No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20120531

Gabriel's Gift

Il dono di Gabriel - di Hanif Kureishi (2001)

Londra, metà degli anni '80. Gabriel è un quindicenne sensibile, dotato, molto adulto per la sua età, al quale piace disegnare, fotografare, ma soprattutto, che vuole diventare regista. Usa i suoi disegni per creare degli acerbi storyboard. Purtroppo, dietro l'angolo c'è un evento spiacevole che scombussolerà i suoi progetti, visto che con un amico già stava pensando di recuperare una telecamera e cominciare le riprese. I suoi genitori si separano. O meglio: la madre Christine caccia il padre Rex di casa. Rex e Christine sono, in un certo qual modo, figli del '68 e dell'emancipazione dagli stereotipi della società; sono, in pratica, dei residuati degli anni '70. Rex è un musicista, anche piuttosto bravo, che per un brevissimo periodo ha militato nella band di Lester Jones, un artista che ancora oggi è famosissimo; ma dopo quel periodo, non è più riuscito a combinare niente di buono, recuperando qualche serata e qualche ingaggio qua e là. Ultimamente non fa assolutamente niente, è diventato solo un peso. Christine, che quando ha conosciuto Rex disegnava costumi di scena anche per la band di Lester, capisce che non c'è futuro, portando avanti questo tipo di situazione. Ecco quindi che prende la decisione: caccia di casa Rex, si trova un lavoro da cameriera, assume una ragazza alla pari (un'immigrata dall'Est Europa) perché si prenda cura di Gabriel, ed inizia a frequentare altri uomini. Gabriel è destabilizzato dalla nuova situazione, ed inizia a fare, vedere e sentire cose strane. Ma si prefigge un obiettivo, e lo persegue con una determinazione sbalorditiva.

Sbaglierò, ma più leggo cose di Kureishi, inglese di padre pakistano (e madre inglese), e più mi convinco che sia davvero uno degli scrittori contemporanei più importanti, più significativi, e più influenti. Sceneggiatore per il cinema, scrittore per il teatro, autore di saggi e soprattutto di bei romanzi, anche con storie relativamente brevi, riesce a creare (o ri-creare) un mondo, un mondo fatto sia di sfondi vividi che di personaggi, tanti, e tutti delineati in maniera invidiabile. Anche quelli che, ripensandoci, si possono considerare "minori", o comunque non protagonisti, nella mente del lettore sono chiari, ben disegnati, non è un problema immaginarsi perfino la faccia o il corpo. Se ci aggiungete che le storie che racconta non solo non sono mai scontate, ma riescono ogni volta a risultare profonde, introspettive, specchio dei tempi, significative, toccanti, romantiche ma dure, pieni di particolari talmente vivi che si possono quasi toccare, eccovi servito un (altro) romanzo da leggere tutto d'un fiato, che vi lascerà sicuramente qualcosa di buono.

20120530

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 6

La mattina seguente, domenica, partiamo per Nakuru insieme ad uno degli operai dell'officina, che, incaricato da Susy, ha preparato una nuova porta per l'orfanotrofio, e la monterà (mica lo fa gratis eh, intendiamoci). Lo portiamo quindi a Gilgil, e salutiamo i bambini e i tre "abitanti" del rifugio. Noi proseguiamo per il Lake Nakuru National Park, che si trova naturalmente nei pressi dell'omonima città. Dopo aver fatto i biglietti, si entra; naturalmente, si può entrare solo con un'auto, sia perché il parco è molto esteso, sia per la pericolosità di alcuni animali. Susy mi spiega che la miriade di fenicotteri rosa, per i quali è famoso il lago, in realtà sono "emigrati" verso il lago di Bogoria (che abbiamo visitato qualche giorno fa) e quello di Baringo (poco lontano da quello di Bogoria). Non che manchino gli uccelli acquatici. Ci sono le aquile urlatrici (o aquila pescatrice africana), gli aironi giganti, le umbrette, il martin pescatore bianco e nero, l'aquila africana, tra gli altri. Il primo incontro notevole è con un bel rinoceronte bianco (la specie più comune). Altri animali presenti, ancora più comuni, sono  naturalmente giraffe, bufali, molte varietà di antilopi tra le quali quella del cobo, babbuini (ai quali è "dedicata" addirittura un'altura (la Baboon Cliff, un punto panoramico mozzafiato, dove i babbuini si prendono notevoli confidenze con i visitatori, tanto che gli autisti locali non esitano a brandire bastoni per scacciarli). Giriamo incessantemente alla ricerca della visione di un qualche predatore, leone, ghepardo o leopardo che sia, ma la ricerca si rivelerà vana. Pranziamo all'interno del parco, in un resort che definirei lussuoso senza paura di sbagliare. Il luogo è innegabilmente bello, e Susy mi confida che la sua visione, la prima volta, l'ha convinta che avrebbe voluto vivere qua vicino. Mentre torniamo a casa, ripassiamo da Gilgil, che è di strada, a vedere il lavoro della porta. Troviamo i bambini che mangiano riso alla luce di una candela. Ma tutti si divertono quando faccio loro "sfogliare" le foto sul telefonino.
Il riposo dei bufali
Un cobo, in inglese waterbuck, o antilope d'acqua
Il primo incontro di un certo "peso"
Sembra un solitario, ma era attorniato da molti piccoli uccelli
Tipi da spiaggia
A rivederla così, sembra quasi una danza
Le nuvole non sono mai mancate
Qui si vede anche Susy
A vederli così, sembrerebbero tranquilli
Un panorama dalla Baboon Cliff
Sempre sulla Baboon Cliff, una famigliola

20120529

Sin destino

Blackthorn - di Mateo Gil (2011)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: maddé, so' sempre vivi i cauboi?

Butch Cassidy, noto criminale statunitense attivo a partire dagli ultimi anni del 1800, è ufficialmente morto nel 1908 in Bolivia. Sono in molti, però, a ritenere che la sparatoria in cui si dice sia morto, sia stata una messa in scena, per poter vivere in pace. Blackthorn parte appunto da questo assunto, e, se da una parte ci mostra cosa successe dopo la messa in scena della morte, dall'altra ci racconta, tramite flashback, la maturazione della partenza di Cassidy, Sundance Kid ed Etta Place verso il Sud America, ed i primi tempi in quel continente, fino alla morte di Sundance ed il ritorno di Etta negli USA. Proprio lì sta la ragione per la quale un ormai vecchio e stanco Butch Cassidy, che adesso si fa chiamare James Blackthorn, decide di lasciare il suo buen retiro in Bolivia, e tornare negli Stati Uniti.

Il western non muore mai, e, anche se di Sergio Leone ce n'è uno solo, quando è ben fatto intrattiene a dovere. Se poi dietro c'è pure una storia curiosa e buoni attori, ben venga. Questa co-produzione tra Spagna, USA, Bolivia e Francia, diretta (con buona mano, bisogna riconoscerlo) dallo sceneggiatore di molti film diretti da Alejandro Amenabar, Apri gli occhi (poi rifatto da Cameron Crowe come Vanilla Sky), Tesis, Mare dentro, Agora, e pure dell'interessantissimo El método di Marcelo Pineyro, risulta avvincente, anche se un po' pesante, nonostante non arrivi alle due ore, e mette sullo schermo un cast internazionale, variegato, non di super-stelle ma ugualmente interessante, e lascia spesso senza fiato per come riesce ad usare le location, tutte boliviane (La Paz, Potosì, Uyuni), riprese in maniera suggestiva e fotografate benissimo. Forse qualche passaggio di troppo tra i due piani temporali, e una storia davvero intricata, ma alla fine si lascia vedere senza troppi problemi. Butch Cassidy/James Blackthorn da vecchio è interpretato da un sempre ottimo Sam Shepard, ancora in grande forma; da giovane, nei flashback, è affidato nientemeno che a Nikolaj Coster-Waldau, attore danese che nell'ormai lontano 1994 fu lanciato a livello internazionale dal culto (danese, appunto) Nightwatch (in Italia fu ovviamente chiamato Il guardiano di notte), e che attualmente interpreta Jaime Lannister nel superbo Game of Thrones (in Italia, Il trono di spade). Eduardo Noriega (Apri gli occhi, La spina del diavolo, El método, Tesis), compagno di avventure spesso del regista, è Eduardo Apodaca. La faccia scavata di Stephen Rea, indimenticabile ne La moglie del soldato di Neil Jordan, è Mackinley, ma la sorpresa più grande che ho avuto, guardando questo film senza saperne più di tanto, è stata la presenza della sempre deliziosa Magaly Solier nei panni di Yana. Per chi si ricorda Il canto di Paloma, era la protagonista, Fausta, e recitava anche nel precedente film della stessa regista, Madeinusa. Il film nella versione originale alterna l'inglese allo spagnolo, com'è giusto che sia. Inedito in Italia.

