No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20170831

Copenaghen (Danimarca), Malmo (Svezia) - Agosto 2017 (3)

Giovedì 24 agosto quindi, ci svegliamo un po' prima del giorno precedente, ci prepariamo comunque con calma, colazione, e con largo anticipo siamo di fronte al municipio, decisi ad acquistare l'escursione della brochure che ci è stata data il giorno precedente. Ci presentiamo, e ci dicono che bisogna attendere 1 minuto alle 10, per vedere che ci siano ancora posti disponibili. Non sarà un problema, l'ora arriva, si paga e si sale. Minibus con diversi turisti, il conducente che funge anche da guida è un simpatico kosovaro che risiede a Malmo e che lavora con questa importante società che organizza tour a Copenaghen e dintorni. Si parte, si esce dalla città verso l'aeroporto, e finalmente ci siamo. Ci si infila in un tunnel, e siamo sull'Oresund, opera costata 3 milioni di dollari che consta di un tunnel di oltre 4 km, un'isola artificiale di 4 km, e un ponte strallato lungo quasi 8 km. So a cosa state pensando, e lo penso ogni volta anche io. Collega i sobborghi di Copenaghen a quelli di Malmo, Danimarca e Svezia, e inoltre, ha ispirato una bella e famosa serie tv danese/svedese della quale vi ho parlato in passato (e che speriamo arrivi alla quarta stagione, visto che per adesso siamo a tre). Si percorre il ponte, la guida ci dà qualche dettaglio, ci si ferma verso la fine per una pausa fotografica, e si riparte verso il centro di Malmo. Pausa all'altezza del Torso, grattacielo con torsione progettato da Calatrava, realmente impressionante. Si prosegue verso il centro, dove ci viene lasciata un'ora e venti minuti di pausa, e ne approfittiamo per mangiare. Dopo pranzo, navigazione di un'oretta lungo i canali di Malmo, guidati da un simpatico capitano che racconta un po' di storia e descrive le caratteristiche della cittadina svedese. Bella giornata, giro pittoresco, tutto bene. All'arrivo, il minibus non c'è ancora, abbiamo 10 minuti. Qua scendo in un particolare che magari dovrei tacere, ma mi serve per raccontarvi una cosa che molti sapranno già, ma che a me colpisce ugualmente: ho bisogno del bagno, dall'altra parte del canale c'è la stazione centrale, vado lì che sicuramente ci saranno i bagni. Arrivo e i bagni si pagano. Non ho moneta, né danese, né tantomeno svedese. Niente paura: si può pagare, l'equivalente di 1 euro, con la carta di credito. Favoloso. E niente, si torna verso la Danimarca mentre inizia a piovere, facciamo un paio di foto nella Radhusplads, e ci ritiriamo in albergo. Facciamo finta che ci sia venuta fame, e finalmente, invece di andare a caso come fino ad oggi, scelgo un ristorante che fa anche buffet vegetariano. Sorprendentemente, il migliore della gita. Ci ritiriamo nella nostra stanza, domattina si torna in patria.


Tre vedute del Ponte Oresund
Malmo è sullo sfondo
Due viste del Turning Torso
Stortoget, la piazza principale di Malmo
Una veduta di un palazzo di Malmo, dal battello
Sulla Radhusplads la pubblicità del musical American Idiot
La Radhusplads verso il Municipio
Pranzo all'aeroporto di CPH

Ed eccoci a venerdì 25 agosto, sveglia, preparazione, colazione, check out, camminata fino a Norreport, imbarco sulla metro verso l'aeroporto, controllo di una simpatica controllora che (siamo leggermente oltre lo scadere delle 72 ore dal momento dell'acquisto della card) ci tranquillizza dicendoci che siamo a bordo, quindi va bene così, frappuccino da Starbucks per perdere un po' di tempo, ingresso in aeroporto dai controlli, giro dei ristoranti, scelta, pranzo, chiacchiere in libertà mentre si attende l'imbarco, imbarco, volo, arrivo a Bologna. Una pizza per concludere l'avventura, e anche questa è fatta. Alla prossima.

20170830

Copenaghen (Danimarca), Malmo (Svezia) - Agosto 2017 (2)

