No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20161225

Tre

Three - Phantogram (2016)

Arrivati al terzo disco, i due di Greenwich, New York si confermano una interessante realtà che pur essendo difficilmente incasellabile, riesce ad essere affascinante e al tempo stesso, leggera. Anche dentro questo Three ci sono rock, pop, soul, new wave, trip hop, dance, mescolati in una manciata di buone canzoni dal ritmo sempre sinuoso, e per lo più cantate dalla voce estremamente sexy di Sarah Bartel, che è davvero un valore aggiunto, anche se in alcuni episodi canta anche l'altro componente Josh Carter. Come per il disco precedente, niente di particolarmente esaltante, ma un disco piacevole e non scontato.



By the third album, the duo from Greenwich, New York confirmed themselves as an interesting reality, that despite being difficult to pigeonhole, manages to be fascinating and at the same time, light (read: pop). Also within this "Three", there are rock, pop, soul, new wave, trip hop, dance, mixed in a handful of good songs from the ever sinuous rhythm, and mostly sung by the extremely sexy voice of Sarah Bartel, which is really an added value, although in some episodes also sings the other component Josh Carter. As with the previous album, nothing particularly exciting, but a pleasant drive and not granted.

20161223

La mia storia

Mystoria - Amplifier (2014)

Come mi succede ormai sempre più spesso, qualche tempo fa mi sono tornati in mente i mancuniani Amplifier, e sono andato a controllare se avessero fatto uscire qualcosa negli ultimi tre anni, dopo il già recensito Echo Street. Ebbene si, giusto un anno dopo, 2014, usciva questo Mystoria, che suona come se, lo so, l'ho già detto, i Genesis si fossero riformati in questi anni, e amassero da una parte i Tool, dall'altra strizzassero l'occhio alla "vendibilità" di un certo livello, ma non troppo. Si, perché c'è sempre questo fatto: gli Amplifier possono suonare duri, rumorosi, pressoché metal, ma probabilmente non vogliono farlo fino in fondo. Oppure, più semplicemente, a loro piace suonare così, una sorta di space rock quasi intellettuale, con smussature nei punti giusti, ma imbastendo pezzi complessi e ricercati anche quando durano "solo" tre minuti. Ascoltare The Meaning Of If, per esempio.
Se posso però esprimere una critica, c'è da dire che nonostante l'indubbia dote di composizione, le tracce suonano un po' troppo simili; potrebbe essere un pro, sottolineando l'omogeneità del lavoro, eppure, l'impressione che mi ha fatto questo disco, anche dopo ripetuti ascolti, è stata quella di una certa piattezza, e di nessun pezzo che si distacca, e che quindi si fa ricordare, in particolare.



As I now happens more and more often, some time ago I was reminded the mancunian Amplifier, and I went to check if they had released out something in the last three years, after the previously reviewed "Echo Street", 2013. And yes, just a year later, in 2014, it  came out this "Mystoria", that sounds like it, I know, already said, the Genesis would have been regrouped in the recent years, and they would  loved the music of the Tool, and on the other hand they squeezed an eye to the "marketability" of a certain level, but not too much. Yes, because there is always this: the Amplifier may sound harsh, noisy, almost metal, but probably they do not want to do it to the end. Or, more simply, they like to play exactly like this, a kind of "space rock" almost intellectual, with bevels in the right places, but building complex and sought tracks even when they last "only" three minutes. Listen "The Meaning Of If", for example.
If I can, however, express a criticism, it must be said that despite the undoubted talent of composition, the tracks sound a bit too similar; It could be a pros, emphasizing the homogeneity of the work, and yet, the impression that I had about this record, even after repeated listening, has been to a certain flatness, and no one track that stands out, and then you remember, in particular.

20161222

It's Marcella.

Marcella - di Hans Rosenfeldt - Stagione 1 (8 episodi; ITV) - 2016


Londra. Marcella Backland, in congedo dalla posizione di ispettore della squadra omicidi, viene lasciata dal marito Jason, padre dei loro due figli. Jason è a capo degi affari giuridici della DTG Construction, di proprietà della famiglia Gibson. Marcella è devastata, e reagisce in malo modo, soffrendo di un black out di personalità. Dopo poco, viene visitata da un senior detective della squadra omicidi, a proposito di un caso di omicidio irrisolto di 11 anni prima: l'assassino sembra essere nuovamente diventato attivo. Marcella torna alla squadra omicidi. Nelle indagini, viene a contatto con il mondo degli appuntamenti on line, della prostituzione, e perfino le dubbie operazioni dei datori di lavoro del marito entrano nel caso, mentre Marcella continua disperatamente a cercare di salvare il loro matrimonio.


Prima me lo hanno segnalato una coppia di amici che abitano in UK, e naturalmente, visto che sto invecchiando e che non me lo ero appuntato, l'ho dimenticato. Poi, quando una collega inglese, me lo ha citato durante una cena (le serie tv, credeteci o no, sono un argomento che va molto), il campanello ha suonato di nuovo. Argomento decisivo: lo stesso ideatore di Bron I Broen, Hans Rosenfeldt.
Marcella è un noir che naturalmente mette insieme lo stile scandinavo, che abbiamo imparato a conoscere, e quello inglese, tipo Happy Valley tanto per citarne un esempio brillante. Niente di troppo originale, condito da protagonisti e comprimari premi di problemi anche psicologici. Metteteci dentro una protagonista spettacolare, Anna Friel, e un cast di comprimari di tutto rispetto (c'è perfino Harry Lloyd, il Viserys Targaryen di GoT, qui nei panni di Henry Gibson), ed il gioco è fatto. Serie piacevole e perfino brutale, interessante, che crea dipendenza. Nel 2017 la seconda stagione.

First, a couple of friends who live in the UK have pointed out this tv series, and of course, because I'm getting old and I do not pinned the name, I forgot. Then, when a British colleague, quoted it during a dinner (the TV series, believe it or not, is a matter of interest, and a good topic for working dinners), the doorbell rang again. Clincher: the same creator of Bron I Broen, Hans Rosenfeldt.
Marcella is a noir that naturally mixing together the Scandinavian style, we have come to know, and the English one, like Happy Valley to name a shining example. Nothing too original, peppered with main characters and supporting characters, with psychological problems. Put us in a spectacular protagonist, Anna Friel, and a cast of supporting actors respectable (there is even Harry Lloyd, Viserys Targaryen in GoT, here in the role of Henry Gibson), and you're done. Pleasant and even brutal series, interesting, addictive. In 2017, the second season.

20161221

Ragazzi in strada

Kids In the Street - The All-American Rejects (2012)


Che dire, meno male che quando vi parlai definendolo un mio guilty pleasure, del loro secondo disco, il loro maggior successo commerciale, Move Along, del 2005, sottolineai che era davvero poca cosa, ma qualche pezzo era irresistibile. Già con il seguente When the World Comes Down, 2008, la festa era finita. Non ricordo neppure come, mi sono tornati in mente qualche settimana fa, e sono andato a verificare che fine avessero fatto: questo del 2012 è, al momento, il loro ultimo lavoro. Ed è un disco di una pochezza estrema, seppure sicuramente la band di Stillwater, Oklahoma, continuerà ad avere un suo pubblico ed un suo seguito. Qualche passaggio qua e là ci ricorda che saprebbero anche azzeccare qualche bella melodia, e la ricerca un po' random di echi degli anni '80 ci segnala che i ragazzi cercherebbero anche di fare qualcosa di diverso. Ma, ripeto, questo disco è davvero poca cosa.






