La seconda parte è stata pubblicata ieri
SALVARE LE PICCOLE SPOSE
di Alessandra Baduel
Con quei matrimoni le bambine perdono l'infanzia e ogni possibilità di un futuro in cui migliorare la propria condizione. Con il parto e le sue conseguenze, intanto, rischiano la vita. Lo dicono gli studi delle Nazioni Unite, che nel mondo calcolano l'esistenza di 60 milioni di spose minorenni. Ed è l'Agenzia dell'Onu per la popolazione (Unfpa) a segnalare che sotto i quindici anni la morte per parto è cinque volte più probabile, mentre quella del feto lo è del 73%. Ogni anno, ricorda poi l'Unicef, muoiono così 70mila ragazzine. Quelle che abortiscono sono stimate fra i due e i quattro milioni. Altri due milioni escono dal parto con danni fisici permanenti, perché le lacerazioni producono spesso fistole. Sono aperture di canali fra l'utero e gli organi vicini che le rendono invalide a vita. Ma anche senza una gravidanza, c'è l'alto rischio di malattie a trasmissione sessuale. È proprio per la speranza di non prendere l'Aids che in molti Paesi gli uomini vogliono donne giovanissime e vergini. Come spiega la ricercatrice Saranga Jain, esperta dell'International center of research on woman (www.icrw.org). Che aggiunge: "Se continua così, nei prossimi dieci anni le bambine costrette a sposarsi saranno cento milioni". Le aree del mondo più colpite sono l'Africa Subsahariana, il Medio Oriente, parte dell'Asia del Sud. In cima alla classifica c'è il Niger: tre mogli su quattro sono minorenni. Ciad, Bangladesh, Mali e Guinea seguono con percentuali poco inferiori. Le minori sposate sono una su due in Burkina Faso, India, Etiopia, Eritrea. In Centro America spicca il Nicaragua: lì sono il 40%. Ma il problema esiste anche nel Primo mondo, fra gli immigrati, segnalato in Europa da una campagna per combatterlo partita dai Paesi Bassi, voluta dalle associazioni musulmane locali.I motivi? Simili ovunque. "In Asia del Sud", spiega Jain, "è il marito che riceve la dote e più la sposa è piccola, meno costa ai genitori. Dove è lo sposo a pagare, come in parte dell'Africa, la regola è opposta: più la donna è giovane, più alto è il suo prezzo. L'incentivo a sposare presto la figlia c'è in tutti e due i casi". Non basta: più è cara, più finirà in mano a un uomo con i soldi, quindi maturo. È la povertà a spingere i genitori, mentre il pretendente anziano, per parte sua, ritiene di avere ottime ragioni: secondo molte superstizioni locali una vergine ha il potere di ringiovanire il partner.Quasi tutti i Paesi delle spose bambine hanno una legge, recente, che fissa il matrimonio sopra una certa età. Ma questo non basta: proprio il Niger, per esempio, lo vieta sotto i quindici anni. Per combattere il fenomeno, ci sono programmi di aiuto gestiti da organizzazioni internazionali e associazioni locali, spesso di donne. In Burkina Faso opera l'Associazione italiana donne per lo sviluppo (www.aidos.it), che interviene anche contro le mutilazioni genitali femminili, subite da circa il 70% delle bambine. Come spiega la coordinatrice Paola Cirillo, per evitare il matrimonio precoce si lavora su più fronti. "Sensibilizzazione sociale e familiare, educazione delle ragazzine, diffusione di una cultura del diritto e di nozioni sulla salute sessuale e riproduttiva. Con particolare attenzione a chiarire i rischi delle gravidanze precoci". Il progetto Aidos è focalizzato sulle giovani in difficoltà e su quelle che vivono nelle strade della capitale Ouagadougu. Gli obiettivi principali, oltre a quello di ritardare l'età delle nozze, sono quattro: rendere le ragazze capaci di "negoziare" rapporti sessuali protetti in modo da evitare il contagio da Hiv, posticipare la nascita dei figli, aiutare la diffusione dei matrimoni legali, celebrati in Comune e non con il solo rito religioso.
fine
No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
20081224
20081223
spose bambine 2
La prima parte è stata pubblicata ieri
Era il mese di febbraio. In marzo, Nojoud prese una decisione: avrebbe parlato con i suoi genitori. Chiese al marito, per favore, di farglieli rivedere. Anche solo per qualche giorno. Riuscì a convincerlo e a farsi portare a Sana'a. Lì, superando la vergogna, raccontò e chiese aiuto. Invano. Ora che tutto è finito, dal suo cuscino Ali Mohammed interrompe il racconto della figlia e prova a giustificarsi: "Se avessi disonorato la famiglia chiedendo il divorzio per lei, i miei cugini mi avrebbero ucciso. E poi, avevo accettato l'offerta di Faez Ali Thamer per proteggerla. Mona, un'altra mia figlia, è stata cresciuta da un uomo che l'ha rapita. Non volevo che a Nojoud succedesse la stessa cosa". Shoya, la madre di Nojoud, piange. "Ci aveva promesso che non l'avrebbe toccata fino a quando non fosse cresciuta". Già, perché la legge, in Yemen, proibisce le unioni sotto i quindici anni. Ma un emendamento, approvato nel 1999, consente i matrimoni prima di quell'età, tanto frequenti in un Paese condizionato dalla tradizione tribale e dove ci si appella alla vita del profeta Maometto, che sposò Aisha quando lei aveva nove anni. A genitori spesso poveri, inoltre, la dote serve presto. Appena possibile. L'emendamento approvato, però, stabilisce al tempo stesso che il matrimonio anticipato non debba essere consumato prima della pubertà della sposa. In realtà, i mariti che rispettano l'attesa sono ben pochi. E Faez non fece eccezione. Mentre parlare con i propri genitori per Nojoud fu inutile. Ma il consiglio giusto arrivò da un'altra componente della famiglia. "Vai in tribunale, fatti sentire", le disse, di nascosto, Dowla, la seconda moglie di suo padre. Così lei si fece forza e la mattina dopo uscì di casa con in tasca i soldi di sua madre e l'incarico di andare a comprare il pane. Invece, salì sull'autobus diretto in centro, scese, chiese indicazioni ai passanti. Finché trovò il palazzo giusto. Era ormai l'ora di pranzo, quando il giudice Ghazi Abdo, passando in un corridoio vuoto, vide quella bambina avvolta in un velo nero seduta su una panca. Tutta sola. Che faceva lì? "Voglio il mio divorzio", spiegò lei. E così avvenne che il magistrato, ascoltata la storia, firmò due ordini di arresto, per il padre e per il marito. Poi la portò a casa propria, affidandola alle cure della moglie finché non si fosse trovata una soluzione migliore. Da quel momento, di Nojoud si è occupata, gratuitamente, l'avvocata Shatha Nasser, esperta in questioni femminili e violazioni dei diritti umani. Perché si trattava della prima richiesta di divorzio presentata da una bambina in Yemen. Un caso difficile. Ma l'avvocata ha convocato associazioni di donne e stampa e l'udienza si è svolta sotto gli occhi dell'opinione pubblica, anche internazionale. Così Nojoud ha vinto, anche se suo marito è stato prosciolto e ha ricevuto un rimborso per la dote versata ai genitori: mille riad (circa 316 euro) che la famiglia al-Ahdel non aveva. Li ha raccolti con una colletta lo Yemen Times. Altri casi sono arrivati poi in tribunale. Negli ultimi mesi due bambine, di nove e dodici anni, hanno potuto divorziare. Husnia al-Kadri, direttrice del centro studi Donne e sviluppo dell'università di Sana'a, denuncia da anni l'abuso delle spose bambine, senza risultati. Ora ha più speranze: "Quel processo ha sfondato una porta che era ancora chiusa". Nojoud è uscita dall'aula chiedendo una cosa sola: "Torta al cioccolato". Poi si è messa a ridere: "Chi se lo immaginava che diventavo famosa?". Adesso ha ripreso a studiare. Sta anche ricevendo contributi di donatori europei che hanno deciso di finanziare la sua educazione. E ha i suoi programmi. Li ripete seduta su quei cuscini, accanto ai genitori: "Da grande farò l'avvocata. Adesso però voglio avere nuove amiche, disegnare, imparare a contare fino a un milione. Tornare a essere come prima". Quanto all'idea di un altro marito, magari all'età giusta, per amore, la risposta, per il momento, può essere una sola: "Risposarmi? Mai".
continua domani
Era il mese di febbraio. In marzo, Nojoud prese una decisione: avrebbe parlato con i suoi genitori. Chiese al marito, per favore, di farglieli rivedere. Anche solo per qualche giorno. Riuscì a convincerlo e a farsi portare a Sana'a. Lì, superando la vergogna, raccontò e chiese aiuto. Invano. Ora che tutto è finito, dal suo cuscino Ali Mohammed interrompe il racconto della figlia e prova a giustificarsi: "Se avessi disonorato la famiglia chiedendo il divorzio per lei, i miei cugini mi avrebbero ucciso. E poi, avevo accettato l'offerta di Faez Ali Thamer per proteggerla. Mona, un'altra mia figlia, è stata cresciuta da un uomo che l'ha rapita. Non volevo che a Nojoud succedesse la stessa cosa". Shoya, la madre di Nojoud, piange. "Ci aveva promesso che non l'avrebbe toccata fino a quando non fosse cresciuta". Già, perché la legge, in Yemen, proibisce le unioni sotto i quindici anni. Ma un emendamento, approvato nel 1999, consente i matrimoni prima di quell'età, tanto frequenti in un Paese condizionato dalla tradizione tribale e dove ci si appella alla vita del profeta Maometto, che sposò Aisha quando lei aveva nove anni. A genitori spesso poveri, inoltre, la dote serve presto. Appena possibile. L'emendamento approvato, però, stabilisce al tempo stesso che il matrimonio anticipato non debba essere consumato prima della pubertà della sposa. In realtà, i mariti che rispettano l'attesa sono ben pochi. E Faez non fece eccezione. Mentre parlare con i propri genitori per Nojoud fu inutile. Ma il consiglio giusto arrivò da un'altra componente della famiglia. "Vai in tribunale, fatti sentire", le disse, di nascosto, Dowla, la seconda moglie di suo padre. Così lei si fece forza e la mattina dopo uscì di casa con in tasca i soldi di sua madre e l'incarico di andare a comprare il pane. Invece, salì sull'autobus diretto in centro, scese, chiese indicazioni ai passanti. Finché trovò il palazzo giusto. Era ormai l'ora di pranzo, quando il giudice Ghazi Abdo, passando in un corridoio vuoto, vide quella bambina avvolta in un velo nero seduta su una panca. Tutta sola. Che faceva lì? "Voglio il mio divorzio", spiegò lei. E così avvenne che il magistrato, ascoltata la storia, firmò due ordini di arresto, per il padre e per il marito. Poi la portò a casa propria, affidandola alle cure della moglie finché non si fosse trovata una soluzione migliore. Da quel momento, di Nojoud si è occupata, gratuitamente, l'avvocata Shatha Nasser, esperta in questioni femminili e violazioni dei diritti umani. Perché si trattava della prima richiesta di divorzio presentata da una bambina in Yemen. Un caso difficile. Ma l'avvocata ha convocato associazioni di donne e stampa e l'udienza si è svolta sotto gli occhi dell'opinione pubblica, anche internazionale. Così Nojoud ha vinto, anche se suo marito è stato prosciolto e ha ricevuto un rimborso per la dote versata ai genitori: mille riad (circa 316 euro) che la famiglia al-Ahdel non aveva. Li ha raccolti con una colletta lo Yemen Times. Altri casi sono arrivati poi in tribunale. Negli ultimi mesi due bambine, di nove e dodici anni, hanno potuto divorziare. Husnia al-Kadri, direttrice del centro studi Donne e sviluppo dell'università di Sana'a, denuncia da anni l'abuso delle spose bambine, senza risultati. Ora ha più speranze: "Quel processo ha sfondato una porta che era ancora chiusa". Nojoud è uscita dall'aula chiedendo una cosa sola: "Torta al cioccolato". Poi si è messa a ridere: "Chi se lo immaginava che diventavo famosa?". Adesso ha ripreso a studiare. Sta anche ricevendo contributi di donatori europei che hanno deciso di finanziare la sua educazione. E ha i suoi programmi. Li ripete seduta su quei cuscini, accanto ai genitori: "Da grande farò l'avvocata. Adesso però voglio avere nuove amiche, disegnare, imparare a contare fino a un milione. Tornare a essere come prima". Quanto all'idea di un altro marito, magari all'età giusta, per amore, la risposta, per il momento, può essere una sola: "Risposarmi? Mai".
continua domani
20081222
spose bambine 1
Da D la Repubblica delle donne, nr. 622
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Il marito della bambina
YEMEN
Nojoud ha dieci anni, ma ha trovato la forza di chiedere il divorzio e l'ha ottenuto. Racconta: "Lui mi picchiava. E faceva cose brutte". Altre la stanno imitando. Nel mondo, le minori costrette a essere mogli sono 60 milioni
di Delphine Minoui
"Voleva che dormissimo nello stesso letto. Così ha iniziato a picchiarmi". La vita di Nojoud Ali al-Ahdel è cambiata quel giorno. A dieci anni, in un villaggio del Nord dello Yemen. Lontanissimo da Sana'a, dalla casa dei genitori. Sola e prigioniera di un uomo con tre volte la sua età: suo marito. Dopo tre mesi, Nojoud è riuscita a divorziare. Un caso eccezionale. E un incoraggiamento per le altre spose bambine yemenite: una su due, dicono le statistiche, viene data in moglie ancora minorenne. Per migliaia di loro, il matrimonio arriva fra gli otto e i dodici anni. "Ora che ho vinto voglio studiare e diventare avvocata come Shatha Nasser, che mi ha difesa. Voglio aiutare le altre". Nojoud è seduta sui cuscini posati in terra, unico arredo di una delle due stanze della casa di famiglia. Quartiere di Dares, in fondo a un viottolo in terra battuta. Come tanti altri abitanti della campagna, anche suo padre e le sue due mogli, più i loro sedici figli, sono arrivati nella capitale cercando lavoro e una vita migliori, ma si sono ritrovati con tanta povertà e nessuna sicurezza. Seduta su quei cuscini, accanto al padre e alla madre, Nojoud inizia il racconto dal giorno delle nozze. "Fu una gran festa, mi regalarono tre vestiti, due gialli e uno marrone. Erano molto belli". Se le chiedi cosa desiderava, prima del matrimonio, confessa di aver avuto in mente altro: "Un televisore. E poi, una cosa particolare. Somigliare a una tartaruga, per lasciarmi scivolare in acqua: non sono mai stata al mare, io". Di cosa significhi sposarsi, Nojoud sapeva solo due cose: sarebbero arrivati tanti regali e si sarebbe trasferita in una casa nuova. Faez Ali Thamer, il marito trentenne, era stato scelto da suo padre Ali Mohammad al-Adhel anche perché veniva dalla loro stessa vallata, Wadi La'a, nella provincia di Hajja. Il giorno dopo la festa, l'uomo e la bambina erano in viaggio, diretti al villaggio di Khardij. A dieci ore da Sana'a e da Dares, c'era la nuova casa. "Mi fece vedere la stanza, con una stuoia in terra. Poi disse che voleva dormire nel letto con me. Rifiutai. Cominciai a correre in giro per le altre stanze. Ma infine mi prese. Poi, mi fece delle cose sporche, brutte". Era la prima notte. Nojoud riflette: "All'inizio provavo vergogna a parlarne, ora non più". Prosegue nel racconto: "Ogni sera, si ripeteva la stessa scena. Non appena tornava dal lavoro, ricominciava. Piangevo, lo imploravo di lasciarmi in pace. La terza sera prese un bastone. Da quel giorno in poi furono botte, sempre. Ogni volta urlavo. Ma nessuno venne mai a vedere se avevo bisogno d'aiuto". In quelle settimane Nojoud imparò nuove regole: niente scuola, niente passeggiate, niente giochi in cortile. L'obbligo di coprirsi con il velo quando arrivava qualcuno in visita. E i lavori di casa, cucinare, lavare, cucire, per non pensare alla notte prima e a quella successiva. Di giorno Faez non c'era, ma sua madre sì. E anche lei era pronta a picchiarla. Con qualsiasi scusa.
continua domani
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Il marito della bambina
YEMEN
Nojoud ha dieci anni, ma ha trovato la forza di chiedere il divorzio e l'ha ottenuto. Racconta: "Lui mi picchiava. E faceva cose brutte". Altre la stanno imitando. Nel mondo, le minori costrette a essere mogli sono 60 milioni
di Delphine Minoui
"Voleva che dormissimo nello stesso letto. Così ha iniziato a picchiarmi". La vita di Nojoud Ali al-Ahdel è cambiata quel giorno. A dieci anni, in un villaggio del Nord dello Yemen. Lontanissimo da Sana'a, dalla casa dei genitori. Sola e prigioniera di un uomo con tre volte la sua età: suo marito. Dopo tre mesi, Nojoud è riuscita a divorziare. Un caso eccezionale. E un incoraggiamento per le altre spose bambine yemenite: una su due, dicono le statistiche, viene data in moglie ancora minorenne. Per migliaia di loro, il matrimonio arriva fra gli otto e i dodici anni. "Ora che ho vinto voglio studiare e diventare avvocata come Shatha Nasser, che mi ha difesa. Voglio aiutare le altre". Nojoud è seduta sui cuscini posati in terra, unico arredo di una delle due stanze della casa di famiglia. Quartiere di Dares, in fondo a un viottolo in terra battuta. Come tanti altri abitanti della campagna, anche suo padre e le sue due mogli, più i loro sedici figli, sono arrivati nella capitale cercando lavoro e una vita migliori, ma si sono ritrovati con tanta povertà e nessuna sicurezza. Seduta su quei cuscini, accanto al padre e alla madre, Nojoud inizia il racconto dal giorno delle nozze. "Fu una gran festa, mi regalarono tre vestiti, due gialli e uno marrone. Erano molto belli". Se le chiedi cosa desiderava, prima del matrimonio, confessa di aver avuto in mente altro: "Un televisore. E poi, una cosa particolare. Somigliare a una tartaruga, per lasciarmi scivolare in acqua: non sono mai stata al mare, io". Di cosa significhi sposarsi, Nojoud sapeva solo due cose: sarebbero arrivati tanti regali e si sarebbe trasferita in una casa nuova. Faez Ali Thamer, il marito trentenne, era stato scelto da suo padre Ali Mohammad al-Adhel anche perché veniva dalla loro stessa vallata, Wadi La'a, nella provincia di Hajja. Il giorno dopo la festa, l'uomo e la bambina erano in viaggio, diretti al villaggio di Khardij. A dieci ore da Sana'a e da Dares, c'era la nuova casa. "Mi fece vedere la stanza, con una stuoia in terra. Poi disse che voleva dormire nel letto con me. Rifiutai. Cominciai a correre in giro per le altre stanze. Ma infine mi prese. Poi, mi fece delle cose sporche, brutte". Era la prima notte. Nojoud riflette: "All'inizio provavo vergogna a parlarne, ora non più". Prosegue nel racconto: "Ogni sera, si ripeteva la stessa scena. Non appena tornava dal lavoro, ricominciava. Piangevo, lo imploravo di lasciarmi in pace. La terza sera prese un bastone. Da quel giorno in poi furono botte, sempre. Ogni volta urlavo. Ma nessuno venne mai a vedere se avevo bisogno d'aiuto". In quelle settimane Nojoud imparò nuove regole: niente scuola, niente passeggiate, niente giochi in cortile. L'obbligo di coprirsi con il velo quando arrivava qualcuno in visita. E i lavori di casa, cucinare, lavare, cucire, per non pensare alla notte prima e a quella successiva. Di giorno Faez non c'era, ma sua madre sì. E anche lei era pronta a picchiarla. Con qualsiasi scusa.
continua domani
playlist - nella chiavetta usb
30 Seconds To Mars - A Beautiful Lie
AC/DC - Higway To Hell
AC/DC - Back In Black
Alice Russel - Pot Of Gold
Basia Bulat - Oh My Darling
Brandy - Human
Everlast - Love War And The Ghost Of Whitey Ford
Intronaut - Prehistoricism
Kid Rock - Rock N Roll Jesus
Kings Of Leon - Only By The Night
Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Lykke Li - Youth Novels
Mavis Staples - We'll Never Turn Back
Michael Franti & Spearhead - All Rebel Rockers
Moltheni - I segreti del corallo
My Chemical Romance - Life On The Murder Scene (Live)
My Chemical Romance - The Black Parade
Neil Young - Sugar Mountain Live At Canterbury House 1968
Nickelback - Dark Horse
P.O.D. - When Angels And Serpents Dance
Raf - Metamorfosi
Santogold - Omonimo 2008
Simple Plan - Omonimo 2008
Snow Patrol - Eyes Open
Snow Patrol - A Hundred Million Suns
The Hellacopters - Cream Of The Crap Vol.1
The Hellacopters - Cream Of The Crap Vol.2
The Killers - Day And Age
Tonino Carotone - Ciao Mortali
Underoath - Define The Great Line
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Underoath - They're Only Chasing Safety
Vinicio Capossela - Da solo
AC/DC - Higway To Hell
AC/DC - Back In Black
Alice Russel - Pot Of Gold
Basia Bulat - Oh My Darling
Brandy - Human
Everlast - Love War And The Ghost Of Whitey Ford
Intronaut - Prehistoricism
Kid Rock - Rock N Roll Jesus
Kings Of Leon - Only By The Night
Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Lykke Li - Youth Novels
Mavis Staples - We'll Never Turn Back
Michael Franti & Spearhead - All Rebel Rockers
Moltheni - I segreti del corallo
My Chemical Romance - Life On The Murder Scene (Live)
My Chemical Romance - The Black Parade
Neil Young - Sugar Mountain Live At Canterbury House 1968
Nickelback - Dark Horse
P.O.D. - When Angels And Serpents Dance
Raf - Metamorfosi
Santogold - Omonimo 2008
Simple Plan - Omonimo 2008
Snow Patrol - Eyes Open
Snow Patrol - A Hundred Million Suns
The Hellacopters - Cream Of The Crap Vol.1
The Hellacopters - Cream Of The Crap Vol.2
The Killers - Day And Age
Tonino Carotone - Ciao Mortali
Underoath - Define The Great Line
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Underoath - They're Only Chasing Safety
Vinicio Capossela - Da solo
20081221
lemon tree

