Attendo che se ne siano andati quasi tutti. Poi mi incammino verso il parcheggio, dove saluto ancora una volta Ben, che forse è venuto addirittura in auto dall'Inghilterra. Infilo la USB, e l'indirizzo del nuovo "terminal" di ritiro auto a noleggio, e mi metto in strada. Ho del lavoro da fare entro domattina, quindi prima arrivo in albergo, prima mi collego al wifi, meglio è. Ma non ho fatto i conti con il nuovo assetto dell'aeroporto di Charleroi.
Arrivo in meno di un'ora, prima di arrivare faccio il pieno e il distributore automatico non mi rilascia la ricevuta. Sono pochi euro, ma senza ricevuta non avrò il rimborso. Capita. Lascio l'auto, e, come spesso accade qui in Belgio da queste parti, l'addetto al ritiro dell'auto mi risponde in italiano. Salgo e mi metto ad aspettare la navetta. Passerà più di mezz'ora. Dei tre italiani che si mettono in coda dietro di me, uno è particolarmente attento a far rispettare l'ordine d'arrivo. Io sono stranamente meno interessato: avrà ragione lui, perché aspettando così tanto (ne parliamo in coda), le persone si accumulano, e il bus, quando arriva, essendo passato già dal P3, non riesce quasi a contenere tutti. L'autista, che parla un po' d'italiano (che vi ho detto?), con un approccio collaborativo, riesce a stripparci tutti dentro il bus, e parte. Quando si arriva all'imbocco della famosa strada che conduce all'aeroporto, c'è il posto di blocco militare. Quelli che sono in piedi devono scendere per il controllo documenti. Sono in piedi, quindi scendo e non mi accorgo se uno dei militari sale sul bus per controllare i documenti di quelli seduti (spero di si!). Io dico a chi ha il volo tra poco che volendo possono anche andare a piedi, l'autista conferma. Siccome fa freddo e il mio volo è domattina, gli dico "io però vengo con te" e lui "si dai, è meglio". E' bellissimo quando suggerisce a quelli che vanno a piedi di camminare sul betone. Si prosegue: da notare che i militari sono gentilissimi. All'aeroporto, chiamo l'hotel, e aspetto un taxi mandato da loro. Aspetto un po', al terminal dei bus, qualche tassista (quasi tutti di origine marocchina) mi offre un passaggio, ma quando gli dico che sto aspettando il taxi dall'hotel mi dicono ok, e io ringrazio con uno shokran. Richiamo perché sto aspettando da un po': la ragazza mi dice che c'è molto traffico e coda, le dico che capisco, aspetto. Una ragazza mi chiede se sto aspettando l'autobus per la stazione, le dico che no, ma che quello è il punto corretto. Arriva il taxi, salgo, il tassista mi chiede se sono italiano, e io rispondo "vai, anche te?". La sua famiglia viene dal sud, Calabria e Puglia. Discorriamo amabilmente nei 2 minuti di tragitto (in uscita non è così complicato, soprattutto se hai la tessera per far aprire il cancello giusto alla fine del terminal dei bus), domandandoci cosa ci fa una bisarca (sicuramente cerca il parcheggio delle compagnie di noleggio auto, ma ha sbagliato). Pago e saluto, faccio il check in, mi illustrano gli orari di cena, colazione e prima navetta, che ovviamente, è stata anticipata (sono già stato qui, tre mesi fa la prima era alle 5, adesso è alle 4,30). Vado in camera, e comincio a lavorare. Stacco per la cena, dove mi macchio i pantaloni che ero riuscito miracolosamente a non macchiare nei 5 giorni precedenti, provo un lavaggio parziale d'emergenza, perché mi piacciono più di quelli che ho portato di riserva, ma non c'è nulla da fare. Riprendo il lavoro e ce la faccio a finire. Dormo poche ore (sveglia alle 3), colazione, navetta, dove stiamo in coda per mezz'ora. Poi, 20 minuti di coda per entrare nell'edificio dell'aeroporto (fa freddino), altri 15 almeno per i controlli, ma comunque sono in orario. Mi preoccupo un po' per il collega che so essere sullo stesso volo, ma arriva. Scambiamo quattro chiacchiere, poi comincia il pre-imbarco. Quando si sale, come annunciato da uno degli assistenti di volo prima di salire, una sorpresa: come da sito Ryanair, siamo su un aereo nuovo. Stesso modello, ma nuova versione, sedili, cappelliere, insomma, interni moderni. Dormicchio, e si arriva con una decina di minuti di anticipo. In breve sono al parcheggio, salgo in auto, e via, si comincia un'altra giornata di lavoro. Con un'ottica leggermente diversa. Si spera, migliore.
foto presa da https://twitter.com/meganspecia
No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
20160508
20160507
20160506
Polvere
Dust - Tremonti (2016)
Come promesso, Mark Tremonti fa uscire il resto delle registrazioni dalle quali era già stato tratto il precedente Cauterize. Vi avverto dell'uscita, come uno è giusto che faccia, e vi rimando alla recensione, naturalmente, proprio di Cauterize.
Impossibile ci siano differenze da notare: la formazione è la stessa, il periodo è lo stesso, il mood è lo stesso.
Mi piacciono la title track, Betray Me, Tore My Heart Out; la mia preferita, Unable to See.
As he promised, here it is the new album, made from outtakes from the recording of the previous Cauterize. Obviously, I'm warning about the exit, but I must say, there is naturally nothing to add to the Cauterize review. Same line-up, same mood.
I like Dust, Betray Me, Tore My Heart Out; my favourite, of course, Unable to See. I must say, maybe there are more good songs here than in Cauterize. As usual, massive rhythmics and amazing solos.
Come promesso, Mark Tremonti fa uscire il resto delle registrazioni dalle quali era già stato tratto il precedente Cauterize. Vi avverto dell'uscita, come uno è giusto che faccia, e vi rimando alla recensione, naturalmente, proprio di Cauterize.
Impossibile ci siano differenze da notare: la formazione è la stessa, il periodo è lo stesso, il mood è lo stesso.
Mi piacciono la title track, Betray Me, Tore My Heart Out; la mia preferita, Unable to See.
As he promised, here it is the new album, made from outtakes from the recording of the previous Cauterize. Obviously, I'm warning about the exit, but I must say, there is naturally nothing to add to the Cauterize review. Same line-up, same mood.
I like Dust, Betray Me, Tore My Heart Out; my favourite, of course, Unable to See. I must say, maybe there are more good songs here than in Cauterize. As usual, massive rhythmics and amazing solos.
20160505
Jodoigne, Belgio - Aprile 2016 (2) - Italian version
Quindi, la mattina di lunedì 25 aprile, mentre in Italia si festeggia la Liberazione, mi sveglio, mi preparo, faccio colazione, e mi dirigo verso La Ramée, un grande agglomerato della rete Chateauform, un franchising che, come detto, si è specializzato in luoghi adatti ai seminari. Ricavato da una vecchia abbazia e una grande fattoria circostante, è un luogo accogliente e pacifico, forse meno imponente del castello dove sono stato in ottobre, ma ugualmente ben attrezzato, e decisamente confortevole: cibo ad ogni ora, camere essenziali ma accoglienti, bottiglie d'acqua ad ogni angolo, pasti a buffet variegati (splendida la selezione dei formaggi, che tra l'altro cambiavano praticamente ad ogni pasto), enormi sale riunioni equipaggiate, attrezzature varie per il tempo libero (dal tiro con l'arco ai quad), personale sempre sorridente.
