No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20130113

The Angels' Share

La parte degli angeli - di Ken Loach (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Glasgow, Scozia. Robbie è un giovanissimo sbandato, dall'adolescenza inquieta, che ha fatto già molti errori, anni di prigione, pieno di rabbia ma deciso a cambiare. L'amore per la fidanzata Leonie, che sta per partorire il suo primogenito, gli dà la forza di andare avanti e di provarci. Evitato per un pelo di tornare in carcere, cerca disperatamente di condurre un'esistenza normale, ma il passato lo perseguita. Condannato ai lavori socialmente utili, con l'aiuto di Harry, il responsabile del gruppo dei suoi compagni, comincia ad interessarsi alla cultura del whisky, e sviluppa il giusto olfatto, gusto e conoscenza. Conosce intenditori, collezionisti, e scopre che esistono persone disposte a pagare somme inconcepibili per i whisky più rari. Con l'aiuto di tre compagni di lavoro, una banda che più sgangherata non si può, organizza un "colpo" che, se andasse a buon fine, più che soldi gli frutterebbe finalmente un futuro per sé e per la sua nuovissima famiglia.

L'eccezionale Ken il rosso continua imperterrito a fare film che, quando non sono epici ed indimenticabili, riescono comunque a ricordarci l'esistenza di una classe sottoproletaria che lotta ancora per una vita migliore, e a darci una speranza; nello stesso tempo, ci dimostra di essere bravo a farci sorridere senza per questo rinunciare ad un certo tipo di filosofia.
Così come con Il mio amico Eric, il mood è comico, anche se ci sarebbe poco da ridere a proposito delle vite dei ragazzi che compongono il gruppo di "condannati" ai lavori socialmente utili capitanati da Harry (uno straordinario John Henshaw, visto anche in Looking for Eric). La sceneggiatura del fido Paul Laverty scorre liscia come l'olio, i protagonisti sono spassosi e credibili (tra loro anche un paio di debuttanti, Paul Brannigan è Robbie e Jasmin Riggins è Mo; a completare il quartetto "delle meraviglie" ci sono Gary Maitland - Albert - e William Ruane - Rhino -, due altri giovani scoperti da Loach con Sweet 16), ci si diverte e, alla fine, ci si emoziona pure. C'è anche un misuratissimo Roger Allam nella parte di Thaddeus.

20130112

fuorilegge

Lawless - di John Hillcoat (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

1931, Franklin County, Virginia, USA. I tre fratelli Bondurant, Forrest, Howard e Jack, portano avanti una redditizia attività di moonshine (così venivano chiamate le distillerie di alcolici durante il proibizionismo), oltre ad avere un saloon fuori città. Corre voce che siano invincibili, immortali, indistruttibili: soprattutto il fratello di mezzo, Forrest, ne è la prova vivente. Howard, il maggiore, è un prototipo del reduce: affoga nell'alcool il dolore e l'orrore della Prima Guerra Mondiale, mentre Jack, il più giovane, sgomita per essere considerato grande e sogna l'amore di Bertha Minnix, la figlia del pastore locale, oltre a desiderare ardentemente la bella vita e le macchine veloci. Orgogliosi ed indipendenti, non vogliono sottostare a nessuno, e non hanno paura di farsi dei nemici. Nonostante gli anni seguenti, oltre agli strascichi della grande depressione e il Dust Bowl (che comunque interessò la Virginia marginalmente), furono durissimi per tutti, i Bondurant se la passavano bene. Finché il nuovo arrivato, l'agente Charlie Rakes, agli ordini del Procuratore Mason Wardell, comincia a dar loro una caccia spietata.

Lo avevo dapprima scartato, per essere onesti. Poi, ho riflettuto meglio: regia di John Hillcoat (The Road e innumerevoli collaborazioni con Nick Cave), sceneggiatura niente popo' di meno che di Nick Cave. Tratto dal libro La contea più fradicia del mondo (lodevole traduzione in italiano di The Wettest County in the World), scritto da Matt Bondurant, nipote di quel Jack e quindi ispirato ad una storia realmente accaduta, Lawless è una sorta di western che potremmo definire splatter per certi versi, e che credo andrebbe visto abbinato alla visione di Boardwalk Empire.
Sostenuto da un cast importante, il film ha pregi e difetti. I difetti, e dispiace dirlo, stanno nella sceneggiatura, che cerca forse un po' troppo incessantemente le scene ad effetto, approfondisce pochino i personaggi secondari, non convince fino in fondo. I pregi stanno nella regia, che riesce spesso ad orchestrare scene di una epicità non trascurabile.
Nel cast, che comprende Shia LaBeouf (Jack Bondurant), Tom Hardy (Forrest Bondurant), Guy Pearce (Charlie Rakes), Jessica Chastain (Maggie Beauford), Mia Wasikowska (Bertha Minnix), Gary Oldman (Floyd Banner), Noah Taylor (Gummy Walsh) e Dane DeHaan (Cricket Pate), spiccano su tutti un sempre più bravo e carismatico Tom Hardy (del quale, vedendo il film in originale, si apprezza pure l'impegno nell'accento sudista americano), e un Guy Pearce spettacolarmente odioso, nei panni di un personaggio memorabile, forse il suo migliore insieme al suo Leonard Shelby di Memento e ad Adam Whitely/Felicia Jollygoodfellow di Priscilla, la regina del deserto.

20130111

run baby run



In mezzo al mio annaspare per riposizionarmi nel mio nuovo ruolo lavorativo, che mi lascia un pochino meno di tempo libero (ma non mi lamento, ci mancherebbe), è ufficialmente cominciata la corsa agli Oscar. Non quella di Lincoln e di The Master, bensì la mia personale. Se seguite questo blog forse vi sarete accorti che il vostro critico cinematografico (uso la definizione in modo profondamente autoironico, giuro) preferito, quando si arriva vicino alla data fatidica, entra in gara, nel senso che entro la notte degli Oscar, quella dell'assegnazione al Kodak Theatre, mi prende l'ansia di dover vedere tutti i film nominati o quasi (cosa del tutto inutile, perché io mica voto). Il problema (una volta) è che un buon 80% di loro non è uscito in Italia, e l'altro 20% è tutto sugli schermi in questo momento o al massimo nelle prossime settimane, e quindi via di download e di acrobazie per vedersi film in norvegese e tentare di capirci qualcosa.
In questa settimana dovrò vedere al cinema The Master (oltre a Cloud Atlas e La bicicletta verde, anche se non nominati), e nel frattempo mi sono procurato (versioni originali, sottotitoli francesi, copie russe piratate, e, come detto, acrobazie varie) Beasts of Southern Wild, Kon-Tiki, Flight, War Witch (Rebelle), Lincoln. E' il tempo che manca, ma Thank God It's Friday.
Tutto per voi, affezionati lettori. Tutto per voi.

Louie Louie, oh no

Louie - di Louis C.K. - Stagione 3 (13 episodi; FX) - 2012



Melissa Leo. Parker Posey. Robin Williams. F. Murray Abraham. Chloe Sevigny. Jay Leno. Jerry Seinfeld. Chris Rock. Paul Rudd. Susan Sarandon. E perfino David Lynch. Louie andrebbe visto solo per le special guests. Ma sarebbe ingiusto dire così e chiudere, perché come già avevo cercato di spiegarvi nella recensione delle prime due stagioni, la serie ideata, scritta, diretta, montata, prodotta ed interpretata nel suo ruolo più importante da Louis C.K., un tipo che io, prima di mettermi a vedere questa serie, non avevo mai visto e neppure sentito nominare, ma che invece negli USA è abbastanza conosciuto (se avete voglia, leggetevi questo articolo di Emily Nussbaum su The New Yorker, che loda la serie e definisce Louis C.K. "il miglior comico del Paese"), è veramente fuori da ogni schema narrativo. Se dicessimo che Louie fa ridere, non diremmo una bugia, ma neppure centreremmo il bersaglio. La cosa più difficile da far capire, è che la comicità di Louis C.K., e quindi di Louie, tenete conto che lo show è in parte autobiografico, è intelligente; ma è difficile credere che sia intelligente quando il protagonista comincia i suoi monologhi parlando di lui che vorrebbe scoparsi Scarlett Johansson, o quando ringrazia Susan Sarandon perché a undici anni, dopo averla vista nel Rocky Horror Picture Show, è andato a casa a farsi una sega. Così come quando spiega che a una certa età sarebbe interessante farsi trapiantare un cazzo più giovane. Molto dipende da come dice queste cose: Louis C.K. è troppo simpatico. E quindi, anche le cose più pesanti finiscono per non risultare di cattivo gusto. Louis C.K., e di conseguenze Louie il personaggio, è innocente, puro. Almeno, a me dà quell'impressione lì, e capisco che possa sembrare un paradosso colossale. Dopo aver visto le prime due stagioni, l'apparizione del maestro Lynch in un paio degli ultimi episodi della terza, in un ruolo spassoso e molto divertente, mi ha fatto mettere a fuoco una caratteristica che non avevo ancora realizzato bene: Louie è si divertente, ma è pure assurda (a partire dalle scelte di casting, a volte spiazzanti: la sorpresa di questa stagione è la ex moglie di Louie, che fin d'ora non si era mai vista, e che si "rivela" essere di colore, Susan Kelechi Watson), e assurdamente delicata. Mette in scena le paure più recondite dell'animo umano, sogni e tenerezze, dubbi, incertezze, gioie e dolori. L'episodio conclusivo, il season finale come si dice in gergo, dal titolo New Year's Eve, è straordinario (e straordinariamente - non - esplicativo: c'è tutto ed il contrario di tutto). Nonostante ciò, non vi dirò nulla in proposito, se non che cita uno dei migliori episodi della seconda stagione, quel Duckling "doppio" che tanto mi piacque l'anno passato.
Colonna sonora jazz, bravi e spontanei tutti gli attori (tutti quelli che non sono special guests o veri stand-up comedian), spettacolari Hadley Delany (Lily) e Ursula Parker (Jane), le figlie di Louie, bravissime e deliziose (la Parker, la più piccola, è stata nel cast di Rabbit Hole e di ...e adesso parliamo di Kevin, ed è una violinista fenomeno).
Ecco, potrei proseguire e cercare ancora qualche bella parola, ma non credo riuscirei a descrivere meglio quel che Louie offre. Forse Louis C.K. è il nuovo Woody Allen. Forse. E, guarda caso, anziché fare cinema sta facendo televisione. Concludo ringraziando ancora chi mi ha fatto conoscere questa serie (lui sa chi è), e spero di avervi incuriosito.
La quarta stagione andrà in onda nel 2014. Avete tutto il tempo di recuperare.

