No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20090513

il pettegolezzo distrugge, il gossip costruisce


Così parlò Alfonso Signorini (foto), direttore della rivista Chi (che alcuni avvicinano a The Lancet), fine intellettuale, autore tra l'altro della biografia di Costantino Vitagliano (ex tronista di Maria De Filippi) Costantino Desnudo.


Per capire come siamo messi in Italia, leggere la sua intervista al Corriere.

ponti


Ne parlavamo qui. Ed ecco un primo "chiarimento", molto triste, sulle condizioni del ponte crollato. Dal Corriere.

20090512

rivolta


Riot! - Paramore


Come diranno i più attenti (penso all'amico Drugo), dopo la fase brit pop, sono adesso nel pieno della mia fase emo. Il problema è che non ho più i capelli per comprare la mia bella piastra e farmi un bellissimo ciuffo sulla fronte.

Detto questo, viaggiando nei meandri a me fino a qualche anno fa sconosciuti, dell'universo emo, mi sono imbattuto nei Paramore (da pronunciare peramour, più o meno) indagando sul legame Underoath/Christian Rock. Anche i Paramore, meno apertamente, hanno un indirizzo diciamo "da bravi ragazzi" nei testi.

Musicalmente, a parte il fatto che sono una band con un bacino d'utenza minorenne (ma, pensate un po', ho scoperto da poco che i fans italiani di Chuck Palahniuk sono in grandissima maggioranza minorenni, per cui a volte può non essere una discriminante che indica pochezza), mi paiono l'anello di congiunzione tra l'emo meno duro, Avril Lavigne, il gothic metal e il punk rock da classifica. Ma vorrei invitarvi ad ascoltare almeno questo disco, che è il loro secondo full lenght del 2007, uscito anche in una edizione con in aggiunta alcuni brani versione demo e live, per farvi riflettere sulle capacità di scrivere canzoni assolutamente catchy e dure quanto basta. Le chitarre, tutte suonate da Josh Farro (ma dal vivo attualmente la formazione prevede anche Taylor York), fanno un gran lavoro ritmico soprattutto, la batteria di Zac Farro (fratello di Josh) è validissima e dinamica, e la grinta di Hayley Williams, la rossocrinita cantante (e tastierista), fa il resto. La voce di Hayley è ora suadente, ora appunto grintosa, e sembra perfetta per il genere, anche se riflettendoci, nel resto delle band non è proprio così. Sicuramente, questa è una delle ragioni che differenzia i Paramore dal resto del giro emo.

Quattro i singoli estratti, That's What You Get, Hallelujah, Misery Business e Crushcrushcrush, ottimi pezzi, ma anche l'opening track For A Pessimist, I'm Pretty Optimistic, l'anthemica Born For This posta in chiusura, le ballate When It Rains e We Are Broken, la malinconica ma tesa Let The Flames Begins, la dinamica Miracle e l'allegra Fences, formano un disco davvero sorprendente. Sfido perfino vecchi headbangers a trattenersi dalla vecchia "occupazione" ascoltando Misery Business, un pezzo che fa venir voglia anche di saltare.

Non ci crederete, ma attendo il loro nuovo disco, previsto per quest'anno.

shopping


Mi sembrano molto interessanti alcune affermazioni estratte dall'intervista di Noemi Letizia a Chi. Ci danno un'idea dell'elettorato di maggioranza. Siamo interessati anche a livello antropologico. Vediamo.


"...sono stata al cinema e ho visto I Lo­ve Shopping. Film stupendo. Mi rivedo nella protagonista."

Vi invito a rileggere la recensione del NY Post in proposito, qui. Chissà se lo ha capito (il film).


Poi racconta come spende i suoi soldi: «Shopping, cene, parrucchiere ed estetista. Ado­ro curarmi le unghie. Le fac­cio crescere e poi me le faccio colorare. In questo momento le ho viola». Le viene chiesto se le piacerebbe fare un calen­dario e lei risponde: «Certa­mente ».


Vabbè, è giovane.


Per il resto annuncia che fa­rà un film in cui interpreterà la figlia in una famiglia di ter­remotati, che vorrebbe parteci­pare al Grande Fratello...


Eh beh del resto in Italia ci sono grandi attori perchè la fucina del Grande Fratello ne sforna a getto continuo.


...che voleva leggere Gomorra ma «poi ho visto il film e mi è passata la voglia. Ha racconta­to solo una piccola parte di Na­poli. La nostra immagine ne è uscita a pezzi»


Questa è interessante. Stessa dichiarazione rilasciata alcuni mesi fa dal geniale Fabio Cannavaro, sempre a Chi (il vero giornalismo, rassegnamoci, sta lì). Cioè, pare che mostrare la verità, prendere coscienza del fatto che c'è una parte dello Stato che è governata dalla malavita organizzata, non giovi al nostro paese, e a Napoli. Io davvero stento ad afferrare questo concetto. Forse, la differenza tra noi, riserva indiana e minoranza extra-parlamentare nel paese (anche Cannavaro mi pare abbia espresso piuttosto chiaramente il suo orientamento politico), e loro, maggioranza blindata a schiacciasassi, sta tutta qui.


Dico la verità, non è che mi interessi più di tanto capire perchè queste persone la pensano così. La domanda vera è: ci lasceranno vivi? Oppure, ci manderanno in vacanza al confino?

indie rock malinconico in balera


Glasvegas + Heike Has The Giggles, Bronson, Madonna dell'Albero (RA), 10 maggio 2009


Una "scampagnata" domenicale, rinunciando ad una bella giornata di sole, e quindi di mare, roba ultimamente rara, per vedere all'opera dal vivo questa band di Glasgow, che tanto mi ha impressionato con l'esordio omonimo, con quella sua commistione di noise, rock melodico, stile da crooner e una voce che sembra quella di Joey Ramone. Mi perdo lo svincolo giusto della tangenziale ravennate, e mi faccio, insieme alla mia compagna di avventura, un po' di coda del rientro dall'Adriatico (arrivo fino a Cervia, così, per perdere tempo). Fortunatamente, per evitare il rientro dal Tirreno, avevamo due ore abbondanti d'anticipo. Alla fine, ecco il Bronson, del quale avevamo sentito tanto parlare: un circolo ENDAS, uno stanzone sotto la sede del (defunto?) Partito Repubblicano Italiano. Sicuramente una vecchia balera. Un posto decisamente brutto, e di questi tempi terribilmente caldo, anche se la bariste risultano davvero carine.

Aspettiamo un bel po', e verso le 21,00 abbondanti salgono (si fa per dire, visto quanto è basso il palco) sul palco gli italianissimi Heike Has The Giggles, giovanissimi ma già con una quantità di esperienze live alle spalle, e si vede. Il genere è un elettro-indie-rock che guarda ai White Stripes, ai Ting Tings, ai Franz Ferdinand e agli Strokes, grossolanamente e per farvi qualche esempio, con un gusto personale abbastanza sviluppato, una buona (ma migliorabile) presenza scenica, ottima tecnica, una voce femminile (quella di Emanuela, anche chitarrista, brava anche con lo strumento) sorprendentemente sicura nonostante l'età. Pezzi loro per oltre 30 minuti, zero pause, batterista (Guido, preciso) e bassista (Matteo, bravo e divertente) che ci danno dentro come forsennati. Fresca e quasi irriconoscibile la cover di Crazy In Love di Beyoncé, particolarmente ben riuscita. Applausi, e spero ne risentiremo parlare.

Si fa tardi, oltre le 23,00. E finalmente arrivano i ragazzi di Glasgow. Fumo da ghiaccio secco sul minuscolo palco e luci bassissime. Parte Geraldine, ed è davvero una magia. James porta occhiali da sole, e non se li toglierà fino alla fine. Nonostante questo, risulterà simpatico. Come un po' tutti hanno notato, somiglia, o fa in modo di somigliare, a Joe Strummer. La mia amica, che è nelle prime file, a fine concerto mi dirà: "non somiglia a Strummer, E' Strummer!". A proposito di somiglianze, le braccia corte e i movimenti, sempre di James, ricordano pure Billie Joe Armstrong dei Green Day. Dette queste amenità, il cugino (di James) Rab si dà un gran da fare sia con la chitarra, sia con qualcosa che somiglia a una tastiera (o forse un campionatore, che fa partire un tappeto di tastiere pre-registrate), sia muovendosi da una parte all'altra del palco, mentre il bassista Paul è in trance, più che statico; la batterista Caroline suona in piedi, con un drum kit essenziale: timpano, rullante e piatto.

Dal vivo, il lavoro delle chitarre, che sopperisce alle tastiere più consistenti nelle versioni in studio dei pezzi, è molto più vicino a quello dei loro concittadini Mogwai, creando quella specie di fuzz di fondo, molto suggestivo. Il basso arrotonda e irrobustisce un drumming essenziale e tutto sommato potente. La voce di James, che deve vedersela con parti vocali complesse, approfitta del noise creato dagli strumenti e si aiuta spesso con il reverbero, ma nel complesso se la cava più che bene. Le melodie malinconiche e pure un po' retrò dei loro pezzi, infine, creano insieme a tutto quello che vi ho descritto prima, un'atmosfera molto originale.

