No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20080731

clap hands


Tom Waits, Milano, 19 luglio 2008, Teatro degli Arcimboldi




Forse era estate. Ero a dormire a casa di un amichetto, probabilmente era il 1982, o qualcosa del genere. Il fratello più grande del mio amico, gran chiacchierone ma appassionato di musica come me, in qualche maniera, mi parla di un certo Tom Waits. Io ascoltavo rock, più che altro, e canzonette per esposizione. Non ho più smesso di amarlo, Tom, e di ringraziarlo, il fratello del mio amico.




Qualche giorno fa parlo con mia sorella, poco appassionata di musica. Le dico che sabato 19 non potrò tenere mio nipote, suo figlio. Mi domanda perchè, le rispondo che vado a vedere Tom Waits. Mi domanda chi è. Le rispondo che siccome l'ho già visto nel 1999, da domenica prossima quando mi presenterò a qualcuno non dirò il mio nome, bensì "salve, io ho visto due volte Tom Waits".




Ancora non sto bene, ma l'appuntamento è irrinunciabile. C'è l'amico Fabio da Roma per un viaggio in auto a Milano che, ci rifletto adesso, era un po' che non facevo; negli ultimi anni sono sempre andato in treno, e tornare ad andarci in macchina mi fa tornare anche giovane.


Bella giornata, e la tentacolare metropoli ci accoglie spoglia, soprattutto dal traffico, la zona universitaria che accoglie il teatro è perfino carina. C'è un altro amico, Marcello, che è qui con i genitori: una cosa spiazzante ed esaltante al tempo stesso. Per usare un luogo comune, potenza della musica.


Il pubblico italiano è tendente al fighetto finto casual, ma c'è un'imponente presenza di stranieri, alcuni disciplinati (quelli che, quando la zelante hostess degli Arcimboldi li prega di andare a bere la birra fuori dalla zona poltroncine si alzano e ci vanno), altri meno (il tedesco dietro di noi che ci urla nelle orecchie tutto il concerto). Il teatro, che non avevo mai visto, bello, imponente e moderno. La resa sonora sarà infatti fantastica, nonostante i volumi contenuti. Personaggi pubblici presenti, anche se i più si saranno fatti le prime due sere (Tom ha suonato qui pure giovedì e venerdì, stasera è sabato); avvistato Roy Paci, mentre 3 file dietro a noi c'è Paolo Liguori, cosa questa che mi fa immediatamente venire uno sfogo sulla pelle.




Il palco è come te lo aspetti: semibuio, con un palchetto polveroso per lui, gli strumenti tutti intorno, sul soffitto grammofoni e cianfrusaglie varie. Si fa attendere, si comincia che sono quasi le 22,00, ma il pubblico gli perdona tutto, e lo accoglie con un calore debordante. Ecco l'uomo, il barbone, l'alcolizzato (ex), il peccatore, Bukowski in musica, il cantante dalla voce di carta vetrata, il cantore dei perdenti, delle pene d'amore affogate nel bicchiere, il padre di tutti i tipi da bancone. Una marionetta di carne redenta (dalla moglie, finalmente una che fa del bene agli artisti...sto pensando a Ben Harper e Chris Cornell, due sicuramente qualche gradino sotto a Waits, ma completamente rovinati artisticamente da nuove relazioni) e dinoccolata. Il molleggiato d'America, potremmo osare, anche se di spessore infinitamente più grande di quello italiano, se permettete.




E' l'accoppiata Lucinda con Ain't Goin' Down To The Well da Brawlers, il disco numero 1 del mastodontico Orphans, ad aprire le danze. Il pubblico ammutolisce, attonito e stordito, e anch'io, nonostante il precedente del 1999, rimango basito e rapito dal vortice catarroso della voce di Waits. La polvere che si alza dal suo palchetto quando sbatte il tempo con gli stivali è un classico.


Da sinistra a destra, Casey Waits, il figlio grande (a Firenze nel 1999 entrò sul palco 14enne per suonare Big In Japan, adesso è titolare), alla batteria, Seth Ford-Young al basso/contrabbasso, Omar Torrez alla chitarra, Patrick Warren alle tastiere, Vincent Henry ai fiati. C'è anche Sullivan Waits, il figlio di mezzo, che entra per 3-4 pezzi, suona il clarinetto o le congas.


Way Down In The Hole torna indietro di 21 anni, a Frank's Wild Years ed è sempreverde (4 versioni differenti - The Blind Boys Of Alabama, Neville Brothers, DoMaJe e Steve Earle - più la sua, aprono le 5 serie di The Wire, un serial poliziesco HBO dal buon successo di pubblico all over the world), ma il terzetto che arriva dopo stende: Fallin' Down, bellissima, All The World Is Green, stupenda, I'll Shoot The Moon, struggente. '88, 2002 e '93, i decenni scorrono ma la poesia sporca di Tom non tramonta. Mi torna in mente la cassettina originale di Closing Time e mi sento in pace con me stesso.


God's Away On Business è spassosa e dissacrante, poi per Cold Cold Ground Tom imbraccia la chitarra, mentre per Eyeball Kid prende il megafono; divertente l'introduzione dove Tom, supportato dalla band, "palleggia" col suo occhio destro. La band è minimale, così come il drumming di Casey, ma cambia registro con estrema facilità. Torrez non è Ribot, ma dice la sua.


Jesus Gonna Be Here è ruvida. Tom si siede al piano e racconta la prima storiella della serata (anche se già al secondo-terzo pezzo aveva già dato dimostrazione di tempismo comico inarrivabile, rispondendo con un "ok baby" ad uno dei tanti urli provenienti dalla platea); parla di bagagli smarriti, shopping a Milano, e di un fantomatico posto fuori città dove puoi trovare qualsiasi cosa, appunto, va smarrita nei viaggi aerei, dopo di che attacca On The Nickel. Altra storiella su "paese che vai, leggi che trovi" (niente a che vedere con le toghe rosse, solo aneddoti nonsense e divertentissimi), e poi, dice lui, a richiesta Tom Traubert's Blues. Potrei andarmene mentre canta (e canto) to go waltzing Matilda, waltzing Matilda ma rimango.


House Where Nobody Lives e la splendida Innocent When You Dream, durante la quale fa cantare tutto il teatro (mi vengono i brividi a ripensarci...it's such a sad old feeling, the fields are soft and green, it's memories that I'm stealing, but you're innocent...when you dream...when you dream you are innocent when you dream), sono le ultime al piano per il momento, Tom torna sul palchetto per una movimentata Lie To Me, poi viene la salsa di Hoist That Rag, con il figlio Sullivan alle congas. Prende la chitarra elettrica per Bottom Of The World, torna al piano, racconta una storiella su caramelle e spiritualità, e introduce Chocolate Jesus come "una canzone adatta per la messa della domenica mattina".


Travolgente l'avvicinamento alla pausa. La medley tra Rain Dogs e Russian Dance fa impallidire la balcanicità di Kusturica e dei Gogol Bordello, Dirt In The Ground è cavernosa e Make It Rain fa piovere davvero, anche se sono solo coriandoli dall'alto (forse anche un pochino in ritardo, visto che pareva quasi implorarli ad un certo punto). Ma sono gli applausi e le richieste di bis indiavolate che piovono appena Waits e la band lasciano il palco per la pausa, meritata.


Il finale è da incorniciare. Jockey Full Of Bourbon diventa un cha cha cha (e Capossela si inchina), Hang Down Your Head (una delle mie preferite) è esaltante, l'ultima è Goin' Out West piena di stop e con Tom ancora con la chitarra elettrica imbracciata. E' quasi mezzanotte, può bastare. Saluta tutti e per un momento sembra che gli si stacchino le mani dai polsi, tanto sono grandi e ondeggianti.




Mi rimane negli occhi Tom Waits con la bombetta fatta di specchi come le palle da discoteca, non ricordo su quale pezzo, ed esco dagli Arcimboldi con un sorriso ebete stampato sul viso. Torno a casa con 150 euro in meno, ma con una serata da tramandare ai posteri.

fish

in questo periodo mangio un sacco di pesce.
so che la cosa interessa molti di voi.

provincialismo


Ha ragione in pieno Massimo Riva, che ieri su Repubblica scrive che mentre in Italia ci si scervella per trovare una soluzione che lasci Alitalia in mani italiane, fuori di qui si pensa in grande e, ad esempio, Iberia e British Airways si alleano, probabilmente con un partner statunitense, creando così un colosso dell'aria difficile da impensierire. Nel frattempo, con l'astuta mossa che ha fatto ritirare Air France, gli esuberi sono praticamente raddoppiati.


Avete sentito, in questo ultimo mese, nel quale si è parlato della possibile alleanza IB-BA, levate di scudi da parte iberica o della perfida Albione? Non mi pare.

Cos'è questo, se non un classico comportamento "provinciale", termine da intendersi in questo caso nella peggiore delle sue accezioni?

20080730

fantastico!

I bagni per transgender. In Thailandia sono avantissimo.

time passages


La faccio breve: fino a ieri, a fasi alterne, dal 10 di questo stesso mese, ho sofferto di una diarrea piuttosto fastidiosa, che mi ha fatto perdere qualche etto e mi fa preoccupare. Aspetto ancora un po' per dire che ne sono uscito.

Insieme al mio medico curante, una donna, ho fatto analisi, tentativi di cure, discussioni e ho avuto anche qualche piccolo scazzo. Abbiamo temuto fossi diventato celiaco (non sempre si nasce celiaci), le analisi lo hanno escluso; ho mangiato per alcuni giorni escludendo il glutine, tanto è vero che in casa ho ancora diversi prodotti per celiaci.

Adesso, ho provato da un paio di giorni ad escludere latte e i suoi derivati (anche la band) dalla mia dieta; essendo vegetariano, ho dovuto ricorrere ai ripari. Ho preso una decisione sulla quale non ho esitato, nonostante quello che potrebbe pensare qualcuno: ho mangiato "non vegetariano".

