No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20091012

editoriale di davanzo

copio incollo.

Se il Cavaliere
vuole farsi Stato



Non si riesce a tenere il conto delle menzogne e dei ricatti che l'Egoarca riesce a distillare nei suoi flussi verbali, ormai oltre ogni controllo di ragionevolezza, del tutto catturati dal suo disturbo narcisistico. Stiamo ai fatti. Il lucidissimo furore di Berlusconi si accende per i pasticci che si combina da solo, con la sua compulsività.

Frequenta minorenni; riempie palazzi e ville di prostitute arruolate da un ruffiano; trascura gli affari di Stato per allegre scorribande amorose. Contestato dalla moglie in pubblico, se ne va nel luogo pubblico per eccellenza - la televisione - per recuperare (sa di doverlo fare) un'apprezzabile accountability. Sbaglia la mossa. Esige che le sue favole diventino scritture sacre. Se non accade - e non accade - s'infuria.
Ingaggia maschere con mazza ferrata che, dai giornali e tv che controlla, fanno per lui il lavoro più sporco, "assassinando" la personalità di chi gli appare, anche da lontano, "un nemico". Scatena gagliofferie, aggressioni, conflitti che (lungo l'elenco) investono, nel tempo, la moglie; impauriti testimoni delle sue imbarazzanti avventure; la Repubblica; il suo editore; il suo direttore; l'Unità; addirittura il salmodiante Corriere della sera; la stampa internazionale tutta; il servizio pubblico televisivo che non è al suo servizio; un pugno di comici, il cinema nazionale; l'Avvenire; la Conferenza episcopale italiana; il presidente della Camera; il presidente della Repubblica; la Corte Costituzionale; la magistratura tutta; un'opposizione che, peraltro, è oggi una bottega chiusa per inventario.

L'Egoarca mostra, dietro il sorrisone, come il suo potere sia pura, nuda violenza. Non guadagna un punto. Ne ricava soltanto il discredito internazionale, un distruttivo "sputtanamento" che si completa, nelle opinioni pubbliche e nelle cancellerie d'Occidente, quando, con posa da bauscia al bar nell'ora del "camparino", si vanta di aver convinto George W. Bush a mettere sul tavolo 700 miliardi di dollari per far fronte alla crisi finanziaria; di aver detto a quei due, Barack Obama e Vladimir Putin, di far la pace altrimenti non li avrebbe invitati al G8 di cui deve essere il proprietario; di "aver mandato Sarkozy" all'Est dopo avergli spiegato quel che avrebbe dovuto dire per risolvere la crisi georgiana; di essere messaggero presso il Papa, in un incontro della durata di minuti 3, dei "saluti di Obama", come se il presidente degli Stati Uniti d'America avesse bisogno dell'Egoarca per discutere con Joseph Ratzinger. Un premier così garrulo e vanìloquo, che crede di potersi muovere sulla scena pubblica come tra le plaudenti prostitute ingaggiate per il salotto di Palazzo Grazioli, non ha bisogno di essere screditato. Si scredita da solo con le sue mani e, con le sue parole e condotte, disonora e danneggia l'intero Paese. Oggi se c'è in giro un antagonista della rispettabilità dell'Italia nel mondo è Silvio Berlusconi. Lo sappiamo noi, lo sanno i caudatari e le congreghe che lo sostengono, lo sa chiunque guardi ai nostri affari da oltre confine.

L'Egoarca non se ne cura. Il suo Io ipertrofico non ammette interlocutori, consigli, regole, critiche, misura istituzionale, saggezza politica. Ubriaco dei sondaggi che gli servono (ma sono sinceri?), è incapace di guardare in faccia la realtà che si è cucinato da solo e che ogni giorno irresponsabilmente riscalda. Sarebbe un errore tuttavia credere che i suoi coups de théatres siano dominati dall'istinto. Bisogna sempre guardare che cosa bolle nella pentola dell'Egoarca. L'uomo è lucidissimo. Nella brodaglia che ha scodellato a Benevento si coglie un cambio di strategia, un ritorno all'antico. Come se quindici anni non fossero passati, Berlusconi evoca i fantasmi mentali di allora, ricostruisce lo stesso contesto di grande forza evocativa che gli portò fortuna a partire dal 1993. Suona così. Un manipolo di toghe "di sinistra" mi minaccia come già accadde nel 1994 quando azzopparono il mio primo governo con un avviso di garanzia. Con la complicità della magistratura, "la sinistra" vuole espropriare il popolo del suo voto. Per farlo, con la correità di un presidente della Repubblica "di sinistra", la Corte costituzionale "di sinistra" ha dovuto contraddirsi mentre un giudice "di sinistra" aggredisce le mie aziende.

Non c'è una parola di quel che dice l'Egoarca che corrisponda ai fatti. Nel 1993 la corruzione inghiotte ogni anno 10mila miliardi di lire mentre l'indebitamento pubblico - cresciuto del 92 per cento negli anni dei governi dell'"amico Craxi" - oscilla tra i 150 e 250 mila miliardi, più 15/25 mila miliardi di interessi annui. La Prima Repubblica crolla non per la pressione della magistratura (una favola), ma per la disperazione di chi non può più pagare il prezzo della corruzione alla politica e denuncia i corrotti. Berlusconi, prossimo al fallimento, è creatura di quel sistema politico. Gli ha assicurato ogni privilegio. Quaglia pronta al salto, si apposta però sotto le insegne dell'antipolitica e vince. Entusiasta di quelle toghe che gli hanno aperto la strada al potere, offre a due di loro (Davigo e Di Pietro) la poltrona di ministro (rifiutano). Cade quando Bossi non ne può più dei maneggi corruttivi dell'alleato che gli stanno mangiando la Lega e decide di voltargli le spalle il 6 novembre del 1994, due settimane prima che Berlusconi riceva l'avviso di garanzia che ancora oggi lo fa tanto strepitare.

Come accade per la disonorevole vita privata che conduce, l'inesauribile ripetizione di concetti inconsistenti ci mostra come la menzogna abbia un primato nella "politica narrativa" di Berlusconi. Sia il nucleo più autentico del suo sistema politico. Abbia una funzione essenziale perché abitua alla confusione e infine all'indifferenza, a un presente smemorato, a una grottesca distanza tra quel che si dice e quel che è accaduto davvero. È in questo varco che il Berlusconi "sputtanato" intende muoversi (e si muoverà) con un nuovo obiettivo. Lo sollecitano due eventi, nulla che abbia a che fare con l'interesse nazionale. Il primo, con tutta evidenza. È una controversia tra due società private, la Fininvest di Berlusconi, la Cir di De Benedetti (è l'editore di questo giornale). Anche il secondo evento, a pensarci, non è di interesse pubblico. Non si discute - come pure sarebbe legittimo - la reintroduzione nella Carta costituzionale dell'immunità per i rappresentanti del popolo, cancellata dopo 45 anni nel 1993. Si discute dell'impunità di Berlusconi. Di uno solo perché tra le quattro alte cariche che ne hanno diritto con la "legge Alfano" soltanto Berlusconi ha gravi rogne giudiziarie per comportamenti tenuti - peraltro - quando ancora non era né un leader né il premier. Quindi, sono due fatti privati di un uomo diventato con gli anni capo di governo, sostenuto da una granitica maggioranza cui il Paese chiede di governare, a scatenare una paralizzante "guerra di religione" che travolge ogni cosa e destino, uomini e istituzioni, riattivando una falsa "narrazione" cara all'Egoarca e ai suoi corifei.

Se la "narrazione" sa di muffa, l'obiettivo è novissimo. Se nel 1994 gli venne buona per governare, oggi è utile per un'altra manovra che si scorge ormai a occhio nudo. Che cosa sono le aggressioni al capo dello Stato? Perché la denigrazione della Corte costituzionale? Perché l'annuncio di una vendicativa riforma della giustizia? Come giustificare la segreta e abusiva raccolta di informazioni (è accaduto negli archivi del Csm) che, opportunamente manipolate, serviranno per bastonare il giudice che gli ha dato torto? Come sempre per difendere se stesso e i suoi privatissimi interessi, l'Egoarca non si accontenta più di fare le leggi che altri, da lui separati, vaglieranno e applicheranno. Egli vuole liberarsi di ogni potere di controllo.

Non si accontenta, con 344 seggi alla Camera e 174 al Senato, di poter fare le leggi. Esige anche il monopolio di farle valere. Screditandoli perché "di parte", reclama anche il possesso diretto e legale degli strumenti di potere statali. Ha soltanto una maggioranza, ma manco fosse un premio politico, un plusvalore politico che gli è dovuto, pretende di essere lo Stato. Dice: il popolo lo vuole. Dimentica che, dei 36 milioni di italiani che hanno votato il 13 e 14 aprile 2008, 17 milioni sono con lui e 19 milioni gli hanno voltato le spalle, se non si vuol contare quei due italiani su dieci che, astenendosi, si sono chiamati fuori dalla contesa. All'Egoarca va ricordato che non è l'Italia, è solo il provvisorio capo di un governo. Purtroppo, come dargli torto, molto "sputtanato".

ultimi giorni


Last Days – di Gus Van Sant 2005


Giudizio sintetico: si può vedere (ma solo per rispetto)


Blake e’ una rockstar, e sta perdendo il contatto con la realta’. Girovaga nei boschi, nel suo castello (in stato di abbandono), farfugliando cose insensate da solo, evitando i suoi compagni di band e le loro donne, che sono suoi ospiti, mangiando a caso cose improponibili. E’ alienato, anche se parla con il rappresentante delle pagine gialle e non trova modo di dirgli che lui non ha un’officina di riparazioni. Trovera’, alla fine, la maniera di darsi pace.


