No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20111130

la grande fuga


The Great Escape of Leslie Magnafuzz - Radio Moscow (2011)

Può sembrare decisamente uno scherzo, un disco con un titolo del genere, ma non lo è. Terzo disco per la band, in origine una one-man band, formata dal "cervello" di Parker Griggs, polistrumentista malato di nostalgia per il rock che si suonava a cavallo della fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, questo disco è una sorta di trip lisergico, una jam session di dodici pezzi. Non stupisce che siano stati fatti firmare per l'etichetta dei The Black Keys da Dan Auerbach stesso, dopo che li ha visti live: ci sono momenti in cui Jimi Hendrix incontra i Led Zeppelin, e via dicendo.
Una serie quasi interminabile di pezzi killer, sui quali, forse, spicca la centrale I Don't Need Nobody.
Da ascoltare senza porsi troppe domande, anche solo per far si che si materializzino gli stessi fantasmi che, suppongo, attraversino lo studio o il palco, mentre i Radio Moscow provano, registrano, o si esibiscono live. Nostalgico ma assolutamente coinvolgente.

20111129

sogno


Bimong - di Kim Ki-duk (2008)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: troppo compri'ato

Jin fa l'incisore, Ran è una sorta di stilista, cuce vestiti. I due non si conoscono. Entrambi soffrono per amore: lui ama ancora la donna che lo ha lasciato, lei tenta disperatamente di dimenticare il suo ultimo uomo. Le notti di Jin sono tormentate da sogni che non riesce a comprendere. Una situazione che si fa sempre più inquietante, finché, dopo l'ennesimo sogno in cui è causa di un incidente grave, Jin si rende conto che quello che ha sognato è realtà, e che una persona è morta veramente. La polizia sospetta di Ran, ma Jin prova a costituirsi, senza riuscire a convincere nessuno che lui è il colpevole. Poi, prova a convincere Ran, scoprendo che soffre di un sonnambulismo acuto, finché i due non realizzano che, in qualche maniera inconcepibile, lei vive quello che lui sogna, qualsiasi volta si addormenti. Ecco quindi che i due si coalizzano per non addormentarsi.

Sostengo ormai da tempo che il grandissimo regista coreano dovrebbe prendersi una pausa, che a lungo andare i suoi film mostrano segni di stanchezza, non entusiasmano come fino a qualche anno fa. Mai, però, avrei pensato che se la prendesse veramente per un fatto così grave (attenzione spoiler): Kim Ki-duk, dopo questo film, si è ritirato in montagna ed ha sospeso il suo lavoro a tempo indeterminato, perché l'attrice principale di Bimong, durante una scena nella quale tenta il suicidio, ha rischiato di morire. In realtà, dopo qualche anno (un paio) di inattività, ha girato il documentario Arirang, dove parla di questa sua crisi.

Fatta questa doverosa premessa, tentiamo di analizzare Bimong. Aggiungendo che, per chi dovesse vedere il film, che non è uscito in Italia, potrebbe essere interessante sapere che Jin (Joe Odagiri) parla giapponese, mentre il resto del cast, a partire da Ran (Lee Na-yeong, quella che ha rischiato di morire), recita in coreano. Stranezze (probabilmente solo una scelta per risparmiare, visto che effettivamente Joe Odagiri è giapponese) da maestri. Bimong sembra dividersi in due parti. La prima parte è grottesca, buffa, quasi divertente. Le situazioni sono ridicole, le recitazioni sopra le righe, i tentativi dei due protagonisti per non dormire inducono ilarità nello spettatore. Ma, insieme alle due abitazioni, veri e propri quadri d'autore, sono proprio questi tentativi, soprattutto quando Jin si "modifica" la faccia per tenersi gli occhi aperti, rendendosi simile ad una maschera teatrale, che trasmettono agli spettatori più attenti, una sorta di segnale: c'è di più, non siamo di fronte ad una commedia. Naturalmente, chi conosce il cinema del regista coreano lo sa, se lo aspetta. Il problema è che, se si escludono appunto i due particolari citati poc'anzi, ed il fatto, comune a molti film di Kim, che i due protagonisti all'inizio sono dei perfetti estranei, la prima parte è decisamente troppo ridicola.
Il finale, la seconda parte, è un alternarsi di scene madri, alcune indimenticabili (la scena nel campo di grano, tutto il finale col montaggio alternato), tecnicamente e concettualmente molto interessanti, momenti drammatici ed intensi, sublimazioni e catarsi finale. Aggiungiamo il particolare, notato dai recensori più attenti, che in questo film si parla molto di più che in tutti gli altri film di Kim.
E' difficile dare un giudizio. A me Bimong è parso troppo discontinuo, seppure potenzialmente interessante, cervellotico come sempre, e se nella seconda parte ho riconosciuto l'autore che ho amato in molti film del passato, nella prima ho stentato a ritrovarlo. Seconda parte da 4/5, prima parte da 2/5.
Visto che il film non è di facilissima reperibilità, lascio a voi la decisione. Se siete fans, provate a recuperarlo, anche perché potrebbe essere uno degli ultimi, chissà.

20111128

Técnicas de masturbación entre Batman y Robin

Tecniche di masturbazione fra Batman e Robin - di Efraim Medina Reyes (2002)

Sergio Lingualunga è uno scrittore colombiano fallito, nato a Città Immobile, circondato da amici nullafacenti e pesudo-artisti, oppresso da una madre che in fondo gli vuol bene, e dal suo nuovo compagno. Barcamenandosi tra amori, droghe, alcol, letteratura e musica, oltre al suo lavoro in un'agenzia pubblicitaria, decide di abbandonare Città Immobile per Bogotà, per cercare la pace dell'anima, forse. Si troverà peggio. Probabilmente.

Irriverente, sfrontato, sboccato, passionale, lo stile dello scrittore colombiano, nato a Cartagena de Indias (che lui chiama, non solo su questo libro, Città Immobile) è sorprendente e ambizioso. Diverte sempre, coinvolge a volte, a volte diventa talmente pirotecnico che rende difficoltosa la lettura. In questo libro, dove la storia del protagonista sembra a tratti fare da sfondo ad una selva di amici, amiche, conoscenti, parenti, vicini, sconosciuti, si diverte ad ironizzare ferocemente sui manuali di autostima e simili, inserendone alcuni dentro il libro stesso. Conclude addirittura con alcune lettere, inviate o ricevute, dal solito Sergio.
Non facilissimo da leggere, io almeno ci ho messo un po', nonostante la relativa brevità, e ho dovuto iniziarlo più volte, certo è che, anche se magari questo libro è meno scorrevole di altri suoi, la scrittura dell'autore colombiano (con un debole per l'Italia) è una di quelle che lasciano il segno, così come i suoi personaggi, disperati, arrapati, ubriaconi, tossici, maniacali, semi-pedofili, ma talmente bisognosi d'amore al punto di morirne, in alcuni casi.

20111127

maschiaccio

Tomboy - di Céline Sciamma (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: manfruitismo all'incovercio, coll'aggravante d'essé bimbetti

Laure è una bambina di 10 anni, che vive con i suoi giovani genitori e la sorella piccola Jeanne. La madre è incinta, il padre spesso fuori per lavoro, anche se in famiglia tutto sommato regna l'amore. All'inizio dell'estate, tutta la famiglia cambia casa, e Laure quindi è costretta a confrontarsi con nuovi vicini, a cercare nuovi amici. Laure è un maschiaccio (tomboy, all'inglese), porta i capelli corti e veste in maniera maschile. nell'indifferenza dei bambini del nuovo vicinato, viene notata da Lisa, una coetanea, che scambia Laure per un maschio. Laure agevola l'equivoco, e le dice di chiamarsi Michael: è così che Lisa la presenta agli altri amichetti, tutti maschi. Ne nasce quindi una finzione che, al momento in cui Lisa si invaghisce di Michael, porta a conseguenze spiacevoli e imbarazzanti.

Film secondo me un po' troppo esaltato dalla critica, questo Tomboy è il secondo lungometraggio della giovane regista francese dopo lo sconosciuto Naissance des pieuvres, e delinea (avendo letto la trama del debutto) un'interesse particolare, da parte appunto della regista, verso la scoperta della sessualità, qualsiasi essa sia, da parte dei giovani e, in questo caso, dei giovanissimi.
Il film è lodevole sotto diversi punti di vista. Le recitazioni, che si sa, quando si tratta di bambini, sono delicatissime, sono ottime e appaiono spontanee e credibili. Zoé Héran (Laure/Michael), Malonn Lévana (Jeanne) e Jeanne Disson (Lisa), sono davvero ammirevoli. Il budget pare sia stato basso, i tempi di ripresa limitatissimi. Certo, non è un capolavoro di tecnica, non ha una fotografia particolarmente esaltante, ma, vista l'atmosfera realista, va benissimo così. Il risultato è un film senza dubbio interessante e delicato, assolutamente non didascalico, anzi, tutto il contrario: può essere che qualcuno lo consideri un problema, altri no. Non c'è voce fuori campo, non ci sono spiegazioni, se si escludono quelle della madre in una delle ultime scene, e anche queste piuttosto sommarie.
Del tema si erano occupati a suo tempo Boys Don't Cry, americanissimo ma toccante, e il capolavoro assoluto (giudizio personalissimo) XXY, con un fascino e un'alchimia probabilmente irripetibile; Tomboy non è a quei livelli, ma merita un'occhiata.

20111126

terzo o secondo?



