Sonic Highways - Foo Fighters (2014)
Rieccoci. Ottavo disco in studio (registrato in otto studi diversi, in otto città statunitensi, e, come dire, andatevi pure a rileggere le mie vecchie recensioni sull'americanità dei fuffa, per gli amici) per la creatura di Dave Grohl, un simbolo per una generazione, un simbolo positivo, ottimista, gioviale, divertente, un intrattenitore nato, che se non avesse fatto il musicista avrebbe potuto essere attore comico o stand up comedian, o animatore al Club Med, fate voi. E, badate bene, dico questo con il massimo rispetto, ma non come usa dire Borghezio quando parla male dei neri, degli immigrati, dei froci eccetera, io son serio come non mai. Chiudo qui la parentesi per non fare un altarino di parole per il ragazzo Dave, un tipo col quale non ho mai scambiato due parole, ma che, e questa storia ogni volta che la racconto mi rendo conto di essere un matusa, mi è sempre rimasto simpatico da quella volta che lo vidi suonare la batteria con gli Scream, tanti, tanti ma tanti anni fa sul palco mitico del Centro Sociale Occupato Macchia Nera di Pisa.
Ho riletto le mie precedenti recensioni, e vorrei non ripetermi troppo. Ogni nuovo disco dei FF penso le stesse cose. E ogni volta mi dico che non ci sono pezzi che spaccano troppo, ma poi il disco ha un dannato enorme successo, e la gente impazzisce, e io mi rendo conto che, nonostante il rispetto di cui prima, li sottovaluto troppo, forse appunto per non idolatrarli esageratamente.
Sonic Highways è ancora una volta un disco americano (leggi: statunitense) fino al midollo: nove copertine diverse, raffiguranti vari edifici simbolo delle otto città statunitensi in cui è stato registrato, più l'edificio fittizio che rappresenta il simbolo dell'infinito, assurto a simbolo dell'ottavo album della band visto che guardandolo da un'altra prospettiva, può rappresentare un otto; partecipazioni mirate, che rappresentano vecchi e nuovi talenti della musica statunitense; e la musica, la musica che ci piace, il marchio di fabbrica dei FF, immediatamente riconoscibile, fatta di stop and go, di melodie orecchiabilissime ma spesso stroncate come se si avesse timore di diventare troppo pop, e che ingloba al suo interno i background dei componenti della band, il punk, il rock, e i grandi classici dell'hard rock statunitense, vecchi e nuovi: Smashing Pumpkins così come Elvis, per fare qualche citazione e poi smetterla immediatamente (ma per farvi vedere che ne so).
Prendiamoci un momento per elencare gli ospiti, distribuiti quasi come se Grohl avesse il Cencelli in mano. Rick Nielsen alla chitarra baritona su Something From Nothing (testo ispirato, pare, dal grande incendio di Chicago del 1871). Se i più giovani tra di voi, o quelli meno informati si chiedessero chi cazzo è 'sto Nielsen, vi dico un nome: Cheap Trick. Nientemeno che i Bad Brains alle backing vocals su The Feast and the Famine (testo ispirato dalla storia di Washington D.C.). Zac Brown, lead guitar e backing vocals su Congregation; un volto relativamente nuovo e promettente del country e southern rock. Gary Clark Jr., lead guitar su What Did I Do? / God As My Witness, altro fenomeno di nuova generazione. Joe Walsh (Eagles, tra gli altri) alla lead guitar su Outside. La Preservation Hall Jazz Band su In the Clear. Ben Gibbard (Death Cab for Cutie) chitarra e voce su Subterranean. Joan Jett chitarra su I Am a River. Plus, oltre alla formazione attuale (Grohl, Smear, Mendel, Hawkins, Shiflett), Rami Jaffee alle tastiere (Pete Yorn, Pearl Jam, Coheed and Cambria, Joseph Arthur, Stone Sour, Soul Asylum).
Come potrebbe, un disco del genere, essere brutto? E infatti, non lo è. Non dico altro, se non che, ascoltando di seguito (invece di seguire la tracklist) The Feast and the Famine e immediatamente dopo il finale con l'orchestra di I Am a River, potete farvi un'idea di cosa potrebbe essere capace Dave Grohl, se solo lo volesse.
Eighth album for Dave Grohl's Foo Fighters, with plenty of guests. Starting from this thing, we can realize that, maybe, this is the most american (read: United States of America) album they have realized until now. Foo Fighters were always an "all american band", but, maybe against the flow, never as today they wanted to reaffirm their belonging. Nine different covers, each with a building, symbol of an american city, eight songs recorded in eight different studios (in every city represented in the cover), and their music, that as we well knows, is coming from punk and from american hard rock, music that, in this occasion, more than ever, is load of influences, american influences, old and new influences, that go hand in hand with the guests we were talking before. This is the music of the Foo Fighters, take it or leave it. A kind of music that, while you are driving on an highway and listening to this record, unconsciously, it will teach you a part of american history. Just the better part, such as Dave Grohl represents the better part of my generation. I could never hate, him and his music.
No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
20141111
20141110
saggezza
Wisdom - The Order of Israfel (2014)
Wisdom è il titolo del disco di debutto di questo quartetto metal svedese, il cui nome girava già da un po'. Tanto per riempire qualche riga in più, Israfel o Israfil è il nome di un angelo della tradizione coranica, è, in particolare, quello che suonerà la tromba nel giorno del Giudizio Finale (appena suonerà la tromba, ogni essere umano in vita morirà, per venire risuscitato immediatamente dopo da Allah; il giudizio sarà letto dallo stesso Israfel). E' stato "ripreso" anche dalla tradizione della cabala occultistica, da Aleister Crowley, ed ha ispirato scrittori: perfino Edgar Allan Poe ha scritto una poesia usando il suo nome come titolo.
Detto tutto questo, la band svedese è formata tra l'altro da Tom Sutton (ex Church of Misery) e da Patrick Andersson Winberg (ex Doomdogs), e parte naturalmente dal doom metal di ispirazione sabbathiana, ma mostra, già dal debutto, una interessante tendenza ad esplorare ed inglobare svariati tipi di influenze. Naturalmente, si rimane nell'ambito metal, niente al di fuori di esso (se non per intro ed elementi d'atmosfera, come la litania di The Vow o il coro para-religioso di The Order), ma le chitarre sono belle da sentire, sia nelle ritmiche sia negli assoli, c'è il giusto mix di doom e NWOBHM con suoni attualizzati, e alcuni pezzi con un ottimo tiro quali Born For War o On Black Wings, A Demon.
About heavy metal, this is an interesting debut album. The Order of Israfel is a(nother) swedish band that starts from Black Sabbath and so, from doom metal, but they absorb plenty of other metal influences. The results is this Wisdom, an album various and, as I told you, interesting, not boring at all, for any metal fan.
Wisdom è il titolo del disco di debutto di questo quartetto metal svedese, il cui nome girava già da un po'. Tanto per riempire qualche riga in più, Israfel o Israfil è il nome di un angelo della tradizione coranica, è, in particolare, quello che suonerà la tromba nel giorno del Giudizio Finale (appena suonerà la tromba, ogni essere umano in vita morirà, per venire risuscitato immediatamente dopo da Allah; il giudizio sarà letto dallo stesso Israfel). E' stato "ripreso" anche dalla tradizione della cabala occultistica, da Aleister Crowley, ed ha ispirato scrittori: perfino Edgar Allan Poe ha scritto una poesia usando il suo nome come titolo.
Detto tutto questo, la band svedese è formata tra l'altro da Tom Sutton (ex Church of Misery) e da Patrick Andersson Winberg (ex Doomdogs), e parte naturalmente dal doom metal di ispirazione sabbathiana, ma mostra, già dal debutto, una interessante tendenza ad esplorare ed inglobare svariati tipi di influenze. Naturalmente, si rimane nell'ambito metal, niente al di fuori di esso (se non per intro ed elementi d'atmosfera, come la litania di The Vow o il coro para-religioso di The Order), ma le chitarre sono belle da sentire, sia nelle ritmiche sia negli assoli, c'è il giusto mix di doom e NWOBHM con suoni attualizzati, e alcuni pezzi con un ottimo tiro quali Born For War o On Black Wings, A Demon.
About heavy metal, this is an interesting debut album. The Order of Israfel is a(nother) swedish band that starts from Black Sabbath and so, from doom metal, but they absorb plenty of other metal influences. The results is this Wisdom, an album various and, as I told you, interesting, not boring at all, for any metal fan.
20141109
primitivo e mortale
Primitive and Deadly - Earth (2014)
Ed eccolo, il successore del dittico Angels of Darkness, Demons of Light (2011 e 2012). Come prima cosa, c'è da dire che dopo anni e anni, gli Earth di Dylan Carlson tornano alla parola, o meglio, al cantato, affidando due pezzi (There Is a Serpent Coming e Rooks Across the Gate) a Mark Lanegan (del quale vi ho parlato male solo due giorni fa), e un altro, From the Zodiacal Light a Rabia Shaheen Qazi dei Rose Windows (il pezzo è molto, molto bello). La cosa non accadeva dal 1996. Giusto per la cronaca. Scompare il violoncello di Lori Goldson, usato nel dittico precedente, rimane la batteria "al rallentatore" di Adrienne Davies, il basso è affidato a Bill Herzog, le chitarre di rinforzo sono di Brett Netson dei Caustic Resin, e di Jodie Cox, oltre naturalmente a quella di Carlson, che compone tutti i pezzi (eccetto le liriche, lasciate agli interpreti, ma non nel caso di Rooks Across the Gate). Il copione non si sposta di molto: drone doom, musica dopante, ipnotica e sinuosa. Qualcuno potrebbe definirla soporifera, non è il mio caso. Una dimostrazione pratica di come si possa avere una lunga carriera, un successo di nicchia, e rendere grazie ai Black Sabbath senza clonarli, inventando un genere e generando un marchio di fabbrica. Nel video che vi allego, il primo pezzo è l'inedito Badgers Bane, presente solo nell'edizione in vinile.
The first thing that could be news, but it's not, is that on this new album of Earth, there are three songs with lyrics. It didn't happen since 1996 (Pentastar, Earth's first album). Two of these songs are sings by Mark Lanegan, another one by Rabia Shaheen Qazi (Rose Windows) and, believe me, on Earth's music is better Rabia than Mark. Anyway, lyrics apart, this new album is the natural prosecution of Earth's long and respectable career. Their music is always slow, hypnotic and is almost like a drug. It's like a dream. Please, don't wake me up.
Ed eccolo, il successore del dittico Angels of Darkness, Demons of Light (2011 e 2012). Come prima cosa, c'è da dire che dopo anni e anni, gli Earth di Dylan Carlson tornano alla parola, o meglio, al cantato, affidando due pezzi (There Is a Serpent Coming e Rooks Across the Gate) a Mark Lanegan (del quale vi ho parlato male solo due giorni fa), e un altro, From the Zodiacal Light a Rabia Shaheen Qazi dei Rose Windows (il pezzo è molto, molto bello). La cosa non accadeva dal 1996. Giusto per la cronaca. Scompare il violoncello di Lori Goldson, usato nel dittico precedente, rimane la batteria "al rallentatore" di Adrienne Davies, il basso è affidato a Bill Herzog, le chitarre di rinforzo sono di Brett Netson dei Caustic Resin, e di Jodie Cox, oltre naturalmente a quella di Carlson, che compone tutti i pezzi (eccetto le liriche, lasciate agli interpreti, ma non nel caso di Rooks Across the Gate). Il copione non si sposta di molto: drone doom, musica dopante, ipnotica e sinuosa. Qualcuno potrebbe definirla soporifera, non è il mio caso. Una dimostrazione pratica di come si possa avere una lunga carriera, un successo di nicchia, e rendere grazie ai Black Sabbath senza clonarli, inventando un genere e generando un marchio di fabbrica. Nel video che vi allego, il primo pezzo è l'inedito Badgers Bane, presente solo nell'edizione in vinile.
The first thing that could be news, but it's not, is that on this new album of Earth, there are three songs with lyrics. It didn't happen since 1996 (Pentastar, Earth's first album). Two of these songs are sings by Mark Lanegan, another one by Rabia Shaheen Qazi (Rose Windows) and, believe me, on Earth's music is better Rabia than Mark. Anyway, lyrics apart, this new album is the natural prosecution of Earth's long and respectable career. Their music is always slow, hypnotic and is almost like a drug. It's like a dream. Please, don't wake me up.
20141108
20141107
radio fantasma
Phantom Radio - Mark Lanegan Band (2014)
La leggenda vuole che Lanegan abbia registrato questo suo nuovo disco sul suo telefonino, nonostante sia accreditato alla Mark Lanegan Band. I più cattivi (Pitchfork) dicono che Lanegan, regolarmente, butta nel cesso tutto quello che gli sta attorno e che conosce: alcool, eroina, bands, collaboratori. Qualcosa torna, qualcosa rimane sepolto per sempre. Io aggiungo: non è neppure arrivato primo (registrando sul telefonino). Almeno Neil Young ha usato (pare) una cabina telefonica (ma esistono ancora?). Degli anni '40. Vabbè.