Massimo rispetto per Van Sant, e anche per il suo modo di porsi davanti alla morte di Kurt Cobain, non con una commemorazione, ma con un tentativo di entrare nella psicologia del personaggio. Certo, l’approccio filmico e’ alquanto particolare, si porta dietro alcune ‘’tecniche’’ da Elephant, che qui, francamente, non si capisce a cosa servano; inoltre, dopo un po’, la storia e’ chiara, ed e’ superfluo insistere a mostrare figure ciondolanti avulse dalla realta’. Il risultato sono i 90 minuti piu’ lunghi della storia del cinema, probabilmente, che scontenteranno i fans e annoieranno i cinefili.

Bravo Pitt (Michael), sconcertante per la somiglianza, mentre Scott Green ricorda paurosamente Dave Grohl. Bellissima Nicole Vicius, che invece sembra la versione femminile del protagonista biondo di Elephant. Apparizione di Kim Gordon, musiche di Thurston Moore e di Michael Pitt stesso.

20091011

arg/uru/bra/par ott 09 - 16

Ieri sera poi sono entrato in un ristorante che mi avevano detto essere il migliore. E, senza saperlo, mi sono preso uno dei posti migliori per vedere la partita per le qualificazioni Ecuador-Uruguay. In pochi minuti il locale si e' riempito; io ho mangiato tranquillamente (vi segnalo la Isla Flotante, un dolce all'uovo devastante, alla fine spesa modica, e servizio attento nonostante il locale debordante), e nonostante ci fosse gente in piedi il cameriere non mi ha mai fatto pressione per lasciare il tavolo, anzi, mi diceva di stare tranquillo. Alla fine del primo tempo me ne sono andato perche' non mi sentivo benissimo, sono tornato in ostello e ho preso un'aspirina, poi a letto che erano le 22, e sveglia alle 8,00 (prima di addormentarmi ho sentito due boati, infattti l'Uruguay ha vinto 0 a 2, e stanotte mi sembrava di sentir piovere ma non volevo crederci), ma guardando fuori ho visto che stava piovendo, e quindi a monte tutto. Mi sono riposato ancora un po', poi ho fatto toilette con calma, dopo di che sono andato da Jorge, che mi ha invitato a fare colazione visto che e' compresa, e ancora piu' tardi mi sono intromesso in un discorso tra Jorge e una coppia uruguagia, dicendo loro apertamente che non avevo altro da fare, e alla fine son passate due ore parlando di viaggi, paesi, cinema e politica, tutto molto interessante, e quindi ha smesso di piovere, per cui sono uscito, sono andato al Terminal stando atttento a non fare il bagno a causa delle auto che prendono le pozzanghere a velocita' sostenuta, ho fatto il biglietto per Montevideo per martedi, e poi sono venuto verso il centro, sperando che il tempo regga e quindi mi permetta di arrivare alla zona portuale (in verita' l'unica cosa che spero e' incrociare di nuovo la emo che mi ha indicato l'ostello e ieri ho incrociato due volte).
Mi viene in mente che forse mi sono dimenticato alcune cose. La prima e' che tra due settimane in Uruguay si vota. La propaganda e' folcloristica, ma convinta. Il governo di sinistra sembra aver fatto un buon lavoro e si avvia a vincere di nuovo. Il partito si chiama Frente Amplio. La seconda cosa e' che ieri mi ero dimenticato un Moleskine e una penna nell'internet point da dove avevo scritto (e dove adesso sono tornato). Avevo fatto un giro lungo, ed ero finito nel ristorante che e' nella stessa strada, sono uscito dal ristorante lasciando la mia tracolla e il giacchetto li', dicendo al cameriere che tornavo subito, sono entrato nell'internet point e il tutto era nello stesso posto dove lo avevo lasciato. Magari succede anche da noi eh, era solo per dire.
Altre cose non mi vengono in mente, quindi ci aggiorniamo alla prossima, e se mi ricordo di portarmi dietro il cavetto vi posto qualche foto di Piriapolis.

soundgarden nostalgia

Maiori forsan cum timore...


Giordano Bruno - di Giuliano Montaldo 1973


Giudizio sintetico: da vedere


Gli ultimi 8 anni di vita di Filippo Giordano Bruno, all'incirca dal 1592 al 1600, condensati in due ore di cinema. Il soggiorno a Venezia, in una Venezia dei Dogi abbastanza illuminata e perfino libertina, nella casa di Giovanni Mocenigo, lo stesso che poi lo consegnò all'Inquisizione veneziana, che per prima "tremò", dovendo decidere se consegnarlo o meno a quella romana. Dopo di che, le sue carceri romane, i suoi interrogatori, meglio, dibattimenti, con l'Inquisizione Pontificia, e i dubbi, anche atroci, che portarono ad un rimpallarsi continuo delle responsabilità sulla sua fine.


Bello il film di Montaldo. I film storici, o anche biopic come va di moda definirli adesso, hanno sempre la noia dietro l'angolo, ma questo è valido anche dal punto di vista strettamente tecnico: la macchina da presa si muove elegantemente e in maniera "moderna", mai prevedibile, e la fotografia (Storaro, non uno qualunque) è ottima. La storia, ma soprattutto le idee (pensiamo che si sta parlando di 400 anni fa) di Giordano Bruno sono degne di essere ricordate, soprattutto in un momento di "confronto di civiltà" come quello che stiamo vivendo, e questo film, con la scelta che fa, gli rendeva ampiamente giustizia.

Cast ben assortito, dove ovviamente dare la palma del migliore a Volonté è scontato; Charlotte Rampling (con un nudo integrale) è bellissima.

20091010

arg/uru/bra/par ott 09 - 15

Sono a Piriapolis, dopo una macchinosa combinazione di autobus, da La Paloma a Pan de Azucar, e da qui con un bus locale, trovato domandando al primo negozio davanti alla fermata, e poi a una signora che aspettava il bus alla stessa fermata indicatami. Non sapevo l'indirizzo dell'ostello, e domandandolo all'autista mentre pagavo il biglietto, una ragazza carina che stava nel primo sedile l'ha detto all'autista, al che ho domandato se potevo sedermi vicino a lei, cosi' me lo indicava meglio. Era decisamente una emo, e l'ho incrociata una ventina di minuti dopo essere sceso dal bus, sulla Rambla (sul mare), ma o ha fatto finta di non vedermi o non mi ha visto davvero; era con amiche. Nella prima tratta, La Paloma - Pan de Azucar, ho familiarizzato vagamente con 5 adolescenti uruguagi, 4 signorine e 1 malcapitato ragazzo, che ovviamente veniva comandato a bacchetta dalle gia' padrone del potere del rombo, cosa che gli ho ribadito nell'ilarita' generale.
All'ostello qui a Piriapolis mi ha ricevuto Jorge, che e' il padre di Emilio, se vi ricordate, il tenutario dell'ostello a La Paloma. L'ostello e' molto grande, e pulito, la camera da 4 e', al momento, vuota, ci sono solo io. La temperatura sembra leggerissimamente piu' alta, anche se pure qui ovviamente c'e' vento. Si nota che e' una localita' altamente turistica, ci sono turisti anche adesso, e nonostante sia venuto qui perche' so che qui vicino e' stato girato XXY (cosa che ho detto alla simpatica signora dell'ufficio del turismo, dove sono andato, guidato da Jorge, per avere una mappa gratis), appena sono arrivato sul mare ho riconosciuto l'albergo/casino dove e' stato girato Whisky, un film uruguaiano (tristissimo) di qualche anno fa. Ci sono alcune cose da vedere, e 3 giorni credo siano abbastanza. Mi sento parecchio stanco, nonostante stanotte abbia dormito una cifra. Speriamo sia solo stanchezza. Anche se sono solo le 19,00, credo che cerchero' un posto per mangiare, e poi non assaggero', per il momento, la vita notturna di Piriapolis. Del resto, e' un po' la vita che faccio a casa!

arg/uru/bra/par ott 09 - 14

Scrivo dall'ostello. Sono rientrato, ho lavato i calzini che non ne potevano piu', fatto la doccia, domandato alla coppia giovane di dove erano: polacchi. Mi pareva. Ho atteso che finissero di cenare, ed ho cucinato un piatto di pasta bianca per me. I due sono dei viaggiatori: Gosja e Tomas (spero di aver scritto bene) sono in giro da 11 mesi, e sono di Varsavia. Abbiamo parlato per un paio d'ore in inglese (erano un po' "scomodi" in castigliano), e vi dico solo questo: sono venuti qui da Punta del Este a piedi, 20 km al giorno. Mi hanno raccontato una loro esperienza tra Ushuaia e Porvenir da farci un film. Abbiamo parlato anche di film e li ho sorpresi dicendogli che XXY e' girato a Piriapolis, motivo per cui domani vado li'. Sono andati a dormire stanchissimi domandandomi se domani ci sarei stato ancora, e si e' fatta un'ora e fuori fa un freddo che non ho proprio voglia di farmi circa un chilometro al freddo e al buio per tornare da Carlis. Magari ci passo domani.
Buona notte ai suonatori e ai viaggiatori.

