No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20060216

Colombia gen 06 - 27


Holiday in Colombia 12
16/1/2006 Sull'amaca sotto le stelle

La prima domanda appena sveglio è per Juli: perchè sei andata a dormire ieri sera? Risponde che ci ha visto impegnati (io e Peter) e non voleva disturbare. Le domando se ha guardato bene quella che era interessata a me e la mando a cagare. La seconda è per Peter, che è arrivato un'ora circa dopo di me. Com'è andata ieri notte? Risponde che gli ha chiesto dei soldi e lui non ne ha fatto di niente. Cose che capitano.
Già dal giorno prima avevamo deciso di rimanere un solo giorno a Santa Marta, e di andare al famoso parco Tayrona. Al Miramar, gratis, ci fanno lasciare i bagagli, li riprenderemo quando torniamo dal parco. Ottimo. Ci informiamo su come arrivare, Peter viene con noi. Ci facciamo un chilometro a piedi e arriviamo al punto dove partono i bus per il Tayrona. Pochi turisti, molti locali. Nel seggiolino davanti a me, una ragazza stupenda. Avrà 18 anni se li ha. Ha una figlia di almeno 5 anni e un bambino poco più che neonato. Qui c'è un problema di educazione, misto a una chiesa opprimente. Fatto sta che lei è davvero di una bellezza incredibile. Viso da india misto addolcito da qualcosa di europeo, carnagione olivastra, capelli lunghi, lisci e neri. Anche la bambina è molto bella. Meno di un'ora di viaggio, e scendiamo davanti all'ingresso del parco. Mangiamo qualcosa prima di entrare, bisogna pagare un biglietto, registrarsi, poi c'è la possibilità di prendere, per pochi soldi, una jeep che ti risparmia 40 minuti a piedi, dopodiché bisogna camminare almeno altri 40 minuti per arrivare al mare e al primo luogo dove campeggiare. Il parco naturale Tayrona è un pezzo di selva a picco sul mare, comprensivo di monti piuttosto alti e spiagge di sabbia. Si chiama così perchè il popolo che lo abitava erano, appunto, i Tayrona; furono tra quelli che opposero maggior resistenza ai conquistadores. All'ingresso si consiglia la vaccinazione contro la febbre gialla, io ovviamente non ce l'ho. Mentre ci registriamo, arriva Francesco e si unisce al gruppo. Questi incontri tra mochileros saranno frequentissimi, come vedrete. Attendiamo qualche altro avventore, in modo da riempire il cassone della jeep, poi partiamo. Segue la camminata, non molto impegnativa, fino al mare. Siamo praticamente in mezzo ad una specie di jungla, ci sorpassano spesso dei personaggi che cavalcano muli, portano provviste, bombole di gas, evidentemente agli insediamenti dentro il parco. Arriviamo al mare, località Cañaveral, dove beviamo qualcosa, la camminata inizia ad essere pesante anche perchè è l'ora dove il sole picchia forte, e domandiamo per il pernottamento. Ci sembra caro, e proseguiamo. Passiamo lungo la spiaggia, è decisamente bella, anche se il mare è piuttosto mosso, e in breve arriviamo ad Arrecifes, dove pare affittino amache, che sicuramente saranno economiche. Il posto è decisamente bello, rigoglioso e pieno di verde, le palme arrivano fino a 20-30 metri dal mare, e si prestano ad appenderci le amache. Anche la gente che popola, silenziosamente, il luogo ci sembra a posto, piuttosto cool. Ci avviciniamo ad un punto dove si suppone possa esserci chi ci dà le informazioni che cerchiamo, c'è un gruppetto di ragazze che, scopriamo essere in partenza. Ci dicono di pazientare, perchè la fretta non sta di casa qui, chiedono se abbiamo sigarette e offro ben 3 Malboro: le ragazze sembrano commosse. Una rossa piccolina si interessa alla mia nazionalità, e quando dico che sono italiano sembra quasi commuoversi. E' di Bogotà, ha studiato alla scuola italiana, ha un viso alla Botero, chiaccheriamo un po', ma lei, insieme alle sue amiche, se ne sta andando. Mi augura buon soggiorno. Come dirò più tardi a Juli in un eccesso di autostima, poteva essere la donna della mia vita, certe cose le senti, le vedi negli occhi delle persone. E' anche questo il bello del viaggio. Appena conosciuta, e già se ne va. Se non soffri, che senso ha?
Arriva il dueño: è brasiliano, e assomiglia a Colin Farrell. E' simpatico, le amache costano poco, non le ha subito, ma fra un paio d'ore. Lasciamo i bagagli lì e andiamo prima a mangiare, visto che tra Cañaveral e Arrecifes c'è una specie di ristorante, poi a farci un bagno. Passiamo la giornata in spiaggia, del resto il sole, come già detto, cala presto, quando torniamo c'è ancora luce per montare le amache, le sistemiamo a quadrato. Nessuno ha una torcia, quindi appena tramonta il sole non vediamo più niente, e tentiamo di accendere un fuoco. Alla fine ci riusciamo. Andiamo a cercare le docce brancolando nel buio, e succedono cose incredibili: non si capisce qual è la parte delle donne e quella degli uomini, mi cade una maglia nella tazza, cose così. Nonostante sia presto, andiamo a mangiare, ovviamente al solito ristorante di prima. La compagnia, strano a dirlo, ma è così, è affiatata. Francesco è una fucina di aneddoti di viaggio, Peter ha un ottimo senso dell'umorismo. Dopo cena c'è poco da fare, non c'è assolutamente niente. Ci sediamo sulla spiaggia e guardiamo il mare, raccontandoci. Scopro che con Francesco abbiamo gusti musicali comuni. Ci manca una chitarra, potremmo suonare e cantare Ben Harper, sarebbe il massimo. Dopo quasi un paio d'ore non ci rimane altro che avviarci verso le amache. Il cielo è impressionante, senza luci vicine, e quando ci sdraiamo si ha la sensazione netta che sia vicinissimo. Purtroppo, penso, se mi cade una noce di cocco nel viso, dall'alto della palma che ho sopra, che sarà alta almeno 15 metri, la faccia mi diventa un tutt'uno con gli occhiali. Mi convinco a dormire senza occhiali, ma non ho un comodino dove appoggiarli. In qualche maniera faccio.
Con un colpo di reni mi dò una spinta e comincio ad ondeggiare.

pearldepression

mi è tornata in mente una cosa. ero al liceo, quindi una decina di anni fa. ascoltavo i pearl jam. e mi ricordo di un articolo di giornale che sosteneva che l'80% di chi ascolta i pearl jam soffre di depressione.
forse massimo se lo ricorda?!?!! mi sembra anche di averlo appeso al muro di fianco al banco.
mha!

più forte delle bombe

testa piegata , dondolio generale del corpo, la sensazione di essere a birmingham. da giorni ascolto solo gli Smiths.
è come se ci fosse il sole dentro casa quando fuori piove.

I was happy in the haze of a drunken hour
But heaven knows I'm miserable now
I was looking for a job, and then I found a job
And heaven knows I'm miserable now
In my life
Why do I give valuable time
To people who don't care if I live or die ?
Two lovers entwined pass me by
And heaven knows I'm miserable now
I was looking for a job, and then I found a job
And heaven knows I'm miserable now
In my life
Oh, why do I give valuable time
To people who don't care if I live or die ?
What she asked of me at the end of the day
Caligula would have blushed
"You've been in the house too long" she said
And I (naturally) fled
In my life
Why do I smile
At people who I'd much rather kick in the eye ?
I was happy in the haze of a drunken hour
But heaven knows I'm miserable now
"You've been in the house too long" she said
And I (naturally) fled
In my life
Why do I give valuable time
To people who don't care if I live or die ?

amore, non importa di che tipo


I segreti di Brokeback Mountain – di Ang Lee 2006

1963, Wyoming. Jack Twist e Ennis Del Mar si conoscono casualmente, accettando un lavoro da mandriani/pastori sulla Brokeback Mountain, un lavoro che li isola dal resto dell’umanità per tutta l’estate. Poco a poco, tra i due nasce qualcosa, che se dapprima è solo un’amicizia virile, alla fine sfocia in sesso. E, chissà che altro.
Le loro strade si separano alla fine del lavoro; Ennis poco dopo sposa la fidanzata Alma Beers, già incinta, Jack riprende a fare i rodei. L’estate seguente Jack si ripresenta per lo stesso lavoro, ma Ennis non c’è e Aguirre, il padrone, lo caccia facendogli capire che per i “deviati” non c’è lavoro. Li aveva scoperti. Mentre Ennis lavora duro e Alma Beers gli dà un’altra figlia, Jack incontra Anne ad un rodeo e dopo un periodo la sposa; avranno un bambino.
Dopo 4 anni Jack rintraccia Ennis e gli preannuncia una visita: comincia così la presa di coscienza che il loro è vero amore. Di quelli tormentati, sofferti, difficilissimi, ma grande forse più della loro stessa vita. La scusa per vedersi per qualche giorno, da soli, diventa la pesca, mentre i loro rispettivi matrimoni o naufragano (Ennis), o sopravvivono per mancanza di alternative (Jack). Anche il loro rapporto speciale, però, soffre per la maniera diversa di affrontare la realtà; Jack e Ennis sono diversi, non solo dagli altri, ma anche e soprattutto tra di loro. Un litigio, un addio, una tragedia improvvisa, porteranno alla luce la dimensione del loro amore.
Scorrete la filmografia di questo taiwanese, per curiosità. Seppur con risultati alterni, è riuscito a cambiare genere ogni volta, a reinventarsi, a mettersi a disposizione della storia da raccontare. Commedia gay travolgente con “Il banchetto di nozze”, classica storia orientale intensissima con lo splendido “Mangiare bere uomo donna”, classico letterario con “Ragione e sentimento”, crisi di coppia nel raffinato “Tempesta di ghiaccio”, epico con la guerra civile americana nel mal riuscito “Cavalcando col diavolo”, Wuxia con “La tigre e il dragone”, colossal fumettistico con “Hulk”.
Lontanissimo dagli acrobatici movimenti di macchina de “La tigre e il dragone” e dalle produzioni sontuose degli ultimi film, Lee gira un film minimale, seppur con mano americana, mescolando un pretesto western e ricavandone un grande film d’amore gay, ma vorrei dire d’amore assoluto, spavaldo e coraggioso, completamente fuori dagli schemi. Se non credete a questa ultima affermazione, guardatelo e poi provate a pensare se, per caso, qualcuno è riuscito o ha avuto il coraggio di fare qualcosa di simile.
Dipinge due personaggi molto diversi con piccole cose, dialoghi brevi e apparentemente usuali, usando i due protagonisti molto bene, insistendo sui primi piani, provando ad immaginare come poteva essere l’omosessuale cowboy, risultando convincente a dispetto delle apparenti incongruenze. La prima parte scorre quasi noiosa, e sembra fatta apposta per scioccare con la prima scena di sesso, passionale, improvvisa, violenta, vera. La seconda, tutta sulle spalle di Ledger, ti prende alla gola e non ti molla fino ai titoli di coda, emozionante perfino nelle scazzottate, vibrante, commovente come non si vedeva da tempo.
Bastone e carota, un film allo stesso tempo delicato e rude. Sceglie una strada tortuosa, Ang Lee, ma il risultato conforta. Parte sottovoce, finisce toccandoci le corde più delicate, e ci spiega la forza dell’amore. Non importa di quale “tipo” sia: va in scena l’amore vero, è tempo di commuoversi.
Intenso e appassionante.

Colombia gen 06 - 26


la canzone tormentone del viaggio in Colombia
Lo so, è lontana anni luce dalla musica che ascoltiamo normalmente e che ci piace davvero; ma, per sfizio, provate a scaricarla, e provate ad ascoltarla non più di due volte al giorno. Non potrete più separarvene.

PS e guardate che faccia!!!