Polmont On My Mind, Go Square Go, Fuck You It's Over, S.A.D. Light, Please Come Back Home, Lonesome Swan, le (per me) bellissime Flowers And Football Tops e It's My Own Cheating Heart That Makes Me Cry, in pratica tutto il repertorio Glasvegas viene sviscerato in un'ora scarsa, bis compreso. Un pubblico stimato tra le 3 e le 400 presenze, diverse lì più per la curiosità, magari conoscendo solo il singolo, alla fine, grazie ai più fanatici, si rivela partecipe, e canta le belle melodie degli scozzesi a squarciagola, intenerendo James e i suoi, tanto che il leader, dopo essersi palesato prima del concerto al banchetto del merchandising, ringrazia più volte dal palco, si lancia in un ragionamento complesso durante il quale assicura che la pizza è più buona qui che in Scozia e che le donne italiane sono davvero più belle di Caroline, anche se poi le manda dei baci quasi scusandosi, si porta la mano al cuore continuamente. L'apoteosi all'ultimo pezzo, il tormentone Daddy's Gone, dove al secondo ritornello James si allontana dal microfono e fa tutto il pubblico, uouoooo compresi.

A mezzanotte e cinque è tutto finito. I Glasvegas ci hanno detto che dal vivo valgono quanto su disco. E non è poco. Se riusciranno a continuare a scrivere con questa ispirazione, ne sentiremo parlare per un bel po'. Intanto, sono sicuro che, almeno in Scozia, già qualche tifoseria ha adottato quantomeno il ritornello di Daddy's Gone per qualche coro. Le emozioni che riescono a generare le canzoni dei Glasvegas non sono circoscrivibili.


20090511

spot


I misteri della pubblicità (e qui attendiamo il parere esperto dell'amico Filo). Avete visto il nuovo spot TIM, che suppongo "seriale", con la band che viaggia verso "il pub" su un furgoncino Wolksvagen (quello che una volta contraddistingueva quelli un po' fuori dagli schemi)? Tre elementi, tutti e tre truccati (sobriamente, ma truccati), e ognuno che richiama un modello di uomo. Il leader della band è il (vago) sosia di Scamarcio (nella foto, il primo da sinistra). Il ragazzo vagamente di colore (nella foto, il primo da destra) è una via di mezzo tra Ben Harper (quello da classifica) e Lenny Kravitz, con una spruzzata di Cesaroni. Quello che guida il furgoncino (nella foto, al centro) ricorda sommariamente Alex Del Piero, eyeliner compreso.


Inguardabile.

Vasco e Bologna


La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco - di Enrico Brizzi


Analisi/racconto socio-politico-cultural-calcistico-universitario-musicale di Bologna dal 1974 al 2008, a cura di un ex giovane scrittore nato e cresciuto lì. Boy Scout del Bologna 16, tifoso del Bologna, fan di Vasco Rossi ma appassionato perfino dei Bad Brains (passione che, lo scopriamo leggendo questo breve libro, condivise con il nipote di Romano Prodi, il suo amico Andrea) e di tutta la musica indie, Enrico Brizzi, autore ormai di una corposa bibliografia, scrittore di un debutto folgorante nel 1994 (Jack Frusciante è uscito del gruppo) e di altri buoni libri (alcuni di più, altri meno), scrive questo omaggio alla sua città con il cuore in mano, ma non solo.

Intrecciando, appunto, l'amore per Bologna alla sua crescita come scrittore e come persona, alla sua ammirazione per uno dei personaggi più famosi che sia uscito dalle sue cantine (Vasco, anche se in verità lui è di Zocca, ma è a Bologna che visse negli anni precedenti al suo successo), alla storia relativamente recente e tribolata, ma ricca anche di soddisfazioni, del Bologna Football Club, alla disfatta della sinistra e alle trasformazioni dell'ex Partito Comunista Italiano, e a tutta una serie di spiegazioni sulle cose di Bologna, Brizzi dà alle stampe una lettura veloce, scorrevole ma molto interessante dal punto di vista sociologico.

Curiosa la parte "personale", dove rivela molte cose di lui e della sua carriera, cose che chi apprezza i suoi libri ma non si interessa al gossip ignora, tra l'altro anche amicizie e frequentazioni che probabilmente molti altri nasconderebbero, per paura di essere additati come "raccomandati", segnale, almeno per chi vi scrive, del fatto che Brizzi non ha niente da nascondere. Molto condivisibile, almeno per uno (sempre chi vi scrive, perdonatemi) che si ritiene di sinistra, l'analisi, seppur diluita nell'arco del racconto, sul "suicidio del Partito". Bello il "viaggio" nel movimento culturale bolognese ai tempi di Andrea Pazienza.


Una lettura veloce, ma che non si dimentica velocemente.

rock opera? why not!


21st Century Breakdown - Green Day


Sono tornati. E sono qui per restare, come si dice. Ho avuto come la vaga impressione che un manipolo di cosiddetti addetti ai lavori li aspettasse al varco, e mentre ascoltava le prime due note che somigliavano ad un'altra loro canzone, erano già pronti a sparar loro merda addosso. Tra l'altro, solo il recensore di Rumore ha avuto il coraggio di dire che l'ascolto riservato, appunto, agli addetti ai lavori prevedeva 8 pezzi su 18. Ma veniamo al dunque.

Com'è questo nuovo disco dei Green Day? E' bello. E' un capolavoro? No. E' fortemente innovativo? No, molti pezzi ricordano vari loro pezzi dagli inizi fino ad American Idiot, però ci sono diversi elementi che rompono lo schema al quale ci avevano abituati. Leggermente, in maniera sottile. Ci sono pezzi belli? Cazzo, si, ci puoi scommettere! Si ascolta con piacere? Ma certo! E allora che cazzo rompono i coglioni questi che lo stroncano? Ma che diavolo ne so!

Non dovrei basarmici, ma la cosa mi sconvolge, perchè realmente non capisco dove sta l'obiettività di persone che sono pure pagate per scrivere e recensire dischi.

Si blatera del fatto che ci sia il pianoforte, che assomiglino ai Beatles, che Billie Joe faccia gli assoli, che cantare di rivoluzione ora che c'è Obama non vale più. Siamo alla follia.

Ascolto il disco e analizzo il tutto. Last Night On Earth sembra di Barry Manilow. Sfido chiunque a dire che non è una bella canzone. Su !Viva La Gloria! ci sono gli archi, e ci stanno benissimo. Peacemaker potrebbe essere un omaggio a Manu Chao e tutta la patchanka, alla musica balcanica in generale. La strofa di East Jesus Nowhere sembra un classico pezzo di Marilyn Manson (un altro che rimane un provocatore e, come i GD, un artista "contro"), anche se poi torna sullo standard GD. Gli assoli di BJ saranno due-tre, e non mi ricordo gente che si sognava di criticare un certo Kurt Cobain perchè faceva degli assoli elementari (nel senso che sembravano suonati da un bambino delle elementari), ripetendo le note del riff portante della canzone; aggiungo solo che Billie Joe mi dà l'impressione di non volersi suicidare per il troppo successo.

E' un male tutto ciò? Non mi pare proprio. E, ripeto, il disco è tutto da godere.

Un paio di ultime cose. 21 Guns, posta quasi in chiusura, è una canzone che ha un'epicità che fatico a ricordare in questi ultimi anni. Il ritornello fa venire la pelle d'oca sul serio.

Infine, c'è che ha parlato di rock opera quasi in senso dispregiativo. L'evoluzione dei GD era evidentemente questa, per il semplice fatto che riescono a scrivere ritornelli (e, spessissimo, anche bridge) bellissimi, indimenticabili, a volte mozzafiato. Il loro tentativo di produrre concept album non dovrebbe far storcere la bocca solo perchè non suonano progressive rock. Tra l'altro, ne riparliamo tra qualche anno, quando a Broadway, qualcuno di buon senso farà di uno degli album dei GD, un musical indimenticabile.

Buon ascolto.

incredibile


Ieri sera prima dei Glasvegas hanno suonato gli Heike Has The Giggles, una band italiana che mi ha fatto un'ottima impressione, fatto abbastanza raro.

Questo il loro myspace, e una loro foto.

20090510

io e i Metallica - capitolo 12






Me lo ricordo perfettamente, come fosse adesso: nel momento esatto in cui misi piede dentro l'arena dove si svolse il Monsters Of Rock italiano del 1991, le casse dell'impianto suonavano Heaven Is A 4 Letter Word dei Bad English. Era il primo pomeriggio, e l'atmosfera era quella di una festa spensierata. Eravamo partiti in un buon numero dal paesello, cosa che sarebbe capitata di nuovo in seguito, soprattutto per i Metallica: ricordo un concerto a Torino al Delle Alpi (1993), per il quale partimmo con una decina di auto. Per un paesone come il nostro, un avvenimento epocale.