Die bitteren Tränen der Petra von Kant


Le lacrime amare di Petra von Kant - di Rainer Werner Fassbinder 1972



Giudizio sintetico: si può vedere


La stilista Petra von Kant vive sola, dopo la morte del primo marito e il divorzio dal secondo, con la governante/assistente/tuttofare Marlene, ridotta a una specie di schiavitù dalla padrona, che serve e riverisce senza proferire una parola che sia una. Petra vive e parla continuamente in preda all'ipocrisia più completa, dicendo tutto e il contrario di tutto, contraddicendosi dopo alcuni secondi dall'aver dichiarato qualsiasi cosa. Un giorno riceve la visita dell'amica Sidonie, che da un po' non vedeva, e questa le presenta una ragazza, conosciuta durante un viaggio: la ragazza si chiama Karin, non lavora, non sa fare niente, le piace stare a letto fino a tardi leggendo fotoromanzi, ma è molto bella, e Petra se ne invaghisce all'istante, al punto da chiederle di trasferirsi da lei. La convivenza, e il lavoro insieme (Petra la trasforma in indossatrice, anche se Karin si rifiuta di prendere lezioni), trasformano il loro rapporto: Petra completamente dipendente dalla tirannia di Karin, che ad un certo punto, se ne va con il marito, che apparentemente aveva abbandonato in Australia. Petra è distrutta, e rischia di distruggere tutto quello che è vicino a lei...


Tratto dall'omonimo dramma teatrale dello stesso Fassbinder, il film è tutto girato in una stanza, e ovviamente, come ogni trasposizione dal teatro, molto dialogato. Il lavoro delle telecamere, aiutato dagli specchi e dai manichini, è interessante, ma le recitazioni rimangono molto teatrali; i dialoghi (e quel che c'è intorno) e i personaggi hanno plurime chiavi di lettura, e la conclusione, a differenza da quella del dramma teatrale, è ottima, ma il film risulta molto pesante. Irm Hermann è brava nei panni di Marlene, Margit Carstensen iper-drammaturgica ma innegabilmente brava e disturbante nei panni di Petra.

20091009

arg/uru/bra/par ott 09 - 13

Ieri sera poi non ho nemmeno cenato. Ero sempre pieno dal risotto coi gamberi del pomeriggio. Durante la notte a forza di aggiungere coperte credo di essere arrivato a 8, ma avevo i piedi ugualmente, come si dice noi, ghiacci marmati (diacci marmati). Ho dormito male ma molto. Stamattina ho steso i panni che ho lavato ieri all'aperto, e oggi pomeriggio erano quasi a posto. Sono uscito verso le 11,00, e sono andato diretto al piccolo supermercato dove ho fatto la spesa ieri, si chiama El Dorado, ed ho comprato un po' di colazione. Poi mi sono seduto su una panchina sotto il sole, anche se il vento freddo continua ad impedire che si possa dire che faccia caldo, e ho fatto colazione: wafer cubani al cioccolato e succo di frutta alla pera. Poi via, per l'esplorazione pedonale de La Paloma. Poco da fare, la cosa piu' bella sono ovviamente le spiagge, anche se non e' da ignorare il fatto che tutto intorno ci sono pinete sterminate. Sono andato verso sud, fino alla spiaggia detta El Cabito, l'ho percorsa per un bel po', vuota, col vento impetuoso e le onde di 4 metri, le rocce alla fine della spiaggia, i gusci di vongole e frutti di mare misti a granchi morti e conchiglie sotto i piedi. Sono tornato alla piazza diciamo principale, poi sono andato sotto il Faro, ho visto la parte detta Casco Viejo, la spiaggia antistante, la Isla de la Tuna (un agglomerato di scogli), e poi ho cercato un ristorante per pranzare. Sono entrato da Carlis, ed era vuoto: ad un tavolo c'erano quelli che poi ho conosciuto. Il cuoco, il gestore, la sua compagna e la figlia della sua compagna. Al contrario di quanto si potesse pensare, ho mangiato benissimo, e a fine pranzo sono andato al bancone per pagare (spesa limitatissima), e con una battuta (mia) sono stato risucchiato in una chiacchiera di un'ora, durante la quale il gestore mi ha praticamente raccontato la sua vita (e' argentino), ho conosciuto anche un paio di amici che sono entrati dopo (madre e figlio), mi e' stato offerto del vino (un rose', che io normalmente evito, buonissimo, molto liquoroso), e mi hanno consigliato di andare a vedere il porto (l'ho fatto subito dopo, sempre camminando, non valeva la pena), e ho promesso di tornare dopo cena a bere qualcosa, visto che domani parto, anche per salutare. Un bel momento, anche di riflessione, con il tipo che mi spiegava che la scelta di vivere qui e' una scelta di qualita' della vita, e io che annuivo perche', in fondo, ci sto pensando pure io.
Sono poi ripassato all'ostello, ed ho trovato un'altra coppia, non ho capito bene di dove sono, dell'est Europa sicuro, e i due anziani che ho incrociato stamattina. Sono uscito di nuovo perche' i due giovani stavano occupando l'unico computer e io volevo vedere se riuscivo a scaricare e postare le foto; sono nello stesso internet point di ieri, e va tutto bene. Stasera mi faccio due spaghi pepe e formaggio grattugiato all'ostello. Sempre che i due giovani non occupino pure la cucina!
Domani vedremo un po' quando riesco a collegarmi. Alle 14,15 bus per Pan de Azucar, poi devo cercare un passaggio per Piriapolis.

arg/uru/bra/par ott 09 - 12


Un attimo di riposo dalle camminate, alla terrazza principale de La Paloma, in fondo alla Avenida Nicolas Solari, su una panchina, sotto il sole. Mi sa che mi sono scottato il viso oggi.

arg/uru/bra/par ott 09 - 11


La prepotenza dell'Atlantico, sempre a El Cabito. Vi assicuro che e' impossibile da rendere, almeno per me, in fotografia.

arg/uru/bra/par ott 09 - 10


La Paloma, spiaggia El Cabito.

arg/uru/bra/par ott 09 - 9


La Paloma, spiaggia La Balconada.

arg/uru/bra/par ott 09 - 8


Il Faro, a La Paloma.

arg/uru/bra/par ott 09 - 7


La spiaggia vicino al Faro, La Paloma, praticamente in centro.

arg/uru/bra/par ott 09 - 6


In viaggio tra Montevideo e La Paloma. Ricorda un po' il paese di Leeza, no?

arg/uru/bra/par ott 09 - 5


L'alba.

arg/uru/bra/par ott 09 - 4


Appena in Uruguay, dopo la frontiera a Fray Bentos, poco prima dell'alba.

Die bleierne Zeit


Anni di piombo - di Margarethe von Trotta 1981


Giudizio sintetico: da vedere


Marianne e Juliane, due sorelle tedesche, convincimenti di sinistra, nonostante l'infanzia profondamente (troppo) cattolica, influenzata pesantemente da un padre pastore luterano. Scelgono due strade diverse. Juliane, la maggiore, attiva nel movimento per la legalizzazione dell'aborto e, in generale, per i diritti delle donne, giornalista di un giornale autogestito interamente al femminile; convive da anni, ma non vuole avere figli. Marianne sposata con un figlio piccolo, lascia marito e prole per unirsi ad un gruppo armato di estrema sinistra, che effettua azioni in Europa, soprattutto in Germania Ovest, ma si addestra in Libano. Il marito di Marianne porta il figlio Jan a Juliane, dicendole che non può occuparsi di lui per un anno perchè deve partire per degli studi all'estero, dopo di che si suicida. Juliane contatta Marianne per farle sapere la cosa, e Marianne decide di proseguire con la latitanza, fregandosene del bambino, nonostante Juliane le dica che lo darà in adozione. Dopo una "irruzione" notturna in casa di Juliane e del suo compagno, di Marianne insieme ad altri due terroristi, dove i due proprietari mostrano il loro disagio, Marianne e altri della banda vengono arrestati.

Inizia il calvario di Juliane, che dapprima si vede rifiutare la visita dalla sorella, e dopo inizia una serie di visite sempre più costanti, tanto da mettere in pericolo il suo lavoro, la sua relazione, la sua stabilità mentale. La "lotta" di Marianne e gli altri è dura anche in carcere, per condizioni più umane ed altro, tanto che cominciano uno sciopero della fame. E il peggio deve ancora venire...


Struggente opera terza della von Trotta, premiata nel 1981 con il Leone d'Oro a Venezia, che si ispira chiaramente alla storia vera delle due sorelle Christiane e Gudrun Ensslin, dove Gudrun era la compagna di Andreas Baader (vedi La banda Baader Meinhof), morta in carcere con gli altri del gruppo, ufficialmente per suicidio tramite impiccagione.

Il film è fin troppo rigoroso nell'impostazione, fotografia tendente ai colori naturali, per lo più scura, lunghi silenzi, primi piani insistiti, dialoghi secchi, poca musica e per lo più classica, litigi frequenti e scatti d'ira; in più, ci sono continui salti avanti e indietro nel tempo, per poter comprendere meglio l'infanzia delle due sorelle. Nonostante ciò, anche se il ritmo ne paga un po' le conseguenze, il film risulta profondamente toccante, grazie anche ad un'interpretazione sofferta e intensa di Jutta Lampe nei panni di Juliane, descrivendo, con diversi "quadri", il fortissimo rapporto tra le due sorelle, costantemente in bilico tra l'aggressività, lo scontro, e l'amore profondissimo, pronto al sacrificio di ogni cosa. Finale secco, come tutto il film, ma molto bello.