What can I say, thank goodness that when I spoke about it, calling it a guilty pleasure, their second album, their most high commercially successful, "Move Along", 2005, I pointed out that it was really a small thing, but some tracks were irresistible. Already with the following "When The World Comes Down", 2008, the party was over. I do not even remember how, I was reminded of them a few weeks ago, and I went to see what had happened: this one, of 2012, at the time, is their last job. And it is an album of an extreme smallness, though surely the band Stillwater, Oklahoma, will continue to have an audience and a following. Few passages here and there reminds us that they would know also hit some nice melody, and the research, a bit random, of echoes of the 80's, informs us that the boys also would try to do something different. But again, this record is really a little thing.

20161220

La fratellanza del serpente

Brotherhood of the Snake - Testament (2016)


Eccoci qua oggi a commentare l'undicesimo disco dei Testament, formazione seminale della seconda ondata del thrash metal della cosiddetta Bay Area. La "seconda ondata" è una definizione che mi invento in questo momento, giusto per dire che questa band ebbe celebrità dopo i primi (Metallica, Exodus, Slayer, Anthrax, Megadeth); in realtà, la formazione non è più tarda. Ora, nonostante leggeri cambi di direzione musicale dal loro disco di debutto The Legacy, del 1987 (disco che personalmente ho ascoltato allo sfinimento), naturalmente verso un metal sempre robusto e veloce, ma diciamo meno thrash e più metal, un po' come tutte le band di quell'ondata che sono riuscite ad arrivare fino ad oggi (direttamente, o passando da scioglimento e susseguente reunion), il succo è sempre lo stesso.
Quindi, intendiamoci bene: Brotherhood of the Snake è un ottimo disco di metal, suonato perfettamente, massiccio, incazzato, con testi neppure troppo scemi, con i classici stilemi (doppia cassa, moshing time, rallentamenti, ripartenze, cambi di tempo, splendidi, questo va detto, assoli di chitarra, richiami agli Iron Maiden migliori) del genere, ma che se fosse uscito 30 anni fa, avrebbe fatto gridare al miracolo, uscendo oggi, potrebbe anche far semplicemente sorridere.






Here we are today to comment on the eleventh of Testament album, the seminal formation of the second wave of thrash metal of the so-called Bay Area. The "second wave" is a term that I invented at this time, just to say that this band had celebrities after the first wave (Metallica, Exodus, Slayer, Anthrax, Megadeth); in fact, the foundation is no longer late. Now, despite thin musical direction changes from their debut album "The Legacy", 1987 (record that I personally have listened continuosly at that time), of course toward a metal still robust and fast, but we say less thrash and more metal, a bit like all the bands of that wave that managed to arrive until today (directly, or going from disbanding to the subsequent reunion), the juice is always the same.
So, understand me well: "Brotherhood of the Snake" is a great metal record, it is played perfectly, massive, pissed off, with lyrics not too stupid, with classic references (double bass, moshing time, slowdowns, restarts, changes of tempo, beautiful, this it must be said, guitar solos, references to the best Iron Maiden) the the genre, but if it was been released 30 years ago, would been a miracle, coming out today, could do also just smile yourself.

20161219

Il Papa giovane

The Young Pope - di Paolo Sorrentino - Stagione 1 (10 episodi; Sky Atlantic) - 2016

Dopo essere stato eletto papa, durante un conclave complesso, e senza mai essere stato favorito, Lenny Belardo, orfano statunitense cresciuto in un convento dalle suore, dovrebbe imparare a camminare lungo i corridoi politici del Vaticano. E invece, il nuovo papa giovane sconvolge il Vaticano, e l'intero mondo cattolico romano, con il suo desiderio di rifiutare in toto sia la pubblicità, sia la filosofia liberale del suo predecessore.


C'era, almeno da parte mia, molta curiosità nel vedere all'opera Paolo Sorrentino con una serie televisiva. Naturalmente, quando si ha un nome come il suo, la produzione è importante: oltre a Sky Atlantic, ci sono pure Canal+ e niente meno che HBO.
La serie è visivamente sfarzosa, si stenta a credere che gli interni siano stati ricostruiti interamente a Cinecittà (non credo che il Vaticano abbia mai concesso i suoi palazzi per riprese video, e tantomeno le avrebbe concesse conoscendo il contenuto di questa serie), mentre per gli esterni sono state utilizzate molte ville importanti, oltre all'orto botanico di Trastevere. Sorrentino approfitta di tanto sfarzo, e, come detto, a livello visivo sfoggia riprese in parte prevedibili, ma indubbiamente belle. E il contenuto? Beh, il contenuto è quantomeno curioso, e lascia interdetti, personalmente in maniera positiva. Certo, dopo quasi ogni episodio mi tornava in mente l'imitazione di Sorrentino da parte di Crozza, che alla domanda se ci fosse una trama nella sua nuova idea (in generale), lui risponde deciso di no. In realtà, una trama c'è, e certamente non è quella che uno si aspetterebbe. Quando si scopre che il protagonista è stato eletto papa per caso, ci si aspetterebbe, giusto perché è un "papa giovane", una rivoluzione "liberale". E invece, inizialmente avviene tutto il contrario. Gli eventi a venire diventano quasi onirici, e Sorrentino, insieme al cast degli scrittori, danno libero sfogo da una parte, a creare la figura di un papa simpaticissimo da quanto è bastardo, dall'altra un personaggio umanissimo e al tempo stesso, divino.
Un paio di sequenze, forse meno visivamente importanti, mi sono rimaste impresse per semplicità. Quando si intuisce che la misteriosa signora con due figli è l'antica fidanzata di Lenny, mai dimenticata, comprende che l'attuale papa l'ha portata nel cuore per tutta la vita, Sorrentino si dimostra molto meno cervellotico di quanto si potesse pensare, e dimostra di amare anche un certo tipo di cinema, o televisone, classico, se volete prevedibile, ma toccante con semplicità, appunto.
A dispetto del suo incedere lento, la serie scorre con fluidità, proprio per la curiosità che questa figura del papa giovane ingenera. Elementi grotteschi (l'insieme di alcuni cardinali) convivono con altri decisamente più credibili.
Ottimo il cast, italiano e internazionale. E' stata annunciata la produzione di una seconda stagione.


There was, at least on my part, a lot of curiosity to see Paolo Sorrentino deal with a television series. Of course, when you have a name like his, the production is important: in addition to Sky Atlantic, there are also Canal+ and none other than HBO.
The series is visually sumptuous, it is hard to believe that the interior has been entirely reconstructed at Cinecitta (I do not think that the Vatican has ever given its palaces for shooting video, more, I think also if they wanted, they surely denied it especially if they would have known the content of this series), while for the exteriors have been used many important villas, in addition to the botanic Garden of Trastevere. Sorrentino take advantage of so much splendor, and, as mentioned, visually shows off filming partly predictable, but undoubtedly beautiful. And the content? Well, the content is at least curious, and leaves interdicted, personally in a positive way. Of course, after seen every episode I remembered imitating Sorrentino by Maurizio Crozza, who when asked if there was a plot in his new idea (in general), he responds decided against it. In fact, there is a plot, and it certainly is not what one would expect. When you discover that the protagonist was elected Pope by chance, we would expect, just because it is a "young pope," a "liberal" revolution. But, initially it happens quite the opposite. The following events become almost dreamlike, and Sorrentino, with the cast of writers, give free rein on the one hand, to create the figure of a pope nice because is a really likeable bastard, from the other hand, a very human character and at the same time, divine.
In a pair of sequences, perhaps less visually important, I was impressed by the simplicity. When you realized that the mysterious lady with two children is the former girlfriend of Lenny, never forgotten, understands that the current pope brought her in the heart throughout life, Sorrentino is much less bizarre than you might think, and it proves to love even a certain kind of cinema, or television, classic, if you want predictable, but with touching simplicity, in fact.
Despite its slow pace, the series runs smoothly, just for the curiosity that this figure of the young pope generates. Grotesque elements (the set of some cardinals) coexist with other far more credible.
Great cast, Italian and international. It was reported the production of a second season.

