No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20061223

a proposito di musica


Qualche pensiero sparso e molto, molto vario, sulla musica "che ci gira intorno". Parlando di musica molto leggera, devo dire che il disco nuovo di Robbie Williams, Rudebox, ascoltato sommariamente, non mi fa una grande impressione, come invece mi fece il precedente Intensive Care. Figuratevi che, incuriosito da una cover di Io canto (di Riccardo Cocciante) eseguita da Laura Pausini, ascoltata qualche mattina fa mentre facevo colazione al bar, ho scaricato l'ultimo disco della Pausini, appunto; per sbaglio (o per un lapsus freudiano, chissà) ho scaricato la versione in castigliano Yo canto (titolo dell'album, oltre che della canzone/cover/tradotta). L'ho ascoltato tutto, ed ho confermato l'impressione che mi aveva dato quella cover: la Pausini è riuscita a rifare più brutte tutte le canzoni, alcune già brutte (Stella gemella di Ramazzotti, Non me lo so spiegare di Tiziano Ferro), altre molto belle (La mia banda suona il rock, è necessario che scriva di chi è? Il mio canto libero, e anche qui mi pare superfluo). Non mi dispiace invece, il doppio Back To Basics di Christina Aguilera, che, e qui mi ripeto, ha veramente una grandissima voce.

Ma veniamo al rock, anche se un po' "truccato". Durante le pubblicità su La7 (vi ho detto che stavo guardando Le invasioni barbariche no?), facendo zapping ho beccato su MTV, dapprima uno special sui Def Leppard (e gli All American Rejects che rifacevano un loro pezzo dal vivo), dopo un evento che si chiama Rock Honor (o qualcosa del genere; anzi, ora che ci penso probabilmente faceva parte tutto di questo evento) con una fantastica esibizione dei Kiss (Detroit Rock City e Love Gun, formazione originale meno Ace Frehley - però il chitarrista solista era truccato e vestito da space-man - e truccati e vestiti come nel tour del 1977, pressappoco lo stesso palco con le due piattaforme e la batteria almeno 10 metri sopra il palco; in prima fila fighe, di 30 anni meno dei musicisti, in delirio).

Tralascio il discorso Kiss, perchè mi dilungherei troppo, magari un giorno lo farò e vi racconterò come i Kiss hanno influenzato la mia adolescenza, la mia passione per la musica, probabilmente tutta la mia vita. Per essere breve, mi concentrerò sui Def Leppard. Potremmo parlare del batterista senza un braccio, potremmo parlare della morte di uno dei chitarristi.
Invece, mi è venuta a mente una cosa precisa, una canzone, una delle tante belle dal loro masterpiece iper venduto Hysteria: Love Bites. Ascoltatela. Non è un pezzo duro, ci sono dei suoni elettronici, è del 1987, è una specie di ballata. E' un grande pezzo. Romantico. Delicato. Una avvolgente ballata rock. Ascoltate gli armonici sul ritornello. L'arpeggio con il flanger sul finire. L'assolo che entra pian piano. Me li ricordo, forse nel 1988, dentro il palasport di Firenze, prima dell'apertura dei cancelli, con Michael Shencker Group sul palco per il soundcheck e loro insieme ai roadies in platea a giocare a calcio.
Love bites, love bleeds, it's bringin' me to your knees........

Buonanotte. Mi addormenterò con un sapore dolce in bocca. Pour Some Sugar On Me!

sospensione


Oggi mezza giornata di lavoro. Da oggi, quattro giorni di festa. Obblighi sottintesi di pranzi in famiglia. Non ho nessun problema con questo, si fa alla svelta e, se la prendi con tranquillità e ti lasci scorrere addosso qualsiasi cosa, quando hai passato il tempo delle incazzature a tutti i costi e hai ormai raggiunto un livello quasi zen di comportamento in famiglia, se sei pacificato e davvero vuoi bene, può essere anche un piacere.

Di solito vivo questi giorni, come anche i due-tre giorni a cavallo di fine anno, quasi sempre a casa (essendo uno che viaggia in periodi "alternativi") e spesso IN casa da solo, uscendo per i saluti, gli auguri, gli aperitivi, le cene si, ma le mattine e i pomeriggi, appunto, in casa da solo. Fa freddo, e non vivo mai abbastanza casa mia e i miei spazi sono solo quelli dell'abitacolo dell'auto o dell'ufficio (che però, almeno nel caso dell'ufficio, divido con altre persone). Quindi, mi piace. Ma vivo questi giorni in uno stato di sospensione, sapendo che ci sono scadenze da rispettare, non come obbligo, ma come momento di condivisione, con gli amici o con la famiglia. A volte guardo dei film, spesso quelli storici. Ben Hur, I dieci comandamenti. La televisione mi deprime, anche se, ad esempio, questa sera ho visto Le invasioni barbariche (il programma su La7 di Daria Bignardi, non il film) e mi è piaciuto. E, sembrerà strano, ma mi piacciono questi momenti di "solitudine". Non mi dispiace se qualche amico o qualche amica mi viene a trovare a casa, ma se sto solo non mi trovo affatto male.


Foto by Victor, Bahía de Ushuaia

mimì - un libro


Il caso Mia Martini - di Marcello M. Giordano

Domenica Berté, in arte Mia Martini, è stata senza dubbio una cantante che possiamo definire artista. Colpisce di lei, o forse sarebbe meglio dire colpiva, soprattutto il pathos delle interpretazioni.
Marcello M. Giordano, personaggio poliedrico, scrittore ma anche giornalista, editore, imprenditore, promoter, cittadino del mondo in quanto vissuto tra Roma, New York e Buenos Aires, spinto, come ci dice lui stesso nel prologo di questo libro molto interessante, dalla sorella maggiore di Mimì, Leda Berté, scrive questo lavoro biografico sotto forma quasi di romanzo, e aiuta decisamente ad entrare nei meccanismi che, probabilmente, creavano il valore aggiunto al modo di cantare della Martini. Dipinge alla perfezione, con un modo di scrivere classico, molto formale ed a volte enfatico, la figura della cantante, i suoi struggimenti, le sue paure, i suoi drammi, i traumi fondamentali, l'andamento altalenante di tutta la sua breve, purtroppo, vita terrena. Intervalla il tutto con alcune ampie parentesi, che collocano l'azione e la descrizione nel contesto storico; da scrittore e, perchè no, da commentatore politico (ha editato e diretto il mensile Il Diario), queste parentesi sono in pratica finestre storiche commentate in modo molto personale, e quindi più o meno condivisibili. Ciò non toglie però valore all'opera nel suo complesso, non sottrae forza al dramma di Mimì Berté.
Consigliatissimo ai fans, suggerito ai curiosi, può risultare interessante per chiunque sia minimamente interessato al mondo musicale. Prefazione nientemeno che di Pippo Baudo.

20061222

han spento già la luce


Per farvi due risate, leggete, se l'avete persa, questa notizia di qualche giorno fa:

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2006/12_Dicembre/20/procol-harum.shtml

Poi, ascoltatevi in sequenza, appunto, A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum, e Senza luce, la cover in italiano eseguita dai grandi Dik Dik, con parole di Mogol.

Prima, ricordatevi di spegnere la luce.

crepuscolo?


Il prescelto - di Neil LaBute 2006

giudizio sintetico: orrendo

Edward Malus fa il poliziotto stradale, e rimane sconvolto da un incidente al quale assiste da molto vicino; cerca di salvare la donna e la figlioletta protagoniste involontarie dell'incidente, ma non ci riesce. Durante la convalescenza, una strana lettera scuote ulteriormente Edward: la sua ex fidanzata Willow gli chiede aiuto: sua figlia è scomparsa, e lei ha bisogno di aiuto. L'uomo va in suo soccorso, e si trova di fronte una realtà alquanto strana: una comunità segregata volutamente su un'isola in mezzo al Pacifico, dove gli uomini hanno un ruolo marginale e sembrano tutti menomati, mentre le donne sono forti, dominatrici e quasi tutte bellissime.
Edward si mette al lavoro per ritrovare la piccola Rowan, ma la sua teoria si rivelerà sbagliata, come l'impressione che lui non sia il benvenuto sull'isola......

La visione di questo film è qualcosa di sconvolgente, in senso negativo. Tralasciando il fatto che sia uno dei film più brutti degli ultimi mesi, la cosa che disarma è che il regista era stato autore, in passato, di una filmografia di tutto rispetto. Gli appassionati di un cinema intelligente, si sono spesso ritrovati a consigliare caldamente le opere di LaBute: il suo devastante (in senso positivo) debutto Nella società degli uomini, il suo esilarante e caustico secondo Amici & vicini, lo spassoso e corrosivo Betty Love; perfino il suo film d'amore, Possession - Una storia romantica aveva una marcia in più, rispetto ai film di genere. Le premesse non erano buone (il genere, il trailer, l'attore principale), ma la firma di LaBute, dunque, avrebbe dovuto essere l'unico motivo, per un amante del buon cinema, che spinge ad andare a vedere Il prescelto. Purtroppo la sua mano non si nota (oppure si è misteriosamente ammalata di ovvietà), e ne esce un film assolutamente inguardabile. Rifacimento dell'omonimo The Wicker Man di Robin Hardy, del 1973, il film è un'accozzaglia di dialoghi scontati, recitazioni pessime, situazioni grottesche e citazioni che richiamano film migliori (in molti hanno notato somiglianze con The Village, ma la tensione di Shyamalan è lontana anni luce; si possono riconoscere anche Il villaggio dei dannati o un sottile richiamo all'hitchcockiano Gli uccelli), ma non servono e non bastano per dare un minimo di senso a questo film davvero brutto. Personaggi senza un minimo di definizione, microcosmo dell'isola non sfruttato per niente a livello di metafora (o, almeno, se c'era un'allegoria si è fatto di tutto per camuffarla e non farla arrivare allo spettatore), superficialità a raffica.
Non basta nemmeno Ellen Burstyn (sorella Summersisle) in questo deserto arido. Tralasciamo le prestazioni del protagonista Nicolas Cage (ormai anche gli ultimi sparuti fans hanno capito che deve la sua fama a grandi film fatti in passato, ma la sua espressività non è mai esistita) e della inutile Kate Beahan ( - Willow - l'impressione è che si sia rifatta le labbra il giorno precedente all'inzio delle riprese); si salva la bella e magnetica Molly Parker (sorella Rose), relegata però a un ruolo abbastanza marginale (anche se presente nell'unica scena con un minimo di tensione di tutto il film).
Memori della delusione di Jersey Girl a proposito di grandi registi che poi si riprendono (Kevin Smith, Clerks II), speriamo proprio che vada così anche con Neil LaBute, e che magari questo film lo abbia diretto per caso (leggi: soldi).
Per questa volta, voi risparmiateli i soldi.

già visto?


Déjà Vu - Corsa contro il tempo - di Tony Scott 2006

giudizio sintetico: si può perdere

Doug Carlin è un bravo detective dall'ATF (alcolici, tabacchi e armi da fuoco), di base a New Orleans. In seguito ad un presunto attentato che fa saltare in aria un traghetto che stava trasportando l'intero equipaggio (famiglie comprese) di una nave statunitense in festa, viene notato per la sua acutezza da una squadra speciale dell'FBI e invitato a partecipare all'inchiesta. Essendo già arrivato, col suo fiuto e, forse, con alcune sensazioni che ancora non riesce bene a mettere a fuoco, ad una pista piuttosto interessante ma tortuosa (è convinto che chi ha ucciso Claire, una bellissima ragazza, ritrovata ustionata nello stesso fiume dove è accaduto il fattaccio, ma morta poche ore prima della tragedia, sia lo stesso attentatore), si ritrova davanti ad un supporto incredibile anche solo da immaginare, in mano alla poc'anzi citata squadra investigativa dell'FBI: è possibile vedere chiaramente il passato con 4 giorni e mezzo di ritardo. Il suo intuito dovrebbe dire ai tecnici FBI dove guardare, per identificare l'attentatore. Ma Carlin vuole fare di più: vuol provare a cambiare il passato per modificare il presente. Claire è ormai la sua ossessione, anche se rimane ligio al suo dovere di tutore dell'ordine.