Chickenfoot III - Chickenfoot (2011)

Voglio caldeggiare, a tutti voi amanti del ruock, il nuovo disco dei Chickenfoot, il secondo, dopo un "esordio" (nel 2009) incoraggiante ma che lasciava intravedere ovviamente potenzialità enormi ancora da sfruttare. Ho messo esordio tra virgolette, perché una band che come età media fa segnare circa 57 anni, e nella quale il più giovane ha 50 anni e suona da un pezzo nei Red Hot Chili Peppers, dove due dei membri hanno fatto parte dei Van Halen, e il quarto uomo è un notissimo guitar hero, può suonare quantomeno ridicolo. Beh del resto è un supergruppo. Diciamo che sta per diventare l'attività principale pure per Chad Smith, visto che i RHCP sono ormai degli ectoplasmi.
AOR classicissimo, ovviamente con tastiere saggiamente dosate e abbastanza nascoste, perché l'accento va soprattutto sulla chitarra, musicisti con le palle esagonali (Sammy Hagar, voce e chitarra, Michael Anthony basso e cori - ex bassista storico dei Van Halen -, Smith appunto alla batteria, Joe Satriani alla chitarra), che però non si fanno le seghe sui manici degli strumenti o picchiano sodo sulle pelli senza strafare: prima la musica e le canzoni, poi il virtuosismo, ma mai fine a se stesso. Poi, a me la voce di Hagar è sempre sempre sempre piaciuta (e a livello compositivo è uno che sa il fatto suo). Tra l'altro, su questo disco ha lavorato un minimo sui testi, ce ne sono un paio quasi politici (Three and a Half Letters, non bella come canzone, ma ad ascoltarla mette i brividi anche a chi non sa perfettamente l'inglese).
La mia preferita è Come Closer, una ballad super classica con un assolo da vero Silver Surfer della chitarra.


Alzate il volume e mettete il gomito fuori dal finestrino. Thumbs up!

20111125

domande e risposte

L'amico Fab(b)io:
allora se hai tempo e non ti scasso la minchia mi fai i 10 album grunge da avere a tutti i costi?
Io:
1)Soundgarden - Bad Motorfinger


2)Soundgarden - Louder Than Love

3)Nirvana - Nevermind

4)Nirvana - Bleach

5)Temple of the Dog - Temple of the Dog

6)Mad Season - Above

7)Pearl Jam - Ten

8)Mudhoney - Superfuzz Bigmuff (nella versione con "Touch Me I'm Sick")

9)Alice In Chains - Dirt

10)Afghan Whigs - Gentlemen



Gli Screaming Trees son rimasti fuori, e sticazzi!*

*Alla romana


gorgo



Maelstrom - di Denis Villeneuve (2000)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: popo' di rigirio



Un pesce, in attesa di essere fatto a pezzi, racconta una storia. Quebec, 1999. Bibiane Champagne ha 25 anni, un appartamento da urlo, nessun problema di soldi. Dirige un mini-franchising di tre negozi di abbigliamento, ma è sopraffatta dalla pressione, essendo la figlia di una celebrità, Flo Flabert. Si rifugia spesso nell'alcol e nelle droghe, uscendo tutte le sere, rifuggendo da legami duraturi. L'unico è quello che ha con l'amica Claire, di origini norvegesi. Una sera, mentre torna da una serata in condizioni al limite, complice il buio e la pioggia, con l'auto urta un operaio addetto alla lavorazione del pesce, Annstein Karson (anche lui di origini norvegesi), ma non si ferma a soccorrerlo. L'uomo, ferito a morte, si trascina fino al suo piccolo appartamento per morire in pace. Bibiane, in preda al panico e ai sensi di colpa, per cancellare le prove si getta in mare con l'auto, ma si salva. Si decide a continuare a vivere, ma non a confessare il suo presunto omicidio.
Casualmente, Bibiane incontra Evian, il figlio di Annstein; affascinata ed oppressa dal senso di colpa, che estrinseca in una strana maniera, si spaccia per una vicina di casa dell'anziano.

Secondo film del regista québécois, dopo l'invisibile Un 32 août sur terre del 1998, Maelstrom è un film acerbo ma interessante, che contiene i temi portanti della cinematografia di Villeneuve (temi soprattutto etici), e che, visto oggi, anticipa in parte il suo capolavoro Incendies. Grottesco e surreale, anticonformista come un Hal Hartley, per esempio nella scelta del pesce narrante, fa sorridere ma poi diventa agghiacciante quando si intuisce dove vuole andare a parare.



Non troppo fluido nella messa in scena, dimostra però potenziale, e intuito nella scelta quantomeno della protagonista: questo Maelstrom infatti, è il film che ha lanciato la splendida Marie-Josée Croze (qui Bibiane, e la vediamo come mamma l'ha fatta in una scena) verso una carriera fatta di grandi registi ed ottimi film: Atom Egoyan ed Ararat, Denys Arcand e Le invasioni barbariche, Steven Spielberg e Munich, Julian Schnabel e Lo scafandro e la farfalla. Si sono interessati a lei anche Woody Allen per Match Point e Steven Soderbergh per Solaris, film ai quali poi non ha partecipato.

20111124

the debt



Il debito – di John Madden (2011)



Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: un sa’ d’un granché

Tel Aviv, Israele, 1966. Tre agenti del Mossad, una donna e due uomini, Rachel Singer, David Peretz e Stephan Gold, tornano in patria dopo aver portato a termine una missione per la quale saranno venerati: hanno scovato ed ucciso Dieter Vogel, detto “il chirurgo di Birkenau”, un medico tedesco che, un po’ come Mengele, aveva praticato atrocità indicibili sugli ebrei internati in quel campo.
1997: Sara ha scritto un libro sull’operazione portata a termine dal commando del quale faceva parte la madre Rachel, e lo sta presentando al pubblico. Applausi: i tre agenti sono ancora idoli per gli israeliani.
Nel frattempo, un uomo dell’età di Rachel e Stephan si uccide sotto gli occhi di quest’ultimo. Ha qualcosa a che fare con lui. Chi era? E perché si è ucciso?

Avevo dei dubbi su questo film, che altro non è se non un remake di un film israeliano del 2007, dal titolo Ha-Hov (identico, “il debito”), e la sua visione me li ha confermati. E’ peraltro difficile spiegare il perché, in questi casi. Il plot è potenzialmente interessante: c’è la spy-story, i "postumi" dell’Olocausto, il senso di colpa (in questo caso, anche dei discendenti delle vittime, scoprirete il perché vedendo il film, se deciderete di farlo), colpi di scena fino alla fine, flashback e flashforward, attori bravi e belli, e, perché no, il fascino della Berlino divisa del tempo che fu. E’ quindi, così ragiono io, colpa del regista, se non riesce ad imprimere ritmo, se non riesce a far suo (essendo un remake, si può dire così), a rendere indimenticabile una storia potenzialmente interessante come questa.
Il film è infatti straordinariamente debole, senza nessun mordente, e soprattutto, un manipolo di bravi attori, come detto prima, rilascia una prova complessiva assolutamente da non ricordare. Avere a disposizione Helen Mirren (Rachel), Tom Wilkinson (Stephan), Ciarán Hinds (David), la splendida Jessica Chastain (Rachel da giovane), Marton Csokas (Stephan da giovane), Sam Worthington (David da giovane), e non riuscire a tirarne fuori una prova decente, è quantomeno sospetto. Meno male che c’è pure Jesper Christensen (Dieter Vogel alias Doktor Bernhardt), sempre su altissimi livelli (lo abbiamo visto pochi giorni fa in Melancholia – era Little Father -, e ve lo consiglio caldamente nella trilogia delle classi sociali di Per Fly – La panchina, L’eredità e Gli innocenti), l’unico che riesce a strappare emozioni in un film tanto piatto. Prossimamente vorrei anche rivedere Romi Aboulafia (Sara), viso interessante.
E’ vero che Madden fu nominato agli Oscar per Shakespeare In Love (e non vinse, anche se quel film prese sette statuette), ma non dimentichiamoci che è il regista di quel film indimenticabile perché bruttissimo, che rispondeva al titolo de Il mandolino del capitano Corelli

20111123

dare per vivere

Parlando dei Chickenfoot ho rispolverato le perle della carriera di Sammy Hagar, in effetti molte. E mi sono ricordato che tanti anni fa questo pezzo mi faceva impazzire. Succede ancora oggi, ma solo adesso ho messo a fuoco il testo. Semplice, prevedibile, ma insomma, l'ennesima dimostrazione che spesso anche senza sapere di cosa parla una canzone, se questa ti si attacca addosso è perché sai già cosa dice. 1987, Give To Live (ne esiste anche una bellissima versione acustica nel live dei Van Halen Right Here, Right Now, con Sammy che rimaneva solo sul palco).

cimitero



Graveyard – Graveyard (2008)

Nel marasma delle uscite susseguenti all’estate, c’erano un sacco di dischi inutili, come forse vi ho già accennato. Spesso, quando si scrive di musica (o d'altro) per il gusto di scrivere e di dare il proprio parere, giusto per orientamento, si è portati a fare un po’ come il Mollica televisivo: non si ha voglia di scrivere di quello che ci fa cagare, a meno che non si abbia una folgorazione (tipo quella che ho avuto sul wc a proposito del disco nuovo dei Coldplay).
Ecco quindi che la ristampa del debutto degli svedesi che tanto ci (il plurale è perché so che sono piaciuti anche ad altri amici) sono piaciuti con il loro secondo disco, assume una certa importanza. Teoricamente.
Quando poi si passa alla pratica, cioè all’ascolto, l’importanza viene confermata, e questo conforta. Siamo sempre dalle parti di un certo hard rock di ispirazione seventies, proveniente dal blues con naturalezza, su una struttura che non disdegna dilatazioni che, a volte, più che lisergiche possono apparire come spruzzate progressive, chiaramente omaggianti i Pink Floyd.
Un (altro) disco dannatamente semplice, dannatamente bello, con un susseguirsi di pezzi che provocano un godimento immediato e perdurante.

20111122

le vedove del giovedì



Las viudas de los jueves – di Marcelo Piñeyro (2009)



Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: ci stavano gobbi ‘n quer posto

Una mattina del 2001, nel country (in Argentina così si chiamano i quartieri privati, formati da abitazioni di lusso, immerse nel verde, e protetti dall’esterno da recinzioni sorvegliate) "Altos de la Cascada", nella piscina principale, vengono ritrovati tre cadaveri. Sono di altrettanti proprietari di case del quartiere, amici tra di loro. Un incidente? Forse. Fuori, intanto, il Paese si sgretola sotto i colpi della crisi economica. Un flashback ci riporta a qualche mese prima, quando Gustavo visita una delle case del complesso, guidato da Mavi, agente immobiliare che abita con la famiglia proprio nel country, e la acquista, senza dire niente alla mogliettina Carla, per farle una sorpresa. Comincia così un viaggio attraverso le vite delle quattro famiglie protagoniste.