20161218

Renoir

Baskets - di Louis C. K., Zach Galifianakis e Jonathan Krisel - Stagione 1 (10 episodi; FX) - 2016



Tra sogni e speranze, Chip Baskets, un uomo tenero e dall'animo gentile, cresciuto da una madre obesa e da un padre che si è recentemente suicidato, punta a diventare un clown professionista. Dopo aver fallito il suo tentativo di diplomarsi ad una prestigiosa scuola per clown di Parigi, ed aver sposato Penelope, una affascinante donna francese della quale è profondamente e perdutamente innamorato, ma che lo sposa dichiaratamente per avere la Green Card e per allontanarsi dal padre, famoso cantante dalla personalità dispotica, Chip è bloccato con un lavoro di merda al rodeo locale, nella sua città natale, Bakersfield, California.


Sicuramente, questa serie decisamente amara, più che comica, non è consigliabile a chi ama Galifianakis per la saga cinematografica Una notte da leoni, giusto per cominciare a fornire delle coordinate indicative. Catalogata come black comedy, comedy-drama o anche surreal humour, ha chiaramente l'impronta di Louis C. K., oltre che naturalmente di Galifianakis e di Jonathan Krisel, l'altro comico ideatore. Gli eventi che travolgono il protagonista Chip sono grotteschi prima che divertenti, e la situazione sentimentale e familiare dello stesso è difficilmente credibile, ed è per questo che sospetto sia ispirata a situazioni vere: come ormai saprete benissimo, la realtà supera sempre, e di gran lunga, la fantasia. Baskets è una "piccola" serie, che non scorre neppure troppo bene, ma che riesce a far riflettere prima che a divertire. Se avete voglia di qualcosa di davvero diverso, provatela. E' stata sorprendentemente rinnovata per una seconda stagione, segno evidente che non tutti gli statunitensi sono gretti come si potrebbe pensare.


Surely, this decidedly bitter series, more than funny, it is not recommended to those who love Galifianakis for "The Hangover" movie franchise, just to begin to provide indicative coordinates. Listed as a black comedy, comedy-drama or even surreal humor, clearly it has the imprint of Louis C. K., and of course Galifianakis and Jonathan Krisel, the other comedian creator. The events that overwhelm the protagonist Chip are grotesque before it funny, and the emotional and familiar situation of the same is hardly credible, which is why I suspect it is inspired by real situations: how well you know by now, the reality always exceeds, and by far, the imagination. "Baskets" is a "small" series, which does not flow even too well, but manages to give pause before to entertain. If you feel like something really different, try it. It was surprisingly renewed for a second season, a clear sign that not all Americans are narrow-minded as you might think.

20161216

Croatoan

American Horror Story: Roanoke - di Ryan Murphy e Brad Falchuck - Stagione 6 (10 episodi; FX) - 2016

Shelby e Matt Miller sono seduti e stanno facendo un'intervista per un documentario dal titolo My Roanoke Nightmare (Il mio incubo a Roanoke). In mezzo ad una combinazione di messe in scena, con i veri protagonisti interpretati da attori famosi, e testimonianze reali, la coppia racconta di come, dopo essere stati assaliti da una gang a Los Angeles, agguato che è costato l'aborto a Shelby, che era incinta del loro primo figlio, decidono di cambiare vita, e di trasferirsi in North Carolina. Lì, la coppia trova una fattoria coloniale abbandonata, che comprano per una cifra molto bassa, rispetto al suo valore, che decidono di sistemare per ricominciare a vivere. La comprano ad un asta fallimentare, uscendo vincitori rispetto agli unici concorrenti, un trio molto ostile di contadini locali.
Trasferitisi immediatamente, cominciano a ristrutturare l'enorme casa, ma nello stesso momento, strani accadimenti iniziano. Sulle prime, la coppia incolpa il terzetto di contadini, evidentemente scontenti di come è andata l'asta. Ma dopo un po'...

Beh, la costruzione di questa stagione di AHS è decisamente geniale. Poco da dire, e giù il cappello. In epoca di reality, un reality su una storia del genere è un po' una presa in giro di tutto. E, quando lo spettatore comincia a preoccuparsi perché vede che la storia sta finendo e che però rimangono ancora diversi episodi, la coppia Murphy/Falchuck tirano fuori dal cappello una soluzione ancor più geniale. Ciò non toglie che la stagione appena terminata, seppure più corta di un paio di episodi rispetto al solito, soffre ancora una volta dello stesso male: troppi finali.
Ottimo il cast principale, che conferma Bates, Paulson, Rabe, O'Hare, Bentley, Peters, Jackson e Bassett, con due new entry d'eccezione quale Cuba Gooding Jr. e André Holland, con apparizioni di Lady Gaga (Scathach) e Finn Wittrock (Jether Polk) praticamente irriconoscibili, il ritorno di Taissa Farmiga (Sophie Green), seppure molto breve, e una prova superlativa di Leslie Jordan (Ashley Gilbert/Cricket Marlowe). Rinnovata per la settima stagione.


Well, the construction of this season of AHS is quite ingenious. Little to say, and hats off. In the reality era, a reality about a story like this one is a bit a mockery of everything. And, when the viewer begins to worry because he sees that history is ending but which still remain several episodes, the Murphy / Falchuck pair pulls out of the hat even more ingenious solution. The fact remains that the season just ended, albeit shorter than a couple of episodes than usual, it still suffers of the same disease of the previous: too many finals.
Great the main cast, which confirms Bates, Paulson, Rabe, O'Hare, Bentley, Peters, Jackson and Bassett, with two exceptional new entry, which are Cuba Gooding Jr. and André Holland, with cameo of Lady Gaga (Scathach) and Finn Wittrock (Jether Polk) virtually unrecognizable, the return of Taissa Farmiga (Sophie Green), albeit very short, and a superb performance of Leslie Jordan (Ashley Gilbert / Cricket Marlowe). Renewed for the seventh season.

20161215

When the Battle Is Over

Transparent - di Jill Soloway - Stagione 3 (10 episodi; Amazon Studios) - 2016

Mentre Raquel, che sta ancora processando la sua rottura da Josh, sta provando il suo sermone per il Pesach, Maura, facendo volontariato all'LGBT Center, risponde al telefono amico, e riceve una chiamata piuttosto drammatica da parte di Elizah, una giovane trans che sta attraversando una grossa crisi. Quando Elizah interrompe bruscamente la telefonata, Maura guida fino a South Los Angeles, un luogo dove non è mai stata, non avendo la più pallida idea di cosa troverà, e di come riuscire a scovare Elizah...


Continuano le avventure di quella che probabilmente è la famiglia maggiormente disfunzionale tra quelle che la televisione, e il cinema, ci hanno mai mostrato. Continuano apparentemente in maniera lenta, ma solo perché i protagonisti ci mostrano tutti gli errori che un essere umano può commettere, durante la personale ricerca della felicità. Soloway e il suo team di scrittori ci mostrano i "giri a vuoto" di tutti i protagonisti, appunto estremizzando i percorsi verso equilibrio e felicità, percorsi nei quali ognuno di noi, in fondo, potrà riconoscersi, se solo riesce a considerare le dovute differenze. Naturalmente si insiste molto sull'omosessualità e sul transgenderismo, ma, per me è superfluo dirlo, ma forse per qualcuno no, l'amore e la felicità sono uguali per tutti. Difficili e dolorosi entrambi. Come che sia, ne sapremo di più sui Pfefferman nella prossima stagione, visto che la serie è stata rinnovata per una quarta.


The adventures of what is probably the most dysfunctional family among those that television, and movies, were never shown, keep on. Apparently in a slowly way, but only because the characters show us all the mistakes that a human being can commit, during the personal search for happiness. Soloway and her team of writers show us the "empty shots" of all the protagonists, give us an extreme vision of their routes to balance and happiness, paths in which each of us, after all, can recognize himself, if only able to consider some differences . Of course here the script team often insist on homosexuality and transgenderism, but, for me needless to say, but maybe for someone it is, love and happiness are the same for everyone. Both difficult and painful. As it is, we will know more on the Pfeffermans next season, as the series has been renewed for a fourth.

20161214

Amore e odio

Love and Hate - Michael Kiwanuka (2016)


L'amico Massi lo aveva segnalato qualche tempo fa, poi è arrivato l'hype: di recente, ho trovato un lungo articolo su Kiwanuka sulla rivista di bordo della WizzAir, compagnia aerea low cost ungherese. Eppure, il cantante/chitarrista inglese, figlio di due ugandesi fuggiti dal regime del dittatore Amin (lo stesso che cacciò tutti gli indiani dall'Uganda, ma diciamo che questa è una delle cose meno triviali da lui compiute), è già al secondo disco: il suo debutto, infatti, risale al 2012 con Home Again.
Bene, che cosa c'è da dire su Michael Kiwanuka? Che senza dubbio è un giovane interessante, che sa scrivere belle canzoni, e che, questa è una delle cose che sottolinea lui stesso raccontandosi, non è sicuramente all'avanguardia: è cresciuto in mezzo a coetanei bianchi che ascoltavano musica nera, ma per musica nera intendevano hip-hop e R'n'B "moderno", mentre lui preferisce i grandi classici del soul quali Marvin Gaye, Curtis Mayfield, Bill Withers, Terry Callier, Otis Redding, ma anche Randy Newman e Van Morrison. Il suo sound, infatti, è venato dal folk e dalla musica d'autore, oltre che dai grandi classici della musica black, provare per credere.
Suoni ed arrangiamenti eleganti, per un disco che può fare da sottofondo elegante, o da accompagnamento in viaggio, ma che alla lunga, non sorprende e, potenzialmente, può stancare.





The friend Massi had reported some time ago about him, then came the hype: recently, I found a long article, about Kiwanuka, in the on board magazine of WizzAir, Hungarian low-cost airline. Still, the English singer/guitarist, the son of two Ugandan refugees, escaped from the Amin regime (the same who expelled all the Indians from Uganda, but we can say that this is one of the things less trivial he did), is already at the second album: his debut, in fact, dates back to 2012 with "Home Again".
Well, what is there to say about Michael Kiwanuka? Which no doubt is an interesting young man, who writes good songs, and that, this is one of the things that emphasizes when is telling about himself, is definitely not cutting edge: he grew up in the midst of white peers who were listening to black music, but for black music they meant to hip-hop and "modern" R'n'B. He, instead, prefers the great soul classics such as Marvin Gaye, Curtis Mayfield, Bill Withers, Terry Callier, Otis Redding, but also Randy Newman and Van Morrison. His sound is indeed veined by folk and classic songwriters, as well as from the great classics of black music, seeing is believing.
Sounds and arrangements are elegant, for a record that can work as a classy background, or a good accompanying travel, but in the long run, it is not surprising and, potentially, can be boring.

20161213

Lascia che sia tu

Let It Be You - Joan As Police Woman and Benjamin Lazar Davis (2016)


Il nuovo disco di Joan Wasser aka Joan As Police Woman è stato interamente co-scritto con il multistrumentista, cantante, compositore e membro degli Okkervil River, Benjamin Lazar Davis. Lo stile è vario, vago, pop, leggero, fin troppo leggero. E' impossibile non rimpiangere, ascoltando questo disco che ti scorre addosso come acqua, la JAPW più profonda, sentimentale, vibrante, quasi dolorante, dei primi tempi. D'altro canto, qualsiasi artista cambia, progredisce, è in continuo mutamento. Anche lei lo ha già fatto, e l'abbiamo seguita con curiosità e simpatia. Questo disco è una sperimentazione, come potete capire da un pezzo come Motorway, che potrebbe essere una b-side dei Talking Heads. I pezzi non ti si attaccano addosso. E', si, lo dico, leggermente deludente. Glielo perdoniamo.






The new album of Joan Wasser aka Joan As Police Woman was entirely co-written with multi-instrumentalist, singer, composer and member of Okkervil River, Benjamin Lazar Davis. The style is varied, vague, pop, light, too light. It's impossible not to regret, listening to this record that will flow on you like water, the JAPW deeper, emotional, vibrant, almost painful, of the early days. On the other hand, any artist changes, progresses, is in constantly changing. She has already done this, and we have followed her with interest and kindness. This album is an experiment, as you can tell from a piece like "Motorway", which could be a b-side of the Talking Heads. The tracks do not stick on you. It is, I will say it, slightly disappointing. We forgive her.

20161212

Miele e sangue

Honeyblood - Honeyblood (2014)

Scoperte casualmente da un cazzeggiamento su Youtube, volevo segnalarvi, proprio mentre sto ancora cercando di recuperare ed ascoltare il nuovo Babes Never Die, il disco di debutto di questo duo femminile scozzese, dal titolo eponimo. 
Il genere è un indie garage rock piacevole, e, naturalmente, femminile, nel senso che le voci, e la sensibilità, è spiccatamente differente da quella che potrebbe avere un equivalente maschile. I pezzi sono tutti molto validi, ben composti, e, a dispetto del fatto che sono solamente due, la musica e gli arrangiamenti sono caldi e ruvidi al punto giusto.
La band è formata da Shona McVicar (batteria e voce) e Stina Marie Claire Tweeddale (chitarra e voce), ma poco dopo l'uscita di questo disco, la McVicar ha lasciato, ed è stata rimpiazzata da Cat Myers. Parleremo del nuovo disco più avanti: intanto, godetevi, è proprio il caso di dirlo, questo qua.



Discovered by chance, fuckin' around on Youtube, I wanted to tell you, just as I'm still trying to catch up and hear the new "Babes Never Die", the debut album of this Scottish female duo, titled eponymous.
The genre is a pleasant indie garage rock, and of course feminine, meaning that the voices, and the sensitivity is markedly different from the one that could have a male equivalent. The tracks are all very solid, well-composed, and, in spite of the fact that they are only two, the music and arrangements are warm and rough to the right point.
The band is made up of Shona McVicar (drums and vocals) and Stina Marie Claire Tweeddale (guitar and vocals), but shortly after this album's release, McVicar left, and  she was replaced by Cat Myers. We will talk about the new album later: meanwhile, enjoy, it is appropriate to say, this one.

20161211

Biondo

Blond - Frank Ocean (2016)

Ne leggevo in ogni dove, per cui ho dovuto mettermi al passo. Il secondo disco di Frank Ocean, R & B singer sulla bocca di tutti, stava diventando un affare enorme. Nonostante si dica sempre, ultimamente, che i musicisti non guadagnano più sui dischi, perché non se ne vendono più, Ocean, per "liberarsi" dal contratto con la Def Jam (una volta si faceva a pugni per farsi mettere sotto contratto dalla Def Jam), ha fatto uscire, esattamente il giorno precedente all'uscita di questo Blond (il "vero" secondo disco), un visual album dal titolo Endless, che lo liberava così dal contratto che prevedeva due dischi. 
E quindi, com'è questo Blond? Sicuramente un bel disco di R & B moderno, decisamente malinconico (come lo descrive il The Guardian, trovandomi perfettamente d'accordo), con molti suoni inusuali per un disco di questo genere, che si fa forte di una leggiadria triste, di un romanticismo che probabilmente solo quelli che discendono dagli schiavi possono avere. 
Lo stile e l'approccio è un po' l'equivalente nero dei bianchi/voglio-la-pelle-nera Bon Iver e James Blake, anche se qui, c'è quella maestria tipica di chi la black music ce l'ha nel DNA, e non solo come passione. Se devo essere onesto, rispetto ai bianchi, qui c'è più genio.
Ospiti d'eccezione, ma usati con una parsimonia notevole: Beyoncé, Kendrick Lamar, André 3000, James Blake, Yung Lean, Sebastian, e produttori altrettanto noti. 

Pezzi preferiti, Self Control e White Ferrari.


I've read it everywhere, so I had to catch me up. The second album of Frank Ocean, R & B singer on everyone's lips, was becoming a huge deal. Although we always say, lately, that the musicians do not earn more on the discs, because they do not sell it anymore, Ocean, in order to "get rid" of the contract with Def Jam (once, musicians begging to be putted under contract by Def Jam), he released, just the day before the exit of this "Blond" (the "real" second album), a visual album titled "Endless", so that freed him from the contract, which provided two album.
And then, how is this "Blond"? Definitely a very good album of modern R & B, decidedly melancholy (as described by "The Guardian", finding myself in complete agreement), with many unusual sounds for a genre like this, built it on a sad grace, a romanticism that probably only those who are descendants of slaves may have.
The style and approach is a bit the black equivalent of the whites wannabe blacks Bon Iver and James Blake, although here, there is the typical skill of those have black music in his DNA, and not just as a (profound) passion. I have to say, altough this kind of music it is not exactly my cup of tea, here, respect to the quoted white artists, there is more genius.
Special guests, but used with considerable parsimony: Beyoncé, Kendrick Lamar, Andre 3000, James Blake, Yung Lean, Sebastian, and as well, a lot of well known producers.
Favourite tracks: "Self Control" and "White Ferrari".

20161209

Trascendenza

Transcendence - Devin Townsend Project (2016)

Devin Garrett Townsend è un personaggio abbastanza famoso nel campo del metal, ma fino a poche settimane fa, devo confessare che non me ne ero mai interessato più di tanto. Fondatore degli Strapping Young Lad, inizialmente un progetto solista, amico di Steve Vai, ha suonato con Jason Newsted, Tom Hunting (Exodus), Gene Hoglan (Dark Angel), Anneke van Giersbergen (The Gathering), polistrumentista, cantante (5 ottave di estensione), amante della musica in generale. Questo Transcendence è il suo diciassettesimo disco in studio, e, devo dire, non è precisamente il mio genere, troppe aperture sinfoniche, sinceramente stucchevoli. Townsend parte da una base heavy metal, e costruisce pezzi anche complessi, seguendo il suo interesse per il progressive e, naturalmente, le sue (e dei suoi collaboratori) capacità tecniche innegabili. Il disco è pieno di sovrastrutture, ridondante e ampolloso, nonostante anche le composizioni, anche queste largamente a cura dello stesso Townsend, siano degne di nota.
La versione "semplice" del disco si chiude con una cover dei Ween, Transdermal Celebration, ma la versione deluxe contiene altri 11 pezzi, molti dei quali in versione demo.



Devin Garrett Townsend is a fairly famous person in the field of metal music, but until a few weeks ago, I must confess that I had not been interested that much. Founder of  the Strapping Young Lad, initially a solo project, a friend of Steve Vai, he played with Jason Newsted, Tom Hunting (Exodus), Gene Hoglan (Dark Angel), Anneke van Giersbergen (The Gathering), multi-instrumentalist, singer (5 octaves of extension), a lover of music in general. "Transcendence" is his seventeenth studio album, and, I must say, it's not exactly my thing, too many symphonic openings, frankly a little sickening. Townsend starts from an
heavy metal "base", and builds pieces even complex, following his interest in progressive and, of course, his (and of his collaborators) undeniable technical abilities. The album is full of superstructures, redundant and stilted, despite even the compositions, also these largely by the same Townsend, are worthy of note.
The "simple" version of the album closes with a Ween's cover, "Transdermal Celebration", but the deluxe version contains 11 other pieces, many of them in demo version. And the music doesn't change.

20161208

Bruxelles, Belgio - Novembre 2016 (2)

Martedì 29 novembre, sveglia con un poco di mal di testa, ma passerà. Si scende per colazione e ci ritroviamo tutti, bulgari compresi. Verso le 7,15 ci avviamo a prendere l'auto e ci tuffiamo nel traffico di Bruxelles, che ci mette sempre alla prova. Arriviamo in orario, e scopriamo che la sala prenotata è insufficiente come capienza. Si cambia al volo, e si perde un po' di tempo sulla tabella di marcia. Si discutono problematiche comuni, poi ci sono ospiti, un greco colossale, sentito di nome ma mai visto di persona, per informazioni sul marketing e sulla "guerra" che ci aspetta contro la concorrenza. Pranzo nel ristorante aziendale, poi pomeriggio incontro con il Front Office export, vecchie conoscenze (la collega che mi ha invitato in Thailandia, adesso rientrata in sede, la sua collega più anziana, grande lavoratrice e persona simpaticissima, una collega serba e un altro di origini congolesi, già esperti, poi la collega messicana, assunta già in giugno, e, mai vista, una nuova collega, assunta due mesi fa, di origini armene, una ragazza veramente molto bella), per discutere di problematiche che ci legano ma che a volte ci creano problemi. Si imparano cose nuove. Si torna con lavori da fare. Va bene così. Verso le 16, rompete le righe. Fumo una sigaretta all'esterno mentre facciamo compagnia al collega spagnolo che aspetta il nostro capo belga che lo accompagna all'aeroporto di Zaventem (anche lui deve prendere un volo), e vedo uscire una che mi pare di conoscere... è la collega livornese assunta da qualche mese, già conosciuta. La salutiamo, la presento agli altri. Saliamo in auto, e si parte verso Charleroi. Anche questa volta il traffico è piuttosto clemente, e non ci impieghiamo troppo tempo. Mi rimane ancora una volta un dubbio: ogni volta che imposto il GPS per fare questa strada, imbocco il Ring nella direzione opposta a quella che mi suggerirebbe il navigatore, perché sono convinto che questa strada è più veloce, e ogni volta, come detto, mi vengono i dubbi. Prima o poi dovrò fare di testa "sua". Giusto per curiosità. Nelle vicinanze dell'aeroporto, cerchiamo una pompa di benzina, riempiamo il serbatoio. Torniamo al parcheggio sotterraneo dove ci sono tutti i "terminal" delle società di noleggio auto, parcheggiamo, aspettiamo l'ispezione, tutto ok, chiamo il taxi, attendiamo nemmeno 5 minuti e saliamo. Destinazione, il solito Hotel Balladins. Check in, un passaggio in camera, e siamo lesti per la cena. Chiacchiere in libertà, e la stanchezza ha la meglio. Ma io, dopo la sigaretta, mi metto a lavorare, fino alle 23 passate. Domattina la sveglia è alle 4.

Come anticipato, non sono granché, ma ho cercato di fotografare questi simpatici giochi di luce sulla Tour Rogier

Il "fungo" in Place Rogier
A destra, la Tour Rogier
blabla

Si torna a casa
Mercoledì 30 novembre è dura, ma va fatta. Colazione per me light, check out (si forma una certa fila alle 5), taxi/navetta, aeroporto, controlli, acquisti al duty free (la classica scatola di cioccolatini buoni e costosi, da portare al resto della squadra), via al gate, attesa, sperando che non ci siano problemi (ho impegni già alle 11), mia sorella mi dice che i problemi all'aeroporto di Pisa ci sono stati anche ieri, ma per fortuna, va tutto liscio, e si parte in orario, 7,05, e si arriva con un leggerissimo anticipo. Parcheggio, auto, autostrada, ed eccoci in ufficio alle 9,41...
Alla prossima.

20161207

Bruxelles, Belgio - Novembre 2016 (1)

Lunedì 28 novembre. Alle 6,30 sono sotto casa del mio collega M., che porto con me alla seconda riunione europea del Back Office per il 2016. Il volo è il "classico" Ryanair delle 9,15 da Pisa per Charleroi. Ho ormai talmente confidenza, che fino a qualche tempo fa sarei partito alle 6, e invece anche il fatto che ci mettiamo in moto alle 6,40 non mi mette ansia. Arriviamo al solito parcheggio, finalmente i lavori per il Pisamover sembrano essere in dirittura d'arrivo, quindi il passaggio per l'aeroporto è ripristinato nella sua brevità (anche se i marciapiedi sono ancora un miraggio), e siamo dentro l'aeroporto. Qualcosa non va, però. Nessuno entra ai controlli. Do un'occhiata al pannello con i semaforini, che ti dice se il tuo volo è ammesso ai controlli, e noto che il nostro è verde, ma tutti quelli precedenti sono rossi. Ecco spiegato l'assembramento. Chiedo se possiamo passare i controlli al personale, rapida consultazione, mi dicono di si. Fuori c'è una nebbia che si taglia col coltello. Faccio colazione, e poi ci sediamo vicino al gate assegnato. Man mano che l'orario si avvicina, le speranze affievoliscono, e arrivo perfino a cercare un'alternativa. Alle 10,30 circa, ci viene comunicato che il volo è stato dirottato sull'aeroporto di Bologna. Poco dopo, ci dicono di uscire dalla sala imbarchi, recarci sul piazzale autobus, perché ci porteranno in bus a Bologna, da dove partirà il nostro volo. E così facciamo. Verso le 11 si parte, bus non modernissimo, e il viaggio, almeno questo, fila liscio. Arriviamo a Bologna che il tempo è molto peggiore che a Pisa. Sarà. Passiamo i controlli, e finalmente vediamo il nostro volo schedulato sul tabellone delle partenze, alle 14,40 dal gate 1. Sono poco più delle 13. E' pure l'ora di mangiare qualcosa, e così facciamo, velocemente, prima di accodarci in fila per l'imbarco. Che avviene con un discreto ritardo. Siamo sull'aereo, finalmente. Fuori piove. Si parte che sono le 15,15, circa. E si arriva che son quasi le 17. A quel punto, mi mangio un "fermino", ed esco, sempre accompagnato da M., a fumarmi una sigaretta nel freddo belga. Fatto ciò, via al ritiro delle chiavi dell'auto a noleggio. AVIS. Si risale, si prende la navetta, e ritroviamo un po' tutti gli italiani che erano sul volo. Arriviamo all'auto, una Opel Mokka, calibriamo il GPS, e partiamo verso il parcheggio Rogier, in centro a Bruxelles. Il traffico dovrebbe essere dei peggiori, e invece tutto sommato, per la giornata che abbiamo passato, non è malaccio. Il problema arriva mentre ci avviciniamo al centro della capitale belga. Strade chiuse per i Luna Park di Natale, ci costringono ad avviare anche un ulteriore GPS telefonico, e ad andare anche a senso. Alla fine, eccoci sulla direttrice che porta a Place Rogier, all'altezza di Boulevard Adolphe Max, ma, come dire, dalla parte sbagliata. Non riusciamo ad individuare uno dei tre ingressi al parking che è sotto la piazza, e c'è un traffico micidiale. Quindi, visto che siamo ormai vicini all'hotel che ci hanno prenotato, l'Hilton Brussels City, infiliamo l'auto nel parking Botanique, stessa catena (rispetto al Rogier), stessi prezzi, c'è solo da attraversare la strada. Ci siamo, facciamo finalmente il check in. Sono le 19. Dovevamo arrivare più o meno 5 ore fa, forse anche prima. Saliamo in camera per la classica rinfrescata, anche se fuori siamo quasi sotto zero, e verso le 19,30 scendiamo nella hall, dove ci aspettano i nostri colleghi tedeschi, spagnoli e francesi. I bulgari hanno l'aereo che arriverà tardi, e speriamo ce la facciano per la cena. 
Ci mettiamo in cammino, il ristorante è a un chilometro, si percorre Rue Neuve, una delle vie dello shopping, passiamo vicino al Belga Queen, dove siamo stati l'anno passato, ma stavolta tocca al The Dominican, anche hotel, molto elegante, anche se a cena non c'è nessuno. C'è pure il nuovo capo L., e uno dei Product Flow Manager, il francese G., ciuffo impomatato e origini italiane, sempre figo ed elegante. La cena è di buon livello, così come ovviamente le birre, che insomma, qua in Belgio dicono la loro. Atmosfera cordiale, ma insomma, mi sono divertito di più. La stanchezza, e forse la presenza di una persona con la quale ancora non abbiamo troppa confidenza, probabilmente influiscono. Cena finita salutiamo L. e G. all'indomani, e torniamo sui nostri passi. I bulgari hanno chiamato, non ce la facevano per la cena. Li vedremo domattina. Ci avviamo tra il Theatre de la Monnaie, Place des Martyrs, l'Eglise Notre-Dame du Finistère, in una Bruxelles già agghindata e pronta per il Natale.

Due scorci di Place des Martyrs
Un parco giochi in mezzo alle vie centrali
Notre-Dame du Finistère
Giochi di luce natalizi sulla Tour Rogier, che è di fianco all'hotel dove alloggiavamo. Seguiranno altre foto dei giochi di luce.

20161206

Parigi, Francia - Novembre 2016 (3)

E così siamo a giovedì 24 novembre. Colazione, check out, e via verso la sede. Caffè (che qui, e anche a Bruxelles, è gratis, così come l'acqua in bottiglia; addirittura, qua a Parigi sui tavolini dello spazio pausa caffè, al mattino ci sono anche, sempre gratuiti, dei vassoi di mini croissant...), saluti, e via con i lavori. Stamattina avremo ospiti, ospiti che ormai conosco abbastanza, prima il responsabile globale per la qualità, con il quale discutiamo fino alle 12 di come migliorarla, come abbattere la percentuale di reclami, che non accenna a diminuire, nonostante i nostri sforzi collettivi, scambiandoci pareri, che, come ricorderete, era proprio il punto della riunione. Non voglio tediarvi, ma insomma, è abbastanza chiaro che alzare la qualità non fa proprio rima con tagliare le spese. Verso le 12 arrivano il capo del marketing, O, francese, grande esperienza, un tipo che mi piace per la sua determinazione e la sua gentilezza, con il quale ho avuto a che fare diverse volte (l'organizzatore della convention annuale, quella di qualche settimana fa sempre nei dintorni di Parigi; ricordo ancora con piacere quella volta che mi ha scritto dopo aver letto un mio report dove lanciavo un grido d'aiuto per la scarsità di risorse, chiedendomi se "poteva chiamarmi, perché voleva capire di cosa avevo bisogno"), ed il suo vice, JC, uno spagnolo del quale forse vi ho parlato (in giugno, in Germania, dopo che ci eravamo già conosciuti, la sera del martedì, a cena, non riusciva a smettere di ridere guardando la mia prestazione di bevitore di birra e molestatore di cameriere). Sono lì perché entro un paio di settimane avranno un incontro con i direttori di stabilimento, e vogliono sapere da noi se abbiamo bisogno di aiuto. Dopo un momento di titubanza, la platea si scalda, e partono i gridi di aiuto. Non riesco a trattenermi, anche se attendo che abbia finito di esporre l'amica T., e poi espongo il mio pensiero sulle risorse umane. Non sto a scendere in particolari. Una cosa che mi colpisce è che O., appena parto con la mia breve richiesta, apre subito l'agenda ed inizia a scrivere. Il messaggio è: ho, abbiamo bisogno di persone che sono committed, una parola che ho imparato e che secondo me non ne ha una omologa in italiano, quella che si avvicina di più è "impegnate", ma non è abbastanza. Persone che sposano una causa, che remano nella stessa direzione.
Ci salutano, hanno un altro impegno, e la riunione viene ufficialmente chiusa, tutti liberi per il pranzo, sempre nel ristorante aziendale, dopo di che tutti liberi. Pranziamo tirando le somme insieme a L., dopo di che diamo un'occhiata alla posta, e decidiamo che possiamo anche avviarci all'aeroporto. Particolare che non vi ho raccontato, di poco conto: la sera precedente, entrato in camera, tolgo di tasca i due telefoni, e li tiro sul letto. Prima il mio personale, dopo quello aziendale. Con il secondo, prendo in pieno il primo, e spacco il vetro. Siccome quello personale è quello che fa le foto migliori, e che ha durato un paio di anni, decido di ricomprarlo, e mi viene questa idea di comprarlo all'aeroporto, da vero snob. Detto questo, anche T. la spagnola deve andare a CDG, ha l'aereo più o meno alla stessa ora: la invitiamo ad unirsi a noi. Ci avviciniamo alla postazione di ricevimento per consegnare i badge temporanei e riprendere i nostri documenti, proprio nel momento del cambio delle ragazze alla reception. Hanno entrambe lo chignon, e mentre attendiamo il nuovo capo che si è dimenticato il marsupio (ahi ahi ahi...che caduta di stile!), prima di andarcene, le faccio ridere chiedendo loro se sia obbligatorio per lavorare alla reception. Rincaro la dose dicendo loro che io non potrei fare domanda. Usciamo per ripercorrere al contrario il percorso che abbiamo fatto all'andata: metro a Liège, cambio a Saint-Lazare, si sale in superficie a Opéra. Ho giusto un biglietto della metro in più per T., ma non quello per il Roissybus, ma non ci sono problemi, come detto, lo facciamo al distributore alla fermata. Il viaggio verso CDG, naturalmente più lungo a livello di tempi, per il traffico delle ore diurne, passa parlando soprattutto di lavoro con L. e T.; ci salutiamo alla fermata del terminal F, lei deve prendere un altro bus per il G, alla prossima. 

Bighelloniamo in cerca di un posto dove bere qualcosa, visto che è molto presto, ma non c'è molto, e purtroppo, da quel che mi ricordo, non c'è molto neppure passati i controlli. Quando dico che, per essere un aeroporto molto grande, potrebbe essere organizzato meglio. Quindi, passiamo i controlli, e bighelloniamo per negozi, poi, come si dice in gergo, ci fermiamo lo stomaco. Vado in cerca di un negozio che venda telefoni, e lo trovo, sorprendentemente, ma nemmeno troppo, l'unico che offre questo tipo di articoli è quello della FNAC. Prendo quello che costa meno, ed è esattamente della stessa marca di quello rotto, ma un modello più nuovo. L. me lo parametrizza, copiando numeri, installando app, io son proprio negato mentre a lui piace. Al momento di scambiare la SIM, ci si accorge che ci vuole una nano, e che la mia è ancora vecchio stampo. L. si offre, l'indomani mattina, di tagliarmela ed installarla. 

Ci spostiamo davanti al gate da dove imbarcheremo, con largo anticipo. Arriva il momento dell'imbarco, il volo fila liscio, il poco ritardo dell'imbarco viene recuperato, eccoci a Peretola. Ultimo sforzo, ma prima un cappuccino al bar, in chiusura (non sono neppure le 23...). Paghiamo il parcheggio, riprendiamo il viadotto dell'Indiano, la FIPILI, e poco dopo la mezzanotte siamo a casa. E domani, prima dell'alba, visto che siamo malati, si ricomincia...

20161205

Parigi, Francia - Novembre 2016 (2)

