No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20081214

the answer is blowin' in the wind 3


La seconda parte è stata pubblicata ieri



Uno dei pochi abitanti dell’isola a credere in quel progetto era Søren Hermansen. Oggi ha 49 anni, è un uomo snello con i capelli tagliati corti, le guance rubizze e gli occhi azzurri. Hermansen è nato a Samsø e, se si esclude qualche breve periodo di assenza per viaggiare o frequentare l’università, è sempre vissuto lì. Suo padre era un agricoltore che, tra le altre cose, coltivava barbabietole e prezzemolo. Hermansen aveva provato a seguire le sue orme (alla morte del padre aveva rilevato la fattoria di famiglia), ma aveva scoperto che quel lavoro non faceva per lui. “Mi piace parlare, e le verdure non ti rispondono”, mi ha spiegato. Perciò aveva deciso di afittare i suoi campi a un vicino e si era messo a insegnare scienze ambientali. Hermansen trovava molto interessante l’idea dell’isola dell’energia rinnovabile. Dopo aver ottenuto un po’ di fondi federali per finanziare un posto di lavoro, era diventato il primo dipendente del progetto. Per mesi, che poi sarebbero diventati anni, non era riuscito a fare molto. “C’era molta esitazione, tutti aspettavano che fosse il vicino a fare la prima mossa”, ricorda Hermansen. “Conosco bene gli abitanti dell’isola: fanno sempre così”. Invece di combattere questo atteggiamento, Hermansen aveva cercato di sfruttarlo. “Uno dei motivi per continuare a vivere qui è che i rapporti sociali sono importanti”, osserva. “Grazie al progetto dell’energia rinnovabile si poteva stabilire un nuovo tipo di relazioni sociali: abbiamo puntato su questo”. Ogni volta che c’era una riunione per discutere una questione locale, Hermansen andava lì e ripeteva il suo discorsetto. Spiegava agli abitanti di Samsø come sarebbe stato bello lavorare insieme per realizzare qualcosa di cui sarebbero stati tutti orgogliosi. Ogni tanto offriva una birra ai partecipanti. E, soprattutto, cercava di tirare dalla sua parte le persone più influenti dell’isola. “Il compito più dificile è stato convincere la gente ad attivarsi”, racconta. Ma alla fine, come aveva sperato, il meccanismo sociale che aveva bloccato il progetto cominciò a girare in suo favore. Sempre più persone si lasciavano coinvolgere e ne trascinavano altre. Dopo un po’, partecipare al progetto era diventata la norma. “Tutti gli abitanti di Samsø hanno cominciato a pensare all’energia”, spiega Ingvar Jørgensen, che riscalda la sua casa con l’energia solare e con una caldaia a paglia. “Sembrava una specie di sport”. Brian Kjaer, un elettricista che ha installato una piccola turbina nel suo giardino, sostiene che “partecipare a questo progetto è entusiasmante”. La turbina, alta 24 metri, genera più corrente di quella che serve alla sua famiglia (tre persone) e anche più di quella che la linea elettrica che parte da casa sua è in grado di trasportare. Così Kjaer usa la corrente in eccesso per riscaldare l’acqua che tiene in un serbatoio nel garage. Un giorno spera di usare l’elettricità in più per produrre idrogeno, che potrebbe alimentare le pile a combustibile di un’automobile. “Søren non ha mai smesso di parlare del progetto, e alla fine ha convinto un sacco di gente”, conclude.


continua lunedì 29 dicembre 2008

all'una e trentacinque, circa


Vinicio Capossela, 30/11/2008, Livorno, Teatro Goldoni

Affabulatore, questo è l’aggettivo che sento spesso usare per Capossela. Vorrei evitare di usarlo questa volta, prima di tutto perché senz’altro, senza rileggere, anch’io devo averlo usato spesso; in seconda battuta, perché nonostante la dimensione circense e spettacolare che Vinicio è riuscito a dare anche in questo tour, spingendosi ancora più in là rispetto al precedente, a supporto di Ovunque Proteggi (cosa che, francamente, non credevo fosse possibile), l’ho trovato pacificato, sobrio e lucido, nonostante non abbia perso la verve, e nonostante tutti continuino a notare (e sottolineare) i suoi vuoti di memoria, le sue incespicature (chissà se esiste oppure sto creando un neologismo), che io, invece, nella serata livornese ho letto come segni di una sincera timidezza.

Pubblico particolare, come, in parte, è ovvio che sia, per un artista che piace ad un pubblico mediamente adulto; gente ben vestita (o almeno, così credono), coppie, e pure famiglie con bambini. Visto che il concerto è in teatro, resiste la concezione tutta italiana e tutta provinciale, che a teatro si debba andare ben messi, o addirittura per sfoggiare: ho visto con i miei occhi persone che normalmente non si metterebbero mai una camicia, indossarne una per l’occasione e metterci sopra addirittura un pulloverino. Chissà che ne penserebbe Vinicio. Non c’entra niente, ma nel foyer vedo il mago Christopher aggirarsi nei pressi del banchetto del merchandising.
Sold Out da giorni, mi ritrovo un posto favoloso in terza fila laterale (posizione che preferisco anche al cinema), per il quale ringrazio ancora oggi e pubblicamente l’amica Susy. Si inizia in orario, e si intuisce che: lo spettacolo si dividerà in due parti, la prima sarà leggermente più intimista e sarà composta praticamente dall’intero ultimo album, Da solo. Ed è un piacere perdersi tra le note di questo ulteriore tassello delicato ed intimo, ma pure politico, che la frenesia di questi tempi moderni non mi ha ancora permesso di metabolizzare appieno. Metto a fuoco, ad esempio, che Lettere di soldati è forse una delle prime canzoni di Vinicio apertamente su temi d’attualità, la introduce dicendo che è importante farla qui, vicino a Camp Darby e dopo gli ultimi eventi elettorali (statunitensi), con la speranza che “quel” qualcosa non debba più servire, confermo che Orfani ora è il mio pezzo preferito di questo nuovo lavoro (e chi pensa, o scrive con malizia, che ci sia un riferimento a Orphans di Tom Waits potrebbe anche riflettere sul fatto che si vive anche di modestia ed omaggi, non solo di autostima), me la rido di gusto mentre strimpella Una giornata perfetta e penso a Carosone, finalmente vedo Chinaski (Vincenzo Costantino) all’opera, che legge una poesia riferita a “loro due” per introdurre In clandestinità, ho ancora il tempo per domandarmi come un musicista che riesce a scrivere una cosa come Il paradiso dei calzini non sia riconosciuto come bene nazionale, e insomma, cose così. All’appello manca solo Sante Nicola, ma mica si può avere tuttotutto. Vinicio cambia cappello, i suoi musicisti cambiano strumenti, lui pure, e mantiene le promesse e le premesse, suonando strumenti, principalmente a tasti, anche imprevedibili, improponibili e mai visti. Inconsistenti, appunto. Parla poco, in questa prima parte, quanto basta, e arriva sempre al cuore. Ispira un misto tra tenerezza e ilarità, per come si propone sottovoce e per le battute che fa, per i temi apparentemente nonsense e per il tono con cui li introduce e introduce, tramite loro, i pezzi.

L’intermezzo tra questa prima parte e la seconda è appannaggio del mago Christopher Wonder, ormai una componente fissa del “circo” di Vinicio, e della sua assistente Jessica Love, iper-tatuata ma con classe e gambe davvero lunghe. Si sorride, dapprima poco poco, fino a divertirsi sul serio. Una quindicina di minuti, più o meno.

Ecco che gli sfondi del palco si riempiono, e si colorano. Ci sono i disegni da freak-show di Davide Toffolo, dei Tre Allegri Ragazzi Morti (ma anche fumettista), che diventeranno realtà ed usciranno dai testi. Ed ecco che si rivolge lo sguardo al passato, prossimo e remoto. Si movimenta la serata, si va di polka e cha cha cha. I collaboratori montano una gabbia illuminata, dove il protagonista via via sarà rinchiuso; Vinicio sottolinea che la gabbia è un po’ come quella che, più o meno dal 1994, ci stanno costruendo intorno dicendoci che va tutto bene. C’è il palombaro su Canzone a manovella (pubblico che davvero soffre le poltrone del teatro, trascinante versione), c’è il Minotauro con i campanacci (l’avevamo già visto nel tour di Ovunque Proteggi) su Brucia troia, la medusa su (ovviamente) Medusa cha cha cha, c’è "The Human Pignata" (ancora Wonder, con due collaboratori mascherati da wrestlers messicani – o meglio, due luchadores - che lo percuotono mentre lui con la camicia di forza, o meglio con “the pazzo jacket“ – una camicia di forza - si libera, appeso naturalmente per i piedi, alla Houdini) su L’uomo vivo, c’è una versione emozionante di Con una rosa, una Che coss’è l’amor in Calexico-style, una coinvolgente Marajà, un’omaggio sentito a Livorno (città, dice lui, tra le poche dove si riesce a trovare la birra Ichnusa, tra le altre cose) con una toccante Modì (a questo proposito, credo che nei limiti del possibile Capossela renderà omaggio alle città dove suonerà in questo modo, tanto è vero che la sera dopo, al Teatro del Giglio di Lucca ha eseguito Un bel dì vedremo…della Butterfly, spiegando e commentando il testo, e scherzando su Puccini però con grande rispetto), fino a chiudere con i musicisti che suonano in piedi attorno a lui alla tastiera, a mo’ di banda, mentre dentro la gabbia ci sono un uomo, una donna e una bambina, scelti da Vinicio in mezzo al pubblico, ai quali è stato offerto del vino bianco (la bambina, alla quale invece è stato offerto un succo, dopo un pezzo si è messa a piangere, ed è stata “liberata” da Wonder, siparietto gustoso), e la band che esegue All’1,35 circa.
Tripudio, ma non è tutto. Dato che il concerto rientrava nel Premio Ciampi, i due organizzatori salgono sul palco, ringraziano, richiamano Vinicio, gli dedicano parole importanti, lo premiano con una targa, lui ringrazia e si impappina visibilmente emozionato, e regala un altro pezzo, insieme alla band. E non un pezzo qualsiasi, e nemmeno un pezzo suo. Dopo oltre due ore, suona e soprattutto canta Adius di Piero Ciampi. Ed io rido, ma piango pure.