20130110

I Don't Like the Drugs...

Breaking Bad - di Vince Gilligan - Stagione 5 parte 1 (8 episodi; AMC) - 2012

L'inizio è spiazzante. Walter con i capelli lunghi, il giorno del suo compleanno, di passaggio in una tavola calda, compie uno scambio con uno sconosciuto. Si cambia subito ambientazione. Walter è sempre rasato, si è da poco conclusa la stagione precedente, dove, se vi ricordate, "ha vinto". Ci sono alcune cosette da fare, qualche prova da eliminare (in maniera spettacolare, aggiungerei), c'è da ingaggiare Mike, da far tacere una lista di persone sul libro paga di Gus, c'è Lydia, il collegamento con la Madrigal, da inquadrare. Certo, non è che si dormano sonni tranquilli: la DEA ha fiutato qualcosa, Skyler si mette di traverso quando capisce che Walt vuole ricominciare a cucinare, ma ci sono tutti gli ingredienti per avere campo libero e guadagnare paccate di centinaia di migliaia di dollari. Altro che assicurazione sanitaria. Altro che chemioterapia. Altro che riabilitazione per Hank. Bisogna però, fa notare Saul, trovare un posto sicuro per cucinare. Ma i luoghi fissi che propone non piacciono a Walt. E quindi, ecco l'idea.

Per chi non l'avesse ancora capito: siamo su altissimi livelli. E' bene ribadirlo, arrivati alla quinta stagione (divisa in due parti da otto episodi ciascuno; i prossimi otto, nel 2013). Sceneggiatura, montaggio, fotografia, regia, recitazioni. Tutto grandioso. Questa prima parte della quinta, e come pare conclusiva stagione, segna un passaggio definitivo, quello del protagonista dal lato del bene a quello del male, ma verso la fine ci si accorge che la metafora è un'altra: i soldi mica fanno la felicità. La sicurezza economica che diventa accumulo insensato, Walt seduto su una montagna di denaro, e il rendersi conto che non sa più cosa farne, sono un messaggio che non ci si aspettava da Breaking Bad. E invece, Gilligan ti spiazza ancora una volta anche a livello di ideali, senza contare i twist nella trama. Naturalmente, l'ulteriore colpo di scena arriva proprio sul finale, il cliffhanger che determinerà tutta la prossima parte.
Insomma, la curiosità è alta, ma bisogna attendere quasi un anno. Come che sia, in questi otto episodi, momenti altissimi. Uno dei top tra tanti, ma è una cosa soggettiva, il furto del vagone della metilammina. Ed è un piacere rivedere Jesse Plemons (Landry di Friday Night Lights), qui nei panni di Todd (e purtroppo senza i suoi Crucifictorius).

20130109

wake up and smell the coffe (reading the blog)

A volte, per avere dei feedback soddisfacenti basta cambiare lievissimamente gli equilibri preesistenti. In occasione dell'arrivo del 2013, avevo pensato di cambiare l'orario di pubblicazione del consueto post giornaliero, di solito alle 7,00, e di posticiparlo alle 9,00. Mi sono detto e che cazzo, ci son solo io che mi sveglio prima delle 6,00. E invece.
Prima l'amico Monty dice "ah, bei tempi quando mi alzavo, mettevo su la moka e leggevo i nuovi post di fassbinder mentre aspettavo che salisse il caffé"; poi Massi il polacco ci mette il carico da undici: "i post di fassbinder devono essere come il giornale che lo trovi già pronto al bar, in edicola o nella cassetta della posta".
Come sapete, sono sempre attento alla mia sparuta ma ricercata (la definirei d'élite addirittura) "clientela". E quindi, da domani vi beccate il post giornaliero alle 6,00 ora dell'Europa Centrale. E vi ringrazio tutti dell'attenzione e dell'affetto.

mostri

Monsters - di Gareth Edwards (2011)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

2016. Sei anni dopo che la NASA ha scoperto la possibilità di vita extraterrestre nel nostro sistema solare, viene lanciata una sonda per raccogliere campioni; al rientro, si schianta a terra in Messico, e dopo poco tempo nella stessa zona appaiono forme di vita aliene. Metà del Messico, fino al confine con gli USA, vengono messi in quarantena. Perenne stato di guerra, e il muro tra USA e Messico viene rinforzato ed esteso lungo tutto il confine.
Andrew, un giovane fotoreporter statunitense, viene incaricato, dietro lauta ricompensa, dal suo datore di lavoro di andare in Messico e riportare indietro sua figlia, Samantha, sana e salva. Inizialmente, i due non si piacciono: Andrew non ha voglia di fare il babysitter ad un'adolescente cresciuta e viziata, Samantha non ha voglia di tornare a casa, visto che è stato fissato il suo matrimonio col suo fidanzato, che non è così convinta di amare. E, come scopriranno quando arriveranno sulla costa messicana per prendere un passaggio via mare per raggiungere gli Stati Uniti (la zona vicino alla frontiera è in quarantena), li aspetta un viaggio molto più lungo del previsto, e una convivenza meno breve di quanto pensassero.

Monsters è in pratica il debutto del regista inglese Gareth Edwards, dopo film, corti e documentari per la tv, ed è un film sicuramente interessante. Con un budget decisamente ridotto, una troupe ridotta all'osso, ed in pratica un abbozzo di sceneggiatura ma senza dialoghi, Edwards ed i due attori principali (all'epoca fidanzati) sono riusciti a fare un film di fantascienza (passatemi il paradosso) credibile. Tanto è vero che il regista è stato scelto per il remake hollywoodiano di Godzilla (previsto per il 2014), e il protagonista Scoot McNairy (Andrew) non è stato più fermo un attimo; oltre ad un mucchio di film in preparazione, attualmente è sui nostri schermi con Cogan - Killig Them Softly insieme a Brad Pitt, e a breve sarà in Argo.
Il film, che definirei snello (anche per la durata), si basa sulla chimica tra i due protagonisti, e la storia che nasce (prevedibilmente, questo va detto), ma soprattutto su questo scenario semi-apocalittico del Messico in quarantena, popolato da questi strani alieni. Ovvio ma ben accetto il parallelo tra il vero muro esistente alla frontiera USA/Messico e quello fittizio causa quarantena per alieni, gustosi richiami a capolavori sulla guerriglia in giungle inospitali, più che apprezzabile la tensione disseminata lungo tutta la trama. Film "circolare" (o ellittico, come preferisce qualcuno), che come detto mostra una buona mano: vedremo se Edwards sboccerà nel prossimo futuro.

20130108

albergo Tivoli

Hotel Tívoli - di Antón Reixa (2007)
Giudizio sintetico: inguardabile (0/5)

In una stanza dell'Hotel Tivoli di Lisbona, un uomo fa sesso virtuale con una donna con la quale porta da tempo avanti questo tipo di relazione, pur non essendosi mai incontrati di persona. Lasciando l'albergo, l'uomo, nonostante non abbia certo problemi di denaro, ruba tutto quello che può: accappatoio, perfino un accendino, con il marchio dell'hotel. La cleptomania non è l'unico problema dell'uomo: è pure logorroico. All'aeroporto, in attesa del suo volo, tenta di attaccare bottone con un altra persona che gli chiede da accendere. Lui usa l'accendino che ha appena rubato, e poi, deluso dall'altro che taglia corto e se ne va, depone lo stesso accendino sul portacenere e se ne dimentica. Poco dopo, l'accendino viene raccolto da un bambino, ed inizia così per l'oggetto una sorta di giro del mondo, in mano a persone diversissime, con provenienze e lingue differenti, e naturalmente, con molte storie alle spalle e dinnanzi a loro.