Así de Fácil – Otto Serge

Decidió que era así se marchó
A otras tierras buscando olvidar
Una historia de amor sin final
Y canciones aún sin terminar

Yo no quiero siquiera entender
Las razones de su decisión
Sólo sé que el alma del cantor
Está triste y no quiere llorar

Ni creas que te voy a dejar de querer, así de fácil
Ni creas que te voy a olvidar, es imposible

Yo soy el mismo, tú eres la misma
¿Qué es lo que pasa? No me abandones
no seas injusta, sólo Dios sabe

Ni creas que te voy a dejar de querer, así de fácil
Ni creas que te voy a olvidar, es imposible

el amor es regalo de Dios
el amor es entrega total
no me dejes con este dolor
que no quiero dejar de luchar

la distancia no es la solución
es pretexto para no enfrentar
un amor que nació en la verdad
un amor que nunca morirá

Ni creas que te voy a dejar de querer, así de fácil
Ni creas que te voy a olvidar, es imposible

Yo soy el mismo, tú eres la misma
¿Qué es lo que pasa? No me abandones
no seas injusta, sólo Dios sabe

Ni creas que te voy a dejar de querer, así de fácil
Ni creas que te voy a olvidar, es imposible

20060215

la vita è questione di culo, dice Woody


Match Point – di Woody Allen 2006

Chris è un ex tennista professionista, ancora molto giovane, bello, colto, educato, dalle buone maniere; parla sempre a bassa voce. E’ irlandese, di origini umili, il tennis lo ha elevato, ma era stufo della competizione, così dice al colloquio di lavoro con il quale si apre il film. Il posto è come istruttore in un elegantissimo club londinese: la sua intenzione è di vivere a Londra.
Conosce così Tom Hewett, rampollo di una famiglia super benestante, un po’ annoiato, ma che lo prende immediatamente in simpatia. I due hanno subito un buon feeling, sembrerebbe l’inizio di una storia gay, se non fosse che i due sono irrimediabilmente etero; infatti, alla prima uscita nella quale Chris viene presentato alla famiglia, all’opera, Chloe, la sorella di Tom, si innamora a prima vista di Chris, che ovviamente non rimane insensibile. La storia prende una piega positiva, nonostante durante un fine settimana nella villa di campagna degli Hewett, Chris conosca, dapprima senza sapere che è la fidanzata di Tom, Nola, avvenente e sensuale aspirante attrice americana, e se ne invaghisca, soprattutto preso da una fortissima attrazione fisica.
Chris è benvoluto dagli Hewett, al contrario di Nola; difatti, Chris nel giro di poco tempo convola a nozze con Chloe, entra a far parte dell’azienda di famiglia e si lancia in una carriera bruciando le tappe, mentre Nola, con la quale fa l’amore in un pomeriggio di pioggia dopo un litigio di lei con la madre di Tom, viene scaricata e scompare. Tom si sposa con un’altra, molto più inquadrata e quindi non invisa alla madre, Chris e soprattutto Chloe diventano ossessionati dall’avere un figlio.
All’improvviso però, Nola riappare in città, e Chris parte per l’attacco definitivo. Diventano amanti fissi, fino a che il paradosso trionfa: Chloe continua a non rimanere incinta, e Nola comunica a Chris di esserlo. Il castello di sabbia sta per crollare.
C’è sempre un piacere sottile, difficilmente descrivibile, che prova l’appassionato di cinema davanti ad un film di Allen. Anche prima di sedersi in poltroncina, si sa che si riderà, che si rimarrà ammirati davanti alla tecnica, all’ascoltare i dialoghi, ed infine, per i giorni a seguire, si rifletterà sulle tematiche sollevate.
Certo, ultimamente la miscela si era un po’ affievolita, e qualche sospetto affiorava anche nei più fiduciosi. Questo “Match Point” riconcilia decisamente con il maestro Allen; riconcilia perfino quelli che, come me, amavano l’Allen più cupo e problematico di “Hannah e le sue sorelle”, “Io & Annie” e addirittura di “Interiors” e “Settembre”, senza per questo apprezzare e godere delle prove più divertenti.
Si ride poco, si pensa molto durante questo ultimo Allen. Un po’ tragedia greca, un po’ Dostoevskij, il bello di Allen è che fa cinema colto, con riferimenti, appunto, letterari, filosofici e addirittura lirici, ma perfettamente fruibile anche da chi non ha una base culturale forte. Ogni filmografia, in fondo, ci parla delle sue problematiche; quelle della civiltà occidentale evoluta sono quelle dei sentimenti, o meglio, della mancanza di questi.
Inutile tessere oltremodo le lodi di questo film; sceneggiatura perfetta, fotografia ottima, taglio personale che riprende Londra un po’ come Allen faceva con “la sua” New York (i parchi, i ponti), attori giusti diretti in modo ammirevole. Rhys-Meyers agghiacciante nel suo perbenismo ipocrita, Johansson diversa da qualsiasi altro ruolo fin qui recitato, i co-protagonisti perfetti nelle loro maschere di contorno.
Incipit suggestivo, finale sbalorditivo. Un applauso, Woody è tornato.

Colombia gen 06 - 25


Holiday in Colombia 11
15/1/2006 Si, viaggiare

Il viaggio prosegue spedito, e quando fa giorno si può apprezzare anche il paesaggio. Il verde sovrasta ogni cosa, piccoli agglomerati di case, ristorantini, bar, lungo la strada, fiumi, torrenti, ruscelli, mucche, cavalli. Reggaeton a palla, video compresi. I video hip hop vi sembrano maschilisti? Questi di più. L’unico che conosco è Tiego Calderon, perché ha collaborato con i Cypress Hill. Soprassediamo. In teoria dovevamo arrivare alle 8 di mattina, arriviamo oltre le 11. Impareremo che qui è normale. Chiamiamo un hostel, hanno posto. Prendiamo un taxi e andiamo. E’ il Miramar, uno dei più economici che troveremo. Si pagano 8000 pesos a notte, in dormitorio, sono qualcosa come 3 euro, poco più. Il tipo che ci riceve ha la faccia furba, ma è simpatico. Il posto non è il massimo, ma è pieno di gente. La camerata è da 6 letti, c’è un cesso e una doccia dentro la camerata, tutto fatto a mattoni scoperti, non intonacati, tanto per darvi un idea, il cesso ha una porta che parte da 30 cm. da terra e sarà alta 1,20. Tanto per darvi un’idea. Il dueño (in realtà non so se sia il padrone) quando vede il mio passaporto mi dice che c’è un altro italiano, e mentre me lo dice arriva. Un ragazzo giovane, faccia simpatica, barba incolta.
Ciao di dove sei?
Provincia di Livorno
Boiadé, di dove?
Venturina
Boia, io so’ di Rosinniano!
Ma senti lì dé. Vai ci si vede dopo
Incredibile. E’ tempo di esaurire il luogo comune in dotazione: ma quanto cazzo è piccolo il mondo? Peter è ancora con noi, ci sistemiamo (è vero, è un altro luogo comune. Che diavolo vuoi sistemare?). Lasciamo la borsa accanto al letto e usciamo. Il sole ti potrebbe sciogliere, e pensare che anche qui è inverno. Il lungomare dista 50 metri, lo raggiungiamo e cerchiamo un posto per mangiare. Il primo va bene, super economico, con un euro si mangia e si beve. Dopo mangiato, Peter non ha voglia di girare e torna al Miramar, noi andiamo. Ci informiamo un po’, tutti ci dicono di andare al rodadero. Andiamo. Bus urbano e via. Scopriamo che Santa Marta è divisa a metà da un monte, il rodadero è dall’altra parte. Dopo che siamo scesi, camminiamo un paio di centinaia di metri seguendo un gruppo di locali (3 ragazze e un ragazzo) che ci guidano. Arriviamo alla spiaggia, e sembra Rimini un po’ peggio. Pieno di gente. Stipato. Andiamo in battigia, l’acqua non è mica tanto pulita. Non è che sia il massimo. Chiediamo, ci dicono, ma ce l’avevano già detto altri, di andare a Playa Blanca, un’isoletta lì davanti. Giriamo per la spiaggia cercando la lancia più economica, ne troviamo una che ci pare giusta e partiamo. Nemmeno 15 minuti di navigazione, e siamo a Playa Blanca. Un po’ meglio, ma è pieno di gente anche lì. Qualcuno ci ha detto di stare attenti agli zainetti, quindi vedo Juli che smania per fare il bagno e mi offro per rimanere a dare un’occhiata, prenderò il sole e basta. Non è che poi mi faccia impazzire questo posto, ma Juli si diverte da morire. Quasi un paio d’ore, poi ci avviciniamo al posto da dove partono le lance, ci caricano su una che non è la nostra, tanto fa lo stesso. Al rodadero camminiamo un po’ per capire se davvero questo posto è tutto così brutto. La risposta è si. Torniamo verso il Miramar, o almeno la parte di Santa Marta dalla quale veniamo, altro bus urbano. Giriamo ancora un po’, c’è la spiaggia anche lì, ma siamo se possibile su un livello ancora più basso. L’impressione è che in Colombia si siano sforzati per far diventare questa cittadina un luogo di vacanza, a dispetto della mediocrità del luogo. Urge una doccia, torniamo al Miramar. Mentre aspetto la fila, ritrovo Francesco, parliamo un po’. Lui lavora d’estate, d’inverno viaggia low cost finchè non finisce i soldi. Ci rendiamo conto che conosco suo fratello maggiore, almeno, mi ricordo chi è; ha la mia età, giocavamo a basket contro. Lui era il migliore della sua squadra, il Venturina. E’ davvero piccolo il mondo.
Meno sudato, esco con Juli e Peter. Questo giovane svizzero mi fa morire dalle risate, e per avere 19 anni non è nemmeno tanto ingenuo. Anche lui è in giro da e per mesi. Mi viene il sospetto che sono l’unico che lavora. Mi vergogno quasi quando ne parliamo. Cerchiamo qualcosa da mangiare, ma visti i gusti differenti mangiamo in tre posti differenti. Loro due per strada, io in una specie di friggitoria, almeno ci sediamo. Ovviamente il chiodo fisso di Juli è qualcosa per ballare, per il dopo cena, ma c’è poco o niente. Ci riavviciniamo al Miramar, cercando almeno un bar con musica e cerveza economica; ce n’è uno sull’angolo, proprio a 20 metri dal Miramar, c’è un po’ di gente fuori, andiamo. Ci sono un paio di ragazze dietro al banco, e una che avrà 45 anni portati male che sembra la padrona, è allegrissima e mi sembra che mi prenda immediatamente in simpatia. Juli ironizza e prevede una notte di passione. Iniziamo i giri di birra, la tipa ci chiede in continuazione che musica vogliamo ascoltare, familiarizziamo con la gente ai tavoli (pochi, in realtà). Da qualche giorno c’è una canzone che ci assilla, è diventata la nostra colonna sonora; prima di partire da Bogotà mi sono fatto scrivere il titolo e il cantante: Así de facíl di Otto Serge. Detto fatto, un cd di Otto Serge, gira tutto ma il pezzo non c’è. La tipa sostiene che mi hanno dato un’indicazione sbagliata, canticchiamo la canzone e lei dice che è un altro quello che canta.
C’è una ragazza che mi piace, seduta fuori con altra gente. Sembra un po’ Olivia di Braccio di Ferro, ma è bella. La guardo. Lei sorride. Dopo un po’ a gesti mi fa capire che le interessa Peter. Come le dirò testualmente dopo, soy un señor, entonces acepto la derrota. La invito al tavolo. Attacca una pantomima esistenziale, dice che gli occhi di Peter le ricordano sua madre, che lei è nata ad Atene, ha un nome che non si capisce, ha tre figli, il padre è in galera e cose così. Le birre girano, come il rum. Si fa avanti Marta, credetemi, inguardabile, è lì con i due figli e la sorella, la sorella parla fitta con un israeliano, lei sembra interessata al sottoscritto. Si parla, si beve, Juli dice che va a dormire, Peter e Olivia se ne vanno a ballare, io rimango lì tra le sorelle, l’israeliano, la presunta padrona, e gli avventori che si avvicendano anche se il bar si avvia alla chiusura. Parliamo delle solite cose, la politica, il calcio (i genitori di Valderrama abitano qualche metro più in là), il SudAmerica, gli argentini pensano di essere i migliori, si sentono europei, superiori al resto del SudAmerica, come vedete la Colombia dall’Europa, mah, te la dipingono peligrosa ma mi sembra di no, Bush ha rotto il cazzo, ora gliela fa vedere Chavez, e in Israele come si vive, beh non è che sia proprio tranquillo però sai com’è, e via così, birra e rum. Un po’ dopo le 2 decido che è tardi, e saluto tutti. Guarda, davvero, anche oggi non è mica stata una brutta giornata sai?

ho un problema


Mi rivolgo a voi, conscio del fatto che possiate aiutarmi con i vostri commenti autorevoli.
Ai tempi dell'uscita del terzo capitolo cinematografico de Il signore degli anelli, Il ritorno del Re, scrissi, oltre alla recensione "normale" quella che avrei voluto leggere per divertirmi.
Ve la sottopongo:

Il Signore degli Anelli; il ritorno del Re - di Peter Jackson

Finalmente Tolkien ci appare per quello che è realmente in questo capitolo conclusivo della Trilogia : un gay moderno, costretto a vivere il suo dramma in segreto, e a prendersi le sue rivincite con i suoi scritti. La Terra di Mezzo è condannata alla dittatura di una gigantesca figa (l'occhio di Sauron), che lancia le sue offensive verso le ultime sacche di resistenza tramite un esercito di bruttissimi machos. Ma il bene trionferà grazie ad una coppia di nani gay (Frodo e Sam), amici di un'altra felice coppia di nani gay (Merry e Pipino....) dalla faccia ancora più ebete. Un mago gay (Gandalf) li aiuta nell'impresa, e un condottiero ancora inconsapevolmente gay (Aragorn), porta alla vittoria le truppe del bene (grazie anche a dei trucchetti insegnatigli da Silvan in un breve periodo di fidanzamento), rifiuta l'amore di una (inconsapevole ma smaccatamente, visto come combatte) lesbica (Eowin) temendo che sia etero, buttandosi tra le braccia di una principessa (Arween) immortale solo perchè sa bene che, accettando il suo "amore" perderà l'immortalità, questo ci spiega il film; quello che non ci spiega è che insieme all'immortalità, Arween acquisirà quell'asessualità propria delle bambole barbie, in pratica diventerà senza buchi. In tal modo, Aragorn sarà autorizzato a vivere la sua sessualità in maniera completa col suo vero amore, l'elfo Legolas (facendo incazzare oltremodo un nano barbuto molto irascibile), una sorta di Justin Timberlake con la parrucca di Maynard Keenan stirata. Risolve tutto la simbolica distruzione di un anello, che rappresenta l'elastico di un preservativo, che viene bruciato nella lava che sgorga idealmente dall'enorme figa, simboleggiando così la liberazione dalla schiavitù dell'AIDS; questo sarà possibile, evidentemente, solo in un mondo dove gli alberi parlano. Visionario e anche un po' veggente. Colossal politically correct. Da vedere assolutamente.

