abbiamo scelto di abitare dove non serviva”. Se si usa molto l’automobile (che resta il veicolo a più basso consumo di energia che esista, almeno secondo gli standard di oggi), è dificile rimanere entro i 2.000 watt. Una persona che fa 15mila chilometri all’anno con un’auto di media cilindrata consuma più o meno 850 litri di benzina, che equivalgono a circa 8.000 chilowattora. “È una questione di abitudini, ma trovo che andare in treno sia più piacevole che guidare”, ha spiegato Uetz. “Sul treno posso lavorare e rilassarmi. Se andassi in auto, dovrei preoccuparmi del traffico, del parcheggio, della pioggia, della neve e di quelli che non sanno guidare ma girano comunque per le strade”. Anche quando vanno in vacanza, Uetz e la sua famiglia usano il treno. “L’unica vera limitazione è che non possiamo volare”, ha aggiunto. “Ovviamente, i posti raggiungibili in treno non sono molti. Non possiamo andare in Cina o, meglio, per andarci ci metteremmo una settimana”. “Non è una religione”, ha detto alla fine. “Non lo farei se mi creasse dificoltà. È proprio così che mi piace vivere”. Secondo i conti della Società a 2.000 watt, ridurre i consumi è solo la metà – o forse un quarto – di quello che dovremmo fare. L’obiettivo finale del progetto è un mondo dove le persone non consumano più di 2.000 watt a testa e dove 1.500 di quei watt provengono da fonti di energia che non emettono carbonio. In quel mondo tutti risparmierebbero energia, come fa Robert Uetz, e userebbero fonti rinnovabili, come fa Jørgen Tranberg. In quel mondo, pieno di mulini a vento e di case a risparmio energetico, le emissioni di carbonio sarebbero notevolmente ridotte e la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera scenderebbe lentamente. Ma quanto è realistico un progetto del genere?