20120528

doposcuola

Afterschool - di Antonio Campos (2010)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: un si 'apisce una sega

Robert è un adolescente alle prese con la prep-school, in pratica una scuola superiore che prepara all'Università; quella che lui frequenta è prestigiosa, situata sulla costa est degli USA, e nasconde, oltre alle classiche insidie dell'età, quella della droga. Robert, i cui genitori probabilmente sono divorziati (al telefono sente sempre e solo la madre), è piuttosto timido ed introverso, "vive" tramite internet e soprattutto youtube, dove i video più cliccati sono quelli amatoriali dove si mostrano risse o cose buffe con protagonisti bambini o animali, ed impara "l'amore" attraverso i porno. Ecco che l'approccio verso l'altro sesso è ancor più difficile. Non lo aiuta il compagno di stanza Dave, piccolo spacciatore, mai un po' di tempo per lo studio, ma ben inserito a livello di frequentazioni. Ad esempio, Dave è molto amico delle gemelle Talbert, due ragazze bionde, esili e bellissime, al massimo della popolarità, idolatrate da ogni persona della scuola, ma si guarda bene dal presentarle a Robert. Quest'ultimo, al contrario è molto attratto dalla compagna di corso Amy, ragazza che poco a poco sembra ricambiare questo interesse. Immerso nel corso di video, all'improvviso Robert si ritrova esattamente in mezzo all'evento più importante e terribile della scuola: mentre sta facendo delle riprese di un corridoio deserto, per il corso prima citato, da una porta escono le gemelle Talbert in evidente stato di overdose. Le due ragazze praticamente muoiono tra le sue braccia, senza che lui riesca a chiamare i soccorsi. Convinto che la droga venduta loro da Dave le abbia uccise, mentre il suo rapporto con Amy sta per passare alla "fase successiva", Robert ed Amy vengono incaricati di girare un video commemorativo sulle gemelle decedute, mentre la verità viene pian piano edulcorata.
Ecco un classico caso-limite. Afterschool, impressionante debutto del giovane newyorkese Antonio Campos, "mezzosangue" di origini italiane e brasiliane, è un film degno di nota, coraggioso, che parla effettivamente della realtà giovanile, ma che adotta un linguaggio e uno stile che naturalmente allontanerà parecchi spettatori. Il film, infatti, piacerà solo a chi è preparato a lunghe sequenze apparentemente senza significato, noiose, con ritmo bassissimo, immagini sfuocate, quasi amatoriali, dialoghi smorzati, biascicati, accennati, silenzi, monosillabi, inquadrature che spesso, se non sfuocano le facce, le tagliano via, montaggio spiazzante. Il risultato è ugualmente spiazzante, alla fine, ma senza dubbio "cattivo", crudo, personalmente l'ho giudicato interessante, e mi riprometto di cercare il nuovo film di Campos, Simon Killer, recente, girato a Parigi, in attesa di distribuzione. Il cast dei giovani contiene alcuni motivi di interesse. Il protagonista Robert è interpretato da Ezra Miller, che abbiamo ammirato ultimamente in ... e ora parliamo di Kevin, e trasmette un'inquietudine a tratti disturbante. Nei panni del suo compagno di stanza Dave troviamo Jeremy Allen White, che altri non è se non il Lip dello Shameless statunitense. Infine, l'inizialmente timida Amy ha le fattezze di Addison Timlin: se vi chiedete dove l'avete vista, era (anzi, è stata, dopo qualche anno rispetto a questo film) Sasha Bingham (belle tette) in Californication.

20120527

(500) Days of Summer

(500) giorni insieme - di Marc Webb (2009)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: è propio 'osì (speriamo)

Los Angeles, California. Tom è un giovane laureato in architettura che ha rinunciato alla professione, ed ha ripiegato su un impiego da creativo per modo di dire: scrive slogan da apporre su biglietti d'auguri. E' timido, ma cerca il vero amore. Educato, con una moderata voglia di divertirsi, gli piace la buona musica ed ha un paio di buoni amici, uno dei quali lavora con lui. Un bel giorno, nell'ufficio arriva la nuova segretaria del capo. Si chiama Summer (nella versione italiana Sole; prego notare la perdita del bel gioco di parole dettato dal titolo originale), non è bellissima ma Tom se ne innamora perdutamente, anche se stenta ad ammetterlo perfino a se stesso. Sempre timidamente, Tom diventa amico e dopo amante di Summer; Summer continua a ripetere che non cerca una relazione stabile, mentre Tom diventa sempre più dipendente dalla presenza della ragazza.

Con colpevole ritardo, con molta calma, una sera africana mi sono visto questo delizioso debutto sulla lunga distanza dell'esperto videoclipparo Marc Webb, prossimo regista del reboot di Spider-Man (The Amazing Spider-Man). Il film è delicato, ma non risparmia un poco di dolore ai più sensibili. Movimentato da continui rewind e flash forward lungo i 500 giorni del titolo, la regia di Webb e la sceneggiatura di Scott Neustadter e Michael H. Weber (che in seguito hanno creato la serie tv Friends with Benefits, della quale vi parlerò in seguito) prendono per mano lo spettatore, lo intrattengono con divertimento, dialoghi brillanti, delusioni, un finale aperto e pieno di speranza, non senza lanciare spunti di riflessione sul comportamento umano, quando è alle prese con il corteggiamento e il rapporto di coppia. Joseph Gordon-Levitt (Tom) è come sempre da abbracciare, Zooey Deschanel (Summer/Sole) sembra nata per la parte, Chloe Grace Moretz (Rachel, la sorella piccola di Tom, la voce della sua coscienza) beneficia, come spesso le capita, di una parte spettacolare, anche se in questo caso con minutaggio ridotto e non da protagonista. Breve apparizione per la bella Minka Kelly (Autumn, cambiato in Luna - ahimé - per la versione doppiata), la Lyla Garrity di Friday Night Lights (serie tv).
Non è certo un capolavoro, ma senza dubbio un film romantico non sdolcinato, e per niente stupido. Splendide citazioni cinematografiche disseminate lungo l'arco del lungometraggio.

20120526

e pace in terra

Et in terra pax - di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini (2011)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: ce ne fusse

Roma caput mundi, si dice. Ma quando sei in periferia, c'è poco da latineggiare. Legate dallo stesso enorme condominio senza personalità, tre storie apparentemente slegate, si intrecciano fino ad esplodere. Marco esce di galera dopo 5 anni (per spaccio), e prova tenacemente a farsi una vita lontana dall'illegalità: è impossibile, e torna allo spaccio, fermo sulla panchina in mezzo al quartiere, come su un faro che gli permette una visione globale sulla miseria circostante. Sonia, che vive con la nonna, cerca disperatamente di studiare e raggiungere la laurea, e contemporaneamente di rendersi indipendente economicamente: l'unica via di guadagno è il bar, in realtà una bisca, nonché crocevia di malavitosi di piccolo cabotaggio, di Sergio. Faustino, Massimo e Federico sono invece tre amici inseparabili, nonostante le loro diversità, e l'amicizia in questione li fa sentire come invincibili; questa sensazione li porta ad azioni che, nella loro irreversibilità, possono condannarli a non avere futuro...

Il Serpentone del quartiere Nuovo Corviale a Roma è lo sfondo, invadente ma necessario co-protagonista, di questa quasi opera prima (in realtà i due hanno condiviso ben tre cortometraggi prima di questo lungo, e Coluccini è stato regista di un documentario), che dovrebbe essere un lavoro che inorgoglisce in quanto italiani, e invece è stato praticamente invisibile. Girato evidentemente con budget ridotto, ha una fotografia decente, denota buona tecnica, assembla un discreto gruppo di attori, all'interno dei quali spiccano Fabio Gomiero (Federico), Maurizio Tesei (Marco) e Ughetta D'Onorascenzo (Sonia), ma soprattutto un'ottima sceneggiatura, stringente e ad orologeria, dialoghi crudi e credibili, scenari da bassofondo finalmente altrettanto credibili.
C'è tensione, azione, riflessione, c'è una fotografia abbastanza triste, ma innegabilmente reale, di una disperazione tutta italiana. Non sarà perfetto, ma ad averne.

20120525

l'uso disumano di esseri umani

The Inhuman Use of Human Beings - This Broken Machine (2012)

Si, lo so, non è corretto, è la band di un amico. Ma i ragazzi milanesi ci sanno fare piuttosto bene nel loro campo, e il disco è registrato in modo più che soddisfacente. Meno ricercati dei Tool, ma non senza velleità, spesso siamo dalle parti degli Isis, meno spesso (ma con risultati interessanti) ci si ritrova verso un metal più estremo, che non disdegna di sottolineare radici classic, senza risultare stantìo. Poco growling, ma discreto, parti melodiche interessanti. Suono d'insieme compatto e con un bel tiro complessivo; tecnica individuale media ragguardevole. Bravi. (Grazie a Filo per la segnalazione)

http://www.tbmband.com/

20120524

Mother Night

Madre notte - di Kurt Vonnegut (1961)

Howard W. Campbell Jr, nato negli USA, emigrato insieme alla famiglia in Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, cresce da tedesco. E' un drammaturgo, sposato con la bellissima e amata Helga, che fa da splendida protagonista in tutte le sue commedie; allo scoppiare della Seconda Guerra Mondiale, le sue commedie sono le preferite da Hitler, dai suoi leccapiedi e dai suoi bracci armati. Viene quindi ingaggiato dall'establishment nazista come voce della propaganda in inglese: condurrà un programma radiofonico, durante il quale esalterà la nazione ariana, il suo credo, le sue assurde convinzioni, per reclutare adepti tra gli statunitensi. Viene contattato da un agente del ministero della guerra statunitense che, cosciente del fatto che Campbell non è per niente interessato al nazismo, gli propone di diventare un agente del controspionaggio.