I lavori non inizieranno fino a dopo pranzo, quindi mi sistemo in camera e poi comincio a familiarizzare con l'ambiente. Qualche collega che già conosco, diversi italiani che fino ad allora non conoscevo, e poi la grande diversità del gruppo: francesi, belgi, tedeschi, e persino polacchi, ungheresi e norvegesi. Qualcuno addirittura, pur non essendo statunitense, arriva dagli USA. Si pranza e si inizia. Il lavoro viene, come dire, svelato poco a poco, e intervallato da break nei quali, come detto, c'è da bere e da mangiare a iosa. Il concetto è quello, come da titolo, di adaptive leadership: una leadership che sappia essere flessibile, umana, che riesca ad adattarsi a qualsiasi situazione e a qualsiasi tipo di persona, e a raggiungere risultati, trattando gli altri con rispetto. Direi che già con queste premesse, si potrebbe già essere contenti. Ma non è tutto. Il questionario che ci è stato chiesto di compilare prima di arrivare qua, è basato sul cosiddetto Indicatore Myers-Briggs, una sorta di catalogo di personalità, che prova a comprendere i differenti approcci alla vita e alle situazioni. Ci viene fatto compilare anche un altro questionario, la versione breve, per dirla semplice, e poi, durante il lavoro in gruppi ristretti (una decina di persone), questi due risultati vengono confrontati, e se ci sono differenze, ad ognuno il compito di comprendere perché (il mio è risultato perfettamente uguale, e la descrizione del tipo ENFJ, secondo me, corrisponde in pieno alla mia personalità).
Una parte del lavoro di "conoscenza" è quello basato su questi "tipi psicologici": capire se stessi, e capire che ognuno dei nostri colleghi appartiene a uno di questi 16 gruppi, ed ognuno ha bisogno di essere trattato in maniera diversa, per rendere al massimo.
L'altra parte è quella del lavoro in sottogruppi: guidati da uno dei quattro coach (il nostro è Philippe, uno svizzero che ha lavorato anche nello sport), ci presentiamo, ci raccontiamo, parliamo delle nostre "sfide", delle difficoltà che affrontiamo nel lavoro in quanto capi di gruppi di persone, ed insieme agli altri, ne discutiamo, apprendendo dal punto di vista degli altri. Nei momenti di lavoro tutti insieme, si eseguono giochi (le squadre sono rappresentate dai sottogruppi, le prestazioni vengono poi analizzate a parte), si riflette sul linguaggio del corpo, sul modo di parlare in pubblico e sui messaggi che, ad esempio, il nostro CEO vuole trasmettere, si parla dell'arte di fare domande, con Deborah, un'altra coach che è giornalista (che ha intervistato Karadzic, e con la quale parlo brevemente di Srebrenica), e addirittura, il terzo giorno ci viene a trovare uno dei membri del comitato esecutivo della compagnia, per un aperitivo e un giro di domande e risposte. La cosa che mi ha colpito maggiormente, è che andando dritti al punto, ci ha praticamente detto che questi corsi servono, e la società è ben felice di spendere soldi, investendo su quelli che hanno il compito di guidare le persone della compagnia, in modo umano e al tempo stesso, redditizio.
E' una roba davvero interessante, e devo dire che mi ha aiutato a prendere maggiore confidenza in me stesso. Le sfide che anche gli altri affrontano ogni giorno possono essere paragonabili (anche se aver a che fare con un gruppo di 80 persone deve richiedere decisamente uno sforzo maggiore), e le paure sono le stesse. Nessuno vuole essere uno stronzo, siamo tutti esseri umani: vogliamo essere rispettati, e vogliamo trattare gli altri con lo stesso rispetto. L'indicatore serve anche a capire come si reagisce sotto stress, e quando "funzioniamo" meglio, come ci rilassiamo, cose così.
Naturalmente, ci sono stati anche momenti di divertimento. Di sera c'era addirittura un open bar con karaoke, e c'è da dire che la seconda sera sono stato protagonista, perfino un po' troppo. Quella sera ho bevuto troppo, e poi, alla ricerca del bagno, ho, come dire, fatto un po' di casino lungo la scala che portava al bagno. Il giorno dopo mi sono scusato con la proprietaria, che ci ha riso su, per fortuna. Ne ho parlato con il mio coach, perché comincio a pensare che sia uno schema che adotto: non è la prima volta che mi capita, in occasioni conviviali come questa. Philippe mi ha detto che può essere una reazione psicologica ad un accumulo di tensione.
L'ultimo giorno è stato il giorno dei feedback. Nei sottogruppi, ognuno ascoltava il feedback degli altri: cosa mi piace di te, e cosa vorrei che tu facessi in modo diverso. Questo è stato, per me, un momento commovente, più che interessante. Sono stato sul punto di piangere: tutti hanno apprezzato il mio approccio sincero e diretto, e le "critiche" basicamente sono state "non pensare che il tuo lavoro sia meno importante di altri, sii te stesso e prova maggiormente a contagiare la tua squadra con il tuo entusiasmo per il lavoro". Il mio entusiasmo, la curiosità della quale vi ho parlato più volte qui su questo blog, verso il mio lavoro, è stato un argomento che è piaciuto moltissimo. Il coach mi ha detto che la mia presenza è fortissima, quando sono in una stanza tutti si accorgono che ci sono, perfino se ho gli occhi chiusi (riferimento diretto al terzo giorno, quello del dopo sbornia, quando durante la sessione pomeridiana mi ha sgamato più volte con gli occhi chiusi), e che quindi, qualche volta devo stare attento, e provare ad "abbassare" il livello della mia presenza. Tutte cose che io, con il mio ottimismo, ho preso, appuntandole, come cose estremamente positive, e che come detto, mi hanno commosso.
Un'altra cosa bellissima mi è stata detta proprio sul finale, dal coach capo, Ben. Quando l'ho salutato, dopo l'ultimo pranzo, mi ha detto "Alessandro, è stato un piacere conoscerti. Ho ascoltato alcune cose tue, durante uno degli esercizi (era quello in cui ci avevano divisi per gruppi "comportamentali", per tornare a Myers-Briggs le due lettere centrali, io sono un NF, e, mentre gli altri gruppi erano formati da almeno 10 persone, nel nostro eravamo in due. Abbiamo parlato per 10 minuti come se fossimo al bar, appuntando qualche cosa sulla lavagna, immaginandoci cosa vorremmo che la nostra compagnia facesse veramente per migliorare il futuro dell'umanità), ed erano cose davvero belle. Rimani così: hai un cuore grande". Che dire: una grande soddisfazione.
Ma la soddisfazione più grande è quella che adesso, sento di avere una quarantina di nuovi amici. Colleghi che, fino al 24 aprile, non avevo mai visto, e dei quali non conoscevo l'esistenza. Come ho già detto, vi porto nel mio cuore. Alla prossima!
I lavori non inizieranno fino a dopo pranzo, quindi mi sistemo in camera e poi comincio a familiarizzare con l'ambiente. Qualche collega che già conosco, diversi italiani che fino ad allora non conoscevo, e poi la grande diversità del gruppo: francesi, belgi, tedeschi, e persino polacchi, ungheresi e norvegesi. Qualcuno addirittura, pur non essendo statunitense, arriva dagli USA. Si pranza e si inizia. Il lavoro viene, come dire, svelato poco a poco, e intervallato da break nei quali, come detto, c'è da bere e da mangiare a iosa. Il concetto è quello, come da titolo, di adaptive leadership: una leadership che sappia essere flessibile, umana, che riesca ad adattarsi a qualsiasi situazione e a qualsiasi tipo di persona, e a raggiungere risultati, trattando gli altri con rispetto. Direi che già con queste premesse, si potrebbe già essere contenti. Ma non è tutto. Il questionario che ci è stato chiesto di compilare prima di arrivare qua, è basato sul cosiddetto Indicatore Myers-Briggs, una sorta di catalogo di personalità, che prova a comprendere i differenti approcci alla vita e alle situazioni. Ci viene fatto compilare anche un altro questionario, la versione breve, per dirla semplice, e poi, durante il lavoro in gruppi ristretti (una decina di persone), questi due risultati vengono confrontati, e se ci sono differenze, ad ognuno il compito di comprendere perché (il mio è risultato perfettamente uguale, e la descrizione del tipo ENFJ, secondo me, corrisponde in pieno alla mia personalità).
Una parte del lavoro di "conoscenza" è quello basato su questi "tipi psicologici": capire se stessi, e capire che ognuno dei nostri colleghi appartiene a uno di questi 16 gruppi, ed ognuno ha bisogno di essere trattato in maniera diversa, per rendere al massimo.