continua domani

20090105

the answer is blowin' in the wind 7


La sesta parte è stata pubblicata venerdì 2 gennaio 2009



Una questione di equità


Un modo di pensare alla Società a 2.000 watt è in termini di lampadine. Immaginiamo di accendere venti lampadine da 100 watt: in tutto, fanno 2.000 watt. Se le lasciamo accese un giorno, consumeranno 48 chilowattora di elettricità. Se le lasciamo accese un anno, ne consumeranno 17.520. Per tutte le sue attività – lavorare, mangiare, viaggiare – una persona che conduce una vita a 2.000 watt consumerebbe la stessa quantità di energia di quelle 20 lampadine, cioè 17.520 chilowattora all’anno. La maggior parte degli abitanti del pianeta ne consuma molti di meno. Un bangladese, per esempio, consuma in media solo 2.600 chilowattora all’anno (comprese tutte le forme di energia, dall’elettricità al carburante per i trasporti), il che equivale più o meno a usare 300 watt continuamente. Un indiano consuma in media 8.700 chilowattora all’anno, contro i 13.000 di un cinese. L’India, quindi, è un paese da 1.000 watt, la Cina da 1.500 watt. Quelli di noi che vivono nel mondo industrializzato, invece, consumano molto più di 2.000 watt. La Svizzera, per esempio, è un paese da 5.000 watt. La maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale sono da 6.000 watt. Gli Stati Uniti e il Canada ne usano 12.000. Uno dei princìpi fondanti della Società a 2.000 watt è che questa disparità è insostenibile in sé. “È una questione di equità”, dice Stulz. Ma aumentare il consumo di energia nei paesi in via di sviluppo per equipararlo a quello dei paesi industrializzati sarebbe inaccettabile sul piano ecologico. Se la domanda pro capite dei paesi in via di sviluppo raggiungesse gli attuali livelli europei, il consumo di energia globale raddoppierebbe, mentre se dovesse raggiungere quelli americani, diventerebbe più del triplo. La Società a 2.000 watt stabilisce un obiettivo di risparmio per i paesi industrializzati e un limite di crescita per quelli in via di sviluppo. L’ultima volta che la Svizzera è stata un paese a 2.000 watt era l’inizio degli anni sessanta. Alla fine di quel decennio il consumo di energia aveva raggiunto i 3.000 watt, e a metà degli anni settanta era già salito a 4.000. Questo rapido aumento dei consumi è probabilmente dovuto ai progressi della tecnologia – le automobili, i jet, gli apparecchi elettrici ed elettronici – o forse proprio al contrario, cioè al fatto che la tecnologia non è usata dove serve davvero. Qualche anno fa un gruppo di scienziati svizzeri ha pubblicato uno studio sulla possibilità di realizzare un mondo a 2.000 watt. Sulla base di dati ampiamente condivisi, ha calcolato che due terzi dell’energia primaria consumata oggi nel mondo vanno sprecati, soprattutto sotto forma di calore che nessuno vuole o usa (l’energia primaria è quella contenuta, per esempio, in un pezzo di carbone, l’energia utile è la luce emessa da una lampadina dopo che il carbone è stato bruciato per produrre vapore, il vapore è stato usato per far girare una turbina e l’elettricità prodotta è stata trasmessa attraverso la rete per arrivare a riscaldare il filamento della lampadina). Gli autori dello studio concludevano che, con le tecnologie a disposizione oggi, il consumo di energia nelle case potrebbe diminuire dell’80 per cento, nelle automobili del 50 per cento e nei motori del 25 per cento. Oggi in media ogni svizzero consuma energia in queste proporzioni: 1.500 watt al giorno per il riscaldamento e l’acqua calda di case e uffici, 1.100 watt per gli alimenti e i prodotti di consumo, 600 watt per l’illuminazione e le apparecchiature elettriche, 500 watt per i viaggi in automobile, 250 watt per i viaggi aerei e 150 watt per il trasporto pubblico. Inoltre, la quota di infrastrutture pubbliche previste per ogni cittadino svizzero, che comprende servizi come l’acqua e gli impianti per il trattamento dei rifiuti, è di circa 900 watt. Per ridurre questi 5.000 watt a 2.000 bisogna quindi fare tagli significativi in tutti i settori. Supponendo che il consumo legato alle infrastrutture possa essere ridotto a 500 watt, una persona che continuasse a usarne 1.500 per la casa e l’ufficio non avrebbe a disposizione più nessun watt per il cibo, l’elettricità e i trasporti. Allo stesso modo, una persona che continuasse a viaggiare e a usare la quantità di elettricità attuale consumerebbe 2.000 watt senza avere niente da mangiare e nessun posto dove vivere o lavorare.