Pur essendo una persona che osa, cinematograficamente parlando, quindi andando incontro alla visione, a volte, anche di mattonate clamorose, erano anni che non mi trovavo davanti ad un film di una tale bruttezza. E non è tanto la storia in sé: ne abbiamo viste di peggiori, al cinema. L'accendino che da Lisbona, nelle tasche di moltissimi personaggi, viaggia attraverso la Galizia, i Paesi Baschi, il resto della Spagna, la Danimarca, la Groenlandia (e se penso che per questa cagata, a una troupe è stato pagato il viaggio per Iullisaat, mi sento male), finendo in Argentina, potrebbe anche non essere una trovata stupida. E' la messa in scena, la direzione degli (infiniti, e a volte anche bravi - sulla carta) attori, i dialoghi, la fluidità del tutto, a risultare pesante in una maniera difficilmente descrivibile. Ho dovuto interrompere più e più volte la visione, perché, ripeto, erano anni che non mi trovavo di fronte ad uno spettacolo di cotanta bruttezza.
Per fortuna, per una volta, la distribuzione internazionale ha negato la distribuzione del lavoro di Reixa.
Nel cast anche Valeria Bertuccelli, Luis Tosar, Nancho Novo. Apparizione velocissima per Julieta Venegas (ve la ricordate quella del tormentone Me voy?), che è presente anche nella colonna sonora con un pezzo scritto da Jorge Drexler.

20130107

soldi bruciati

Plata quemada - di Marcelo Piñeyro (2000)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Siamo a Buenos Aires nel 1965. El Nene e Angel sono due malviventi inseparabili. Li chiamano "i gemelli, e hanno finito per assomigliarsi perfino fisicamente. Oltre che lavorare insieme, hanno una complessa relazione omosessuale. Si sono conosciuti nei bagni di una stazione, e non si sono più lasciati. Sono molto diversi, caratterialmente. Nene è pragmatico, calmo, carismatico. Angel è lunatico, nervoso, solitario, e soprattutto, sente voci. Negli ultimi tempi le cose non sono andare troppo bene, con il "lavoro". Quando Fontana propone loro di far parte di un ristretto gruppo, per dar vita ad una rapina che dovrebbe fruttare sette milioni di pesos, tutti si mettono al lavoro perché la cosa riesca perfettamente, fin nel minimo particolare. Invece, la rapina riuscirà, ma cominciano a lasciare una scia di sangue che rischia di ingrossarsi. Tutta la polizia argentina sta addosso alla banda, al che decidono di nascondersi belli tranquilli vicino a Montevideo, in Uruguay, per fare in modo che le acque si calmino, dividersi il bottino, e campare di rendita. Della banda fa parte anche El Cuervo, che sarà l'elemento destabilizzatore dell'alchimia nella coppia dei "Gemelli".

Marcelo Piñeyro è (l'ennesimo) regista argentino conosciuto pochissimo, o praticamente ignorato, in Italia: su otto film girati dal 1993 ad oggi, nel nostro Paese ne è arrivato solamente uno, Kamchatka del 2002. Tra l'altro, adesso che ne ho visti alcuni, non mi pare neppure il migliore. Eppure, vi assicuro che è un regista davvero valido, attratto dalle sceneggiature dense di plot twist, amante del thriller atipico, senza dimenticarne le implicazioni psicologiche. Mi rammarico ancora oggi di non aver scritto niente sul suo El método, film del 2005, ma come forse ricorderete, ho tentato di recuperare parlandovi sia del suo ultimo Las viudas de los jueves, film risalente ormai al 2009, e di uno dei suoi primi lavori, Cenizas del paraiso, del 1997, precedente a questo di cui vi parlo oggi.
Plata quemada (appunto, soldi bruciati) si basa sul libro omonimo di Ricardo Piglia, che a sua volta si basa su un fatto realmente accaduto in Argentina. Con l'aiuto di una coinvolgente ricostruzione storico-ambientale (tanto che fino al momento di verificare l'anno di uscita del film, ero convinto si trattasse di un lavoro molto più vecchio), e un manipolo di attori davvero intensi, e con i quali Piñeyro pare avere un rapporto particolare visto che appaiono in più di uno dei suoi lavori, riesce a raccontare una storia vibrante, al limite, a disegnare personaggi votati all'autodistruzione, con un finale davvero fiammeggiante. Un vero peccato che pellicole e autori del genere siano snobbati qui da noi.
Leonardo Sbaraglia è El Nene (qualcuno forse se lo ricorderà per averlo visto in Salvador), Eduardo Noriega è Angel (ultimamente in Blackthorn insieme a Sam Shepard, film ancora inedito da noi, Noriega ha lavorato anche con Amenabar in più occasioni), Pablo Echarri è El Cuervo (era in Cronaca di una fuga), e tutti insieme fanno a gara a chi è più bravo. Nel cast anche la bella Leticia Brédice (Nove regine, Segreti di famiglia, Kamchatka), Dolores Fonzi è Vivi (era nell'interessante El aura, e per la cronaca, ma ve l'ho già detto, è la donna di Gael García Bernal, col quale ha già avuto due figli), e il grande vecchio Héctor Alterio (Losardo), ultimamente in Intruders.

20130106

Sex. Power. Murder. Amen.

The Borgias - di Neil Jordan - Stagioni 1 e 2 (9 e 10 episodi; Showtime) - 2011/2012

Anno di grazia 1492. Il cardinale Rodrigo Borgia è, come gli altri cardinali, al capezzale di papa InnocenzoVIII. Con l'aiuto dei suoi due figli più grandi, Cesare e Juan, manovrerà il conclave che si apre alla morte di Innocenzo, e diventerà, non senza difficoltà, papa Alessandro VI. Giuliano Della Rovere è il suo rivale più duro, e non demorde neppure dopo la fumata bianca. E' chiaro che bisogna correre ai ripari, soprattutto in una penisola così divisa. Creare alleanze, blindare le posizioni. Se Della Rovere prima proverà ad attaccare Alessandro VI per via della sua condotta libertina, dopo si rivolgerà al re di Francia, Carlo VIII. Nel frattempo, Rodrigo non perde tempo: avendo ben quattro figli da Vannozza Cattanei (che qui, in The Borgias, chissà perché diventa Cattaneo), ne "usa" subito tre. Cesare è fatto cardinale per avere voti a favore in Vaticano, Juan diventa gonfaloniere dell'esercito papale, Lucrezia viene data in sposa a Giovanni Sforza, per creare un'alleanza con il centro-nord Italia. Ma i pericoli non finiscono mai.

Come promesso, ecco che oggi mi occupo di un'altra serie dedicata alla famiglia forse più micidiale del medioevo: i Borgia (in realtà Borja, venendo dalla Spagna). Tutti concordi sul fatto che Showtime l'abbia messa in programmazione e prodotta sulla scia di The Tudors (che non ho visto, ma curiosando qua e là mi par di capire che non valga la pena), possiamo tranquillamente affermare che questa "versione" è quella più spettacolare e tendente alla telenovela (il titolo del post, come potete notare dalla foto, è una delle tagline di presentazione della serie), nonostante ci sia la mano di Neil Jordan, uno che ha fatto del cinema  più che rispettabile, addirittura raggiungendo livelli di culto con La moglie del soldato (e vi si è avvicinato con Breakfast on Pluto). C'è anche da dire che non c'era neppure bisogno di sceneggiare granché, tante sono le nefandezze, gli intrighi, gli assassini, le illegalità, le trame, messe in atto dai Borgia. Ma si sa, esistono tanti tipi di pubblico. The Borgias è godibile visivamente, e mi perdonerete se sono un po' di parte, visto che dei costumi se ne occupa Gabriella Pescucci, già premio Oscar e mia concittadina (proprio del paesello). C'è una bella fotografia, ma ci sono anche delle schifezze: sui fondali fatti con photoshop o quello che è, siamo ai livelli di Revenge. Ci sono regie dinamiche, inesattezze storiche (ma forse sarebbe più giusto dire che la storia è piegata alle esigenze di audience) a piene mani, tette e culi a volontà (ma su questo forse non si è neppure calcato la mano), sottotrame omosessuali, bisessuali e via dicendo, ma, nonostante le storpiature dei nomi italiani da parte dell'intero cast (se lo seguite in lingua originale), e nonostante che il concetto anglosassone dell'Italia e della storia sia molto vago, non dispiace "vedersi" in un prodotto televisivo che farà anche acqua, ma è pur sempre una produzione importante. Con questo non voglio dire che The Borgias sia una serie imperdibile, sia chiaro.
Parliamo adesso del cast. Rodrigo Borgia, ovvero fino a questo momento la figura principale (anche se storicamente, quella che dovrebbe diventare più importante sarebbe quella di Cesare), è interpretata da Jeremy Irons. Ora, a Irons gli vogliamo bene tutti, è stato un grande attore, ha fatto film e parti indimenticabili. Ma qua si rasenta il ridicolo, e la sua interpretazione lascia veramente l'amaro in bocca. Il suo "oppositore", Giuliano Della Rovere, interpretato da Colm Feore, è molto più credibile e degno. François Arnaud (Cesare Borgia) e David Oakes (Juan Borgia), handicappati da pettinature e parrucche ridicole, non impressionano granché, così come Holliday Grainger nei panni di Lucrezia (Borgia, of course). Se lo stesso possiamo dire di Joanne Whalley nei panni di Vannozza, non è così per la diafana Lotte Verbeek, che impersonando Giulia Farnese buca lo schermo. In alcune parti per così dire minori, troviamo le maggiori sorprese. Straordinario il francese (nato a Vienna) Michel Muller, un attore comico-satirico che abbiamo visto addirittura in Train de vie e in Wasabi, nella parte di Carlo VIII di Francia. Interessante la prova di Gina McKee (In The Loop, Espiazione, Notting Hill) nei panni di Caterina Sforza (la madre di Giovanni dalle Bande Nere), una donna straordinariamente forte alla quale rende giustizia (e al confronto della quale la Lucrezia Borgia di questa serie sembra un'oca). Ma il personaggio vincente di questa serie, che gli sceneggiatori dovranno per forza tenere fino in fondo se non vorranno assistere ad un'emorragia di contatti, è quello di Micheletto (ispirato a Michelotto Corella), interpretato in maniera esemplare da Sean Harris (ultimamente in Prometheus, è stato Ian Curtis in 24 Hours Party People, era in Harry Brown), uno dei pochi personaggi vibranti di questa serie. Tra le curiosità del cast, troviamo in alcuni episodi Emmanuelle Chriqui (Sancia), Derek Jacobi (cardinal Orsini), Noah Taylor e Mickey Sumner (figlia di Sting e Trudy Styler).