Ieri l'altro ho accompagnato la classica patata lessa con un paio di etti di prosciutto di Parma, mentre ieri sera ho fatto le patate arrosto (la mia dottoressa mi ha detto che andavano bene anche arrosto) con dei wurstel di pollo. Non ho fatto drammi, e penso di tornare tranquillamente alla mia dieta appena passerà la nottata, ma la salute viene prima di tutto.


E' stato comunque strano. Però mi ricordavo distintamente i sapori. E' un bel modo per apprezzare il cibo, anche quello semplice.

lacio drom


Da D la Repubblica delle donne, nr. 608



Otto milioni di europei

di Jean-Pierre Liégeois (*)


I Rom sono la minoranza più importante d'Europa: circa otto milioni di persone, molto più dei cittadini di parecchi Stati. Ma non hanno consolati, ambasciate, governi di riferimento. Non è una questione teorica: se uno Stato sviluppa una politica, per esempio scolastica, a beneficio di una minoranza, è sufficiente che questa domandi il materiale per le classi, o la formazione degli insegnanti, al suo Paese di appartenenza. Per i Rom invece, minoranza transnazionale, tutto questo non è possibile: tocca al Consiglio d'Europa e all'Unione europea intervenire. E gli Stati devono collaborare tra loro. Io, ora, propongo un capovolgimento di prospettiva. Dato che nell'Europa di questi anni, segnata dalla mobilità e da un'emergenza legata alle minoranze, quelli che erano Paesi d'emigrazione sono diventati Stati d'immigrazione, e dato poi che i Rom sono un popolo mobile - non nomade: mobile, con un'organizzazione familiare e sociale che attraversa le frontiere - io propongo che siano visti non più come dei marginali, ma come un paradigma per l'Europa del XXI secolo. Loro sollevano questioni fondamentali, sul senso dell'Europa e delle sue componenti: individui e comunità, Stati, nazioni, nazionalità, libera circolazione, migrazioni. E lanciano la sfida per la gestione di nuovi spazi giuridici e sociali. Per esempio, il problema della scolarizzazione dei bambini Rom potrebbe diventare una fonte di rinnovamento per l'educazione globale, che è in difficoltà. Il diritto è dalla loro parte. Il problema è che le leggi non vengono applicate: le indagini e i rapporti delle istituzioni internazionali mostrano che i Rom sono i più condannati, respinti e discriminati fra i popoli d'Europa. L'accesso ai diritti, per loro, passa attraverso l'applicazione dei testi normativi esistenti (anche se alcuni devono essere ancora migliorati) e la formazione degli operatori: insegnanti, personale sanitario e di polizia, assistenti sociali. Ma, soprattutto, passa attraverso l'informazione: ogni tentativo di pensare politiche nuove nei loro confronti si scontra infatti con un serbatoio secolare di stereotipi, immagini negative, dal quale è sempre possibile attingere per giustificare il proprio rigetto, o addirittura i propri comportamenti discriminatori a livello politico. Domandate agli abitanti di un paese cosa pensano degli zingari. Vi risponderanno che rubano. Se però chiedete esempi concreti, vi diranno che nel loro paese non si sono verificati furti, però nei paesi B e C di certo vi potranno dare le prove. Ma se andate nel paese B, vi diranno di andare nel paese A, o in quello C. E lo stesso faranno nel paese C. Fra mille Rom non c'è più delinquenza di quanta ce ne sia fra mille cittadini qualsiasi. I loro reati però sono i più segnalati, perché sono la popolazione più sorvegliata. Il problema principale resta capire dove possono andare a vivere. La gente si rifiuta di vendere loro terre o case. In Francia, per esempio, l'obbligo di predisporre aree di accoglienza risale al '90, ma i Comuni non rispettano la legge. Esiste solo il 10% delle aree necessarie e il 90% delle carovane non ha modo di sistemarsi legalmente. E se i Rom si fermano in un terreno che non appartiene loro, per le autorità locali espellerli è facile. Ma, alla fine, renderli responsabili di una situazione di cui sono invece soprattutto le vittime, questo non è giusto.


(Testimonianza raccolta da Francesca Frediani)


(*) Docente alla Sorbona, nel 2007 ha pubblicato Roms en Europe (Editions du Conseil de l'Europe). Delle sue opere, in italiano si trovano: Rom, Sinti, Kalè... Zingari e viaggianti in Europa (Centro Studi Zingari) e Minoranza e scuola: il percorso zingaro (Anicia).

luglio




tricastin


Ancora un allarme alla centrale nucleare francese di Tricastin. "La Edf, l'azienda che gestisce la centrale nucleare ha subito detto che l'allarme è scattato per errore e che non c'è stata alcuna perdita di materiale contaminante".


Certo che, gli allarmi che scattano per errore in una centrale nucleare, danno fiducia.

20080729

cani randagi


Mi ero quasi dimenticato: che cazzo di disco meraviglioso è questo!!


Tom Waits - Rain Dogs (1985)

coming soon


A breve, recensioni di:


Editors + Three In One Gentleman Suit, Firenze, 25 luglio 2008, Fortezza da Basso (concerto); dopo gli opener italiani stile One Dimensional Man, gli Editors infiammano i fans con i loro cavalli di battaglia, dando fondo al repertorio (limitato, 2 dischi), ma lasciano indifferenti gli altri, con una prova senza infamia e senza lode, e soprattutto mostrando la corda con pezzi tutti molto simili.


Il cavaliere oscuro - di Christopher Nolan (cinema); niente da fare, nonostante il bravo regista e il cast stellare, il cinema non riesce a rendere la profondità di alcuni personaggi dei fumetti; in questo caso, nonostante la strombazzata prova di Heath Ledger (al quale sembra vogliano dare l'Oscar postumo), il film, soprattutto nella seconda parte, è di una noia mortale. Nella sala accanto c'era Hellboy 2, e forse era meglio!

brunetta e robin hood


Continuano allegramente i casini che questo splendido e scintillante governo mette in piedi. Dopo la norma semplicisticamente chiamata "precari a vita", ecco un tagliettino alle pensioni, che, insomma, fa sempre bene, visto che ormai abbiamo appurato che la sbandierata Robin Hood Tax non serve a un cazzo.

Aspetto con ansia che taglino la pensione a un parente dei sostenitori di Brunetta, anche di sinistra, per sentire gli ululati.

sorridi


E' carino, come quasi tutte le canzoni di Aimee Mann, questo suo nuovo lavoro. Caldo come la sua voce, intenso, pieno di grande songwriting e di begli arrangiamenti. Forse un po' troppo levigato, e pure di non grande varietà (i pezzi spesso si somigliano). Freeway è la più orecchiabile, Ballantines la più asimmetrica, un duetto insieme a Sean Hayes, dal sapore vagamente swing. Ascolto rilassato, forse più adatto a sere d'inverno.


Aimee Mann - @#%&*! Smilers

hand in hand


Notte in discoteca per Silvio e Veronica
Repubblica — 28 luglio 2008 pagina 10 sezione: POLITICA INTERNA
PORTOFINO - Una notte in discoteca sino tardi per il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la moglie Veronica Lario. Sabato sera la coppia si è presentata in piazzetta, a Portofino, mano nella mano. Da tempo i due non si facevano vedere insieme nel borgo. Dopo le polemiche e i recenti boatos seguiti alla bufera delle intercettazioni, il presidente e la moglie si sono nuovamente mostrati insieme: un chiaro messaggio per far capire che in famiglia sarebbe tornata la pace. E la serata a Portofino è stata piuttosto animata. Prima la cena dall' amico "Puny" (spiedini di moscardini, branzino bollito con insalata russa, calamari fritti e sorbetto alle fragole) e poi, più tardi, i due sono stati visti fare le ore piccole al "Carillon" di Paraggi, la storica discoteca dei vip, a due passi dalla villa di Berlusconi. A cena il premier e la moglie sono arrivati insieme ai figli di lui, Marina e Piersilvio. A tavola hanno rispolverato l' album dei ricordi con il ristoratore "Puny" che ha portato le foto di Berlusconi e Veronica scattate vent' anni fa nel suo locale. (ava zunino)

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Eravamo sinceramente preoccupati, infatti...

20080728

dead man walking


Ieri a Teheran, 29 condanne a morte per impiccagione. Vorrei ribadire ancora una volta che la pena di morte, a me, fa ribrezzo. Se leggete questo articolo da Repubblica, capirete come l'Iran ha la stessa politica che viene caldeggiata da molti giustizialisti, sia di destra che di (pseudo) sinistra. Magari persone che ce l'hanno con l'Iran perchè "minaccia" l'Occidente e gli USA.

20080727

nate


"L'amore non è quello che senti, è quello che fai...e se la persona con cui stai non vuole il tuo amore...è meglio riservarlo per qualcuno che lo accetti"


Nate Fisher - Six Feet Under; episodio 6, serie 5

20080725

o.d.a.a.l.


Due nomi: Zack de la Rocha (Rage Against The Machine) e Jon Theodore (ex batterista dei Mars Volta). 5 pezzi ossessivi, rock ed elettronici allo stesso tempo, drumming potente e non masturbatorio, cantato hip hop con voce filtrata in diversi punti. L'ultima frontiera del crossover.




Grazie a Consu per la segnalazione.

situescion


Nicola Mancino sul blocca-processi: "La democrazia si regge se la magistratura è autonoma e indipendente. Ogni ferita che si arreca all'ordine giudiziario nuoce alla democrazia".


Berlusconi: "Il lodo Alfano è il minimo che una democrazia possa apprestare a difesa della propria libertà".


Mila Damianov, collaboratrice di Karadzic durante la sua latitanza: "Lo vedevo come una specie di santo, un apostolo. Uno che aveva a cuore i problemi di coloro che soffrono".


Claudio Scajola, ministro per lo sviluppo economico, sugli incidenti nucleari in Francia: "Su questi episodi mi pare ci sia stata un'enfatizzazione eccessiva".


Kamchatka: branco di orsi bruni terrorizza la popolazione, hanno fatto già due vittime. "Il bracconaggio ha infatti portato ad un drastico calo dei salmoni del Pacifico, di cui questi animali si nutrono".