20091008

arg/uru/bra/par ott 09 - 3

Ci risiamo. Mica pensavate che vi potevate liberare di me. Come forse ricorderete, quando viaggio veramente da solo ho un sacco di tempo da dedicare all'ozio, ma mi sento in colpa e quindi cammino spesso anche per ore senza senso, e soprattutto ad internet. Quindi. Partiamo dalla fine: sono le 18.14 in Uruguay, mentre vi scrivo, e mi trovo in un posto che e' un po' quello che dovrebbe essere il mio paesello se funzionasse davvero come luogo a vocazione turistica. Cioe', quasi morto d'inverno, o comunque in bassa stagione, ma con internet point, ostelli, alberghi, qualche ristorante aperto. C'e' il rovescio della medaglia (al paesello questo non sarebbe piu' possibile): e' pieno di case sfitte, vuote, a ridosso del mare (dell'Oceano Atlantico, in questo caso), che sono disposte in giro dal piano regolatore disegnato da un urbanista sotto l'effetto di stupefacenti. Sono, per la precisione, a La Paloma, a nord sulla costa atlantica, in Uruguay, abbastanza vicino alla frontiera con il Brasile. Alloggio in un ostello che, la butto li', poi stasera controllo meglio, avra' 20 posti letto, da solo. Io e il padrone, Emilio. E due cani. E' tutto molto bello, direbbe Brunone Pizzul, e con lui, la Gialappa's.

Ok, proviamo a partire dall'inizio, o meglio, dalla fine dell'episodio numero 2. Sono andato a vedere El secreto de sus ojos, presentato qualche settimana fa al Festival di San Sebastian in Spagna, film argentino di Juan José Campanella (Luna de Avellaneda, Il figlio della sposa, El mismo amor, la misma lluvia) con Ricardo Darin (su questo blog trovate recensiti praticamente tutti i suoi film, ma bravo attore anche di teatro) e Soledad Villamil (anche lei in El mismo amor..); c'e' anche uno straordinario Guillermo Francella, che chi ha visto in Rudo y cursi, ma anche in Un novio para mi mujer, stentera' a riconoscere (io per primo ho dovuto rifletterci qualche minuto). Spero che questo film arrivi in Italia, come spero che tutti quelli che conosco e che amano il cinema e le belle storie riescano a vedere almeno un film di Campanella. Ieri mentre ci riflettevo, mi veniva in mente la definizione di "Frank Capra piu' complesso", ma forse e' esagerata. Senza dubbio, questo regista merita una platea molto piu' ampia di quella semplicemente latino-americana. Bello, bello, bello.
Ma, detto questo: ho aspettato Juli, impegnata a lavoro, fino alle 21, poi mi sono preso un taxi e sono andato al Terminal di Retiro, ad aspettare il bus per Montevideo. Viaggio tranquillo, a parte un tizio in fondo al bus che russava come nitrisce un cavallo. Ho dormicchiato, poi verso l'alba, eravamo gia' in Uruguay, ho deciso di rimanere sveglio e di fare qualche foto. Dopo un po' mi sono accorto che, forse vi ricordate, come mi accadde due anni fa in Nicaragua, non c'era assolutamente segnale sul cellulare. Evidentemente, Vodafone non ha un partner, o addirittura non ha interessa di fare accordi di partnership in questi due piccoli paesi. Tempo di durata dell'incazzatura 2 secondi netti. Ho messo la ricerca di rete manuale, che come sapete, comporta alcuni problemi: uno e' quello che in ogni citta' che attraversi devi rifare la ricerca, l'altro e' che spendi una cifra. Ma, come sapete, ne' il primo ne' il secondo sono grossi problemi. Il paesaggio dell'Uruguay e' impressionante. Distese pressoche' pianeggianti, o al massimo ondulate, con verde basso ma pure qualche albero, a perdita d'occhio. Montevideo, per quel poco che ho visto passandoci in mezzo, mi e' piaciuta. Molto europea, molto Buenos Aires, con un poco meno caos. Riprenderemo il tema piu' tardi. Arriviamo al Terminal Tres Cruces di Montevideo che sono le 9,00. Le 9,00? Si, c'e' una differenza di 1 ora di fuso orario, mi sembra di aver capito che o l'Argentina o l'Uruguay usa l'ora legale e l'altra no. Insomma, invece di dover aspettare piu' di due ore (arrivo previsto 7,30, ripartenza prevista 10,10), fra scendere, presentarmi al banco per ritirare la prenotazione (dell'altro viaggio) e pagarlo, cambiare un po' di soldi, fare colazione, e' gia' quasi l'ora. E si riparte. Bus ovviamente vecchiotto ma tutto sommato discretamente comodo, orario che si prolunga perche' si ferma ad ogni "parada" extra-urbana. Mentre mi avvicino a La Paloma, verso le 14,00, ho come il presentimento di aver sbagliato tutto, e per di piu' ho prenotato per due notti. Scendo in un terminal semideserto, con sportelli vuoti, nel mezzo ad una pineta (si, una pineta), senza uno straccio di taxi davanti, dove all'unico sportello popolato compro il biglietto per Piriapolis per sabato; anzi, per Piriapolis non c'e' possibilita', mi dicono che devo comprare un biglietto per Pan de Azucar (11 km da Piriapolis), e poi da li' cercare un trasporto locale per Piriapolis. Ho fame. Non c'e' niente nei paraggi. Chiedo dove andare per l'ostello: indicazioni vaghe. Attraverso la pineta, non vedo niente. Prendo una strada, arrivo a una rotatoria dove c'e' una costruzione nel mezzo con su scritto informazioni. Entro e chiedo. La tipa mi dice di tornare indietro, e di cercare vicino alla caserma dei pompieri. L'ho vista passando. Mi da una cartina e mi disegna la strada che devo fare. E' vicino. Torno indietro, arrivo alla caserma dei pompieri, non vedo niente. Chiedo ai pompieri, nessuno sa niente del nome dell'ostello. Uno pero' mi dice di proseguire in una direzione. Ok, la trovo. Arrivo, mi apre Emilio, e gli dico "ehi nemmeno i pompieri che sono tuoi vicini sanno che questo ostello si chiama Altena 5000!!". E lui dice, strano, sono anche stati qui diverse volte. Va bene, tutto a posto. Mi da' i lenzuoli, mi mostra il bagno e la stanza, mi dice che sono solo, mi spiega come entrare, mi dice che la cucina e' a disposizione, gli dico di Piriapolis, mi dice che li' ci lavora suo padre. Esco che ho fame. A dopo.
Rifaccio la strada di prima, e cerco qualcosa dove diano da mangiare. Tutto chiuso. Il primo ristorante che trovo aperto entro e dico "ma siete aperti davvero?". Il tipo fa finta di non capire, ma dopo di me entreranno tre coppie e ognuna mostrera' di essere sorpresa. Mangio bene, mi riempio, sono ancora pieno. Pago, non accettano la carta di credito (primo paradosso: per tutta la citta' sui negozi vedi scritto dei cartelli con lo stemma Visa che dicono "preferiamo Visa"), pago in contanti e comincio a prendere dimestichezza col cambio, mi sa che i 100 euro che ho cambiato non basteranno per tutti questi giorni, diciamo fino al 14. Va bene, chiedo dov'e' uno sportello bancomat. Esco e ringrazio, il riso con i gamberi era strano ma interessante, era acquoso, con cipolla e peperoni, ma soprattutto con tutti i gamberi che c'era in una porzione (servita in un tegame, tipo paella) qui in Italia ce ne farebbero 5. Faccio tutta l'avenida che conduce al Faro, molto bello, con una terrazza bruttina, ma che si riscatta con la vista dell'oceano davanti. C'e' un vento freddo che ti strizza. Le spiagge sono proprio come me l'ero immaginate. Lunghe, pulite, prepotenti, selvagge. Passo davanti al bancomat, c'e' la fila, proseguo: faccio la spesa in un supermercato piccolo, cosi' per i prossimi due giorni almeno un pasto lo faccio "in casa" e risparmio, e mi faccio dalla pasta "tranquilla". Trovo la Buitoni: la confezione e', udite udite, da 1 libbra. Alla cassa, faccio ridere la cassiera, che ha un mento troppo grande ma e' simpatica e ride di gusto. Almeno accettano la carta di credito. Torno allo sportello, e' libero. Provo due volte: mi dice che l'operazione non e' valida. Inizio a camminare, con il k-way, il cappello estivo perche' ho freddo alla testa, ed esploro la cittadina mentre vedo se, tante volte, ci fosse un altro bancomat. Inizio a rendermi conto che questo luogo e' al tempo stesso meraviglioso e morto. Come detto all'inizio, c'e' una similitudine, seppur vaga, col mio paesello (e' stato uno degli argomenti col quale ho fatto ridere la cassiera). A ridosso del mare, un mare vero, impetuoso, l'oceano, un sacco di case, molte anche molto belle, non eccessive, con cortili non delimitati, un po' all'americana. Non sarebbe un brutto posto per "ritirarsi". Certo, qui d'estate dev'esserci il delirio.
Ripasso davanti all'unico bancomat. Vedo che la banca dalla quale dipende ha il cartello Visa. E' un'assurdita'. Mi viene un'idea. Infilo nel bancomat la tessera bancomat della mia banca, circuito Maestro. Mi da' i soldi. Fanculo, t'ho fregato. Fottiti.
Domani che si fa? Boh, vedremo.
A domani.

sunset boulevard


Viale del tramonto - di Billy Wilder 1950


Giudizio sintetico: da vedere


Hollywood, Joe Gillis è un giovane squattrinato aspirante scrittore per il cinema, ex giornalista di provincia, che non riesce a far prendere in considerazione nessuna delle sue sceneggiature. Indietro con l'affitto, inseguito da due impiegati di una finanziaria che cercano di pignorargli l'auto per i suoi debiti, nasconde proprio l'auto nel garage di una villa sul Sunset Boulevard che, a prima vista, pare abbandonata. Scopre invece che è ancora abitata, da una anziana attrice del cinema muto, sull'orlo della follia, che sta aspettando i becchini per far seppellire la sua scimmia, appena morta, e ha scritto una sceneggiatura per Salomé, che vuole proporre al suo vecchio amico Cecil B. DeMille, ovviamente con lei protagonista. Propone a Joe di correggerla per lei, pagandolo profumatamente, e Joe, che non ha davvero niente da perdere, accetta...


