The Impossible - di Juan Antonio Bayona (2013)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Alla vigilia del Natale del 2004, la famiglia Bennett, Henry e Maria, con i figli Lucas, Thomas e Simon, inglesi residenti in Giappone, arrivano in un esclusivo hotel tailandese a Khao Lak, per trascorrere lì le feste. Per un disguido, gli viene assegnato un appartamento a piano terra immerso nel verde, anziché uno ai piani alti del complesso. Henry e Maria stanno riflettendo sulla possibilità che Maria, medico non praticante, riprenda a lavorare, visto che hanno qualche problema finanziario, e che i tre figli non sono più piccolissimi. La mattina del 26, dopo essersi scambiati i regali, stanno rilassandosi ai bordi della piscina, quando un enorme onda d'acqua travolge tutto e tutti. Maria, pur ferita abbastanza gravemente, riesce a ritrovare Lucas. I due portano in salvo un bambino svedese, Daniel, e si mettono al riparo su un albero. Più tardi, soccorsi da alcuni locali, riescono ad arrivare ad un ospedale, dove Maria viene operata e messa in terapia intensiva in attesa di una ulteriore operazione, e Lucas, illeso, comincia a darsi da fare, spinto dalla madre, per provare a ricongiungere famiglie separate dall'evento. Henry, che è riuscito a ritrovare Thomas e Simon, si mette alla ricerca della moglie e del figlio maggiore, spinto dalla forza della disperazione.
Pompato dal terrore che la tragedia dello tsunami del 2004 fa riaffiorare in ognuno di noi, e spinto da una nomination all'Oscar per Naomi Watts (Maria), The Impossible, diretto da Bayona, già regista di The Orphanage, sopravvalutatissimo horror del 2008, ispirato ad una storia realmente accaduta ad una famiglia spagnola rimasta coinvolta nel disastro naturale del 2004, è un altro film sopravvalutato, che ha pure gravi pecche, tutte occidentali. Non pago di aver portato sfortuna (gli studios spagnoli Ciudad de la Luz sono stati chiusi per insolvenza, e The Impossible probabilmente rimarrà nella storia come l'ultima pellicola girata lì), di aver portato la pur brava Watts (in altri frangenti) ad una nomination immeritata (se bastassero occhi neri e lividi vari, o recitare sdraiati per l'80% di un film Naomi potrebbe anche sperare di vincere), e di aver sprecato milioni di litri d'acqua (in tempi come questi) per la realizzazione della scena dello tsunami (reiterata anche verso la fine del film, forse a causa di sensi di colpa ecologisti del regista), che comunque rimane inferiore a quella di Hereafter, il film di Bayona, come nota Laurence Phelan su The Independent, che ha avuto la stessa mia impressione (e che definisce il film disaster porn), fa sembrare lo tsunami come una tragedia che ha colpito solo i ricchi turisti bianchi, e nonostante quello che preannunciavano i lanci pubblicitari, è incapace di far risaltare la generosità di un popolo molto più povero di quelli che normalmente vanno lì in vacanza (forse solo per un attimo, quando vediamo trasportare la Watts all'ospedale su una porta). E questa, secondo me, è una colpa gravissima, che denota come il regista abbia puntato esclusivamente sulla spettacolarizzazione dell'evento, oltre che puntando alla commozione attraverso scorciatoie sentimentali piuttosto scontate. Un film che non lascia niente, se non una punta di incazzatura. Cameo per Geraldine Chaplin, evidentemente portafortuna del regista.
No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
20130209
20130208
Nuova Amsterdam
New Amsterdam - di Allan Loeb e Christian Taylor - Stagione 1 (8 episodi; Fox) - 2008
New York. Il detective della sezione omicidi della NYPD John Amsterdam è un uomo tra i trenta e i quaranta anni, molto abile a risolvere intricati casi che gli si presentano praticamente ogni giorno. Ha una passione per il restauro dei mobili, e una strana amicizia con un barista più vecchio di lui, che risponde al nome di Omar. Di recente gli è stato assegnato un nuovo partner: è Eva Marquez, una giovane grintosa e intelligente, che cerca di stabilire un legame lavorativo con John. Eva non riesce ad afferrare il senso dell'umorismo di John: fa battute come se vivesse a New York da quando fu fondata.
In realtà, quello di John Amsterdam non è umorismo: è verità, raccontata con la leggerezza di chi sa che nessuno può credergli. John sembra un trentacinquenne, ma in realtà ha 400 anni: è nato in Olanda nel 1607, con il nome di Johann van der Zee, ed è arrivato nel continente americano all'età di 14 anni, con la famiglia. Quindi, è uno dei fondatori della odierna New York. Ma come ha fatto ad arrivare fino ad oggi? Nel 1642, prende una pugnalata nel cuore nell'intento di salvare da morte certa una ragazza appartenente alla tribù dei Lenape; viene riportato in vita dalla sciamana della tribù, come ringraziamento per il suo gesto, ma dovrà pagare un pegno. Non invecchierà e non morirà fino a che non avrà trovato la sua anima gemella. Naturalmente, nel corso di 400 anni di vita, e con lo scudo dell'immortalità, John ha incarnato un sacco di persone e vissuto moltissime vite.
Mi piacciono i sentieri che riservano un minimo di fattore sorpresa. Sono arrivato a questa serie, cancellata dopo la prima stagione da Fox (e probabilmente tagliata, pare dovesse avere 13 episodi), cercando cose che avessero coinvolto Eric Overmyer (The Wire, Treme), che qui figura nel team degli sceneggiatori. Mi sono trovato davanti una serie non imperdibile, un po' per la messa in scena, non brillantissima, un po' per lo spunto, visto più volte, ma con un cast di facce note che hanno contribuito a rendermela molto piacevole, al punto che, come si dice a volte, me la sono "bevuta" in un attimo.
John Amsterdam, nelle sue molteplici vite, è interpretato da un Nikolaj Coster-Waldau piacione e molto simpatico; nota di merito, visto che l'attore danese è a noi meglio noto come il bello e spietato Jaime Lannister di Game of Thrones. Eva Marquez è interpretata dalla intrigante Zuleikha Robinson (inglese di nascita, padre inglese e madre indo-birmana, e a me 'ste cose, insieme alle scarpe col tacco, fanno impazzire), che abbiamo visto ultimamente nei panni di Roya Hammad in Homeland (e, curiosamente, qui in New Amsterdam si trova a dare la caccia ad un immigrato che si chiama Nazir), e che svolge il suo lavoro di "spalla" egregiamente. Ci sono anche Stephen Henderson, un caratterista visto spesso, nei panni di Omar, e Susan Misner (Sergente Callie Burnett), che stiamo vedendo in Person of Interest.
Non è il massimo, ma a me è piaciuta.
New York. Il detective della sezione omicidi della NYPD John Amsterdam è un uomo tra i trenta e i quaranta anni, molto abile a risolvere intricati casi che gli si presentano praticamente ogni giorno. Ha una passione per il restauro dei mobili, e una strana amicizia con un barista più vecchio di lui, che risponde al nome di Omar. Di recente gli è stato assegnato un nuovo partner: è Eva Marquez, una giovane grintosa e intelligente, che cerca di stabilire un legame lavorativo con John. Eva non riesce ad afferrare il senso dell'umorismo di John: fa battute come se vivesse a New York da quando fu fondata.
In realtà, quello di John Amsterdam non è umorismo: è verità, raccontata con la leggerezza di chi sa che nessuno può credergli. John sembra un trentacinquenne, ma in realtà ha 400 anni: è nato in Olanda nel 1607, con il nome di Johann van der Zee, ed è arrivato nel continente americano all'età di 14 anni, con la famiglia. Quindi, è uno dei fondatori della odierna New York. Ma come ha fatto ad arrivare fino ad oggi? Nel 1642, prende una pugnalata nel cuore nell'intento di salvare da morte certa una ragazza appartenente alla tribù dei Lenape; viene riportato in vita dalla sciamana della tribù, come ringraziamento per il suo gesto, ma dovrà pagare un pegno. Non invecchierà e non morirà fino a che non avrà trovato la sua anima gemella. Naturalmente, nel corso di 400 anni di vita, e con lo scudo dell'immortalità, John ha incarnato un sacco di persone e vissuto moltissime vite.
Mi piacciono i sentieri che riservano un minimo di fattore sorpresa. Sono arrivato a questa serie, cancellata dopo la prima stagione da Fox (e probabilmente tagliata, pare dovesse avere 13 episodi), cercando cose che avessero coinvolto Eric Overmyer (The Wire, Treme), che qui figura nel team degli sceneggiatori. Mi sono trovato davanti una serie non imperdibile, un po' per la messa in scena, non brillantissima, un po' per lo spunto, visto più volte, ma con un cast di facce note che hanno contribuito a rendermela molto piacevole, al punto che, come si dice a volte, me la sono "bevuta" in un attimo.
John Amsterdam, nelle sue molteplici vite, è interpretato da un Nikolaj Coster-Waldau piacione e molto simpatico; nota di merito, visto che l'attore danese è a noi meglio noto come il bello e spietato Jaime Lannister di Game of Thrones. Eva Marquez è interpretata dalla intrigante Zuleikha Robinson (inglese di nascita, padre inglese e madre indo-birmana, e a me 'ste cose, insieme alle scarpe col tacco, fanno impazzire), che abbiamo visto ultimamente nei panni di Roya Hammad in Homeland (e, curiosamente, qui in New Amsterdam si trova a dare la caccia ad un immigrato che si chiama Nazir), e che svolge il suo lavoro di "spalla" egregiamente. Ci sono anche Stephen Henderson, un caratterista visto spesso, nei panni di Omar, e Susan Misner (Sergente Callie Burnett), che stiamo vedendo in Person of Interest.
Non è il massimo, ma a me è piaciuta.
20130207
Silver Linings Playbook
Il lato positivo - di David O' Russell (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Philadelphia. Pat Solatano, pressappoco quarantenne, esce, grazie alla madre e ad un patteggiamento, dall'istituto psichiatrico dove è stato ricoverato per otto mesi. Ha scoperto la moglie, l'amata Nikki, sotto la doccia con un collega (sia Pat che Nikki sono insegnanti), mentre facevano sesso e mentre lo stereo suonava My Cherie Amour di Stevie Wonder, la canzone del matrimonio tra Pat e Nikki. Complice un disturbo bipolare non diagnosticato in passato, Pat è esploso, in quel momento, ed ha picchiato l'amante della moglie fino a lasciarlo in fin di vita. L'uomo, presa coscienza del suo problema, sta intensamente cercando di lavorarci sopra, ed è deciso a riconquistare Nikki, che però ha disposto un ordine di restrizione nei suoi confronti. Inizialmente si rifiuta di prendere i farmaci consigliatigli, ma si presenta diligentemente agli appuntamenti con il terapista, il dottor Patel, che lo incoraggia a definire una strategia per la guarigione. A casa, il padre Pat senior ha perso il lavoro, e tira avanti con le scommesse, praticamente una malattia, insieme al tifo per la locale squadra di football, i Philadelphia Eagles. Pat senior non è scaramantico: molto di più. Tra alti e bassi, Pat Jr. si rimette in forma fisicamente, e mentre fa jogging si imbatte nel vecchio e caro amico Ronnie, che prontamente lo invita a cena. Alla cena, oltre a Pat, Ronnie e la moglie Veronica, è stata invitata anche la di lei sorella Tiffany. Tiffany è più giovane di Pat Jr., ma è già vedova. Nel quartiere, tutti la conoscono come ninfomane, e un po' matta. Tra Pat e Tiffany nasce immediatamente una stranissima specie di amicizia: i due condividono nevrosi, dipendenza da medicine, si dicono le cose in faccia senza lesinare sulle offese e sul sarcasmo fin dal primo istante. Difficile capire cosa ci sia sotto: Tiffany potrebbe sembrare interessata sentimentalmente a Pat, ma in realtà fino a pochi mesi prima scopava con chiunque, mentre Pat pare interessato alla sua amicizia solo in quanto tramite per poter anche solo comunicare con Nikki, visto che sia Tiffany che Veronica sono vecchie amiche della sua (ex?) moglie.
Lo so, potrebbe sembrare opportunista, vedere tanti voti alti e giudizi positivi ultimamente, ma devo dire che quest'anno in particolare, le nomination dell'Academy mi paiono particolarmente indovinate. Il lato positivo (una traduzione praticamente azzeccata) è un film che personalmente mi è piaciuto molto, seppure, analizzandone la trama potrebbe sembrare prevedibile fino alla nausea (ed è per questo che abbino un semplice "si può vedere" ad un 3,5 su 5). I motivi per non farsi mancare questo film, tratto dal libro (quasi omonimo nella versione originale, The Silver Linings Playbook) L'orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick, stanno in vari punti di forza. La regia spregiudicata, oserei definirla "fisica" di O' Russell, cineasta difficile da inquadrare (già in nomination con il precedente The Fighter, film probabilmente sopravvalutato, autore di oggetti di difficile definizione quali Le strane coincidenze della vita e pure Three Kings) che ha scritto anche la sceneggiatura adattando il libro di cui sopra (quindi un applauso doppio), un ritmo sostenuto che non fa pesare la durata di due ore abbondanti, un cast particolarmente indovinato ed una bella storia d'amore e di rinascita/rivincita che, in quanto a messaggio di speranza, non può lasciare indifferenti.
Se non avevo alcun dubbio sulla protagonista femminile, quella Jennifer Lawrence (Tiffany Maxwell) che a me piace da morire fin dalla rivelazione in Winter's Bone, e che a 22 anni sembra già una professionista navigata (mi costringerà a vedere la saga di Hunger Games, alla fine), bravissima, devo ammettere che prima di vedere il film ero molto scettico sulla prova di Bradley Cooper (Pat Solatano Junior), che per me era rimasto all'amico/spasimante di Sydney in Alias, visto che non sono particolarmente amante delle commedie all'americana quali Una notte da leoni. Invece, devo riconoscere che il regista o chi per lui, ha prefettamente indovinato, perché Cooper è l'attore adatto ad impersonare Pat Junior, anche se difficilmente lo vedo in pole position per la statuetta. Entrambi sono candidati nelle rispettive categorie infatti, come pure i due co-protagonisti, un Robert DeNiro (Pat Senior, Patrizio in realtà, sempre Solatano) in ottima forma e particolarmente misurato anche in una parte eccessiva (non come minutaggio, ma come personaggio), e l'altrettanto ottima Jacki Weaver (Dolores Solatano), che avevamo già apprezzato in Animal Kingdom. Ottimo anche il contorno: Chris Tucker è Danny, Anupam Kher è il dottor Patel, John Ortiz (ve lo ricordate Turo Escalante di Luck?) è Ronnie, Shea Whigham (Eli Thompson in Boardwalk Empire, ultimamente anche in Le belve di Stone) è Jake Solatano, Julia Stiles (che vedo sempre volentieri) è Veronica.