Tony Scott, diciamocelo, nella sua carriera ha indovinato un solo film: quello splendido, satirico, ironico e spassoso Una vita al massimo, sceneggiato da un Quentin Tarantino non ancora imbolsito intellettualmente dal successo, e probabilmente al top della forma come nel suo Le Iene. Il resto è manovalanza hollywoodiana da grande incasso; manovalanza, sia chiaro, di altissimo livello. Anche questo ennesimo film ne è la prova. Ancora una volta un cast importante (Denzel Washington, Val Kilmer, James Caviezel, Adam Goldberg, Erika Alexander, Bruce Greenwood, in più la bella e promettente Paula Patton nei panni di Claire), una grande sapienza tecnica sciorinata ampiamente (soprattutto nella splendida sequenza iniziale, magistrale), ma un film deludente nel complesso. Anche il complicato fulcro apparente del film, l'apparato che permette non solo di "rivedere" il passato da qualsiasi angolazione (seppur con delle falle non indifferenti), che in principio può interessare e appassionare lo spettatore visionario e ben disposto verso la fantascienza verosimile, si rivela solo un espediente per raccontare la noiosa storia dell'eroe senza macchia e senza paura, innamorato della sua bella e disposto a tutto per lei, ma non a sacrificare i suoi solidissimi e patriottici ideali.
Il finale, se non vi fa ridere subito, vi fa incazzare ripensandoci, e sembra una presa in giro.
Non ci siamo Tony.

autodeterminazione

è morto piergiorgio welby e la sua battaglia, che passerà inosservata già dopodomani.
il discorso è delicato.delicatissimo.c'è di mezzo la vita. e la morte.
sono per la libertà, sono per il testamento biologico, sono per l'eutanasia, ma so bene che tutto deve essere ben normato, chiaro, anzi chiarissimo, senza ombre, che i dubbi rimarranno sempre.

20061220

schede bianche

in questi giorni di convalescenza a casa ho visto molti film tra i quali
Uccidete la demcrazia! di Deaglio.
è il resoconto di cosa è successo la notte delle elezioni, delle possibili manomissioni delle schede bianche, della facilità che si ha nel cambiare i dati informatici sui conteggi delle schede.
guardatelo, anche solo per la cronaca.
e spero che si facciano i riconteggi delle schede bianche per togliere ogni dubbio.
il rischio di golpe tecnologico è sembrato veramente alto.

20061219

saturday night's not right


Opeth + Amplifier, 16/12/2006, Ravenna (Porto Fuori), Kojak

Si decide all'improvviso, e si va. Tempo incerto, freddo che sta arrivando davvero, pioggerellina qua e là. Speriamo di trovarlo senza problemi, questo locale e questa località. In effetti, non ci sono problemi, arriviamo alle 21,15 circa, ma già da 30 metri fuori il locale si capisce che stanno già suonando. Ma come? Come è possibile? Forse ci siamo abituati agli orari toscani....e ci aspetta una brutta sorpresa. Biglietto di ingresso 25 euro. Andiamo lo stesso. Diciamoci la verità, gli Opeth interessano così così, siamo lì soprattutto per gli Amplifier. Entriamo dentro il Kojak e si fa in tempo a sentire il cantante/chitarrista cantare una strofa (bene), e poi si capisce che stanno dando il massimo. Non lo voglio confessare nemmeno a me stesso, ma il loro gig sta finendo. E infatti. Saranno a malapena 3 minuti, quelli che vediamo degli Amplifier. Mentre io e l'amica che mi accompagna fatichiamo a renderci conto dell'accaduto, i 3 Amplifier stanno già smontando l'attrezzatura insieme ai roadies. Non ci resta altro che andarli a vedere quando torneranno da headliner, e quella volta lì sarà bene che arriviamo con un po' di anticipo.

Il pubblico sarà intorno a qualche centinaio di persone, il locale è piccolo, ma si capisce che gli svedesi Opeth hanno un seguito osannante. Alle 22 precise arrivano sul palco, e a questo punto spero proprio che mi piacciano di più di quanto mi siano piaciuti ascoltando qua e là qualche loro disco (che come avrete capito, non mi ha entusiasmato). Cantante/chitarrista solista, chitarra ritmica, basso, batteria e tastiere. Pezzi minimo di 10 minuti di durata, ma anche di più. Alternanza di parti doom rallentate e pesanti, con ritmiche sferraglianti, bridge con tempi di batteria sincopati, aperture melodiche e assoli che riecheggiano vagamente grandi della chitarra, molto distanti dalle classiche scale metal, qualcosa di molto simile a volte ai Pink Floyd, a volte addirittura allo stile di Santana; voce che alterna il growling sulle parti più pesanti con un timbro fin troppo pulito e melodico sulle parti più "leggere". Il cantante parla molto tra un brano e l'altro, il pubblico è in delirio, e devo dire che per la verità, è anche simpatico. C'è un ma.
Per la prima volta, dopo circa 30 minuti, provo l'impulso irrefrenabile di andarmene da un concerto. Ci sono momenti nella musica degli Opeth che mi piacciono anche, ma ce ne sono diversi che proprio non sopporto. Qualcosa è cambiato, probabilmente in me, sarà perchè ho appeso il chiodo al chiodo (perdonatemi, so che posso fare di meglio), che poi non è vero, l'ho buttato perchè la cerniera non si chiudeva più da quanto sono ingrassato, ma certa musica non mi entusiasma più, anche se, ad onor del vero, devo riconoscere che il 99% del pubblico in sala era entusiasta. Gli Opeth fanno il loro compito con diligenza, non si danno più di tanto, sono molto controllati, ma in fondo suonano quasi due ore tonde e va bene così.

Il prossimo sabato sera cercherò di scegliere meglio.

foto tratta da http://www.herlig.net/arkiv/2005/09/20/opeth-live-pa-rockefeller

20061218

vi avevo avvertito


da Finanzaonline 18/12/2006 14:27:31
Tira una brutta aria per Air Madrid, sospesi i voli

Anche le low cost qualche volta piangono. E' il caso della spagnola Air Madrid, che ha annunciato l'immediata sospensione della sua attività. Una decisione inaspettata che ha lasciato a terra 300mila passeggeri con biglietto. La spiegazione? Secondo Air Madrid la decisione è una conseguenza delle misure adottate dal Ministero dei Trasporti, che aveva minacciato di ritirarle la licenza per non aver risolto alcuni problemi, in particolare quelli connessi ai gravi ritardi di alcuni suoi voli.

20061217

il carisma


Heavy Trash + Samuel Katarro, 15/12/2006, Firenze, Auditorium Flog

Con quel nome un po' così, non mi aspetto niente di buono. Samuel Katarro, vincitore del Rock Contest 2006. Apre per gli Heavy Trash con una mezz'ora di blues lamentoso e in un certo qual modo moderno, schizoide e schizzato, con quella voce quasi sempre urlata, insieme alla sua chitarra. Certo, è giovanissimo ed ha delle potenzialità, ma non mi piace e mi bevo una birra.


Sono passate da un po' le 23, a questo punto, ed ecco materializzarsi sua maestà il carisma in persona: mister Jon Spencer con il suo nuovo giocattolo, gli Heavy Trash appunto, con l'amico Matt Verta-Ray (cazzo di cognome ha questo?) alla chitarra elettrica. Altri amici, uno al contrabbasso, uno alla batteria, un altro al mixer ma con una ulteriore chitarra elettrica imbracciata e, come mi accorgo dopo un po', funzionante, anche se si occupa dei suoni e quindi di far capire qualcosa al pubblico del Flog, ormai abituato alla confusione che si crea nell'ormai storico locale fiorentino. Ha anche un microfono aperto, per supportare i cori. Jon, il buon vecchio Jon, imbraccia una chitarra classica elettrificata, e si diverte a martoriare il suo microfono con relativa asta per tutta la durata del concerto. Un concerto che parte lento, non come ritmo ma come partecipazione del pubblico e come calore, come coinvolgimento e come feeling tra la band e, appunto, gli spettatori, anche se già dal pronti-via gli adoratori del buon Jon si fanno sentire.

Heavy Trash è quindi questo nuovo progetto che non si sa se metterà a tacere i Blues Explosion, e si allontana dai B.E. virando verso il rockabilly, così dicono le recensioni, ma io direi più verso il classico rock and roll post-Elvis, rispetto al blues ipnotico ed elettrico dei B.E. Una sequela di canzoni che sembrano già sentite, non perchè brutte, anzi, ma perchè affondano le radici là, esattamente alle fonti del rock and roll, e usano schemi piuttosto classici. Cosa fa la differenza, quindi, è la presenza, appunto, carismatica, di Jon Spencer. Elegante come sempre, non più giovane ma neppure vecchio, carico come una molla, dirige le danze con i suoi amichetti e improvvisa a più non posso. Il divertimento che c'è sul palco suonando insieme è palese, si vede e si sente, e pian piano coinvolge e acchiappa la platea. Anche i più scettici e meno ben disposti si lasciano abbindolare dal combo nato quasi per scherzo, e si lasciano trasportare in questa serata giocosa che rimarrà indelebile nelle memorie dei presenti. Poco oltre la metà del concerto Jon scende in platea col microfono e si mette a cantare, a ballare, a farsi toccare e a farsi urlare in faccia dalla gente, a gridare i suoi yeah ormai leggendari quanto i suoi aw. L'amico del mixer con la chitarra sale sul palco, poi si scambia lo strumento col contrabbassista. Jon si porta al mixer e si mette a giocare con una specie di tastiera-synth. Urla nel microfono e manda tutto in distorsione. E' un sabba rock and roll, ed il sacerdote non poteva essere che lui.

Dopo due ore finisce, ma si ha l'impressione che avrebbero potuto andare avanti tutta la notte. Il batterista, sosia di Aki Kaurismaki (cineasta finlandese), pianta letteralmente le sue bacchette nelle pelli dei tamburi. E' il segnale che la festa è finita. Dopo 5 minuti buona parte della band, Jon Spencer compreso, è al banco del merchandise a sorridere, vendere vinili e t-shirt e firmare autografi sui poster. Vallo a raccontare a certe pseudo-star italiane.

Chi non c'era non sa cosa si è perso stasera.

time


L'autorevole rivista Time ha eletto, come di consueto alla fine di ogni anno, l'uomo dell'anno. Siamo noi, gli utilizzatori di internet.

E' una grande responsabilità. Mi raccomando.

metafora lapalissiana


I figli degli uomini - di Alfonso Cuarón 2006

giudizio sintetico: si può vedere


Siamo nel 2027, in un'Inghilterra che apparentemente è rimasta l'ultimo baluardo della civiltà. Il caos, infatti, regna nel resto del mondo. Da circa 18 anni il genere umano è diventato sterile: le donne non rimangono più incinte. La vita dell'essere umano più giovane viene seguita come in un reality, come in un "Truman Show", è la mascotte del mondo. La sua uccisione, per mano di un fan al quale, pare, ha rifiutato un autografo, scuote un umanità ormai destinata e rassegnata all'estinzione. Gli immigrati sono rinchiusi in gabbie sparse un po' ovunque, l'Inghilterra salvaguarda la sua parvenza di civiltà.

Theo è una persona come le altre, rassegnata. E' un impiegato triste e solo, dopo una separazione dalla moglie dovuta a incomprensioni reciproche ma, soprattutto, alla morte del giovane figlio. Insieme erano attivisti per i diritti umani, lui ha perso la voglia di lottare. Lei, evidentemente, no. Infatti, Theo viene rapito dall'organizzazione capeggiata dalla moglie Julian. Non vogliono fargli del male, ma hanno bisogno di lui per procurarsi un pass per far attraversare il paese da una ragazza immigrata. Gli offrono soldi, e lui cede. Quando incontra la ragazza, accetta a malincuore di accompagnarla (il pass è "di coppia"), fino a che non scopre che è incinta, oltre a scoprire che il supporto dell'organizzazione non è così limpido. Diventa così il difensore dell'unica speranza del genere umano.