Tratto dall’omonimo romanzo di Claudia Piñeiro (quasi omonima, perdonate la ripetizione, del regista), questo lavoro è l’ultimo (per adesso) film del regista argentino/spagnolo, del quale ho personalmente apprezzato Kamchatka, del 2001, ed il precedente El Método (2005), film del quale questo Las viudas de los jueves ricorda il meccanismo “ad orologeria”, tanto che non avendo fatto caso che il regista era lo stesso, pochi minuti prima del finale mi è venuto naturale fare il paragone.
E’ un buon film, a tutti i livelli. L’introduzione è dark e onirica, lo stacco verso il lunghissimo flashback che costituisce il corpo del film è spiazzante, ma comprensibile. I molti personaggi sono introdotti poco alla volta, e delineati piuttosto bene. Le interpretazioni apprezzabili, da parte dell’intero cast; bella fotografia, location elegante, e un crescendo drammatico che culmina con la riflessione “filosofica” a bordo piscina. Ho trovato estremamente interessante, in pratica, la scelta di descrivere il crollo dell’economia argentina attraverso uno degli ambienti più riservati e lussuosi (qualcosa di molto simile al barrio de La zona del messicano Plá), tramite personaggi di una certa cultura e di un certo ambiente, che, forse, si sgretolano più facilmente. Parallelamente, le dinamiche tra le famiglie di “amici”, costituiscono un’altra parte fondamentale del film, una parte che prosegue fino alla fine, illustrando perfettamente la pusillanimità di queste persone.
Come detto, davvero un buon film, che non è uscito in Italia.

20111121

bridesmaids


Le amiche della sposa - di Paul Feig (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: 'saosa poi siamo noi velli 'attivi...

La vita di Annie sta andando a rotoli. Ha perso il lavoro che le piaceva tanto (una pasticceria), un fidanzato, sua madre odia suo padre e vorrebbe che tornasse a vivere con lei, grazie a lei ha un lavoro, che però odia (commessa in una gioielleria). E' diffidente verso gli uomini, ha uno scopamico, Ted, che la usa continuamente, con lei che fa solo finta di non capirlo. L'amica Lilian è l'amica di sempre, quella con la quale ha condiviso tutto. Adesso sta per sposarsi. E si è fatta una nuova amica: Helen. Helen è bellissima, raffinatissima, sposatissima, ed ha un sacco di soldi. Già dal party di fidanzamento, si capisce che tra Annie ed Helen è in corso una guerra...

A volte ci si dovrebbe fidare del proprio istinto. Il mio mi diceva che questo film non era granché. Poi, qualche altra voce mi ha convinto a dargli un'occhiata. Sono rimasto del mio parere.
Esperto regista soprattutto di televisione comica, Feig si mette al servizio di Kristen Wiig (Annie), qui anche sceneggiatrice, stellina del Saturday Night Live, e soprattutto di Judd Apatow, qui produttore. A parte discutibili scelte finali (come dicevano giustamente i Green Day, Nice guys finish last, quindi non ce la menate con la scelta di Annie), lo sviluppo è tremendamente prevedibile, così come il finale tra le protagoniste. In mezzo, qualche buona battuta, qualche risata, e qualche volgarità di troppo, unita a diversi stereotipi.
Ci sarà sicuramente chi ci ha trovato qualcosa di più: spiacente, non ce l'ho fatta.
Maya Rudolph (Away We Go/American Life) è Lillian, Jon Hamm (Mad Men) è Ted, Rose Byrne (Coppa Volpi a Venezia nel 2000 per La dea del '67) è Helen. Le Wilson Philips (ve le ricordate?) in persona appaiono in un cameo nella parte di loro stesse.

20111120

horrible bosses


Come ammazzare il capo e vivere felici - di Seth Gordon (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: dé, a vorte ti verrebbe eh...

Los Angeles, California, oggi. Nick, Dale e Kurt sono tre amiconi da sempre, e ognuno si sta scontrando con un capo insopportabile. Nick lavora per una finanziaria, e lavora tantissimo, in attesa di una promozione che sarebbe più che meritata, ma che il suo capo, Dave Harken, usa come carota, schiavizzandolo a livelli assurdi, per poi assegnare quel ruolo a se stesso. Dale è igienista dentale, e lavora per la dottoressa Julia Harris, che lo molesta sessualmente in continuazione, forte anche di una denuncia pendente sulla fedina di Dale per reati di tipo sessuale. Kurt inizialmente sembra il più felice: fa il contabile in una piccola azienda chimica, ed è adorato dal suo capo Jack Pellitt, un anziano che fa di tutto per rendere la sua azienda eco-compatibile, ed ha destinato Kurt a succedergli. Ma, proprio il giorno in cui gli rivela questo informalmente, Jack ha un infarto e muore all'improvviso: l'azienda passa nelle mani viscide del figlio Bobby, un cocaino/sessuomane senza scrupoli e senza rispetto per nessuno. Qui la svolta: i tre, prima scherzando attorno a tre birre, cominciano seriamente a progettare di uccidere i loro capi. E si rivolgono ad un professionista. O, almeno, credono...

Divertente commedia statunitense, che si fa apprezzare da una parte per il cast, dove i non protagonisti sono di lusso, in parti curiosissime: cameo per Donald Sutherland, che indossa i panni di Jack Pellitt, spassosissimi Colin Farrell che interpreta un Bobby Pellitt panzuto, unto e con un riporto da pisciarsi addosso, un tamarro completo, Kevin Spacey è Dave Harken ed è come se trasponesse i suoi famosissimi personaggi cattivi (John Doe in Seven, Roger Kint in I soliti sospetti) in uno sprezzante executive, Jennifer Aniston che invece, forse per la prima volta, interpreta un personaggio negativo, l'erotomane dottoressa Harris, anche lei con risultati molto buffi, senza dimenticare Jamie Foxx nei panni di un divertentissimo Dean Motherfucker Jones (non ho idea di come lo abbiano tradotto nella versione italiana). Dall'altra, perché butta in caciara la crisi statunitense (e poi mondiale), con i ricatti sul lavoro e la comparsata del personaggio di Kenny Sommerfeld (P.J. Byrne), ex compagno dei tre protagonisti, ex manager della Lehman Brothers.
Non è certo un film socialmente e politicamente impegnato, intendiamoci, è una commedia, in molti tratti anche volgarotta, ma che appunto, conserva la barra dritta, un minimo di dignità, una buona scrittura, ottime recitazioni da commedia, buon ritmo, battute anche molto divertenti, soprattutto quelle delle citazioni cinefile sbagliate.
Bravi i protagonisti, il più conosciuto è Jason Bateman (Nick), gli altri due sono Jason Sudeikis (Kurt) e Charlie Day (Dale), che fa veramente ridere, nel cast ci sono anche Wendell Pierce (il "nostro" Antoine Batiste di Treme) nei panni del Detective Hagan, e la bella Julie Bowen (Claire Dunphy in Modern Family) nei panni di Rhonda, la moglie di Dave Harken.

20111119

madre


Stabat Mater - di Tiziano Scarpa (2008)

Nel corso del 1700, a Venezia, Cecilia, orfana, 16 anni, vive da quando la madre l'ha abbandonata, all'Ospitale della Pietà. E' una ragazza sveglia, dotata musicalmente (le orfane suonano gli archi o cantano, ed è don Giulio, un vecchio prete, che insegna e scrive musica per loro), che soffre enormemente di essere stata abbandonata. E' così che, anche a causa dell'insonnia, comincia ad appartarsi di notte, ed a scrivere lettere alla madre mai conosciuta. L'insofferenza di Cecilia si fa sempre più grande, ma non conoscendo niente del mondo, non ha neppure idea di come rimediare al suo stato d'animo.
Don Giulio, però, è troppo vecchio per continuare, e allora, all'Ospitale arriva don Antonio, che di cognome fa Vivaldi, a prendere il suo posto. Don Antonio ha metodi nuovi, quasi sconvolgenti, lascia che le allieve conoscano il mondo esterno, anche se pochissimo, scrive musica entusiasmante, che piace a chi la suona ma soprattutto a chi la ascolta, e capisce benissimo che Cecilia è la migliore.

Romanzo fanta-storico di Scarpa, da molti segnalatomi come uno dei migliori autori italiani (e del quale ho scelto questo libro, come suo primo per me), che coniuga così il suo amore per la sua città natale, e quello per la musica. E' il primo ad ammettere volontarie inesattezze storiche, nella nota conclusiva, e dà vita ad un romanzo secco, addirittura sincopato nella prima parte, dove la protagonista butta giù i suoi pensieri, soprattutto verso la madre, e nella seconda descrive un combattuto rapporto di odio e ammirazione verso don Antonio, creando una interessante disamina del lavoro di Vivaldi.
La scrittura, forse proprio perché secca, piena di dialoghi o di soliloqui della protagonista, e affascinante nella ricostruzione storica, ma non pienamente coinvolgente, almeno per quanto mi riguarda.