Chioso e chiudo velocemente, senza lanciarmi in paragoni, riferimenti, sproloqui vari. Vinicio Capossela è un vero artista, sta lanciandosi “da solo” delle sfide ormai da anni, e le sta vincendo tutte. Nonostante sia nato ad Hannover, dovremmo essere orgogliosi di essere suoi compatrioti. Secondo me all’estero ce lo invidiano. Una delle poche cose che sono rimaste da invidiarci.

20081213

moon

che poi a me moonlight shadow mi fa proprio cagare!

carlo


Questa mattina sono riuscito a far assistere Alessio al film d'animazione Nausicaa della valle del vento per intero. E mi sono reso conto che per lui, pronunciare mostro-tarlo è praticamente impossibile. Lo chiama mostro-carlo. Gli occhi rossi dei mostri-tarlo vivi gli ricordano gli occhi rossi del demone-cinghiale di Mononoke.

the answer is blowin' in the wind 2


La prima parte è stata pubblicata venerdì 21 novembre 2008



Niente di speciale

Gli abitanti di Samsø che ho incontrato sono chiaramente fieri di quello che hanno fatto. Ma insistono nel dire che sono persone normali: né ricchi né particolarmente istruiti o idealisti e neanche esageratamente avventurosi. “La nostra è una comunità agricola piuttosto conservatrice”, mi ha detto uno di loro. “Siamo persone normali”, ha ribadito Tranberg. “Non abbiamo niente di speciale”. Quest’anno si prevede che il mondo brucerà 31 miliardi di barili di petrolio, sei miliardi di tonnellate di carbone e 30mila miliardi di metri cubi di gas naturale. La combustione di tutti questi carburanti fossili produrrà 400 milioni di miliardi di Btu di energia (pari a circa 420mila milioni di miliardi di joule). Ma produrrà anche 30 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. L’anno prossimo, si prevede che il consumo globale di combustibili fossili aumenterà del 2 per cento, il che significa che le emissioni saranno mezzo miliardo di tonnellate in più. L’anno successivo l’aumento sarà di un ulteriore 2 per cento.
Oggi, con un livello di CO2 che ha raggiunto le 385 parti per milione, l’impatto devastante del riscaldamento globale è già evidente. La calotta polare artica, che è ormai ridotta della metà rispetto agli anni cinquanta, si sta sciogliendo al ritmo di 40mila chilometri quadrati all’anno: in altre parole, ogni dodici mesi scompare una distesa di ghiaccio delle dimensioni del West Virginia.
Il riscaldamento globale ha favorito la proliferazione di insetti che, negli ultimi dieci anni, hanno causato la scomparsa di 600 milioni di ettari di foreste negli Stati Uniti e in Canada. L’aumento delle temperature inoltre fa crescere il numero dei rifugiati e dei conflitti armati. “Oggi il cambiamento climatico è una delle cause principali del trasferimento forzato”, ha dichiarato recentemente l’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, António Guterres. Alcuni esperti vedono un collegamento tra la guerra del Darfur, che ha provocato 300mila morti, e il cambiamento dei livelli di piovosità in Africa equatoriale. In questo contesto generale, l’impresa degli abitanti di Samsø può sembrare irrilevante. Senza dubbio, in termini numerici, non significa molto: tutte le emissioni risparmiate dall’isola negli ultimi dieci anni sono annullate dall’anidride carbonica che un’unica centrale elettrica a carbone emetterà nelle prossime tre settimane. E la Cina sta costruendo nuove centrali a carbone al ritmo di circa quattro al mese. Ma è proprio perché il contesto è così drammatico che gli sforzi dell’isola sono significativi. Samsø ha rivoluzionato le sue fonti energetiche in soli dieci anni. La sua esperienza fa pensare che, per quanto enorme, il problema delle emissioni di carbonio potrebbe essere risolto. A dare il via alla rivoluzione di Samsø sono state alcune decisioni con cui l’isola, in realtà, aveva poco a che fare. La prima era stata presa dal ministero per l’ambiente e l’energia danese nel 1997. Per cercare di favorire l’innovazione, il ministero aveva deciso di lanciare una specie di gara sulle energie rinnovabili. Per partecipare, le comunità dovevano presentare un piano in cui spiegavano in che modo avrebbero ridotto l’uso dei combustibili fossili. Un ingegnere, che neanche viveva a Samsø, pensò che l’isola fosse un’ottima candidata. Dopo essersi consultato con il sindaco, preparò un piano e lo presentò. Quando fu annunciata la vittoria di Samsø, la maggior parte degli abitanti rimase interdetta. “Ho dovuto riascoltare la notizia due volte prima di crederci”, mi ha detto un agricoltore. La breve ondata di interesse che seguì all’annuncio svanì quasi subito. Oltre al titolo di “isola dell’energia rinnovabile”, Samsø non ricevette quasi nulla dal governo danese: nessun premio in denaro né sgravio fiscale particolare, e neanche l’aiuto dello stato.


continua domani

20081212

masterpiece


Dogville - di Lars Von Trier 2003

Giudizio sintetico: da non perdere

Attenzione : questo film è fortemente sconsigliato a:

-chi va al cinema per divertirsi
-chi va al cinema per Natale e Pasqua
-chi non ama essere sorpreso
-chi odia il teatro
-chi non sopporta i film lenti.

Detto questo, io sono di quelli che considerano il danese un genio, e questo film me ne dà una ulteriore conferma.
Praticamente una trasposizione di teatro al cinema, completamente girato in un teatro di posa, con una minuscola città con i perimetri delle case e del resto solamente tracciate in terra, con solo qualche parete e palizzata qua e là, il film prende a pretesto l'arrivo di una dolcissima e graziosa fanciulla di nome Grace (una Kidman sempre più ispirata e convincente), dal passato misterioso, in circostanze ambigue, in una apparentemente tranquilla e affiatata piccolissima comunità (Dogville appunto), per narrare il passaggio dalla diffidenza alla schiavitù, attraversando l'accettazione, la simpatia e l'egoismo, verso la stessa Grace da parte della comunità. Ma c'è molto di più.
E' quasi un'indagine antropologico-comportamentale, una finestra sulla natura umana, una riflessione sull'impossibilità della redenzione, sulla negazione del perdono, sulla fine della speranza, su tutti i temi cari a Von Trier, ma con un velo di nichilismo più forte. Finale agghiacciante, con contrappassi danteschi e incorniciato dal dialogo grottesco/non-sense tra Grace e il padre, il film che dura oltre due ore, pare sia stato accorciato per l'Italia su richiesta della Medusa di circa 40 minuti.
Strepitosa la prova del cast.
Un capolavoro ostico.

20081211

lo scambio


Changeling - di Clint Eastwood 2008


Giudizio sintetico: si può vedere


Nel 1928, a Los Angeles, Christine Collins, una madre sola con un figlio di 9 anni, esce per andare a lavoro in straordinario, a malincuore, avendo promesso al piccolo che lo avrebbe portato al cinema. Al suo ritorno, il piccolo è scomparso. Christine comincia la ricerca, rivolgendosi ovviamente alla polizia, la famosa LAPD, che dopo 5 mesi le consegna un bambino somigliante, ma non certo suo figlio. Il calvario di Christine si trasforma in un'odissea, di più, in una lotta durissima contro l'istituzione poliziesca, per conoscere la verità.


Ennesimo bel film di Eastwood, tratto incredibilmente da una storia realmente accaduta, alla quale, pare, la sceneggiatura non ha aggiunto granché. Stile come sempre sobrio e asciutto, nonostante la durata eccessiva, mano magistrale, fotografia superba, ricostruzione storica accurata, prove attoriali divistiche (ma non impeccabili).

Eppure, nonostante la critica sia pressoché unanimemente osannante davanti a Changeling, e venga proposto per diversi Oscar, non sono riuscito ad appassionarmi troppo a questo lavoro.

Sarà snobismo, sarà che le cose perfette non sono mai geniali, sarà solo eccesso di anticonformismo, ho trovato la tremenda sofferenza di Christine Collins come telefonata. D'accordo, ampie possibilità di metafora traslando la storia ai giorni nostri, critica feroce al sistema e soprattutto alla corruzione, all'indecenza delle istituzioni che trasformano i cittadini in numeri e caselle da usare per le statistiche, tutto vero, toccante e pure fastidiosissimo perchè vero e ripetibile, il film dà un senso di freddezza che non coinvolge appieno.

I personaggi sono quasi tutti bianchi o neri: o sono buoni, o sono cattivi. Solo qualcuno, marginale, si salva.

E poi gli attori principali. Malkovich ormai può recitare solo un carattere del genere: un prete ingessato con un'espressione unica, disgustata, dipinta perennemente sulla faccia. La Jolie, magrissima ma fredda perfino nella sofferenza, troppo, davvero troppo impeccabile in qualsiasi situazione.