Lanegan, croce e delizia, bene e male, genio e sregolatezza. Rockstar, grunge-star, Tom Waits e Johnny Cash. Aveva certamente voglia di cambiare, e ha cambiato. Alla fine, com'è questo disco? Così così, onestamente. Sembra quasi che abbia separato le sue influenze, e qua abbia pescato dal cassetto, proprio là in fondo, quella new wave che annoverava tra le sue fila Joy Division, poi New Order, Echo & The Bunnymen e via discorrendo, ma ogni tanto si è confuso, e forse è per questo che (qui mi trovo d'accordo con Pitchfork) The Killing Season sembra un pezzo dei peggiori Morcheeba. Il confine è sottile solo se la si vuol vedere così, tra Morcheeba e Portishead, ma personalmente preferisco di gran lunga i secondi, e forse, dico forse, il buon vecchio Mark cercava qualcosa del genere, ma non essendo propriamente il suo campo, non c'è riuscito a trovarla. Il disco sonnecchia tra una tastiera anni '80 e tastiere e basta, campionamenti non troppo particolari, la sua voce sempre piacevolmente dannata ma stavolta usata non proprio al meglio, e testi interessanti, american gothic quanto basta. Poi ci sono i pezzi vagamente folk, ma pure quelli risultano così così. Phantom Radio suona esattamente come te lo aspetteresti: un disco dove uno esperto di tutt'altro, si mette in testa di cambiare completamente genere. E risulta inesperto. Abbastanza paradossale, per uno che ha alle spalle una carriera lunga trent'anni.
Il disco, nella sua edizione Deluxe, consta di cinque pezzi in più, altrimenti contenuti su un EP. Non cambia niente (anzi, se possibile peggiora le cose, in quanto risulta, se preso da solo, una terribile accozzaglia di cose incompatibili tra di loro; Sad Lover, il video che potete trovare allegato alla recensione, è tratto da questo EP, ed è distante dal mood del resto dei dischi in realtà), se non che c'è questa canzone, che dà il titolo all'EP, No Bells on Sunday, che è una roba molto bella musicalmente, ma, ancora una volta paradossalmente, viene rovinata dalla voce di Lanegan. E questo mi ha fatto davvero riflettere: è piuttosto evidente che questo, quello che prova ad adottare con Phantom Radio, non è il genere adatto alla sua voce. Consoliamoci con il fatto che invece, le due copertine sono entrambe molto belle.
The new Mark Lanegan album, Phantom Radio, was recorded on Lanegan's mobile phone. Isn't the worst part. The album isn't so good, honestly, and it's a pity because Lanegan is a really good artist. But, as I said, the worst part isn't the recording, but the genre. Lanegan wanted to change, and he did. He turn toward his new wave influences, as Joy Division and Echo & The Bunnymen, but, maybe because he wasn't so familiar with that kind of music, it sounds like the worst Morcheeba, as in The Killing Season. Anyway, let's consider this album as a rite of passage, and let's move on.
La leggenda vuole che Lanegan abbia registrato questo suo nuovo disco sul suo telefonino, nonostante sia accreditato alla Mark Lanegan Band. I più cattivi (Pitchfork) dicono che Lanegan, regolarmente, butta nel cesso tutto quello che gli sta attorno e che conosce: alcool, eroina, bands, collaboratori. Qualcosa torna, qualcosa rimane sepolto per sempre. Io aggiungo: non è neppure arrivato primo (registrando sul telefonino). Almeno Neil Young ha usato (pare) una cabina telefonica (ma esistono ancora?). Degli anni '40. Vabbè.
Lanegan, croce e delizia, bene e male, genio e sregolatezza. Rockstar, grunge-star, Tom Waits e Johnny Cash. Aveva certamente voglia di cambiare, e ha cambiato. Alla fine, com'è questo disco? Così così, onestamente. Sembra quasi che abbia separato le sue influenze, e qua abbia pescato dal cassetto, proprio là in fondo, quella new wave che annoverava tra le sue fila Joy Division, poi New Order, Echo & The Bunnymen e via discorrendo, ma ogni tanto si è confuso, e forse è per questo che (qui mi trovo d'accordo con Pitchfork) The Killing Season sembra un pezzo dei peggiori Morcheeba. Il confine è sottile solo se la si vuol vedere così, tra Morcheeba e Portishead, ma personalmente preferisco di gran lunga i secondi, e forse, dico forse, il buon vecchio Mark cercava qualcosa del genere, ma non essendo propriamente il suo campo, non c'è riuscito a trovarla. Il disco sonnecchia tra una tastiera anni '80 e tastiere e basta, campionamenti non troppo particolari, la sua voce sempre piacevolmente dannata ma stavolta usata non proprio al meglio, e testi interessanti, american gothic quanto basta. Poi ci sono i pezzi vagamente folk, ma pure quelli risultano così così. Phantom Radio suona esattamente come te lo aspetteresti: un disco dove uno esperto di tutt'altro, si mette in testa di cambiare completamente genere. E risulta inesperto. Abbastanza paradossale, per uno che ha alle spalle una carriera lunga trent'anni.
Il disco, nella sua edizione Deluxe, consta di cinque pezzi in più, altrimenti contenuti su un EP. Non cambia niente (anzi, se possibile peggiora le cose, in quanto risulta, se preso da solo, una terribile accozzaglia di cose incompatibili tra di loro; Sad Lover, il video che potete trovare allegato alla recensione, è tratto da questo EP, ed è distante dal mood del resto dei dischi in realtà), se non che c'è questa canzone, che dà il titolo all'EP, No Bells on Sunday, che è una roba molto bella musicalmente, ma, ancora una volta paradossalmente, viene rovinata dalla voce di Lanegan. E questo mi ha fatto davvero riflettere: è piuttosto evidente che questo, quello che prova ad adottare con Phantom Radio, non è il genere adatto alla sua voce. Consoliamoci con il fatto che invece, le due copertine sono entrambe molto belle.
The new Mark Lanegan album, Phantom Radio, was recorded on Lanegan's mobile phone. Isn't the worst part. The album isn't so good, honestly, and it's a pity because Lanegan is a really good artist. But, as I said, the worst part isn't the recording, but the genre. Lanegan wanted to change, and he did. He turn toward his new wave influences, as Joy Division and Echo & The Bunnymen, but, maybe because he wasn't so familiar with that kind of music, it sounds like the worst Morcheeba, as in The Killing Season. Anyway, let's consider this album as a rite of passage, and let's move on.
20141106
torna in primo piano
Back to the Front - Entombed A.D. (2014)
Qualcuno di voi forse si ricorderà degli Entombed, o forse no. Io si, tra l'altro li ricordo spesso perché sono stati una delle prime band per cui ha militato Nicke Andersson, mio personale idolo hard rock nonché fondatore degli Hellacopters prima, e degli Imperial State Electric poi. E' il caso di scrivere un po' di storia, perché la cosa è un po' complessa. Gli Entombed, nati come Nihilist, nome poi cambiato appunto in Entombed a causa di ominimia, sono stati una death metal band svedese, ma non una a caso, una delle più importanti, una di quelle che ha influenzato molte delle band a venire, perfino gli Slayer, una band che ha saputo differenziarsi poco dopo il debutto, avvenuto nel 1990 con Left Hand Path: infatti, Wolverine Blues, terzo album del 1993, è considerato un capolavoro del genere, disco con il quale nasce il death 'n' roll (e nessuno mi toglie dalla testa che Andersson è quello che più ha influito su questa virata). Detto questo, gli Entombed A.D. sono una nuova band, sulla carta, ma in realtà sono formati dal cantante-fondatore degli Entombed originali, Lars-Goran Petrov (svedese di origini macedoni), uscito dalla band brevemente dal '91 al '92, che insieme a Victor Brandt al basso, Nico Elgstrand e Johan Jansson alle chitarre, e a Olle Dahlstedt alla batteria, proseguono il cammino degli Entombed, seppur sotto un diverso moniker, imposto loro da una decisione di un tribunale svedese, che ha stabilito che il nome Entombed appartiene comunemente a Hellid, Petrov, Cederlund e Andersson, e che quindi potrà essere usato solo dai quattro insieme. Il disco, infatti, prosegue il cammino interrotto ormai 7 anni fa con Serpents Saints - The Ten Amendments, e cioè con i rimasugli di quel sound che mischia death metal, punk 'n' roll e hard rock, notevole come idea, ma che ha già dato il massimo in passato. Non bastano cambi di tempo, buoni riff, discreto tiro dei pezzi, potenti mid-tempos, per scrivere pagine indelebili. Non basta l'esperienza per dare alle stampe un capolavoro. Back to the Front, alla fine, è un disco piuttosto anonimo.
Entombed A.D. is basically the new name of Entombed, the historical swedish death metal band who invented death 'n' roll with Wolverine Blues. After a pause of seven years since the predecessor Serpents Saints - The Ten Amendments was released, Lars-Goran Petrov and his mates are out with this Back to the Front under an almost-new moniker. We can hear all the teaching of the past, the fusion of death metal, punk and rock and roll, but all of this and over 20 years of experience ain't enough in order to release a really good record. Isn't that boring, don't fear you, die-hard fan, but it's not enough for me to be excited. Sorry about that.
Qualcuno di voi forse si ricorderà degli Entombed, o forse no. Io si, tra l'altro li ricordo spesso perché sono stati una delle prime band per cui ha militato Nicke Andersson, mio personale idolo hard rock nonché fondatore degli Hellacopters prima, e degli Imperial State Electric poi. E' il caso di scrivere un po' di storia, perché la cosa è un po' complessa. Gli Entombed, nati come Nihilist, nome poi cambiato appunto in Entombed a causa di ominimia, sono stati una death metal band svedese, ma non una a caso, una delle più importanti, una di quelle che ha influenzato molte delle band a venire, perfino gli Slayer, una band che ha saputo differenziarsi poco dopo il debutto, avvenuto nel 1990 con Left Hand Path: infatti, Wolverine Blues, terzo album del 1993, è considerato un capolavoro del genere, disco con il quale nasce il death 'n' roll (e nessuno mi toglie dalla testa che Andersson è quello che più ha influito su questa virata). Detto questo, gli Entombed A.D. sono una nuova band, sulla carta, ma in realtà sono formati dal cantante-fondatore degli Entombed originali, Lars-Goran Petrov (svedese di origini macedoni), uscito dalla band brevemente dal '91 al '92, che insieme a Victor Brandt al basso, Nico Elgstrand e Johan Jansson alle chitarre, e a Olle Dahlstedt alla batteria, proseguono il cammino degli Entombed, seppur sotto un diverso moniker, imposto loro da una decisione di un tribunale svedese, che ha stabilito che il nome Entombed appartiene comunemente a Hellid, Petrov, Cederlund e Andersson, e che quindi potrà essere usato solo dai quattro insieme. Il disco, infatti, prosegue il cammino interrotto ormai 7 anni fa con Serpents Saints - The Ten Amendments, e cioè con i rimasugli di quel sound che mischia death metal, punk 'n' roll e hard rock, notevole come idea, ma che ha già dato il massimo in passato. Non bastano cambi di tempo, buoni riff, discreto tiro dei pezzi, potenti mid-tempos, per scrivere pagine indelebili. Non basta l'esperienza per dare alle stampe un capolavoro. Back to the Front, alla fine, è un disco piuttosto anonimo.
Entombed A.D. is basically the new name of Entombed, the historical swedish death metal band who invented death 'n' roll with Wolverine Blues. After a pause of seven years since the predecessor Serpents Saints - The Ten Amendments was released, Lars-Goran Petrov and his mates are out with this Back to the Front under an almost-new moniker. We can hear all the teaching of the past, the fusion of death metal, punk and rock and roll, but all of this and over 20 years of experience ain't enough in order to release a really good record. Isn't that boring, don't fear you, die-hard fan, but it's not enough for me to be excited. Sorry about that.
20141105
pantaloni alla zuava
The Knick - di Jack Amiel e Michael Begler - Stagione 1 (10 episodi; Cinemax) - 2014New York City, anno 1900. L'ospedale Knickerbocker, retto da un board composito dove spicca l'imprenditore navale Capitano August Robertson e diretto dalla di lui figlia Cornelia, è all'avanguardia. Opera con uno staff di chirurghi innovativi, coraggiosi, coadiuvati da infermiere e personale che in genere deve imporsi di superare dei limiti, per cercare in qualche maniera di abbassare un tasso di mortalità altissimo. Dopo il (spoiler alert) suicidio del capo chirurgo J. M. Christiansen, avvenuto in seguito all'ennesimo tentativo vano di operare con successo una pazienta affetta da placenta previa, il dottor John Thackery (Thack per gli amici) assume la carica di capo chirurgo. Thackery è una figura (liberamente ispirata a quella realmente esistita del dottor William Stewart Halsted) particolarissima: chirurgo brillante e, come detto, particolarmente innovativo, dotato di un'intelligenza non comune, capace di intuizioni geniali, è guidato parzialmente da ambizione e spirito competitivo, aspira ovviamente al Nobel (appena istituito - 1901 -, se ne parla durante la prima stagione, spalmata durante un periodo non precisato, per cui potrebbe essere una forzatura) ma più che altro ama la missione della medicina, che è quella di salvare delle vite. Ciò nonostante, non è certo la personcina ordinaria che uno potrebbe immaginare: dipendente dalla cocaina (che, è bene ricordarlo, all'epoca non era illegale, anzi, veniva usata normalmente come anestetico) e dall'oppio, passa molto più spesso le notti in un bordello cinese a Chinatown che a casa propria. La cocaina, soprattutto, gli dona la forza di rimanere notti intere a studiare nuove soluzioni mediche, e di operare con straordinario vigore, così come lo dota di un carattere di merda. Mentre Herman Barrow, manager contabile dell'ospedale, incastrato in un matrimonio di convenienza con una moglie odiosa, innamorato di una prostituta, lotta continuamente per trovare nuovi fondi anche per farci la cresta, nonostante sia già ampiamente indebitato con il gangster Bunky Collier, l'arrivo nello staff dei chirurghi del dottor Algernon Edwards (probabilmente basata in parte sulla figura storica del dottor Daniel Hale Williams), chirurgo afro-americano specializzato in Europa, i cui genitori sono dipendenti della famiglia Robertson (cuoca e cocchiere), mette in subbuglio gli altri chirurghi. In quanto nero, Edwards è trattato con disprezzo sia dallo staff che dai pazienti, Thack non vuole insignirlo del grado di suo vice, conscio prima di tutto del fatto che l'uomo non viene trattato con rispetto neppure dai pazienti, eppure Edwards ha intelligenza ed intuizione da vendere, al pari di Thack. E' proprio così che si guadagnerà la sua fiducia...