Torniamo sul pezzo. I ricordi sono lontani, confusi, ma qualcosa rimane. Aprono i Negazione, verso le 14 e qualcosa, sotto il solleone. Suonano 30 minuti. Ci sarebbe da aprire una parentesi ampia, ma vi rimando a qualcosa di già scritto in passato qui e qui. Probabilmente una buona parte dei presenti, stimati in alcune decine di migliaia, non capiscono. Ma i ragazzi da Torino spaccano. Mezz'ora senza tirare il fiato, un concentrato della loro carriera probabilmente davanti al pubblico più numeroso che abbiano mai avuto. Chi come me li conosce, li segue e li ama, si commuove e si esalta. Nei cortissimi 30 minuti che gli spettano, trovano il tempo di eseguire un pezzo non loro, per rendere omaggio e per dimostrare, se ancora ce n'era bisogno, che il movimento era solidarietà e rispetto: chiudono con Questi anni degli amici Kina (So ancora guardare in alto/e perdermi nel cielo/Mentre vibro assieme ad un torrente...e penso all'acciaio che ci stringe). Vederli su quel palco enorme, liberi di correre da un lato all'altro del palco, mettendo a frutto tutto quello che hanno acquistato con un'esperienza fatta di sudore e tour bus per modo di dire, ha un che di liberatorio. Sarà anche per questo che snobbo completamente i Black Crowes, che vengono dopo di loro. Ebbene si, così andò. La scarsa conoscenza (all'epoca) e l'intolleranza (musicale) che ancora mi portavo dietro, mi portò a cercare cibo e gabinetto nel tempo a loro concesso; ovviamente, per quel che sentii senza troppo guardare, fu un buon concerto il loro. Arrivarono dopo di loro i Queensryche, che avevo già visto, finalmente, dopo anni di apprezzamenti, l'inverno precedente al palasport fiorentino, e suonarono un buon set, ordinati e tecnici come sempre, solo con un genere che già allora stava segnando il passo, dopo anni di buoni dischi.

E quindi, arriva il momento atteso con il set dei Metallica. Senza indugiare, ecco la scaletta, grazie ad una cassetta avuta grazie al fan-club italiano: Intro, Enter Sandman, Creeping Death, Harvester Of Sorrow, Fade To Black, Sad But True, Master Of Puppets, Seek And Destroy, For Whom The Bell Tolls, One, Whiplash, Wherever I May Roam, Last Caress, Am I Evil, Battery. Quasi un greatest hits, che lasciò soddisfatti. I pezzi nuovi, ancora da rodare perfettamente, così come il resto, furono suonati con padronanza, addirittura rallentati (come ebbi a dire nella "puntata" precedente soprattutto a propositi di Sad But True). Scherzi e battute, Whiplash e parte di Seek And Destroy lasciata all'ugola grezza di Jason, tutto come da copione, un copione che ormai ce li faceva sentire (quasi) come noi. Il peggio, commercialmente parlando, doveva venire, durante la promozione del Black Album, più avanti. Ma di questo, ne riparleremo.

Chiudono la serata di festa, di una splendida giornata, i detentori dello scettro del blues elettrico, progenitori dello street rock and roll: gli australiani (per caso?) AC/DC, che ci deliziano con il loro repertorio di grandissime hits e i loro gonfiabili sul palco. Non riesco a togliermi dalla testa la scena del film live a loro dedicato, durante la quale Angus durante una pausa arriva di corsa dietro le quinte e immediatamente gli viene posta la maschera con l'ossigeno, ne respira un po' a pieni polmoni, e poi via, di nuovo sul palco a sgambettare e a creare riff.

Ancora una volta, c'era l'evento e noi eravamo presenti. Ho 25 anni, un lavoro fisso ben retribuito, una band, un programma radiofonico, una ex fidanzata dalla cui rottura sto cercando di riprendermi ancora dopo quasi due anni, e a volte mi chiedo come sarà tra vent'anni. Mi chiedo se correrò ancora dietro alla musica così come faccio adesso.

Attendiamo un tour completo, per quanto riguarda i Metallica, e vediamo cosa riusciranno a combinare nel prossimo futuro. Non bisognerà attendere molto.


continua

newspaper design


Sempre da D la Repubblica delle donne, nr. 644, breve intervista ad un personaggio notevole

Jacek Utko*, designer di giornali
di Nicola Bruno
Sembra un paradosso, "ma poco prima della loro scomparsa i quotidiani su carta raggiungeranno il massimo grado di perfezione. Penso che un buon progetto grafico possa aiutare i giornali in crisi ad attrarre lettori. Addirittura a raddoppiarli, come è successo in Polonia e altri Paesi dell'Est Europa".

Davvero il design riuscirà a salvare i quotidiani?

"Sì, e non è solo questione di look. È un vero cambiamento globale, in sintonia con le strategie editoriali. E il design è un potente catalizzatore per il cambiamento, in grado di garantire vendite migliori, come è successo con tutti i miei progetti.

I giornalisti come recepiscono le innovazioni?

"Grazie a dio ci sono sempre meno conflitti sul "numero di battute". Nei miei layout tendo a ridurre drasticamente la lunghezza dei testi (si legge il 7% di quanto pubblicato). Piuttosto spingo a scrivere meglio, aggiungere citazioni, box, info-grafica. Mi hanno odiato. Finché hanno visto i dati di vendita...".

E le prime pagine "a effetto"?

"Ho rotto con la tradizione dei layout predefiniti. Odio le tabelle grafiche per i contenuti. La prima pagina è la mia personale interpretazione della realtà, la mia dichiarazione artistica. Deve essere simile a un poster. I lettori vogliono essere sorpresi, soprattutto se le notizie sono rilevanti".

Come si progetta una copertina?

"Lavoro in team, ma in alcuni momenti chiudo la porta e disegno la prima da solo. Risulta più vera".

E le edizioni online delle maggiori testate?

"Sono tremendamente noiose. Non c'è spinta, né sperimentazione artistica, come invece su carta. I siti sono ogni giorno uguali. Il web-design ha ancora molti limiti. Abbiamo bisogno di strumenti che mettano in luce la temperatura delle notizie. Online non si trova nulla di tutto ciò, non ancora".

I quotidiani sono destinati a scomparire...

"Non so quando, ma certo moriranno. Non sono aggiornati, né facili da utilizzare. Penso a sostituti della carta, gli schermi touch, tipo Kindle Amazon per leggervi tutto".

Stessa sorte anche per le riviste?

"No, i grandi magazine con foto spettacolari, in grado di creare tensione intellettuale, avranno la possibilità di sopravvivere. La loro esperienza ed emozionalità non sono facilmente replicabili online".


*Architetto prestato all'editoria, Utko ha rivoluzionato molti quotidiani dell'Est con progetti radicali. Oltre ai premi internazionali, dopo i suoi interventi il vero riconoscimento è l'impennata di vendite. Ora è consulente per Bonnier (utko.com) e art director di Puls Biznesu, "World's Best Designed Newspaper".

20090509

influenza e messico


Dal nostro inviato in Messico, Massi.


Tutto tranquillo.

Da quando sono tornato (ieri) da San Josè, qui sembra tutto tornato alla normalità, pochissime mascherine. Diciamo il 10% e quasi tutti sono lavoratori in negozi o ristoranti. Per cui obbligati. Ristoranti aperti, e domani si gioca di nuovo allo stadio. Come dire allarme rientrato.

Se fossi in Europa con soldi e tempo partirei immediatamente perchè ora i voli non costano un cazzo e tutti i luoghi anche i più turistici come Playa Del Carmen si sono svuotati e i prezzi ovviamente sono al minimo.

pensieri


Noemi Letizia (tra l'altro, vista l'altra sera "braccata" da uno dei mastini - donne - di Santoro ad Annozero, molto più figa che nelle foto, e adesso che è maggiorenne si può dire) si "concede" nientemeno che al Times. Repubblica ne riporta alcuni spezzoni.

La prima riflessione che mi viene impellente è: Benedetto, e che cazzo, con 12.376 euro di reddito affitti un ristorante per festeggiare il 18esimo della figlia? Porca miseria, io per i miei 18 anni, con le ristrettezze che c'erano in famiglia (stavamo tutti risparmiando per comprare la casa), nonostante stessi facendo l'ultimo anno di superiori, il fine settimana lavoravo in pizzeria...e questo con 12.376 euro di reddito (che, per capirci, son proprio pochi) dà una festa con non so quanti invitati?
Comunque sia, io ho capito tutto. Silvio non è il padre né l'amante di Noemi. E' il padre di Benedetto Letizia, quindi Noemi è sua nipote. Ha avuto una storia da giovanissimo con una napoletana. Da tutto questo è nato Benedetto e, forse, anche Mariano Apicella. Pian piano scopriremo che Silvio è il padre del 75% degli italiani. Altrimenti perchè avrebbe tutto questo gradimento?


Io davvero non capisco mica. Del resto, in un paese dove il ministro degli Interni è Maroni, può accadere di tutto. Molti italiani, ovviamente, sono d'accordo con l'operato di Maroni. Il problema non è quello. Il problema è che questi italiani sostengono di non essere razzisti. Il primo ad essere razzista è ovviamente il premier, e si evince dalle dichiarazioni sul fatto, come da molte altre cosette tipo le battute sugli abbronzati. Un po' come quegli omofobi che dicono "eh ma a me i gay non danno mica noia". Uguali.

good news


Leggete questa. Mai mollare.

i poveri li inventiamo noi


Da D la Repubblica delle donne, nr. 644. Interessante punto di vista che contesta "il banchiere dei poveri" Mohamed Yunus, e altre cose.