Ora, sapete, dalla recensione pubblicata poco più in basso, che la settimana scorsa sono andato a vedere TransAmerica. Dovete sapere, se non lo avete visto, che il ragazzo protagonista, ad un certo punto della pellicola, spiega la storia de Il ritorno del Re quasi plagiando la mia recensione.
Pura coincidenza? O devo assumere Taormina e citarlo per milioni di danni?
Cosa mi consigliate amici?

Colombia gen 06 - 24


Holiday in Colombia 10
14/1/2006 Panico mattutino

Ancora una bella giornata, ancora una sveglia presto, nonostante la sera precedente si fosse fatto tardi. Juli rimane a letto, io sono di buon umore e vado a comprare qualcosa per la colazione. I cornetti, in Colombia, sono al formaggio. Non è il massimo, per mangiarli col caffè. Facciamo colazione nella sala tv, e mettiamo a punto il piano per oggi. Abbiamo la partenza del bus per Santa Marta alle 20, quindi tutta la giornata a disposizione. Ad un certo punto, mi viene la voglia di curiosare sui biglietti, e mi accorgo, dato che li avevo io, e li avevo in tasca poco prima di andare al super a comprare la colazione, che non li ho più. Mi assale il panico, non tanto per il costo dei biglietti, quanto per la figura da scemo.
Ripercorro le mie tracce, chiedo al supermercato perfino alla donna delle pulizie; sono quasi sicuro che mi siano caduti dalla tasca quando ho estratto il cellulare tra le casse e la postazione dove ho domandato se avessero un caricatore adatto (dimenticavo, in Colombia non solo la corrente è a 120 invece che 220, ma ci sono anche le prese completamente differenti, quindi devo comprarmi un caricabatteria nuovo), ma non si trova niente. Per la strada non vedo niente. Sono affranto.
Torno all'Aragon, e insieme a Juli, Leonardo e Peter, partecipi della piccola tragedia, elaboriamo una strategia alternativa. Ci viene in soccorso don Manuel. Telefona alla compagnia con la quale abbiamo fatto i biglietti, domanda, poi attacca e ci spiega. Dovete andare al terminal, rispiegate tutto e vi fanno una copia dei biglietti presentando i vostri documenti. In effetti, sono nominativi, non vedo il problema. L'unico problema sembra lo sbattimento di andare al terminal. Sto un po' meglio.
Andiamo in centro, dove prendiamo un bus urbano per il terminal, arriviamo al terminal ed inizia la burocrazia. Dallo sportello ci mandano alla polizia del terminal a fare una denuncia (don Manuel ci ha consigliato di dire che ce li hanno rubati, non che li abbiamo persi; mi sento una merda quando firmo la dichiarazione). I poliziotti sono gentili e ce la caviamo in poco tempo. Torniamo allo sportello, ci mandano al piano superiore alla direzione. Alla direzione esigono una fotocopia del documento. Scendiamo e, pagando, facciamo una fotocopia dei nostri documenti. Risaliamo e ci ridanno i biglietti. Adesso sono davvero contento. Mi sento leggero, addirittura. Sorrido, ricomincio a scherzare, è passata. Torniamo in centro con un altro bus urbano, cerchiamo di mangiare qualcosa di economico, e alla fine torniamo nel posto a 5 metri dal Saragoza.
Torniamo all'Aragon, prendiamo i bagagli. Salutiamo ringraziandolo don Manuel, Leonardo e Peter. Andiamo verso il centro e prendiamo un taxi, i coletivos sono stretti e noi adesso abbiamo zaini e borse. Arriviamo al terminal e depositiamo il tutto in una cassetta di sicurezza, ovviamente pagando. Ci informiamo sull'ubicazione del parco Maloka, pare sia interessante. E' proprio davanti al terminal, dobbiamo solo passare due ponti/passerella poste sopra due arterie stradali molto grandi. Andiamo. L'ingresso è un po' caro, ma abbiamo un pomeriggio intero da passare. Il parco è futuristico, situato quasi del tutto sotto la superficie del suolo, c'è un cinema di quelli con lo schermo sferico, a cupola, c'è una pista di pattinaggio, c'è un muro per fare free-climbing, uno shop di giochi che stimolano l'intelletto, ma soprattutto un percorso a più temi sulla storia dell'umanità, Bogotà e il suo progressivo cammino verso l'eco-compatibilità, una serie di giochini che simulano gli handicap più comuni, altri che misurano l'energia prodotta dal corpo umano, una serie di dimostrazioni e spiegazioni sul percorso del petrolio, sulla sua pericolosità e sulla maniera di trattarlo, un'altra sulle variazioni climatiche, sull'influenza delle masse d'acqua sul clima, e via discorrendo. Da perdercisi. Eliminiamo il free-climbing e la pista di pattinaggio, e ci buttiamo. I giochini ti prendono il cervello, e se ti immagini di portarci un bambino ti rendi conto che potresti avere problemi a venire via; ma c'è anche il lato intellettivo, apprezzo soprattutto quelli che ti mettono per un attimo sullo stesso piano di un portatore di handicap. Scuola di tolleranza. Davvero affascinante ed educativo, in effetti siamo tra i pochi turisti lì dentro, è pieno di colombiani. Scelta azzeccata. Le proiezioni nel cinema sono ad orari stabiliti, ovviamente, ma i film cambiano; sono documentari. Ne scegliamo uno ma quando ci presentiamo l'affluenza è tale che rimaniamo fuori. Facciamo due conti e vediamo che, se riusciamo ad entrare allo spettacolo seguente ce la facciamo. Continuiamo aggirandoci tra le installazioni, e il tempo passa in fretta. Ci presentiamo in anticipo per lo spettacolo al cinema, e ci godiamo (è proprio il verbo adatto) un documentario su due dottoresse ricercatrici speleologhe; l'effetto del mega-schermo concavo enorme è impressionante, le poltrone comode. Finito lo spettacolo è quasi tardi; ci avviamo verso il terminal, che fortunatamente è vicino. Pensiamo di mangiare qualcosa, il viaggio sarà lungo. Troviamo una pizzeria, che è carissima, ma c'è poco altro. Portiamo la pizza al terminal, ci sediamo in sala d'attesa e ce la mangiamo con gusto. All'improvviso, si materializza la figura di Peter, lo svizzero. Viene anche lui a Santa Marta, con lo stesso bus. Festeggiamenti, gli offriamo una fetta di pizza. Mi compro una bottiglia d'acqua e un pacchetto di sigarette, mi sembra carissimo, poi faccio i conti e le sigarette costano un euro. Si parte piuttosto in orario, alle 20 circa.
I bus sono abbastanza comodi, ma sempre diversi da un letto, specialmente per uno abbastanza alto e grosso come me. Ho già notato, in questi pochi giorni, che i letti colombiani sembrano essere più corti dei nostri (non c'entro tutto, c'è poco da fare), e con dei materassi che sono la parodia di un materasso. C'è la televisione, dove vengono proiettati film d'azione, per lo più, molti giapponesi, alcuni americani, oppure viene messa della musica, e quando non è reggaeton è classica musica sudamericana, buona da ascoltare 5 minuti e poi ti viene da dare testate forti al finestrino. A differenza di Juli, non riesco mai a dormire davvero, ma il dormiveglia è sufficiente a rendermi incapace di intendere e di volere ad ogni fermata effettuata dal bus, incapace di decidere se ho sete, se ho fame, incapace di scegliere qualcosa.
Questo primo viaggio lungo, in particolare, è ravvivato da due-tre ubriachi che parlano a ruota libera e ad alta voce. Per un po' ridi, poi ti rompi i coglioni. Ci mettono un bel po' a spegnersi. La guida degli autisti è aggressiva, nervosa.
Per la mezzanotte abbiamo già percorso un bel po' di strada. Almeno, quando ci fermiamo per la prima sosta, e mangiamo qualcosa, io Juli e Peter, abbiamo un bel po' di cose sulle quali ridere, in primis gli ubriachi molesti.

olimpì olimpà

bhe ogni 4 anni mi prende la voglia di guardare questi sport invernali olimpionici.
e mi diverto! mi appassiono proprio alle gare! tifo per uno o per l'altro dei concorrenti, magari solo perchè ha una bella tutina o un brutto pizzetto. mi appassiono veramente a guardare lo slittino o il pattinaggio veloce.
poi l'italia ha vinto per la prima volta una partita di curling!
cazzo, è l'evento dell'anno!

20060214

"Oi...Get your filthy hands off my desert!"


Brezhnev took Afghanistan.
Begin took Beirut.
Galtieri took the Union Jack.
And Maggie, over lunch one day,
Took a cruiser with all hands.
Apparently, to make him give it back