Mercoledì 23 agosto, sveglia senza fretta alcuna, colazione tra gli hipster dell'albergo, si esce con l'intenzione di trovare il capolinea dei bus che portano in Svezia, per attraversare il ponte che congiunge Copenaghen a Malmo, e tornare indietro. Ho letto che dovrebbe trovarsi giusto dietro la stazione ferroviaria principale, Kobenhavn H, quindi lì ci dirigiamo. Circumnavighiamo i Giardini di Tivoli, che aprono alle 11 e che decidiamo di visitare subito dopo, arriviamo alla stazione, cerchiamo, niente, poi ci giriamo intorno, proviamo a cercare con i telefoni e google maps, facciamo una tappa alla stazione di Vesterport, dove chiediamo indicazioni ad una ragazza che vende i biglietti per i tour sightseeing, e che ci dà una brochure che prevede un tour organizzato per Malmo. Ritentiamo, torniamo verso la stazione H, e alla fine troviamo il cosiddetto capolinea. Non è molto chiaro, una strada lungo le ferrovie che arrivano alla stazione, diverse pensiline, diversi orari, indicazioni vaghe. Lì vicino dovrebbe esserci un piccolo ufficio che vende i biglietti, proviamo ad andare lì, magari saranno più precisi con gli orari. Chiuso per fallimento. Come dicono a Roma, "annamo bbene". Diamo una nuova occhiata alla fermata, e ci avviamo verso Tivoli riflettendo sul da farsi. Ci penseremo più tardi. Facciamo i biglietti ed entriamo. Tivoli è un grande giardino con un parco divertimenti, adattissimo per anziani e bambini, con uno spazio per concerti all'aperto, uno al chiuso, e addirittura un bosco. Molti ristoranti, caffè, chioschi, e soprattutto, nessuna bicicletta: l'esagerata biciclettizzazione della città, dopo un paio di giorni, si rivela essere una vera rottura di coglioni per i pedoni, credetemi. Ci facciamo un giro e, per non farci mancare nulla, ci sediamo in un ristorante che ci aggrada, in stile direi fine ottocentesco. Dopo di che, è l'ora della cultura: dritti al Museo Nazionale Danese, una delle tappe che avevo in mente da anni, per un motivo tutto sommato ridicolo. Volevo vedere come avevano preso i danesi la separazione dell'Islanda, che avvenne nel 1944, mentre la Danimarca era occupata dai tedeschi. Debbo confessare che sono rimasto deluso, visto che non se ne fa praticamente parola, nel piano del museo che ripercorre la storia danese, ma non ci perderò il sonno. Decisamente, la parte interessante del museo è quella a piano terra, dove si trovano pezzi interessanti dell'epoca pre-vichinga e, naturalmente, anche di quella vichinga. Museo organizzato abbastanza bene, tranquillo, vivibile, visita meritata. Usciamo, attraversiamo un ponte, e siamo al Palazzo di Christiansborg, dopo di che attraversiamo la città per arrivare al Castello di Rosenborg, circondato dai suoi giardini. Il tempo più che clemente, che ci accompagnerà per tutti e tre i giorni, con qualche pioggerellina passeggera e veloce, fa si che i giardini siano gremiti di locali e turisti a prendere il sole. Si torna verso l'albergo, e non saliamo neppure in camera, ci fermiamo ad un locale vicinissimo per cena, e saliamo in camera per decidere e deliberare sulla giornata seguente.


Bici alla stazione di Norreport
Il municipio (Radhushaven)
Ancora il municipio
Uno scorcio interno della Stazione Centrale (H)
Parcheggi "a castello" per le bici, vicino alla Stazione Centrale
L'ufficio che in teoria doveva vendere i biglietti degli autobus extraurbani
Scorcio dei Giardini di Tivoli
Tre viste del Palazzo di Christiansborg
La Galleria d'arte Danese
Due viste del Castello di Rosenborg
Caratteristiche facciate, in Landemaerket, proprio di fronte al Danish Film Institute

20170829

Copenaghen (Danimarca), Malmo (Svezia) - Agosto 2017 (1)

Viaggetto nato su Facebook. Vale, vecchia conoscenza, vive da qualche anno in Danimarca, e da un po' pensavo di visitare la capitale Copenaghen, nell'ambito del "tour delle capitali europee", come ormai sapete benissimo tutti. Una sera mi sprona più del dovuto, e la proposta viene vagliata insieme all'amico Mazza. Decidiamo per agosto, un mese in cui normalmente tendo a rimanere a casa, ma il Mazza ha le ferie obbligate e io ho una settimana di "buco", nella quale posso. Si decide per il si, mi occupo io dell'organizzazione, mi piace. Si opta per volo Ryanair da Bologna, patria del Mazza, dal martedì al venerdì. Lunedì 21 agosto mi ritiro dalla spiaggia nel primo pomeriggio, e parto alla volta della "Dotta". Mangiamo una pizza insieme, e l'amico mi ospita per la notte nella sua umile dimora, che già conosco. Martedì 22 la sveglia è ben prima dell'alba, visto che il volo è previsto per le 7,25. Preparazione, parcheggio, navetta, formalità, attesa, imbarco, dormitina aerea, arrivo in orario, ben prima delle 10. Ce la prendiamo con calma, ci orientiamo, cerchiamo dove comprare la citycard da 72 ore (circa 26 euro), che ci consentirà di viaggiare su tutti i mezzi pubblici, compreso treno o metro dall'aeroporto al centro. Dopo poco, siamo sulla metro, direzione Norreport. E' una delle tre stazioni più vicine all'albergo che abbiamo prenotato, usciamo in superficie, ci orientiamo, e ci dirigiamo all'albergo a depositare i bagagli: gentilissimi alla reception, controllano se la camera è pronta, si, e ci danno direttamente le chiavi. Usciamo nuovamente mentre comunichiamo con Vale, che alla fine ci raggiunge. Saluti di rito, qualche anno che non ci vediamo, e cominciamo con una passeggiata sullo Stroget, la via dello struscio. La direzione, vista l'ora, è Nyhavn, porto nuovo alla lettera, porto storico in realtà, zona dalla quale partono i traghetti turistici e dove si trovano, senza soluzione di continuità, caffé e ristoranti a volontà. Ci sediamo nel primo che ci piace, e ordiniamo. Si mangia e si conversa in libertà, dopo di che Vale ci guida in un itinerario che soddisfa circa la metà delle cose che avevo intenzione di vedere: in fondo a Nyhavn, girato l'angolo all'altezza del terminal dei traghetti, lo Skuespilhuset, il Teatro Nazionale Danese, struttura moderna e bella da vedere anche esternamente, che "inaugura" un lungomare senza dubbio particolare. Dall'altra parte della baia, il Papiroen (isola di carta), che ospita il Copenhagen Street Food, mentre rimanendo sul lato del Teatro, l'Ofelia Plads, un molo che viene usato per gli spettacoli teatrali all'aperto, ha un parcheggio sotterraneo, alcuni punti di ristoro, sdraio, il tutto in legno scuro. Davanti, l'imponente Operaen, il Teatro dell'Opera, altro edificio moderno, che guarda giusto la residenza dei reali. Proseguendo, si incontrano dei giardini, Amaliehaven, con sculture di Arnaldo Pomodoro (fratello di Giò), e attraversandoli per rientrare verso la città, si arriva al palazzo di Amalienborg, in realtà quattro palazzi in stile rococò su una enorme piazza ottagonale. Proseguendo lato mare, la zona di Nordre Toldbod, con i padiglioni reali, la sede della Maersk, l'Agenzia dell'Energia Danese, i parchi Churchill e Langelinie, e il monumento de La Sirenetta (Den Lille Havfrue). Di fronte, l'isola di Refshaleoen, con un immenso capannone che fu sede dell'Eurofestival 2014, isola che fa già parte di Amager, dove più in là si trova la centrale elettrica Amager Bakke, che sta rimpiazzando il vecchio inceneritore verso una centrale a biomasse, e ancora più distante, l'aeroporto. Si torna verso il centro costeggiando il Kastellet, la Fontana di Gefion, la Marmorkirken, e torniamo verso il terminal dei traghetti. Prendiamo un traghetto che ci porta fino a Teglholmen, prendiamo un autobus alla prima fermata che troviamo camminando, scendiamo quando Vale riconosce una stazione ferroviaria (Sjaelor), laddove ci separiamo: lei va fuori città, dove ha parcheggiato l'auto, per tornare a casa, noi, indirizzati da lei, prendiamo il treno in direzione opposta per tornare a Norreport, ma stavolta col treno.