Occhio.

playlist-nel lettore mp3

Aimee Mann - @#%&*! Smilers
Alanis Morissette - Flavors Of Entanglement
Beck - Modern Guilt
Gavin Rossdale - Wanderlust
Johnny Cash - Unearthed V - Best of Cash on American
Journey - Revelation
Marracash - Omonimo 2008
One Day As A Lion - EP 2008
Santogold - Omonimo 2008
Sigur Ros - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust
Steve Earle - Washington Square Serenade
Tom Waits - Rain Dogs
Tricky - Knowle West Boy

20080724

m m j

questa settimana ho letto due begli articoli sui my morning jackets. una band che mi piace veramente un bel pò, per non dire tanto. un'articolo su jam, letto all'aeroporto di napoli, di frodo in libreria e su Q il giornale di musica inglese, che ne parla con paroloni che nemmeno neil young e li definisce una delle migliori live band del pianeta attualmente. e io sono d'accordo.
si fanno largo a spintoni.

estere live report

cascina rossa.rivolta d'adda. cremona.
in quattro è sempre più bello!
provare per credere...

la scaletta:
l'ascia
blu 
porpora
gialla
comanda colore
il pretesto
duello sul porto di livorno
love will tear us apart
verde
scivolando

cesso


Dice, sei fiacco, non aggiorni molto il blog, non vai più al cine, salti i concerti.

Provateci voi a fare le solite cose di sempre quando il primo pensiero della mattina è che durante il giorno ci sia un cesso abbastanza vicino per quando vi prende lo "strizzone"......

the body of jonah boyd


Il corpo di Jonah Boyd - di David Leavitt



In un lungo flashback, la voce narrante (per quasi tutto il libro) della protagonista Judith, segretaria in pensione, ripercorre la parte più importante della sua vita e, insieme, le vicissitudini che l'hanno portata a diventare proprietaria della casa dei suoi sogni e tenutaria di un segreto che ha attraversato la vita di un gruppo di persone della upper-class americana, insegnanti, scrittori, artisti (o pseudo tali).


David Leavitt certo non ha perso la capacità di scrivere in maniera affascinante e accattivante, e soprattutto di descrivere le piccole meschinità che pervadono l'americano medio e benestante, gente dalle maniere impeccabili e dalla vita piena di sotterfugi; è un po' la capacità di commuovere, di coinvolgere il lettore con personaggi indimenticabili e storie più che avvincenti, che sembra mancargli, quanto meno in questo libro del 2005. C'è il sospetto che, in effetti, quando si ha un "nome", si possa pubblicare di tutto, e questo stia bene sia all'editore, sia all'autore.

Intendiamoci, non che questo Il corpo di Jonah Boyd sia un brutto libro, anzi. Scorre benissimo, è breve, è ben scritto e piuttosto ben costruito, personaggi e ambienti ottimamente descritti, con una buona dose di ironia, anche sulla stessa categoria di Leavitt (e un po' di sarcasmo autoriferito, se si pensa alla vicenda di Mentre l'Inghilterra dorme, libro per cui fu accusato di plagio); ma dopo qualche giorno lo dimentichi.

Non è quello che ci aspettiamo da David Leavitt.

playlist-nel lettore mp3

Aimee Mann - @#%&*! Smilers
Beck - Modern Guilt
Gavin Rossdale - Wanderlust
Johnny Cash - Unearthed V - Best of Cash on American
Journey - Revelation
Marracash - Omonimo 2008
Santogold - Omonimo 2008
Sigur Ros - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust
Steve Earle - Washington Square Serenade
The Chapin Sisters - Lake Bottom
The Ting Tings - We Started Nothing
Tom Waits - Rain Dogs
Tricky - Knowle West Boy

( )


Sigur Rós + Helgi Jonsson, Firenze, 11 luglio 2008, Giardino di Boboli, Prato delle Colonne




Appuntamento imperdibile per il ritorno degli islandesi timidi e low profile dopo l'ultimo disco, che per amicizia, simpatia e praticità chiamerò Endalaust, in una cornice a dir poco suggestiva. Non metto piede ai Boboli forse dai tempi delle medie (gita), e ovviamente da "grandi" certe cose si apprezzano di più. Il problema è che stasera non sto per niente bene, e me lo godo poco, quindi. Caldo avvolgente, pubblico non troppo rumoroso (a parte qualche sparuta eccezione che, naturalmente, per l'infallibile legge di Murphy, capiterà a sedere proprio accanto a me e al mio amico) e in gran parte straniero, e ci avviamo stancamente verso l'emiciclo, confidenzialmente detto Prato delle Colonne, luogo preciso dove è piazzato un grande palco con una doppia tribuna che, a occhio, può contenere agilmente 4.000 persone; gli amici Iacopo e Maurizio (in rigoroso ordine alfabetico) mi dicono che solitamente ci fanno la lirica. Colpo d'occhio affascinante, e sul palco noto delle grandi sfere penzolanti dal soffitto che mi ricordano l'allestimento per il concerto di Battiato di un paio di anni fa. Curioso accostamento.




Apre il giovinotto che risponde al nome islandese di Helgi Jonsson, chitarra e voce quasi bambinesca, quindi delicata, ci sollazza una trentina di minuti ricordandoci grandi interpreti ma dimostrando buona pratica e timidezza (anche lui), quindi ci piace: lo applaudiamo convinti.


Si fa buio, e passano le 21,30. Siamo seduti in ultimissima fila, più in alto di tutti, e le zanzare, buon per noi, non ci arrivano. Alle 21,40 circa le note di Svefn-g-englar ci avvertono che i nostri amichetti del Nord con la n maiuscola sono qui e ci vogliono idealmente abbracciare di musica. Ecco i primi 10 minuti di pace dell'anima. L'atmosfera, già molto rilassata, si fa onirica. L'aria non pesa più. Gli spettatori sono presto rapiti. I Sigur Rós hanno cominciato. Il batticuore finale diventa l'inizio di Glósóli. La batteria di Orri è sulla destra per chi guarda, di fianco. Glósóli è un crescendo di oltre 5 minuti, non me n'ero dimenticato. E' un pezzo di emozione che fa breccia nel tuo cuore con la dolcezza di un bacio e la durezza del ghiaccio. Una marcia verso il nirvana. I SR potrebbero già essere racchiusi qui, in questi primi due pezzi. Il bastone (Glósóli) e la carota (Svefn-g-englar). Ci sono naturalmente le Amiina. Diligenti al loro posto, leggermente defilate, alla sinistra di chi guarda. Ecco un altro estratto da Takk: Sé Lest. I SR mi appaiono leggermente più "professionali" sul palco, più esperti. Ma sempre pronti a stupire: nella seconda metà del pezzo entra sul palco una specie di marchin' band (presente anche Helgi Jonsson). Ecco il vero significato di musica popolare. Un pezzo che è già un classico: Ný batterí. Tastiere e Kjarri sulla parte sinistra, sempre per chi guarda il palco, basso e Goggi vicino a Orri, che in questo pezzo pesta furioso. Ecco il primo pezzo da Endalaust: Við spilum endalaust. Che dire, che non sia scontato? Jónsi ha qualche incrinatura nella voce, ecco, questo mi ricordo. Come spesso mi ripeto, una cosa che rende più umani, l'errore, la sbavatura. Il pezzo è gioioso e giocoso, leggero nell'arrangiamento ma pesante nelle percussioni. Non stona, assolutamente. E' un momento poco riflessivo, per gli standard SR: parte Hoppípolla ed è subito festa. Inutile girarci intorno: un pezzo irresistibile. Poco importa se gli ha dato airplay, chi se ne frega, anzi. Se tutta la musica che passa in radio fosse così. Il pubblico è piuttosto attento, coinvolto. Sono sicuro che c'è perfino chi è venuto perchè fa figo, ma spero che sia per lo meno attonito. Lo sapete che i SR mi rendono più buono. Quanto mi piacciono le donne e quanto mi piace Hoppípolla. Il seguito naturale è Með blóðnasir, sempre da Takk, che, pensate un po', alla fine risulterà l'album più gettonato con "ben" 5 pezzi in scaletta (anche se, a pensarci bene, questi due ultimi si possono considerare un tutt'uno). Con Olsen Olsen ripenso a quanti pezzi straordinari e al tempo stesso assurdamente semplici hanno scritto i SR. Jónsi ci culla, rapito. Fantastico il finale. Una chicca quella che segue: è Gítardjamm, dal dvd Heima, quella che suonano dentro la fabbrica abbandonata. E' vero, somiglia a Festival, magari ne è la genesi. Quanto è bella.

Un paio di estratti dal nuovo disco, non quelli che mi aspettavo però: Góðan daginn e Fljótavík. Bella la prima, incantevole la seconda, uno di quei pezzi che ti fa venire voglia di aprirti il petto e mettere il tuo cuore in mano alla persona amata. Non piango solo perchè non mi sento bene: che contraddizione. Ecco Sæglópur, con quel piano iniziale che pare da discoteca. E invece, un pezzo devastante e intenso. Una botta. Segue Hafssól, unico estratto dal disco di debutto Von, con Goggi che suona le corde del basso con una bacchetta da batteria. Un trip.

Si avvicina il gran finale, ed ecco l'opener di Endalaust, l'allegra e tribale (ma con coretti che i detrattori dei Dillinger Escape Plan definirebbero gay, ma questi sono ancora più "ingenui") Gobbledigook. Un pezzo ben strano per i SR. La band invita al clap hands, saltano i posti numerati, la "banda", Amiina comprese, suonano delle percussioni. Alla fine, ci sono perfino i coriandoli.

Ma il finalone vero deve arrivare. Siamo quasi alle due ore, e la band torna sul palco per l'unico pezzo da ( ), la Untitled #8, conosciuta anche come Popplagid (la canzone pop). Ormai una conclusione classica, un'esplosione (ancora) gioiosa e musicalmente rutilante, che oltrepassa i 10 minuti e vorresti non finisse mai.