Diabolico come la sua sceneggiatura, avanti sui tempi, spietato con lo stesso mondo del cinema che lo pagava, il film di Wilder, scritto insieme a Charles Brackett, si permette addirittura di partire dalla fine, e di svelare che finisce con un morto. Non contento, fa che la voce off sia nientemeno che quella dello stesso morto, il protagonista Joe Gillis, interpretato da un discreto William Holden. Pensando che è un film del 1950, credo davvero di poter dire che Wilder osò molto. Ma fu ripagato senz'altro: il film ricevette 3 Oscar, tra cui quello alla miglior sceneggiatura originale. Nonostante, come detto, il film parta praticamente dalla fine, la sceneggiatura è così avvincente che non ci si annoia mai, e quasi ci si dimentica di come andrà a finire: si vuol sapere come. Precursore assoluto su diversi temi, quali le stravaganze del divismo, l'assoluta mancanza di equilibrio nell'affrontare, appunto, il "viale del tramonto" per lo star system, e la strenua lotta per non apparire vecchi, può contare su delle apparizioni straordinarie (Buster Keaton, ma pure Cecil B. DeMille nei panni di se stesso), e su una straordinaria e allucinata prova di Gloria Swanson nei panni di Norma Desmond. Grande fotografia, un grandissimo bianco e nero.

20091007

arg/uru/bra/par ott 09 - 2

Dunque, ieri poi tutto sistemato. Prenotato l'ostello a La Paloma, telefonicamente, ho lasciato il nome e detto verso che ora arrivo, prenotato il viaggio in bus da Montevideo a La Paloma sempre telefonicamente, alle 10,10 di domattina da Montevideo, ho lasciato il nome, mi hanno dato il numero di posto e un numero di prenotazione, poi sono andato fino al Terminal di Retiro qui a Buenos Aires ed ho comprato il biglietto per stasera, partenza 22,30 arrivo previsto a Montevideo per le 7,30 circa della mattina seguente. Ho pensato poi di muovermi tornando verso sud, per cui ho cercato un ostello a Piriapolis, e mi devono solo confermare: ho chiesto una prenotazione per sabato 10, domenica 11 e lunedi 12. Ovviamente letto in camerata.

Ieri poi sono andato ad un cinema proprio davanti a questo internet point da dove ho fatto ricerche e telefonate e da dove sto scrivendo anche adesso; ho visto il nuovo di Almodovar, discreto. Poi ho fatto qualche giro e Juli mi ha detto che lei sarebbe stata pronta alle 21,30 e che ci trovavamo al suo ostello, di fare la spesa per farle una carbonara. E cosi' ho fatto. Sono tornato al mio ostello abbastanza ubriaco da dare l'indirizzo sbagliato al taxista, ed essermene accorto quando ero gia' sceso dal taxi e il taxi se n'era gia' andato. Ma non ero lontano, e quindi sono andato a piedi. Stamattina dopo il bagno mentro preparavo lo zaino ho fatto due chiacchiere con una nuova compagna di stanza peruviana, che e' in viaggio con la figlia. Mi ha chiesto di Berlusconi, dopo che ci siamo scambiati informazioni di viaggio. Piu' precisamente mi ha chiesto come abbiamo fatto ad eleggerlo. Le ho detto che e' una domanda che noi che non lo abbiamo votato ci facciamo continuamente. Ho fatto colazione con caffe' e medialunas, qualche giro, e poi ancora allo stesso cinema: ho visto Jennifer's Body, qui Diabolica Tentacion, con Megan Fox. La sceneggiatura e' di Diablo Cody, che appare anche in un cameo, ma sembra piu' uno spot per la bellezza di Megan. Peccato. Adesso torno al cinema. Poi vi racconto. Stanotte si viaggia. E domani si viaggia ancora. Non sono riuscito a scambiare moneta uruguayana. Pazienza.

comunisti!

Innanzitutto ringrazio le ben due persone che mi hanno mandato un sms mentre ero in un cinema di Buenos Aires per dirmi che la Corte costituzionale ha giudicato incostituzionale il Lodo Alfano.

Esaminiamo velocemente la situazione e gli scenari. E' abbastanza chiaro che in Italia ci sono delle sacche minoritarie ma importanti di Comunismo.
Questo sara' il cavallo di battaglia che continuera' ad usare Silvio per i prossimi giorni, insieme ai suoi fedeli scudieri dell'armata della Liberta'. La maggioranza degli italiani, quella continuamente citata da Gasparri quando gli chiedono un parere su una cosa qualsiasi, anche sulla mozzarella, continuera' a considerare Silvio un perseguitato, e i consensi aumenteranno.

Non ci libereremo mai di Silvio, che, come una bestia ferita da questa sentenza, diventera' ancora piu' incarognito contro chiunque non sia d'accordo con lui. Prepariamoci.

vendetta


El desquite - di Juan Carlos Desanzo 1983


Giudizio sintetico: quasi inguardabile


Juan Parini è in crisi con la moglie Teresa. Lui è un correttore di bozze per una casa editrice che pubblica romanzi erotici, ma voleva essere uno scrittore. All'improvviso, dopo anni, lo convoca l'amico d'infanzia Emilio, proprietario di due discoteche e un ristorante, e fidanzato con la giovanissima Elena, senza un apparente motivo, ma Juan è lo stesso felice di rivederlo, anche se la vista di Elena lo turba. Il giorno seguente, Emilio viene ucciso in un agguato armato, Elena si salva. Emilio lo ha nominato erede dei suoi possedimenti, insieme al fido Silvio. Ma, ovviamente, quando qualcuno muore ammazzato, c'è qualcosa sotto...


Ogni nazione ha, evidentemente, i suoi film di serie zeta, soprattutto polizieschi e, in genere, di crimine; non solo, ogni nazione ha, sempre evidentemente, i suoi periodi di rivalutazione della spazzatura (intesa come trash o anche weird). Questo El desquite fa parte di quella tipologia, a livello argentino: ho trovato siti che lo segnalano come un film epocale, mentre io l'ho trovato decisamente inguardabile. Sceneggiatura che regge poco, azione ridicola, protagonista (Rodolfo Ranni) improponibile. Confesso, l'ho guardato solo perchè è uno dei film più vecchi dove sia possibile vedere Ricardo Darín, giovanissimo (26 anni all'epoca), che se la cava discretamente.