Il giardino di limoni - di Eran Riklis 2008
Giudizio sintetico: da vedere
Salma Zidane (non si sa se lontana parente o solo omonima con Zizou, anche se una foto del calciatore c'è, in casa sua) è una giovane vedova palestinese, con tre figli grandi: due figlie sposate con figli a loro volta, il maschio negli Stati Uniti a lavorare come lavapiatti. Vive in Cisgiordania (West Bank), proprio sul confine con Israele. Il suo frutteto di limoni, alberi piantati mezzo secolo fa dal nonno e curati dal padre con amore infinito, simbolo stesso della sua esistenza e fonte di sostentamento, è proprio sul tracciato deciso da Israele per erigere il muro che rinchiuderà i palestinesi. Non solo: al di là del frutteto è appena stata terminata una bellissima villa. E chi è il proprietario: niente popo' di meno che il ministro israeliano della difesa! I servizi segreti, i più efficienti al mondo, decidono che il frutteto è potenzialmente pericoloso, e potrebbe favorire attacchi terroristici verso il ministro, la sua casa e la sua famiglia. Conclusione: il frutteto va abbattuto. Ebbene si, in Palestina e in Cisgiordania si può fare anche questo: decidere per gli altri. Salma, con la calma che contraddistingue la donna mediorientale, decide che questo è troppo. Dopo essersi fatta leggere la lettera che l'esercito israeliano le fa recapitare, scritta in ebraico e quindi illeggibile per lei, da una specie di capovillaggio, decide che deve trovarsi un avvocato ed andare per vie legali, opporsi allo sradicamento delle sue stesse radici simboliche. L'unico disposto ad aiutarla è Ziad Daud, un giovane avvocato che ha studiato in Russia ed ha una strana dipendenza dalle sardine in scatola, oltre ad una ex moglie e una figlia, là dove ha studiato. L'avvocato non parla mai di soldi, ed è felice di seguire un caso diverso da quello delle solite cause di divorzio. La storia si complica a tutti i livelli.
Mi rendo conto che non è semplice apprezzare film come questo, che hanno un tocco filosofico ed uno strano senso dell'umorismo. Però vi assicuro che, una volta preso un certo livello di dimestichezza, vi daranno ampie soddisfazioni. Detto questo, il secondo lavoro dell'israeliano Riklis che arriva da noi (non è però in realtà il suo secondo), non ha forse la forza devastante del suo predecessore, La sposa siriana, ma è ugualmente un film importante, forte e delicato al tempo stesso, pieno di piccoli particolari gustosi, che parte da una storia piccola per farne metafora della situazione israelo-palestinese, ma non solo. Sono tantissimi i messaggi sottotraccia che il regista manda allo spettatore, sta solo a voi scovarli, interpretarli, farli vostri. Nella locandina ce n'è un altro ancora: quella foto, quella stretta di mano tra le due donne che hanno il film sulle spalle, non avviene mai. L'impossibilità del dialogo, tra israeliani e palestinesi, è una delle cose più brutte e incredibili dei nostri tempi moderni: eppure, esiste. "Tremila anni, e nessuno l'ha trovata!" risponde il ministro a sua moglie che gli dice "Ci sarà un'altra soluzione?" a proposito del taglio degli alberi di limone imposto dai servizi segreti.
Lo stile è lo stesso de La sposa siriana, agrodolce: si ride di situazioni grottesche ma anche di piccole cose inutili ma divertenti, si rimane basiti dinnanzi all'incapacità dell'essere umano di dimostrarsi dotato di buon senso. Come già nel precedente, il film poggia sulle spalle di Hiam Abbass (Salma), qui assoluta protagonista e meritevole di palcoscenici quantomeno più "visti" in tutto il mondo (a dire il vero aveva una piccola parte in Munich di Spielberg, ma chissà se magari con L'ospite inatteso, film USA sui nostri schermi in questi giorni, avrà fortuna pure al botteghino), ma ha al suo fianco, virtualmente, Rona Lipaz-Michael (Mira, la moglie del ministro), debutto nel cinema ma molto teatro e televisione, che nonostante rappresenti una sorta di antitesi, donna moderna, occidentale nel vestire e nel pensare, con un lavoro "moderno" e alla moda, è sommessamente, ma alla fine neppure troppo, dalla sua parte, nonostante non parli nemmeno la stessa lingua (una cosa che sfugge nella versione doppiata in italiano, purtroppo) e non riesca a parlarci mai (se si eccettua un tentativo di "scuse", evidentemente non capito). Il rapporto "a distanza" tra le due donne è il nocciolo del film, le scene nelle quali le due si scrutano o, addirittura, si guardano direttamente, sono di un'intensità inaudita. I loro percorsi, che appaiono totalmente inversi durante l'arco della storia, le fanno uscire più forti e più coscienti. Anche se il finale, purtroppo la parte più attinente alla realtà, ha ben poco ottimismo da regalare.
ha-kala ha-surit

