No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20111231

una chicca

l'artista


The Artist - di Michel Hazanavicius (2011)

Giudizio sintetico: da non perdere (4/5)
Giudizio vernacolare: esage

Hollywood, 1927. L'industria del cinema spopola, e gli eroi sono gli attori del cinema muto: già grandi stelle, osannati, applauditi, riveriti, ricercati, come escono di casa sono soggetti a bagni di folla, richieste di autografi. Vivono vite dorate, in ricche ville arredate da oggetti d'ogni tipo, costosi, serviti in ogni momento della giornata. George Valentin è uno di questi, forse il più famoso. Bello, espressivo, baffetti da sparviero e fisico aitante, brillante e ammiccante, sforna film a raffica per il boss del suo studio di produzione, Al Zimmer, ed ogni nuovo film è un successo. Una sera, dopo la prima del nuovo A Russian Affair, manco a dirlo un successone, fuori dal teatro, mentre ha come al solito in pugno i reporter ed i fotografi, una giovane fan salta il cordone di protezione solo per raccogliere il portafogli che le era sfuggito. Colto all'improvviso dalla presenza magnetica della giovane, George reagisce con la sua solita simpatia, ed i fotografi impazziscono alla vista della coppia, formatasi in maniera del tutto casuale. La giovane rimane ancor più affascinata dal suo idolo, George viene colpito dal sorriso, dalla simpatia, dal fascino della giovane, ma ci pensa fino ad un certo punto: le sue attenzioni sono tutte per il suo cane, che gli sta accanto pure sullo schermo, anche lui grande attore. Il suo rapporto con la moglie Doris è freddo e distaccato, ormai da tempo. Ma George ha poco tempo per pensarci: ha un altro film da girare: A German Affair. L'indomani stesso si cominciano le riprese, e intanto sulle prime pagine dei giornali tutti si chiedono chi è la ragazza che era insieme a Valentin. E' Peppy Miller il suo nome, e proprio Peppy, galvanizzata dalla sua breve vicinanza con l'artista, decide di provare a fare il grande passo, e a presentarsi ai provini per A German Affair, e cercare di farsi strada nel mondo del cinema. Sarà proprio Valentin che farà dare alla ragazza la prima possibilità. Peppy ormai è innamorata di George, e pure lui non è indifferente al fascino di Peppy. Non accade niente, gli anni cominciano a scorrere, George rimane sulla cresta dell'onda mentre Peppy continua imperterrita la sua scalata al successo, lo si vede da come cresce il suo nome sui titoli di coda dei film nei quali è chiamata a fare alcune parti. Le loro vite si lambiscono, ma non combaciano mai.
Due anni più tardi, Zimmer annuncia la fine del cinema muto. Peppy si adegua velocemente, e si converte nella nuova fidanzata d'America, interpretando film dopo film, tutti dall'enorme successo. George invece, viene licenziato da Zimmer, produce un film da solo (Tears of Love) che si rivela un fallimento, ha incubi sul sonoro nel cinema (dove lui non riesce ad emettere suoni), la moglie lo lascia, è costretto a ridimensionare la sua vita, cambiare casa per un'abitazione modesta, comincia a bere, è costretto a vendere all'asta tutti i suoi beni, e perfino a licenziare il fedele Clifton, autista tuttofare, che non pagava ormai da un anno. Nel frattempo, la borsa crolla (è il 1929), però Peppy non si è dimenticata di lui. Ma George Valentin è un uomo testardo e orgoglioso...

Dunque, potremmo anche farla molto breve. The Artist è uno di quei casi in cui sorprendentemente, tutte le critiche che avete letto o sentito, sono assolutamente veritiere, e forse addirittura sottostimate. Esci e ti domandi: "ma dov'era fino a oggi 'sto cazzo di Hazanavicius?" e ti viene voglia di guardarti tutti i suoi film. E ti sorprendi ancora di più quando scopri che ha fatto soprattutto televisione, dopo di che due film parodie del genere spionaggio/agenti segreti (OSS 117: Le Caire, nid d'espions e OSS 117: Rio, ne répond plus, sempre con Dujardin protagonista). That's all.
The Artist è un film in bianco e nero (un bianco e nero elegantissimo, suggestivo e molto molto bello) e muto (con i classici intertitles neri con le didascalie, inglesi, con sovrapposizioni italiane, nella versione nelle nostre sale): già questo, nell'era del digitale, del 3D, del dolby surround (anche se il sonoro c'è, sia chiaro eh!), basterebbe a catalogare Hazanavicius come un eroe del cinema. Ma non basta: The Artist è un bellissimo film, semplicissimo nella trama ma significativo, fotografato stupendamente come detto, con movimenti di macchina elegantissimi, che non ti annoia neppure un istante, ti fa ridere, ti commuove, racchiude in sé l'essenza stessa del grande cinema, ed è recitato in modo superlativo dall'intero cast.
Detto del simpatico cameo di Malcolm McDowell, dei sempre imponenti (uno perché alto, l'altro perché grosso) e bravi James Cromwell (Clifton) e John Goodman (Al Zimmer), dell'eccezionale Uggie (il cane di George Valentin), due parole sui protagonisti. Jean Dujardin (George Valentin) è un attore francese che ha lavorato molto in patria (l'avevamo visto in Les Petits Mouchoirs, ma era per la maggior parte del tempo conciato male - era Ludo, l'amico che ha l'incidente all'inizio del film -), e va detto che la sua è veramente un'interpretazione da Oscar: un'espressività e una serie di smorfie insuperabili. Fantastico. Bérénice Bejo, bellezza francese nata a Buenos Aires, anche lei carriera tutta transalpina ad eccezione di una parte ne Il destino di un cavaliere, è bellissima, bravissima, irresistibile. Ed ha due figli con Hazanavicius: fortunato lui!
The Artist, signore e signori: quasi allo scadere, uno dei migliori film del 2011. Non mancate.