continua venerdì 9 gennaio

20090102

the answer is blowin' in the wind 6


La quinta parte è stata pubblicata martedì 30 dicembre 2008



Duemila watt a persona

Più o meno nello stesso periodo in cui la Danimarca nominava Samsø isola dell’energia rinnovabile, un gruppo di scienziati svizzeri che studiava gli stessi problemi ha avviato una ricerca. I ricercatori, che lavoravano tutti per l’Istituto federale di tecnologia svizzero (Eth), si sono chiesti quale fosse il massimo livello di consumo d’energia sostenibile, non solo per un’isola o per un piccolo paese europeo, ma per tutto il mondo. La risposta che hanno trovato – duemila watt a persona – ha dato il nome a un nuovo progetto: la Società a 2.000 watt, finanziato in parte dall’Istituto federale di tecnologia e in parte da donazioni private. “La cosa più importante da sapere è che il nostro non è un programma che prevede grossi sacrifici”, mi ha spiegato il direttore del progetto, Roland Stulz, quando sono andata a trovarlo nel suo ufficio di Dübendorf, alla periferia di Zurigo. “Nessuno sostiene che dobbiamo Gürtel enger schnallen (stringere la cinghia), come diciamo noi. E neanche morire di fame o divertirci di meno. È solo un approccio più creativo al futuro”. Stulz ha 63 anni. È un uomo affabile con i capelli scuri ondulati e i baffi sale e pepe. È laureato in architettura e a un certo punto ha cominciato a interessarsi agli edifici a risparmio energetico. Nel 2001, quando è stato nominato presidente della Società a 2.000 watt, il suo mandato era quello di trasformare la teoria in pratica. Aveva cominciato a organizzare incontri tra i ricercatori e i funzionari governativi di Zurigo e Basilea. “Li ho divisi in gruppi di lavoro”, ricorda, “e gli ho detto: ‘Alle quattro ogni gruppo deve comunicare all’assemblea quale progetto vuole realizzare e chi sarà il responsabile’. All’inizio mi hanno risposto che non era possibile. Ma alle quattro sono arrivati tutti con un progetto. E così abbiamo cominciato”. In seguito i cantoni di Ginevra e Basilea Città e il municipio di Zurigo hanno sottoscritto le finalità della Società, come anche il ministero dell’ambiente e quello dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni. “A prima vista l’obiettivo della Società a 2.000 watt sembra poco realistico”, osserva il capo del dipartimento federale Moritz Leuenberger. “Ma la tecnologia necessaria esiste già”. Un pomeriggio Stulz mi ha portato a visitare la sede dell’Eawag, un istituto di ricerca sulle acque che è responsabile della realizzazione degli obiettivi di risparmio energetico della Società (Eawag è l’acronimo di un nome tedesco così complicato che neanche gli svizzeri se lo ricordano). Siamo andati con la sua Volvo, che viaggia a gas naturale compresso prodotto in parte dalla decomposizione di materiale vegetale. Quando ho visto il palazzo ho pensato che fosse coperto di striscioni: in realtà erano pannelli di vetro scuro. All’interno, appesa a una serie di catene nel grande atrio, c’era una specie di gigantesca scultura d’insetto: era il modello di una molecola d’acqua ingrandita dieci miliardi di volte. Nella sede dell’Eawag mancano molte delle cose che si trovano normalmente in tutti gli edifici. Il palazzo, inaugurato nel 2006, non ha caldaie: è isolato talmente bene che per la maggior parte del tempo il calore emesso dalle apparecchiature degli uffici e dalle duecento persone che ci lavorano basta a mantenere una temperatura confortevole. Un altro po’ di calore arriva dal sole (d’inverno i pannelli s’inclinano all’esterno per catturare la massima quantità di luce) e dall’aria che viene dal sottosuolo. Non c’è neanche l’aria condizionata: d’estate i pannelli si spostano per fare ombra, e se durante il giorno l’ediicio si riscalda, di notte le finestre sul tetto dell’atrio si aprono per far uscire l’aria calda. Circa un terzo dell’elettricità che serve all’edificio proviene dai pannelli fotovoltaici installati sul tetto, mentre l’acqua calda è prodotta da collettori solari. I bagni sono dotati di un dispositivo che permette di separare l’urina, che contiene fosforo e azoto potenzialmente utili, da tutto il resto. “Realizzare un edificio del genere non ha nulla di miracoloso”, mi ha detto Stulz mentre prendevamo un caffè nella caffetteria in stile modernista del centro. “Basta mettere insieme in modo intelligente una serie di elementi intelligenti”. Fuori pioveva e c’erano 6 gradi, ma dentro il palazzo c’era una piacevole temperatura di 21 gradi.