Formalmente e stilisticamente impeccabile, il film di Clint ha forse, a mio modesto parere, un difetto di eccessivo distacco emotivo, oltre che di eccessiva durata.

erba


Completata la visione della stagione 4 di Weeds. Grottesco, divertente, ma con ampi riferimenti ad interessanti questioni statunitensi. Mary-Louise Parker molto molto sexy. Doug, il personaggio interpretato da Kevin Nealon, è iper-comico. Un cazzone "leggendario". Sono in pari con gli USA. Adesso tocca aspettare luglio 2009 per la stagione 5.

let it rain


AlterBridge + Logan, 29/11/2008, Milano, Alcatraz


Penso, magari sono loro, gli AlterBridge. Anche in giugno, per il loro concerto al Fillmore di Cortemaggiore, pioveva. Il problema è che è un mese che non smette mai. E non smette per tutta la durata del viaggio. E non smette neppure durante quei 20-30 interminabili minuti di coda fuori dall'Alcatraz, evidentemente gestito (come ingresso) da dei perfetti incapaci, che, credo, siano riusciti a far bagnare di pioggia il 90% dei paganti. Fanculo, di cuore.


Siamo dentro e già suonano i Logan, inglesi, formazione a 5 (2 chitarre, basso, batteria, cantante), molto, molto simili agli AB. Non sfigurano, il pubblico è generoso pure con loro, anche se terminano il set e da subito partono cori all'indirizzo degli headliner della serata. Tempi stretti, dopo c'è la discoteca, ma sufficienti per la scaletta degli AB; come al Fillmore, suoneranno un'ottantina di minuti.


L'Alcatraz è praticamente esaurito, per cui un altro successo per il combo di Orlando. Pubblico osannante e molto partecipe. Un esempio su tutti: l'ultimo pezzo prima della pausa, prima dei bis, è Open Your Eyes, il singolone semi-ballad estratto per primo dal debutto One Day Remains, Mark Tremonti (chitarra), durante uno stacco, ringrazia e invita a seguire le indicazioni che darà Myles Kennedy (voce e chitarra) per cantare insieme a loro. Non riesce neppure a finire la frase, il pubblico sta già cantando, quindi Mark si corregge e si mette a ridere.

La scaletta è quasi identica alla data di giugno. 9 pezzi da Blackbird (su 13), 6 da One Day Remains, una sola cover, nei bis, Travelling Riverside Blues di Robert Johnson. Apre Come To Life, la migliore della serata è Blackbird, quasi a metà, delude un po' In Loving Memory che mancò la volta scorsa (nonostante l'aspettassi).

La band appare in palla, seppur leggermente statica; super-professionali, addirittura i ragazzi appaiono felici dell'accoglienza ma, non so come dire, appagati e preparati al successo; l'acustica è pessima, purtroppo.


A questo punto, attendiamo il terzo disco e la relativa riprova live, magari in un ambiente più grande; soprattutto, lo auguriamo agli AlterBridge.

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Foto da qui

corpse bride


La sposa cadavere – di Tim Burton e Mike Johnson 2005

Giudizio sintetico: da non perdere

Siamo nel diciannovesimo secolo, Victor, figlio di una famiglia di arricchiti con la vendita del pesce, sta per sposare Victoria, figlia di nobili decaduti in bancarotta, speranzosi di rimettere a posto le loro finanze con un matrimonio poco nobile ma molto ricco. I due non si conoscono, e sono entrambi timidissimi; nonostante ciò, si piacciono subito. La goffaggine di Victor però, complica le cose: durante le prove del matrimonio, non riesce a ripetere la formula del giuramento, per cui è costretto ad imparare a memoria il tutto. Cercando di memorizzare il tutto, vaga per il bosco appena fuori dalla città; al momento di infilare l’anello, Victor vede un ramo secco che esce dal terreno, e infila l’anello proprio lì. Il ramo secco non è quello che sembra, bensì la mano di una ragazza morta ammazzata dal promesso sposo il giorno delle nozze. La ragazza pretende il rispetto del giuramento di nozze, e porta con sé Victor nel mondo dei morti. Nel frattempo, i genitori di Victoria rimpiazzano prontamente il promesso sposo con un impostore, che fa credere loro di essere facoltoso, credendo a sua volta che la famiglia di Victoria sia ancora possidente.

Oltre dieci anni dopo “The Nightmare Before Christmas”, Burton ci regala un altro cartoon spettacolare. L’animazione in stop-motion sembra addirittura migliorata, e sempre di grande effetto, la storia, tratta da una favola ebraica russa, semplice e suggestiva, i personaggi caricaturali, come deve essere, e divertenti, sia quelli simpatici e positivi, sia quelli cattivi e antipatici. Naturalmente, anche questa volta chi trionfa è un freak (anzi, in questo caso una freak, la sposa del titolo, davvero stuzzicante anche se “cartoon”).
Una delle cose che colpirà i più attenti, sono i movimenti di macchina, davvero arditi, da film “vero”. Per il resto, lasciatevi tornare bambini, questo film non ci metterà molto ad affascinarvi. Se lo farete, può succedere che vi scenda anche una lacrimuccia.
Spettacolare.

20081210

we can


Si può fare - di Giulio Manfredonia 2008


Giudizio sintetico: si può vedere


Milano, la Milano da bere, pre-Tangentopoli. Nello è un sindacalista con idee moderne, forse troppo. Allontanato dal sindacato, si ritrova in una cooperativa di malati mentali, sorvegliati da uno psichiatra al quale ovviamente interessa che non diano troppo fastidio. I "ragazzi" in pratica fanno lavori inutili. Nello decide, insieme a loro, di sfidare il mercato.


Di Manfredonia ricordavo lo scarsissimo E' già ieri, ennesimo film debole con il grande Antonio Albanese protagonista (il film non era altro che il remake dello statunitense Ricomincio da capo con Bill Murray). E invece, questo film italianissimo, anche se non arriva, a mio parere, all'altezza di Pranzo di Ferragosto, delicato e divertente, commovente a tratti, che affronta senza pietismo un tema non facile, si rivela interessante.

Ci sono dei difetti, sia nelle facili soluzioni di sceneggiatura, sia nella realizzazione, che non è per nulla spettacolare e vagamente televisiva, ma il tema, sorretto dalle prove attoriali, tutte ben riuscite, è la forza trainante del film, e lo rende assolutamente rispettabile.

Si ride e si piange, si apprezza il lavoro di gente che ha reso possibile veramente (è ispirato a vere cooperative con malati mentali) questo tipo di cose.


Un film italiano povero, ma più che sufficiente.

plagioplay

si apprende che il nostro stimato e leggendario chitarrista joe satriani ha denunciato i coldplay di chris martin di aver plagiato la bella “if i could fly” (tratta dal cd “is there love in space?” anno 2004) con la altrettanto bella “viva la vida”.

le dichiarazioni di joe dal sito musicradar.com:"Tutti presumono che io stia dando la caccia ai Coldplay, come se lo stessi facendo con malizia. Questa è la cosa più lontana dal mio pensiero. Io sto solo facendo quello che ho bisogno di fare come artista, proteggere quello che è mio, proteggere quei sentimenti che metto nelle canzoni.""Ho fatto tutto il possibile per evitare un processo. Ma i Coldplay non ne hanno voluto parlare. Volevano semplicemente che l'intera questione fosse accantonata. Forse immaginavano che questo "piccolo" chitarrista li avrebbe lasciati in pace dopo un po', non so. Ma stiamo parlando di un pezzo artistico che io ho creato, ed è qualcosa che sento come importante. Credo che tutti proverebbero questo sentimento""Mi sono sentito come se un pugnale avesse trafitto il mio cuore. Fa davvero male. Appena l'ho ascoltata, sapevo che era "If I could fly". Quasi immediatamente dal momento che è uscita la canzone, la mia e-mail è stata inondata di messaggi come: "Hai sentito la canzone dei Coldplay? Ti hanno scippato" . Quello che voglio dire è che tutti hanno notato la somiglianza tra le due canzoni. E' abbastanza ovvio."

spiaggia deturpata


Le luci della centrale elettrica, 15 novembre 2008, The Cage, Livorno


Sto invecchiando, inesorabilmente, e scusate se mi ripeto. Anche a questo giro, la band di supporto non lascia traccia alcuna nella mia memoria, e mi scuso con loro tutti. Non mi sono piaciuti, mi ricordavano Stefano Rosso, ma con un'ironia meno ficcante e senza dubbio un po' fuori dal tempo.


Serata livornese per Vasco Brondi, il fenomeno indie italiano dell'anno. In tutta onestà, sono leggermente prevenuto: Brondi in zona ha già dato un paio di bidoni, in estate. Unito questo fatto a qualche polemica via web (ne parlammo qua), il tutto mi aveva insospettito, ed ero pronto ad assistere ad un concerto di un personaggio intrattabile. E invece, non è per niente così.

Giorgio Canali, sempre in piedi (ovviamente con chitarra e voce), accompagna il giovane ferrarese prodigio, spesso seduto, e il Brondi tiene un profilo davvero bassissimo per tutta la durata (un'ora circa) del set, che snocciola il suo praticamente intero repertorio.

Ottime esecuzioni, arricchite quanto basta per differenziarle dalle versioni "in studio", nessuna sbavatura, confermano globalmente la bontà e la valenza di questo debutto folgorante dal titolo a dir poco fantastico, Canzoni da spiaggia deturpata.


Due parole sul pubblico. Il The Cage è pieno, ma di persone che sono realmente interessate ce ne sono qualche decina. Non di certo la situazione ideale per un concerto semi-acustico, come sono appunto quelli di Brondi; senz'altro però, il segnale di qualcosa di concreto per la zona livornese. La mancanza di alternative. Spiagge deturpate.