Colombia gen 06 - 23


Holiday in Colombia 9
13/1/2006 E pensare che Botero abita a Pontremoli

Sveglia quasi con il sole (diventerà una consuetudine qui in Colombia, le tende non usano, e se ci sono non trattengono la luce), colazione, poi andiamo in centro a prendere un coletivo per il terminal dei bus (uno qualsiasi, da notare che ce ne sono due a Bogotà, ma anche, scopriremo, nelle altre grandi città colombiane), e da lì cerchiamo un altro bus per Zipaquirá, un pueblito che in teoria dista meno di un'ora da Bogotà, ma che diventano due abbondanti. La realtà è che quasi tutti i bus si fermano ovunque per caricare gente, e a richiesta si fermano ovunque per farla scendere. Bisogna abituarsi.
A Zipaquirà, se possibile, fa ancora più caldo che a Bogotà; prima di cominciare a cercare di capire come possiamo fare per arrivare a questa famigerata cattedrale di sale, cerchiamo di mangiare qualcosa. Comincio a rendermi conto che anche qui, per me, vegetariano, sarà un problema. Non riesco a convincere le signore del posto dove ci fermiamo a farmi un pezzo di pizza senza prosciutto. Mi devo arrangiare con papas fritas. Prendiamo un taxi e andiamo alla cattedrale, non capendo ancora bene che cosa sia, ma ci hanno consigliato di andare. Si sale un po', e si arriva all'entrata: cara, più di 5 euro, ma sono compresi la visita guidata alla cattedrale, il museo della salina e il museo precolombiano. Occasione ghiotta.
Comincia la visita guidata, e cominciamo a capire: stiamo entrando in una montagna fatta di sale, dove da anni si estrae sale; la parte più vecchia e ormai inutilizzabile per l'estrazione, con un'abilissima mossa di marketing, è stata utilizzata per ricavarci una chiesa e una specie di Via Crucis con tanto di stazioni ed enormi croci, utilizzando i tunnel già esistenti per l'estrazione. In effetti, ci si diverte quasi di più a sentire il ragazzo che ci guida, che si dà da fare, che a vedere il tutto, anche se è senz'altro un lavoro grosso. Che cosa ti fa fare la fede…oppure, appunto, il marketing?
Nel gruppo della visita c'è anche qualche ragazza carina, così almeno si guarda altro, inoltre c'è un italiano; lo scopro quando correggo la guida che dice che il marmo di una scultura è di Massa-Carrara. Gli faccio notare che Carrara è una cosa, Massa un'altra, anche se fanno provincia insieme, e che se a uno di Carrara gli dai del massese, e viceversa, quello s'arrabbia. L'italiano apprezza e dice "si sente che è toscano" alla moglie. Segue l'altra visita guidata al niente, dove però ci spiegano come si è evoluta l'estrazione del sale, almeno qui in questa salina. Il museo precolombiano è distante, ma c'è la discesa. Ci arriviamo dopo un po', e siamo particolarmente allegri, comincia ad esserci un po' di coesione vera tra me e Juli; dopo aver visto il museo dell'oro a Bogotà questo è un po' deludente, anche se si rafforza l'idea che le tribù indios fossero davvero tantissime, e che quindi i conquistadores ne abbiano sterminate a centinaia. Attraversiamo Zipaquirà, coloniale quanto basta, e torniamo al terminal per prendere il bus e tornare a Bogotà.
Il verde ti sovrasta, e pensare che siamo lontani dalla selva. Il bus ci scarica all’altro terminal, il più lontano dal centro, ma noi (Juli) non desistiamo, prendiamo un coletivo e andiamo all’altro terminal, così facciamo i biglietti per l’indomani: viaggeremo per Santa Marta, verso nord. Per la prima volta vedo Juli “trattare”: riesce a pagare 70mila pesos cadauno dei passaggi che le avevano proposto a 100. Maradona della trattativa.
Altro coletivo, torniamo in centro, dritti al museo Botero: molto bello e ben tenuto. Botero è un artista divertente, ha, come tutti sanno, uno stile personale e riconoscibilissimo, ma soprattutto ha un’ironia devastante, tutte le sue opere sono pervase di latinoamerica ed ironia. Me encanta. C’è anche una parte dedicata a vecchi macchinari, un’altra ancora dedicata ad altri artisti, contemporanei e non; il museo però sta per chiudere, e io ho i piedi in fiamme. Torniamo verso l’hotel e facciamo un po’ di spesa in un piccolo supermercato; in fila incontriamo il figlio della signora dell’hotel Saragoza. Un’altra faccia che rimarrà a vita nella mia memoria.
Ceniamo nella cucina dell’Aragon, mi arrangio con delle pennette a rischio scottura e della crema di latte; il risultato è apprezzabile. Ci fa visita anche don Manuel (nella foto), el dueño dell’Aragon, personaggio discreto ma sempre pronto ad elargire consigli ai viaggiatori. Sono deciso ad andare a letto presto, ma l’irruzione di Peter, lo svizzero, cambia i piani. Mi convincono ad uscire. E così sia.
Prima proviamo ad entrare in un locale che ci ha consigliato Leonardo, ma costa caro, ripieghiamo su un bar angusto proprio lì di fronte, ma molto più economico, beviamo qualche birra, c’è un sacco di gente; con noi c’è anche Mohammed, un francese di chiare origini algerine, simpatico ma logorroico. Il problema è anche un altro, ripete sempre gli stessi concetti, si esprime male in castigliano, lingua di scambio in questo caso. Juli e Peter sono iper-attivi, e quindi cerchiamo un locale da ballo. Nessuno di noi balla escluso Juliana, che trova finalmente un cavaliere locale che la fa sfogare. Nel momento in cui “il cerchio si stringe” mi usa come paravento e dice che sono il suo novio. I locali chiudono alle 3, e Juli si inquieta, in Argentina, come già saprete, alle 6 si va in cerca di discoteche. Fosse per me alle 23 sarei a letto da mezz’ora. Anche per oggi abbiamo dato, domani ci aspetta un’altra giornata piena più un viaggio che si prospetta di almeno 12 ore. Entonces, buenas noches y hasta mañana.

20060213

estere live report



giovedì sera.
fabietto che è venuto da roma apposta, poi filippo, maurino, garaz.
il pre concerto è stato tutto una battuta e una polemica sul fatto che non ci dessero il da bere aggratisss. grosse risate. ma anche un pò di vera incazzatura da parte dei miei ragazzi assetati. comunque alle 11,30 iniziamo a suonare, nelle prime tre canzoni non funziona la spia della voce e canto a memoria. sul palco sento bene tutti gli strumenti. vedo sbresi che ride e si diverte e suona bene come sempre, fonzie sembra tranquillo e batte preciso. vedo gli occhi degli amici che ascoltano attenti e mi fa piacere. per loro canto Get Your Filthy Hands Off My Desert dei pink floyd perchè a noi ci piace the final cut, la canto in abbinata con la nostra ultimo atto. intermezzo livornese come sempre, contro il presidente spinelli che ha cambiato l'allenatore e a favore degli spinelli.
poi continuiamo fino alla fine dove presento a tutti la chitarra nera sbarluccicante e suoniamo una versione alternativa e imporovvisata de l'esplosione, io canto di vento, gatti morti, mietta e altre cazzate, ormai era tutto finito ed è stato divertente.

la scaletta:

diamante
blu
scivolando
get your filthy hands off my desert
ultimo atto
marialafolle
ostaggio
duello sul porto di livorno
sublime
il pretesto
l'esplosione

Colombia gen 06 - 22




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Holiday in Colombia 8
12/1/2006 E’ tutta una questione di attitudine

E’ una bella giornata di sole, fa caldo, la gente passeggia in strada, siamo vicinissimi al centro, la avenida sulla quale si affaccia l’hotel è pedonale, in ristrutturazione, ed è perfino bella; il sorriso di Juli, quello della signora dell’albergo, la faccia furba e simpatica del figlio, mi fanno capire che è tutto ok. Arrivo a pensare che senz’altro l’ubriaco di ieri sera era totalmente inoffensivo, e che devo cambiare il mio modo di percepire le cose, se voglio godere di questo viaggio.
Ci muoviamo nella mattinata, poche centinaia di metri, entrando nel barrio storico de la Candelaria, e andiamo all’ostello Platypus, famosissimo tra i mochileros, dove alloggiano i tre cordobegni, così li incontriamo e domandiamo se c’è posto lì, il Saragoza non piace molto nemmeno a Juli e non è poi così economico. La cosa stupefacente è che quando chiediamo indicazioni alla signora del Saragoza, lei capisce perfettamente che cerchiamo il Platypus per andarcene da lì, lo dice espressamente, ma non fa una piega, anzi, ci dice esattamente come arrivarci. Al Platypus però non c’è posto, e i tre sono in una specie di dependance. Li andiamo a trovare, ritorniamo con loro dall’altra parte per fare colazione insieme. Mentre beviamo caffè e parliamo ricevendo dritte sui altri luoghi da vedere, e facendo una lista di cose da visitare a Bogotà, conosciamo Andrea, una argentina che sembra una nord europea, che è al tavolo accanto insieme ad un ragazzo argentino che sembra Raf. Anche lei, accanita viaggiatrice, ci dà delle dritte sul proseguimento del nostro viaggio. Ci segnalano un hotel vicinissimo che è anche economico, l’Aragon; andiamo a domandare se c’è posto, poi ci ritroveremo con Ramiro e le due Gabriela(s) per andare al museo dell’oro. L’Aragon è lì vicino, c’è posto, una doppia costa poco, meno del Saragoza, è migliore (la vediamo). Ci sono due bagni ad ogni piano, quindi non in camera, ma preferiamo di gran lunga questo. Fissiamo la camera e diamo una caparra. Abbiamo tempo fino alle 14 per portare via i nostri bagagli dal Saragoza e sistemarci qui; tra l’altro, è vicinissimo. Ci ritroviamo con gli altri e andiamo al museo dell’oro, anche questo molto vicino, arriviamo in pochi minuti. Ingresso non caro, organizzato benissimo, reperti precolombiani numerosi ed esposti in maniera chiara e logica, si estende su due piani, al piano terra ha ristorante e shop, inservienti gentilissimi, atmosfera rilassata. Ci rimaniamo più di due ore, ne vale davvero la pena. Usciamo soddisfatti, e ci dirigiamo verso il centro chiacchierando sulle cose da vedere. Io e Juli però dobbiamo andare a “passare” i bagagli dal Saragoza all’Aragon, quindi ci salutiamo, eventualmente ci ritroviamo più tardi.
Effettuata l’operazione bagagli, ci inoltriamo nel centro città (non prima di aver mangiato qualcosa, ancora nel posto dove abbiamo mangiato anche la sera precedente, quello a 5 metri dall’hotel Saragoza, davvero a buon mercato), fortunatamente vicinissimo, prima la bella Plaza de Bolívar, poi i vari palazzi governativi (dal di fuori, s’intende), prendiamo nota del posizionamento di altri musei che paiono interessanti, poi decidiamo di sfruttare la giornata fino in fondo e ci avviamo verso la teleferica che porta al santuario de Monserrate, sul monte che sovrasta la città. Camminata semi-impegnativa, in salita, ci si mette pure il tempo a dar fastidio, sembra che minacci pioggia. Proseguiamo imperterriti, prendiamo la teleferica, ci godiamo la salita, e quando arriviamo in cima non solo inizia a piovere davvero, ma una discreta nebbia ci impedisce la vista verso la distesa della città. Peccato.
Torniamo giù, pioviggina, passiamo da un’agenzia turistica per informarci sulle possibili escursioni nei dintorni, poi io rientro all’hotel mentre Juli torna verso il centro. Per essere il primo giorno mi sembra di aver camminato abbastanza. Mi rilasso e mi concedo una doccia tonificante e una siesta rigenerante. Rientrata Juli discutiamo sugli itinerari da seguire nei giorni a venire, usciamo per mangiare qualcosa, giriamo un po’, andiamo a berci qualche birra in un piccolo e intimo locale proprio dietro l'angolo, consigliatoci da Leonardo, ci piace, poi rientriamo all’Aragon. Nella sala tv socializziamo con Leonardo, portiere di notte (ma anche di giorno a dire la verità), un personaggio dal basso profilo ma ugualmente simpatico, che mi rimarrà nel cuore, e Peter, uno svizzero di Berna che sta viaggiando da diversi mesi, che ci racconta che è a Bogotà da un po’ perché ha una storia con una di lì. Rimango basito quando mi dice l’età (di lui): 19 anni. Più tardi rientra, e si ferma con noi, Tim, un canadese anche lui in giro da un bel po’. Ci divertiamo con i Simpson in castigliano, poi ci diamo la buonanotte. E’ stato un giorno migliore di quello precedente, ma mi sono reso conto che non era stato poi così male. L’attitudine sta cambiando, lentamente, ma sta cambiando. Del resto, siamo in ballo, balliamo.

Road Movie transessuale


TransAmerica – di Duncan Tucker 2006

Bree è una transessuale, in analisi per sostegno e per ottenere il “nulla osta” per l’agognata operazione di cambio sesso; in rotta con la famiglia, vive facendo due lavori e mettendo da parte i soldi necessari. Colta, raffinata, amante delle buone maniere, euforica per essere così vicina alla meta, viene sconvolta da una notizia inattesa: addirittura da un carcere minorile di New York, le telefona un minorenne che, avendo perso la madre suicida, sta cercando suo padre. E’ Bree suo padre, e anche se inizialmente cerca di sfuggire a questa notizia, sarà obbligata dalla terapeuta ad affrontare la realtà, prima dell’operazione.
Bree però sceglie la strada più tortuosa, e rimanda il momento nel quale dirà al ragazzo che è proprio lei suo padre, nonostante si senta obbligata nei suoi confronti e lo faccia uscire dal carcere, portandolo con sé verso la California, dove vive e lavora. Sarà costretta alla rivelazione nel momento più inopportuno.
Tema complicato quello della transessualità, troppo spesso affrontato in maniera grottesca, clownesca o addirittura offensiva. Ci sono riusciti in pochi ad affrontarlo in un modo serio e vicino alla realtà (mi vengono in mente “Princesa” di Henrique Goldman, duro e spietato, purtroppo poco visibile, e l’ottimo “Wild Side” di Sébastien Lifshitz), alcuni, come il grande Almodovar in diversi suoi film, sono riusciti a sfiorarlo allegramente senza però denigrarne le figure ed uscendo dalla cosa a testa alta.
Il buon Tucker affronta l’argomento con buonissime intenzioni, aiutato da un buon cast e soprattutto da una scelta coraggiosa della simpatica Felicity Huffman, ma il risultato è un film che si lascia guardare senza colpire a fondo. Il ritmo è anche troppo rilassato, i siparietti divertenti sono anche gradevoli, ma il film si perde con un sacco di co-protagonisti e in molte, forse troppe storie di contorno, non riuscendo a focalizzare l’elemento che dovrebbe essere quello principale, o sia la condizione di “passaggio” della protagonista, ed il suo rapporto con il figlio.
L’espediente narrativo della rivelazione della relazione padre/figlio rimandata trascina un po’ troppo la storia, e forse fa, appunto, perdere di vista l’aspetto che sarebbe stato più interessante, ma anche più difficile, da affrontare.
Una specie di occasione perduta.