Invece, tutte le cose belle finiscono. I SR tornano insieme alle Amiina e alla "banda", alla maniera teatrale, a raccogliere gli applausi e a fare inchini, e tornano un'altra volta da soli. Il pubblico li reclama ma l'accensione delle luci mette fine ad ogni speranza.

Il rientro a casa tragico (dalle medicine e dal sonno mi vedo costretto ad accostare l'auto in una piazzola della FI PI LI - compagna di mille avventure ormai - e a dormire il sonno dei giusti nell'ampio bagagliaio del Doblò) non mi impedirà di ripensare a questa sera come ad una bella esperienza.

20080723

playlist - nel mio lettore mp3

Aimee Mann - @#%&*! Smilers
Beck - Modern Guilt
Carneigra - Santinsaldo
Coldplay - Viva La Vida Or Death And All His Friends
Cult Of Luna - Eternal Kingdom
Gavin Rossdale - Wanderlust
Johnny Cash - At Folsom Prison
Santogold - Omonimo 2008
Sigur Ros - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust
Steve Earle - Washington Square Serenade
The Chapin Sisters - Lake Bottom
The Ting Tings - We Started Nothing
Tom Waits - Closing Time
Tricky - Knowle West Boy

20080722

dischi per l'estate




Ecco qua una coppia di dischetti che magari a nessuno verrebbe voglia di accostare, che però vanno benissimo per le atmosfere estive. Un esperto e dei debuttanti.




Il nuovo disco di Beck non aggiunge nulla a quanto già detto dal genietto californiano. Atmosfere ovattate, rock quanto basta, canzoni ben scritte, linee melodiche che rasentano la perfezione. 10 pezzi anche da canticchiare, con interludi anche cupi (Chemtrails), a volte indimenticabili (Profanity Prayers). Ottime parti di basso e batteria. Collabora Cat Power su Orphans e Walls.




Il debutto degli inglesi di Leigh The Ting Tings, al secolo Katie White e Jules De Martino, è uno di quei dischi che ti vengono a noia, se è vero che il loro singolone di apertura Great DJ è perfino nella compilation del Festivalbar; e se ascoltate il disco intero, non è che vi venga in mente una ragione particolare per toglierlo. Musica leggerissima, vocina sbarazzina, rockettino e elettronica, ritornelli fulminanti e sfacciati. Se lo ascoltate bene, scoprirete che non c'è solo pop. Quasi sicuramente non arriveranno al terzo disco, ma per quest'estate vanno benissimo.




Beck - Modern Guilt


The Ting Tings - We Started Nothing

20080721

coming soon


A breve, recensioni di:


(concerti)


Sigur Rós + Helgi Jonsson, 11 luglio 2008, Firenze, Giardino di Boboli


Tom Waits, 19 luglio 2008, Milano, Teatro degli Arcimboldi


(libro)


Il corpo di Jonah Boyd - di David Leavitt


Scusate il ritardo

commistioni e coincidenze


Proseguo la visione di The Wire e mi appassiono; quasi finita la prima serie (momento triste, Kima è stata gravemente ferita in un'imboscata, mentre stava partecipando ad uno "scambio"), ho già la seconda e mi sono messo al lavoro per le altre, che in italiano non si recuperano, e allora vai con i sottotitoli spagnoli. Indovinate di chi è la sigla iniziale, che, come recita Wikipedia, nella seconda serie è cantata dal "titolare" in una versione apposita?


Way Down In The Hole di Tom Waits.

napule

Dedicata a tutti i napoletani che soffrono per la spazzatura, e al tempo stesso a tutte le donne.
Oggi mi va così.
Grazie a Filo di avermela segnalata.

Fatmah - Almamegretta

Marò comme sì bella e nun ‘o ssaje
nun saccio bbuono chello ca me faje
amaro è o ddoce ca me fa’ ‘mbriaca’
guardo, sperisco e nun pozzo tucca’
e tu cammenanno te ne vaje
ll’uocchie acalate ma nun triemme maje
si’ na criatura mmiezo ‘e liune
ma dint’ ‘a vita nun tiene padrune

ah che bella voce
ca ll’anima se squaglia quanno cante
ah che bella voce
nun saccio si so’ diavolo o so’ santo
saccio sulo ca quanno te sento
sento dint’ ‘a ll’anema ‘o turmento
nun saccio manco cchiù addò stongo
si ‘mparaviso o all’inferno

‘a vita mia sta dint’ ‘e mmane toje
‘o core tuojo dint’ ‘e ccanzone meje
cchiù passa ‘o tiempo e cchiù ‘o ssaccio ca
i’ senza ‘e te nun putesse campa’
‘e stelle nun se ponno tucca’
me aggio ‘mparato ‘e ppuò sulo guarda’
e si na stella canta pe’ ammore
rimmane ‘ncielo mille anne e nun more.

ah che bella voce
ca ll’anima se squaglia quanno cante
ah che bella voce
nun saccio si so’ diavolo o so’ santo
saccio sulo ca quanno te sento
sento dint’ ‘a ll’anema ‘o turmento
nun saccio manco cchiù addò stongo
si ‘mparaviso o all’inferno

20080720

in quei momenti

che poi in quei momenti ti vengono in mente le domanda più stupide e assurde, tipo:
le donne fanno la pipì in piedi mentre fanno la doccia?

20080718

siamo tutti islandesi


Sigur Rós + Amina, 24 novembre 2005, Firenze, Saschall

Da qualche giorno è arrivato il freddo in tutta Italia. Un freddo quasi polare, un freddo nordico. Sembra quasi che il tempo si prepari per il passaggio dei quattro “folletti” islandesi, così ebbi a definirli in occasione della prima volta che li vidi. Nonostante siano passati per due date anche quest’estate, ritornano ancora, con un album fuori da alcuni mesi, “Takk”, un disco che gli ha spalancato le porte del mainstream, dell’airplay radiofonico, che fa capire il fatto che ci sia un progetto vero e proprio dietro la loro musica. Cosa non trascurabile e assolutamente non negativa.
La struttura del Saschall, che non mi stancherò mai di ripeterlo, è decisamente la migliore del centro-nord Italia per ospitare concerti di medie dimensioni, accoglie i fans che arrivano un po’ per volta. Alle 20 in punto le Amina, ormai lo sanno tutti, il quartetto femminile che accompagna i Sigur anche durante il loro concerto, iniziano il loro set che durerà una mezz’ora scarsa, con il consueto repertorio impalpabile (detto nel senso buono del termine) e sperimentale, cosa che si può notare fin dagli strumenti usati. Diversamente dal loro impiego con i Sigur (fatto più di archi), le Amina insistono con percussioni dolci (come lo xilofono), tastiere e campionatori, thereminvox e perfino calici usati proprio come vi state immaginando, passando ripetutamente il dito sopra il bordo circolare. Leggermente soporifere, ma adatte al contesto, vagamente orientaleggianti nelle atmosfere, goffe nel ringraziare un pubblico ancora scarso ma già generoso, comunque simpatiche nella loro goffaggine.
Appena le Amina finiscono il loro set, il sipario bianco davanti al palco viene chiuso, mentre dietro fervono i preparativi, e nell’aria si diffondono suoni che richiamano gli ohm buddisti. Il Saschall si va pian piano riempiendo, fino alla saturazione. Diventa quasi caldo. Il pubblico è variegato, tendente al non-trendy. Anche questa è una cosa certamente non negativa. Si vedono tra il pubblico Lucio Dalla e Piero Pelù, indice dell’apertura del target Sigur Rós.


Circa alle 21,15 ecco le note iniziali dell’intro Takk; il sipario bianco rimane chiuso, ma si intravedono le ombre dietro ad esso. Si staglia, inconfondibile, la figura di Jónsi, quasi scheletrica, al centro del palco, la chitarra imbracciata, l’archetto per suonarla, archetto che abbandonerà solo per pochissimi momenti. L’intro si lega a Glósóli, ed è fatta: siamo, ancora una volta, nel mondo fiabesco. Il minuto e mezzo finale di Glósóli è pura levitazione. Se chiudi gli occhi, senti che non hai più peso. Che stai planando, hai disteso le ali che mai hai avuto, ma che sempre hai desiderato, e lasci che sia il vento a portarti. Quante volte hai visto i gabbiani farlo nelle giornate terse, e avresti voluto farlo anche tu. Ci voleva qualcuno che inventasse i Sigur Rós. Tengo gli occhi ben aperti e guardo il pubblico, oltre che verso il palco. Potrei lasciarmi andare anche alle lacrime.
Il sipario si apre, il concerto continua. Scorrono le loro canzoni, che ovviamente acquistano potenza e solidità dal vivo, grazie soprattutto al drumming potente, ma diventato, ho come l’impressione, meno invadente, di Orri. Al tempo stesso, c’è una pulizia nel suono che ha del soprannaturale. Il pubblico sembra sentire, stranamente, questa cosa. Stranamente, perché il pubblico italiano, si sa, è caldo ma anche scalmanato, poco incline a rispettare i silenzi. C’è come una sorta di autocensura negli applausi a scena aperta, quasi timorosi di rompere l’incantesimo, mentre a bocce ferme, a pezzi terminati, la generosità irrompe, e gli applausi diventano quasi liberatori. I quattro sono precisi, pochissime e quasi impercettibili le sbavature, se ne nota qualcuna nell’accoppiata centrale Hoppípolla/Med Blódnasir, il che, si sa, rende più umani. Certo che il crescendo di archi di Hoppípolla ti riconcilia perfino con l’orchestra di Sanremo, ha quel gusto da canzonetta che però, messo lì, ha il suo perché. I ragazzi sembrano quasi inconsapevoli della loro accresciuta celebrità. Jónsi ringrazia timidamente ogni tanto. Questo mi rincuora: non sono divenuti delle star. Come quando riflettevo sul fatto che la musica dei Sigur Rós fosse la colonna sonora utopica di un mondo pacificato, forse ho trovato un’altra utopia: la rockstar che non fa la rockstar.
Istantanee cerebrali: il suono tipo carillon di Njósnavélin; gli archi da film d’amore di Andvari. Il falsetto mai fastidioso di Jónsi, che ti guida all’esplosione di Saeglópur. Cose difficili da raccontare, tanto più da spiegare. Vanno vissute e basta, c’è poco da fare.
Eppure, i Sigur Rós non vengono dal niente, anche se, bisogna riconoscerlo, pochi gruppi possono vantare uno stile così personale, un timbro così inconfondibile, una nicchia scavata da loro, impossibile da non notare, una delle poche band che negli ultimi anni ha davvero inventato un nuovo modo di fare musica. Eppure, ci sono dei momenti dove puoi scorgere i Sonic Youth. O i Cocteau Twins in Olsen Olsen. I Radiohead in Gong. Oppure, come quando, nel finale, si richiude il sipario bianco, e rimangono le ombre e la musica, sulle note della conclusiva, turbinosa Popplagid, si possono sentire i retrogusti musicali miscelati insieme di Mogwai, Tool e, si, sto per dirlo, Pink Floyd. Sinfonici, s’intende, ma fino ad un certo punto.
Un concerto. Un’emozione lunga quasi un’ora e quaranta. Sensazione che quei quattro ti sappiano leggere dentro.
Perché ascoltando i Sigur Rós siamo tutti islandesi. Siamo tutti down. Siamo tutti ciechi da un occhio. Siamo tutti gay. E siamo felici.