Primi approcci con i mezzi di CPH
Primo pranzo a Nyhavn
L'Operaen
Due vedute di Amalienborg
Ella
La centrale/inceneritore
Il capannone che fu sede dell'Eurofestival 2014
Veduta verso Nyholm
Veduta verso Nordre Toldbod
Kastellet
Fontana di Gefion
Fine della gita

Torniamo in albergo per un riposino prima di cena, poi usciamo senza voglia di andare troppo lontani, troviamo una sorta di steak house e li ci intrufoliamo. Mangiamo porzioni (troppo) abbondanti. Ci ritiriamo per il sonno dei giusti. A domani.

20170828

Guida

Guidance - Russian Circles (2016)

Mi sono messo all'ascolto dei Russian Circles, band di Chicago, Illinois, che prende il nome da un termine usato nell'hockey su ghiaccio, sport che Mike Sullivan, chitarra, e Dave Turncrantz, batteria (la formazione è completata da Brian Cook al basso, subentrato dopo l'abbandono di Colin DeKuiper), hanno praticato fin da bambini nella loro natale St. Louis, Missouri, dopo aver saputo che sarebbero stati una delle band di apertura per il tour europeo autunnale dei Mastodon, e devo dire che sono stati una piacevolissima sorpresa, e questo Guidance uno dei dischi che ho ascoltato con maggior piacere ultimamente. Lavoro completamente strumentale, un post rock che deve molto ai Mogwai come ai Neurosis, e che si staglia per tracce di innegabile bellezza, come Afrika, tanto per citarne una. Suoni potenti e digressioni muscolari, intro o break arpeggiati di grandissima atmosfera. A volte basta poco per fare grande musica, basta avere la tecnica e il dono della composizione.



I've listened to the Russian Circles, band from Chicago, Illinois, named after a drill exercise used in ice hockey, sport that Mike Sullivan, guitar, and Dave Turncrantz, drums (the line-up is completed by Brian Cook on bass, after the abandon of Colin DeKuiper), have been practicing in their native St. Louis, Missouri, after knowing that they would be one of the opening bands for the Mastodon European Autumn Tour, and I must say that they were a very pleasant surprise, and this Guidance is one of the albums that I've been listening to lately with more pleasure. Fully instrumental work, a post rock that is very much inspired by Mogwai as much as by Neurosis, and that stands out for tracks of undeniable beauty, like Afrika, to name one. Powerful sounds and muscular digressions, arpeggio-oriented intro or breaks of great atmosphere. Sometimes little is enough to make great music, just have the technique and the gift of composition.

20170827

Cattivi

Villains - Queens of the Stone Age (2017)