jump


L'avrete sicuramente sentita, questa notizia curiosa, ma interessante: sull'arcipelago delle Samoa il giorno di ieri, venerdì 30 dicembre 2011, non è esistito. Si è passati direttamente da giovedì 29 a sabato 31. Samoa, che è pure uno Stato, essendo vicino alla mitica linea internazionale del cambio di data, ha semplicemente spostato questa linea immaginaria (spostandosi quindi dalla destra alla sinistra della linea), per ovviare al fatto che l'arcipelago era costantemente a quasi un giorno (temporale) di distanza dai suoi maggiori partner commerciali, Australia e Nuova Zelanda; siccome già qualche anno fa, Samoa aveva cambiato il senso di marcia sulle strade (da destra a sinistra), per adeguarsi sempre ai due grandi paesi vicini, ecco che l'avvicinamento è stato così completato, con questa mossa.
Se ricordate, anni addietro, prima del passaggio dal 1999 al 2000, l'arcipelago di Kiribati aveva unilateralmente messo in atto questo spostamento (creando, come potete vedere -cliccando per ingrandirla - dall'immagine allegata, un fuso orario quasi assurdo, +14 dal meridiano 0 di Greenwich; questo fuso orario, pensate, esiste solo per l'isola Caroline, oggi detta Millennium Island), in modo da essere il primo luogo che sarebbe entrato negli anni 2000.
Per ulteriori curiosità, potete leggere anche questo articolo de La Stampa, e questo da TicinoLibero.ch.

20111230

itaGlia?