Takk.

grazie


Gli islandesi dalla lingua inventata (quella nella quale cantano i primi loro lavori) sono tornati, e stanno seriamente rischiando di passare dalla condizione di band di nicchia e di culto, a band icona del nuovo rock intellettuale, ma anche di massa. Questo quarto lavoro sulla lunga distanza potrebbe davvero spalancare loro le porte del grande successo. Non mi dispiace per niente prendere atto che "Takk" (in islandese, ma in quasi tutte le lingue del nord Europa, significa grazie) ha tutte le carte in regola. La formula eterea della musica che contraddistingue da sempre i Sigur Rós è rispettata, ma in un certo qual modo, davvero difficile da raccontare con le parole, il lavoro appare come più fruibile al grande pubblico, meno ermetico dei precedenti. Non siamo certo dalle parti dell'airplay radiofonico, bensì da quelle di una specie di rock sinfonico che di rock, diciamocelo, ha davvero poco, ma di sinfonico ne ha da vendere. Si innestano in questa formula, suggestioni tipicamente nordiche, immagini di boschi fitti e di ghiacci a perdita d'occhio, di panorami che pacificano la mente, il corpo e l'anima, che nutrono con la sola idea del classico "silenzio assordante". Inutile, decisamente, mettersi a sottolineare questa o quella canzone, a scervellarsi per trovare che potrebbero essere i Mogwai che usano gli xilofoni al posto delle chitarre e rifanno Debussy, o i Led Zeppelin che fumano senza tabacco e si dimenticano il blues, o gli Abba in acido con il batterista dei Melvins dietro ai tamburi; "Takk" va preso come un blocco unico e indivisibile, come una sinfonia in diversi movimenti, come, definizione che usai a suo tempo proprio per loro e la loro musica, suono di un mondo pacificato, libero dai contrasti, dalle invidie, dalle guerre, dai razzismi, dai preconcetti. Il suono di un mondo ipotetico, probabilmente utopico, dove l'uomo avrà imparato a superare le diversità, e avrà imparato solo a godere del dono immenso che gli è stato fatto insieme al pianeta Terra: la vita.
No, non mi sono drogato prima di scrivere. Sto solo ascoltando "Takk". E, vi giuro, sto godendo.


Sigur Rós - Takk

folletti


Sigur Rós - Prato, 24 giugno 2003, Anfiteatro Museo Pecci


Anfiteatro del Pecci pieno, un migliaio di persone, letteralmente in delirio, per il ritorno, questa volta estivo, dei Sigur Rós. Premetto che prima del concerto avevo ascoltato si e no 2 pezzi degli islandesi. I Sigur Rós sul palco sono 8, con formazione semi-tradizionale più quartetto d'archi; semi-tradizionale perché il cantante-chitarrista (chitarra che spesso suona con l'archetto da violino) ogni tanto suona una tastiera, il batterista ogni tanto va al campionatore, il tastierista ogni tanto suona la chitarra e il bassista ogni tanto suona un'altra tastiera; mettiamo nel conto che 2 ragazze del quartetto d'archi in un pezzo suonano tastiere e campionatore, e otteniamo un combo quasi intercambiabile. C'è stato un momento nel quale i 4 ragazzi erano tutti intorno alla "catasta" di tastiere e campionatori. Sullo schermo dietro al tutto, non sempre, vengono proiettate immagini; elettrodotti, bambini che giocano tra i fiori.
Detta così, sa di freddo. E invece la musica, e le sensazioni che i Sigur Rós trasmettono con la loro musica sono caldissime, e non c'è nessuna ironia sulla temperatura della stagione. Nonostante le composizioni di 10 minuti l'una, i ritmi quasi sempre lentissimi, eterei, la voce del cantante (questa si, davvero non intercambiabile), stentorea, quasi femminile, che dà ai pezzi un incedere sinfonico insieme agli archi, il concerto appassiona, e si vorrebbe non finisse mai. É immediato il paragone con i Radiohead di "Kid A" e "Amnesiac"; ma se è vero che suonano da un po', non sarà mica accaduto il contrario?

È un concerto rock? Forse. Il pubblico è piuttosto rock, ma il silenzio che si crea durante le esecuzioni non è rock. Perfino gli applausi al termine dei pezzi, partono timidi, timidissimi. Ma allora è pop. Assolutamente no.


Forse in preda al caldo, ho fatto questa riflessione mentre li guardavo. Pare non esserci rabbia in questa musica, a differenza di tutta l'altra musica rock. Ma, come detto prima, la musica dei Sigur Rós non è neppure pop (genere dove appunto, non c'è rabbia), perché non è immediata e "facile". Partendo dal presupposto che l'ambiente genera i suoi prodotti, tra i quali la musica, evidentemente questa musica così "viscerale" e che ti arriva dritta al cuore, è il suono dell'Islanda, un po' come la "Joga" di Björk; il suono di un mondo dove la natura ti mozza il fiato, e dove viene rispettata per davvero, dove la parola "pace" ha un senso, dove si convive con la tecnologia senza affogarvi. Un mondo giusto, in poche parole. Quindi, forse, questa è la musica che faranno tutti, se finalmente, avremo un mondo giusto.
Troppo cerebrale? Forse. Ma appoggiandomi a questa idea, ho "letto" la schitarrata (con l'archetto) improvvisa con l'entrata violentissima di batteria. Era un geyser. E il pezzo conclusivo, ossessivo, con la batteria a mo' di percussioni tribali. Questo è come "loro" vedono il resto del mondo, di corsa, ingiusto, comandato dalla televisione. Mentre pensavo questo, rimane l'ultima immagine sullo schermo. Una trasmissione tv interrotta, il grigiore dello schermo e le righe orizzontali.
Richiamati a gran voce, esauriti i pezzi in scaletta, gli islandesi tornano 2 volte sul palco per eseguire un inchino teatrale e applaudire il pubblico che li applaude.

Mentre rientrano li guardo dall'alto.

Sembrano folletti.

rearviewmirror

Una specie di sfida personale: visto che qui non le avevo pubblicate, tre mie recensioni dei Sigur Rós: due concerti (2003 e 2005) e il penultimo disco Takk. Così vediamo se con la recensione del concerto a Firenze di venerdì scorso riuscirò a fare meglio.

springfield


Ora, leggete questo. Poi riflettete: se le acque sono contaminate, come si fa a dire che sono "senza impatto sull'ambiente"? Non si dice: si aspetta "la verifica delle falde freatiche situate vicino a tutte le centrali nucleari francesi", così come correttamente ordinato "dal ministro dell'Ambiente Jean-Louis Borloo (foto) per fugare ogni timore sulle condizioni di sicurezza dopo l'incidente di dieci giorni fa. "Non voglio che la gente sia sfiorata dal dubbio che venga nascosta o sottaciuta la benché minima situazione", ha affermato il ministro in un'intervista rilasciata al quotidiano francese Le Parisien".

Bravissimo. Ma aspettiamo a dire "senza impatto sull'ambiente". No?

a proposito di Haiti


Un film italiano che, così pare dall'articolo, furoreggia in Francia, già a Locarno nel 2007. Chissà se arriverà sui nostri schermi. Qui l'articolo, da Repubblica.

meno male che silvio c'è

Mi sembra il momento giusto per inaugurare questa nuova rubrica.
Leggete qui lo show di ieri.

donna


Sono un lettore atipico, autodidatta, poco intellettuale; mi mancano le basi, i classici (le letture e gli studi). Eppure, sono a volte perfino presuntuoso, che le mie scelte siano di un certo livello. Ho scoperto Donna Tartt all'epoca dell'uscita in Italia del suo debutto Dio di illusioni (in originale The Secret History), attorno al 1992, solo perchè alcune riviste e rubriche la spacciavano come sponsorizzata da e amica di Bret Easton Ellis (a mio giudizio uno degli scrittori più importanti degli ultimi anni, autore di un capolavoro quale American Psycho, non mi stancherò mai di ripeterlo). Il suo primo libro era bellissimo, intenso, avvolgente, coinvolgente. Non saprei raccontarne neppure una pagina, da tanto tempo è passato (e senza rileggerlo), ma ricordo ancora oggi le sensazioni forti e decise che mi trasmise. 10 anni dopo, ebbene si, tornò con Il piccolo amico, lungo, intrigante, non ai livelli stratosferici del debutto, ma sempre un libro difficile da dimenticare. Ieri, su Repubblica, un'intervista alla scrittrice, che, pare, stia lavorando tranquillamente al suo prossimo libro. Con calma.

La associo spesso a Jeffrey Eugenides (Le vergini suicide, Middlesex), perchè anche lui fu sponsorizzato dagli stessi "grandi minimalisti" e anche lui, tra il debutto e il secondo libro, ha fatto passare 10 anni. Anche lui, è autore di grande solidità e bellezza. A differenza della Tartt, Eugenides, forse, col secondo libro si è superato.