20091006

arg/uru/bra/par ott 09 - 1

Un buongiorno a tutti da Buenos Aires, anche se immagino che in Italia sia gia' pomeriggio. Insomma, tutto bene. Il volo e' andato bene, a parte un po' di turbolenza verso la fine; la cosa assurda e' accaduta a Fiumicino, una di quelle cose che ci mette in ridicolo davanti ai paesi stranieri. Tra i voli interni e quelli verso l'estero, c'e' un ulteriore controllo passaporti. Quando sono arrivato li', a circa 30 minuti dall'orario di imbarco del mio volo per l'Argentina, c'era una fila chilometrica sia per i passaporti extra-UE, sia per quelli comunitari. Avete presente quando arrivate in un paese straniero, le distese infinite di addetti nei gabbiotti per controllare i passaporti di chi arriva? Ecco, in Italia non accade. Quando va bene, ci sono due poliziotti. Questo era uno di quei casi, e la gente stava perdendo i voli. Un tizio accanto a me ha telefonato al 113 per esporre denuncia e sapete cosa gli hanno detto? Passi il controllo e poi c'e' un posto di Polizia aeroportuale dove deve esporre denuncia scritta. Cosi', per fare questa denuncia, doveva sperare di perdere il volo ed avere tempo a disposizione. Vabbe'.
Devo essere onesto: come mi era accaduto in altri casi, meno gravi (lunghe attese sotto la pioggia all'esterno di un concerto, in attesa della Polizia), ho cercato di fomentare la folla, ma non sono stato seguito: ormai la gente e' anestetizzata al peggio. L'ho buttata sulle battute: "allora!", "aprite i gabbiotti!", "venite a lavora'", "accidenti a Maroni e alle su' corna" e cose cos¡". Due tocchi di classe: quando e' arrivato un ulteriore poliziotto per aprire un altro punto di controllo, come appreso dai miei amici livornesi di scoglio gli ho urlato "c'avevi l'arselle?", fine battuta per quando uno arriva in ritardo. Le arselle, simili alle vongole, richiedono un procedimento macchinoso per essere mangiate, ed ungono le dita, per cui altro tempo per ripulirsi. Qualcuno ha riso, ma riconosco che era una battuta zonale. Un'altra battuta molto bella mi e' venuta di getto. La situazione era quella che era, e c'era gente che stava davvero perdendo il volo, quindi passava lateralmente per vedere se la gente, leggermente inferocita, si sarebbe mossa a compassione e li avrebbe fatti passare (qualcuno ha litigato). Gli altri in fila che comprendevano, siccome c'era spazio sulla destra della fila, ha suggerito ad alcuni di questi malcapitati di passare a destra. Io ho subito preso la palla al balzo ed ho urlato: "vai a destra vai a destra....questi sono i risultati....vacci dell'altro a destra.....". Diverse risate, evidentemente della minoranza parlamentare.
Passati i controlli e fatto l'imbarco, mentre percorrevo il corridoio per arrivare all'aereo, tre signore sarde mi hanno in pratica ringraziate perche' erano anche loro in coda, mi hanno riconosciuto, e appunto mi ringraziavano perche' le avevo fatte divertire, soprattutto per le corna di Maroni. Son soddisfazioni.
Siamo partiti con quasi un'ora di ritardo. Siamo arrivati con quasi mezz'ora. Ma per me era sempre presto: le 7,00 locali. Ho preso le cose con calma, ho preso un caffe', poi cambiato un po' di soldi, comprato il biglietto per il bus per il centro, il tragitto e' durato il doppio (me ne sono accorto, ho chiesto perche', mi hanno detto che c'era stato un incidente ed erano stati costretti ad allungare), sono andato a piedi all'ostello, mi sono insediato, ho dormito un po', poi sono uscito, ho cercato l'ostello dove abita adesso Juli che ha trovato lavoro nella Capitale, ho pranzato in un ristorante proprio davanti, dove ascoltvano una radio piacevole e dove ho messo a fuoco che The Fixer dei Pearl Jam inizia come un pezzo dei The Hives, ed ho sentito il nuovo singolo dei Catupecu Machu, il mio gruppo rock argentino preferito dopo i Los Natas, e non mi e' piaciuto (troppa elettronica dentro). Poi e' arrivata Juli e ci siamo abbracciati, siamo usciti a bere, e abbiamo parlato ininterrottamente dalle 17,30 alle 23,30. Sono tornato a piedi al mio ostello, con la promessa che oggi avrei definito il mio passaggio in Uruguay, e nel frattempo la famiglia di Juli sta "lavorando" alla mia escursione alle cascate di Iguaçu. La loro escursione parte il 15, ma e' tutta piena. Se rimane piena, io prendo un volo dalla Capitale per la brasiliana Foz de Iguaçu, e li raggiungo. Altrimenti devo arrivare fino a Rosario per salire sul bus. Nel frattempo, vado in Uruguay e vedo qualche posto al nord, lasciandomi eventualmente quelli al sud perch' li posso vedere anche direttamente con escursioni in traghetto da Buenos Aires. Ho parlato via msn con le amiche di Juli che conosco anch'io, e al telefono con uno dei suoi fratelli e sua moglie. Adesso ho preso qualche numero di telefono e faro' qualche telefonata. Il programma sarebbe: stare qui fino a domani sera, dopo cena prendere il bus dal terminal di Retiro qui vicino e viaggiare verso Montevideo la notte (7-8 ore di viaggio), arrivare a Montevideo la mattina presto, prendere un bus per La Paloma verso le 10,00, arrivare verso le14,00, installarmi in un ostello sul mare, stare un paio di giorni li' e poi vediamo. Vado a telefonare. Poi vi aggiorno.
Statemi accorti.

Die Stille nach dem Schuss


Il silenzio dopo lo sparo - di Volker Schlöndorff 2002


Giudizio sintetico: da vedere


Rita Vogt, intorno all'inizio degli anni '70, era una militante del gruppo anarchico 2 giugno, attivo a Berlino Ovest; il gruppo rapinava banche distribuendo cioccolatini, per finanziare la lotta proletaria. Dopo un'evasione di un loro membro da una prigione dell'Ovest, organizzata dal gruppo per non essere sanguinaria ma finita con un morto, il gruppo viene aiutato dalla Stasi, che aveva preso contatti con Rita in uno dei suoi rientri dal Libano. Inizialmente la Stasi fornisce loro protezione, e diversi di loro riparano a Parigi, ma le cose vanno piuttosto male anche lì, e il gruppo si sta sfaldando anche ideologicamente. Ancora una volta, la Stasi offre loro l'opportunità di cambiare identità, trovare lavoro e alloggio nella Germania Est. Alcuni accettano, altri no. Rita accetta, ed inizia la propria seconda vita nella Germania socialista. Il passato però, è un fardello pesante.


Interessante questo film di Schlöndorff, famoso per Il tamburo di latta, adattamento per il cinema del famoso libro di Günter Grass, e per essere stato il secondo marito di Margarethe von Trotta. Sicuramente ispirato a una storia vera, non sappiamo quanto romanzato, non stentiamo a credere che molte storie di ex terroristi o attivisti di estrema sinistra siano andate così. Sicuramente affascinanti, seppur tragiche e spietate al tempo stesso, le storie, in questo caso la storia di Rita, è anche spunto di riflessione sul fallimento del socialismo reale. Uno dei punti salienti del film è quando, dopo la decisione di Rita di cambiare vita, il personaggio di Erwin Hull (un glaciale Martin Wuttke: pensate, è Hitler in Inglourious Basterds di Tarantino, è stato Goebbels in Rosenstrasse della Von Trotta) le dice: "Noi siamo per la gente. E quindi, anche contro di loro".


Fotografia quasi "grigia", d'epoca, regia diligente ma non scontata, buona prova del cast, ottima quella della protagonista, Bibiana Beglau, nei panni di Rita, col giusto equilibrio tra voglia di vivere, idealismo e malinconia.

20091005

whatever works


Basta che funzioni - di Woody Allen 2009


Giudizio sintetico: da vedere


Boris Yellnikoff è uno scienziato sui sessant'anni, come dice lui "quasi premio Nobel", specializzato in meccanica quantistica, ex insegnante, che dopo aver tentato il suicidio viene lasciato dalla moglie Jessica, e decide quindi di vivere alla giornata nella sua New York da solo, frequentando gli amici intellettuali, non interessandosi alle donne e, per vivere, insegnando scacchi ai bambini.

Boris è una specie di pessimista cosmico: brontolone, insopportabile a volte anche per gli amici più cari, tratta male tutti, è convinto che l'umanità è destinata all'estinzione perchè l'essere umano è cattivo; ridicolizza le religioni, ed è fortemente razionalista. In poche parole, ha una mente eccelsa, ma un carattere di merda.

Una sera, rientrando a casa, si impietosisce davanti a Melodie, una ventenne proveniente dal Sud degli States, scappata di casa per fuggire da una situazione di bigottismo insopportabile e da due genitori totalmente svalvolati, che gli chiede qualche soldo per mangiare, ed è nascosta sotto un cartone. Boris la fa salire nel suo appartamento, e Melodie, col passare dei giorni, diventerà una presenza imprescindibile.

I due si sposano, nonostante l'iniziale sbigottimento di lui, e il rapporto sembra funzionare. Finchè, un bel giorno, bussa alla porta del loro appartamento Marietta, la madre di Melodie, alla quale il matrimonio non piace per niente...


Sono felice di dirvi, dopo qualche anno e diversi film inguardabili, che Woody Allen il maestro è di nuovo in corsa. In breve, potremmo definire questo Basta che funzioni un film divertentissimo sull'amore e sulle relazioni (di ogni tipo), apparentemente pessimista, in realtà con un approccio fatalista ma positivo. Sono uscito dal cinema sentendo l'urgenza di chiamare la persona con la quale in questo momento vorrei avere una relazione, e dirle tutto quello che non ho ancora avuto il coraggio di dirle, per vedere se potesse funzionare. Poi mi sono ricordato che è fidanzata con un altro, ed ho desistito. Ma questa, come si dice, è un'altra storia. Torniamo a Woody e a Whatever Works.

Allen torna a New York, e verrebbe da dire finalmente, vista la riuscita così così dei film girati lontano dalla Grande Mela; come sempre la riprende come chi la ama, negli angoli anonimi ma romantici ed intimisti. La macchina da presa lavora vorticosamente, e soprattutto, Allen osa l'inosabile: non solo il protagonista Boris, interpretato in maniera scoppiettante dall'amico Larry David, guarda in macchina spesso e volentieri, ma addirittura si rivolge proprio agli spettatori, sia per scandire le sue filippiche (un paio davvero troppo debordanti, questo va detto), sia per sottolineare che "di là" ci sia gente che ha pagato il biglietto (per poi essere regolarmente preso per pazzo dagli amici e conoscenti). Espediente che solo i grandi sanno padroneggiare, e che Allen aveva usato, seppur con parsimonia, e che qui raggiunge livelli davvero rischiosi (fa parte di quelle regole che, pare, portino pure sfortuna, oltre che essere fuori dagli schemi): il risultato è buono, ed ingigantisce (a livello di comicità) la serie davvero lunga di dialoghi caustici ma divertenti, e delle battute micidiali, che in questo film tornano a far ridere sul serio, come "ai vecchi tempi".

La storia è relativamente semplice, e molto vicina alla realtà medio-borghese. Le relazioni vanno e vengono, l'ambiente cambia le persone e le aiuta a scoprire veramente se stessi, le coppie con grande differenza d'età si vedono sempre più spesso. Allen butta lì qualche spiegazione, ma non vuole essere dogmatico. Alla fine, il senso del titolo, e del ragionamento elaborato e ripetuto da Boris, è in realtà tutto fuorchè un dogma.