20111118

Spagna (Fuerteventura, Canarie) novembre 2011 - 3

Ieri sera mi sono visto tutta l'intervista di Rubalcaba (candidato PSOE) su TVE. Prima di tutto, l'intervistatrice era la stessa dell'intervista di Rajoy, e purtroppo non sono riuscito a capire il nome, ma cribbio, e' fortissima. Incalzante, dritta al punto, brava davvero.
Rubalcaba, triste piu' di Rajoy, mi ha dato l'impressione di essere un po' Bersani. Idee molto piu' chiare del candidato PP, ma gia' rassegnato alla sconfitta. Ha sottolineato non so quante volte che il candidato contrapposto non dice quello che ha in mente. E questo, avevo gia' letto, e' un po' il ritornello di questa campagna elettorale. Poi ho beccato su una tv canaria anche un accesissimo dibattito tra candidato PP, quello del PSOE, e una signora candidata di un partito nazionalista canario, a quanto pare di destra, aggueritissima contro il candidato PP.
Vabe'.
A parte questo, oggi doveva essere nuvolosissimo, e invece sole a palla. Pero', non ci crederete, ho quasi malinconia. Di cosa non lo so. Forse basterebbe una bella partita di calcio alla tele, stasera. E invece niente.
Un'altra cosa pero' la voglio dire. Le ragioni che sostengono l'opposizione della Lega Nord al Governo Monti sono a dir poco ridicole. Ma non importava ve lo facessi notare io.
A presto.

antéchrista


Antichrista - di Amélie Nothomb (2004)

Bruxelles, Belgio. Blanche ha 16 anni ma va già all'università. E' una ragazza che deve ancora sbocciare, timida, introversa, non bellissima, ed ha un tremendo bisogno di essere integrata. Non parla con nessuno, figlia unica, i suoi genitori sono entrambe professori; lei compensa la sua mancanza di amicizie rifugiandosi nei libri, che le danno gioia.
All'università è affascinata da Christa. Non la invidia, la ammira, le piace, vorrebbe essere sua amica. La guarda, ma non ha ovviamente il coraggio di avvicinarla. Poi, un giorno, è Christa che va da lei. Viene da un paesino vicino al confine con la Germania, e ogni giorno si alza alle quattro per arrivare all'università. Le rivela che viene da un ambiente povero, e non si può permettere di alloggiare in città. Blanche, sconvolta dal fatto che una ragazza così brillante e così integrata le abbia rivolto la parola, chiede il permesso ai suoi genitori, e poi dice a Christa che, se le va, il lunedì sera può rimanere a dormire da lei. Christa accetta, ma da subito Blanche capisce che Christa non è proprio sua amica. E' la sua padrona. In breve, conquista entrambe i genitori, si impossessa del suo letto (Blanche è costretta a dormire su una brandina, in camera sua), rimane a dormire tutta la settimana, le rende la vita impossibile. Mente, in continuazione, ed ha in pugno i genitori di Blanche, che la adorano letteralmente.

Quando penso alla scrittrice belga, penso ad una versione intellettuale di Helena Bonham Carter. Scrittrice più che prolifica (pubblica un libro all'anno, per scelta), dotata di un sarcasmo notevole e di una marcia in più per le storie, in questo libro certo c'è una parte di autobiografia. Se leggete la sua breve scheda Wikipedia, capirete. Come sempre, il libro è breve, scorrevole ma non manca di profondità. Storia già sentita, vero, ma sviluppata con classe e con un finale destabilizzante, la scrittura della Nothomb ti cattura e, in questo caso, ti fa empatizzare immediatamente con la protagonista, Blanche, che sarà autrice non solo di una rivincita totale, quanto di una maturazione invidiabile. Ottimo, come sempre.

20111117

Spagna (Fuerteventura, Canarie) novembre 2011 - 2

Sole timido, giornata di lettura. Anche dell'amato (sono stato abbonato per un paio d'anni) El Pais. Ecco alcune info sul mondo ispano-americano.

1) Giancarlo Santalmassi, qualcuno se lo ricordera', giornalista italiano, in un fondo su El Pais, a proposito del nostro nuovo Governo: "Un diplomatico agli Esteri (parlare con un ex Primo Ministro come Juppe richiede qualcosa in piu' che saper raccontare barzellette)."

2) Lula, ex Presidente brasiliano, si e' fatto fare barba e capelli dalla moglie Marisa. A zero. Perche' ha un cancro alla laringe, ed ha cominciato la chemio.

3) Domenica in Spagna si vota. Il PP, Partido Popular (centro destra, vi ricordate Aznar?), pare che vincera' in maniera schiacciante contro il successore di Zapatero, tale Rubalcaba. Il candidato del PP, Rajoy, gia' ieri sera intervistato ad un tg, mi aveva dato l'idea di essere uno che, alla fine, non dice niente. Oggi mi sono letto una incalzante (e lunghissima) intervista di Javier Moreno, sul giornale che ho citato prima, e l'impressione si conferma: un programma che piu' generico non si puo', una lunga serie di domande schivate, un grande nulla. E i cugini spagnoli lo voteranno in massa. Non voglio dire niente, ma potete immaginarvi il mio pensiero.

4) Forse vi ricorderete Carme Chacon, ministra della Difesa per Zapatero. Pare sia una dei candidati a succedere a Rubalcaba, sicuro perdente, alla testa del PSOE.

5) Introdotto il tema delle donne, ecco che proseguo con qualcosa di piu' triste. Ieri sera mi ha colpito, al tg (ai tg) spagnoli, la notizia dell'accertamento dell'assassino di tale Avellaneda Nunez, diciassettenne di origini dominicane, uccisa appunto dall'ex fidanzatino in un paesino nei pressi di Madrid. Mi ha colpito perche' l'accento non e' stato messo per niente sul fatto che provenisse da famiglia immigrata, bensi' sul fatto che sia la quattrocentesima e passa, vittima della violenza machista. Per chi non ha capito bene, vittima della violenza degli uomini sulle donne, in ambito domestico/familiare/amicale. Qui abbiamo ancora molto da imparare (dico, su come trattare le notizie).

6) Concludiamo con una notizia un po' piu' frivola. Parliamo di Mad Men, la serie. Anche in Spagna ne sono molto appassionati, e sul giornale di oggi ho trovato questa notiziola molto interessante per noi fans. Il creatore della serie, Matthew Weiner, si e' lasciato andare alcune ghiotte anticipazioni. Dopo lo iato lungo (quasi due anni, la prossima serie, la quinta, andra' in onda a marzo 2012, mentre la quarta ando' nel 2010), ci saranno altre tre serie. Il creatore sa gia' come finira', e lo ha rivelato: la serie terminera' nel 2011, con un Don Draper 84enne. Le prossime tre serie, dunque, ci riveleranno come Don ci arrivera'. Gia' come idea, la trovo giusta, totalmente in linea con la serie, e credo che se continuera' sui livelli ai quali ci ha abituati, saranno tre stagioni tutte da godere. Sto gia' godendo, a dire il vero.

Domani nuvoloso, e sabato e' previsto addirittura pioggia. Saranno giorni di riflessione, di lettura e televisione. Pero', se come l'altra sera, trovo Modern Family doppiato in spagnolo, cambio subito canale!

rikos ja rangaistus



Delitto e castigo – di Aki Kaurismaki (1983)



Giudizio sintetico: da vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: fenomeno caurismachi dé

Leggera variazione sul tema, rispetto all’omonimo romanzo di Dostoevskij. Helsinki. Rahikainen, che lavora come operaio in un grande macello, uccide l’uomo che qualche anno prima, ubriaco, aveva investito e ucciso la sua fidanzata. Ma in realtà, non lo uccide per vendetta: lo uccide per noia, e sfida la polizia, l’ispettore Pennanen ed il detective Snellman, addirittura una testimone oculare dell’omicidio, Eeva, a trovare le prove, o a testimoniare. Invece, sia l’ispettore, incrollabile nel credere che prima o poi l’assassino crollerà in preda al senso di colpa, sia Eeva, legata da uno strano rapporto di attrazione all’assassino, convinta che deve essere lui stesso a consegnarsi alla giustizia, lasciano che sia Rahikainen a guidare il gioco. Si intromettono anche altri protagonisti nella vicenda, ma neppure questi saranno decisivi.

Film di debutto dell’ormai mitico regista finlandese, se si eccettua il documentario Saimaa-ilmio, su tre rock band finlandesi, e diviso alla regia col fratello Mika, questa personalissima (e liberissima) versione del classico russo, più che gettare le fondamenta, delinea i parametri del cinema di Aki Kaurismaki, perennemente in bilico tra la tragedia e la commedia, sempre con un occhio attento al sociale, senza dimenticare la filosofia e l’alcol. Perfino gli attori, compreso il micidiale (e compianto) Matti Pellonpaa, qui nei panni dell’amico e collega dell’assassino, Nikander, si adeguano già allo stile registico (e di direzione, quindi) dell’uomo che, pare, a proposito di questo film disse “Ho pensato di adattare un classico perché è piuttosto facile prendere e utilizzare un libro bell'e pronto. E ti lascia anche più tempo da passare al bar…”, ma anche “Hitchcock aveva raccontato a Truffaut, che se c'era un soggetto che mai avrebbe osato portare sullo schermo, questo era quello del complicato capolavoro di Dostoevskij. Ero giovane e convinto di provare il contrario ai vecchi. Poi, mi sono reso conto che Hitchcock aveva ragione”.
Minimalista e trendy, accompagnato da una colonna sonora quanto mai anticonformista, Kaurismaki dà l’avvio ad una carriera che non gli porterà certo la ricchezza e i grandi incassi al botteghino, ma di sicuro l’amore incondizionato dei cinefili, che, come nel mio caso, arriveranno addirittura a coniare neologismi e/o termini di paragone quali “faccia da Kaurismaki”, per intendere qualcuno che somigli, nei tratti, nell’atteggiamento e nell’abbigliamento, a uno degli attori dei film del finlandese. Qualsiasi cosa faccia è da vedere.
Spassoso e spiazzante, a tratti inquietante.

20111116

Spagna (Fuerteventura, Canarie) novembre 2011 - 1

Questa volta e' accaduto qualcosa prima che partissi: di solito succede qualcosa mentre sono via. A parte questo, non so perche' mi ero fatto l'idea, da alcuni racconti, che le isole Canarie, nonostante fossero politicamente spagnole (e geograficamente africane), fossero state "colonizzate" da orde d'inglesi. Invece, sono i tedeschi a farla da padrone. Anche qui.
Vi basti pensare che gli annunci di lavoro esposti fuori dagli esercizi commerciali recitano "si cerca commessa con conoscenza del tedesco". E quindi, oltre all'onta dello spread, subisco continuamente la beffa di sentirmi parlare in tedesco dai locali (come se avessi la faccia da tedesco).
La benzina qui costa 1,0 e qualcosa al litro. Ci credete? Credeteci. Ho noleggiato una Twingo, ovviamente mi hanno detto che c'era un quarto di serbatoio e invece era in riserva, e alla prima gasolinera ho digitato 30 euro, ma mentre rifornivo ho avuto paura che non c'entrasse tutta! I prezzi sono ridicoli, anche al supermercato, come forse saprete e' una zona franca.
Il mare e' bello, c'e' sempre vento come dice la leggenda, e purtroppo (ma comincio a pensare per fortuna) questa settimana sembra sia sempre un continuo di nubi che passano e vanno, e quindi bisogna stare al pezzo con un certo impegno per abbronzarsi. Pero' qualche risultato si vede. La televisione mi tiene aggiornato, ed oggi, poco fa, ho assistito al giuramento del nuovo governo. Vediamo come si muovera'.
Vi saluto, per il momento.

un orso rosso



Un oso rojo – di Adrián Caetano (2002)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: popo’ di ghinnia

Oso (in italiano Orso) entra in carcere, per rapina a mano armata, quando Alicia, la figlia sua e della sua donna, Natalia, ha poco più di un anno. Natalia lo lascia, e c’è poco da incazzarsi: lui deve rimanere dentro, lei e sua figlia devono continuare a vivere. Dopo più di otto anni, Oso è fuori. Natalia sta con Sergio, ed Alicia non lo conosce. Sergio è un buono a nulla, senza lavoro, col vizio delle scommesse. Le cose non vanno bene per loro.
Oso si cerca un lavoro onesto, e nel frattempo da una parte, cerca di riavere la sua parte del bottino dal Turco, dall’altra cerca di avere un rapporto normale con la sua ex moglie e, soprattutto, sua figlia. Quando si rende conto che Sergio e Natalia non riescono ad arrivare alla fine del mese, capisce che tocca a lui risolvere la situazione, per redimersi almeno un poco. Ma la strada per arrivarci da dove passa?

Caetano, regista uruguaiano di nascita, ma argentino di adozione, conosce bene la realtà argentina; questo è il suo film precedente all’ottimo Cronaca di una fuga – Buenos Aires 1977, e mostra che già qualche anno prima il nostro sapeva ben maneggiare un film d’azione, apprendendo ottimamente la lezione dei maestri statunitensi, senza snaturare lo sfondo a lui più congeniale. Molti critici lo hanno definito un “western urbano”, e mi sento di accodarmi senz’altro a tale definizione.
Il cosiddetto Conurbano bonaerense è ben rappresentato, con tutte le sue miserie e con i segni di una crisi che ha messo in ginocchio una nazione, la sceneggiatura, forse, mette in scena qualche simbolismo di troppo, e troppo ingenuo, ma le interpretazioni dei due protagonisti, coadiuvate da un buon cast di contorno, fanno di Un oso rojo, che fu apprezzato a Cannes nel 2002, una visione interessante.
Julio Chávez (Oso), che personalmente avevo apprezzato moltissimo ne El custodio, è attore molto conosciuto in Argentina per i suoi lavori televisivi (ultimamente per le mini-serie El puntero, Epitafios 2 e Tratame Bien), e qui svolge un lavoro davvero convincente, a dispetto del suo fisico non propriamente da supereroe. Soledad Villamil, che fortunatamente anche qui in Italia è stata finalmente “scoperta” con Il segreto dei suoi occhi, è una delle attrici più conosciute in patria (anche come cantante), e ve l’ho “raccontata” in No sos vos, sos yo e ne El mismo amor, la misma lluvia; anche lei fornisce un’ottima prestazione.

20111115

one of two



Uno su due – di Eugenio Cappuccio (2007)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: un tumore ti ‘ambia la vita

Lorenzo Maggi è un giovane avvocato, che a livello professionale fa coppia con Paolo Albini, mentre nella vita sta con Silvia, anche se il loro rapporto non sembra voler sfociare in qualcosa di più “serio”, soprattutto per volere di Lorenzo.
Lorenzo è brillante, astuto, determinato, arrogante quando serve (e, a volte, pure quando non serve), si è costruito una discreta posizione, e sta per portare a termine un’operazione con una società russa, che dovrebbe, come si dice, far “svoltare” il suo studio definitivamente.
Come un fulmine a ciel sereno, arriva una notizia che fa crollare le sue certezze, la sua sicurezza. Recatosi in ospedale per un controllo, in seguito ad un malore lieve, i dottori gli dicono che c’è il sospetto di un tumore al cervello. L’attesa di risultati più approfonditi, catapulta Lorenzo in un limbo in cui è costretto a ripensare il suo approccio alla vita, mentre la degenza, che gli fa conoscere Giovanni, suo compagno di stanza, gli dà modo di affrontare un viaggio che, in apparenza, ha uno scopo di coscienza, ma in realtà serve soprattutto a lui stesso.

Secondo lungometraggio di fiction per il regista di Latina, che avevo apprezzato moltissimo con Volevo solo dormirle addosso. Cappuccio dimostra padronanza del mezzo, destreggiandosi bene tra la prima parte girata a Genova, e la seconda, vagamente on the road verso l’Italia centrale, dando un respiro “poco italiano” (da intendere in senso positivo) ad uno scenario decisamente italiano (ma, appunto, vario). Sceneggiatura scritta a molte mani (quando ho letto che ci ha messo le mani pure Fabio Volo, ho avuto perfino la presunzione di aver capito dove, di preciso), che forse per questo non risulta così perfettamente scorrevole.
Cast con qualche piacevole sorpresa (il “ripescaggio” di un ottimo Ninetto Davoli – Giovanni – ed un cameo sfizioso di Agostina Belli – la madre di Tresy -), oltre ai “soliti” dignitosi Giuseppe Battiston (Paolo) e Anita Caprioli (Silvia), mi permetto di mettere in dubbio la scelta di Volo quale protagonista (Lorenzo): non mi è parso all’altezza, e mi sono ritrovato ad immaginare lo stesso film con un attore principale differente.
Al regista, comunque, immutata stima.

20111114

chiuso per ferie

Siccome l'Italia è un paese benestante, e per caso ho trovato posto su un aereo, vado una settimana a Fuerteventura, Canarie. Vi lascio il classico post giornaliero, e vi saluto. Vado a vedere se c'è un cinema da quelle parti. Ci risentiamo martedì 22.
Ah, se passasse di qui a cercarmi il nuovo Pres del Cons, fategli sapere che sono disponibile da martedì prossimo.

friends with benefits


Amici di letto - di Will Gluck (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: ma un s'era già visto?

Dylan e Jamie si conoscono per ragioni di lavoro. Lui è di Los Angeles, si sta facendo strada dirigendo brillantemente un giornale online, e viene contattato dall'editore di GQ USA, per accettarne la direzione. Si reca a New York, e lì conosce Jamie, la mediatrice, che lo accompagna al colloquio, e lo porta in giro per la Grande Mela, per convincerlo ad accettare il lavoro. Entrambi escono da una relazione, e condividono l'incapacità di coltivarne una duratura. Sono giovani e piacenti, quindi il sesso è quasi una necessità. Si piacciono, lei lavora sodo e non ha molte amicizie profonde, lui è appena arrivato in città, quindi non ha amici, e cominciano a passare molto tempo assieme. Folgorati da un classico film d'amore scontato, decidono di diventare friends with benefits, in italiano scopamici: amicizia, sesso, senza complicazioni sentimentali. Sapete già come andrà a finire, vero?

Gluck è il regista del buon Easy Girl (Easy A in originale), e direi che secondo me questo Amici di letto è un passo indietro. A Gluck piace giocare, evidentemente, con gli stereotipi, per poi provare a ribaltarli, ma stavolta ci è caduto dentro fino ai capelli. Il film è pure brillante, in parte. La scena iniziale è da manuale di cinema moderno: titoli di testa trattati come elementi di una videata, montaggio incrociato tra i due protagonisti, che sono carini e se la cavano dignitosamente; il cast dei non protagonisti è ricercato: il padre di Dylan è interpretato da Richard Jenkins (Six Feet Under, L'ospite inatteso), la sorella Annie è Jenna Elfman (Dharma di Dharma & Greg), il nipotino Sam è Nolan Gould (il fantastico Luke Dunphy di Modern Family), la madre di Jamie, Lorna, è Patricia Clarkson (sarebbe davvero difficile citare pochi dei suoi innumerevoli film), uno dei collaboratori di Dylan a GQ è Tommy, giornalista sportivo macho-gay, interpretato da uno scoppiettante Woody Harrelson (peccato per i pochi minuti sullo schermo, altrimenti sarebbe valso il prezzo del biglietto); introdurre i flash-mob in un film fa molto figo e moderno; i dialoghi sono serratissimi e ogni tanto ci scappa una buona battuta.
Il problema è che, a parte il fatto che pochi mesi fa abbiamo visto un film simile (Amici, amanti e..., che in realtà durante la lavorazione aveva addirittura lo stesso titolo originale, poi cambiato in No Strings Attached), nonostante tutte le cose fighe (o fighette) sciorinate da Gluck e dai due protagonisti (beh, era da Black Swan che volevo rivedere Mila Kunis, possibilmente nuda), il film dopo un'ora appena ha già detto tutto quello che aveva da dire. I restanti 49 minuti circa, scena dopo i titoli di coda compresa, sono una sofferenza atroce. Vi assicuro che dopo i primi sessanta minuti mi sono detto "e adesso cosa cazzo s'inventa per arrivare alla fine?". Il nulla, appunto.

20111113

depressione



Melancholia – di Lars Von Trier (2011)



Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: se tanto tanto vi sentite tristi un ciandate a vedello

Justine e Claire. Due sorelle. Diverse. Justine decide di sposare Michael, un ragazzo bellissimo che la ama profondamente. Claire decide di organizzare la festa di matrimonio nella sfarzosa tenuta dove vive insieme al marito John, al figlio Leo, dove regna l’ordine dettato dal maggiordomo Little Father. Organizza il tutto un wedding planner esperto ma suscettibile. La festa è all’altezza della tenuta, ma comincia in ritardo: la limousine degli sposi non riesce a far manovra nella stretta stradina che porta al castello (lo possiamo tranquillamente definire anche così). Il prosieguo della serata ci mostrerà che Justine, bravissima creativa, ha dei grossi problemi nervosi.
Nella seconda parte, il focus si sposta leggermente su Claire, ma soprattutto sull’avvicinarsi alla Terra di Melancholia: un pianeta interstellare che si sta avvicinando al nostro come mai era successo. Che sia la fine del Mondo? John cerca di rassicurare Claire, che sta entrando nel panico.

C’è poco da fare: per quanto alcuni amanti del cinema possano odiare il regista danese, da lui ci si aspettano sempre grandi cose. E, del resto, grandi cose ha fatto. Per quanto possa ammirarlo personalmente, però, devo dirvi onestamente che questo Melancholia gira a vuoto per almeno 90 minuti su 130 (e vi assicuro che sono stato magnanimo: in realtà, il film poteva limitarsi al breve dialogo tra le due protagoniste, quello sulla fine del mondo, posto poco prima del finale). Di Lars va apprezzata sempre e comunque la ricerca anticonformista, il coraggio di osare sempre; le prime due righe della sua bio su imdb.com riassumono il personaggio alla perfezione: “Probably the most ambitious and visually distintive filmmaker to emerge from Denmark since Carl Theodor Dreyer”.
Ecco quindi che il film si apre con una sorta di riassunto “pittorico” del finale, fotogrammi fermati attorno ai quali ruota la telecamera, sulle note del Tristan und Isolde di Wagner. Fotografia perfetta, impregnata di colori scuri, apocalittici (appunto). Von Trier, espressamente, voleva che lo spettatore non fosse disturbato dalla suspence, ma che si concentrasse su come le due sorelle protagoniste reagiscono all'approssimarsi della fine del mondo. Ecco quindi che, anche assecondandone il ragionamento, soprattutto la prima parte (intitolata “Justine”, come il personaggio interpretato da Kirsten Dunst), che, in pratica, è una sorta di Festen (dell’allievo Thomas Vinterberg, uno dei film girati secondo le regole Dogma) un po’ più breve, che serve a farci capire che Justine è instabile (il suo personaggio nasce da uno scambio di lettere tra il regista e Penelope Cruz, si basa sulla depressione di Von Trier stesso, e in un primo momento ovviamente era stato offerto all’attrice spagnola), risulta abbastanza inutile, se non fosse per il wedding planner interpretato dall’immenso Udo Kier in versione vagamente gay, che ci fa fare qualche risata. Ed è un peccato, anche perché c’è pure Alexander Skarsgard (Michael), ormai conosciutissimo per la sua parte in True Blood (Eric Northman), per la prima volta finalmente con Von Trier e in una delle poche volte in cui divide lo schermo col padre Stellan (Jack, il capo di Justine). La seconda parte (intitolata naturalmente “Claire”, interpretata da Charlotte Gainsbourg, alla quale, dopo aver girato con/per il danese il precedente Antichrist, questo Melancholia deve essere sembrato una passeggiata), solo leggermente più stringente, si specchia molto nella propria immagine, per dire che gira ancora a vuoto per una buona parte, riducendosi ad un tutto sommato gradevole confronto di due belle prove attoriali (Kirsten e Charlotte, guarda caso due delle mie preferite) senza però toccare lo spettatore nel profondo, non riuscendo a destabilizzarlo o a far passare l’angoscia che attanaglia il personaggio di Claire.
Rimane quindi un film troppo lungo, ben recitato (la Dunst è stata premiata all’ultimo festival di Cannes come miglior attrice, ed è effettivamente brava, anche se la Gainsbourg non le è da meno) e fotografato splendidamente, dove la musica è volutamente pomposa ed apocalittica (il già citato Tristan und Isolde di Wagner), con molte inquadrature ispirate alla pittura; ma è un po’ poco, per Lars Von Trier.

20111112

oggi è il 25 aprile

un racconto cinese


Un cuento chino - di Sebastiàn Borensztein (2011)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: fa stiantà però fa anco ridé

Fucheng, Cina, qualche tempo fa. Due fidanzatini stanno facendo una gita in barca; sono in mezzo al lago, e lui prega la ragazza di chiudere gli occhi, perché deve farle una sorpresa. Muove due passi per prendere l'anello, col quale vuole chiederle di sposarla. In quell'istante, una vacca, a tutta velocità, cade dal cielo, e travolge la ragazza, uccidendola (ebbene si, proprio come in Luna Papa, con una lieve variante, e qui con una giustificazione, spiegata sui titoli di coda, quindi aspettate).
Buenos Aires, oggi. Roberto De Cesare è un argentino di chiare origini italiane. Ha una ferramenta, ereditata dal padre, abita esattamente sopra il negozio. Abita solo, in una casa che sembra si sia "fermata" quaranta anni prima. Abita solo ed è solo, nonostante ci sia qualcuno che gli vuol bene, come ad esempio Mari, da sempre innamorata di lui, anche lei probabilmente vicina ai 40 anni. Roberto è abitudinario fino all'ossessività, ogni sera spegne la luce alla stessa ora, arriva a contare una ad una le viti nelle scatoline che gli arrivano dal fornitore, e ad incazzarsi come un pazzo quando sono meno di quelle che dovrebbero essere (e ovviamente, spesso capita). Colleziona soprammobili per la madre morta, ma soprattutto, articoli di giornale con notizie assurde, delle quali ride, anzi sorride, perché ne percepisce la tragicomicità. E' talmente solo, che nei giorni di festa, si prepara il panierino e va a fare picnic con la sua auto. Durante uno di questi picnic, mentre guarda gli aerei che atterrano all'aeroporto, assiste ad una scena quantomeno strana: un cinese che viene sbattuto fuori da un taxi. Non sapendo cosa fare, lo soccorre. Il cinese in questione è proprio quello che abbiamo visto perdere la fidanzata/promessa sposa all'inizio del film, e non parla una parola di castigliano (se vedrete il film doppiato, diciamo che il cinese non parla una parola della lingua madre del protagonista). Sembra disperato. Roberto, che in fondo, ma proprio in fondo, non è cattivo, ma, forse, solo rancoroso (anche se scopriremo che ha una rabbia repressa che non si può ignorare), prende con sé Jun (così si chiama il cinese), ed inizia ad aiutarlo come può per capire cosa cerca. Non sarà cosa facile, e i due dovranno convivere per un po', cosa che destabilizzerà completamente Roberto.

Ho visto questo film già qualche settimana fa, ma le recensioni da fare sono tante, ed ho perso l'attimo: Un cuento chino, un po' a sorpresa, ha sbancato il Festival di Roma. Ma non pensiate che questa cosa sia il preludio ad una distribuzione italiana.
Detto questo, è vero che Un cuento chino è una commedia con molte ingenuità, una comicità prevedibile, qualche vizio televisivo (il regista viene soprattutto dalla tv), un uso a volte involontariamente comico degli effetti digitali, una colonna sonora a tratti ridicola, un turning point (la "spiegazione" del malessere di Roberto) che molti, in Argentina, hanno trovato forzato e fuori luogo (che però, paradossalmente, ma fino ad un certo punto, e per altri motivi, in Italia piacerà e commuoverà una buona fetta degli spettatori, sempre ammesso che il film trovi una distribuzione), e tutto sommato buonista.
Ma a me, Un cuento chino, ha affascinato molto. Sarà per la sua parte grottesca e a momenti surreale (esatto, un po' come quella di Luna Papa, uno dei film più belli che abbia visto in vita mia), sarà per la sua descrizione di un argentino medio ironicamente autocritica e indovinata, sarà perché proprio questa parte, quella di Roberto (non dimentichiamoci che nome e cognome sono italiani), è recitata da un attore che meriterebbe un Oscar ogni volta che recita qualcosa (e, per l'ennesima volta: peccato che in Italia si conosca la minima parte della sua lunghissima carriera), mettetela come volete, evidentemente i miei gusti coincidono con quelli della giuria del Festival di Roma, visto che il film mi ha fatto molto ridere, e molto piangere, pur con tutti i suoi difetti, come detto innegabili.
Bella fotografia, qualche tentativo di virtuosismo registico, un cast che fa il suo, ma soprattutto un maestoso Ricardo Darìn (Roberto), per un film magari non intellettualmente eccelso, ma che stuzzica varie emozioni. Se dovesse uscire in Italia, ve lo consiglio caldamente, sperando che non lo rovini il doppiaggio (due avvertimenti: le parti in mandarino non sono sottotitolate, almeno nella versione originale, probabilmente per avere l'effetto di incomunicabilità del protagonista, e le imprecazioni di Darìn doppiate sicuramente perderanno il suo effetto dirompente - è già accaduto con Il segreto dei suoi occhi -).

20111111

troppo grandi per fallire



Too Big To Fail – di Curtis Hanson (2011)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: ammazzalli tutti no eh?

2008: il colosso finanziario Lehman Brothers, ed il suo arrogante CEO, Richard Fuld, stanno impensabilmente colando a picco. Il problema è di proporzioni mondiali, e i politici statunitensi, almeno, alcuni di loro, immancabilmente ex dirigenti di qualche colosso finanziario, non ultimo il Ministro del Tesoro Henry Paulson, cominciano lentamente a rendersene conto. Che fare? Trovare acquirenti. Ma altre finanziarie cominciano a crollare. A quel punto, si statalizza, una cosa inconcepibile per una nazione liberista come gli USA. Ma il domino economico non si ferma. Bisogna inventarsi qualcosa d’altro.