Credo decisamente che siano due autori da conoscere.

fashion badu


Erykah Badu + Raffaele Spidalieri, 8 luglio 2008, Lucca, Piazza Napoleone (Lucca Summer Festival)






In alcuni momenti più di Lauryn Hill, mi piacciono le cose che fa Erykah Badu. Se Mrs Lauryn è ormai ferma da un tot, la Badu (accento sulla u) prosegue seppur lentamente il suo cammino sulla strada del nu soul; l'ultimo disco, dal titolo prolisso e complicatissimo [New AmErykah Part One (4th World War)], è molto funky, ma non convince fino in fondo. Finalmente riesco a vederla (anche se decido di rischiare, non comprando il biglietto fino alla sera stessa, ma l'affluenza di pubblico mi darà ragione) dal vivo (mi era sempre "sfuggita"), curiosamente, e qui continua il parallelismo, nella stessa piazza dove ho già visto due volte Mrs Lauryn. E per concludere, entrambe sono molto divas, entrambe estrose (è un modo di dire, spiegherò dopo) nell'abbigliamento, entrambe hanno enfatizzato le loro gravidanze.


E quindi eccoci qua in quel di Lucca, martedì sera estivo ventilato, solito itinerario, solito parcheggio, solito tragitto suggestivo a piedi entrando dentro le mura ben conservate. Sono senza biglietto, ma non tremo. Fila al botteghino: inesistente. Ci sono ancora i posti più pregiati (e più costosi), vada per quelli. Un caffè e si entra nella cornice di Piazza Napoleone, bella anche se meno di Piazza del Duomo a Pistoia (quella del Pistoia Blues e di altri concerti "sciolti", tipo Pearl Jam 2006), e pure di Piazza Santa Croce a Firenze, tanto per rimanere in Toscana e tanto per rimanere in tema di piazze dove si sono svolti concerti di una certa rilevanza. Il posto è in quarta, quinta fila, le hostess sono tutte carine. Fa un po' impressione la "transennatura" che delimita i settori, sembra di essere in un recinto. Comincio a guardarmi intorno, mentre sale sul palco il supporter, che è Raffaele Spidalieri e la sua band. Onesto lavoratore (in realtà è anche un neurologo) del cantautorato, propone i suoi pezzi in italiano spruzzandoli vagamente di jazz, nelle esecuzioni e nella voce non ci sono sbavature, il profilo è basso, la band quadrata, ma non mi coinvolge molto. Approfitto della luce solare per leggere un po', e guardarmi ancora intorno. Pare quasi che la Badu sia di moda, molte coppie e molto attente alla mise giusta, al tatuaggino/ione, all'acconciatura, insomma tutto quanto è fashion.


Prima di partire da casa, ho fatto in tempo a leggere l'articolo riferito al concerto di due giorni prima a Roma e sono proprio curioso. Un'ora di ritardo e ingresso dopo mezz'ora che la band suonava. Gente che fischiava. Vediamo un po'.


Alle 22,00 entra la band. Tastiere, batteria, basso, chitarra, percussioni (una specie di sosia di Seedorf), dj, flauto/cori, più tre coriste. Attaccano un intro e vanno avanti per quasi 10 minuti buoni. Eccola. Non altissima (però più di Lauryn Hill), ma maestosa. Bella. Trucco viola sugli occhi, 3 finti nei per parte sugli zigomi. Acconciatura afro con una specie di crocchia ovale che sfida la legge di gravità stando quasi perpendicolare alla sua testolina, una treccia a mezzaluna che le attraversa la fronte. Un bracciale rosso sul polso sinistro, che sembra più una collana, anelli vistosi sempre rossi su quella mano. Stivaletti con tacchi vertiginosi, neri se non sbaglio. E fin qui, potremmo anche dire "tutto bene". Il vestito, però, è qualcosa che mi fa pensare a quando una mia cara amica mi fece notare, in maniera esilarante, che in genere le donne nere famose si vestono veramente di merda. E in effetti, il vestito che indossa la divina Badu stasera è qualcosa di terrificante. Una specie di salopette che la rende informe, color tuta spaziale (argentata). Tra l'altro, troppo lunga, perchè passerà il concerto a tirarsi su i pantaloni che le si impigliano nei tacchi. Mentre mi chiedo il perchè (scoprirò poi che ne ha anche una versione rossa, vedi foto), il suo carisma ha già conquistato la piazza, seppur il concerto ancora sia freddino.

Si parte con 4 pezzi dal nuovo disco, AmErykahn Promise, The Healer, Me, piena di stop, sincopata al massimo, molto più dura che su disco, e My People, eseguita con un intro a base di un piccolo djambé in spalla alla Badu stessa, percosso con apposita bacchetta ricurva molto africana. Erykah ha un pc alla sua destra, con il quale fa partire gli stacchetti di intermezzo, e un campionatore alla sua sinistra. Sul tavolino dove è poggiato il pc, un thermos con forse una tisana, che sorseggia spesso tra un pezzo e l'altro con una tazzina.

Si inizia a guardare indietro, On & On e Appletree addirittura dal debutto Baduizm (1997), I Want You, Love Of My Life (An Ode To Hip Hop), Danger da World Wide Underground, e durante I Want You tutti intorno a me ballano, si alzano dalle sedie e si avvicinano al palco.

Capisco che il nu soul non è propriamente il mio genere, anche se ascoltarlo ogni tanto mi piace. E' un discorso molto semplice: dal vivo è un'altra cosa. Se sei abituato a certi standard, non ti esalti con un altro "tiro". E, in effetti, mi sento un po' spaesato. La maggior parte dei presenti si diverte e si esalta, io ancora sto aspettando che il concerto si scaldi.

Un discorsino molto ruffiano mette la luna e le bellezze del cielo, un luogo meraviglioso e Lucca sullo stesso piano, poi spiega un po' il significato del titolo del nuovo disco. Pare che 4 World War sarà un documentario, ovviamente ci sarà dentro un messaggio pacifista, e il problema dell'immigrazione, soprattutto dal Messico verso gli USA; dice che secondo lei, la Quarta Guerra Mondiale sarà tra noi, la gente, the people, e il potere, the power; racconta una scena in cui un soldato chiede scusa a una persona che poco prima ha minacciato, se ho capito bene. Parte quindi Soldier dall'ultimo disco, e a ruota la vecchia e bellissima Orange Moon. Piccola pausa. Grandi applausi.

Riappare in scena pochissimo dopo, non appare per niente bizzosa, piuttosto contenta della risposta calorosa del pubblico; si è tolta i tacchi, è scalza, si finisce con un'altra ventina di minuti abbondanti e diversi pezzi in una medley. Other Side Of The Game, Honey, dove lei accentua quel che fa di solito con la band, comandare la versione e i ritmi, che cambiano in continuazione, Bag Lady, un po' reggae, un po' funky, una campionatura di Black Ghost Blues di Lightning Hopkins, Time's A Wastin, Green Eyes, Master Teacher, fa spegnere le luci e chiede a tutti di illuminare la piazza con i cellulari, scende dal palco e passeggia lungo la transenna facendo cantare il pubblico col suo microfono, e prima di andarsene, lascia tutti con uno splendido invito a sorridere.

Dopo due ore e un quarto circa, mentre la meravigliosa Badu se n'è già andata, nonostante tutto la cosa più divertente è vedere le coriste che lasciano il palco ballando sulla base hip hop che rimane a scandire gli ultimi secondi di concerto.

Meravigliosa, lo ripeto, impeccabile perfino; sono contento di averla vista almeno una volta, ma di certo non rifarò il bis.

The Little Friend


Il piccolo amico - di Donna Tartt


Per chi, 12 anni fa, rimase folgorato dal suo debutto "Dio di illusioni", è bene dire subito che questo secondo romanzo non ha la stessa devastante carica emozionale. Nonostante la "monumentalità" (quasi 700 pagine) dell'opera, e questa introduzione, il libro è decisamente valido, e lascia un segno nel lettore.

Storia contemporanea, ambientazione una piccola cittadina in uno stato del sud degli USA. La morte del figlio maggiore (9 anni), che rimarrà misteriosa, condiziona per sempre la vita della famiglia Dufresnes. L'azione si sposta circa 10 anni più avanti quasi subito, e la protagonista diventa la figlia minore Harriet, 12 anni, una ragazzina ribelle ma profondamente sensibile, assetata di verità e conoscenza, incredibilmente assennata.

La protagonista ci guida inconsapevolmente alla conoscenza di un campionario quasi sterminato di personaggi, la nonna, le zie, il padre, la sorella, la madre, la famiglia Ratliff, alcuni amici e diversi personaggi minori ma funzionali alla storia, tutti descritti e caratterizzati in maniera mirabile; la narrazione si insinua inesorabile, e il lungo capitolo conlcusivo segna una fantastica esplosione di sentimenti e d'azione, dritto ad un finale che, improvvisamente, ci ricorda che non era un thriller, bensì, semplicemente, la vita.

20080717

paese mio che stai sulla collina..


Lo so, sono i soliti discorsi di sempre. Però diamine, non la smettono di girarmi in testa, mi danno il tormento.

C'è qualcosa di strano in questo paese, se a distanza di 16 anni da Tangentopoli non è cambiato niente, un esponente della sinistra (ahahhahahahah!!) viene messo in isolamento per un giro vorticoso e ricchissimo di tangenti, e il Primo Ministro di destra (ahahhahaha!!) dichiara "Il solito teorema dei giudici, serve una riforma radicale della giustizia". Forse intendeva dire "Questi giudici, che si ostinano a far rispettare la legge, hanno rotto i coglioni: è tempo che facciamo una legge per la quale si possa corrompere chicchessia".

C'è qualcosa di strano in questo paese, se a distanza di 7 anni, con foto ed evidenze varie, le cosiddette Forze dell'Ordine escono senza problemi dal processo per i fatti di Genova Bolzaneto (macelleria messicana), semplicemente, alla fine, perchè in questo paese non esiste il reato di tortura.