continua lunedì 5 gennaio 2009

20081230

the answer is blowin' in the wind 5


La quarta parte è stata pubblicata ieri



Il ciclo a emissioni zero

Scendendo dalla collina, ci siamo diretti verso la cittadina di Ballen. Lì ci siamo fermati davanti a un capannone rosso. Dentro, accatastate contro le pareti metalliche, c’erano delle enormi balle di paglia. Hermansen ci ha spiegato che si trattava di un impianto di riscaldamento del distretto progettato per funzionare a biomassa. Ogni balla equivale a 200 litri di petrolio. Vengono messe in una caldaia, che riscalda l’acqua a 158 gradi. Poi l’acqua bollente è trasportata da un impianto
sotterraneo nelle 260 case di Ballen e della vicina Brundby, dove può essere usata per il riscaldamento e per produrre acqua calda. A Samsø ci sono altri due impianti che bruciano paglia, a Tranebjerg e a Onsbjerg, mentre a Nordby ce n’è uno che brucia legna. Quando siamo andati a visitarla, la centrale di Nordby era piena di quello che sembrava concime. Alle sue spalle si stendeva un campo coperto di pannelli solari, che forniscono altra acqua calda quando c’è il sole. Tra i pannelli pascolavano alcune pecore dal muso nero. I giapponesi hanno tirato fuori le macchine fotografiche e le pecore hanno cominciato ad annusarli con aria speranzosa.
Naturalmente, bruciando paglia e legno si produce anidride carbonica come quando si bruciano combustibili fossili. La differenza importante è che, mentre i combustibili fossili emettono carbonio che altrimenti rimarrebbe sequestrato, la biomassa emette carbonio che entrerebbe comunque nell’atmosfera attraverso la decomposizione. Se la biomassa ricresce, l’anidride carbonica emessa dalla sua combustione viene riassorbita, il che signiica che il ciclo è, o almeno può diventare, a emissioni zero. La legna usata nella centrale di Nordby proviene da alberi caduti che altrimenti marcirebbero. La paglia dell’impianto di Ballen-Brundby è costituita essenzialmente da steli di grano che prima venivano bruciati nei campi. Nel complesso, le centrali a biomassa impediscono l’emissione di circa 2.700 tonnellate di anidride carbonica all’anno.
Oltre alla biomassa, Samsø sta sperimentando su scala più ridotta anche i biocarburanti: alcuni agricoltori hanno modificato le loro auto e i trattori per poter usare l’olio di colza. Ci siamo fermati da uno di loro, che coltiva lui stesso i semi, spreme l’olio e usa la polpa che rimane come mangime per le mucche. Non siamo riusciti a trovare il padrone di casa, così Hermansen ha avviato la pressa da solo. Ha infilato un dito sotto il beccuccio e se l’è messo in bocca. “È un olio molto buono”, ha detto. “Va bene sia per la macchina sia per condire l’insalata”. Finito il giro, siamo tornati nell’ufficio di Hermansen, in un palazzo chiamato Energiakademi. L’accademia, che sembra la versione Bauhaus di un granaio, è coperta di celle fotovoltaiche e isolata con carta di giornale pressata. Dovrebbe diventare una sorta di museo interattivo, ma quando l’ho visitato era stato inaugurato da poco e le sale erano quasi tutte vuote. C’era solo un gruppetto di studenti delle superiori inginocchiati per terra, che cercavano di costruire una turbina in miniatura.