20130105

vedove

Viudas - di Marcos Carnevale (2011)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Buenos Aires. Elena è un'anziana e affermata regista di documentari. Mentre sta lavorando alla sua prossima uscita assieme alla fidata assistente Esther, viene avvertita che il marito Augusto, un musicista, è stato ricoverato all'ospedale, e pare grave. All'ospedale, le due donne incontrano Adela, una ragazza molto più giovane, mai vista. Soprattutto Elena, inizia a sospettare che questa giovane sia l'amante di suo marito; ne ha la certezza quando, in procinto di morire, lo stesso Augusto le chiede di avere cura di lei. La donna (Elena) cerca di elaborare come può i sentimenti che la pervadono: da una parte il dolore del lutto, la scomparsa di una persona che amava da tutta una vita; dall'altra, la rabbia per essere stata tradita, ingannata, e per non essersene accorta nemmeno lontanamente. Ma Adela, alla quale evidentemente Augusto ha raccomandato la stessa cosa, tenta un avvicinamento: va a trovare Elena a casa, si presenta al funerale, le offre dei fiori. Elena rifiuta sdegnata, ancora avvinta soprattutto dalla rabbia; Adela, che non è così forte come ci appare all'inizio, si dispera e tenta il suicidio. Elena, messa davanti ad una scelta difficile (firmare per prenderla con sé, oppure farla internare), memore della "promessa" fatta al marito, prende Adela in casa sua. Comincia così un confronto serrato, tra due personalità molto diverse.

Proprio qualche tempo fa vi parlavo di Marcos Carnevale, esperto sceneggiatore argentino e discreto regista: di lui mi è capitato di vedere il delicato e divertente Elsa y Fred, in Italia divenuto Intramontabile Effervescenza (chissà come gli è venuto in mente al titolista/traduttore), da lui appunto scritto e diretto. Questo Viudas è un buon film, con un tono da commedia ma con contenuti che indagano, seppur sommariamente, il dolore della perdita. La storia l'abbiamo vista altre volte, qui si sviluppa un po' come se fosse un film di Susanne Bier: le due donne che amavano lo stesso uomo obbligate a convivere. Il film scorre in maniera deliziosa, e le interpreti principali, tutte attrici argentine super-esperte, padroneggiano la scena con grande sapienza. Il risultato, quindi, non è niente di trascendentale, ma godibile e senza ridondanze: ce ne fosse.
Graciela Borges è Elena (ve ne ho parlato in occasione di Dos hermanos), e devo dire che è spettacolare; Valeria Bertuccelli è Adela (l'avete vista anche voi in XXY, e se non l'avete fatto fatelo), Rita Cortese è Esther. C'è, nei panni molto divertenti di un travestito/donna di casa, Martín Bossi, e il tormentone musicale del film è Paisaje, un pezzo iper-melodico un po' retrò, scritto nientemeno che da Franco Simone, e interpretato da Vicentico, marito di Valeria Bertuccelli, ma soprattutto cantante dei Los Fabulosos Cadillacs.

20130104

top ten records 2012


1) Baroness - Yellow and Green
Ambizioso
2) Dirty Projectors - Swing Lo Magellan
Complesso
3) Neneh Cherry and The Thing - The Cherry Thing
Asimmetrico
4) The Sword - Apocryphon
Metallico
5) Fiona Apple - The Idler Wheel...
Complicato
6) Santigold - Master of My Make-Believe
Incalzante
7) Converge - All We Love We Leave Behind
Apocalittico
8) Green Day - ¡Tré!
Riassuntivo (recensione prossimamente)
9) Bat For Lashes - The Haunted Man
Sensibile
10) The Soundtrack of Our Lives - Throw It to the Universe
Sapiente

bu

La notizia del Milan che lascia il campo a causa dei "buu" razzisti del tifo avversario è di quelle che fa molto riflettere, in più sensi. Finalmente si dice apertamente che, in campionato e in coppa, "è più difficile" sospendere le partite (come da regolamento, tra l'altro), per questo tipo di comportamenti incivili, a causa dei diritti televisivi. Insomma, a causa dei soldi. Ma, attenzione, quali soldi? Naturalmente, quelli che vanno alle società, quelli pagati dalle televisioni: mica quelli degli spettatori, magari quelli civili. Si, perché, insieme ai colpevoli di aver fatto sospendere la partita, in questo caso, e aver fatto tornare a casa il Milan, chiederanno il rimborso del biglietto pure i tanti (o pochi? A giudicare dai commenti del sindaco di Busto Arsizio, c'è da sospettare che la maggioranza sia razzista) che invece volevano solo godersi una squadra di categoria superiore, un bello spettacolo. Pensate che i soldi vengano rimborsati a stretto giro di posta?
E' facile rilasciare dichiarazioni come quelle di Barbara Berlusconi o di Allegri (secondo me è un po' più difficile rilasciare quelle del sindaco, ma magari a lui viene naturale), ma li voglio vedere in una partita che conta, anzi dopo una partita importante non sospesa ma piena di cori razzisti (non so se lo sapete, ma non è che la tifoseria del Milan sia di quelle antirazziste). Il problema è che se nessuno si decide, i razzisti non capiranno mai.
Chiudo con una battuta: quando ci si chiede se l'Italia sia o no una nazione razzista, ripensiamo a questo fatto, appena commentato. Sarà un caso che a scandire i cori razzisti fossero proprio i tifosi di una squadra che si chiama Pro Patria?

20130102

top ten tv series 2012


1) Game of Thrones
Epico
2) Homeland
Adrenalinico - Recensione della seconda stagione il 27 gennaio 2013
3) Mad Men
Introspettivo
4) Louie
Spassoso con intelligenza - Recensione della terza stagione l'11 gennaio 2013
5) The Hour
The Newsroom meets Mad Men: stile e ritmo - Recensione della prima e della seconda stagione il 18 gennaio 2013
6) Breaking Bad
Grande cinema "spezzettato" per la tv - Recensione della prima parte della quinta stagione il 10 gennaio 2013
7) American Horror Story
Omaggio al genere di grandissima classe - Recensione della prima e della seconda stagione prossimamente, appena terminerà la messa in onda della seconda
8) The Newsroom
Il maestro è tornato, con pregi e difetti, per un grande pezzo di televisione - Recensione della prima stagione il 19 gennaio 2013
9) Treme
L'epopea degli ordinary people del post Katrina volge al termine senza perdere fascino - Recensione della terza stagione il 20 gennaio 2013
10) Veep
Satira politica mondiale al massimo livello di causticità da un altro maestro di scrittura

20130101

happy new year

Sto lavorandoci dalle 8,30, e risparmiatevi tutti quei sorrisini ironici: lo sapete che le top ten di fassbinder sono quello che aspettate tutto l'anno solare. Da quest'anno, si aggiunge quella delle serie televisive, a grande richiesta e doverosamente, per uno che ormai c'è dentro con i piedi e tutto. Quindi, domani top ten tv series, giovedì quella dei film, venerdì quella musicale.
Trapasso dall'anno vecchio a quello nuovo piacevole e casalingo, grazie a tutti gli intervenuti e soprattutto alle cuoche, ma per cortesia non mi parlate più di paccheri cime di rapa cozze e vongole.
In sottofondo Caprica (il prequel spin-off del reboot di Battlestar Galactica), doppiato in spagnolo, raccapricciante.
E ricordatevi che il vero e intramontabile Happy New Year è quello degli Abba.

vita su Marte

Life On Mars - di Matthew Graham, Tony Jordan e Ashley Pharoah - 2 stagioni (16 episodi; BBC) - 2006/2007

2006, Manchester. L'Ispettore capo Sam Tyler, fidanzato con la collega Maya Roy, di origini pakistane, indagando su un serial killer che ha appena rapito proprio Maya, viene investito e travolto da un auto in corsa, e finisce in coma. Si sveglia, apparentemente, ma dopo qualche minuto si rende conto di essere nel 1973, sempre a Manchester. Sorprendentemente, è ancora un poliziotto, ed è stato trasferito nella stessa stazione di polizia dove lavorava nel 2006 da Hyde. E' un semplice ispettore, ed è sotto il comando di Gene Hunt, un Ispettore capo misogino, rozzo, prepotente. I metodi investigativi e di interrogatorio, assieme al modo di fare assolutamente non politicamente corretto, sono le cose che Sam stenta a fare suoi. Pian piano si convince di essere in una specie di sogno, e di essere ancora in coma; crede che questa realtà parallela sia come una prova, una metafora del suo affrontare il problema che lo relega nel coma. Essendo stato catapultato trentatré anni prima, ma nel luogo dove è nato e cresciuto, avrà modo di incrociare persone conosciute, e perfino suo padre, sua madre, addirittura la madre della sua fidanzata. Continua ad avere stranissimi incubi, visioni, allucinazioni uditive, crede di sentire persone conosciute che gli parlano mentre lui è in coma nel suo letto d'ospedale; contemporaneamente, tenta di integrarsi nel gruppo investigativo di Hunt, con il quale instaura un rapporto di amore/odio.