I poveri? Li inventiamo noi
PROVOCAZIONE

Lo studioso iraniano Majid Rahnema attacca la Banca Mondiale, il microcredito. E la mentalità occidentale
di Alessandra Baduel
Fu un africano a farmi capire cosa non andava nelle nostre analisi. Ero in Mali per conto dell'Onu. Gli chiesi come faceva, nei giorni in cui non aveva da mangiare. Mi rispose con tre parole: "Vado dal vicino". Ecco, questo è qualcosa che il Primo mondo rende impossibile". E questo invece è uno dei problemi che pone l'iraniano Majid Rahnema, 85 anni e tante vite alle spalle: ministro dell'Università, della Ricerca e della Scienza (tra il 1967 e il 1971), poi al lavoro con i contadini di Alashtar, nel Lurestan iraniano, prima di girare il mondo per decenni, seguendo i programmi di sviluppo dell'Onu e dell'Unesco. "Lottiamo contro la povertà, o contro i poveri? Li definiamo così per aiutarli, o per sfruttarli meglio?". Le domande di Rahnema mettono in crisi molte ottime intenzioni. Svelano l'ambiguità di un modo di pensare che ci fa sentire più buoni, ma che forse ha un lato meno nobile, dove è di nuovo il Primo mondo a guadagnare - anche con le vite degli altri. Per spiegarsi, fa l'esempio di Mohamed Yunus, l'uomo che ha inventato il microcredito. Soprannominato "il banchiere dei poveri", premiato con il Nobel per la pace, secondo lo studioso iraniano è un perfetto esempio di quell'ambiguità. "L'idea iniziale è buona. In più i poveri sono affidabili: onorano sempre i loro debiti. Ma a ben vedere, si tratta solo di un'ottima operazione bancaria. Perché il microcredito prevede dei tassi d'interesse. E non mi risulta che qualcuno abbia mai contestato a Yunus il fatto che i suoi tassi sono fra il 30 e il 35 per cento. Ha anche fatto un patto con delle compagnie telefoniche, creando un meccanismo terribile: chi ottiene un prestito da lui, se compra un cellulare non paga più gli interessi. Ma intanto s'indebita con le compagnie. Per fortuna l'opposizione di Vandana Shiva gli ha impedito il patto analogo che voleva fare con la Monsanto, produttrice di semi Ogm". È dunque l'economia che crea la miseria? "L'attuale sistema emargina milioni di persone bollandole come povere. Secondo la Banca mondiale, sulla terra ne esistono quattro miliardi. Due milioni e 800 mila sono in povertà "relativa", cioè commisurata al nostro benessere: due dollari al giorno. Un milione e 200 mila vivono con meno di un dollaro al giorno. La chiamiamo povertà "assoluta". Ma sono definizioni e cifre che abbiamo creato noi". Secondo lo studioso iraniano, la scelta delle parole è importante. Molto importante. "In passato, "fare economia" significava gestire al meglio le spese di casa, o di un'attività. Oggi invece l'economia pensa solo a se stessa. E le campagne di "aiuto a chi ha bisogno" sono in realtà campagne contro quelle persone. È tutto calcolato, in modo che i poveri continuino a prendersi solo i nostri avanzi". Pensiero politico, quello di Rahnema? "Lo ammetto senza fatica: ragiono da socialista, da marxista, definiamolo come vogliamo questo pensiero, ma di questo si tratta". Ma ragiona anche da uomo con una cultura religiosa. "Non credo che Dio esista, e intendo il Dio dei poveri, che è diverso dagli altri Dei. Il poeta persiano Rumi (mistico sufi, ndr) raccontò una storia: un pastore sta accudendo il suo montone e intanto parla con Dio. "Tu pensi a tutti", dice, "e nessuno pensa a te. Vorrei tanto farlo io. Pulirti, accudirti, come faccio con il mio montone". Ecco, noi dobbiamo imparare a usare il linguaggio del pastore". Anche a questo ha pensato Rahnema, scrivendo Quando la povertà diventa miseria (Einaudi, 2005). "Miseria è l'impossibilità di avere beni di cui senti la necessità. Mentre in ogni lingua ci sono molte parole per dire "povero", in persiano per esempio sono addirittura ottanta. E ognuna corrisponde a qualcosa di differente". Lui divide più semplicemente la povertà in tre tipi. Quella volontaria dei profeti, quella "conviviale" di chi conduce un'esistenza semplice e dignitosa e quella moderna, creata dalla rivoluzione industriale. "È da allora che esiste un'economia interessata soltanto alle proprie necessità, che inventa dei "bisogni" fini a se stessi. È la società di mercato che ha creato condizioni tali da impedire alle persone di essere povere alla maniera tradizionale, togliendo loro potenza. Ed è questo che ha distrutto la povertà conviviale. Chi pensava, soltanto quindici o vent'anni fa, che tutti dovessero possedere un telefono cellulare? Ora, chi non lo ha sa che deve considerarsi un miserabile. E si parla dei poveri come se fossero dei parassiti. Nella storia degli esseri umani non c'erano mai state così tante persone messe ai margini dalla società". Ritorna l'uomo di cultura, questa volta con un ricordo filosofico: "Se si riesce a vivere secondo la propria potenza, allora ognuno "è" Dio, come dice Spinoza. Il povero deve poter essere fino in fondo se stesso, mentre noi dobbiamo scoprire la ricchezza di ogni individuo, invece di imporre una misura che è di pochi". Come Rahnema stesso spiega nellle pagine del suo ultimo libro, La puissance des pauvres (Actes Sud, 2008), quello stesso potere risiede nella possibilità di agire. Ma parlare di povertà "relativa" fino a non molto tempo fa era un gesto coraggioso: significava far accettare ai governi che se tutti hanno un bene anche non essenziale e qualcuno no, quella persona va aiutata. Ottima intenzione. Lo studioso però la contesta: "Il problema del mondo è che esiste un pugno di persone con molti soldi e che sono interessate soltanto a quelli. Per i poveri il punto centrale non è il denaro. Lo è diventato quando sono stati tolti a forza dal loro contesto". Come cambiare, allora? "Se dai a tutti quattro dollari a testa al giorno, non ci saranno più i quattro miliardi di persone in povertà che calcola la Banca mondiale, ma non avremo risolto nulla. Invece dobbiamo chiederci cosa vogliono realmente quei quattro miliardi di persone". Non si cambia il mondo con i soldi, ma neppure con le rivoluzioni. "Tutti pensano che si debbano trovare soluzioni economiche, ecco perché anche le rivoluzioni, pur con le migliori intenzioni, non hanno funzionato. Sono le persone che devono cambiare, dal basso. Gandhi diceva che il modo migliore di aiutare i poveri sta nel saltare giù dalle loro spalle. E propose la reintroduzione della filatura e della tessitura a mano nei villaggi, perché si potesse lavorare in maniera tradizionale e al tempo stesso fruttuosa. Bisognerebbe fare proprio questo. I poveri sono stati sradicati dalla loro cultura, deprivati delle loro conoscenze. Va restituita loro la possibilità di fare lavori tradizionali, produrre per se stessi". Dall'alto, non si può fare quasi nulla: è questo il concetto che Rahnema imparò da ministro e che guida il suo ragionamento anche oggi. "Obama è un altro buon esempio. Se fossi stato americano, avrei senz'altro votato per lui. Ma credo che non possa fare molto: a quei livelli, quando entri in carica i giochi sono già fatti. La cosa più importante di Obama sono le persone che lo hanno eletto, una per una. Perché con il loro voto hanno manifestato la voglia di cambiare".

20090508

jap doom


Houses Of The Unholy - Church Of Misery


Questa poi. Una band di doom metal che viene da Tokio. Si proprio dal Giappone. Dopo i grandi Los Natas, dall'Argentina, ecco i Church Of Misery dal Giappone. Per di più, questo Houses Of The Unholy (carino il gioco di parole con il titolo del quasi omonimo disco dei Led Zeppelin) è il loro quarto full lenght.

Non è propriamente doom il loro genere, anche se in pratica sembra di sentire i Black Sabbath aggiornati e mischiati con i Down. I riff sono quelli, l'uso della chitarra è spesso praticamente identico a quello di un Toni Iommi old style. Il sound è molto potente, i pezzi sono lunghi e, ad un amante dello stoner come me, piacciono. Il cantato è, come detto, piuttosto simile a quello di Phil Anselmo, e il risultato è un dischetto che spacca.

unbelievable 2 la vendetta


Non ci volevo credere. E invece, l'hanno detto davvero. Posti riservati ai milanesi sui mezzi pubblici. Lo chiede la Lega.
In pratica, la politica in Italia, oggi, è questa: chi la spara più grossa.

Qui l'articolo del Corriere.

unbelievable


Mentre ascolto allibito Ghedini (l'avvocato di Silvio, nonchè coordinatore regionale veneto di Forza Italia) da Santoro, e la trasmissione mi conferma che Concita De Gregorio è l'unica che riesce a conservare un certo equilibrio, sbircio i giornali on-line. E cosa vedo? Una spiegazione, una specie di "viaggio", dentro alla testa di un elettore di Berlusconi. E' Don Luigi Maria Verzé che parla al Corriere:

«Io lo so, Silvio è pronto al perdono perché fa parte della sua istintiva bontà». Perdono? Ma la faccenda delle veline, e Noemi, e «papi»? Don Verzé non si scompone: «Vede, io vivo in mezzo alla gente. E la gente capisce molto più Berlusconi che non la moglie. La gente sta tutta con lui. È una donna intransigente, Veronica. Ma c'è una grande esagerazione, intorno a Silvio, naturalmente motivata perché lui tende ad essere un espansivo, anche se meno di quanto si immagini. È un istintivo, gli piace darsi senza equivoci. Un giorno gli feci una piccola raccomandazione e lui mi rassicurò: "Stai tranquillo, c'è molta chiacchiera". Io gli credo: non poteva tradirmi più di tanto». Così la faccenda di Noemi, ne è sicuro, «è tutta una montatura, anche lei poverina è vittima del chiacchiericcio».