Tratto da un romanzo di P.D. James del 1992, il nuovo film di Cuarón non entusiasma per originalità; la trama è prevedibile e fatta da evidenti e grossolane metafore. Non lascia un segno profondo, dunque, nella mente dello spettatore curioso. Ha però dalla sua alcune cose interessanti, che, nella desolazione delle sale pre-natalizie zeppe di film-panettone, lo rendono lievemente appetibile. Innanzitutto, l'atmosfera desolante di un mondo senza speranza e, in particolare, di una Londra grigia e spenta, indagata nei suoi angoli meno belli. Inoltre, una lunga serie di riferimenti all'attualità (uniti a citazioni curiose e a una colonna sonora molto bella), che è inutile raccontarvi, togliendovi così il piacere di scoprirli da soli. Il lavoro del regista messicano, un regista atipico che evidentemente ama mettersi alla prova cambiando completamente genere (partito con il pruriginoso ma efficace e interessantissimo Y tu mamá también nel 2001, si è poi cimentato addirittura con la saga da bambini cresciuti con Harry Potter e il prigioniero di Azkaban), è anch'esso a due facce, per questo lavoro: a una non buonissima direzione degli attori, nonostante un cast di assoluto rilievo, almeno nelle parti principali (Clive Owen, Julianne Moore, Michale Caine e Chiwetel Ejiofor), si contrappone una direzione dei movimenti della telecamera da vero grande regista. Entusiasmanti i piani sequenza, che caricano di adrenalina le sequenze di inseguimento soprattutto. Da manuale quello nel finale, dentro il centro di raccolta immigrati, ai livelli di Stanley Kubrick in Full Metal Jacket. Il piano sequenza (anche se è lecito sospettare un taglio e una sovrapposizione, visto che all'ingresso nell'edificio si vedono chiaramente schizzi di sangue sull'obiettivo, che dopo un passaggio in un androne scuro scompaiono) che segue il protagonista alla ricerca di una barca per far raggiungere l'obiettivo alla sua protetta, toglie letteralmente il respiro allo spettatore.

In definitiva, un film da vedere quasi più per la tecnica che per il contenuto.

20061215

spaccato umano pubblico

sto prendendo i mezzi (a parte che in questo momento i tram di mezza città sono bloccati, non per lo sciopero, ma perchè non c'è elettricità, o come mi ha detto un autista del 4 "non hanno pagato la bolletta!")da un pò di giorni e la cosa che mi diverte di più durante il viaggio è ascoltare le chiacchere dei miei vicini:
...mamma, voglio costruire quel letto...
...questi marocchini che rubano il lavoro a noi, e non guardatemi così che lo so che la pensate come me, ma non avete il coraggio di dirglielo in faccia...
...maurizio è stato con silvia ieri sera, mi ha mandato un messaggio lei...
...sono una famiglia povera, sono quatro fili...
...la scuola ormai non li segue più, il preside è sempre alle bahamas..
...la mia ditta ha capito che contro lo sciopero non si può fare nulla...
...che brava la tua ditta, io ho dovuto invece prendere un giorno di ferie...
...io ci metto un pò di prezzemolo e mi raccomando il dado vegetale, non il knorr che lo fanno con le unghie delle galline...
...io starei attento al milan, che non si sa mai, questi possono vincere anche tutte le partite adesso...
...mio marito russa...
...la marzia ha la sciatica povera sciura...
...borriello non è mica sciè-scienko...
...il silvio sembra sempre più un giovinotto...
...tu gli devi dire che non lo puoi più difendere, non sei santa tecla...
...mamma ma perchè quelli li hanno gli occhi come i mongoloidi?...
...il prof gli ha chiesto chi ha combattuto a waterloo e lui gli ha risposto il wc net, non ci potevo credere...
...se prendi sette in condotta sei bocciato di bestia...
...sabato sera siamo andato tutti in disco e poi la mary e la giuly sono andate via con ste e fede, ma non so cosa hano fatto, secondo me era tutta una messa in scena...
...il cocuzza è proprio bravo e poi è così fine...
...papà, perchè batista non lo uccide?...
...guarda quella li dentro la macchina, ha le calze a rete, chissà che scopate che si fa...
...mio figlio ha difficoltà con la matematica, proprio non riesce nelle divisioni, mi hanno consigliato di farlo giocare con i tulis, telis, non so non mi ricordo più il nome,io lo porterei dallo psicologo, ma mio marito non vuole...
...sabri dobbiamo scendere qui o alla prossima, dai svegliaaaa!!...
...e adesso paga le tasse, coglione e poi vediamo...
...ho prenotato per capodanno a sharm, ma non so se c'è caldo abbastanza per fare il bagno, vabbè al massimo prendo il sole oppure faccio una lampada...

20061214

trasferta mancata



Dovevo andarci, ad Auxerre. E invece, visto che uno dei miei colleghi domattina aveva un impegno irrinunciabile, e l'altro non è in grado di sostituirmi, responsabilmente ho rinunciato. Tutte le volte che accade un fatto come quello di questa sera, il primo ricordo va a Forcoli, provincia pisana, oltre 10 anni fa, partita di Coppa Italia dilettanti. Livorno reduce da reiterati fallimenti, squadra di ragazzini. Adesso siamo qui, ai sedicesimi di finale della Coppa Uefa. Una partita di quelle che rimangono nei ricordi per sempre, brutta, sofferta, lontani da casa, un gol al 15esimo del secondo tempo e poi le barricate, solo con la vittoria avremmo passato il turno. L'ammonizione a Cristiano Lucarelli perchè dopo aver segnato un gol splendido si arrampica sull'inferriata che divide il campo dallo spicchio con i 300 tifosi livornesi per esultare insieme, dopo una corsa fatta tutta urlando, ci sta tutta. La gioia difficilmente descrivibile. Un passettino alla volta, ci stiamo ritagliando uno spazio nella storia del calcio italiano, e chissà, magari anche in quello europeo.

Mi colpiva oggi, sulle pagine sportive di Repubblica, il paradosso. Due partite di squadre italiane in coppa, quella del Parma ormai già promosso, inutile, trasmessa da La7, che però ha solo l'esclusiva del Palermo (che è uscito dalla coppa ieri sera, ho ancora nelle orecchie il commentatore di Sky sabato, dopo Palermo-Livorno 3 a 0, che diceva "il turno infrasettimanale di Coppa Uefa è più agevole per il Palermo, che affronta in casa il Celta Vigo, rispetto a quello del Livorno..."), ma che comunque ha pensato bene di acquisire quelli del Parma per questa partita importantissima, e quella del Livorno, partita dalla posta in palio alta, il Livorno per passare il turno doveva vincere, l'Auxerre per passare non doveva perdere, trasmessa da Granducato Tv, una televisione di Livorno che arriva a Pisa e nella provincia di Livorno, e nulla più.

Vediamo cosa succede per i sedicesimi di finale, anche se in quell'occasione, sia andata che ritorno, in casa e fuori, vorrei esserci. Nell'attesa (domani i sorteggi per gli accoppiamenti), grazie Livorno, nessuno escluso.

once upon a time


Ho controllato. Oggi è esattamente un anno dalla prima volta che ho scritto su questo blog, dopo essere stato invitato a farne parte integrante. E' un anno che sono un blogger.

Il primo pensiero va a lafolle, che me ne ha dato l'opportunità. Ci stavo pensando, ma come con tutte le cose che riguardano l'informatica, sono pigro, e magari sarebbe passato del tempo. E poi, i grandi comici lavorano in coppia. Lo ringrazio adesso, come lo ringraziai allora, e continuo a farlo dentro di me, per avermi stimolato e dato questa opportunità che continua a solleticarmi ogni giorno. Credetemi, scrivere è una malattia, e quando vi rendete conto che passano alcuni giorni senza scrivere un nuovo post, si soffre un po'. Perchè una delle cose belle e impagabili di questa vita, è comunicare, e questa del blog è una maniera come un'altra di farlo. Se poi ti accorgi che ci sono persone che, per amicizia o magari altro, ti leggono anche, è una soddisfazione grande, che non ha prezzo. Mi sono già soffermato su questo, quando scrivi come giornalista, a meno che tu non sia una grande firma che può fare un po' come cazzo gli pare (come nella casa delle libertà...), anche scrivere diventa un lavoro, ha i suoi tempi e i suoi spazi, e spesso non ti gratifica più. Questa, secondo me, è la dimensione giusta, o almeno una di quelle giuste.

Quindi, il secondo pensiero va a chi legge questo blog. E a voi, va un altro grazie. L'ultimo pensiero va ai miei amici "storici", quelli con i quali sono cresciuto, ai quali voglio bene. Mi dispiace, perchè nessuno di loro o quasi, legge questo blog. Mi dispiace, ma nella vita esistono anche le piccole delusioni. Un po' come quando ieri sera ho portato mio nipote dal barbiere e non sono riuscito a convincerlo a farsi i capelli.

20061213

i trionfi di testori all'out off

danilo nigrelli in scena, nudo, a recitare due monologhi di giovanni testori all'out off ieri sera.
lo spettacolo è visto e sentito come una mostra, un'installazione di versi e l'uomo e la parola diventano una forma d'arte da osservare e da ascoltare. una spirale di versi senza fiato.
lo spettacolo mi ha fatto schifo. non ho capito nulla del testo, faticando proprio a comprendere le parole e a darle un senso. a tratti ho dovuto distogliere lo sguardo quasi irritato. mi sembra teatro poco usufruibile, forse troppo poco usufruibile, forse è il teatro che piace a chi fa teatro.
alla prossima con testori per vedere se in un altro contesto lo apprezzo di più.

20061212

facciamo una scommessa?

che alle prossime elezioni tra 5 anni, vinceranno il Partito Democratico (ds+margherita) in coalizione con l'UDC?
La Grande Coalizione del Grande Centro Democratico Cristiano.

una sera immacolata


Vinicio Capossela, 8/12/2006, Firenze, Saschall

Metto su la mia canzone preferita di Vinicio. Con un amico, uno di quelli con i quali condividi anni, bicchieri, sbronze, musica e dolori, ci siamo convinti che, dato che è tratta dal disco “Modì”, parlasse di Amedeo e di Livorno, in qualche maniera. Ci rappresenta, la suonerò quando una donna si innamorerà di me, e perfino perdono Vinicio per averla lasciata fuori dalla scaletta di questa sera. Perché Vinicio è un amico, anche se non ci siamo mai strinti la mano, anche se non abbiamo mai diviso una bottiglia di vino o una panchina. La metto su e ne scrivo. Un concerto della Madonna. Un concerto da Chiaviconi. Da Nutless. Un concerto di Vinicio, per tutti e per uno solo. Un concerto di Natale, quasi.

Saschall, elegante come sempre. Sta arrivando il freddo pian piano, ma la gente non si scoraggia. Arriviamo con un’amica e siamo costretti a parcheggiare lontanissimo, segno evidente di un bel pienone. C’è chi si scoccia, avvolto nella solita sindrome egoistica da fan estremista e ottuso, ma a me fa solo piacere. Tante donne, anche profumate. Ho scelto un comodo posto a sedere e sopraelevato, voglia di rivederlo dopo un po’, voglia di vedere e sentire quest’ultimo bel disco dal vivo, un disco che ha squarciato l'abitudine rockettara di questo 2006 ben prima di "Orphans" del suo padre putativo Tom Waits, sorprendendomi piacevolmente, dopo che mi ero fatto un’idea ristretta sulle capacità di rinnovarsi e proseguire un discorso propositivo del buon Vinicio. Un disco che racchiude le molteplici anime di Capossela da Hannover, un disco maestoso e difficile, ostico e impegnativo, ma estremamente soddisfacente non appena trovi la manovella giusta. Un ottimo successo di vendite e di pubblico, un’esposizione mai vista per lui, copertine, interviste, libri e dvd. Vediamo come sta.