Avevo sentito parlare con insistenza e con ammirazione a proposito di questa serie inglese, ripresa prontamente anche per gli USA dalla ABC (con nientemeno che Harvey Keitel nei panni di Gene Hunt, scelta scontata ma indovinata, direi così a naso, senza aver mai visto niente della serie USA); per completezza di informazione, c'è da dire che i diritti sono stati acquistati anche per la Spagna e per l'Italia, e in Spagna è stato già prodotto e mandato in onda La chica de ayer, una stagione di otto episodi (con "ritorno al passato" del protagonista nel 1977, immediatamente post-Franco, per cui doppio impegno) e cancellato, mentre per l'Italia non si sa niente (ma forse è meglio così). Ecco quindi che ho scelto di vederla, anche per voi, vista la relativa snellezza (due stagioni da otto episodi ciascuno, durata episodi 50 minuti) del tutto.
Mi ha colpito immediatamente il pretesto narrativo, terribilmente somigliante a quello di Awake, segno quindi che il creatore Kyle Killen ha solo decontestualizzato il "salto" del protagonista, da salto indietro nel passato a semplice salto in bilico tra due realtà parallele, alla Sliding Doors. Qua, il passaggio all'indietro diventa fulcro per far sbizzarrire sceneggiatori, scenografi, costumisti, e soprattutto, curatori della colonna sonora. La scelta è onesta e sicuramente non sfarzosa: la Manchester del 1973 è grigia, sporca, razzista, omofobica, misogina, scorretta, corrotta. Sam Tyler è una sorta di moralizzatore/innovatore, ma è costantemente preso per pazzo, e lui per primo ha costantemente quell'impressione. Una metafora? Sicuramente. Uno dei difetti che mi sento di imputare a Life On Mars, è quello del non affondare il colpo. Hunt non è mai del tutto cattivo, e Tyler non lo condanna mai abbastanza, del resto, lo humour è una parte importante della serie, e le situazioni comiche si susseguono, così come le battute causate dal salto nel tempo. Però molti argomenti "retrospettivi" sono affrontati con una certa onestà, come detto prima. Soprattutto, complice il fidanzamento di Sam con Maya, il razzismo e le coppie "miste" (anche se in realtà i figli di indiani o pakistani o caraibici sono del tutto inglesi, seppur con colori di pelle variamente ambrati). Per il resto, è un'apoteosi di vetture alla Starsky & Hutch, camice inguardabili con colletti enormi indossati sopra le giacche, pantaloni a zampa di elefante e una colonna sonora bellissima tutta fatta in maniera preponderante di glam rock di origine controllata: Bowie, naturalmente, ma anche The Sweet, Roxy Music, Slade, T. Rex, Elton John e Mott the Hoople, ma anche di buon hard rock quale quello di Uriah Heep, Thin Lizzy, Free, Cream e Blue Oyster Cult.
John Simm (ve lo ricordate interpretate il chitarrista dei Joy Division in 24 Hour Party People?) è un Sam Tyler tormentato, ma sicuramente la sua prestazione è quasi oscurata da quella dell'ottimo Philip Glenister (Gene Hunt), attore soprattutto televisivo.
Mi aspettavo di più, ma è comunque una visione curiosa e divertente.

20121231

Davide o Nicola?


Prima di chiudere l'anno, lasciatemi parlare di calcio per un breve momento. Dopo la sofferenza dello scorso campionato, durante il quale era diventato davvero duro assistere alle partite del Livorno, questo campionato cadetto stagione 2012-2013 ci ha riservato, per il momento, una grande e piacevole sorpresa. Parlo al plurale, perché sono convinto che non ci credesse nessuno, prima di cominciare. Una campagna acquisti che non convinceva, una di quelle classiche per il nostro Presidente, tutta scambi e solo guadagni, e per di più l'ingaggio di un allenatore praticamente sconosciuto: Davide (di nome) Nicola (di cognome), ex calciatore (naturalmente anche del Genoa, come piace al Presidente), unica esperienza (da allenatore) al Lumezzane.
E invece, questo non ancora quarantenne, ci ha regalato un girone d'andata difficile da dimenticare, e ci ha ridato la gioia di andare allo stadio. Ha dato un gioco e soprattutto un cuore a questa squadra, ed è uno spettacolo vederlo in panchina (per modo di dire), accompagnando la linea difensiva o chiamando qualcuno dei nostri a marcare un avversario solo mentre lui stesso corre verso quest'ultimo. Tutto questo naturalmente insieme alla squadra, una squadra dove abbiamo visto giocatori rinati, che sembrano i fratelli furbi di quelli dello scorso campionato, e nella quale abbiamo "scoperto" mezzi fenomeni. Possesso palla da Barcellona, rimonte sensazionali, grinta, schemi, azioni fulminanti, gol (anche subiti) a raffica. La gioia del calcio. La partita contro il Sassuolo di mercoledì scorso, oltre a rimanere nella memoria di molti, a livello personale rimarrà anche come la prima, e forse non ultima, alla quale ha assistito anche Alessio, divertendosi parecchio.
Voglio regalare un pensiero anche agli amici dell'Empoli, che stanno disputando un campionato ancora più stupefacente del nostro: dal fondo della classifica alla zona dei play off, e senza cambiare l'allenatore.
Quindi, a questo punto poco importa come finirà. In questi quattro mesi abbiamo goduto molto. Grazie a tutti.

Lemale et ha'halal

La sposa promessa - di Rama Burshtein (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Tel Aviv. Shira Mendelman appartiene, come la sua famiglia, alla comunità chassidica. Ha appena diciotto anni, ma come tutte le donne che appartengono a questa comunità, sa che il suo compito è sposarsi e procreare, e non vede l'ora. I matrimoni sono combinati dai genitori, con l'aiuto del capo rabbino, ed anche questa è una pratica che tutti accettano. Shira sbircia quello che dovrebbe essere il suo promesso sposo, con l'aiuto di sua madre Rivka, al supermercato. Ed è felice, felicissima. La sorella Esther è incinta di nove mesi, ed è sposata con Yohai. Tutte le ragazze single sono affrante, se non riescono a farsi combinare un matrimonio. Ma insomma, Shira è a posto. Poi, all'improvviso, Esther si sente male. E muore, dando alla luce il figlio Mordechai. La famiglia di Shira, così come quella di Yohai, piombano nel dolore. Ma la vita continua, e c'è il piccolo Mordechai da allevare. Dopo poche settimane, Rivka mette a fuoco il fatto che Yohai si sposerà di nuovo; e se, come si comincia a mormorare, si sposerà con un'ebrea che vive in Belgio, si porterà dietro Mordechai. E comincia a tessere la sua tela.

E' abbastanza impressionante l'esordio dell'israeliana, e chassidica (non so se si possa dire così, mi perdonerete nel caso) osservante, Rama Burshtein. La sposa promessa (il titolo inglese, che non sono sicuro sia la traduzione esatta di quello originale ebraico, Fill the Void, "riempire il vuoto", rende molto meglio l'idea) è un film che punta tutto sull'emozione dipinta e trasmessa dai volti, insistendo nei primi piani, ambientando il 95% delle scene in interni, lavorando su fuoco e sul fuori fuoco, "smarmellando" spesso la fotografia degli sfondi. E funziona perché i volti funzionano, non soltanto quello della protagonista Hadas Yaron, quasi alle prime armi, nei panni di Shira, e vincitrice della Coppa Volpi all'ultimo Festival di Venezia, ma anche quelli dei co-protagonisti quali della madre Rivka, interpretata da Irit Sheleg, vero personaggio che funge da burattinaio, e pure quello di Yohai, impersonato da Yiftach Klein. Seppure alcuni passaggi della sceneggiatura siano intuibili, e la messa in scena non favorisca il ritmo, il film, con un minimo di impegno, si lascia vedere, e si apprezza pure. Quel che lascia interdetti è il messaggio. Se, come alcuni critici hanno sostenuto, era un tentativo da parte della regista di illustrare dal di dentro la comunità ebraico-ortodossa, ci riesce si, ma di sicuro non riesce a farla apprezzare ad uno spettatore non ortodosso o laico. Anzi, personalmente ho ravvisato nelle "regole" imposte dal chassidismo, sconcertanti affinità con l'islam più becero e fondamentalista, misogino e maschilista in maniera inaccettabile. Come dire, non di certo una buona pubblicità.