continua martedì 2 gennaio 2009

20081229

the answer is blowin' in the wind 4


La terza parte è stata pubblicata domenica 14 dicembre 2008



Turbine all’orizzonte

Da quando è stata ribattezzata “l’isola dell’energia rinnovabile”, Samsø è diventata oggetto di numerosi studi. I ricercatori vengono anche da molto lontano (un fatto non proprio positivo dal punto di vista ambientale). Il giorno dopo il mio arrivo da New York, è arrivato anche un gruppo di professori dell’università giapponese di Toyama. Hermansen, che doveva portarli a fare un giro dell’isola, mi ha invitato ad accompagnarli. Siamo andati ad accoglierli con la sua Citroën elettrica, un’auto azzurra con delle nuvolette bianche dipinte sulle portiere. Era una giornata piovosa, e quando siamo arrivati al molo il mare era agitato. Hermansen ha espresso tutta la sua comprensione ai giapponesi appena scesi dal traghetto, poi siamo saliti su un autobus.
La prima fermata è stata una collina da cui si ha una vista panoramica dell’isola. Tutto intorno sibilavano diverse turbine simili a quella che avevo visto con Tranberg. In quel paesaggio umido e grigio, erano l’unica cosa che si muoveva. In lontananza, i campi silenziosi cedevano il posto al Kattegat, dove si vedeva un altro gruppo di turbine, schierate come soldatini nell’acqua.
Nel complesso, sulla terraferma ci sono undici grandi turbine, più una dozzina di microturbine. Sono molte per una popolazione così scarsa, ma il rapporto tra turbine e abitanti è fondamentale per il successo di Samsø, come anche il fatto che sul Kattegat il vento soffi quasi di continuo. Ho notato che a Samsø le bandiere non sventolano, ma stanno dritte in fuori come nei disegni dei bambini. Hermansen ci ha detto che le turbine sulla terraferma sono alte 45 metri, con rotori lunghi 25 metri. Insieme, producono circa 26 milioni di chilowattora l’anno, una quantità più o meno sufficiente per soddisfare le necessità dell’isola. Le turbine che sono in mare sono ancora più alte: 58 metri, con rotori che arrivano a 36. Ognuna genera più o meno otto milioni di chilowattora all’anno, suficienti per soddisfare le necessità di duemila famiglie danesi. Le dieci turbine al largo sono state costruite per compensare il fatto che gli abitanti di Samsø continuano a usare i carburanti fossili per alimentare automobili, camion e traghetti: insieme, producono una quantità di energia equivalente, se non superiore, a quella prodotta dalla benzina e dal gasolio consumati sull’isola (circa 80 milioni di chilowattora all’anno). Nel complesso, Samsø produce circa il 10 per cento di energia in più di quella che consuma. “Quando abbiamo cominciato, nel 1997, nessuno si aspettava una cosa del genere”, ha detto Hermansen rivolgendosi ai suoi ospiti giapponesi. “Quando parlavo con gli abitanti dell’isola, mi dicevano: ‘Stai sognando’”. Ognuna delle turbine costruite sulla terraferma è costata più di 600mila euro. Quelle al largo sono costate circa 2,2 milioni di euro l’una. Alcune sono state costruite da un solo investitore, come nel caso di Tranberg, altre sono state acquistate collettivamente. Almeno 450 abitanti di Samsø possiedono azioni delle turbine a terra e più o meno altrettanti di quelle che si trovano in mare. Gli azionisti, non tutti residenti, incassano ogni anno dividendi che si basano sul prezzo corrente dell’elettricità e su quanta energia è riuscita a produrre la turbina. “Quando sei solo un cliente, se una cosa non ti piace non la compri”, spiega Hermansen. “Non ti preoccupi della produzione. A noi invece la produzione interessa, perché siamo proprietari delle turbine. Ogni giro che fanno, sono soldi in banca. E in questo modo ci sentiamo anche più responsabili”. Grazie a una legge approvata dal governo danese alla fine degli anni novanta, le aziende pubbliche devono offrire contratti decennali a prezzo fisso per l’energia eolica, che poi possono vendere a clienti di altri paesi.
In base a questi contratti, una turbina dovrebbe essere in grado di ripagare l’investimento iniziale degli azionisti entro otto anni.


continua domani

20081227

ecovillaggio 3

la seconda parte ieri


I CONSIGLI DEL KIBBUTZNIK

Inevitabile a questo punto rispolverare la domanda che da sempre accompagna tutte le utopie o presunte tali, se cioè quello di Torri Superiore sia da considerare un esempio unico o possa invece costituire uno dei tanti atomi su cui articolare la società del futuro. La risposta sta nei numeri (sono una cinquantina gli ecovillaggi attualmente censiti in Italia, compresi quelli di ispirazione mistica e/o esoterica: davvero pochini), nelle indicazioni suggerite dalle altre esperienze ("un nucleo umano di venti adulti", sostiene per esempio Massimo, "funziona, oltre quel numero si creano già dei sottogruppi e diventa tutto più difficile da gestire"), ma forse, a voler essere ottimisti, anche nelle parole di chi viene qui a fare il volontario o il turista e torna a casa diverso da come era arrivato. "Nel mio futuro il sogno è quello di formare una comunità ispirata ai principi della sostenibilità ambientale", racconta Luca, intanto che un ospite scrive nel libro delle visite di voler creare anche lui un ecovillaggio, e una coppia promette, nel suo piccolo, di approfondire i temi legati alla decrescita, che comunque è già qualcosa. C'è persino la pagina di un kibbutznik israeliano che suggerisce, con disegni esplicativi, in che modo migliorare i sistemi di coltura e consiglia di coinvolgere altra gente nel progetto.
Perché il problema, gira e rigira, è proprio quello: dare continuità all'idea al di là delle persone, del momento e, paradossalmente, al di là del progetto stesso. Nel giro di un paio d'anni, se tutto va bene, il recupero di Torri Superiore sarà definitivamente completato, e allora sarà il momento di porsi una nuova meta, di attaccare una nuova salita, di ricominciare a guardare verso un nuovo orizzonte. Verticale, come sempre.