Poco dopo le 21 si apre il sipario e si parte. Palco kitsch ma simpatico, un piccolo albero di Natale in bella evidenza, la banda schierata dietro a lui, il piano al centro, ma lo userà poco, un polistrumentista sulla sinistra che sembra Neil Young, i fiati, la batteria, il contrabbasso e la chitarra. E lui. Saschall quasi al completo, fremente già da prima dell’inizio, coinvolto da subito, che applaude, urla, fischia, spinge, partecipa in maniera quasi impensabile fino a qualche anno fa. C’era meno gente, magari si rideva a crepapelle per le storielle raccontate da semi-ubriaco tra un pezzo e l’altro, invece oggi ci sono ovazioni a scena aperta. E Vinicio se la gode tutta. Sorride, incita, caccia qualche urlo. Già al secondo pezzo indossa la maschera da caprone con annesso microfono e regala Brucia Troia come se fosse un sabba. Scorre “Ovunque Proteggi” quasi al completo, ed è la conferma del capolavoro. Moskavalza è un pezzo techno ma completamente Capossela, categoria superiore, troppo avanti. Medusa cha cha cha funziona anche senza la voce femminile ed è quasi raffinata. L’uomo vivo (inno alla gioia) è coinvolgente fino all’abbraccio corale. Pena dell’alma è da brividi, una di quelle canzoni che ti mettono davanti ad un bivio: da ascoltare in religioso silenzio o da cantare a squarciagola pensando seriamente all’amata, ma con un sorriso (amaro) sulle labbra. Dalla parte di Spessotto è meglio di una cura di solletico. E Lanterne rosse, Ovunque proteggi, Dove siamo rimasti a terra Nutless, insomma, avete capito. Si integrano alla perfezione le più o meno vecchie Scatà scatà (Scatafascio), tutti che ballano, l’immortale Marajà, la splendida e sognante Con una rosa.

Vinicio, parliamone un attimo, è in grande, grandissima forma. E non è uno scherzo. Mai visto così sobrio e lucido, dimagrito, fisicamente ben messo, concentrato. Divertente come sempre, divertito e soddisfatto, contento del pubblico che finalmente gli tributa quello che gli spetta: un gran successo. Cambia cappello, giacche, dopo la maschera da caprone mette quella da leone. Attento però a non fare troppo la primadonna, lascia lo spazio giusto alla band, non mancando di darsi alla grande. Comincia a bere qualche birrino solo nella seconda parte del concerto. Ci si fa lo shampoo, ogni tanto.
La genialata, adattissima all’atmosfera di un concerto caposseliano, il mago. Inutile spiegarvelo, dovete vederlo. Vestito da soldato francese, secco e pelato am coi mustacchi, fa giochi inutili e buffi con carte, petardi, bottiglie di birra, una gallina, stelle filanti e coriandoli in tasca. Ha la scritta TA DA tatuata sul ventre, e la mostra a conclusione di due mini-set piuttosto lunghi, che in pratica fanno da intermezzo tra i blocchi di canzoni. Pubblico divertito.

La seconda parte è quasi tutta composta da canzoni di Natale, improvvisazioni (grandiosa la band), perfino una versione italianizzata di What A Wonderful World. Una festa. La band e Vinicio lasciano definitivamente il palco dopo quasi due ore tonde dall’inizio. La conferma della definitiva affermazione di un grande artista italiano. E chi non lo capisce pazienza.

Mi allontano canticchiando, forse ho trovato un’altra canzone preferita…..sospirano nell’aria le rose spirano…petalo a petalo mostrano il color…ma il fiore che da solo cresce nel rovo…rosso non è l’amore, bianco non è dolore, il fiore è solo il dono che porto a te…



Attraversiamo Firenze e ci portiamo all’Auditorium Flog. Ci sono i Twilight Singers di Greg Dulli con Mark Lanegan che lo accompagna cantando qualche pezzo. Arriviamo per i bis, paghiamo un biglietto ridotto dopo un caffè e una sigaretta, ci becchiamo gli ultimi due pezzi: una medley di cover, tra le quali riconosco Wolf Like Me dei TV On The Radio, e Black Is The Color of My True Love’s Hair. Un cioccolatino per finire la serata, prima di un’ora abbondante di chiacchiere con amici che non vedevo da oltre un mese, e un ritorno a casa sotto la pioggia battente.

20061211

la morte di pinochet vista da skarmeta

antonio skarmeta, lo scrittore cileno de il postino, scrive un brano sulla morte del dittatore pinochet, eccola:

QUAND'ERA al culmine del suo potere, Pinochet immaginava centinaia di cospirazioni ai suoi danni, organizzate dai "siñores politicos".
Per qualche strana ragione, non si sa se dentale o stilistica, non riusciva a pronunciare correttamente la parola "señores". E per dimostrare la volontà dei "siñores politicos" di distruggere la libertà e l'ordine che sosteneva di rappresentare, in un celebre discorso pronunciato al Club conservatore de la Unión, si fece promotore di letture rivoluzionarie: "Bisogna leggere Lenin, "siñores"".

Leggere "Linin" per individuare con chiarezza le tattiche terroristiche dei suoi avversari. Non si sbagliava. Sono stati i "siñores politicos" cileni d'ogni tendenza - chi prima, chi con molto ritardo - a ridurre l'uomo forte a feticcio di una dozzina di anziane signore. Immagino che questo discorso dominerà la stampa di oggi: il dittatore Pinochet è morto politicamente assai prima della sua morte fisica. Per usare un'immagine cara al folclore cileno, la pannocchia si è sgranata un po' alla volta. Alla fine i suoi alleati sono rimasti in pochi come i denti nella sua bocca. È stata questa la sua sconfitta. Quando, nel 1989, la democrazia fu restituita al Cile, chi prima lo aveva appoggiato prese le distanze da lui per rendersi compatibile con le nuove regole del gioco.

Fin dal plebiscito che nel 1988 lo aveva estromesso dal governo, gli votò contro lo stesso Sebastián Piñera, noto imprenditore di destra. Ma la novità di quest'anno è che oramai, sia pure tardivamente, persino Joaquín Lavín, il leader più conservatore della destra, ha preso le distanze dal generale. Avendo perso le elezioni presidenziali del 2000 contro il socialista Ricardo Lagos col 48% dei voti, Lavín spera ancora di riuscire a convogliare forze sufficienti per farsi eleggere alla presidenza; e quindi ha ritenuto di prescriversi una forte dose di despinochetización.

Non a torto, una compunta signora, fedele al generale, si è presentata davanti all'ospedale dove il suo idolo stava agonizzando con in mano un piccolo cartello confezionato alla buona, con la seguente accusa: Derecha dormida, Pinochet te salvó la vida (destra addormentata, Pinochet ti ha salvato la vita).

Oltre ai suoi familiari, e a questa stoica signora che col suo cartellino in mano ha sopportato i 32 gradi della primavera cilena, non c'è nessuno a piangere per Pinochet. È giusto allora dire che il generale è morto molto prima di morire? Un fatto però è certo: quel cartellino non è la sola cosa che resta di lui in Cile.
Con lo stile della sua ritirata, Pinochet è stato determinante per il carattere attuale, praticamente di "unità nazionale", del governo cileno. A parte alcune questioni legate ai "valori", quali l'aborto, l'eutanasia o la pillola contraccettiva, su tutti gli altri temi regna tra governo e opposizione un consenso di base, soprattutto in campo economico. Sia i presidenti socialisti sia i democratici che li hanno preceduti hanno incassato le ovazioni degli imprenditori.

L'uomo si è ritirato a piccoli passi. Quando il popolo lo ha respinto col plebiscito del 1988, si è riservato il titolo di Comandante in capo delle forze armate. Quando ha concluso il suo mandato militare, conferitogli da una Costituzione da lui stesso confezionata su misura, si è fatto nominare senatore a vita della Repubblica. Quel seggio, lo occuperebbe ancora oggi se non avesse avuto l'idea peregrina di recarsi a Londra, dove una disposizione tempestiva del giudice spagnolo Garzón lo trattenne per le sue reiterate violazioni dei diritti umani.

Il mondo applaudì con giubilo. Alla fine un dittatore del calibro di Pinochet, il cui regime si era reso responsabile di innumerevoli sparizioni, torture, fucilazioni indiscriminate e arbitrarie e decine di migliaia di licenziamenti, costringendo all'esilio centinaia di migliaia di cileni, sarebbe stato giudicato lontano dalla protezione dei suoi camerati.
Ma la gioia fu di breve durata. Lo stesso governo democratico cileno intraprese passi ufficiosi nei confronti delle autorità britanniche per ottenere che quell'anziano "malato, moribondo", fosse rimpatriato per essere giudicato in Cile.

Quando mise piede sul territorio nazionale, all'aeroporto di Santiago, accolto con squilli marziali dai suoi compagni d'arme, si sollevò come Lazzaro dalla sua carrozzella per andare ad abbracciare il suo successore, il Comandante in Capo di Santiago. Un giornale ironizzò sull'evento con un titolo geniale, richiamandosi a un celebre film con Sean Penn, Dead man walking (Il morto che cammina).

Fu poi effettivamente chiamato a rispondere di vari reati, per alcuni dei quali i processi sono tuttora in corso. Ma alle condanne seguivano le assoluzioni. Frattanto i cileni ancora restii a riconoscere le sue malefatte dovettero convincersi che Pinochet era stato un baluardo contro i comunisti, ma non contro la corruzione. Oltre alle atroci violazioni commesse contro i diritti umani, fu portata a conoscenza dell'opinione pubblica anche una serie di conti segreti che dimostravano il suo coinvolgimento in episodi di corruzione.

Il dittatore ebbe allora la buona idea di assentarsi dalle sessioni del Senato. Ma se alla lunga alcuni dei suoi seguaci sono finiti in carcere, Pinochet in persona non è mai stato dietro le sbarre.

Diciamolo chiaramente: la democrazia non ha mai avuto la forza di mettere Pinochet sotto chiave. Anzi, diciamolo anche più chiaramente: la democrazia cilena non ha mai voluto incarcerarlo. Quest'ambiguità è forse la più sublime strategia di consolidamento di un'unità nazionale che spiega la tanto celebrata stabilità e il benessere del Cile di oggi.

Oggi è morto Pinochet: un uomo che ha distrutto la vita di molte famiglie cilene: il suo brutale golpe fu una risposta sproporzionata ai problemi, pure reali, della società del 1973. La sua eredità è dunque più poderosa, e più sottile di quanto recita il piccolo cartello dell'anziana solitaria davanti all'ospedale. Una cosa è certa: Pinochet è finito solo, perdendo la sua battaglia. In questo senso i "siñores politicos" hanno fatto un ottimo lavoro - che abbiano o meno letto "Linin". E tuttavia, la sua fuga finale da una giustizia che non abbiamo potuto o voluto fare ci coinvolge nella sconfitta, e nella tristezza.