20121230

Inés y la alegria

Inés e l'allegria - di Almudena Grandes (2011)

La storia immortale crea strani effetti quando s'intreccia con l'amore dei corpi mortali, ma quando quest'amore finisce, i destini che insieme hanno saputo disegnare i più barocchi e indecifrabili arabeschi si distendono come corde parallele su un monotono tappeto scuro, il naturale paesaggio delle biografie più anonime.

Una storia d'amore bella ed invidiabile, quella tra Inés Ruiz Maldonado e Carlos de la Torre Sànchez (o Ramiro Quesada Gonzàlez, o Fernando Gonzàlez Muniz), nata durante l'abortita invasione della valle d'Aran da parte dell'esercito del Partito Comunista Spagnolo, e continuata durante l'esilio francese, fino alla conclusione, trent'anni più tardi. E' il pretesto che Almudena Grandes, la cinquantaduenne scrittrice spagnola, autrice di libri che ho trovato molto belli, usa per cominciare un'opera di ampissimo respiro tutta dedicata alla guerra civile spagnola. Ce la spiega lei stessa:

"Inés e l'allegria" è il primo capitolo di un progetto narrativo composto da sei romanzi indipendenti, accomunati dallo stesso spirito e da un titolo: "Episodi di una guerra interminabile".

Sarò onesto: ci ho messo un anno per leggere questo libro. Inoltre, sia il libro, sia il progetto (che, tra parentesi, in patria è già arrivato al secondo capitolo, El lector de Julio Verne, uscito nel marzo 2012), denotano un'ambizione che qualcuno potrebbe giudicare smisurata. Eppure, soprattutto dopo un libro come Cuore di ghiaccio, e tenendo ben presente il pensiero politico dell'autrice (sostenitrice decisa di Izquierda Unida), sono qui a testimoniare che lo sforzo vale la pena.
Seppur spesso ridondante - la prosa della Grandes, quando vuole, sa essere più che prolissa -, Inés e l'allegria è un romanzo storico che mischia verità e invenzione, personaggi davvero esistiti (e importantissimi per la storia della Spagna) a figure più o meno inventate ("Inés e l'allegria" è una storia inventata inserita nella cronaca di un avvenimento storico reale. Per affrontarne la stesura, un modello nuovo per me, ho rispettato alcune regole e mi sono presa qualche libertà.), e con le sue 750 pagine dense d'amore (tra i due protagonisti, tra le altre coppie di loro amici, ma anche della scrittrice per il suo Paese martoriato) e d'amarezza (per trent'anni praticamente persi, per uno spietato dittatore che è riuscito a morire di vecchiaia ancora alla guida della Spagna), inaugura appunto un progetto ambizioso nella maniera migliore: regalando emozioni e coinvolgendo il lettore, riportandolo indietro, in quei tempi bui, ma anche pieni di eroi "normali".

20121229

argonauta

Argo - di Ben Affleck (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Cominciata nel 1978, nel 1979, la rivoluzione islamica iraniana depone lo Scià Reza Pahlavi (solo formalmente, visto che lo stesso Scià era via dall'Iran dal 16 gennaio 1979), e il capo carismatico della rivolta, l'Ayatollah Khomeini, dopo un referendum vinto in maniera schiacciante, dichiarò l'Iran una Repubblica Islamica e, in pratica, accolse la Sharia come legge. Lo Scià, malato di cancro, si recò negli Stati Uniti per curarsi, e in Iran si diffuse un forte sentimento anti-americano, che portò all'assedio dell'ambasciata statunitense da parte dei sostenitori dell'Ayatollah, dopo il rifiuto da parte degli USA, di estradare Pahlavi come richiesto dal nuovo regime iraniano. Il 4 novembre 1979, la folla inferocita fece irruzione nell'ambasciata, prendendo in ostaggio gli addetti (oltre 50). Un piccolo gruppo di funzionari riuscì a fuggire, e si rifugiò nella casa dell'ambasciatore canadese a Teheran, Ken Taylor. Gli iraniani ci misero molto a ricostruire l'elenco del personale, e quindi ad accorgersi che mancavano esattamente sei persone; il governo statunitense (amministrazione Carter) cominciò a lavorare, congiuntamente con quello canadese, alla liberazione di questi sei funzionari, così come, dall'altro lato, trattava per liberare gli oltre 50 ostaggi nell'ambasciata. Il dipartimento di Stato (che coordina la politica estera), riunendosi con alcuni specialisti della CIA, espone i piani per liberare i sei; per la CIA, partecipano alla riunione Tony Mendez, esperto in "esfiltrazioni" (parola probabilmente inventata in italiano, ma che in pratica è il contrario di infiltration, infiltrazione) da paesi critici, ed il suo capo, Jack O'Donnell. Le proposte del dipartimento di Stato vengono bocciate dai membri della CIA, e Mendez, guardando alla tv Anno 2670 - Ultimo atto alcuni giorni dopo, ha un'idea, che sembra a tutti la "migliore delle cattive": simulare la produzione di un film di fantascienza ambientato in location esotiche, e far passare i sei, insieme a Mendez, per la troupe incaricata di visionare i luoghi dove si dovrà girare il film.

Terzo lungometraggio da regista per il bambolotto Ben Affleck, dopo il buon Gone Baby Gone, ed il seguente The Town, che a me non è piaciuto, probabilmente perché sono prevenuto, e invece a molti si. Argo è un buon film, senza dubbio; bel cast senza grandi stelle ma con una sfilza di caratteristi a dir poco eccezionali, curato nella direzione e nella parte tecnica, piuttosto ben scritto. Però ecco, le emozioni, nonostante la storia sia una storia vera e quindi "fatta" di sentimenti forti e realmente esistiti e provati da almeno due, se non tre, popoli, le emozioni, dicevo, scarseggiano. Un filo, appena un filo, di tensione nella decisiva scena dell'aeroporto, con un bel montaggio tra gli eventi che stanno per collidere, ma davvero niente più di un prodotto ottimamente confezionato. I riferimenti di Affleck sono abbastanza chiari, il cinema di Redford e anche quello di Eastwood, ma a mio modesto parere il Ben c'ha ancora da pedalare.
Bryan Cranston (Breaking Bad) è Jack O'Donnell, il sempre eccezionale Alan Arkin è il produttore Lester Siegel, il grande (in tutti i sensi) John Goodman è il make-up artist (truccatore è un po' riduttivo) hollywoodiano John Chambers,  Victor Garber (ve lo ricordate il padre di Sydney Bristow in Alias?) è Ken Taylor, Tate Donovan, Clea DuVall (giovane ma vista tante volte, indimenticabile in Carnivàle), Scoot McNairy (Monsters, adesso sui nostri schermi con Cogan), Rory Cochrane, Christopher Denham e Kerry Bishé sono i sei da esfiltrare, e ci sono anche Kyle Chandler (Friday Night Lights), Chris Messina (ultimamente in The Newsroom), Zeljko Ivanek (Oz, True Blood) e Titus Welliver (presente anche negli altri film diretti da Affleck, per me indimenticabile Jimmy O'Phelan in Sons of Anarchy). Affleck, che come regista omaggia il cinema in generale, con questo film, è il protagonista Tony Mendez, ed è in una curiosa versione capello lungo anni 70/80 e barba; se la cava discretamente, anche se continua, secondo me, a mancare di carisma. La prima scelta di Affleck per la parte di Mendez era Brad Pitt, che ha declinato per altri impegni. Il fatto che si sia sostituito a Pitt vorrà dire qualcosa?

20121228

you and me

Io e te - di Bernardo Bertolucci (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Roma, oggi. Lorenzo è un quattordicenne di buona famiglia. Intelligente ma solitario, ha difficoltà a rapportarsi con i coetanei. Probabilmente per questo, è in analisi da uno psicologo. Per non farsi "dare il tormento" dalla madre, Lorenzo si fa dare i soldi per andare in settimana bianca con la scuola, ma in realtà, arrivato il giorno precedente la partenza, e quindi il termine ultimo per consegnare il denaro, lui se lo tiene, non lo consegna. Con questo denaro fa una spesa "mirata", prepara l'enorme cantina nelle fondamenta del palazzo dove abita con la famiglia, stampa una scenata per non farsi accompagnare fino al punto di ritrovo dalla madre, fa finta di avviarsi, poi attende, torna a casa, con uno stratagemma elude il portiere, e si trincera in quel luogo così lontano e così vicino, per una settimana. Pronto per una settimana in solitaria, se si escludono le pressanti telefonate della madre, Lorenzo rimane basito quando, nella cantina, irrompe Olivia. Quasi dieci anni più grande di lui, Olivia è la sua sorellastra; è la figlia di primo letto del padre, che lei odia al pari della madre di Lorenzo, lui per essersene andato, lei per averglielo portato via. Dice di essere lì per cercare delle cose sue, riposte in uno scatolone, ma in realtà non ha un posto dove andare. Inoltre, è in crisi di astinenza. Perché si, è una tossica.