LA RETE

Esistono varie reti di ecovillaggi: la più importante a livello mondiale si chiama GEN, Global Ecovillage Network, mentre in Italia c'è la RIVE, Rete Italiana Villaggi Ecologici, ospitata nel sito www.sostenibile.org
Non esistono certificazioni ufficiali e tutto funziona con il sistema dell'autoverifica. Ogni singolo gruppo valuta in coscienza i progressi ottenuti in campo ambientale, sociale ed economico. Sì, anche economico, perché chi sceglie di andare a vivere negli ecovillaggi non ha fatto nessuna scelta di povertà, ma cerca, a modo suo, una qualche forma di ricchezza, per quanto sostenibile. Oggi sono sparuti esempi di virtù, domani potrebbero diventare una reale necessità per tutti.

fine

20081226

ecovillaggio 2

la prima parte ieri

YOGA E PANNELLI

Alla fine, comunque, tra l'orto biologico (che per ora basta a malapena per l'autoconsumo), i corsi (yoga, ceramica, permacoltura ovvero uso sostenibile della terra) e le entrate del turismo, i conti tornano. O quasi: i debiti sono azzerati, i soci della cooperativa che gestisce la struttura ricettiva incassano regolarmente lo stipendio; e nel frattempo, stanza dopo stanza, muretto dopo muretto, il progetto avanza.Adesso è la volta dei pannelli solari di nuova generazione, che secondo Massimo dovrebbero servire a garantire almeno il 30 per cento del riscaldamento per l'inverno, anche se si spera di aumentare, arrivando con il tempo, fino al 50 per cento.

IL COMPOST DEGLI ECCENTRICI

Quelli di Torri Superiore hanno imparato a installare i pannelli con le loro mani, così come prima avevano dovuto imparare a piastrellare i pavimenti, ad aggiustare i tetti o a montare gli impianti elettrici. All'ecovillaggio tutti sanno fare bene almeno una cosa e abbastanza bene tutto il resto: Nina, la cuoca, è anche un'ottima saldatrice; Antonella, che al mattino fa la maestra, il pomeriggio aiuta dove serve. È però il concetto stesso di lavoro che qui a Torri si declina in modi e tempi lontani dalle nevrosi efficientiste della società urbana. Si lavora tutti quanti almeno sei ore al giorno, ma alla fine non capisci se il loro operare si debba chiamare lavoro, oppure vita: "Non siamo integralisti come in certe comuni degli anni Settanta, ma di sicuro la nostra è un'esperienza totalizzante", riconosce Massimo. "Ogni tanto andiamo a prendere l'aperitivo a Ventimiglia e le vacanze in qualche modo le facciamo tutti, ma alla fine la maggior parte della nostra esistenza si svolge qui a Torri. D'altra parte non potrebbe essere altrimenti, con tutto quello che c'è da fare". Come essere una comunità senza diventare anche un'isola è un'altra delle sfide in cui quelli di Torri hanno profuso tempo e impegno. "All'inizio una comunità che si forma cerca sempre di distinguersi dal mondo, ma poi bisogna superare la fase dell'"io coltivo il biologico, io uso la bioedilizia, e tu no". Bisogna riconoscere il territorio circostante, per esserne riconosciuti a propria volta". Si inizia andando a pulire il greto del fiume oppure a bonificare una discarica abusiva, poi poco per volta, sostengono qui, la gente smette di guardarti come una comunità di eccentrici se non addirittura di drogati e si mette a seguirti. Una volta superato il filtro della diffidenza e lo sbarramento, a esso speculare, della differenziazione a tutti i costi, si comincia a collaborare e a condividere. E può capitare persino di riuscire a innescare comportamenti virtuosi con la scintilla dell'esempio. "Quando siamo arrivati qui", ricorda Lucilla, "quasi tutti quelli del luogo bruciavano le loro stoppie. A noi servivano per fare il compost, e abbiamo cominciato a chiedergliele. Adesso non ce le danno più. E sai perché? Perché il compost hanno imparato a farlo anche loro".