Incredibile. Eppure, è vero. Il mito di Silvio pare auto-alimentarsi. Nonostante le stronzate colossali che Berlusconi sforna a getto continuo, vedi l'ennesima gaffe sulla Finlandia, sparata quando non c'entrava assolutamente niente (vedi qui, ancora dal Corriere), il suo essere fortissimamente convinto di essere il numero uno (La questione della separazione? «L'ho gestita con una certa classe». Classe? Ma leggete anche il resto, che è spassoso), convince anche gli elettori: «Martedì mi davano al 75% di popolarità, gli ultimi di mercoledì sono al 77%, due punti in più. A Porta a Porta ho cominciato con il 15% di share e in dieci minuti ho portato la trasmissione al 43%. Con me ha fatto il record».


Come diceva quel film di Almodòvar? Che ho fatto io per meritarmi questo....

20090507

nella città degli uomini...


Cidade dos Homens - di Regina Casé, Fernando Meirelles, Kátia Lund, Paulo Morelli, Paulo Lins, Philippe Barcinski 2002-2005


Giudizio sintetico: imperdibile



Luis Claudío e Uólace sono normali ragazzi brasiliani. Gli piacciono la musica hip-hop, le ragazze, il cibo d'asporto, le scarpe da ginnastica, il surf, perfino la scuola, ogni tanto. Quasi nessuno li conosce con i loro veri nomi: per tutti sono Acerola e Laranjinha. Hanno una particolarità, che li accomuna a diverse centinaia di migliaia di persone: vivono in una favela di Rio de Janeiro, dove le disponibilità economiche sono vicine allo zero, i padri sono inesistenti e la legge viene fatta rispettare dal boss, Madrugadao (cugino di Laranjinha), il cui "esercito" non esita a sparare in testa a chi sgarra. Questa realtà ambientale però, non li rende diversi. Come tutti, Laranjinha il playboy e Acerola il sorridente, sognano una vita migliore, soldi e tante donne, magari lavorando poco. La loro adolescenza non è esattamente delle più facili.


Un'idea: la vita delle persone nelle favelas. Un film: Cidade de Deus (in Italia uscito come City Of God, e ancora oggi ci chiediamo il perchè di questa traduzione), tratto dal libro omonimo di Paulo Lins. Un grande successo, non solo in Brasile. L'idea di fare una serie televisiva con una sorta di spin off, basato sulle vite di due personaggi del film di cui sopra, pare esca dal gruppo formato da Fernando Meirelles e Kátia Lund (i due registi di City Of God), aiutati da Braulio Mantovani (sceneggiatore brasiliano molto esperto, ha lavorato sia a City Of God, sia a Tropa de Elite) e Rosa Amanda Strausz; i due registi dirigono un episodio speciale (Palace II) della serie Brava Gente, altra serie brasiliana, e inseriscono Acerola e Laranjinha nelle avventure della famiglia Messinari. Ecco quindi lo spin off: nasce la serie Cidade dos Homens (che, manco a farlo apposta, da noi viene presentata come City Of Men). Come in una sorta di spirale, dalla serie poi esce anche un film, dal titolo Cidade dos Homens, del quale parleremo fra qualche tempo.

La serie va in onda su Rede Globo tra il 2002 e il 2005, e poi "conquista" il mondo. Episodi da 30 minuti circa, 4 serie, la prima di 4 episodi, le altre 3 di 5 episodi (totale: 19 episodi). Linguaggio della strada, personaggi simpaticissimi nonostante l'ambiente, alcuni spietati, regia nervosa (i registi si alternano, in tutto sono sei, li trovate in alto, accanto al titolo), camera spesso a mano, montaggio serratissimo, fotografia virata su colori opachi, voci off dei due protagonisti (e non solo), inserti sovrascritti, notizie statistiche per dare un'idea di che cosa si sta parlando, split screen, addirittura i protagonisti trasformati in cartoni animati. Situazioni tragiche, comiche, grottesche, spassose, tutte risolte nel giro di mezz'ora. Le vite dei due protagonisti che cambiano poco a poco.


Questa serie è addirittura educativa. Dico sul serio: dovrebbero vederla tutti. Geniale fin dalla sigla, una specie di mondo sul quale sono costruite le case senza intonaco della favela, che gira, e i due protagonisti che fanno finta di correre, rimanendo sul posto, dando l'impressione ottica di girare; sui titoli di coda, accade che i due corrono al contrario. La cosa bella è che le condizioni di vita della favela vengono affrontate senza essere affrontate: esistono, sono così, ed è normale. Ci si adatta, punto. Ma le persone sono identiche a tutte le altre nel mondo: la vita, i sogni, le speranze, le aspirazioni, le delusioni. Non c'è pietismo, ci sono solo storie commoventi, divertenti, strane ma probabilmente reali, soluzioni ingegnose, persone sveglie con sentimenti veri come la felicità, la paura, il rimorso, la voglia di vivere. C'è una citta sterminata sullo sfondo, dove andare da un capo all'altro è un viaggio interminabile; c'è una favela tutta in salita, con le sue regole, e il suo indubbio fascino. Ci sono personaggi fantastici (le sceneggiature sono frutto di un gruppo nutrito di sceneggiatori, che hanno lavorato alla grande), e non parlo solo della faccia da schiaffi di Laranjinha, o di quella impossibile da prendere in antipatia di Acerola. Espeto, Madrugadao, Poderosa, e tutta una serie sterminata di uomini e donne che vengono caratterizzati anche con 30 secondi di apparizione. In Italia è andata in onda su Cult, purtroppo doppiata, e il dvd si trova con sottotitoli inglesi. Vi consiglio caldamente di vederla in portoghese/brasiliano, perchè la musicalità di questa lingua è bellissima e intrigante. Il doppiaggio italiano è assolutamente sconsigliato. Gli attori sono tutti straordinari, ferocemente naturali. Procuratevelo.


Nella foto, Darlan Cunha (Laranjinha) e Douglas Silva (Acerola) con il presidente brasiliano Lula!

playlist - nella chiavetta usb

A Camp - Colonia
And You Will Know Us By The Trail Of Dead - The Century Of Self
Bat For Lashes - Two Suns
Brendan Benson - Alternative To Love
Cheap Trick - Live At Budokan (The Complete Concert 1978)
Chickenfoot - Soap On A Roap (single)
Church Of Misery - Houses Of The Unholy
Diana Krall - Quiet Nights
Escape The Fate - This War Is Ours
Glasvegas - Omonimo 2008
Heaven And Hell - The Devil You Know
Idan Raichel - Ma'amakim
Isis - Wavering Radiant
James Blunt - Chasing Time The Bedlam Sessions
Katy Perry - One Of The Boys
Kid Rock - Rock N Roll Jesus
Kings Of Leon - Only By The Night
Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Lento - Earthen
Madeleine Peyroux - Bare Bones
Mastodon - Crack The Skye
Maximo Park - Quicken The Heart
Ministri - Tempi Bui
Neko Case - Middle Cyclone
Paramore - All We Know Is Falling
Paramore - Live In The UK
Paramore - Riot
PGR - Ultime notizie di cronaca
Rob Zombie - Zombie Live
Robbie Robertson - Omonimo 1987
Roberto Angelini - La vista concessa
Santogold - Omonimo 2008
Sia - Some People Have Real Problems
Sirenia - The 13th Floor
Snow Patrol - Eyes Open
Soap&Skin - Lovetune For Vacuum
Taking Back Sunday - Louder Now
The Almost - No Gift To Bring EP
The Almost - Southern Weather
The Answer - Everyday Demons
The Hellacopters - Cream Of The Crap Vol 1
Thursday - Common Existence
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Vinicio Capossela - Da solo
White Lies - To Lose My Life
Yeah Yeah Yeahs - It's Blitz!

rant


Rabbia - Una biografia orale di Buster Casey - di Chuck Palahniuk


Buster "Rant" Casey nasce a Middleton, una cittadina dove non c'è niente ed è in mezzo al nulla. Non c'è niente, ma in compenso ci sono molti cani ("Il cane da caccia sta a Middleton come la vacca sta alle strade di Calcutta o Nuova Delhi"). E' un bambino strano ma precoce, somigliante in modo impressionante a suo padre, nato da una madre giovanissima. Passa il tempo a infilare le braccia dentro le tane degli animali selvatici e a farsi mordere: un po' alla volta si rende immune, divenendo così portatore sano del Lyssavirus. Riesce a sconvolgere "l'intero tenore di vita della gente di Middleton" recuperando, insieme all'amico d'infanzia Bodie Carlyle, vecchie latte dimenticate nelle case, sapendo già che dentro vi avrebbero trovato vecchie monete d'oro e d'argento dal valore altissimo: "qui abbiamo avuto un'estate in cui un bastoncino di liquirizia ti costava cinque dollari d'oro". Ma Rant ha un disegno preciso per il futuro, e se ne va da Middleton. Diventa un "notturno" e un praticante del party crashing.


Ennesimo capitolo della bibliografia "malata" di uno degli autori più significativi, promettenti, geniali, innovativi, sfrontati, insani, della letteratura contemporanea. I fans si accapigliano sul punto in cui sia la "parabola" di Palahniuk, se questo o quel libro sia il migliore, se ormai sia alla frutta oppure ogni volta si superi, fatto sta che Chuck di certo non annoia mai.