Sono d'accordo con chi dice che, leggendo questo Madre notte (per di più, nel mio caso, il primo libro in assoluto che leggo di Vonnegut), non si ha immediatamente l'impressione che sia un libro-capolavoro. Esile, con una prosa semplice, diretta, seppur lasciando molte cose in sospeso, nebulose, evidentemente fin troppo profondo per impattare nell'immediato, Vonnegut per prima cosa destabilizza il lettore con quel suo cinismo che può perfino essere scambiato per superficialità, affrontando un tema a tutt'oggi scottante come l'Olocausto (e averlo letto contemporaneamente a L'industria dell'Olocausto di Finkelstein - del quale vi parlerò tra un po' - ha, probabilmente, contribuito ancor di più ad apprezzare il cinismo raffinato di Vonnegut), dopo di che orchestra un plot struggente, vissuto dal protagonista con sofferenza ma raccontato con distacco, altro espediente che destabilizza il lettore, e produce, a posteriori, l'effetto riflessivo che conferisce il valore aggiunto. Libro profondamente intelligente, scritto da una mente più che lucida e graffiante.

20120523

deathless

The Vampire Diaries - di Kevin Williamson e Julie Plec - Stagione 3 (22 episodi; The CW) - 2011/2012

A volte, è una condanna essere metodici. Che continuassi a guardare TVD perché non faccio vita sociale, lo avevo già supposto nel commento alla seconda stagione; comincio a pensare però che sono troppo buono per abbandonare una qualsiasi serie, quando l'ho cominciata. La prima parte della stagione appena conclusa, beneficia ancora di quel lieve innalzamento qualitativo della scrittura; ma, a lungo andare, ci si rende conto che (e dispiace usare una citazione di un certo livello) tutto cambia perché nulla cambi. In The Vampire Diaries, ed in particolare a Mystic Falls (la fittizia cittadina della Virginia USA, dove la serie è ambientata), nonostante la presenza ormai in pianta stabile di vampiri standard, vampiri cosiddetti originals (i "capostipiti"), streghe, uomini lupo, cacciatori di vampiri, ibridi (nuova razza formata da vampiri incrociati con uomini lupo), non muore veramente mai nessuno. E' chiaro che dobbiamo sempre tenere presente il target della serie, che è poi il target della rete che lo propone negli USA, che è teen-oriented, ma, facendo un confronto iperbolico, è qui, in questo tipo di scelte, che si riconoscono le cose grandi. L'esempio ormai classico è Game of Thrones e (spoiler alert per chi fosse intenzionato a vedere quel serial e non avesse ancora assistito alla prima stagione) la morte dell'assoluto protagonista della prima stagione (Ned Stark/Sean Bean), avvenuta nel nono episodio (su dieci) della prima stagione, seguendo l'episodio con il picco di share, e facendolo battere all'episodio seguente. Scelta coraggiosa, mentre qui, Williamson, Plec e con loro il team degli sceneggiatori (magari seguendo le direttive dei libri, questo non so dirvelo), tendono, dopo aver sacrificato qualche carattere nelle prime due stagioni, a conservarli tutti quanti, in una maniera o nell'altra, generando solo confusione. Confusione acuita dal tormentone ormai insopportabile dell'amore della protagonista per entrambi gli altri due protagonisti. Recitazioni che continuano a fare acqua, piacevole, a livello estetico, l'ingresso del personaggio di Rebekah, interpretata dall'australiana Claire Holt, notevole, per il livello della serie, il cliffhanger dell'episodio finale. Gli share rimangono buoni, per cui ad ottobre partirà la quarta stagione.

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 5

Paul
L'esterno del centro; in primo piano, Zacharia. Dietro
potete scorgere Jaki col cappuccio tirato sù.
Il nuovo bagno, in costruzione
Joice (a sinistra) e Susan (a destra)
Alcuni dei bambini (scusate,
la foto è obiettivamente sfuocata).
John; ha un ustione che non permette il corretto
allungamento di una delle gambe. Avrebbe bisogno
di un'operazione di chirurgia plastica.

Jaki

20120522

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 4

Il monte Longonot è un vulcano che ha eruttato l'ultima volta nel 1860, e si trova vicino a Naivasha. L'area è protetta, con un Parco Nazionale, e contiene una sorta di doppio percorso di trekking non troppo difficile. Ci sono circa 600 metri di dislivello tra il cancello del parco, e il bordo del vulcano (il percorso che abbiamo fatto noi; c'è anche un sentiero di oltre 8 chilometri, che in pratica è il bordo del vulcano, ma abbiamo lasciato perdere, anche perchè, tanto per cambiare, stava arrivando la pioggia pomeridiana). Ismail l'ha fatto in scioltezza, io ho dovuto fare ricorso a tutte le mie riserve, la discesa è stata quasi peggio della salita, ma in poco più di 4 ore ce l'abbiamo fatta. Le prime due foto mostrano Ismail che fa una foto a me che faccio una foto a lui, e un'altra panoramica, dove si vede il lago Naivasha. Dopo essere tornati alla base (durante il ritorno un auto che ci ha sorpassato ci ha segnalato che una delle nostre ruote di dietro "tremava"; ci siamo fermati ed abbiamo verificato che mancava un bullone, e gli altri non erano stretti a dovere) e pranzato, ci siamo lasciati andare all'ozio.
Il giorno dopo, ridendo e scherzando, eravamo a sabato, ed era già passata una settimana. Al mattino, io e Ismail andiamo all'Hell's Gate National Park. Pochi giorni prima, mi dicono che ci sono morti alcuni ragazzi, che erano nella gola (che vedete nella terza e nella quarta foto), e sono stati travolti dall'ondata di piena causata naturalmente dalle copiose piogge. Tutti ci domandiamo che cosa ci stiano a fare i rangers del KWS. Un po' come in Italia (si chiude la stalla dopo che i buoi sono scappati), oggi la gola è chiusa. Lo scenario è comunque interessante, gli animali sono quelli più comuni, non pericolosi, ed è per questo che incrociamo diversi gruppetti di turisti in mountain bike; c'è perfino una relativamente piccola formazione rocciosa, sulla quale si può fare free-climbing. Un altro centro di interesse dovrebbe essere il centro culturale Maasai, accanto al villaggio della stessa tribù, ma, anche prima che me lo dica Ismail, capisco che entrando lì dentro, l'unica cosa da fare sarebbe resistere alle mille offerte di comprare qualcosa. La miseria e l'isolamento è però tangibile; la chiusura della gola fa si che quasi tutti i banchetti di legno che vendono artigianato maasai siano chiusi. L'unica donna che ha il banco "aperto" a malapena parla. Lo spettacolo della gola, anche vista da sopra e non da troppo vicino, è comunque impressionante. Ismail si ferma a chiedere informazioni sia ad una ranger (che sembrava intenta ad imparare ad andare in mountain bike, ma che, sarà il fascino della divisa verde militare, aveva il suo perché), sia a due uomini che sembravano del luogo, e risultano contrastanti, sulla chiusura della gola. Ad ogni modo, non c'è motivo per rischiare. Le zebre iniziano a rimanermi sui coglioni: ce ne sono così tante...
Torniamo a casa, e pranziamo con Susy, che ha finito di lavorare. Decidiamo che è arrivato il momento, anche per me, per andare all'orfanotrofio di Gilgil. In realtà è una sorta di casa-rifugio, non solo per orfani; Gilgil è un'altra cittadina, più o meno della grandezza di Naivasha, sempre sulla stessa autostrada lungo la quale c'è la tenuta dove lavora Susy, solo in direzione opposta. Susy è sempre stata attiva nel campo della solidarietà, e qui, essendo vicina, si è presa a cuore questo posto, oltre a dare una mano a molti ragazzi e ragazze che studiano, anche figli di dipendenti della tenuta. C'è un borsone di indumenti smessi, ma in buono stato, da portare ai bambini, quindi partiamo. Beh, è inutile che ve lo neghi: dopo 15 minuti che ero dentro all'orfanotrofio, con un bambino piccolissimo in braccio, ho stentato parecchio a trattenere le lacrime. E continuavo a ripetermi che il Kenya non è nella top ten dei paesi poveri...
La sussistenza degli abitanti del centro dovrebbe essere sostenuta dallo stato, ma com'è, come non è, molti dei 15/20 bambini sono malnutriti. Non c'è acqua corrente, non c'è elettricità, il gabinetto è esterno e malmesso. Tutti i bambini puzzano, è evidente che l'igiene personale è un optional. E non ve la starò a menare con i loro occhi: nonostante tutto, sono tutti bellissimi. Nelle stanze dove giocano, studiano, dormono, c'è un puzzo infernale. Susy mi sussurra: "che differenza, nascere in un posto o in un altro...". Oltre ai bambini, ci sono una ragazza sui 15 anni, Joice, e una più grande, Susan, che ha pure un figlio (quel piccolissimo che avevo in braccio poco fa). Poi c'è Zacharia, un anziano, che prova a coordinare, ma si sospetta che faccia un po' il furbo. Ci portano le pagelle dei bambini. Ismail le "interpreta", ed eleggiamo i due più meritevoli. Visto che non hanno ricevuto niente dal borsone degli indumenti, li portiamo con noi per comprargli qualcosa. Magari potremmo pure comprare qualcosa da mangiare a tutti. I due piccoli, Jaki e Paul, sembrano muti, robotici, anche se Paul, se lo guardi fisso, sorride. Jaki invece noi. Scendiamo mentre inizia a piovere, per le strade fatte di fango, i bambini hanno delle ciabattine di plastica, entriamo in un minimarket locale, i due sembrano storditi da quel poco che c'è. Prendiamo riso, ugali, carne, saponi. Poi proviamo qualche negozio di abbigliamento, ma ci sono cose troppo ricercate, vistose. Andiamo al mercato degli indumenti di seconda mano, e lì c'è veramente un sacco di gente. Riusciamo a trovare un giubbotto per Jaki (lo vedete nelle foto, si è messa il cappuccio e non se l'è tolto per almeno due giorni), ma non appena si sparge la voce che ci sono due bianchi che comprano, i prezzi lievitano. Io e Susy, insieme a Jaki, dopo che le abbiamo comprato pure un paio di stivalini di gomma, rimaniamo in macchina, Ismail si porta dietro Paul per comprare qualcosa pure a lui, con un po' più di calma. Insegno a Jaki ad usare le foto sul mio telefono, a sfogliarle, e come per magia comincia a parlare senza più smettere, naturalmente in swahili, e devo farmi aiutare da Susy per capire qualcosa. Le insegno a tirare i baci, ma è timida. Torna Ismail con stivalini e giubbotto per Paul (e pure delle mutandine per Jaki... poco prima, mentre io sollevavo Paul e Susy sollevava Jaki per passare sopra ad una pozzanghera, alla bambina sono cadute, e Susy mi ha detto "meno male non hai visto... roba da matti"), e riportiamo i bambini al centro. Ce ne andiamo a cena non senza un certo senso di colpa.