continua domani

20081225

ecovillaggio 1

Da D la Repubblica delle donne, nr. 616


Com'è verde il mio (eco)villaggio
ITALIA
A Torri Superiore, uno dei cinquanta luoghi dove si sperimenta un modello di vita sostenibile. Esempi, utopie o atomi della società del futuro?

di Andrea Debenedetti

L'ecovillaggio è un grumo di case appeso a una collina. È un neo di pietre grigie sulla ruga che il fiume Bevera scava nella geografia della Liguria più occidentale. È un viluppo di gradoni e vicoli su cui a malapena si potrebbe arrampicare un ragno. Che la strada sia ripida lo capisci già dal nome. Torri Superiore, si chiama il villaggio, ed è un'endiadi che definisce alla perfezione la verticalità del luogo e di chi lo abita, scale vertiginose e schiene dritte, ascesa e forse persino ascesi, anche se l'unico vero dio in cui si riconoscono i residenti del borgo è il loro progetto. Recuperare un villaggio medievale, restituirgli una funzione, insufflargli nuova vita: eccola qui la salita che l'Associazione culturale Torri Superiore ha scelto di affrontare quasi vent'anni fa, una salita che oggi si può dire giunta al culmine e di cui i gradoni scoscesi che si incuneano tra i blocchi di pietre costituiscono la metafora più vivida. In mezzo ci sono state altre mille asperità da superare: materiali ed economiche, ideologiche e persino dinastiche, arduo com'è stato, all'inizio, risalire ramo per ramo ai proprietari dei vari lotti in cui era suddiviso il paese per riuscire man mano ad acquistarli. Di fronte a questi ostacoli alcuni soci si sono spaventati, altri si sono arresi. Il progetto però non si è lasciato fermare ed è giunto fin qui indenne, scortato dai più resistenti e motivati tra i suoi promotori. "Non è vero che i progetti falliscono per ragioni economiche", spiega Massimo, uno dei residenti di più lungo corso, "di solito quando succede è perché la gente a un certo punto litiga. Noi invece siamo rimasti insieme anche nei momenti più difficili. Diciamo che la stabilità del progetto ha aiutato la stabilità delle relazioni".

LA CONVERSIONE

In realtà il progetto non è mai stato fermo: anzi, si può dire che sia stato lui, scalpitando e tirando di qua e di là, a condurre i soci verso lo sbocco più consono, quello dell'ecovillaggio. "Al principio avevamo idee diverse", racconta Lucilla, tra le pioniere dell'associazione. "L'unica cosa su cui eravamo tutti d'accordo, era far rivivere Torri". La conversione ecologista è arrivata solo in seguito, e tuttavia l'idea di recupero dell'esistente era già di per sé moderna e vincente. Poi è stato quasi inevitabile che questo recupero avvenisse secondo principi eticamente qualificanti: "Fin dall'inizio abbiamo percepito che l'edilizia convenzionale sarebbe stata fuori luogo, in una realtà come questa", spiega ancora Massimo. "Riempire tutto di ferro, cemento e polistirolo non avrebbe avuto alcun senso. Il cemento, oltretutto, richiama umidità. Meglio il sughero, il cotto e le calci, anche per la tinteggiatura". È così che le stanze del borgo hanno ripreso, una dopo l'altra, a pulsare. L'anima ce la mettono, in ogni senso, i residenti: venti in tutto, compresi i bambini. Ma un po' di sangue arriva anche dalle vene dei soci non residenti, dei volontari, e da quelle degli ospiti della struttura ricettiva, che è l'attività su cui si regge, di fatto, l'economia dell'intera comunità. "In realtà senza qualche donazione di privati e l'aiuto dei volontari non ce l'avremmo mai fatta", continua Massimo. "Il problema è che in Italia si premia il consumo e non il progetto. In parole povere, se c'è un bando per finanziare il turismo, è molto più facile che i soldi li diano agli hotel della costa piuttosto che a noi".