L'altra parte è quella del lavoro in sottogruppi: guidati da uno dei quattro coach (il nostro è Philippe, uno svizzero che ha lavorato anche nello sport), ci presentiamo, ci raccontiamo, parliamo delle nostre "sfide", delle difficoltà che affrontiamo nel lavoro in quanto capi di gruppi di persone, ed insieme agli altri, ne discutiamo, apprendendo dal punto di vista degli altri. Nei momenti di lavoro tutti insieme, si eseguono giochi (le squadre sono rappresentate dai sottogruppi, le prestazioni vengono poi analizzate a parte), si riflette sul linguaggio del corpo, sul modo di parlare in pubblico e sui messaggi che, ad esempio, il nostro CEO vuole trasmettere, si parla dell'arte di fare domande, con Deborah, un'altra coach che è giornalista (che ha intervistato Karadzic, e con la quale parlo brevemente di Srebrenica), e addirittura, il terzo giorno ci viene a trovare uno dei membri del comitato esecutivo della compagnia, per un aperitivo e un giro di domande e risposte. La cosa che mi ha colpito maggiormente, è che andando dritti al punto, ci ha praticamente detto che questi corsi servono, e la società è ben felice di spendere soldi, investendo su quelli che hanno il compito di guidare le persone della compagnia, in modo umano e al tempo stesso, redditizio.
E' una roba davvero interessante, e devo dire che mi ha aiutato a prendere maggiore confidenza in me stesso. Le sfide che anche gli altri affrontano ogni giorno possono essere paragonabili (anche se aver a che fare con un gruppo di 80 persone deve richiedere decisamente uno sforzo maggiore), e le paure sono le stesse. Nessuno vuole essere uno stronzo, siamo tutti esseri umani: vogliamo essere rispettati, e vogliamo trattare gli altri con lo stesso rispetto. L'indicatore serve anche a capire come si reagisce sotto stress, e quando "funzioniamo" meglio, come ci rilassiamo, cose così.
Naturalmente, ci sono stati anche momenti di divertimento. Di sera c'era addirittura un open bar con karaoke, e c'è da dire che la seconda sera sono stato protagonista, perfino un po' troppo. Quella sera ho bevuto troppo, e poi, alla ricerca del bagno, ho, come dire, fatto un po' di casino lungo la scala che portava al bagno. Il giorno dopo mi sono scusato con la proprietaria, che ci ha riso su, per fortuna. Ne ho parlato con il mio coach, perché comincio a pensare che sia uno schema che adotto: non è la prima volta che mi capita, in occasioni conviviali come questa. Philippe mi ha detto che può essere una reazione psicologica ad un accumulo di tensione.
L'ultimo giorno è stato il giorno dei feedback. Nei sottogruppi, ognuno ascoltava il feedback degli altri: cosa mi piace di te, e cosa vorrei che tu facessi in modo diverso. Questo è stato, per me, un momento commovente, più che interessante. Sono stato sul punto di piangere: tutti hanno apprezzato il mio approccio sincero e diretto, e le "critiche" basicamente sono state "non pensare che il tuo lavoro sia meno importante di altri, sii te stesso e prova maggiormente a contagiare la tua squadra con il tuo entusiasmo per il lavoro". Il mio entusiasmo, la curiosità della quale vi ho parlato più volte qui su questo blog, verso il mio lavoro, è stato un argomento che è piaciuto moltissimo. Il coach mi ha detto che la mia presenza è fortissima, quando sono in una stanza tutti si accorgono che ci sono, perfino se ho gli occhi chiusi (riferimento diretto al terzo giorno, quello del dopo sbornia, quando durante la sessione pomeridiana mi ha sgamato più volte con gli occhi chiusi), e che quindi, qualche volta devo stare attento, e provare ad "abbassare" il livello della mia presenza. Tutte cose che io, con il mio ottimismo, ho preso, appuntandole, come cose estremamente positive, e che come detto, mi hanno commosso.
Un'altra cosa bellissima mi è stata detta proprio sul finale, dal coach capo, Ben. Quando l'ho salutato, dopo l'ultimo pranzo, mi ha detto "Alessandro, è stato un piacere conoscerti. Ho ascoltato alcune cose tue, durante uno degli esercizi (era quello in cui ci avevano divisi per gruppi "comportamentali", per tornare a Myers-Briggs le due lettere centrali, io sono un NF, e, mentre gli altri gruppi erano formati da almeno 10 persone, nel nostro eravamo in due. Abbiamo parlato per 10 minuti come se fossimo al bar, appuntando qualche cosa sulla lavagna, immaginandoci cosa vorremmo che la nostra compagnia facesse veramente per migliorare il futuro dell'umanità), ed erano cose davvero belle. Rimani così: hai un cuore grande". Che dire: una grande soddisfazione.
Ma la soddisfazione più grande è quella che adesso, sento di avere una quarantina di nuovi amici. Colleghi che, fino al 24 aprile, non avevo mai visto, e dei quali non conoscevo l'esistenza. Come ho già detto, vi porto nel mio cuore. Alla prossima!
20160504
Jodoigne, Belgium - April 2016 - English version
There are moment in your life that are like the plot twist in a movie: you realize you are capable of something you never thought you'd capable of doing. Believe it or not, is like I felt after I finished this seminary.
Could seems strange to someone of you, but this is not the most important thing I brought back from Jodoigne, a wonderful place where we spent four days on the "Adaptive Leadership" training, guided from a group of very nice coaches.
The most important thing is that now I know that the company I work for, from 27 years, is made of amazing persons. I already realized that most of my colleagues are cool, and good persons; but this time, I met people that comes from extremely different experience, and different fields. More or less 40 people, with which I bonded enough, and that appreciated me, in less than 4 days.
After to discuss with my local boss my objectives for the next year, I started to look at some course and training available, and I choose this because I liked the title. I found the title was right: a manager, a leader, should be the leader, but also can be a human being that has to work and have relationship with other human beings. Every person have a character, a type, according to Myers-Briggs indicator, and during this training we discovered what kind of type we are, and how to manage the relationship with other types. But not only this. We discovered, or went depth, inside our self knowledge, facing and confronting with the others.
We arrived on Monday morning, some of us Sunday evening, and we spent in this marvellous place until Thursday evening. The program alternates moment of discussion and reflection all together, with work in small groups of 10, each with one of the coaches. During the work on small groups, we introduced ourselves, we talked about our challenges, and the others tried to help us, giving us their personal view of our challenge. At the end, every one of the small group gave to the others their final feedback: what I liked about you, and what I would like you to do differently. Well, this was, to me, the hardest, and at the same time, the happier moment of all. Every one of the others appreciated my sincere approach, and everyone told me that the things to do in a different way depends mostly on the fact that I am too modest, basically. During the round table, while these colleagues were telling me those things, I was on the verge to cry because of my positive feelings. I swear, and maybe some of you realized this.
We had also the visit of one important manager, member of our company executive committee, that gave us the confidence: our company is investing money on us, we are the next leaders, and we will have to lead the people.
We also had fun moments; obviously (I discussed on that with my coach: I have a pattern. When I find myself in meeting like this, the first or the second night, I get drunk. This could be, maybe, because I need to throw out the tension. Sometimes, I overdo. This time, I did, and I have to admit, I puked all over a stair, looking for the bathroom. The day after, I apologized frankly with the lady owner. She gave me a smile. Thanks for that!), especially at the karaoke.
Anyway, I came back to Italy with a different approach. Not totally, because I've also realized that my old approach is enough right, but I am confident, I can do better with my team, and with the others, especially with the few with whom I haven't a good relation. And more self esteem. But also, with the feeling to have 40 friends more. To all of you, as I have already wrote in my email, you will have a place in my heart.
Just at the end, after the last meal, I went to the lead coach, Ben, what a personage, to say goodbye. Ben looked me in the eyes, and said to me: "Alessandro, it was a great pleasure to meet you. I listened some of your statement during the 4 types exercise: stays as you are. You have a good heart."
Well, still today, and during the last days, while I recounted this fact, I can't help but cry, or sob. And I have to say, this is one of the greatest achievement I reached in my whole life.
Could seems strange to someone of you, but this is not the most important thing I brought back from Jodoigne, a wonderful place where we spent four days on the "Adaptive Leadership" training, guided from a group of very nice coaches.