Jaki sorride, finalmente, col suo nuovo giubbottino


20120521

a zio

AZio mi scariichi ai se eu te pego e poi quanto e' alto il grattacielo che hi vistoa? Oggi a scuola ho fatto un troiaio in italiano..ciao

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 3

Il lunedì mattina passa svogliatamente, e con un po' di preoccupazione. L'auto è in officina per riparare la gomma bucata ieri, ed altri controlli sul motore, e appare subito chiaro che ci rimarrà per qualche giorno. Ecco allora che il programma alternativo proposto dai miei amici diventa l'unico praticabile. Susy uscirà prima da lavorare, e tutti insieme prenderemo un matatu per arrivare prima a Nakuru, poi fino a Marigat, dove ci sarà da fare un ultimo passaggio per arrivare al Lake Bogoria Spa Resort (non fatevi ingannare dall'immagine lussuosa, bisogna farci un po' "la tara"), dove dormiremo, per poi, il giorno seguente, visitare il Lake Bogoria National Reserve. Ora, se è vero che spesso è più importante il viaggio del luogo dove vai, qua di sicuro non ti annoi. I matatu sono un'esperienza, un po' come tutti i mezzi di trasporto nei paesi in via di sviluppo, o in quelli che stanno "retrocedendo" (pensate ad un viaggio in treno in Italia, che non sia in prima classe sul Freccia Rossa). Secondo su quale linea stanno viaggiando, il massimo numero di passeggeri viene sistematicamente ignorato, per cui ti ritrovi a volte in condizioni di soffocamento, e non è detto naturalmente che i passeggeri siano umani: le galline ti fanno spesso compagnia. A Nakuru, il punto di smistamento dei matatu è una bolgia: persone che camminano dappertutto e matatu che passano più che vicino alle persone stesse. E poi, una marea di persone che cercano di venderti di tutto, ovviamente ancora di più se sei bianco. Non so se corrompendo l'autista o meno, Ismail mi fa avere, sulla tratta Nakuru-Marigat, uno dei due posti davanti, accanto all'autista stesso. Nell'altro c'è una giovane locale, carina, con bambina di circa 3 anni. E' lei che attacca bottone, domandandomi dove sono diretto e chiedendo se poteva dare un'occhiata alla brochure del resort, e insomma, il viaggio passa più veloce. Si chiama Jane ("Like Tarzan's fiancee! Oh no, forget it, bad joke". Poi ho scoperto che Tarzan mica lo conoscono in Kenya), fa l'insegnante, era in viaggio dalla mattina alle 6, e la bambina si chiama Prudence. Mi racconta del suo lavoro, mi domanda quanto ho pagato il biglietto aereo (Susy mi dice che è una domanda che viene fatta molto spesso), mi dice che lì gli stipendi sono miseri, mi chiede quali sono le differenze tra l'Italia e il Kenya. Evito di farle domande troppo personali, tipo dov'è il padre di Prudence, ma la sensazione è che non si sarebbe fatta troppi problemi a rispondere. Quando ne parlerò con Ismail, gli dirò che non sono andato oltre perché ho ancora una mentalità da "come sarebbe potuto essere", e lui si metterà a ridere parecchio. Arriviamo che è buio, e dopo contrattazione troviamo un taxi (non ufficiale) che ci porta al resort. Ci teniamo il numero dell'autista, dicendogli che probabilmente lo chiameremo per l'indomani. Scopriamo, infatti, che non c'è niente di "acquistabile" dal resort, per fare un'escursione nella riserva. Le tariffe dei resort, così come quelle degli ingressi nei parchi, sono profondamente diverse, se sei residente o se sei un turista, ma visto che prendiamo una tripla e gli altri due sono residenti, riusciamo a strappare il prezzo più basso. Ceniamo a buffet in loco, e dopo cena io e Ismail, che però non è un appassionato di calcio, ci vediamo la prima mezz'ora di Manchester City - Manchester United (per la cronaca, scoprirò qui in Kenya che lo sponsor dello United è una compagnia di assicurazioni inglese, molto presente anche in Kenya), dopo aver telefonato all'autista. La mattina dopo partiamo di buon'ora per il parco, la giornata è splendente. Il territorio intorno al lago è caratterizzato dalla presenza di biogas sotterraneo, dentro il parco vediamo al solito un sacco di animali, tra cui diverse manguste. Ci sono pochi visitatori, e nonostante alcuni di loro si siano portati l'occorrente per un picnic, non mi viene da pensare neppure per un momento che è il Primo Maggio, e che molti, in Italia stanno facendo un picnic. Lo scenario è abbastanza mozzafiato, anche per uno scafato come me. Torniamo verso Marigat, e decidiamo di non pranzare, di saltare sul primo matatu, e di arrivare a Nakuru, e lì di pranzare. Sempre grazie alla diplomazia kenyota (Ismail), salgo davanti. C'è, tra i passeggeri, un personaggio che sembra ubriaco, ma non troppo molesto. Dice di essere un poliziotto, e io rispondo che quindi possiamo stare tranquilli, lui ride e il tormentone del viaggio (anche se mi ascolto un po' di musica in cuffia) diventa il suo "feel at home", per dire che sono benvenuto. Mentre arriviamo a Nakuru, si avvicina la pioggia, andiamo a mangiare in un ristorante che ha una terrazza, dalla quale si vede la città (e anche i suoi lati peggiori, o quantomeno non troppo belli), ma anche il lago Nakuru. Una delle riflessioni, che condivido con Ismail, è che se è vero che le guerre del futuro si combatteranno per l'acqua, anziché per il petrolio, il Kenya dovrà stare attento a non farsi soffiare le sue cospicue riserve d'acqua. Soprattutto questa regione è costellata di laghi piuttosto grandi, infatti. Mentre mangiamo si scatena l'acquazzone. Decidiamo di provare la soluzione "comoda": Susy chiama gli autisti della sua società, per sentire se ce n'è qualcuno in giro, magari verso Nakuru. La cosa funziona: finiamo di mangiare, prendiamo un tuk-tuk fino al vicino Nakumatt, facciamo spesa e aspettiamo uno degli autisti che ci viene a prendere lì. Mi prendo una mappa del Kenya, e una maglietta, che in pratica le mie 4 sono tutte ormai sporche. La prendo con lo stemma del Kenya (e ricordatevi questo particolare). Ne prendo una per mio nipote, con i numeri da uno a cinque (accompagnati dall'equivalente numero di animali, i Big Five) in swahili: non me lo aspettavo, ma sarà la prima volta che mio nipote si entusiasmerà per una maglia-regalo (o magari è diventato grande abbastanza per entusiasmarsi per finta per un regalo del quale non gli frega niente, vedrò di capirlo).
Il giorno seguente siamo ancora senza macchina, e non è così soleggiato come la mattina precedente. Io e Ismail ci facciamo dare un passaggio da un altro degli autisti della tenuta, per andare nella vicina Naivasha per qualche commissione. Naivasha è una cittadina con meno di 20mila abitanti, che davvero non ha niente di interessante. E' situata sull'autostrada Nairobi-Nakuru, autostrada che prosegue fino al confine con l'Uganda, per cui molto trafficata da mezzi pesanti. Ismail mi rammenta che l'Uganda, e adesso pure il Sudan del Sud, non hanno sbocchi al mare e sono confinanti col Kenya, per cui il traffico merci passa tutto da qui. Parallela a questa autostrada, c'è pure l'Uganda Railway, usata soprattutto per le merci (la ferrovia passa anche immediatamente fuori dal cancello vicino a casa di Susy, la notte si possono ascoltare i treni merci che passano). Con un moto taxi andiamo dove dobbiamo rinnovare l'abbonamento alla tv: con altre attività, l'ingresso è sorvegliato dentro una sorta di fortino, e l'impiegata è ulteriormente dietro a delle sbarre. Poi torniamo "in centro", e facciamo un po' di fila agli sportelli bancomat. In realtà, noto insieme a Ismail che, ad esempio, a quello della Equity Bank c'è una fila micidiale, mentre a quello della Barclays no. Ismail mi spiega che per avere il conto alla Barclays si paga, poniamo, un euro ogni tre mesi, e la maggior parte delle persone non se lo può permettere. Guardie armate dappertutto, tanto per capirci, anche se con facce per niente cattive. L'esperienza più pregnante della giornata, però, è andare a farsi i capelli con Ismail. Ovviamente non per me, ma per il "negozio" dove andiamo, e lo potete apprezzare nella prima foto allegata. Lato sinistro, due poltrone e un ragazzino che taglia i capelli. Lato destro, un bancone, dei cataloghi, una televisione LCD che mostra film e serie, prevalentemente statunitensi. Il tipo che "vende" film e telefilm, in pratica, li scarica dalla rete, e te li masterizza in tempo reale. Dopo che il giorno precedente avevamo capito che entrambi amiamo le serie tv, ci eravamo accordati per prendere un paio di serie, genere commmedia, che nessuno dei due aveva già visto. Andiamo con Friends with Benefits e No Ordinary Family. Poi, un po' di spesa al supermercato locale, naturalmente più "povero" dei Nakumatt, dove mi esibisco in una caduta (a Livorno lo si sarebbe definito "pattone", anche) sulle scale già bagnate, per evitare una signora (e si, stava cominciando a piovere, tanto per cambiare), per fortuna senza conseguenze gravi. Pranziamo in un posto carino, lungo l'autostrada però, e poi prendiamo un matatu per tornare a casa.
Il giorno seguente lo passiamo aspettando l'auto che è ancora in riparazione. Quando ce la consegnano, Ismail mi fa fare un giro, non completo (la tenuta è, ripeto, enorme; ci sono, come detto, serre per la coltivazione delle rose, una scuola, diverse abitazioni per i dipendenti, alcuni cottages per turisti, molta terra destinata a coltivazioni varie, con grandiosi impianti di irrigazione), della tenuta. Passiamo diversi cancelli, che suddividono i settori, e vediamo, al solito, zebre, gnu, gazzelle, dik dik, facoceri, faraone, varie specie di uccelli, orici, e, mentre sta calando il sole, un ippopotamo che è già uscito dall'acqua. E' imponente anche da lontano, non ci avviciniamo troppo, e quindi non sono in grado di documentarlo con una foto. 
Una delle sere passate alla tenuta, dopo il termine dell'orario di lavoro di Susy, andiamo in palestra. Sempre all'interno della tenuta ci sono delle strutture tipo resort, in una di queste c'è una palestra attrezzata, con piscina all'aperto. Mi faccio un po' di vasche, anche se i primi 5 minuti sono in apnea dal freddo. 
Riparata l'auto, viene il giorno del monte Longonot. Nella foto, una vista dal bordo del cratere.