Questa volta, come dice il sottotitolo nella traduzione italiana, si affida al racconto orale per trarne una biografia; una biografia di un personaggio che sembra solo un folle, e che invece pian piano prende forma in tutta la sua lucidità (comunque folle), fino al disvelarsi del piano (o contro-piano) finale. Lo sfondo è una società "evoluta" (o involuta) nel futuro (molto) prossimo, divisa tra abitanti del giorno e della notte (appunto, diurni e notturni), tenuti separati tra di loro per legge da un coprifuoco, dove le persone non guardano più la televisione o il cinema ma si "incanalano" dei "picchi" tramite una "porta" posta sul retro del collo (cambiano leggermente le modalità ma il richiamo a Strange Days è palese), e i notturni si divertono facendo party crashing, un "gioco sociale" dove ci sono regole ben precise, serate a tema, addobbi delle auto, ma sostanzialmente ci si tampona per il gusto di "socializzare" (e quando leggerete le spiegazioni non potrete non pensare a Crash di J.G. Ballard, mixato con il Fight Club). Condisce il tutto la legge TI-VEDO. E siamo all'attualità, quindi (teniamo conto che il libro è uscito nel 2007).


Il libro scorre inizialmente lento, con qualche difficoltà, vista la forma: brevi dichiarazioni di conoscenti, amanti, genitori, amici, nemici, autorità locali, che hanno conosciuto (ma anche no) Rant, ne hanno sentito parlare; Palahniuk non spiega niente, né di lui, né della struttura della società che fa da sfondo al racconto, per cui le cose ci mettono un po' ad andare a posto. Man mano che si va avanti, la difficoltà lascia il posto allo stupore, dopo di che all'illuminazione, fino all'esaltazione e al coinvolgimento, alla scoperta, fino alle supposizioni che il lettore non riesce a non fare mentre si avvicina alla fine. Una sorta di libro interattivo. Un'esperienza anche sensoriale. Magari non sarà il miglior libro di Palahniuk, ma di certo non viene voglia di chiuderlo leggendolo, ed è sicuro che lo scrittore non scrive per timbrare il cartellino.

Palahniuk è un folle, ma è un folle con un'immaginazione perversa, adulta ma che gioca con lei come giocherebbe un bambino se conoscesse tutto. E che ha capito che per ribellarsi ad una società che sta riducendo gli spazi di democrazia, l'unica via è prendersene gioco, immaginandosene una ancora peggiore.

20090506

scaldano il cuore?


Quicken The Heart - Maximo Park


Il terzo disco dei Maximo Park, che ci piacciono già per come hanno scelto il nome (Il quintetto si forma [...] mutuando il loro nome dal Maximo Gomez Park, un luogo d'incontro dei rivoluzionari cubani, all'Havana. Fonte Wikipedia), un po' come i loro precedenti abbisogna di diversi ascolti prima di "entrare in circolo". Il songwriting è uno dei loro punti di forza, ma anche se in passato hanno saputo scrivere anche singoloni mozzafiato (Books From Boxes dal loro secondo Our Earthly Pleasures, secondo me, era un piccolo capolavoro), i loro pezzi hanno quel non so che di lieve e intenso al tempo stesso, ed è difficile che ti stendano al primo ascolto.

Musicalmente, se li conoscete, non sono cambiati molto: continuano ad affondare le loro radici nel classico brit-sound proveniente direttamente dagli anni '80 del post punk e della new wave, ricordando spesso anche i primi R.E.M. I testi non sono mai stupidi, e tutto ciò, unito ad un discreto low profile, rendono la band poco visibile, ma non per questo meno valida.

Belle Wraithlike, A Cloud Of Mystery, Calm, Let's Get Clinical, una marcia in più per In Another World (You'd Have Found Yourself By Now), dal ritornello irresistibile.

Portogallo mag 09

Lisboa
sto facendo le ferie natalizie con un pò di ritardo.
comunque, nel più assoluto relax, mi preparo per andare a lisbona.
non vedo l'ora di essere in portogallo. dove non sono mai stato prima.
intanto mi ripasso un pò di portoghese...

divorzio all'italiana


Seguo con interesse la vicenda. Non ho visto Porta a Porta (non avrei retto, lo ammetto), ho dato però un'occhiata a Ballarò, io sono di parte, ma mi è parso che Bondi e Rossella fossero patetici nella loro difesa di Silvio e, di conseguenza, nel tentativo di mettere in ridicolo la (seconda) moglie in attesa di divorzio; ho apprezzato (come spesso mi accade) Concita De Gregorio, che mi è parsa molto lucida. Tra l'altro, più guardo Bondi, più mi chiedo come abbia fatto ad essere comunista in passato...al massimo poteva fare il chierichetto...meglio il prete però.

Ad ogni modo, leggendo i due articoli (piuttosto speculari, per non dire peggio) di stamattina su Corriere e Repubblica (diavolo, se potesse Silvio brucerebbe la sede...certo che sono proprio cattivi, basta leggere quest'altro articolo...), trovo patetico anche il tentativo di Silvio di addossare la colpa di una crisi coniugale che ormai va avanti da anni alla sinistra (ma perchè, esiste la sinistra in Italia?).

Questo fatto, mi pone un ulteriore dubbio: se i consensi di Silvio aumentassero, sarebbe evidente che io sono ormai totalmente scollegato dagli umori del Paese. Quindi dovrei dimettermi da italiano? Ah già ma tanto in Italia non si dimette mai nessuno...

20090505

intrigo a Washington


State Of Play - di Kevin Macdonald 2009


Giudizio sintetico: si può vedere


Cal McAffrey è un esperto reporter del Washington Globe: rude, tenebroso, affascinante, ordinato nel suo disordine totale, buon bevitore (origini irlandesi), generoso, amico di tutti nonostante il carattere non proprio malleabile. Diffidente verso il "nuovo giornalismo", quello dei blog, nonostante la sua iniziale ritrosia verso la giovane collega Della Frye, titolare, appunto, del blog del suo stesso giornale, si ritrova a lavorarci fianco a fianco. Mentre Cal sta lavorando su un omicidio e un ferimento grave, storia apparentemente incongruente, per l'estrazione diversa dei due ragazzi ai quali evidentemente ha sparato un professionista, ecco che muore una giovane e bella collaboratrice dell'amico e compagno di scuola, il membro del congresso Stephen Collins; Collins presiede un comitato che sta indagando su una società che fa affari sia negli USA che all'estero nel campo delle comunicazioni, vincendo spesso appalti pubblici. Le udienze vanno in diretta televisiva, e quando l'onorevole apprende la notizia, tutti notano che è visibilmente scioccato. Partono le illazioni, e Cal, legato a doppio filo a Collins e alla di lui moglie Anne, viene suo malgrado coinvolto.


Trasposizione cinematografica della mini-serie tv inglese omonima, creata da Paul Abbott, il film è diretto da Kevin Macdonald, che abbiamo apprezzato per L'ultimo re di Scozia, e si rivela un lavoro molto classico nel senso migliore del termine: intreccio complesso ma comprensibile, tensione alta senza cali, personaggi interessanti (anche se potevano essere sviluppati meglio, e questo è uno dei pochi difetti), ottimo senso etico e corretta denuncia politico-sociale, tema sempreverde (la stampa e la politica, bellezza) ma aggiornato ai tempi del web, tecnica all'altezza, recitazione buona.

Fotografia che vira spesso sui toni scuri, per assecondare il tono da thriller, ottimi primi piani, campi lunghi e aerei che fanno respirare, addirittura camera a mano in diverse scene di interno, per far salire la tensione. Buon ritmo, riferimenti classici (Tutti gli uomini del Presidente), il film ha avuto una storia travagliata: i personaggi principali dovevano essere Brad Pitt (McAffrey) e Edward Norton (Collins), la regia è stata offerta praticamente a chiunque (De Palma, Linklater, Lee, Jarmusch, eccetera). Nonostante tutto, il film è davvero godibile.

Come detto, forse una pecca è quella dei molti personaggi di contorno a quello principale (McAffrey), che non sono ben approfonditi, colpa forse della trama troppo intrecciata, o del numero, appunto, di personaggi "secondari" e non: salta agli occhi ad esempio, che il profilo psicologico dei Collins è tagliato con l'accetta. E' pure probabile che il passaggio da una mini-serie di sei ore complessive, alle due pur abbondanti del film, ha costretto a tagli che indeboliscono giocoforza qualcosa: sono rimasti troppi personaggi, e non si ha il tempo di delinearli come si deve.

Buona la prova di Crowe (McAffrey), controllata (acconciatura inguardabile però), Affleck (Collins) non pervenuto, Wright (ex) Penn (Anne Collins) a filo di gas, bravina e caruccia Rachel McAdams (Della Frye), sempre grande anche con minutaggio ridotto Helen Mirren (Cameron Lynne, la direttrice del giornale), molto bravo Jason Bateman nei panni di un P.R. faccendiere (Dominic Foy).


Spoiler finale.

Un plauso agli sceneggiatori: finalmente un buon film dove i due caratteri principali non finiscono obbligatoriamente a letto insieme.

20090504

bonjour finesse


Stamattina non ho avuto tempo, ma mi premeva sottolineare questo stupendo passaggio dell'intervista di Silvio Berlusconi sul Corriere, a cura del direttore, Ferruccio De Bortoli:


De Bortoli: E le tre ragazze entrate effetti­vamente nelle liste delle candi­dature per le europee?


Berlusconi: «Lara Comi ha due lauree, ha coordi­nato i giovani del Pdl in Lom­bardia, è dirigente della Giochi Preziosi. Mai andata in tv. Licia Ronzulli è una manager della sanità di altissimo livello, è re­sponsabile delle professioni sa­nitarie e delle sale operatorie del Galeazzi; l’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli la stima molto, va due volte l’an­no in Bangladesh. Barbara Ma­tera è laureata in scienze politi­che, me l’ha consigliata Gianni Letta, è la fidanzata del figlio di un prefetto suo amico. Ecco, ha fatto una parte in Carabinie­ri 7 su Canale 5, ma mai la veli­na. Insomma, mi creda, è una montatura. Parliamo di tre ra­gazze in gamba su settantadue candidati. E che male c’è se so­no anche carine? Non possia­mo candidare tutte Rosy Bin­di... ».