C'è chi ha già cominciato a dire che, il fatto che registi ed attori cinematografici famosi e capaci siano passati alle serie tv, sia indice di scarsità di opportunità lavorative nel campo del cinema. Probabilmente ha ragione, nella misura in cui possiamo appurare che il cinema, soprattutto quello statunitense, da un po' di tempo non fa che propinarci film su supereroi e commedie tutto sommato trascurabili. Quello che so è che The Knick, la cui prima stagione vede nientemeno che Steven Soderbergh regista e direttore della fotografia (quest'ultima carica sotto l'usuale pseudonimo di Peter Andrews) per tutti e 10 gli episodi, e la coppia protagonista Clive Owen / Andre Holland (Thackery/Edwards), è stata una delle più belle ed entusiasmanti novità di questo 2014. Tremendamente realistico, al punto da risultare molto più splatter di un True Blood qualsiasi (le operazioni, per dire), dotato di una colonna sonora techno che spiazza un poco inizialmente, diretto da un Soderbergh ispirato e sghembo come piace a noi, interpretato da un cast interamente in grande forma, finanche nei caratteri marginali (la "strana coppia" Cleary/Sister Harriet, o l'infermiera Elkins, l'ispettore Speight o la moglie di Gallinger), e una sceneggiatura che si inventa una storia da portare avanti sullo sfondo dei primi passi della moderna chirurgia. Inutile negarlo, almeno per me, appassionante più lo sfondo della storia, in realtà, così come affascinanti sono le ricostruzioni di una New York che una cinquantina di anni dopo Gangs of New York si è modernizzata, ma non per questo è divenuta meno selvaggia. Ecco, probabilmente la sfida della sceneggiatura si farà più dura con la seconda stagione, che vedremo nel 2015. Per il momento, questa novità me la sono proprio goduta.
20141104
aprendo la strada per salire
Clearing the Path to Ascend - YOB (2014)
Nonostante questo sia il settimo album della band di Eugene, Oregon, in pratica la creatura di Mike Scheidt, cantante, chitarrista e factotum, non ve ne ho mai parlato. C'è sempre tempo per cominciare. Il fatto che siano passati alla Neurot Recordings (per chi non lo sapesse, fondata da alcuni membri dei Neurosis) dovrebbe dirvi qualcosa, ma, come capitava per il grunge a suo tempo, può darvi il mood, ma di certo non può darvi l'idea precisa di cosa suonino gli YOB nel caso non li abbiate mai sentiti. Ci proverò io, mentre scelgo la clip da allegare a questo post/recensione. Scheidt cita, tra le sue influenze, Black Sabbath (ma va?), Saint Vitus, Immolation, Tool, Neurosis, Soundgarden, Deep Purple, Pentagram, The Obsessed e Trouble. E' bene dire che le influenze si sentono tutte, nella musica degli YOB, ma è bene anche dire che, rispetto a tutta la pletora di band più o meno cloni dei Sabbath, qua stiamo proprio da un'altra parte. La personalità degli YOB non è in discussione; il "timbro" è particolarissimo, il tocco di Scheidt è particolare, affascinante, infonde alla musica al tempo stesso potenza, momenti di delicatezza, introspezione. Dice che "YOB's music to me is an avenue and a vehicle to explore darkness", e direi che si sente, quantomeno il bisogno e il tentativo di farlo. Ma non rimaniamo troppo sul concettuale: i riff ribassati e asimmetrici, seppur monolitici e davvero capaci di generare un indistruttibile muro del suono, sono un riuscito esperimento di fondere il doom, lo stoner ed il massimo rispetto per quello che i Black Sabbath hanno cominciato. L'alternanza del cantato in growling e clean, quest'ultimo con un timbro alto (e molto riverberato), riesce a non stonare rispetto allo "sfondo". Ma c'è un'ammirevole ricerca della bellezza, intesa come melodia, nella musica degli YOB, in questo disco che contiene solamente quattro tracce, tutte abbondantemente sopra i dieci minuti di durata, e la cosa genera un interessante corto circuito se contrapposto con la potenza sonora. I numerosi stacchi arpeggiati non sono messi lì a caso, il gusto e lo stile di Scheidt alla chitarra si toccano con mano (qualche anno fa, sulla scia degli album acustici di Scott Kelly, Scheidt ha fatto uscire Stay Awake, un disco interamente acustico). Il risultato è un disco dal raro magnetismo, che alterna, come detto precedentemente, dolcezza e violenza. La sezione ritmica, Aaron Rieseberg al basso e Travis Foster alla batteria, fa il suo lavoro in maniera egregia. I quattro pezzi sono tutti validissimi, ma la conclusiva Marrow, ipnotica e avvolgente, cadenzata e sinuosa, è decisamente la mia preferita.
There's something handsome in YOB's music, and I'm not talking just of the monolithic rifferama created by the hands of Mike Scheidt, singer, guitarist, leader and factotum of the band from Eugene, Oregon. He really believe in this band, he said that YOB's music is his personal way to explore darkness, and if you listen this album carefully, you can feel it. As I said, amazing riffs (the perfect blend between doom metal and stoner rock) alternate with moments of peace, headed by beautiful guitar arpeggios. The voice of Scheidt alternates growl and clean timbre, and it fits. The conclusive song, Marrow, is a masterpiece.
Nonostante questo sia il settimo album della band di Eugene, Oregon, in pratica la creatura di Mike Scheidt, cantante, chitarrista e factotum, non ve ne ho mai parlato. C'è sempre tempo per cominciare. Il fatto che siano passati alla Neurot Recordings (per chi non lo sapesse, fondata da alcuni membri dei Neurosis) dovrebbe dirvi qualcosa, ma, come capitava per il grunge a suo tempo, può darvi il mood, ma di certo non può darvi l'idea precisa di cosa suonino gli YOB nel caso non li abbiate mai sentiti. Ci proverò io, mentre scelgo la clip da allegare a questo post/recensione. Scheidt cita, tra le sue influenze, Black Sabbath (ma va?), Saint Vitus, Immolation, Tool, Neurosis, Soundgarden, Deep Purple, Pentagram, The Obsessed e Trouble. E' bene dire che le influenze si sentono tutte, nella musica degli YOB, ma è bene anche dire che, rispetto a tutta la pletora di band più o meno cloni dei Sabbath, qua stiamo proprio da un'altra parte. La personalità degli YOB non è in discussione; il "timbro" è particolarissimo, il tocco di Scheidt è particolare, affascinante, infonde alla musica al tempo stesso potenza, momenti di delicatezza, introspezione. Dice che "YOB's music to me is an avenue and a vehicle to explore darkness", e direi che si sente, quantomeno il bisogno e il tentativo di farlo. Ma non rimaniamo troppo sul concettuale: i riff ribassati e asimmetrici, seppur monolitici e davvero capaci di generare un indistruttibile muro del suono, sono un riuscito esperimento di fondere il doom, lo stoner ed il massimo rispetto per quello che i Black Sabbath hanno cominciato. L'alternanza del cantato in growling e clean, quest'ultimo con un timbro alto (e molto riverberato), riesce a non stonare rispetto allo "sfondo". Ma c'è un'ammirevole ricerca della bellezza, intesa come melodia, nella musica degli YOB, in questo disco che contiene solamente quattro tracce, tutte abbondantemente sopra i dieci minuti di durata, e la cosa genera un interessante corto circuito se contrapposto con la potenza sonora. I numerosi stacchi arpeggiati non sono messi lì a caso, il gusto e lo stile di Scheidt alla chitarra si toccano con mano (qualche anno fa, sulla scia degli album acustici di Scott Kelly, Scheidt ha fatto uscire Stay Awake, un disco interamente acustico). Il risultato è un disco dal raro magnetismo, che alterna, come detto precedentemente, dolcezza e violenza. La sezione ritmica, Aaron Rieseberg al basso e Travis Foster alla batteria, fa il suo lavoro in maniera egregia. I quattro pezzi sono tutti validissimi, ma la conclusiva Marrow, ipnotica e avvolgente, cadenzata e sinuosa, è decisamente la mia preferita.
There's something handsome in YOB's music, and I'm not talking just of the monolithic rifferama created by the hands of Mike Scheidt, singer, guitarist, leader and factotum of the band from Eugene, Oregon. He really believe in this band, he said that YOB's music is his personal way to explore darkness, and if you listen this album carefully, you can feel it. As I said, amazing riffs (the perfect blend between doom metal and stoner rock) alternate with moments of peace, headed by beautiful guitar arpeggios. The voice of Scheidt alternates growl and clean timbre, and it fits. The conclusive song, Marrow, is a masterpiece.
20141103
Rheinberg (Germania) - Ottobre 2014 (5)
La mattina seguente, dopo la colazione in albergo, risparmiamo i taxi, visto che in molti hanno auto private o noleggiate, quindi quelli senza auto si dividono tra le varie auto. La riunione ci prende tutto il giorno, in pausa pranzo ci viene servito un pasto in una sala sul retro della normale mensa, e devo dire ancora una volta che è tutto piuttosto buono. Nonostante alcuni normali momenti di silenzio (perché non tutti hanno voglia di attaccare un discorso, per il fatto che comunque devi parlare in una lingua di scambio), anche il pranzo scorre tra chiacchiere a volte scherzose, spesso interessanti. Dopo pranzo salutiamo i colleghi del team logistico, proseguiamo i nostri lavori, verso le 17 ci salutiamo tutti, in molti se ne vanno, altrimenti arrivano tardi a casa o hanno aerei da prendere. Io sarò lì anche il giorno seguente. Gli unici che, provenendo da fuori, rimarranno per la notte, siamo io, Anselmo e Alisa: lei ha l'aereo prestissimo la mattina (verso le 5), lui verso le 9. Torniamo quindi verso l'albergo noi tre, con la mia auto a noleggio, loro scherzando sulle mie doti da guidatore. Mentre ci tratteniamo per una sigaretta prima di salire in camera, arriva Quentin, che avevamo salutato 10 minuti fa (doveva partire subito per casa sua, in modo da arrivare per mezzanotte), e che evidentemente non aveva fatto il check out all'albergo quella mattina (non era certo che sarebbe ripartito). Ci diamo appuntamento alle 19 per andare a cena. Alle 19 il terzetto che potrebbe essere l'incipit di una barzelletta (un italiano, uno spagnolo e una bulgara), si incammina verso il centro di Xanten, dove sceglie un ristorante a caso, il Dalmatien, nella piazza del mercato.
Ora, tralasciando il fatto che per almeno 10 minuti da quando ci portano il menu facciamo ironia sul fatto che manca la pizza, e poi c'è qualunque tipo di cucina (con prevalenza di quella balcanica, naturalmente), alla fine si ordina un po' a caso ma anche questa volta mangeremo bene, la serata scorre che è un piacere. Scorre in inglese, e vi giuro che ormai amo i loro accenti quando parlano inglese, chissà che impressione io faccio a loro, e si, oltre a qualche curiosità di lavoro (le relazioni interne alle fabbriche dove ognuno di noi lavora, come sono cambiati i nostri lavori negli anni), spesso si va nel personale, e senza dubbio si cementa una conoscenza che come ho detto, secondo che tipo sei si può cominciare a definire amicizia. Passeggiamo nell'umidità di Xanten verso l'albergo continuando a raccontare aneddoti personali, che spesso fanno molto ridere, come quando Alisa ci racconta quando le hanno rubato l'auto sotto casa (sono convinto che lei in quel momento non ha riso molto). Ci salutiamo con la speranza di rivederci presto, io e Anselmo ci rivedremo per colazione.