La sposa siriana – di Eran Riklis 2005
Giudizio sintetico: il film più bello del 2005
Mona e’ una ragazza siriana, di famiglia drusa, che vive a Majdal Shams, un villaggio sulle alture del Golan. E’ in procinto di sposare Tallel, attore di soap siriano, famosissimo in tutta la Siria, mai incontrato prima e visto solo alla televisione, che vive ovviamente a Damasco. Una storia semplice? Nemmeno per sogno. Le alture del Golan sono occupate dal 1967 (dalla guerra denominata ‘’dei sei giorni’’) da Israele, e la popolazione di origine siriana e’ considerata, compreso sui documenti di identita’, apolide. Riuscite ad immaginare cosa voglia dire tutto cio’, nel caso di un matrimonio, soprattutto con un cittadino, diciamo cosi’, ‘’regolare’’ (siriano, come nel caso di Tallel)? Lasciate perdere, con tutta la fantasia che potete mettere in gioco, non ci riuscireste.
Giudizio sintetico: il film più bello del 2005
Mona e’ una ragazza siriana, di famiglia drusa, che vive a Majdal Shams, un villaggio sulle alture del Golan. E’ in procinto di sposare Tallel, attore di soap siriano, famosissimo in tutta la Siria, mai incontrato prima e visto solo alla televisione, che vive ovviamente a Damasco. Una storia semplice? Nemmeno per sogno. Le alture del Golan sono occupate dal 1967 (dalla guerra denominata ‘’dei sei giorni’’) da Israele, e la popolazione di origine siriana e’ considerata, compreso sui documenti di identita’, apolide. Riuscite ad immaginare cosa voglia dire tutto cio’, nel caso di un matrimonio, soprattutto con un cittadino, diciamo cosi’, ‘’regolare’’ (siriano, come nel caso di Tallel)? Lasciate perdere, con tutta la fantasia che potete mettere in gioco, non ci riuscireste.
Nonostante la situazione a dir poco grottesca, creata dal matrimonio, una serie infinita di sottotrame e di personaggi notevoli (interpretati da attori davvero incredibili, calati nelle parti in maniera stupefacente) rendono questo film denso e spesso, divertente e amaro allo stesso tempo, come i grandi film.
Il padre Hammed in liberta’ vigilata che non potrebbe avvicinarsi al confine, dove avverra’ il distacco della sposa dalla famiglia (irreversibile), il figlio Marwan che commercia non si sa quanto legalmente che fa il bulletto con le donne ovunque, l’altro figlio Hattem che, per il fatto di aver sposato una donna russa, e’ ripudiato dagli anziani e, quindi, dal padre, la figlia maggiore, Amal, sposata infelicemente ad Amin, orgogliosa e fiera, organizza, tiene le redini dei rapporti familiari, vuole andare all’universita’, cerca di preparare le due figlie adolescenti (una delle quali amoreggia col figlio di un collaborazionista, relazione quindi osteggiata soprattutto dagli uomini di famiglia, il padre in testa) con amore ad una vita migliore, la madre che rimane defilata come vuole la tradizione, e poi le figure extra-familiari, disegnate splendidamente anche se con poche pennellate, la crocerossina francese Jeanne, che ha avuto una relazione con Marwan e che, combinazione, sara’ la designata a fare la spola tra il posto di frontiera israeliano a quello siriano per le timbrature del passaporto della sposa (il momento sublime da commedia dell’assurdo del film), il funzionario israeliano preposto alla vidimazione del suddetto passaporto.
Se c’e’ davvero un protagonista principale in questo delizioso film, non e’ pero’ ne’ una delle figure maschili, ne’ quella della sposa, bensi’ la figura di Amal, donna fortissima interpretata da un’attrice straordinaria (Hiam Abbass); il piano sequenza finale su di lei che si allontana dal check point e’ degno di entrare nella storia del cinema moderno.
Regia attenta, mai sopra le righe, senza fronzoli ma non minimale, dosa ottimamente i campi lunghi, i primi piani, le riprese corali, e si fonde alla perfezione con la sceneggiatura, scritta a quattro mani con l’israelo-palestinese Suha Arraf, che, come gia’ detto, dipinge una moltitudine di personaggi con pochi momenti, ma li caratterizza immediatamente; inoltre, ce n’e’ per tutto e tutti, bigotti, estremisti religiosi e politici, militari, poliziotti, esaltati, maschilisti e tradizionalisti.
Un film agrodolce, ma soprattutto, a testa alta e con un sacco di voglia di vivere una vita normale in una situazione anormale. A testa alta come Amal.
Regia attenta, mai sopra le righe, senza fronzoli ma non minimale, dosa ottimamente i campi lunghi, i primi piani, le riprese corali, e si fonde alla perfezione con la sceneggiatura, scritta a quattro mani con l’israelo-palestinese Suha Arraf, che, come gia’ detto, dipinge una moltitudine di personaggi con pochi momenti, ma li caratterizza immediatamente; inoltre, ce n’e’ per tutto e tutti, bigotti, estremisti religiosi e politici, militari, poliziotti, esaltati, maschilisti e tradizionalisti.
Un film agrodolce, ma soprattutto, a testa alta e con un sacco di voglia di vivere una vita normale in una situazione anormale. A testa alta come Amal.
Grazie al cielo, qualche sala rimane aperta d’estate per gioielli come questo.
Splendido. Splendido.
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Recensione scritta il 2 agosto 2005
slumdog millionaire

The Millionaire - di Danny Boyle 2008
Giudizio sintetico: da non perdere
Jamal ha meno di 20 anni, ed è incarcerato dalla polizia della sua città, Mumbai, trattato come un terrorista. Che cosa ha fatto? Semplicemente, sta partecipando alla versione indiana di Chi vuol essere milionario?, e sta sbancando. Nessuno ci crede: Jamal viene dagli slum, è cresciuto per strada, non ha un'istruzione, lavora come ragazzo del tè (del chai nella versione originale) in un call-center: com'è possibile che sia stato in grado di rispondere a tutte le domande fattegli fin'ora, e rischi adesso di vincere, rispondendo all'ultima domanda, 20 milioni di rupie? Rispondendo all'ispettore di polizia che lo ha in custodia, dopo le torture, Jamal spiegherà come ci è arrivato, raccontando della sua vita e del suo "perduto amor".
The Millionaire è un film che ti convince soprattutto dopo che ne hai finito la visione. Come mi piace dire, è un film che ti "rincorre". Nei giorni seguenti, ci ripensi, e ti rendi conto che è composto da scene indimenticabili, che ti ha inchiodato alla poltroncina con una regia adrenalinica, che il soggetto è geniale, moderno, e allo stesso tempo, il film ha il respiro romantico e senza tempo dei grandi classici. Non mi stupirei se venisse preso in considerazione per gli Oscar.
E' anche il film che ci riconsegna un regista che sicuramente ha ancora molto da dire, Danny Boyle, seppur, come dicono alcune note, supportato dalla regista indiana Loveleen Tandan nella direzione. Boyle partì fortissimo, anni fa, con il delizioso Piccoli omicidi tra amici (1994) e due anni dopo fece il botto con Trainspotting, un film che tutti conoscono e difficilmente dimenticano. Dopo, si perse, alternando film decenti (28 giorni dopo, Millions) ma non eccelsi, a flop e boiate inguardabili (Una vita esagerata, ma soprattutto The Beach e Sunshine), il che ci portò a pensare di averlo perso. Invece, eccolo qui.
Impossibile non pensare alla scena dell'inseguimento di Trainspotting sulle note di Lust For Life di Iggy Pop, quando si riflette sulla bellezza stilistica della scena dell'inseguimento, da parte della polizia, dei ragazzini di strada che stanno giocando a cricket sulle piste dell'aeroporto, e si sviluppa attraverso i budelli degli slum di Mumbai (ricordiamo appunto il titolo originale Slumdog Millionaire). Vi diciamo solo che le similitudini non finiscono qui: un'altra scena indimenticabile, tra le altre, ha a che fare con un gabinetto, ma rispetto a Trainspotting qui si va oltre, credetemi. Lasciatemi citare solo un'altra scena: la chiusura con i titoli di coda è degna di un musical e, al tempo stesso, di Bollywood. Ci si alza malvolentieri.
Dicevamo poi del soggetto. E qui il merito va a Vikas Swarup, impiegato al ministero degli esteri di Nuova Delhi, autore del libro Le dodici domande (in originale Q and A), ma anche ovviamente a chi ha scelto per Boyle il plot, e chi lo ha adattato per il cinema (Simon Beaufoy, The Full Monty). Come detto prima, geniale: attraverso le domande del quiz, ormai un format affermato a livello mondiale, ci racconta la vita del protagonista e ci illustra le tremende contraddizioni dell'India moderna.
Per finire, la storia d'amore. Prevedibile, se volete, telefonata, tutto vero, ma le risatine isteriche del protagonista mentre sta per rispondere all'ultima domanda riscattano anche l'eccesso di melò: l'amore è più forte di tutto. E la bellezza della protagonista femminile Latika, interpretata da Freida Pinto, modella indiana, toglie il fiato e giustifica qualsiasi cosa.
Perfetta si rivela pure la scelta di Dev Patel che interpreta Jamal da grande. Nato in Inghilterra e conosciuto per aver recitato in Skins, serie tv famosa nel Regno Unito (trasmessa in Italia su MTV), Boyle lo ha preferito ad attori indiani con la giustificazione che Bollywood sforna attori maschili un po' stereotipati, tutti forti, belli ed eroici, lontani dalla sensibilità che cercava lui per il carattere del protagonista.
Funzionale alla regia pirotecnica e adrenalinica, la colonna sonora che mischia dance e musica tradizionale indiana, dove tra l'altro M.I.A. la fa da padrona.
Probabilmente, il film ad alto budget più bello di questo 2008.
amore e calcio

Onore ai diffidati - di Elisa Davoglio
L'azione si svolge nel 2007. Atala è livornese, ventenne, bella, ballerina e studentessa di Lettere, vive a Milano dove si è trasferita da poco insieme all'amica Amalia, che da subito si inserisce nel mondo della tv, facendo la "velina" e flirtando con calciatori famosi. Atala invece si innamora di Luca, studente dalla forte passione politica di sinistra, che sta lavorando alla sua tesi sull'eversione italiana degli anni '70, di destra e di sinistra, ma soprattutto Ultras, componente della disciolta Fossa dei Leoni, gruppo sostenitore del Milan.
Quando Luca viene arrestato per possesso di droga, dopo essersi "rifugiato" a casa di Atala sanguinante, lei capisce di non averlo conosciuto abbastanza. Inizia così una specie di inchiesta per suo conto.
Poetessa livornese, la Davoglio debutta con un romanzo che ha suscitato un certo interesse soprattutto perchè frutto di un discreto lavoro di ricerca condotto dall'autrice sul mondo Ultras. Il risultato non è un reportage, e poteva essere più approfondito, ma forse in quel caso avrebbe perso la forza del romanzo. La Davoglio scrive con uno stile che, appunto, sa di poesia, e seppur di non facile lettura, intriga. E' un libro sull'amore e sulla forza dei vent'anni, oltre che sul mondo a parte della tifoseria calcistica. I personaggi stentano a creare empatia con il lettore, ma alla fine viene il sospetto che la colpa non sia dell'autrice, bensì di una certa vuotezza della gioventù italica.
Il debutto non è così male. Attendiamo la riprova del secondo lavoro, per capire se la poetessa livornese ha un futuro come scrittrice di prosa.
dear economist

Su Internazionale, nelle prime pagine, è ospitata la rubrichetta Dear Economist del Financial Times a cura di Tim Harford (foto). Si tratta di una domanda posta da un lettore/una lettrice e la rispettiva risposta di Harford. Spesso è molto divertente, ma pure molto chiara. E' il caso di quella dell'ultimo numero, il 775. Eccola.
Dear Economist
Domanda:
Mio figlio di 5 anni mi ha chiesto: "Mamma, cos'è un credit crunch?". Come faccio a spiegarglielo?
Ms LG. Londra
Risposta:
C'era una volta una ragazza di nome Consumarentola, che non aveva i soldi per comprare le cose che desiderava. Andò dalla sua fata, e la fata chiamò un uomo di Wall Street che affermava di poter trasformare la paglia in oro. L'uomo spedì la ricetta per la formula magica alla fata, che però non lesse tutte le regole dell'incantesimo, scritte a caratteri troppo piccoli. La fata si accaparrò molta paglia a un prezzo d'occasione. Incoraggiata dall'affare, prestò a Consumarentola più soldi di quelli di cui aveva bisogno. Consumarentola comprò un magnifico vestito, un palazzo e fiumi di champagne. La prima rata del prestito scadeva a mezzanotte, ma Consumarentola non la pagò. La sua affidabilità nel mondo finanziario diventò pari a quella di una zucca e l'incantesimo dell'uomo di Wall Street si ruppe. La fata scoprì che la sua cantina non era piena d'oro ma di paglia. Quando tutto pareva perso spuntò Babbo Natale (lo Stato), che distribuì regali a tutti. A gennaio, quando arrivò l'estratto conto della carta di credito, Consumarentola scoprì che i regali di Babbo Natale erano stati pagati con un prestito a nome di Consumarentola.
E tutti vissero tristi e pezzenti.
porno libera tutti 9

L'ottava parte è stata pubblicata ieri
I confini del piacere
Come si spiega, quindi, questo paradosso? In genere le persone non approvano apertamente né la crudeltà né la degradazione delle donne. Eppure, mentre questi aspetti della pornografia sono più diffusi ed estremi che mai, la rappresentazione del sesso esplicito è ampiamente accettata. Come può una cultura tollerare immagini che ne violano i valori fondanti? Una società che pretende di essere civile non dovrebbe rifiutare ciò che calpesta la dignità delle donne? Le possibili spiegazioni di questo paradosso sono due. Innanzitutto, proprio per il meccanismo che la pornografia mette in moto, gli spettatori non percepiscono la crudeltà e la degradazione di quello che vedono: il piacere sessuale che il porno produce tende ad annullare il pensiero critico. Quando i consumatori sono concentrati sul piacere, la dimensione politica esce dallo schermo. Molte persone che guardano video hard mi hanno detto che non ritengono la pornografia di oggi degradante per la donna. Probabilmente erano sinceri: forse erano troppo concentrati sul proprio piacere sessuale per pensare a questi problemi. Ma ci sono anche spettatori perfettamente consapevoli delle brutalità che vedono nei film, e che in fondo le approvano. La maggior parte delle pubblicità per i film gonzo tende proprio a evidenziare la subordinazione della donna (una casa di produzione si vanta addirittura di “degradare delle puttane per il vostro piacere sessuale”). La seconda spiegazione è un doloroso richiamo al fatto che gli Stati Uniti sono un paese che tollera crudeltà e brutalità. In fondo, l’opinione pubblica non si è indignata per le rivelazioni sulla tortura sistematica praticata dai militari statunitensi in Iraq nel carcere di Abu Ghraib. Un noto commentatore di destra ha paragonato quelle violenze ai rituali di ammissione alle associazioni universitarie, constatazione che non è del tutto sbagliata: anche quelle prove sono di solito crudeli, pur se in modo molto più leggero. Gli Stati Uniti sono abituati a usare la forza in modo indiscriminato per bombardamenti illegali di infrastrutture civili (come nella guerra del Golfo del 1991, quando furono attaccati impianti elettrici, fognari e idrici) e non si fanno problemi a ricorrere ad armi che uccidono soprattutto i civili, come le bombe a grappolo. Queste azioni sono poi giustificate come aspetti della nostra missione liberatrice. Negli Stati Uniti ci sono più di due milioni di detenuti, una percentuale della popolazione più alta che in ogni altro paese. La maggior parte di loro non ha la pelle bianca. Le condizioni in cui queste persone sono costrette a vivere nel nostro sistema carcerario sono talmente dure e degradanti che le prigioni americane sono spesso al centro delle critiche di associazioni per la tutela dei diritti umani. Eppure anche queste brutalità sono considerate come una prova della superiorità del rigorosissimo sistema giudiziario statunitense. Nel nostro paese ci sono migliaia e migliaia di scintillanti templi dedicati alla religione del consumo, mentre quasi la metà della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno. Ma per la cultura americana questi luoghi sono i frutti meravigliosi del mercato. In fondo, quindi, nella comune accettazione della pornografia più degradante non c’è nessun paradosso. I pornografi non sono dei disadattati. Le loro abitudini non sorprendono più nessuno perché rappresentano valori comunemente accettati: cioè la logica del
dominio e della subordinazione che è intrinseca al patriarcato, al nazionalismo, al razzismo e al capitalismo. Quello che la pornografia ci racconta della sessualità, dell’intimità e della politica di genere negli Stati Uniti di oggi è spaventoso. Ma è ancora più inquietante il modo in cui rappresenta la nostra società.
Robert Jensen è professore di giornalismo all’università del Texas, a Austin.
Alla pornografia ha dedicato un libro, Getting off: pornography and the end of masculinity (South End press 2007).
fine
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Nella foto Mika Tan, attrice porno statunitense
lafolle+jumbolo è un blog
sempreverde
sanpietrino
sorprendente
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silenzioso
succedaneo del caviale
sicomoro
sostanzioso
semovente
saltimbanco
sganascione
sassicaia
solforoso
borotalco
e
prediletto
20081220
yama yama

Secondo me, Yamamay, franchising di lingerie, da quando esiste ha un sottile piano, rivolto ai maschi italiani e non, per mezzo delle sue pubblicità.
Ci sta mettendo alla prova. Con la sua scelta di modelle fighe, ma fighe in modo assurdo, sta sfidando il maschio a non perdere di vista anche le donne "normali". Anche perchè è impossibile che, al mondo, ci siano tante fighe per tutti gli uomini che svalvolano guardando le pubblicità Yamamay (io faccio sicuramente parte del cda). Soprattutto, anche se ci fossero in egual numero, non sono per niente sicuro che sarebbero interessate agli stessi uomini che guardano svalvolando le pubblicità Yamamay.
Un po' contorto, ma se ci riflettete mi darete ragione.
cose per cui vale la pena di vivere

Lo so, ad alcuni di voi sembrerò esagerato, intitolando un post così e parlando di calcio. Probabilmente sono limitato, o mi accontento di poco. Fate voi.
Oggi al "Picchi" partita di cartello, a livello Serie B: Livorno-Sassuolo, con i nero-verdi emiliani che arrivano come capolista, praticamente dall'inizio del campionato. Sentimenti contrastanti tra i tifosi amaranto: il bomber del Sassuolo è il ternano Zampagna, che non ha mai nascosto ammirazione e simpatia per la tifoseria livornese, sommessamente gemellata con quella ternana dai tempi della "svolta" politica delle curve, con il posizionamento a sinistra di entrambe; sentimenti ricambiati dai tifosi livornesi, tanto è vero che, per l'ennesima volta, dopo i fischi per tutta la formazione ospite alla lettura dello speaker, quando si fa il nome di Zampagna ci sono solo applausi. Al contrario, l'allenatore è Mandorlini, col quale i livornesi sono in "guerra" dai tempi in cui allenava lo Spezia che rivaleggiava col Livorno in C1, alcuni anni orsono. Sommerso dai fischi e offeso costantemente.
La partita segue un copione già visto negli ultimi tempi, che ci stanno regalando un bellissimo calcio giocato da una squadra fatta da calciatori affamati di vittoria e sempre col metaforico coltello tra i denti: al secondo del primo tempo vinciamo già uno a zero, tiro da lontano di Loviso, complice una papera del portiere dei piastrellisti. Tavano sbaglia poi un rigore che poteva chiudere il discorso verso la mezz'ora, ma carico di rabbia per quell'errore, ci regala un gol in slalom da antologia. Accarezziamo il sogno di andare al riposo sul doppio vantaggio, per una ripresa in discesa. Niente da fare: disattenzione difensiva e il solito Zampagna deposita in rete quasi controvoglia.
Il secondo tempo è una specie di campionario di occasioni fallite, tutte dal Livorno. E, come vuole la dura legge del calcio, poco dopo la mezz'ora, con l'unico tiro in porta del secondo tempo, il Sassuolo pareggia con Masucci. E' come se un velo nero scendesse sul Picchi. Una vittoria sarebbe importantissima, riusciremmo ad andare a mangiare il panettone primi, dopo una rincorsa durata 18 giornate, seppur in coabitazione con altre 4 squadre, ma certi di esprimere il miglior calcio. Un pareggio sarebbe vissuto come una sconfitta e un fallimento. Passano i 13 minuti che ci separano dal 90esimo, forse non ci fischiano un rigore, ma il gol non arriva. Il quarto uomo alza la lavagna luminosa dove c'è scritto 5: sono i minuti di recupero, ancora da giocare. Attacchi affannosi, spettatori nervosi che vorrebbero la palla sempre crossata verso l'area emiliana. I minuti passano e le speranze si riducono al lumicino. Quasi allo scadere, l'insperabile: una schienata di Tavano, ancora lui, che colpisce quasi fortuitamente un cross dalla destra, prende uno strano giro e beffa il portiere nero-verde. E' l'apoteosi.
Direte voi: ecco il momento per cui vale la pena eccetera eccetera. E invece no. Deve ancora arrivare.
Mentre tutti siamo euforici, evidentemente anche i giocatori del Livorno, il Sassuolo batte dal centro e con tre passaggi, forse due, arriva in area amaranto: colpo di testa e De Lucia battuto. Un intero stadio trattiene il fiato. Anzi, no: un intero stadio soffia idealmente contro la palla, ne devia la traiettoria, e la palla sbatte sul palo. Dopo pochi secondi, l'arbitro fischia la fine delle ostilità.
Quel palo, quella manciata di decimi di secondo durante i quali il pallone era in viaggio verso il legno della porta, sono cose per cui vale la pena di vivere.
You bet.
human!
è poco bello il nuovo singolo dei killers?
straordinario...
are we human? or are we dancer?
my sign is vital...
my hands are cold...
and i'm on my knees waiting for the answer..
are we human? or are we dancer?
porno libera tutti 8

La settima parte è stata pubblicata lunedì 8 dicembre
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Sempre da Internazionale, nr. 765
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Il paradosso delle luci rosse
In America il porno è diventato un fenomeno di massa quando ha cominciato a produrre contenuti violenti. Perché è lo specchio di una società sempre più brutale
ROBERT JENSEN, ZNET, STATI UNITI
L'industria della pornografia è sempre stata l’esibizione del corpo femminile per il piacere maschile. Oggi, però, vive un paradosso nuovo: negli Stati Uniti il porno è quasi normalizzato, ma produce contenuti brutali e degradanti per le donne come non era mai successo prima. Perché un settore a lungo marginale e underground è diventato di massa proprio nel momento in cui ha cominciato a mostrare senza inibizioni crudeltà sessuali verso le donne? Questa domanda apre dubbi inquietanti non solo sull’etica sessuale e la politica di genere negli Stati Uniti, ma anche sui valori di fondo della società.
La pornografia – anche se è ancora attaccata da ambienti conservatori, religiosi e, per motivi diversi, dalle femministe – è ormai una forma d’intrattenimento di massa in una cultura dedita ossessivamente al principio della ricerca del piacere. Non a tutti piace, ma pochi la ritengono argomento degno di discussione. E la sua incongruenza rimane: proprio ora che il porno è quasi universalmente accettato, i suoi contenuti diventano sempre più estremi.
La pornografia – anche se è ancora attaccata da ambienti conservatori, religiosi e, per motivi diversi, dalle femministe – è ormai una forma d’intrattenimento di massa in una cultura dedita ossessivamente al principio della ricerca del piacere. Non a tutti piace, ma pochi la ritengono argomento degno di discussione. E la sua incongruenza rimane: proprio ora che il porno è quasi universalmente accettato, i suoi contenuti diventano sempre più estremi.
Nel filone gonzo (riprese di sesso esplicito senza trama) che domina il mercato, i registi filmano pratiche sessuali sempre più brutali: donne penetrate da più uomini contemporaneamente o sesso orale fatto con l’obiettivo di far vomitare le ragazze (il famoso choking, n.d. Jumbolo). Durante queste scene il linguaggio usato per insultare le donne è sempre più spinto. Da quando i controlli legali sull’hard hanno cominciato ad allentarsi, negli anni settanta, i pornografi sono arrivati a sessualizzare la denigrazione della donna. Anche se l’industria della pornografia ama parlare di un successo sempre crescente tra il pubblico femminile e le coppie, negli Stati Uniti la grande maggioranza dei consumatori di materiale pornografico è ancora composta da uomini.
I produttori e i distributori con cui ho parlato stimano che la loro clientela sia all’80-90 per cento maschile. E cosa vogliono vedere questi uomini? A quanto pare si divertono a guardare atti sessuali che la maggior parte delle donne si rifiuta di compiere. Anche se non ci sono dati ufficiali sull’opinione femminile riguardo alle penetrazioni multiple o al sesso che provoca il vomito, alcuni sondaggi suggeriscono che queste pratiche non sono comuni nella vita quotidiana della maggior parte delle persone.
I produttori e i distributori con cui ho parlato stimano che la loro clientela sia all’80-90 per cento maschile. E cosa vogliono vedere questi uomini? A quanto pare si divertono a guardare atti sessuali che la maggior parte delle donne si rifiuta di compiere. Anche se non ci sono dati ufficiali sull’opinione femminile riguardo alle penetrazioni multiple o al sesso che provoca il vomito, alcuni sondaggi suggeriscono che queste pratiche non sono comuni nella vita quotidiana della maggior parte delle persone.
continua domani
20081219
Underoath - Reinventing Your Exit
Cercando di "sdoganare" gli Underoath, vi posto il video di un loro pezzo del 2004, uno dei più "orecchiabili"; il video è ben fatto, anche se non originalissimo. Hanno anche altri video, che vi invito a cercare. Tutti molto "energici".
playlist - nella chiavetta usb
30 Seconds To Mars - A Beautiful Lie
AC/DC - Higway To Hell
AC/DC - Back In Black
Alice Russel - Pot Of Gold
Basia Bulat - Oh My Darling
Bugo - Discografia
Everlast - Love War And The Ghost Of Whitey Ford
Intronaut - Prehistoricism
Kid Rock - Rock N Roll Jesus
Kings Of Leon - Only By The Night
Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Lykke Li - Youth Novels
Michael Franti & Spearhead - All Rebel Rockers
Moltheni - I segreti del corallo
My Chemical Romance - Life On The Murder Scene (Live)
My Chemical Romance - The Black Parade
Nickelback - Dark Horse
P.O.D. - When Angels And Serpents Dance
Raf - Metamorfosi
Santogold - Omonimo 2008
Simple Plan - Omonimo 2008
Snow Patrol - A Hundred Million Suns
The Hellacopters - Discografia
The Killers - Day And Age
Tonino Carotone - Ciao Mortali
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Vinicio Capossela - Da solo
AC/DC - Higway To Hell
AC/DC - Back In Black
Alice Russel - Pot Of Gold
Basia Bulat - Oh My Darling
Bugo - Discografia
Everlast - Love War And The Ghost Of Whitey Ford
Intronaut - Prehistoricism
Kid Rock - Rock N Roll Jesus
Kings Of Leon - Only By The Night
Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Lykke Li - Youth Novels
Michael Franti & Spearhead - All Rebel Rockers
Moltheni - I segreti del corallo
My Chemical Romance - Life On The Murder Scene (Live)
My Chemical Romance - The Black Parade
Nickelback - Dark Horse
P.O.D. - When Angels And Serpents Dance
Raf - Metamorfosi
Santogold - Omonimo 2008
Simple Plan - Omonimo 2008
Snow Patrol - A Hundred Million Suns
The Hellacopters - Discografia
The Killers - Day And Age
Tonino Carotone - Ciao Mortali
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Vinicio Capossela - Da solo
the brothers Grimm

I fratelli Grimm e l’incantevole strega – di Terry Gilliam 2005
Giudizio sintetico: si può perdere
Germania sotto il dominio napoleonico; i fratelli Will e Jack Grimm sbarcano il lunario confidando nella credulità popolare, girovagando per villaggi spaventati dalle leggende, inscenando, con due fidi collaboratori, riti liberatori per i quali si fanno pagare, scacciando streghe, demoni e altre invenzioni. Quando vengono smascherati dai francesi, e condannati a morte, patteggiano la libertà a condizione di liberare un villaggio che è situato ai bordi di una foresta, dalla maledizione che sembra gravare sulla popolazione. Increduli pure loro, si trovano di fronte una vera foresta incantata, sotto l’influsso di un sortilegio creato da un’antica regina-strega, che cerca di conquistare l’eterna giovinezza.
Inutile negare che il cinefilo accanito e appassionato non resista alla tentazione di sperare sempre e comunque nel capolavoro, quando si mette alla visione di un film di Gilliam, genio incompreso, spendaccione, sognatore e casinista. Inutile negare anche, che all’uscita lo stesso cinofilo si domandi se è vera ispirazione, quella che ha spinto Gilliam a cimentarsi ancora con una favolona, oppure solo la voglia di rialzare la testa dalla disfatta epocale del mancato Don Chisciotte.
La mano dell’ex Monthy Pyton certo, si vede eccome, lungo l’arco della pellicola, che a tratti diverte ma poco coinvolge. Ovvio, i bambini si divertiranno un sacco, mentre gli adulti rimarranno con l’amaro in bocca. Il baraccone colorato, rumoroso, zeppo di semplici ma piacevoli citazioni favolistiche, funziona fino ad un certo punto. L’abilità di Gilliam non si discute (basta guardare solamente la scena dell’arrampicata con la fune sulla torre “incantata” e il movimento della macchina da presa per rimanere affascinati), ma questa, da sola, non basta. Mettendo da parte i film di sicuro spessore del passato (“Brazil”, “La leggenda del Re pescatore”, “L’esercito delle 12 scimmie”, “Paura e delirio a Las Vegas”), anche “Le avventure del Barone di Munchausen” è decisamente superiore a questo ultimo lavoro.
Interessante notare che la mano del grande regista può poco con attori poco portati (Matt Damon e Monica Bellucci, ancora una volta doppiata anche in italiano), mentre invece dà grandi risultati, pur nella pochezza del film, con quelli promettenti (Heath Ledger, ma soprattutto la sorprendente Lena Headey, spavalda e sexy molto di più di diverse e ben più decantate divette in questo ultimo periodo, penso a Keira Knightley, Eva Green o Diane Kruger). Grandioso con i caratteristi, forse uno dei pochi punti di forza di questo film, spettacolari infatti le prove di Jonathan Pryce nei panni di Delatombe, e di Peter Stormare, uno spettacolare Cavaldi.
Da Terry vogliamo molto di più.
Giudizio sintetico: si può perdere
Germania sotto il dominio napoleonico; i fratelli Will e Jack Grimm sbarcano il lunario confidando nella credulità popolare, girovagando per villaggi spaventati dalle leggende, inscenando, con due fidi collaboratori, riti liberatori per i quali si fanno pagare, scacciando streghe, demoni e altre invenzioni. Quando vengono smascherati dai francesi, e condannati a morte, patteggiano la libertà a condizione di liberare un villaggio che è situato ai bordi di una foresta, dalla maledizione che sembra gravare sulla popolazione. Increduli pure loro, si trovano di fronte una vera foresta incantata, sotto l’influsso di un sortilegio creato da un’antica regina-strega, che cerca di conquistare l’eterna giovinezza.
Inutile negare che il cinefilo accanito e appassionato non resista alla tentazione di sperare sempre e comunque nel capolavoro, quando si mette alla visione di un film di Gilliam, genio incompreso, spendaccione, sognatore e casinista. Inutile negare anche, che all’uscita lo stesso cinofilo si domandi se è vera ispirazione, quella che ha spinto Gilliam a cimentarsi ancora con una favolona, oppure solo la voglia di rialzare la testa dalla disfatta epocale del mancato Don Chisciotte.
La mano dell’ex Monthy Pyton certo, si vede eccome, lungo l’arco della pellicola, che a tratti diverte ma poco coinvolge. Ovvio, i bambini si divertiranno un sacco, mentre gli adulti rimarranno con l’amaro in bocca. Il baraccone colorato, rumoroso, zeppo di semplici ma piacevoli citazioni favolistiche, funziona fino ad un certo punto. L’abilità di Gilliam non si discute (basta guardare solamente la scena dell’arrampicata con la fune sulla torre “incantata” e il movimento della macchina da presa per rimanere affascinati), ma questa, da sola, non basta. Mettendo da parte i film di sicuro spessore del passato (“Brazil”, “La leggenda del Re pescatore”, “L’esercito delle 12 scimmie”, “Paura e delirio a Las Vegas”), anche “Le avventure del Barone di Munchausen” è decisamente superiore a questo ultimo lavoro.
Interessante notare che la mano del grande regista può poco con attori poco portati (Matt Damon e Monica Bellucci, ancora una volta doppiata anche in italiano), mentre invece dà grandi risultati, pur nella pochezza del film, con quelli promettenti (Heath Ledger, ma soprattutto la sorprendente Lena Headey, spavalda e sexy molto di più di diverse e ben più decantate divette in questo ultimo periodo, penso a Keira Knightley, Eva Green o Diane Kruger). Grandioso con i caratteristi, forse uno dei pochi punti di forza di questo film, spettacolari infatti le prove di Jonathan Pryce nei panni di Delatombe, e di Peter Stormare, uno spettacolare Cavaldi.
Da Terry vogliamo molto di più.
20081218
a volte mi rispondo!

Dunque, allora è un complotto. Ieri vi avevo segnalato un errore di una giornalista di Repubblica a proposito di Dexter. Sul quotidiano di oggi, perfino il grande Dipollina sbaglia. Ecco cosa dice un passaggio del suo articoletto sulla pagina dei programmi tv: "...in più, dal fiume iniziano ad affiorare i resti delle sue vittime...". Errore. Chi seguirà la seconda serie di Dexter lo capirà.
Non ci siamo.
de battre mon coeur s'est arreté

Tutti i battiti del mio cuore – di Jacques Audiard 2005
Giudizio sintetico: si può vedere
Parigi. Tom ha quasi 30 anni, e vive agiatamente, lavorando nel campo immobiliare, ma in maniera un po’ losca. Le compravendite di terreni e immobili sono regolari, ma spesso sono guidate da dritte poco chiare, e gli sfratti precedenti alle ristrutturazioni vengono effettuati in maniera poco ortodossa, ma efficace. I suoi due soci sono persone viscide, profittatori che tradiscono le mogli, spesso cercando la sua collaborazione per inventarsi cene di lavoro fino a tarda ora, per spassarsela con donnine, night club, scazzottate e prepotenze varie. Sua madre è morta, e suo padre è una figura altrettanto poco raccomandabile come i suoi soci, che vive con gli stessi espedienti. L’incontro casuale con l’ex agente di sua madre, pianista da concerto, risveglia in lui il desiderio di una vita diversa, magari segnata da valori più profondi, da soddisfazioni diverse, che non siano quelle materiali. L’agente lo invita a fare un’audizione, e Tom ricomincia ad esercitarsi, con l’aiuto di un’insegnante cinese, bravissima, ma con problemi di lingua. La sua “attenzione” verso le problematiche immobiliari cala, e i soci se ne accorgono. Uscire dal giro si rivelerà difficile.
Audiard pare decisamente avere un filo conduttore nella sua filmografia: vivere la vita al meglio delle proprie possibilità, lontano dal materialismo e vicino alla realizzazione dei propri sogni e dei propri ideali, documentando le difficoltà che si frappongono tra il pensarlo e il realizzarlo, anche se nel precedente, notevole “Sulle mie labbra”, risaltava più l’handicap della protagonista che il resto. Così pure l’ineluttabilità del destino e degli incontri, incontri che cambiano il percorso dei protagonisti, fa da sottotrama ai suoi film. Questo ultimo (titolo originale con un diverso significato, “De Battre Mon Coeur S’est Arreté”) risulta un buon film, in definitiva, duro il giusto, con momenti buffi, e con un finale forse troppo didascalico, ma che rende partecipi delle difficoltà del protagonista. Il protagonista, appunto; se pensiamo all’altro film, in questo periodo nelle sale, dove Romain Duris è protagonista, possiamo capire la grandezza della prova di questo giovane attore. L’altro film in questione è “Bambole russe” di Klapisch, dove non colpisce troppo, recitando appunto la parte di un giovane che non sa qual è il suo posto nella vita. Questo “Tutti i battiti del mio cuore” è lui, fa praticamente il film da solo. Nevrotico, schizzato, triste, felice, stronzo, malavitoso, passionale. Per il resto, lo stile di Audiard è personale, ma non di semplice lettura, il che rende ostico il suo prodotto. Questo però, ci fa pensare che sia un regista da tenere d’occhio.
Per appassionati.
Giudizio sintetico: si può vedere
Parigi. Tom ha quasi 30 anni, e vive agiatamente, lavorando nel campo immobiliare, ma in maniera un po’ losca. Le compravendite di terreni e immobili sono regolari, ma spesso sono guidate da dritte poco chiare, e gli sfratti precedenti alle ristrutturazioni vengono effettuati in maniera poco ortodossa, ma efficace. I suoi due soci sono persone viscide, profittatori che tradiscono le mogli, spesso cercando la sua collaborazione per inventarsi cene di lavoro fino a tarda ora, per spassarsela con donnine, night club, scazzottate e prepotenze varie. Sua madre è morta, e suo padre è una figura altrettanto poco raccomandabile come i suoi soci, che vive con gli stessi espedienti. L’incontro casuale con l’ex agente di sua madre, pianista da concerto, risveglia in lui il desiderio di una vita diversa, magari segnata da valori più profondi, da soddisfazioni diverse, che non siano quelle materiali. L’agente lo invita a fare un’audizione, e Tom ricomincia ad esercitarsi, con l’aiuto di un’insegnante cinese, bravissima, ma con problemi di lingua. La sua “attenzione” verso le problematiche immobiliari cala, e i soci se ne accorgono. Uscire dal giro si rivelerà difficile.
Audiard pare decisamente avere un filo conduttore nella sua filmografia: vivere la vita al meglio delle proprie possibilità, lontano dal materialismo e vicino alla realizzazione dei propri sogni e dei propri ideali, documentando le difficoltà che si frappongono tra il pensarlo e il realizzarlo, anche se nel precedente, notevole “Sulle mie labbra”, risaltava più l’handicap della protagonista che il resto. Così pure l’ineluttabilità del destino e degli incontri, incontri che cambiano il percorso dei protagonisti, fa da sottotrama ai suoi film. Questo ultimo (titolo originale con un diverso significato, “De Battre Mon Coeur S’est Arreté”) risulta un buon film, in definitiva, duro il giusto, con momenti buffi, e con un finale forse troppo didascalico, ma che rende partecipi delle difficoltà del protagonista. Il protagonista, appunto; se pensiamo all’altro film, in questo periodo nelle sale, dove Romain Duris è protagonista, possiamo capire la grandezza della prova di questo giovane attore. L’altro film in questione è “Bambole russe” di Klapisch, dove non colpisce troppo, recitando appunto la parte di un giovane che non sa qual è il suo posto nella vita. Questo “Tutti i battiti del mio cuore” è lui, fa praticamente il film da solo. Nevrotico, schizzato, triste, felice, stronzo, malavitoso, passionale. Per il resto, lo stile di Audiard è personale, ma non di semplice lettura, il che rende ostico il suo prodotto. Questo però, ci fa pensare che sia un regista da tenere d’occhio.
Per appassionati.
20081217
bienvenue chez les ch'tis

Giù al nord - di Dany Boon 2008
Giudizio sintetico: da vedere
Philippe e Julie sono sposati, hanno un figlio piccolo, vivono nel sud della Francia, a Salon-de-Provence. Lui è il direttore dell'ufficio postale, lei lavora in un negozio di ottica. Julie ha un carattere che tende a sopraffare il marito, lo carica di responsabilità anche inesistenti, le piace essere preoccupata. Come recita la sinossi ufficiale, "gli rende la vita impossibile". Philippe fa di tutto per essere trasferito in un ufficio postale sulla Costa Azzurra. Gli rifiutano il primo trasferimento, in graduatoria gli "passa avanti" un disabile, e lui ripete la domanda e dice di essere disabile. Il trucco viene scoperto, e invece di ottenere un trasferimento "migliorativo" ne subisce uno "punitivo": viene destinato al Nord, per la precisione a Bergues, una piccola cittadina vicina a Calais.
Scopriamo così che, peggio che in Italia, i francesi del Sud sono tremendamente prevenuti rispetto al Nord. Si immaginano posti freddi come il Polo, dove non si vede mai il sole, dove le persone parlano una lingua incomprensibile e sono zotici. Julie prende molto male il fatto che Philippe sia stato destinato là per punizione, e decide di rimanere a Salon col figlioletto, mandando il marito da solo. Philippe è sconsolato.
Ma dopo la prima sera e le immediate comprensibili incomprensioni, scopre una città deliziosa, dei colleghi straordinari, della gente semplice e superbamente ospitale. Al punto che, ogni due weekend, quando deve tornare a casa un po' gli costa. Ad aggravare la situazione, le prime telefonate a casa a Julie, che essendo ovviamente pronta a preoccuparsi per il marito, non crede a quel che lui tenta di dirle. A quel punto, Philippe decide di darle ragione e inventarsi storie che corrispondano al cento per cento agli stereotipi e ai pregiudizi sudisti verso il Nord.
Il debutto alla regia di Dany Boon, già visto nel dolce-amaro Il mio migliore amico al fianco di Auteuil, è una deliziosa commedia divertentissima e spassosa non senza un sottile messaggio anti-pregiudizi. Schema semplicissimo, gag già viste ma valide e mai grevi, interpreti tutti molto coesi, risultato vittoria su tutta la linea.
Fotografia notevole, movimenti di macchina impeccabili, addirittura da film d'azione, divertimento assicurato, finale quasi commovente e soprattutto, piccola morale eticamente impeccabile, sono tutti gli ingredienti che fanno uscire dalla sala soddisfatti in pieno. Se non ridete durante la scena nella quale Philippe (Kad Merad, travolgente) accompagna Antoine (lo stesso regista) nel suo giro di consegna posta (ripresa nella locandina), vuol dire che siete morti, e i vostri vicini di poltroncina dovrebbero già cominciare a sentire un certo odore di putrefazione.
Divertente anche il sito ufficiale del film: http://www.chtinn.com/
everything is illuminated

Ogni cosa è illuminata – di Liev Schreiber 2005
Giudizio sintetico: da vedere
Alla morte della nonna, Jonathan, ebreo americano, collezionista di qualsiasi cosa gli ricordi le persone a lui care, decide di partire per l’Ucraina alla ricerca del passato dei suoi antenati, e per questo anche suo. Guidato da alcuni nomi e da una fotografia, capita in mano ad Alex, ossessionato dalla sottocultura rap americana, che scimmiotta in maniera grottesca, e a suo nonno, un vecchio che dichiara di essere cieco anche senza esserlo, e che guida l’auto. Insieme al padre di Alex, gestiscono un’impresa che organizza tour guidati, appositamente per gli ebrei che tornano alla ricerca delle proprie origini familiari. Alex parla un inglese approssimativo con risultati esilaranti. I tre, insieme ad una cagna chiamata Sammy Davis Jr. Jr., partiranno insieme alla volta di un viaggio a ritroso verso un tempo che racchiude avvenimenti dolorosi, che hanno segnato le epoche a venire.
Debutto alla regia di Schreiber, promettente attor giovane, arrivato alla notorietà con “The Manchurian Candidate”, ma che ha dato, per il momento, il meglio di sé con “Rko – La vera storia di Quarto potere”, che sceglie il canovaccio dell’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer (asceso alla notorietà con il bel “Molto forte, incredibilmente vicino”) perché, pare, molto simile alla sua stessa esperienza familiare.
Il risultato è un film dal taglio originale, anche se qua e là si intravedono cose già viste, e molto suggestivo, un film che lascia spazio alle riflessioni dello spettatore, mediante un ritmo poco serrato ma mai noioso, con momenti di ilarità davvero gustosi, dialoghi secchi e battute micidiali, generate dalla lingua parlata da Alex (Eugene Hutz, una rivelazione, una specie di John Turturro con tratti somatici est europei), un inglese maccheronico evidentemente, traslato nella nostra versione in un italiano divertentissimo, con un ottimo lavoro di doppiaggio. Schreiber alterna attenzione per i particolari, primi piani intensi e meravigliosi campi lunghi, dando il meglio durante la parte “on the road” della pellicola. Un omaggio al cinema d’autore con un’inquadratura di passaggio alla scalinata di Odessa, meglio nota a noi come quella della “Corazzata Potemkin”, e un finale incalzante non tanto dal punto di vista del ritmo, quanto da quello della commozione e dell’intensità sentimentale, nel senso più largo del termine. Elijah Wood glaciale e perfettamente in parte.
Esilarante e toccante allo stesso tempo.
Giudizio sintetico: da vedere
Alla morte della nonna, Jonathan, ebreo americano, collezionista di qualsiasi cosa gli ricordi le persone a lui care, decide di partire per l’Ucraina alla ricerca del passato dei suoi antenati, e per questo anche suo. Guidato da alcuni nomi e da una fotografia, capita in mano ad Alex, ossessionato dalla sottocultura rap americana, che scimmiotta in maniera grottesca, e a suo nonno, un vecchio che dichiara di essere cieco anche senza esserlo, e che guida l’auto. Insieme al padre di Alex, gestiscono un’impresa che organizza tour guidati, appositamente per gli ebrei che tornano alla ricerca delle proprie origini familiari. Alex parla un inglese approssimativo con risultati esilaranti. I tre, insieme ad una cagna chiamata Sammy Davis Jr. Jr., partiranno insieme alla volta di un viaggio a ritroso verso un tempo che racchiude avvenimenti dolorosi, che hanno segnato le epoche a venire.
Debutto alla regia di Schreiber, promettente attor giovane, arrivato alla notorietà con “The Manchurian Candidate”, ma che ha dato, per il momento, il meglio di sé con “Rko – La vera storia di Quarto potere”, che sceglie il canovaccio dell’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer (asceso alla notorietà con il bel “Molto forte, incredibilmente vicino”) perché, pare, molto simile alla sua stessa esperienza familiare.
Il risultato è un film dal taglio originale, anche se qua e là si intravedono cose già viste, e molto suggestivo, un film che lascia spazio alle riflessioni dello spettatore, mediante un ritmo poco serrato ma mai noioso, con momenti di ilarità davvero gustosi, dialoghi secchi e battute micidiali, generate dalla lingua parlata da Alex (Eugene Hutz, una rivelazione, una specie di John Turturro con tratti somatici est europei), un inglese maccheronico evidentemente, traslato nella nostra versione in un italiano divertentissimo, con un ottimo lavoro di doppiaggio. Schreiber alterna attenzione per i particolari, primi piani intensi e meravigliosi campi lunghi, dando il meglio durante la parte “on the road” della pellicola. Un omaggio al cinema d’autore con un’inquadratura di passaggio alla scalinata di Odessa, meglio nota a noi come quella della “Corazzata Potemkin”, e un finale incalzante non tanto dal punto di vista del ritmo, quanto da quello della commozione e dell’intensità sentimentale, nel senso più largo del termine. Elijah Wood glaciale e perfettamente in parte.
Esilarante e toccante allo stesso tempo.
20081216
il consiglio musicale del giorno
watermelon in easter hay da joe's garage di frank zappa.
chitarra melodica e profonda come una gola
ammaniti/salvatores

Come Dio comanda - di Gabriele Salvatores 2008
Giudizio sintetico: si può vedere
Rino Zena è un uomo ai margini. Ha perso il lavoro, tenta di allevare il figlio Cristiano, di 13 anni, da solo. Ha idee politico-sociali di estrema destra, possiede armi, gli piace menare le mani, detesta gli omosessuali, i neri, gli immigrati dell'Est Europa, i tossici, ha una svastica disegnata sul muro dietro al letto (oddio, non è proprio un letto...) e una croce celtica tatuata sulla spalla destra, gli piace bere. Cresce Cristiano nel segno della fermezza, amandolo ma sgridandolo molto ad esempio quando fa a botte e le prende, ma sconsigliandolo di divulgare il fatto che anche lui ha idee di estrema destra, soprattutto a scuola, più che altro per evitare che i servizi sociali li separino. Né Rino né Cristiano hanno amici: la persona a loro più vicina è Quattro Formaggi, un ex collega di Rino che è uscito di senno dopo essere rimasto folgorato sul lavoro. Quattro, come lo abbreviano amichevolmente i due, abita in un garage che lui stesso ha trasformato in un enorme presepe costruito con materiale di scarto recuperato qua e là. E' innamorato di un'attrice porno, Ramona Superstar.
Normalmente, i problemi li crea Rino. Invece stavolta nascono da Quattro Formaggi, il giorno in cui Fabiana, una compagna di classe di Cristiano che si diverte insieme ad un'amica a stuzzicarlo, arrivando addirittura a confessargli che considera Rino, suo padre, "un figo", chiede da accendere al povero fuori di testa. Quattro Formaggi, che si nutre solo di pizza, ovviamente, si convince che Fabiana è Ramona Superstar, e in una notta da tregenda la segue mentre torna a casa in motorino, lui, a sua volta, sul suo motorino scassatissimo.
Se c'è una cosa che bisogna riconoscere a Salvatores è che non si è "seduto" dopo l'Oscar per Mediterraneo, e che non si è fatto incasellare in un genere. E' uno che spazia. Con questo secondo adattamento di un libro di Ammaniti, il primo, per chi vivesse su un altro pianeta, fu Io non ho paura, a parte l'ennesima variazione di genere, però c'è qualcosa che non convince fino in fondo, come spesso capita con i suoi lavori. Si apprezzano il lavoro con la macchina a mano, i dialoghi ripresi con 2, 3, 4 telecamere, i salti di montaggio, le citazioni e gli omaggi (da Cronenberg a Fellini, ed altro ancora), il fatto di rimanere in Italia ed occuparsi del qui ed ora, seppur dipingendo le diverse Italie, le riflessioni sull'attualità che possono scaturire anche da questa storia d'amore, come la definisce lui, amore fortissimo tra un padre e un figlio. E forse il problema sta proprio qui. Quel che manca è situato a metà tra il formalismo apprezzabile, la tecnica, e il messaggio di fondo. Ed è la storia ma soprattutto il pathos, che, non ci crederete, manca nonostante ce ne sarebbe ben donde, sia per quel che accade che per i 3 personaggi principali.
Un'ulteriore critica mi sento di muoverla, anche se ripeto, apprezzo Salvatores per il suo percorso, ed è sull'uso della colonna sonora, volutamente ridondante, ma più che altro spesso appare come inserita per creare la scena da trailer, dando invece l'impressione di una non-continuità dell'insieme.
Fotografia dai due volti, bella nei paesaggi e negli interni, brutta quando descrive le realtà urbane, seppur piccole. Timi è un grande e già lo sappiamo, quindi fa un figurone, anche perchè Germano rende il suo personaggio troppo macchiettistico; il giovane Alvaro Caleca, che interpreta Cristiano, se la cava discretamente, tutto il resto è fuffa, Fabio De Luigi, nei panni dell'assistente sociale, compreso.
belladonna?

Belladonna, 5 dicembre 2008, Firenze, Viper Theatre
Un volantino che pubblicizzava un loro concerto romano di un paio di anni fa recitava come sottotitolo: "la band italiana indipendente più popolare su MySpace". Stasera dobbiamo scegliere tra i romani Belladonna al Viper e Marracash al Flog, tentiamo l'azzardo e, non avendoli mai ascoltati, andiamo per gli (a noi) sconosciuti romani. Il Viper è piuttosto vuoto, nonostante l'ingresso gratuito. I romani si presentano sul palco ingessatissimi, nel senso di molto poco dinamici, meno il chitarrista Dani, e così rimarrano per tutta la durata (un'ora circa) del loro concerto. Questo uno dei maggiori difetti, incredibile a credersi per una band che vanta una discreta esperienza internazionale.
Definiscono il loro genere rock-noir, probabilmente per i testi, ispirati alla magia e al genere noir, appunto, ma a livello musicale si intuisce che il chitarrista è di estrazione street-rock'n'roll, e molto amante di Page e degli Zep, mentre il resto della band, suppongo la cantante Luana, tende ad un rock un po' più "pomposo" e vagamente gothic (molto vagamente). Mi dà in un certo senso ragione la cover che eseguono nel bis, I Dreamed A Dream, un pezzo tratto (e da loro adattato) dal musical Les Misérables.
Nella norma la tecnica, una spanna sopra come già detto il chitarrista, qualche indecisione sui toni alti per la cantante.
Un concerto deludente, non tanto per il genere, a me non affine, ma sui gusti non si discute, quanto per l'attitudine live, scarsa, veramente, cosa purtroppo molto comune per le rock band italiane.
c'è crisi dappertutto

Bugo, 12 dicembre 2008, Firenze, Viper Theatre
Discreta affluenza questa sera al Viper per Cristian Bugatti in arte Bugo. Il tour è a supporto del nuovo disco Contatti. Ogni volta che torno a riflettere su Bugo, mi rendo conto che lo sottovaluto, o meglio, lo dimentico a periodi. Non dovrei, perchè lo trovo una perfetta sintesi tra Lucio Battisti e Beck.
Gli danno manforte Marco alle tastiere, Ruben alla batteria e Greg al basso, tutti pelati e con gli occhiali. Dico sul serio, non è uno spot a mio favore. T-shirt con disegni "spaziali", tutti uguali, leggermente diversa quella di Bugo. Poco dopo le 23,00 eccoli sul palco, con Bugo bello carico, come sa bene chi lo ha già visto live, e si parte con una dei tanti pezzi indovinati della sua produzione, Nel giro giusto. Il pubblico gradisce, Bugo si sbatte un bel po', si muove, si arrampica, si dimena, si rotola sul palco. La chitarra ce l'ha a tracolla, la usa poco, quanto basta. Preponderante l'elettronica, e anche se bisogna riconoscere che nella sua musica c'è sempre stata, alcuni arrangiamenti di pezzi vecchi (nello specifico la mitica Casalingo, tanto per dirne una) non mi piacciono granché, così come alcuni "intermezzi" elettronici simpatici ma troppo prolungati. Dedico via sms Love Boat al mio co-blogger, che a sua volta mi dedica Il sintetizzatore. Apoteosi per C'è crisi (anche questa con un pizzico di elettronica di troppo), Le buone maniere, Ggeell, La mano mia eseguita due volte, la seconda "remixata" nei bis. Nei bis presente una cover energica e urlata di Prisencolinensinainciusol dell'Adrianone nazionale (l'olrait del pezzo di Celentano fa entrare in loop Bugo al punto che lo riversa nel ritornello della seguente Casalingo).
Discutibile dal mio punto di vista, come già detto, l'eccesso "elettronico", al contrario indiscutibile la presenza scenica e la vitalità di Bugo, che alla fine suona un'ora e mezzo conquistando e coinvolgendo l'intero pubblico che ne vorrebbe ancora. La sua simpatia è straripante. Uno dei migliori, nella penisola.
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Foto di Angela; altre sue foto del concerto di Bugo nel prossimo post
playlist - nella chiavetta usb
30 Seconds To Mars - A Beautiful Lie
AC/DC - Higway To Hell
AC/DC - Back In Black
Alice Russel - Pot Of Gold
Basia Bulat - Oh My Darling
Bugo - Discografia
Everlast - Love War And The Ghost Of Whitey Ford
Intronaut - Prehistoricism
Kid Rock - Rock N Roll Jesus
Kings Of Leon - Only By The Night
Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Lykke Li - Youth Novels
Michael Franti & Spearhead - All Rebel Rockers
Moltheni - I segreti del corallo
My Chemical Romance - Life On The Murder Scene (Live)
My Chemical Romance - The Black Parade
Nickelback - Dark Horse
P.O.D. - When Angels And Serpents Dance
Raf - Metamorfosi
Santogold - Omonimo 2008
Simple Plan - Omonimo 2008
Snow Patrol - A Hundred Million Suns
The Hellacopters - Discografia
The Killers - Day And Age
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Vinicio Capossela - Da solo
AC/DC - Higway To Hell
AC/DC - Back In Black
Alice Russel - Pot Of Gold
Basia Bulat - Oh My Darling
Bugo - Discografia
Everlast - Love War And The Ghost Of Whitey Ford
Intronaut - Prehistoricism
Kid Rock - Rock N Roll Jesus
Kings Of Leon - Only By The Night
Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Lykke Li - Youth Novels
Michael Franti & Spearhead - All Rebel Rockers
Moltheni - I segreti del corallo
My Chemical Romance - Life On The Murder Scene (Live)
My Chemical Romance - The Black Parade
Nickelback - Dark Horse
P.O.D. - When Angels And Serpents Dance
Raf - Metamorfosi
Santogold - Omonimo 2008
Simple Plan - Omonimo 2008
Snow Patrol - A Hundred Million Suns
The Hellacopters - Discografia
The Killers - Day And Age
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Vinicio Capossela - Da solo
e intanto
ieri sera ho finito di guardare la terza serie di the shield.
fuochi d'artificio e piedi mozzati.
fuochi d'artificio e piedi mozzati.
hwal

L’arco - di Kim Ki Duk 2005
Giudizio sintetico: si può vedere
Un vecchio vive su un barcone in mezzo al mare, e fa la spola con la riva, guadagnandosi da vivere trasportando pescatori che desiderano pescare proprio da dove lui vive. Non è solo: da quasi dieci anni tiene con se una ragazza molto giovane (ha quasi 17 anni). Si prende cura di lei, non la fa mai scendere a terra (anche se lei non lo chiede), e minaccia con un arco e le sue frecce chiunque, tra gli avventori, la molesti. La “usa” anche per prevedere il futuro, in una maniera molto strana e rischiosa. Non parlano mai tra di loro, né con gli altri, ma tutti i pescatori sanno che il vecchio sta aspettando che lei compia 17 anni per sposarla. Lei pare felice, ma un giorno, sul barcone sale un giovane che le risveglia la voglia di cose nuove e sconosciute, come il mondo esterno, un bacio, un abbraccio, la musica nel walkman. Il vecchio si opporrà alla di lei crescente voglia di evasione.
Ennesima storia strampalata, poetica e pittoresca di Kim, ma questa volta, bisogna dirlo, non riesce ad emozionare o a scuotere le coscienze come di solito. Sarà perché sa tutto di già visto (l’isolamento in mezzo all’acqua, “Primavera..”, l’andirivieni in barca e gli ami, “L’isola”), sarà perché i personaggi principali di Kim continuano a non spiccicare parola (e quelli che parlano, purtroppo, sono sempre doppiati in maniera ridicola, ma questo, sicuramente, non è una sua colpa) nonostante ci sia poco da dire, ma alla fine, nonostante il rapporto budget-complessità delle location/risultato poetico-pittorico sia ampiamente positivo, il film lascia un po’ di amaro in bocca se confrontato con le gemme alle quali ci aveva abituato in passato.
Un finale un po’ troppo macchinoso non fa altro che aggravare la situazione.
Servono nuove soluzioni. Anche se apprezziamo la messa in scena della poesia, ancora una volta posta su pellicola in maniera inappuntabile tecnicamente.
Giudizio sintetico: si può vedere
Un vecchio vive su un barcone in mezzo al mare, e fa la spola con la riva, guadagnandosi da vivere trasportando pescatori che desiderano pescare proprio da dove lui vive. Non è solo: da quasi dieci anni tiene con se una ragazza molto giovane (ha quasi 17 anni). Si prende cura di lei, non la fa mai scendere a terra (anche se lei non lo chiede), e minaccia con un arco e le sue frecce chiunque, tra gli avventori, la molesti. La “usa” anche per prevedere il futuro, in una maniera molto strana e rischiosa. Non parlano mai tra di loro, né con gli altri, ma tutti i pescatori sanno che il vecchio sta aspettando che lei compia 17 anni per sposarla. Lei pare felice, ma un giorno, sul barcone sale un giovane che le risveglia la voglia di cose nuove e sconosciute, come il mondo esterno, un bacio, un abbraccio, la musica nel walkman. Il vecchio si opporrà alla di lei crescente voglia di evasione.
Ennesima storia strampalata, poetica e pittoresca di Kim, ma questa volta, bisogna dirlo, non riesce ad emozionare o a scuotere le coscienze come di solito. Sarà perché sa tutto di già visto (l’isolamento in mezzo all’acqua, “Primavera..”, l’andirivieni in barca e gli ami, “L’isola”), sarà perché i personaggi principali di Kim continuano a non spiccicare parola (e quelli che parlano, purtroppo, sono sempre doppiati in maniera ridicola, ma questo, sicuramente, non è una sua colpa) nonostante ci sia poco da dire, ma alla fine, nonostante il rapporto budget-complessità delle location/risultato poetico-pittorico sia ampiamente positivo, il film lascia un po’ di amaro in bocca se confrontato con le gemme alle quali ci aveva abituato in passato.
Un finale un po’ troppo macchinoso non fa altro che aggravare la situazione.
Servono nuove soluzioni. Anche se apprezziamo la messa in scena della poesia, ancora una volta posta su pellicola in maniera inappuntabile tecnicamente.
a volte mi domando

C'è una giornalista di Repubblica che di solito si occupa di cinema. E' anche bravina, anche se meno ferrata dei due che recensiscono i film solitamente, Nepoti e D'Agostini. Diciamo che, soprattutto dopo aver letto l'articolo che ieri appariva nel paginone iniziale degli spettacoli, mi pare si avvii a seguire le orme della Aspesi, che si occupa si di cinema, ma più dal punto di vista del costume.
Perchè dico ciò? Leggete l'articolo, che parla di Dexter, della serie, intervistando il protagonista. Se una giornalista scrive che "il personaggio del titolo, come sanno i suoi sempre più numerosi fan, è infatti un esperto di analisi forensica (l' esame di hard disk o altri media digitali alla ricerca di tracce di informazioni nascoste, di alterazioni o di cancellazioni in casi di assassinii...) per la Polizia di Miami" cosa significa? Che evidentemente, non ha mai visto neppure un episodio della serie. Oppure che il correttore di bozze ha modificato interamente il senso della frase? Magari aggiungendo l'intera frase fra parentesi? Così, di suo?
Dexter lavora per la forensic, ma è un ematologo. Esperto di sangue. Balistica del sangue, potremmo dire. Non mi pare si intuisca dall'articolo.
Non è neppure una cosa così importante. Ma a chi è uno dei "suoi sempre più numerosi fan(s)", secondo me salta agli occhi.
Non credete?
Non è neppure una cosa così importante. Ma a chi è uno dei "suoi sempre più numerosi fan(s)", secondo me salta agli occhi.
Non credete?
Sarei curioso di capire come nascono errori così grossolani. Sono convinto che la giornalista in questione è preparata. Ma, anche per me che non sono un esperto, questa cosa mi pare un po' tirata via.
situazione
Avete fatto caso che sono tipo due mesi che non smette di piovere? Mi domandavo....ma non eravamo in una zona a rischio desertificazione?
Come dite? Ah, forse questa è la stagione delle piogge?
Può essere. Può essere.
Come dite? Ah, forse questa è la stagione delle piogge?
Può essere. Può essere.
20081215
Un conte de Noël

Racconto di Natale – di Arnaud Desplechin 2008
Giudizio sintetico: si può perdere
Abel e Junon Vuillard hanno due figli, Joseph ed Elizabeth, ma il maggiore, Joseph, sviluppa una rarissima malattia che richiede un trapianto di midollo osseo. Essendo tutti incompatibili, i due decidono di concepire un altro figlio nella speranza che sia compatibile e di poter salvare Joseph. Henri, il terzogenito, nasce mentre Joseph muore. Nonostante il lutto inconsolabile, dopo qualche anno nasce anche Ivan, ma la famiglia tutta è traumatizzata dall’evento luttuoso. I figli crescono, i genitori invecchiano. Elizabeth diventa un’affermata autrice di teatro, sposata con un figlio adolescente con problemi nervosi, Henri uno strano tipo d’artista che però ha le mani bucate, donnaiolo, giocatore e ubriacone, Ivan sposa l’amica d’infanzia Sylvia e ha due bambini. Elizabeth soccorre Henri in bancarotta ma esige, per questo soccorso, di non avere più rapporti con lui. Henri si isola, ma il cugino Simon tiene vivi i rapporti con tutti. Mentre si avvicina il Natale, Junon scopre di avere una malattia simile a quella del povero Joseph: il linfoma di Burkitt. Anche per lei, l’unica speranza è il trapianto di midollo. La malattia, quindi, riunisce la famiglia, che si sottopone globalmente al test di compatibilità, e si ritrova, nonostante i vecchi veti, tutta sotto lo stesso tetto, la vecchia casa di Roubaix.
Desplechin, pressoché sconosciuto in Italia (non avevo visto il suo precedente I Re e la Regina, unico suo film arrivato da noi), probabilmente continuerà ad esserlo. Cast lussuoso (Deneuve, Roussillon, Amalric, Devos, Mastroianni – Chiara, curiosamente qui in scena con la madre, interpretando però la nuora -) per un film di chiara ispirazione teatrale, sembra avere l’intenzione di fare un film corale che esplora i rapporti familiari, ma lo infarcisce di stereotipi e probabilmente viene costretto a tenere a bada troppe stelle. Tanto per dirne una, perché si dà per scontato che il figlio concepito solo per salvare il primogenito debba per forza odiare la madre? Ma questo è niente.
Attori che guardano in macchina e le si rivolgono, capitoli intitolati che iniziano con quadretti d’epoca, inizio farraginoso e svolgimento tutto sommato sopportabile perché inframezzato da gag abbastanza divertenti, durata chilometrica (due ore e mezzo!) e discrete prove degli attori sono gli elementi di un film che di sicuro non lascerà il segno nella storia.
A teatro potrebbe funzionare, sullo schermo, a mio parere, proprio no.
Giudizio sintetico: si può perdere
Abel e Junon Vuillard hanno due figli, Joseph ed Elizabeth, ma il maggiore, Joseph, sviluppa una rarissima malattia che richiede un trapianto di midollo osseo. Essendo tutti incompatibili, i due decidono di concepire un altro figlio nella speranza che sia compatibile e di poter salvare Joseph. Henri, il terzogenito, nasce mentre Joseph muore. Nonostante il lutto inconsolabile, dopo qualche anno nasce anche Ivan, ma la famiglia tutta è traumatizzata dall’evento luttuoso. I figli crescono, i genitori invecchiano. Elizabeth diventa un’affermata autrice di teatro, sposata con un figlio adolescente con problemi nervosi, Henri uno strano tipo d’artista che però ha le mani bucate, donnaiolo, giocatore e ubriacone, Ivan sposa l’amica d’infanzia Sylvia e ha due bambini. Elizabeth soccorre Henri in bancarotta ma esige, per questo soccorso, di non avere più rapporti con lui. Henri si isola, ma il cugino Simon tiene vivi i rapporti con tutti. Mentre si avvicina il Natale, Junon scopre di avere una malattia simile a quella del povero Joseph: il linfoma di Burkitt. Anche per lei, l’unica speranza è il trapianto di midollo. La malattia, quindi, riunisce la famiglia, che si sottopone globalmente al test di compatibilità, e si ritrova, nonostante i vecchi veti, tutta sotto lo stesso tetto, la vecchia casa di Roubaix.
Desplechin, pressoché sconosciuto in Italia (non avevo visto il suo precedente I Re e la Regina, unico suo film arrivato da noi), probabilmente continuerà ad esserlo. Cast lussuoso (Deneuve, Roussillon, Amalric, Devos, Mastroianni – Chiara, curiosamente qui in scena con la madre, interpretando però la nuora -) per un film di chiara ispirazione teatrale, sembra avere l’intenzione di fare un film corale che esplora i rapporti familiari, ma lo infarcisce di stereotipi e probabilmente viene costretto a tenere a bada troppe stelle. Tanto per dirne una, perché si dà per scontato che il figlio concepito solo per salvare il primogenito debba per forza odiare la madre? Ma questo è niente.
Attori che guardano in macchina e le si rivolgono, capitoli intitolati che iniziano con quadretti d’epoca, inizio farraginoso e svolgimento tutto sommato sopportabile perché inframezzato da gag abbastanza divertenti, durata chilometrica (due ore e mezzo!) e discrete prove degli attori sono gli elementi di un film che di sicuro non lascerà il segno nella storia.
A teatro potrebbe funzionare, sullo schermo, a mio parere, proprio no.
dogville parte 2