Settimo disco in studio per i Queens of the Stone Age, che, mi duole un po' dirlo, ma solo per motivi personali, hanno raggiunto e superato i 20 anni di attività. Ne è passata di acqua sotto i ponti, da quando li vidi per la prima volta, ancora affamato di Kyuss, poco dopo la pubblicazione del loro primo disco omonimo, nel 1998. Ora, come sempre, la soddisfazione che vi darà questo disco, dipende da quello che vi aspettate. Tenete di conto che la produzione, stavolta è stata affidata a Mark Ronson (ultime produzioni: Lady Gaga, Adele, Duran Duran), il che sottintende quantomeno una strizzatina d'occhio alle classifiche e al pop, nel senso più ampio del termine. Ora, i QotSA non sono mai stati una band ortodossa, legata in qualche modo a quello che il loro membro fondatore e leader Josh Homme (ormai una figura iconica, tanto da auto-celebrarsi sulla copertina, tra l'altro molto bella) aveva fatto in passato, quindi va benissimo osare, sperimentare, espandere i proprio orizzonti, inserire archi (Fortress, Un-Reborn Again), non andarsi a cercare collaborazioni (perché sono benissimo in grado di camminare da soli, la formazione, ormai stabile, è composta da musicisti di tutto rispetto, Troy Van Leeuwen, Dean Fertita, Michael Shuman, Jon Theodore), lasciare che Josh si esprima con la sua ormai inconfondibile voce un po' così, che non è davvero niente di che, ma che ormai è divenuta un marchio di fabbrica. Il problema è che il disco, e i pezzi, che sono mediamente ben scritti ed arrangiati in modo direi coraggioso (chitarre rock and roll ed elettronica, ampi tappeti di tastiere), sono molto molto deboli (e spesso poco originali), a mio modestissimo parere. Alcuni possono dare l'impressione di possedere un certo impatto iniziale, ma saranno presto dimenticati, mentre altri sono decisamente dimenticabili fin da subito.



Seventh studio album for the Queens of the Stone Age, which, I'm sorry to say, but only for personal reasons, have reached and exceeded the 20 years of activity. There has been water under the bridges since I saw them for the first time, still hungry by Kyuss, shortly after the release of their first homonymous album in 1998. Now, as always, the satisfaction that this album will give you depends on from what you expect. Keep in mind that production has been entrusted to Mark Ronson this time (the latest productions: Lady Gaga, Adele, Duran Duran), which means, by the way, blinking eyes at the charts and to pop, in the widest sense of the term. Now, QotSA have never been an orthodox band, somehow tied to what their founding member and leader Josh Homme (now an iconic figure, so much to self-celebrate himself on the cover, among other things very beautiful) had done in the past, so it's a ok to dive, experiment, expand horizons, insert strings (Fortress, Un-Reborn Again), do not go looking for collaborations (because they are perfectly able to walk alone, the line-up, now stable, is composed by great musicians, Troy Van Leeuwen, Dean Fertita, Michael Shuman, Jon Theodore), let Josh express himself with his now unmistakable voice, which is really nothing in particular, but that has become a trademark. The problem is that the album, and the tracks, which are on average well written, and arranged I would say bravely (rock and roll guitars and electronics, large keyboard carpets), are very very weak (and often not very original) in my humble opinion. Some may give you the impression of having some initial impact, but they will soon be forgotten, while others are definitely forgettable right away.

20170825

Polvere

Dust - Laurel Halo (2017)

Seguendo le indicazioni di una recensione, mi sono avvicinato a questa artista statunitense di Ann Arbor, Michigan, adesso stabilitasi a Berlino, e non conoscendo i suoi lavori precedenti (che, da quanto ho capito leggendo in giro, erano abbastanza diversi), sono rimasto inizialmente spiazzato da quello che stavo ascoltando. Poco a poco, ho cercato di "entrare" nel disco. Non sono sicuro di esserci riuscito, ma quello che vi posso dire, è che qua siamo alla sperimentazione pura, quindi se da una parte può essere molto difficile seguire il filo conduttore di un lavoro del genere, dall'altra si deve senza dubbio togliersi tanto di cappello dinanzi ad artisti con un coraggio del genere. Come nota correttamente Chal Ravens su Pitchfork, Laurel Halo "resiste alle classificazioni, e spiazza le interpretazioni, trattando la sua voce come un materiale sintetico, da modellare e scomporre". Ritmi sincopati, jazzati, rarefatti, voce come detto, a volte pulita a volte passata attraverso mille filtri, testi con riferimenti letterari e filosofici, elettronica al servizio di una sorta di free jazz avanguardista ultra-moderno. Disco difficile, ma al tempo stesso profondamente ipnotico.



Following the directions of a review, I approached this US artist from Ann Arbor, Michigan, now settling in Berlin, and not knowing her previous works (which, as I understood reading around, were quite different), I remained initially misplaced by what I was listening to. Gradually, I tried to "enter" the album. I'm not sure I've succeeded, but what I can say is that here, we are at pure experimentation, so if it can be very difficult to follow the lead of such a job, on the other hand we must undoubtedly take off our hat in front of artists with such courage. As Chal Ravens correctly notes on Pitchfork, Laurel Halo "continues to resist classification and deflect interpretation by treating the human voice like a synthetic material to be molded and shattered". Sincopated rhythms, jazzy atmospheres, rarefied songs, voice as mentioned, sometimes clean sometimes passed through a thousand filters, texts with literary and philosophical references, electronics at the service of a kind of ultra-modern avant-garde free jazz. Not so easy disc, but at the same time profoundly hypnotic.

20170824

Si

Oui - Camille (2017)

Camille Dalmais è una cantante francese oggi 39enne, della quale vi ho parlato in passato, e che è stata "coverizzata" da Elisa e Giorgia. Voce bella e suadente, ottima anche in inglese, ama la sperimentazione, e la world music: ritmi africani ma anche traditional della sua terra. Il disco in questione è stato registrato in due luoghi sacri, ed è un ennesimo bell'esempio di sperimentazione musicale. Potenziali singoli ma anche veri e propri studi musicali su ritmi e atmosfere; testi curiosi e allusivi, spesso giocati sul concepimento e sul dare alla luce. Disco di grande atmosfera.



Camille Dalmais is a 39-year-old French singer, and I have talked about her to you in the past. She has been "covered" by Elisa and Giorgia. Beautiful and velvety voice, perfect also in English, she love experimentation, and world music: African rhythms but also traditional songs of her land. The record we are talking about has been recorded in two sacred places, and is yet another great example of musical experimentation. Potential hit singles but also a real study about music, rhythms and atmospheres; curious and allusive texts, often played on conception and giving birth. Great atmosphere.

20170823

MM

Mura Masa - Mura Masa (2017)

Eccoci alla "cosa nuova" dall'Inghilterra, e vi avviso che non stiamo parlando esattamente del genere che normalmente trovate su questo blog, seppure, vuoi perché è il genere del momento, vuoi perché è quello che ascolta mio nipote, immagino che da qui in poi ne troverete sempre più spesso. Sto parlando di quella (anche questa generica) definizione che si chiama Trap. Ci tengo a dire che stavolta sono io che l'ho segnalato al nipote, e non viceversa: bisogna sempre stare sul pezzo.
Mura Masa (nome di un fabbro artigiano giapponese, forgiatore di micidiali katana), al secolo Alex Crossan dalla minuscola isola di Guernsey, ha appena 21 anni ed è già sulla bocca di tutti: Kitty Empire ha recensito in maniera più che positiva questo disco su The Guardian, ad esempio. Chitarrista, cantante, batterista e bassista con esperienze punk, hardcore, deathcore e perfino gospel, scopre Ableton Live a 16 anni, e si reinventa DJ e compositore di (appunto) musica trap. Pubblicazioni su YouTube e Soundcloud, e in molti si accorgono di lui. Il suo stile ingloba di tutto: marimbas, flauti giapponesi, idiofoni africani, suoni sintetici, Gorillaz, James Blake, Hudson Mohawke, The Smiths, Cashmere Cat, SBTRKT. E, anche in maniera un po' sorprendente, perfino per me, il risultato è molto bello.
Lista quasi interminabile di collaborazioni, che includono Damon Albarn e Jamie Lidell, se siete rockettari ma avete abbastanza sfrontatezza e coraggio, provatelo: potreste rimanerne piacevolmente sorpresi.



Here is the "new thing" from England, and I warn you that we are not talking about exactly the kind you normally find on this blog, though, because is it the genre of the moment, and because it is what my nephew listens, and I guess from now on, you will find it more and more often. I'm talking about that (even this generic) definition called Trap. I would like to say that this time I reported him to my nephew, and not vice versa: you always have to be on the wave.
Mura Masa (name of a Japanese craftsman, forger of famous katana), Alex Crossan from the tiny island of Guernsey, is only 21 years old and is already on everyone's mouth: Kitty Empire wrote more than positive review of this record on The Guardian, for example. Guitarist, singer, drummer and bassist with punk, hardcore, deathcore and even gospel experiences, discovers Ableton Live at 16, and reinvents himself as a DJ and composer of (precisely) trap music. Releases on YouTube and Soundcloud, and many people became aware of him. His style includes everything: marimbas, Japanese flutes, African idiophones, synthetic sounds, Gorillaz, James Blake, Hudson Mohawke, The Smiths, Cashmere Cat, SBTRKT. And, even in a bit surprising way, even for me, the result is very beautiful.
Almost endless list of collaborations, including Damon Albarn and Jamie Lidell, if you are a rocker, but you are enough unblushing and brave, try it: you might be pleasantly surprised.

20170822

Abbraccio di tuono

Hug of Thunder - Broken Social Scene (2017)

Vi metterete a ridere, ma, probabilmente per il fatto di essere molti, un collettivo, ogni volta che esce un disco dei BSS mi rifiuto di ascoltarlo perché penso agli Arcade Fire (per me, uno dei più grandi bluff degli ultimi anni). Poi mi ricordo che nella band c'era anche Feist, che appare anche in questo album "del ritorno" (sono passati sette anni dal precedente Forgiveness Rock Record), e mi metto all'ascolto. E mi piace.
Anche questo Hug of Thunder è proprio un bel disco, sognante, melodico, a tratti davvero vellutato, con grandi pezzi, ariosi e avvolgenti, e spesso la definizione di dream-pop è quantomai azzeccata. Spruzzate di elettronica, qualche fiato, perfino un po' di bossa nova, rock quanto basta, un'idea di jazz, voci meravigliose, costruzioni perfette. La canzone che dà il titolo all'album è semplicemente meravigliosa. Bravi.



You will laugh, but probably because there are so many, a collective, whenever a BSS album comes out, I refuse to listen to it because I think to the Arcade Fire (for me, one of the biggest bluff in recent years). Then I remember that in the band there was also Feist, which also appears on this album of "return" (seven years have passed since the previous Forgiveness Rock Record), and I listen to it. And I like it.
Even this Hug of Thunder is just a beautiful, dreamy, melodic, sometimes very velvety record, with great songs, airy and enveloping, and often the dream-pop definition is pretty good. Some electronics, some aerophones, even a little bossa nova, just enough rock, a jazz idea, wonderful voices, perfect constructions. The title track is marvellous. Well done.