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Foto di Angela

Die letzten Tage


La rosa bianca – Sophie Scholl – di Marc Rothemund 2005


Giudizio sintetico: da vedere


Berlino, febbraio 1943. La Germania nazista sta perdendo la Seconda Guerra Mondiale su tutti i fronti, in special modo su quello russo. La resistenza interna è debole, ma molti concordano con l’inutilità di proseguire la guerra, per arrestare il sacrificio di vite umane, soprattutto tedesche. Ogni giorno che passa, sempre più persone si rendono finalmente conto che il Fuhrer è fuori di testa. Un gruppo di studenti però, è particolarmente attivo, attuando una tipologia di resistenza assolutamente pacifica, tutta fatta di informazione. Volantini, lettere, scritte sui muri.
Durante una distribuzione di volantini, Sophie e suo fratello Hans vengono arrestati, incarcerati e sottoposti ad interrogatori serrati da parte della Gestapo. Sophie viene interrogata dall’ufficiale Mohr, che, nonostante l’insistenza, rimane molto colpito dall’integrità ideologica della ragazza. Nonostante ciò, c’è poco da fare: i due, insieme all’amico Probst, vengono processati cinque giorni dopo l’arresto, e condannati a morte immediatamente.


Rischio di ripetermi ogni volta, ma i film su questi argomenti non bastano mai. Questo in particolare, asciutto, senza fronzoli, si concentra su una figura piuttosto dimenticata della resistenza tedesca, ma che aveva già meritato un film (di Michael Verhoeven nel 1982). La regia è semplice, ma molto efficace. Se si escludono alcune scene dentro l’Università, il film è tutto girato in interni; il cuore sta esattamente negli interrogatori di Sophie da parte di Mohr (Julia Jentsch e Gerard Alexander Held, entrambi superlativi), vibranti, pieni di parole, intense da una parte, sintomo di una feroce dittatura dall’altra. Due ore che annichiliscono non per la noia, anzi, ma per l’indignazione che, ancora una volta, ci riempie cuore e cervello, davanti al nazismo.
Documento importante.

20081209

vendesi batteria

il feo vende la batteria.
chi la vuole?
dai spargete la voce..

barb wire


Mi son dato da fare sul divano, in questo fine settimana lungo, più due giorni di ferie attaccate, senza pc. Sono alla quarta serie di The Wire, e sono passato indenne dalla terza, l'unica che ho trovato senza sottotitoli. Inesorabile, lento volutamente, segue passo dopo passo le indagini e i vari e tantissimi personaggi, sto capendo la grandiosità di questa serie. Episodi da un'ora abbondante che non vorresti finissero mai e quando finiscono passi subito al seguente. Ottima sintesi questa da Panorama:


The wire: l’america scomoda

Gruppi di ascolto si creano anche per la serie televisiva The wire, che non ha un seguito di massa (1,5 milioni di persone a puntata contro i 20 di Lost) ma un popolo appassionato fino alla mania. È un serial drammatico, socialpoliziesco, con un pubblico diviso in tre categorie sociali.

Da un lato il telefilm firmato da David Simon, ambientato a Baltimora, piace agli abitanti dei ghetti: per lo più neri, a basso reddito e abituati al linguaggio e alla violenza da strada che abbondano in ogni episodio. Dall’altro è seguito da intellettuali che vedono nello show un capolavoro dickensiano d’umanità impareggiabile perché sa guardare alla “decadenza dell’impero americano” (parole di Simon) senza filtri e senza abbellimenti, ma non senza umorismo. Innamoramento per identificazione o per esaltazione artistica, dunque. Ma anche per idealismo. Che è la motivazione che incolla allo schermo un terzo gruppo di fanatici: gli americani neri che ce l’hanno fatta, sono scappati dal ghetto, hanno preso una laurea e in The wire vedono un’opportunità di parlare al resto del paese di come stanno le cose negli angoli bui delle sue metropoli.

Molti membri della middle class bianca giudicano invece la serie troppo forte. Davvero nelle scuole medie dei quartieri poveri i tredicenni vanno in classe con un rasoio in tasca? La risposta preferita di Simon è che “questa merda non te la puoi inventare”, o, più elegantemente, che il suo lavoro è di “rubare la realtà”. Poi di solito chiede, polemicamente, se il motivo che ha privato il suo telefilm del successo di Sex and the city non sia il fatto che quando l’americano medio vede troppi neri in tv pensa sia un documentario e cambia canale. Ma The wire, le cui serie precedenti in Italia sono andate in onda sul canale Fox Crime di Sky, è tutto tranne che noioso. I suoi spacciatori, nelle ore passate agli angoli di strada in attesa di clienti, si scambiano opinioni sulle radio di Baltimora, sul migliore pollo fritto della città, su nuove mosse di scacchi. E Tommy Carcetti, l’ambizioso ma idealista consigliere comunale che nella terza stagione (dovrebbe andare in onda in Italia su Sky, la data è ancora da definire) decide di diventare sindaco, sintetizza le sfide della sua candidatura con una battuta memorabile: “Domani mi sveglierò ancora bianco in una città che non lo è”.

Dopo aver messo sotto la lente, criticato e allo stesso tempo umanizzato poliziotti, criminali, insegnanti e politici, nella quinta e ultima stagione The wire si concentra sui giornalisti. È il gruppo sociale con cui Simon, un ex cronista di nera del Baltimore sun, è più a suo agio, ma anche più infuriato. I tagli ai bilanci e al personale, la chiusura degli uffici di corrispondenza, la fine delle inchieste di ampio respiro (come quella che permise a Simon, nel 1988, di passare un anno fra gli spacciatori di Baltimora per scrivere una serie di articoli sulla loro vita) sono il motivo per cui il creatore di The wire ha sbattuto la porta del giornalismo. Ora si prende una piccola rivincita, mettendo in scena la vita di un quotidiano che si chiama proprio Baltimore sun, e dove il motto della direzione è: “Bisogna fare di più con meno”.

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Sono ormai in dirittura d'arrivo con Weeds. Quarta (e per adesso ultima) serie quasi terminata di vedere.

pirates of caribbean


Secondo me è meglio di Johnny Depp....

suoni lontani


Los Natas + Christopher Walken, Laboratorio sociale occupato Buridda, Genova, 31/10/2008


Serata indimenticabile, nonostante la defezione degli El Thule. Innanzitutto, chiedo scusa alla band che ha aperto (ancora prima dei Christopher Walken), ma una pioggia torrenziale ha impedito che fossi presente fin dall'inizio.


Di ritorno da Berlino, senza passare dal via, dall'aereoporto di Pisa salgo sul treno che mi porta a Genova per l'imperdibile possibilità di assistere ad un concerto degli argentini Los Natas; l'amico Massi mi fa da cicerone/accompagnatore. Completamente inzuppati della pioggia genovese ascoltiamo i CV che ci introducono a sonorità hard rock non così cupe come quelle che mi aspetto dal mitico combo argentino; le poche decine di spettatori si riscaldano anche con le birre a due euro (e a dire il vero anche noi) del bar interno al Buridda. Ci affezioniamo così tanto alla birra sottocosto che ci accorgiamo vagamente che il sound è mutato, e i sudamericani sono già sul palco da un po', complice, appunto, il palco a livello pavimento e le decine di spettatori davanti a noi. A dare manforte al power trio, all'inizio e verso la fine del set, alla voce c'è anche El Topo, fondatore dei Massacre, seminale rock band anch'essa argentina.

Un peccato anche per l'acustica, poco apprezzabile, ma l'onda d'urto sonora dei Los Natas è paragonabile solo ai maestri Kyuss, da loro citati implicitamente (e coverizzati effettivamente, nell'ultimo lavoro El Universo Perdido de Los Natas). La voce affoga nel turbinio di fuzz e distorsioni, di loro si vedono solo le teste (del batterista nemmeno quella, ma fa niente, poco prima, nel corridoio che porta alla sala concerti, gli abbiamo dato una mano a risollevare una ragazza che lo accompagna, che ci è collassata davanti), ma in questo momento, qui e ora, la loro musica è tutto ciò che serve. Un blocco di granito impossibile da scalfire. Nei minuti finali, ben oltre le 1,00 di notte, ci scappa pure una cover motorheadiana di Ace Of Spades, che nulla aggiunge ma serve per un po' di casino in più.


Dopo aver comprato t-shirt, ultimo cd (doppio) e poster per la ridicola cifra di 30 euro, facciamo i complimenti ai chicos che rispondono con cortesia, domandando anche come stesse ora la ragazza, e lasciamo il Buridda convinti di aver passato una serata particolarmente esaltante.

la voce di oggi

zigote

o zigoto

sostantivo maschile (plurale zigoti)

Biologia: cellula che ha origine dalla fusione di un gamete femminile con un gamete maschile

etimologia: dal greco zygotós, "unito, aggiogato", derivato di zygóo, "unisco, aggiogo"

bob dylan by bono

Bob Dylan did what very, very few singers ever do. He changed popular singing. And we have been living in a world shaped by Dylan's singing ever since. Almost no one sings like Elvis Presley anymore. Hundreds try to sing like Dylan. When Sam Cooke played Dylan for the young Bobby Womack, Womack said he didn't understand it. Cooke explained that from now on, it's not going to be about how pretty the voice is. It's going to be about believing that the voice is telling the truth.

To understand Bob Dylan's impact as a singer, you have to imagine a world without Tom Waits, Bruce Springsteen, Eddie Vedder, Kurt Cobain, Lucinda Williams or any other vocalist with a cracked voice, dirt-bowl yelp or bluesy street howl. It is a vast list, but so were the influences on Dylan, from the Talmudic chanting of Allen Ginsberg in "Howl" to the deadpan Woody Guthrie and Lefty Frizzell's murmur. There is certainly iron ore in there, and the bitter cold of Hibbing, Minnesota, blowing through that voice. It's like a knotted fist, and it allows Dylan to sing the most melancholy tunes and not succumb to sentimentality. What's interesting is that later, as he gets older, the fist opens up, to a vulnerability. I have heard him sing versions of "Idiot Wind" where he was definitely the idiot.