The most important thing is that now I know that the company I work for, from 27 years, is made of amazing persons. I already realized that most of my colleagues are cool, and good persons; but this time, I met people that comes from extremely different experience, and different fields. More or less 40 people, with which I bonded enough, and that appreciated me, in less than 4 days.
After to discuss with my local boss my objectives for the next year, I started to look at some course and training available, and I choose this because I liked the title. I found the title was right: a manager, a leader, should be the leader, but also can be a human being that has to work and have relationship with other human beings. Every person have a character, a type, according to Myers-Briggs indicator, and during this training we discovered what kind of type we are, and how to manage the relationship with other types. But not only this. We discovered, or went depth, inside our self knowledge, facing and confronting with the others.
We arrived on Monday morning, some of us Sunday evening, and we spent in this marvellous place until Thursday evening. The program alternates moment of discussion and reflection all together, with work in small groups of 10, each with one of the coaches. During the work on small groups, we introduced ourselves, we talked about our challenges, and the others tried to help us, giving us their personal view of our challenge. At the end, every one of the small group gave to the others their final feedback: what I liked about you, and what I would like you to do differently. Well, this was, to me, the hardest, and at the same time, the happier moment of all. Every one of the others appreciated my sincere approach, and everyone told me that the things to do in a different way depends mostly on the fact that I am too modest, basically. During the round table, while these colleagues were telling me those things, I was on the verge to cry because of my positive feelings. I swear, and maybe some of you realized this.
We had also the visit of one important manager, member of our company executive committee, that gave us the confidence: our company is investing money on us, we are the next leaders, and we will have to lead the people.
We also had fun moments; obviously (I discussed on that with my coach: I have a pattern. When I find myself in meeting like this, the first or the second night, I get drunk. This could be, maybe, because I need to throw out the tension. Sometimes, I overdo. This time, I did, and I have to admit, I puked all over a stair, looking for the bathroom. The day after, I apologized frankly with the lady owner. She gave me a smile. Thanks for that!), especially at the karaoke.
Anyway, I came back to Italy with a different approach. Not totally, because I've also realized that my old approach is enough right, but I am confident, I can do better with my team, and with the others, especially with the few with whom I haven't a good relation. And more self esteem. But also, with the feeling to have 40 friends more. To all of you, as I have already wrote in my email, you will have a place in my heart.
Just at the end, after the last meal, I went to the lead coach, Ben, what a personage, to say goodbye. Ben looked me in the eyes, and said to me: "Alessandro, it was a great pleasure to meet you. I listened some of your statement during the 4 types exercise: stays as you are. You have a good heart."
Well, still today, and during the last days, while I recounted this fact, I can't help but cry, or sob. And I have to say, this is one of the greatest achievement I reached in my whole life.
20160503
Jodoigne, Belgio - Aprile 2016 (1) - Italian version
Qualche settimana fa, insieme al mio capo, abbiamo discusso la mia scheda di valutazione, con gli obiettivi di quest'anno. Insieme a questo, mi sono impegnato a scegliere e richiedere alcuni corsi che penso possano servire alla mia crescita professionale. Tra questi, ne ho individuato uno del quale mi piaceva molto il titolo, Adaptive Leadership. Ce n'erano tre sessioni, una negli USA, una a Shangai e la terza in Belgio, proprio durante una settimana (il corso è composto da due mezze giornate e due giorni completi) durante la quale potevo assentarmi, quindi ho chiesto di parteciparvi. Il consenso doveva arrivare anche dal reparto HR, e così è stato, anche se in ritardo. Ma ce l'ho fatta.
C'erano alcune formalità da espletare, immediatamente dopo l'invito. La prima era la richiesta di completare un form sullo stile twitter: una foto propria, e una descrizione di se stessi, in meno di 140 caratteri. Opto per la prima cosa che mi passa per la testa: "Sono un rocker senza capelli, che ha dovuto cercare realizzazione in un altro lavoro. Cercando di fare il massimo". Aggiungo una bella foto mentre suono la batteria, durante un memorabile concerto del 1993, probabilmente il concerto dove ho suonato davanti al maggior numero di spettatori. Poi c'è da compilare un questionario, con domande personali. Scoprirò dopo che è basato su un indicatore psicologico che cerca di categorizzare i caratteri personali. Fatto ciò, non resta che prenotare il "contorno" (voli, soggiorni prima e dopo, se necessari), e quello, come forse ormai avrete capito, è una parte che mi diverte e faccio più che volentieri.
Domenica 24 aprile, di buona mattina, sono pronto a partire e a prendere il volo delle 9 per Charleroi. Mentre l'aereo si abbassa per l'atterraggio, noto una inusuale coda sulla strada che conduce all'aeroporto. Si atterra, si esce dalla zona imbarchi, e stranamente, nella zona antistante gli imbarchi c'è poca gente. Mi affaccio e noto che le porte di ingresso sono tutte presidiate da vigilanza e militari. Comincio a capire che le cose sono cambiate, dall'ultimo attentato. Avendo valutato la cosa stupidamente, supponevo che la militarizzazione si sarebbe limitata solo a Zaventem, l'aeroporto "centrale" di Bruxelles, mentre Charleroi, anche se dista 70 km dal centro, è comunque il secondo aeroporto. Siccome ho prenotato un auto, ma per qualche strano motivo la prenotazione non riusciva fino alle 12,30 come inizio noleggio (il volo arriva verso le 11), mi attardo e, in pratica, pranzo. Verso le 12 esco, fa un freddo cane e cade qualche goccia di pioggia, fumo una sigaretta e scendo verso l'ufficio della compagnia di noleggio. Noto che nel parcheggio dove di solito ci sono centinaia di vetture, ci sono dei lavori. Arrivo negli uffici e ci sono un sacco di persone che bivaccano, ma l'ufficio della Hertz è presidiato (non avrebbe dovuto esserlo fino alle 12,30), e non c'è nessuno in coda. Mi avvicino e riconosco il tipo che solitamente lavora lì. Gli spiego della prenotazione mentre mi chiede se voglio una Mercedes (rifiuto), lui mi dice che la cosa è strana, loro aprono alle 8 tutti i giorni. Poi, la parte inizialmente difficile da capire: devo prendere una navetta per andare sul luogo del ritiro dell'auto. Hanno spostato il parcheggio di tutte le compagnie di noleggio dalla parte opposta della pista di atterraggio. Sono alcuni chilometri. Ok. Risalgo, chiedo dove devo attendere il bus, mi posiziono, devo aprire l'ombrello, perché anche se c'è una tettoia, piove a vento. Arriva il bus, che ferma anche al cosiddetto P3 (un parcheggio, che noto, recintato, con cancello che si apre solo con un qualcosa legato al ticket del parcheggio), poi al P4, luogo di ritiro auto. Anch'esso presidiato militarmente. Scendo nell'enorme garage, apro l'auto e parto.
Mi dirigo verso il luogo dove si svolgerà il seminario, sono una quarantina di minuti d'auto. Durante il viaggio, il tempo cambia continuamente, scendono gocce di pioggia talmente dense da sembrare neve, poi il cielo si apre brevemente, poi torna la pioggia. Arrivo al luogo deputato, una vecchia abbazia completamente ristrutturata, enorme, con spazi aperti altrettanto grandi. Il luogo fa parte di un franchising specializzato in seminari, lo stesso che gestisce il castello dove sono stato ospite l'anno scorso ad ottobre, fuori Parigi.
Sono quasi le 14, quindi posso dirigermi all'hotel che ho prenotato per stanotte (scoprirò dopo che avrei potuto soggiornare nell'abbazia, ma ad essere onesti, la cosa non era chiarissima), che è l'Ibis Styles a Louvain-la-Neuve. Una ventina di minuti, stando attenti ai limiti di velocità, ed eccomi al check in. Il concierge mi avvisa che c'è un interruzione dell'elettricità fino alle 15 (ma in realtà, l'energia tornerà un quarto d'ora prima), e si scusa. Salgo in camera, e mi rilasso. L'hotel è immerso nel verde, la camera è Ibis, spartana ma funzionale, va bene così. Verso le 20 scendo per cenare, il ristorante è aperto, dopo cena mi vedo una serie, leggo, e a nanna.