continua domani

20081214

the answer is blowin' in the wind 3


La seconda parte è stata pubblicata ieri



Uno dei pochi abitanti dell’isola a credere in quel progetto era Søren Hermansen. Oggi ha 49 anni, è un uomo snello con i capelli tagliati corti, le guance rubizze e gli occhi azzurri. Hermansen è nato a Samsø e, se si esclude qualche breve periodo di assenza per viaggiare o frequentare l’università, è sempre vissuto lì. Suo padre era un agricoltore che, tra le altre cose, coltivava barbabietole e prezzemolo. Hermansen aveva provato a seguire le sue orme (alla morte del padre aveva rilevato la fattoria di famiglia), ma aveva scoperto che quel lavoro non faceva per lui. “Mi piace parlare, e le verdure non ti rispondono”, mi ha spiegato. Perciò aveva deciso di afittare i suoi campi a un vicino e si era messo a insegnare scienze ambientali. Hermansen trovava molto interessante l’idea dell’isola dell’energia rinnovabile. Dopo aver ottenuto un po’ di fondi federali per finanziare un posto di lavoro, era diventato il primo dipendente del progetto. Per mesi, che poi sarebbero diventati anni, non era riuscito a fare molto. “C’era molta esitazione, tutti aspettavano che fosse il vicino a fare la prima mossa”, ricorda Hermansen. “Conosco bene gli abitanti dell’isola: fanno sempre così”. Invece di combattere questo atteggiamento, Hermansen aveva cercato di sfruttarlo. “Uno dei motivi per continuare a vivere qui è che i rapporti sociali sono importanti”, osserva. “Grazie al progetto dell’energia rinnovabile si poteva stabilire un nuovo tipo di relazioni sociali: abbiamo puntato su questo”. Ogni volta che c’era una riunione per discutere una questione locale, Hermansen andava lì e ripeteva il suo discorsetto. Spiegava agli abitanti di Samsø come sarebbe stato bello lavorare insieme per realizzare qualcosa di cui sarebbero stati tutti orgogliosi. Ogni tanto offriva una birra ai partecipanti. E, soprattutto, cercava di tirare dalla sua parte le persone più influenti dell’isola. “Il compito più dificile è stato convincere la gente ad attivarsi”, racconta. Ma alla fine, come aveva sperato, il meccanismo sociale che aveva bloccato il progetto cominciò a girare in suo favore. Sempre più persone si lasciavano coinvolgere e ne trascinavano altre. Dopo un po’, partecipare al progetto era diventata la norma. “Tutti gli abitanti di Samsø hanno cominciato a pensare all’energia”, spiega Ingvar Jørgensen, che riscalda la sua casa con l’energia solare e con una caldaia a paglia. “Sembrava una specie di sport”. Brian Kjaer, un elettricista che ha installato una piccola turbina nel suo giardino, sostiene che “partecipare a questo progetto è entusiasmante”. La turbina, alta 24 metri, genera più corrente di quella che serve alla sua famiglia (tre persone) e anche più di quella che la linea elettrica che parte da casa sua è in grado di trasportare. Così Kjaer usa la corrente in eccesso per riscaldare l’acqua che tiene in un serbatoio nel garage. Un giorno spera di usare l’elettricità in più per produrre idrogeno, che potrebbe alimentare le pile a combustibile di un’automobile. “Søren non ha mai smesso di parlare del progetto, e alla fine ha convinto un sacco di gente”, conclude.


continua lunedì 29 dicembre 2008