Era stata una facile profezia la mia, quando ho letto il libro (omonimo) di Ammaniti dal quale è tratto questo film. Il problema, credo, è che Bertolucci ha un nome che spaventa i critici, e incute riverenza nel pubblico. Io e te, diciamocelo, è un filmetto. Non riesce a dare maggior spessore psicologico ad una storia ben raccontata, nel libro, e pure tragicamente amorevole (parte che Bertolucci taglia, a torto secondo me, eludendo la fine/inizio, e lasciando solo intuire qualcosa), non riesce a costruire due personaggi epocali, riprova a titillare la parte pruriginosa del pubblico con lo stesso, o quasi, metodo che aveva usato con The Dreamers (e che aveva fregato molti, ma non me), con tentazioni incestuose, affida la parte principale ad un assoluto debuttante (Jacopo Olmo Antinori nella parte di Lorenzo) che, secondo il mio modestissimo parere, si rivela una discreta delusione. Aggiungerei il fatto che la prima parte, quella "in superficie" per intenderci, si rivela decisamente mediocre anche a livello di fotografia, suscitando dentro di me la classica vocina di Stanis che dice "troppo italiano".
Sonia Bergamasco (la madre di Lorenzo) e Pippo Delbono (lo psicologo di Lorenzo) in parti marginali e poco significative, la bella sorpresa viene da Tea Falco (che è realmente anche una fotografa) nella parte di Olivia. Al debutto nel cinema, era apparsa in televisione ne Il giovane Montalbano ed ha una discreta esperienza teatrale; viso intrigante, mi ha ricordato Valentina Cervi (solo che Tea è bionda), e questo per me è un gran complimento.

20121227

Dupa dealuri

Oltre le colline - di Cristian Mungiu (2012)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Romania. Vicino ad un paesino, non lontano da Bucarest, dietro le colline, c'è un piccolo, semplice, umile monastero. Lo gestisce, ma forse sarebbe meglio dire lo comanda, un prete ortodosso (davvero molto, molto conservatore) che dalle suore si fa chiamare padre o addirittura papà. C'è poi una madre superiora, totalmente devota ai voleri del prete, e una manciata di giovani suore. Tra queste, c'è Voichita, orfana, cresciuta in orfanotrofio, adesso devota a Dio, al lavoro del monastero e ai dettami del padre. Un giorno, Voichita scende in paese per ricevere la visita di Alina, che torna per un breve periodo dalla Germania, dove da tempo lavora. In breve, lo schema è chiaro: le due ragazze sono state inseparabili ai tempi dell'orfanotrofio, e probabilmente amanti. Alina era quella con un ruolo attivo, fisicamente più prestante di Voichita, la proteggeva anche in maniera manesca. Alina ama ancora con tutto il suo cuore Voichita, ed è tornata per portarla con sé in Germania; ha trovato lavoro per entrambe su una nave da crociera. Potranno così finalmente coronare il loro sogno d'amore, di libertà e di indipendenza, lontano da una terra che ha regalato loro solo stenti. Ma Alina si scontra con la devozione di Voichita, una cosa per lei davvero difficile da intendere. Voichita si è votata completamente a Dio, e la reazione scomposta di Alina, probabilmente da sempre tendente all'isterismo, comincia a causarle problemi all'interno della comunità, e nei confronti del padre. Quest'ultimo ravvisa nella persona di Alina una vera e propria minaccia per la quieta, estremamente povera tranquillità del monastero, e comincia a provarle tutte per allontanare lei, e, se necessario, anche Voichita.

Terzo lungometraggio (escludendo i film a "segmenti") per il rumeno Cristian Mungiu, secondo distribuito in Italia dopo il precedente 4 mesi 3 settimane 2 giorni vincitore di Cannes a suo tempo (anche con questo film il regista ha vinto qualcosa a Cannes quest'anno, e cioè il premio alla miglior sceneggiatura), Oltre le colline, nonostante riprenda almeno un tema portante del film precedente (l'amicizia femminile), è ispirato ad una storia vera, raccontata da Tatiana Niculescu Bran, giornalista e scrittrice, in due libri (il fatto e i libri hanno ispirato anche un'opera teatrale) che documentano l'accaduto, e che fecero molto scalpore in patria. L'approccio di Mungiu è come ce lo ricordavamo, apparentemente spartano ma ispirato a grandi maestri, o quantomeno a registi di grande personalità (Kaurismaki, rispetto al quale ha un tocco molto più drammatico e senza il suo proverbiale sarcasmo, ma in questo caso soprattutto Von Trier, del quale ha l'approccio dogmatico), e ripropone il suo personale punto di vista, e cioè non averne, non schierarsi ma solo raccontare un fatto che dovrebbe essere ridicolo, se non fosse così grave. Un non schierarsi che, nella critica del film precedente, io stesso avevo giudicato un punto debole, ma che dopo una doppietta di lavori così intensi, devo riconoscere essere un tatticismo che costringe lo spettatore a porsi domande e a schierarsi senza preconcetti e per suo conto, per cui un punto positivo.
Tecnicamente coraggioso, con la telecamera che, spesso a mano, insegue i protagonisti, impegnativo e non solo perché dura due ore e mezzo tonde, estremamente drammatico senza risultare melodrammatico e neppure tragicomico, vede anche un cast sconosciuto ma estremamente in parte (le due protagoniste, Cosmina Stratan e Cristina Flutur, rispettivamente Voichita e Alina, hanno vinto a pari merito il premio come miglior attrice sempre a Cannes 2012), evidentemente ben diretto, da questo regista che, ormai è una certezza, continuerà a riservarci film che in qualche modo, ci metteranno alla prova. E questo a me piace.

20121226

Poulet aux prunes

Pollo alle prugne - di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Siamo in Iran, a Teheran, nel 1958. Nasser Ali Khan, un celebre violinista, da sempre in contrasto con la moglie Faringuisse, perde la voglia di vivere: la stessa moglie, in un accesso di rabbia, ha rotto il suo violino preferito. Dopo vari tentativi di rimpiazzare lo strumento, decide di morire. Riflette su come darsi la morte, e alla fine, non essendo mai stato un uomo d'azione, decide che il suicidio non fa per lui: si metterà quindi a letto, e attenderà la morte. Semplicemente.
Sul suo letto di morte, ripercorrerà la sua vita, rendendo lo spettatore partecipe del suo amore enorme per la musica e, soprattutto, per Irane, il suo primo ed unico amore di gioventù, con la quale non ha potuto coronare il suo sogno, ma che è rimasta, come sua musa ispiratrice, nella sua musica, per sempre.

Dopo il travolgente debutto di Persepolis, la Satrapi ed il fido Paronnaud mettono sullo schermo ancora una volta una graphic novel dell'iraniana, ancora una volta omonimo. Abbandonati i disegni, questa volta abbiamo un film con attori in carne ed ossa. Il tono è felliniano, con colori iper-saturi e situazioni grottesche, metafora dell'impotenza dei progressisti iraniani. E' anche una bellissima storia d'amore, forte fino alla commozione, recitata da un grande cast (superbo come al solito Mathieu Amalric nei panni del protagonista Nasser Ali Khan). Affogato forse dentro un tourbillon onirico, il messaggio si perde un po', e il film non convince fino in fondo, nonostante alcuni momenti sia intensi che molto divertenti. Nel cast anche Maria de Medeiros (Faringuisse), Chiara Mastroianni (Lili adulta), Jamel Debbouze (Houshang il mendicante), Isabella Rossellini (Parvine) e la bella Golshifteh Farahani (About Elly) nei panni di Irane.
Ad ogni modo, confidiamo nella coppia Satrapi/Paronnaud, le idee e le suggestioni non mancano.

20121225

police

Polisse - di Maiwenn (2012)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Parigi, oggi. All'interno dell'organizzazione della polizia esiste la squadra speciale che si occupa della tutela dei minori, la BPM (Brigade de protection des mineurs). E se pensate che il loro compito sia facile, vi sbagliate di brutto. I componenti, uomini e donne, tutti con le loro storie, convivono tra di loro alternando cameratismo, amicizia ma anche screzi, hanno un superiore comprensivo e bravo nel suo lavoro, ma devono rispondere gerarchicamente ad un funzionario totalmente distaccato e disinteressato. Queste persone, oltre alle loro vite e ai loro problemi di tutti i giorni, lottano ogni giorno con casi di abusi fisici, induzione alla prostituzione, maltrattamenti, dispute tra genitori, violenze domestiche, senzatetto, bambini che non vanno a scuola, che non hanno abbastanza da mangiare. Non è semplice convivere con tutto questo, e la notte dormire tranquillamente.