20160502
Miliardi
Billions - Di Brian Koppelman, David Lieven e Andrew Ross Sorkin - Stagione 1 (12 episodi; Showtime) - 2016Bobby Axe Axelrod è la moderna incarnazione del sogno americano. Sopravvissuto all'11 settembre, affascinante, deciso e carismatico, dirige un hedge fund con uffici (elegantissimi) in Connecticut. Generoso, amatissimo dalla comunità e dall'opinione pubblica, eppure, la SEC (Securities and Exchange Commission) pensa che Axelrod sia "sporco", che compri informazioni, e che i suoi successi siano basati su truffe o insider information. In particolare, questo è quello di cui è convinto Chuck Rhoades, Procuratore del distretto sud di New York. Rhoades è probabilmente il Procuratore di maggior successo attualmente, con un "record di imbattibilità" di 81 vittorie contro nessuna sconfitta, nei casi che ha imbastito; ecco uno dei motivi per cui Rhoades è titubante. Niente caso finché non c'è la certezza. Un altro valido motivo è che Wendy, la bella moglie di Chuck e madre dei suoi due figli, è un'affermata psichiatra che lavora, ottimamente retribuita (molto più di Chuck), come coach motivazionale, alla Axe Capital (l'hedge fund di Axe). C'è da dire che Rhoades è, nella vita privata e sessuale, un masochista convinto (e anche un po' malato), e la moglie Wendy si presta volentieri al ruolo di Dominatrix.
Naturalmente, Rhoades vorrebbe che la moglie lasciasse la Axe Capital, ma Wendy declina l'invito (anche se ci pensa), e Rhoades è fortemente frustrato dalla situazione. Dalla parte opposta, Axe gode della situazione, e capisce di essere nel mirino non solo della SEC, ma anche dell'FBI, grazie alla sua spiccata intuizione, e all'aiuto del suo fixer. Vorrebbe acquistare una splendida villa da 83 milioni di dollari, ma tutti i suoi consiglieri gli suggeriscono di non farlo, in una situazione come questa: anche l'opinione pubblica gli si rivolterebbe contro. Ma Axe è Axe, e alla fine, decide di comprare. Rhoades non resiste, e comincia a montare il caso. E' guerra, senza esclusione di colpi.
Era per me impossibile resistere a questa nuova serie Showtime, della cui "partenza" ho saputo giusto osservando gli sneak peek sul finale di un'altra serie. Damian Lewis (Axe), Paul Giamatti (Chuck Rhoades), e poi anche Maggie Siff (Wendy Rhoades), Malin Akerman (Lara, la moglie di Axe), Toby Leonard Moore (Bryan Connerty, il braccio destro di Rhoades), David Costabile (Wags, braccio destro di Axe).
E devo dire che non sono rimasto per niente deluso dalla prima stagione di questa serie che probabilmente andrà avanti per qualche stagione (la serie è stata rinnovata per la seconda già dopo un paio di episodi, i dati di audience sono soddisfacenti), una serie che non presenta praticamente personaggi positivi, che abusa di colpi di scena, e che ci dipinge uno scenario drammaticamente corrotto del mondo della finanza.
Forse non sarà il massimo dal punto di vista "passionale" (non è che si freme per l'episodio seguente), ma la confezione è splendida (una fotografia fichissima, tra l'altro), la storia affascinante, e le prestazioni degli attori importanti. Lewis non sfigura affatto di fronte ad un mostro sacro quale Giamatti, e, debbo dire, neppure la Siff. Vedere Giamatti in latex, poi, è abbastanza impagabile (anche Lewis con la t-shirt di Master of Puppets ha il suo perché). Così come i Metallica al completo, che si esibiscono in un cameo collettivo.
20160501
Bratislava, Slovacchia - Aprile 2016 (3)
Ho visto quasi tutto, a parte le cose molto lontane dal centro, e la giornata non è il massimo, quindi il martedì mi attardo in albergo, dopo la colazione. Esco che è quasi l'ora di pranzo. E scelgo il La Cava Barcelona, sempre in Panskà, vicinissimo al Gatto Matto, e devo dire che risulta il migliore di quelli provati. Ambiente carino, né troppo elegante né troppo finto trasandato, la buona cucina si sente anche da un'insalata. Conto nella norma. Dopo, mi dedico ad un paio di musei, se proprio la visita del Palazzo del Primate o primaziale la vogliamo definire visita ad un museo: c'è la famosa sala degli specchi, corridoi antichi, stufe giganti dell'epoca, qualche quadro di autori sconosciuti. Dopo quello, nel vecchio municipio c'è il museo della città, un poco più interessante. Prendo un caffè in uno dei locali storici della piazza principale, oggi fa più freddo, torno in riva al Danubio dove, mentre fumo una sigaretta, mi "abbordano" due giovani e simpatici mormoni statunitensi, che alla fine mi vorrebbero regalare una bibbia mormone in italiano (rifiuto, ma ho dimostrato di essere abbastanza preparato su di loro; loro non insistono e ci salutiamo cordialmente), rientro in hotel. Scendo per cenare al Korzo, giusto accanto all'albergo: bello il locale, pessimo il cibo. Il city break è terminato, praticamente.
La mattina del mercoledì, fatta colazione, sceso i bagagli e fatto il check out, mi sembra di rivedere una scena già vista a Riga: sono seduto nella hall, ho detto chiaramente alla tipa della reception che mi ha fatto il check out che aspetto il transfer verso l'aeroporto, prenotato tramite l'hotel, l'autista è già lì da qualche minuto, si è recato anche alla reception, e non gli hanno detto che sono io quello che sta aspettando. Vabbé. Volo senza inconvenienti, stop per mangiare qualcosa vicino ad Orio al Serio, via verso casa. Alla prossima.
La mattina del mercoledì, fatta colazione, sceso i bagagli e fatto il check out, mi sembra di rivedere una scena già vista a Riga: sono seduto nella hall, ho detto chiaramente alla tipa della reception che mi ha fatto il check out che aspetto il transfer verso l'aeroporto, prenotato tramite l'hotel, l'autista è già lì da qualche minuto, si è recato anche alla reception, e non gli hanno detto che sono io quello che sta aspettando. Vabbé. Volo senza inconvenienti, stop per mangiare qualcosa vicino ad Orio al Serio, via verso casa. Alla prossima.
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| Fin qui, varie vedute del castello |
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| Dal castello, una veduta della città vecchia, con in primo piano il campanile del duomo di San Martino |
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| Le stradine della cittadella sottostante il castello |
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| Palazzo Grassalkovich, sede del Presidente |
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| Una chiesa fuori dal centro storico. |
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| Un particolare che mi ha colpito, ad un incrocio, sopra un palazzo. |
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| Ancora il palazzo primaziale o del Primate |
20160430
20160429
Storia americana del crimine
American Crime Story - di Scott Alexander e Larry Karaszewski - Stagione 1: The People v. O. J. Simpson (10 episodi; FX) - 2016
Il processo ad Orenthal James Simpson, ex giocatore di football americano (uno dei più grandi della storia) ed attore, accusato nel 1994 di aver brutalmente ucciso la ex moglie Nicole Brown ed un giovane cameriere (che si trovava nei pressi della casa della Brown), Ronald Lyle Goldman, è ricordato come "il processo penale più pubblicizzato nella storia statunitense" (e, probabilmente, del mondo), o anche "il processo del secolo". Fu una partita a scacchi tra l'accusa, sostenuta dai sostituti procuratori distrettuali Marcia Clark e Christopher Darden, che inizialmente pensavano di avere tra le mani una vittoria facile, e la difesa, formata da una intera squadra di legali di altissimo profilo e visibilità: Robert Shapiro, Johnnie Cochran, F. Lee Bailey, Alan Dershowitz, Robert Kardashian (si, il padre di una delle famiglie statunitensi più conosciute negli ultimi tempi), Shawn Holley, Carl E. Douglas, Barry Scheck e Peter Neufeld. La squadra di avvocati della difesa fu soprannominata, per ovvi motivi, il dream team. La prima stagione della serie antologica American Crime Story, già dal titolo "legata" ad un'altra serie, American Horror Story (è stata fortemente voluta da Falchuck e Murphy, creatori di AHS, e qui figurano come produttori esecutivi), ci racconta gli eventi di quel processo da un punto di vista particolare, dal di dentro, basandosi sul libro The Run of His Life: The People v. O.J. Simpson, dell'avvocato, autore, giornalista e analista legale, Jeffrey Toobin.
