No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20081229

Argentina ago 08 - 49


Uno strappo alla regola della frugalità. Ristorante di buon livello nei pressi di Lagunas de Yala, siamo a mangiare la trota.

Argentina ago 08 - 48


Non mi ero neppure accorto che questa foto fosse stata scattata. Siamo nei pressi di León.

Argentina ago 08 - 47


Il mercato di Humahuaca. Prima tappa di ritorno da La Quiaca, dove lasciamo, ad una stazione di servizio, una signora che avevamo caricato per strada con la macchina in panne. La signora, con la famiglia, stava andando a La Quiaca per comprare regali a buon mercato per el día del niño; al confine si pagano meno tasse.

Argentina ago 08 - 46


Alpaca ipnotizzato da Juli.

Argentina ago 08 - 45


Di ritorno verso Salta, appena la nebbia del mattino si dirada.

Argentina ago 08 - 44


Classica foto col cartello di arrivo a La Quiaca, che rimarca quanto sia grande l'Argentina. Usuhaia (per approfondimenti, cercatevi i post etichettati Argentina nov 06), nella Terra del Fuoco, è "all'altro capo".

Argentina ago 08 - 43


Altro scorcio. L'auto a noleggio era una Chevrolet che però era una Opel Corsa. Stessa zuppa, altro continente.

Argentina ago 08 - 42


La Ruta Nacional 9 tra Abra Pampa e La Quiaca, verso la Bolivia. Paesaggi mozzafiato.

Argentina ago 08 - 41


Cactus sul Pucarà di Tilcara. Questo di Tilcara pare sia uno degli insediamenti Inca meglio conservati.

Argentina ago 08 - 40


Sempre da sinistra a destra: Jean, Juli, Annabelle, io. Erano tutti molto contenti della mia carbonara.

Argentina ago 08 - 39


All'hostel di Salta, da sinistra a destra l'amico francese Jean, Juli, io; dietro di me, sul "comodino", oltra al mio cellulare e a un rotolo di carta igienica, fa bella mostra di sè una scatola di Loperamide, ormai mio fedele compagno.

Argentina ago 08 - 38


Verso Purmamarca. Durante questa escursione, abbiamo spesso passato valichi intorno ai 4.000 metri slm. L'escursione l'abbiamo fatta su un Kangoo, con un chofer, un autista, simpatico ma molto, molto spericolato. Troppo sicuro di sè. Masticava in continuazione foglie di coca, ma non credo fosse per quello.

Argentina ago 08 - 37


Anche lì, come dappertutto, fa bella mostra la bandiera nazionale. Come si nota, c'era poco vento.

Argentina ago 08 - 36


Delle vasche che, confesso, non ho ben capito a cosa servano.

Argentina ago 08 - 35


Ancora lì, ben protetti dalla crema solare. Soprattutto il mio cabezón.

Argentina ago 08 - 34


Salinas Grandes de Jujuy.

Argentina ago 08 - 33


Un branco di Alpaca attraversa la mitica Ruta 40.

Argentina ago 08 - 32


Uno dei ponti più "arditi" per l'epoca della costruzione del percorso del Tren a las nubes, poco lontano da San Antonio de Los Cobres.

Argentina ago 08 - 31


Ancora questo villaggio minuscolo, che potrebbe essere Santa Rosa de Tastil, ma anche no.

Argentina ago 08 - 30


Recinto di capre in un villaggio sulla strada tra Salta e San Antonio de Los Cobres.

Argentina ago 08 - 29


Cronologicamente stiamo andando bene, ma le prime foto di questa escursione le ho messe prima. Siamo sulle tracce del Tren a las nubes.

Argentina ago 08 - 28


Uno degli "agglomerati" di questo tipo è chiamato "duomo". La notte, come già detto, abbiamo fatto questa esclusivissima escursione, esclusiva perchè interessa a pochi, infatti eravamo io, Juli e la guida, un ragazzo simpaticissimo che ci ha suonato il flauto andino nel silenzio della notte con l'eco della valle a farci venire i brividi, ci ha offerto due bottiglie di vino locale per un brindisi alla luna piena, ci ha raccontato un po' di sè come noi, del resto. Attendendo il sorgere della luna abbiamo fraternizzato anche con un amico guardiaparco, che ci ha spiegato come vive, come ha scelto quella vita, e altre amenità. Dopo l'escursione, Daniel, mi pare si chiamasse, ma non ne sono sicuro, ci ha portato nella vicina Villa Union, dove ci ha anche trovato una sistemazione per la notte.

Indimenticabile.

Argentina ago 08 - 27


Ancora a Talampaya, dove faremo anche l'escursione notturna di cui vi ho accennato qui.

Argentina ago 08 - 26


Parco Nazionale Talampaya, colonne alte oltre 100 metri quasi perfettamente cilindriche. Poco distante dalla Valle della Luna e dall'altro Parco.

Argentina ago 08 - 25


Al Parco Provinciale Ischigualasto. Indescrivibile. Polvere a pacchi, fossili a fiumi. Formazioni rocciose "scolpite" dagli elementi naturali durante milioni di anni. Nota come Valle della Luna.

Argentina ago 08 - 24


Ancora il rio San Juan, in un punto dove i colori dell'acqua rimangono separati.

Argentina ago 08 - 23


Una panoramica di cordigliera e pre-cordigliera, da cavallo.

Argentina ago 08 - 22


Qui, dopo il soggiorno di una notte all'osservatorio, siamo scesi a Barreal, e abbiamo fatto una cavalcata di due ore. Dopo la mia esperienza devastante in Colombia (vedi Holiday In Colombia su questo stesso blog, etichetta Colombia gen 06) ero titubante, ma alla fine è andata molto bene, grazie alla guida. Riconoscibilissimo, nella foto sono io di spalle.