20120520

che giornata di merda

Ale.e.tommaso.dicono...giornata.stupenda...all insegna del video gio co.altro che giornata di merda ciao zio belle le foto

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 2

Come per dimostrare ancora una volta che la memoria funziona ormai solo a sprazzi, avevo completamente rimosso quello che avevamo fatto subito dopo il mio arrivo a Nairobi. In effetti, quando stavo tornando, alla fine del soggiorno, verso la capitale, mi ero reso conto di non aver visto granché della strada che, appunto, da Nairobi porta a Naivasha. Questo perché l'avevamo percorsa con il buio. Se non ci avete mai fatto caso, il Kenya è attraversato dalla linea immaginaria dell'Equatore. Questo fa si che il sole sorge più o meno alle 6 di mattina, e tramonta più o meno alle 18 del pomeriggio. Dopo che Susy ed Ismail mi sono venuti a prendere all'aeroporto Jomo Kenyatta (un po' il padre della Patria, primo presidente, presente su tutte le banconote, e, scopro solo adesso dalla scheda Wikipedia, prozio paterno - se solo sapessi cosa vuol dire - di Tom Morello), preoccupati che avessi fame (ma devo dire che sulla Emirates non ti fanno soffrire né la fame, né tantomeno la sete), ma anche avendo la necessità di fare spesa, mi hanno portato in uno dei 6 Nakumatt (precisamente il West Gate) di Nairobi. Ora, lo so che penserete che è da obesi americani, o da malati di shopping, da persona che non sa e/o non vuole capire come vive davvero la gente là. Però ero lì, e non mi sono lamentato: anche dalla più grande catena di supermercati kenyana, magari puoi capire qualcosa. Prima di fare la spesa, però, ci siamo seduti in un locale, visto che la struttura era un vero e proprio Mall all'americana (c'è anche il cinema). Non ricordo il nome del locale, ma ricordo molto bene almeno tre delle cameriere. Ora, c'è da aprire una parentesi per così dire simpatica. Ismail l'avevo conosciuto quando lui venne in Italia per alcuni mesi. Avevamo parlato un po', anche di cose "da uomini", e non so come era uscito l'argomento, ma era rimasto molto colpito dal fatto che mi piacessero le donne orientali, per capirci quelle con gli occhi a mandorla. Ecco perché Ismail, quando ha notato che cominciava a girarmi la testa in mezzo a queste bellezze d'ebano, è rimasto ancora più colpito. In pratica, mi ha detto "ma allora ti piacciono ANCHE le nere!". Eh si, caro Isma, come abbreviavo io.  Potrei aggiungere anche altri particolari fisici, che mi facevano piacere particolarmente almeno 3 di queste cameriere, ma sono sicuro che non interesserebbe particolarmente, soprattutto le lettrici donne. Fatto sta che Ismail da quel momento, non si è più dimenticato del fatto che mi piacessero le donne di colore scuro, e pure del fatto che non fossi né sposato né, tantomeno, fidanzato, e quindi in pratica tampinava, come si diceva forse una volta, le donne per me. Con risultati a volte davvero divertenti. Al supermercato, poi, mi sono ricordato di comprare per me, alcune cose che di solito non mi porto dietro, per non rendere troppo grande la busta trasparente per trasportare i liquidi e le altre cose teoricamente proibite nel bagaglio a mano (perché si, insisto ancora a viaggiare SOLO col bagaglio a mano): collutorio e deodorante spray, quest'ultimo può tornare molto più comodo di quello stick, quando tieni una felpa per tre settimane senza lavarla...
A parte le disquisizioni sulle donne o sulle tecniche di sopravvivenza col bagaglio a mano, nel supermercato c'è tutto, a prezzi quasi europei (vi faccio un esempio che magari non è proprio calzante, ma può servire: una t-shirt Adidas o Nike costa tra i 30 e i 40 euro, cambio grossolano incluso; una t-shirt qualunque della mia misura - XXL - circa 8 euro, una per mio nipote tra i 5 e i 6 euro). Nakumatt è kenyano, ma in realtà è di propeità, pare, di una famiglia indiana. Ignorantemente non lo sapevo, ma ci sono molti indiani in Kenya, così come ce n'erano in Uganda prima che il dittatore di turno li scacciasse. Se ho capito bene, gli indiani in Kenya ci sono dall'epoca coloniale inglese (che è durata dal 1890 circa fino all'indipendenza, ottenuta nel 1963). A parte il fatto che gli indiani del Kenya sono tutti piuttosto agiati, questo ha portato anche una discreta presenza della religione induista (ma, non vi preoccupate: il cristianesimo non lo batte nessuno, seppur diviso tra cattolici, anglicani e quaccheri). Detto questo, fuori dal Nakumatt West Gate, sulla via "di casa", il fatto che in Kenya il 50% della popolazione viva sotto la soglia della povertà si comincia a notare. Una frase ricorrente nella mia testa, durante questo viaggio, è stata: e figuriamoci, che il Kenya non è neppure nella top ten dei paesi più poveri.
Nella tenuta dove lavora Susy si entra da un cancello sorvegliato. C'è una vasca di liquido disinfettante per le ruote delle auto, e se possibile, anche i passeggeri debbono aprire gli sportelli e bagnare, dentro questo liquido, le piante delle scarpe. L'auto che Susy ha in dotazione è una Nissan Patrol modello vecchissimo, con due ruote di scorta sul portabagagli. Ismail è l'autista ufficiale, quasi sempre. La casa di Susy l'avevo vista in foto. Dentro è spartana, per così dire, ma ha 3 camere e due bagni. Mi hanno sistemato in una delle due camere non occupate, ma Susy si accorge che la mia bocca fa un movimento impercettibile, e mi dice che il giorno dopo mi farà trasferire nell'altra, leggermente più grande. Quando domando se c'è la lavatrice, mi viene risposto che no, c'è Ann. Ann è la housemaid: lava, stira, pulisce, per circa 8 ore al giorno (con "passo" africano). Quando è arrivata Susy, aveva due housemaid. Per farla breve, la lavatrice non è necessaria: lava Ann. Metto i panni sporchi nell'apposita bacinella, quindi. Ceniamo, e Ismail cucina, altra cosa alla quale è addetto, praticamente. Appena provo a cambiare canale alla televisione, che ha la parabola e quindi riceve molti canali internazionali, appare un messaggio strano. E così, si scopre che è scaduto l'abbonamento, e che lunedì dovremo ricordarci di andarlo a pagare.
A questo punto, più o meno confusamente, sono arrivato al leopardo in gabbia, e al giorno seguente al mio arrivo, domenica 29 aprile. Mi portano in uno dei molti parchi della zona, praticamente adiacente all'estesissima tenuta. E' qualcosa che si chiama Crater Lake, o giù di lì, per ovvi motivi. Si vedono già molti animali, di quelli docili. Il mio preferito è naturalmente il facocero: brutto, goffo, mi ci riconosco parecchio. Ne ammirate un esemplare nella prima foto allegata. Si buca una gomma, e la mia goffaggine, oltre alla mia negazione assoluta nei lavori manuali, si distingue: non è molto l'aiuto che riesco a dare ad Ismail, nel cambio gomma. Ma ce la fa praticamente da solo. Proseguiamo, e mangiamo dentro al parco, circondati da scimmie bianche e nere, pelose, e non chiedetemi il loro nome. Davanti, il lago che si è formato nel cratere del vulcano ormai spento, che mi ricorda quello visto in Nicaragua. Un bel posto, non c'è che dire. Sulla via del ritorno, guida Susy, che è meno sfrontata nell'affrontare le grandi pozze d'acqua che si formano nei percorsi sterrati, e dopo un po' rimaniamo stuck in the mud. Ismail si rimbocca i pantaloni e si immerge nella pozza, con la chiave a croce, per innestare le 4 ruote motrici: il modello della 4x4 è talmente vecchio che le 4 ruote motrici devono prima essere inserite manualmente. Ne usciamo velocemente. Sulla via del ritorno rimaniamo bloccati in un ingorgo causato dall'uscita di una partita di calcio. Il giorno seguente scoprirò che era finita in pareggio, e quindi continuo a non capire bene il perché di quell'euforia, ma è stata divertente, soprattutto quando uno attraverso il finestrino mi ha urlato se quella era la mia squadra preferita, toccandosi la maglia, ed io ho alzato il pollice in segno di approvazione. Mi ero dimenticato di dire che adesso, in Kenya, è la stagione delle piogge, e quindi di solito nel pomeriggio inizia a piovere, spesso per tutta la notte.
La strada per tornare verso "casa" è costellata di serre. La coltivazione intensiva delle rose è tipica di questa zona. Susy mi spiega che quelle serre che sono dentro la tenuta, hanno una sorta di "certificazione" di commercio equo e solidale, non ci sono sfruttamenti del personale che ci lavora. Su queste qui ha dei sospetti. So che è un po' razzista dirlo, ma la società (che dà pure il nome a una delle due squadre che si incontravano oggi) è di proprietà ebraica.

Nella seconda foto un babbuino, sempre in giro al Crater Lake, dopo di che, le altre tre foto sono del lago Bogoria (ci arriveremo); nella quarta e quinta foto, le chiazze rosa che notate sulla riva, sono create da gruppi di fenicotteri rosa.

20120519


per un giovedì alternativo
con il rock delle indie.

le sorelle dal vivo più distorte che mai!

LaDonna

Ultimamente avevo tralasciato di scrivere post "commemorativi" in occasione di morti illustri, per così dire. Stavolta, la morte di LaDonna Andre Gaines, in arte Donna Summer, avvenuta giovedì 17, che ci crediate o no, mi ha convinto che dovevo dire qualcosa. I motivi sono particolari, di certo non macabri, ma neppure così perversi come potrebbe sembrare, dopo che mi sarò spiegato. La disco music, al pari del rock, è stata un elemento importante nella mia formazione musicale. Bad Girls, il disco la cui copertina potete ammirare proprio allegata al post, è stato uno dei primi vinili che ho acquistato, tra il 1979 (il disco uscì quell'anno) e il 1980, probabilmente insieme a Kiss: Alive II. Entrambi erano doppi, li conservo ancora, e vi posso assicurare che la copertina di quello di Donna Summer è stata importante anche nella mia maturazione sessuale, e sono sicuro che alcuni elementi erotici in essa contenuti hanno generato in me alcuni feticismi. La sua importanza non si ferma però lì: il disco è pieno di belle canzoni, potenziali singoli (diventarono effettivamente singoli Bad Girls, Dim All the Lights, Sunset People, la famosissima Hot Stuff, e Walk Away), e alterna grande disco music elettronica, a ballatone alle quali la voce sexy e nasale della Summer dà il valore aggiunto. Il sud tirolese Giorgio Moroder, un maestro dell'elettronica, produce quello che, probabilmente, è il capolavoro dell'artista di colore nativa di Boston, che all'epoca era già famosissima grazie a singoli indimenticabili quali Love To Love You Baby (1975) e I Feel Love (1977). Il mio pezzo preferito, Our Love, mi ricorda che ho sempre sognato di suonarne una versione metal. Ieri sera ho ripreso in mano la copertina del vinile, e ancora una volta mi sono eccitato. Ti ricorderò per sempre così, Donna Summer.

20120518

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 1

Che mica è facile ogni volta raccontare un viaggio: guardate quel che (non) ho fatto col fine settimana lungo ad Istanbul. Non ho scritto niente, alla fine. Hai sempre in testa un mucchio di cose attorcigliate (e, in questo caso specifico, pure contrastanti), soprattutto se, quando stai scendendo dall'aereo, tua sorella al telefono ti dice che mentre eri via i ladri ti sono entrati in casa (per rubare, of course). Ecco perché, quando dopo qualche ora, passeggiando per Roma insieme all'amica Paola, che mi ha ospitato al ritorno, questa tipa del TG1, con cameraman annesso, mi ha chiesto di fare una domanda al Ministro Passera, che sarebbe stato presente in studio, non sono stato così brillante come invece lo ero stato 17 giorni prima, all'aeroporto di Fiumicino. Lì, dopo che l'amico Fabio, che mi aveva ospitato a sua volta, e mi aveva accompagnato all'aeroporto, ed avevo constatato, non senza sorpresa, che la Emirates, la compagnia aerea si degli Emirati Arabi Uniti, ma più precisamente dell'Emirato di Dubai (la Etihad, ad esempio, è quella dell'Emirato di Abu Dhabi, per dire una delle cose che ho appreso dall'amico Francesco), aveva aperto il check in ben 4 ore prima del volo, anziché 3, come scritto nell'e-ticket, avevo fatto la fila e, arrivato al desk, ero stato talmente simpatico con l'addetta, che dopo qualche decina di secondi di risate ininterrotte, la ragazza mi aveva chiesto: "signor Alessandro, ma lei per caso è un comico?". Tralascio la risposta, che ha fatto quasi cadere dalla sedia l'addetta del desk adiacente, generando l'interesse pure dei passeggeri in fila, ma vi assicuro che faceva ridere pure quella.
Vabé. Sono un ragazzo fortunato, come diceva Jovanotti prima di diventare un guru di sinistra: ho un sacco di amici e amiche, sparsi lungo la penisola ma anche all around the world. Quest'ultima parte è significativa, secondo me: se ci sono tante persone italiane che lavorano in giro per il mondo, anche senza essere necessariamente scienziati, un motivo c'è di sicuro. Quando la guardo da questo punto di vista, mi sembra di essere una sorta di sopravvissuto. Come che sia, partito verso le 22 abbondanti ora italiana, e arrivando a Dubai prima delle 6,00 del luogo, trovare posto nei bagni del grande, lussuoso ma affollatissimo (a quell'ora) aeroporto, è stato un problema. Prima delle 11,00, ora in cui avevo la coincidenza per Nairobi, comunque ce l'ho fatta. La Emirates, anche in classe economica, è una signora compagnia aerea, la scelta dei film, per chi se la cava con l'inglese, è davvero interessante, e quindi dopo aver sonnecchiato nella tratta precedente, sulla Dubai-Nairobi mi son dato da fare. Tra l'altro, il menù (e adesso parlo del cibo) è ottimo, e per il piatto principale si può scegliere tra 2 o addirittura 3 opzioni. A Nairobi c'è voluto un po' per fare il visto (40 euro, attualmente), dopo di che ho dovuto constatare che le cose che mi diceva l'amica Susy, che mi ha ospitato in Kenya, a proposito dei lavoratori locali delle strutture pubbliche, erano vere. Pagare le tasse sulla gelatiera che ero stato incaricato di portare a Susy e Ismail, il compagno di Susy, è stato più impegnativo che riuscire ad ottenere il visto sul passaporto (prima con il doganiere, poi con l'addetta alla riscossione, poi con quella dell'adiacente ufficio di cambio, visto che queste tasse si possono pagare solo in contanti e in valuta locale, lo scellino keniota. Passata questa, ho potuto abbracciare i due amici, che erano venuti a prendermi all'aeroporto, e che mi hanno prontamente portato a casa loro.
Susy lavora in una (chiamiamola) tenuta che, se vi aiutate con una mappa del Kenya, è tra le cittadine di Naivasha e Gilgil, un centinaio di chilometri a Nord Ovest di Nairobi. La zona, anzi, la provincia, è quella della Rift Valley, la più estesa del paese. Ismail studia all'Università di Kisumu, se non ricordo male, ed in questo periodo i corsi e gli esami sono terminati. E' stato soprattutto lui, il mio cicerone.
Questo enorme appezzamento dove Susy lavora (è davvero enorme), ha già, al suo interno, molti animali. I più comuni, da quelle parti, sono zebre, gazelle, orici, dik dik, facoceri, ma anche gnu. Siccome siamo molto vicino al lago Naivasha (dove ha vissuto Joy Adamson, quella di Nata libera) e ad un discreto fiume (del quale ignoro il nome), ci sono pure ippopotami. Molti anche gli uccelli, dei quali non vi so specificare i nomi. A casa di Susy ci sono due cani femmina (madre e figlia; la figlia ha partorito di recente 8 cuccioli, 4 sono morti), e un piccolo gatto che quando arrivo sta malissimo, mi dicono che sospettano abbia mangiato qualcosa che lo ha avvelenato. E' piccolo, col pelo ritto e piuttosto pelle e ossa, e gira in tondo (pare sia l'effetto del veleno), ma con i giorni si rimetterà in forze, anche se rimarrà strano, e si distinguerà per la voglia di entrare continuamente in camera "mia" e per altri passatempi quantomeno particolari. Ma la prima sorpresa arriva il giorno seguente al mio arrivo, come potete vedere dalla prima foto: nella notte, un leopardo è stato costretto da alcuni coraggiosi uomini della sorveglianza, a cadere in una trappola, e a breve verrà preso in cura dagli uomini del Kenya Wildlife Service. Nel frattempo, però, noi e molti abitanti e lavoratori della tenuta, ci rechiamo curiosi a vederlo. Vi assicuro che, pur non essendo per niente grande, anche dentro una gabbia fa paura, e gli occhi sono davvero cattivi. Quando si scaglia contro la gabbia, tutti, anche i più coraggiosi, fanno un salto all'indietro.

20120517

Open. An Autobiography

Open - di Andre Agassi (2011)


Andre Agassi è nato il 29 aprile 1970 a Las Vegas. Questa autobiografia (scritta insieme a J. R. Moehringer, scrittore e giornalista premio Pulitzer), visto che è uscita in lingua originale nel 2009, quindi prima che Agassi compisse 40 anni, potrebbe sembrare un po' troppo "in anticipo". Eppure, posso assicurarvi che Open è proprio un bel libro. Nonostante il mantra che Agassi ripete per tutte le quasi 500 pagine del libro, "io odio il tennis", e nonostante quello che ha scritto in proposito il New York Times Books Review, "Open è uno dei più appassionati libri contro lo sport che siano mai stati scritti da un atleta", non l'ho trovato così contro il tennis. Se in caso, contro certi genitori che riflettono sui loro figli le loro frustrazioni sportive e di carriera (come Emmanuel Agassian, il padre di Andre, olimpionico di pugilato iraniano, poi trasferitosi negli USA, dove cambiò il nome in Mike Agassi, e sposò Elizabeth Dudley, la madre di Andre e dei suoi tre fratelli), obbligandoli fin da età incredibilmente basse a sforzi disumani.
Non sono un appassionato di tennis, e non lo sono mai stato, anche se in passato l'ho seguito, a sprazzi. Certo è che Agassi tennista era un gran personaggio. Oltre ad essere un personaggio, e ad aver lasciato il segno pure nel mondo del gossip (un matrimonio senza figli con Brooke Shields, un'amicizia molto stretta con Barbra Streisand, un secondo matrimonio, che dura ancora oggi, con due figli, con la campionessa di tennis tedesca Steffi Graf), è stato uno dei più grandi tennisti della storia, con alti e bassi, con stravaganze, con un carattere anche irascibile, lunatico. Il personaggio Agassi mi piaceva molto. Ma mai avrei pensato di poterlo apprezzare tanto come dopo questo libro.
Open è degno di un film. Comincia con una scena che riprende nel finale, e poi, con un lungo flashback, ci racconta la vita di Andre, tutta in funzione del tennis, naturalmente. Ma tra un incontro e un altro, tra un torneo e un altro, Agassi ci lascia entrare nella sua intimità, ci racconta i suoi problemi fisici, ma soprattutto le sue debolezze mentali, il suo bisogno di circondarsi di persone fidate, i motivi della sua generosità; ci spiega con naturalezza la rivalità con il quasi amico Pete Sampras, la nascita, lo sviluppo, la fine del suo rapporto con la Shields, il suo incontro con le droghe, il suo corteggiamento alla Graf (protagonista, insieme ad Agassi, di un finale davvero commovente e, ancora una volta, molto molto cinematografico), ma soprattutto, l'uso di parrucchini! Il libro è ben scritto, e Agassi è una fonte continua di aneddoti divertenti, ma anche amari, riflessivi, quasi filosofici. Lettura appassionante, scorrevole, e perfino gli incontri raccontati a volte nel dettaglio risultano avvincenti, e nonostante l'uso, qua e là, di termini tecnici, riescono a descrivere la bellezza del gioco.
Grande Agassi.

20120516

Elsker dig for evigt

Open Hearts - di Susanne Bier (2003)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: è sempre la potta giovane che fa' gira' tutto

Cecilie e Joachim sono una giovane coppia danese, felice e piena di vita. Hanno deciso di sposarsi, sono felici. Joachim ha la passione dell'alpinismo, e sta per partire per una sorta di spedizione. Cecilie è un po' preoccupata, ma accompagna Joachim alla stazione, con la sua nuova auto. Joachim scende, e fa un po' lo stupido per attenuare il dolore dell'arrivederci. Fa avanti e indietro sulla strada, verso lo sportello del posto di guida dov'è seduta Cecilie. All'improvviso, un'altra automobile lo travolge. Alla guida c'è Marie, accanto la figlia  Stine. Joachim è in terra, privo di sensi, in un lago di sangue. All'ospedale, Joachim viene sottoposto ad una lunga operazione. Marie, sentendosi in colpa ma non riuscendo a trovare il coraggio per parlare con Cecilie, chiede al marito Niels, medico nello stesso ospedale, di parlare con lei. Niels la avvicina, e le lascia il suo numero di telefono. Niels e Marie hanno altri due figli oltre a Stine. Sono una famiglia felice, tornano a casa e festeggiano il compleanno della figlia grande. Ma sono tutti sconvolti, pieni di sensi di colpa. Stine e Marie stavano litigando, ha chiesto alla madre di accelerare, al momento in cui hanno travolto Joachim. Nel frattempo, Joachim si sveglia e scopre, subito dopo che il chirurgo lo ha detto a Cecilie, che non muoverà mai più le braccia e le gambe. Rimarrà paralizzato dal collo in giù. Cecilie è pronta ad aiutarlo, ma Joachim regisce malissimo, e la respinge. Cecilie è disperata, non sa con chi sfogarsi: chiama Niels. E, parla oggi, parla domani, tra i due nasce qualcosa...

Susanne Bier è una delle registe che negli ultimi anni mi ha impressionato di più. Ha diretto molti film, a partire dal 1991, ma questo è uno dei primi (a parte Pensione Oskar, del 1995) ad essere arrivato da noi. Soprattutto, questo, se non mi sbaglio, è il film che segna l'inizio della sua collaborazione con Anders Thomas Jensen, un genietto della scrittura (nonché regista del meraviglioso Le mele di Adamo). Si nota infatti chiaramente, che questa storia possiede già, in nuce, tutte le tematiche del cinema della Bier a venire. C'è da aggiungere che il film è girato in stile Dogma (ci si riferisce, infatti, a Open Hearts, il cui titolo in originale, Elsker dig for evigt, in danese significa "ti amo per sempre", come a Dogma #28), anche se possiede delle (chiamiamole) licenze. A partire dai titoli di testa, con uno stile (sono ripresi con una ThermaCAM) più che particolare, la Bier si distingue per creatività, ma durante la storia, naturalmente insieme allo sceneggiatore, si focalizza sui sentimenti, sulla fragilità degli stessi e soprattutto, dell'essere umano e della sua fallibilità. La fotografia ruvida e "naturale" aumenta l'impressione di trovarsi di fronte ad una situazione reale, possibile, e lo spettatore non può fare a meno di soffrire insieme ai protagonisti. Gli attori che interpretano i quattro personaggi protagonisti (che abbiamo poi rivisto in seguito, a parte Sonja Richter, che interpreta Cecilie, e che però speriamo di rivedere quanto prima, dato che ha interpretato The Woman That Dream About a Man, l'ultimo film di Per Fly (Gli innocenti, L'eredità, La panchina), altro regista danese interessantissimo) sono molto bravi e ben diretti. Detto di Sonja Richter (Cecilie), abbiamo Paprika Steen (Le mele di Adamo, Dancer in the Dark, Mifune, Festen, Idioti) nella parte di Marie, Nikolaj Lie Kaas (anche lui in Le mele di Adamo, Non desiderare la donna d'altri, Idioti, ma era anche in Angeli e Demoni) nei panni di Joachim, e uno dei miei idoli, Mads Mikkelsen, ormai lanciato verso una "parallela" carriera hollywoodiana (era ultimamente Rochefort ne I tre moschettieri), nei panni di Niels.
Un bel film, per una regista che tutt'ora ci sta regalando grandi film.