20170821

Per quelli che vogliono il rock, vi salutiamo

For Those About To Rock (We Salute You) - AC/DC (1981)

Non so spiegarvi bene il perché, ma questo disco mi ha sempre appassionato. Probabilmente per il titolo, che ho scoperto essere stato mutuato da un libro sui gladiatori romani (For Those About to Die, We Salute You, una sorta di traduzione di Ave Caesar, morituri te salutant), e poi perché fu il successore del mitologico Back in Black, uno di quei dischi impossibili da dimenticare, inossidabile, insuperabile, un disco che a distanza di quasi 40 anni, quando lo metto, mi riesce tutt'ora molto difficile da togliere. Eppure, questa ennesima produzione dell'altrettanto leggendario Robert John "Mutt" Lange, che uscì a quasi un anno e mezzo di distanza dal predecessore già citato, disco registrato in parte in un vecchio magazzino dismesso nei dintorni di Parigi, perché il produttore stesso non era contento dal suono ottenuto nello studio EMI (sempre di Parigi), ha per me il suo fascino. E anche questo disco, che ricordo nella sua importante copertina apribile nella versione in vinile, è uno di quelli che, forse per la sua semplicità e immediatezza, quando inizio ad ascoltarlo non è che muoio dalla voglia di smettere, e passare ad altro, anzi. 
Pezzi come la stessa For Those About to Rock (We Salute You), classicissima, Inject the Venom, che ricorda le radici blues degli australiani soprattutto nell'intro, Spellbound, Snowballed e via discorrendo, ti fanno capire che non è sempre facile fare le cose semplici, e al tempo stesso che a volte, la semplicità è quel che ci vuole.
Sempreverde.



I do not know how to explain why, but I always been passionate about this album. Probably for the title, which I discovered was borrowed from a book about the Roman gladiators (For Those About To Die, We Salute You, a kind of translation by Ave Caesar, morituri te salutant), and then because it was the successor to the mythological Back In Black, one of those discs that can not be forgotten, stainless, unsurpassed, a disc that, after almost 40 years, when I put it on, still remains very difficult to remove. Still, this another production of the equally legendary Robert John "Mutt" Lange, which came almost a year and a half away from the predecessor mentioned earlier, recorded in part in an old warehouse around Paris, because the producer himself was not happy with the sound in the EMI studio (still in Paris), it has charm for me. And even this record, which I remember in its openly vinyl cover, is one of those, perhaps because of its simplicity and immediacy, when it comes to listening to it, it is not that I die of the desire to quit, and move on to others .
Tracks like For Those About to Rock (We Salute You), the classic hit, Inject the Venom, reminiscent of the blues roots of the Australians, especially in the intro, Spellbound, Snowballed, and so on, make you realize it's not always easy to make simple things, and at the same time that sometimes simplicity is what it takes.
Evergreen.

20170820

Paranoico

Paranoid - Black Sabbath (1970)

Eccoci a parlare di quello che è, per me e per molti altri critici ben più affermati, uno dei più grandi dischi di heavy metal di tutti i tempi. Appena sette mesi dopo lo straordinario disco di debutto omonimo Black Sabbath, la band inglese, per capitalizzare quel successo, esce con Paranoid, che originariamente doveva chiamarsi War Pigs (la casa discografica insistette per cambiarlo, per non inimicarsi chi era a favore della Guerra del Vietnam allora in corso), e sforna un capolavoro. Tony Iommi è già l'indiscutibile re dei riff chitarristici, Ozzy Osbourne detta le metriche con il suo timbro inconfondibile ("raglio agonizzante" lo definì Joe Levy di Rolling Stone), Geezer Butler scrive liriche sospese tra il mistico e il politicamente impegnato, e insieme a Bill Ward forma una sezione ritmica devastante ("Visigota" la definì ancora Levy). Il disco contiene almeno tre cosiddette signature song, Paranoid, War Pigs e Iron Man, ma il resto non è assolutamente da meno: Hand of Doom e Electric Funeral (ma pure Planet Caravan) hanno avuto estimatori di tutto rispetto anche tra musicisti rock, e anche grazie a questo disco, il quartetto inglese ha influenzato generazioni degli stessi. Ovviamente, le tre signature songs citate inizialmente hanno avuto decine di "coverizzazioni" negli anni a venire. Il disco contiene anche uno strumentale, Rat Salad, che altri non è se non l'assolo di batteria di Ward, che la band "usava" per riempire i 45 minuti a disposizione nei concerti di inizio carriera.
La versione Deluxe del 2009 contiene un intero disco di versioni "curiose": cinque versioni strumentali (War Pigs, Iron Man, Electric Funeral, Hand Of Doom e Fairies Wear Boots), due versioni con il testo differente di Paranoid e Planet Caravan, e un'alternate mix di Rat Salad. Nella versione nord americana del disco originale, la prima e l'ultima canzone avevano il titolo "doppio": War Pigs / Luke's Wall e Jack the Stripper / Fairies Wear Boots.
Disco imprescindibile.