Insomma, Il lato positivo è un film che fa ridere, fa piangere, non è stupido e lascia un buon sapore in bocca. Ogni tanto ci vuole.
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Philadelphia. Pat Solatano, pressappoco quarantenne, esce, grazie alla madre e ad un patteggiamento, dall'istituto psichiatrico dove è stato ricoverato per otto mesi. Ha scoperto la moglie, l'amata Nikki, sotto la doccia con un collega (sia Pat che Nikki sono insegnanti), mentre facevano sesso e mentre lo stereo suonava My Cherie Amour di Stevie Wonder, la canzone del matrimonio tra Pat e Nikki. Complice un disturbo bipolare non diagnosticato in passato, Pat è esploso, in quel momento, ed ha picchiato l'amante della moglie fino a lasciarlo in fin di vita. L'uomo, presa coscienza del suo problema, sta intensamente cercando di lavorarci sopra, ed è deciso a riconquistare Nikki, che però ha disposto un ordine di restrizione nei suoi confronti. Inizialmente si rifiuta di prendere i farmaci consigliatigli, ma si presenta diligentemente agli appuntamenti con il terapista, il dottor Patel, che lo incoraggia a definire una strategia per la guarigione. A casa, il padre Pat senior ha perso il lavoro, e tira avanti con le scommesse, praticamente una malattia, insieme al tifo per la locale squadra di football, i Philadelphia Eagles. Pat senior non è scaramantico: molto di più. Tra alti e bassi, Pat Jr. si rimette in forma fisicamente, e mentre fa jogging si imbatte nel vecchio e caro amico Ronnie, che prontamente lo invita a cena. Alla cena, oltre a Pat, Ronnie e la moglie Veronica, è stata invitata anche la di lei sorella Tiffany. Tiffany è più giovane di Pat Jr., ma è già vedova. Nel quartiere, tutti la conoscono come ninfomane, e un po' matta. Tra Pat e Tiffany nasce immediatamente una stranissima specie di amicizia: i due condividono nevrosi, dipendenza da medicine, si dicono le cose in faccia senza lesinare sulle offese e sul sarcasmo fin dal primo istante. Difficile capire cosa ci sia sotto: Tiffany potrebbe sembrare interessata sentimentalmente a Pat, ma in realtà fino a pochi mesi prima scopava con chiunque, mentre Pat pare interessato alla sua amicizia solo in quanto tramite per poter anche solo comunicare con Nikki, visto che sia Tiffany che Veronica sono vecchie amiche della sua (ex?) moglie.
Lo so, potrebbe sembrare opportunista, vedere tanti voti alti e giudizi positivi ultimamente, ma devo dire che quest'anno in particolare, le nomination dell'Academy mi paiono particolarmente indovinate. Il lato positivo (una traduzione praticamente azzeccata) è un film che personalmente mi è piaciuto molto, seppure, analizzandone la trama potrebbe sembrare prevedibile fino alla nausea (ed è per questo che abbino un semplice "si può vedere" ad un 3,5 su 5). I motivi per non farsi mancare questo film, tratto dal libro (quasi omonimo nella versione originale, The Silver Linings Playbook) L'orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick, stanno in vari punti di forza. La regia spregiudicata, oserei definirla "fisica" di O' Russell, cineasta difficile da inquadrare (già in nomination con il precedente The Fighter, film probabilmente sopravvalutato, autore di oggetti di difficile definizione quali Le strane coincidenze della vita e pure Three Kings) che ha scritto anche la sceneggiatura adattando il libro di cui sopra (quindi un applauso doppio), un ritmo sostenuto che non fa pesare la durata di due ore abbondanti, un cast particolarmente indovinato ed una bella storia d'amore e di rinascita/rivincita che, in quanto a messaggio di speranza, non può lasciare indifferenti.
Se non avevo alcun dubbio sulla protagonista femminile, quella Jennifer Lawrence (Tiffany Maxwell) che a me piace da morire fin dalla rivelazione in Winter's Bone, e che a 22 anni sembra già una professionista navigata (mi costringerà a vedere la saga di Hunger Games, alla fine), bravissima, devo ammettere che prima di vedere il film ero molto scettico sulla prova di Bradley Cooper (Pat Solatano Junior), che per me era rimasto all'amico/spasimante di Sydney in Alias, visto che non sono particolarmente amante delle commedie all'americana quali Una notte da leoni. Invece, devo riconoscere che il regista o chi per lui, ha prefettamente indovinato, perché Cooper è l'attore adatto ad impersonare Pat Junior, anche se difficilmente lo vedo in pole position per la statuetta. Entrambi sono candidati nelle rispettive categorie infatti, come pure i due co-protagonisti, un Robert DeNiro (Pat Senior, Patrizio in realtà, sempre Solatano) in ottima forma e particolarmente misurato anche in una parte eccessiva (non come minutaggio, ma come personaggio), e l'altrettanto ottima Jacki Weaver (Dolores Solatano), che avevamo già apprezzato in Animal Kingdom. Ottimo anche il contorno: Chris Tucker è Danny, Anupam Kher è il dottor Patel, John Ortiz (ve lo ricordate Turo Escalante di Luck?) è Ronnie, Shea Whigham (Eli Thompson in Boardwalk Empire, ultimamente anche in Le belve di Stone) è Jake Solatano, Julia Stiles (che vedo sempre volentieri) è Veronica.
Insomma, Il lato positivo è un film che fa ridere, fa piangere, non è stupido e lascia un buon sapore in bocca. Ogni tanto ci vuole.
20130206
Life of Pi
Vita di Pi - di Ang Lee (2012)Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Montreal. Un giovane scrittore in cerca di una grande storia, viene indirizzato dal signor Pi Patel; una specie di parente gli assicura che Pi ha una storia bellissima da raccontargli. Pi un immigrato, viene dall'India, dove viveva a Pondicherry, nell'India francese. La prima storia che Pi ha da raccontare, è quella del suo nome (Piscine Molitor, la più bella piscina di Parigi), e di come è riuscito a farsi chiamare da tutti solamente Pi. Ma le stranezze della sua vita non finiscono lì. Dopo essere stato cresciuto in uno zoo, da genitori non particolarmente religiosi che lo lasciano libero di professare o non professare qualsiasi religione (e per questo Pi si avvicina sia all'Islam, sia al Cristianesimo, sia all'Induismo), e dopo aver trovato l'amore, Pi è costretto ad abbandonare questo amore e pure l'India, a causa delle crescenti difficoltà economiche. Il padre, insieme a tutta la famiglia, è deciso a trasferirsi, insieme a tutti gli animali dello zoo, in Canada. La famiglia e gli animali, si imbarcano quindi su una nave giapponese. Nel bel mezzo del viaggio, proprio quando la nave si trova all'altezza della Fossa delle Marianne, una tempesta fa naufragare la nave. Pi è l'unico che riesce a salvarsi, ma si ritrova su una scialuppa di salvataggio insieme ad una zebra, un orango, una iena e...
E' un buon film questo Vita di Pi, che è ispirato all'omonimo libro dello scrittore canadese Yann Martel, film che ha avuto una gestazione difficile, complessa e lunga, ed è "passato di mano", da M. Night Shyamalan ad Alfonso Cuaron, da Jean-Pierre Jeunet fino ad Ang Lee, cambiando molti sceneggiatori, essendo messo "in pausa" dalla Fox per la richiesta di budget da parte del regista definitivo (budget che al momento, per quanto se ne sa, non ha ancora recuperato); tanto per non rimanere tranquilli fino alla fine, Lee ha voluto rigirare tutte le scene (fortunatamente, poche) dove appariva "lo scrittore", che erano state girate da Tobey Maguire, per farle girare nuovamente da un attore meno conosciuto (Rafe Spall, figlio del grande Timothy).
E' un buon film, perché la storia è una storia di tolleranza, di coraggio e d'amore, perché la messa in scena è spettacolare al massimo, ma ha naturalmente dei difetti, primo fra tutti l'eccessiva durata (oltre due ore), che rende pesante la visione, e gli effetti visivi usati per gli animali, che rendono goffe alcune parti dove questi ultimi sono protagonisti (l'orango, il salto della zebra, per dirne alcune che mi hanno colpito negativamente). Cast dignitoso.
Adatto ai bambini, ma pure i grandi, alla conclusione della storia del signor Pi, si commuoveranno.
20130205
i miserabili
Les Misérables - di Tom Hooper (2013)Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Francia 1815. Jean Valjean, prigioniero 24601, sta scontando una pena, ai lavori forzati, di 19 anni (inzialmente 5, aumentati per tentativi vari di evasione) per aver rubato del pane, che serviva a sfamare la sorella e i nipoti. Il commissario Javert vigila su di lui, così come sugli altri carcerati. Viene rilasciato poco prima del termine della pena, per un'amnistia, ma il biglietto giallo che lo accompagna, individuandolo come ex carcerato, fa si che sia destinato per sempre ad essere un emarginato. Accolto dal vescovo di Digne, Valjean, diffidando di tutti, fugge e ruba dell'argenteria; acciuffato dai gendarmi, viene rilasciato dopo che il vescovo stesso sconfessa il fatto che abbia rubato, sostenendo che lui stesso aveva donato l'argenteria all'ex galeotto. Colpito enormemente dall'altruismo dell'uomo di chiesa, Valjean cambia vita, e si reinventa completamente. Dopo otto anni lo ritroviamo quindi, sindaco di una piccola cittadina, dove ha messo su una piccola attività con molti dipendenti; amato da tutti, è divenuto un uomo buono e misericordioso. Mentre viene scosso dall'arrivo di Javert, riassegnato come ispettore di polizia locale, che non lo riconosce, Valjean, adesso Madeleine, si appassiona al caso di Fantine, una sua ex dipendente, licenziata, a sua insaputa, perché ragazza-madre, e costretta a prostituirsi. La salva dalla prigione, e le promette, con lei sul letto di morte, di prendersi cura della sua bambina, Cosette, che Fantine è stata costretta a lasciare ai Thénardier. Jean viene a sapere che un uomo, scambiato per lui, sta per essere condannato all'ergastolo; nonostante la cosa sarebbe a lui favorevole, viaggia fino al luogo del processo per scagionare l'uomo, dopo di che si reca dai Thénardier per riscattare la piccola Cosette, e con lei si nasconde assumendo ancora un'altra identità. Ma Javert, scoperta la copertura, continua a dargli la caccia, da ligio uomo di legge.
Confesso di aver peccato, non avendo mai letto il romanzo di Victor Hugo, e nonostante non disdegni per niente i musical, non avendo mai visto nessun allestimento del famosissimo adattamento di Claude-Michel Schonberg e Alain Boublil. Nonostante gli innumerevoli film e sceneggiati tv tratti dall'opera di Hugo, pare che questo sia il primo adattamento cinematografico del musical. Sarà la vecchiaia, sarà che come detto, non disdegno affatto il genere, il film diretto con mano spettacolare da Hooper, giovane (è del 1972) regista già Oscar per Il discorso del re (ma a me era piaciuto di più Il maledetto United), acchiappa, diverte, appassiona e commuove con le armi più semplici, ma sempre efficaci, e nonostante gli oltre 150 minuti, risulta un bello spettacolo.
Sontuosa messa in scena e direzione, come detto, ad effetto, il film annovera nel cast alcuni "esperti" che avevano già fatto parte di alcuni allestimenti teatrali (Samantha Barks nei panni di Eponine, Colm Wilkinson nella parte del vescovo; ce ne sono anche altri in parti minori, ma questi due, avendo delle parti musicali rilevanti, anche se non "lunghe" come quelle dei protagonisti, si fanno notare per la qualità del canto), e mette alla prova alcuni attori ed attrici piuttosto conosciuti: Hugh Jackman è Valjean, Russell Crowe è Javert, Anne Hathaway è Fantine, Amanda Seyfried è Cosette da grande, Eddie Redmayne è Marius.
Per me, meglio Crowe di Jackman, anche se quest'ultimo è candidato all'Oscar per questa parte, e meglio pure la Seyfried della Hathaway (ma magari perché non la amo particolarmente), anche lei candidata. Divertenti i siparietti inscenati da Sacha Baron Cohen ed Helena Bonham Carter (inizio a pensare che lei viva davvero vestita così) nei panni dei coniugi Thénardier, devastante l'accento british del piccolo Daniel Huttlestone (anche nel canto) nei panni di Gavroche, bravo Aaron Tveit (Gossip Girl, particina in Howl) nella parte di Enjolras.
Il film esce in Italia in originale con i sottotitoli. E la fanno sembrare una cosa speciale. Cioè, volevano doppiare il cantato?
20130204
J'ai obtenu cette
Sons of Anarchy - di Kurt Sutter - Stagione 5 (13 episodi; FX) - 2012
Sfortunatamente per i Sons, la ragazza rimasta uccisa nella furia di Tig dopo le (false) rivelazioni sull'attentato a Clay era nientemeno che la figlia di Damon Pope, un potentissimo gangster di Oakland, che, mentre la guerra tra i Niners ed i Sons impazza, immediatamente si vendica nella maniera più cattiva e cruenta possibile. A livello di gerarchia, Jax è adesso presidente, ed elegge Bobby come suo Vice, mentre tutti pensavano ad Opie. Tra Jax e Opie c'è tensione, visto quello che è successo alla fine della scorsa stagione.
Tensione ancora alta pure tra Tara e Gemma, mentre Gemma sta vivendo una fase depressiva della sua vita, dopo la rottura con Clay; ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare, durante una serata completamente distruttiva, Gemma conosce Nero Padilla, praticamente un magnaccia dal cuore d'oro, che non solo diventerà un punto di riferimento per lei, ma anche per Jax. Jax che, nel frattempo, si pone come obiettivo di uscire dal traffico di droga ed armi, e come prima mossa cerca di fare un patto con Damon Pope. A Charming, nello stesso momento, cominciano delle sospette aggressioni casalinghe da parte di un gruppo di energumeni incappucciati. Tutti sono propensi a credere che siano i Niners.