Argentina ago 08 - 21


Noi e una parte del personale del complesso.

Argentina ago 08 - 20


Il sole cala inesorabilmente su un paesaggio reso quasi lunare dalla neve. Silenzio assordante tutto intorno.

Argentina ago 08 - 19


Il Complejo Astronómico El Leoncito (CASLEO). L'osservazione della notte, guidata da una simpaticissima impiegata del posto, non astronoma, seppur con un telescopio molto più piccolo, con un freddo bestiale, e possibile solo in extremis, visto che fino all'una di notte il cielo era completamente coperto, è stata un'esperienza mozzafiato. Vista la lontananza di fonti di luce artificiale, e quindi assenza di "inquinamento" di luce, guardando in alto senza telescopio, probabilmente per la prima volta in vita mia, ho potuto vedere la Via Lattea. Credevo fosse una nuvola.

the answer is blowin' in the wind 4


La terza parte è stata pubblicata domenica 14 dicembre 2008



Turbine all’orizzonte

Da quando è stata ribattezzata “l’isola dell’energia rinnovabile”, Samsø è diventata oggetto di numerosi studi. I ricercatori vengono anche da molto lontano (un fatto non proprio positivo dal punto di vista ambientale). Il giorno dopo il mio arrivo da New York, è arrivato anche un gruppo di professori dell’università giapponese di Toyama. Hermansen, che doveva portarli a fare un giro dell’isola, mi ha invitato ad accompagnarli. Siamo andati ad accoglierli con la sua Citroën elettrica, un’auto azzurra con delle nuvolette bianche dipinte sulle portiere. Era una giornata piovosa, e quando siamo arrivati al molo il mare era agitato. Hermansen ha espresso tutta la sua comprensione ai giapponesi appena scesi dal traghetto, poi siamo saliti su un autobus.
La prima fermata è stata una collina da cui si ha una vista panoramica dell’isola. Tutto intorno sibilavano diverse turbine simili a quella che avevo visto con Tranberg. In quel paesaggio umido e grigio, erano l’unica cosa che si muoveva. In lontananza, i campi silenziosi cedevano il posto al Kattegat, dove si vedeva un altro gruppo di turbine, schierate come soldatini nell’acqua.
Nel complesso, sulla terraferma ci sono undici grandi turbine, più una dozzina di microturbine. Sono molte per una popolazione così scarsa, ma il rapporto tra turbine e abitanti è fondamentale per il successo di Samsø, come anche il fatto che sul Kattegat il vento soffi quasi di continuo. Ho notato che a Samsø le bandiere non sventolano, ma stanno dritte in fuori come nei disegni dei bambini. Hermansen ci ha detto che le turbine sulla terraferma sono alte 45 metri, con rotori lunghi 25 metri. Insieme, producono circa 26 milioni di chilowattora l’anno, una quantità più o meno sufficiente per soddisfare le necessità dell’isola. Le turbine che sono in mare sono ancora più alte: 58 metri, con rotori che arrivano a 36. Ognuna genera più o meno otto milioni di chilowattora all’anno, suficienti per soddisfare le necessità di duemila famiglie danesi. Le dieci turbine al largo sono state costruite per compensare il fatto che gli abitanti di Samsø continuano a usare i carburanti fossili per alimentare automobili, camion e traghetti: insieme, producono una quantità di energia equivalente, se non superiore, a quella prodotta dalla benzina e dal gasolio consumati sull’isola (circa 80 milioni di chilowattora all’anno). Nel complesso, Samsø produce circa il 10 per cento di energia in più di quella che consuma. “Quando abbiamo cominciato, nel 1997, nessuno si aspettava una cosa del genere”, ha detto Hermansen rivolgendosi ai suoi ospiti giapponesi. “Quando parlavo con gli abitanti dell’isola, mi dicevano: ‘Stai sognando’”. Ognuna delle turbine costruite sulla terraferma è costata più di 600mila euro. Quelle al largo sono costate circa 2,2 milioni di euro l’una. Alcune sono state costruite da un solo investitore, come nel caso di Tranberg, altre sono state acquistate collettivamente. Almeno 450 abitanti di Samsø possiedono azioni delle turbine a terra e più o meno altrettanti di quelle che si trovano in mare. Gli azionisti, non tutti residenti, incassano ogni anno dividendi che si basano sul prezzo corrente dell’elettricità e su quanta energia è riuscita a produrre la turbina. “Quando sei solo un cliente, se una cosa non ti piace non la compri”, spiega Hermansen. “Non ti preoccupi della produzione. A noi invece la produzione interessa, perché siamo proprietari delle turbine. Ogni giro che fanno, sono soldi in banca. E in questo modo ci sentiamo anche più responsabili”. Grazie a una legge approvata dal governo danese alla fine degli anni novanta, le aziende pubbliche devono offrire contratti decennali a prezzo fisso per l’energia eolica, che poi possono vendere a clienti di altri paesi.
In base a questi contratti, una turbina dovrebbe essere in grado di ripagare l’investimento iniziale degli azionisti entro otto anni.


continua domani

20081228

la canzone del giorno

unretrofied - dillinger escape plan - plagiarism ep

the visitor


L’ospite inatteso – di Thomas McCarthy 2008

Giudizio sintetico: da non perdere

Walter Vale è un professore di mezz’età che abita ed insegna nel Connecticut, autore di qualche saggio sulla globalizzazione e sullo sviluppo dei paesi del Terzo Mondo. Ama la musica, ma non è capace di suonare nessuno strumento. Sua moglie, pianista di successo, è morta da circa 5 anni, e ha lasciato evidentemente in lui un vuoto incolmabile. Walter manda avanti stancamente la sua vita insegnando svogliatamente a studenti che non hanno voglia di ascoltarlo, prende lezioni di piano cambiando continuamente insegnanti perché evidentemente non è portato. Il suo ultimo saggio, che lui ha solo firmato, in realtà l’ha scritto la sua co-autrice, deve essere presentato a New York, ma la sua collaboratrice è incinta, e non può presenziare una conferenza durante la quale il saggio sarà pubblicizzato: il Preside della facoltà dove Walter insegna, decide che deve andare lui nella Grande Mela. Walter a malincuore va, in effetti a NY possiede ancora un appartamento che non usa da anni. In questo appartamento, Walter troverà una sopresa; dopo aver “ricevuto” questa sorpresa, la sua vita cambierà.

Piccola parentesi iniziale: nonostante la crisi, i tempi che corrono, l’oscurantismo galoppante, devo riconoscere che i distributori italiani dimostrano di essere coraggiosi e al tempo stesso intelligenti. Distribuire un film così durante le feste di fine anno, vuol dire aver capito che c’è un pubblico che va al cinema tutto l’anno, un pubblico esigente che disdegna i cine-panettoni e che va al cinema per pensare. Detto questo, un grazie di cuore alla neonata Bolero Film distribuzioni, che manco a dirlo inizia la sua attività proprio con questo film.
Il secondo film di Tom McCarthy (una carriera da attore caratterista sia al cinema – Good Night, And Good Luck, The Flag Of Our Fathers, Michael Clayton - che in tv – lo abbiamo visto nell’ultima stagione di The Wire nei panni del meschino giornalista Scott Templeton -) è bellissimo. Nessun tentennamento.
Definirlo minimale è comodo, ma se si intende con questo aggettivo dire che è un film in cui la regia (alcune sequenze, soprattutto quelle dove il djambé è protagonista, sono da ricordare) è delicata, funzionale ad una storia sussurrata, ma che ti colpisce durissimamente. E’ un film che rincuora sapere sia fatto, scritto e pensato da uno statunitense, perché ci fa capire che c’è ancora una speranza (magari quella che “predica” Obama). E’ un film che parte in punta di piedi, apparentemente senza sapere dove andare, e invece lo sa benissimo, un film che si insinua dentro lo spettatore inesorabilmente e profondamente, fino a torcergli le viscere fino a farlo lacrimare, se non sanguinare. Accarezzandolo.
Pur toccando vari temi attuali, The Visitor (questo il titolo originale, e per una volta va detto che forse la traduzione italiana lo supera) riesce a risultare completo, forse perché il regista stesso dice che non è compito di un cineasta dare risposte, ma insinuare domande lo sia. E quindi eccoci davanti alla crisi di vuoto che una (molte, in verità) perdita provoca nell’essere umano, al problema dell’immigrazione, della famiglia allargata, dei preconcetti e, ultimo ma non meno importante, del dopo 11/9 e delle limitazioni delle libertà personali. Eccoci davanti a una società statunitense smarrita, impotente davanti agli eventi, ma al tempo stesso ancora capace di attrarre persone da ogni luogo, e di farle diventare parte integrante di essa nonostante la politica sembri opporglisi.
“Lì prima c’erano le Torri Gemelle…io non le ho mai viste ma Tarek si” dice Zainab, immigrata senegalese illegale, A Mouna, la madre di Tarek, e lo dice sentendosi ferita per questo. Ma lo dice come se lei stessa fosse statunitense. E uno dei tanti dialoghi di un film non parlatissimo, ma dove ogni frase è importante, così come le molte simbologie (la gita in traghetto verso Staten Island, con vista sulla Statua della Libertà e su Ellis Island ne è forse il culmine, ma ogni piccolo particolare, quelli attaccati ai muri soprattutto, fanno di questo film un piccolo gioiello prezioso).
Una fotografia non sfarzosa ma non per questo meno calda, dipingono una New York soprattutto marginale ma non ai margini, come non l’avevamo mai vista. La musica multietnica, così come la New York colorata ma non patinata che ci presenta la fotografia di cui sopra, che accompagna la storia come deve fare una colonna sonora presente ma non invadente.
La scelta del cast, però, è la dimostrazione di quanta sapienza ci sia in questo relativamente giovane e apparentemente non espertissimo regista. Richard Jenkins, nei panni di Walter, caratterista onnipresente in produzioni di qualità altissima, e indimenticabile Nathaniel Fisher in Six Feet Under, è bravissimo e, permettetemelo, ci ricorda moltissimo il fantastico Bill Murray di Lost In Translation; spettacolare nel descrivere la timidezza di una persona che ha perso tutto ma non pensa neppure per un momento di doversene andare. Senza più parole Hiam Abbass nei panni di Mouna, un’attrice capace di illuminare lo schermo ogni qualvolta appare. Bravi, ma ovviamente oscurati dai due esperti (e da premiare senza indugi) colleghi “anziani”, Haaz Sleiman (Tarek) e Danai Jekesai Gurira (Zainab), belli entrambi nella loro “africanità” distinta (eccezionale il commento di Mouna la prima volta che vede la fidanzata del figlio: “Ma è nera….molto nera….”).
Se siete, come chi vi scrive, di lacrima facile, preparate i fazzoletti: pur non scadendo mai nel pietismo facile o addirittura nel melò, dopo una prima parte di preparazione e pure divertente, la seconda parte vi farà singhiozzare nel silenzio della sala, come se vi affondassero lentissimamente una lama in pancia.
L’equivalente di Juno in quanto a delicatezza, trattando di temi attuali e pure scottanti, senza ogni dubbio uno dei migliori film visti in Italia nel 2008.
Correte al cinema prima che sparisca, e un sentito e caloroso grazie alle sale che hanno avuto il coraggio di proiettarlo.

carne


Mi aspetto, da un momento all'altro, un'esternazione di Papa Ratzinger contro la caccia e l'ammissione di vegetarianesimo, da estendere forzatamente a tutta la Chiesa. Difatti, ho scoperto che nell'Antico Testamento, Genesi 1, 27-31, la Bibbia recita:


Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.

Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra". (questa parte dev'essere stata soggetta ad un'interpretazione impropria da parte di George W.Bush)

E Dio disse: "Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.

A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde". E così avvenne.

Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.


Mi pare inequivocabile.


PS nel frattempo, da luglio non sono più vegetariano.

a proposito di morte 1

Da D la Repubblica delle donne, nr. 622, un interessantissimo reportage sui centri che assistono i malati terminali, gli hospice, che si trasforma in una riflessione sulla morte e su come chi rimane affronta il distacco. Da leggere fino in fondo, la pubblicheremo "spalmata" da qui al 6 gennaio 2009.


Ultimo tabù

Negli hospice, le strutture che accolgono i malati terminali, ci si prepara, con umanità, coraggio (e la giusta dose di morfina), ad affrontare la morte. Noi ci siamo entrati

di Mara Accettura

Potrei iniziare dal Nespolo, vicino a Lecco, che con le camere dedicate a fiori diversi (il lilium, la passiflora, la camelia...) sembra un residence da vacanza in montagna. O dal signore che ho visto arrivare con l'abito buono marrone, che, l'espressione disorientata e la valigetta ancora da disfare, cercava di capire come funziona la tv nella sua stanza a Santa Maria delle Grazie, Monza, o dalle lezioni di arte terapia che i volontari con un piccolo talento per la pittura tengono a Casa Vidas, Milano, due volte a settimana. La verità è che è difficile cominciare, perché entrare per la prima volta in un hospice e guardare negli occhi persone che tra un mese non ci saranno più, curiosare nelle loro stanze e annusare i loro menu, incontrarne i parenti e chiacchierare con chi le cura 24 ore su 24, scorrere il libro dei ringraziamenti ("X se n'è andato stamattina. Da oggi potrà camminare, anzi VOLARE senza gli impicci di un corpo martoriato...") è un'esperienza che mette a nudo e che in alcuni momenti toglie il respiro. In Italia ci sono 250mila malati terminali ogni anno e 150 hospice, molti realizzati grazie alla legge del '99 firmata da Rosy Bindi. L'hospice dovrebbe completare l'assistenza domiciliare e offrire un sollievo ai parenti e ai pazienti che non hanno le condizioni economiche, sociali, per rimanere sempre a casa. La maggior parte sono distribuiti nel Centro e Nord Italia con differenze enormi: 50 in Lombardia contro 4 in Sicilia. "Nel Sud c'era il deserto fino a soli tre anni fa. Oggi, grazie alla legge Bindi, la rete muove i primi passi", dice Antonio Conversano, che a dicembre inaugura un'Unità operativa di cure palliative a Monopoli. I numeri dicono già qualcosa. Ma cosa succede in questi posti dove nessuno ha voglia di aprire le porte? Cammina come un soldato e parla a raffica Daniela Cattaneo, direttrice sanitaria di Casa Vidas. "Venti pazienti qui, altri 20 in day care e 170 li seguiamo a domicilio", sussurra mentre ci accompagna in visita guidata su e giù per la struttura. Non ci sono barelle, non ci sono carrelloni per i pasti: Casa Vidas, spiega, nata nel 2006 soprattutto grazie alle donazioni, è stata concepita per proteggere i malati dall'esperienza traumatica e spersonalizzante degli ospedali. D'accordo, è tutto ordinato, superigienizzato, silenzioso, le camere occupate chiuse, il personale gentilissimo. Ma fa parte dell'atmosfera di una casa affacciarsi dalla terrazza e trovare una parata di pubblicità di pompe funebri? "È un vero scandalo. E il Comune prende i soldi dell'affissione...", dice Cattaneo. La pietas, certo, non è una prerogativa del marketing, che si accaparra clienti in qualsiasi situazione. Quanto tempo si rimane in un hospice? "La media qui è 12 giorni", risponde Cattaneo. Nelle altre strutture che visiteremo si aggira sulle due settimane. Questo significa che per molti non c'è nemmeno il tempo di mettere qualche foto sul comodino, stabilire una relazione di confidenza con lo staff e i preziosissimi volontari, centrare una terapia del dolore e probabilmente rendersi conto di quello che sta succedendo. "Arrivano troppo tardi dagli ospedali", ribatte Cattaneo. "I miei colleghi non prendono la decisione di dire al malato che non c'è più nulla da fare". La ritrosia nel comunicare una prognosi infausta è un comprensibile tabù. "Abbiamo perso il senso del ritmo della vita. Da una parte abbiamo una incredibile paura della morte, dall'altra coltiviamo il fantasma di una medicina onnipotente", specifica don Sergio Didonè, direttore sanitario di Santa Maria delle Grazie. "Noi diciamo: preparate il malato, ma per i parenti è come mettere un bollo di aspirante cadavere sul parente. Così la maggior parte crede di venire a fare riabilitazione. I consapevoli sono rari". È anche per questo che non possiamo avvicinarci troppo ai pazienti che abbiamo incontrato.

continua il 31 dicembre 2008

20081227

come

come quando tabula rasa elettrificata dei C.S.I. entrò prepotentemente al numero uno delle classifiche italiane.
e io ancora con linea gotica...e in quiete...
le giornate erano profonde e fredde e invernali e distorte.

ecovillaggio 3

la seconda parte ieri


I CONSIGLI DEL KIBBUTZNIK

Inevitabile a questo punto rispolverare la domanda che da sempre accompagna tutte le utopie o presunte tali, se cioè quello di Torri Superiore sia da considerare un esempio unico o possa invece costituire uno dei tanti atomi su cui articolare la società del futuro. La risposta sta nei numeri (sono una cinquantina gli ecovillaggi attualmente censiti in Italia, compresi quelli di ispirazione mistica e/o esoterica: davvero pochini), nelle indicazioni suggerite dalle altre esperienze ("un nucleo umano di venti adulti", sostiene per esempio Massimo, "funziona, oltre quel numero si creano già dei sottogruppi e diventa tutto più difficile da gestire"), ma forse, a voler essere ottimisti, anche nelle parole di chi viene qui a fare il volontario o il turista e torna a casa diverso da come era arrivato. "Nel mio futuro il sogno è quello di formare una comunità ispirata ai principi della sostenibilità ambientale", racconta Luca, intanto che un ospite scrive nel libro delle visite di voler creare anche lui un ecovillaggio, e una coppia promette, nel suo piccolo, di approfondire i temi legati alla decrescita, che comunque è già qualcosa. C'è persino la pagina di un kibbutznik israeliano che suggerisce, con disegni esplicativi, in che modo migliorare i sistemi di coltura e consiglia di coinvolgere altra gente nel progetto.
Perché il problema, gira e rigira, è proprio quello: dare continuità all'idea al di là delle persone, del momento e, paradossalmente, al di là del progetto stesso. Nel giro di un paio d'anni, se tutto va bene, il recupero di Torri Superiore sarà definitivamente completato, e allora sarà il momento di porsi una nuova meta, di attaccare una nuova salita, di ricominciare a guardare verso un nuovo orizzonte. Verticale, come sempre.

LA RETE

Esistono varie reti di ecovillaggi: la più importante a livello mondiale si chiama GEN, Global Ecovillage Network, mentre in Italia c'è la RIVE, Rete Italiana Villaggi Ecologici, ospitata nel sito www.sostenibile.org
Non esistono certificazioni ufficiali e tutto funziona con il sistema dell'autoverifica. Ogni singolo gruppo valuta in coscienza i progressi ottenuti in campo ambientale, sociale ed economico. Sì, anche economico, perché chi sceglie di andare a vivere negli ecovillaggi non ha fatto nessuna scelta di povertà, ma cerca, a modo suo, una qualche forma di ricchezza, per quanto sostenibile. Oggi sono sparuti esempi di virtù, domani potrebbero diventare una reale necessità per tutti.

fine

politically correct

Interessante. Licenziata perchè augurava "buon Natale" al telefono invece di "buone vacanze".
Negli USA, of course. Qui l'articolo del Corriere on-line.

calafuria


Un post dell'amico Piazza XX sul suo blog, questo, tra l'altro, voglio dire pubblicamente che con questi post tipo recensioni sui ristoranti della zona (e non) svolge un servizio pubblico secondo me molto apprezzato, mi ha fatto tornare in mente una delle battute più belle che io abbia sentito negli ultimi anni.

Neppure a farlo apposta, è una battuta livornese, fatta da una livornese, ed è difficilissima da capire per un non-livornese: io stesso me la sono dovuta far spiegare, nonostante mi abbia fatto molto ridere immediatamente, ma perchè avevo capito tutt'altro.


Era una sera di pioggia intensa (ma quanto cazzo ha piovuto quest'anno? Ogni ricordo che ho del 2008 è legato alla pioggia...), e con delle amiche volevamo andare a mangiare in un ristorante diciamo così, "abusivo", che però era chiuso. Abbiamo quindi optato per La Barrocciaia, appunto. Mentre stavamo mangiando, una cameriera si è rivolta ad un altro cameriere, che la stava "pressando" da un po' cercando di metterle fretta ma soprattutto dicendole cose a voce altissima, e gli ha detto: EH, UN SIAMO MI'A A CALAFURIA BELLO! (caro, guarda che qui non siamo in località Calafuria).


Difficile da spiegare, ma comunque, la signorina intendeva dire all'altro che poteva anche abbassare la voce e che lei non era sorda; tutto questo, usando il classico paradosso livornese: Calafuria, oltre che per la Torre Medicea (foto) e per l'omonimo locale, meta di giovani livornesi che soprattutto il venerdì sera abbandonano l'auto in mezzo alla strada pur di riuscire a trovare un parcheggio, è nota per il fatto di essere un luogo dove non si prende nemmeno Radio Maria, per cui figuriamoci se c'è segnale per il cellulare. Da qui, il paradosso dice: guarda che ci sento benissimo. La conferma di quello che dice l'amico Piazza XX, "Se devi far conoscere Livorno a un forestiero questo è il posto ideale". La Barrocciaia è proprio così.


Fantastica.

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playlist - nella chiavetta usb

30 Seconds To Mars - A Beautiful Lie
AC/DC - Higway To Hell
AC/DC - Back In Black
Airbourne - Running Wild
Alice Russel - Pot Of Gold
Basia Bulat - Oh My Darling
Brandy - Human
Everlast - Love War And The Ghost Of Whitey Ford
Holy Martyr - Hail To Hellas
Intronaut - Prehistoricism
Kid Rock - Rock N Roll Jesus
Kings Of Leon - Only By The Night
Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Lykke Li - Youth Novels
Mavis Staples - We'll Never Turn Back
Michael Franti & Spearhead - All Rebel Rockers
Moltheni - I segreti del corallo
My Chemical Romance - Life On The Murder Scene (Live)
My Chemical Romance - The Black Parade
Naive New Beaters - Bang Bang EP
Neil Young - Sugar Mountain Live At Canterbury House 1968
Nickelback - Dark Horse
P.O.D. - When Angels And Serpents Dance
Raf - Metamorfosi
Santogold - Omonimo 2008
Simple Plan - Omonimo 2008
Snow Patrol - Eyes Open
Snow Patrol - A Hundred Million Suns
The Hellacopters - Cream Of The Crap Vol.1
The Hellacopters - Cream Of The Crap Vol.2
The Killers - Day And Age
The Pogues - The Ultimate Collection Disc 1
The Pogues - Live At Brixton Academy Disc 2
The Pogues - The Best Of
The Pogues - The Essential Pogues
Tonino Carotone - Ciao Mortali
Underoath - Define The Great Line
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Underoath - They're Only Chasing Safety
Vinicio Capossela - Da solo

terapia


Dopo 22 episodi in 2 giorni, provo gli stessi sentimenti di Paul, lo psicologo terapista protagonista. Dite che sto poco bene? Detto questo, è davvero inusuale che una serie del genere riesca a prenderti: in pratica, si svolge tutta nello studio di Paul, e i 25/30 minuti di ogni puntata sono i 50 minuti di seduta di ogni paziente. La prima serie è composta da 43 episodi.

20081226

vin

mia madre mi ha regalato un altro vinile degli ac-dc e un cofanetto di vinili dei led zeppelin...
si vede che ci tiene che io abbia tutta la discografia hard rock al completo!

ecovillaggio 2

la prima parte ieri

YOGA E PANNELLI

Alla fine, comunque, tra l'orto biologico (che per ora basta a malapena per l'autoconsumo), i corsi (yoga, ceramica, permacoltura ovvero uso sostenibile della terra) e le entrate del turismo, i conti tornano. O quasi: i debiti sono azzerati, i soci della cooperativa che gestisce la struttura ricettiva incassano regolarmente lo stipendio; e nel frattempo, stanza dopo stanza, muretto dopo muretto, il progetto avanza.Adesso è la volta dei pannelli solari di nuova generazione, che secondo Massimo dovrebbero servire a garantire almeno il 30 per cento del riscaldamento per l'inverno, anche se si spera di aumentare, arrivando con il tempo, fino al 50 per cento.

IL COMPOST DEGLI ECCENTRICI

Quelli di Torri Superiore hanno imparato a installare i pannelli con le loro mani, così come prima avevano dovuto imparare a piastrellare i pavimenti, ad aggiustare i tetti o a montare gli impianti elettrici. All'ecovillaggio tutti sanno fare bene almeno una cosa e abbastanza bene tutto il resto: Nina, la cuoca, è anche un'ottima saldatrice; Antonella, che al mattino fa la maestra, il pomeriggio aiuta dove serve. È però il concetto stesso di lavoro che qui a Torri si declina in modi e tempi lontani dalle nevrosi efficientiste della società urbana. Si lavora tutti quanti almeno sei ore al giorno, ma alla fine non capisci se il loro operare si debba chiamare lavoro, oppure vita: "Non siamo integralisti come in certe comuni degli anni Settanta, ma di sicuro la nostra è un'esperienza totalizzante", riconosce Massimo. "Ogni tanto andiamo a prendere l'aperitivo a Ventimiglia e le vacanze in qualche modo le facciamo tutti, ma alla fine la maggior parte della nostra esistenza si svolge qui a Torri. D'altra parte non potrebbe essere altrimenti, con tutto quello che c'è da fare". Come essere una comunità senza diventare anche un'isola è un'altra delle sfide in cui quelli di Torri hanno profuso tempo e impegno. "All'inizio una comunità che si forma cerca sempre di distinguersi dal mondo, ma poi bisogna superare la fase dell'"io coltivo il biologico, io uso la bioedilizia, e tu no". Bisogna riconoscere il territorio circostante, per esserne riconosciuti a propria volta". Si inizia andando a pulire il greto del fiume oppure a bonificare una discarica abusiva, poi poco per volta, sostengono qui, la gente smette di guardarti come una comunità di eccentrici se non addirittura di drogati e si mette a seguirti. Una volta superato il filtro della diffidenza e lo sbarramento, a esso speculare, della differenziazione a tutti i costi, si comincia a collaborare e a condividere. E può capitare persino di riuscire a innescare comportamenti virtuosi con la scintilla dell'esempio. "Quando siamo arrivati qui", ricorda Lucilla, "quasi tutti quelli del luogo bruciavano le loro stoppie. A noi servivano per fare il compost, e abbiamo cominciato a chiedergliele. Adesso non ce le danno più. E sai perché? Perché il compost hanno imparato a farlo anche loro".

continua domani

20081225

l'amico Harold


E' morto Harold Pinter. E' stato un grande. Riposi in pace.

l'intercettazione


L'intercettazione, come sappiamo bene qui in Italia, va di moda. Sarà per questo, forse, che per Natale mi sono regalato il completamento di The Wire, questo serial conosciuto sulle pagine di Internazionale (nessuno ne parlava qui in Italia), tramite un articolo di un giornale (non ricordo se inglese o statunitense) che ne cantava le lodi soprattutto dal punto di vista del realismo della messa in scena. In effetti è così. La visione è partita quasi in sordina, se vi ricordate i miei primi commenti a proposito della prima serie (a parziale discolpa c'è da dire che le prime due serie le ho recuperate doppiate in italiano, anche perchè solo quelle due sono andate in onda nel nostro paese, su Fox crime), dopo di che mi ha conquistato alla grande.

13 episodi la prima stagione, nella quale si mettono a fuoco i personaggi principali tra i poliziotti e si forma il "reparto speciale" che lavora su una banda che domina il narco-traffico della zona, 12 episodi la seconda, dove l'azione si sposta sul porto e su una serie di crimini lì perpetrati, 12 episodi anche per la terza serie, dove la nostra conoscenza dei personaggi criminali si approfondisce, ma al tempo stesso si entra nelle dinamiche "politiche" della polizia e della politica vera e propria, 13 episodi per la quarta serie, dove oltre alle altre tematiche entriamo in quelle scolastiche, per capire proprio come si "formano" i criminali, 10 soli episodi per la quinta e ultima serie, che tira dentro anche il mondo dell'informazione giornalistica.

Sullo sfondo, anzi, anche lei protagonista, Baltimora, Maryland, costa est poco distante da Washington D.C., uno dei porti più importanti degli USA, più di 600mila abitanti (senza contare l'area metropolitana, praticamente attaccata a Washington), roccaforte democratica, patria di Frank Zappa e Michael Phelps, sulle rive del fiume Patapsco, è famosa tra l'altro per l'altissimo tasso di criminalità. Il tessuto sociale è interessante, a prevalenza afro-americano, ma con molte "comunità", che si evincono anche nel serial (polacca, greca, italiana, irlandese; a proposito di quest'ultima, tanto per rigirare il coltello nella piaga dell'amico Monty al quale faccio spesso "gola" parlando di The Wire, in alcune puntate conclusive, si usa una drinking song eseguita in un bar "per poliziotti" da poliziotti, in occasione di funerali ufficiosi, con la salma deposta sul tavolo da biliardo e tutti intorno a cantare e bere, già visibilmente ubriachi, donne comprese - il protagonista indiscusso si chiama McNulty -; la canzone non è una canzone a caso, bensì Body Of An American dei The Pogues).

5 stagioni, 60 puntate per un'ora di media (spesso le conclusive superano abbondantemente i 60 minuti), danno un'idea, credo, piuttosto chiara della realtà metropolitana statunitense, ma non solo. Il sistema scolastico, il tema razziale, le dinamiche della politica, descritte mirabilmente, la droga e tutto quello che gli gira intorno, la dipendenza, i tentativi di recupero, la difficile strada della redenzione (il personaggio di Bubbles, interpretato da uno straordinario Andre Royo, sostenuto dal suo sponsor, interpretato da Steve Earle, attraversa l'intera serie conoscendo tutti i punti più bassi dell'esistenza umana, ed è, alla fine, forse l'unica luce di speranza), i bambini che crescono circondati da questa realtà e che pensano che sia l'unica strada, la disoccupazione, vista da almeno un paio di punti di vista interessanti, la delinquenza e le sue regole, il mondo dei giornali, i fallimenti familiari, i gay, le lesbiche, la giustizia statunitense e, per ultimo ma non ultimo, il lavoro di polizia.

Il lavoro di sceneggiatura è stupefacente, probabilmente un po' di più nelle ultime 3 stagioni, e le recitazioni sono tutte altamente convincenti, nonostante lo sterminato cast, impressionanti le prove dei giovanissimi; la regia, che si avvale di ben 16 registi diversi nel corso dei vari episodi, efficace e funzionale, fotografia non sgargiante, forse volutamente, oserei dire dimessa rispetto ai serial di maggior successo, ma non per questo peggiore.
La musica, come sempre accade nei prodotti statunitensi, attenta e con un ampia "visione". La sigla iniziale è (ve ne avevo già parlato) Way Down In The Hole di Tom Waits, e cambia interprete da stagione a stagione: nella prima è fatta dai Blind Boys Of Alabama, nella seconda è l'originale di Waits, nella terza nientemeno che dai Neville Brothers, nella quarta da DoMaJe (5 teenager di Baltimora), nella quinta dallo stesso Steve Earle. Ma non c'è solo la sigla, c'è anche la pre-chiusura degli episodi conclusivi, dove troviamo Jesse Winchester, ancora Earle, Solomon Burke, Paul Weller. Poi molto hip hop, e addirittura riferimenti molto "giovani", come i figli di McNulty che ascoltano i Dead Meadow (quando glieli citano lui capisce death metal e lui risponde what's wrong with The Ramones?).

Cercate The Wire.

Argentina ago 08 - 18


All'arrivo all'osservatorio, nevicava di brutto (e ovviamente la nostra guida non aveva le catene dell'auto, tanto è vero che, per fortuna, l'ultimo tratto, che è in salita, l'abbiamo fatto dietro a una 4x4 della forestale, "calpestando" il percorso delle ruote della jeep). L'altezza esatta è 2552 metri slm. E, come si vede piuttosto chiaramente, io non ero preparato.

L'immagine è abbastanza natalizia...

ecovillaggio 1

Da D la Repubblica delle donne, nr. 616


Com'è verde il mio (eco)villaggio
ITALIA
A Torri Superiore, uno dei cinquanta luoghi dove si sperimenta un modello di vita sostenibile. Esempi, utopie o atomi della società del futuro?

di Andrea Debenedetti

L'ecovillaggio è un grumo di case appeso a una collina. È un neo di pietre grigie sulla ruga che il fiume Bevera scava nella geografia della Liguria più occidentale. È un viluppo di gradoni e vicoli su cui a malapena si potrebbe arrampicare un ragno. Che la strada sia ripida lo capisci già dal nome. Torri Superiore, si chiama il villaggio, ed è un'endiadi che definisce alla perfezione la verticalità del luogo e di chi lo abita, scale vertiginose e schiene dritte, ascesa e forse persino ascesi, anche se l'unico vero dio in cui si riconoscono i residenti del borgo è il loro progetto. Recuperare un villaggio medievale, restituirgli una funzione, insufflargli nuova vita: eccola qui la salita che l'Associazione culturale Torri Superiore ha scelto di affrontare quasi vent'anni fa, una salita che oggi si può dire giunta al culmine e di cui i gradoni scoscesi che si incuneano tra i blocchi di pietre costituiscono la metafora più vivida. In mezzo ci sono state altre mille asperità da superare: materiali ed economiche, ideologiche e persino dinastiche, arduo com'è stato, all'inizio, risalire ramo per ramo ai proprietari dei vari lotti in cui era suddiviso il paese per riuscire man mano ad acquistarli. Di fronte a questi ostacoli alcuni soci si sono spaventati, altri si sono arresi. Il progetto però non si è lasciato fermare ed è giunto fin qui indenne, scortato dai più resistenti e motivati tra i suoi promotori. "Non è vero che i progetti falliscono per ragioni economiche", spiega Massimo, uno dei residenti di più lungo corso, "di solito quando succede è perché la gente a un certo punto litiga. Noi invece siamo rimasti insieme anche nei momenti più difficili. Diciamo che la stabilità del progetto ha aiutato la stabilità delle relazioni".

LA CONVERSIONE

In realtà il progetto non è mai stato fermo: anzi, si può dire che sia stato lui, scalpitando e tirando di qua e di là, a condurre i soci verso lo sbocco più consono, quello dell'ecovillaggio. "Al principio avevamo idee diverse", racconta Lucilla, tra le pioniere dell'associazione. "L'unica cosa su cui eravamo tutti d'accordo, era far rivivere Torri". La conversione ecologista è arrivata solo in seguito, e tuttavia l'idea di recupero dell'esistente era già di per sé moderna e vincente. Poi è stato quasi inevitabile che questo recupero avvenisse secondo principi eticamente qualificanti: "Fin dall'inizio abbiamo percepito che l'edilizia convenzionale sarebbe stata fuori luogo, in una realtà come questa", spiega ancora Massimo. "Riempire tutto di ferro, cemento e polistirolo non avrebbe avuto alcun senso. Il cemento, oltretutto, richiama umidità. Meglio il sughero, il cotto e le calci, anche per la tinteggiatura". È così che le stanze del borgo hanno ripreso, una dopo l'altra, a pulsare. L'anima ce la mettono, in ogni senso, i residenti: venti in tutto, compresi i bambini. Ma un po' di sangue arriva anche dalle vene dei soci non residenti, dei volontari, e da quelle degli ospiti della struttura ricettiva, che è l'attività su cui si regge, di fatto, l'economia dell'intera comunità. "In realtà senza qualche donazione di privati e l'aiuto dei volontari non ce l'avremmo mai fatta", continua Massimo. "Il problema è che in Italia si premia il consumo e non il progetto. In parole povere, se c'è un bando per finanziare il turismo, è molto più facile che i soldi li diano agli hotel della costa piuttosto che a noi".

continua domani

Argentina ago 08 - 17


All'interno del Parco, mentre salivamo verso l'osservatorio.

Argentina ago 08 - 16


Man mano che salivamo, la pioggia diventava neve. Siamo arrivati al Parque Nacional El Leoncito ormai imbiancato. Cielo ovviamente coperto, il che significava che, dopo il carrovelismo, avremmo quasi sicuramente dovuto rinunciare all'altra "attrazione" dell'escursione, e cioè una osservazione notturna della volta celeste, attraverso un telescopio minore del complesso astronomico, guidata da un'addetta (che si rivelerà poi simpaticissima).

Argentina ago 08 - 15


A pranzo a Barreal, prima di salire verso l'osservatorio astronomico. Juli sorride nonostante nell'escursione fosse compreso il carrovelismo (una specie di tavola con le ruote e una vela, che si pratica su vaste superfici piatte, infatti lì vicino c'è una pampa molto estesa), avevamo già capito che, visto il tempo (pioveva a dirotto, cosa che in quel luogo pare capiti di rado), e quindi viste le condizioni della pampa (allagata), sarebbe stato impossibile. La foto è mossa, colpa della nostra guida.

20081224

Argentina ago 08 - 14


Questo nella foto è il Cerro El Alcázar, una formazione rocciosa molto particolare, la foto non gli rende giustizia, così chiamata perchè dicono ricordi appunto l'Alcázar di Siviglia. Vicinissimo a Calingasta, la leggenda vuole che i conquistadores spagnoli arrivati nei pressi di questa formazione rocciosa braccando gli indigeni, ci abbiano pensato molto, perchè visto da lontano sembrava proprio una fortezza e, quindi, gli spagnoli abbiano pensato di avere a che fare con gente "evoluta" nel senso di fortificazioni e armi.

Argentina ago 08 - 13


Qui va già meglio. Uno scatto autoreferenziale e fatto con la mano sinistra, per di più.

Argentina ago 08 - 12


Un impietoso primo piano...

Argentina ago 08 - 11


Qui sto facendo il rapper sulle rive del Rio San Juan, tra San Juan e Calingasta.

Argentina ago 08 - 10


Questa invece è semplicemente una foto fatta dal finestrino dell'autobus sulla strada per San Juan.

Argentina ago 08 - 9


Beh da qualche parte bisognerà pur cominciare, o meglio, continuare. Juli, la mia compagna di viaggio, mi ha mandato 47 foto del nostro viaggio fatto in agosto. Un po' per volta, se volete, rileggetevi le "puntate" inerenti (questa ad esempio) e man mano che posterò le foto, vedo se mi ricordo qualcosa, o meglio, se mi esce qualcosa di scritto adeguato.

Qui siamo su un ponte del famoso tren a las nubes, un trenino che a metà del 1900 fu un prodigio di ingegneria, e univa Salta al porto di Antofagasta in Cile. Si chiama così visto che "viaggia" ad un'altezza media di 4000 metri slm. Rimesso in funzione per scopi turistici, ha sempre avuto problemi e, infatti, i due che sono nella foto con noi (una ragazza tedesca e un ragazzo argentino), avevano prenotato e pagato il viaggio con quel treno, ma arrivati a Salta gli è stato data "in cambio" un'escursione "sulle tracce".

separati alla nascita




Ci avevate fatto caso? Alfredo Romeo, l'imprenditore indagato un po' dappertutto (Roma e Napoli) e Toni Servillo, soprattutto nella sua interpretazione di Titta Di Girolamo in Le conseguenze dell'amore....