20060211

Colombia gen 06 - 21


Holiday in Colombia 7
11/1/2006 Chiamatemi Cuor di Leone

Alcune considerazioni di carattere campanilistico, così, tanto per. Argentini e Cileni non vanno d’accordo. In Argentina, gli abitanti di Buenos Aires città (non periferia), i cosiddetti porteños, stanno sui coglioni a tutti gli altri, perché se la tirano. Ma ne scopriremo altre, viaggiando.
Ci svegliano di soprassalto alle 5,45 dicendoci che il mini-bus è già giù che aspetta. C’è qualcosa che non quadra. Ci vestiamo in tutta fretta, ci richiamano e ci dicono che è un falso allarme, l’autista si è sbagliato, ripassa più tardi. Che dire, vaffanculo.
Prendiamo tutto e scendiamo, nella hall ci sono un ragazzo e due ragazze. Facciamo una rapida colazione. Il bus arriva più tardi delle 6,15. Vaffanculo di nuovo.
I tre salgono con noi, sono argentini, viaggiano anche loro per Bogotà, sono anche loro mochileros o backpackers, in inglese. Parentesi. Primo, non esiste una parola equivalente in italiano, per descrivere chi viaggia con uno zaino e dorme negli ostelli. Perché? Secondo, non è un’illuminazione improvvisa che mi fa capire che sono un mochilero, lo capirò più avanti. Sia chiaro che sono alle primissime armi.
Si chiamano Ramiro, Gabriela e Gabriela, sono musicisti d’orchestra. Simpatici, di Cordoba. Aeroporto, formalità, code, la mia cintura continua a far suonare i metal detector e me la fanno togliere tutte le volte, mi cadono i pantaloni. Si vola per Quito, senza scendere, poi per Lima. A Lima cambiamo, c’è un ritardo, socializziamo con i tre. Juliana ha una capacità di socializzazione incredibilmente superiore alla mia, e l’aiuta anche il fatto di essere di lingua castigliana. Oddio, il castigliano parlato in Argentina è molto particolare. E sarà motivo di discussione. Ripartiamo per Bogotà, il volo non è del tutto tranquillo, ma si fa. Juli non ha precisato che sono vegetariano, così con i pasti mi devo arrangiare scansando qualcosa. Sul volo per Bogotà ci siede accanto un ragazzo Colombiano, si chiama David, è di Cali, era in vacanza in Argentina con la famiglia, che è sparpagliata per l’aereo. Ci lascia la mail e il telefono, ci vedremo quando passeremo da Cali. Ci da delle dritte, come tutti quelli che conosciamo, cerchiamo di tenerne di conto come sempre. L’arrivo a Bogotà è caotico, arriviamo insieme ad un volo Iberia dalla Spagna, la fila alla dogana è allucinante e snervante, i fogli di immigrazione sono da ricompilare, perdiamo i tre cordobegni, fuori è già buio ma sono appena le 18, cerchiamo una sistemazione tra quelle che si è appuntata Juli. La troviamo, gli altri tre ne hanno un’altra, ci ritroveremo l’indomani. Usciamo e cerchiamo un taxi senza farci fregare. Saliamo. Il taxista si fa via via sempre più invadente, sono stanco e non so dove sono. Ci dice che l’hotel (di basso profilo) che abbiamo scelto è brutto, è in un quartiere pericoloso, non va bene, ce ne consiglia un altro. Facciamo resistenza. Si ferma davanti ad un altro hotel. Juli si arrabbia, scende e gli dice che se ci fanno dormire a meno di quanto ci hanno detto nell’altro va bene, io non so cosa fare. Ripartiamo, il taxista insiste con le sue pessime considerazioni, e ci lascia lontano dall’hotel. Ci indica però la strada. E’ buio, pioviggina, scendiamo e un ubriaco ci dice qualcosa, ci segue, ci chiede soldi. Sono assolutamente disturbato, quasi impaurito. Camminiamo veloci fino all’hotel, che si chiama Saragoza. Sono cento metri e l’ubriaco ci è sempre alle costole. Entriamo nell’hotel, una signora materna ci accoglie con suo figlio, simpaticissimo, chiudono la porta inferriata con l’ubriaco fuori. Ci mostrano la camera. Tv e radio ingabbiate e allucchettate, letti brutti, bagno accanto ad uno dei letti, lo divide dalla stanza una tenda. Sono triste e impaurito, mi sembra tutto nero e pericoloso. Juli se ne accorge, e cerca di scuotermi prima con le buone, poi con le cattive. Rimango muto per 15-20 minuti, raccolto in me stesso. Penso di andarmene. Juli esce a cercare un internet point per scrivere a casa. Io mi chiudo in un mutismo che pare senza uscita, e da solo è peggio. Juli rientra e, soavemente, mi fa uscire, mi fa fare 5 metri per mangiare qualcosa. Sono un po’ meno teso, forse la faccia della cameriera, non bella ma gioviale, però resto sempre come sospeso in un limbo tremolante ed insicuro. Il cibo non mi va giù. Rientriamo, la signora e il figlio cercano di tranquillizzarmi, ma ormai il mio mood è compromesso. Juli non sembra scioccata più di tanto. Mi sento un bambino di 5 anni nei confronti di una mamma di 50. E invece io ho quasi 40 anni e lei poco più di 20. C’è di che riflettere. Dormiamoci sopra, e vediamo.

Colombia gen 06 - 20


Holiday in Colombia 6
10/1/2006 Un salto in Cile

Si fa colazione al bar proprio sotto il palazzo dell’appartamento di Juli. Mi spiega che è un po’ come il salotto grande degli studenti che abitano gli appartamentini sovrastanti, il padrone è loro amico, i frequentatori abituali, gli anziani soprattutto, sono diventati compagni abitudinari di colazione. Un salto all’internet point lì vicino, in farmacia e all’edicola, poi raccogliamo i bagagli, prendiamo un coletivo e andiamo dalla sorella, dal cognato, dalle gemelle. Mangiamo lì, dopodichè Pedro ci porta all’aeroporto di Rosario, scherzando sul fatto che è piccolissimo ma internazionale; ci salutiamo. Check in, attesa, dogana, partenza, volo LAN (ex LanChile, adesso consorzio di diverse compagnie aeree sudamericane). Scalo a Cordoba (Argentina), arrivo a Santiago del Cile nel pomeriggio inoltrato. Stesso aeroporto di 12 anni fa, l’ultimo viaggio transoceanico prima di questo. All’epoca mi sembrava immenso, adesso mi sembra normale. Abbiamo il trasferimento per l’albergo compreso (la sosta a Santiago non è stata voluta, l’hanno venduta a Juli quando ha comprato i biglietti per Bogotà, andata e ritorno con questo stop over, pernottamento incluso senza sovrapprezzo. Dico questo perché “trasferimento” e “albergo” sono parole che non appartengono al vocabolario di questo viaggio), ma ci perdiamo la chiamata, quindi cerchiamo un’addetta che, gentilmente, ci recupera un mini-van e un autista che ci porta al Radisson (quello nuovo, fuori città, scopriremo poi; ce n’è uno più vecchio quasi in centro). Vedendo i cartelloni giganti dei candidati alle elezioni (ormai anche le campagne elettorali sono globalizzate), chiediamo un parere all’autista, mentre percorriamo l’autostrada, e la risposta è sbalorditivamente candida: il candidato di centro-destra non gli piace, è una specie di Berlusconi, un ricco possidente di qualsiasi tipo di compagnia, ma non gli piace nemmeno votare la candidata di centro-sinistra, perché è solo un paravento per far continuare a governare Lagos, che, nonostante abbia fatto bene, non può essere rieletto; se voto qualcuno voglio che sia lui o lei, di sua volontà, a governare. Non fa una grinza.
Il Radisson è un cinque stelle, e Juli appena in camera mi dice qualcosa come “guarda bene questa stanza e questo albergo perché non ne vedrai più di simili fino alla fine del viaggio”. Ne approfittiamo poco, però, perché la sveglia sarà all'alba, il mini-van che ci riporta all’aeroporto passerà a prenderci alle 6,15.
Chiamiamo il mio amico Valery, livornese di scoglio che lavora a Santiago da anni, addirittura ci si è sposato; passa a prenderci per andare a cena. Non è puntualissimo, e arriva contromano, ma quando arriva è una festa. Non clamorosa, ma ugualmente gioiosa. E’ strano due volte: sono qui in viaggio con una ragazza conosciuta via e-mail e, a non so quanti mila chilometri da casa, usciamo con un amico conosciuto su un sito di tifosi del Livorno poco più di un anno fa. Le nuove frontiere della tecnologia, almeno in questo campo, ci hanno reso la vita migliore, ci danno più opportunità. Se ci si pensa, è sbalorditivo. E la serata è scoppiettante, Valery, dopo averci fatto fare un veloce city tour senza scendere dalla macchina, la butta da subito in politica, ci spiega la realtà cilena e poi si allarga alla situazione sudamericana, e noi gli stiamo dietro volentieri. Juli, che non lo conosceva, si diverte molto e apprezza. Io, che già lo trovavo irresistibile, mi diverto a sentirlo parlare in castigliano con un inconfondibile accento livornese. Mangiamo in una specie di ristorante italiano, e non ci possiamo lamentare, anche perché paga tutto Vale. E’ una serata irreale, o meglio, se qualcuno mi raccontasse che, di passaggio in Cile, si è incontrato con un amico di Livorno che lavora lì mi sembrerebbe irreale; invece l’abbiamo vissuta veramente.
Vale ci riaccompagna al Radisson e si congeda con raccomandazioni paterne. A presto Cileno. E’ stato bello.

20060210

Colombia gen 06 - 19


Holiday in Colombia 5
9/1/2006 Caffellatte e politica

Mi sveglio piuttosto presto, e desayuno con Juli, parlando di politica internazionale, uno dei temi che padroneggia molto bene, uno dei motivi per cui ammiro questa ragazzina. Poi un giro in paese per alcune compere, in tutti i negozi più o meno sanno della mia presenza, ed è commovente vedere un anziano signore proprietario di una ferramenta cominciare a parlare in italiano appena mi presento, mentre la signora della macelleria mi dice che lei non sa l’italiano ma sa che io parlo bene il castigliano.
Dopo pranzo, con tutta la famiglia riunita, più un ragazzo che lavora nell’officina dell’agenzia di viaggi (ci sono da revisionare i bus), ancora con Gas cerchiamo un caffè e poi andiamo a rinfrescarci in piscina. Chiacchere con i suoi amici, dopodiché io, Juli e Rafa andiamo verso Rosario.
Nel viaggio apprezzo il sarcasmo sottile di Rafa, col quale mi sento sintonizzato già dalla sera prima, per piccole cose, anche per i silenzi. La strada non è corta, ma passa bene, quando arriviamo è ancora presto (per i canoni argentini) per la cena, giriamo per la parte monumentale, e lì scopro che Rosario, oltre ad aver dato i natali al Che, è la cuna de la bandera argentina. Una specie di piazza d'armi circonda il museo delle bandiere, e lì vicino il monumento ai caduti delle Falkland/Malvinas mi scuote: sono morti 1600 argentini in quella stupidissima guerra, stupida da entrambe le parti, e di questo conveniamo anche con Rafa e Juli, consci della situazione di allora in Argentina. La zona è vicina al fiume, ed è dove si organizzano le feste studentesche e le ferias. A ridosso della zona moderna.
Ceniamo in un fast-food, poi andiamo all'appartamento di Juli, che usa perché studia a Rosario. E' piccolissimo, e fa un caldo bestiale, quindi le sistemazioni per la notte: io con un materasso in terra davanti alla cucina, con due ventilatori accesi e le finestre completamente spalancate, Juli due piani sopra nell'appartamento di una compagna di studi che al momento non c'è, Rafa deve andare al terminal e poi andrà a dormire dall'altra sorella.
Domani ci aspetta un primo (per me ennesimo) spostamento in aereo. Inizio a lavare i primi panni sporchi, con questo caldo sicuro che asciugheranno per domani.
Non mi sento né Chatwin, né Guevara, ma mi sento bene.