I first heard Bob Dylan's voice in the dark, when I was 13 years old, on my friend's record player. It was his greatest-hits album, the first one. The voice was at once modern, in all the things it was railing against, and very ancient. It felt strangely familiar to an Irishman. We thought America was full of superheroes, but it was a much humbler people in these songs — farmers, people who have had great injustices done to them. The really unusual thing about Bob Dylan was that, for a moment in the Sixties, he felt like the future. He was the Voice of a Generation, raised against the generation that came before. Then he became the voice of all the generations, the voices in the ground — these ghosts from the Thirties and the Dust Bowl, the romance of Gershwin and the music hall. For me, the pictures of him in his polka-dot shirt, the Afro and pointy shoes — that was a brief flash of lightning. His voice is usually put to the service of more ancient characters.

Here are some of the adjectives I have found myself using to describe that voice: howling, seducing, raging, indignant, jeering, imploring, begging, hectoring, confessing, keening, wailing, soothing, conversational, crooning. It is a voice like smoke, from cigar to incense, where it's full of wonder and worship. There is a voice for every Dylan you can meet, and the reason I'm never bored of Bob Dylan is because there are so many of them, all centered on the idea of pilgrimage. People forget that Bob Dylan had to warm up for Dr. King before he made his great "I have a dream" speech — the preacher preceded by the pilgrim. Dylan has tried out so many personas in his singing because it is the way he inhabits his subject matter. His closet won't close for all the shoes of the characters that walk through his stories.

I love that album Shot of Love. There's no production. You're in a room hearing him sing. And I like a lot of the songs that he worked on with Daniel Lanois — "Series of Dreams," "Most of the Time," "Dignity." That is the period where he moves me most. The voice becomes the words. There is no performing, just life — as Yeats says, when the dancer becomes the dance.

Dylan did with singing what Brando did with acting. He busted through the artifice to get to the art. Both of them tore down the prissy rules laid down by the schoolmarms of their craft, broke through the fourth wall, got in the audience's face and said, "I dare you to think I'm kidding."

io

non ho ancora una pagina su
facebook!

deserto


Il deserto dei Tartari – Dino Buzzati


Giovanni Drogo ha scelto la vita militare. Prestigio, disciplina, sicurezze, donne, onore, virilita’. Una vita piena di pericoli ma anche densa di attivita’, di riconoscimenti, fatta per gli intrepidi, per i veri uomini. Quando pero’ arriva il momento di partire per il primo incarico, la prima destinazione, la Fortezza Bastioni, la tristezza, una tristezza strana a dire il vero, si impossessa di lui. E le stranezze non finiscono qui. La Fortezza si rivela dapprima una delusione immane, lontana da casa, isolata da tutto, un posto dal quale si desidera fuggire immediatamente; ma dopo il primo impatto, inspiegabilmente, il tenente Drogo, chissa’ come, chissa’ perche’, rimarra’ li’ a lungo, molto a lungo.


Un libro quasi magico, a partire dal titolo, cosi’ evocativo da essere continuamente citato anche da chi non lo ha letto. Un libro snello e avvolgente, scritto con maestria da questo scrittore, poeta e giornalista bellunese. Se ne apprezza lo stile, ma non se ne capisce il senso, forse, fino all’epilogo. Un epilogo liberatorio, catartico, intenso nella sua semplicita’.

Siamo dalle parti del capolavoro

hellas


Sono fatto così, mi colpiscono i particolari nelle storie, anche nelle tragedie. Riguardo ai disordini di questi ultimi giorni in Grecia, mi ha colpito sul Corriere di ieri questo particolare:


Il ministro dell'interno Prokopis Pavlopulos si è pubblicamente scusato per quello che ha definito «un tragico incidente» dicendosi «profondamente rammaricato a nome del governo» per la morte del giovane. Pavlopoulos ha presentato le proprie dimissioni, insieme al sottosegretario con la delega alla polizia, respinte dal primo ministro Costas Karamanlis. L'agente che ha sparato al 15enne è stato prima interrogato e sospeso, insieme al collega che era con lui; poi entrambi sono stati arrestati con l'accusa di omicidio. Sospeso anche il loro superiore, capo del commissariato di Exarchia. Poi il responsabile della morte del ragazzo è stato arrestato. Il governo ha promesso un'indagine approfondita sulla tragedia e «una punizione esemplare».


Sottolineo, ancora:


Secondo la ricostruzione e i racconti dei testimoni, due agenti dei corpi speciali dentro una camionetta sarebbero stati presi d'assalto da una trentina di manifestanti con pietre, bastoni e forse (ma il particolare non è confermato) bombe molotov, poi uno dei due è sceso dal mezzo sparando tre colpi contro il ragazzo.


La chicca:


Il primo, quello che ha sparato, aveva detto di aver esploso due colpi in aria e uno a terra; quest'ultimo sarebbe rimbalzato colpendo il giovane.


Ora, la situazione vi ricorda qualcosa? Fatti accaduti negli ultimi 10 anni in Italia?
Ok.
Ma, la reazione del governo, è la stessa? E, dico, in Italia, in generale, pensiamo di essere superiori? Oppure è la classe dirigente che fa cagare?

Volete un termine di paragone per l'Italia? Eccolo:

Harare, 10:26
ZIMBABWE: MUGABE ATTACCA USA E GB, VOGLIONO INVADERCI
Le reiterate pressioni dell'Occidente affinche' si dimetta, cedendo il potere che detiene ininterrottamente da 8 anni, non hanno minimamente impressionato Robert Mugabe, che ha anzi replicato ai detrattori accusando in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna di puntare a un'invasione dello Zimbabwe, sfruttando come espedienti la nuova epidemia di colera e la carestia che affliggono la popolazione, e che il regime appare incapace di affrontare. "I britannici e gli americani sono assolutamente decisi a portare ancora una volta lo Zimbabwe davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite", ha denunciato George Charamba, portavoce del controverso presidente dell'ex Rhodesia, intervistato dal quotidiano filo-governativo 'Herald'. "Sono anche determinati a fare in modo che ci sia un'invasione del nostro Paese, ma senza essere loro stessi a compierla. In simili circostanze, non si fermeranno davanti a niente, e non saremmo sorpresi se lanciassero una qualche 'missione' che coinvolgesse l'Onu", ha rincarato la dose Charamba. Nel corso del vertice dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea, tenutosi ieri a Bruxelles, e' stato deciso di inasprire le sanzioni contro la cerchia di Mugabe, ampliando la lista dei gerarchi cui e' vietato viaggiare in Europa; inoltre il presidente francese Sarkozy, che per il semestre in corso guida l'Ue, si e' unito al coro di quanti insistono perche' il despota di Harare si faccia da parte: tra essi vi sono anche Stati africani quali Kenya e Botswana, sebbene per lo piu' i Paesi confinanti con lo Zimbabwe abbiano preferito mantenere il silenzio, o comunque un profilo molto basso, per evitare ripercussioni interne. Protagonista dell'indipendenza dal Regno Unito, Mugabe nonostante tutto in Africa resta popolarissimo.

(09 dicembre 2008)

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Mi sembra di aver detto tutto.

20081208

beduini

allora.
su vergin radio ho sentito una canzone che mi è piaciuta subito. 
strano perchè di solito la musica rock al primo ascolto mi fa cagare un pò tutta.
la voce era inequivocabilmente quella di axl rose.
ho pensato fosse il primo singolo dell'album atteso più degli ufo dei guns'n'roses ...chinese stocazzo..
cerco sul mulo. scarico quella che poteva essere per numero di fonti il singolo.
rihad and the bedouins. era proprio quella che avevo ascoltato.
la riascolto e mi piace ancora.
la riascolto e mi piace ancora di più.
a me i guns non mi han mai fatto impazzire anche se negli anni 90 chi non li ascoltava...
e invece questo pezzo tira come una frusta. spacca. duro. mi piacciono le chitarre, molto moderne. ci trovo perfetta anche la voce del biondo.
cose moderne così ce ne fossero...
il resto del disco non l'ho sentito..ma quasi mi viene voglia...

che poi tutti parleranno male di sto disco. 
quasi ci provo gusto.

porno libera tutti 7


La sesta parte è stata pubblicata ieri



Le orge di Nerone

Torniamo all’amico di Philip Weiss: “Il cinema porno usa ragazze ancora ingenue. È brutto dirlo, ma ogni tanto bisogna prendersi una serata tutta per sé”. Questo è il linguaggio di un uomo che ha accettato, non come errore momentaneo ma come aspetto permanente e necessario della sua vita coniugale, di avere una relazione sessuale a pagamento con altre donne. Ed è il linguaggio di un uomo che ha interiorizzato una visione del matrimonio come prigione sessuale, resa tollerabile solo da frequenti congedi online con donne che si lasciano sfruttare più facilmente di sua moglie.
Definire il porno una forma di adulterio non significa immaginare che sia possibile farlo scomparire. La tentazione di approfittarne ci sarà sempre, e naturalmente gli uomini non resisteranno. Io ho visto dei film porno: se siete maschi e respirate, è probabile che ne abbiate visti anche voi. La cosa più importante è decidere che tipo di persona vogliamo essere: come definiamo i nostri ideali, come stabiliamo i limiti nelle nostre relazioni e come ci sentiamo quando li superiamo. Questo serve a offrire a tutte le persone a cui siamo legati – che siano uomini o donne, che usino il porno o si limitino a tollerarlo – la possibilità di rilettere su cosa stanno facendo e di chiedersi se è il caso di cambiare qualcosa. In questo dibattito le posizioni estreme di chi è contrario alla pornografia non servono. Pensare che il porno sia accettabile solo perché è ormai molto diffuso è un approccio sbagliato. Ed è sbagliato di per sé, non perché la pornografia rischia di mandare in rovina la società, di distruggere l’istituzione del matrimonio e di scatenare migliaia di potenziali stupratori. Il porno non porterà al crollo della civiltà occidentale più di quanto le orge di Nerone non abbiano davvero contribuito alla caduta di Roma. In fondo una società che tollera la diffusione quasi universale dell’infedeltà online può funzionare altrettanto bene di una società che la rifiuta. Proprio per questo sembra facile affermare che la diffusione della pornografia implica semplicemente il passaggio, in materia di sesso e fedeltà, a un atteggiamento più maturo e realistico. Per arrivarci dobbiamo solo rinunciare al nostro senso morale.