Manderlay – di Lars Von Trier 2005
Giudizio sintetico: da non perdere
Secondo atto della “trilogia americana” di Von Trier, “Manderlay” comincia esattamente dove finì “Dogville”. Nel 1933, Grace, il padre, e la loro banda di gangster, viaggiano verso nuovi “affari”, attraversando il sud degli Stati Uniti d’America. In Alabama, Grace, attratta da una tenuta delimitata da una recinzione in ferro alla quale però manca un tratto, viene impietosita da una giovane donna di colore che la implora di aiutare un uomo che sta per essere punito a frustate per una mancanza. Grace insiste per andare a vedere cosa accade, facendo così immischiare nel fatto tutta la banda di suo padre.
Si trova di fronte ad una situazione ferma ad 80 anni prima, quando ancora la schiavitù era legale, con una famiglia di bianchi che governano, e una comunità di neri che lavora. Decisa a ripristinare la legalità e la libertà, idealista com’è, aiutata dalla morte della vecchia “padrona”, raggiunge un accordo col padre, che se ne va, lasciandole alcuni dei suoi scagnozzi.
Inizia così un difficilissimo percorso, che si rivelerà impervio e pieno di imprevisti, dettati soprattutto dalla menzogna e dalla corruttibilità dell’animo umano (anche quello di Grace, cosa del resto già appurata in “Dogville”).
Leggendo delle riflessioni su “Dear Wendy”, del quale Von Trier è solo sceneggiatore, un critico accreditato e importante ricordava che “chi lo ama lo amerà, chi lo odia lo odierà”. Chissà se davvero il danese terribile riesce a spaccare in maniera così netta la platea cinematografica. Questo personaggio che vuole raccontare gli Stati Uniti ricostruendoli in Europa o addirittura nei teatri di posa, disegnando, come in questo caso (o, come ricorderete, in “Dogville”), le pareti delle case per terra, insieme alle strade o agli alberi, lasciando che siano solo la storia e gli attori, a fare il film. Un po’ come a teatro, forse ancora, seppur con minor difficoltà, con maggiore impatto.
Devo dichiarare di stare dalla parte di Von Trier, vedendo in lui qualcuno che, come altri, per carità, prova almeno a tentare nuove strade cinematograficamente parlando, osando. Questo per onor del vero. Ma ero anche pronto a dichiarare l’eventuale fiacchezza di questo sequel, cosa, converrete con me, alquanto inusuale per un certo tipo di cinema. Invece questo “Manderlay” è forte, vibrante, nutre la mente facendola lavorare a fondo, innescando ampissime riflessioni filosofiche, sociologiche e, non ultime, politiche.
Certo, si arriva preparati, molto più che con “Dogville”, alla messa in scena descritta sopra, ma anche pronti ad annoiarsi se la sceneggiatura non proponesse un plot altrettanto interessante; inoltre, con tutto il bene che si può volere alla dolce e pur brava Bryce Dallas Howard, Grace non è più impersonata dalla divina Nicole Kidman, bensì dalla giovane cieca di “The Village”. Questo confronto si, è perso, ma forse è l’unico.
Per il resto, il racconto diviso in otto parti, di questo “Manderlay”, regge e convince, insinuandosi nello spettatore più preparato e voglioso di assistere a qualcosa che non sia un semplice divertissement, a poco a poco, acquistando man mano che passano i minuti, la forza devastante di un atto d’accusa all’umanità intera fatto sottovoce, quasi come una favola densa di allegorie.
Se siete pronti a mettervi alla prova, avviatevi alla cassa.
Giudizio sintetico: da non perdere
Secondo atto della “trilogia americana” di Von Trier, “Manderlay” comincia esattamente dove finì “Dogville”. Nel 1933, Grace, il padre, e la loro banda di gangster, viaggiano verso nuovi “affari”, attraversando il sud degli Stati Uniti d’America. In Alabama, Grace, attratta da una tenuta delimitata da una recinzione in ferro alla quale però manca un tratto, viene impietosita da una giovane donna di colore che la implora di aiutare un uomo che sta per essere punito a frustate per una mancanza. Grace insiste per andare a vedere cosa accade, facendo così immischiare nel fatto tutta la banda di suo padre.
Si trova di fronte ad una situazione ferma ad 80 anni prima, quando ancora la schiavitù era legale, con una famiglia di bianchi che governano, e una comunità di neri che lavora. Decisa a ripristinare la legalità e la libertà, idealista com’è, aiutata dalla morte della vecchia “padrona”, raggiunge un accordo col padre, che se ne va, lasciandole alcuni dei suoi scagnozzi.
Inizia così un difficilissimo percorso, che si rivelerà impervio e pieno di imprevisti, dettati soprattutto dalla menzogna e dalla corruttibilità dell’animo umano (anche quello di Grace, cosa del resto già appurata in “Dogville”).
Leggendo delle riflessioni su “Dear Wendy”, del quale Von Trier è solo sceneggiatore, un critico accreditato e importante ricordava che “chi lo ama lo amerà, chi lo odia lo odierà”. Chissà se davvero il danese terribile riesce a spaccare in maniera così netta la platea cinematografica. Questo personaggio che vuole raccontare gli Stati Uniti ricostruendoli in Europa o addirittura nei teatri di posa, disegnando, come in questo caso (o, come ricorderete, in “Dogville”), le pareti delle case per terra, insieme alle strade o agli alberi, lasciando che siano solo la storia e gli attori, a fare il film. Un po’ come a teatro, forse ancora, seppur con minor difficoltà, con maggiore impatto.
Devo dichiarare di stare dalla parte di Von Trier, vedendo in lui qualcuno che, come altri, per carità, prova almeno a tentare nuove strade cinematograficamente parlando, osando. Questo per onor del vero. Ma ero anche pronto a dichiarare l’eventuale fiacchezza di questo sequel, cosa, converrete con me, alquanto inusuale per un certo tipo di cinema. Invece questo “Manderlay” è forte, vibrante, nutre la mente facendola lavorare a fondo, innescando ampissime riflessioni filosofiche, sociologiche e, non ultime, politiche.
Certo, si arriva preparati, molto più che con “Dogville”, alla messa in scena descritta sopra, ma anche pronti ad annoiarsi se la sceneggiatura non proponesse un plot altrettanto interessante; inoltre, con tutto il bene che si può volere alla dolce e pur brava Bryce Dallas Howard, Grace non è più impersonata dalla divina Nicole Kidman, bensì dalla giovane cieca di “The Village”. Questo confronto si, è perso, ma forse è l’unico.
Per il resto, il racconto diviso in otto parti, di questo “Manderlay”, regge e convince, insinuandosi nello spettatore più preparato e voglioso di assistere a qualcosa che non sia un semplice divertissement, a poco a poco, acquistando man mano che passano i minuti, la forza devastante di un atto d’accusa all’umanità intera fatto sottovoce, quasi come una favola densa di allegorie.
Se siete pronti a mettervi alla prova, avviatevi alla cassa.
playlist - nella chiavetta usb
30 Seconds To Mars - A Beautiful Lie
AC/DC - Higway To Hell
AC/DC - Back In Black
Alice Russel - Under The Munka Moon
Basia Bulat - Oh My Darling
Everlast - Love War And The Ghost Of Whitey Ford
Intronaut - Prehistoricism
Kid Rock - Rock N Roll Jesus
Kings Of Leon - Only By The Night
Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Lykke Li - Youth Novels
Michael Franti & Spearhead - All Rebel Rockers
Moltheni - I segreti del corallo
My Chemical Romance - Life On The Murder Scene (Live)
My Chemical Romance - The Black Parade
Nickelback - Dark Horse
P.O.D. - When Angels And Serpents Dance
Raf - Metamorfosi
Santogold - Omonimo 2008
Simple Plan - Omonimo 2008
Snow Patrol - A Hundred Million Suns
The Hellacopters - Discografia completa
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Vinicio Capossela - Da solo
AC/DC - Higway To Hell
AC/DC - Back In Black
Alice Russel - Under The Munka Moon
Basia Bulat - Oh My Darling
Everlast - Love War And The Ghost Of Whitey Ford
Intronaut - Prehistoricism
Kid Rock - Rock N Roll Jesus
Kings Of Leon - Only By The Night
Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Lykke Li - Youth Novels
Michael Franti & Spearhead - All Rebel Rockers
Moltheni - I segreti del corallo
My Chemical Romance - Life On The Murder Scene (Live)
My Chemical Romance - The Black Parade
Nickelback - Dark Horse
P.O.D. - When Angels And Serpents Dance
Raf - Metamorfosi
Santogold - Omonimo 2008
Simple Plan - Omonimo 2008
Snow Patrol - A Hundred Million Suns
The Hellacopters - Discografia completa
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Vinicio Capossela - Da solo
20081214
patrick bateman is back?

Lunar Park - di Bret Easton Ellis
E' alla fine che va giudicato, l'ultimo, per il momento, libro di B.E.Ellis, ricordiamolo ancora una volta, l'autore di American Psycho, probabilmente il libro più bello, intenso, spietato, importante degli ultimi 25 anni di letteratura.
Bisogna arrivare alla fine, anche se ci sono momenti di stanca, per cui la cosa può anche risultare a tratti faticosa, e poi tirare le somme, di un lavoro che sembra addirittura essere una sorta di confessione, una specie di conversazione sul lettino dell'analista, uno scritto che maschera lo sfogo di un personaggio universalmente famoso che si confida con un vecchio amico usando lo stratagemma dell'espediente narrativo.
Libro complesso, che parte come una biografia, e lentamente si converte in una specie di horror metafisico, concludendosi con una struggente riflessione sui rapporti padre-figlio, nella quale si possono scorgere sia l'amore per il padre (nonostante tutto), sia l'amarezza per il fatto di non averne di propri. Molti critici hanno avvicinato lo stile della seconda parte a quello di Stephen King, che l'autore stesso ha dichiarato di ammirare, ma a mio parere Ellis è decisamente una spanna sopra, per profondità e sarcasmo. La trama spesso sembra sbandare, così come probabilmente ha sbandato la sua vita (ce lo dice chiaramente, tra le righe e non), ma si ha, in fondo, l'impressione che l'autore chieda scusa ai fans per non essere stato in grado di reggere abbastanza al successo del suo capolavoro, al punto da sentirsi, ancora oggi, perseguitato dal protagonista, che, infatti, si materializza in Lunar Park.
Indispensabile per i fans, fuorviante per i neofiti.
happy go lucky

La felicità porta fortuna - di Mike Leigh 2008
Giudizio sintetico: da vedere
Poppy è una persona positiva. Ha 30 anni, è costantemente allegra, scherza continuamente, sempre al limite delle possibilità di tenere una conversazione in bilico tra il serio e il faceto. Ma non vive su un altro pianeta: ha un lavoro che ama e svolge con passione, maestra d'asilo, divide un'appartamento con l'amica del cuore Zoe, anche lei maestra d'asilo, cerca un uomo da amare senza lasciarsi prendere dallo sconforto dell'orologio biologico, si gode la vita con le amiche.
Un film che, in fondo, non ha niente di veramente eccezionale, ma che vale assolutamente il prezzo del biglietto, ed oltre. Un messaggio profondamente positivo, un consiglio all'umanità tutta: sorridete. Dopo il pesantissimo Il segreto di Vera Drake, a mio giudizio poco riuscito, ma con una filmografia sopraffina, Leigh regala un ruolo da protagonista alla promettente Sally Hawkins, da lui lanciata in Tutto o niente (un film che mi ha squassato emozionalmente fin nelle ossa) che lo ripaga con una prova straordinaria. Leigh firma pure un atto d'amore a Londra, che in questo film appare quasi solare, incantevole fin negli angoli più bui e nascosti, vivibilissima.
La sceneggiatura è, a dispetto della durata di quasi due ore, esile, semplicissima: Poppy scorrazza in bicicletta nel suo giorno libero, entra in una libreria, gira per un mercatino, torna alla bici e scopre che gliel'hanno rubata. Invece di arrabbiarsi, decide di prendere lezioni di guida e, in seguito, la patente. Tutto il resto sono conseguenze di questa decisione, e spaccati di vita di Poppy. E però non ci si annoia mai, ci si diverte un bel po', e alla fine si capisce che davvero si può vivere, o almeno provare, una vita happy-go-lucky. Le riflessioni partono tutte già nel mezzo a quella che si capisce da subito essere la scena finale. Indimenticabile pure la scena d'apertura, mista ai titoli di testa, quella dove Poppy gira Londra in bicicletta, prima del furto. Forse superflua la scena semi-onirica dove la protagonista dialoga con un (apparentemente) senza tetto.
Film da promuovere.
il vento ci scompiglia i capelli

Massimo Volume, 4 dicembre 2008, Firenze, Auditorium Flog
Quando, verso la metà del concerto, i MV eseguono Sul Viking Express, ed Emidio Clementi recita, perchè Clementi non canta, recita, recita le sue poesie, "Mi chiede di me, perchè sono qui dove sono. Il vento ci scompiglia i capelli, ci ruba le parole", guardo ancora una volta Clementi e mi scappa da ridere. Si, perchè anche lui, come me, quando c'è vento non ha nulla da temere, riguardo ai capelli.
Com'è, come non è, stasera sono qui al Flog perchè seppur non sia mai stato un fan dei MV, li rispetto ed ho ascoltato i loro lavori, pieni appunto di poesia, non altissima e sublime, ma terrena e in un certo qual modo, ricca. Mai li avevo visti prima del loro scioglimento, e mi ritrovo invece adesso qui, per vedere l'effetto che fanno.
Il Flog non si riempie ma ci sono diverse centinaia di persone, tra curiosi e vecchi fans, e insomma il pubblico fa la sua figura. I tre del nucleo originale, Emidio Clementi basso e voce, Egle Sommacal chitarra solista, Vittoria Burattini batteria, più Stefano Pilia alla seconda chitarra, il più mobile dei quattro, al quale però viene concesso anche qualche assolo, e non esclusivamente la ritmica o l'effettistica (addirittura lo vediamo alle prese con un archetto di violino alla Jimmy Page), salgono sul palco verso le 23,00, ora ormai canonica per i club fiorentini, e dall'iniziale Atto definitivo alla conclusiva Manhattan di notte sciorinano in un'ora e mezzo il loro repertorio un po' freddamente, ma senza sbavature di sorta, e l'effetto che fanno è tutt'altro che soporifero, anche se, davanti al loro "genere", qualcuno (io per primo) potrebbe anche dubitare, per quanto riguarda la resa dal vivo. La tecnica strumentale è di tutto rispetto, una parola in più per Sommacal, davvero bravo, e in definitiva è giusto che siano qui adesso per riscuotere, magari, il successo di pubblico che non hanno avuto in precedenza.
Chissà che l'affluenza di pubblico in questo tour di riunione, non li convinca ad editare un nuovo lavoro.
Aspettiamo. Nell'attesa, ci hanno lasciato un buon ricordo con questo concerto.
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