Nel Giulio Cesare, davanti al cadavere dell'imperatore, Marco Antonio sentenzia nel suo discorso funebre: "Il male fatto dagli uomini sopravvive alla loro morte, il bene che hanno fatto viene sepolto con le loro ossa". Seppelliamo Cesare.

zimbabwe report nr.4

Epworth

11/12/2006

Cari Amici,
mi rendo conto solo adesso con orrore che ormai da piú di un mese non vi faccio avere mie notizie, ma qua il tempo vola e io mi trovo in un frullatore senza fine, senza il tempo di scrivervi nulla. Oggi ho quindi deciso che rubo una mezz'oretta alla mia breve pausa pranzo e vi scrivo qualche mia nuova.
Come giá vi ho accennato, lavoro su un progetto HIV in una specie di baraccopoli ai confini della cittá. Il posto si chiama Epworth e gode di dubbia fama. Vi si trova infatti una variegata umanitá di persone che vivono in case di cartone ai margini della scintillante capitale piú cara del mondo (ebbene sí, Harare quest'anno ha battuto Oslo e Stoccolma, nessuna sorpresa, vedendo che al cambio ufficiale due panini costano 5 dollari americani), che sbarcano il lunario, vendendo merci varie agli angoli delle strade in cittá o nei quartieri un po' piú chic, oppure coltivano piccoli appezzamenti di terra, vendendo poi le verdure, o vendono se stesse, come capita quando non hai altro.
Molti di loro vengono dalle campagne o da altri stati come il Malawi o il Mozambico, attratti dal ricco Zimbabwe di un tempo, dalle luci della sua capitale, e sono finiti a Epworth, il posto dove vai se vuoi stare ad Harare e non hai i soldi per un affitto normale.
A questa variegata umanitá appartengono anche membri del partito di opposizione MDC, che pur essendo al Governo qui nel paese non é davvero benvisto. Nello scorso maggio, la polizia di stato é entrata a Epworth nel contesto dell'Operazione Restaura l'Ordine voluta dal Governo e ha buttato fuori un sacco di gente dalla loro case, invitandola -si fa per dire- a tornare alle zone rurali da dove provenivano. Questo non solo per ripulire la cittá dai venditori ambulanti (contro i quali fa continui raid in cittá) e ridarle lustro ma anche per eliminare gli oppositori politici.
A Epworth il grande problema, oltre alla mancanza di abitazioni adeguate (per altro tra le migliori che mi sia capitato di veder sino ad ora), la povertá e il tessuto sociale sfaldato, é di sicuro l'HIV con una delle percentuali piú alte del paese. In Zimbabwe, una persona su 4 é sieropositiva, a Epworth una su 7. In Zimbabwe 3500 persone muoiono ogni settimana di AIDS, piú che in Darfur, l'aspettativa di vita per gli uomini non supera i 34 anni, per le donne i 37, in Iraq invece l'aspettativa di vita é di 51 anni per gli uomini e di 61 per le donne. So che magari questi dati non vi dicono niente, ma provate a pensare al peso sociale di tutto questo: il paese sta morendo, ci saranno generazioni di orfani perché i genitori sono morti di AIDS, l'economia rallenterá, perché non ci sará piú gente che puó andare a lavorare e produrre, i bimbi a scuola non ci andranno perché dovranno prendersi cura dei fratelli e sorelle, ormai senza genitori, i cimiteri sono pieni e non c'é piú posto dove mettere i cadaveri. E tutto questo senza che ci sia una guerra, un conflitto, una catastrofe naturale, tutto senza spargimento di sangue. La gente piano piano se ne va, scompare nel vero senso della parola, spesso in stanze buie, al riparo dagli sguardi dei vicini, e viene seppellita senza fanfare e senza clamore. E questo senza che si sappia fuori dal paese e soprattutto senza che ci sia la possibilitá per molti di avere accesso ai farmaci anti retrovirali che non salvano la vita ma ti permettono di vivere meglio e piú a lungo e magari di veder crescere i tuoi figli.
Vi abbraccio

Cat

20061210

principessa


Marie Antoinette - di Sofia Coppola 2006

All'età di 14 anni, la principessa austriaca Maria Antonietta fu mandata in Francia per sposare Luigi XVI, allora delfino del re Luigi XV, in modo da rinforzare l'alleanza tra i due paesi. Non fu compito facile per lei, mai accettata dai francesi in quanto "straniera", dare un figlio maschio al consorte, vista la sua riluttanza al sesso, come immaginiamo non sia stato semplice resistere ai richiami dello sfarzo della corte di Versailles, della vita mondana, e invece capire le esigenze del popolo, sfinito dalla monarchia, ma soprattutto dagli sperperi di corte, anche in politica estera, e da inverni sempre più rigidi. Dopo la presa della Bastiglia, la Rivoluzione Francese si rivalse anche su di lei, giustiziandola, dopo alcuni anni di prigionia e un processo-farsa.

Il film di Sofia Coppola, già amata e osannata (per conto di chi scrive giustamente) per i suoi primi due film, Il giardino delle vergini suicide (tratto dal bellissimo libro di debutto di Jeffrey Eugenides, autore poi del capolavoro Middlesex) e Lost In Translation, racconta la storia della principessa-bambina dall'età di 14 anni (immediatamente prima del matrimonio) fino all'abbandono forzoso della reggia di Versailles, avvenuto quando lei aveva già 36 anni. Lo fa alla sua maniera, sperimentale e moderna, innestando nella colonna sonora un sacco di musica contemporanea, lasciandosi andare ogni tanto a scene degne di un videoclip, dipingendo la principessa come un'adolescente vogliosa solo di divertirsi, ma incapace di ribellarsi ai voleri della madre che la controlla da lontano. Un'adolescente che non capisce quello che le avviene intorno.

Purtroppo, la magia non si ripete, ed il film parte con ottime intenzioni, ma si rivela deludente e anche un po' noioso. Un susseguirsi di belle scene, girate con maestria con bei costumi, senza un apparente filo logico e, soprattutto, senza nessun valore aggiunto in quanto film storico. Assistiamo asetticamente ai dolori(ni), ai vizi, ai capricci (non solo della principessa), e perfino i sentimenti (che, in situazioni come queste, possono spesso passare in secondo piano a livello di importanza) ci appaiono superficiali e patinati. La performance della apparente mattatrice del film, una Kristen Dunst probabilmente caricata di troppa responsabilità, non fa altro che rendere il tutto piatto che più piatto non si poteva. Chissà se è dipeso da lei o dalle indicazioni della regista, che in altre situazioni (già citate) si era rivelata brava a dirigere.

Delusione in costume. Aspettiamo Sofia alla prova del prossimo film.

christmas time


L'amico Emiliano parla di regali di Natale sul suo blog, http://piazzatatu.blogspot.com/ , e già qualche giorno fa mi aveva fatto venire in mente una riflessione. Ho fatto anch'io regali comprandoli on-line, ho fatto anch'io lo shopping natalizio, i regali all'ultimo momento, ho fatto i pacchettini, ho fatto regali a tutti quelli che conoscevo, ho fatto feste in casa per la vigilia, per dare gli auguri agli amici.

Forse il discorso è legato al post di prima, forse no. Fatto sta che sento sempre meno questa necessità, la sento sempre meno vera. Vorrei che mio nipote non crescesse credendo che è obbligatorio ricevere regali, tantomeno a Natale. Sarà quel che sarà, perchè non è mio figlio, e poi era solo un esempio, lo specchio di tutta questa riflessione. Dovremmo fermarci tutti quanti e pensarci bene. Pensare ad altre cose, più necessarie, più vere, più importanti.

Non è una scusa, non mi è venuto il braccio corto. Chi mi regalerà qualcosa sa che non mi aspetto regali, e sa che molto probabilmente non risponderò al regalo, almeno a Natale. Se sbaglio, mi perdonerete. Se ho ragione, un giorno farete come me.


Foto Cat, Farchana Refugee Camp 8

che sia la volta buona?


Ho passato buona parte delle mie conversazioni, durante il mio ultimo viaggio, a spiegare ai non italiani, che uno dei problemi della politica italiana è, ancora oggi, la vicinanza con Città del Vaticano e il capo della Santa Romana Chiesa, soprattutto sui temi della famiglia, della sessualità, della libertà religiosa, della laicità. Alcuni non capivano bene, ed ero sempre costretto a portare ad esempio le riforme zapateriste in Spagna.
Dopo mesi di confusione, soprattutto sulla Finanziaria, d'improvviso ecco uno scatto d'orgoglio, di impegno politico su grandi temi di diritto civile. Nel frattempo, in sottofondo, le notizie un po' confuse su un'Inghilterra che abbandona i simboli cristiani del Natale (ci sarebbe da discutere a lungo, a parte il presepe, su quale siano i simboli cristiani del Natale) per non urtare gli islamici.
Ovviamente, ecco il contrattacco della Chiesa, che pensa evidentemente che i suoi problemi siano questi, invece di altri. Contrattacco violento, con tutte le bocche da fuoco aperte. Il Papa che tuona contro la scomparsa dei crocifissi, l'Osservatore Romano che sostiene che "sradicare la famiglia è la priorità della politica italiana".

Di recente, una cara amica, cattolica praticante, attiva nel volontariato, mi raccontava di un personaggio che entrambi conosciamo bene, un medico, politicamente vicino all'estrema sinistra, una persona splendida con un'umanità superlativa, divertente, mai palloso, che svolge con coscienza il suo lavoro di medico di base, intervallandolo con il salvataggio di centinaia di vite umane in Africa, senza pretendere medaglie o pagine di giornale. Lavorando lei per qualche settimana fianco a fianco con questa persona, è venuta a conoscenza del fatto che questo medico era un fervente cattolico, ma che dopo il genocidio del Rwanda, da lui vissuto come medico volontario, ha perso la fede in maniera radicale.

Non credo perderò la fede, né davanti a genocidi, né andando in Africa. Certo è, però, che difficilmente rimetterò piede in una chiesa, se non da turista, e soprattutto è improbabile che salga il mio rispetto per le istituzioni della già citata Santa Romana Chiesa, finchè i reggenti saranno così insopportabilmente ingerenti e fuori dal tempo.
E' l'ora di svegliarsi, mie care statue di cera con la mitra. Se non fosse che su questi temi mi incazzo facilmente, mi fareste sorridere.

20061206

TU CON LA TESTA, IO CON IL CUORE

Tu, tu mi hai amato con la testa.
Io, io ti ho amato con il cuore.
Forse il tuo amore è più giusto
forse il mio è più forte.
Io ho paura della tua memoria
perché fai troppi conti col passato
e castighi i miei errori
ignorando i tuoi e poi
tu hai sposato il tuo orgoglio
con la vanità.
La nostra è una battaglia molto dura perché noi
non ci concediamo mai un perdono,
io col sentimento ti spavento
tu con la logica mi sgomenti.
Se dici che siamo soli su questa terra
cerchiamo di evitare un addio:
andiamo avanti con questo amore
andiamo avanti
tu con la testa, io con il cuore.

Questo nostro amore è una cosa...
una delle tante della vita.
Noi stiamo rovinando tutto con le parole
queste maledette parole...


p.c.

20061204

pan e salam

mi ricordo quando le mattine d'estate prima di andare in piscina con i miei amici andavo dal salumiere a farmi fare i panini con il salame o col prosciutto e il formaggio pieni pieni pieni.

20061203

buona tv


Mi succede di apprezzare molto alcune cose della televisione, purtroppo poche.
Un programma che ho scoperto pochi anni fa, dato l'orario, e che quando posso guardo, è Racconti di vita, su Rai3 la domenica poco dopo mezzogiorno, condotto in modo molto sobrio e misurato da Giovanni Anversa.

http://www.raitre.rai.it/R3_HPprogramma/0,5491,32,00.html

Questa sera, invece, mentre cenavo, visto che non c'era nulla di meglio, ho avuto la fortuna di imbattermi nella presenza di Mario Rigoni Stern intervistato da Fabio Fazio (sempre un po' fuori luogo nei momenti "seri" delle interviste, più a suo agio quando il mood si fa più leggero e ridanciano). Ho pianto a più riprese, ascoltando questo vecchio e saggio uomo di montagna, che, per sua ammissione, quando nelle scuole si confronta con i bambini a proposito del suo celebre Il sergente nella neve sulla sua esperienza devastante durante la campagna di Russia, alla domanda crudele "cosa si prova a uccidere?", lui risponde, con un giro di parole, "ho ucciso per tornare a casa e per salvare qualche mio compagno".

A questo punto, vi confesso una cosa che sconvolge anche me che l'ho pensata. Durante il tg, quando ho sentito la notizia di Augusto Pinochet ricoverato per una grave crisi cardiaca (in fin di vita, avendo 91 anni, e in Cile monta la polemica visto che qualcuno chiede per lui funerali di Stato), mi sono detto che, nonostante mi sia sempre espresso contro la pena di morte, se fossi stato il dottore di quell'ospedale dove è ricoverato, non so se gli avrei messo il by-pass. Non riesco a provare pietà per questo uomo. Mi impegnerò di più in futuro, perchè è sbagliato mettersi sul suo stesso piano.