Infatti, la mattina poco dopo le 7 eccoci lì che conversiamo davanti ad un cappuccino (anche qui devo dire ben fatto; da sottolineare che alla terza colazione consecutiva, la seconda servita dalla stessa cameriera, non ho avuto bisogno di chiedere), e non ci crederete ma ne esce pure qualcosa di positivo a livello lavorativo (vedremo nei prossimi mesi; segnalo ad Anselmo un'apparecchiatura che può servire allo stabilimento spagnolo, e che mi è capitato di vedere qua in un deposito italiano, di proprietà della società per cui lavoriamo entrambi, nuova, mai usata, e attualmente in disuso). Ci salutiamo definitivamente, lui a minuti sarà raccolto dal taxi che lo porterà all'aeroporto di Dusseldorf. Io mi incammino verso lo stabilimento di Rheinberg, non prima di aver fatto il check out e svuotato la camera. Saluti mattutini, alle 9 conf call, alle 10 partenza verso il deposito di Wesel insieme a Marcel. I gestori ci offrono il caffé, ci mostrano una presentazione della loro società (e devo dire che in queste cose i tedeschi ci sanno fare, non è la prima volta che mi capita, e si presentano dannatamente bene), poi facciamo visita ai magazzini, faccio qualche foto, mi prendo qualche appunto mentale, segnalo delle imperfezioni, mi accordo per alcune migliorie che spero serviranno. Si torna allo stabilimento, l'ora è un po' tarda per il pranzo ma le gentilissime signore ci sono ugualmente, Marcel si prende il gulasch (è, come saprete, un piatto ungherese che però è diventato di casa in Germania), io no ma vista la mia curiosità una delle signore della mensa me ne serve un assaggino (non mi piace, posso dirlo dopo averlo assaggiato, ma ho gradito moltissimo la cortesia), poi torniamo in ufficio. Scrematura email, saluti a tutti gli uffici, mi cambio nel bagno (mi metto "comodo" per il viaggio), saluto definitivamente a presto, e mi dirigo verso l'aeroporto: dopo due giorni di pioggia anche intensa, il tempo sta tornando verso il bello.
Mentre seguo le istruzioni del navigatore, che mi fa fare anche un breve tratto di autostrada (gratis, e discretamente tenuta), ripenso a queste giornate col sorriso sulle labbra. Arrivo quasi all'aeroporto, e quando realizzo che non ci sono più distributori di benzina torno indietro per qualche chilometro fino all'ultimo che ho visto. Faccio rifornimento e mi prendo un caffé al piccolo bar dentro la stazione di servizio, la signora al bar in qualche modo intuisce che sono italiano e mi risponde nella mia lingua. Arrivo all'aeroporto, parcheggio l'auto nei posti riservati, un omone mi chiede se riconsegno, gli do le chiavi e saluto. Fumo una sigaretta, mi vengono i ripensamenti, passo al banco del noleggio subito dentro all'aeroporto e chiedo all'addetta se quel tipo lavora per loro. Lei mi domanda se era un omone, e al mio si mi dice che è tutto a posto. Passo i controlli, vado al gate, mentre aspetto decido di comprare una bottiglietta d'acqua. La cassiera mi riconosce come italiano e mi risponde in italiano, lei però senza accenti. Le chiedo lo scontrino, per il rimborso, e lei mi fa capire che qua lo scontrino non lo prende nessuno, e io domando "tanto le tasse le pagano lo stesso, vero?". Lei annuisce. Ripenso al fatto che molti italiani sono convinti che la nostra emigrazione verso la Germania sia finita negli anni '70. E invece questa ragazza qua ha sicuramente meno di 30 anni. Mi imbarco dopo aver atteso almeno una ventina di minuti in coda, all'aperto, sotto un vento gelido e vestito poco. Finalmente, si chiudono i portelloni e si decolla.
Vinco il sonno ripensando all'ennesima esperienza formativa, e alla prossima che sarà tra un paio di settimane, ma soprattutto ricordandomi che oltre a dover arrivare al parcheggio, dovrò viaggiare per altre due ore prima di essere a casa.
Faccio il conto di quanti aerei ho preso in questo 2014. Come detto inizialmente, non posso dire che per me sia un fastidio, anzi. Quindi avanti così, senza porre limiti alla provvidenza. Sky is the limit. Alla prossima.
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| L'esterno del Dalmatien di giorno. Foto dal web. |
Ora, tralasciando il fatto che per almeno 10 minuti da quando ci portano il menu facciamo ironia sul fatto che manca la pizza, e poi c'è qualunque tipo di cucina (con prevalenza di quella balcanica, naturalmente), alla fine si ordina un po' a caso ma anche questa volta mangeremo bene, la serata scorre che è un piacere. Scorre in inglese, e vi giuro che ormai amo i loro accenti quando parlano inglese, chissà che impressione io faccio a loro, e si, oltre a qualche curiosità di lavoro (le relazioni interne alle fabbriche dove ognuno di noi lavora, come sono cambiati i nostri lavori negli anni), spesso si va nel personale, e senza dubbio si cementa una conoscenza che come ho detto, secondo che tipo sei si può cominciare a definire amicizia. Passeggiamo nell'umidità di Xanten verso l'albergo continuando a raccontare aneddoti personali, che spesso fanno molto ridere, come quando Alisa ci racconta quando le hanno rubato l'auto sotto casa (sono convinto che lei in quel momento non ha riso molto). Ci salutiamo con la speranza di rivederci presto, io e Anselmo ci rivedremo per colazione.
Infatti, la mattina poco dopo le 7 eccoci lì che conversiamo davanti ad un cappuccino (anche qui devo dire ben fatto; da sottolineare che alla terza colazione consecutiva, la seconda servita dalla stessa cameriera, non ho avuto bisogno di chiedere), e non ci crederete ma ne esce pure qualcosa di positivo a livello lavorativo (vedremo nei prossimi mesi; segnalo ad Anselmo un'apparecchiatura che può servire allo stabilimento spagnolo, e che mi è capitato di vedere qua in un deposito italiano, di proprietà della società per cui lavoriamo entrambi, nuova, mai usata, e attualmente in disuso). Ci salutiamo definitivamente, lui a minuti sarà raccolto dal taxi che lo porterà all'aeroporto di Dusseldorf. Io mi incammino verso lo stabilimento di Rheinberg, non prima di aver fatto il check out e svuotato la camera. Saluti mattutini, alle 9 conf call, alle 10 partenza verso il deposito di Wesel insieme a Marcel. I gestori ci offrono il caffé, ci mostrano una presentazione della loro società (e devo dire che in queste cose i tedeschi ci sanno fare, non è la prima volta che mi capita, e si presentano dannatamente bene), poi facciamo visita ai magazzini, faccio qualche foto, mi prendo qualche appunto mentale, segnalo delle imperfezioni, mi accordo per alcune migliorie che spero serviranno. Si torna allo stabilimento, l'ora è un po' tarda per il pranzo ma le gentilissime signore ci sono ugualmente, Marcel si prende il gulasch (è, come saprete, un piatto ungherese che però è diventato di casa in Germania), io no ma vista la mia curiosità una delle signore della mensa me ne serve un assaggino (non mi piace, posso dirlo dopo averlo assaggiato, ma ho gradito moltissimo la cortesia), poi torniamo in ufficio. Scrematura email, saluti a tutti gli uffici, mi cambio nel bagno (mi metto "comodo" per il viaggio), saluto definitivamente a presto, e mi dirigo verso l'aeroporto: dopo due giorni di pioggia anche intensa, il tempo sta tornando verso il bello.
Mentre seguo le istruzioni del navigatore, che mi fa fare anche un breve tratto di autostrada (gratis, e discretamente tenuta), ripenso a queste giornate col sorriso sulle labbra. Arrivo quasi all'aeroporto, e quando realizzo che non ci sono più distributori di benzina torno indietro per qualche chilometro fino all'ultimo che ho visto. Faccio rifornimento e mi prendo un caffé al piccolo bar dentro la stazione di servizio, la signora al bar in qualche modo intuisce che sono italiano e mi risponde nella mia lingua. Arrivo all'aeroporto, parcheggio l'auto nei posti riservati, un omone mi chiede se riconsegno, gli do le chiavi e saluto. Fumo una sigaretta, mi vengono i ripensamenti, passo al banco del noleggio subito dentro all'aeroporto e chiedo all'addetta se quel tipo lavora per loro. Lei mi domanda se era un omone, e al mio si mi dice che è tutto a posto. Passo i controlli, vado al gate, mentre aspetto decido di comprare una bottiglietta d'acqua. La cassiera mi riconosce come italiano e mi risponde in italiano, lei però senza accenti. Le chiedo lo scontrino, per il rimborso, e lei mi fa capire che qua lo scontrino non lo prende nessuno, e io domando "tanto le tasse le pagano lo stesso, vero?". Lei annuisce. Ripenso al fatto che molti italiani sono convinti che la nostra emigrazione verso la Germania sia finita negli anni '70. E invece questa ragazza qua ha sicuramente meno di 30 anni. Mi imbarco dopo aver atteso almeno una ventina di minuti in coda, all'aperto, sotto un vento gelido e vestito poco. Finalmente, si chiudono i portelloni e si decolla.
Vinco il sonno ripensando all'ennesima esperienza formativa, e alla prossima che sarà tra un paio di settimane, ma soprattutto ricordandomi che oltre a dover arrivare al parcheggio, dovrò viaggiare per altre due ore prima di essere a casa.
Faccio il conto di quanti aerei ho preso in questo 2014. Come detto inizialmente, non posso dire che per me sia un fastidio, anzi. Quindi avanti così, senza porre limiti alla provvidenza. Sky is the limit. Alla prossima.
20141102
Rheinberg (Germania) - Ottobre 2014 (4)
Beh, continuare mi è difficile, non vorrei annoiarvi con impegni personalissimi di lavoro. Quello di cui posso parlarvi sono le persone. Perché i colleghi sono prima di tutto persone, e io sono fatto in una certa maniera. Provo a spiegarmi: è difficile che, nell'ambito di lavoro, mi ritrovi a pensare che qualcuno mi vuol "fare le scarpe", oppure che mi vuole far fare il lavoro suo. Ultimamente mi sono spesso sentito dire "ma perché fai questo, lo dovrebbe fare X o Y", e io mica ci penso. Questo solo per farvi capire che tipo di persona sono, in realtà con questo viaggio di lavoro c'entra poco. L'occasione di questo meeting era quello di mettere intorno ad un tavolo le persone responsabili del Back Office di un certo tipo di prodotto, distribuito dalla società per cui lavoro, a livello europeo. Era già stata fatta una cosa del genere in giugno, e quindi alcune delle persone presenti le avevo già conosciute. In questo caso, c'era una cosa in più, rispetto alla volta scorsa: l'incontro era congiunto con il team logistico, sempre a livello europeo. Alcune persone di questo team le conoscevo già, altre per niente, con altre avevo solo parlato al telefono, o scritto via email. L'incontro era programmato per la giornata di martedì, e come vi ho detto, visto il tempo che avevo a mia disposizione, mi ero organizzato alcune cose di lavoro anche per il giorno precedente e quello seguente. Insomma, il lunedì mattina alle 8,00 sto suonando il campanello della direzione, dopo di che chiamo uno dei miei colleghi tedeschi, Marcel, che mi risponde stupito dal fatto che io sia già lì. Mi viene ad accompagnare, e salgo nell'ufficio che divide con un'altra collega, Sandra, conosciuta il giugno scorso. La prima parte della mattinata passa facendo il giro degli uffici, conoscendo di persona colleghi mai visti, ma con i quali c'è spesso scambio di email. Una in particolare, Nina, con la quale avevo parlato alcune volte al telefono, è di origine italiana (il padre, infatti lei ha un cognome sardo), e quindi parliamo un poco in italiano. Sono tutti molto gentili, naturalmente diversi da noi italiani, più silenziosi direi. Alle 10 ho un incontro con Dirk, altro collega già conosciuto personalmente qua in Italia in un'altra occasione. Si fa quasi l'ora di pranzo, e scendo in mensa con Marcel e Sandra, però prendiamo il cibo e saliamo di nuovo, al piano dove lavorano c'è una stanza adibita a saletta "ricreativa", mangiamo lì. Il pomeriggio lo passo lavorando nell'ufficio dei miei due omologhi, l'atmosfera è piacevole; faccio due chiacchiere con Ronald, conosciuto lo scorso novembre a Bollate, sede direzionale della mia società in Italia. Cenammo insieme parlando un po' di lavoro e molto di noi, lui è un po' più anziano di me, olandese, un tipo simpatico e molto alla mano. Abita ancora in Olanda, che da qui è vicinissima (in effetti, l'aeroporto dove sono atterrato è in pratica sul confine), e tutti i giorni o quasi fa il pendolare. Mi dice che domani e dopo domani non ci rivedremo, perché deve andare alla sede centrale, a Bruxelles. Verso le 17 se ne vanno Sandra e Marcel, e me ne vado pure io. Rientro in albergo e attendo le 19, ora in cui è programmata la cena. Stanno arrivando tutti gli invitati, e alle 19 rivedo facce conosciute, in special modo il mio collega/omologo spagnolo, Anselmo, che considero già un amico: in giugno, chiacchierando in spagnolo, avevamo capito di avere molto in comune, e qualche volta, il pomeriggio tardi, abbiamo chattato parlando di lavoro e di altro, e la mia collega bulgara Alisa, una tipa che mi è rimasta simpatica dal primo momento in cui l'ho vista la prima volta: mi rivelerà che negli uffici bulgari, a Devnya, quasi tutte le colleghe sono mie fan, non per la mia avvenenza, ci mancherebbe, bensì per la mia espansività, che trasuda dalle mie numerose email, e per il fatto che in ognuna di queste email (e qualche volta pure al telefono) mi sforzo sempre di scrivere qualche parola in bulgaro.
Ma farei torto agli altri, citando solo loro due: non ce n'è uno o una che riesca a trovare antipatico/a. E poi, la vita è sempre piena di sorprese, spesso piacevoli. Ferran, collega spagnolo che vedo per la prima volta, così come Conchi (con la quale però un paio di volte avevo parlato al telefono, me lo ricordo bene perché una volta mi chiese se ero spagnolo, da come padroneggiavo la lingua), mi porta i saluti della sua compagna di ufficio Roser, altra collega che ci visitò mesi fa, con la quale passai un po' di tempo. Altra persona che vedo per la prima volta è Krystle, con la quale ho "parlato" via email alcune volte, da poco entrata nel team. Scendo insieme a lei in ascensore, saluto ma ancora non so che è lei. Lo scopro dopo a cena. Durante la cena, poi, scopro che è colombiana. Quindi, dopo averle detto che ho visitato il suo paese qualche anno fa, da quella volta lì scopro che anche con lei posso parlare o scrivere in spagnolo. C'è anche Marcel a cena, che, mi ero dimenticato di dirlo prima, è un ragazzone alto due metri e molto più giovane di me, e poi c'è Sabina (tedesca anche lei), conosciuta in febbraio, che ha avuto un bambino da poco e quindi è ancora in maternità, ma è venuta a cena. Vedo per la prima volta anche Quentin, collega francese col quale ho dialogato molto durante il mese di agosto, mi ha aiutato molto durante una crisi di produzione. C'è il capo del mio team Fabien (belga), una persona cordiale che parla sempre sottovoce, visto più volte, sentito un sacco, una persona molto piacevole e mai invadente, e c'è Annick (belga che parla un italiano praticamente perfetto, migliore di quello di molti italiani), una persona che ogni tanto legge questo blog, e con la quale credo di poter dire che da quando ci siamo conosciuti è nata una bella amicizia. C'è Paulo, portoghese conosciuto qualche settimana fa qui in Italia, c'è Monica, collega italiana che conosco da talmente tanti anni che non si dicono, che altrimenti sembriamo tutti e due vecchi, con la quale a volte è difficile rimanere seri (colpa mia?), c'è Frederick (belga), conosciuto questa mattina, e c'è il loro capo Cesar, un catalano che parla sei o sette lingue perfettamente (italiano compreso), tifoso equilibrato del Barça ma capace di parlare di qualsiasi argomento con modestia ma con una capacità invidiabile. E' lui che, dopo una cena sorprendentemente apprezzata da tutti (dopo questo viaggio devo decisamente sfatare il mito secondo il quale in Germania si mangia male), trattiene me, Fabien e Frederick per un ultimo bicchiere.
Sarà, come ho detto in apertura, che alla fine sono una persona semplice, incapace di pensar male, che prima di tutto vede persone anziché colleghi, sarà che sono ottimista per natura, sarà perché mi piace talmente lavorare che non mi pesa, ma non riesco a considerare cene come queste come un peso. Anzi, se ancora adesso ci ripenso, mi sono proprio divertito.
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| L'esterno dell'hotel/ristorante. Foto presa dal web. |
Ma farei torto agli altri, citando solo loro due: non ce n'è uno o una che riesca a trovare antipatico/a. E poi, la vita è sempre piena di sorprese, spesso piacevoli. Ferran, collega spagnolo che vedo per la prima volta, così come Conchi (con la quale però un paio di volte avevo parlato al telefono, me lo ricordo bene perché una volta mi chiese se ero spagnolo, da come padroneggiavo la lingua), mi porta i saluti della sua compagna di ufficio Roser, altra collega che ci visitò mesi fa, con la quale passai un po' di tempo. Altra persona che vedo per la prima volta è Krystle, con la quale ho "parlato" via email alcune volte, da poco entrata nel team. Scendo insieme a lei in ascensore, saluto ma ancora non so che è lei. Lo scopro dopo a cena. Durante la cena, poi, scopro che è colombiana. Quindi, dopo averle detto che ho visitato il suo paese qualche anno fa, da quella volta lì scopro che anche con lei posso parlare o scrivere in spagnolo. C'è anche Marcel a cena, che, mi ero dimenticato di dirlo prima, è un ragazzone alto due metri e molto più giovane di me, e poi c'è Sabina (tedesca anche lei), conosciuta in febbraio, che ha avuto un bambino da poco e quindi è ancora in maternità, ma è venuta a cena. Vedo per la prima volta anche Quentin, collega francese col quale ho dialogato molto durante il mese di agosto, mi ha aiutato molto durante una crisi di produzione. C'è il capo del mio team Fabien (belga), una persona cordiale che parla sempre sottovoce, visto più volte, sentito un sacco, una persona molto piacevole e mai invadente, e c'è Annick (belga che parla un italiano praticamente perfetto, migliore di quello di molti italiani), una persona che ogni tanto legge questo blog, e con la quale credo di poter dire che da quando ci siamo conosciuti è nata una bella amicizia. C'è Paulo, portoghese conosciuto qualche settimana fa qui in Italia, c'è Monica, collega italiana che conosco da talmente tanti anni che non si dicono, che altrimenti sembriamo tutti e due vecchi, con la quale a volte è difficile rimanere seri (colpa mia?), c'è Frederick (belga), conosciuto questa mattina, e c'è il loro capo Cesar, un catalano che parla sei o sette lingue perfettamente (italiano compreso), tifoso equilibrato del Barça ma capace di parlare di qualsiasi argomento con modestia ma con una capacità invidiabile. E' lui che, dopo una cena sorprendentemente apprezzata da tutti (dopo questo viaggio devo decisamente sfatare il mito secondo il quale in Germania si mangia male), trattiene me, Fabien e Frederick per un ultimo bicchiere.
Sarà, come ho detto in apertura, che alla fine sono una persona semplice, incapace di pensar male, che prima di tutto vede persone anziché colleghi, sarà che sono ottimista per natura, sarà perché mi piace talmente lavorare che non mi pesa, ma non riesco a considerare cene come queste come un peso. Anzi, se ancora adesso ci ripenso, mi sono proprio divertito.
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| La sala del ristorante; mi sa che io ero proprio nell'angolo. Foto presa dal web. |
20141101
20141031
in rosso
In the Red - Crucified Barbara (2014)
Quarto disco in studio del quartetto svedese tutto al femminile. Partite come punk band, si spostano verso un hard & heavy tutto sommato classico, e girano in tour anche con i Motorhead, dei quali hanno coverizzato Killed By Death e Please Don't Touch in occasione dell'album-tributo alla band di Lemmy Saint Valentine's Day Massacre del 2005. Ora, le ragazze non sono male neppure come musiciste, la tecnica non manca. I pezzi sono piacevoli, su questo disco, ma manca davvero qualcosa per "spaccare". Si sentono le influenze classiche, un tentativo di proporre musica dinamica, più hard rock che heavy metal, non dimenticarsi delle melodie, non dimenticarsi di essere svedesi (e quindi conterranee di quel genio di Nicke Andersson), e via discorrendo. E' vero che vedere quattro ragazzacce (nel senso positivo del termine, se capite cosa voglio dire) suonare basso, batteria e chitarre, è sempre qualcosa di straordinario, per noi rocker che vorremmo essere politicamente corretti, ma che ci scontriamo con un immaginario collettivo totalmente machista; ma se per un attimo ci dimenticassimo che a suonare sono quattro donne, il voto a questo disco sarebbe al limite della sufficienza.
The Crucified Barbara are a swedish all-female band. This "In the Red" is their fourth album; they started as an hardcore-punk band, but soon they move toward an hard and heavy sound. In their music, you can recognize the "right" influences of any hard rock and heavy metal band, the ladies aren't so bad with the instruments, the songs aren't so bad, but they lack something, in order to be really good. You can listen this album without grimace, but at the end of the day, we are around the sufficiency, and not so much more.
Quarto disco in studio del quartetto svedese tutto al femminile. Partite come punk band, si spostano verso un hard & heavy tutto sommato classico, e girano in tour anche con i Motorhead, dei quali hanno coverizzato Killed By Death e Please Don't Touch in occasione dell'album-tributo alla band di Lemmy Saint Valentine's Day Massacre del 2005. Ora, le ragazze non sono male neppure come musiciste, la tecnica non manca. I pezzi sono piacevoli, su questo disco, ma manca davvero qualcosa per "spaccare". Si sentono le influenze classiche, un tentativo di proporre musica dinamica, più hard rock che heavy metal, non dimenticarsi delle melodie, non dimenticarsi di essere svedesi (e quindi conterranee di quel genio di Nicke Andersson), e via discorrendo. E' vero che vedere quattro ragazzacce (nel senso positivo del termine, se capite cosa voglio dire) suonare basso, batteria e chitarre, è sempre qualcosa di straordinario, per noi rocker che vorremmo essere politicamente corretti, ma che ci scontriamo con un immaginario collettivo totalmente machista; ma se per un attimo ci dimenticassimo che a suonare sono quattro donne, il voto a questo disco sarebbe al limite della sufficienza.
The Crucified Barbara are a swedish all-female band. This "In the Red" is their fourth album; they started as an hardcore-punk band, but soon they move toward an hard and heavy sound. In their music, you can recognize the "right" influences of any hard rock and heavy metal band, the ladies aren't so bad with the instruments, the songs aren't so bad, but they lack something, in order to be really good. You can listen this album without grimace, but at the end of the day, we are around the sufficiency, and not so much more.
20141030
Rheinberg (Germania) - Ottobre 2014 (3)
Vado verso il centro, son giusto due passi, e non so come ma l'avevo intuito, c'è un mercato. Giostre, banchi di alimentari, degustazioni, artigianato. Un sacco di gente. I tavoli esterni dei ristoranti, delle gelaterie, dei caffé, sono pieni. Mi guardo intorno e poi entro nel duomo. La prima cosa che salta agli occhi è il monumentale organo, che ha uno stile moderno, quasi futurista.
L'altare e il coro sono notevoli. C'è una cripta, dedicata alle vittime del nazismo. Mi colpisce una delle pale degli altari secondari, e lo fotografo per controllare se ci avesse messo lo zampino il mio pittore preferito, Hieronymus Bosch. Scoprirò che no, non ce le ha messe, almeno non che si sappia, ma il caprone tentatore in piedi su due zampe incombere sulla figura ecclesiastica ultima a destra, ha proprio quello stile (notate la faccia disegnata sull'alto pube). Mi scuso per la luce, proprio non sono riuscito ad evitarla.
Esploro il chiostro esterno, e poi torno in cammino all'esterno. Indugio per le vie del centro e poi decido di tentare di raggiungere il cosiddetto "parco archeologico". Esco dalle mura attraverso un ponte, e seguo le indicazioni. Non lo avevo notato, ma c'è un mulino all'interno delle mura.
Continuo la passeggiata, ed arrivo al parco archeologico. Non prima di aver apprezzato questa scritta "romantica".
Visto che mi sono allontanato e che il cielo sta divenendo un po' più scuro, visito velocemente la ricostruzione accurata del castro prima, dopo colonia, e torno verso il centro, dove faccio qualche piccola compera in un piccolo market, dove mi ricordo che nonostante in Germania gli stipendi siano più alti dei nostri, tutto costa molto meno.
Verso le 19 mi siedo nel ristorante dell'albergo con un po' di materiale di lavoro da ripassare. L'albergo/ristorante è molto attivo, organizza serate culinarie a tema, e stasera c'è il buffet italiano. Di italiano c'è poco, ma va bene lo stesso e il cibo non è per niente male. Salgo in camera, mi vedo un po' di tele, e mi addormento presto.
L'altare e il coro sono notevoli. C'è una cripta, dedicata alle vittime del nazismo. Mi colpisce una delle pale degli altari secondari, e lo fotografo per controllare se ci avesse messo lo zampino il mio pittore preferito, Hieronymus Bosch. Scoprirò che no, non ce le ha messe, almeno non che si sappia, ma il caprone tentatore in piedi su due zampe incombere sulla figura ecclesiastica ultima a destra, ha proprio quello stile (notate la faccia disegnata sull'alto pube). Mi scuso per la luce, proprio non sono riuscito ad evitarla.
Esploro il chiostro esterno, e poi torno in cammino all'esterno. Indugio per le vie del centro e poi decido di tentare di raggiungere il cosiddetto "parco archeologico". Esco dalle mura attraverso un ponte, e seguo le indicazioni. Non lo avevo notato, ma c'è un mulino all'interno delle mura.
Continuo la passeggiata, ed arrivo al parco archeologico. Non prima di aver apprezzato questa scritta "romantica".
Visto che mi sono allontanato e che il cielo sta divenendo un po' più scuro, visito velocemente la ricostruzione accurata del castro prima, dopo colonia, e torno verso il centro, dove faccio qualche piccola compera in un piccolo market, dove mi ricordo che nonostante in Germania gli stipendi siano più alti dei nostri, tutto costa molto meno.
Verso le 19 mi siedo nel ristorante dell'albergo con un po' di materiale di lavoro da ripassare. L'albergo/ristorante è molto attivo, organizza serate culinarie a tema, e stasera c'è il buffet italiano. Di italiano c'è poco, ma va bene lo stesso e il cibo non è per niente male. Salgo in camera, mi vedo un po' di tele, e mi addormento presto.