L'autore


ROSS DOUTHAT è senior editor del mensile statunitense The Atlantic.



Il reportage continua con un altro articolo sabato 20 dicembre 2008

20081207

100 chitarre

ho ricevuto un bel cd. 100 greatest guitarsts.
un pezzo per ogn'uno dei 100 chitarristi o del loro gruppo divisi per periodi e generi.
i chitarristi che sono stati importanti per la musica, a volte anche al di là della pura tecnica.
mi è piaciuto vederci:
- b.b. king-the thrill is gone
- billy corgan-smashing pumpkins-cherub rock
- bob mould-husker du-celebrated summer
- dimebag darrell-pantera-cowboy from hell
- jerry cantrell-alice in chains-rooster
- kim thayil-soundgarden-rusty cage
- syd barrett-pink floyd-interstellar overdrive
- tray nastasio-phish-billy breathes

dino

mi chiedo perchè non hanno dato il nobel per la letteratura a dino buzzati.
avete mai letto il deserto dei tartari?

porno libera tutti 6


La quinta parte è stata pubblicata ieri



L’uso dell’espressione “di larghe vedute” è significativo, perché l’argomento più forte a favore della pornografia è proprio quello che dipinge l’hard come una forma di progresso sessuale: un approccio più civile al problema della libido maschile rispetto alla prostituzione di massa o al tentativo di costringere le coppie sposate a rimanere sempre e comunque fedeli. Secondo questo punto di vista il porno può essere una specie di male minore. L’uomo che guarda la pornografia tradisce sessualmente, ma non è coinvolto in un rapporto emotivo e sentimentale. Il suo adulterio non implica nessuno dei rischi che derivano da un rapporto reale, dalla gravidanza alle malattie veneree, e coinvolge donne che fanno sesso per denaro ma in situazioni molto più sicure rispetto alle prostitute di strada e anche alle squillo di alto bordo. In effetti, l’industria del porno funziona secondo regole simili a quelle che i sostenitori della legalizzazione della prostituzione chiedono per le sex workers. Nel mondo del cinema hardcore non ci sono sfruttatori né funzionari di polizia che pretendono prestazioni sessuali. Almeno nei settori più ricchi dell’industria del porno le ragazze sono sottoposte ad analisi regolari per le malattie sessualmente trasmissibili e sono tenute a distanza di sicurezza dagli spettatori. Se solo accettassimo il consiglio di Dan Savage e decidessimo di non prestare troppa attenzione al problema ci guadagneremmo tutti. Weiss e i suoi compagni potrebbero godersi in pace le loro seratine al computer e fare esperienze sessuali che gli vengono negate nell’ambito del matrimonio. Le mogli potrebbero dormire sonni tranquilli, sapendo che con il porno online i loro compagni evitano forme più gravi di infedeltà, e potrebbero anche spingersi a condividere la passione dei propri mariti. Chi lavora nell’industria del porno guadagnerebbe uno stipendio stabile senza preoccuparsi degli sfruttatori, della polizia e dell’hiv.
Ogni società convive con l’infedeltà, dichiaratamente o in modo più ipocrita. Perché non possiamo imparare a convivere con il porno? Sicuramente prima o poi succederà. Ma bisogna essere molto chiari su quello che siamo disposti ad accettare. Certo, l’adulterio è inevitabile, ma non è mai stato così diffuso come la pornografia sta per diventare, almeno se consideriamo la fruizione dei video hard una normale evasione dai rigori della monogamia e se abbracciamo un paradigma culturale che accetta il porno come qualcosa che tutti gli uomini fanno e a cui tutte le donne devono rassegnarsi. Per fornire un’alternativa a basso rischio a quei maschi che altrimenti sarebbero tentati da “vere” prostitute e “vere” relazioni sentimentali, stiamo finendo con l’universalizzare – in forma più blanda, ma non poi così tanto – quel tipo di tradimento commesso in realtà solo da una minoranza di uomini.


continua domani


Nella foto, tratta da http://graykangaroo.com/ Gia Paloma e Tommy Pistol, entrambi attori porno, sposati tra di loro (per gli appassionati, nella foto lei è incinta, ecco perchè la troverete piuttosto sovrappeso)

20081206

porno libera tutti 5


La quarta parte è stata pubblicata ieri



Pornografi o stupratori?


La convinzione che fare uso di materiale pornografico sia del tutto normale e che le donne dovrebbero smetterla di lamentarsene è stata rafforzata anche dall’indebolimento di alcuni argomenti usati contro l’hardcore, specialmente quelli che lo ritenevano responsabile di aumentare la misoginia e incoraggiare gli stupri. Negli anni ottanta, sia a destra sia a sinistra, si sosteneva che il porno fosse irrimediabilmente legato alla violenza sulle donne. Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon, due celebri femministe, consideravano la pornografia uno strumento della società patriarcale, mentre James Dobson, psicologo di Christian radio e oggi personaggio di spicco della destra religiosa, convinse il serial killer Ted Bundy a confessare la sua dipendenza dal porno nel braccio della morte. Inoltre, nella relazione della commissione Meese sul tema si può leggere: “Negli ambienti clinici e medici, l’esposizione a materiali sessualmente violenti si è
accompagnata a un aumento della probabilità di aggressioni”. Tutto sembrava verosimile e credibile. Finché si è scoperto che tra il 1980 e il 2004, il periodo in cui la pornografia è diventata un fenomeno di massa, le denunce per violenza sessuale sono diminuite dell’85 per cento. La correlazione tra i due fenomeni non indica necessariamente un rapporto di causa ed effetto, ma questa sensibile diminuzione degli stupri lascia quanto meno pensare che il porno possa ridurre la violenza sessuale, fornendo uno sfogo ad alcuni potenziali aggressori. Forse, per fermare gli stupratori si potrebbe pensare in futuro di dotarli di un collegamento internet ad alta velocità: in uno studio del 2006, Todd Kendall, un economista dell’università di Clemson, ha scoperto che con l’aumento del 10 per cento degli accessi al web le denunce per violenza erano diminuite del 7 per cento. E quello che è vero per gli stupratori forse è vero anche per gli uomini sposati, potrebbero affermare gli apologeti del porno. Per ogni Peter Cook che guarda film hard e va a letto con altre donne, ci sono moltissimi uomini che usano il porno invece di concedersi una scappatella, di andare con una prostituta o di avviare una relazione con qualche collega di lavoro. Come è successo, per esempio, agli amici di Philip Weiss. Subito dopo l’affare Spitzer, in un saggio sulle sofferenze che la monogamia impone, Weiss – un giornalista del New York Magazine – è arrivato a sostenere che la prostituzione andrebbe legalizzata e che non bisogna stigmatizzare l’infedeltà. E ha descritto il porno come la “risposta comune” dell’uomo moderno alle lacune del sesso coniugale, citando le rilessioni di uno dei suoi amici sui suoi svaghi online: “‘Il cinema porno usa ragazze ancora ingenue’, mi ha detto mentre eravamo seduti allo Schiller’s Liquor Bar nel Lower East Side. ‘Il porno sfrutta i desideri sessuali e l’ingenuità di donne poco più che ventenni’, ha proseguito. Parlava di cose che aveva visto online e che sua moglie non avrebbe mai accettato di fare. ‘È brutto dirlo, ma ogni tanto bisogna prendersi una serata tutta per sé. E solo una donna aperta e di larghe vedute può capirlo’”.