Bene, lo dico subito: questa serie è da vedere probabilmente più di American Horror Story. American Crime Story, almeno con questa prima stagione, mi ha letteralmente legato alla poltrona (alla sedia, al letto, fate voi, immaginatemi dove volete che guardo questa serie). Il binge watching è stato furioso e totale, più o meno ai livelli di quello che ho avuto con Mozart in the Jungle, ma in questo caso c'è da tenere di conto che c'è poca figa e soprattutto, la storia è conosciuta, è vera, e si sa già come andrà a finire. Dico, se risulta interessante, ci sarà un motivo. Se vi fidate, quindi, andate pure a guardarvi questa serie, in attesa della seconda stagione, che verterà sulle conseguenze dell'uragano Katrina.
Breve occhiata al cast, tutti superlativi nelle loro prove: John Travolta è Robert Shapiro, Sterling K. Brown è Christopher Durden, Kenneth Choi è il giudice Ito, Cuba Gooding Jr è O.J. Simpson, Bruce Greenwood è Gil Garcetti, Nathan Lane è F. Lee Bailey, Sarah Paulson è un'intensa Marcia Clark, David Schwimmer (il più discutibile) è Robert Kardashian, Courtney B. Vance è Johnnie Cochran.
Davvero bella.
Il processo ad Orenthal James Simpson, ex giocatore di football americano (uno dei più grandi della storia) ed attore, accusato nel 1994 di aver brutalmente ucciso la ex moglie Nicole Brown ed un giovane cameriere (che si trovava nei pressi della casa della Brown), Ronald Lyle Goldman, è ricordato come "il processo penale più pubblicizzato nella storia statunitense" (e, probabilmente, del mondo), o anche "il processo del secolo". Fu una partita a scacchi tra l'accusa, sostenuta dai sostituti procuratori distrettuali Marcia Clark e Christopher Darden, che inizialmente pensavano di avere tra le mani una vittoria facile, e la difesa, formata da una intera squadra di legali di altissimo profilo e visibilità: Robert Shapiro, Johnnie Cochran, F. Lee Bailey, Alan Dershowitz, Robert Kardashian (si, il padre di una delle famiglie statunitensi più conosciute negli ultimi tempi), Shawn Holley, Carl E. Douglas, Barry Scheck e Peter Neufeld. La squadra di avvocati della difesa fu soprannominata, per ovvi motivi, il dream team. La prima stagione della serie antologica American Crime Story, già dal titolo "legata" ad un'altra serie, American Horror Story (è stata fortemente voluta da Falchuck e Murphy, creatori di AHS, e qui figurano come produttori esecutivi), ci racconta gli eventi di quel processo da un punto di vista particolare, dal di dentro, basandosi sul libro The Run of His Life: The People v. O.J. Simpson, dell'avvocato, autore, giornalista e analista legale, Jeffrey Toobin.
Bene, lo dico subito: questa serie è da vedere probabilmente più di American Horror Story. American Crime Story, almeno con questa prima stagione, mi ha letteralmente legato alla poltrona (alla sedia, al letto, fate voi, immaginatemi dove volete che guardo questa serie). Il binge watching è stato furioso e totale, più o meno ai livelli di quello che ho avuto con Mozart in the Jungle, ma in questo caso c'è da tenere di conto che c'è poca figa e soprattutto, la storia è conosciuta, è vera, e si sa già come andrà a finire. Dico, se risulta interessante, ci sarà un motivo. Se vi fidate, quindi, andate pure a guardarvi questa serie, in attesa della seconda stagione, che verterà sulle conseguenze dell'uragano Katrina.
Breve occhiata al cast, tutti superlativi nelle loro prove: John Travolta è Robert Shapiro, Sterling K. Brown è Christopher Durden, Kenneth Choi è il giudice Ito, Cuba Gooding Jr è O.J. Simpson, Bruce Greenwood è Gil Garcetti, Nathan Lane è F. Lee Bailey, Sarah Paulson è un'intensa Marcia Clark, David Schwimmer (il più discutibile) è Robert Kardashian, Courtney B. Vance è Johnnie Cochran.
Davvero bella.
20160428
Bratislava, Slovacchia - Aprile 2016 (2)
Lunedì, primo giorno "pieno", come detto le previsioni lo davano il migliore, inizialmente non sembra, alla fine sarà così. La colazione è nel ristorante, dal nome altisonante di Savoy, e mette un po' in soggezione, ma solo inizialmente: come forse ho già detto o forse no, il diffondersi di queste macchine automatiche per caffè e cappuccino ha definitivamente cambiato il modo di fare colazione all'italiana ovunque, e le brioches sono universali, quindi pollice su, e senza esagerare con le quantità. Mi avvio a piedi verso il castello; lungo la strada naturalmente devo continuamente cambiare l'abbigliamento, un po' perché sudo, un po' perché temperatura, nubi, vento, cambiano continuamente. Il castello è imponente e la vista abbastanza spettacolare, i lavori di ristrutturazione continuano ancora oggi, la manutenzione si nota. Ma non è 'sto granché e soprattutto, di certo non "impiega" l'intera giornata, anzi. Scendo "a valle", e per fortuna si è fatta quasi l'ora di pranzo, quindi comincio a pensare dove andare. La scelta cade sul Gatto Matto, una sorta di ristorante italiano che è pieno, devo aspettare qualche minuto perché si liberi un tavolo, poi capisco perché. A pranzo fanno menù a prezzo fisso, molte persone che lavorano negli uffici, o studenti (ma non solo) vanno lì. Scegli un piatto (pizza, pasta, carne), ti portano la zuppa del giorno, una bevuta, 7 euro e 90. La sera menù alla carta. Scelgo la pizza ed è buona, ma anche la zuppa dice la sua. La giornata volge decisamente al bello, quindi seguo un itinerario che mi son già fatto nella testa, leggermente fuori dal centro storico, fino ad un paio di punti che sembrano di interesse, e li vedete nelle foto di questo post e nel prossimo. Inizia a fare davvero caldo, anche se ogni tanto arriva qualche folata di vento gelido, quindi mi rendo ridicolo togliendo e rimettendo il giubbotto sopra la maglia a manica corta. Non riesco comunque a fare l'ora di cena, quindi rientro in hotel per qualche ora, butto un occhio alle mail di lavoro, mi riposo, guardo qualcosa. Per la cena opto per il Carnevalle, giusto di fronte all'hotel, spesa contenuta, carne buona. E sogni d'oro.
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| Il Danubio, e sullo sfondo l'UFO |
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| Il castello |
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| L'Università Comenio |
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| Alcuni particolari intorno alla cattedrale di San Martino (i disegni sono di bambini delle scuole locali) |
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| Uno dei palazzi che si affacciano sulla piazza principale |
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| La piazza primaziale |
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| Un'altra veduta del palazzo primaziale |
20160427
UMG
Protestantesima - Umberto Maria Giardini (2015)
Ci ho messo un anno tondo, a decidermi a formulare uno straccio di giudizio su questo ennesimo disco di Umberto Maria Giardini, per chi non fosse pratico di rock italiano, ex Moltheni: mi ricordo che i primi ascolti glieli diedi l'anno scorso in marzo, per le strade di Creta. Secondo disco (senza contare l'EP Ognuno di noi è un po' Anticristo, del 2013, che si pone tra questo e il "debutto" del 2012 La dieta dell'imperatrice) con il suo nome vero, e ci sono da dire due cose che potranno sembrarvi paradossali e cozzanti tra di loro. La prima: netta virata rispetto alla potenza della Dieta. La seconda: la cifra stilistica di Umberto è riconoscibilissima, netta, inconfondibile, tende a far si che, al primo ascolto, sembri sempre di ascoltare lo stesso disco, eppure, quei pochi che lo ascoltano da sempre, lo seguono senza idolatrarlo, lo rispettano come musicista, sanno che addentrandosi nei meandri sinuosi ed accoglienti di uno qualsiasi dei suoi dischi, è come tornare a casa, una casa che quasi ti sei dimenticato, ma che ogni volta ti fa scoprire cose nuove facendoti sentire comodo. Cervellotico, vero? Eppure, è così che mi sento, ascoltando anche questo suo ultimo lavoro.