Foto Cat, Farchana Refugee Camp 7

vernacoliere novembre


l'istrione


Avete mai ascoltato Charles Aznavour? Beh, se la risposta è no, dovreste farlo. Sempre se la risposta è no, per cominciare vi consiglio una semplice canzone, che si intitola L'istrione.
Provateci.

the wind that shakes the barley


Il vento che accarezza l'erba - di Ken Loach 2006

Irlanda 1920. Damien, giovane dottore, si appresta a lasciare l'amata patria per andare a Londra per mettere a frutto i suoi studi, la sua intelligenza e umanità. Teddy, il fratello più grande, è impegnato politicamente e attivamente contro il dominio inglese sul'isola, che nel frattempo si sta facendo sempre più cruento, a causa delle milizie assoldate dal Regno Unito, fatto da reduci della Prima Guerra Mondiale, e quindi ormai senza più rispetto per alcunché. Un paio di fatti insopportabili, convincono Damien a rimanere, a cambiare radicalmente il suo modo di pensare, e ad imbracciare perfino fucile e pistola per difendere la libertà.
La lotta di liberazione sembra ormai vinta, quando l'Inghilterra propone una tregua. Il successivo trattato, sottoscritto nonostante l'insoddisfazione popolare, finisce per creare una frattura profondissima nel paese. La fratellanza tra Damien e Teddy ne è lo specchio fedele fino all'eccesso. Finirà, come è prevedibile, in una tragedia così straziante, che la scena finale rende perfettamente, non tanto per quanto è crudele, quanto per la sensazione di profonda amarezza che lascia in ogni spettatore dotato di cuore e cervello.

Nonostante le molte critiche lette su questo film, ne sono stato talmente coinvolto e toccato al punto da sentire l'esigenza forte di scriverne appena terminata la visione. Amando profondamente il cinema di Ken Loach, non ero rimasto granché entusiasmato dal precedente "Un bacio appassionato", pur apprezzandone il messaggio e l'intento. Ho quasi paura a dirlo e a scriverlo, ma questo "Il vento che accarezza l'erba", di cui riporto il bellissimo titolo originale in apertura, supera, per me, uno dei suoi picchi più alti, quel "Terra e libertà" che emozionò molti appassionati, trattando il tema della guerra civile spagnola.
Il film è un susseguirsi di scene madri, pur mantenendo un profilo bassissimo, cosa abituale per Ken Loach; la storia è complessa ma trattata con chiarezza lodevole, fa luce su un conflitto epocale, insegnando pagine di storia ai più sconosciute, fa da specchio e metafora sul mondo attuale, usa la violenza col contagocce, lascia partire dialoghi impegnatissimi e profondamente toccanti a livello politico. Sono proprio i dialoghi, colonna portante di un film superbamente recitato dall'intero cast, che impediscono allo spettatore di assumere le parti di uno dei protagonisti, un cliché ruffiano e tipico dei blockbusters. Tutto ciò obbliga ad andare oltre, a mettere in discussione perfino le proprie, di convinzioni politiche, davanti alla spirale di violenza che porta, è proprio il caso di dirlo, a una lotta fratricida.
Bravo l'unico "famoso" del cast, Cillian Murphy, eccezionale Liam Cunningham nei panni di Dan.
Commovente, poetico, cruento e crudele, filosofico e intenso. Come ebbi a dire, chiudendo la recensione di "Un bacio appassionato", perdonatemi l'autocitazione, per il capolavoro ripasseremo. Forse il capolavoro è arrivato. Causa il bassissimo profilo di Loach, forse qualcuno non se n'è accorto.
Grazie, compagno Ken.

20061202

a veces vuelvo

Neanche questa volta è mancata la canzone del viaggio. Dei già citati Catupecu Machu, eccola qui. Vai col download.


A Veces Vuelvo (da El Número Imperfecto)

Olvido todo ese frío reunido de una sola vez.
De vez en cuando, cada tanto
los juegos prohibidos nos sacan ese frío.
Escurro entre tus dedos
tus canciones, tus mitos, hoy.
Y es que estamos desesperados
por encontrarnos y vernos hoy
y vernos hoy, que...

Más deseo, más me alejo.
Soy un extraño aquí en mi cuerpo.
Tanta calma desespero.
Salgo mucho, a veces vuelvo…
Más deseo, más me alejo
Soy un extraño aquí en mi cuerpo.
Tanta calma desespero.
Salgo mucho, a veces vuelvo.

Crujen los maderos de viejos andenes
Las vías muertas nos quieren llevara
nuevos cruces infinitos
Destinos imposibles,
noches de nunca acabar.

Y es que estamos desesperados
por encontrarnos y vernos hoy
Más!

Más deseo, más me alejo.
Soy un extraño aquí en mi cuerpo.
Tanta calma desespero.
Salgo mucho, a veces vuelvo.
Más deseo, más me alejo.
Soy un extraño aquí en mi cuerpo.
Tanta calma desespero.
Salgo mucho, a veces vuelvo.
Más!

Más deseo, más me alejo.
Soy un extraño aquí en mi cuerpo…

http://www.catupecumachu.com/index-flash.html

20061201

Argentina nov 06 - 15

nessun dolore
Eccomi, aquí estoy. Un altro ulteriore clamoroso ritardo di Air Madrid, oltre due ore per il Madrid-Roma, passeggeri incazzati come belve, e io divertito spettatore, come se il volo non fosse anche il mio. Me l'ero immaginato, quindi mia sorella e mio padre erano già in pre-allarme. Al primo segnale di ritardo nell'imbarco, scatta la precettazione parentelare. Con il treno sarei arrivato, forse, alle 5 di mattina a casa, dopo un'ulteriore odissea, su rotaia stavolta, per andare a lavoro alle 7 e qualcosa. Invece, atterrati alle 20,30 circa, ho atteso un'oretta i miei. Poi verso casa, erano più stanchi loro di me, e da Grosseto a qui mi è toccato pure guidare.

Non ero triste, né lo sono adesso, ma non ero in grado di dormire, quindi ho dormito ugualmente un'ora e poco più, prima di alzarmi, vestirmi, e avviarmi a lavoro. Saluti, domande, e tentativi di rientrare nella routine, conscio di una ritrovata serenità anche dopo un lungo viaggio, cosa che mi era mancata in febbraio. Nella notte, girovagando in auto, una canzone splendida dalla radio: il nodo, di Raf. Dai Converge a Raf, senza timore alcuno. Brividi e pelle d'oca.

Dopo il lavoro, cena da mia sorella, finalmente mio nipote. In privato, lontano dagli occhi incantati e attenti dei suoi genitori, mi porge uno spontaneo abbraccio, e un bacio sulla guancia. Forse, chissà, mi somiglia caratterialmente. Buffone al pubblico e tenero nell'intimità. Forse, il futuro mi riserva altri viaggi e il suo amore, se saprò meritarmelo.

Nessun dolore. Il mondo è un sussurro stupendo per chi sa ascoltare, all'occorrenza in silenzio.
Alla prossima.

20061129

Argentina nov 06 - 14

air madrid, la puta que te parió
Ieri sera dopo il resoconto via internet, ho passeggiato per la vicinanze caotiche dell'hotel, ma mi sono stancato presto. Ho cenato verso le 19,30, senza riuscire a finire il piatto, ho comprato il Corriere della Sera (si trova solo quello....quanto mi manca Repubblica), sono rientrato, ho chiesto la sveglia alle 6, mi sono chiuso in camera. Ho beccato un programmino interessante su ESPN plus, visto che i canali porno non c'erano, di un giornalista sportivo argentino che intervistava Juan Sebastian Veron in una maniera un po' particolare, con contributi delle sue maestre delle elementari e delle medie, dei suoi amici di infanzia, dei suoi colleghi, allenatori, la mamma, e l'aiuto in studio di parecchi ragazzi e ragazze che studiano per diventare giornalisti sportivi. Veron, molto onestamente, ha ammesso vergognandosi un po' di essere stato una frana a scuola, e di aver avuto problemi quando e' andato a giocare all'estero, perche' gli e' mancata la cultura e il saper parlar bene. Forse non tutti lo sanno, ma adesso, nonostante offerte da Juve, Real, e, in patria, da Boca e River, sta giocando nell'Estudiantes di La Plata, il club dove e' cresciuto prima di approdare brevemente al Boca dove giocava ancora Maradona (il mostro, come lo ha definito lui raccontando l'aneddoto di quando lo vide per la prima volta nel ritiro del Boca), ha come allenatore Diego Simeone (entrambi hanno ammesso di non essere stati amici in passato, ma di stimarsi molto come calciatore e allenatore), e' secondo con la sua squadra dietro al Boca Juniors dopo una stagione entusiasmante. Il suo nomignolo, la brujita (la streghetta) deriva dal soprannome del padre, la bruja, ex calciatore sempre nell'Estudiantes. Vuole diventare presidente della sua squadra, cosi' ha dichiarato ieri sera, "per fare dell'Estudiantes un club che sia non solo una squadra di calcio, ma un'associazione socialmente utile, tramite il calcio, per i ragazzi che non hanno niente, argentini e non".

Stamattina ho fatto le cose con calma, ma sono comunque arrivato all'aeroporto presto, prima delle 9, alle 10,30 ho fatto il check in ed ho scoperto che il volo era gia' ritardato di 4 ore, dalle 14 alle 18. Ci hanno dato un voucher per il pranzo che e' bastato per l'antipasto, e l'addetta al check, da quanto era in confusione, mi stava gia' cercando un volo alternativo per Roma, perche' era convinta che avrei perso la coincidenza. Con calma le ho spiegato che, se il ritardo e' di 4 ore, visto che avrei dovuto aspettarne 8, non ci dovrebbero essere problemi. Non so se volero' ancora con questa compagnia....e ancora non siamo partiti.

Annotazione di costume: le infradito vanno moltissimo a livello mondiale. Annotazione estetica: definitivamente, chi pensa che le donne argentine sono bellissime, probabilmente ne ha viste due o tre. Il livello medio della Colombia, tanto per rimanere in tema di viaggi del 2006, era nettamente piu' alto. Anche se, come dissi a suo tempo, anche la Colombia non e' il paradiso delle top model, bensi' il paradiso della chirurgia plastica al seno. Qui in Argentina va molto anche la rinoplastica, secondo me.

Che dire, forse e' un po' presto per tirare le somme, ancora cosi' a caldo. Sono sicuro che tornando a casa ci sara' un po' meno di malegria rispetto all'ultima volta, ma e' certo che passero' un paio di giorni ascoltando Manu Chao. I dischi nuovi di Mastodon e Converge sono ottimi da ascoltare all'aeroporto, ti estraneano da tutto e ti danno piu' carica del pocket coffe. L'artista che piu' mi e' piaciuto in questo viaggio, a proposito di musica locale, e' un power trio e si chiama Catupecu Machu. Mi impegnero' a diffonderlo in Italia, anche se non sono riuscito a trovare il cd qui all'aeroporto. Poca scelta. Ho preso pero' una camiseta della nazionale argentina per mio nipote.

Vado. A presto.

se Dio avesse voluto che credessimo in lui, sarebbe esistito

lo so che non si fa, ma copio incollo un post del blog di daniele luttazzi, www.danieleluttazzi.it . perchè è vero. satira e religione...



Francesco Merlo oggi su Repubblica:
" La satira è lo sfottò. " Bocciato.

Premesso che lo scandalo è sorto in seguito a parodie davvero bonarie ( e questo dà la misura di quanto il Paese sia arretrato durante i 5 anni neri di Berlusconi );

l'argomento più insidioso usato in queste ore contro la parodia religiosa dei comici radio-televisivi è nascosto nell'intervento al Tg2 di Dino Boffo, direttore dell'Avvenire:

" Credo che questa satira volgare nasconda una punta di vigliaccheria: si bersaglia un uomo che non può difendersi per la natura stessa della sua alta missione. Certo, i diritti della satira sono fuori discussione, ma la satira ha anche dei doveri che si incontrano con il diritto dei cittadini a essere rispettati nei sentimenti più profondi. Mi chiedo se oggi c'è bisogno di una satira che offende il paese. Ne risente il sentimento stesso della democrazia. "

Boffo fa sfilare in parata tutti i temi frusti con cui i tromboni, da sempre, cercano di tappare la bocca alla satira.