Here we are talking about what is, for me and many other more well-established critics, one of the greatest heavy metal records of all time. Just seven months after the extraordinary Black Sabbath debut album omonymous, the British band, to capitalize on that success, comes out with this Paranoid, which was originally called War Pigs (the record company insisted on changing it so, in order not to lose consensus from who was in favor of the Vietnam War, in progress at that time), and releases a masterpiece. Tony Iommi is already the indisputable king of the guitar riffs, Ozzy Osbourne give the metrics with his unmistakable stamp (Rolling Stone's Joe Levy defined his voice as a "agonized bray"), Geezer Butler writes lyrics suspended  between the mystic and the politically committed, and together with Bill Ward forms a devastating rhythmic section ("Visigoth", still from Levy). The record contains at least three so-called signature songs, Paranoid, War Pigs and Iron Man, but the rest is definitely not the least: Hand of Doom and Electric Funeral (but also Planet Caravan) have had admirers of all respect even among rock musicians, and thanks to this record, the English quartet has influenced generations of the same genre. Obviously, the three initially mentioned signature songs have had dozens of cover version in the years to come. The record also contains an instrumental, Rat Salad, which is nothing but Ward's drums solo, which the band used to fill the 45 minutes available in career start concerts.
The Deluxe version of 2009 contains an entire disc of "curious" versions: five instrumental versions (War Pigs, Iron Man, Electric Funeral, Hand Of Doom and Fairies Wear Boots), two with alternate lyric version of Paranoid and Planet Caravan, and an alternate mix of Rat Salad. In the North American version of the original album, the first and the last song had the title "doubled": War Pigs / Luke's Wall and Jack the Stripper / Fairies Wear Boots.
Essential.

20170818

Candeggina

Bleach - Nirvana (1989)

Non è facile parlare di un disco così; personalmente, la deriva aneddotica è dietro l'angolo. Bleach è il disco di debutto della band che ha cambiato il corso della musica rock negli ultimi 30 anni, disco che non ebbe il successo che probabilmente meritava, e le cui vendite furono risollevate prima dal successo del secondo disco, Nevermind, del 1991, poi dalla morte suicida del leader della band stessa, Kurt Cobain, nel 1994. Ed è un macigno, un disco pesantissimo, cupo, disperato, uno dei diversi dischi che uscì dalle diverse band cosiddette della scena di Seattle, che prendevano l'hard rock, il metal e il punk, e li fondevano insieme ognuno alla propria maniera, alcuni facendo diventare questo genere rivoluzionario, e qualche disco di questi, capolavoro.
Nonostante la gestazione incredibilmente difficile (giusto per dirne una, il chitarrista aggiunto Jason Everman, che non suonò su nessun pezzo del disco, che fu poi integrato nella band e licenziato dopo il primo tour - poi assunto temporaneamente dai Soundgarden come bassista, e che appare nella foto di copertina - e anche nel poster contenuto in una delle prime edizioni, curiosamente mentre suona con indosso una t-shirt dei Soundgarden, fu quello che pagò il conto delle registrazioni a Jack Endino, 606,17 dollari), e il fatto che, ad esempio, i testi, così disse Cobain, furono scritti quasi tutti la sera prima delle registrazioni, per fare in fretta, l'uso di due batteristi diversi (e sottolineerei molto diversi: Floyd the Barber, Paper Cuts e Downer sono suonate da Dale Crover dei Melvins, e si sente, mentre il resto da Chad Channing), il disco è ancora oggi il mio preferito della produzione della band, selvaggio, ruvido all'inverosimile, un grido disperato, una composizione minimale ma straordinariamente ficcante: ogni pezzo rimane indelebilmente nella testa e nelle orecchie di chi ascolta. Ritornelli e riff sono ancora qui, a distanza di 28 anni. Mio personale pezzo preferito: School, ma Negative Creep e About A Girl seguono a brevissima distanza. Credo che tutte le persone che seguono questo blog conoscano questo album, ma nel caso ci fosse qualcuno che, a causa del fatto che è stato ibernato negli ultimi 30 anni, non avesse mai ascoltato Bleach (curiosa la storia del titolo, leggetela), sapete cosa dovete fare.  



It's not easy to talk about an album like this one; personally, the anecdotal drift is around the corner. Bleach is the band's debut album that has changed the course of rock music over the last 30 years, a record that did not have the success it probably deserved, and whose sales were resumed earlier by the success of the second album, Nevermind, 1991 and later from the suicide death of the band's own leader, Kurt Cobain, in 1994. It is a boulder, a heavy, dreary, desperate, one of the many albums that came out from the so-called bands of the Seattle scene, who took the hard rock, metal and punk, and they all mated together in their own way, some creating this revolutionary genre, and some of these, masterpieces.
Despite the incredibly difficult gestation (just to say one, the added guitarist Jason Everman, who did not play on any tracks of the record, which was then integrated into the band and fired after the first tour - then temporarily taken by Soundgarden as a bass player, and which appears in the cover photo - and also in the poster in one of the first editions, curiously while playing wearing a Soundgarden t-shirt, it was the one who paid the recording bill to Jack Endino, $ 606.17), and the fact that, for example, the lyrics, as Cobain said, were almost all written in the night before the recordings, the fact that on the tracks there are two different drummers (and I would point out two very very very different drummers: Floyd the Barber, Paper Cuts and Downer are played by Dale Crover of the Melvins, and you can hear it, while the rest by Chad Channing), the record is still my favorite of the band's production, wild, rough to the unlikely, a desperate cry, a minimal songwriting, but exceptionally effective: each tracks remains indelibly in the head and ears of the listener. Refrains and riffs are still here, at 28 years of age. My favorite piece: School, but Negative Creep and About A Girl follow a short distance. I think all the people who follow this blog know this album, but in case there was someone who, due to the fact that he had been hibernated for the past 30 years, had never heard Bleach (curious also the title story, read it), you know what you have to do.