Quindi, come già detto, il film è molto divertente, e può innescare una sottile riflessione sull'amore, unita ad un senso di malinconia, che se presa a piccole dosi, non fa mai male. Il cast, ben assortito, va alla grande, e Woody dimostra che, se vuole, se si impegna, non ha ancora perso la mano, ed è sempre un gran bel direttore d'orchestra. Già detto del protagonista, da segnalare l'ennesima bella prova di Patricia Clarkson (Marietta), ma soprattutto la prestazione da Oscar, si, lo ripeto, da Oscar, di Evan Rachel Wood, nei panni di Melodie. Questo ruolo dimostra che la giovane biondina è capace di recitare e di riuscire in qualsiasi ruolo: qui è fantastica nel ruolo della mezza tonta alle prese con una mente troppo grande per lei. Dopo Thirteen, Across The Universe e The Wrestler, siamo davanti ad una grande promessa.

Bentornato Woody!

20091004

inglorious basterds


Bastardi senza gloria - di Quentin Tarantino 2009




Giudizio sintetico: si può perdere




Seconda Guerra Mondiale, la Francia è occupata dai nazisti. Il Colonnello Hans Landa è inviato dal Führer proprio lì, per stanare tutti gli ebrei che si nascondono o che fuggono, grazie alla sua fama di implacabile cacciatore ed investigatore. Il prologo ci mostra Landa che stana un'intera famiglia ebrea, i Dreyfus, che mancavano all'appello, nella fattoria dei LaPadite, che li nascondevano sotto le assi del pavimento. Shoshanna, la figlia maggiore, riesce a fuggire.


Gli eserciti alleati, con gli anni, accerchiano quello nazista, ma l'occupazione tedesca della Francia prosegue. In Francia è attiva una squadra speciale alleata, i Bastardi: comandata dal Tenente Aldo Raine, mezzo ebreo e mezzo apache, è un commando che agisce in borghese e stermina i nazisti, finendo col toglier loro lo scalpo, come gli indiani d'America.


Shoshanna nel frattempo, sotto falso nome, vive e lavora a Parigi, gestendo un cinema che, così dice, ha ereditato dagli zii. La corte spietata che le fa il soldato tedesco Fredrick Zoller, diventato eroe nazionale per aver sterminato centinaia di alleati che lo assediavano in un villaggio francese, la fa diventare conosciuta fino nella alte sfere naziste: Goebbels in particolare, sostenitore di Zoller, sul quale fa girare un film, e che, su insistenza dello stesso Zoller, decide di proiettare in anteprima proprio nel cinema di Shoshanna, cambiando il programma originale. Shoshanna, d'accordo con il fidanzato (nero, particolare che Goebbels non gradisce) Marcel, prepara un piano per bruciare il cinema quando, la sera della prima, sarà pieno di alti papaveri nazisti.


Anche i Bastardi, su ordine del Generale Ed Fenech, che ingaggia per l'occasione il Tenente Archie Hicox, esperto di cinema, anche tedesco, e conta sull'appoggio della famosissima attrice tedesca Bridget von Hammersmark, doppiogiochista, decidono di intervenire alla prima con un attentato dinamitardo.




E' ufficiale: Quentin Tarantino non ne ha più. Rimane da stabilire se abbia fatto effettivamente qualcosa di veramente eccezionale in passato, o se tutti quanti si siano sbagliati sul suo conto, sopravvalutandolo per l'eccezionale impatto de Le Iene e Pulp Fiction, oppure se, più ragionevolmente, il ragazzone di Knoxville avesse dei numeri, e se li sia giocati tutti inizialmente, dopo di che si sia fatto distrarre e non abbia più ritrovato l'ispirazione e il genio. Ovviamente, vi parla uno che non si è esaltato (al contrario) per i due Kill Bill.


Lunghissima gestazione, come sempre, per questo Bastardi senza gloria, omaggio anche al cinema italiano, sia spaghetti western (si nota più nella colonna sonora), sia comico (non manca, naturalmente, l'ironia, seppur in una storia sanguinosa - sulla carta - e spietata), con una citazione addirittura imbarazzante da quanto evidente (il personaggio interpretato da un Mike Myers travestito, il Generale che organizza l'attentato alla prima, si chiama Ed Fenech, più chiaro di così), sia d'azione, e apertamente ispirato a Quel maledetto treno blindato (nei paesi anglofoni The Inglorious Bastards) di Enzo G. Castellari, il film parte da un assunto anche interessante (un manipolo di ebrei che pian piano si fanno giustizia da soli), seppur sul limite del politicamente scorretto (in effetti parlare di ebrei violenti è rischioso, di questi tempi), ma, anche se ovviamente supportato da tecnica sopraffina (diversi movimenti di macchina molto belli), fotografia compresa, si perde nei soliti difetti tarantiniani (verbosità eccessiva, qui onestamente limitata - figuriamoci, per chi non li avesse visti, negli altri film -, lentezza esasperante dell'azione, sarcasmo spesso inutile, personaggi al limite della caricatura) e, soprattutto nella seconda parte, annoia a morte. C'è veramente poco da fare: si rischia davvero il colpo di sonno, nonostante la simpatia di Brad Pitt (Aldo Raine), la bellezza algida della brava Diane Kruger (Bridget von Hammersmark), l'ottima prova di un cast in prevalenza tedesco, con attori che abbiamo visto in produzioni minori, e la prestazione superlativa di Christoph Waltz (Hans Landa), austriaco da noi sconosciuto (tanta televisione, apparizioni in Derrick e Il Commissario Rex), il film vive di momenti e non decolla mai, strappando qualche risata e moderandosi pure nelle scene cruente.


Una (ulteriore) delusione.

20091003

arrivi e partenze


Ho letto questo post di Titta, anche se me lo aveva anticipato in privato (eh beh tra blogger), e mi ha fatto ridere. Mi ha fatto ridere anche perchè ognuno ha le sue fobie e le sue paranoie, anche chi, agli occhi degli altri, è un viaggiatore, uno esperto, uno sicuro di sé (come dimostra Titta stessa nel post). Io, e penso di avervelo già detto, sono uno precisino. Sono di quelli che arriva all'aeroporto 3 ore prima, e che se deve prendere un treno, un autobus, ha un appuntamento, arriva sempre in anticipo, e quando mi sembra di essere in ritardo, vado nel panico. E' così, e non ci si può far niente. Per cui, state tutti tranquilli, e vivetevi tranquillamente le vostre paranoie.


Per la cronaca, questa volta ho cominciato a fare lo zaino quasi una settimana prima. Tutto in 5 minuti, poi l'ho lasciato lì per 6 giorni (ma ho buttato giù una lista per controllare e rifletterci sopra) e il settimo ho finito, smarcando le voci sulla lista. Mi rimane da metterci dentro il beauty-case, se così lo vogliamo chiamare.


E' molto snello, e come sempre viaggerò col solo bagaglio a mano. Ho solo un dubbio: oggi ho comprato una cuffia per il lettore mp3, ma è di quelle grosse, e non so se portarla o meno. Domattina decido. Tra l'altro, ho avuto un'illuminazione, mentre sistemavo gli accessori dell'mp3. Per legarmelo al collo, come i veri disorganizzati, ho una stringa di una vecchia scarpa. Mentre la toglievo dal vecchio al nuovo mp3, me la sono misurata in vita, ed è perfetta. Mi sono ricordato che tutte le volte che volo, quando arrivo ai metal detector devo togliere la cintura per via della fibbia, e siccome porto i pantaloni 3 taglie più grandi, devo tenermeli con una mano, oppure mi cadono. Ecco risolto il problema: mi tolgo la cintura prima, e mi lego in vita la stringa, che poi riutilizzerò per legarmi al collo il lettore. Geniale. Qualche anno fa mi portavo apposta un pezzo di spago, ma ultimamente avevo perso l'abitudine.


Son scemo, lo so.

era un comizio

Le accuse alla sinistra sull'Afghanistan: "Mi sono fatto prendere la mano"
Ma Berlusconi vuole evitare lo scontro frontale prima del giudizio sul Lodo
"Ho esagerato, ma era un comizio"

il Cavaliere irritato dal Quirinale

Dopo l'esternazione di Napolitano, come al solito Berlusconi si impermalosisce. Abbiamo capito il personaggio, oramai. Ma come succede sempre, la giustificazione è quantomeno curiosa. Ricorderete che, con un discreto grado di sbigottimento, quelli con il cervello non ancora in acqua, notarono che la tirata sull'opposizione che brucia le bandiere in piazza mentre i soldati muoiono per le missioni di pace (ahahaha) era esagerata: non esiste opposizione più prona di questa attuale, sul tema delle missioni (di pace). Ma, ricordate tutte le cose che Berlusconi ha detto durante il discorso conclusivo della Festa della Libertà (ahaha): era in evidente stato di sovraeccitazione, probabilmente indotto. Da cosa, fate voi.
Ma, come dicevo prima, arriviamo alla giustificazione:

"Mi sono lasciato prendere la mano, dal clima del comizio."

E poi continua, come sempre mettendo tutto dentro alla padella, e rigirando la frittata come solo lui sa fare:

"Posso aver commesso una leggerezza, avrei dovuto specificare che mi riferivo alla sinistra extraparlamentare."

Mah, sarà. Abbiamo sentito tutti: ha detto OPPOSIZIONE. L'opposizione si fa in Parlamento, a quanto ne so.
Continuando:

"Però quei fatti che ho denunciato erano veri, ero in assoluta buona fede."