continua domani

20081205

porno libera tutti 4


La terza parte è stata pubblicata domenica 30 novembre 2008



L'universo delle immagini

La distinzione sembra ragionevole, ma la dicotomia tra fantasia e realtà, tra pixel e carne non è più applicabile nella società del web, in cui si passano ore e ore in mondi totalmente virtuali, accumulando “amici” su Facebook o flirtando con un avatar sexy su Second Life. Non solo. Questa divisione tra reale e virtuale sembra utilizzabile solo per le varianti soft della pornografia e non per il materiale hard, il vero motore dell’economia del porno. Masturbarsi davanti a una
modella in costume di Sports Illustrated (come Christie Brinkley, tanti anni fa) o a una ragazza seminuda su Playboy è una strada a senso unico: le immagini servono a provocare delle fantasie, non a incarnare la realtà, perché le donne delle foto non stanno facendo sesso per gratificare chi le guarda. Perfino le spogliarelliste, malgrado il loro fascino in carne e ossa, sono sostanzialmente oggetti di fantasia. Ma la pornografia è sesso vero per definizione, e i due atti sessuali implicati – l’amplesso davanti alla telecamera e la masturbazione dello spettatore – sono interdipendenti: nessuno dei due può esistere senza l’altro. Una ragazza seminuda sembra irraggiungibile, mentre le attrici hard sono a portata di mano degli utenti, che di fatto partecipano all’azione. Inoltre, il modo in cui l’industria del porno si sta evolvendo riflette la capacità di internet di stravolgere la dicotomia tra fantasia e realtà. Dopo anni di profitti vertiginosi, le società che producevano porno tradizionale stanno gradualmente cedendo terreno a nuovi protagonisti: uomini e donne che girano video sexy sul letto di casa loro e poi mettono tutto online. Sono sempre di più, infatti, gli americani che vogliono un porno realistico, simile al sesso che fanno di persona e che li illuda di poter essere protagonisti. Come succedeva a Peter Cook con le sue esibizioni davanti alla webcam. Alla fine, quindi, si può affermare che c’è una netta differenza tra sfogliare Playboy e fare quello che ha fatto Spitzer. Tuttavia, la differenza tra l’ex governatore di New York e il marito piccolo borghese che spende ogni mese 29 dollari e 95 centesimi per scaricare la sua razione di sesso online è molto più indefinita. Il piccolo borghese che guarda video hard si masturba davanti a sesso vero, anche se filtrato dal web. Vive la sua esperienza in un ambiente intimo invece che in un cinema a luci rosse insieme ad altri masturbatori raggomitolati nei loro impermeabili, e nella forma che più si addice ai suoi gusti: un’opportunità che il porno tradizionale, quello di film come Gola profonda e Debbie does Dallas, non ha mai potuto offrire. Forse non c’è un vero rapporto emotivo, ma probabilmente non c’era nemmeno tra Spitzer e la prostituta che aveva pagato. Con questo non voglio dire che la differenza tra pagare una prostituta e sborsare un po’ di soldi per del porno online sia irrilevante: in termini morali ogni differenza è importante. Ma se si considera l’infedeltà come un tradimento ripetuto e non una singola scappatella, allora è evidente che internet ha avvicinato l’esperienza della pornografia all’adulterio molto più di quanto la maggioranza degli utenti del porno è disposta ad ammettere. A questo punto sarebbe anche possibile considerare l’uso della pornografia come una sorta di infedeltà e chiuderla lì. Del resto, tutte le società sono sempre state piuttosto indulgenti verso gli svaghi extraconiugali, quasi sempre in base alla convinzione che la libido maschile non riesce a rispettare le regole della monogamia. Quando gli apologeti della pornografia non lanciano appelli alla trasgressione culturale e all’immaginazione sessuale, si mettono sulla difensiva, sostenendo che fare del moralismo sul porno è inutile, tanto gli uomini non smetteranno di guardarlo. A questo proposito può essere utile ricordare la risposta di Dan Savage, un noto giornalista esperto di questioni sessuali, a una lettrice preoccupata perché il suo ragazzo aveva l’abitudine di guardare materiale porno: “Tutti gli uomini guardano il porno. Quelli che sostengono di non farlo sono bugiardi o castrati. Le lacrimevoli discussioni sulle tue insicurezze o sui tuoi princìpi femministi non impediranno a un uomo di guardare il porno. È per questo che il miglior consiglio da dare alle donne è: non fateci caso. Se non volete stare con qualcuno che guarda roba porno trovatevi una donna, trovatevi un cane o un cieco. Gli uomini non dovrebbero certo sbandierare alle partner le loro abitudini in materia, ma far credere alle donne che il ‘problema’ della pornografia si può risolvere con la comunicazione, la terapia di coppia o una chiacchierata con il sacerdote non è né utile né realistico”.
La posizione di Savage non è certo isolata, nemmeno tra le donne. Nel 2003 tre professori di psicologia dell’università dell’Illinois hanno condotto uno studio su un gruppo di donne che avevano, o avevano avuto, una relazione con un fruitore di pornografia. Secondo un terzo delle intervistate quell’abitudine era una forma di tradimento e infedeltà. La maggioranza, però, era indifferente o addirittura ben disposta nei confronti della passione del proprio compagno per i film a luci rosse.


continua domani

20081204

wendy


Dear Wendy – di Thomas Vinterberg 2005

Giudizio sintetico: si può vedere

Dick vive a Estherslope, anonima cittadina degli Stati Uniti, col padre minatore e la tata di colore Clarabella. E’ un ragazzo intelligente, ma timido e riservato, con pochi amici. Si ritiene un perdente. Si professa pacifista convinto.
Un giorno, per caso, si ritrova possessore di una pistola che lui ritiene essere giocattolo. Dopo la morte del padre, e l’abbandono della casa da parte della tata, rimane solo nell’appartamento che dà sulla piazza chiamata Electric Park. Porta sempre con se la pistola, gli dà sicurezza. Lavora all’emporio sotto casa, insieme ad un altro perdente, Stevie. Quest’ultimo, quando scopre la pistola di Dick, si rivela un grande esperto d’armi, e gli rivela che non è affatto un giocattolo.
Nasce un’amicizia forte, insieme alla presa di coscienza che le armi danno loro sicurezza. Decidono di fondare un club, i Dandies, nel quale coinvolgono altri tre “losers”, Susan, figlia della proprietaria di un negozio di cianfrusaglie (sempre ubicato sulla Electric Park), Huey, privo di gambe, ma appena dotato di protesi, e il suo amico Freddie, vessato e picchiato in continuazione a scuola. Ognuno si procurerà una pistola (pistole, nel caso di Susan), le darà un nome (quella di Dick si chiamerà Wendy, e il pretesto narrativo, che dà il titolo al film, è una lettera che Dick scrive alla sua pistola, lettera che si snoderà nel percorso del film, e verrà narrata da una voce fuori campo); il club si dà delle regole ferree, e sarà un club di pacifisti con la pistola, che sparano solo al chiuso. Almeno finchè l’equilibrio non viene rotto da Sebastian, il nipote di Clarabella, affidato a Dick dallo sceriffo Krugsby per redimerlo (il ragazzo ha ucciso una persona) e tenerlo a bada, come in una specie di libertà vigilata.

Vinterberg, che ricordiamo con estremo piacere per averci regalato quella perla di cinema cattivo nei sentimenti che fu “Festen”, co-fondatore del “Dogma 95” insieme a Lars Von Trier, dopo essersi cimentato con un cast hollywoodiano in “Le forze del destino” cambia ancora direzione, e spiazza ancora una volta. Intendiamoci, il film è grottesco fino al non-sense, e qualcuno potrebbe chiedersi, guardandolo, che diavolo sta a significare. Ma, oltre che ben fatto, il film ha un tocco affascinante e pone interessanti quesiti sul comportamento umano in presenza di armi, tema molto attuale oggigiorno in tutto il mondo (non ultimo il referendum brasiliano sul possesso personale). Ovviamente, lo fa in modo canzonatorio, com’è usuale nei registi che sono passati dal Dogma (e che lo hanno abbandonato poco dopo, a cominciare da Von Trier). Il protagonista è Jamie Bell, l’indimenticabile Billy Elliot, cresciuto ma sempre bravo, come il resto del cast. Fotografia e scenografia impeccabile.
Per chi ama la sperimentazione, e il western rivisitato.

20081203

standard

standard liegi-sampdoria
che bello guardarla alla tv senza commento. sembra di essere allo stadio.
w lo sciopero dei giornalisti di la7.

la voce di oggi

semiografia

o semeiografia sostantivo femminile (plurale semiografie)

Linguistico: scrittura abbreviata eseguita mediante segni convenzionali

etimologia: composto di semio + grafia

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grafia

secondo elemento di parole composte, con il significato di "scrittura", "descrizione", "studio": calligrafia, geografia, monografia, tipografia

etimologia: dal greco graphía, derivato di grapho, "io scrivo"

teatrino


Non so chi l'abbia creata o usata per la prima volta, ma l'espressione il teatrino della politica è, ahimè, perfetta per il palcoscenico italiano. La questione dell'Iva su Sky di questi giorni è patetica, stucchevole, inascoltabile, e ogni attore sostiene posizioni indifendibili e disturbanti. A partire da Berlusconi (che si permette di dire ai direttori di Corriere e Stampa di cambiare mestiere) fino ad arrivare alla pseudo-sinistra che si mette a difendere la tassazione bassa su un bene di lusso (solo che è un bene "populista" perchè fa vedere il calcio).


Siamo messi male. L'unica cosa confortante è che già lo sapevamo.

20081202

desing


Ricevo e, volentieri anche se con colpevole ritardo, del quale mi scuso, pubblico.

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È appena uscito per Surfin'Ki Records il vinile split "The Leaning Cactus" che vede la partecipazione di:
DESING (Italia) e
MARIANNE DISSARD (Usa)



I fan dei Calexico riconosceranno Marianne come la dama di Joey Burns nel video del singolo, "Ballad of Cable Hogue" dall’album album "Hot Rail". Ha duettato anche con suo marito Naïm Amor nell’album del 2001 "Tête A Tête/ABBC" di Amor/Belhom/Burns/Convertino, ha inoltre partecipato con Jane Birkin, Françoiz Breut ed altre autrici, alla compilation "Filles Fragiles" del 2007. Scrittrice e cantautrice, Marianne Dissard è nata nel sud della Francia ma ha vissuto nel sud est degli Usa dall’età di 16 anni. Il primo album di Marianne Dissard, "L'entredeux”, è scritto a quattro mani e prodotto dal frontman dei Calexico Joey Burns. Tra i musicisti che hanno partecipato: John Convertino e Joey Bruns (Calexico), Rob Burger (Tin Hat Trio) al piano, fisarmonica e Mickey Raphael (Willie Nelson) all’armonica.

http://www.mariannedissard.com

http://www.myspace.com/mariannedissard

Desing è un duo indie/folk proveniente dalla Toscana e composto da: Yari Spadoni (contrabbasso, chitarre e voce) e Simone Stefanini (voce e chitarre).
La loro musica è caratterizzata da uno spettro sonoro fatto da strumenti acustici e arrangiamenti che abbracciano molteplici contaminazioni, spaziando dal songwriting alla musica per il cinema.
La natura intima dei brani, trova compimento negli spettacoli dal vivo, preferibilmente eseguiti in ambienti piccoli e raccolti. Nel 2007 nascono le canzoni che costituiscono l’anima dell’ep “Sunday Songs”, il loro più recente cd. Nell’autunno del 2008 esce “Leaning Cactus”, un vinile in split con la cantautrice americana Marianne Dissard.