20170817

Vento contrario

Vent Debout - Tryo (2016)

Eccoci oggi a parlare di una band francese segnalatami da GS: i Tryo, che a dispetto del nome, sono quattro, Guizmo, chitarra e voce, Mali, chitarra piano fisarmonica e voce, Manu, chitarre e voce, Daniel, percussioni varie, e con un produttore che partecipa attivamente alla vita del gruppo, Bibou. Sono attivi dal 1995, e questo è il loro sesto lavoro in studio. Reggae, un po' di World music, tanta melodia, divertimento, ma anche impegno sociale nei testi, critiche feroci ai politici, nel passato strizzate d'occhio alla legalizzazione delle droghe leggere. Viene naturalmente da pensare a Manu Chao, ma, almeno in questo disco, ci sono pezzi molto rilassati e d'atmosfera, non troppo travolgenti come poteva essere la patchanka della Mano Negra, piuttosto qualcosa che riecheggia i mai dimenticati Noir Désir. Presenti anche influenze jazz, che regalano piccoli gioielli come la dolcissima Obsolète, e il disco è piacevole, solare, riportandoci a sonorità che forse, personalmente, avevo un po' dimenticato.



Here we are, talking about a French band, suggested to me by GS: the Tryo, which in spite of the name, are four, Guizmo, guitar and voice, Mali, piano accordion guitar and voice, Manu, guitars and voice, Daniel, various percussion, with a producer who actively participates in the life of the group, Bibou. They have been active since 1995, and this is their sixth studio work. Reggae, a bit of World music, so much melody, fun, but also social commitment in texts, fierce criticism of politicians, in the past some references to the legalization of light drugs. It is naturally to be thought of Manu Chao, but at least on this record, there are very relaxed tracks and a good atmosphere, not too overwhelming as the Mano Negra's Patchanka, but something that echoes the never forgotten Noir Désir. There are also jazz influences, which give small jewels like the sweet Obsolète, and the album is nice, solar, bringing us back to sounds that maybe I had personally forgot a bit.

20170816

Alone

Halo - Juana Molina (2017)

Settimo disco dell'artista argentina, della quale vi ho parlato in passato, ma mai recensendone un lavoro. Percorso particolare: attrice comica, nata da padre cantante di tango e madre attrice e modella, registra il suo primo pezzo musicale a cinque anni insieme al padre Horacio Molina. La madre Chunchuna Villafane era forse più appassionata di musica del padre, e da grande collezionista di dischi la "espose" a diversissimi generi musicali fin da bambina. La famiglia si autoesilia in Francia nel 1976 per scappare dalla dittatura, e in Europa ascolta altri generi. Torna in patria nel 1981, e pur perseguendo una carriera musicale e per finanziarsi gli studi in architettura, cerca un lavoro che le prenda poco tempo e che sia ben pagato: finisce per lavorare in tv, e diventare famosa per i suoi sketch parodianti stereotipi femminili argentini. Nel 1995 debutta con il suo primo disco.
Parte dal folk, ma pian piano vira verso l'elettronica; emigra per un periodo a Los Angeles, vista la pessima accoglienza della sua musica in patria, poi torna e diviene apprezzata. Nel suo nuovo Halo, che si riferisce ai fuochi fatui, prosegue il suo discorso aperto con i lavori precedenti, folktronica di un certo spessore e atmosfera. Disco e artista molto particolare.



The seventh album of the Argentine artist, about which I talked to you in the past, but never reviewing a work. She had a particular path: a comedian actress, born of a tango singer and an actress and model mother, recorded her first song at five, a track with her father Horacio Molina. Mother Chunchuna Villafane was perhaps more passionate about music than her father, and as a great collector of records, she "exposed" to various kinds of music since she was a child. The family moved to France in 1976, to escape the dictatorship, and in Europe she hears other genres. Back in the country in 1981, and while pursuing a musical career and funding her architectural studies, she was looking for a job that takes her a little time and was well paid: she ends up working on TV and become famous for her sketches parodying Argentines female stereotypes. In 1995 she debuted with her first record.
Started from folk, but slowly turns to electronics; she moved for a time in Los Angeles, given the bad reception of her music at home, then returns and becomes appreciated. In his new "Halo", which refers to Will-o'-the-wisp, she continues her open journey with the previous works, folktronica of a certain thickness and atmosphere. A very special disc and artist.

20170815

Stillicidio

Stillicide - Helms Alee (2016)

Quarto lavoro per la band di Seattle, Washington, formata da Ben Verellen (Harkonen, Roy, These Arms Are Snakes) alla chitarra, Dana James al basso, e Hozoji Margullis alla batteria (cantano tutti). Band interessante: potremmo definirli velocemente come dei Mastodon più epici e meno progressive, ma approfondendo gli ascolti si scopre che c'è di più: la base sludge, l'amore per il classic metal, ma rivisto e reinterpretato attraverso il post rock e il post hardcore. Il suono è davvero potentissimo, il terzetto, come forse avrete capito composto da due donne, ha un impatto grandioso, ma sorprende con strutture variegate e momenti d'atmosfera. Da ascoltare.



Fourth work for this band from Seattle, Washington, formed by Ben Verellen (Harkonen, Roy, These Arms Are Snakes) on guitar, Dana James on bass, and Hozoji Margullis on drums (if I understood correctly, they all sings). Interesting band: we could quickly define them as some Mastodon more epic and less progressive, but deepening the listening you find that there is more: the sludge base, the love for classic metal, but revised and reinterpreted through the post rock and the post hardcore. The sound is really powerful, the trio, as you may have understood composed from two women, has a great impact, but it surprises with variations of structure and moments of atmosphere. To be listen.