Improvvisamente, un giorno il funzionario presenta loro Melissa, una giovane, attraente, taciturna fotografa-reporter, che ha il permesso di documentare il lavoro di tutti i giorni della BPM. Anche Melissa ha la sua vita (ha due figlie con un uomo italiano, col quale però non convive e nei confronti del quale pare essere in crisi negli ultimi tempi), ed inizialmente non è accolta a braccia aperte in seno alla squadra. Ma la resistenza iniziale è scalfita un poco alla volta dalla semplicità riservata di Melissa, che finisce addirittura per instaurare una relazione intensa con Fred, un componente di spicco della squadra, anche lui con una compagna ed un figlio a carico. La giovane fotografa viene integrata a tutto tondo, ma contemporaneamente, altri ingranaggi si inceppano, messi a dura prova dal lavoro di tutti i giorni...

Terzo film da regista e sceneggiatrice per la bella Maiwenn, già attrice anche per Besson (Léon, Il quinto elemento). Se i precedenti film erano stato pressoché invisibili, questo, sulla scia del grande riscontro avuto a Cannes 2011, è uscito da noi nel febbraio 2012, sostenuto da un po' di pubblicità, e c'è da dire che vale la pena di dargli un'occhiata. Un po' rozzo, magari volutamente per dargli un tono da realismo, Polisse (da un errore ortografico del figlio, pare) è un film coinvolgente, serrato, emozionale, con un finale che inchioda e sbalordisce come un pugno nello stomaco. Ottimo il cast e le interpretazioni, passabile perfino la prova di Scamarcio. Film notevole.

20121224

del genere umano

I più attenti di voi si ricorderanno questo post dove vi riportavo il mio stupore e la mia ammirazione (nascondendo tra le righe la mia preoccupazione per una possibile ennesima morìa di posti di lavoro) per questa nuova tecnologia.
Ora, non so se è un caso, ma esistono ancora, al mondo, persone alle quali incuriosisce riflettere sul genere umano, ponendosi le classiche domande "chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo"; penso, molto sommariamente, a cose alle quali mi sto interessando ultimamente, ad un programma come Mankind la storia di tutti noi, che ripercorre la storia dell'umanità dal Big Bang ad oggi (un po' come fa il maestro Jared Diamond nel suo libro mai abbastanza osannato Armi, acciaio e malattie), o a una serie come Battlestar Galactica, che immagina fantascientificamente una realtà futura che non si capisce bene, perché potrebbe invece essere il nostro passato, e mette in luce tutti i nostri pregi ma pure tutti i nostri difetti.

Ecco, leggo oggi senza nessuno stupore, che la tecnologia della stampa in 3D è già usata frequentemente per stamparsi armi a casa.
Come dire: l'intelligenza umana non ha limiti, esattamente come l'umana stupidità.
Buon Natale.

amore

Amour - di Michael Haneke (2012)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Parigi. Georges ed Anne sono due ottantenni moderatamente agiati, in pensione, ancora innamorati. Entrambi ex insegnanti di musica, colti, intelligenti, vivono in una bella casa arredata un po' retrò, sono gentili, educati, si trattano con rispetto estremo e vanno d'accordo. Sono felici e continuano a coltivare i loro interessi. Una mattina, Anne si "incanta" all'improvviso, mentre fanno colazione assieme; lei non si rende conto di nulla, Georges si preoccupa. Anne ha una prima ostruzione della carotide, deve essere operata. L'operazione non va benissimo, la donna torna a casa in sedia a rotelle, ma curata amorevolmente dal marito, che le promette di non riportarla più all'ospedale, sembra riprendersi. E invece, dopo un primo iniziale miglioramento, la situazione peggiora, poco a poco ma inesorabilmente, verso una prevedibile fine. Georges, che resiste stoicamente fino ad assumere una prima infermiera, poi una seconda, accudisce la moglie con pazienza, umorismo, amore, appunto. La figlia Eva, anche lei musicista, vive all'estero, si fa vedere ogni tanto e vorrebbe dire a Georges cosa fare, la cosa lo infastidisce, ma lo fa presente sempre con rispetto ed educazione.

Rileggevo alcune mie critiche sui film di Haneke, questo regista austriaco nato a Monaco di Baviera che, volenti o nolenti, ha scritto pagine memorabili nella storia del cinema contemporaneo europeo. La proverbiale freddezza a lui accreditata, fa di questo Amour (decisamente e completamente un film d'amore sull'amore, ma pure sulla, diciamo, seconda o terza parte della vita umana, una sorta di riflessione non tanto sulla possibilità dell'eutanasia, quanto sulla dignità di vivere la vecchiaia) un film agghiacciante sul declino del corpo e della mente, un'amara riflessione sull'ineluttabilità della fine della vita umana, in un tempo in cui non si fa altro che essere bombardati da informazioni che ci dicono come restare giovani e che entro poco tempo vivremo fino a 150 anni. Non è un tema nuovo, e magari per questo non è un capolavoro; trovo tra l'altro che una delle cose più brutte, una delle condanne più orribili, sia quella di aver vissuto una bella vita e non potersene ricordare, o non poterne parlare perché qualcuno possa arricchirsi solo ascoltandoti. Un'altra cosa molto brutta è amare tantissimo una persona, ed assistere al suo progressivo sgretolamento. Haneke fa un film con una sceneggiatura esile e senza fronzoli, ma indiscutibile (fatta eccezione per il piccione), ma soprattutto sceglie due attori dalla bravura devastante, che riescono a strappare applausi solo per il fatto di esistere. Certo, Amour non è un film che consiglieresti a chi va al cinema per divertirsi. Ma si sa, qui su fassbinder girano solo persone un po' strane, quindi ve lo consiglio. Regia impeccabile.
Jean-Louis Trintignant è Georges, Emmanuelle Riva è Anne, Isabelle Huppert è Eva. Alexandre Tharaud è Alexandre, l'allievo di Anne, ed è un vero musicista che cura anche le esecuzioni dei molti brani classici del film. Da vedere non foss'altro che per prepararsi alla fine.

20121223

Ruby rubacuori

Ruby Sparks - di Jonathan Dayton e Valerie Faris (2012)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Stati Uniti. Calvin Weir-Fields è un giovane scrittore. Ha avuto un enorme successo col suo romanzo di debutto, dopo di che è arrivato il blocco dello scrittore. Si sente inutile, e per di più, odia e piange ancora per la sua ex, Lila, che lo ha lasciato qualche anno prima. Suo fratello Harry cerca come può di aiutarlo, di tirarlo fuori dalla spirale che lo sta trascinando nella depressione. C'è solo Scotty, il suo cane, così chiamato in onore di Francis Scott Fitzgerald, che gli tiene davvero compagnia.
Calvin inizia a sognare la ragazza che vorrebbe. La sogna ogni notte. Il dottor Rosenthal, il suo analista, lo sprona a scriverne. Calvin ne costruisce la storia, il nome, la famiglia, da dove proviene, che cosa fa nella vita. La definisce, e lo mette su carta: è l'unica cosa di cui riesce a scrivere. Finché, una mattina, si sveglia, e lei, Ruby, è lì, nella sua cucina. Gli parla, come se fosse da sempre nella sua vita. Lui si impaurisce, chiama Harry, che ovviamente gli dà del pazzo. Ma quando Calvin capisce che lei è reale, è lì, e la presenta a Harry, i due si devono arrendere all'evidenza. Comincia quindi la vita di Calvin con Ruby, la sua amata, sognata, Ruby. Lui, lei, Harry e la moglie Susie, vanno a trovare la madre Gertrude, che vive col suo compagno Mort. Sono tutti felici. Ma più si va avanti, e più si scopre che c'è di più: Calvin, e Harry con lui, si accorgono che Ruby fa qualsiasi cosa Calvin scriva sulla sua bozza di romanzo. Quanto può durare questa situazione?

La coppia Dayton/Faris, che al debutto (dopo una marea di documentari soprattutto musicali) ci hanno regalato quella gemma che è stato Little Miss Sunshine, si affidano ancora una volta ad uno sceneggiatore debuttante: per il debutto toccò a Michael Arndt, stavolta è Zoe Kazan, nipote di Elia, a scrivere questo gioiellino solo all'apparenza surreale, e decisamente delizioso. Curiosamente, ma fino ad un certo punto, Zoe Kazan è anche l'interprete di Ruby, ed è, nella vita, la compagna di Paul Dano (già in Little Miss Sunshine), che qui interpreta il giovane scrittore Calvin Weir-Fields. I due, inutile dirlo, fanno scintille: divertono, appassionano, emozionano, commuovono. La storia, che qualcuno, a ragione, ha paragonato a Pinocchio, è una riflessione sulle difficoltà dei rapporti di coppia, soprattutto quando si comincia a voler cambiare il carattere del partner. E' delicato e divertente, arriva davvero in profondità con eleganza. La cinepresa si muove con grande sapienza, la fotografia è molto bella. Ma, a mio modesto parere, ciò che trasforma un film delizioso in un film imperdibile, è la splendida colonna sonora, curata da Nick Urata; se vi sembra di aver già sentito questo nome, magari proprio qui, è perché Urata è il leader dei Devotchka (e se vi ricordate della loro musica, riconoscerete senz'altro la sua firma).
Nel cast altri grandi nomi: Annette Bening è Gertrude, Antonio Banderas è Mort, Elliott Gould è il dottor Rosenthal. Ci sono anche Chris Messina (Harry), Steve Coogan (Langdon) e, seppur per pochissimo, la splendida Deborah Ann Woll (la Jessica di True Blood) nei panni di Lila.