20141029
Rheinberg (Germania) - Ottobre 2014 (2)
Dormo in un hotel vicinissimo all'aeroporto, che pare in mezzo al nulla. Il mattino della domenica esco dopo la colazione, e mentre metto i bagagli in auto per recarmi al parcheggio, incappo in un'esperienza surreale. E' presto, nel parcheggio dell'albergo arriva un auto, gira, si ferma nelle mie vicinanze, e il tipo che guida, solo, mai visto in vita mia, mi saluta e mi dice "non ti ricordi di me?". Scende, mi si avvicina, e attacca una storia che solo dopo mi renderò conto non essere troppo credibile. Mi dice di essere un fornitore che aveva avuto rapporti lavorativi con me, di aver cambiato lavoro, di aver messo su un'attività nel campo dell'abbigliamento. Mi, come si dice, "intorta". Mi chiede di me, io ingenuo rispondo ma rimango sul vago. Alla fine, mi regala due abiti e un cappotto, secondo me sbagliando anche la taglia. Me li carica proprio in auto. E poi, eccolo lì. Quando io dico, sempre più sbalordito, che non so come sdebitarmi, lui mi chiede qualcosa "per la benzina". In quel momento, evidentemente, io "rinvengo". Cortesemente, gli dico che magari quegli abiti non mi entrano neppure, e lo invito a riprenderli. Lui mangia la foglia, e sempre cortesemente, se ne va e saluta. Tentata truffa? Chissà. Certo, che per essere un truffatore, il poveraccio si è pure alzato presto, e tra l'altro ce la metteva tutta per parlare con un accento emiliano, tradendosi verso la fine. Andiamo avanti. Parcheggio, navetta, aeroporto. Sulla navetta insieme a me, un signore bolognese anziano, col quale scambiamo battute sull'attualità politica, e poi dentro l'aeroporto ci auguriamo reciprocamente buon viaggio. Lui, evidentemente pensionato e solo, sta andando in Iran, "per capire com'è davvero la situazione, perché dei telegiornali non mi fido". Spettacolare. Come dire, in mezz'ora da un estremo ad un altro dell'Italia vera. Ecco, queste sono i plus del viaggio. Osservare, ascoltare, incamerare. Un caffè dopo i controlli di sicurezza. La fila al gate dove l'addetta si lamenta perché non ha l'apposito segnalatore per le code "normali" e "prioritaria"; tutto il mondo è paese, quindi, io che mi lamento spesso dell'aeroporto di Pisa (certo, qui almeno gli spazi non sono così angusti). L'aereo è un po' in ritardo, ascolto le voci in fila e mi rendo conto che ancora oggi, un sacco di italiani, non solo gli scienziati, lavorano all'estero, e la Germania è ancora oggi accogliente con i paisà. Poi si parte. Un'ora e mezzo circa, ma tremenda: il tipo accanto a me ha fatto colazione con la cipolla (ho visto chiaramente l'ultimo passeggero salire sull'aereo, sentire la zaffata del fiato del mio vicino, e portarsi la sciarpa alla bocca), e paradossalmente si bacia pure sulla bocca con la sua compagna. La bambina dietro a me prende a calci la mia poltroncina per tutto il viaggio, e naturalmente la madre non se ne cura. Ma ho un bel panorama dal finestrino, e i Bush in cuffia, quindi va tutto bene.
Atterriamo all'aeroporto di Weeze che le 12 sono già passate, e io, seppure a dieta, qualcosa dovrò pur mangiare, visto che non ho fatto neppure lo spuntino. Quindi mi guardo intorno. L'aeroporto è piccolo, ma come di dice da noi "c'è tutto", decido di mangiare qua, per correttezza passo dal banco AVIS per dire all'addetta se va bene che passi tra mezz'ora a ritirare l'auto, ma la ragazza (carina) mi dice "l'auto è al parcheggio fuori, la chiave è qui (e la poggia sul banco), se mi fa una firma qui siamo a posto". Beh, cliente fidelizzato, che spettacolo. Firmo e prendo le chiavi. Salgo al primo piano ed entro in un ristorante semi-self service, con una interessante varietà di primi piatti; anche se siamo in Germania, perché non dare loro una chance. E poi, la ragazza alla cassa, dai lineamenti asiatici, è di una bellezza imbarazzante. E quindi "spaghetti toskana" siano. Paghi, ti metti al tavolo, ti danno un aggeggio elettronico, che si mette a vibrare quando il tuo piatto è pronto, ed il cuoco lo deposita in un apposito banco riscaldato. Beh, come dice Cruciani "siamo al top". Non posso fare a meno di notare che molti altri viaggiatori, seppure io sia ben cosciente che il mio inglese non sia proprio il massimo, hanno problemi di comprensione che vanno oltre i miei. Mangio e gradisco, resisto alla tentazione di dire alla tedesca-dai-lineamenti-asiatici che è davvero bellissima, bevo un discreto espresso ed esco nel sole della domenica pomeriggio fumandomi una sigaretta e facendo quei 20 passi che mi separano dal parcheggio delle auto a noleggio. Una VW Polo. Inserisco il GPS ed imposto l'indirizzo dell'albergo, si parte. Sarà la giornata veramente splendida, ma il paesaggio mi rapisce. Verde dappertutto, pianura, case di campagna e agricoltura tutto intorno, strade lisce, poco traffico. Arrivo in mezz'ora, giro intorno all'isolato dove si trova l'albergo, c'è parcheggio anche davanti ma tutto occupato, intuisco dov'è il parcheggio riservato, piazzo l'auto, giro a piedi l'isolato anche se sono sicuro che c'è il modo di passare direttamente dall'albergo al parcheggio, e faccio il check in. Salgo in camera per poggiare i bagagli, struttura caratteristica, odore di cibo, camere piccole ma carine, pulitissimo, il televisore ha l'ingresso USB. Ora, c'è un motivo se ci hanno fatto alloggiare qui a Xanten. Suppongo. Il motivo è che la cittadina, che conta poco più di 20mila abitanti, è carina, è stata un insediamento romano (prima Castra Vetera, poi Colonia Ulpia Traiana), ed ha, in centro, un interessante duomo intitolato a San Vittore di Xanten. La giornata, come detto più volte, è calda e soleggiata, non ho niente da fare, i colleghi non arriveranno fino a domani pomeriggio. Esco e mi metto a fare il turista.
Atterriamo all'aeroporto di Weeze che le 12 sono già passate, e io, seppure a dieta, qualcosa dovrò pur mangiare, visto che non ho fatto neppure lo spuntino. Quindi mi guardo intorno. L'aeroporto è piccolo, ma come di dice da noi "c'è tutto", decido di mangiare qua, per correttezza passo dal banco AVIS per dire all'addetta se va bene che passi tra mezz'ora a ritirare l'auto, ma la ragazza (carina) mi dice "l'auto è al parcheggio fuori, la chiave è qui (e la poggia sul banco), se mi fa una firma qui siamo a posto". Beh, cliente fidelizzato, che spettacolo. Firmo e prendo le chiavi. Salgo al primo piano ed entro in un ristorante semi-self service, con una interessante varietà di primi piatti; anche se siamo in Germania, perché non dare loro una chance. E poi, la ragazza alla cassa, dai lineamenti asiatici, è di una bellezza imbarazzante. E quindi "spaghetti toskana" siano. Paghi, ti metti al tavolo, ti danno un aggeggio elettronico, che si mette a vibrare quando il tuo piatto è pronto, ed il cuoco lo deposita in un apposito banco riscaldato. Beh, come dice Cruciani "siamo al top". Non posso fare a meno di notare che molti altri viaggiatori, seppure io sia ben cosciente che il mio inglese non sia proprio il massimo, hanno problemi di comprensione che vanno oltre i miei. Mangio e gradisco, resisto alla tentazione di dire alla tedesca-dai-lineamenti-asiatici che è davvero bellissima, bevo un discreto espresso ed esco nel sole della domenica pomeriggio fumandomi una sigaretta e facendo quei 20 passi che mi separano dal parcheggio delle auto a noleggio. Una VW Polo. Inserisco il GPS ed imposto l'indirizzo dell'albergo, si parte. Sarà la giornata veramente splendida, ma il paesaggio mi rapisce. Verde dappertutto, pianura, case di campagna e agricoltura tutto intorno, strade lisce, poco traffico. Arrivo in mezz'ora, giro intorno all'isolato dove si trova l'albergo, c'è parcheggio anche davanti ma tutto occupato, intuisco dov'è il parcheggio riservato, piazzo l'auto, giro a piedi l'isolato anche se sono sicuro che c'è il modo di passare direttamente dall'albergo al parcheggio, e faccio il check in. Salgo in camera per poggiare i bagagli, struttura caratteristica, odore di cibo, camere piccole ma carine, pulitissimo, il televisore ha l'ingresso USB. Ora, c'è un motivo se ci hanno fatto alloggiare qui a Xanten. Suppongo. Il motivo è che la cittadina, che conta poco più di 20mila abitanti, è carina, è stata un insediamento romano (prima Castra Vetera, poi Colonia Ulpia Traiana), ed ha, in centro, un interessante duomo intitolato a San Vittore di Xanten. La giornata, come detto più volte, è calda e soleggiata, non ho niente da fare, i colleghi non arriveranno fino a domani pomeriggio. Esco e mi metto a fare il turista.
20141028
uomo in fuga
Man on the Run - Bush (2014)
Come forse ricorderete, a me i Bush di Gavin Rossdale sono sempre piaciuti, e non me n'è mai fregato niente di chi li considerava dei pagliacci o dei fighetti. Il sesto disco da studio (in venti anni di carriera), uscito da più o meno una settimana, suscita in me le stesse emozioni di sempre: vorrei essere stato io a scrivere le loro canzoni. La voce di Rossdale è una delle più belle di sempre, e i detrattori possono dire quello che vogliono, io non cambio idea. Il suono è granitico, ma la ricerca di melodie che fanno breccia nel cuore di quelli più sensibili è sempre lì, e non accenna ad andarsene. Qua e là ci sono inserimenti elettronici a volte impercettibili, ma la predilezione per le chitarre distorte e gli assoli non virtuosistici, ma funzionali alle armonie, rimangono cose irrinunciabili per i Bush. E vincenti.
Curiosamente, il mio pezzo preferito è il primo delle bonus tracks contenute nell'edizione Deluxe, Let Yourself Go ("Let yourself go/You can be the Queen/I can be bold/You give the love/That's heavy like gold/Let yourself go"), ma vi assicuro che più ascolto Man on the Run, e più questa convinzione viene minata dalla bellezza cristallina di tutte le altre composizioni. Vi invito ad ascoltarlo senza preconcetti.
I always loved Gavin Rossdale's Bush, since I listened their first song. I hardly can explain why, but Rossdale's voice and their constant research to merge heavy music and beautiful melodies, pop-rock romanticism and distorted guitars, brings out the sentimental side of my character. This sixth album, in twenty years of career, produces the same effect on me, maybe especially because I had the first listen to this disc on a plane during a beautiful day: the vision of the Alps and the listen of Let Yourself Go, while Rossdale sings "You can be Queen, I can be bold, you give the love, that's heavy like gold", gave me the key to get in this Man on the Run, and stay inside.
Come forse ricorderete, a me i Bush di Gavin Rossdale sono sempre piaciuti, e non me n'è mai fregato niente di chi li considerava dei pagliacci o dei fighetti. Il sesto disco da studio (in venti anni di carriera), uscito da più o meno una settimana, suscita in me le stesse emozioni di sempre: vorrei essere stato io a scrivere le loro canzoni. La voce di Rossdale è una delle più belle di sempre, e i detrattori possono dire quello che vogliono, io non cambio idea. Il suono è granitico, ma la ricerca di melodie che fanno breccia nel cuore di quelli più sensibili è sempre lì, e non accenna ad andarsene. Qua e là ci sono inserimenti elettronici a volte impercettibili, ma la predilezione per le chitarre distorte e gli assoli non virtuosistici, ma funzionali alle armonie, rimangono cose irrinunciabili per i Bush. E vincenti.
Curiosamente, il mio pezzo preferito è il primo delle bonus tracks contenute nell'edizione Deluxe, Let Yourself Go ("Let yourself go/You can be the Queen/I can be bold/You give the love/That's heavy like gold/Let yourself go"), ma vi assicuro che più ascolto Man on the Run, e più questa convinzione viene minata dalla bellezza cristallina di tutte le altre composizioni. Vi invito ad ascoltarlo senza preconcetti.
I always loved Gavin Rossdale's Bush, since I listened their first song. I hardly can explain why, but Rossdale's voice and their constant research to merge heavy music and beautiful melodies, pop-rock romanticism and distorted guitars, brings out the sentimental side of my character. This sixth album, in twenty years of career, produces the same effect on me, maybe especially because I had the first listen to this disc on a plane during a beautiful day: the vision of the Alps and the listen of Let Yourself Go, while Rossdale sings "You can be Queen, I can be bold, you give the love, that's heavy like gold", gave me the key to get in this Man on the Run, and stay inside.
