No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20100817

pazzesco

cossiga è morto 5 minuti fa e su wikipedia hanno già pubblicato la data di morte.
sapevatelo!

verità


Truth Or Dare - Automatic Loveletter (2010)


Proposta tutto sommato leggerina, il debutto di questa band statunitense di Tampa, capitanata dalla 24enne Juliet Simms (della band fa parte anche, alla chitarra, il fratello maggiore Tommy), che potremmo accostare tranquillamente ai Paramore.

Juliet, che ovviamente attendiamo alla prova live, sembrerebbe leggermente più dotata di Hayley, vocalmente (e pure fisicamente, ma questo è un dettaglio, per noi che ovviamente guardiamo solo alla musica; tra l'altro, se guardate attentamente il video di Heart Song, dove Juliet stessa fa bella mostra di sé anche in bikini, noterete che ha i piedi brutti, a meno che non abbia fatto girare la scena dei piedi da una controfigura - con i piedi brutti -).

Siamo quindi dalle parti di un rock che si ispira vagamente al punk-rock, ma che fa suoi tutti i clichés del "movimento" (parola effettivamente un po' grossa) emo, e, anche a livello di look, tutto quello che incanta i teenager globalizzati, e quindi di tutto il mondo (e quindi include anche me, che fondamentalmente sono un teenager di 45 anni). La scelta di marketing tra l'altro, se si dà un'occhiata ai videoclip, punta molto sull'immagine sexy (un sexy prepotente, alla Courtney Love) della front-woman, e certo questo non li rende una band appetibile per degli intellettuali come noi di Fassbinder.

E' però un peccato notare che, se si ascoltano gli EP precedenti, e i molti brani "sciolti" che si trovano in rete, la produzione del disco ha reso la band un po' troppo leccata, meno selvaggia, con un overdose di arrangiamenti. I pezzi, seppur ruffiani e prevedibili, hanno in fondo una loro forza; come spesso capita (capita anche ai Paramore), i pezzi "tesi" sono molto più validi delle ballate (anche se Fade Away e Story Of My Life non sono male), ma la scelta della band ha privilegiato una massiccia presenza di queste ultime, rispetto ad una serie di pezzi più movimentati (come la discreta My Goodbye, l'opener Heart Song, o Butterflies), che pure non mancavano nel repertorio. La mia preferita però è forse Let It Ride, una via di mezzo.

matrix - end


The Matrix Revolutions - di Andy e Larry Wachowski 2003


Giudizio sintetico: si può evitare (1,5/5)

Giudizio vernacolare: bo' cheppalle!


Adesso che (forse) è finita la saga di Matrix, lo posso dire: FINALMENTE!!

Diamine ragazzi, non è possibile che per lanciare un messaggio pacifista si debbano fare due film brutti e uno così così!!

Scherzi (insomma..) a parte, quello che dovrebbe essere il capitolo conclusivo di Matrix continua sulla falsariga del secondo (Reloaded), annoiando pesantemente lo spettatore con dialoghi che provano continuamente ad essere epici ma non ci riescono, e, tra l'altro, aiutati in peggio da una colonna sonora esageratamente pomposa, riescono solo a creare un'atmosfera grottesca.

Fortunatamente, ci vengono risparmiati sermoni eccessivamente lunghi, e la Bellucci parla solo una volta. Un minimo di suspence riusciamo a trovarla nell'interminabile battaglia finale, ma è veramente poca cosa.

L'intero cast risente forse della stanchezza, forse della rigidità del film. Da notare, per l'ennesima volta, la totale mancanza di ironia. Forse era il caso di pensarci quando si fa duellare la gente "alla Superman".

20100816

solo

Una delle mie canzoni preferite degli ultimi anni.


Singing Behind Screens


Cantando dietro i paraventi - di Ermanno Olmi 2003


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: que' po'i che lo vedano russano


Altro esempio di commistione tra cinema e teatro, anche se la tendenza di Olmi è sempre stata quella.

L'idea è molto interessante, la storia, ambientata nella Cina del 1700, di una donna cinese, moglie di un pirata, che alla sua morte assume il comando della flotta e continua il suo "lavoro", assunta a metafora pacifista ("Se hai due soldi con uno compra del pane, con l'altro giacinti per il tuo spirito"), è ottima; la realizzazione, divisa tra teatro di posa e esterni girati in Montenegro e Albania, molto ben fatta.

Purtroppo, specialmente il primo tempo, risulta molto pesante, e il Montenegro non assomiglia granché alla Cina (Ma non tira mai vento lì? Possibile vedere un film sui pirati dove il mare è sempre calmo?), però l'impressione di trovarsi davanti ad un film cinese rimane.

Il secondo tempo è meno noioso del primo, e se si riesce a superare il primo, ci si rende conto quantomeno della personalità di Olmi, cineasta particolare ma senz'altro originale.

Magnetica anche se non bella la protagonista Jun Ichikawa, non convince Carlo Pedersoli (Bud Spencer) pur essendo fulcro del film.

Per soli appassionati.

20100815

pope

L'amico Massi mi segnala questa interessantissima notizia:

La notizia è quantomeno curiosa, e le spiegazioni che ci sono nell'articolo interessanti. Tra l'altro, ci serve per ricordare che in Italia, quando il papa si sposta, paghiamo tutto noi, ultimamente tramite l'organizzazione della Protezione Civile (quale sia il senso di continuare a chiamarla "Protezione Civile" mi sfugge), a quello che se ne sa.
Quindi, niente di più giusto che pagare un biglietto per assistere alle funzioni.

quelli che non abbiamo mai conosciuto


The Ones We Never Knew - Holly Williams (2004)


Lo so, dovrei recensire dischi nuovi, roba uscita quantomeno quest'anno, e invece ogni tanto mi accadono cose strane. Tipo questa. Ogni tanto, continuo ad ascoltare questo Here With Me, il secondo e per il momento ultimo disco dell'artista in questione in questa recensione, del 2009, un disco che mi è rimasto decisamente nel cuore, anche perchè l'ho legato ad un viaggio e ad alcuni momenti di solitudine malinconica, ma non triste, ed ho saldato alcuni testi a sensazioni che provo spesso. E, ad un certo punto, mi sono chiesto: "ma se la tipa ha fatto due dischi, per quale motivo non ho mai ascoltato il precedente?". A quel punto mi sono sentito in dovere.


Come fanno notare alcuni recensori, l'album The Ones We Never Knew, debutto di Holly, è un disco classico con una certa classe, ma il songwriting non è di certo frutto di sforzi sovrumani. Posso concordare. Bisogna sottolineare però, che Holly è in possesso di una voce, anche solo a livello di timbro, che può toccare alcune corde emozionali senza bisogno di lasciarsi andare a clamorosi virtuosismi, oppure (appunto) senza scrivere canzoni che lascino sbalorditi dal punto di vista innovativo. Certo, il tempo può affinare la penna, e lo stile può diventare più personale, ma per un debutto io credo che scrivere e cantare pezzi come Man In The Making, Nothing More, Sometimes, Would You Still Have Fallen, può anche bastare.

editoriAle

Lo so, ne sentivate la mancanza. E io ve ne regalo uno proprio a Ferragosto, con una mezza libecciata in atto e un torcicollo doloroso, accidenti a chi si dimentica le finestre aperte di notte quando rinfresca.

Sarò breve, come dicono quelli che telefonano alle trasmissioni radiofoniche e a meno che non gli spari non la smettono più di parlare.

Bossi tuona: "Nessuno provi a varare governi tecnici, o porteremo in piazza milioni di persone". Boiadé, speriamo che quel giorno lì grandini a sassate.

Calderoli (ricordiamolo: un intellettuale) rincara la dose: "Se dovesse succedere una cosa del genere, il Nord se ne va". Ho provato ad immaginarmi davvero lo scenario. Senza riflettere sull'economia, che tanto siamo in Europa e al limite peggio della Grecia non possiamo finire (o meglio? Almeno loro si incazzano...), pensateci: quando i "Padani" dovessero venire in vacanza dalle nostre parti, potremmo trattarli di merda come i tedeschi. E soprattutto, avremmo una serie A più equilibrata, senza l'Inter e la Juve (il Milan ormai non lo contiamo più, finchè il presdelcons non lo vende).

Ma la cosa che mi ha fatto più ridere stamattina, è questo articolo de Il Tempo, dove nientemeno che il Direttore, Mario Sechi, si chiede ironicamente se "Gianfranco e Ely ce la faranno?", aggiungendo che tutta la storia è "un feuilleton straordinario. E' un racconto verista della nostra società".
Qualcuno dovrebbe spiegare a questi pseudo-giornalisti, che, esattamente alla stessa maniera dei nostri (purtroppo) politici, hanno perso qualsiasi contatto con la realtà vera, con chi ancora si guadagna il pane col sudore (si, anche alla tastiera si suda). Qualcuno dovrebbe dirgli che, usando un francesismo sempre in voga in Toscana, culla della cultura rinascimentale, a noi, di Gianfranco e Ely c'importa una bella sega.

E che, nonostante personalmente non sia filo-americano, e le "prestazioni" di Obama non mi abbiano convinto, nonostante negli USA abbiano il tempo di riflessioni del genere, dove un professore di studi classici ha "corretto" la rivista Forbes sull'affermazione che Tiger Woods era il primo atleta della storia ad aver guadagnato più di un miliardo, sostenendo che gli auriga (tipo Ben Hur, per intenderci) romani guadagnavano ben di più, rimango ammirato da un Presidente USA che difende il diritto di culto come inalienabile (e lo sostiene citando la Costituzione...) mettendosi dalla parte dei musulmani che vogliono costruire una moschea a Ground Zero. Chapeau!, mister Obama.

now or never


Ora o mai più - di Lucio Pellegrini 2003


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: boia, ma luilì è quello di ovosodo!


Pellegrini deve essere rimasto sconvolto quanto me dai fatti del G8 di Genova; infatti, il regista di film molto carini, ma leggeri, quali "Tandem" ed "E allora mambo", in questo film, già di per sè godibile, "giovanilista"e "idealista" al punto giusto, all'improvviso irrompe la tragedia (e parlo più delle "torture" di Bolzaneto che di Giuliani); si nota che il tono è diverso, ma forse è un bene, perchè forse così ci possiamo rendere conto di quello che è stato veramente.


Sogni spezzati. Punto e a capo su di un altro quaderno.


Il resto del film è ben fatto, divertente, ma anche giusto nel rendere l'idea delle dinamiche amicali tra giovani dell'età universitaria.

Guardatelo. Capirete tutto quello che volevo scrivere e non ho scritto per non dilungarmi troppo.

20100814

islanda lug/ago 2010 - 06



Akureyri

Non so perchè, ma ero convinto che la cittadina che domina l'Eyjafjordur, desse anche il titolo ad un pezzo dei Sigur Ròs (cosa non vera). A parte questo, partiamo presto dal campeggio, ma ci fermiamo subito: non avendo prenotato la colazione, la facciamo "fuori". E, dove meglio che al Vogafjos Café? Non costa pochissimo (mi pare 1200 corone), ma puoi mangiare a volontà. Il posto ve l'ho già raccontato. Nel breve tragitto incrociamo la biondina "fuori standard" che avevamo "conosciuto" al campeggio Hlìd in bicicletta. Quando, dopo colazione, riprendiamo la strada nr.1 per percorrere il breve tratto che ci separa da Akureyri, la ritroviamo che torna indietro. Durante il tragitto, ci fermiamo alla cascata di Godafoss, rinomata per la leggenda del logsogumadur islandese che nell'anno 1000, riflettendo sulla decisione con cui doveva decidere se far abbracciare all'intera isola la religione cristiana, gettò le statue degli dei nordici nella cascata (il nome della cascata significa appunto "cascata degli dei"). Bella, indubbiamente.
Dopo la cascata la strada inizia a salire, e quando si scende, e si "entra" nel fiordo che accoglie la seconda città d'Islanda, il colpo d'occhio è mozzafiato. Città, come sempre, è una parola un po' esagerata per una cittadina di quasi 20mila abitanti, ma tant'è. Certo, al confronto altri centri che abbiamo visto fin'ora fanno sorridere, ma anche qui case funzionali e piuttosto bruttine, adagiate su un lieve declivio, e un centro ridottissimo, una via dello "struscio" con un paio di grandi negozi che hanno di tutto, qualche caffè. A 50 metri il lungomare, se così lo vogliamo
chiamare, la strada principale (sempre la nr.1), che proseguendo porta alla zona industriale e a diversi ipermercati (che a dire il vero appaiono decisamente sovradimensionati per una cittadina di 20mila abitanti). Nei pressi del centro, tantissimi parcheggi, che però richiedono il disco orario e la sosta di un'ora dalle 10 alle 16. Poco distante dalla via che funge da centro, una scalinata porta alla chiesa (ovviamente, la Akureyrakirkja, del solito architetto che ha progettato anche la chiesa principale della capitale). Cerchiamo da dormire, e la ricerca dura più del solito, soprattutto perchè quasi tutte le guesthouse non hanno reception, devi citofonare, il citofono ti rimanda al telefono, alcune sono "fully booked". Andiamo all'Hotel Akureyri, che gestisce pure altri tre/quattro siti, tutti vicinissimi e in pieno centro, chiamati, con uno slancio di fantasia, Akureyri Guesthouse, e troviamo posto. Lasciamo i bagagli, e ci dirigiamo fuori città, per mangiare al sacco dalla parte opposta del fiordo, mentre guardiamo il panorama e decidiamo il da farsi. Proseguiamo verso Grenivìk, costeggiando il fiordo, facciamo un giro del villaggio (una cosa che non vi avevo ancora detto: in Islanda ogni casa ha in giardino un tappeto elastico per bambini, va moltissimo), torniamo indietro per fermarci a Laufàs. Qui, oltre all'annesso caffé, si può visitare la ricostruzione (del 1956) della casa padronale, originariamente della metà del 1800, con l'annessa chiesetta interamente in legno e cimitero circostante. Tetto in torba, soffitti bassissimi (me ne sono accorto dalle testate che ho preso), si sviluppava su due piani e su svariati ambienti, e ospitava fino a 30 persone). Luogo piuttosto suggestivo, visita interessante, ricostruzione accurata, che ancora una volta denota che si può fare turismo storico anche senza avere una lunga storia.
Torniamo ad Akureyri. Giro al supermercato, alla chiesa, sulla via dello struscio. Si fa l'ora di cena, dopo di che un giro sul lungomare, con gente che pesca e svariati uccelli marini che svolazzano. Luce piena, ma sono le 22. Siamo molto vicini al circolo polare artico. Ma la cosa fondamentale, che ancora non vi ho detto, è che ad Akureyri, la luce rossa dei semafori (numerosissimi), è a forma di cuore. Fantastici akureyriesi.

mare


To The Sea - Jack Johnson (2010)


Ho dato un'occhiata, vi ho parlato già alcune volte di Jack, ma è un personaggio talmente apprezzabile che forse bisognerebbe parlarne più spesso. Non ha inventato niente, tanto meno musicalmente, ma fa sempre piacere sentirlo, anche se qualcuno che magari ne ha apprezzato qualche pezzo, o qualche disco, si annoia solo a sentirlo nominare.

E' uscito il primo di giugno, ed è stato interamente registrato in due studi di registrazione ad energia solare, ed il titolo è semplicemente To The Sea. Sapete quasi tutti che Jack è hawaiano, ex surfista professionista, appassionato di cinema, amico di Ben Stiller (è apparso nei suoi video-clip, e ne ha diretti alcuni), Ben Harper (hanno duettato varie volte), Eddie Vedder (la leggenda dice che Jack lo ha salvato in mare dopo un incidente col surf) e Donavon Frankenreiter (incide per l'etichetta fondata da Jack, sua moglie e i fratelli Malloy, la Brushfire Records), ed è al quinto disco escludendo EP e colonne sonore.

I pezzi contenuti in questo nuovo disco sono come al solito carini, soffici, simpatici, canticchiabili, suonabili davanti e intorno al classico falò sulla spiaggia (questa me la gioco sempre, lo so, comincia a diventare stantìa), e insomma io lo ascolto volentieri, pur nel mare (ah ah) di musica che mi piace, anche se non mi fa impazzire. Ma mi mette sempre di buon umore.

il samurai cieco


Zatoichi - di Takeshi Kitano 2003


Giudizio sintetico: da vedere (4/5)

Giudizio vernacolare: occome fa a esse così preciso luilì?


Un film crossover.

C'è di tutto. Samurai, atmosfera western, il film storico (Giappone dell'800), Zorro, la discriminazione sessuale, il vendicatore degli oppressi, addirittura un finale musical, e chi più ne ha più ne metta.


La magia di questo 56enne ossigenato, gobbo, con la camminata stanca e divaricata, è quasi inspiegabile, eppure c'è. Il film è divertente, a tratti esilarante (secondo tempo, lezione di bastoni), anche se inverosimile. Le scene cruente (tantissime), splatter a dismisura, oltre a conservare un tono autoironico imprescindibile per non diventare ridicole, quando diventano "troppo" assumono un tono epico che è proprio solo dei maestri.

Takeshi "beat" Kitano può. Sinceramente, c'è poco da spiegare.


Trama semplice e prevedibile, epico e filosofico quando necessita, grandissimo senso delle inquadrature (di una "pittoricità" estrema, anche se non con grandi spunti di colore come in Dolls, evidentemente un caso a parte).


Appunto, un maestro.

20100813

lontani parenti


Distant Relatives - Nas & Damian Marley (2010)

I recensori di mestiere hanno sottolineato innanzitutto il fatto che i due siano figli d'arte. Di Damian, tutti conoscono il padre Bob. In meno sanno che il padre di Nas è Olu Dara Jones, un virtuoso jazzista avant-garde, cantante, chitarrista e cornettista.
Il progetto, che fin dal titolo si richiama all'Africa, fonde ovviamente hip-hop e reggae/dub, e lo fa in maniera splendidamente moderna ed attuale. La lavorazione è stata lunga, circa due anni, ma il risultato è un disco sontuoso, che cresce esponenzialmente con gli ascolti. Le voci dei due protagonisti (e non dimentichiamoci di citare Stephen Marley, produttore insieme a loro, e presente in un pezzo, In His Own Words) si combinano perfettamente, anche se la mia preferenza va a Damian, che in alcuni pezzi raggiunge momenti di pathos davvero ragguardevoli.
I pezzi sono tutti molto buoni, e diversi veramente ottimi: la conclusiva Africa Must Wake Up (con K'naan), l'iniziale As We Enter, Leaders, la apparentemente spensierata Count Your Blessings, la souleggiante My Generation che ospita Lil Wayne e Joss Stone (che fa la figura della nuova Lauryn Hill), la tribale (appunto) Tribes At War (ancora con K'naan), la mia preferita Strong Will Continue, epica, con un crescendo indimenticabile (ascoltatevi con la pelle d'oca tutta la strofa quando Damian sale fino a "when the gates are finally closed, and the Saints go marchin' in": era un po' che non mi emozionavo così).
Un disco che potrebbe conquistare anche chi non ama esattamente i due generi in ballo.

Nói l'albino


Nói Albinói - di Dagur Kári 2003


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: boia 'e freddo ti c'è


Ho un debole per il cinema che arriva dai luoghi "estremi"; è un modo come un altro per viaggiare, e per cercare di capire come si vive, come si pensa, come si affronta la vita; è un modo per capire che la verità non è nel "modello occidentale".


Il film in questione arriva dall'Islanda, e, tra l'altro, ci mostra la vita in una parte d'Islanda (Bolungarvík, si presume) lontana dallo "stress della capitale" Reykjavik (battuta del film).


Parte leggero, scorre grottesco e divertente, termina in tragedia.

Come al solito, mostra invece di raccontare.Vi accenno solo la storia (per non rovinarvi ulteriormente la visione!): Nói, un ragazzo figlio di un alcolizzato, abita con la nonna, è intelligentissimo ma non ha voglia di andare a scuola; sogna le Hawaii e si innamora di una ragazza.


Paesaggi mozzafiato fanno da cornice ad alcuni giorni nella vita di Nói e del minuscolo paese.

Un gioiellino.

20100812

crazy

Folli Grinderman. Video diretto dal fedelissimo di Nick Cave, John Hillcoat (The Road).

agosto

Prendo spunto da una trasmissione radiofonica di Radio 24, Agosto, tecniche di sopravvivenza, che ha preso il posto di Melog (del grande Gianluca Nicoletti) per l'estate, e, mentre il centrodestra italiano si sgretola a colpi di cattiverie reciproche, e gli elettori di sinistra si domandano ancora chi li rappresenta, mentre la Fiat viene condannata al reintegro dei tre sindacalisti licenziati mesi fa e fa ricorso, e naturalmente Ichino prende le difese della Fiat, voglio affrontare per un momento un argomento che personalmente ritengo interessante: l'abitudine tutta italiana di "chiudere per ferie" in agosto.

Lavoro nel settore della logistica ormai da oltre 16 anni, e siccome sapete che amo viaggiare in luoghi molto diversi dall'Italia, difficilmente prendo le ferie in agosto, quindi in tutti questi anni quasi ogni agosto sono stato presente in ufficio. Mi sono trovato a fronteggiare situazioni di ogni tipo, ma il comune denominatore di queste, di solito è la profonda differenza tra l'Italia ed il resto del mondo. Lavorando per un gruppo internazionale, questa cosa si fa sentire forse ancora di più.
In Italia, in agosto i fornitori chiudono, i trasportatori riducono le flotte, le ferrovie riducono le già ridotte corse per i treni merci, le stazioni chiudono, i depositi vanno in ferie.
Ma, per chi non se ne fosse accorto, la crisi mondiale sta passando, il mercato si è stabilizzato, è cambiato: nel campo in cui lavoro molte aziende hanno chiuso o ridotto dei siti, per cui il volume globale è diminuito, ma adesso sta cominciando a risalire. E siccome siamo un gruppo internazionale, dalla direzione, posta in un paese europeo che non è l'Italia, ci è stato chiesto di fornire prestazioni (leggi: produzioni) che ormai non si facevano da un paio d'anni. Stranamente, le cose stavano andando bene, ma dopo un paio di settimane, ci siamo ritrovati a fare i conti con dei problemi di stoccaggio e, soprattutto, di mancanza di "uscite". Perchè?
Perchè, come detto prima, i treni non c'erano, i depositi erano chiusi, le stazioni idem, e, in alternativa, non c'erano camion; inoltre, in alcuni casi (prodotti imballati), le produzioni record erano limitate dall'assenza dei fornitori di imballi.

Torneremo sul discorso ferrovia, che mi sta a cuore, e tra l'altro sono mesi che vorrei parlarvene. Adesso però, concludiamo questo ragionamento.
La mentalità italiana è ormai inadeguata ai tempi che corrono e soprattutto al mondo globalizzato. Tutto intorno a noi non chiude per ferie. Da anni vi ripeto, ma molti di voi lo sanno già, che in nessun paese accade come da noi, che i cinema chiudano da giugno a settembre, che la programmazione cessi per quasi 4 mesi: all'estero tutto scorre come negli altri mesi. Anche il cinema è lavoro. E dunque, nell'industria la situazione è disastrosa, paradossale in questi tempi di voglia di risalita.
Sembra che l'Italia sia rimasta a 30, 40 anni fa, dove la Fiat (ci risiamo) chiudeva le fabbriche per il mese d'agosto, e con lei altri grandi (e piccoli) gruppi, instillando così negli italiani la mentalità del "chiuso per ferie", le città si svuotavano e gli arenili diventavano invivibili.
Quest'anno più che mai, ma come vi ho detto, da diversi anni a questa parte, in agosto l'Italia che produce è "chiamata" a gran voce dal resto d'Europa e del Mondo, ma troppo spesso siamo costretti da una mentalità arretrata, e soprattutto da una serie di governi che non riescono a cambiare le cose e ad "educare" i cittadini, a rispondere "mi spiace, siamo chiusi".

Non posso chiudere senza lanciare una frecciata al premier più unfit della storia. Vi ricordate quando Berlusconi lanciò l'idea di abolire alcune festività per alzare il Pil? Vi rinfresco la memoria: leggete qui e qui.
Da ignorante di economia, penso che non serva poi molto. Sarebbe molto più utile, ma ovviamente molto più complesso, anche perchè siamo un popolo di abitudinari, cambiare questa mentalità da "chiuso per ferie", imparare a razionalizzare anche il lavoro.
E di chi deve essere questa responsabilità, se non dei politici? Ma, soprattutto, vi sembrano quelli italiani, dei politici in grado di fare una cosa del genere?

once upon a time in Mexico


C'era una volta in Messico - di Robert Rodriguez 2003


Giudizio sintetico: si può evitare (2/5)

Giudizio vernacolare: ...però anche vi c'è un monte di pelo...


Il film è coloratissimo, ma non scoppiettante, nonostante le abbondanti sparatorie in slow motion. Le battute ci sono, ma l'ironia è un po' stantìa.

A rischio di sembrare nostalgicamente supponente, devo dire che "El Mariachi", del 1992, era tutta un'altra cosa, e chi ha avuto la fortuna (ma soprattutto, la maniacalità di andarselo a cercare e a gustare) di vederlo potrebbe esserne testimone.

"C'era una volta in Messico" infatti, fa parte (e chiude, ma questo si vedrà, e probabilmente saranno gli incassi a decidere) di una trilogia partita con "El Mariachi" appunto, e proseguita nel 1995 con "Desperado", dove la parte del Mariachi veniva assunta da Banderas, che prendeva il posto di Carlos Gallardo, collaboratore di Rodriguez agli effetti e nella produzione.


Storia a parte, la genuinità si è persa per strada. Il Mariachi prosegue la sua "guerriglia" politicamente corretta (come un moderno Che Guevara) in un Messico a metà tra finzione e realtà, a colpi di armi da fuoco di ogni genere. Il glamour prende il sopravvento (Johnny Depp strano agente CIA, la futura star Eva Mendes, Enrique Iglesias al debutto cinematografico nei panni di uno dei mariachi "d'appoggio"a Banderas), i soldi si sprecano, le scene d'azione somigliano a un Terminator qualsiasi spostato in Messico.

Qualche colpo di genio ci fa sperare (Depp che diventa un tiratore infallibile dopo aver perso la vista) che Rodriguez ci possa regalare ancora qualcosa di geniale.

Se troverà tempo tra uno Spy Kids e un altro.

20100811

islanda lug/ago 2010 - 05

Dimmuborgir e altre storie islandesi
Ci svegliamo, come ogni mattina del resto, verso le 8,00, e per fortuna la colazione è compresa, ed è servita nel container accanto. Ad occuparsi di noi e degli altri "terremotati" (nel senso di "ospitati nei container") c'è una ragazza ovviamente bionda, carina, minuta, quindi un po' fuori standard, che abbiamo notato il giorno precedente alla reception. Prendete nota. Tutto impacchettato, come sempre, e si parte, tornando indietro sulla strada 1, verso il bivio per Dettifoss (foto 1 il canyon, foto 2 e 3 la cascata, foto 4 l'arcobaleno), una delle cascate più spettacolari, a detta di molti, pare la più grande d'Europa per portata. Sono leggermente preoccupato, perchè dal bivio sulla 1 alla cascata ci sono circa 30 km di sterrato descritti non propriamente come agevoli. Effettivamente, tra polvere e buche, ci si mette un bel po' di tempo, ma soprattutto, io guido come se l'auto fosse mia, mentre la mia compagna, che si propone per la guida, no, ed effettivamente la cosa, con lei alla guida, si velocizza (anche se la schiena non ne beneficia, ma c'è di peggio nella vita). A proposito delle strade islandesi, almeno, quelle asfaltate, c'è da dire che, al contrario, non
hanno buche, ma, come dire, sembrano un po' "tirate via": brecciolino sulle banchine, ma spesso pure al centro, pavimentazione non perfettamente allineata (un'utilitaria ne risente), e molti tratti sterrati o in cui si deve ridurre la velocità (che, quando la strada è a posto, è di 90 km/h al massimo). Detto questo, arriviamo al parcheggio che è già quasi pieno tra auto e bus, percorriamo a piedi le poche centinaia di metri che ci separano dalla cascata, e quando ci siamo, concordiamo che ne valeva la pena. Impetuosa, imponente, la cascata ci ipnotizza per un po', e la ricerca della foto da ricordare, soprattutto agli arcobaleni che si formano attraverso la rifrazione della
luce solare sul vapore acqueo che consegue dall'impatto della massa acquosa con quella sottostante, ci fanno dimenticare che, seguendo l'altro sentiero, camminando solo un altro
chilometro, arriveremmo a Selfoss, la piccola cascata del salto precedente (e me ne rendo conto
solo adesso che ne sto scrivendo).
Cose che capitano; tra l'altro, ripenso pure al fatto che avevo citato proprio quest'ultima cascata, quando la poliziotta agli arrivi internazionali mi aveva fermato, fatto aprire lo zaino, fatto estrarre tutto il contenuto, controllato il passaporto, e, forse per allentare un minimo di tensione, forse solo perchè temeva fossi un pericoloso terrorista, dopo aver constatato che "you travel a lot", mi aveva domandato perchè avessi scelto l'Islanda, questa volta.
Torniamo al parcheggio, un viavai di turisti, e ci mangiamo qualcosa, come sempre, "al sacco". Poi ripartiamo, strada esattamente al contrario, per
riprendere la 1 e tornare verso Myvatn, ma per deviare poco prima, sulla destra, per visitare la
caldera del vulcano Krafla. Prima di arrivare all'ingresso della sorta di "parco" che la contiene,
si trova la centrale geotermica che
sfrutta la zona sottostante, ricca di
gas come buona parte dell'Islanda.
E' usuale, aprire il rubinetto e sentire
odore di zolfo: credo sia uno dei pochi
luoghi al mondo dove l'energia viene spesa più per rendere fredda l'acqua, dato che calda ce l'hanno già! La caldera è costellata da un insieme di sentieri che conducono, su un area molto ampia, ai vari crateri, pozze d'acqua bollente (foto 5), campi di lava (foto 6, perdonate la sovraesposizione). La giornata è quasi torrida, ma camminiamo di buona lena e ci vediamo quasi l'intera zona, baciati dal sole, incontrando e re-incontrando turisti. Mentre torniamo verso il lago, buttiamo un occhio alla zona termale pubblica, una sorta di Blue Lagoon (ma ovviamente non si chiama così, bensì Myvatn Nature Baths) di Myvatn (un insieme di piscine naturali con acqua calda), e poi andiamo a sistemarci nel
campeggio dove abbiamo prenotato per la notte. Non ci fermiamo però: passiamo accanto ad un altro grande cratere, e ci dirigiamo verso Dimmuborgir, che fino a prima di arrivare qui, io pensavo fosse solo il nome della band black metal norvegese. Lo spiega meglio la scheda wikipedia linkata, ma in breve è un enorme campo di lava, che contiene, oltre a una discreta vegetazione, diversi sentieri tracciati per camminate di varia lunghezza ed ammirare le strane formazioni, come il buco o la chiesa (foto 7, 8 e 9); abbastanza impressionante, è soprattutto la dimostrazione di quanto siano fantasiosi gli islandesi (che, dimenticavo di dirvelo, hanno quasi tutti, in giardino, le casette in miniatura per gli elfi), e di quanto sappiano "vendere" località
turistiche di un minimo interesse. Camminiamo in giro per "la fortezza oscura" (questo il significato di dimmuborgir) più di un'ora,
sotto un sole che sembra non voler tramontare (e, in effetti...), dopo di che torniamo al campeggio e facciamo il bucato, stendiamo, ci facciamo una meritata doccia. Usciamo quindi per mangiare, e proviamo l'unico ristorante che non è a Reykjahlid, bensì a Skútustadir (in pratica, due fattorie e questo ristorante + distributore di benzina), ma quando arriviamo lì ci sembra troppo "formale", e cerchiamo altro. Decisione che risulterà una delle più azzeccate di tutto il viaggio, perchè ci porterà a "trovare" il Vogafjos Café, come dire, uno di quei luoghi che ti porti nel cuore per sempre.
Il posto è segnalato sulla Lonely
Planet, ma ancora non lo avevamo
trovato soprattutto per colpa mia, visto che per assonanza (il campeggio si chiama Vogar) mi ero, non so perchè, convinto che dovesse essere dall'altro lato della strada, e invece era poco distante (diciamo 50 metri). Tutto questo, nonostante avessi notato più volte il vistoso cartello (che potrete apprezzare visitando il sito linkato) fatto a forma di mucca. Si, e qui entriamo nel dettaglio, perchè i proprietari stessi chiamano il Vogafjos uno stalla-caffè (cowshed-café), con annessa Guesthouse. Infatti, parcheggiamo l'auto e vediamo subito che si stanno effettuando le operazioni di mungitura, con annessi bambini che assistono e si divertono. Cerchiamo l'ingresso,
ed appena entrati notiamo alla reception una sorta di Bjork bionda, e subito dietro un vetro enorme che separa il ristorante dalla stalla. Proprio come diceva la guida. Lo stile è country, tutto in legno, informale ma pulito e simpatico. Ci sono tavolini all'aperto (che non scegliamo, perchè, un'altra cosa che non vi avevo ancora detto, la zona è piena di moscerini fastidiosissimi e insistenti), ma anche se ci si siede dentro, le pareti sono interamente di vetro, e la vista sul lago è più che spettacolare, un invito alla rilassatezza. Menù vario, carne e pesce, servizio abbastanza veloce, per essere in Islanda, prezzi adeguati. Mozzarella e Feta (che qua in Islanda va moltissimo) di produzione propria, buoni, anche se la loro mozzarella con la "nostra" non c'entra assolutamente niente. C'è addirittura, tra la reception e il vetro che divide dalla stalla, un piccolo shop, che vende souvenir e, ovviamente, gli orrendi maglioni islandesi. Un luogo che avremmo dovuto scegliere anche per dormire, a qualsiasi costo. Domani Akureyri.

whale rider


La ragazza delle balene - di Niki Caro 2003


Giudizio sintetico: da evitare (1/5)

Giudizio vernacolare: ma 'r firme vando principia?


Non ci siamo. Decisamente no. Trovo che i Maori siano un popolo degno di maggiore considerazione, e magari di film un po' migliori.

Pare che la regista abbia avuto il sostegno degli anziani Maori e di tutto il villaggio. Ma forse non hanno visto il film finito.


La storia (anche se siamo ai giorni nostri, manca il predestinato per fare il capo, capo indispensabile per la prosperità del villaggio, di solito deve essere il primogenito maschio del capo, ma in questo caso nascono due gemelli, maschio e femmina, e il maschio muore, insieme alla madre, durante il parto) è prevedibile e favolesca (se si voleva fare un bel film per bambini ok, altrimenti...), la fotografia è molto bella (siamo in Nuova Zelanda...difficile il contrario), ma il gusto delle inquadrature è a metà tra il catalogo da tour operator e gli spot automobilistici, le riprese subacquee delle balene sono stile documentario-National-Geographic, i Maori del villaggio sembrano vivere completamente fuori dalla realtà e, contrariamente a come aveva fatto anni fa "Once Were Warriors"(film duro ma importante), la regista ci mostra pochissimo il disadattamento sociale sofferto da questo gruppo etnico (al pari di Aborigeni e Indiani d'America, i Maori sono vittime di alcolismo e, in genere, di tutte quelle piaghe sociali tipiche di quelle culture antiche che si scontrano "d'improvviso" con il "modello occidentale"), mentre ci rifila una favola, carina ma niente di più.


Commovente la scena delle balene spiaggiate. Molto più della storia nel suo complesso.

20100810

islanda lug/ago 2010 - 04


Hofn - Egilsstadir - Lago Myvatn

Nei piani prima della partenza, l'intenzione era quella di fare tappe relativamente brevi, per apprezzare quello che c'era lungo la strada e all'arrivo, per avere il tempo necessario per cercare una sistemazione, e magari per avere tempo da dedicare a un qualcosa che eventualmente avremmo scoperto "sul momento". Dopo colazione quindi partiamo, riprendendo la strada nr.1, per Egilsstadir, nell'interno, salendo verso nord (allego mappa, foto nr.2).

Lo scenario è quello che avevamo lasciato ieri prima della brevissima deviazione per entrare in "città", ma adesso costeggiamo il mare e abbiamo le montagne (che in Islanda raggiungono i 2000 metri con difficoltà) sulla nostra sinistra. Verso il basso, fin quasi al mare, fattorie, campi verdissimi e coltivati, è già ultimata la mietitura del grano; mare piatto, di un blu profondo. Dall'altro lato montagne che a volte sembrano di sabbia, e qualche nuvola bassa, bassissima, come potrete notare dalla terza foto allegata.
La giornata è splendida, e ovviamente il panorama ne guadagna (o forse è una questione d'umore); poche decine di chilometri dopo Hofn stiamo attraversando la Riserva Naturale di Lònsoraefi, e verso il mare è la laguna di Lòn (in islandese, appunto, laguna) a farla da padrone: moltissimi uccelli galleggiano sull'acqua, e tra di loro numerosi cigni. Le piazzole di sosta della Hringvegur sono quasi intasate (è un modo di dire, sia chiaro) per la gente che si ferma per fotografarli o anche solo per ammirarli, e cominciamo a riconoscere turisti, come noi, che incroceremo un po' per tutto il viaggio.Dopo la laguna, doppiamo Djùpivogur, e costeggiamo quindi il Berufjordur, del quale potete ammirare un paio di viste panoramiche nella prima e nella quarta foto allegate. Continuiamo costeggiando il mare fino al bivio per Breidalsvik, e a questo punto seguiamo la strada nr.1 anche se "ci avvertono" che diventa "strada di montagna". Chissà cosa ci attende, prima di scollinare ed avvicinarci a Egilsstadir.

Ci attende quasi un'ora di sterrato, sulla principale strada dell'isola. Ed è bene non lamentarsi troppo, visto che fino a pochi anni fa la situazione era molto peggiore, e con (tra le altre) la scusa della "modernizzazione" e di strade migliori, in Islanda è stato realizzato il progetto di Karahnjukar, una serie di dighe
legate ad un ulteriore progetto di una
acciaieria, progetto che ha visto una
serie di oppositori anonimi ma anche
famosi, tra cui i Sigur Ròs (a tale
proposito potete rileggervi la mia recensione del loro Heima), e sul quale ho trovato un interessante punto di vista qui. In effetti, il paesaggio muta, anche se non diventa mai un classico paesaggio di montagna, ma si sale fino a ritrovarsi poi a scendere in una vallata che si estende a perdita d'occhio, e dove ci sono più di una traccia di vegetazione di altezza media, cosa piuttosto rara sull'isola delle ciabatte a fascia col calzino.
Comincia intanto a farsi sentire un po' d'appetito, e noi non siamo ancora
arrivati a Egilsstadir. Ci arriviamo
poco dopo, avvertiti però dalla solita
Lonely Planet che si tratta di una
cittadina di rara bruttezza, e in effetti appena la raggiungiamo, constatiamo pacificamente che è proprio così, e neppure la "gemella" Fellabaer (gemella perchè è dalla parte opposta del ponte sul lago Lagarfljòt, ma è minuscola in confronto all'altra, che invece conta ben oltre 1900 abitanti...) riesce ad emanare una parvenza di fascino. Frastornati dalla quantità di turisti (buona parte già visti) fermi alla principale stazione di servizio (spesso in Islanda centro nevralgico e vitale del paese, qualsiasi esso sia), troviamo un tavolino posto ai margini di un condominio, e ci sediamo per mangiare "al sacco" e decidere il da farsi. Riflettendo, credo
anche che l'assenza del mare, che a
mio modesto avviso "ravviva"
l'interesse di un paesino o un
minuscolo villaggio, abbia giocato un ruolo determinante sulla nostra decisione. Dopo un caffè e una visita al centro informazioni, dove mi faccio appuntare su una mappa, dalla ragazza addetta, il lunghissimo post-ringraziamento (un po' come il nostro "non c'è di che" o più semplicemente "prego"), che mi sono sentito dire già alcune volte, dopo che avevo ringraziato con takk. Si tratta di takk fyrir og somuleidis (alla lettera qualcosa come grazie molte e allo stesso modo), ci dirigiamo senza indugi verso il lago Myvatn, che dista circa 170 chilometri. Viste le numerose cose che ci sono nei dintorni, l'idea è di rimanerci un paio di giorni, visto che, in fondo, abbiamo "guadagnato" un giorno sull'ipotetica tabella di marcia. Quindi seguiamo la strada nr.1, che punta ancora verso l'interno. Dopo qualche decina di chilometri, il paesaggio si fa lunare (foto 5 e 6), e decisamente spettacolare. Ci fermiamo un paio di volte per sentirci dentro tutto questo.
Mentre ci avviciniamo sempre di più al lago, ecco che si vedono colonne di fumo. Altra caratteristica islandese, molte zone geotermiche.
Arrivati a Reykjahlid (un paio di centinaia di abitanti), sono circa le 17,00, e prendendo visione del luogo, cerchiamo da dormire. Ci rimbalzano un paio di guesthouse (tutto pieno), e finiamo al campeggio Hlìd, dove per una "stanza" ricavata da un container, tra l'altro appena finito di montare, anche se pulita e con bagno in stanza, ci prendono 20.000 corone (circa 130 euro). Ci rendiamo conto che è un po' troppo, anche se il posto è evidentemente pieno di turisti ed è alta stagione, per cui, cercando un posto in cui cenare, ci imbattiamo in un altro campeggio, il Vògar, dove prenotiamo per la notte seguente per qualche corona in meno, e ci mangiamo una pizza all'annessa pizzeria.
Breve giro lungo la strada che costeggia il lago, e torniamo verso il "nostro" letto per lavare biancheria e farci una doccia. I container sono un po' distanti dalla reception del campeggio, proprio vicini all'aeroporto (da dove, è bene dirlo, non parte e non arriva nessun aereo, almeno durante il nostro soggiorno). La zona è interamente vulcanica, e i container sono posti proprio al margine di un estesissimo campo di lava. C'è un silenzio irreale, e alla fine il luogo è suggestivo, a suo modo. Il giorno seguente sarà piuttosto impegnativo, ci sono davvero un sacco di cose da vedere, per cui è bene riposare.

la piscina


Swimming Pool - di François Ozon 2003


Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)

Giudizio vernacolare: meno male c'è un po' di potta...


Sinceramente, visti i film ai quali ci aveva abituati Ozon ("8 donne e un mistero", "Sotto la sabbia", "Gocce d'acqua su pietre roventi"), questo mi è parso il peggiore, quindi un passo indietro.

E riflettendoci bene, comincio a pensare che al tipo piaccia troppo complicare le cose per sembrare profondo, onirico, simbolista. Magari sbaglio, ma il film pare scritto sul momento, scena dopo scena, e quando arriva il finale si ha l'impressione che il regista, per dargli un senso "diverso", si inventi uno stratagemma, appunto, per lasciar intravedere un senso "nascosto" nella storia.

Le attrici (Charlotte Rampling e Ludivine Sagnier) sono brave, sugli attori stendiamo un velo pietoso.

20100809

islanda lug/ago 2010 - 03

Fino a Hofn

Partiamo di buon'ora, come detto verso est. L'idea è di passare la notte a Hofn. Usciti da Vik, lo scenario si fa più interessante di quello che ci si è presentato fino a ieri, anche se pure ieri abbiamo costeggiato i ghiacciai Eyjafjallajokull (proprio quello sotto il quale borbotta il vulcano Eyjafjoll - naturalmente -, quello che ha paralizzato quest'anno per ben due volte l'intero traffico aereo europeo; da notare che anche gli stessi islandesi, per la metonimia di cui parla la scheda wikipedia del vulcano, chiamano il vulcano col nome del ghiacciaio, anche sulle t-shirt di cui vi ho parlato nella "puntata" precedente) e Myrdalsjokull. Mentre il primo non si riesce a vedere dalla Hringvegur, quest'ultimo si intravede. Mentre viaggiamo verso l'altro ghiacciaio, l'enorme Vatnajokull, ci imbattiamo in un paio di "campi" (prima foto allegata) che a prima vista sembrano di lava vecchia, ricoperta di vegetazione bassa, ma camminandoci sopra ci si accorge che è morbida (e molto polverosa, grazie ancora all'eruzione recente). Buffa sensazione.
Altra peculiarità del paesaggio in questo tratto, i cosiddetti sandar (singolare sandur; un esempio dei quali potete vedere nella seconda foto) generati dai fiumi che scendono al mare dai vari ghiacciai, e che non ne vogliono sapere di rimanere dentro ai loro letti, o meglio ancora dalle inondazioni conseguenti alle eruzioni vulcaniche di vulcani posti sotto a ghiacciai, chiamate Jokulhlaup. Altra cosa piuttosto spettacolare è il lago Jokulsàrlòn, che troviamo poco dopo aver tirato dritto, evitando la deviazione per il Parco nazionale di Skaftafell, che non ci pare, dalle descrizioni, imprescindibile, lago che si "nasconde" dietro le dune che separano la strada da una visione più netta dei vari ghiacciai posti all'interno. Lo spettacolo è imponente, e spero di riuscire a rendervene almeno la minima parte con la terza foto allegata a questo post.
Dopo un po', il paesaggio vira verso qualcosa di meno selvaggio e brusco, e si iniziano ad intravedere (di nuovo), svariate fattorie. Ci avviciniamo a Hofn, dove arriviamo nel primo pomeriggio, con una discreta fame e con la necessità, per la prima volta, di fare benzina. Ci fidiamo della Lonely Planet, e ci accomodiamo al Kaffi Hornid, una struttura in legno con pochi coperti (ma più che sufficienti) e un paio di camerieri in quello che impareremo essere lo standard islandese (sia lui che lei grassi e biondi, lui chiaramente gay lei chiaramente in grado di sollevare 150 kg in palestra, cordiali ma lentissimi, e con quell'aria di chi pare essere appena sbarcato da Marte) e ci saziamo senz'altro, anche se cominciamo a capire che la cucina islandese è pesante e tendente al dolce anche quando non lo dovrebbe, ma avremo modo di approfondire: per questa volta, vi basti sapere che i gamberetti sono molto "agliati" nel caso specifico.

Troviamo posto per la notte a colpo sicuro, alla Guesthouse Hvammar, giusto sul porto (la quarta foto è scattata dal pianerottolo delle scale esterne).
La tranquillità e l'assenza di diffidenza è un'altra caratteristica degli islandesi. Arrivi, paghi, ti danno le chiavi e stop. Sanno già che ti comporterai come si deve e che il giorno dopo lascerai la camera e le chiavi. Prima che chiuda (alle 19,00, ma a volte alle 18,00), andiamo al centro commerciale (presente anche nei centri più piccoli, ma dove i negozi annessi sono spesso chiusi, non si capisce bene perchè) a comprare qualcosa da mangiare per portarcelo dietro ed evitare di mangiare "fuori" pranzo e cena (la colazione è quasi sempre compresa, o comunque te la offrono con un extra che varia tra le 700 e le 1000 corone - da 4,50 euro a 6,40), e guardandoci intorno dobbiamo capitolare a quella che ci è parsa, alla fine del viaggio, la moda imperante tra i giovani islandesi, uomini e donne. Tenetevi forte, perchè soprattutto per un feticista della scarpa come me, è stato davvero un colpo tremendo. In Islanda va di moda la ciabatta di plastica, possibilmente Adidas o similare, col calzino. Una roba tremenda, apocalittica, da scomunica.
Ci aggiriamo per Hofn cercando di farcene una ragione, ma soprattutto in cerca di qualcosa di interessante, che non arriva, e sperando di venga di nuovo fame. La luce, seppur offuscata, non accenna a diminuire, il porto è quieto, il mare una tavola, gente in giro poca, ad eccezione di un biondino su un pick up rosso che non si da pace, e che supponiamo essere il figlio del benzinaio, visto che è l'unico in giro.
Alla fine, entriamo in una delle case più vecchie, che ospita una specie di caffè, che serve dolci, caffetteria, ma pure piatti salati (aringa, tra l'altro). Solo quattro tedeschi ad un tavolo, e un ragazzo vagamente emo a servire. Per me un cappuccino e una specie di meringa, non ho voglia di una cena come si deve. Non ricordo il nome del posto, ma si trova al termine di Hafnarbraut (la via principale), 10 metri prima dell'incrocio con Vikurbraut: non potete sbagliare.
Laviamo un po' di biancheria, e la stendiamo. A domani, per dirigerci verso nord.

the human stain


La macchia umana - di Robert Benton 2003


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: e ci 'redo ni ci vole 'r viagra


Tratto da un romanzo di Philip Roth, il film da l'impressione di essere "irrisolto" o comunque mancante di un qualcosa di impalpabile, indefinibile, che fa solo venire una gran voglia di leggersi il libro.


Il preside Coleman Silk (Hopkins, a livelli standard) è costretto a dimettersi a pochi anni dalla pensione per una questione di "politically correctness"; sua moglie muore, e lui dopo un po' si innamora di una donna, Faunia (Kidman, brava, ma abbiamo visto di meglio), 30 anni meno di lui, bellissima, ma lontanissima da lui come persona.

L'intreccio è interessante, al punto che i primi flashback, fino a che la storia non si definisce bene, sembrano inutili e poi si rivelano fondamentali; i temi affrontati sono tantissimi, interessanti, e forse per questo il film, alla fine, non convince appieno.


Solitudine, razzismo, violenza domestica, instabilità psicologica, convenzioni sociali, viagra, amore tra due persone di età profondamente diversa.

Oltre ai due protagonisti, due caratteristi (in questo caso è riduttivo) di altissimo livello, Sinise e Harris, anche loro sfruttati non al meglio.

Come già detto, nonostante questo, non convince.

20100808

il sorriso (di Monna Lisa)


Mona Lisa Smile - di Mike Newell 2003


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: mi ri'orda varche artro firme...


1953, Katherine Watson, giovane insegnante di storia dell'arte di idee progressiste, tiene un corso a Wellesley, Massachussets, un college femminile ultra-conservatore, in una cittadina altrettanto conservatrice, che pare preparare le ragazze per essere casalinghe frustrate (sanno tutto, ma desiderano solo essere sposate e avere dei figli).


Una specie di "attimo fuggente" virato al femminile, ma che risulta un po' troppo patinato, e anche nel suo apparente femminismo, finisce per dare un colpo al cerchio e uno alla botte.

Newell dipinge un bigottismo che magari esiste ancora, ma non riesce a dare pathos alla "battaglia"di Miss Watson, commuovendoci solo manieristicamente.


Per chi non se ne fosse accorto però, Julia Roberts è brava. Ottimo cast.

20100807

uomini

Grazie a Victor per la segnalazione. In castigliano con sottotitoli inglesi, spero che capirete qualcosa.


nel taglio


In The Cut - di Jane Campion 2003


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: un è malaccio ma ni manca varcosa


Un film a mio parere caricato di troppe aspettative, che si rivela essere lontano dai picchi di una regista più che interessante, accostabile senz'altro a "visionari" del genere.


Franny (Meg Ryan giusta per la parte, meno smorfie del solito, impaurita, scavata) è un'insegnante newyorkese single, che rimane invischiata in una torbida relazione con un ispettore di polizia che sta indagando su un serial killer che ha colpito vicino a casa sua.


La trama è scarsamente interessante, ed è uno dei lati più deboli del film; il finale sembra provenire da un altro film.

La Campion però lavora bene sui simbolismi, così come con la camera a mano, la fotografia è "sgranata" e le riprese negli interni danno allo spettatore un senso di claustrofobia disturbante. Le psicologie dei personaggi sono accennate, ma rendono il senso di precarietà che vogliono trasmettere. Nonostante tutto, non è un capolavoro, Jane Campion ha già dimostrato di saper fare di meglio. E ne vogliamo ancora.

20100806

robertetti

Un corpo immerso in un liquido riceve una spinta verso l'alto di una maleducazione, di una maleducazione, di una cafonaggine, che non si può neanche fare più il bagno in questo paese

The Far Side of the World


Master & Commander: sfida ai confini del mare - di Peter Weir 2003


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: omo 'n mareeeeeeeeeeeee


Parecchia gente è uscita entusiasta dalla visione di questo film; io no, e siccome de gustibus non est disputandum dirò la mia "contro".


Peter Weir, ottimo regista, autore di buonissimi film, tra i quali uno "storico"(Picnic a Hanging Rock), un capolavoro (L'attimo fuggente) e un quasi cult (The Truman Show), si cimenta con un epico inseguimento tra Atlantico e Pacifico ai tempi di Napoleone, traendo spunto dai libri di Patrick O'Brian, e facendosi aiutare dallo stesso alla stesura della sceneggiatura.


Grandi scenari, ricostruzioni ineccepibili, ottima definizione delle psicologie dei (molti) personaggi e grande direzione dell'intero cast. Spettacolare il risultato, manca un po' il coinvolgimento, l'immedesimazione con l'eroe della storia (il capitano di vascello Jack Aubrey, un Russel Crowe in buona forma, un dittatorello semi-democratico ante litteram), cosa a mio parere fondamentale in questo genere di film, forse proprio a causa della varietà dei personaggi dell'equipaggio.

Almeno 30 minuti di troppo possono indurre alla sonnolenza.

Polpettone elegante.

20100805

islanda lug/ago 2010 - 02

I faraglioni di Vík í Myrdal

L'arrivo all'aeroporto di Keflavik è in orario, il volo me lo sono dormito tutto, sono circa 4 ore (da Bologna). Mi faccio un giro ma finisce subito, l'aeroporto è minuscolo, mangio qualcosa e compro una cartina convinto che sia dell'intera isola e invece scoprirò dopo che è solo dei fiordi nord-occidentali. Mi accorgo che i prezzi sono alti, ma mi riprometto di controllare fuori dalla realtà aeroportuale. 50 euro mi vengono cambiati (sempre all'aeroporto, uno sbaglio da principiante, ma che compio consapevolmente per cominciare a prendere dimestichezza con la moneta islandese) con circa 7600 corone islandesi (ISK). Mi siedo e mi guardo intorno: c'è effettivamente una percentuale di obesità spaventosa, per essere l'una di notte. La mia compagna di viaggio arriva con Iceland Air verso le 2,00, e a quell'ora ci dovrebbero venire a prendere dal Bed & Breakfast nel quale abbiamo prenotato la notte. Arriva in orario pure lei, ci salutiamo, cerchiamo il passaggio, e alla fine arriva. Neppure 5 minuti di minibus e ci siamo. Paghiamo, e scopriamo che si puà pagare in euro e, se paghiamo in contanti, c'è uno sconto di 5 euro. Il mito dell'Islanda senza denaro in banconote e monete crolla e non siamo arrivati nemmeno da mezza giornata.


Il Bed & Breakfast Keflavik Airport è ricavato in uno stabile fra i tanti che ospitavano la ex base militare USA, proprio accanto all'aeroporto, ma dalla parte opposta dell'accesso "civile" attuale. Le camere sono spaziose e pulite, i letti comodi. Unico neo, le prese di corrente "a taglio" e 110. Dormiamo, che l'avventura deve ancora cominciare. Da notare che seppure il sole tramonti, sulla carta, in tutta l'isola, in questo periodo, data la rifrazione solare e il breve periodo durante il quale rimane sotto l'orizzonte, in pratica c'è sempre luce.

La mattina seguente il tempo è buono, il breakfast compreso, dopo di che approfittiamo del servizio shuttle verso l'aeroporto per andare a ritirare l'auto che abbiamo già prenotato e pagato, alla Hertz. Ci danno una Toyota Yaris, e ci spiegano le regole: tra queste, per fortuna, che le piccole scalfitture da pietra sulla carrozzeria, in Islanda non sono considerate danni. Si parte.
Prima di tutto, andiamo verso la strada numero 1, la "famosa" Hringvegur, che fa il giro dell'isola, per cominciare il nostro tour in senso antiorario. Abbiamo fissato preventivamente la prima tappa a Vík, un villaggio poco abitato ma famoso per essere uno dei pochi agglomerati quasi urbani nel tratto sud, molto vicino al vulcano che ormai tutti conoscono ma nessuno pronuncia. A tale proposito, sappiate che gli islandesi, che hanno capito che questa eruzione ha fatto loro perdere un sacco di turismo, ci scherzano sopra e cercano il business: dappertutto si vendono le ceneri in bottiglia, e un paio di magliette giocano sul fatto. Una, in particolare, reca la scritta esatta e la pronuncia corretta.


Sfioriamo la capitale, ma non ce ne accorgiamo neppure. In un primo momento, la strada pare molto buona, ma è solo uno specchietto per le allodole. Incontriamo prima Hveragerdi (mi perdonerete se "italianizzo" la lettera ð con la d), poi Selfoss, dove sbaglio strada ma me ne accorgo subito, quindi ci fermiamo per comprare alcune cose "dimenticate" o non portate nel bagaglio causa controlli (collutorio), e qualcosa da mangiare, nel caso ci fosse bisogno di uno spuntino, ma pure per risparmiare sui pasti. Poi viene Hella, Hvolsvollur, e mentre proseguiamo tenendo alla nostra destra il mare, sulla sinistra ecco Skógafoss (la desinenza foss significa cascata; se cliccate sulla voce Wikipedia linkata, e ve lo chiedeste, si, abbiamo salito i 700 gradini, e anche se io ero distrutto, mi sembravano meno), vicino al minuscolo insediamento di Skógar. Arriviamo a Vik che quasi non ce ne rendiamo conto. E' un luogo minuscolo (300 abitanti, pare), e piuttosto deludente, se non fosse per la spiaggia nera e i faraglioni (Reynisdrangar). Facciamo una sorta di merenda appena arrivati, poi cerchiamo posto per la notte, cosa che si rivela più ardua del previsto: sono quasi tutti al completo, alcuni luoghi sembrano chiusi, ma alla fine troviamo posto alla Guesthouse Arsalir (camera decente ma non pulitissima, bagno in comune anch'esso non pulito al massimo, accomodation con sleeping bag - come già segnalato nel primo post spesso si può scegliere tra lenzuola o solo letto con copri-materasso, avendo il sacco a pelo -), grazie all'intercessione dei ragazzi alla reception dell'hotel Lundi, che "premieremo" cenando al ristorante dell'hotel.
Iniziamo a notare alcune cose degli islandesi. Fanno un sacco di figli. Parlano inglese con un accento e soprattutto una esse che sembra quella degli spagnoli.
Dopo cena passeggiata sulla spiaggia con vista sui faraglioni. Poca gente in giro. In terra c'è ancora cenere.
Non fa freddissimo, ma il vento fa in modo che ci voglia la giacca a vento. Per noi freddolosi del sud Europa. Ci ritiriamo. Domani rotta sempre verso est.

the return of the king


Il Signore degli Anelli - Il ritorno del Re - di Peter Jackson 2004


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: un ber caffeino prima m'arraccomando


Non essendo fan di Tolkien, c'è da dire che se fosse durato 40-45 minuti meno sarebbe stato senz'altro un gran bel film fantasy. Mi pare comunque il migliore della Trilogia; trama semplicissima e scorrevole, appesantita da un abuso di ralenti e dai soliti melensi addii, saluti, retorica, primi piani insistiti sulle lacrime che cadono copiose da ogni paio d'occhi, interminabili scene madri inevitabili in film come questo, ma che mettono a dura prova anche gli spettatori più pazienti, grandiose scene di battaglia, maestoso uso della computer graphic, fotografia con colori marcati, da favola, com'è giusto che sia, grandi movimenti di macchina (la scena dell'accensione dei "segnali" è un capolavoro), montaggio delle due sotto-trame corretto.


C'è poi, a volersi immaginare il messaggio dell'imponente libro, tutta una serie di belle metafore; ci si può scatenare ad intravedere interpretazioni varie negli eventi e negli infiniti personaggi che lo animano.

A me, che propendo sempre per la più semplice, piace pensare che il messaggio forte di questo capitolo conclusivo della Trilogia dell'Anello sia quello che gli hobbit, con quella faccia da coglioni di prima categoria, salvino il mondo e lo riportino "nelle mani degli uomini", facendo trionfare il bene sul male, proprio perchè gli piace bere, fumare e godere, ma essendo incapaci di sotterfugi e doppiogiochismo.


Favola per adulti, bella ma debordante.

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Per la mia recensione meno seria, vi rimando a questo post.

20100804

down with love


Abbasso l'amore - di Peyton Reed 2004


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: c'è un monte di 'olori...ci vole l'occhiali dassole


Filmettino leggerino leggerino, tutto giocato sull'omaggio agli anni '60 e sulla guerra tra i sessi.


Una americana di provincia scrive un libro contro l'amore, questo in breve tempo diventa best-seller mondiale e influenza il comportamento delle donne, che si emancipano e rivendicano la libertà di lavorare e fare sesso solo per piacere; il numero uno dei giornalisti d'assalto, famoso anche per il suo irresistibile successo con le donne, decide di "smascherare" l'autrice, facendola innamorare. Succederà di tutto.


Si ride qua e là, ma alla fine ci rimane ben poco, se non una prova superba dei due super-protagonisti, Renée Zellweger e Ewan McGregor, sui quali il film pare tagliato appositamente, che recitano, camminano, ballano benissimo facendo una "caricatura" dei divi anni '60, e addirittura in chiusura (sui titoli di coda) cantano insieme alla grande (lo sapevamo già, lui in "Moulin Rouge" e lei in "Chicago").

Si perdono nel doppiaggio alcuni giochi di parole divertenti (il "colloquio"dei due protagonisti, che lavorano per i giornali "know" e "now", e la canzone già citata sui titoli di coda, dove si gioca anche col nome del protagonista, Catcher).


Un'ora e mezzo assolutamente senza pensieri.

20100803

benarrivati

su questa terra:
emio e beatrice.
emio qualche giorno fa e beatrice stamattina presto!
amici 2010imi del mio leone!
olè!

islanda lug/ago 2010 - 01


Takk fyrir allt

Ebbene si, anche stavolta è finita, e pure prima del solito, visto che stavolta sono state "solo" due settimane.
Molte cose come me le aspettavo, molte cose che, già viste in altri posti ed in altri contesti, non riescono più ad entusiasmarmi come un bambino (e sinceramente invidio questa sensazione a chi ancora la prova), altre interessanti, storiche, culturali, sociali. Differenze profonde, tra noi e questo popolo orgoglioso di non aver mai imbracciato le armi. E scusate se è poco.
Un paese post-rurale, dove il dilemma della scelta tra progresso ad ogni costo e lavoro/industrializzazione/uso delle risorse naturali è fortissimo ed all'ordine del giorno, dove lavorare otto ore e lasciare i bambini a scuola e gli anziani all'ospizio è vissuto come un sacrificio forse non così necessario.
Un'isola che convive con forze della natura spesso inarrestabili, scherzandoci sopra.
Un viaggio.
Un confronto. Aperto. Anche con una compagna di viaggio, con la quale scontrarsi per conoscersi e rispettarsi un minimo, un impegno che ha preso parte del tempo del viaggio stesso.
Un'esperienza. Come sempre.
Un qualcosa a cui ripensi fin dal momento in cui ti siedi di nuovo alla tua scrivania, al tuo posto di lavoro, stanco ma sereno, più ricco di due settimane prima. Pensando a programmare la prossima avventura, e magari un'altra ancora che nasca proprio da questa.

Nella foto: il posto guadagnato con scaltrezza sull'aereo della Iceland Express, accanto all'uscita di sicurezza, senza il sedile di fronte.

The Moab Story


Le valigie di Tulse Luper - La storia di Moab - di Peter Greenaway 2004


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: boiadé, un casino...


Greenaway non è un regista qualsiasi, premettiamolo.

E' geniale e, soprattutto, ama stupire e sperimentare. Questo film, che è la prima parte di un'opera suddivisa in 3 episodi (più una serie TV, un cd-rom e svariati siti internet), racconta la vita strampalata di un personaggio quantomeno particolare, Tulse Luper appunto, che attraverso il XX secolo ci serve da spunto, secondo il regista, per capire la storia dell'Uranio (numero atomico 92, così come le valigie).

La messa in opera è complessa; teatri di posa, sovrapposizioni di immagini, ripetizioni di azioni e sonoro (effetto eco anche visivo), inserimento di disegni nelle inquadrature, fermi e in movimento, narratori che appaiono in diversi riquadri, suddivisione dello schermo (split-screen) in varie forme.

Il pretesto della serie di valigie del protagonista, ognuna piena di "ricordi"o comunque di particolari che scandiscono via via le sue avventure, ci porta in giro per Europa e USA e ci fornisce un affresco piuttosto ironico della nascita del nazi-fascismo.

Si ride anche, le situazioni sono come d'uopo grottesche, pruriginose, perverse, insensate, ermetiche.

Non difficilissimo da vedere, ma consigliato solo a veri appassionati.