No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20081017

Belgio set 08 - 5


Bedlam in Belgium 5
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Rock & Roll Masterclass:

The Hellacopters + Demented Are Go + The Paranoiacs + Boozed

26 settembre 2008, Gent, Vooruit


Quando, dopo poco più di un'ora di concerto, passata da qualche minuto la mezzanotte, gli svedesi padroni dello scettro del Rock and Roll tornano sul palco dopo una breve pausa per il primo bis, e attaccano una delle più belle versioni di una delle più belle canzoni che dei musicisti rock abbiano scritto, e sto parlando di By The Grace Of God, il vostro cronista preferito, seduto frontalmente al palco nella piccola galleria della sala concerti del Vooruit, a Gent, in Belgio, capisce il perchè di tutto questo. Capisce perchè è venuto fino in Belgio per vedere uno degli ultimi concerti degli Hellacopters.


Andrea fuma una sigaretta, lo aspetto, entriamo. Sono curioso di vedere questo posto. E' andata così: una coppia di amici si è trasferita in Belgio, decidendo di trasferire la propria vita e la propria famiglia lì. Dopo qualche mese, si stabiliscono a Gent. Mi invitano, quando voglio, ad andare a trovarli. Qualche mese fa leggo la notizia che gli Hellacopters si scioglieranno a breve: esce il disco nuovo, Head Off, una raccolta di cover, dopo di che un tour d'addio: The Tour Before The Fall. Vado sul sito, do un'occhiata alle date: nessuna in Italia. Ok, mi dico, li vado a vedere fuori dall'Italia. Guardo meglio le date: ce n'è una a Gent, Belgio. Vado. Chiedo agli amici, ok. Prenoto il volo, ok. Prenoto i biglietti, ok. Adesso siamo qui.

Il Vooruit è una costruzione anche imponente, mi dicono essere stata la sede del sindacato socialista belga. L'ingresso è agile, c'è pochissima gente, hanno appena iniziato a suonare i Boozed, poco dopo le 18,00. Il guardaroba è enorme e sta dietro delle reti divisorie. La sala fumo ospita anche i banchi del merchandising. Vicino ai bagni un cartello dice che la massima capienza del luogo è di 1000 persone. Entriamo nella sala concerti vera e propria. Meravigliosa. Come un vecchio teatro, soffitto con stucchi, galleria balconata, sipario davanti al palco, piccolo e profondo. Una chicca.

I Boozed sono tedeschi, e sono giovanissimi. Due chitarre, un basso, batteria e un cantante, urlatore. Fanno rock 'n' roll dove senti gli AC/DC e i Rolling Stones. Uno dei due chitarristi è bravo, si muove quasi come Angus, verso gli ultimi pezzi scende dal palco e si fa un giro tra le poche persone presenti mentre esegue un assolo. Suonano un po' più di 30 minuti e si fanno decisamente apprezzare.

E' la volta dei Paranoiacs, band belga, probabilmente fiamminga, ci sembra di capire che dialogano col pubblico in netherlands. Anche loro sono cinque, ma qui abbiamo due chitarristi, uno dei quali canta, basso, batteria e tastiere. Il tastierista è probabilmente l'uomo più antipatico ed esaltato del mondo. Atteggiamento e mosse da rockstar maledetta e ambigua, una cascata di capelli riccioli (ma con l'attaccatura altissima), jeans strettissimi a vita bassissima, incide zero nella musica del gruppo ma occupa un sacco di spazio, tanto che per gli ultimi pezzi lascia le tastiere e prende il microfono, cercando di ricordarci Iggy Pop e finendo per intristirci quasi tutti. In definitiva, musicalmente i Paranoiacs sembrano i Ramones annacquati, e non ci fanno una grande impressione.

Arrivano i Demented Are Go, che visivamente ci appaiono come una commistione di Misfits e Sigue Sigue Sputnik, mentre musicalmente sembrano una versione rockabilly dei Motorhead. Leggendo tutti questi riferimenti, si potrebbe pensare: "ehi, interessante!". Niente da fare: nonostante la voce cavernosa a metà tra quella di Lemmy e quella di Tom Waits del cantante, del contrabbassista (che suona si il contrabbasso, ma non mi pare proprio un fenomeno) che si dà da fare, di un chitarrista nella norma e di un batterista appena sufficiente, i DAG fanno letteralmente cagare. Con Andrea, accanto a me, pensavamo che i Paranoiacs avessero rappresentato il fondo della serata, e invece dobbiamo ricrederci. L'ultima mezz'ora della loro esibizione rasenta il calvario, e sembra non terminare più, proponendo pezzi tutti uguali e ugualmente pallosi. Fortunatamente, ad un certo punto, la smettono. E l'attesa si fa palpabile.


Sono le 23,00 circa quando le luci si spengono ancora una volta. Rispetto alla scaletta indicata gli Hellacopters hanno un'ora di ritardo, accumulato dalle band precedenti. Il pubblico, non particolarmente caldo fino ad ora, e restìo ad avvicinarsi al palco fino a quando la sala non è stata piena, adesso c'è, fin sotto il palco, e freme. Eccoli che arrivano, si intravedono delle figure in ombra. Appena il tempo di sentire l'arpeggio iniziale di Hopeless Case Of A Kid In Denial, 10 secondi, e quando il pezzo parte davvero l'impatto sonoro è devastante, anche troppo. I suoni purtroppo sono confusi, e si fatica a distinguere bene il tutto. Però il tiro è micidiale. Il pezzo seguente è un super-classico, The Devil Stole The Beat From The Lord, e i ragazzi sono indiavolati. E poi un diluvio di pezzi che coprono gli anni che hanno segnato la loro carriera. Si va da Fake Baby (1996, Supershitty To The Max) a una perfetta e sostenuta In The Sign Of The Octopus (2008, Head Off, di qualche mese fa; il pezzo era in origine dei The Robots, una band di Stoccolma), da una sempre suggestiva Everything's On TV (Rock & Roll Is Dead, 2005, che voce che ha Nicke su questo pezzo...) a una selvaggia Ghoul School (Cream Of The Crap! Volume 2, 2004), passando per pezzi splendidi come Toys And Flavors, No Song Unheard, Better Than You (il rock 'n' roll!!), senza dimenticare estratti dal nuovo lavoro, Electrocute, Midnight Angels, The Same Lame Story. Immancabili la divertente I'm In The Band e la micidiale e sempreverde Move Right Out Of Here.


Loro sono loro. Boba rintanato nell'angolo e buffo, Kenny preciso e impeccabile girovagando sul palco come su un altro pianeta, Robban con capigliatura e fascia d'altri tempi (sembra quasi Borg) a picchiare come un forsennato sulle pelli e sui piatti, Strings a sciorinare assoli con classe cristallina, quintessenza del rock, a duettare con il semidio dentro una perfetta iconografia rock 'n' roll da manuale, posando come sempre il manuale del perfetto chitarrista rock impone; Nicke (il semidio, appunto), basta vederlo, perfettamente inguainato nei suoi vestiti e sotto il suo cappello, è il rock and roll (si lo so l'ho ripetuto millemila volte, perdonatemi) fatto uomo. Ringraziano per l'amore trasmessogli dai fans in questi anni, e salutano, visto che è l'ultimo tour.


La chiusura, dalla quale abbiamo cominciato, è pirotecnica. Dopo poco più di un'ora escono. Rientrano appunto con una canzone della quale sono perdutamente innamorato, come già vi ho detto By The Grace Of God, della quale forniscono una versione memorabile. Senza soluzione di continuità, come loro sanno fare bene, ecco Before The Fall (laddove nasce il "titolo" del tour, anche), un ennesimo "standard" r'n'r, e il colpo che ti stende: (Gotta Get Some Action) Now!, una sorta di loro manifesto da suonare per bruciare le valvole dell'ampli. Una stra-cazzo di canzone. Apoteosi.


Escono, e il pubblico, giustamente, li richiama. Rientrano e piazzano senza nemmeno far riprendere fiato al migliaio di presenti, nonostante il loro ampio repertorio e un disco nuovo fatto di cover, una versione al fulmicotone della queeniana We Will Rock You, versione heavy. Chiude le danze una versione tambureggiante di Soulseller, nel senso che Robban polverizza il drum-kit a forza di rullate.


Neppure un'ora e mezzo, e siamo dalle parti del merchandising, nella sala fumo, ormai diventata una camera a gas. Velocemente compro una maglia per me e una per mio nipote. Se lo meritano, gli svedesi. Torniamo verso il parcheggio nella notte di Gent, tutto sommato senza freddo.


Signore e signori, The Hellacopters se ne vanno. Quelli di voi che non li apprezzano, o addirittura non li conoscono, magari un giorno li rimpiangeranno. Io già da adesso. Per citare un usuratissimo luogo comune, it's only rock and roll, but I like it. Anzi, it was.
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sasha


Sasha Grey (foto), attrice porno statunitense, reciterà per Steven Soderbergh nel suo prossimo The Girlfriend Experience. A parte qualche facezia (l'erede di Jenna Jameson), qui l'articolo di tgcom. La cosa è oltremodo interessante, oltre al nostro solito slogan "sdoganiamo il porno". Provate a farvi un giro sul myspace di Sasha. La sua bio (This is only a brief dossier because I'm not dead) si chiude con "Lotta Continua" scritto di rosso, la musica in sottofondo è degli Einstuerzende Neubauten, tra le sue band e i suoi musicisti preferiti cita Bob Dylan, Tool, Joy Division e Can.