20141027
Rheinberg (Germania) - Ottobre 2014 (1)
A meno di una settimana di distanza dal mio weekend inglese, eccomi impegnato in un nuovo viaggio di lavoro, e sinceramente, non riesco a nascondere la mia eccitazione quando si presentano occasioni del genere. Non so se riuscirò mai a diventare uno di quelli che dice "uff che palle devo andare a xxxxxx per lavoro". Proprio non mi ci vedo, sarà un difetto ma non riesco a riconoscermelo come tale. Dunque, l'occasione era una riunione dei miei omologhi a livello europeo, dopo quella del giugno scorso a Bruxelles, e un ritorno nella Renania Settentrionale-Vestfalia, dopo la visita a Kerpen dello scorso febbraio. Vista la libertà che il mio capo mi lascia, mi sono organizzato così, sapendo che appunto, la riunione era di martedì a Rheinberg (tra parentesi, città natale di Claudia Schiffer), l'hotel dove l'organizzatrice (un'altra mia capa) aveva deciso di farci soggiornare tutti era a Xanten, e un'altra presenza richiesta era quella del lunedì sera a cena proprio nel ristorante dell'albergo. L'aeroporto più vicino è quello Niederrhein di Weeze, tra l'altro vicinissimo al confine con l'Olanda (ricordavo che un collega olandese, conosciuto lo scorso anno, e che di base lavora a Rheinberg, mi raccontasse che era molto felice di lavorare lì perché vicinissimo a casa). L'alternativa era quello di Dusseldorf, dove tra l'altro sono arrivati tutti gli altri che sono arrivati in aereo (quelli che venivano dal Belgio e dalla Francia sono venuti in auto). Sapendo che Weeze è un aeroporto usato da Ryanair, anche da Pisa, mi sono subito precipitato a verificare i voli, ma non erano comodi (sabato, troppo presto, e martedì, anche questo troppo presto). Per curiosità, controllo i voli da Bologna: domenica e mercoledì: direi perfetti. Col sennò di poi, potrei averci visto giusto, dato che l'alternativa sarebbe stata probabilmente Lufthansa con un Pisa-Monaco (Air Dolomiti) e un Monaco-Dusseldorf, visto che proprio in quei giorni la Germania è stata "investita" da una raffica di scioperi, incluso quello della compagnia di bandiera (anche se, diciamocelo: incappare in uno sciopero e dover rimanere qualche giorno in più non mi sarebbe dispiaciuto, tornando al discorso fatto in apertura, non riesco ad essere infelice se sto viaggiando). Prenoto quindi quello che devo: l'hotel a Bologna (il volo era alle 10 di mattina, partire direttamente da casa mi avrebbe costretto all'ennesima levataccia), l'auto a Weeze e basta, visto che l'albergo a Xanten era già a posto. Dato che la mia permanenza presso il sito di Rheinberg sarebbe stato praticamente di 3 giorni pieni, solo uno dei quali occupato dal motivo di questo meeting, mi sono organizzato del lavoro: il lunedì mattina un incontro con un collega di lì, già conosciuto nei primi mesi dell'anno, il mercoledì una visita ad un deposito esterno (a Wesel). Il resto del tempo, avrei lavorato ugualmente, solo insieme a colleghi che normalmente sento per telefono, per email o per chat, ma sempre giornalmente. Il bello di lavorare per una multinazionale, il bello della tecnologia. Pensate solo che già il lunedì si è aggiunto un ulteriore impegno (una conf call, tranquillamente realizzabile per telefono da dovunque), e che insomma, alla fine il tempo non basta mai (i colleghi da conoscere erano tanti, e si finisce, almeno dal mio punto di vista, a non passarci mai abbastanza tempo per creare un legame, ma questo è solo un punto di vista mio, che come è noto sono un sentimentale pure nei rapporti di lavoro).
Detto tutto questo, infatti, pur essendomi ripromesso di partire con calma alle 17 da casa, in auto, per Bologna, in modo da arrivare in tempo per andare a mangiare una pizza in quella mitica pizzeria di San Lazzaro di Savena dove l'amico Mazza mi ha portato tante volte, e che, pur con la sua assenza giustificata, mi avrebbe fatto tornare alla mente tante risate, tanti concerti, tante sere allegre, mi ritrovo a dover riempire il trolley (si, ne abbiamo già parlato della mia borghesizzazione) a quell'ora, e a partire quasi in fretta oltre le 18. Quindi, senza spingere, quando la fame bussa sono da poco sulla Firenze-Bologna, e l'area di servizio Aglio mi ospita a cena in questa tiepida notte d'ottobre.
Detto tutto questo, infatti, pur essendomi ripromesso di partire con calma alle 17 da casa, in auto, per Bologna, in modo da arrivare in tempo per andare a mangiare una pizza in quella mitica pizzeria di San Lazzaro di Savena dove l'amico Mazza mi ha portato tante volte, e che, pur con la sua assenza giustificata, mi avrebbe fatto tornare alla mente tante risate, tanti concerti, tante sere allegre, mi ritrovo a dover riempire il trolley (si, ne abbiamo già parlato della mia borghesizzazione) a quell'ora, e a partire quasi in fretta oltre le 18. Quindi, senza spingere, quando la fame bussa sono da poco sulla Firenze-Bologna, e l'area di servizio Aglio mi ospita a cena in questa tiepida notte d'ottobre.
20141026
semplicità elettorale
Purtroppo, il mio crescente impegno lavorativo, del quale, sia chiaro, sono molto contento, mi sta costringendo a "tagliare" cose che prima mi piaceva fare, o che forse facevo anche solamente per passare il tempo. Non vado più per concerti, non vado praticamente più al cinema, non riesco più neppure a vedere un film a casa, ho smesso di seguire molte serie tv meno interessanti, leggo meno libri (questo anche perché ho fatto molti viaggi nell'ultimo anno, ma troppo brevi per leggere un po'). Ma qualche giornale, soprattutto Internazionale, continuo a leggerlo, e mi capita spesso di imbattermi in articoli che suscitano il mio interesse, e dei quali vi vorrei parlare. Non sempre ce la faccio, ma stavolta ci provo. Ho appena letto un articolo tratto da La Nación, un giornale argentino, che parla delle elezioni uruguaiane, che si svolgeranno proprio oggi. Dell'Uruguay si è parlato molto, io ve ne ho parlato, soprattutto per il fatto che nonostante ci sia stato per pochi giorni, ne ho tratto una splendida impressione, tanto che sto ancora pensando di andarci a vivere dopo la pensione, ultimamente è perfino salito alla ribalta, un po' per la sua nazionale di calcio, un po' per il suo Presidente. Domani, gli elettori sceglieranno tra un ex presidente, Tabaré Vázquez, che ha governato nei 5 anni prima di Pepe Mujica (i due appartengono allo stesso partito, il Frente Amplio; leggete la scheda linkata, curiosamente una specie di PD), e Luis Lacalle Pou, giovanissimo esponente del Partido Nacional. Per onore di cronaca, è giusto dire che in Uruguay esiste anche un terzo partito (che fino a qualche anno fa si alternava al governo col Partido Nacional), il Partido Colorado, che però adesso pare in caduta libera. Ora, così a pelle non voterei mai per il Partido Nacional, che già dal simbolo mette i brividi (un fascio littorio dal quale spunta un'ascia); leggendo in proposito dei suoi punti fermi, non ho potuto far altro che confermare questa mia ipotetica scelta, visto che il partito rifiuta tutte le conquiste raggiunte dal Frente Amplio in termine di diritti civili (matrimoni gay, adozioni gay). Ma mi ha colpito moltissimo leggere brevemente come Lacalle Pou abbia impostato la sua campagna, approfittando anche del fatto che gli uruguaiani siano diventati esigentissimi, e non abbiano apprezzato che il paese non sia riuscito ad aumentare benessere, stabilità e sicurezza negli ultimi anni di governi del Frente Amplio. Con differenze così ampie, e abituati all'Italia, mi aspettavo chissà cosa. E invece, il candidato del Partido Nacional propone piccole modifiche alla linea politica del Frente Amplio. L'eccezione più significativa riguarda l'istruzione, mentre sul lavoro, sulle politiche sociali o sulla politica estera non ci sono grandi differenze di fondo. Mentre Vázquez ha passato la campagna elettorale difendendo i meriti della sua passata amministrazione (2005/2010) e di quella di Mujica, senza proporre novità che potessero soddisfare le esigenze crescenti dei cittadini, Lacalle Pou ha riconosciuto i meriti del governo Mujica, e ha fatto campagna elettorale con lo slogan Por la positiva ("in positivo"). Magari non sarà stato del tutto onesto, ma ve la immaginate una roba del genere in Italia?
20141025
20141024
Solihull (Birmingham, UK) - Ottobre 2014 (4)
La sveglia per me è alle 3,30, che sono lento e non si sa mai. Verso le 4,15 son pronto e chiamo mia sorella, che è quasi a posto. Svegliamo e facciamo preparare i bambini. Ci ritroviamo che siamo un pochino in anticipo. Salutiamo e partiamo. Ricevo un sms che mi segnala un addebito di qualche sterlina da parte dell'hotel: non mi quadra, ma adesso non ho tempo. Passiamo dal distributore che abbiamo visto ieri, proprio dietro l'hotel. Rifornimento di poche sterline (abbiamo fatto si e no una quarantina di miglia), ritiro dello scontrino che ci vuole per non pagare l'intero pieno. Via verso l'aeroporto. Pioggerellina inglese. Qualche problema a trovare la rotatoria giusta per entrare nel parcheggio delle macchine a noleggio. Ci siamo. Parcheggiamo le auto e via col rumore dei trolley sui marciapiedi intorno all'aeroporto. Consegna delle chiavi e delle ricevute nell'apposita dropbox al banco AVIS. Via per i controlli. Ci fermano tutti e otto. Ci aprono le valigie. La mia la richiudono subito. Abbiamo perso molti minuti. Entriamo nella zona Duty Free, guardo il tabellone e il nostro volo è in modalità last call. Non c'è tempo di fare colazione, a me non piace che mi aspettino, qualcuno mi segue, qualcuno no. L'autobus aspetta anche quelli no. In autobus mi diverto a fotografare gli occhi di mio nipote.
Si parte. E' ancora buio. Ma poco dopo sorge il sole ed è una splendida giornata. Mia sorella ormai ha superato l'emozione del primo volo, mio nipote ormai pare non accorgersene più nemmeno. Guardatelo.
Mia sorella, provvidenzialmente, si è portata dietro una confezione di pancakes avanzati dalla colazione da McDonald's ieri mattina. Ci prendiamo cappuccino, cioccolata e acqua sulla Monarch. Volo un po' turbolento. Due ore e 25 minuti dopo siamo a Roma Fiumicino, usciamo, andiamo verso il Terminal 1, dove ci caricherà la navetta del parcheggio dove abbiamo lasciato le auto, mentre io telefono al loro numero. Riconosco la navetta, saliamo, 5 minuti e siamo alle auto già posizionate per la partenza. Caldo. Entriamo in autostrada, ci fermiamo al secondo autogrill per mangiare, che sono le 11,30. Ancora due ore abbondanti per casa, ma la consapevolezza di aver vissuto un'esperienza unica, almeno per me: dopo il primo volo di mio nipote, il primo volo di mia sorella. Non ultima, l'esperienza della prima gara estera di Alessio. Certe volte, la felicità è talmente vicina, che ci dimentichiamo quanto sia semplice raggiungerla.
Si parte. E' ancora buio. Ma poco dopo sorge il sole ed è una splendida giornata. Mia sorella ormai ha superato l'emozione del primo volo, mio nipote ormai pare non accorgersene più nemmeno. Guardatelo.
Mia sorella, provvidenzialmente, si è portata dietro una confezione di pancakes avanzati dalla colazione da McDonald's ieri mattina. Ci prendiamo cappuccino, cioccolata e acqua sulla Monarch. Volo un po' turbolento. Due ore e 25 minuti dopo siamo a Roma Fiumicino, usciamo, andiamo verso il Terminal 1, dove ci caricherà la navetta del parcheggio dove abbiamo lasciato le auto, mentre io telefono al loro numero. Riconosco la navetta, saliamo, 5 minuti e siamo alle auto già posizionate per la partenza. Caldo. Entriamo in autostrada, ci fermiamo al secondo autogrill per mangiare, che sono le 11,30. Ancora due ore abbondanti per casa, ma la consapevolezza di aver vissuto un'esperienza unica, almeno per me: dopo il primo volo di mio nipote, il primo volo di mia sorella. Non ultima, l'esperienza della prima gara estera di Alessio. Certe volte, la felicità è talmente vicina, che ci dimentichiamo quanto sia semplice raggiungerla.