Quando si dice rispetto...

inossidabili


The Devil You Know - Heaven And Hell


Per molti sarà ovvio, per altri no. Gli Heaven And Hell sono Ronnie James Dio alla voce, Vinny Appice alla batteria, Geezer Butler al basso e Tony Iommi alla chitarra. In pratica, i Black Sabbath Mark II (la seconda line up della loro storia), ai tempi, appunto, del disco Heaven And Hell (oltre che del live Live Evil e dell'altro disco in studio Mob Rules; la stessa formazione si riunì nel 1992 per dare alla luce anche Dehumanizer).

Il sound è lo stesso, se possibile modernizzato (nella potenza delle chitarre), e, seppur nel disco non ci siano potenziali classici come ai tempi d'oro (anche se Double The Pain è proprio un gran pezzo), il lavoro va apprezzato dal punto di vista tecnico. Bello e potente l'impatto, epiche le melodie, come si confà ai Sabbath versione Dio, se ascoltandolo vi viene improvvisamente da pensare "qui somigliano a...", fermatevi un momento e riflettete sul fatto che è proprio tutto il contrario. E' Tony Iommi che ha inventato il riff heavy metal, e non altrimenti.

heart attack and vine


Questione di cuore - di Francesca Archibugi 2009


Giudizio sintetico: si può vedere


Angelo e Alberto sono due persone diversissime. Alberto viene dal nord Italia, ma vive a Roma, stregato da amore ed odio per la capitale, fa lo sceneggiatore, vive con la fidanzata Carla, con la quale ha un rapporto conflittuale, tanto è vero che vive corteggiando continuamente altre donne, è una persona inquieta. Angelo è un romano verace, del Pigneto, carrozziere specializzato in auto d'epoca, un bell'uomo innamoratissimo della moglie, Rossana, anche lei bella seppure incinta per la terza volta, e della famiglia, la madre e i due figli Perla, adolescente irrequieta, e Airton, bambino sveglio, intelligente e curioso. I cuori di Angelo e Alberto, fino ad allora sconosciuti tra di loro, fanno le bizze pressappoco nello stesso momento: si ritrovano accanto di letto in terapia sub-intensiva. Pazienti 11 e 12. Nasce immediatamente un'amicizia travolgente e intensa, che ha uno stop dopo le dimissioni dei due, forse solo per la paura del fraintendimento da parte degli altri. Invece, i due uomini capiscono di non poter fare a meno l'uno dell'altro, destabilizzando leggermente la famiglia di Angelo e compromettendo il rapporto di Alberto con Carla.

Stranamente, Alberto a livello di salute si riprende benissimo, mentre al contrario il cuore di Angelo non ne vuol sapere di funzionare bene. Vista la vicinanza anche proprio fisica dei due, Angelo, che è un tipo che pensa molto al futuro, al contrario di Alberto, comincia a progettare un piano "risolutore"...


Francesca Archibugi è una valida regista, con un tocco delicato, come si vede dalla sua filmografia (ricordo sempre con piacere Verso sera, Il grande cocomero, L'albero delle pere), anche se l'ultima prova prima di questo Questione di cuore, Lezioni di volo, ci era apparsa leggermente appannata. Tratto dal libro di Umberto Contarello Una questione di cuore, ma scritto dalla stessa Archibugi con la collaborazione di Guido Iuculiano, nonostante Contarello sia un espertissimo sceneggiatore, il film è interessante, divertente e amaro al tempo stesso, ben recitato, anche se non esente da difetti.

Un paio, almeno, di grandi temi affrontati dalla Archibugi; molto ben sviluppato e risolto il tema dell'amicizia maschile. Un po' "buttato lì" e irrisolto il tema della "moralità" italiana, con l'improvviso arrivo "in scena" della Guardia di Finanza. Affrontato timidamente quello della solidarietà nell'ambiente cinematografico, come pure quello del melting pot, che si intravede nelle scene del Pigneto di notte. Assolutamente privo di originalità, infine, il tema portante della seconda parte del film: mi sono stupito che nessun recensore abbia fatto notare che il "piano" di Angelo è identico a quello del protagonista di Dopo il matrimonio di Susanne Bier, regista che, tra l'altro, ha fatto di questo tema la colonna portante delle sue storie cinematografiche. C'è da dire inoltre che qui le intenzioni di Angelo escono allo scoperto in maniera piuttosto evidente, al contrario di quelle di Jorgen, nel caso del film citato poc'anzi, della Bier.

Detto ciò, il film è comunque piuttosto godibile, ha un ritmo discreto, buone battute e bei momenti. Bella nonostante sia angosciante la partenza, con Alberto che si auto-diagnostica l'infarto e si ricovera "di forza", e le risate a crepapelle dei due protagonisti a letto insieme nella seconda parte. Antonio Albanese (Alberto) conferma la teoria per la quale quando è agli ordini di un regista che non sia lui stesso, al cinema fa faville, e, in un ideale sfida con l'altro protagonista, Kim Rossi Stuart (Angelo), stravince a mani basse, disegnando un personaggio quasi indimenticabile. Brava, ed è una conferma, Micaela Ramazzotti (Rossana), che aspettiamo di vedere in ruoli un po' diversificati da quelli visti e a lei affidati fino ad ora. Curiosamente come in Generazione 1000 euro, sugli schermi nello stesso periodo, troviamo Paolo Villaggio in un cameo e Francesca Inaudi (Carla) in un ruolo minore, ma non meno importante. Apparizioni per Stefania Sandrelli, Paolo Virzì, Paolo Sorrentino, Daniele Luchetti e Carlo Verdone (quest'ultimo che va oltre l'apparizione e regala un minuto sfiziosissimo) nei panni di loro stessi, in visita ad Alberto all'ospedale.

Non perfetto, non impeccabile, ma comunque apprezzabile.

20090503

nono comandamento


Non desiderare la donna d’altri – di Susanne Bier 2005


Giudizio sintetico: da vedere


Danimarca, Michael e’ nell’esercito e deve partire per l’Afghanistan. Ha una splendida moglie, Sarah, e due figlie adorabili, sta ultimando una bella casa. Le tensioni in famiglia vengono dagli altri: il giorno precedente alla sua partenza, il fratello minore Jannik esce di prigione (ha sparato ad una donna durante una rapina), i genitori stanno invecchiando e, soprattutto il padre, non riesce a mascherare il dispiacere per l’incapacita’ di Jannick a integrarsi e ‘’normalizzarsi’’, Jannick soffre la disparita’ di considerazione e si ribella continuamente adottando comportamenti fuori dagli schemi.

L’elicottero sul quale sta volando Michael, alcuni giorni dopo il suo arrivo in Afghanistan, viene abbattuto. Viene dato per morto, insieme agli altri che erano con lui. Jannick si avvicina molto a quel che rimane della famigliola, e a poco a poco riporta l’equilibrio, migliorando lui stesso come persona; si fa ben volere dalle bambine, finisce di sistemare la cucina in casa, instaura un rapporto complice con Sarah, rapporto casto escluso un bacio in un momento di difficolta’, sbandata subito rintuzzata da entrambi in maniera adulta.

Nel frattempo Michael non e’ morto, ma sta vivendo un inferno, viene tenuto prigioniero e, per sopravvivere, supera una prova che lo segnera’ a vita.

Viene liberato, e torna; oltre ai problemi psicologici che si porta dietro, inizia a sospettare una tresca tra Jannick e Sarah. L’equilibrio si spezza, forse per sempre.


Girato in una sorta di semi-Dogma (le luci), il film e’ molto intenso, drammatico ma realistico, e mette sul piatto temi e sentimenti fortissimi, affrontandoli nella maniera giusta. Del resto, la filmografia parla chiaro, basta leggere le trame dei suoi precedenti film (Open Hearts come regia, The One & Only come sceneggiatura): la famiglia o comunque le storie complesse all’interno di nuclei di persone legate da affetti, sono la sua ‘’specializzazione’’. Il ‘’tocco’’ e’ al tempo stesso delicato ma fermo, e la regista si destreggia egregiamente sia nell’ambiente familiare, sia, nell’ottimo montaggio parallelo, nell’ambiente di guerra.

L’angoscia che aleggia nel film e’ palpabile; la scena della tavolata per il compleanno della figlia piccola, con la bugia della figlia grande che fa calare il gelo sulla comitiva, ricorda ‘’Festen’’ al contrario. A proposito di altri film, e di altri stili, e’ divertente pensare che una trama cosi’, nelle mani di un qualsiasi regista americano, sarebbe diventata una farsa, o comunque un qualcosa di ridondante, sopra le righe. Invece, ecco lo stile nord europeo, che riesce a parlarci di sentimenti piu’ apertamente, che so, del cinema francese, e forse in maniera un po’ piu’ chiara.