20120515

soldati cane


Dog Soldiers - di Neil Marshall (2005)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: i lupi ci sono, ma un balla nissuni

C'è una foresta scozzese che nasconde qualcosa di terribile. Una coppia viene massacrata da una creatura indefinibile. Nella stessa foresta, il capitano Ryan istiga i suoi uomini a diventare spietati: espelle dalla sua squadra speciale un soldato che si rifiuta di uccidere un cane. Qualche settimana dopo, ritroviamo questo soldato nella stessa foresta, agli ordini del sergente Wells, durante un'esercitazione. Mentre stanno consumando la cena, ecco che cade in mezzo a loro una carcassa di mucca, completamente spolpata. Il giorno seguente, il panico si impadronisce definitivamente di loro, quando ritrovano il capitano Ryan gravemente ferito, e, stranamente per un personaggio di quel calibro, spaventato a morte. Tutti i suoi uomini, che erano anche loro nel mezzo di un'esercitazione nella stessa foresta, sono stati massacrati. Sempre più impauriti, gli uomini cercano di uscire dalla foresta, ma la creatura, o le creature, che hanno provocato quei massacri, cominciano a braccarli.

Debutto sul lungometraggio di Marshall, Dog Soldiers è un film del 2002, uscito in Italia direttamente in dvd solo nel 2005. Non è certamente un film particolarmente originale o imperdibile, ma sicuramente lascia intravedere i temi portanti del cinema di Marshall. Così come già detto in occasione di Doomsday, il regista inglese è, come tutti i registi, prima di tutto un appassionato di cinema. Se in quel caso omaggiava registi come George Miller, John Carpenter e James Cameron, anche in questo ci sono molte citazioni, alcune delle quali esplicite (come quella a Zulu, film del 1964 di Cy Endfield), altre più o meno celate, a film di guerra, horror o fantascienza. Detto questo, il film è a tratti molto grezzo, ma prova a creare continuamente sensazioni di insicurezza, assedio, accerchiamento, così come, ad esempio, nel seguente The Descent, il regista sfiderà lo spettatore per tutto il tempo a non soffrire di claustrofobia. Acerbo, ma volenteroso. C'è Liam Cunningham nella parte del capitano Ryan.

20120514

difensore


Defendor - di Peter Stebbings (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: storia di un rintronato

In una non ben identificata città del nord America, vive Arthur Poppington. Arthur è un sempliciotto, con qualche problema di mente. E' convinto di essere un supereroe, Defendor; e nonostante non abbia alcun superpotere, nonostante l'amico Paul Carter, che si prende cura di lui assieme alla sua famiglia, di notte si veste con la tenuta che lui stesso ha ideato per Defendor, e combatte il crimine. Diventa facile preda di gente violenta, tra cui il poliziotto corrotto Chuck Dooney. La prima volta che si imbatte in Dooney, rimedia un pestaggio, ma la seconda, conosce Angel, una giovane prostituta. Arthur, convinto che la madre sia stata uccisa da un uomo ricco, potente ma cattivo, che lui chiama Capitan Industria, e che lui confonde con Radovan Kristic, un trafficante d'armi serbo, capisce che Angel lo può far arrivare a Capitan Industria. Inoltre, Angel non ha un posto dove andare, e Dooney, che in realtà era il suo protettore, ce l'ha con lei.

Debutto cinematografico dell'attore canadese Peter Stebbings, questo Defendor è un film curioso, che personalmente ho trovato piuttosto interessante e godibile. Meno "sfacciato", meno onirico, meno splatter, leggermente più plausibile di Super, film al quale somiglia davvero molto, ha il suo valore aggiunto nella prova ancora una volta magistrale di Woody Harrelson, qui nei panni del protagonista Arthur Poppington/Defendor. Harrelson disegna un personaggio instabile, cosa che a lui riesce davvero bene, capace di rabbia e dolcezza, ma che attrae l'empatia dello spettatore. Ma ci sono tutta una serie di caratteristi che "accompagnano", in maniera più che positiva, il lavoro del protagonista: Elias Koteas è il poliziotto corrotto Chuck Dooney, Michael Kelly è l'amico di Arthur Paul Carter, Sandra Oh è la psicologa Ellen Park, Clark Johnson è il poliziotto integro, il capitano Roger Fairbanks. C'è poi Kat Dennings, nella parte della prostituta Angel/Katerina Debrofkowitz, che buca sempre il video. Defendor non è completamente una commedia, non è completamente un film drammatico. E' un ibrido che, visto che la sceneggiatura è dello stesso regista, potrebbe riservarci, da parte di Stebbings, qualche bella sorpresa in futuro. Uscito direttamente in dvd in Italia.

20120513

nazione di fantasia


Daydream Nation - di Michael Goldbach (2010)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: la potta giovane fa girà la testa ma anche vella stagionata uguale

Caroline Wexler è una diciassettenne intelligente e piuttosto carina, abituata alle mille opportunità della grande città; ma dopo la morte della madre, il padre si trasferisce in una piccola cittadina di provincia, dove in realtà le uniche cose eccitanti sono un enorme incendio industriale che brucia da tempo immemorabile, e un serial killer che si aggira per la cittadina. Caroline, semplicemente per non annoiarsi, si inventa una nuova identità; è perfettamente cosciente del fatto che il coetaneo Thurston Goldberg, timido, introverso, sensibile, sia perdutamente innamorato di lei dal primo momento in cui l'ha vista, del fatto che sia un bravissimo ragazzo, e che sia l'unico adolescente che non è ossessionato dal sesso o dalla droga. Ma, forse proprio a causa di questa sua nuova identità inventata, decide di sedurre il professor Barry Anderson, giovane e piacente, ma di almeno vent'anni più grande di lei. Nel momento in cui Caroline capisce che quel rapporto non fa per lei, e decide di orientarsi su Thurston, il signor Anderson reagisce male.

Ci è voluto un titolo identico ad un album dei Sonic Youth, e un protagonista chiamato come uno dei leader della stessa band, per scovare e vedere questo film statunitense mai uscito in Italia, debutto alla regia di Goldbach. Ora, nonostante alcuni nomi relativamente importanti nel cast (Andie MacDowell è Enid, la madre di Thurston, Josh Lucas è Barry Anderson), e una apprezzabile realizzazione, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello della scrittura (la sceneggiatura è dello stesso regista, e funziona piuttosto bene), non è certamente un film memorabile. Fortunatamente, il tono del film si mantiene tutto sommato dalle parti della commedia, anche nei momenti in cui vira verso una specie di horror. L'ennesima deliziosa prestazione della magnetica Kat Dennings (Thor, Nick e Norah, 40 anni vergine, Defendor) nei panni di Caroline fa il resto, ed è, forse, l'unico motivo per cui andarsi a cercare questo film.

20120512

butteri ed extraterrestri


Cowboys & Aliens - di Jon Favreau (2011)

Giudizio sintetico: da evitare (1/5)
Giudizio vernacolare: robba da torta

Arizona, 1873. Jake Lonergan si sveglia nel mezzo al deserto, e si accorge di avere al polso un braccialetto molto strano, futuristico. Apparentemente, non si ricorda nulla del suo passato. Dopo aver fatto fuori tre cowboys che lo aggrediscono, arriva alla città più vicina, Absolution. Dopo essere stato curato dal prete, fa conoscenza con i personaggi della città. Poco dopo, nel saloon, viene riconosciuto come (appunto) Jake Lonergan, ricercato per un assalto ad una diligenza. Messo in carcere, attende di essere portato davanti al giudice federale. Ma prima che vi arrivi, delle creature non terrestri attaccano la città, e rapiscono delle persone: con l'aiuto del bracciale, Jake riesce ad abbattere una specie di navicella. Il guidatore però, riesce a fuggire. Tutte le persone disponibili di Absolution, si mettono allora sulle tracce dell'essere, per cercare di raggiungere le persone rapite.

Basato sulla graphic novel omonima di Scott Mitchell Rosenberg, Cowboys & Aliens è il classico esempio di come perfino discreti registi e ottimi attori possano prostituirsi per un unico scopo: i soldi. La cosa che non, dopo anni, continuo a non capire, è come possano gli spettatori pagare per scempiaggini del genere. La bellezza e gli occhi (a mio avviso ritoccati, almeno nel colore) di Olivia Wilde (Ella Swenson), non sono una spiegazione sufficiente. Film a tratti insopportabile, con sceneggiatura telefonata, buoni effetti speciali, e dialoghi risibili. Ci sono perfino Harrison Ford, Keith Carradine, Sam Rockwell, Paul Dano e Daniel Craig. Incredibile.