Colombia gen 06 - 18


Intermezzo politico
28/01/2006 CHAVEZ AL FORUM SOCIALE MONDIALE: "COSTRUIRE IL NUOVO SOCIALISMO"

CARACAS
Il 21/o e' un secolo fondamentale, perche' dovra' dirci se l'umanita' potra' salvarsi o se ci avvieremo verso una autodistruzione. Lo ha sostenuto ieri sera a Caracas il presidente Hugo Chavez, per il quale l'unica alternativa e' l'azione di un forte movimento popolare che costruisca ''un nuovo socialismo''. Rivolgendosi per poco piu' di due ore, un tempo limitato per le sue abitudini oratorie, a migliaia di partecipanti al 6/o Forum sociale mondiale (Fsm) riuniti nel Palazzetto dello sport Poliedro, Chavez ha avviato la sua riflessione rievocando i Libertadores latinoamericano che hanno cercato di costruire una unita' sudamericana nel 19/o secolo, come Simon Bolivar o Jose' de San Martin. ''Loro - ha proseguito - portavano avanti la loro lotta ma sapevano gia' che lavoravano per le generazioni future''. ''Cosi' e' stato anche - ha aggiunto - quando pensatori come Carlo Marx hanno lanciato slogan del tipo 'socialismo o morte', ripresi poi da Rosa Luxemburg, Fidel Castro o Che Guevara''. Il capo dello stato venezuelano si e' detto quindi convinto che ''negli ultimi cinque anni sono successe molte cose nel sud del mondo ed in particolare in America latina'' e che ''i termini si sono ribaltati perche' quelli che per anni hanno avuto l'iniziativa difendendo un modello di ingiustizia dall'alto di teorie capitaliste, sono ora sulla difensiva''. ''Siete voi del Fsm che lottate per un mondo piu' giusto - ha detto convinto - che guidate l'offensiva adesso'', ma perche' essa si mantenga ''dobbiamo mettere a punto una strategia di unione di tutte le tendenze'' per ''cambiare la direzione della storia''. Prendendo quindi parte ad una polemica esistente fra due anime del Forum - una piu' movimentista ed una piu' di progetto preciso - Chavez ha ricordato che ''abbiamo poco tempo per salvare la vita del pianeta'' e quindi un ''Forum che si riunisce cosi', con caratteristiche quasi folcloristiche, puo' anche andare bene, ma non aiuta per questo progetto di cambiamento''. Infine, insistendo sul fatto che ''il modello capitalista sta mettendo fine alla vita nel pianeta e che bisogna presto fare qualche cosa'', il leader venezuelano ha detto che ''da qui stiamo risollevando la bandiera del socialismo, per avviarci verso i nuovi cammini del 21/o secolo, e per costruire un solido movimento autenticamente socialista nel pianeta''. ''Un socialismo nuovo, fresco - ha aggiunto - che qui in America latina deve avere una forte componente indigena, senza copiare modelli, cosa che fu uno dei grandi errori del socialismo del secolo XX''. ''Io cristiano come sono - ha concluso - credo anche che Cristo e le correnti cristiane autentiche hanno molto da offrire al progetto socialista del 21/o secolo in America latina''.

PS grazie a Ivano che ha recuperato l'articolo y gracias Jano por haberme hablado de este discurso en San Agustín

Colombia gen 06 - 17


Holiday in Colombia 4
8/1/2006 Un piccolo grande paese

Non riesco a ricordare come si chiama il disco-bar, ma se andate ad Arteaga e chiedete lo trovate. Sembra che tutti i giovani del paese siano lì, e non dentro, ma fuori. Il cocktail che va di moda adesso in Argentina, believe it or not, è il Fernet con la Coca-Cola. Me lo offrono e dichiaro che fa schifo, sembra una medicina. Nessuno se la prende. Proseguo con la birra.
Si innesca ovviamente una spirale di presentazioni e conoscenze, impossibile ricordarsi tutti i nomi. Noto un paio di ragazze con i tacchi e sgomito per farmele presentare, ma mi sforzo invano.
Ad un certo punto sembra quasi che le persone facciano a gara per parlare con me, ma ad onor del vero sono tutti maschi. Dopo un altro po' siamo seduti ad un tavolo bevendo l'ennesima birra parlando di calcio, e mi lamento proprio di questo: "¿Pero adonde estàn las mujeres?".
Improvvisamente alzo gli occhi ed è giorno. E' passata la notte così, in un lampo alcolico, guardando e desiderando tacchi ma straparlando di calcio. E' stato comunque bellissimo.
La gente se ne va, qualcuno va in discoteca, e sono quasi le 6. Mi prende in consegna Rafa, il fratello taciturno. Col Falcon facciamo un giro, ed arriviamo in uno di quei posti che credevi esistessero solo nell'immaginazione degli sceneggiatori tipo Tarantino. Costruzione bassa, un parcheggio ampio davanti, gente con facce buffe, un bancone scarno, due baristi svogliati, ragazze poco vestite, tavolini, niente intonaco alle pareti, fumo, alcol, musica, camere adiacenti. Beviamo un caffè che fa schifo. Andiamo a letto che sono quasi le 8.

Mi sveglio verso le 15, e dopo un po' si mangia. C'è sempre allegria nell'aria, e tutti scherzano sul fatto che non mangio carne, oltre a ricordare la notte passata. Stancamente, con Gas andiamo a la pileta, la piscina, insomma il solito luogo dove la sera prima si è svolta la festa. E' in pratica il circolo del club calcistico. C'è già un capannello di amici di Gas, ci sediamo e le Quilmes iniziano a viaggiare, mentre cerco di star dietro ai racconti dei ragazzi, della sera prima, e poi via via delle loro vite, come si fa di solito fra maschi, raccontando le proprie malefatte. Si fa sera così, con semplicità, quando si rientra a casa sta calando il sole, ma di mangiare non se ne parla, è presto. E allora in terrazza si beve Quilmes e si sgranocchia pizza o patatine, ci sono le due amiche del cuore di Juli e il tenore dei discorsi cambia un po', ma si ride lo stesso.
Alla fine, si cena, e saranno oltre le 22. Mi arriva la voce che il Livorno ha vinto a Genova contro la Samp, e magicamente riesco a vedere la Domenica Sportiva su RaiSat. E' l'apoteosi.
E' stata una bella giornata. Ricca, anche se sembra non abbia guadagnato niente. Uno alla volta, alla spicciolata, gli abitanti della casa si coricano. Così faccio anch'io.

20060209

Colombia gen 06 - 16


Holiday in Colombia 3
7/1/2006 Il linguaggio universale del calcio

Ci alziamo alla spicciolata e non prestissimo, la colazione è free e compresa nel prezzo dell'ostello. Andiamo al parcheggio a prendere la macchina e scopriamo che, durante l'acquazzone di stanotte, è entrata dell'acqua da una guarnizione. Fa niente, in pochi minuti asciuga, fa un caldo notevole. Gas e Juli mi fanno fare un mezzo giro turistico di Buenos Aires, Boca, ex quartiere povero, adesso attrazione turistica; passiamo anche dalla Bombonera, imponente, evocativa, San Telmo, la parte nuova del porto; prima di partire alla volta di Rosario ci fermiamo a mangiare in un supermercato. Una cosa molto USA, purtroppo. Con la differenza che la gente non ha fretta. E nemmeno noi, nonostante dobbiamo fare circa 500 km e una sosta a Rosario dalla sorella maggiore. Cominciano i "problemi" col caffè: non c'è verso di trovare un espresso degno di questo nome.
Partiamo dunque per Rosario, la città natale del Che. L'autopista è dritta e scorrevole, la conversazione divertente, il tempo passa meravigliosamente. Gas è un personaggio, ha un modo di parlare buffo e simpatico. Iniziano a bere mate, lo assaggio, è amaro, non mi piace. Fa niente.
Pianura, vegetazione bassa ma verde, mucche e cavalli a perdita d'occhio. Come osservammo una volta con alcuni amici in Spagna, "facile fare le autostrade qui eh?". Qui però siamo in Argentina, un paese martoriato dalla storia. Dittatura, populismo, e poi la Banca Mondiale e i 5 presidenti in una settimana, i ricchi che portano i soldi all'estero poche ore prima della bancarotta con la connivenza dei potenti. Un paese umiliato, che prova a rialzare la testa. Rischiamo di terminare la benzina, ma ce la facciamo ad arrivare ad una stazione di servizio; il caldo diventa quasi allucinante. Dopo poco arriviamo a Rosario, facciamo visita alla sorella grande, Renata, architetto, altrettanto simpatica, sposata con Juan Pedro, avvocato ciarliero e compagnone, che parla a ruota libera su qualsiasi argomento, genitori di due splendide gemelline di quasi 3 anni: Juli stravede per loro. Poi ci portiamo verso il, anzi la Terminal dei bus, dove aspettiamo l'altro fratello, Rafael, di ritorno da un lavoro. La famiglia ha un agenzia di viaggi, due bus grandi di proprietà e uno da 12 posti. I ragazzi fanno gli autisti, Juli part-time fa la guida turistica, il padre coordina. Appena Rafa è disponibile partiamo per Arteaga, il loro pueblito, stasera c'è una grande festa e non possiamo mancare. Sono altri 120 km circa, ed è già buio.
Rafa è più giovane di Gas, più taciturno, e somiglia a Tom Hanks.
La strada è piuttosto dritta, ma ci sono un sacco di paesi, semafori, lomos de burro, rallentatori. Ma arriviamo in tempo. Una ripulita e via verso un parco con piscina, dove ci sono più di mille persone su un totale di 3000 abitanti. La festa è in onore del club calcistico Arteaga, che ha vinto il campionato regionale, l'equivalente dei nostri dilettanti. L'entusiasmo è inverosimile, c'è da bere, da mangiare, da ballare, vecchi, adulti, giovani, piccini, donne e uomini. Conosco Marcellino e la moglie, i genitori, e Marcellino mi parla in un italiano curioso ma buono, anche se non ne ho bisogno. La cosa impressionante è che ci sono un presentatore e una presentatrice, filmati con i gol, interviste ai protagonisti ma anche ai calciatori dell'Arteaga che hanno vinto il campionato negli anni passati (tra i quali anche Gas), poi la premiazione con una dedica per ognuno, massaggiatore e magazziniere compresi. Il presidente e due calciatori si chiamano Protti di cognome, ed è difficilissimo trovare un cognome che non sia italiano. Al tavolo si sparge la voce che sono italiano e un sacco di persone si presentano come italiane, almeno di origine. Battute sul mio vegetarianesimo ma nessuno che scoccia più di tanto. Bella gente, sincera, gente che lavora duro ma che ha voglia di divertirsi e di comunicare. Non ci sono tabù per nessun argomento, anche quelli più complicati come le varie crisi argentine. L'entusiasmo si taglia a fette, ed è davvero impressionante cosa possa fare il calcio vissuto in questo modo. Ma il mio stupore diventa incredulità quando vengo a conoscenza che non solo l'Arteaga ha un gruppo di tifosi organizzati, che si chiamano la catorce (la quattordici), ma che ad Arteaga esiste anche un'altra squadra. Incredibile, ma vero. E a questo giro verranno presi per il culo continuamente.
Arriva un po' di pioggia a disturbare la festa, che si conclude rapidamente (si fa per dire). La notte però, è ancora giovane ed è sabato. E allora ci spostiamo davanti all'unico disco-bar del paese.