20141023
Solihull (Birmingham, UK) - Ottobre 2014 (3)
La giornata di domenica nasce un po' così: non avevo comprato la colazione in albergo, un po' perché abbastanza cara, un po' perché per due notti, non avremmo senz'altro sfruttato una colazione su due (domattina dovremo alzarci ben prima dell'alba). Quindi verso le 7,00, io, mia sorella, Alessio e Asia siamo in giro per il centro di Solihull a cercare un posto dove fare colazione, scansando i resti di un sabato sera inglese. Indovinate? C'è aperto solo McDonald's, pure Starbucks aprirà con comodo alle 9,00. Gli altri fanno colazione in albergo. Ci si ritrova dopo, prendiamo le auto, imposto il GPS e via, una ventina di chilometri ci separano dal sobborgo di Chelmsley Wood, laddove si trova il North Solihull Sports Centre, centro sportivo dove si svolgeranno le gare. Giriamo intorno all'aeroporto e al NEC, un pizzico di autostrada (entrare in autostrada da sinistra anziché da destra è un'esperienza che può cambiarti la vita) e siamo in quel neighbourhood, ma mica è così facile: il GPS non riconosce la strada. Inizio a girare un po' a caso un po' a naso, ma non si vedono indicazioni, e l'ora è di quelle che in giro ci sono solo quelli che portano a spasso il cane. E meno male, perché alla seconda richiesta di indicazione, quando ormai mi ero visto perso, una signora gentile (ma chi ha detto che gli inglesi non sono gentili?) mi dice che devo solo passare due rotatorie a dritto, e quasi ci sbatterò il muso. "The island" dice, riferendosi alle rotatorie. Ok, comunque ci siamo. Il centro è spartano, ma funzionale. Spogliatoi, due piscine, bar, distributori automatici. Un sacco di gente. Le tribune? Scomode, molto. Ci piazziamo su un tratto di panca che sarà la nostra casa per ore. Attorno a noi, gallesi. E si nota.
Più tardi mi accorgerò che sull'altro lato c'è una "comunità" russa. E noi che si pensava di essere venuti da lontano. Si comincia con i Kata dei più piccoli, e comincio a divertirmi pure io che non ne capisco niente. Soprattutto le piccole atlete, ce ne sono alcune spettacolari da vedere, tenere e dure al tempo stesso. Sono molto fisionomista e comincio a riconoscere le persone. Passano i minuti e le ore, e arriva il turno di Alessio e di Asia praticamente insieme, su due tatami adiacenti. Non si sa chi guardare. Entrambi passano il primo turno, la prima scrematura. Alessio non passa la seconda, e si classifica settimo su 25 partecipanti. Non è contentissimo, ma, è sempre un bambino sia chiaro, non è uno che sembra dare più peso di tanto a cose come queste. Asia arriva terza, e si prende una medaglia. Siamo tutti davvero felici per lei, mi dicono che sia solo un anno che si è avvicinata a questo sporto; si nota nei movimenti, ancora grezzi ma pieni di grinta, Alessio è più, come dire, raffinato. Certo, i voti sono dati da dei giudici, non è detto che il giudizio sia imparziale, ma ai miei occhi inesperti, mi son sembrati piuttosto equilibrati. Nella categoria di Alessio passa il turno una bambina di origini indiane o pakistane che avevo già notato prima, ha una sorella più piccola, e se non erro, la madre è allenatrice o qualcosa di simile. Le due piccole, due gioiellini da soprammobile, parteciperanno ad una serie infinita di gare (il loro Kata di coppia è uno spettacolo, sembrano danzare), così come una ancor più piccola di origini cinesi, uno scricciolo che vince anche la sua categoria di Kumite (combattimenti), sbaragliando avversarie ben più alte di lei. Poi, noto un atleta di colore, avrà 14 anni, già molto alto, che si distingue sia nel Kata singolo che in quello di coppia, con un altro ragazzo di colore leggermente più piccolo (forse anche in questo caso il fratello, chissà). Mentre aspettiamo il turno dei più grandi, andiamo al bar e ci mangiamo quel che c'è. Mia sorella si stupisce che in una palestra, da mangiare ci siano patate fritte, salsicce e panini rigorosamente con una quantità di salse. Mentre siamo lì che cazzeggiamo, una mamma inglese si avvicina ad Alessio e indica le sue scarpe: sta portando, ovviamente, quelle che mammà gli ha comprato ieri. Mia sorella mi chiama, la tipa mi dice che le piacciono quelle scarpe, mi domanda dove le abbiamo prese, le dò l'indicazione richiesta. Mia sorella è orgogliosa di aver acquistato al bimbo un qualcosa che piace. Iacopo non se la sente, non combatterà, più tardi arriva il turno di Dario, che si distingue nel Kumite vincendo due incontri e perdendone uno. Direi che il bilancio è soddisfacente. Si aspetta Dario, ci fumiamo una sigaretta fuori, sono quasi le 16,00 quando facciamo nuovamente rotta verso l'albergo. Lasciamo gli atleti al meritato riposo, e usciamo nella sonnolenta domenica inglese, tutto chiuso o quasi, rientriamo al Touchwood e da Bella Italia c'è chi prende una cioccolata calda, chi un té (io), tanto per stare in tema. La cameriera capisce che siamo italiani e ci "connette" col simpatico vecchietto del tavolo accanto, che sta sorseggiando la rigorosa pinta di birra, dicendogli che così può praticare il suo stentato italiano. Ci faccio due chiacchiere. Si rientra pian piano. Qualche scorcio dei dintorni. La St. Alphege Church (esattamente davanti al nostro hotel) e, sulla destra, la Manor house.
Un paio di foto fatte alla mia maniera, molto brutte e sfuocate, del cimitero della St. Alphege (ovviamente anche questo davanti all'albergo).
Si rientra e si riesce per la cena, tutti insieme. Alessio è stanco e fa un po' di bizze: si lamenta delle salse. Siamo al Chimichanga (sempre nel "complesso" del Touchwood), e faccio assaggiare i nachos a mia sorella, che ne rimane soddisfatta. Rientriamo, che come detto domattina sarà una levataccia. Mi addormento col pensiero che la cosa più importante della giornata, ancora una volta, l'ha detta e notata mia sorella. Mentre eravamo sulle scomode tribunette del North Solihull, vedendo tutta quella moltitudine, mi fa: "certo che qui di etnie ce ne sono tante... non come in Italia eh?". "Eh si..." mi avete già capito vero?
Più tardi mi accorgerò che sull'altro lato c'è una "comunità" russa. E noi che si pensava di essere venuti da lontano. Si comincia con i Kata dei più piccoli, e comincio a divertirmi pure io che non ne capisco niente. Soprattutto le piccole atlete, ce ne sono alcune spettacolari da vedere, tenere e dure al tempo stesso. Sono molto fisionomista e comincio a riconoscere le persone. Passano i minuti e le ore, e arriva il turno di Alessio e di Asia praticamente insieme, su due tatami adiacenti. Non si sa chi guardare. Entrambi passano il primo turno, la prima scrematura. Alessio non passa la seconda, e si classifica settimo su 25 partecipanti. Non è contentissimo, ma, è sempre un bambino sia chiaro, non è uno che sembra dare più peso di tanto a cose come queste. Asia arriva terza, e si prende una medaglia. Siamo tutti davvero felici per lei, mi dicono che sia solo un anno che si è avvicinata a questo sporto; si nota nei movimenti, ancora grezzi ma pieni di grinta, Alessio è più, come dire, raffinato. Certo, i voti sono dati da dei giudici, non è detto che il giudizio sia imparziale, ma ai miei occhi inesperti, mi son sembrati piuttosto equilibrati. Nella categoria di Alessio passa il turno una bambina di origini indiane o pakistane che avevo già notato prima, ha una sorella più piccola, e se non erro, la madre è allenatrice o qualcosa di simile. Le due piccole, due gioiellini da soprammobile, parteciperanno ad una serie infinita di gare (il loro Kata di coppia è uno spettacolo, sembrano danzare), così come una ancor più piccola di origini cinesi, uno scricciolo che vince anche la sua categoria di Kumite (combattimenti), sbaragliando avversarie ben più alte di lei. Poi, noto un atleta di colore, avrà 14 anni, già molto alto, che si distingue sia nel Kata singolo che in quello di coppia, con un altro ragazzo di colore leggermente più piccolo (forse anche in questo caso il fratello, chissà). Mentre aspettiamo il turno dei più grandi, andiamo al bar e ci mangiamo quel che c'è. Mia sorella si stupisce che in una palestra, da mangiare ci siano patate fritte, salsicce e panini rigorosamente con una quantità di salse. Mentre siamo lì che cazzeggiamo, una mamma inglese si avvicina ad Alessio e indica le sue scarpe: sta portando, ovviamente, quelle che mammà gli ha comprato ieri. Mia sorella mi chiama, la tipa mi dice che le piacciono quelle scarpe, mi domanda dove le abbiamo prese, le dò l'indicazione richiesta. Mia sorella è orgogliosa di aver acquistato al bimbo un qualcosa che piace. Iacopo non se la sente, non combatterà, più tardi arriva il turno di Dario, che si distingue nel Kumite vincendo due incontri e perdendone uno. Direi che il bilancio è soddisfacente. Si aspetta Dario, ci fumiamo una sigaretta fuori, sono quasi le 16,00 quando facciamo nuovamente rotta verso l'albergo. Lasciamo gli atleti al meritato riposo, e usciamo nella sonnolenta domenica inglese, tutto chiuso o quasi, rientriamo al Touchwood e da Bella Italia c'è chi prende una cioccolata calda, chi un té (io), tanto per stare in tema. La cameriera capisce che siamo italiani e ci "connette" col simpatico vecchietto del tavolo accanto, che sta sorseggiando la rigorosa pinta di birra, dicendogli che così può praticare il suo stentato italiano. Ci faccio due chiacchiere. Si rientra pian piano. Qualche scorcio dei dintorni. La St. Alphege Church (esattamente davanti al nostro hotel) e, sulla destra, la Manor house.
Un paio di foto fatte alla mia maniera, molto brutte e sfuocate, del cimitero della St. Alphege (ovviamente anche questo davanti all'albergo).
Si rientra e si riesce per la cena, tutti insieme. Alessio è stanco e fa un po' di bizze: si lamenta delle salse. Siamo al Chimichanga (sempre nel "complesso" del Touchwood), e faccio assaggiare i nachos a mia sorella, che ne rimane soddisfatta. Rientriamo, che come detto domattina sarà una levataccia. Mi addormento col pensiero che la cosa più importante della giornata, ancora una volta, l'ha detta e notata mia sorella. Mentre eravamo sulle scomode tribunette del North Solihull, vedendo tutta quella moltitudine, mi fa: "certo che qui di etnie ce ne sono tante... non come in Italia eh?". "Eh si..." mi avete già capito vero?
20141022
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Così vicini - Cristina Donà (2014)
Bene. E così Cristina Trombini Sapienza aka Cristina Donà continua a fare musica, e con questo disco continua a fare quella che le riesce meglio. Qualche novità, appena appena, begli arrangiamenti avvolgenti, testi come riescono a lei, belle canzoni, un pizzico di asimmetricità (esempio: l'inizio de Il senso delle cose), ma fondamentalmente, ripeto, belle canzoni con la sua voce in evidenza. Già dall'apertura ariosa e toccante della canzone che dà il titolo al disco, scelta anche come primo singolo e video (che trovate in allegato), si capisce che questo è un bel disco. A tre anni, più o meno, dal precedente Torno a casa a piedi, che mi era piaciuto così così, Cristina all'ottavo album dimostra di avere ancora qualcosa da dire e da cantare. E' paradossale, riflettevo inoltre, che abbia anche dei testi interessanti, anche se non particolarmente pregnanti dal punto di vista socio-politico, perché il suo timbro e l'uso della voce basterebbe anche se non ci fossero le liriche, per raggiungere la sufficienza con un disco di buone canzoni. Come che sia, l'ennesimo buon disco, seppur non sia un capolavoro.
Eighth disc for the italian female singer/guitarist, born in the Milan's suburbs, in my opinion one of the best female voices in Italy. And this is the way in order to make a good record, for Cristina Donà: a touch of innovation, airy arrangements, a bunch of beautiful songs, and her wonderful voice. She adds interesting lyrics, never senseless, and obviously this is a plus. Not a masterpiece, but indeed a very good work.
Bene. E così Cristina Trombini Sapienza aka Cristina Donà continua a fare musica, e con questo disco continua a fare quella che le riesce meglio. Qualche novità, appena appena, begli arrangiamenti avvolgenti, testi come riescono a lei, belle canzoni, un pizzico di asimmetricità (esempio: l'inizio de Il senso delle cose), ma fondamentalmente, ripeto, belle canzoni con la sua voce in evidenza. Già dall'apertura ariosa e toccante della canzone che dà il titolo al disco, scelta anche come primo singolo e video (che trovate in allegato), si capisce che questo è un bel disco. A tre anni, più o meno, dal precedente Torno a casa a piedi, che mi era piaciuto così così, Cristina all'ottavo album dimostra di avere ancora qualcosa da dire e da cantare. E' paradossale, riflettevo inoltre, che abbia anche dei testi interessanti, anche se non particolarmente pregnanti dal punto di vista socio-politico, perché il suo timbro e l'uso della voce basterebbe anche se non ci fossero le liriche, per raggiungere la sufficienza con un disco di buone canzoni. Come che sia, l'ennesimo buon disco, seppur non sia un capolavoro.
Eighth disc for the italian female singer/guitarist, born in the Milan's suburbs, in my opinion one of the best female voices in Italy. And this is the way in order to make a good record, for Cristina Donà: a touch of innovation, airy arrangements, a bunch of beautiful songs, and her wonderful voice. She adds interesting lyrics, never senseless, and obviously this is a plus. Not a masterpiece, but indeed a very good work.
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