Però.

estere news

con gli estere stiamo registrando un pò di voci su basi vecchie.
ci divertiamo come bambini.
e non vediamo l'ora di far sentire il nuovo materiale.

la voce di oggi

policarpico

aggettivo (plurale maschile policarpici, femminile singolare policarpica, femminile plurale policarpiche)

Botanico: di albero, di pianta che fiorisce e fruttifica per più anni di seguito // Fiore policarpico, con il gineceo formato da più carpelli liberi, ognuno dei quali forma un pistillo

etimologia: composto di poli- + un derivativo del greco karpós, "frutto"

AC/DC - Touch Too Much

E se vi dicessi che questa canzone qui è la più bella del mondo?

playlist-nel lettore mp3

Album

AC/DC - Highway To Hell
AC/DC - Back In Black
Fratelli Calafuria - Senza Titolo
Garbo - Come il vetro
I Ministri - I soldi sono finiti
I Ministri - La piazza EP
Juana Molina - Un Día
Kaiser Chiefs - Off With Their Heads
Kings Of Leon - Only By The Night
Marta Sui Tubi - Sushi & coca
Metallica - Black Album
Moltheni - I segreti del corallo
Natalie Merchant - Live In Concert 1999
Scars On Broadway - Omonimo 2008

Canzoni

A Fine Frenzy - Almost Lover
Bersuit Vergarabat - El Tiempo No Para (en vivo)
Cristina Donà - How Deep Is Your Love
Garbo - A Berlino...va bene
John Waite & Alison Krauss - Missing You 2007
N.E.R.D. - My Drive Thru (feat. Santogold & Julian Casablancas)
Puddle Of Mudd - We Don't Have To Look Back Now
Ricardo Arjona - Quiero
Santana feat. Everlast - Put Your Lights On

Belgio set 08 - 4


Bedlam in Belgium 4
Nella camera degli ospiti della casa di Dria e Sabien si dorme alla grande. E' al secondo piano, in una mansarda più che abitabile. Sopra il letto, matrimoniale, c'è un abbaino, e quando dormo sotto un abbaino a me piace lasciarlo "libero", senza oscurarlo. E poi non c'è quel sole devastante che ti batte in fronte come in camera mia. Mi sveglio tardissimo e lentissimamente faccio colazione, e poi approfitto del bagno. C'è un'altra cosa fantastica in casa: una doccia grande, con un "telefono" grande, come piacciono a me. Fuori è una bellissima giornata. Ma prima di parlarvi del resto, è necessario che vi accenni a quello che non esiterei, su suggerimento di Dria, a definire una droga pesante: la crema di Speculoos.

Dunque, intanto partiamo dagli Speculoos. Ecco qua un blog che ne parla (anche qui), e che dà pure la ricetta. Sono dei biscotti speziati, tipici fiamminghi. Ma qui siamo oltre. Esiste anche una crema, molto densa, derivata da questi biscotti. Una roba che genera dipendenza. Giuro. La potete comprare anche su E-Bay, cercate speculoos pasta, preferibilmente aggiungendo Lotus, che è una delle migliori marche.

Detto questo, ce la prendiamo con calma e ci godiamo il sole in giardino, Dria fa qualche lavoretto e io molto pigramente lo aiuto. Pian piano arriva l'ora di pranzo, poi quella di andare a prendere Matilde all'asilo, vado con Dria, Sabien insiste perchè vada per dare un'occhiata, soprattutto per vedere la quantità e la varietà di biciclette che ci sono. In effetti è vero. Un sacco di gente, un sacco di bambini, un sacco di donne col capo coperto, maestre e personale sorridenti, disegni, armadietti. Non c'è molta differenza dall'asilo dove qualche volta sono andato a prendere mio nipote, forse questo è più grande, c'è più gente. Torniamo a casa e arriva anche l'ora di partire per il centro di Gent. Ce la prendiamo molto comoda, non sono ancora le 17, parcheggiamo l'auto in un parcheggio sotterraneo, andiamo al Vooruit a ritirare i biglietti (che ho prenotato via e-mail mesi fa), facciamo un giro in centro e mentre ci allontaniamo dal Vooruit incrociamo prima i Demented Are Go (me ne accorgerò più tardi, riconoscendoli sul palco), dopo di che Kenny e Boba (bassista e tastierista) degli Hellacopters, ci prendiamo un caffè, Dria mangia una crepe, e così facendo facciamo le 18, orario indicato sul biglietto come quello d'inizio concerto.

L'ingresso della Sala Concerti è sul lato opposto del bar e della biglietteria, esattamente in riva ad un canale e davanti (sull'altra sponda) ad un barcone trasformato in un bar.

20081016

la cassetta del dolore


The Hurt Locker – di Kathryn Bigelow 2008

Giudizio sintetico: si può vedere

La compagnia Bravo è un gruppo di 3 soldati addetti allo sminamento delle bombe, e in Iraq ce n’è un gran bisogno. Il rischio di morire, ovviamente, è altissimo. Infatti, il Sergente Thompson muore nel tentativo di disinnescare una bomba nel centro di Baghdad (e i suoi resti insieme alle sue cose tornano in patria dentro la hurt locker, la cassetta del dolore). Lo sostituisce il Sergente Capo James, che i due collaboratori, il Sergente Sanborn e lo Specialista Elridge non tarderanno ad incasellare come un folle. William James è folle, si, ma maledettamente bravo: ha disinnescato, nella sua carriera, oltre 800 ordigni. La sua vita è quella, mentre gli altri due soldati vedono la meta avvicinarsi: mancano infatti meno di due mesi al rimpatrio.

Torna Kathryn Bigelow, e nonostante i molti passi falsi, c’è chi, come me, la ama incondizionatamente per aver partorito Point Break e Strange Days, due film d’azione, adrenalina, fantasociale il secondo, quasi perfetti. Ecco dunque un nuovo film su un tema scottante, anzi, ancora caldo, come l’Iraq; forse però è ancora troppo presto per tirare le somme.

A parte ciò, la Bigelow parte (e si fa aiutare nella sceneggiatura) dagli scritti di Mark Boal, reporter embedded, e racconta questa guerra dal di dentro. Parte con un altro scritto, di un altro reporter di guerra, Chris Edgar, che appare sullo schermo prima che arrivino le immagini: “La furia della battaglia provoca dipendenza totale, perché la guerra è una droga”. La scritta si dissolve, ma non tutta: l’ultima parte rimane, e spiega l’essenza del film e delle persone che questo film si propone di raccontare. La guerra è una droga. Dopo di che, si parte. E non si tira più il fiato per quasi due ore. Soggettive, camera nervosissima, zoommate, come sempre stile inconfondibile, adrenalina a mille. Attori in parte, due camei, Guy Pearce e Ralph Fiennes (prezioso il primo, quasi inutile il secondo). Il problema è che non c’è altro. La chiosa, che non riveliamo, seppur suggestiva e un po’ amara, non cambia le premesse. E’ un film che tiene lo spettatore incollato allo schermo e all’azione, che racconta benissimo quanto l’essere umano possa essere dipendente dal rischio e dall’adrenalina, quanto possa essere incurante della morte, ma che non dice niente su quella guerra, se non spiegarti di quale tipo è; inoltre, ha lo stesso difetto di Black Hawk Down di Ridley Scott: praticamente non tiene conto dei “nemici”. Sta a noi innescare le riflessioni a posteriori. Un po’ poco per una regista “visionaria” come la Bigelow.

la voce di oggi

apotropaico

aggettivo (plurale maschile apotropaici, femminile singolare apotropaica, femm. plurale apotropaiche)

Che allontana dal male, che tiene lontana un'influenza maligna: riti apotropaici; formule apotropaiche; oggetti apotropaici

etimologia: dal greco apotrópaios, "che allontana", derivazione di apotrépo, "io allontano", composto di apó, "da" + trépo, "io volto, rivolgo"

entre les murs


La classe – Entre les murs – di Laurent Cantet 2008

Giudizio sintetico: si può vedere, ma riposàti

François Bégaudeau fa l’insegnante di francese; da alcuni anni insegna alle medie in una scuola del ventesimo arrondissement parigino. E’ una brava persona, e crede (ancora) in quello che fa, nel fatto che la scuola sia una palestra di vita e di democrazia, che serva a formare cittadini liberi e pensanti. Per questo, adotta un metodo libero e interessante di insegnamento, lascia spazio alla discussione, agli interventi degli alunni, alla loro creatività, cerca di conoscerli come persone, anche se pretende un minimo di rispetto (alzarsi in piedi, dare del lei). Ma la spavalderia dei suoi allievi e la multietnicità della classe gli creerà non pochi problemi, e rischierà di mettere in crisi le sue convinzioni.

Cantet è un regista che rispetto molto, e del quale mi sono piaciuti i lavori precedenti (soprattutto Risorse umane), attento alle problematiche sociali odierne, e soprattutto al mondo del lavoro. La scuola fa parte di questo (lo vediamo molto bene anche noi in Italia), e l’approccio di questo film è lodevole. Cantet ha tratto spunto dal libro (omonimo in francese, Entre les murs) di Bégaudeau stesso (che mette mano nella sceneggiatura ed interpreta se stesso nel film), e ha lavorato un anno intero tra i muri di una scuola con una quarantina di ragazze e ragazzi dell’età rappresentata nel film, dando loro, pare, quasi carta bianca.

Nonostante il film, Palma d’Oro all’ultimo Cannes davanti a Gomorra e Il divo, abbia intenti alti, possa innescare riflessioni molto interessanti e discussioni infinite, il difetto del film sta dove stava il pregio, per dirne una, dei film di Mike Leigh, e cioè la mancanza di una sceneggiatura ferrea, come accennato poc’anzi, limite, che però si trasformava in genialità, de La schivata di Kechiche, film al quale La classe è stato più volte avvicinato, da diversi critici. La verbosità debordante del film (che ha l’altra colonna portante in una claustrofobia per nulla disturbante e, anzi, molto coinvolgente) parte come un valore aggiunto o come la chiave di lettura di tutto, come il dialogo sull’autoritratto o come l’altro in cui viene fuori che una delle ragazze ha letto di sua sponte La Repubblica di Platone, ma dopo un’ora di film la cosa diventa imbarazzante e, soprattutto, pesante in un modo quasi insopportabile. I problemi escono, si notano, le situazioni diventano comiche (se non fossero in una scuola, però, il che rende la cosa triste), il regista rimane super partes e non prende posizione, la figura di François diventa sempre più impotente e, forse, questa è la conclusione: è lo Stato che deve intervenire, perché l’Istruzione è troppo importante per lasciarla in mano alla buona volontà delle persone. Che poi lo Stato intervenga di solito per fare danni, questo è un altro discorso.

I giovani protagonisti sono più che credibili, le telecamere fanno il loro dovere e la sensazione di documentario è raggiunta, ma il film risulta, come detto prima, appesantito in maniera enorme, il che non giustifica tutta la spinta che ha avuto dalla critica. Potete andarlo a vedere, ma sono certo che uscirete “divisi in due”: buonissime le intenzioni, pessima la realizzazione.

playlist-nel lettore mp3

Album

10.000 Maniacs - In My Tribe
Anberlin - New Surrender
Beatrice Antolini - Big Saloon
Bon Iver - For Emma, Forever Ago
Fratelli Calafuria - Senza Titolo
Garbo - Come il vetro
I Ministri - I soldi sono finiti
Jill Tracy - Diabolical Streak
Kaiser Chiefs - Off With Their Heads
Kings Of Leon - Only By The Night
Marta Sui Tubi - Sushi & coca
Metallica - Black Album
Moltheni - I segreti del corallo
She & Him - Volume One

Canzoni

A Fine Frenzy - Almost Lover
Bersuit Vergarabat - El Tiempo No Para (en vivo)
Cristina Donà - How Deep Is Your Love
Garbo - A Berlino...va bene
John Waite & Alison Krauss - Missing You 2007
N.E.R.D. - My Drive Thru (feat. Santogold & Julian Casablancas)
Puddle Of Mudd - We Don't Have To Look Back Now
Ricardo Arjona - Quiero
Santana feat. Everlast - Put Your Lights On

20081015

George i' vorrei che tu Vladimir ed io fossimo presi..


Mi spiace solo di non aver avuto tempo per commentare subito la notizia, prontamente segnalatami ieri dall'amico Cipo: il titolo del Corriere recitava Il saluto di Berlusconi a Bush: "Storia dirà che sei stato un grandissimo presidente". A parte l'inziale sgomento, e la buffa impressione che "storia" fosse un nome proprio, ho riflettuto sull'interezza dell'articolo.


Un vaso di Ginori con raffigurate le Tre Grazie tra i regali per George (ovviamente, Grazia, Graziella e Grazie al cazzo).

Complimenti reciproci. Da George a Silvio, da segnalare: "Con Berlusconi ho un rapporto eccellente, e un genuino rispetto. Ne ho apprezzato l'amicizia e la saggezza. È un uomo sincero, capace di parole chiare e leali, capace di mantenere la parola data e mi piace il suo ottimismo senza limiti. Sono orgoglioso dell'alleanza dell'Italia". La saggezza. Magari aveva visto Guzzanti (il figlio, visto che il padre con Silvio ha litigato) che interpretava Laporta poco prima. Un uomo sincero. Come no. Capace di mantenere la parola data. Come no. L'ottimismo senza limiti, e questo è innegabile. Ma la chicca è "capace di parole chiare". Come no. Grazie a Silvio, la frase "sono stato frainteso" sta per entrare nello Zingarelli.


Ma le parole di Silvio per George sono decisamente un capolavoro. "La storia dirà che George W. Bush è stato un grandissimo presidente degli Stati Uniti". Un grandissimo. Certo. "In lui non ho mai visto il calcolo del politico, ma la spontaneità e la sincerità di colui che crede in quello che fa". Si, questo lo credo anch'io. Il problema è che evidentemente, crede si, ma di giocare alla playstation a Medal Of Honor o robe così.

La chiusura sembra paradisiaca, ma in realtà è una minaccia: "Continueremo a restare al vostro fianco finché i nemici della libertà, che non hanno alla base delle loro decisioni l'amore, non saranno completamente sconfitti". Quindi, alla base delle decisioni di Silvio e di George c'è l'amore. Bisogna vedere per cosa.


Dopo i complimenti il discorso si è spostato sulla crisi economica ormai mondiale. Mentre Gordon Brown, sicuramente aiutato da qualcuno che ne capisce più di lui, era impegnato a risolverla, Silvio faceva i complimenti a chi sicuramente di questa crisi è, almeno in parte, responsabile. E, come dice (anche qui) il fresco premio Nobel per l'Economia Paul Krugman, non è riuscito a mettere in piedi un piano capace di risolverla.

i media

Grazie all'amico Robi, che mi segnala questo articolo di PeaceReporter (noto covo di comunisti, questo lo so), che io già immaginavo, solo che non ho quasi più la forza di dirlo.



Rom: assolti non fanno notizia

Da PeaceReporter, di Chiara Pracchi - 29 settembre 2008

Nel maggio scorso erano stati arrestati con l’accusa di aver tentato di rapire una bambina. Ma ora che i due rom, Viorica Zavache e Sebastian Neculau, sono stati prosciolti dall’accusa, nessuno ne parla.

Rassegna stampa.
“Catania, arrestati due rom. Hanno tentato di rapire mia figlia.” Titolava così Repubblica, il 20 maggio scorso, un episodio di cronaca avvenuto nel parcheggio del centro commerciale Auchan, di San Giuseppe La Rena. “Arrestati due nomadi: volevano rapire una bimba” è invece l’apertura del Corriere che arriva sulla notizia con un giorno di ritardo. E così di seguito, la rassegna stampa potrebbe essere lunga. “Non e' ancora chiaro il motivo, ma che si tratti di un tentativo di rapimento non c'e' dubbio”: addirittura la compassata Stampa apriva così il suo articolo, riportando le parole del commissario Marcello Rodano. Dai giornali nazionali alla stampa locale, i titoli si rincorrono uguali, così come il contenuto degli articoli: due zingari chiedono l’elemosina nel parcheggio di un supermercato ad una donna che “garbatamente” risponde di non avere spiccioli. A quel punto i due tentano di afferrare la bambina seduta nel carrello, mentre la madre carica in macchina la spesa. Il tutto nell’indifferenza generale, perchè in epoca di crisi della sicurezza e allarme sociale, la solitudine e l’indifferenza del prossimo sono temi che procurano sempre molta angoscia. Questo il racconto dei fatti su tutti i giornali. Non un dubbio, non un condizionale. Del resto questo nuovo tentativo di rapimento segue di dieci giorni quello di Ponticelli e gli attacchi contro il campo nomadi. Siamo in pieno clima da isteria collettiva. Esattamente quello che succede poi anche a Catania, dove i rom hanno dovuto abbandonare il campo del quartiere Zia Lisa, nonostante i loro figli fossero inseriti in un progetto della Caritas che permetteva loro di frequentare la scuola.

Il processo.
Il verdetto emesso venerdì scorso dal giudice Antonella Romano è di assoluzione. Nessuno però sembra essersi accorto di questa sentenza. Niente titoli cubitali questa volta per Sebastian Neculau, per il quale l’assoluzione è stata completa, e per Viorica Zavache, che è stata scagionata dall’accusa di rapimento, dopo aver trascorso in carcere gli ultimi 4 mesi. Nel suo caso però, gli atti sono stati rimessi alla procura affinchè proceda diversamente per il diverbio scoppiato nel parcheggio del supermercato. Perchè neanche la difesa nega il fatto che qualcosa sia successo in quel parcheggio tale da provocare la reazione spropositata dei due rom e la denuncia della donna. Ma stabilire esattamente cosa, definire le accuse, circoscrivere i fatti è diventato fondamentale per un paese che è sprofondato nella paranoia e nel sospetto.

La ricostruzione dei fatti.
L’ipotesi del rapimento non ha mai convinto gli impiegati del centro commerciale, che da almeno un anno e mezzo erano abituati a vedere i due rom che chiedevano l’elemosina. Di solito si facevano dare l’euro del carrello. Per averlo spesso facevano anche cose magari non richieste, come caricare la spesa in macchina o far scendere i bambini dal carrello. Proprio questo, dunque, potrebbe essere successo, oppure i due potrebbero aver tentato di estrarre con la forza la moneta, spostando la bambina.Chiedere l’elemosina in modo troppo insistente o violento può essere un reato – dice il procuratore capo Vincenzo D’Agata- ma in questo caso si tratterebbe di estorsione. Cosa ben diversa dal rapimento.

Il filmato.
Vi è infine un’ultima questione poco chiara: quella del filmato. Per capire cosa è avvenuto realmente in quel parcheggio sarebbe stato utile avere la registrazione delle telecamere a circuito chiuso, che sorvegliano i dintorni del supermercato. Ma la cassetta è stata cancellata il giorno successivo, o addirittura alcuni giorni dopo, secondo alcuni. Nessuno pare abbia pensato a chiedere il nastro, nonostante fra i poliziotti accorsi subito dopo il litigio ci fosse anche il marito della donna, una persona che in teoria avrebbe avuto tutto l’interesse a documentare le proprie accuse.
La ricostruzione dei fatti potrà continuare così solo su base indiziaria. Senza però che la stampa ne dia conto, perchè oramai è un tema che non interessa più.

20081014

anello

ieri sera mi son tolto l'anello che avevo all'anulare della mano destra.
non l'avevo mai tolto negli ultimi 10 anni.
la pelle ora ne riporta lo stampo.
pelle chiara e stretta.

in Italia...

...succede anche questo...

bomba liquida


Da D la Repubblica delle donne nr.618


La bomba liquida non esiste


di Loretta Napoleoni


La bomba liquida non esiste perciò potremo di nuovo portare a bordo dell'aereo bevande, creme e cosmetici che superano i 100 millilitri. Il motivo è semplice: una sentenza inglese ha trovato insufficienti le prove che il complotto dell'aeroporto - quello che nell'agosto 2006 ha paralizzato il traffico aereo di due continenti - avrebbe fatto saltare in aria sette velivoli con liquidi di vario genere. Tra realtà e fantascienza, ad alimentare il terrorismo è sempre più la politica della paura dei governi occidentali piuttosto che la strategia del terrore dei gruppi armati. A farne le spese siamo noi, costretti a stipare il trucco in buste di cellophane trasparenti ogni volta che vogliamo imbarcarci su un aereo. L'allarme della bomba liquida è costato centinaia di miliardi di dollari. La Baa, l'autorità aeroportuale britannica, ha speso 250 milioni di sterline per adeguare la sicurezza al controllo aggiuntivo dei liquidi, la British Airways ha perso 100 milioni di sterline tra voli cancellati e ritardi. Ecco spiegato l'aumento delle tasse aeroportuali. Per non parlare poi dei costi di tutto ciò che si getta prima di farsi ispezionare la carta di imbarco: dai mascara alle creme per i piedi, dai biberon dei neonati allo shampoo. C'è però chi si arricchisce sulle nostre spalle: è la fiorente industria del terrorismo che dall'11 settembre a oggi alimenta in Occidente la psicosi del terrore. Esperti, commentatori, think tank, la lista è lunga. Basta un numero per descrivere la crescita di un settore inesistente prima dell'11 settembre: negli Stati Uniti il numero di società di sicurezza specializzate in terrorismo è passato da 4 a 40mila.E il terrorismo, che fine ha fatto? Sono i numeri a darci una risposta. Mentre in Occidente la minaccia raggiunge l'apice tra gli anni '70 e '80 e da allora scema, nel mondo musulmano la tragedia delle Torri gemelle ne centuplica l'attività. È in Iraq, Afghanistan e Pakistan che si registra il numero più alto di attentati. In questa fetta di mondo non c'è bisogno degli "effetti speciali" della bomba liquida per avere paura.

playlist-nel lettore mp3

Album

AC/DC - Black Ice
Alborosie - Soul Pirate
Asian Dub Foundation - Punkara
AAVV - Welcome To Rock 'N' Roll Hell - Tribute To AC/DC Abd Motorhead
Fratelli Calafuria - Senza Titolo
Garbo - Come il vetro
I Ministri - I soldi sono finiti
Kaiser Chiefs - Off With Their Heads
Kings Of Leon - Only By The Night
Marta Sui Tubi - Sushi & Coca
Metallica - Omonimo 1991
Oasis - Dig Out Your Soul
TV On The Radio - Dear Science

Canzoni

A Fine Frenzy - Almost Lover
Bersuit Vergarabat - El Tiempo No Para (en vivo)
Carlos Santana & Everlast - Put Your Lights On
Cristina Donà - How Deep Is Your Love
Garbo - A Berlino...va bene
John Waite & Alison Krauss - Missing You 2007 (radio edit)
N.E.R.D. feat. Santogold & Julian Casablancas - My Drive Thru
Puddle Of Mudd - We Don't Have To Look Back Now
Ricardo Arjona - Quiero

20081013

teatro sociale


Da D la Repubblica delle donne nr.618


Thyssen la doppia menzogna

La tragedia nella fabbrica torinese è al centro del nuovo spettacolo di Pippo Delbono. Per capire le responsabilità di ciascuno

di Laura Landolfi

"Scusate ma io sono più vicino a loro".

Pippo Delbono, attore, danzatore, performer (ma forse autore è il termine che meglio lo definisce) è un fiume in piena. Il suo modo di parlare ricorda i suoi spettacoli fatti di immagini, digressioni, violenza e poesia.

Vicino a chi?

"Vicino a quelli che vanno a casa a piangere i propri cari morti sul lavoro".

Basterebbe questo per spiegare la scelta del suo ultimo spettacolo, La menzogna-studio, ispirato alla tragedia della Thyssen-Krupp, che dal 21 ottobre al 2 novembre apre la stagione del Teatro Stabile di Torino alle Fonderie Limone di Moncalieri.

Perché ha deciso di portare a teatro la tragedia della Thyssen?

"Perché in certi casi il dolore diventa un fatto politico, nel senso di rivoluzionario, spirituale. L'intento non è spettacolarizzare un evento come quello della Thyssen, per venderlo, come fa la televisione, ma cercare di scavare per comprendere le responsabilità di ognuno".

Nel suo lavoro, lei parla di un "doppio livello di menzogna"...

"La menzogna non è solo quella dei datori di lavoro, responsabili delle morti bianche, ma è anche quella alla base della nostra società. Siamo figli della Commedia dell'arte: portiamo una maschera e la dobbiamo accettare, facendo i conti con l'oscurità che abbiamo dentro. Ripartiamo da noi stessi, per evitare di riprodurre i meccanismi di potere che contestiamo negli altri".

E tutto questo come rientra in uno spettacolo?

"Lo spettacolo rende il senso dell'attraversamento del dolore. E il dolore, se lo scegli come compagno, ti fa aprire gli occhi. Ti fa prendere coscienza che la vera bugia è nell'intolleranza, nel razzismo, nel fascismo di ritorno che appartengono a ognuno di noi. Io, come artista, cerco di svolgere la mia funzione poetico-politica mettendo in scena me stesso, la mia carne, le mie ferite. E anche il mio coraggio di mostrarmi 'sporco' e 'infetto' ".

marx e la crisi


Il nuovo capitalismo virtuale


La crisi colpisce l'economia reale. L'Islanda rischia la bancarotta. Si teme la recessione. E tornano in mente le previsioni di Marx






Questa settimana in Gran Bretagna i bancomat della Icesave hanno smesso di funzionare. Chi voleva usarli leggeva sullo schermo: "Operazioni di prelievo e deposito sospese".

La Icesave è un istituto controllato dalla Landsbanki, una delle principali banche islandesi. Grazie agli accordi bilaterali tra i due paesi, l'Islanda garantisce i primi 22mila euro depositati sui conti e il governo di sua maestà britannica le successive 50mila sterline.

Il resto, per ora, è finito nel buco nero della crisi. E c'è la possibilità che gli sfortunati risparmiatori non usufruiscano neanche del piano di salvataggio del governo islandese – che si è fatto garante degli istituti di credito del paese – o di quello del governo britannico. Si teme, infatti, che l'Islanda sarà la prima vittima del nuovo 1929, che andrà in bancarotta, e che il sistema bancario britannico crollerà.


Crolla il settore produttivo


L'esperienza dei clienti della Icesave potrebbe ripetersi altrove. La prossima vittima, si mormora, sarà la Royal Bank of Scotland o addirittura Unicredit in Italia. Tutte le banche europee e americane rischiano il collasso e basta poco, anche solo i rumors di mercato, pure e semplici voci, per farle scivolare nell'insolvenza.

I motivi della debolezza del sistema bancario li conosciamo: eccessivo indebitamento per oltre un decennio a causa dei derivati, gli effetti speciali della finanza che hanno falsato nei bilanci il rapporto tra dare e avere. Ma è sorprendente che il piano di salvataggio americano e la decisione dei governi europei di sostenere insieme il sistema bancario del vecchio continente non riescano a frenare la folle caduta dei mercati.

Ogni volta che le azioni perdono quota si brucia ricchezza. In un giorno sono svaniti 1.400 miliardi di dollari, quasi il 4 per cento dell'economia mondiale. Anche se si tratta di ricchezza contabile, l'effetto è dirompente: sale l'indebitamento delle banche che hanno in portafoglio azioni, mutui e prodotti sintetici come le mortgage backed securities, e si rafforza la convinzione che ancora non si è toccato il fondo.

Le pesanti iniezioni di contante, l'interruzione delle contrattazioni della borsa in Russia, Brasile, Indonesia, cioè nelle economie emergenti, la nazionalizzazione delle banche e la stessa garanzia dello stato sono tutte manovre per riportare la fiducia sui mercati e convincerli che il peggio è passato. Manovre che finora non hanno funzionato.

Oggi nessuno vuole fare un'inversione di marcia perché ancor più della crisi finanziaria tutti temono la recessione. E dal cocktail esplosivo di queste due calamità ci si riprende solo dopo anni di povertà. I segni premonitori dell'ubriacatura si vedono all'orizzonte.

Dal fallimento di Lehman Brothers il mercato delle commercial papers, cioè delle cambiali senza garanzia emesse dalle grandi società contro entrate future e usate per operazioni a breve, si è paralizzato. Nessuna banca è disposta ad anticipare il loro valore e chi lo fa chiede tassi proibitivi. Dalla metà di settembre, su questo mercato le banche statunitensi hanno ritirato più di 200 miliardi di dollari e le assicurazioni contro l'insolvenza di chi le emette sono passate da 87 miliardi di dollari a metà agosto a 143 miliardi un mese dopo.

Nel giro di poche settimane la liquidità del settore produttivo americano è crollata e l'industria ne ha risentito. L'indice della produzione industriale a settembre è sceso del 43 per cento: cifre così non si vedevano dagli anni trenta.


Un sistema fondato sul debito


Il governatore della Federal reserve (Fed) ha deciso di fare da agente di smistamento tra banche e società sul mercato delle commercial papers: le banche depositano il denaro nei forzieri della banca centrale e la Fed paga le cambiali del settore produttivo.

Un compito analogo a quello che sta svolgendo per il mercato interbancario. Riuscirà la Fed a sostenere il mercato finanziario e quindi quello produttivo? È l'interrogativo che tutti si pongono.

Un secolo e mezzo fa Karl Marx aveva previsto uno scenario simile: che il sistema di produzione capitalista crollasse a causa dell'eccessiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi capitalisti canaglie, che drenavano dall'economia nazionale risorse monetarie.

Marx non poteva certo immaginare che le canaglie fossero i banchieri e che tra le vittime ci fossero gli stessi industriali, privati dell'ossigeno monetario dall'ascesa del capitalismo virtuale postindustriale. Un'ascesa alimentata non dal plusvalore, ma dal debito.

Highlights Livorno - Frosinone 5 - 2 (8 Giornata serie b)

Oggi allo stadio possiamo dire di aver visto la cosa più bella e quella più brutta di sempre. La più bella il secondo gol di Rossini, la più brutta la "marcia" dei tifosi ospiti. Preoccupante.

20081011

invidia


Questo è un post che scrivo per non lasciare un giorno senza scrivere post; inoltre, è un post che scrivo per farvi schiattare d'invidia. Oggi, 11 ottobre 2008, giornata di mare, asciugamano, costume (o meglio, pantaloncini da bagno) e creme solari. Alla faccia di chi predica la "stagione lunga" e non la attua. Questa mattina con mio nipote, oggi pomeriggio con un'amica. Stasera cinema, visto che gioca la nazionale di calcio e noi alternativi ci vogliamo far mancare tutto. O, come disse a mio proposito l'amico Robi, per "eccesso di anticonformismo".


Foto di Fabio, già pubblicata ma sempre valida.

20081010

la crisi islandese


La crisi economica islandese era prevista. Rileggetevi questo articolo diviso in due parti, qui e qui; tra l'altro, anche una persona poco raccomandabile come Maurizio Blondet, che ce l'ha con i rom e gli ebrei (chi è che mi ricorda?), ma evidentemente si intende di economia globale, l'aveva prevista il 29 marzo del 2006, leggere qui per credere.


Le domande a questo punto sono due:


-ne risentirà la musica dei Sigur Ròs?


-se andiamo in vacanza in Islanda, aiuteremo i poveri islandesi?


La risposta, come sapete, è dentro di te, e però......

io e i Metallica - capitolo 10





Del concerto di Padova ho ricordi vari. L'attesa fuori dal palasport e una lepre che scappa dai cespugli circostanti. La mia Uno Fiat carica fino nel bagagliaio per dare uno strappo alla stazione a due compaesani incontrati lì, due che non avrei mai pensato di trovare a vedere i Metallica. La delusione scoprendo che come band spalla c'erano gli italiani R.A.F., che in quel periodo avevano un santo in Paradiso (me li ritrovai pure a Scandicci prima dei Manowar, ed erano stati a SanRemo ad accompagnare Jovanotti). Il palco con la statua della Giustizia che crolla durante (ovviamente) And Justice For All. L'assolo di Kirk sulle note di Little Wing con Lars che rientra e lo accompagna alla batteria. La felpa che comprai all'uscita e che, believe it or not, conservo ancora oggi. Il palazzetto che non era completamente pieno (fino a qualche anno fa era normale), ma anche la consapevolezza che i Metallica stavano diventando qualcosa di grosso. Un fenomeno mondiale.


Intanto, gli orizzonti si allargano. Da una parte l'hard rock e il metal in tutte le sue sfaccettature - tra il 1988 e il 1991 in concerto si vedono: Def Leppard (in molti conoscono l'aneddoto, ad ogni modo entro al Palasport di Firenze con un pass stampa molto prima dell'apertura dei cancelli, e mi si presenta davanti questa scena: la band di Michael Schenker, lui compreso, che effettua il soundcheck sul palco e i Def Leppard che giocano a calcio insieme ai loro roadies in platea), gli Aerosmith (con i Cult di spalla), i Queensryche (con i Lynch Mob del fuoriuscito chitarrista omonimo - George Lynch - dai Dokken), i Motley Crue (con gli Skid Row) e ancora i Motorhead nei palazzetti; addirittura i Saint Vitus al Macchia Nera e uno strabiliante Extrema/Corrosion Of Conformity/D.R.I. al Palazzetto di via dei Pensieri a Livorno (concerto dove riuscii a convincere il mixerista americano a mettere in diffusione The Abbey Road EP dei Red Hot Chili Peppers, visto che, nel 1991, non si riuscivano a trovare né cd né dischi dei RHCP, e ancora non era riuscito ad ascoltarli, seppur convinto che mi sarebbero piaciuti, avendone letto in una certa maniera). Dall'altra, Million of Dead Cops, God, Fire Party (queste ultime due band da me intervistate nell'ottica del mio programma radiofonico, i grandissimi olandesi God nel loro furgone nel cortile del Macchia Nera, la cantante delle Fire Party sul palco mentre incollava le scalette, con la preziosissima collaborazione dei ragazzi della Wide Records), Social Unrest, Ceresit, Teste Marce, Fugazi (si, avete letto bene), Negazione più volte (memorabile un colloquio veloce tra me, Zazzo e Marco dove io gli chiedevo che cazzo gliel'aveva fatto fare di venire a suonare in un posto come il Topsy a Livorno, gestito di merda, e loro che rispondevano a fine concerto che se l'avessero saputo prima di certo avrebbero evitato), Raw Power, No Means No, Jingo De Lunch. Altro aneddoto fra parentesi, nel (credo) 1988 con la band dove militavo allora, aprimmo per i Negazione calcandolo proprio, il palco del Macchia Nera di Pisa.


Nel mezzo, il crossover e il grunge che muovono i primi passi. E allora ecco che mi vedo Jane's Addicition (memorabile concerto al Politeama di Cascina con Perry Farrel che si presenta sul palco con un fiasco di vino rosso con l'impagliatura - non una bottiglia, proprio un fiasco - e gli occhiali da sole a mosca, e termina il concerto buttandosi nel mezzo al pubblico per picchiarsi con uno delle prime file), Mudhoney (altro concerto indimenticabile, al Velvet di Rimini, con questi quattro deficienti che si fanno gavettoni di birra mentre suonano e fanno a gara per passarsi sotto le gambe l'un l'altro), dei Litfiba non ancora bolliti, i Living Colour in grande forma, i Primus (con i Limbomaniacs di spalla, una meteora che ricordo con piacere) al Tenax di Firenze che passano tra il pubblico a distribuire verdura, e addirittura gli UB40 (anche se rischiai di addormentarmi, abituato com'ero ad altri "ritmi").


Per dire che la vita andava avanti tra nuove tendenze musicali, il programma in radio, la band (a cavallo del 1991 ne uscii ed entrai in un'altra che rispondeva maggiormente alle mie nuove "esigenze"), un nuovo lavoro (quello che conservo ancora oggi, for God's sake) e una fidanzata in meno. Arriva così l'estate del 1991, e alle Spiagge Bianche, fra metallari, non si fa che parlare dell'imminente disco dei Metallica. Bob Rock è il produttore, e la mente va subito a Bon Jovi. C'è chi vocifera dell'uso addirittura di un'orchestra. Terrore, sospetti, attesa. Tra l'altro, l'album esce in agosto, periodo strano, in cui di solito non esce niente, e già in settembre i quattro saranno live in Italia, al Monsters Of Rock. Il titolo non c'è. Omonimo.

notizia buffa ma non solo

AKI, Adnkronos International
NOBEL: BETANCOURT SPERAVA NEL PREMIO, AVEVA CONVOCATO LA STAMPA A PARIGI
Parigi, 10 ott. - (Adnkronos/Dpa) - Ingrid Betancourt era cosi' tanto certa di vincere il Nobel per la pace, andato al finlandese Martti Ahtisaari, che aveva convocato per oggi alle 13 a Parigi una conferenza stampa, durante la quale avrebbe dovuto commentare l'assegnazione del premio. I giornalisti, riferisce la stampa francese, avrebbero dovuto presentarsi all'Hotel Meurice, dove alloggia l'ex ostaggio delle Farc, e a loro era gia' stata inviata una dichiarazione, embargata fino all'annuncio del premio, nella quale si sottolineava che, dandole il Nobel, "il Comitato ha inviato un forte messaggio ai sequestratori che giocano impunemente con la liberta' delle altre persone". Rapita dalle Farc il 23 febbraio del 2002, la Betancourt era stata liberata con un blitz delle forze colombiane il 2 luglio scorso.

silvio forever

Invito tutti quelli che pensano che questo governo sta facendo bene (qualcuno lo pensa e se ne vergogna, lo so) a leggere questo semplice post dell'amico Monty.
Così, piano piano, sottovoce, come piace a noi.

playlist-nel lettore mp3

Album

AC/DC - Black Ice
Alborosie - Soul Pirate
Asian Dub Foundation - Punkara
Garbo - Come il vetro
Kaiser Chiefs - Off With Their Heads
Kings Of Leon - Only By The Night
Marta Sui Tubi - Sushi & Coca
Mercury Rev - Snowflake Midnight
Oasis - Dig Out Your Soul
Raf - Metamorfosi
Solange Knowles - Sol-Angel and the Hadley St.Dreams
TV On The Radio - Dear Science

Canzoni

A Fine Frenzy - Almost Lover
Bersuit Vergarabat - El Tiempo No Para (en vivo)
Carlos Santana & Everlast - Put Your Lights On
Cristina Donà - How Deep Is Your Love
Garbo - A Berlino...va bene
John Waite & Alison Krauss - Missing You 2007 (radio edit)
N.E.R.D. feat. Santogold & Julian Casablancas - My Drive Thru
Puddle Of Mudd - We Don't Have To Look Back Now
Ricardo Arjona - Quiero

the lion king


Attenzione: lo sto ascoltando per la prima volta, e qualcosa è cambiato. Forse ve li ricorderete, autori di un debutto frizzante ed esaltante, pompati dalla stampa specializzata, i fratelli e cugini Followill ci piacquero con Youth and Young Manhood, ci delusero leggermente dal vivo, e caddero nel dimenticatoio con i seguenti Aha Shake Heartbreak e Because Of The Times. Mi sa che è arrivato il momento di riguardare a loro con benevolenza. Il groove di questo nuovo Only By The Night è accattivante, e già il pezzo di apertura Closer ci dice che forse sono maturi. Per ascoltatori senza paraocchi.
Kings Of Leon - Only By The Night

20081009

miracle at sant'anna


Miracolo a Sant'Anna - di Spike Lee 2008


Giudizio sintetico: si può perdere


1984, New York, un impiegato delle poste uccide un avventore che gli si è presentato davanti chiedendogli un francobollo. A casa sua viene ritrovata una preziosissima testa di marmo appartenente ad una statua di Firenze e scomparsa nel 1944. La notizia, casualmente, arriva "tra le mani" di un italiano che pare particolarmente interessato al fatto, letteralmente dal cielo.

1944, i soldati della compagnia Buffalo (proprio loro, i Buffalo Soldiers), una compagnia che è una specie di esperimento, essendo formata interamente da afroamericani statunitensi, sono impegnati sul fronte del fiume Serchio, in alta Toscana. Quattro di loro riescono miracolosamente ad oltrepassare il fiume, nonostante il fuoco (incrociato, tra l'altro), e ad incunearsi quindi tra le linee nemiche, quelle tedesche. Testimone del bombardamento di un casolare disabitato ma occupato da un bambino, Angelo, in fuga da Sant'Anna di Stazzema, Sam, "il negro più grosso che abbia mai visto" (dice di lui un superiore bianco), nonostante si porti dietro (in una retina attaccata al cinturone...) una strana testa di marmo, salva Angelo e se lo carica in spalla. Arrivati in un paesino minuscolo lì vicino, i quattro si fanno ospitare in una casa di proprietà di un fedele di Mussolini, Ludovico, con una figlia molto bella amica dei partigiani, Renata, dove le donne si prenderanno cura del piccolo Angelo e i quattro soldati tenteranno di rimettersi in contatto con la loro compagnia. Verranno a contatto sia con i tedeschi che con i partigiani italiani, e scopriranno una terribile verità.


Sgombriamo immediatamente il campo da qualsiasi dubbio: siamo davanti al peggior film del grande Spike Lee. Visto che è venuto a girarlo in Italia, dispiace veramente. E dispiace ancor di più, visto che ha scelto come soggetto il romanzo di James McBride omonimo che romanza un episodio di guerra che gira intorno all'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, fatto che ha sollevato non poche polemiche, soprattutto qui in Toscana.

I perchè sono molti. Diverse incongruenze piuttosto grossolane (non ve le descrivo, ma leggetevi questa recensione perchè non credo si possa fare meglio), una sceneggiatura che ha soprattutto nei vari espedienti narrativi alcuni punti terribilmente deboli (come accennavo prima, come la notizia del ritrovamento della testa arriva tra le braccia dell'interessato, oppure la conclusione, che definirei ridicola senza mezze misure), il fatto stesso che l'eccidio sia stato usato come pretesto per fare un film sulle possibilità di riscatto degli afroamericani attraverso l'arruolamento e il combattimento tra le file dell'esercito americano; non finisce qui: il tema della contrapposizione bianchi/neri, altrove e con altri film trattato splendidamente da Lee, qua risulta annacquato e tirato via, per niente convincente, e neanche la battuta che il regista mette in bocca a uno dei quattro protagonisti, sul fatto che in Italia nessuno lo faccia sentire diverso, serve a rendere tutto migliore. Un capitolo a parte merita come il regista dipinge gli italiani: delle macchiette, niente di più, niente di meno. Fa una certa tristezza vedere validissmi attori italiani, Favino, Cervi, Lo Cascio, Antonutti, solo per citarne alcuni più in vista, rendersi ridicoli solo per lavorare con un regista di fama internazionale. E il piccolo protagonista Angelo? Dovrebbe essere una specie di fulcro spirituale della storia, ma quello che ne esce è una specie di parodia del Pinocchio di Comencini.

La regia non è scoppiettante come al solito: alcune finezze (il dialogo tra Sam e Angelo sui colpetti ripreso, se non ricordo male, da tre macchine), altri virtuosismi scontati (le preghiere incrociate) che non aggiungono niente, il resto è ordinario. La fotografia lascia molto a desiderare, orrenda soprattutto quella nelle scene nei boschi. Sembra di vedere una brutta fiction televisiva italiana, sempre che ne esistano di belle. Non voglio credere che dipenda dai colori della nostra terra.


La cosa peggiore? Mancano le emozioni. Naturalmente, se si eccettua la brevissima scena dove si mostra l'esecuzione dell'eccidio, anche se, credo, una cosa del genere farebbe emozionare anche in un documentario del National Geographic.


Un brutto passo falso per Spike Lee.

briosche


Il meglio che possa capitare a una briosche - di Pablo Tusset


Pablo Miralles, detto Baloo (proprio riferito all'orso del Libro della Jungla; il libro, infatti, apre con alcune strofe de La canzone di Baloo, palese il riferimento al vivere con lo stretto necessario) è un personaggio che già di per sè meriterebbe un libro. Tra i 30 e i 40, sovrappeso, gli piace bere e ubriacarsi, fumare marijuana, sniffare coca, svegliarsi tardi, dormire dopo pranzo, bere caffè, scopare e/o andare a puttane, sfottere i fighetti e dileggiare chi ama i soldi, filosofeggiare di metafisica in rete. Non gli piace farsi la barba e lavorare. Figlio minore (in tutti i sensi) di un miliardario di Barcellona, saltuariamente dà una mano al fratello maggiore, titolare di una società di consulenza finanziaria (ma non per consulenze finanziarie). Accettando l'ultimo incarico da The First (così Pablo chiama il fratello), un'indagine sul proprietario di un immobile, Pablo si ritrova invischiato in una faccenda che stenta a chiarirsi, soprattutto quando il fratello stesso sparisce con la segretaria, pochi giorni dopo che qualcuno non meglio identificato ha cercato di investire con un auto loro padre.


Libro frizzante questo debutto del catalano Tusset, che ha qualche calo verso il finale e mette forse troppa carne al fuoco, ma che lascia piuttosto soddisfatti, sempre che non ci si aspetti una storia troppo comica o troppo sentimentale. C'è, appunto, un po' di tutto, e questo in definitiva fa ben sperare per lo sviluppo di un eventuale talento. Una lieve e confusa riflessione sul senso della vita e sul mondo occidentale, una ode al godersi la vita e ciò che offre davvero, un pizzico di erotismo, un tocco di mistero e un personaggio che riesce difficile non prendere in simpatia proprio perchè cerca continuamente di risultare antipatico a tutti. Linguaggio moderno, non scorrevolissimo ma al passo coi tempi, divertente e vagamente bukowskiano. Non imprescindibile, ma piacevole.

nord e sinistra 6





Un programma radicale


Quasi un mese dopo la vittoria elettorale, il programma del nuovo governo norvegese mi è stato spedito per posta elettronica. E mi è sembrato subito molto radicale: in Svezia avrebbe potuto essere una via di mezzo tra il progetto politico del Vänsterparti (Partito della sinistra) e quello del Kpml (Partito comunista dei marxisti-leninisti rivoluzionari). Allora ho chiamato Arne Byrkjelot.
“Stiamo assistendo a una vera e propria rottura con la vecchia politica norvegese”, è stato il suo commento. È vero: si trattava di una svolta radicale. In Svezia, però, la notizia non ha fatto troppo rumore. E non mi spiego perché: davvero non ci interessa sapere che i nostri vicini investono nella democratizzazione del settore pubblico invece di privatizzarlo? Non mi piace la dietrologia, però mi sono fatto un’idea: due decenni di pensiero liberale hanno indotto molte persone, compresi i giornalisti svedesi, a non riconoscere più una politica di sinistra quando se la trovano davanti. Ci siamo abituati al fatto che la politica in fondo non può cambiare e, soprattutto, non in senso progressista e democratico. Eppure in Norvegia le cose sono cambiate. Mentre i politologi svedesi discutevano sulla necessità che i socialdemocratici si spostassero al centro per conquistare il voto moderato, i socialisti norvegesi vincevano le elezioni con un programma davvero di sinistra. Mentre la stampa dipingeva i sindacati svedesi come i responsabili dell’immobilismo del paese, quelli norvegesi si davano da fare per cambiare le cose. Mentre in Svezia i partiti si rivolgevano alla borghesia per trovare nuove idee, in Norvegia la classe operaia dava vita a un’alternativa politica. Il 10 settembre 2007 sono tornato a Trondheim per le ultime elezioni amministrative. Dopo quattro anni di un’incisiva politica progressista, la coalizione di sinistra ha vinto ancora. Il Partito laburista ha raccolto il 43,9 per cento dei voti, contro il 25-30 delle altre città norvegesi: il miglior risultato a Trondheim dal 1971. Poco dopo mezzanotte sono riuscito a intervistare Rita Ottervik, appena confermata sindaco della città. Per prima cosa le ho chiesto come avessero fatto i laburisti a ottenere un successo di tali proporzioni a Trondheim quando nel resto del paese i risultati erano stati
abbastanza deludenti. Non era certo la prima volta che a Rita Ottervik veniva chiesto un parere sulle differenze tra le due anime del Partito laburista norvegese: quella del modello Trondheim e
quella, più moderata, del leader nazionale Jens Stoltenberg. Per l’ennesima volta il sindaco ha
sorriso e ha risposto: “Da queste parti siamo un po’ più rossi”. Sembra impossibile.
Eppure è vero.


L'autore


Aron Etzler è il direttore del settimanale svedese socialista Flamman. Sul successo della sinistra in Norvegia ha scritto un libro, Trondheimsmodellen, uscito nel 2007.


fine

20081008

le silence de Lorna


Il matrimonio di Lorna - di Jean-Pierre e Luc Dardenne 2008


Giudizio sintetico: da vedere


Lorna è albanese, vive e lavora (duro) a Liegi, in Belgio; tramite Fabio, un taxista losco invischiato in chissà quali traffici, ha sposato Claudy, un tossico tenero e debolissimo che ha accettato dei soldi per, appunto, un matrimonio di convenienza che permetterà a Lorna di acquisire la cittadinanza belga. Il piano di Fabio, Lorna e del fidanzato Sokol, altro albanese che lavora durissimo e fa la spola tra Italia, Germania e Belgio, è di uccidere Claudy con un overdose che non darà certo nell'occhio, e far risposare Lorna con un russo certamente in odore di mafia. Lorna in questo caso invece di pagare prenderà dei soldi, con i quali, cumulandoli con i soldi risparmiati con i loro lavori, insieme a Sokol vogliono aprire un bar, Fabio prenderà la sua percentuale. Lorna deve mantenere il silenzio (il titolo originale, ancora una volta inconcepibile il perchè del "cambio", è appunto Le silence de Lorna) e tutto filerà liscio.


Che grandi, i Dardenne. Li ho sempre associati a Ken Loach (magari non solo io), per questo loro cinema realista, quella fotografia che si avvicina all'assenza della stessa, quelle storie crude e crudeli, ma profondamente vere e scomodamente toccanti. Indagatori dell'animo umano, del suo lato peggiore soprattutto quando è sottoposto a condizioni "scomode", delle fasce sociali più basse, delle situazioni difficili, è vero, come notano tutti i critici, che in questo film si notano piccoli ma innegabili cambiamenti. Via la camera a mano dentro quella fissa, qualche campo lungo, sceneggiatura piuttosto scritta e quantomeno complessa, come la storia, tanti dialoghi, rispetto al passato. Le atmosfere però sono sempre quelle, quasi sempre ossessive, quelle del lavoro, dei luoghi anonimi e vuoti anche se ci sono le persone, con l'aggravante dell'immigrazione e di tutte le storie sporche che immancabilmente si porta dietro, anche se il fine ultimo è sempre la felicità e la vita decente. E poi c'è la malvagità, il fine che giustifica i mezzi, ma anche la pietà, il sentimento, la solitudine. E, dietro l'angolo, la follia. In definitiva, il cinema fatto con poco, quello che non manca sono le idee e la quantità di cose che si vogliono comunicare.

Gli attori fanno il resto, scrutati in profondità dai primi piani e da ogni lato, col viso e con il corpo. Ci sono quelli "del giro" (Jéremie Renier superbo nei panni del tossico Claudy, un attore che i Dardenne sembra abbiano "allevato", ma che oltre ai loro La promesse - recitato a 15 anni - e L'enfant, ha lavorato pure, tra gli altri, con Isabelle Huppert nel morboso Proprietà privata - dove c'era anche il fratello - ultimamente in Espiazione e, irriconoscibile, in In Bruges; e poi Olivier Gourmet nei panni dell'ispettore, Morgan Marinne nei panni di Spirou, l'aiutante di Fabio, e proprio nei panni di quest'ultimo Fabrizio Rongione, che in Italia abbiamo visto nei panni dell'asimmetrico protagonista di Tartarughe sul dorso), e quelli "nuovi" (fantastica Arta Dobroshi nei panni di Lorna), ma tutti funzionano splendidamente.


Finale atipico per "un" Dardenne, ma anche questo forse fa parte di quel piccolo cambiamento che un po' tutti hanno notato. In conclusione, un altro tassello non meno importante del resto della loro filmografia.

la battaglia di Bucarest


Pa-ra-da - di Marco Pontecorvo 2008


Giudizio sintetico: da vedere


1992, Miloud è un giovane clown franco-algerino impegnato nel volontariato. Si reca in Romania, paese reduce dal crollo del regime solo 3 anni prima; dopo la provincia passa dalla capitale, Bucarest, dove dovrebbe fermarsi pochi giorni da alcuni amici prima di tornare in Francia. E invece, dal furto di un panino alla stazione, nasce la sua curiosità per i "boskettari", bambini e adolescenti che vivono nelle fogne vicine e tirano avanti rubando, mendicando, prostituendosi e sniffando colla. Miloud si invaghisce di questa realtà, si avvicina ai ragazzi che dapprima diffidano, poi, pian piano, si lasciano conquistare completamente dalla generosità e dall'entusiasmo di Miloud, che li coinvolge nella realizzazione di un vero e proprio spettacolo circense povero ma che rappresenta l'unica possibilità di riscatto dei boskettari.


Buon sangue non mente, è la prima cosa che si pensa, assistendo al debutto sulla lunga durata di Marco, figlio di Gillo Pontecorvo. Apprezzato direttore della fotografia, autore di un corto con John Turturro come protagonista, Pontecorvo si affida ad una storia vera e ad una specie di documentario romanzato per toccare le corde del sentimento degli spettatori, ma lo fa in maniera per niente ruffiana. La sceneggiatura avanza a piccoli passi, senza enfatizzare neppure le realtà più basse e sconvolgenti, e rimane ben equilibrata nel dipingere la figura centrale di Miloud e quelle di tutti i ragazzini. La fotografia è "povera", tendente al grigio, volutamente sporca ma maledettamente funzionale, la macchina da presa è nervosa (a mano) nella prima parte, poi si "calma" nella seconda, scruta i volti e i movimenti. Gli attori sono ottimi, oltre al bravo Jalil Lespert nei panni di Miloud, indimenticato protagonista di Risorse umane di Cantet (ma ce lo ricordiamo anche ne Le passeggiate al Campo di Marte del grande Guédiguian), e a una meno incisiva Evita Ciri (figlia di Paola Pitagora, l'abbiamo vista in Figli/Hijos di Bechis) nei panni di Livia, una piccola parte di Daniele Formica (Don Guido), sono grandissimi tutti i ragazzi e le ragazze che interpretano i boskettari.

Ci si emoziona con il crescendo della storia, si piange di gioia con il riscatto finale di Cristi. Il finale sembra allegro ma non lo è (guardatelo tutto), ed è così che doveva essere.

Coraggioso.

ottobre




Iceland Express


Iceland Express da giugno 2009 inaugura il volo estivo Bologna-Rekyavik ogni lunedì con cadenza settimanale, 318 euro.


Andiamo?

comunicazione di servizio


E' importante sapere che il problema spazzatura a Napoli NON è risolto. Tanto per dare un servizio di informazione completa e di parte.

coming soon - cinema


A breve recensione di Miracolo a Sant'Anna - di Spike Lee; scontatissimo e pieni di luoghi comuni, non commuove, se non proprio nella scena dell’esecuzione dell’eccidio. A livello tecnico/visivo, a parte qualche finezza, risulta bruttino, il bambino protagonista pare il Pinocchio di Comencini, gli italiani sono mostrati come macchiette e alla fine è più un film sui neri che sulla guerra partigiana o sulla liberazione dell'Italia dal Nazifascismo. Passo falso per il grande Spike.

Capita.

nord e sinistra 5





Il ruolo dei sindacati


Dall’ufficio di Arne Byrkjeflot sono passato in quello, qualche piano più su, di Knut Fagerbakke, il leader locale della Sinistra socialista, artefice del successo elettorale del 2003. Fagerbakke mi ha raccontato che la vittoria della sinistra nel 2003 era stata accolta con un diffuso scetticismo dai partiti di destra e dalla maggior parte dei commentatori politici: tutti dubitavano che il suo programma potesse funzionare. Un anno più tardi gran parte dello scetticismo era stato spazzato via. Trondheim era diventata la prima città norvegese a risolvere il problema della carenza di posti negli asili nido e nelle scuole per l’infanzia, aveva dimezzato le liste di attesa per gli alloggi e rimesso in sesto l’istruzione pubblica. Era diventata una vetrina per la sinistra: l’esempio locale che dimostrava come si potevano cambiare radicalmente le cose. I partiti conservatori avevano torto: fare una politica davvero di sinistra era possibile. Lo stesso meccanismo è stato poi usato a livello nazionale. I sindacati hanno lanciato una campagna per raccogliere proposte politiche e suggerimenti dai loro iscritti. Il successo è stato enorme e ha contribuito a far nascere un nuovo rapporto di collaborazione tra la Confederazione sindacale e il Partito laburista, che negli ultimi tempi, sotto la guida di Jens Stoltenberg, si era spostato su posizioni centriste, ottenendo nel 2001 il peggior risultato elettorale dal 1924. Il sindacato, guidato per la prima volta da una donna, Gerd-Liv Valla, stava cambiando pelle: più che puntare alla lealtà verso i laburisti, ha adottato una strategia radicale per cambiare il paese e mettere fine al liberismo economico.
“Il nostro obiettivo”, ha detto Gerd-Liv Valla inaugurando la campagna elettorale per le elezioni del 2005, “è fare in modo che i nostri iscritti sappiano esattamente quali differenze ci sono tra i
partiti a cui dovranno dare il loro voto”. La strategia ha funzionato di nuovo e a vincere è stata la coalizione formata dai laburisti, dalla Sinistra socialista e dai centristi del Senterparti.
Il loro programma prevedeva una netta svolta a sinistra: niente più scuole paritarie, blocco delle privatizzazioni e maggiore democrazia nel settore pubblico. Inoltre, la Norvegia si impegnava a non pretendere che i paesi poveri aprissero i loro mercati ai suoi prodotti. Era la fine del liberismo e il ritorno a una politica di sinistra.


continua

20081007

interview


Mi si dice che mio nipote ha concesso la sua prima intervista. Ieri ci siamo incontrati quando sono uscito da lavoro con mia sorella e Alessio (che ultimamente mi chiama alternativamente Ale e Zio), e mia sorella mi ha raccontato che qualche giorno fa c'era qualcosa tipo la festa dello sport che coinvolgeva alcuni asili, tra i quali quello frequentato da Alessio, e una troupe di TeleGranducato faceva qualche intervista random. Avvicinato mio nipote gli hanno domandato


come ti chiami?


e lui, rapido come al solito


alessiosani


come?


alessiosanii


che sport ti piacerebbe fare?


pallavvolo. anzi no, pallacanestro.


Ecco. Ieri, evidentemente ancora eccitato, per salutarmi mi ha lanciato un fresbee dritto in faccia, rischiando di rompermi il secondo paio di occhiali da quando è nato.


Foto lezione di lancio di Leeza


Germania ott 08


Si va. Dal 27 al 31 ottobre. Grazie a chi ha prenotato!

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NORVEGIA

Il modello Trondheim


Investimenti pubblici, più democrazia, blocco delle privatizzazioni. L’esempio norvegese dimostra che in Europa la sinistra ha ancora molto da dire
ARON ETZELER, ORDFRONT, SVEZIA



Il 21 settembre 2004 ho preso un treno notturno diretto in Norvegia. Volevo capire come funzionava il modello Trondheim: la città controcorrente, il posto in cui il neoliberismo, ormai diffuso in tutta la Scandinavia, ha dovuto cedere il passo a una politica di sinistra. Mentre le altre città norvegesi privatizzavano e vendevano i beni pubblici, il comune di Trondheim ha ripreso in mano il controllo sull’energia, l’assistenza agli anziani e il trasporto, decidendo di tornare a investire i soldi pubblici per i servizi alla collettività. Arrivato a Trondheim mi sono precipitato al municipio, dove ho incontrato, in un seminterrato ingombro di carte, Arne Byrkjeflot, presidente della sezione locale della Confederazione nazionale dei sindacati (Lo) nonché del movimento per il no all’Unione europea e della Röd Valgallianse (Alleanza elettorale rossa). È stato lui a raccontarmi come è nata la svolta di Trondheim. Governato da una coalizione di destra dal 1989, negli anni novanta il comune ha tagliato le tasse, ha trascurato la scuola pubblica e per fare cassa ha ceduto attività e servizi. La privatizzazione del settore pubblico ha reso più dificile la situazione per molti lavoratori, e ha creato diversi problemi anche ai sindacati, che hanno perso molto del loro peso nella società. “È stato allora che abbiamo capito che dovevamo reagire”, mi ha spiegato Byrkjeflot. Oltre che dai sindacati, la controffensiva è stata messa a punto dall’Arbeiderparti (Partito laburista) e dal Sosialistisk venstreparti (Sinistra socialista). E ha avuto successo. Gli ideatori del “modello Trondheim” hanno individuato alcuni punti essenziali per cambiare la politica della città, e nella primavera del 2003 hanno presentato il loro programma. Le proposte, di segno opposto rispetto alle ricette liberiste della destra, miravano alla difesa del welfare e al miglioramento della qualità dei servizi pubblici attraverso la
democratizzazione della vita politica locale. Tre erano gli obiettivi del progetto: la difesa dello stato sociale, il sostegno alla scuola pubblica e il rilancio dell’industria. Stabilito il programma, sindacati e partiti hanno coinvolto nel dibattito operai e impiegati. E la risposta dai luoghi di lavoro non si è fatta aspettare. “In fondo sono certo che a Trondheim, come in Norvegia, non c’è mai stata una maggioranza favorevole alla politica della destra”, mi ha detto Byrkjeflot. “Ma c’è una forte diffidenza verso l’Arbeiderparti e molti hanno perso iducia nella sinistra. Il punto è che i partiti devono impegnarsi sul territorio e nei luoghi di lavoro se vogliono davvero convincere i
cittadini. Così abbiamo fatto noi”. Dopo una campagna elettorale gestita dai sindacati e costruita su rivendicazioni politiche concrete, di totale rottura con il neoliberismo dell’amministrazione
uscente, nel 2003 il blocco di sinistra è tornato al potere a Trondheim dopo 14 anni.


continua

20081006

benvenuto giulio!

il bimbino che estere aspettavano è finalmente uscito dalla pancia della sua mamma..
il monociglio baby è nato!
viva giulio!

nord e sinistra 3




Nuvole in viaggio



Le ho detto che ricordavo vagamente di aver letto da qualche parte di alcuni scontri scoppiati proprio in quel quartiere tra una banda di gente del posto e degli immigrati. Ma lei non ne sapeva nulla. Sapeva solo che verso la metà degli anni novanta era stata avviata la riqualiicazione del quartiere, e che le cose da allora erano molto migliorate. “Qui negli anni ottanta c’era un sacco di gente che beveva e viveva di sussidi”, mi ha detto. “Adesso non ce n’è più. Anche perché oggi i ragazzi si riempiono di spinelli e pasticche, che danno meno nell’occhio”. Dall’altra parte della piazza un tempo c’erano delle panchine. Proprio lì, più di vent’anni fa, mi era capitato di ascoltare un comizio del 1 maggio, tenuto da Stig Malm, il capo del sindacato dei metalmeccanici. Per un istante ho avuto la sensazione di camminare in mezzo alle rovine di una cultura scomparsa. Stavo viaggiando verso nord senza una meta e avevo di nuovo bisogno di un
collegamento a internet per spedire un articolo. L’ho trovato in una pizzeria gestita da profughi curdi a Sälen, una località di montagna. Erano i primi di giugno e all’ora di pranzo faceva molto caldo: il termometro dell’auto segnava 36 gradi. Proseguendo dopo Sälen, lungo la valle del Ljöra ho incontrato un grande ostello della gioventù. Era un edificio luminoso e in quel paesaggio deserto dava un’impressione di calore. La casa più vicina si trovava a un chilometro di distanza, e per raggiungere i negozi ci voleva mezz’ora di auto. La sera mi sono sistemato sulla veranda a chiacchierare con Kjell Röngård, il proprietario dell’ostello. Kjell è un poliziotto in pensione. Era entrato in polizia nel 1963, a 19 anni, e, dopo aver fatto il commissario a Sälen, nel 2006 ha smesso di lavorare, potendo contare su una pensione dignitosa. Naturalmente, mi ha spiegato, aveva indagato su dei casi di omicidio, ma il grosso del suo tempo l’aveva dedicato ai due reati più pericolosi per la società. Tra il 1970 e il 1982 aveva fatto parte della squadra narcotici della contea e aveva cercato di combattere la diffusione della droga. Poi era passato a occuparsi dei cosiddetti reati economici, che in Svezia significano soprattutto evasione iscale. Anche qui
l’illegalità era aumentata a partire dagli anni settanta, man mano che si aprivano le frontiere economiche del paese e cresceva l’individualismo. Per alcuni dei delinquenti con cui aveva avuto a che fare, Röngård provava simpatia. È comprensibile – mi ha detto – che un falegname, costretto a dare al fisco più della metà dei suoi guadagni, cerchi di fare qualche lavoretto in nero.
Il guaio è che sono proprio questi comportamenti a rovinare la fiducia negli altri, il vero fondamento della società. Nella Svezia di qualche anno fa, all’interno delle comunità, tutti dipendevano da tutti: l’insegnante dal taglialegna, il pescatore dal cacciatore. La solidarietà era istintiva. “Ma con lo sviluppo economico, la mobilità sociale è aumentata. Oggi la gente si trasferisce a Stoccolma e non conosce più i suoi vicini. Nelle grandi città, i vincoli sociali stanno sparendo”. Ma i legami sociali di cui parla Röngård potevano essere anche vincoli molto
concreti. Ricordo ancora la sensazione che provavo quando vivevo a Lilla Edet: il cielo mi sembrava una pesante lastra di ferro che ci teneva tutti prigionieri. Eppure, è proprio quest’idea soffocante di collettività che è alla base della socialdemocrazia. L’anziano poliziotto lo sa bene: “Il controllo sociale è importante. Bisogna occuparsi gli uni degli altri, sia da bambini sia da adulti. Prenda una località piccola come questa: è fondamentale lavorare insieme”.
Quando Röngård lavorava nella polizia, sua moglie faceva l’assistente sociale. Dopo che sono andati in pensione hanno cominciato a occuparsi della beneficenza che la loro chiesa fa in Russia. Hanno visitato un ospizio di provincia dove vivono 35 anziani abbandonati, con un solo gabinetto.
È evidente che un simile inferno, mi ha detto, è il risultato di una società dove tutti i rapporti sono volontari e nessuno può essere costretto a fare qualcosa. Secondo Röngård, alla base delle leggi
che aveva passato la vita a far rispettare, in Svezia esistono delle norme non scritte: lo Jantelagen, una serie di regole di comportamento che proibiscono a chiunque di sentirsi superiore agli altri. Soltanto così può nascere un vero senso comunitario. “Io credo nell’integrazione”,
mi ha detto. “Sa, ho fatto parte del corpo di polizia civile dell’Onu e ho lavorato a Cipro. I
greco-ciprioti e i turco-ciprioti non considerano davvero gli altri degli esseri umani”.
C’è stato un attimo di silenzio. Le rondini volavano intorno alle nostre teste e in cielo, oltre le montagne, le nuvole erano di un colore tra il blu violaceo e il grigio, simile a quello di un guscio di madreperla. “Che privilegio vivere qui”, ha detto Röngård, “dopo tanti anni passati in città”.



L'autore


Andrew Brown è un giornalista britannico, columnist del Guardian. Alla Svezia ha dedicato il suo ultimo libro, Fishing in utopia: Sweden and the future that disappeared (2008). Ha un blog: www.thewormbook.com/elegans/hlog


Il reportage continua