Innanzitutto, quello della volgarità.
Poi quello della vigliaccheria.
Quello della sacralità.
Quello dei doveri.
E quello del rispetto per i sentimenti profondi dei cittadini.

( Che poi i diritti della satira siano fuori discussione, non è così fuori discussione, in realtà, dato che Boffo è direttore di un giornale, l'Avvenire, che nel 2001 scrisse "Ben venga la chiusura di Satyricon". I tromboni, si sa, sono sempre molto liberali. )

Quello che sfugge a tutti i commentatori dell'ultima ora, oltre alla loro ignoranza in materia, è la natura della satira.

Tanto per cominciare, la discussione, tanto cara ai politici nostrani, sulla necessità di paletti alla satira, non dovrebbe neppure essere ammessa. La satira esprime opinioni, e chi vuole conculcarla ( cioè in genere proprio i suoi bersagli, che essendo persone di potere non vedono l'ora di esercitarlo ) vuole conculcare il tuo diritto di esprimere le tue opinioni.
E' nella Costituzione, il discorso potrebbe finire qui.

In più, l'effetto collaterale dei paletti è che la satira dentro i paletti è satira "permessa", quindi non è più satira. E' questo che vogliamo? Io no. Loro sì.

Tutti dicono: " La satira è contro il potere." Nessuno si chiede perchè, eppure non è così scontato. Il motivo è culturale e risponde a una esigenza umana, quella sì profonda: la salute dello spirito, del nostro immaginario, che oscilla costantemente fra sacro e profano.

Nell'antichità, questa percezione delle cose era evidente, e ai culti seri facevano da contraltare culti comici: entrambi erano dotati di una loro sacralità.

Nel medioevo, il carnevale ( legato alle feste pagane agricole dell'antichità ) sovvertiva l'ordine del reale e le sue gerarchie. I buffoni erano eletti re per burla, e i potenti venivano letteralmente smerdati e aspersi di urina. Abbassamenti, profanazioni, detronizzazioni, travestimenti e parodie erano gli strumenti con cui la satira carnevalesca celebrava l'eterno ciclo vitale della morte e della nascita.

I chierici stessi, nel periodo pasquale, officiavano messe blasfeme che parodiavano i riti e i testi sacri.

La satira ha quindi innanzitutto questa natura ambivalente: distrugge e nel contempo rinnova. L'attacco della satira al potere è secondario rispetto all'attacco più importante: quello contro la morte. La satira è il popolo che festeggia la sua vittoria contro la morte.

( Per inciso, questo è il vero significato di ogni festa in piazza, ma chi se lo ricorda più? )

Ecco perchè ( e torniamo a Boffo e ai bacchettoni come lui ) è sbagliato parlare di volgarità della satira. La satira esibisce il corpo grottesco, dominato dai bisogni primari ( mangiare, bere, defecare, urinare, scopare ), per celebrare la vittoria della vita: il sociale e il corporeo sono uniti gioiosamente in qualcosa di indivisibile, universale e benefico.

E' invece mortifero il loro tentativo di arrestare il respiro fra sacro e profano. Nessuno c'è mai riuscito perchè lo spirito umano è immortale e la sa lunga.

Non c'è quindi neppure vigliaccheria, dato che il papa non è affatto la personcina inerme che Boffo vuole accreditare. Fra i poteri, quello della Chiesa è sempre stato accanto a quello degli Imperatori. ( Come non ricordare papa Woytila accanto al generale Pinochet? )

Il plagio di massa operato dalla religione ha purtroppo una funzione sociale di controllo; e diventa pericolosissimo quando la religione, forte del numero, tende a far coincidere il peccato col reato, e a condizionare l'attività dei governi. Gli esempi in questo senso sono all'ordine del giorno ( staminali, pacs, eutanasia ) e ormai insopportabili.

Il guaio è che non puoi correggere un'istituzione quando è una religione. Guardate come i musulmani in certi paesi lapidano le loro donne. Non potrebbero farla franca, se non fosse per motivi religiosi. L'odio viene da qualche meandro profondo, ma le religioni gli danno una cornice nobile. Ecco perché sono pericolose.

Altri poi hanno usato il tema "vigliaccheria" in una seconda accezione: i satirici attaccano il papa, ma hanno paura di attaccare i leader islamici. NON E' VERO. Battute, vignette e monologhi contro l'integralismo islamico ce n'è ormai a bizzeffe. Quando in Italia diventerà famoso un leader islamico integralista, dovrà sopportare anche lui gli oneri satirici della ribalta, come è toccato a padre Georg.

Quanto alla "sacralità", i primi ad averla profanata sono stati i preti pedofili. ( Come ha ricordato un recente documentario della BBC, per vent'anni un certo cardinal Ratzinger fu responsabile dell'applicazione del documento segreto del Santo Uffizio Crimen Sollicitationis in base al quale, per prudenza e per non fare scandalo, quei sacerdoti non venivano rimossi dall'incarico pastorale, ma semplicemente spostati in un'altra parrocchia ).

Per non parlare di monsignor Marcinkus e delle trame che legavano lo IOR alla mafia, a Sindona e alla P2.

Ed è blasfemo che milioni di persone muoiano ogni anno in Africa di AIDS anche perché la Chiesa condanna l’uso del preservativo. Il condom a quanto pare è contro gli insegnamenti di Cristo. Anche se Cristo non ne ha mai parlato, se non per lamentarsi del fatto che si rompono facilmente durante il sesso anale.

I doveri della satira? Uno solo: far ridere l'autore. E' questa la vera deontologia del comico. L'unico giudice della satira è il suo autore.

( Per la diffamazione e la calunnia le leggi ci sono già. E già che ci sono, dico che andrebbero riviste, per impedire al potente di turno di vessare con processi pretestuosi l'autore satirico che l'ha colto in flagrante. Vedrei con favore un " comma Luttazzi " così configurato: tu puoi anche farmi causa per 20 miliardi, ma se io vinco la causa, i venti miliardi li dai tu a me. Così la prossima volta fai meno il gradasso. )

Boffo usa poi i cittadini come scudi umani appellandosi al rispetto dei loro sentimenti profondi. Come abbiamo visto, storicamente e culturalmente i sentimenti profondi dei cittadini sono di altro genere ( il popolo liberato in festa, lo spirito umano reso sano grazie all'oscillazione fra sacro e profano ), SOLO CHE I CITTADINI SE NE SONO DIMENTICATI anche grazie al mortifero plagio religioso cui, nei paesi cattolici, vengono sottoposti fin dalla più tenera età.

Era questo l'argomento insidioso cui accennavo all'inizio: Boffo tira in ballo la democrazia, che non c'entra nulla, per usare il popolo contro se stesso.

L'interpretazione religiosa del mondo è una delle tante possibili. Ma io non posso dar retta a chi crede di parlare con Dio, dai! E’ da psicotici!

20061128

Argentina nov 06 - 13

y ahora la publicidad
Questa ve la devo raccontare subito. Sono da poco andato al terminal del trasportatore Manuel Tienda Leon, esclusivista per i passaggi da e per Ezeiza, l'aeroporto internazionale di Buenos Aires. Attraversando le grandi avenidas nel quartiere El Retiro, ho visto uno spettacolo allucinante, tutt'ora non so bene cosa pensare. Allo scattare del rosso, mentre i pedoni attraversano sulle striscie, due ragazzi (due per ogni incrocio) scattano sulle striscie con due grandi cartelli pubblicitari con sul retro apposite maniglie, mostrandoli agli automobilisti fermi al semaforo. Dove arriveremo di questo passo?

Riprendiamo dal sabato 25. Mi sveglio non tardi, penso che siano tutti a dormire, e invece c'e' rimasta solo Juli che dorme. In casa non c'e' nessuno, apparentemente, ma tutte le porte sono chiuse, quindi mi rassegno, faccio colazione con quello che trovo nel frigo, e mi metto a leggere. Su una rivista pubblicitaria/aziendale Scania c'e' un articolo sul Turismo Arteaga, con foto di Marcelino e di Mario, l'autista piu' esperto, con intervista a Marcelino sulla sua scelta lavorativa e, ovviamente, sulla sua scelta dei bus Scania. Non male. Arriva la signora delle pulizie, che mi riconosce e mi saluta, poi quando Anna tenta di svegliare Juli mi rendo conto che e' tardi per attraversare la strada e mettermi a scrivere sul blog dal locutorio di fronte a casa, quindi aspetto di partire. Poco prima delle 11,30 usciamo di casa, poche centinaia di metri ci separano dall'ufficio, e li' ci imbarchiamo sul Maradona. I 3 bus della piccola ma attiva agenzia turistica sono chiamati, anziche' per numero, come succede per tutte le grandi aziende di trasporto argentine, per nome; il nome e' quello del personaggio "storico" argentino che, con una scelta di famiglia, e' stato rappresentato sul bus, appunto. C'e' Maradona, Gardel e Fangio. A Puerto Madryn e a Bariloche ho viaggiato sul Fangio, il piu' nuovo. Il Maradona e' in vendita, e, tra un discorso e l'altro, tento di inserirmi nella scelta del prossimo personaggio da pitturare. Propongo, dopo l'interessante racconto che la ragazza che faceva da guida nel cammino dei sette laghi, Francisco Pascacio Moreno detto Perito (titolo che gli fu assegnato per meriti indiscutibili dall'Argentina; fu determinante nella determinazione dei confini tra Cile e Argentina, e con la terra che gli fu donata dal governo fondo' il primo parco naturale nazionale, rendendo cosi' quello che gli era stato donato al popolo. Il ghiacciaio di cui vi ho parlato porta il suo nome, ma lui mori' senza un soldo e soprattutto senza alcuna gloria), mentre Gaston propone di uscire dall'Argentina e di disegnare sul prossimo autobus Cristiano Lucarelli con la camiseta del Livorno.
Si parte, Mario e' di buon umore, Juli anche, mi presenta ai partecipanti al viaggio, ma questa volta me ne rimango in cabina con loro due, imparando a preparare il mate anche se io non ne usufruisco. A Casilda ci incontriamo con Alberto, l'altro autista, che ha raccolto altri passeggeri con il mini-bus, che rimane parcheggiato presso una stazione di servizio YPF, ex azienda petrolifera argentina, adesso di proprieta' Repsol (grazie a Menem, un uomo al quale qui tutti, piu' o meno, vorrebbero fare il culo). Si viaggia rapidi verso Rosario, dove sale a bordo Graziela, una guida locale, che detta i tempi di un giro turistico abbastanza superficiale della citta' del Che. La conosco gia' abbastanza; oggi pero', e' mezza sott'acqua, grazie a un violento acquazzone terminato pochi minuti fa. Si fa una sosta presso un shopping center all'americana (ce ne sono sempre di piu', ma questa non e' una novita' neanche per noi), io e Juli facciamo un giro, lei compra una tenda e un sacco a pelo, per il suo prossimo viaggio a Cuba. Io compro i fazzolettini, per il raffreddore che mi sta massacrando. Si scherza, si parla di cose anche intime, c'e' una buona onda tra di noi, faccio ormai parte della famiglia e mi lusinga che mi chieda giudizi su cose a lei care. Mi ricordo che Ayelen, la sorella di Estefania, mi disse che lavorava in un negozio di abbigliamento dentro uno shopping center di Rosario, diamo un'occhiata a tutti i negozi ma non la vedo. Si riparte, direzione Victoria e il casino. Il ponte sul Rio Parana' e' un'opera imponente, e' gia' bello visto da lontano, mi emoziono un po' a farlo con il bus, imponente anch'esso. Rapida fermata presso un monastero, dove mi fumo una sigaretta con Mario che comincia a preoccuparsi per l'acquazzone che sta per arrivare. Alberto dorme gia' da ore.
Si arriva al casino, si scendono i passeggeri, Juli si attarda perche' deve fare la conta e far consegnare 10 pesos in fiches ad ognuno, come da contratto per i gruppi. Io Mario e Alberto ci avviamo col bus presso un ristorante poco lontano, sicuramente piu' economico di quello dentro il casino, Juli ci raggiunge poco piu' tardi. Il casino non interessa a nessuno. Si mangia fuori, non fa freddo, ma i mosquitos mi massacrano la testa e addirittura riescono a pungermi attraverso i pantaloni. Ci riposiamo sul bus, Juli ed io parliamo un po' dell'amore e delle sue complicazioni, un momento quasi commovente, poi la lascio dormire una mezz'ora. Mi unisco agli autisti che stanno facendo comunella con altri due autisti di un'altra agenzia, mi accolgono a braccia aperte e nasce un'interessante excursus sull'Argentina, i politici ladroni, i sindacati corrotti, il tallone d'achille del Peronismo (i sussidi ai disoccupati che se ne sbattono di trovarsi un lavoro), gli attuali piqueteros che stanno bloccando strade di grande comunicazione con l'Uruguay per la questione, ormai divenuta internazionale, delle cartiere che l'Uruguay vuole impiantare sul Parana'. In nemmeno 15 minuti si crea un rispetto fraterno tra me e i due autisti, fino a poc'anzi sconosciuti. Sono momenti bellissimi e pieni d'umanita', un sentimento che, come ho gia' detto in altre occasioni, mi pare si stia smarrendo in tutta Europa, nonostante la moneta che ci unisce e che ci fa viaggiare da signori (siamo a 1 euro per 4 pesos argentini in questo momento): l'esempio che cito sempre e' che in Italia ti puo' capitare di stare 4-5 ore su un treno e non scambiare una parola con nessuno, in Argentina, come in Colombia, e' una cosa matematicamente impossibile.
Ci salutiamo e si risale verso il casino a raccogliere la comitiva. Si riparte e dopo 20 metri una signora di 82 anni si sente male. Si ferma il bus e si chiama l'emergenza del casino. Particolare importante: domattina Juli e Mario ripartono alle 8,30 per Bariloche, quindi e' la mia ultima sera con la mia ormai grandissima amica. Mi fa giurare che anche se arriviamo alle 5, ci andiamo ad ubriacare con le sue amiche e i suoi amici. Le faccio promettere che chiamera' le sue amiche incaricandole di portarne una di facili costumi, cosi' mi risparmio un po' di lavoro.
La signora non mangia da parecchie ore, pur di arrivare al casino e giocare, col marito 84enne che sembra non capire cosa succede. L'emergenza dice di portarla all'ospedale. Juli va con loro su un taxi. Noi l'aspettiamo ad una rotatoria fuori citta'. Si perde un'ora, ma si riparte con l'intera comitiva. Juli e' furiosa: proabilmente non ci rimane tempo per festeggiare. Inizia a piovere, Juli dorme, Mario dorme, io faccio compagnia ad Alberto che guida da campione, gli do' una mano spannando i vetri e facendo qualche chiacchiera. Arriviamo a Casilda a tempo di record, ci salutiamo, Mario riprende le redini. Problemi nel recapitare tutti i passeggeri, incomprensioni che ci fanno perdere tempo. Mario vede delle luci sulla strada e ha un brutto presentimento: detto fatto, incidente frontale che blocca la strada. Si perde un'ora, piove, Juli ha preso una congestione mangiando all'aperto con la maglia senza maniche, vomita tutto, io sotto l'acqua le reggo la testa, e chi ha vomitato almeno una volta in vita sua sa che chi ti regge la testa diventa un po' il tuo idolo, un po' il tuo fratello di sangue. Telefonate frenetiche con Marcelino, cambio di piani, ma si arriva ad Arteaga che sono le 7, quindi per loro c'e' solo il tempo di farsi una doccia. Saluto Mario che mi da' la sua manona forte e un sorriso dove dentro c'e' di tutto, e abbraccio Juli per quasi un minuto. Mi butto sul letto e spero che almeno mi passi il raffreddore.

Mi sveglio a mezzogiorno ma non ho dormito bene, il gallo di Anna canta a qualsiasi ora ed e' proprio sotto la mia finestra. Anna se ne va con Marcelino e mi lasciano da mangiare. Alle due mi alzo e dopo aver mangiato qualcosa cerco di capire i risultati di calcio dalla tv, visto che non ho segnale per ricevere i numerosi sms che, scopriro' poi, mi arrivano dall'Italia. Vado al locutorio ad usare internet. Si cena tardi, io Marcelino e Anna, mi attardo a chiacchierare con Marcelino e gli chiedo il suo punto di vista sulla storia dell'Argentina. Mi dice la sua su Peron e gli altri. Mi saluta, e mi attardo guardando la Domenica Sportiva su Rai International. Reggina-Livorno 2 a 2. Vincevamo 2 a 0, ma siamo quarti da soli.

Lunedi' mi sveglio tardi ed e' gia' ora di pranzare quasi, una bella tavolata stavolta: Marcelino, Juan il paraguaiano tuttofare, Gas, Rafa, Anna ed io. Il viaggio per Buenos Aires parte all'una della notte. E' un'altra delle trovate del Turismo Arteaga, un paio di viaggi alla settimana per la capitale, partono nel cuore della notte, raccolgono soprattutto signore e signorine nei paesini circostanti, le portano in citta' a far compere, le riportano alla sera. Nel pomeriggio vado all'officina, che sta dietro all'ufficio. Si puliscono i bus, si cambia l'olio, si controllano i motori. In ufficio si fanno le tabelle, si firmano e si timbrano i permessi. Ci facciamo un giro con Rafa prima, con Gas poi. Ho modo di apprezzare le grazie di Eli, nuova impiegata (l'altra la conoscevo gia'). Si ride e si scherza, non mi lascio prendere dalla malegria ma sento che c'e'. Verso le 20 saluto Juan, le ragazze, Rafa, poi Gas. Ceno da solo, Anna non mangia ma si parla di come sia gestire una famiglia cosi' grande con una casa sempre aperta. A volte hai 15 persone a tavola, a volte nessuno. Le parlo della mia famiglia. Rientra Marcelino. Preparo la borsa, mi lavo. Saluto Anna che va a prendere un mate dalle amiche. Si guarda un po' di tele, si tira quasi l'una con Marcelino. Usciamo per andare all'angolo dove passa il bus che mancano 5 minuti all'una, e la sopresa e' che il ragazzo del locutorio dice a Marcelino che il bus e' gia' passato. Meno male che Marce e' il padrone del bus. Chiama e gli ordina di tornare indietro. Privilegiato fino alla fine. Non erano lontani. Saluto e ringrazio questo personaggio affascinante e chiacchierone. Salgo, saluto gli autisti, c'e' Alberto e poi Carlo, che ancora non conoscevo. Mi metto ad ascoltare l'mp3, Casino Royale, Arctic Monkeys, Marlene Kuntz. Chris Cornell acustico, durante Black Hole Sun vedo una stella cadente nitidamente, esprimo due desideri. L'autostrada per Buenos Aires ormai la conosco come la Livorno-Genova.

Si arriva alle 7. E' prestissimo. Mi faccio prendere dall'euforia, riesco a camminare 30 minuti nella direzione opposta al centro. Ho un piano preciso. Mi prefiggo di arrivare ad una certa via prima di fermarmi a riposare, e passano 3 ore quasi. Sono sfinito. Faccio colazione vicino alla Piazza del Governo. Arrivo all'albergo che avevo scelto che sono le 11 passate. Non c'e' posto. Ho altre due possibilita': scelgo la piu' costosa, e casualmente c'e' posto. Sono quasi 5 ore che cammino, ho le gambe a pezzi. Anche se le mie borse sono leggere, sono sempre quasi 8 chili. Mi danno subito la camera, e anche se sono 130 dollari appena apro la porta sento di aver fatto la cosa giusta. Doppio letto matrimoniale, tv, aria condizionata, frigobar, bagno supersonico. Mi faccio una vasca: me la merito cazzo. Il raffreddore e' passato, il mal di gola pure. Mi rimane una specie di piccolo ascesso noioso su una gengiva. Sto ancora riflettendo su quale indumenti buttare, per alleggerire ulteriormente il bagaglio. Alcune maglie, l'asciugamano che e' rotto. Qualche paio di calzini, che son nuovi ma mi stringono. Dormo una siesta. Esco ed e' una giornata spettacolare. Buenos Aires e' amore e odio. E' bellissima, grandissima, caoticissima. Cammino fino al terminal e domando se e' il caso di prenotare, so gia' che la risposta e' no, l'ho gia' usato, ma almeno faccio due passi. Pero' le gambe sono stanche, cosi' la schiena. Mi guardo la vecchia stazione del Retiro, l'Avenida Libertador, i monumenti, la gente. Mi inoltro in calle Florida e mi danno fastidio quelli che ti vengono a dare le pubblicita', quelli che ti vogliono far entrare nei loro negozi. Poi molta gente che elemosina. Ti senti una pallina di un flipper. Cerco rifugio, e scelgo bene. Un caffe' dove finalmente bevo un caffe' come si deve. E' passato quasi un mese, so che e' una cosa da turista, ma e' sempre bello. Chiedo a che ora aprono domattina, alle otto, beh, anche se la colazione e' inclusa nel prezzo dell'hotel, mi sa proprio che, visto che e' proprio di strada, domattina mi faccio un cappuccino vero con due medialunas. Le grandi citta' proprio non mi piacciono. Mi mettono soggezione, quasi paura. Da soli si e' persi. Fumo una sigaretta sotto il sole australe, ormai e' tutto pronto per il ritorno. Poche ore. Cerco un punto internet, e anche questo e' un eccesso di correttezza: so che e' incluso e gratis con l'hotel, ma so anche che ci passero' almeno un paio d'ore e quindi non voglio disturbare piu' di tanto.

Non ho sonno, ma voglio riposare. Stendere le gambe e fare zapping inutilmente.
Finalmente, dopo la vasca di oggi, ho appurato che quello che ci dicevano a scuola e' vero: il mulinello dell'acqua di scarico, in questo emisfero, gira al contrario.

A presto.

Argentina nov 06 - 12


durante una fermata, camino de los siete lagos

Argentina nov 06 - 11

sul bus, con l'autore delle foto, Lucas

Argentina nov 06 - 10



tavolata in San Martin de Los Andes
Foto by Anita

20061127

estere live report



trecella rocks.
suoniamo con gli amici nae e i punchline. il buffalo bill è molto country come posto e noi ci stiamo bene.
ne aprofittiamo per provare anche dal vivo le nuove canzoni: gialla e verde, con una media soddisfazione. i suoni non sono il massimo, non ci sono le spie per le voci e canto senza sentirmi, ma va bene lo stesso.
il gruppo c'è. suoniamo a memoria e con passione, pochi sgardi e tutto funziona. siamo contenti.
e c'erano pure luisa e vittorio e fil as usual!

la scaletta:

blu
get your filthy hand off my desert
ultimo atto
sublime
duello sul porto di livorno
gialla
diamante
il pretesto
verde
scivolando

attenti alla borsa

ho accompagnato alla stazione centrale le due ragazze ieri, ho atteso in macchina a lato della stazione quasi di fronte a piazza andrea doria per una ventina di minuti durante i quali ho assistito a minimo 20 tentativi di borseggiamento da parte di ragazzini dell'est di massimo 13 anni.
seguono le signore con le borsette, da dietro riescono ad infilare la mano dentro, mettono le mani nelle tasche delle giacche con una naturalezza impressionante, riescono ad aprire le cerniere delle borse portate a tracolla senza che i proprietari se ne accorgano. mi sembrava di essere in un film, la cosa incredibile è che lo fanno in mezzo a centinaia di persone che camminano e soprattutto le persone borseggiate hanno veramente l'attenzione spostata sulla loro meta, cercano i taxi, cercano gli amici, camminano guardando avanti senza porre attenzione alle proprie borse e borsette.
io suonavo il clacson ogni volta che ne vedevo uno nei miei dintorni, questo distoglieva dall'atto il borseggiatore, ma non faceva aumentare l'attenzione del borseggiato!
fate attenzione!