Probabilmente, nella frenesia del momento, sono stato un po' avventato compilando la Top Ten delle serie tv del 2013, perché mi rendo conto, ripensando a SOA, che non merita di essere lasciata fuori (e, forse, dopo la seconda stagione, American Horror Story non è da Top Ten); ma, come si dice, sbaglia chi fa, per cui mi limiterò a parlarne, e a rifletterci maggiormente la prossima volta. Ora, c'è da dire che, almeno secondo me, dopo una stagione come la quarta, scoppiettante ed esaltante, forse la migliore di sempre, era difficile riuscire a bissare. In effetti, qualche flessione, a guardar bene, c'è, ne potremmo trovare diverse: mi limiterò a dire che Sutter è un geniaccio, ma tende, come dire, a trascinare gli eventi un po' troppo. Se pensate che il personaggio da lui interpretato, Otto, è ancora vivo a dispetto di tutte le vicissitudini, e, altro esempio, Tara è ancora lì che deve dare una risposta al fantomatico ospedale in Oregon, dopo un'intera stagione di riabilitazione, botte date e subite, beh, è evidente che un po' il brodo è stato allungato.
Quel che "preoccupa", ma al tempo stesso immette nuova linfa alla serie, è che, come notano i più attenti, Jax si è ormai praticamente trasformato in Clay, quel Clay che odia al punto di, proprio come Sutter, prolungargli quasi volutamente l'agonia. Ribaltamento di fronte, invece, e contrariamente a quel che si poteva pensare, sul versante Old Lady: non vi anticipo niente, se ancora dovete vedervi la stagione, ma pensate a come si concludono la quarta e la quinta (senza dimenticare tutto quel che accade durante).
Gradita sorpresa, l'ingresso nel cast di Jimmy Smits nei panni di Nero Padilla.
Sons of Anarchy è un po' stanco, ma rimane una serie da vedere, non fosse altro che per capire dove ci vuol portare Sutter, insieme a Jax Teller.
Sfortunatamente per i Sons, la ragazza rimasta uccisa nella furia di Tig dopo le (false) rivelazioni sull'attentato a Clay era nientemeno che la figlia di Damon Pope, un potentissimo gangster di Oakland, che, mentre la guerra tra i Niners ed i Sons impazza, immediatamente si vendica nella maniera più cattiva e cruenta possibile. A livello di gerarchia, Jax è adesso presidente, ed elegge Bobby come suo Vice, mentre tutti pensavano ad Opie. Tra Jax e Opie c'è tensione, visto quello che è successo alla fine della scorsa stagione.
Tensione ancora alta pure tra Tara e Gemma, mentre Gemma sta vivendo una fase depressiva della sua vita, dopo la rottura con Clay; ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare, durante una serata completamente distruttiva, Gemma conosce Nero Padilla, praticamente un magnaccia dal cuore d'oro, che non solo diventerà un punto di riferimento per lei, ma anche per Jax. Jax che, nel frattempo, si pone come obiettivo di uscire dal traffico di droga ed armi, e come prima mossa cerca di fare un patto con Damon Pope. A Charming, nello stesso momento, cominciano delle sospette aggressioni casalinghe da parte di un gruppo di energumeni incappucciati. Tutti sono propensi a credere che siano i Niners.
Probabilmente, nella frenesia del momento, sono stato un po' avventato compilando la Top Ten delle serie tv del 2013, perché mi rendo conto, ripensando a SOA, che non merita di essere lasciata fuori (e, forse, dopo la seconda stagione, American Horror Story non è da Top Ten); ma, come si dice, sbaglia chi fa, per cui mi limiterò a parlarne, e a rifletterci maggiormente la prossima volta. Ora, c'è da dire che, almeno secondo me, dopo una stagione come la quarta, scoppiettante ed esaltante, forse la migliore di sempre, era difficile riuscire a bissare. In effetti, qualche flessione, a guardar bene, c'è, ne potremmo trovare diverse: mi limiterò a dire che Sutter è un geniaccio, ma tende, come dire, a trascinare gli eventi un po' troppo. Se pensate che il personaggio da lui interpretato, Otto, è ancora vivo a dispetto di tutte le vicissitudini, e, altro esempio, Tara è ancora lì che deve dare una risposta al fantomatico ospedale in Oregon, dopo un'intera stagione di riabilitazione, botte date e subite, beh, è evidente che un po' il brodo è stato allungato.
Quel che "preoccupa", ma al tempo stesso immette nuova linfa alla serie, è che, come notano i più attenti, Jax si è ormai praticamente trasformato in Clay, quel Clay che odia al punto di, proprio come Sutter, prolungargli quasi volutamente l'agonia. Ribaltamento di fronte, invece, e contrariamente a quel che si poteva pensare, sul versante Old Lady: non vi anticipo niente, se ancora dovete vedervi la stagione, ma pensate a come si concludono la quarta e la quinta (senza dimenticare tutto quel che accade durante).
Gradita sorpresa, l'ingresso nel cast di Jimmy Smits nei panni di Nero Padilla.
Sons of Anarchy è un po' stanco, ma rimane una serie da vedere, non fosse altro che per capire dove ci vuol portare Sutter, insieme a Jax Teller.
20130203
dio del sole
Kon-Tiki - di Joachim Ronning e Espen Sandberg (al momento inedito in Italia)Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Thor Heyerdal nasce a Larvik, Norvegia, il 6 ottobre 1914. Il rischio, la sfida, la scoperta, lo affascineranno fin da piccolo. Biologo specializzato in antropologia delle isole del Pacifico, già a 23 (1937) anni trascorse un intero anno di studi e ricerche insieme alla altrettanto giovane (prima) moglie Liv sull'isola di Fatu Hiva nelle isole Marchesi. Grazie a un norvegese lì residente da moltissimi anni, conosce le statue presenti sull'isola, molto simili a quelle pre-colombiane presenti in Colombia, mentre un vecchio indigeno gli parlerà della leggenda di Kon Tiki. Elabora quindi la teoria secondo la quale le isole della Polinesia siano state raggiunte e colonizzate da popoli provenienti dal Sud America, ma nessuno lo considera. Nel 1947 è a New York; cerca fondi per finanziare la sua (prima) impresa, che dimostrerà la fondatezza delle sue teorie. Non trova fondi, ma un nuovo amico, che lo accompagnerà nell'impresa. Decide, anche dietro la spinta del suo nuovo amico, di partire per il Perù, e cercare lì i finanziamenti. Assieme ad Erik Hesselberg, Bengt Danielsson, Knut Haugland, Torstein Raaby ed il suo nuovo amico, Herman Watzinger, dopo essere riuscito a trovare aiuto (non molto, alla fine: il governo peruviano concesse una zona del porto di Callao per la costruzione dell'imbarcazione, mentre l'esercito degli USA concesse all'equipaggio dei viveri, dietro l'impegno da parte dell'equipaggio stesso di redarre un rapporto sulla dieta praticata), costruirono una zattera usando legno e funi. Il 28 aprile 1947, il Kon-Tiki con a bordo il suo equipaggio, fu trainato per alcune miglia al largo da un rimorchiatore della Marina peruviana; tramite la Corrente di Humboldt, Heyerdal contava di raggiungere la Polinesia in un centinaio di giorni.
Probabilmente, il norvegese Kon-Tiki sarà il film più debole della cinquina candidata all'Oscar per il miglior film in lingua non inglese, ma tra quelli inediti in Italia è stato il primo che mi è venuto voglia di guardare. E siccome so che morite dalla voglia di sapere il perché, vi dirò che Thor Heyerdal è sempre stato uno dei miei miti personali, fin dai tempi in cui, alle scuole elementari, non conobbi le sue imprese, e in special modo quella del Kon-Tiki. E poco importa se le sue teorie sono ormai completamente smentite (anche dai suoi stessi studi, come quelli compiuti sull'Isola di Pasqua, un luogo dove Heyerdal è ancora ricordato con affetto), poco importa se il film racconta una storia conosciuta con attori sconosciuti, con una regia più che accettabile e poco più che documentaristica: la storia di Thor Heyerdal doveva essere raccontata ancora una volta, a beneficio di chi non ne ha mai sentito parlare.
Una fotografia spettacolare, begli effetti speciali ed un paio di buone prove attoriali (Pal Sverre Valheim Hagen nei panni di Heyerdal e Agnes Kittelsen nella parte di Liv Heyerdal), oltre come detto ad una grande storia di un grande personaggio, fanno di Kon-Tiki un film che non fa parte della categoria grande cinema, ma che vale ugualmente la pena di vedere.
Due curiosità: i due registi, qualcuno lo avrà visto (io no), sono autori di Bandidas, del 2006, con Salma Hayek e Penelope Cruz; le ceneri di Heyerdal sono seppellite nel giardino della casa di famiglia a Colla Micheri, Andora, Savona, luogo dove lo stesso Heyerdal è morto nel 2002.
20130202
the best offer
La migliore offerta - di Giuseppe Tornatore (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Virgil Oldman è un uomo solo. Più che benestante, è probabilmente il più famoso e ricercato battitore d'aste al mondo; abituato a vivere in ambienti lussuosi, non è uno spendaccione ed è un grande amante dell'arte che vende conto terzi. Ama l'arte al punto che, assieme al vecchio amico Billy, organizza regolarmente degli acquisti di dipinti messi all'asta tramite lui, spesso anche mentendo sul loro reale valore. Sono sempre ritratti di donna, che Virgil conserva in una stanza segreta nella sua casa, elegante, enorme e vuota; in quella stanza, Virgil si reca quasi ogni giorno, a contemplare la bellezza. A parte Billy, Virgil ha una specie di amicizia con Robert, un giovane che gestisce un laboratorio dove ripara di tutto; Robert ricorda a Virgil la sua giovinezza, e il motivo scatenante della sua passione per l'arte.
Scontroso con chi non conosce e con chi non reputa alla sua altezza, Virgil per sbaglio riceve una telefonata da una giovane donna, Claire Ibetson, che pensa di parlare con il suo segretario, e sostiene di aver urgente bisogno di parlare direttamente con Virgil. I suoi genitori sono entrambi deceduti, e a lei è rimasta l'antica villa di famiglia dove i genitori hanno accumulato ogni genere di opere collezionabili. Il padre le ha fatto promettere che, nel caso volesse disfarsi di tutto, avrebbe dovuto incaricare solo Virgil Oldman della stima e della eventuale messa all'asta. Inizialmente infastidito, Virgil accetta l'incarico non proprio con gioia, ma il comportamento della giovane scatena una sorta di morbosa curiosità nell'uomo. Claire si nega, non si presenta agli appuntamenti, comunica con telefonate ad ore strane, e in qualche modo riesce a far si che la stima da parte di Virgil inizi senza che lui abbia potuto parlare con lei di persona. Pian piano, Claire rivela all'uomo di soffrire di agorafobia, e comincia a comunicare con lui attraverso una parete della villa, dietro la quale c'è un piccolo appartamento dove Claire passa il suo tempo a meno che la villa non sia interamente sgombra da presenze umane. Virgil comincia a nutrire un sentimento attrattivo verso la giovane senza volto, ed inizia a confidare le sue incertezze a Robert, che gli consiglia di ingannare la giovane per poterla finalmente vedere.
Comincio a pensare di avere un problema con certi registi, tra l'altro non con registi che si somigliano. Tornatore è uno di questi registi, e quasi sempre i suoi film, seppure abbastanza validi, non mi piacciono. E' il caso di questo nuovo La migliore offerta, nel quale recita da protagonista il grande Geoffrey Rush nei panni di Virgil Oldman, rilasciando una prova come al solito validissima, impersonando un uomo solo che affoga nella sua solitudine fino a diventarne accecato.
Girato in inglese in location mitteleuropee (oltre a Roma, Parma e Milano ci sono Bolzano, Merano, Praga, Vienna e Trieste), il film racconta una storia fondamentalmente triste senza però riuscire a commuovere o a coinvolgere più di tanto. Personalmente, inoltre, ho trovato che alle location non sia stata adeguatamente resa giustizia dalla fotografia, che scade particolarmente di tono negli interni della villa. A parte Rush, le altre interpretazioni non mi sono sembrate esaltanti, ivi compresa quelle di Donald Sutherland (Billy) e di Jim Sturgess (Robert). Decisamente incolore quella della ex modella olandese Sylvia Hoeks (Claire), mentre mi appello all'ingiudicabilità per eccesso di figaggine riguardo a quella di Liya Kebede, qui nei panni di Sarah (la fidanzata di Robert), già intravista in Lord of War e protagonista di Desert Flower.
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Virgil Oldman è un uomo solo. Più che benestante, è probabilmente il più famoso e ricercato battitore d'aste al mondo; abituato a vivere in ambienti lussuosi, non è uno spendaccione ed è un grande amante dell'arte che vende conto terzi. Ama l'arte al punto che, assieme al vecchio amico Billy, organizza regolarmente degli acquisti di dipinti messi all'asta tramite lui, spesso anche mentendo sul loro reale valore. Sono sempre ritratti di donna, che Virgil conserva in una stanza segreta nella sua casa, elegante, enorme e vuota; in quella stanza, Virgil si reca quasi ogni giorno, a contemplare la bellezza. A parte Billy, Virgil ha una specie di amicizia con Robert, un giovane che gestisce un laboratorio dove ripara di tutto; Robert ricorda a Virgil la sua giovinezza, e il motivo scatenante della sua passione per l'arte.
Scontroso con chi non conosce e con chi non reputa alla sua altezza, Virgil per sbaglio riceve una telefonata da una giovane donna, Claire Ibetson, che pensa di parlare con il suo segretario, e sostiene di aver urgente bisogno di parlare direttamente con Virgil. I suoi genitori sono entrambi deceduti, e a lei è rimasta l'antica villa di famiglia dove i genitori hanno accumulato ogni genere di opere collezionabili. Il padre le ha fatto promettere che, nel caso volesse disfarsi di tutto, avrebbe dovuto incaricare solo Virgil Oldman della stima e della eventuale messa all'asta. Inizialmente infastidito, Virgil accetta l'incarico non proprio con gioia, ma il comportamento della giovane scatena una sorta di morbosa curiosità nell'uomo. Claire si nega, non si presenta agli appuntamenti, comunica con telefonate ad ore strane, e in qualche modo riesce a far si che la stima da parte di Virgil inizi senza che lui abbia potuto parlare con lei di persona. Pian piano, Claire rivela all'uomo di soffrire di agorafobia, e comincia a comunicare con lui attraverso una parete della villa, dietro la quale c'è un piccolo appartamento dove Claire passa il suo tempo a meno che la villa non sia interamente sgombra da presenze umane. Virgil comincia a nutrire un sentimento attrattivo verso la giovane senza volto, ed inizia a confidare le sue incertezze a Robert, che gli consiglia di ingannare la giovane per poterla finalmente vedere.
Comincio a pensare di avere un problema con certi registi, tra l'altro non con registi che si somigliano. Tornatore è uno di questi registi, e quasi sempre i suoi film, seppure abbastanza validi, non mi piacciono. E' il caso di questo nuovo La migliore offerta, nel quale recita da protagonista il grande Geoffrey Rush nei panni di Virgil Oldman, rilasciando una prova come al solito validissima, impersonando un uomo solo che affoga nella sua solitudine fino a diventarne accecato.
Girato in inglese in location mitteleuropee (oltre a Roma, Parma e Milano ci sono Bolzano, Merano, Praga, Vienna e Trieste), il film racconta una storia fondamentalmente triste senza però riuscire a commuovere o a coinvolgere più di tanto. Personalmente, inoltre, ho trovato che alle location non sia stata adeguatamente resa giustizia dalla fotografia, che scade particolarmente di tono negli interni della villa. A parte Rush, le altre interpretazioni non mi sono sembrate esaltanti, ivi compresa quelle di Donald Sutherland (Billy) e di Jim Sturgess (Robert). Decisamente incolore quella della ex modella olandese Sylvia Hoeks (Claire), mentre mi appello all'ingiudicabilità per eccesso di figaggine riguardo a quella di Liya Kebede, qui nei panni di Sarah (la fidanzata di Robert), già intravista in Lord of War e protagonista di Desert Flower.
20130201
Beasts of the Southern Wild
Re della terra selvaggia - di Benh Zeitlin (2013)Giudizio sintetico: da non perdere (4/5)
Hushpuppy è una bambina di cinque anni che vive nel bayou della Lousiana del sud, in una comunità chiamata Bathtub (vasca da bagno, ma pare che nella versione italiana diventerà la Grande Vasca), isolata dal resto del mondo da una diga. Hushpuppy vive con il padre Wink, in una baracca (in realtà sono due, ognuno ha la sua), circondata da tanti animali, dalla natura selvaggia, e dall'acqua del bayou. La bambina va a scuola, ogni bambino della comunità va a scuola nell'apposita capanna galleggiante, e le lezioni sono tenute da Miss Bathsheba. A scuola, i bambini apprendono come sopravvivere all'imminente cambio climatico, che metterà sott'acqua la maggior parte delle terre emerse, farà sciogliere i ghiacci dell'Artico, e libererà gli aurochs (non so se nella versione italiana rimarranno aurochs o diventeranno, così come dovrebbe essere, gli uri). Wink, per insegnare ad Hushpuppy come cavarsela, ha un motivo in più: non si sa dov'è sua madre, e lui è gravemente malato. Un terribile uragano si sta avvicinando; in molti cominciano ad andarsene da Bathtub. Ma Wink non vuole sentire ragioni, quindi Hushpuppy rimarrà. Gli altri sono pochi, ma ci sono; e come Wink, non hanno nessuna intenzione di andarsene. Wink prepara la sua "barca" (quando la vederete capirete le virgolette), dice ad Hushpuppy di ripararsi bene, e cerca di dormire; quando realizza che la figlia ha tanta paura, esce fuori e comincia a sparare all'uragano.
Sono arrivato a questo film per caso; o meglio, come faccio sempre negli ultimi anni, ho consultato la lista dei candidati agli Oscar nelle categorie che ritengo più importanti, ed ho cominciato a cercarli. Non sapevo di cosa trattasse, e solo dopo averlo visto, qualche settimana fa (ancora non era stata fissata la data di uscita italiana, adesso si sa che uscirà il 7 febbraio), ho realizzato che sui giornali si cominciava a parlarne.
Non sapevo di cosa trattasse, appunto, e fino a metà film ero convinto che fosse una sorta di mockumentary sull'uragano Katrina, suggestionato come sono da Treme. Ma, surreale o pseudo-reale, dopo i primi otto minuti di Beasts of the Southern Wild, che come potete notare in Italia diventerà Re della terra selvaggia, avevo già abbandonato ogni resistenza, e deciso che questo sarà sicuramente uno dei film più belli che la nostra penisola potrà vedere nel corso di questo 2013. Perché certe cose le senti, sia che tu ti trovi nel buio di una sala, o sdraiato sul divano di casa tua, certi miracoli ti accorgi quando stanno accadendo. Il paragone immediato che mi è venuto da fare è stato quello con Luna Papa, probabilmente il film più bello che mi sia capitato di vedere da quando vado al cinema, almeno a mio giudizio. Re della terra selvaggia è il film di debutto del giovane cineasta statunitense Benh Zeitlin, newyorkese trasferitosi a New Orleans dopo Katrina, e che alla città e al fattaccio ha dedicato il suo terzo cortometraggio Glory at Sea (curiosità: si dice che Obama e Michelle siano diventati fan di Zeitlin dopo aver visto Beasts of the Southern Wild, ma leggendo i trivia di imdb.com parrebbe che il Presidente conoscesse già Zeitlin, visto che la colonna sonora del corto su New Orleans, composta dallo stesso Zeitlin insieme a Dan Romer, sia stata usata per la campagna elettorale), ed è semplicemente, la trasposizione cinematografica di Juicy and Delicious, una commedia di un solo atto di Lucy Alibar (qui co-sceneggiatrice e, quindi, candidata all'Oscar). Ed è un film semplicemente meraviglioso, onirico ma non senza basi nella realtà, girato con ruvidità e maestrìa, affascinante e totalmente coinvolgente, probabilmente anche grazie ad un'interpretazione che definirei miracolosa da parte della protagonista, una bambina incredibile con un nome pazzesco, Quvenzhané (qualcuno dovrebbe proporre una legge per cui gli statunitensi non possano inventarsi i nomi propri) Wallis, che all'età dei provini aveva cinque anni, che ha folgorato il regista tra 4000 candidate, che gli ha fatto modificare leggermente lo script, e che è stata scelta, oltre che per il suo innato talento, per la capacità di emettere strilli terrificanti e, udite udite, di ruttare a comando (in your face, voi che educate i figli a non dire nemmeno le parolacce). Quvenzhané è la più giovane candidata all'Oscar di sempre (più giovane di quanto non lo fosse Anna Paquin all'epoca di Lezioni di piano), e per quanto l'ho amata in questo film, le auguro una vita splendida e una carriera fantasmagorica.
Lo so, sto divagando. Ma sto divagando per una ragione molto semplice: è inutile che aggiunga altro a quello che sapete già. Dovete vedere questo film, da soli o in compagnia, al cinema o in casa, e, dopo aver visto il trailer italiano, vi scongiuro, in lingua originale, dato che la voce fuori campo (come sapete voi appassionati di cinema, un rischio che un debuttante non dovrebbe correre, ma lui l'ha fatto, e a vinto la sfida a mani basse, I swear) di Hushpuppy è una parte fondamentale della storia (e il doppiaggio la rende troppo bambinesca, anziché una piccola filosofa con l'accento biascicato del sud statunitense); dovete vederlo perché, come a volte, ma non così spesso, capita, Beasts of the Southern Wild è poesia. Sogno, paura, emozione, tutto diventa poesia, e la storia della piccola Hushpuppy diventa un capolavoro. Se vincesse quattro Oscar (quelli per cui è candidato: regia, film, attrice protagonista, sceneggiatura non originale), cosa improbabile, non potrei essere più d'accordo con l'Academy. Beasts of the Southern Wild è un film eccezionale, che non dimenticherò mai. Era un po' di tempo che aspettavo un film che mi aprisse il cuore, e finalmente è arrivato.
20130131
il maestro
The Master - di Paul Thomas Anderson (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Freddie Quell è un reduce della Seconda Guerra Mondiale. Non ci è dato sapere se il ragazzo avesse qualche problemino anche prima di arruolarsi, fatto sta che il ragazzo non sta per niente bene. Ossessionato dal sesso, alcolizzato, attaccabrighe, sicuramente sofferente di sindrome da stress post-traumatico, lotta per uno straccio di reinserimento della società del dopoguerra, ma non ce la fa. Trova lavoro come fotografo in un grande magazzino, e se la fa con una modella che lavora vicino a lui, ma dopo una rissa con un cliente è costretto a lasciare. Passa a fare il bracciante in una fattoria, ma il suo vizio di inventarsi bevande alcoliche artigianali avvelena uno dei lavoratori. Perso, ubriaco, senza meta, una notte salta su uno yacht ormeggiato in un porto, mentre lui sta passando sulla banchina. Lo yacht è stato dato in prestito a Lancaster Dodd, il leader di una setta, anche se lui lo definirebbe un movimento filosofico, chiamato La Causa. Si sta per celebrare il matrimonio della figlia Elizabeth (lo celebrerà lui stesso), e Lancaster, incuriosito dalla figura selvaggia di Freddie, sviluppando una dipendenza dai suoi preparati alcolici, lo invita a rimanere. Freddie, pur rimanendo uno spostato, diventa un tuttofare per Lancaster, uno di famiglia, ma la sua turbolenza causa non pochi problemi. Il rapporto con lo stesso Lancaster sarà tormentato.
Mi dispiace, il tanto attesto The Master, già acclamato a Venezia, non mi è piaciuto. Probabilmente non l'ho capito, ma mi sono abbastanza annoiato, pur apprezzando il lavoro tecnico di P.T. Anderson, sempre capace di una messa in scena che colpisce. Non so, trovo che il ragazzo, quando si mette in testa di fare il David Lynch (la presenza di Laura Dern nel cast mi ha "detto" proprio questo), non ci riesce granché bene, mentre invece dovrebbe fare cose sempre un po' dark, ma che abbiano almeno un senso. Ripercorrendo la sua carriera, mi sembra quasi di poter dire che, a parte Boogie Nights, questo film pare il suo meno sperimentale, ma manca di chiarezza, anche se ogni spettatore può provare ad immaginarsi la metafora che più preferisce (da quella più evidente, la piaga della religione, a quella più sfuocata dove ognuno che si senta un outsider può immedesimarsi nella figura zigzagante del protagonista Freddie Quell). Il percorso di Freddie sembra essere quello di una scheggia impazzita, incapace di pensare con la sua testa e di trovare quindi il suo posto nel mondo. Un personaggio che non è buono, non è cattivo, non è troppo vendicativo, capace di esplosioni di rabbia ma anche di slanci protettivi, un carattere totalmente fuori controllo che si rispecchia perfettamente in un film che sotto controllo ha solo la messa in scena per immagini, mentre la sceneggiatura sembra, esattamente come Freddie, una scheggia impazzita.
Metteteci dentro che, nonostante la presenza di Amy Adams (Peggy Dodd), attrice che come sapete amo perdutamente (ma come sapete sono anche zoccola, per cui non è la sola), quella dell'immenso Philip Seymour Hoffman (Lancaster Dodd; una prova, la sua, tutto sommato non particolarmente di rilievo, se pensiamo ai capolavori ai quali ci ha abituato), e perfino quella di Jesse Plemons (Val Dodd, ma per noi rimarrà sempre il Landry Clarke di Friday Night Lights), la figura del protagonista Freddie, affidata a Joaquin Phoenix, è per me difficile da digerire. A parte i dubbi sul personaggio, è proprio la visione di Phoenix che a me disturba: non so che problemi possa aver avuto da piccolo, ma con quella gobba e quelle spalle larghe quanto un francobollo, non capisco perché i registi insistano a fargli recitare scene a torso nudo. Perdonatemi, ma era un po' di tempo che volevo farvi partecipi: è come se facessero fare a me la parte di un culturista, col fisico che mi ritrovo. Detto questo, la prova di Phoenix è senza dubbio intensa, a parte la schizofrenia del personaggio. Tra le figure minori del cast, secondo me buca lo schermo Madisen Beaty (vista di sfuggita in No Ordinary Family) nei panni di Doris.
Insomma, no, The Master non mi è piaciuto, e nemmeno mi ha messo a disagio, condizione necessaria per riflettere. Magari è un mio limite, ma fossi in P.T. proverei a fare qualcosa di meno rarefatto, con la tecnica che si ritrova probabilmente potrebbe raggiungere risultati ancor più elevati.
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Freddie Quell è un reduce della Seconda Guerra Mondiale. Non ci è dato sapere se il ragazzo avesse qualche problemino anche prima di arruolarsi, fatto sta che il ragazzo non sta per niente bene. Ossessionato dal sesso, alcolizzato, attaccabrighe, sicuramente sofferente di sindrome da stress post-traumatico, lotta per uno straccio di reinserimento della società del dopoguerra, ma non ce la fa. Trova lavoro come fotografo in un grande magazzino, e se la fa con una modella che lavora vicino a lui, ma dopo una rissa con un cliente è costretto a lasciare. Passa a fare il bracciante in una fattoria, ma il suo vizio di inventarsi bevande alcoliche artigianali avvelena uno dei lavoratori. Perso, ubriaco, senza meta, una notte salta su uno yacht ormeggiato in un porto, mentre lui sta passando sulla banchina. Lo yacht è stato dato in prestito a Lancaster Dodd, il leader di una setta, anche se lui lo definirebbe un movimento filosofico, chiamato La Causa. Si sta per celebrare il matrimonio della figlia Elizabeth (lo celebrerà lui stesso), e Lancaster, incuriosito dalla figura selvaggia di Freddie, sviluppando una dipendenza dai suoi preparati alcolici, lo invita a rimanere. Freddie, pur rimanendo uno spostato, diventa un tuttofare per Lancaster, uno di famiglia, ma la sua turbolenza causa non pochi problemi. Il rapporto con lo stesso Lancaster sarà tormentato.
Mi dispiace, il tanto attesto The Master, già acclamato a Venezia, non mi è piaciuto. Probabilmente non l'ho capito, ma mi sono abbastanza annoiato, pur apprezzando il lavoro tecnico di P.T. Anderson, sempre capace di una messa in scena che colpisce. Non so, trovo che il ragazzo, quando si mette in testa di fare il David Lynch (la presenza di Laura Dern nel cast mi ha "detto" proprio questo), non ci riesce granché bene, mentre invece dovrebbe fare cose sempre un po' dark, ma che abbiano almeno un senso. Ripercorrendo la sua carriera, mi sembra quasi di poter dire che, a parte Boogie Nights, questo film pare il suo meno sperimentale, ma manca di chiarezza, anche se ogni spettatore può provare ad immaginarsi la metafora che più preferisce (da quella più evidente, la piaga della religione, a quella più sfuocata dove ognuno che si senta un outsider può immedesimarsi nella figura zigzagante del protagonista Freddie Quell). Il percorso di Freddie sembra essere quello di una scheggia impazzita, incapace di pensare con la sua testa e di trovare quindi il suo posto nel mondo. Un personaggio che non è buono, non è cattivo, non è troppo vendicativo, capace di esplosioni di rabbia ma anche di slanci protettivi, un carattere totalmente fuori controllo che si rispecchia perfettamente in un film che sotto controllo ha solo la messa in scena per immagini, mentre la sceneggiatura sembra, esattamente come Freddie, una scheggia impazzita.
Metteteci dentro che, nonostante la presenza di Amy Adams (Peggy Dodd), attrice che come sapete amo perdutamente (ma come sapete sono anche zoccola, per cui non è la sola), quella dell'immenso Philip Seymour Hoffman (Lancaster Dodd; una prova, la sua, tutto sommato non particolarmente di rilievo, se pensiamo ai capolavori ai quali ci ha abituato), e perfino quella di Jesse Plemons (Val Dodd, ma per noi rimarrà sempre il Landry Clarke di Friday Night Lights), la figura del protagonista Freddie, affidata a Joaquin Phoenix, è per me difficile da digerire. A parte i dubbi sul personaggio, è proprio la visione di Phoenix che a me disturba: non so che problemi possa aver avuto da piccolo, ma con quella gobba e quelle spalle larghe quanto un francobollo, non capisco perché i registi insistano a fargli recitare scene a torso nudo. Perdonatemi, ma era un po' di tempo che volevo farvi partecipi: è come se facessero fare a me la parte di un culturista, col fisico che mi ritrovo. Detto questo, la prova di Phoenix è senza dubbio intensa, a parte la schizofrenia del personaggio. Tra le figure minori del cast, secondo me buca lo schermo Madisen Beaty (vista di sfuggita in No Ordinary Family) nei panni di Doris.
Insomma, no, The Master non mi è piaciuto, e nemmeno mi ha messo a disagio, condizione necessaria per riflettere. Magari è un mio limite, ma fossi in P.T. proverei a fare qualcosa di meno rarefatto, con la tecnica che si ritrova probabilmente potrebbe raggiungere risultati ancor più elevati.
20130130
Les géants
Un'estate da giganti - di Bouli Lanners (2012)Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Belgio. Due fratelli appena all'inizio dell'adolescenza, Zak e Seth, stanno passando l'estate nella casa di campagna del nonno, morto da poco. Sono soli: la madre è perennemente impegnata col lavoro (pare sia una diplomatica), il padre non è pervenuto. Stanno addirittura finendo i soldi, e non sanno più come fare, anche se la situazione per alcuni versi è divertente: ad esempio, si può guidare l'auto del nonno senza che nessuno si preoccupi più di tanto. In una delle loro disavventure, fanno amicizia con un coetaneo del luogo, Danny, anche lui abbandonato a se stesso, meglio che col fratello più grande che lo riempie di botte. per alzare qualche soldo, decidono di affittare la casa allo spacciatore locale: loro vagabonderanno in giro, un posto lo troveremo, si dicono. Le cose non vanno esattamente come pensavano.
Oggetto strano questo Les géants, del belga Bouli Lanners, attore visto in film straordinari quali Un sapore di ruggine e ossa, Kill Me Please, Louise+Michel, Mammuth, pare anche pittore, qui al terzo lungometraggio. Strano oggetto, ma mi trovo concorde con chi ha fatto notare che era dal mitico Stand By Me che non si vedeva qualche adulto riuscire a trattare l'adolescenza con tale poetica e sgangherata mano.
Il film si muove sul filo di una trama esile, e sale sulle spalle sorprendentemente larghe dei tre ragazzini protagonisti, meravigliosamente stupidi, eccezionalmente simpatici, e con l'aiuto di una colonna sonora intrigante (dei The Bony King of Nowhere), dei panorami a cavallo del Belgio e del Lussemburgo, la mano delicata e a tratti pazzoide di Lanners, ci regala un interessante piccolo film, dove gli adulti sono tutti grotteschi: sono solo gli occhi dei ragazzini a renderli così, oppure è la verità?
20130129
la lista
The Client List - di Suzanne Martin - Stagione 1 (10 episodi; Lifetime) - 2012
Texas. La famiglia Parks è economicamente inguaiata. Sia Kyle, l'aitante maritino, un tempo promessa del football (americano) e che adesso dopo un infortunio non è più in grado di giocare, sia Riley, ex reginetta di bellezza con un diploma di massaggiatrice, sono senza lavoro. I due hanno due figli piccoli, Travis e Katie, e la crisi galoppa. Senza possibilità di aiuti finanziari, finalmente Riley trova un'opportunità in una SPA a un'ora d'auto da dove abitano, e la coglie. Mentre Kyle è sempre più depresso per essere diventato un mantenuto, e per non riuscire a provvedere alla sua famiglia, Riley scopre che la paga non è granché, e che potrebbe fare molti più soldi con degli extra ovviamente di natura sessuale. Scandalizzata, viene rassicurata da Georgia, la proprietaria, che se non vuole essere una di quelle che "fanno" gli extra, non ci sono problemi, gli verranno passati clienti che non se li aspettano. Tornando a casa, scopre che Kyle se n'è andato, sparito, evidentemente non reggendo il peso delle responsabilità. A quel punto, disperata, decide che, non avendo più nulla da perdere, diventerà una di quelle che esegue gli extra. Essendo molto bella, e al tempo stesso, dolce e comprensiva, riscuoterà, tra i clienti, un successo strepitoso. Ma naturalmente, non è tutto oro quel che luccica.
Sempre alla ricerca di cose nuove, non so cosa mi è preso ma ho seguito una dritta di un'amica (che probabilmente non aveva neppure terminato di vedersi il pilot) e mi sono visto questa prima stagione di questa serie, che definirei orrenda, e che, pensate un po', è stata concepita dopo che era stato mandato in onda, nel 2010 su Lifetime USA, il film omonimo (del quale vi parlerò, perché naturalmente mi piace farmi male ogni tanto, e quindi l'ho ripescato). Giusto per non farvi confondere, la serie in italia è diventata Clienti speciali (Fox Life), mentre il film è "rimasto" La lista dei clienti (Sky Cinema).
Che dire di più? Un medley mal riuscito tra Hung e Secret Diary of a Call Girl, complice la crisi globale, pensato da un canale che ha un target esclusivamente femminile (e probabilmente lobotomizzato), infarcito di luoghi comuni southern e penalizzato da recitazioni da soap, l'unico motivo per vedersi questa serie credo sia da individuare nei completini di lingerie (e dalle scarpe) indossati da Jennifer Love Hewitt, che della serie è anche produttrice esecutiva e che addirittura si lancia nella regia di un episodio (cosa che aveva già fatto con qualche episodio di Ghost Whisperer); la Hewitt interpreta lo stesso ruolo che interpretava nell'omonimo film tv, cambia solo il nome (ed altre cose che poi vi dirò). Nel cast anche Cybill Sheperd (la madre della protagonista), per il resto illustri sconosciuti, e soprattutto tra le presenze maschili, imbarazzanti bellezze stile modello. Menzione particolare per i due piccoli attori che interpretano i figli dei Parks: mai visti due bambini così brutti al cinema o in televisione.
Texas. La famiglia Parks è economicamente inguaiata. Sia Kyle, l'aitante maritino, un tempo promessa del football (americano) e che adesso dopo un infortunio non è più in grado di giocare, sia Riley, ex reginetta di bellezza con un diploma di massaggiatrice, sono senza lavoro. I due hanno due figli piccoli, Travis e Katie, e la crisi galoppa. Senza possibilità di aiuti finanziari, finalmente Riley trova un'opportunità in una SPA a un'ora d'auto da dove abitano, e la coglie. Mentre Kyle è sempre più depresso per essere diventato un mantenuto, e per non riuscire a provvedere alla sua famiglia, Riley scopre che la paga non è granché, e che potrebbe fare molti più soldi con degli extra ovviamente di natura sessuale. Scandalizzata, viene rassicurata da Georgia, la proprietaria, che se non vuole essere una di quelle che "fanno" gli extra, non ci sono problemi, gli verranno passati clienti che non se li aspettano. Tornando a casa, scopre che Kyle se n'è andato, sparito, evidentemente non reggendo il peso delle responsabilità. A quel punto, disperata, decide che, non avendo più nulla da perdere, diventerà una di quelle che esegue gli extra. Essendo molto bella, e al tempo stesso, dolce e comprensiva, riscuoterà, tra i clienti, un successo strepitoso. Ma naturalmente, non è tutto oro quel che luccica.
Sempre alla ricerca di cose nuove, non so cosa mi è preso ma ho seguito una dritta di un'amica (che probabilmente non aveva neppure terminato di vedersi il pilot) e mi sono visto questa prima stagione di questa serie, che definirei orrenda, e che, pensate un po', è stata concepita dopo che era stato mandato in onda, nel 2010 su Lifetime USA, il film omonimo (del quale vi parlerò, perché naturalmente mi piace farmi male ogni tanto, e quindi l'ho ripescato). Giusto per non farvi confondere, la serie in italia è diventata Clienti speciali (Fox Life), mentre il film è "rimasto" La lista dei clienti (Sky Cinema).
Che dire di più? Un medley mal riuscito tra Hung e Secret Diary of a Call Girl, complice la crisi globale, pensato da un canale che ha un target esclusivamente femminile (e probabilmente lobotomizzato), infarcito di luoghi comuni southern e penalizzato da recitazioni da soap, l'unico motivo per vedersi questa serie credo sia da individuare nei completini di lingerie (e dalle scarpe) indossati da Jennifer Love Hewitt, che della serie è anche produttrice esecutiva e che addirittura si lancia nella regia di un episodio (cosa che aveva già fatto con qualche episodio di Ghost Whisperer); la Hewitt interpreta lo stesso ruolo che interpretava nell'omonimo film tv, cambia solo il nome (ed altre cose che poi vi dirò). Nel cast anche Cybill Sheperd (la madre della protagonista), per il resto illustri sconosciuti, e soprattutto tra le presenze maschili, imbarazzanti bellezze stile modello. Menzione particolare per i due piccoli attori che interpretano i figli dei Parks: mai visti due bambini così brutti al cinema o in televisione.
20130128
io doppio
A volte le soddisfazioni arrivano quando non te le aspetti, e parlo di cose molto personali. Su Repubblica online oggi c'è questo articolo sul tema del doppiaggio/versione originale, che come sapete a me sta molto a cuore, e che, in un passaggio, esprime un parere da me già espresso (in una recensione che leggerete tra qualche giorno).
Inoltre, a giudicare da quanto riportato nell'articolo, qualcosa si sta muovendo. Speriamo, perché devo essere sincero, negli ultimi anni andare al cinema per vedere film doppiati dalle stesse persone appartenenti alla casta dei doppiatori, sta cominciando a diventare insopportabile, almeno per me.
Inoltre, a giudicare da quanto riportato nell'articolo, qualcosa si sta muovendo. Speriamo, perché devo essere sincero, negli ultimi anni andare al cinema per vedere film doppiati dalle stesse persone appartenenti alla casta dei doppiatori, sta cominciando a diventare insopportabile, almeno per me.
Spaghetti & Coffee
Boardwalk Empire - di Terence Winter - Stagione 3 (12 episodi; HBO) - 2012Il 1923 è appena cominciato. Jimmy Darmody è scomparso (fatto fuori da Nucky, of course) poco dopo l'assassinio di sua moglie, ed il figlioletto cresce quindi sotto la tutela della di lui madre Gillian, in un bordello. L'unico legame con la vita fuori dal bordello è Richard, che deve riposizionarsi e che inizia a sentirsi scomodo agli ordini di Gillian stessa. Nelson Van Alden, fuggito a Chicago con la figlioletta e la nuova compagna (inizialmente la babysitter, un'immigrata scandinava), si reinventa come venditore porta a porta di ferri da stiro, ma si ritrova ugualmente invischiato in storie di gangsterismo. Ma, come sempre, Atlantic City è il fulcro. Nucky rimane in sella, mentre il fratello Eli, ex sceriffo, finisce in carcere. Nucky, grazie al nuovo atteggiamento in cerca del perdono di Dio di Margaret (che però, paradossalmente, tornerà all'adulterio), diventerà un filantropo finanziando pesantemente l'ospedale locale. Ma la storyline più importante, è quella che vede co-protagonista Gyp Rosetti, uno spietato, e mentalmente instabile (con gusti sessuali sicuramente particolari, scopriremo poi), gangster italo-americano, che inizialmente vorrebbe entrare in affari con Nucky; vistosi rifiutare la partnership, Gyp comincia una guerra vera e propria: taglia letteralmente la strada al traffico di alcol di Nucky, installandosi in una (ex) tranquilla cittadina che si trova sulla strada tra Atlantic City e New York, Tabor Heights, facendone il suo quartier generale e tendendo imboscate. Mentre Gyp si prende una cotta per Gillian Darmody, che continua strenuamente a negare la morte del figlio e lottando per far funzionare il suo bordello (in società con Lucky Luciano), Nucky si invaghisce di Billie Kent, una ballerina che vuole diventare una stella del varietà. Mentre l'impero di Nucky traballa sotto i colpi di Gyp, e le alleanze tremano, perfino Margaret pensa di tradire quello che una volta pareva un personaggio inattaccabile. Ma un bravo stratega sa quando cercare nuove, e strane, alleanze.
Bisogna riconoscere che l'eliminazione del personaggio interpretato, direi magistralmente, ma Michael Pitt, alla fine della scorsa stagione, ha tolto parecchio interesse a questa serie. C'è da dire che è molto difficile, un po' come il secondo disco di caparezziana memoria, riuscire a mantenere un livello alto ad una qualsiasi serie televisiva. A questo giro, Boardwalk Empire, che pure avevamo ammirato nelle prime due stagioni, nonostante introduca immediatamente un villain "sostitutivo" e soprattutto antagonista a Nucky, e magistralmente interpretato da un superbo Bobby Cannavale (ehi, sveglia, sto parlando naturalmente di Gyp Rosetti), perde di interesse e rimane godibile quasi esclusivamente per una messa in scena eccezionale, a livello tecnico e cinematografico. Anche le scene ad effetto, quelle delle esplosioni di violenza, o dei bagni di sangue in genere (magistrale esempio quella di Gyp nudo con il collare e coperto di sangue che insegue gli "attentatori", ma molto forte anche l'uccisione del malcapitato da parte di Gillian nell'episodio 7 Sunday Best), cominciano a far insospettire: sembra siano diventate l'unico modo di tenere alto l'interesse degli spettatori. Recitazioni tutte buone, e per fortuna negli ultimi episodi un po' di spazio in più per Michael Kenneth Williams nei panni di Chalky White.
20130127
Two Hats
Homeland - di Gideon Raff (sviluppato da Howard Gordon e Alex Gansa) - Stagione 2 (12 episodi; Showtime) - 2012
Inutile che vi dica che chi non ha visto la prima stagione, non deve assolutamente leggere quello che seguirà. Dopo l'amara fine della sua carriera alla CIA, Carrie, che ha deciso spontaneamente di sottoporsi ad elettroshock per migliorare il suo disturbo bipolare, si sta lentamente rimettendo in piedi. Prende le medicine, vive col padre, insegna inglese ad una classe di immigrati che la adorano. Certo, il suo è stato un fallimento su tutta la linea, visto che Brody, al contrario, è ormai un affermato, conosciuto e benvoluto membro del congresso degli Stati Uniti, e sta per essere candidato alla carica di Vice Presidente da Bill Walden, l'attuale Vice Presidente (e, non dimentichiamolo, l'uomo che Brody avrebbe dovuto far saltare in aria col suo giubbotto da kamikaze, il colpevole della morte, tra gli altri, del figlio di Abu Nazir), che ormai stravede per Brody. Senza contare che le rispettive mogli stanno diventando amiche, e pure tre i figli, Dana (Brody) e Finn (Walden) comincia ad esserci qualcosa. Nel frattempo, in Medio Oriente non c'è pace, Israele ha bombardato un impianto nucleare in Iran, e l'Iran minaccia ritorsioni. Saul è a Beirut, e all'improvviso Estes manda Galvez a contattare Carrie: la moglie di un comandante di Hezbollah, un'informatrice, contatta la CIA perché ha informazioni importanti ed urgenti, ma vuole parlare solo con Carrie, che a suo tempo la reclutò. Tutto torna in gioco.
Lo staff degli sceneggiatori di Homeland (che è, ricordiamocelo, ispirato alla serie israeliana Hatufim) continua a stupirmi. Sarò ingenuo, ma dopo i fuochi d'artificio della prima adrenalinica stagione mi domandavo come avrebbero fatto per rendere interessante la seconda. La risposta ha tardato un anno ad arrivare, ma è stata altrettanto eccitante e piena di cliffhanger. Homeland, a dirvela tutta, è stata la serie che, ad ogni nuovo episodio, mi lasciava con una insaziabile curiosità per quello seguente, e nel giro degli episodi stessi riusciva a spiazzarmi continuamente. Se ancora non l'avete vista (in Italia andrà in onda su Fox dal 30 gennaio 2013), non voglio anticiparvi niente, ma sappiate che fino agli ultimi episodi verrete tenuti in tensione, e quando penserete che è tutto finito, i giochi saranno continuamente riaperti.
Se qualcuno potrebbe pensare a Homeland come a una serie smaccatamente filo-statunitense e anti-araba, sappia che, seppur da un punto di visto ovviamente statunitense, non si fanno sconti neppure agli USA e alla loro politica sporca e ai maneggi per i giochi di potere.
Nel cast sempre ben amalgamato, spicca ovviamente la sempre più brava Claire Danes (Carrie Mathison), e si fa spazio la giovanissima Morgan Saylor nei panni di Dana Brody (pensate, in The Sopranos appariva nei panni della giovane Meadow, la figlia di Tony). New entry di questa stagione l'inglese Rupert Friend (Il bambino con il pigiama a righe, The Young Victoria) nei panni di Peter Quinn, un misterioso analista CIA, apparizione per F. Murray Abraham negli ultimi episodi.
Aspetto la terza stagione, che partirà probabilmente tra settembre ed ottobre del 2013, con grande interesse.
Inutile che vi dica che chi non ha visto la prima stagione, non deve assolutamente leggere quello che seguirà. Dopo l'amara fine della sua carriera alla CIA, Carrie, che ha deciso spontaneamente di sottoporsi ad elettroshock per migliorare il suo disturbo bipolare, si sta lentamente rimettendo in piedi. Prende le medicine, vive col padre, insegna inglese ad una classe di immigrati che la adorano. Certo, il suo è stato un fallimento su tutta la linea, visto che Brody, al contrario, è ormai un affermato, conosciuto e benvoluto membro del congresso degli Stati Uniti, e sta per essere candidato alla carica di Vice Presidente da Bill Walden, l'attuale Vice Presidente (e, non dimentichiamolo, l'uomo che Brody avrebbe dovuto far saltare in aria col suo giubbotto da kamikaze, il colpevole della morte, tra gli altri, del figlio di Abu Nazir), che ormai stravede per Brody. Senza contare che le rispettive mogli stanno diventando amiche, e pure tre i figli, Dana (Brody) e Finn (Walden) comincia ad esserci qualcosa. Nel frattempo, in Medio Oriente non c'è pace, Israele ha bombardato un impianto nucleare in Iran, e l'Iran minaccia ritorsioni. Saul è a Beirut, e all'improvviso Estes manda Galvez a contattare Carrie: la moglie di un comandante di Hezbollah, un'informatrice, contatta la CIA perché ha informazioni importanti ed urgenti, ma vuole parlare solo con Carrie, che a suo tempo la reclutò. Tutto torna in gioco.
Lo staff degli sceneggiatori di Homeland (che è, ricordiamocelo, ispirato alla serie israeliana Hatufim) continua a stupirmi. Sarò ingenuo, ma dopo i fuochi d'artificio della prima adrenalinica stagione mi domandavo come avrebbero fatto per rendere interessante la seconda. La risposta ha tardato un anno ad arrivare, ma è stata altrettanto eccitante e piena di cliffhanger. Homeland, a dirvela tutta, è stata la serie che, ad ogni nuovo episodio, mi lasciava con una insaziabile curiosità per quello seguente, e nel giro degli episodi stessi riusciva a spiazzarmi continuamente. Se ancora non l'avete vista (in Italia andrà in onda su Fox dal 30 gennaio 2013), non voglio anticiparvi niente, ma sappiate che fino agli ultimi episodi verrete tenuti in tensione, e quando penserete che è tutto finito, i giochi saranno continuamente riaperti.
Se qualcuno potrebbe pensare a Homeland come a una serie smaccatamente filo-statunitense e anti-araba, sappia che, seppur da un punto di visto ovviamente statunitense, non si fanno sconti neppure agli USA e alla loro politica sporca e ai maneggi per i giochi di potere.
Nel cast sempre ben amalgamato, spicca ovviamente la sempre più brava Claire Danes (Carrie Mathison), e si fa spazio la giovanissima Morgan Saylor nei panni di Dana Brody (pensate, in The Sopranos appariva nei panni della giovane Meadow, la figlia di Tony). New entry di questa stagione l'inglese Rupert Friend (Il bambino con il pigiama a righe, The Young Victoria) nei panni di Peter Quinn, un misterioso analista CIA, apparizione per F. Murray Abraham negli ultimi episodi.
Aspetto la terza stagione, che partirà probabilmente tra settembre ed ottobre del 2013, con grande interesse.
20130126
all or nothing
Tutto tutto niente niente - di Giulio Manfredonia (2012)Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Italia. Il sindaco di un comune della Calabria, Cetto La Qualunque, viene arrestato per abusi vari assieme all'intero consiglio comunale. Quasi contemporaneamente, in Veneto viene arrestato Rodolfo "Olfo" Favaretto, razzista sfruttatore di immigrati, che sta mettendo in piedi un piccolo esercito per una secessione "leggera" a favore dell'Austria; credendo morto uno degli africani che lavorano al nero per lui, per un incidente su un cantiere, lo getta in un corso d'acqua senza rendersi conto che è ancora vivo. Ancora nello stesso periodo, Frengo Stoppato, da tempo emigrato in un imprecisato paese di lingua spagnola per vivere senza problemi sotto effetto della cannabis, viene arrestato per precedenti illeciti, attirato in Italia dalla madre, che lo vuole far beatificare (non si sa bene su quali basi). Ma, per chiudere, tre parlamentari, che si erano opposti a una nuova legge che il governo in carica voleva fortemente, vengono misteriosamente uccisi. Occorre rimpiazzarli: l'inquetante Sottosegretario si prende in carica il "lavoro", ed individua in Cetto, Olfo e Frengo, i tre rimpiazzi, facendoli uscire dal carcere tramite l'immunità, e sistemandoli a Roma, vicini al centro del potere, e pronti per votare qualsiasi decreto che il governo avrà in mente di far passare. Un po' per poca fedeltà, un po' perché troppo intenti a portare avanti i loro interessi personali, i tre combineranno un casino dietro l'altro, e il Sottosegretario deciderà di disfarsene, facendo votare al Parlamento l'autorizzazione ad un nuovo arresto nei loro confronti.
Come in un sequel di Qualunquemente, Albanese ed il fido Manfredonia premono sull'acceleratore della satira politica mascherata da fumetto, e c'è da dire che, seppur non risultando un capolavoro, stavolta il film funziona, a parte le gag e le battute, da agghiacciante premonizione della deriva ormai irreparabile della politica italiana. Ingaggiato un Fabrizio Bentivoglio (il Sottosegretario) travestito da Jean-Paul Gaultier, e omaggiato dalla presenza silente di un Paolo Villaggio (il Presidente del Consiglio) felliniano, Antonio Albanese, oltre al solito Cetto rispolvera il vecchio Frengo-e-stop di Mai dire gol, togliendogli il calcio e (ri)nominandolo Frengo Stoppato, e crea un Olfo Favaretto secessionista veneto nonché nostalgico austro-ungarico, dando sfogo al suo disappunto verso la deriva razzista-leghista, e mettendo in piedi un baraccone, come già detto, satirico-fumettistico-felliniano piuttosto godibile, ma sempre amaro nonostante le risate, che alla fine non sono poi così tante.
Se si pensa alle cocenti delusioni dei film precedenti del pur eccezionale comico di Olginate, travolgente in televisione e in teatro, ma sempre (o quasi) sprecato sul grande schermo, è già qualcosa.
Il titolo fa riferimento al motto di un altro personaggio di Albanese, il filosofo cocainomane.
20130125
L'Atlante delle nuvole
Cloud Atlas - di Lana e Andy Wachowski, Tom Tykwer (2013)Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Guardando il cielo, il vecchio Zachry racconta.
Nel 1849, il giovane avvocato statunitense Adam Ewing si reca alle isole Chatham, per concludere un affare per conto del suocero Haskell Moore. Una serie di vicissitudini fanno si che il giovane si renda conto di cosa significa la schiavitù praticata soprattutto dagli Stati del sud dell'Unione; la cosa cambierà per sempre il suo punto di vista.
Nel 1936, nel Regno Unito, Robert Frobisher, un giovane musicista bisessuale di Cambridge, innamorato (e corrisposto) di Rufus Sixsmith, trova lavoro ad Edimburgo, come copista del famoso compositore Vyvyan Ayrs. Mentre tra i due si innesca una competizione (Frobisher sta componendo per suo conto un sestetto intitolato L'Atlante delle Nuvole, ma il vecchio Ayrs se ne vuole appropriare), Frobisher trova e legge gli appunti di viaggio di Adam Ewing, e racconta la sua esperienza tramite lettere all'amato Sixsmith.
Nel 1973, a San Francisco, Luisa Rey, una giornalista figlia d'arte, si imbatte nell'anziano Sixsmith, fisico nucleare, mentre sta indagando sulla presunta insicurezza del nuovo reattore nucleare della centrale nelle vicinanze. Sixsmith si impegna ad aiutarla passandole informazioni confidenziali, e tramite Sixsmith la Rey conoscerà il sestetto composto da Frobisher.
Sempre nel Regno Unito, nel 2012, l'anziano editore Timothy Cavendish ottiene un'improvvisa impennata di guadagni quando uno dei suoi scrittori, Dermot Hoggins, legato col mondo della malavita, in preda ad una crisi di rabbia getta dal terrazzo di un grattacielo un critico letterario che aveva ridicolizzato il suo ultimo libro. Hoggins, dal carcere, invia degli scagnozzi da Cavendish per esigere i proventi dei guadagni "provocati" dal suo gesto; avendo speso praticamente tutto, l'anziano editore chiede aiuto al fratello Denholme. Il fratello, che cova del risentimento verso di lui, gli gioca un brutto tiro: lo aiuta, ma lo fa rinchiudere in una casa di riposo di lusso.
Nel 2144, a Neo Seul in Corea, Sonmi-451 è una clone, ed era costretta al rango più basso della società: faceva la cameriera in un fast-food, costretta a subire qualsiasi tipo di insulto o lamentela senza possibilità di replica o ribellione. Ripercorriamo la sua storia durante l'interrogatorio che l'Archivista le fa prima della sua esecuzione. Con l'aiuto del ribelle Hae-Joo Chang, membro dell'Unione, movimento di ribellione contro la massificazione, si libera dal suo ruolo e fugge. Nonostante Hae-Joo e molti ribelli rimangano uccisi nell'operazione che porta all'arresto di Sonmi, e che la stessa Sonmi verrà alla fine giustiziata, il gesto della clone rimarrà a futura memoria.
Nel 2321, su Big Island, nell'arcipelago delle Hawaii, l'anziano Zachry vive con la sorella e la nipote nella Valle, in una società primitiva, evidentemente post-apocalittica (l'umanità è quasi scomparsa durante la Caduta). Il popolo della Valle venera Sonmi come una dea, e deve continuamente difendersi dagli attacchi della tribù cannibale rivale, i Kona. Continuamente ossessionato dal vecchio Georgie, l'impersonificazione che la sua tribù ha del Diavolo, e dal senso di colpa per aver lasciato morire un caro amico e suo figlio per mano dei Kona, Zachry diffida di Meronym, una Prescente, appartenente ad una civiltà avanzata, che arriva nella Valle per recarsi sulla sommità della Grande Montagna. Ma dopo che la stessa Prescente si guadagna la fiducia dell'anziano salvando la vita della nipotina punta da un pesce pietra, Zachry accetterà di farle da guida fino alla cima. Quel viaggio, e quello che accadrà dopo, cambierà il corso della vita di Zachry, che infatti...
C'è Blade Runner e il Trionfo della morte di Bruegel, in Cloud Atlas. C'è la visione forse ingenua della lotta del bene contro il male, un marxismo bambinesco, un simbolismo spicciolo di tutti i Mali Assoluti che il genere umano abbia concepito, un citazionismo grossolano alla fantascienza intelligente, uno spirito rivoluzionario adolescente, una messa in scena al tempo stesso goffa e meravigliosa, un omaggio al cinema che punta al kolossal per il gusto del grande spettacolo del grande schermo. E ci piace, cavolo se ci piace!
What is an ocean but a multitude of drops? risponde Adam Ewing al suocero che lo vorrebbe immobile, citando la Madre Teresa di Calcutta che conoscevamo prima di leggere Christopher Hitchens. E, proprio nel finale, ci rendiamo conto di aver assistito a qualcosa di epico, qualcosa che solo menti che guardano al cinema come mezzo di espressione delle idee, ma al tempo stesso come a un qualcosa che deve essere spettacolare, potevano concepire.
Ispirato all'omonimo libro (in italiano L'atlante delle nuvole) di David Mitchell, il film fortemente voluto dai fratelli Wachowski (la trilogia di Matrix) e dal tedesco terribile Tom Tykwer (Lola corre; a questo proposito vorrei sottolineare che Lana Wachowski, che era Larry e che ha cambiato sesso, con la sua pettinatura si ispira chiaramente a Franka Potente nel film di Tykwer, quindi questo matrimonio si doveva fare), è un fumettone pensante, che, una volta superato lo spaesamento (o le risatine, altra reazione che posso capire) dovuto all'uso degli stessi attori in più ruoli, lungo le sei (quasi sette, se ci mettiamo dentro il prologo e l'epilogo) storie raccontate, diverte, affascina, emoziona e avvolge. Recitazioni teatrali nella maggior parte dei casi, spesso sopra le righe, ma necessarie, effetti speciali e messa in scena grandiosa, movimenti di macchina funambolici, colonna sonora all'altezza dell'epicità del tutto; Cloud Atlas ce lo ricorderemo per un bel po'.
Il cast. Tom Hanks (eccezionale, nella versione originale, a cambiare accento ogni volta, sono sicuro che si è divertito alla grande), Halle Berry, Hugo Weaving (ormai il feticcio dei Wachowski, ma quanto è bravo?), Jim Sturgess (due cose: quando è Hae-Joo Chang, quindi in versione asiatica, il trucco lo fa somigliare a una caricatura di Keanu Reeves, che evidentemente i Wachowski non riescono a dimenticare; inoltre, fate caso alla sua performance in questo film, e poi confrontatela con quella in La migliore offerta di Tornatore. A buon intenditor...) e Hugh Grant (ve lo dico, e so che non ci crederete, ma è così: è bravissimo) sono quelli che appaiono, a volte anche per pochissimo ed irriconoscibili, in tutte e sei le storie. Molto importanti pure Jim Broadbent, Doona Bae, Ben Wishaw (se vi viene in mente di criticare il trucco, aspettate a leggere i crediti, e poi, come ho fatto io, stupitevi e controllate nuovamente il suo ruolo nella storia ambientata nel 2012), James D'Arcy, Zhou Xun, Keith David, David Gyasi e Susan Sarandon.
Altro grande film; se tutti i mesi fossero come questi, a livello di uscite cinematografiche, dovremmo smettere di guardare la televisione.
20130124
W ciemności
In Darkness - di Agnieszka Holland (2013)Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
1943. Mentre infuria la Seconda Guerra Mondiale, anche a Lwow, Polonia (adesso Lviv, per noi Leopoli, Ucraina), occupata dai nazisti tedeschi con l'aiuto dei collaboratori ucraini, è in atto la caccia agli ebrei. Il polacco Leopold Socha, ispettore delle fogne della città, sta in mezzo, e inizialmente è indeciso: aiutare gli ebrei in fuga, o aiutare in nazisti nel rintracciarli? L'importante è guadagnarci, e quindi, quando un bel giorno, insieme al suo aiutante, scopre un gruppo di ebrei che hanno scavato un tunnel per arrivare alle fogne, inizia a chiedere loro una sorta di pizzo. E', probabilmente, il confronto con l'amata moglie Wanda, che lo aiuta a prendere coscienza del fatto che la caccia agli ebrei è ignobile, e che i nazisti sono dei criminali. Leopold comincia pian piano a sviluppare una strana empatia con un gruppo di una quindicina di ebrei, e quando la caccia si fa sempre più serrata, si danna l'anima per trovar loro un punto in cui non possano essere scoperti. Non sarà facile.
Esce, finalmente (dopo oltre un anno; in Polonia uscì a fine 2011, ed era nella cinquina per l'Oscar al miglior film in lingua non inglese nel 2012) anche in Italia, questo film della regista polacca, molto attiva anche negli USA (anche in televisione: ha diretto episodi di The Wire e di Treme, tra gli altri). Ero molto curioso, l'ho cercato per quasi un anno, ma devo dirvi che ne è valsa la pena, e vi invito dunque ad andarlo a vedere, nonostante, diciamocelo, posso capire che non tutti abbiano voglia di vedersi l'ennesimo film su uno dei capitoli più bui della storia dell'umanità. Tratto del libro di Robert Marshall In the Sewers of Lvov, il tocco della Holland è vagamente da commedia, pur non risparmiando le carneficine e i momenti davvero intensi, ma ha dalla sua un ritmo incessante nonostante il film duri oltre due ore. Onore al montaggio, come pure ad una fotografia che, sbaglierò, mi ha ricordato quella di Delicatessen, pensate un po', così come ad un cast ben assemblato (rivederemo il protagonista Robert Wieckiewicz - qui Leopold Socha - nei panni di Walesa nel biopic a lui dedicato, regia di Andrzej Wajda attualmente in post produzione; l'unica faccia conosciuta è quella di Benno Furmann, attore tedesco visto in La principessa e il guerriero di Twyker e in North Face, qui nei panni di Mundek Margulies). Gran bel film.
20130123
notte fonda
Zero Dark Thirty - di Kathryn Bigelow (2013)Giudizio sintetico: da vedere (3/5)
Quello che è accaduto l'11 settembre 2001, dovremmo ormai saperlo tutti. Probabilmente uno dovrebbe essere stato in coma negli ultimi 12 anni, per non saperlo. A scanso di equivoci, il film si apre con lo schermo nero, e le voci delle vittime. Dopo di che, comincia la storia di come è stato rintracciato ed ucciso Usama Bin Laden, da parte dell'intelligence statunitense. Si comincia dalla ricerca di informazioni sul Gruppo Saudita che ha finanziato l'attentato alle Twin Towers. In un black site della CIA, Dan, un agente esperto, conduce un interrogatorio dell'era Bush (con torture) su tale Ammar, insieme a Maya, un'agente giovane, che si trova evidentemente a disagio assistendo ad un interrogatorio così brutale. Proprio Maya, acquisendo esperienza, mettendo a frutto la sua brillante intelligenza per ottenere e processare informazioni fondamentali, diventando decisamente più spietata vedendo molti colleghi morire seguendo la ricerca del capo di Al Qaeda, sarà la persona che porterà a scoprire il compound dove si nasconde quest'ultimo, e a volere, seguendo l'operazione fino in fondo, la missione partita la notte del primo di maggio del 2011, la notte nella quale UBL* (come è abbreviato nei titoli di coda) verrà ucciso da un gruppo di Navy SEAL statunitensi.
Colgo l'occasione, parlandovi di questo atteso nuovo film di una regista sempre più importante nel panorama mondiale (ricordiamocelo, premio Oscar nel 2010 per The Hurt Locker, regista di film indimenticabili quali Near Dark, Strange Days e Point Break, assieme ad altri molto meno memorabili quali Il mistero dell'acqua e K-19), per spiegare brevemente un apparente paradosso: dare 3 su 5 ad un film, ma aggiungere che è "da vedere". Zero Dark Thirty (ce l'ho fatta smanettando sulle varie recensioni a capire cosa significa: quasi l'equivalente di madrugada in spagnolo, le ore che vanno dalla mezzanotte alle quattro del mattino, fascia oraria nella quale fu condotta e portata a termine l'operazione che portò alla morte di UBL*) è un film che dura due ore e quaranta minuti, mescolando azione (gli ultimi quaranta minuti), intelligence o spy story (le prime due ore), con una forma quasi documentaristica, raccontando un fatto universalmente conosciuto (ovviamente non con questi particolari), che riesce non solo a non annoiare, ma addirittura a crescere progressivamente di tensione. Per questo, e non solo, ritengo sia un film che si debba vedere, e che risulterà senza dubbio alcuno godibile. Il punto, o il mezzo punto, in meno rispetto a quello che, secondo me, dovrebbe essere il punteggio ideale o minimo per segnalare una pellicola pressoché indispensabile, è dato dal fatto che da una parte continua a sfuggirmi il messaggio, o la ricerca, o il senso, di quello che sta facendo l'amata Kathryn. Come già dicevo parlando di The Hurt Locker, mi fa un po' paura questa deriva militaristica di una regista che ha dimostrato di essere superbamente visionaria. C'è da capirla, in quanto statunitense, e di sicuro c'è da apprezzare un lavoro inappuntabile di ricostruzione "onesta", sui metodi (leggi tortura, ma anche sull'operazione conclusiva) usati, ma sembra che la regista, che si avvale anche stavolta della sceneggiatura di Mark Boal, giornalista di guerra già sceneggiatore Oscar per The Hurt Locker ed ispiratore di Nella valle di Elah, si schieri robustamente, e senza tentennamenti, dalla parte di chi giustifica invasioni di paesi stranieri e violazioni del diritto internazionale.
E' interessante l'uso di una donna bella e intelligente, tenace e praticamente immacolata (anche qui, mi sento di spezzare una lancia a favore della Bigelow: il 95% dei registi, non solo statunitensi, l'avrebbe fatta scopare almeno una volta, nel corso di due ore e quaranta), come filo conduttore di un'operazione così complessa, delicata e risolutiva (forse), ma lascia molti dubbi la caratterizzazione di questo che, appunto, sarebbe dovuto essere il personaggio principale, che invece di essere approfondito psicologicamente, emette sentenze e si autodefinisce motherfucker (non so come, nella scena del briefing con i vertici CIA, verrà tradotto in italiano, suppongo figlia di puttana); immaginatevi poi quando devono essere stati approfonditi i personaggi marginali, a dispetto di un cast di sicuro senza altre stelle, ma pieno zeppo di caratteristi favolosi: Jason Clarke (Dan), Kyle Chandler (Joseph Bradley), Jennifer Ehle (Jessica), Harold Perrineau (Jack), Mark Strong (con un imbarazzante parrucchino, nei panni di George), Edgar Ramírez (proprio quello di Carlos, qui nei panni di Larry), James Gandolfini (direttore della CIA, anche lui con un ennesimo parrucchino inguardabile), Stephen Dillane (responsabile della sicurezza nazionale), Joel Edgerton (Patrick, il comandante dello squadrone dei Navy SEAL, o meglio dei DEVGRU). Aggiungo alla lista Fares Fares, nei panni di Hakim, ai più sconosciuto (ma la sua faccia vi rimarrà impressa), un attore libano-svedese, fratello del regista Josef, con lui è stato protagonista negli spassosi Jalla! Jalla! e Kops.
Insomma, luci ed ombre, a mio giudizio. Ma un film superbo. Uscita italiana prima rimandata dai primi di gennaio ai primi di febbraio, al momento in cui scrivo anticipata ancora una volta a giovedì 24 gennaio. Staremo a vedere.
*UBL, Usama Bin Laden, può disorientare la traslitterazione "Usama" anziché quella alla quale ci hanno abituato (Osama), ma per chi non lo sapesse, i suoni vocalici in arabo sono 3, anziché 5, quindi quello della nostra O e della nostra U sono in realtà assimilabili.
20130122
Il ritorno di Compostela
Ricevo e volentieri pubblico una sorta di riflessione dell'amico Buzz, riguardante il post che ci aveva regalato tempo fa sulla sua esperienza camminatoria. Questa volta gli voglio fare anche un applauso.
Cammino Retroscena
Di Andrea Turchi
Il post del Cammino di Santiago è stato molto letto e continua inspiegabilmente ad essere letto. Merito di Fb e dei newsgroups dove l’ho linkato. Io ne sono contento. È molto semplice e si legge in 3 minuti. Adesso lo scriverei in altro modo, lo cambierei mille volte. Non rimarrebbe niente dell’originale. Mancano le parolacce, è un po’ freddo; lo sento poco mio. Avevo troppe idee in testa ed è difficile buttare giù qualcosa con troppa confusione nel chiorbone. Inizialmente, il resoconto, l’avevo scritto per la parrocchia del mio paese. Il Cammino di Santiago, poteva interessare anche persone religiose, e amici di famiglia mi hanno chiesto un resoconto. Mi avevano fissato una data entro la quale, se volevo, potevo scrivere qualcosa ed è servita da stimolo per buttare giù idee.Senza una scadenza, conoscendomi, non avrei scritto niente, rimandando in continuazione per sempre. Poi successivamente l’ho incollato sul blog.
Perché scrivo di questo?
Perché c’è un seguito.
La parrocchia, ogni 15 giorni, stampa un giornalino reale, no internet, di carta, con notizie e appuntamenti futuri, dove è finito il mio resoconto. Un giornalino semplice, con 4 pagine e una piccola diffusione. Passato del tempo, mi sono accorto, che persone insospettabili, lo hanno letto, persone che nemmeno con la pistola
puntata alla tempia, mi avrebbero letto su internet. Insomma, sono entrato in casa di gente, con cui mai avrei parlato di persona del mio viaggio. Vicini con cui i dialoghi sono assenti, mi hanno chiesto dell’esperienza. Un amico antico, mi ha letto su questa stampa e mi chiedeva informazioni, voleva sapere, era contento per me.
Al Conad, davanti ai Pavesini, una signora anziana mi chiedeva del Cammino di Santiago.
E’ stato bello raccontarsi. Non sono qui per fare la Giovane Marmotta, ma di solito delle tue esperienze, alla gente, non importa niente. Questa volta, ho scritto quasi per forza e con molte resistenze, per fare contente altre persone, poi invece si è rivelata un occasione per raccontarsi un po' agli altri. E condividere qualcosa. La mia cosa.
Io ero contento.
Cammino Retroscena
Di Andrea Turchi
Il post del Cammino di Santiago è stato molto letto e continua inspiegabilmente ad essere letto. Merito di Fb e dei newsgroups dove l’ho linkato. Io ne sono contento. È molto semplice e si legge in 3 minuti. Adesso lo scriverei in altro modo, lo cambierei mille volte. Non rimarrebbe niente dell’originale. Mancano le parolacce, è un po’ freddo; lo sento poco mio. Avevo troppe idee in testa ed è difficile buttare giù qualcosa con troppa confusione nel chiorbone. Inizialmente, il resoconto, l’avevo scritto per la parrocchia del mio paese. Il Cammino di Santiago, poteva interessare anche persone religiose, e amici di famiglia mi hanno chiesto un resoconto. Mi avevano fissato una data entro la quale, se volevo, potevo scrivere qualcosa ed è servita da stimolo per buttare giù idee.Senza una scadenza, conoscendomi, non avrei scritto niente, rimandando in continuazione per sempre. Poi successivamente l’ho incollato sul blog.
Perché scrivo di questo?
Perché c’è un seguito.
La parrocchia, ogni 15 giorni, stampa un giornalino reale, no internet, di carta, con notizie e appuntamenti futuri, dove è finito il mio resoconto. Un giornalino semplice, con 4 pagine e una piccola diffusione. Passato del tempo, mi sono accorto, che persone insospettabili, lo hanno letto, persone che nemmeno con la pistola
puntata alla tempia, mi avrebbero letto su internet. Insomma, sono entrato in casa di gente, con cui mai avrei parlato di persona del mio viaggio. Vicini con cui i dialoghi sono assenti, mi hanno chiesto dell’esperienza. Un amico antico, mi ha letto su questa stampa e mi chiedeva informazioni, voleva sapere, era contento per me.
Al Conad, davanti ai Pavesini, una signora anziana mi chiedeva del Cammino di Santiago.
E’ stato bello raccontarsi. Non sono qui per fare la Giovane Marmotta, ma di solito delle tue esperienze, alla gente, non importa niente. Questa volta, ho scritto quasi per forza e con molte resistenze, per fare contente altre persone, poi invece si è rivelata un occasione per raccontarsi un po' agli altri. E condividere qualcosa. La mia cosa.
Io ero contento.
volo
Flight - di Robert Zemeckis (2013)Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Orlando, Florida, USA. Whip Whitaker viene svegliato dalla solita telefonata di quella stronza della sua ex moglie che vuole i soldi degli alimenti per la scuola del figlio. Whip è un alcolizzato, ma anche un pilota di aerei, dipendente della compagnia SouthJet; nella stanza, con lui, c'è una delle sue assistenti di volo, Katerina Marquez, con la quale ha una relazione sessuale. Hanno passato la notte scopando, ubriacandosi e assumendo cocaina. C'è un volo tra poche ore, e per riprendersi Whip, che tutto sommato è pure un buon pilota, esperto e senza timori, si fa una botta di cocaina, infila l'uniforme e gli occhiali da sole, e via. Il volo è il 227 verso Atlanta, niente di che ma il tempo non è dei migliori. Il secondo pilota è il giovane Ken Evans, un po' titubante davanti a condizioni meteo così avverse; Whip sospende la distribuzione di alcolici a bordo, è una misura obbligatoria in casi del genere, fa annunciare che i passeggeri devono rimanere con le cinture allacciate, e parte con un'impennata a velocità massima per venir fuori dalla turbolenza ed assestarsi sopra le nuvole, manovra che manda nel panico Evans, dopo di che, in condizioni tranquille, lascia a lui i comandi e va a rovesciare tre bottigliette mignon di vodka in un succo di frutta, se lo scola, si rimette al suo posto e schiaccia un sonnellino. Quando l'aeroporto di Atlanta si avvicina, Whip è svegliato da uno scossone. Si deve essere rotto qualcosa, e l'aereo sta precipitando in picchiata. Evans è nel panico, l'equipaggio pure, figuriamoci i passeggeri. Whip però non perde la calma: sarà l'esperienza, sarà l'incoscienza, fatto sta che prendendo i comandi, facendosi aiutare sia da Evans, sia da Margaret, l'assistente capo, compie ogni manovra possibile per evitare un disastro. Arriva a capovolgere l'aereo quando capisce che l'apparecchio ha perso anche i dispositivi di frenata, mentre insieme alla torre di controllo cerca un luogo dove effettuare un atterraggio d'emergenza, visto che l'aeroporto più vicino sarebbe troppo lontano. Rallenta così la corsa dell'aereo, lo rimette a testa in su, individua uno spazio aperto, plana nonostante la velocità sia sempre troppo alta, e attende l'impatto. Perde conoscenza. Si sveglia molte ore dopo, in un ospedale di Atlanta. Nella sua camera c'è il vecchio amico Charlie Anderson, ex pilota, adesso rappresentante del sindacato. Si complimenta con Whip, gli dice che è ormai un eroe: 96 persone su 102 sono salve, grazie alle sue manovre. Tra i sei morti c'è Katerina, mentre Evans è in coma. E' naturalmente in corso un'indagine della NTSB, ma non dovrebbero esserci problemi. Ecco che arriva l'amicone Harling Mays. Più che un amico, Harling è lo spacciatore personale di Whip. Harling cerca di far capire a Whip che lui adesso è un eroe, e dovrebbere pretendere un trattamento da eroe. Whip vuole solo fumare, e l'unica cosa che gli interessa dalla visita di Harling è se gli ha portato da fumare.
Whip è abbastanza sconvolto, ma il suo corpo reagisce bene, tanto che verso sera sgattaiola nel vano scale per fumarsi una sigaretta in pace. Lì, fa conoscenza con Nicole, una bella giovane donna che sta riprendendosi da una overdose di eroina. Whip rimane colpito da Nicole.
Quando Whip finalmente esce dall'ospedale, per evitare i giornalisti, si rifugia nella fattoria del nonno. Mentre passa a trovare Nicole, che sta venendo buttata fuori di casa, Whip si offre di ospitarla; al tempo stesso, il suo esame tossicologico rivela che il suo tasso alcolico al momento dell'incidente era rilevante, e che nelle ore precedenti aveva assunto sia alcol che droghe. Inizia una schermaglia con l'avvocato che la compagnia aerea mette a disposizione di Whip, Hugh Lang, che cerca di "salvargli il culo"; d'accordo con Charlie, vorrebbero che il pilota/eroe si desse una ripulita, mettendosi in riabilitazione. Mentre la storia con Nicole assume una dimensione reale, Whip non riesce ad ammettere di essere un alcolizzato e un tossicodipendente, e non vuole nessun tipo di aiuto. Charlie e Hugh sono disperati, l'inchiesta va avanti, Whip rischia diversi anni di carcere per omicidio plurimo preterintenzionale, e Nicole, già sobria da mesi, trova sempre più difficile stare insieme a lui. Ogni cosa, perfino il rifiuto da parte del figlio, sembrerebbe sufficiente per motivare Whip a dare un taglio netto alle sue dipendenze.
Come ormai sapete bene, voi che mi conoscete, quando mi dilungo così tanto nel raccontarvi una trama di un film, il significato è chiaro: quel film mi è piaciuto un bel po'. Ora, è il periodo dei film "o la va o la spacca", candidati agli Oscar, nati appositamente per raccogliere statuette, e solitamente poi, nel corso del resto dell'anno, riusciamo a scovare "piccoli" film che ti riempiono l'anima ed il cuore, che lasciano un segno indelebile dentro lo spettatore che cerca quel qualcosa in più dal cinema. Ma godiamoci il momento, quello dei "filmoni", con grandi nomi e grandi cast, grandi budget e grandi aspettative. Flight, ritorno al cinema "movimentato" di un altro grande e famosissimo regista, Robert Zemeckis, non sarà Lincoln, ma certamente è un film che vale il prezzo del biglietto (anche se, con i prezzi italiani, sarebbe l'ora di ripensare a questa frase fatta), e mette di fronte a una di quelle cose che ci piace vedere al cinema, senza possibilmente affrontarne nella vita privata: il dilemma etico. Visto che vi ho già abbastanza ammorbato con quello che doveva essere un riassunto della storia, ma è diventato un papiro, la faccio breve e non aggiungerò appesantimenti: Zemeckis, che nel 1999 aveva già affrontato le dipendenze in un documentario per Showtime (Robert Zemeckis on Smoking, Drinking and Drugging in the 20th Century), perché anche se non è un tuo problema personale quasi certamente coinvolge qualcuno dei tuoi migliori amici (tematica molto sentita negli USA), imbastisce, con la sceneggiatura di John Gatins (candidato all'Oscar per la miglior sceneggiatura originale), un film robusto, spettacolare, pirotecnico anche dal punto di vista della regia, con una colonna sonora piena di grandi classici rock, un film su, appunto, una lotta interiore di un uomo alla deriva, che rimanda, rimanda, ma alla fine, ma proprio alla fine, riesce a fare la cosa giusta. Denzel Washington (Whip Whitaker) si ricandida prepotentemente all'Oscar come miglior attore protagonista, nel cast un sempre spumeggiante John Goodman (Harling Mays), la bellissima Nadine Velazquez (Katerina Marquez, in molti la amiamo da My Name is Earl), che qui ha poco minutaggio ma si mostra in tutto il suo splendore, Don Cheadle (Hugh Lang), Bruce Greenwood (Charlie Anderson), e l'altrettanto bella Kelly Reilly (Nicole). Apparizione per la grande Melissa Leo nei panni di Ellen Block, a capo dell'inchiesta sull'incidente.
Applausi per tutti.
20130121
Abraham
Lincoln - di Steven Spielberg (2013)Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
1865: negli Stati Uniti d'America infuria la Guerra di Secessione. Il Presidente è l'avvocato Abraham Lincoln, sposato a Mary Todd e padre di quattro figli (due già morti nel 1865), repubblicano, amatissimo dal popolo, soprattutto dopo il Discorso di Gettysburg, e abilissimo politico. Il film ci racconta gli ultimi quattro mesi di vita di Lincoln, sovrapponendo ed incrociando la corsa all'approvazione del XIII Emendamento, e le trattative per la fine della guerra. Lincoln era stato autore, nel 1862, del Proclama di emancipazione, che liberava gli schiavi degli Stati Confederati, come era stato causa, in parte, col suo atteggiamento e le sue idee, dell'inizio della guerra stessa. Anche se tutt'oggi, la sua posizione nei confronti degli afro-americani non è ancora chiara, è indubbio che il suo operato, aprì la strada alla totale integrazione degli stessi negli USA. Dipinto, probabilmente a ragione, come autoritario, rimane senza dubbio una figura fondamentale per gli Stati Uniti d'America, un politico vero, nel senso che sicuramente amava il potere ma serviva il popolo. Se conoscete la storia, sapete come finì.
La scheda Wikipedia dice che Abraham Lincoln "è il terzo personaggio storico sul quale si è maggiormente scritto in termini di biografie, saggi e articoli" dopo Gesù Cristo e William Shakespeare. Basti pensare che la famosissima O Capitano! Mio Capitano! di Walt Whitman, resa ancor più immortale da L'attimo fuggente, è dedicata proprio al sedicesimo Presidente degli USA. Steven Spielberg, probabilmente il più famoso regista vivente, non poteva esimersi dal confronto, e noi spettatori nonché amanti appassionati di cinema possiamo solo rallegrarci, perché Spielberg, checché se ne dica, è sempre Spielberg, e Lincoln è grande cinema, cinema spettacolare, storico, toccante, commovente, epico e tremendamente coinvolgente. Basato in parte sul libro di Doris Kearns Goodwin Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln, sceneggiato da Tony Kushner (già sceneggiatore di Munich per Spielberg, e autore dell'opera teatrale Angels in America: A Gay Fantasia on National Themes, vincitrice del Pulitzer ed ispiratrice della bellissima miniserie omonima Angels in America; ecco, una delle note curiose è che i dubbi sulla sessualità del Presidente non siano stati minimamente sfiorati, ma aspettarsi una cosa del genere da Spielberg era da illusi), il film di Spielberg, candidato a dodici premi Oscar, è, a dispetto delle due ore e mezzo di durata, un vero spettacolo di messa in scena, recitazione, fotografia (quasi completamente a lume di candela, potremmo scomodare Von Trier e il suo Dogma), e chi più ne ha più ne metta. Costruzione mirabile, già dall'apertura, dove Spielberg ci ricorda che una delle sue ossessioni è la guerra, mettendo un scena una porzione di Guerra di Secessione, sfumandola in un siparietto che potrebbe anche far sorridere, il Presidente che parla con alcuni soldati semplici e fa battute, Lincoln è, lo ripeto, grande cinema fin da quando iniziano le immagini. A un immenso Daniel Day-Lewis nei panni di Lincoln, fa da spalla un David Strathairn dimesso ma non meno intenso nella parte del Segretario di Stato William Seward; all'ennesima strabiliante prova dell'inesauribile Sally Field (Mary Todd Lincoln) fa da contraltare un altrettanto inesauribile Tommy Lee Jones semplicemente meraviglioso nei panni di Thaddeus Stevens. C'è Joseph Gordon-Levitt (Robert Lincoln), un imbolsito James Spader (W.N.Bilbo), l'immarcescibile Hal Holbrook (Preston Blair), un terzetto di attori favolosi quali John Hawkes (Robert Latham), Jackie Earle Haley (Alexander Stephens) e Tim Blake Nelson (Richard Schell), e via discorrendo. Io mi sono emozionato fin dai primi secondi, ma so che non faccio testo: però Lincoln è un gran film.
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