Cast decisamente all’altezza, un belloccio grezzo (Nikolaj Lie Kaas, gia’ visto in ‘’Idioti’’ di Von Trier) nel ruolo di Jannik, un volto noto, Ulrich Thomsen (il gia’ citato ‘’Festen’’, ma anche ‘’Il mistero dell’acqua’’, ‘’Ricette d’amore’’, ‘’L’eredita’’’ e, prossimamente, ‘’Le Crociate’’ di Ridley Scott), una faccia un po’ poco adatta ad un soldato ma assolutamente convincente nei panni di una persona tormentata, e, nei panni di Sarah, la bellissima Connie Nielsen, danese ma curiosamente al primo film in patria. L’abbiamo vista, tra l’altro, ne ‘’L’avvocato del diavolo’’, ne ‘’Il gladiatore’’, e addirittura in ‘’Vacanze di Natale ‘91’’!


Insomma, e’ un bel film, non annoia, ha una trama complessa ma non complicata, parla di persone e di sentimenti.

Andatelo a vedere.

la notizia del giorno

E' inutile che ve la ripeto, è quella. E purtroppo lo ammetto, io per primo mi sono ritrovato a fare supposizioni sulle prossime mosse. Perchè ci saranno altre mosse, statene certi.

Dopo un lungo consulto con i sottosegretari Gianni Letta e Paolo Bonaiuti per decidere la strategia da seguire con i media, stamane intorno alle 11, il premier, insieme a suo fratello Paolo Berlusconi, è uscito da palazzo Grazioli in auto.

Il PD, ovviamente, parte col piede giusto (sono ironico):

Ma dall'opposizione si alzano giudizi opposti. "Il divorzio di Berlusconi è una questione politica", dice Mario Adinolfi, membro della direzione nazionale del Pd. "Il presidente del Consiglio è accusato dalla persona che lo conosce meglio di essere un uomo che non sta bene, che va con le minorenni, un imperatore che in realtà è un uomo di cartapesta agli occhi di chi gli è stato vicino per trent'anni". Adinolfi quindi conclude: "Mi auguro un'offensiva del Pd che chieda al paese già in occasione di queste europee di togliere fiducia a Berlusconi. E' un'occasione per il Pd".

Siamo veramente alla follia, mi pare.
Ad ogni modo, dico solo una cosa. Silvio non è il primo personaggio politico ad altissimo livello che divorzia mentre è "in carica". A Sarkozy è successo poco tempo fa. E se l'è cavata piuttosto bene...le conclusioni tiratele da soli...

20090502

strafigo

aver visto in diretta real madrid-barcellona. una partita epocale!

pre cari


Generazione 1000 euro - di Massimo Venier 2009


Giudizio sintetico: si può perdere


Milano, oggi. Matteo viene dalla provincia, è laureato ed è un genietto della matematica (tiene gratuitamente delle lezioni per conto del suo ex professore), ma è costretto a lavorare nel marketing di una società di telecomunicazioni da precario con 1000 euro al mese. Valentina, la sua fidanzata, è medico tirocinante, non si vedono mai a causa dei turni stressanti di lei e degli orari assurdi di lui, e la passione si affievolisce. Lei lo lascia. Nel frattempo, uno dei due co-inquilini di Matteo lascia la casa e il debito della sua parte di affitto e bollette. L'altro co-inquilino è Francesco, altro laureato che tira avanti facendo il proiezionista in un cinema poco frequentato, e cerca nonostante tutto di tirare su il morale di Matteo. Irrompono nella storia due donne. Angelica è una collega di Matteo, si conoscono sul tetto dell'edificio dove lavorano, l'unico posto dove si può fumare; con lei inizia a confidarsi, finchè Angelica si rivela ben più di una collega. L'altra è Beatrice, che si sostituisce al co-inquilino fuggito, anche lei laureata, anche lei precaria, ma fortemente idealista e di gran carattere: ama insegnare, vuol fare l'insegnante, e nemmeno la precarietà le farà cambiare idea.


Generazione 1000 euro è un po' un'occasione sprecata. Se i film "di riferimento", come si nota leggendo le critiche, sono Santa Maradona e Tutta la vita davanti, la sfida è persa. Più onirico e con un ritmo decisamente più serrato il primo, più concreto e decisamente migliore a livello di commedia amara il secondo. Venier, che ha tentato un paio di anni fa di svincolarsi dalla joint venture con Aldo, Giovanni e Giacomo (è il regista di quasi tutti i loro film), passando però ad una ulteriori coppia di comici che passavano al cinema (Mi fido di te con Ale & Franz), è un onesto mestierante che, più che aspirare alla vecchia e gloriosa commedia all'italiana, al massimo può ambire a, appunto, trasporre il cabaret al cinema. L'occasione sprecata è quindi quella del film sui precari che, alla fine, si rivela una commediola dove si fa qualche risata ma dove la deriva sentimentale, che prende il sopravvento nella seconda parte, fa decisamente perdere le speranze di poter assistere ad un film che, oltre a far sorridere, possa far riflettere un minimo.

Gli attori, adesso. Molto meglio le protagoniste femminili, senz'altro, prima di tutto. La Inaudi (Valentina), che mi era piaciuta moltissimo nel suo debutto qualche anno fa con Dopo mezzanotte, che si è "conservata" scegliendo buoni e piccoli film in seguito, salvo poi perdersi un po' con la fiction televisiva (Distretto di polizia, Tutti pazzi per amore), si vede poco, ma è sempre in gamba; convince, anche se di poco, più la Lodovini (Beatrice) della Crescentini (Angelica), anche se la seconda ha una bellezza più internazionale e meno mediterranea. Da notare che con altri registi hanno dimostrato di poter rendere meglio. I maschietti sono al limite della sufficienza. Mandelli (Francesco) ha bei tempi comici, ma quando si alzano i toni diventa grottesco: si veda la scena del litigio in casa. Tiberi pare bravino, ma in pratica conserva il carattere del suo personaggio nella serie Boris: vorremmo quindi vederlo all'opera con un personaggio differente, per giudicarlo meglio.

Cameo di Paolo Villaggio, che in pratica fa se stesso, ma, fateci caso, recita con un accento diverso dal suo, cosa che non riescono a fare gli "attor giovani" che compongono il cast.


Colonna sonora attuale e anche un po' ruffiana. Non tutto da buttare, ma c'è da lavorare parecchio.

figo

guardare in diretta real madrid-barcellona con la radiocronaca in spagnolo.

20090501

festa dei lavoratori?


E' sempre bene ripassare un po' la storia. Il metodo più veloce è sempre consultare Wikipedia: qui le origini della Festa del Primo Maggio. Certo che vedere sindacati che non sono la CGIL che festeggiano questa ricorrenza fa quasi accapponare la pelle. Sembrano diventati organi del governo, pronti ad accettare qualsiasi cosa proponga. La parola "prono" sembra descriverli in maniera perfetta.


Vorrei però parlare di ponti. L'Italia è piena di ponti, soprattutto stradali. I cosiddetti viadotti. Lo spunto me l'ha dato un amico, che in pratica diceva che invece del Ponte sullo Stretto di Messina bisognerebbe sistemare quelli che ci sono, e che quello che è successo a Piacenza è una cosa da "terzo mondo". E' vero. Voglio solo allargare il discorso, e riallacciarmi a quello che si dice sempre. Ne hanno parlato tutti, dopo il terremoto in Abruzzo. In Italia, siamo bravissimi "dopo". Ma prima, mica tanto. E allora, io ho una fissa. Non sono un esperto edile, ma quando vado in giro guardo sempre lo "stato" delle strutture, soprattutto quelle dei viadotti, del cemento in genere. Fateci caso anche voi. Per esperienza (altrui), so che quando si comincia ad intravedere la cosiddetta "armatura", il ferro che, appunto, "arma" il cemento, vuol dire che il cemento comincia ad essere usurato. Date un'occhiata in giro, quando viaggiate.


Ecco, è un po' quello che succede negli impianti industriali. Per le ristrutturazioni, non ci sono soldi nel budget. E allora si aspetta l'anno dopo. O che succeda qualcosa prima. Sta diventando un po' la filosofia attualmente in voga.


Oggi è la Festa dei Lavoratori. Ogni giorno muoiono 2-3 persone sul lavoro. Nessuno nega che a volte, diciamo spesso, è anche colpa dei lavoratori stessi. Io continuo a non crederci (di solito, se uno vuol morire si suicida), ma ammettiamo che esista anche questa possibilità. Ma il resto delle morti?


E allora. Ieri è crollato un ponte. Sul Po'. Il Po', si studia a scuola, è il fiume più lungo d'Italia. Negli ultimi anni tutti si lamentano perchè sta scomparendo, perchè è sempre in secca. Poi, piove tutto l'inverno e un bel giorno fa crollare un ponte. Gli ingegneri studiano per fare i conti, per costruire ponti che resistano a queste evenienze. Anche le evenienze tipo terremoti. Basta costruire le cose "a regola d'arte", si dice. Facciamolo.

il sole

finalmente dopo giorni di secchiate d'acqua di nuovo il sole. alto a splendere, a richiamare la vita. la primavera.
la nascita.
oggi il mio paese è chiuso. c'è la festa del patrono cittadino. bancherelle e animali, gorgonzola e salamelle. gli stand dei partiti per le imminenti elezioni sono veramente fuori luogo. le piazze piene di bambini che giocano con le vacche e gli asinelli, coi pony e con le capre, i conigli sono i più apprezzati per la morbidezza. purtroppo non ci sono i maiali. forse per paure messicane.
mio padre è partito per l'abruzzo, l'hanno chiamato per andare a dare una mano in un campo.
io tra qualche giorno partirò per il portogallo, qualche giorno di vacanza che non facevo da settembre. 
visiterò lisbona.