C'è qualcosa di strano, in questo paese, se Giuliano Ferrara lancia una mobilitazione per portare bottiglie d'acqua a una povera ragazza in coma irreversibile da 16 anni. Forse, Giuliano Ferrara pensa di essere il Papa, e il Primo Ministro pensa (ancora) di essere Dio.


Ecco perchè, forse, sto diventando ateo.

20080716

pictures of you

i've been looking so long at these pictures of
you that i almost belive that they're real i've
been living so long with my pictures of you that
i almost believe that the pictures are all i can
feel

remembering you standing quiet in the rain as
i ran to your heart to be near and we kissed as
the sky fell in holding you close how i always
held close in your fear remembering you
running soft through the night you were bigger
and brighter than the snow and
screamed at the make-believe screamed at the
sky and you finally found all your courage to
let it all go

remembering you fallen into my arms crying
for the death of your heart you were stone
white so delicate lost in the cold you were
always so lost in the dark remembering you
how you used to be slow drowned you were
angels so much more than everything oh hold
for the last time then slip away quietly open
my eyes but i never see anything

if only i had thought of the right words i could
have hold on to your heart if only i'd thought of
the right words i wouldn't be breaking apart all
my pictures of you

Looking So long at these pictures of you but i
never hold on to your heart looking so long for
the words to be true but always just breaking
apart my pictures of you

there was nothing in the world that i ever
wanted more than to feel you deep in my heart
there was nothing in the world that i ever
wanted more than to never feel the breaking
apart all my pictures of you 


chi non ha mai pianto ascoltando questo pezzo si merita la musica emo...

count down


Non è mio uso, ma ho cominciato il conto alla rovescia. Stavolta ho proprio voglia di andarmene. Mancano 21 giorni alla partenza per l'Argentina. Discutendo via e-mail con quella che sarà, per la seconda volta, la mia compagna di viaggio, le ho mandato questi due link, due articoli su due luoghi/zone molto suggestive del Nord Ovest argentino.



Per vedere anche qualche bella foto, se vi interessa, sul secondo link andate a pagina 244, l'articolo si intitola Triassic Park, e scorretelo. Il primo link è preso da un giornale argentino, ne esiste la traduzione su un numero di Internazionale di qualche settimana fa.

20080715

serie


Aggiornamenti. Ho visto, dopo l'intera prima serie, 10 puntate di Boris 2, e fa veramente molto ridere. Forse più del primo. Corrado Guzzanti irresistibile, ma non protagonista. Da vedere si si si.

Ho iniziato con più convinzione The Wire. Le prime due puntate, doppiate in italiano. Si fa vedere. Molti stereotipi (il poliziotto con la vita a pezzi ma eccezionale sul lavoro, tanto per dirne uno) ma alcuni momenti davvero duri (la droga in tutte le sue sfaccettature), fotografia non tanto bella, non c'è tantissima azione (e questo non sarebbe un difetto) quindi va guardato stando concentrati; però ha un non so che. Ho scoperto che uno degli sceneggiatori è Edward Burns: ecco che fine aveva fatto.

playlist-nel lettore mp3

Aimee Mann - @#%&*! Smilers
Beck - Modern Guilt
Carneigra - Santinsaldo
Coldplay - Viva La Vida Or Death And All His Friends
Cult Of Luna - Eternal Kingdom
Death Cab For Cutie - Narrow Stairs *
Gavin Rossdale - Wanderlust
Melody Gardot - Worrisome Heart
Santogold - Omonimo 2008
Sigur Ros - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust
Spiritualized - Songs In A & E
The Chapin Sisters - 2005 EP
The Chapin Sisters - Lake Bottom
The Ting Tings - We Started Nothing
Tricky - Knowle West Boy

* quello vero, questa volta (vedi)!!

luttazzi

G8, Berlusconi auspica 1000 nuove centrali atomiche.
Gli serve tutta l'energia possibile per le sue erezioni!

bum bum bum

il concerto di una cover band lo si può chiamare
CLONCERTO?!

le guardie nigeriane

il mio nuovo posto di lavoro è una vecchia tenuta tra i boschi del parco del ticino.
per raggiungerlo bisogna imbucare una viuzza tra gli alberi molto nascosta.
a questa via fanno la guardia sempre un paio di ragazze di colore, forse nigeriane.
la prostituzione naturalmente è una cosa bruttissima, MA, sorrido ironicamente pensando che, ogni giorno, finito il mio lavoro, stanco, esco e le prime due persone che incontro sono due donne la cui missione è prendermi l’uccello in bocca, pronte, al limite, a scopare.
io passo in macchina, le saluto, loro mi chiamano: "c'mon!" e io sorrido...ciao guardie!

eut


Volevo dire, è un'opinione personalissima, che ho letto un'intervista qualche giorno fa a questa persona e senza conoscerlo, l'ho stimato tantissimo. Questa persona si chiama Beppino Englaro (foto).

20080714

playlist-nel lettore mp3

Aimee Mann - @#%&*! Smilers
Beck - Modern Guilt
Carneigra - Santinsaldo
Coldplay - Viva La Vida Or Death And All His Friends
Cult Of Luna - Eternal Kingdom
Gavin Rossdale - Wanderlust
Melody Gardot - Worrisome Heart
Neil Young & Crazy Horse - Live Rust
Paul Weller - 22 Dreams
Santogold - Omonimo 2008
Sigur Ros - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust
Spiritualized - Songs In A & E
The Ting Tings - We Started Nothing
Tricky - Knowle West Boy

20080713

strada libera

c'è una cosa che amo.
è la strada appena asfaltata senza segnaletica orizzontale.
da un senso di libertà. 
gli automobilisti tengono comunque la destra,  non perché è imposto loro, ma per scelta. 
gli automobilisti sono liberi di fare la cosa giusta, la cosa che sia più giusta per tutti. 
gli automobilisti in quel momento non sono più automobilisti, ma sono uomini liberi, coscienti e responsabili.
tutto ciò è molto democratico!

estere live report

estere per la prima volta in quadricromia.
doe alla voce. in divisa bianca e nera. 
è stato bello suonare sotto un tendone mentre fuori e intorno a noi imperversavano fulmini e saette di un temporale estivo. 
suonare senza pensare al canto è molto liberatorio. mi piace. godo di più lo strumento e si sente.
è il nuovo inizio.





la scaletta:
l'ascia
blu
porpora
gialla
comanda colore
duello sul porto di livorno
il pretesto
verde
scivolando


ferie


Mi era venuta l'ispirazione per scrivere questo post qualche giorno fa. Visto che ho molti giorni di ferie, ogni tanto d'estate mi prendo qualche giorno "random", anche solo per andare al mare. A volte mi capita di avere una lista di cose da fare in questi giorni, lista che di solito rimane intatta perchè il senso profondo del giorno di ferie random prende il sopravvento. E vivendoli, parte la riflessione filosofico-esistenziale.

Come vi dissi tempo fa, non mi lamento del mio lavoro, anche se non è né particolarmente creativo, né particolarmente remunerativo, né dà grandissime soddisfazioni. Però non mi dispiace, e in fondo, anche se mi stressa e ci prendo grandi incazzature, mi diverte pure. Ma mi prende un sacco di tempo, quello è il problema. Sono sempre quelle 10 ore circa al giorno: entro di solito un'ora prima se non un'ora e mezzo, ho un'ora di pausa pranzo che per cause logistiche passo dentro lo stabilimento mangiando alla mensa, a volte rimango anche dopo l'orario prestabilito. Mi piace farlo bene, diciamo così. Dormo poco, mi prendo un sacco di impegni (meno di qualche anno fa), e alla fine mi rimane poco tempo per oziare, e le cose che faccio le faccio sempre di corsa.

I giorni di ferie random ti mostrano come potrebbe essere la vita senza lavoro. Una pacchia. Un godimento unico. Nessuna preoccupazione se non cosa mangiare, come muoversi, cosa fare e cosa non fare. Quanto dormire. Riesci a posticipare le cose riflettendoci sopra, riesci a fare le cose con molta, molta calma, come dovrebbe essere per noi "latini". Trovi il tempo per sdraiarti sul divano ad oziare. Per leggere attentamente. Per passare a trovare gli amici senza guardare l'orologio. Per rispondere al cellulare senza camminare o guidare. Cose che il lavoro ci toglie il gusto di fare senza la sensazione di essere inseguiti.

E se ve lo dico io che vivo e lavoro in un paesone che non ti costringe a perdere due ore per arrivare sul posto di lavoro, ci potete credere.

sunday morning


Mi sveglio e la situazione non cambia. Come consigliatomi dalla mia sorellina ieri sera, vado alla Guardia Medica. Arrivo sul posto e un cartello mi avverte che dal 10 giugno la Guardia Medica si è trasferita all'ex ospedale. Mando un sms intimidatorio a mia sorella (se mi ca'o addosso è colpa tua!!). Sono le 8,30 circa, suono. Attendo. Si apre il cancello, entro, mi dirigo verso la porta, apre una ragazza assonnata ma bellissima. Buongiorno buongiorno, c'è anche un altro dottore, giovane e ancora più assonnato. La dottoressa mi domanda se sono residente qui, mi viene da rispondere se per caso vuole il mio numero di telefono, soprassiedo, rispondo di si e spiego il tutto. Dico anche che ho provato con la Coca Cola e che l'ho letto su Wikipedia. Si mettono a ridere: dicono che non è vero. Mi visita il dottore. Mi segna un farmaco a base d'argilla e delle pastiglie antivirali, mi ordina digiuno assoluto per oggi e di bere solo e molta acqua.

Esco e saluto, vado alla farmacia più vicina per controllare qual è quella di turno. E' al paese accanto. Ci vado, sono 5 km. Sono in motorino. Sperò che l'intestino regga. Arrivo, entro. Mi serve una farmacista giovane e carina. Che bella giornata però, se non fosse per questo inconveniente. Compro una cassa d'acqua minerale, per oggi smetterò di bere quella del rubinetto, compro i giornali, rientro in casa, chiamo mia sorella e le racconto.