Quindi, mercoledì 23 novembre ci troviamo verso le 7 per la colazione, nella già citata minuscola sala apposita, e mangiamo quel che passa il convento. Non sono troppo esigente, ma debbo confessarvi (concedetemi una divagazione) che comincio ad essere insofferente quando, in alberghi che comunque ospitano clienti internazionali, non c'è la possibilità di avere un cappuccino. Le cose curiose, e, se ci rifletto un momento, anche divertenti, sono almeno due. La prima è personale: a casa, seguendo la dieta che ormai provo a seguire da un paio d'anni, la colazione è composta da 8 biscotti secchi e 250 ml. di latte. Quindi, normalmente non bevo il cappuccino. Ma quando sono in albergo, e non c'è neppure il caffé espresso, beh, almeno il cappuccino datemelo! La seconda è che ormai, in tutto il mondo sono diffuse delle ottime macchine automatiche che fanno discreti caffé espresso e cappuccini. Non capisco davvero come un albergo, non solo questo, ma anche altri di catene ben più importanti, non si dotino di una roba del genere. To be continued.
Usciamo quindi molto presto, e in 3 minuti 3 siamo in sede. Ci dotiamo del badge da visitatori, e riconosco la ragazza alla reception. Ci sistemiamo nella sala che è stata prenotata all'uopo, è già presente una collega francese, dal cognome che si presta a molte storpiature, famosa per essere una instancabile spina nel fianco. Man mano arrivano gli altri colleghi, e il "capo nuovo", e si inizia la riunione, scandita da un agenda tesa a, com'è giusto che sia in questi casi, scambi di esperienze tra i vari servizi logistici dei vari stabilimenti europei. Ci sono i due esperti di packaging, entrambi belgi fiamminghi, vecchie conoscenze, la collega francese già citata, l'altra collega francese M., responsabile qualità e precedure, già con me in varie esperienze (e fan dei Muse prima maniera, recentemente mi ha confidato di essere andate a vedere i Garbage, e di essere stata sorpresa positivamente), il catalano C., capo dei colleghi che mantengono le relazioni con i trasportatori, una persona che ho già citato come quello del bicchiere della staffa, sempre simpatico e cortese, il collega francese, la delegazione tedesca (sono tre, e ne conoscevo solo uno), la collega spagnola T., con la quale parlo sempre nella sua lingua, e con la quale ho un rapporto di simpatia, oltre che di stima. Naturalmente, ci si ferma per il pranzo, al ristorante aziendale della sede parigina, situato curiosamente al piano interrato, incontro un collega italiano che lavora in un altro sito, e che mi ha aiutato tantissime volte, che mi chiede una cortesia, poi faccio sorridere un paio di francesi in fila per il pranzo. Si riprende nel pomeriggio fino oltre le 17, poi si rientra velocemente in hotel e verso le 19 ci avviamo a piedi verso il ristorante presso il quale il capo ci ha invitato tutti a cena. Siamo nello stesso albergo di C. e T., e camminiamo insieme a loro parlando un misto di italiano/francese/spagnolo/inglese.
Il ristorante è Le Sanglier Bleu, e la cucina è indicativamente francese, con tentativi di innovazione e creatività.
La cena si svolge in allegria, i tedeschi si dimostrano interessati anche al vino. Verso le 22 abbondanti, tutti verso i letti, io e L. ci tratteniamo per bere un caffè ai tavolini esterni, lungo Boulevard de Clichy. A neppure 100 metri, il mitico Moulin Rouge.

Ce la prendiamo con calma, attraversando gli arrondissement, percorrendo quel chilometro che ci separa dall'hotel, sbagliando strada senz'altro. Certo, abituati al paesello, si vede che siamo in una città, e pure bella grande. So che è un pensiero semplice, prevedibile, e pure già espresso, ma chissà com'è, ogni volta mi colpisce. Senza pensare, tra l'altro, che questa città è stata colpita duramente, non troppo tempo fa. Ci diamo l'appuntamento per la mattina seguente, l'orario di inizio dei lavori è fissato per le 8, quindi quando scenderemo per la colazione, che comincia alle 7, dovremo essere già quasi pronti. Da bravo soldatino, preparo il bagaglio prima di coricarmi.

20161204

Parigi, Francia - Novembre 2016 (1)

Eh si, probabilmente vi starete annoiando di tutti questi reportage di viaggio, molti dei quali lavorativi, ma che vi devo dire, questa è la mia vita ora. Per cui, deal with it. Martedì 22 novembre verso le 4 del pomeriggio, io e il mio capo L. si riparte, prima alla volta dello scalo aereo fiorentino, che, non smetterò mai di ricordarlo con simpatia, tanti anni fa, i tifosi degli odiati cugini del Pisa, allora in serie A (la cosiddetta "Era Anconetani"), durante un derby toscano contro i Viola, esposero uno degli striscioni più divertenti mai visti nel calcio: "c'avete l'aeroporto della Barbie". E si, l'aeroporto di Peretola Amerigo Vespucci, senza dubbio migliorato esteticamente, rimane ancora un aeroporto che fa quasi rimpiangere lo scalo pisano. Serata uggiosa, arriviamo nel parcheggio adiacente, perfettamente dimensionato allo scalo (devi stare molto attento a come parcheggiare, perché spesso poi non riesci ad uscire dall'auto, visti i posti auto piccoli), che siamo quasi all'ora di cena. Effettuati i controlli, non c'è una grande scelta di ristorazione, e quindi più o meno, la foto che segue è la nostra cena.

Rinfrancati da cotanto desco, arriva l'ora dell'imbarco, e c'è da dire che il sonno si fa già sentire. Si sale, si prende posto, e mentre L. sonnecchia per quasi tutto il volo, io mi vedo un po' di The Walking Dead. Eccoci al famosissimo Charles de Gaulle, per me la seconda volta in poche settimane. E' vero, per essere un aeroporto così grande potrebbe essere organizzato ancora meglio, ma certo, il contrasto con lo scalo fiorentino è enorme. Andiamo in cerca della pensilina dove prenderemo il Roissybus, un bus che porta direttamente vicino all'Opéra di Parigi, e alla sua stazione di metro.
Scorci dell'aeroporto dall'esterno, e il Roissybus
Si arriva dunque all'Opéra, e ci orientiamo per trovare l'ingresso della metro. I biglietti del Roissybus li avevo presi in precedenza via posta, tramite acquisto online sul sito fornitissimo dell'ente di turismo di Parigi, come fatto in precedenza nelle due volte che in questo 2016 sono venuto a Parigi arrivando ad Orly (comprando i biglietti per l'Orlybus), mentre i biglietti per la metro mi erano rimasti da quando comprai un pacchettino da 10, in febbraio. C'è da dire che il biglietto per i bus si può fare sia ai distributori automatici alle fermate, sia sul bus, quindi direi che dalla prossima volta, posso anche farne a meno. Trovato l'ingresso della metro, ci fermiamo un attimo per qualche foto turistica dell'Opéra.

Ci infiliamo quindi nella metro (sono già le 23, più o meno), prendiamo la linea 3 verso Pont de Levallois/Bécon, due fermate e siamo a Saint-Lazare, e siccome sono un perfezionista, prendiamo la 13 e in una fermata siamo a Liége, 50 metri a piedi più vicina all'hotel rispetto a Saint-Lazare. L'hotel lo avete già sentito (ci son già stato in giugno), è il Villathena, carino ma veramente piccolo (piccola la hall, piccola la sala colazione, piccole le camere), ma ad appena 250 metri dalla sede della nostra società a Parigi, situata in Rue de Clichy, di fronte al Casino de Paris (contrariamente al nome, è una music hall, e conto, prima di andare in pensione, di avere la fortuna di imbattermi davanti ad una serata concertistica interessante, e di godermi un concerto così, per caso). Check in, appuntamento per l'indomani mattina, e via a dormire.
L'appuntamento è per le 10 di mattina in sede, ora che permetterà a quelli che arrivano da più vicino di non partire il giorno precedente. L'occasione è una riunione periodica dei manager logistici dei vari siti, e dei loro più stretti collaboratori, organizzata stavolta dal nuovo capo della Supply Chain di una delle due Global Business Unit per cui lavoriamo (il gruppo ne ha molte, ogni volta ne scopro di nuove); durerà due giorni, uno, domani, "pieno" (comprensivo tra l'altro di cena la sera, presso un ristorante vicino al Moulin Rouge), il secondo che terminerà dopo pranzo, lasciandoci liberi di tornare a casa per la sera.