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Aggiungo solo una cosa di mio pugno, a proposito dei Desing: i ragazzi sono bravi.

stone cold bush


"L'Iraq è stato un errore". La caccia alle armi di distruzione di massa in Iraq, risultata viziata da informazioni di intelligence infondate, "è il più grande rammarico della mia presidenza", dice George W. Bush in un'intervista di "fine mandato" rilasciata alla rete televisiva Abc.


Ma pensa.

strisce


Un'altra vecchia recensione live.
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The White Stripes + The Greenhornes, 21/10/2005, Bologna, PalaDozza

Piovoso fine settimana d’ottobre sulle strade, mentre in centro a Bologna si sta che è una bellezza. Pubblico giovane ma omogeneo, quasi tutto sul nu-rock’n’roll style; ci sono delle eccezioni però, e non solo in avanti con l’età. Tenete conto che l’immagine da cartone animato del duo di Detroit piace molto ai bambini.

Dopo la prova così così di due anni fa al Flippaut, pensavo fosse preferibile vederli all’opera in un piccolo club. L’enormità di quel palco (Flippaut, Arena Parco Nord, sempre a Bologna) disperdeva l’energia che invece deborda dai loro dischi in studio. Sono dubbioso sul PalaDozza, anche se meglio questo che un palasport enorme da oltre 10mila posti.

Affluenza lenta del pubblico, mentre alle 21 cominciano i Greenhornes, che sembrano una cover band degli anni ‘70 ibernata e scongelata due-tre giorni fa. Si fa a gara a trovare le similitudini: Doors, Creedence Clearwater Revival, Rolling Stones, eccetera eccetera. Come dice giustamente l'amico Antonio, se li chiamate per una festa fate un figurone.

Suonano mezz’ora, costretti su uno spicchio ridottissimo di palco. Che cosa buffa! E pensare che “quelli dopo” sono solo in due. Ma sono molto cool, al contrario dei Greenhornes.

Alle 22 arrivano Meg e Jack White. Palco kitsch ma niente male, ovviamente bianco e rosso, timpani da orchestra, batteria messa di lato, piano, organo e tastiere; palme finte bianche, palme dipinte sui fondali, luci che esaltano il contrasto bi-cromatico. Blue Orchid affoga nel solito marasma del mixaggio del pezzo di apertura concerto, ma imprime subito una svolta decisa alla serata. “Sono Jack White, e ho il fuoco dentro” dice in italiano. Alla fine, avrà ragione lui, usciremo tutti convinti di ciò.

Soffermiamoci sulle frivolezze che però determinano l’essere White Stripes.
Jack è vestito da Zorro. Siete uomini e vi piacciono le donne? Bene, andate su google e digitate “Renée Zellweger”, Immagini. Prendete una foto di lei in forma fisica snella, vestita da sera tipo la notte degli Oscar. Immaginatevela che fa sesso con Jack, versione di stasera, piuttosto sovrappeso, vestito come un tamarro di dimensioni epocali. Se non riuscite a controllare la rabbia, pensate a Cristiano Malgioglio.

Tutto questo per dire dei difetti, sorvolabilissimi. Per il resto, Jack White è un fenomeno. Polistrumentista micidiale, sembra cresciuto a flebo riempite di vinili dei Led Zeppelin e di Dolly Parton fusi, spruzzati da antologie rock varie. Animale da palcoscenico, anche se non si muove troppo (non potrebbe neanche volendolo), catalizza l”attenzione e ti fa dimenticare che lì sopra sono solo in due.

L’immensa classe di Jack fa pari con la totale incapacità di Meg, che lui continua a spacciare per sua sorella. Non solo non sa suonare la batteria, ma non riesce neppure a mantenere un 4/4 decente, con lo stesso tempo. Durante Red Rain riesce a sbagliare perfino a suonare un apposito kit di campanelli di bicicletta. Ma, pensandoci bene, anche lei ha il suo perché, nei White Stripes. Fa colore, fa figo, e, nonostante non sia una bellezza, ha un modo di muoversi, specialmente mentre suona (suona…oddio..), che è decisamente sexy. A parte Cold, Cold Night, in Passive Manipulation rischia e si lancia in una variazione sul tema vocale, steccando clamorosamente. Continuo a non capire, ma mi adeguo. Come già ripetuto in altre sedi, Jack White con una band semplice semplice spaccherebbe. Il suo talento è tale, però, che già così basta e avanza. E il trend del duo, inutile raccontare frottole, è stato “sdoganato” dal loro successo, quindi i critici possono sì criticare, ma, alla fine, ha ragione lui.

Tornando al concerto, fuoco e fiamme. Dopo l’inizio e il rituale aggiustamento del suono, una slavina di grandi canzoni in versioni scarne ma rocciose.
Un altro punto di forza dei White Stripes. My Doorbell, il pop senza essere pop. Fell in Love With A Girl, essenza blues. White Moon, la ballad che tutti vorrebbero scrivere: riuscire ad essere dolci senza mai essere mielosi. The Hardest Button To Button, dove Meg non riesce a rispettare gli stop, accelerando la versione, un po’ come in tutti gli altri pezzi, marziale, ma un po’ sottotono rispetto alla versione da studio. Jolene, forse il momento più alto del concerto, omaggio all’icona country (vedi alle flebo di vinile fuso), dove un pezzo country diventa sofferenza rock-blues delle più ruvide e scartavetrate. Grande pathos.

Un’ora, una pausa, una mezz’ora di bis. L’apoteosi di Seven Nation Army, richiesta più volte a gran voce, non citando il titolo, bensì canticchiando (tutto il palasport insieme) il contagioso e indimenticabile riff, suonata forse con la chitarra sbagliata, forse volendo darne una versione diversa, visto l'airplay e la diffusione che ha avuto il pezzo, la Zeppeliniana Instinct Blues, durante la quale se chiudi gli occhi ti sembra di avere sul palco Page-Plant che suonano un inedito, mentre Jones è svenuto e Bonzo ha un braccio e una gamba ingessati, e il miracolo di Hotel Yorba: un palazzetto intero pieno di giovani, che acclamano, battono a tempo le mani, e cantano in coro un pezzo country, seppur venato di bluegrass e rock.

Poco altro da aggiungere, se non che la bambina cinquenne davanti a noi, accompagnata dai genitori, si è persa tutto il concerto, dormendo alla grande.
Chissà che da adulta non abbia a pentirsene.

20081201

furboni


A proposito di furboni, divertitevi a leggere le motivazioni con cui la Chiesa chiede all'ONU di non accettare la proposta francese per la depenalizzazione universale dell'omosessualità. Concordo con l'amico Follo che questi hanno la faccia come il culo e con l'Arcigay che giudica di una gravità inaudita tali dichiarazioni.

adius


Weekend impegnativo segnato da un tempo che definire inclemente è poco. Il pc casalingo, nonostante l'impegno del tecnico, continua a darmi fastidi. Adesso non rimane collegato in rete per più di 5 minuti. Sabato pomeriggio dopo aver visto alla tele il primo tempo di Modena-Livorno con un amico siamo partiti alla volta di Milano. Insieme a Filo e Lafolle siamo andati a vedere gli AlterBridge all'Alcatraz. Concerto professionale ma un po' freddino. La pioggia ha scandito ogni secondo del viaggio e del brevissimo soggiorno. Ieri ho dormito fino a un'ora indicibile per recuperare e, siccome il nubifragio ha dato qualche ora di tregua, sono andato a Livorno a vedere Vinicio Capossela al teatro Goldoni. Concerto molto bello. Siccome rientrava nell'ambito del Premio Ciampi, al termine Vinicio è stato premiato con un premio speciale dagli organizzatori, e quindi ha concesso un ulteriore bis facendo una cover di Ciampi.

Come ho scritto a Lafolle, un sogno che si avvera. Vinicio che coverizza Piero, in uno dei suoi pezzi migliori. A Livorno. Adius. Ovviamente, mi sono commosso.

Ecco il testo. Che, nonostante tutto, non rende: va ascoltata.


ADIUS (Ciampi - Marchetti)

Il tuo viso esiste fresco
mentre una sera scende dolce
sul porto.
Tu mi manchi molto,
ogni ora di più.
La tua assenza è un assedio
ma ti chiedo una tregua
prima dell'attacco finale
perchè un cuore giace inerte
rossastro sulla strada
e un gatto se lo mangia
tra gente indifferente
ma non sono io,
sono gli altri.
E così...
Vuoi stare vicina? nooo?
Ma vaffanculo. Ma vaffanculo.
Sono quarant'anni che ti voglio dire... ma vaffanculo.
Ma vaffanculo te e tutti i tuoi cari. Ma vaffanculo.
Ma come? Ma sono secoli che ti amo, cinquemila anni, e
tu mi dici di no? Ma vaffanculo. Sai che cosa ti dico? va-ffan-culo.
Te, gli intellettuali e i pirati. Vaffanculo. Vaffanculo.
Non ho altro da dirti. Sai che bel vaffanculo che ti porti nella tomba?
Perché io sono bello, sono bellissimo, e dove vai? Ma vaffanculo. E
non ridere, non conosci l'educazione, eh?
Portami una sedia, e vattene.
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E Vinicio è andato dietro le quinte, ha preso una sedia, l'ha posata nel centro del palco, ha salutato e se n'è andato.

la voce di oggi

capzioso

aggettivo; Che tenta di trarre in inganno; ingannevole, insidioso, cavilloso: una risposta capziosa.

etimologia: dal latino captiosu(m), derivato di captio, "inganno", da capere