Si, abbiamo capito. Ma non è che se Tizio ha inculato un bimbo di 5 anni, tu, perchè sei in un comizio, puoi dire che è stato Caio, e poi dire che ti sei fatto prendere la mano.
O no?

marco


Roma, 13:51
INFORMAZIONE: PANNELLA, SONO QUELLI CONTRO CUI HO LOTTATO
Non va alla manifestazione a favore della liberta' di stampa e ne ribadisce la ragione: quelli che manifestano oggi sono gli stessi contro cui ho lottato e mi sono battuto per decenni in questi 40 anni per avere una informazione libera, aperta e di tutti, Radicali compresi. Cosi' il leader storico dei Radicali, Marco Pannella, boccia la manifestazione sulla liberta' di stampa. "E' un vecchia storia, questa!", nota Pannella. "Si replica di nuovo oggi - conclude Pannella - Quelli che parlano di bavaglio alla liberta' di stampa oggi, sono gli stessi contro i quali per decenni, in questi 40 anni, mi sono battuto e ho dovuto lottare perche' togliessero il bavaglio alla liberta' di stampa!".

(03 ottobre 2009)

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Io a Pannella gli voglio anche bene, mi sta simpatico, e sono pure convinto che l'Italia gli debba qualcosa, per quanto riguarda certe conquiste. Però, quando si inventa questi panegirici al contrario, pur di stare con Berlusconi, mi fa ridere.

Marco, guarda che un radicale che ha fatto il salto mortale c'è già: è Daniele Capezzone, tuo degno discepolo, che adesso fa il portavoce del PdL. Con risultati stupefacenti (ah ah!).

Distretto Nove


District 9 - di Neill Blomkamp 2009


Giudizio sintetico: da vedere


Futuro prossimo: 20 anni fa improvvisamente un'enorme astronave aliena si ferma sopra Johannesburg (Sudafrica); si ferma e non si muove più. Gli umani dopo un lasso di tempo, salgono in volo fino all'astronave, fanno un foro ed entrano. Dentro, trovano un milione di alieni denutriti e in preda al panico. Li confinano in un campo profughi alle porte della città, ma l'insofferenza degli umani si fa sempre più forte, finchè il governo non si vede costretto a sgomberare il campo (nel frattempo gli alieni sono cresciuti di mezzo milione di unità), appunto 20 anni dopo, per trasferire tutti in una specie di campo di concentramento lontano dai centri abitati, a 240 km dalla città (e dall'astronave, che nel frattempo, è sempre ferma sopra Johannesburg). Non avendone i mezzi, il lavoro viene appaltato ad un esercito privato, mercenario. Wikus Van De Merwe è, non per meriti propri, messo a capo dell'operazione. Un incidente lo renderà l'oggetto del desiderio da parte delle multinazionali delle armi.


Prodotto e supportato da Peter Jackson, ispirato ad un corto dello stesso Blomkamp, sceneggiato da lui stesso insieme a Terri Tatchell, District 9 è un film di fantascienza che altro non è se non una metafora dei nostri tempi, sull'immigrazione e sull'intolleranza, la paura del diverso e, in generale, sull'atteggiamento razzista e "protezionista" del genere umano, che sembra non imparare mai dai propri errori.

Il film sfrutta l'ormai abusato stile mockumentary, fingendo a tratti interviste a protagonisti, familiari, studiosi, opinionisti, sull'accaduto, in altri frangenti simulando riprese di canali televisivi, sfruttando sempre l'onnipresenza degli apparecchi televisivi e delle telecamere di sorveglianza ovunque, facendo largo uso della camera a mano, creando così un vortice ritmico a volte mozzafiato, che tiene giocoforza più che desta l'attenzione dello spettatore. Scene d'azione ben congegnate fanno il resto. Nonostante tutto ciò, insieme ad effetti speciali finalmente credibili (gli alieni non sembrano né creati con la computer graphic, né degli umani mascherati), la forza del film sta nel messaggio, nella metafora fortemente antirazzista, con richiami cronenberghiani (o kafkiani) nella figura e nella storia del protagonista.

Fotografia non patinata che aggiunge veridicità alla storia, cast di sconosciuti (almeno da noi) diligenti che aiuta a tenere alto l'interesse sul film in generale, risulta ottima la prova del protagonista Sharlto Copley (Wikus Van De Merwe).

Da non crederci, ma è una delle cose migliori viste ultimamente.

20091002

come all'asilo

La Russa come all'asilo: "mi tappo le orecchie quando parla lei!".
Siamo al surrealismo.
http://tv.repubblica.it/copertina/la-russa-a-odifreddi-lei-fa-schifo/37522?video

lo scoiattolo rosso


La ardilla roja - di Julio Medem 1993


Giudizio sintetico: si può perdere


Jota soffre di pene d'amore, e una notte è sul punto di sucidarsi buttandosi giù dalla scogliera di Donostia (o di San Sebastián, se preferite), davanti a casa sua. Ma succede che, inseguita da una macchina, una ragazza in moto sbatte contro il corrimano e fa un volo impressionante. Jota la soccorre, non si è fatta granché, ma ha perso la memoria. Jota la accompagna in ospedale, e si spaccia per il suo ragazzo, dando di lei generalità false e chiamandola Lisa, come la ragazza che lo ha appena lasciato. Quando è chiaro che la ragazza non ricorda niente, Jota la fa uscire dall'ospedale con uno stratagemma, e la porta in vacanza in un camping su un lago, dove si inventerà un passato insieme a lei. Ma l'amnesia può anche passare...


Secondo lungometraggio di Medem, che, per sua ammissione, scrive una storia più appetibile commercialmente (inizialmente ogni produzione aveva rifiutato di fargli fare Vacas, che a mio giudizio è migliore di questo), ma la realizza in modo peggiore.

La storia è surreale, con diverse forzature, alcune quasi insostenibili, ma riesce ad avvincere lo spettatore, fosse solo per curiosità. La fotografia è ben fatta. Però, gli "effetti" sono pessimi, le recitazioni (tutte) ingessate, c'è pochissima "dinamicità" nonostante spesso la pellicola abbia, nel mix che mette in piedi, velleità d'azione. Continuano a non piacermi quasi tutti gli attori che Medem sceglieva all'inizio. Di questo film salvo solo una brava, giovane e bellissima María Barranco (Donne sull'orlo di una crisi di nervi). Coincidenze e amori predestinati, come sempre, i temi conduttori.

20091001

internazionale


Domani comincia il Festival di Internazionale a Ferrara. Alcuni di voi sanno di cosa si tratta, altri no. Si tratta di una serie di incontri, dibattiti, interviste, tavole rotonde, proiezioni, concerti, reading, confronti, che si svolgono nella cornice suggestiva del centro di Ferrara, organizzati appunto dal settimanale che da anni propone sia traduzioni di autorevoli riviste da tutto il mondo, sia articoli fatti apposta per Internazionale, con giornalisti e personaggi di spicco nel campo dell'informazione e non solo.

Qui trovate il programma.

Forse vi ricorderete che qualche tempo fa l'ufficio stampa mi contattò, come altri blogger, evidentemente perchè su Fassbinder avevamo parlato ripetutamente di Internazionale e del Festival dello scorso anno, per propormi di fare richiesta di accredito. La richiesta è andata a buon fine (l'e-mail è arrivata stamattina): presentandosi in sala stampa a Ferrara domani potevo ritirare l'accredito per entrare agli eventi senza fare fila, e per concordare eventuali interviste ai partecipanti, oltre ad avere a disposizione, in sala stampa, una connessione wi-fi gratuita.

Per farla breve, non posso andare.

Voi, se potete, fatelo. Come dissi l'anno scorso, è una bella sensazione quella che si ha. E' bello rendersi conto che c'è ancora qualcuno che la pensa come noi in Italia (ma anche all'estero), e che riesce ad articolare pensieri con la propria testa.

E speriamo che mi accreditino il prossimo anno, e che il prossimo anno si sovrappongano meno impegni, partenze e malattie.

Sono stato contattato anche da Medici Senza Frontiere, che sarà presente fortemente al Festival, per una iniziativa alla quale aderirò senz'altro, ne riparleremo qui; fra gli eventi sostenuti da MSF, anche la proiezione del film-documentario Invisibles, inedito in Italia, del quale abbiamo parlato qui.

esercizi di base, lo stile c'è





























solito posto, stamattina














































Salmer fra kjøkkenet


Racconti di cucina; Kitchen Stories - di Bent Hamer 2003


Giudizio sintetico: da vedere


1950, boom industriale, un istituto di ricerca svedese piazza degli "osservatori", su dei seggioloni, tipo arbitro di tennis, nelle cucine dei single di un villaggio norvegese (famoso per la "sovrabbondanza" di uomini).


Incipit irresistibilmente grottesco (per un fatto reale; e pensiamo solo a cosa staranno inventando adesso, a distanza di oltre 50 anni. Prima riflessione indotta), proseguimento visionario (l'immagine delle auto tutte uguali con le roulotte tutte uguali con i seggioloni sopra tutti uguali ci diverte mentre guardiamo il film, ci scuote dalla massificazione mentre torniamo a casa mentre un brivido ci scende lungo la schiena); una prima parte con un ritmo lentissimo, che scruta i personaggi nelle loro smorfie più intime, nei loro tic quotidiani, nelle loro solitudini profonde, una seconda parte che scalda il cuore, lentamente, partendo da lontano, come se, appunto, dovesse sciogliere neve e ghiaccio.

Nonostante la (presunta) morte di Isak, il messaggio di speranza giunge delicato, ma forte e chiaro.

Gioiellino con stile nord-europeo.

20090930

dalla Spagna


Ne parlammo qui su segnalazione dell'amico Drugo, i ragazzi spagnoli avevano ultimato il sesto episodio di una serie geniale fatta davvero con niente, e distribuita gratuitamente sul web. E' finalmente uscito il settimo episodio Módulo Tres.

Lo trovate naturalmente sul loro sito, o su Youtube, qui.