Ripenso alla dottoressa della Guardia Medica e quasi quasi mi sento male.

20080712

helgi


Ieri sera Helgi Jonsson ha aperto brevemente il concerto dei Sigur Rós. Ci è piaciuto. Qui il suo myspace dove potete ascoltare il suo EP di debutto.

coke


Come dissi una volta, il signor Coca Cola è più conosciuto di Dio. Ma non è tutto. Nata come rimedio per il mal di testa (vedi), ottima per la digestione, visto il mio stato di salute degli ultimi giorni, costretto in casa da una tremenda diarrea, scopro che fa bene anche a quest'ultima.


Dice che provoca danni alla salute. Certo, son sicuro. Come tutte le medicine, mi pare.

Laporta e Funari

E' morto Gianfranco Funari. Vogliamo ricordarlo così.

20080710

visti da fuori

Se volete divertirvi, e non vi spaventa il castigliano, qui trovate i due articoli apparsi su El Clarín sabato scorso, sul Sexygate all'italiana. Il Clarín è uno dei quotidiani argentini più letti.

nel blu

Sempre preziose le spiegazioni/considerazioni di Monty, come questa, scaturita da un articolo preso da D la Repubblica delle donne. Se vi ricordate, anche Air Madrid faceva così come Alitalia, ve ne parlai in occasione del mio viaggio in Argentina del novembre 2006. Vi dissi anche che dopo alcuni mesi alla compagnia fu sospesa la licenza; credo non abbia più ripreso a volare.

Lucio 3



parte 2






Lucio con lui, una sera a Bologna



«Rubare alle banche non è rubare. Sono loro che rubano a noi»






E’ piccolino e con la faccia incazzosa, da contadino diffidente. Le mani sono grandi e spellate dagli acidi, gli occhi due fessure da faina.


«Tu chi sei, per chi scrivi?».


Quando gli dico «Liberazione» ha un piccolo guizzo del sopracciglio. Spaccio il giornale per “cugino” dell’omologo francese. E finalmente Lucio fa un mezzo sorriso e mi invita a bere un bicchiere.


«I giornalisti possono essere anche persone perbene, ma hanno troppo potere, fanno parte del sistema capitalistico».
Dall’espressione che ha sul volto, decido di non ribattere.
«Lo sai da dove nasce la festa del primo maggio?».
Ho capito, le domande le fa lui.
«Dalla prima manifestazione sindacale dei Labours di New York?».
«Stronzate», risponde. «Tutto inizia con la morte di otto anarchici, i martiri di Chicago, uccisi dallo Stato americano per una colpa che non avevano commesso».
E da qui, Lucio prende il via.
«E pensare che gli Stati Uniti sono stati creati da una banda di miserabili! Oggi è il paese più ricco e più imbecille del mondo. Sai, non è che sono contro il fatto che uno stia bene. Quello è giusto. Ma la ricchezza crea la povertà, e la povertà è funzionale alla ricchezza».
«Sai cosa ci fanno con i soldi i ricchi?».
Si intervista da solo, non riesco a inserirmi.
«Ci fanno la guerra. Con quello che spendono in una settimana di bombe io potrei costruire mille
scuole a Haiti».
Sta esagerando? E’ un megalomane? Conoscendo quello che Lucio ha fatto nella vita, ci viene il dubbio che parli sul serio. Magari lui ci riuscirebbe.
«Anne (sua moglie, attivista di movimenti umanitari, ndr) è ad Haiti in questi giorni. Lì vivono
nella miseria più nera. E non c’è modo di fargli arrivare aiuti consistenti. Del resto, anche in America c’è chi se la vede brutta. A New Orleans c’è gente che sta morendo, proprio ora, di fame e di freddo».
Lucio, tu però non hai mai appoggiato nemmeno i tentativi - diciamo - di realizzazione del socialismo reale. Qual è allora, secondo te, il modello per una società più giusta?
"Se qualcuno lo sapesse, avremmo risolto il problema. E’ che bisogna tentare diverse strade. Partendo da alcuni presupposti".
Per esempio?
"Ognuno dovrebbe per prima cosa lavorare seriamente, farsi un esame di coscienza e imparare a fare sempre il proprio meglio, secondo giustizia. Già questo cambierebbe tante cose. Io poi viaggio ancora tanto. Negli ultimi mesi sono stato in Argentina, Uruguay, Brasile. Ecco, in America latina stanno succedendo cose interessanti. A Porto Alegre, ad esempio, fino a qualche tempo fa l’affare dell’immondizia era gestito dalla mafia, che la trasformava in droga. Oggi, un
gruppo di lavoratori ha fondato una cooperativa anarcosindacalista. Sono in sessantamila e si autogestiscono tutto, prendono stipendi uguali di 500 reais al mese (circa il doppio di uno stipendio medio-basso) e con quello che resta aiutano i movimenti dei Sem terra. A Buenos Aires invece c’è un albergo, l’Hotel Bauer, autogestito da 150 lavoratori. Sono andato a trovarli, le cose gli funzionano molto bene. Vedi, si inizia con cose piccole. Ma se funziona, il sistema si può provare su scala più ampia".
Cosa ha significato, per te, essere un muratore? In fondo, è la cosa di cui vai più fiero, nella vita.
"Perché è grazie al mio lavoro che ho imparato a creare. I poveri sono dei creatori, fanno dal nulla. Dovrebbero essere tutti fieri di questo. Io sono davvero orgoglioso del mio mestiere di muratore. Mi ha insegnato tutto quello che so".
Tu non hai studiato, da ragazzo. Quindi non è la cultura che ti ha guidato nelle scelte. Mi puoi dire cosa davvero ha spinto i tuoi passi?
"Senti, a essere sincero io non lo so perché mi è successo tutto questo. Se avessi la fede forse troverei una risposta più facilmente. Ma non ce l’ho. So che quando sono arrivato a Parigi a vent’anni non sapevo nemmeno lavarmi le mani. Oggi tengo lezioni alla Sorbonne e mi invitano a cena all’Eliseo. Cosa sia successo in mezzo non sempre mi è chiaro".
Ti fa piacere frequentare il bel mondo?
"No, quasi mai. Però se ci sono degli amici che tengono alla mia presenza, allora vado".
In cosa consiste ora la tua attività di anarchico?
"Cerco di parlare con i giovani ogni volta che mi è possibile. E di aiutare chi ne ha bisogno, per come posso".
E con Anne, come va?
"Litighiamo in continuazione, lei non mi regge più. Però io ancora “la quiero con una locura insoportable”.
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Vincitore del Biografilmfest

“Lucio”, docu-film firmato dai registi baschi Aitor Arregiù e Jose Goenaga


Se abbiamo avuto la possibilità di conoscere e incontrare un personaggio come Lucio Urtubia, lo dobbiamo al Biografilm Festival di Bologna. Uno di quei festival “marginali” in Italia, capace di far
circolare sapere, arte e umanità a volte più - e meglio - dei grandi festival. Bellissima l’idea di base, che l’ideatore e direttore artistico, Andrea Romeo, spiega così: «In un’epoca in cui i media ci
propongono come modello la quotidianità dei reality show non ci resta che recuperare exempla
che abbiano saputo resistere all’erosione della storia, e vite che meritino di essere raccontate».
Giunto alla sua quarta edizione, il Biografilm si è concluso ufficialmente il 15 giugno scorso, con la vittoria appunto del documentario “Lucio”. In realtà, propaggini “off ” della rassegna sono attive a Bologna ancora per tutto luglio. Gran parte del programma dell’ultima edizione e delle precedenti è visionabile anche via internet, sul sito www.biografilm.it. Nella foto, la locandina del film.

fine

20080709

con un ronzio nelle orecchie, suoniamo all'infinito


Prendete il nuovo disco dei Sigur Rós. Mettetelo in cuffia. Sdraiatevi. Sulla spiaggia, quando non c'è troppo vento, troppa gente intorno, troppe onde. Oppure in un prato, durante una bella giornata. Cominciate dalla traccia 7 ad ascoltarlo: Ara Bátur. Proseguite fino alla traccia 11, All Alright, la prima cantata in inglese.

Bene, io l'ho fatto. E' stata un'esperienza mistica: credo di essermi avvicinato molto all'infinito.

Se è vero, come dice l'amico Vit, che "sono troppo allegri: non mi deprimono!"; se è vero, come dice Rockerilla, nella recensione di Roberto Mandolini (voto 9 su 10), che "in Islanda è esplosa la primavera"; se è vero che, come dice Flavio Brighenti su XL (voto ottimo), i Sigur hanno fatto tutto quello che potevano per "andare oltre"; se è vero che, come dice Sara Poma su Rumore (voto 8 su 10), che nel "momento storico in cui i Sigur Rós sono il suono verso cui tendere", sottolineando giustamente (me ne sono accorto anch'io) che anche e perfino i Coldplay suonano, in alcuni brani di Viva La Vida, come i Sigur, e quindi loro, per contro, riscoprono la forma canzone: se è vero tutto questo, ed in parte lo è, i Sigur Rós, pur inanellando in apertura di questo nuovo lavoro quattro pezzi come Gobbledigook, Innì Mér Syngur Vitleysingur, Góðan Daginn, Við Spilum Endalaust, e un paio di crescendo quali le seguenti Festival e Með Suð í Eyrum, che però non mi paiono uscire molto dallo stile "classico" dei SR, bilanciano questa specie di innovazione verso pezzi molto più ritmati e tendenti, appunto, alla forma canzone, con il finale del disco, Ara Bátur, Illgresi, Fljótavik, Straumnes e All Alright, che ci riporta, ancora una volta, magicamente, ad una specie di catarsi musicale difficile da riscontrare con altre band.

Attenzione: i pezzi della prima parte del disco non sono affatto male, anzi. Sono la dimostrazione perfetta che si può fare musica da airplay radiofonico senza cadere nel tranello della massificazione, dei suoni e delle idee.

I Sigur Rós rimangono una delle poche certezze della musica moderna, pur suonando medievali. Ossimoro. Stacco. Dissolvenza.


Sigur Rós - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust