No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20100131

fingendo la poesia


Marlene Kuntz, 14/05/2005, Firenze, Auditorium Flog

Cose che ti girano in testa mentre mangi l’asfalto della FI-PI-LI con le ruote consumate della tua macchina. Critiche, comparazioni, similitudini. Li liquidavano, o peggio, ancora oggi qualcuno li liquida come i Sonic Youth italiani. Il che di per sé mica è male. Ma come si fa a non sentirci i Soundgarden nelle musiche dei Marlene, tanto per dirne una? Come, inoltre, non rimanere affascinati dalle liriche di Cristiano, dal contrasto di emozioni che descrive, l’amore carnale e al tempo stesso romantico, intellettuale, platonico perfino.
L’evoluzione dei MK ha una logica, una sua bellezza e addirittura una sua forza. Soprattutto, come non godere della catarsi collettiva e rituale dei loro live, dove i suoni deragliano, cozzano, si attorcigliano e poi, improvvisamente, diventano ninne nanne, melodie sinuose e avvolgenti, sulle quali la figura scheletrica e signorile di Godano declama le sue inquietudini messe nella forma canzone.
Voglia forte di rivederli, curiosità per come i nuovi pezzi si integreranno nel concerto, per sapere quali vecchi ‘’quadri’’ verranno rispolverati dal repertorio.
Il Flog pian piano si affolla, e la scelta di appostarsi sul balconcino superiore, leggermente penalizzante dal punto di vista acustico, si rivela doppiamente premiante per altri motivi. Innanzitutto si apprezza il lento ma inesorabile flusso dei fans; la seconda ragione la vedremo più avanti. Il concerto inizia con notevole ritardo, precisamente alle 22,55. Il nucleo storico (Cristiano, Riccardo e Luca) si stabilisce sulla sinistra del palco, per chi guarda, mentre la parte destra vede il membro aggiunto Rob Ellis alle tastiere, e dietro, leggermente defilato ma imponente, Gianni Maroccolo, barba e capelli più corti rispetto alla scorsa estate con i PGR. Cristiano è impeccabile, quasi dandy, camicia rosa e capello fluente. Si apre con Bellezza, il singolo dal cd nuovo, scelta quantomeno inusuale per un tour promozionale. Particolare la scelta delle luci: una decina di lampade da tavolo molto Ikea, dalle forma vagamente a barca, bianche, illuminano il palco. Nessun’altra ingerenza di colore, anche gli altri faretti superiori sono sempre bianchi. Come in garage, come in sala prove. L’esatto contraltare del light-show curatissimo e notevole, per una produzione da club, della rock band italiana per eccellenza, gli Afterhours. Sarà un caso.
Subito dopo l’apertura, parte un fuoco di fila quasi inaspettato, come se Bellezza fosse stata messa lì per sviare le previsioni: una doppietta da Il Vile, Cenere e l’immancabile Ape Regina, la super-classica Sonica, manifesto d’esordio dei cuneesi, la più recente Cara è la fine, Canzone di domani che intervalla un altro pezzo da Che cosa vedi, Primo Maggio; l’energia sul palco è palpabile, Cristiano è concentrato e gli altri si divertono. Luca e Gianni sono affiatati come se suonassero da sempre insieme, il tastierista osserva attento, quasi preoccupato di sbagliare.
Primo Maggio non finisce, ma scivola, tramite una tappeto di basso e batteria, in 1°2°3°; il pubblico partecipa scandendo gli slogan del testo, Cristiano guida il coro.
Eccoci al caos organizzato: come su Catartica, 1°2°3° diventa Non ti scorgo più, e i suoni si impadroniscono del Flog come a volerlo scoperchiare. Cristiano a malapena ringrazia; dopo tre pezzi, la camicia rosa è diventata più scura, completamente impregnata di sudore. Non c’è tregua: Festa mesta (non posso evitare di ripensarci ogni volta che la ascolto: anni fa, di supporto ai Sonic Youth, a Correggio, su questo pezzo saltò tre volte tre l'energia elettrica. Imperterriti ricominciarono ogni volta) e poi una versione assolutamente assordante di Amen. Il finale sembra un duello alla scimitarra. Danza, splendida, Cristiano che appena la sussurra, e poi l’unico estratto della scaletta di stasera da Ho ucciso paranoia, Ineluttabile. Forse IL pezzo dei MK, imprescindibile. Cristiano presenta la band, con quel suo fare un po’ così; all’annuncio di Gianni, il Flog tributa una vera e propria ovazione a questo monumento della musica italiana. Sembra quasi emozionato; la situazione in effetti è particolare. Da notare tra il pubblico, oltre all’immancabile Piero Pelù, anche Giorgio Canali e Ginevra Di Marco. Ancora due pezzi da Bianco sporco: La lira di Narciso fa tirare un po’ il fiato con la sua atmosfera rarefatta, poi L’inganno, anch’essa rarefatta, ma marziale, potente ed evocativa.
Pausa, è passata gia’ più di un’ora. Al centro, sul palco, una pozza di sudore, che si apprezza solo dall’alto (eccoci alla seconda ragione ‘’premiante’’ della scelta del balconcino) dimostra la fatica del poeta; Cristiano Godano, mi piace ricordarlo ogni volta, è campione mondiale di arrotolamento di maniche di camicia. Nessuno arrotola le maniche lunghe come lui.
La folla li richiama a gran voce, la prima parte è stata decisamente carica e violenta, con un sacco di pezzi vecchi, per la gioia di chi li conosce bene. Si riparte per il lungo finale, che sarà meno tirato, ma non meno denso.
A fior di pelle, poi ancora un pezzo da Catartica, Mala mela, molto carica, introduce La cognizione del dolore, bella e straziante, dove Cristiano dà il meglio di sé, al punto che suona anche l’assolo (semplice, ma davvero bellissimo). E’ la volta di E poi il buio, e il pathos si tocca davvero, quando il piano introduce una versione di Schiele, lei, me riarrangiata efficacemente. Chiude questa parte, l’accoppiata di partenza di Bianco sporco, prima A chi succhia, cattiva nella sostanza anche se non tantissimo nella forma (‘’ti odio tutto qua, più dei soldi e la disonestà…’’, poi Mondo cattivo, dove Maroccolo la fa da padrone.
E’ tardi, ma il pubblico non si dà per vinto, ne vuole ancora. I Marlene si concedono di nuovo; ancora un pezzo da Bianco sporco, l’ottima Poeti, che acquista spessore dal vivo, e si finisce, appropriatamente, con Notte da Senza peso. Si chiude, si saluta. Le 1,20, sono passate quasi due ore e mezzo e non c’è noia in giro. Solo poesia. E non è finta. Mi andrebbe ancora.
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