I testi, le solite gemme finte nonsense, pregne di vita vissuta, demenzialità che nascondono critiche feroci, ormai classici e imperdibili.
Pezzi splendidi come Il vaso di Pandora, o come la ghost track 6 aprile (terremoto de L'Aquila), ci ricordano che quale che sia il suo nome, d'arte o di battesimo, qui c'è un artista.
It took me a year-round, in my mind, to make a shred of judgment on this album, yet another of Umberto Maria Giardini, for those who were not practical Italian rock, former Moltheni: I remember that the first listen was last year in March, along the roads of Crete. Second album (not counting the EP "Ognuno di noi è un po' Anticristo", of 2013, that arises between this one and the "debut" of 2012 "La dieta dell'imperatrice") with his real name, and there are two to say things that may seem paradoxical and clashing with each other. The first: net tack compared to the power of the "La dieta". The second: the Umberto signature style is recognizable, clear, unmistakable, tends to ensure that, at first listen, seems ever to listen to the same album, and yet, those few who listen to him always, follow him without idolize him, respect him as a musician, you know that penetrating in the sinuous meanders and welcoming of any of his records, it's like coming home, a home that you almost forgot, but that every time makes you discover new things making you feel comfortable. Bizarre, right? Yet, that's how I feel, listening also his latest work.
The texts, the usual gems, fake nonsense, soaked with real life, craziness that hide fierce criticism, now classic and unmissable.
Beautiful songs like "Il vaso di Pandora", or the ghost track "6 aprile" (earthquake in L'Aquila), remind us that no matter what its name, art or baptism, here's an artist.
Ci ho messo un anno tondo, a decidermi a formulare uno straccio di giudizio su questo ennesimo disco di Umberto Maria Giardini, per chi non fosse pratico di rock italiano, ex Moltheni: mi ricordo che i primi ascolti glieli diedi l'anno scorso in marzo, per le strade di Creta. Secondo disco (senza contare l'EP Ognuno di noi è un po' Anticristo, del 2013, che si pone tra questo e il "debutto" del 2012 La dieta dell'imperatrice) con il suo nome vero, e ci sono da dire due cose che potranno sembrarvi paradossali e cozzanti tra di loro. La prima: netta virata rispetto alla potenza della Dieta. La seconda: la cifra stilistica di Umberto è riconoscibilissima, netta, inconfondibile, tende a far si che, al primo ascolto, sembri sempre di ascoltare lo stesso disco, eppure, quei pochi che lo ascoltano da sempre, lo seguono senza idolatrarlo, lo rispettano come musicista, sanno che addentrandosi nei meandri sinuosi ed accoglienti di uno qualsiasi dei suoi dischi, è come tornare a casa, una casa che quasi ti sei dimenticato, ma che ogni volta ti fa scoprire cose nuove facendoti sentire comodo. Cervellotico, vero? Eppure, è così che mi sento, ascoltando anche questo suo ultimo lavoro.
I testi, le solite gemme finte nonsense, pregne di vita vissuta, demenzialità che nascondono critiche feroci, ormai classici e imperdibili.
Pezzi splendidi come Il vaso di Pandora, o come la ghost track 6 aprile (terremoto de L'Aquila), ci ricordano che quale che sia il suo nome, d'arte o di battesimo, qui c'è un artista.
It took me a year-round, in my mind, to make a shred of judgment on this album, yet another of Umberto Maria Giardini, for those who were not practical Italian rock, former Moltheni: I remember that the first listen was last year in March, along the roads of Crete. Second album (not counting the EP "Ognuno di noi è un po' Anticristo", of 2013, that arises between this one and the "debut" of 2012 "La dieta dell'imperatrice") with his real name, and there are two to say things that may seem paradoxical and clashing with each other. The first: net tack compared to the power of the "La dieta". The second: the Umberto signature style is recognizable, clear, unmistakable, tends to ensure that, at first listen, seems ever to listen to the same album, and yet, those few who listen to him always, follow him without idolize him, respect him as a musician, you know that penetrating in the sinuous meanders and welcoming of any of his records, it's like coming home, a home that you almost forgot, but that every time makes you discover new things making you feel comfortable. Bizarre, right? Yet, that's how I feel, listening also his latest work.
The texts, the usual gems, fake nonsense, soaked with real life, craziness that hide fierce criticism, now classic and unmissable.
Beautiful songs like "Il vaso di Pandora", or the ghost track "6 aprile" (earthquake in L'Aquila), remind us that no matter what its name, art or baptism, here's an artist.
20160426
Bratislava, Slovacchia - Aprile 2016 (1)
Sempre nell'ottica della conquista dell'Europa (mi riferisco sempre a un vecchio "gioco" con l'amico Massi, chi avrebbe visto per primo tutte le capitali europee), per il mese di Aprile ho prenotato un city break (partenza giorno A, giorni B e C soggiorno, giorno D ritorno) a Bratislava, la capitale della Slovacchia. Ad essere precisi, i voli risultano un po' "storti", nel senso che la combinazione più utile è quella di partire la domenica e tornare il mercoledì, quindi non si "risparmiano" giorni di ferie, ma tant'è. Visto che il volo parte da Orio al Serio, di domenica a mezzogiorno, penso di pernottare il sabato nella zona dell'aeroporto, poi, quasi all'ultimo momento, decido di salire già il venerdì sera, dopo il lavoro. Non ci crederete, vedendo che sono sempre in giro, ma quando sono in sede non riesco mai a staccare (in realtà, come sapete, non "stacco" neppure in ferie), quindi decido di fare così, in modo da dedicarmi un intero sabato di ozio e fancazzismo, che in realtà sfrutterò per aggiornare il blog e vedermi quanti più episodi di quante più serie posso. Quindi, salgo verso Stezzano, hotel Mercure, il venerdì sera, salgo pian piano, ascolto radio e musica, tempo così così, arrivo molto tardi ma è a questo che serve la reception 24/24. Dormo finché ce n'è (non troppo, che la schiena mi sveglia sempre a una certa ora), colazione e poi accendo il pc e mi guardo qualche serie, dopo di che all'ora di pranzo torno al Barracuda, scoperto la volta scorsa al rientro da Riga. Credeteci o no, in questo ristorante a Grassobbio BG, si mangia il pesce molto bene. Pomeriggio in albergo, come detto, blog e serie tv. L'hotel non è che sia in una zona panoramica, anzi: di fronte all'autostrada, in una zona periferica, tra capannoni e vicino ad un casello autostradale, ma la stanza è accogliente e lo staff gentile. La sera "attraverso" l'autostrada, e mangio in una pizzeria dentro un'Esselunga enorme, lo Sbafo, che fa sia a pranzo che a cena, ogni giorno, un giropizza a prezzo fisso, con varie opzioni (solo pizza a volontà, oppure anche bevande e caffè, idea interessante). Domenica si parte, volo molto breve e siamo a Bratislava, una volta conosciuta come Presburgo. Trasferimento prenotato, tragitto breve, e sono all'hotel, in pieno centro storico, vicino alle rive del Danubio. L'edificio è storico, imponente, la hall grandissima, le camere grandi ma spoglie, e l'arredamento stride un po' con l'imponenza dell'edificio. Si affaccia su una delle piazze più importanti della città, più che una piazza una larghissima zona pedonale, la Hviezdoslavovo nàmestie, intitolata ad un famoso poeta e drammaturgo slovacco. Mi sistemo e mi muovo subito per la città, giusto per prendere le misure. Non fa freddo, ma quando spira il vento si capisce che non è propriamente scirocco. Cielo coperto. Bel posto, elegante e tranquillo. Il castello si staglia quasi a protezione, il Danubio l'accarezza. Fuori dal centro storico molti quartieri nuovissimi ed altri vecchissimi, ma qui c'è un'altra aria. Per la cena esagero, e scelgo El Gaucho, ristorante ovviamente di carne. Buono, ma caro. A parte il castello, ho già visto buona parte del centro storico. Domani, visto che le previsioni mettono la migliore delle tre giornate, decido di salire, appunto, al castello.
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| La cattedrale di San Martino |
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| La porta di San Michele |
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| Il castello sullo sfondo |
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| Tram |
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| La corte interna del vecchio Municipio |
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| Il Palazzo Primaziale |
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| La piazza principale, Hlavné námestie |
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| Una delle buffe statue del centro storico |
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| Il Teatro nazionale slovacco |
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| L'Orchestra filarmonica slovacca |
20160425
Thailandia - Marzo 2016 (8)
Terminiamo la visita al palazzo, ed usciamo. Ci dirigiamo verso un museo, e proprio davanti a questo, ci fermiamo presso un "procacciatore" di affari per tuk tuk, che ci convince a fare un giro su uno di questi, visto che il museo è chiuso. Ci assicura un giro turistico di cose interessanti fuori dagli schemi. Il guidatore è sicuramente uno sniffatore di colla, lo capisco dai tic incessanti e da come tira su col naso incessantemente. Ci porta presso un tempietto insignificante, e poi ci vuole far bere qualcosa in un locale squallido. Passiamo. Allora ci porta presso un negozio di abbigliamento ancor più squallido, dove è chiaro che questi tour sono "sponsorizzati", ma nonostante il guidatore ci preghi di comprare qualcosa, altrimenti lui non riscuote, ci rifiutiamo. A quel punto, lo sniffatore ci porta ad una statua del Budda alta quasi 40 metri. Ci dice che ci aspetta fuori dal mercatino che c'è lì intorno. Diamo un'occhiata, faccio una foto, torniamo al tuk tuk e ci rendiamo conto che se n'è andato. Badate bene: non abbiamo pagato. Ci incamminiamo per strada, C. ha qualche idea, ci pensiamo strada facendo. Chiediamo informazioni ad un vigile, poi saliamo su un autobus cittadino, piano di studenti. Fatichiamo a trovarne uno che parli inglese, e capiamo più o meno la "rotta" del bus, non riusciamo a capire come pagare, il tipo ci dice che non paga nessuno. Scendiamo ad una fermata dello Skytrain, torniamo verso l'hotel, il caldo è prepotente, ci infiliamo in un centro commerciale, e giriamo un po', prendiamo un gelato, si chiacchiera di cose nostre. Si fa una certa, ci avviciniamo all'hotel, e si cena in un locale messicano (buono), consigliato a C. da un collega brasiliano (Alex, che conosco) da qualche tempo riallocato lì nel Sud Est asiatico. Si tirano le somme della mia esperienza lavorativa, non finirò mai di ringraziare C. per questa opportunità, sono un tipo anche troppo sensibile, e lei lo sa. Ci salutiamo calorosamente, arriva il suo autista, saluto anche lui. Rimango da solo, fumo una sigaretta, salgo in camera e mi spengo stanchissimo.
Domenica mattina, colazione e faccio un pensierino a visitare la piscina dell'albergo, desisto pensando al costume bagnato che dovrei infilare nel bagaglio. Lavoro un po', guardo qualche serie tv. Libero la camera, lascio i bagagli nella hall e domando per il pranzo. Pranzo al buffet dell'albergo, grande varietà e molta gente, anche non ospiti, che si abbuffano in maniera insensata. Faccio una battuta all'addetta alla cassa. Ride.
Aspetto un po' al bar dell'hotel a piano terra, bevo qualcosa, poi faccio chiamare un taxi, dritto all'aeroporto. Check in, controlli, lounge. Ascolto un po' di musica, scrivo qualche post sul blog. Imbarco. Stavolta l'assistente con la quale familiarizzo è meno figa, ma parla italiano e insiste per farlo. Rimango sveglio, e vado al bar dopo il decollo. E' spagnola, ha una figlia, suo marito è pilota, vivono a Dubai e le piace molto. Ti credo. Dormo un po'. A Dubai cappuccino e pezzo alla lounge Emirates, e si riparte per Roma. Qui una brasiliana piccola e carina, anche lei se la cava con l'italiano, ma del resto anch'io, dopo qualche ora di sonno e una rasatura sommaria, la saluto con bom dia. In partenza ha insistito per darmi la cena ma io ho rifiutato, per la colazione opto per cappuccino e qualche dolcetto, anche se lei (nome e cognome italiani) insiste per portarmi la colazione continentale. Sono le 7 e qualcosa del mattino, stavolta non mi han fatto portare con me il trolley, e ho talmente l'anima in pace che mi sistemo davanti al nastro di ritiro bagagli, quando una ragazza mi si avvicina proponendomi un questionario di gradimento sull'aeroporto, e lo accetto di buon grado dicendole "tanto ci sarà da aspettare". Invece, il mio bagaglio arriva per primo. Mi scuso, lo raccolgo e termino il questionario con un altro piglio. Esco, navetta, parcheggio. Qua, debbo raccontarvi un piacevole particolare, con un passo indietro. Quando sono arrivato in Thailandia, non trovavo più una delle mie USB, quella dove avevo tutti gli ultimi episodi delle serie che seguo. Eppure ero sicuro di averla messa nel bagaglio. Allora, ho scritto all'hotel dove avevo dormito prima di partire, chiedendo se per caso avessero trovato una USB. Dopo qualche minuto mi rispondo di si. Quindi, esco dal parcheggio e faccio sosta all'hotel, prelevo la chiavetta, e faccio rotta sul paesello, dritto a lavorare.
Questa esperienza la ricorderò per un bel pezzo.
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| Due foto fatte dopo che un collega mi ha suggerito di fare caso ai cavi elettrici... |
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| Su un autobus urbano |
Aspetto un po' al bar dell'hotel a piano terra, bevo qualcosa, poi faccio chiamare un taxi, dritto all'aeroporto. Check in, controlli, lounge. Ascolto un po' di musica, scrivo qualche post sul blog. Imbarco. Stavolta l'assistente con la quale familiarizzo è meno figa, ma parla italiano e insiste per farlo. Rimango sveglio, e vado al bar dopo il decollo. E' spagnola, ha una figlia, suo marito è pilota, vivono a Dubai e le piace molto. Ti credo. Dormo un po'. A Dubai cappuccino e pezzo alla lounge Emirates, e si riparte per Roma. Qui una brasiliana piccola e carina, anche lei se la cava con l'italiano, ma del resto anch'io, dopo qualche ora di sonno e una rasatura sommaria, la saluto con bom dia. In partenza ha insistito per darmi la cena ma io ho rifiutato, per la colazione opto per cappuccino e qualche dolcetto, anche se lei (nome e cognome italiani) insiste per portarmi la colazione continentale. Sono le 7 e qualcosa del mattino, stavolta non mi han fatto portare con me il trolley, e ho talmente l'anima in pace che mi sistemo davanti al nastro di ritiro bagagli, quando una ragazza mi si avvicina proponendomi un questionario di gradimento sull'aeroporto, e lo accetto di buon grado dicendole "tanto ci sarà da aspettare". Invece, il mio bagaglio arriva per primo. Mi scuso, lo raccolgo e termino il questionario con un altro piglio. Esco, navetta, parcheggio. Qua, debbo raccontarvi un piacevole particolare, con un passo indietro. Quando sono arrivato in Thailandia, non trovavo più una delle mie USB, quella dove avevo tutti gli ultimi episodi delle serie che seguo. Eppure ero sicuro di averla messa nel bagaglio. Allora, ho scritto all'hotel dove avevo dormito prima di partire, chiedendo se per caso avessero trovato una USB. Dopo qualche minuto mi rispondo di si. Quindi, esco dal parcheggio e faccio sosta all'hotel, prelevo la chiavetta, e faccio rotta sul paesello, dritto a lavorare.
Questa esperienza la ricorderò per un bel pezzo.
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