Colombia gen 06 - 15


Holiday in Colombia 2
6/1/2006 Vamos a Argentina

La sveglia è all'alba, e Fabio mi accompagna a Fiumicino, aereoporto che ricordiamo con simpatia io, lui e Nico, per essere stato teatro di uno dei momenti più esilaranti della nostra amicizia. La coda al check in per il volo per Madrid arriva fuori dalla porta, e questo ha già dell'incredibile. Ci passa davanti Pupi Avati, così, per la cronaca. Riesco a portare il bagaglio a mano, e questo mi riempie di soddisfazione: meno di 8 kg, un grande traguardo per un mese fuori di casa. Facciamo colazione, poi Fabio mi saluta, ci rivediamo esattamente tra un mese.
Volo Iberia, non so se le altre compagnie hanno fatto lo stesso, ma gli spagnoli hanno abolito i fronzoli sui voli "corti", europei quindi, e se vuoi mangiare te lo paghi. Non è un problema, il volo è tra le 8 e le 11. La coincidenza a Madrid è agevole, ho tempo di andare al bagno, fare un giretto, comprare dell'acqua, chiedere la conferma che ci sia la segnalazione per i pasti vegetariani sul volo per Buenos Aires. Un poliziotto ai controlli mi chiama caballero. La fibbia della cintura fa suonare il metal detector, e questo sarà un calvario per ogni controllo prima dei voli.
Si parte per il transoceanico nel primo pomeriggio, leggermente in ritardo. Ci sono un sacco di bambini piccoli. I pasti, per sicurezza, escludono anche uova e latticini, ma sono ottimi. Non dormo, del resto è un volo da 12 ore tutto di pomeriggio; mi guardo i due film, "Goal!", prevedibile e macchiettistico, ma almeno non l'avevo visto, e "Il mercante di Venezia" a pezzi, visto che già lo conoscevo. Approfitto per sentire Pacino in originale, e ha proprio la voce da vecchio, ma vecchio attore.
Il volo dura meno del previsto (meno di 13 ore), e nonostante tutto penso poco. Sono stranamente tranquillo, magari sono stanco, non so. Quel che è vero è che non c'è niente di memorabile nel volo, nessuna perturbazione, nessuno che si sente male, nessun cretino di talento, solo qualche pianto di bambino, neppure una hostess da portarsi a casa.
Non mi va di leggere. Sono fatto così, vado a periodi. Alla fine, arriviamo, quasi in anticipo.
Passo spedito verso la dogana, il timbro sul passaporto mi fa vibrare. Esco dagli arrivi in solitario, questo è il privilegio di viaggiare leggeri. Ma si rivela controproducente: non c'è nessuno ad aspettarmi. Vado nel panico: non ho nessun numero di telefono, e me ne rendo conto solo adesso. Vago per 10 minuti guardando le persone in attesa in faccia per tentare di riconoscerci la mia amica Juliana o uno dei suoi fratelli, che però ho visto solo in una foto di qualche anno prima. Non trovo nessuno. Penso al da farsi, eventualmente. Non riesco a mettere a fuoco una strategia. Dopo quasi 15 minuti vedo un ragazzo con un foglio in mano con su scritto ALESSANDRO. E' Gastòn, il fratello maggiore di Juli. Arriva anche lei e la sua amica omonima, Juliana. Il peggio è passato.
Sono emozionato, quindi per i primi momenti poco prolisso. Conosco Juli ormai da 5 anni, ma non ci siamo mai visti di persona. E' una ragazza giovanissima, ma molto intelligente. Studia Relazioni Internazionali, ed è preparatissima a livello storico e politico, ma al tempo stesso ha un'enorme voglia di vivere e di conoscere. Adesso che la vedo ha due occhi celesti vispi e attenti, gioiosi. Sono felice di essere qui. La sua amica è simpatica, Gastòn anche, così, a pelle. Il caldo taglia le gambe, sono quasi le 23, prendiamo la macchina di Gas e ci dirigiamo verso il centro di Buenos Aires. Rompo il ghiaccio aiutato dalla comitiva, cominciamo a parlare allegramente come vecchi amici.
Buenos Aires è una città grandissima, enorme. Ha tutte le contraddizioni delle metropoli: avenidas sfarzose e moderne, enormi rampe di cemento in costruzione, architetture ottocentesche e preziose, barrios completamente ricostruiti e dati in gestione alle multinazionali, periferie povere e ragazzi che la notte esaminano i sacchi della spazzatura per vivere (in strada).
Ha fascino, insomma. Passiamo a prendere il ragazzo di Juliana (l'amica), giriamo cercando un parcheggio per la macchina, andiamo ad un hostel già conosciuto dai ragazzi per fissare per la notte, poi andiamo a mangiare qualcosa. Pizza Libre, paghi 5 pesos più 2 per la bevuta e puoi mangiare quante pizze riesci a mangiare. Al cambio attuale, circa 2 euro.
Con i piedi sotto al tavolino l'atmosfera si fa, come di consueto, ancora più informale, e mi vengono chieste le prime impressioni, mi vengono dette le loro, mi raccontano del resto della famiglia che conoscerò a breve, della festa alla quale parteciperemo domani sera, e poi la politica, i viaggi, le esperienze, i lavori, gli studi, la birra, Maradona, Caniggia e il gol a Zenga nel '90 (diventerà un tormentone), e chissà quanto altro che non riesco più a ricordare.
Juliana va a dormire dal suo ragazzo, un rosso davvero simpatico con una faccia quasi da Rickie Cunningham sudamericano, io, Gas e Juli all'hostel.
Qui mi soffermo: si dorme in camerate, da 4 letti, sono maschili o femminili, se capisco bene, il bagno è comune tra tutte le camerate, ma ci sono anche stanze doppie. E' piuttosto pulito e c'è gente apparentemente a posto, tutti molto giovani. Non ci sono abituato, ma me acostumbro (mi abituo), almeno spero. Sono o no "da bosco e da riviera", come tento di insegnare in italiano a Juli? Mi addormento a Buenos Aires, e penso che questa giornata è durata 28 ore. Magie del fuso orario.

dimenticavo

Ovviamente è aperto il quiz per indovinare qual è e di chi è il pezzo parafrasato dal titolo del diario (Holiday in Colombia), anche se è troppo, troppo facile.
Chi vince sarà apprezzato comunque.

today is the greatest...

questa sera si suona. finalmente!

fabietto arriverà da roma apposta. poi passerò a linate a prenderlo.olè.
poi c'è da vedere il video che ha girato Hanna Hildebrand, che verrà proiettato durante il live, che mi è arrivato via dhl da francoforte stamattina.
poi ci sono un pò di strumenti da portare via. quando c'è un concerto sembra di fare un trasloco!
comunque ho sentito i ragazzi e sono tranquilli e vogliosi.
poi ci sono notizie per futuri concerti. vediamo con il matrimonio di sbresi in che modo giostrarceli, senza rischiare che lui non ci sia perchè sta comprando le fedi.
jumbolo ha iniziato col il diario sud americano.

tutto gay!
olè!

Colombia gen 06 - 14


Holiday in Colombia 1
5/1/2006 Tutte le strade portano a Roma

Chiudo e-mule sempre con un po' di rammarico: c'è sempre qualche porno da finire di scaricare.
La borsa è pronta, e mio padre anche, con il suo sorriso da pensionato vispo sempre sulle labbra. Non so se sia vero, ma credo proprio di stargli simpatico, anche se spesso non concorda con i miei pensieri. Mi accompagna alla stazione volentieri, e mi dispiace un po' quando, proprio alla stazione incontro un vecchio compagno di scuola che lavora in ferrovia, quindi lo lascio per 5 minuti da solo. C'è tempo per qualche altro sorriso, non mi fa raccomandazioni. Sembra quasi contento per me. Mi dispiace quasi salire sul treno.

Il viaggio fila liscio come l'olio, la giornata è splendida, andare a Roma in treno con queste giornate è sempre spettacolare: la maremma ti fa star bene, vorresti scopare il finestrino. Il solito cambio a Ostiense, il solito arrivo a Tiburtina. Ormai è un classico degli ultimi anni, con Fabio che mi accoglie proprio lì. Non subito, così ho il tempo di mangiare qualcosa, visto che non ho pranzato. E' un po' che non ci vediamo, ma non si nota. Andiamo a casa sua e prendiamo un po' per il culo Chris Cornell per la performance sul dvd live in Cuba. Un ex cantante, che almeno ci lasci un buon ricordo. Verso l'ora di cena arriva Nico, e andiamo fuori a mangiare. E' la solita cena tra uomini, con l'aggravante che, come detto prima, è un po' che non ci si vede. Parliamo soprattutto d'altro, forse perchè un minimo di tensione in me c'è. E' innegabile.
E' la mia ripartenza, e non alla Sacchi. L'ultimo timbro sul vecchio passaporto era quello di Cipro nel 1996, per giunta per motivi di lavoro. Non riuscii neppure a vedere il muro di Nicosia. Si, ci fu la Spagna due volte, Londra, la Croazia, l'Olanda....ma quando attraversi l'oceano ha un altro sapore, anche se non senti il salmastro mentre sei in aereo. E' una specie di azzardo, non so quanti saranno i miei compagni di viaggio, come sono, se riuscirò a conviverci, che tipo di "profilo" avrà il viaggio. E' anche il suo fascino, però.

E allora, come dicevano Mogol-Battisti, sia quel che sia. Mi addormento da Fabio con la voglia di risvegliarmi presto e volare. Letteralmente.

20060208

Colombia gen 06 - 13

Holiday in Colombia
You only live once
E chissà, forse è proprio vero.
Cosa? Ma che si vive solo una volta. Inizio queste riflessioni serali pre-partita mentre scorrono le note di, appunto, You Only Live Once degli Strokes. Forse è un segnale.
Il mood è un po' cambiato, tipo triste dentro ma allegro fuori. In effetti ieri sera ero brillante come ai bei tempi. So che questo scritto uscirà un disastro, e non si capirà niente.
Quindi, cerchiamo di mettere ordine.
Perchè sono triste dentro? Perchè il mio viaggio è finito, e lavorare non è quella riserva di emozioni continua che, al contrario, è un viaggio. E' importante sottolineare che un viaggio è diverso da una vacanza. Dal viaggio si arriva stremati, molto più stanchi di quando siamo partiti, dimagriti, come nel mio caso, segnati fuori ma soprattutto dentro. Continuano a scorrerti negli occhi le facce delle persone che hai conosciuto, e che nella maggior parte dei casi non rivedrai mai più, continui a ricordare le piccole cose che hai vissuto e che non hai fotografato (non potevi, anche se tu avessi avuto la macchina fotografica: come si fa a fotografare la faccia di un ubriaco che sembra volerti aggredire e invece ti paga da bere per due ore di seguito, e che poi ti chiede un ricordo, tu gli lasci una banconota da 5 euro perchè è la più piccola che hai e lui si rende conto che nel suo paese è una discreta somma, allora lui te ne regala una da 2000 pesos colombiani, meno di un euro, te la firma e ti fa promettere che, come farà lui con quella da 5 euro, non la spenderai mai nella vita?), ad aprire la posta elettronica sperando di trovare una mail di qualcuna di quelle persone, magari una donna, che ti riveli che si, era come pensavi, proprio così, ma era difficile in quel momento.
Ma la vita continua, ed in fondo è un bene. Quello che ti dà allegria è che dopo 10 anni, hai ritrovato in pieno le possibilità ma soprattutto la voglia di viaggiare; c'era stato un momento dove sospettavi che non l'avresti più fatto; e non perchè non potevi, ma perchè stavi davvero bene a casa tua. La voglia ritrovata non vuol dire che non stai più bene qui, al contrario. Nostra patria è il mondo intero, e così sia.
Non solo. L'allegria sono gli amici che sono contenti che tu sia tornato. L'allegria è non aver voglia di cucinare, uscire da solo a mangiare una pizza, sedersi accanto ad una tavolata di giovani che parlano di un'amica che ha lasciato un amico, supponendo che le piaccia un altro, e tu che gli dici "secondo me le piace un'altra", e dopo 5 minuti ti ritrovi a fumare una sigaretta fuori dal locale con quelle ragazzine che ti dicono che forse hai ragione tu.
L'allegria, paradossalmente, è continuare il corso per nutrizionisti, ascoltare il racconto di un dottore che ha salvato 2000 bambini malnutriti nel 1994 in Rwanda e lottare in silenzio per non scoppiare a piangere in mezzo alla sala gremita di gente.

Lafolle chiedeva in un commento di qualche tempo fa se avevo iniziato l'assunzione della coca. Ebbene si. All'hostel "Casa di François" cenavamo bevendo acqua di coca, fatta bollendo acqua con foglie di coca dentro. Non era buonissima, ma mi manca. Forse perchè la preparava Mariana. Quella che somiglia a Bjork.

Ma direi che adesso è meglio cominciare a raccontare cronologicamente, anche se in differita, questo tourbillon di emozioni. Vi scriverò il diario di questo mese passato in Sud America, a puntate, partendo dal 5 gennaio fino al 7 di febbraio. Un po' per volta, cesellando i ricordi e tessendo la tela della memoria. Pensando al prossimo viaggio.

Perchè si vive solo una volta. Forse.

sbw

sushi, birra e whiskey
sono un cocktail perfetto per una serata divertentissima.

Colombia gen 06 - 12

Per farvi capire meglio...
...questa mattina dovevo rientrare a lavorare, e invece mi sono magicamente svegliato alle 10,30.
Viva la revolucción

Colombia gen 06 - 11

Per farvi capire...
...in tutto oggi sono riuscito ad ascoltare solo un disco, "Clandestino", dell'inossidabile Manu Chao (a proposito di tutto questo, esiste un libriccino, dal titolo La Mano Negra in Colombia, scritto da, pensate un po', Ramòn Chao, il padre di Manu, su un fantasmagorico tour del vecchio gruppo di Manu, la Mano Negra appunto, una band meravigliosa, su un treno lungo tutta la Colombia della guerriglia).
Come dicono quelli fighi, il mio mood è perfettamente descritto da questo fantastico pezzo di quel disco, solo che non è rivolto a nessuna persona in particolare.
Si intitola La Despedida, e penso sia facile da capire anche per chi non conosce il Castigliano.
Eventualmente, se dai commenti si intuissero difficoltà, provvederò ad inserire una traduzione.
Semplicemente ironico-malinconico-melanconico. A voi Manu Chao, La Despedida

Ya estoy curado
Anestesiado
Ya me he olvidado de tí...
Hoy me despido
De tu ausencia
Ya estoy en paz...
Ya no te espero
Ya no te llamo
ya no me engaño
Hoy te he borrado
De mi paciencia
Hoy fui capaz...
Desde aquel día
En qu te fuiste
yo no sabía
Que hacer de tí
Ya están domados
Mis sentimientos
Mejor así...
Hoy me he burlado
De la tristeza
Hoy me he librado
De tu recuerdo
ya no te extraño
Ya me he arrancado
Ya estoy en paz...
Ya estoy curado
Anestesiado
Ya me he olvidado

Te espero siempre mi amor
Cada hora, cada día
Cada minuto que yo viva... Te espero siempre mi amor...
Te quiero... Siempre
Mi amor...
Se que un día... volverás...
No me olvido y te quiero...

20060207

Colombia gen 06 - 10

se acabò / è finita
Sono a casa da un'ora e mezzo. Mi costa parlarne, per il momento. Quindi non lo farò.
A presto

molto forte, incredibilmente vicino


jonathan safran foer.questo libro è da leggere. è magnifico. l'ho finito ieri e quasi mi è dispiaciuto. un romanzo perfetto.

riporto la recensione di jumbolo, as usual:
Oskar, un bambino di nove anni fin troppo intelligente e sensibile, perde il padre nella tragedia dell'attentato alle Twin Towers. Vive insieme alla madre e a pochi passi dalla nonna paterna, ma elabora il lutto lentamente, alla sua maniera. Sveglio ma traumatizzato, ritrova tra le cose di suo padre una chiave e una scritta: Black. Decide di contattare tutti i Black di New York in cerca di qualcosa che leghi questa ipotetica persona a suo padre. Sullo sfondo, le storie degli antenati di suo padre, provenienti da quella parte dell'Europa profondamente ferita dalle sciagure della Seconda Guerra Mondiale. Il giovanissimo scrittore americano, dopo il fulminante esordio "Ogni cosa è illuminata" prosegue il suo percorso con un libro davvero stupendo e coraggioso. Le storie che vi si intrecciano trasudano sofferenza e speranza sincera, toccano il cuore delicatamente, parlano di morte senza mai essere macabre. Si sorride delle trovate sensazionalmente geniali di Oskar, ci si incuriosisce tremendamente con la storia dei nonni e con la ricerca della serratura, si riflette come solo gli occhi e il pensiero puro e semplice di un bambino può fare, su una delle più grandi tragedie del nostro tempo. Da leggere tutto d'un fiato, da ricordare a lungo.

20060206

a magenta

narco

da venerdì notte/sabato a questa mattina alle 8.
ho dormito 33 ore su 56.
forse dovevo recuperare le forze.


jumbolo dovrebbe essere ritornato dal sud america...aspetto.

20060203

face recognition

prendo spunto dal blog di buldra(che vi invito a visitare) per indicare questo simpatico sito: my heritage. ti fa vedere a chi assomigli!

ho inserito una mia foto e le persone a cui assomiglio sono:

stan getz (magnifico!);
rajneesh (non so chi sia!);
sean connery (sticazzi!);
jan ullrich;
kiefher sutherland (il figlio di donald);
keanu reeves (se!);
nick cave(olè);

Colombia gen 06 - 9

Last day in Colombia
Qui a Bogota´sono le 6.42; sono al terminal bus. Ieri 30 km a cavallo, e senza aver mai montato la cosa puo´riservare sorprese come piaghe al culo. Se poi dopo ti fai 10 ore di bus e non puoi poggiarlo, il culo, puoi non dormire. E questo non fa bene. Se poi tra 11 ore ti devi fare Bogota´Lima Buenos Aires non poggiando il culo il problema aumenta.
Non ho la forza per scrivere altro.
A presto

pink is dead

leggo stamane l'intervista a david gilmour.
i pink floyd non faranno più dischi.
un pò mi dispiace, ma penso che sia giusto così. quello che hanno fatto è stato magnifico. teniamocelo così.


ecco la mia classifica personale dei migliori dischi dei pink floyd:

1. the final cut (1983)
2. animals (1977)
3. the wall (1979)
4. wish you were here (1975)
5. dark side of the moon (1973)
6. umma gumma (1969)
7. the piper at the gates of dawn (1967)
8. atom heart mother (1970)
9. meddle (1971)
10. a saucerful of secrets (1968)
11. more (1969)
12. obscured by clouds (1972)
13. the division bell (1994)
14. a momentary lapse of reason (1987)

20060202

de usa

oggi sono un pò antiamericano.

e non ascolterò la musica di britney spears!

oh lord...

maccartismo

Il Maccartismo, che prende il nome da Joseph McCarthy, fu un periodo di intenso anticomunismo, conosciuto anche come la (seconda) paura rossa, che occorse negli Stati Uniti dal 1948 fino a circa il 1956 (o più tardi), quando il governo degli Stati Uniti persegui attivamente il Partito Comunista Americano, la sua dirigenza, e chiunque fosse sospettato di essere comunista. Esso fu un prodotto della guerra fredda nella sua fase più esasperata. Esami di lealtà erano richiesti per gli incarichi governativi ed altri tipi di impiego, e vennero mantenute liste di organizzazioni sovversive. Il Maccartismo fu un esempio di panico morale ed i comunisti divennero mostri collettivi

Il termine "Maccartismo" non è neutrale, ma ora porta con se una connotazione di accusa falsa, addirittura isterica, e di attacco governativo alle minoranze politiche. Molti conservatori americani e sostenitori intransigenti della guerra fredda giustificarono la soppressione del radicalismo e delle organizzazioni radicali negli Stati Uniti in nome della lotta contro un elemento pericoloso e sovversivo, controllato da una potenza straniera, che poneva un reale pericolo alla sicurezza della nazione, e che quindi giustificava misure estreme ed extra-legali. Ma non c'è dubbio che il maccartismo abbia comportato gigantesche violazioni dei diritti civili e dei diritti costituzionali, che portarono alla rovina migliaia di persone innocenti. Molto spesso la persecuzione dei comunisti veniva portata avanti da personaggi legati alla peggiore tradizione reazionaria americana (si urlava "negri, ebrei e comunisti, tornatevene in Russia").

Un altro elemento principale del Maccartismo furono i controlli di sicurezza interni sugli impiegati del governo federale, condotti dall'FBI di J. Edgar Hoover. Questo dettagliato programma investigava tutti gli impiegati su eventuali connessioni comuniste, ed impiegava testimonianze fornite da fonti anonime che i soggetti all'investigazione non erano in grado di identificare o con cui non potevano confrontarsi. Dal 1951, il programma richiese un certo grado di dimostrazione per licenziare un impiegato federale. Doveva esistere un "ragionevole dubbio" sulla sua lealtà; in precedenza era richiesto un "ragionevole motivo" per ritenerli sleali.

Le audizioni condotte dal Senatore Joseph McCarthy diedero alla paura rossa il nome che è entrato nell'uso comune, ma la "paura rossa" precedette la vertiginosa ascesa di McCarthy nel 1950 e continuò dopo che venne screditato, dalla censura del Senato, nel 1954, a seguito della sua disastrosa investigazione sull'esercito statunitense, che iniziò il 22 aprile di quell'anno. Il nome di McCarthy venne associato al fenomeno principalmente a causa del suo predominio nei mass-media; la sua natura franca e imprevedibile lo rese la figura rappresentativa ideale dell'anticomunismo, anche se probabilmente non fu il più importante tra i suoi esponenti.

L'ambiente di Hollywood, dove lavoravano molte persone di sinistra costrette a emigrare dall'Europa dopo l'avvento del fascismo, fu particolarmente colpito. Charlie Chaplin fu una delle persone accusante di attività anti-americane, e l'FBI fu coinvolto nel fare in modo che venisse cancellato il suo visto di rientro, quando lasciò gli USA per un soggiorno in Europa nel 1952. In effetti, la sua carriera cinematografica finì nonostante il fatto che non venne trovato colpevole di alcuna offesa. Walt Disney lavorò strettamente con l'FBI in quel periodo, principalmente fornendo informazioni interne all'industria cinematografica, ma egli stesso fu sospettato ad un certo punto. Alcuni pensano che usò questi presunti poteri per denunciare persone che potevano rivelarsi una minaccia commerciale alle sue operazioni.

Gli elementi più pubblicamente visibili del Maccartismo furono i processi di coloro i quali vennero accusati di essere agenti comunisti all'interno del governo. I due processi più famosi furono quelli di Alger Hiss (il cui processo iniziò prima che McCarthy iniziasse a brandire la sua lista, e che non fu accusato direttamente di spionaggio, ma di spergiuro) e quello di Ethel e Julius Rosenberg che si concluse tragicamente con la condanna a morte. Tali processi si basavano tipicamente sulle notizie fornite da informatori come Whittaker Chambers (la cui testimonianza portò alla rovina di Hiss) e i tre uomini le cui confessioni e testimonianze furono vitali per il processo Rosenberg, Klaus Fuchs, Harry Gold e David Greengrass.

La crociata anticomunista di McCarthy perse colpi nel 1954 quando le sue udienze vennero teletrasmesse per la prima volta, permettendo al pubblico e alla stampa di avere una impressione di prima mano delle sue tattiche prepotenti. La stampa iniziò anche a far circolare storie su come McCarthy rovinò la vita di molte persone con accuse che non erano, in certi casi, supportate da nessuna prova. Rimase famoso quando gli fu chiesto dal procuratore capo dell'esercito, "Signore, non ha nessun senso della decenza, in fin dei conti?". McCarthy soffrì un duro contraccolpo nell'opinione pubblica e venne investigato e censurato dal Senato per non aver cooperato con i membri del comitato investigativo, e per averli chiamati pubblicamente gli "agenti involontari" e i "procuratori de facto" del Partito Comunista. Dopo la censura, McCarthy perse la sua altra presidenza di comitato, e i cronisti smisero di raccogliere le storie delle sue pretese cospirazioni comuniste. Svanì dalla luce dei riflettori nel giro di una notte. McCarthy morì di epatite, probabilmente causata dall'alcolismo, nel 1957.

buona notte e buona fortuna


ho visto ieri sera good night, and good luck.
la caccia alle streghe comuniste, ricordava qualcuno no? tra l'altro con la stessa pettinatura di mc carthy!

riporto la precisa recensione di jumbolo sudamericano:

Good Night, and Good Luck – di George Clooney 2005

Edward R. Murrow fu un giornalista integerrimo, in forza alla CBS nei primi anni ’50. Il notiziario ‘’See It Now’’, ma soprattutto il programma di approfondimento ‘’Person to Person’’ erano un punto di forza nella programmazione del network. Tra il ’53 e il ’54, in pieno ‘’Maccartismo’’ (dal cognome del senatore Joseph McCarthy, perseguitore di comunisti e creatore di una sorta di caccia alle streghe negli USA in quel periodo), insieme al fido produttore Fred Friendly e alla loro redazione, composta da ottimi elementi, partendo dal caso di Milo Radulovich, estromesso dall’Aeronautica Militare statunitense a causa di reticenze sulle attivita’ del padre serbo, dichiarato colpevole senza uno straccio di processo, si lanciano in una serie di approfondimenti dedicati all’attivita’ di McCarthy, che creano dapprima tensioni e incertezze fino ai piani alti della rete, che alla fine gli da carta bianca a patto che le notizie siano tutte ultra-verificate, poi reazioni contrastanti negli altri organi di stampa, una risposta senza contraddittorio da parte del senatore, e, alla fine, un’inchiesta del Senato.
Ve lo dico: un film straordinario. Inutile girarci intorno od usare mezze misure.
Gia’ il primo lungometraggio diretto da Clooney (il sottovalutato ‘’Confessioni di una mente pericolosa’’) lasciava intravedere un ottimo piglio da parte del bel George, ma qui solo al secondo lavoro siamo di fronte ad un regista che lascia assolutamente affascinati. La vicenda e’ complicata, infarcita inoltre di una serie di sottotrame accennate appena ma importanti, il taglio rapido, quasi mozzafiato, a dispetto di un film parlato ininterrottamente, e nonostante tutto questo il messaggio arriva nitido e diretto. Il bianco e nero ci riporta indietro nel tempo e ci colloca precisamente nel mezzo dell’azione, il costante fumo delle sigarette in bocca ai protagonisti crea l’atmosfera adrenalinica che coinvolge lo spettatore.
Montaggio alternato con pezzi jazz dal vivo, in registrazione in uno degli studi CBS, dissolvenze in nero, alternanza con filmati di repertorio. Cast superlativo, intenso, tutto impegnato in frequentissimi primi piani, il protagonista, David Strathairn, un caratterista dalla carriera lunghissima, straordinario nel dipingere l’abnegazione, la professionalita’ ma anche i timori e i dolori del giornalista in questione.
Un film assolutamente stiloso, che unisce anche i contenuti. Contenuti che risultano terribilmente attuali. Grande George. Applausi. Imprescindibile.

20060201

birra e piscine

più di 100mila persone hanno ascoltato la trasmissione ieri sera e hanno ascoltato l'intervista che mi è stata fatta sulla birra. è stato emozionante.
io l'esperto della birra.se!

la prima volta che sono stato intervistato in radio avevo più o meno 14 anni ed ero alle piscine di villabella a san bonifacio. radio san bonifacio.mi chiesero che cosa pensassi del nuovo scivolo.non mi ricordo che cosa ho risposto. forse massimo o gli altri se lo ricordano!?
le piscine di villabella.che ricordi.