Il crollo Lehman Brothers (Inside Job), la riunione fiume con gli executives delle banche statunitensi (Wall Street: il denaro non dorme mai) e i vertici del Tesoro USA, sono ormai parte della nostra storia contemporanea. E’ piuttosto normale, quindi, che si tenda a romanzare, a farne della fiction. Ben venga se a portarla sugli schermi è un buon regista (LA Confidential, 8 Mile), con un cast stellare, nell’ambito di un film per la tv (ma, visto che la tv in questione è HBO, siamo di fronte a qualcosa di cinematografico, e tra l’altro sempre di ottimo livello).
L’intera storia viene ritmata come un film d’azione, si cerca di rendere il tutto comprensibile anche per chi è a digiuno di nozioni economiche, si mostrano quali siano state, con tutta probabilità, le mosse anche politiche [intrigante la parte antecedente al finale, con Paulson che, in pratica, implora i democratici, quindi la sua opposizione, di fargli passare la sua (del suo staff) proposta]. La ricostruzione è soddisfacente, e una vaga sensazione di claustrofobia si impadronisce dello spettatore. Pecca che si può rimproverare al film, lo scarso approfondimento psicologico dei personaggi, che, bisogna riconoscerlo, sono troppi. C’è da dire che, nonostante un William Hurt piuttosto bravo, l’unico personaggio autenticamente strutturato, e con un minutaggio superiore, Henry Paulson, non convince fino in fondo, proprio a livello di psicologia, anche se ci prova fino alla fine. Non si può avere tutto, e in fondo, questo film arriva dopo i due citati in apertura (Inside Job, Wall Street 2), giusto per ribadire il tutto.
E però non è male.

20111110

Super Mario



Siamo messi male, non so se ve ne siete accorti. E non è solo colpa della crisi economica globale, questo vorrei che fosse chiaro a chi, in altri periodi, sosteneva che Berlusconi facesse il bene del nostro Paese, che sicuramente fosse meglio del centro-sinistra. Silvio ha ampiamente sottovalutato la portata della crisi, probabilmente, come detto nel precedente editoriAle, perché vive in un mondo che non è lo stesso nel quale viviamo noi.



Il pomeriggio di ieri è stato una lezione di politica. Intendo, la nomina di Mario Monti a Senatore a vita, da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Napolitano, per come la vedo io, con questa mossa, riscatta il suo settennato, e risponde con i fatti a chi lo ha criticato, soprattutto da sinistra, per essere stato troppo morbido nei confronti di molte leggi presentate dal governo ancora in carica. Questa mossa è un segnale fortissimo, e le dichiarazioni di oggi di Berlusconi lo dimostrano: Mario Monti è il primo candidato a presiedere il prossimo governo.



Non conosco personalmente Monti, ma ci sono alcune cose che me lo fanno vedere di buon occhio. Anche solo il fatto di aver studiato con James Tobin, nonostante sia un economista che apprezza le liberalizzazioni (ma anche il rigore dei conti pubblici), mi fa presumere che sia una persona che si occupa di soldi, ma che tiene in conto il fatto che, in un sistema capitalista, non bisogna lasciare indietro nessuno, e che se si chiedono dei sacrifici per un obiettivo, chi ha di più deve sacrificarsi un po' di più. Credo sia una persona seria, ed in questo momento storico, l'Italia ha davvero bisogno di persone serie.



Probabilmente oggi mi sento più italiano del solito perché ho il timore che domani, andando al bancomat, potrei avere dei problemi. Ma non è escluso che Mario Monti potrebbe invogliarmi ad amare un po' di più il paese dove sono nato e cresciuto: basterebbe che, nel caso diventasse davvero il prossimo Presidente del Consiglio, facesse un governo formato da persone serie e competenti. Sembra poco, ma evidentemente non è stato così fino ad oggi. Altrimenti non ci troveremmo sotto i riflettori in negativo.



Nella foto, Monti che mostra la lunghezza del suo membro.

"Ti ciò una fava pare un bimbo di sei anni"

"Piccina 'osì?"

"No no: arta così!"

Questo, pare, sia stato lo scambio di battute.

restless



L’amore che resta – di Gus Van Sant (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: tenerezza






Portland, Oregon. Enoch è un giovane adolescente inquieto, solitario, intellettuale. Orfano di entrambe i genitori, espulso dalla scuola, passa il suo tempo passeggiando per i parchi, giocando a battaglia navale con il fantasma di un pilota giapponese, un kamikaze della Seconda Guerra Mondiale, o andando a funerali di perfetti sconosciuti. Proprio ad un funerale, incontra Annabel, una coetanea bionda ed esile ma piena di vita. Così, almeno, pare. Inizialmente, Enoch la respinge, ma è evidente che le affinità tra i due sono enormi. Poco a poco, diventano una coppia. Ed è allora che Enoch scopre che Annabel è malata terminale di cancro: le rimangono più o meno tre mesi di vita.

Che uno degli elementi portanti del cinema di Van Sant siano i giovani, adolescenti o meno, è appurato. Come pure la morte: è innegabile che la fine della vita eserciti un fascino particolare, Van Sant ce ne ha parlato spesso. Ecco quindi, l’ennesima variazione sul tema, un adattamento per il cinema di una pièce teatrale di Jason Lew, Of Winter and Water Birds, che si occupa anche della sceneggiatura di Restless (titolo originale, molto più corretto della banalissima traduzione italiana, abitudine che ormai non ho più la forza di combattere). Il risultato è un film non banale, seppure non certo un capolavoro, ma dai toni crepuscolari (così come la fotografia che ci “racconta” una nebbiosa Portland). Una grande storia d’amore, amore intenso, profondo, completo come può essere solo un amore adolescenziale, un amore segnato già in partenza da una scadenza a breve, che riesce a rimanere sobrio, in una maniera che, se non ci fosse la mano di Van Sant, sarebbe sorprendente.
Questa sobrietà che è un altro dei marchi di fabbrica del cinema di Van Sant, quantomeno quando parla d’amore. Alla fine, è un po’ una lezione che in molti dovrebbero apprendere, molti di quelli che fanno cinema, voglio dire. Una storia del genere che riesce a non divenire mai melensa è segno di grande capacità.
Splendide le recitazioni che il regista riesce ad avere dai due giovani protagonisti. Non avevo dubbi su Mia Wasikowska (Annabel), che ormai considero una stella affermata nonostante abbia solo 22 anni, ma di certo non era scontata una prova così densa di sicurezza da parte di Henry Hopper (Enoch), il figlio 21enne del compianto Dennis (e di Katherine LaNasa), qui davvero convincente.
Dopo Last Days e Paranoid Park, che non mi piacquero, direi che Milk e L’amore che resta rimettono Van Sant in carreggiata.

20111109

l'aria difficile


Los aires difíciles – di Gerardo Herrero (2006)


Giudizio sintetico: da evitare (1/5)

Giudizio vernacolare: meno male le zotte un si girano artro che da noi


Spagna. Juan si trasferisce da Madrid a una zona marittima nei pressi di Cadice, con la nipotina Tamara ed il fratello ritardato Alfonso. C’è un passato, doloroso, da lasciarsi alle spalle. I genitori della nipote sono morti in breve tempo; la madre, Charo, in gioventù fidanzatina di Juan, poi passata al fratello più grande Damián, con quest’ultimo si è sposata. Dopo qualche anno di matrimonio, è diventata l’amante di Juan, poi è rimasta incinta (non si sa bene di chi), e la loro storia è proseguita tra alti e bassi. Charo ha avuto altri uomini, e alla fine è morta in un incidente d’auto proprio con uno dei suoi (altri) amanti. Damián è mancato più tardi, e alla fine scopriremo come. L’amico fraterno, nonché poliziotto, Nicanor, è ossessionato dalla colpevolezza di Juan, e cerca di farsi confessare che Juan ha ucciso volontariamente Damián dal povero Alfonso.

Nella loro nuova casa, cercando una nuova vita, si legano a Sara, una donna poco più anziana di Juan, anche lei trasferitasi lì da Madrid, evidentemente per lasciarsi alle spalle un passato scomodo, e a Maribel, la donna tuttofare sia di Sara che di Juan, madre di Andrés, che ha l’età di Tamara, e che è stato abbandonato dal padre detto Panrico, nonostante lui viva ancora in quella zona.


E’ il secondo film che vedo di Herrero, dopo Malena es un nombre de tango, anch’esso tratto da un libro di Almudena Grandes. E, se nel primo caso forse ero stato clemente, soprattutto perché l’interpretazione di una bravissima attrice come Ariadna Gil salvava il salvabile, stavolta devo dire onestamente che questo è un film da far vedere appositamente per spiegare come non dev'essere un bel film.

Il libro omonimo, che ho amato come quasi tutta la produzione della scrittrice spagnola, esce massacrato dalla trasposizione di Angeles Gonzàlez Sinde e Alberto Macìas. Capisco la necessità di compattare e tagliare, ma allora perché volerne fare per forza un film? La storia di Sara sparisce completamente, così come quella tra Tamara e Andrés; tutta la sofferenza di Juan, il suo passato, e il suo dualismo col fratello, la sua storia con Charo, scompaiono o perdono spessore, fino a divenire insignificanti o poco più. Non finisce qui.

La fotografia, su uno sfondo comunque bello come la zona di Cadice, non riesce a rendere affascinante il tutto; la regia è piatta, incredibilmente piatta, manca dinamicità, e le recitazioni sono davvero ridicole. Si salva solo la prova di Carme Elias nei panni di Sara, probabilmente aiutata dalla parte minuscola che le viene affidata. Un vero peccato.

Visti i risultati, e visto che Herrero è uno dei produttori ispano-americani più attivi (e con ottimi risultati), direi che è meglio se dietro alla macchina da presa ci fa stare gli altri.

20111108

moving forward


Conatus - Zola Jesus (2011)

Ci sono alcune cose che dovreste sapere, prima di ascoltare il terzo full length di Nika Roza Danilova, aka Zola Jesus (origini russe ma nata a Phoenix, Arizona, e cresciuta a Merrill, Wisconsin). Sul genere di musica che vi troverete di fronte, voglio dire. Non che voglia darvi lezioni sulla sua storia, o sulla sua carriera: è la prima volta che la ascolto, e naturalmente quello che vi dirò, a parte le impressioni musicali, l'ho ricavato dalle sue schede biografiche.
Il riferimento immediato è Fever Ray: infatti, la ragazza le ha fatto da support act nel tour europeo 2010.
E' brutto, si dice sempre ma sempre si fa, ricorrere a nomi, paragoni, accostamenti, ma, alla fine, per spiegarsi è necessario. I nomi che vengono fatti, sia da lei sia da chi ne parla, oltre a quello già fatto, sono Lisa Gerrard, Liz Frazer, Siouxsie, Ian Curtis, Lydia Lunch ma pure Diamanda Galàs, come anche Stockhausen. Opera, lirica, dark, goth, industrial, elettronica, atmosfere plumbee, drumming elettronico secco, incessante, senza fronzoli, voce abbastanza potente, probabilmente non molto estesa verso l'alto (anche se c'è chi l'ha accostata a Kate Bush; c'è da dire che quando si "arrampica" come in Lick The Palm Of The Burning Handshake, fa venire qualche brivido), perennemente riverberata. Diversi pezzi evocativi: Vessel mi ha colpito quasi subito (giuro, non sapevo fosse stata scelta come singolo prima di scriverlo), ma trovo che questo sia un disco da ascoltare nel suo complesso (anche se, che ne so, perfino un pezzo come In Your Nature potrebbe avere perfino delle velleità commerciali), e probabilmente con un'atmosfera adatta, possibilmente buia, sicuramente un disco non allegro, che però può regalare emozioni.
Personaggio interessante, sia quando dice di Schopenhauer (che, in un certo qual modo, ha cambiato le sue prospettive situazioniste sul modo di intendere l'arte) che è "dark as a fuck", sia quando parla bene di Alicia Keys ("La gente non si aspetta che ascolti la sua musica, ma è incredibilmente talentuosa. Ha questa voce enorme, e una grande etica del lavoro, cosa che rispetto veramente in un artista.").

20111107

il cacciatore


The Hunter - Mastodon (2011)

Ammetto che mi ci è voluto qualche ascolto, per "entrare" nel nuovo Mastodon, ma è un periodo un po' così. Tra l'altro, come fanno correttamente notare un po' tutti gli esperti di metal e dintorni, basta dare una prima occhiata ai titoli e soprattutto, al numero delle tracce e alla loro durata, per rendersi conto che qualcosa è cambiato. Tredici pezzi, che oscillano tra 2.36 e 5.31; non esattamente quello che fino ad oggi ci avevano fornito i Mastodon, che, volenti o nolenti, si erano guadagnati l'onore (o l'onta) di veder accostato l'appellativo di progressive accanto a quella di metal, a proposito della loro musica, e non a caso.
In effetti, c'è una spiccata tendenza diciamo easy listening, nel nuovo disco. Ma, intendiamoci, se vi aspettate un generale rammollimento, siete lontani dalla verità.
Il mio parere, sempre più entusiasta man mano che gli ascolti si assommano, è che quella di The Hunter sia una bella strada, un bel modo per ricercare nuovi ascoltatori, ma pure di fare un po' cosa cazzo gli pare, dopo che con i loro dischi precedenti hanno infuso nuova credibilità nel metal, e fatti un culo tanto in giro per il mondo soprattutto da support band.
Non c'è solo questo. C'è, per come la vedo io, un tentativo piuttosto riuscito, di realizzare una summa tra la violenza del Mastodon-sound, le strutture relativamente complesse dei loro pezzi del passato, e influenze hard-rock del passato più remoto, che ogni metalfan si porta dentro; le strutture composite rimangono, perfino in un pezzo di tre minuti e mezzo come Black Tongue posto in apertura, il rifferama marziale, ma si abbandonano definitivamente lo screaming ed il growling (strada che era ormai chiara già dalla "progressione" dei dischi precedenti), per andare verso la ricerca addirittura di armonie vocali, dei cori stratificati, e parallelamente di assoli ampi, ariosi, quasi stadium-oriented, concedetemelo. Detta così, se non avete ascoltato il disco, potrebbe sembrarvi una elegante maniera di mascherare un imborghesimento, una poppizzazione. Beh, non è così. A meno che, sempre che li conosciate, il fatto che in diversi passaggi, i Mastodon suonino come una versione attualizzata dei Queensryche, vi sembri uno scivolamento verso il mainstream. La title-track ne è un esempio folgorante. Certo, non è il solo paragone che si possa estrarre dall'ascolto di The Hunter, ma è uno di quelli più ricorrenti.
L'unico cruccio che, in maniera stupidamente preventiva, mi assale durante il piacevole ascolto di pezzi quali Curl of the Burl, Bedazzled Fingernails, Creature Lives (una sorta di metal-gospel, incredibile ma vero, un pezzo superbo nella sua stranezza e nella sua imponenza), è il sospetto che tali importanti armonie vocali, non riescano ad essere all'altezza nella loro presentazione dal vivo (una pecca ormai assodata nei live dei Mastodon). Spero che i ragazzi (che cantano in tre su quattro) si siano messi a studiare seriamente.
Però, visto che stiamo parlando di un disco in studio, The Hunter è un gran cazzo di disco. Punto.

20111106

editoriAle


Vediamo se riesco ad articolare un discorso che abbia un filo logico, commentando le ultimissime notizie. Vorrei anche esprimere un concetto ardito, magari in conclusione.

Dunque, alluvione a Genova. Annunciata, prevista, eppure sono morte sei persone. Adesso si cercano le colpe. Mi sembrano piuttosto chiare (incluse le "nostre", quelle derivanti dal mancato rispetto del territorio, territorio che violentiamo continuamente col cemento), ma ovviamente anche il colpevole più "immediato" (il sindaco di Genova) le respinge. Se pensiamo che l'alluvione toscana del 1966 fece 34 vittime, mi pare evidente che stiamo regredendo, a livello di prevenzione. Anche se di sicuro c'è andata meglio della Thailandia: almeno qui non c'è il rischio coccodrilli.

Allargando lo sguardo, la situazione Italia. Non credevo, ma Silvio Berlusconi è proprio alla frutta. E fa anche un po' tenerezza, ascoltandolo descrivere un Paese inventato: "Gli italiani vivono in un paese benestante, i consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, si fatica a prenotare un posto sugli aerei". Naturalmente, non sapendo come giustificare questo paese delle meraviglie mentre tutto intorno, c'è un mondo intero che soffre la crisi economica, non gli è rimasto altro che dare la colpa al vecchio nemico: l'Euro, tanto odiato: "Siamo consapevoli che da quando c'è l'Euro si sono verificati impoverimenti di una fascia importante della popolazione italiana. Prima chi guadagnava due milioni al mese stava bene. Oggi con mille euro è difficile mandare avanti una famiglia. Con 80 euro si torna dal supermercato con un carrello che non contiene molte cose". Chissà chi è il suo ghost writer. Ogni commento è superfluo. Il distacco tra la realtà e quest'uomo è conclamato, e piuttosto grave se si pensa che, sempre quest'uomo, è Presidente del Consiglio dei Ministri.
Naturalmente, tutto questo è ovviamente descritto alla perfezione da chi ci osserva da fuori. Il titolo, ma soprattutto il contenuto, dell'articolo del Financial Times, quotidiano, come saprete vicino al PCUS, riassume il pensiero logico degli italiani normali: in nome di Dio, dell'Italia e dell'Europa, vattene!
Dopo lo slancio di tenerezza verso Silvio, due risate me le ha fatte fare pure l'ottimo Giuliano Ferrara, che come sempre è capace di unire lucida analisi politica ad enormi sfondoni involontariamente autoironici: "Tremonti è una salamandra che passa attraverso il fuoco, era socialista, è diventato liberista, è antifiscale leghista e un po' antimercatista e anticapitalista. Era del Patto Segni, poi passò con Berlusconi, era contro le banche e con le banche. E' una personalità fortemente disturbata e fa un calcolo cinico sbagliato, che lo porterà alla sconfitta. Il calcolo è rimanere in piedi nelle macerie dell'esperienza Berlusconi". Detto da uno che era comunista, figlio della segretaria di Togliatti, partecipante agli scontri di Valle Giulia, poi socialista craxiano e, a suo dire, confidente retribuito della CIA, poi ministro per Berlusconi, attivista antiabortista dopo essere stato consenziente (per tacito assenso) a tre aborti da parte di tre compagne in gioventù, beh, fa davvero ridere. Meno male che una cosa giusta l'ha detta: l'esperienza berlusconiana ha lasciato solo macerie. E' importante che uno che ha fatto il ministro con lui lo riconosca.

Concludiamo col concetto ardito annunciato, e una riflessione breve sulla situazione europea. In Grecia la situazione è fluida, e l'opposizione ha rifiutato di entrare nel Governo di Unità Nazionale proposto dall'attuale premier socialista (il povero Papandreou, che sta scontando le bugie del "collega" Costas Simitis). Provando ad estrapolare il tutto, e a dare uno sguardo dall'esterno (anche sull'Italia), è abbastanza chiaro che l'Europa sta tentando di pilotare la politica greca, italiana, come ha fatto con quella spagnola e portoghese. Io credo che a questo punto, bisognerebbe osare ancora di più, nonostante non sia esattamente d'accordo sul fatto di seguire ciecamente i dettami del Fondo Monetario Internazionale. Osare di più, a mio parere, vuol dire che proprio perché siamo in crisi, è l'ora di unire l'Europa politicamente. Riflettere, e pensare a un gruppo di nazioni che siano governate da un esecutivo eletto trans-nazionalmente. Fare come con l'Euro: chi ci sta bene, chi non ci sta rimane fuori; ma immaginatevi anche solo un nucleo formato da Germania e Francia, magari con Olanda, Lussemburgo e perché no, Belgio e Austria. Gli altri farebbero la coda per entrare. Le nazioni originarie conserverebbero un'autonomia simile a quella federale dei vari stati degli USA. Perché no? Ma chi avrà questo coraggio? Ci vuole un grande politico. Di certo, non sarà un italiano. Rassegnamoci: non abbiamo questa grandezza.