A volte, le coincidenze. Ieri, insieme ad alcuni amici (un paio di loro con le famiglie al seguito), abbiamo bissato il pranzo di quasi tre anni fa, nello stesso ristorante. Genova, Quarto dei Mille. A costo di diventare pedante, praticamente sullo scoglio ormai storicamente conosciuto come quello dal quale partì la spedizione, appunto, dei Mille di Garibaldi, più di 151 anni fa.
Qualche giorno fa, su Internazionale, mi era capitato di leggere un interessante, e direi quasi provocatorio articolo di David Gilmour (la scheda Wikipedia linkata dovrebbe essere la sua, non ne sono sicurissimo perché non è per niente aggiornata, ma alcuni lavori del passato combaciano), che non è quel chitarrista che pensate voi, bensì un letterato, nonché storico, britannico, ottimo conoscitore dell'Italia e della Spagna, autore di The pursuit of Italy: a history of a land, its regions and their peoples (edito da Penguin nel 2011). L'articolo è stato scritto in origine per Foreign Policy, bimestrale statunitense, e, se capisco bene, riassume quello che Gilmour ha scritto nel dettaglio nel suo libro citato poc'anzi, che mi piacerebbe leggere, se non fosse che la mia lettura in inglese è ancora troppo debole, e non risulta che il libro sia stato tradotto in italiano.
Il succo, però, è molto vicino ad alcune cose che sostengo da tempo (e con questo non voglio dire che sono un letterato e storico, ma solo che basta essere realisti sulla nostra Nazione), cose che, premetto, non fanno di me un leghista. Quello che credo io, e che qualche volta, qua e là ho pure scritto su questo blog, è che l'Italia è stata unita ma non è mai stata una e coesa. Quel che dice Gilmour è più o meno lo stesso. Analizziamo il suo articolo.
"Le radici del suo declino (sta parlando della crisi politica ed economica, n.d.jumbolo) affondano nella fragilità dell'identità nazionale. L'unità raggiunta in fretta e furia nell'ottocento, l'avvento del fascismo nella prima metà del novecento e la successiva sconfitta nella seconda guerra mondiale non hanno certo alimentato nei cittadini l'amore per la patria. Se lo stato postfascista avesse raggiunto importanti successi e offerto ai cittadini un esempio con cui identificarsi, le cose forse sarebbero andate diversamente."
"Per riunire in un unico reame i sette regni dell'Inghilterra anglosassone, intorno al decimo secolo, ci sono voluti circa 400 anni. I sette stati che nell'ottocento hanno formato l'Italia unita, invece, sono stati accorpati nel giro di un paio d'anni, tra l'estate del 1859 e la primavera del 1861. Il papa fu privato della maggior parte dei suoi possedimenti, la dinastia dei Borboni fu cacciata da Napoli e i duchi dell'Italia centrale persero i loro troni. E così i re del Piemonte diventarono sovrani d'Italia. All'epoca la velocità dell'unificazione del paese fu salutata come un miracolo: gli italiani, uniti da un forte spirito patriottico, avevano cacciato sia gli invasori stranieri sia i tiranni italiani. In realtà, il movimento patriottico italiano era stato relativamente contenuto - composto in gran parte da giovani della classe media provenienti dal nord - e non avrebbe avuto nessuna possibilità di successo senza un intervento esterno. Nel 1859 un'armata francese cacciò gli austriaci dalla Lombardia, mentre nel 1866 il nuovo stato italiano riuscì ad annettersi Venezia grazie a una vittoria dell'esercito prussiano."
"Giuseppe Garibaldi si batté eroicamente con le sue camicie rosse in Sicilia e a Napoli, ma le sue campagne non furono altro che spedizioni di conquista del sud da parte degli italiani del nord, e furono seguite dall'imposizione delle leggi dal nord sul Regno delle due Sicilie. I napoletani non si sentirono affatto "liberati" dalle camicie rosse (Napoli era la città più popolosa d'Italia, ma poche decine di cittadini si offrirono di combattere al fianco di Garibaldi) e presto il popolo si accorse che la città, per sei secoli capitale di uno stato indipendente, era ormai diventata un semplice centro di provincia. Oggi Napoli fa ancora parte della periferia d'Italia, e il pil del sud del paese non arriva alla metà di quello delle regioni del nord."
Qui ci sarebbe da aggiungere che, come qualche storico e perfino qualche economista italiano onesto, ha spiegato più volte che il nord era pieno di debiti, e la ragione dell'unificazione (o della conquista del sud) fu principalmente economica. Qui mi diversifico radicalmente dai leghisti, e mi viene da pensare, in piccola scala, alla storia della società occidentale nei confronti del sud del mondo, in particolar modo dell'Africa: in qualche maniera, "ci" conviene tenere nella povertà tutta una parte di mondo, così che la possiamo sfruttare. Allo stesso modo, il nord indebitato dell'ottocento, adesso vorrebbe sbarazzarsi, secondo qualche cervello illustre, del sud, in modo da rimettere i conti a posto. Dimenticandosi pure che, tenendo il sud lontano dal potere ed asservendolo, lo ha consegnato in mano alle mafie. Ma proseguiamo la lettura dell'articolo.
"La varietà dell'Italia aveva una storia secolare, e nessuno avrebbe mai potuto cancellarla nel giro di qualche anno. Nel quinto secolo a.C. gli abitanti della Grecia antica parlavano la stessa lingua e si consideravano un unico popolo. Nello stesso periodo le popolazioni della penisola italiana parlavano circa quaranta lingue diverse e non avevano nessun senso di identità comune. La diversità italiana si accentuò dopo la caduta dell'impero romano, e per secoli la penisola rimase divisa: prima nei comuni medievali, poi nelle città stato e in seguito nei ducati rinascimentali. Lo spirito localistico sopravvive ancora oggi [... qui fa un esempio che salto, perché cita i pisani - ma avrebbe potuto citare qualsiasi abitante di qualsiasi capoluogo di provincia]. Gli italiani ammettono tranquillamente che il loro senso di appartenenza a un'unica nazione emerge solo in occasione dei Mondiali di calcio, e solo quando gli azzurri vincono."
A proposito della diversità linguistica:
"Secondo le stime del linguista Tullio De Mauro, all'epoca dell'unificazione solo il 2,5% della popolazione parlava italiano, cioè il dialetto fiorentino ricavato dalle opere di Dante e Boccaccio. Forse il dato di De Mauro è sottostimato, e la percentuale reale era vicina al 10%, ma questo significa che il 90% degli italiani nel 1861 parlava lingue o dialetti incomprensibili nel resto del paese. perfino re Vittorio Emanuele parlava piemontese, quando non si esprimeva nella sua lingua madre, il francese. Nell'euforia generale del periodo tra il 1859 e il 1861, quasi nessun politico italiano si fermò a riflettere sulle complicazioni relative all'unificazione di popolazioni così eterogenee. Uno dei pochi a farlo fu lo statista piemontese Massimo D'Azeglio, che dopo l'unità d'Italia dichiarò: "Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani". Sfortunatamente, il nuovo governo decise invece che la priorità era trasformare l'Italia in una grande potenza in grado di competere militarmente con Francia, Germania e Austria-Ungheria. La missione era però destinata a fallire, perché il nuovo stato era molto più povero dei suoi rivali.
Per novant'anni, fino alla caduta di Mussolini, i leader italiani cercarono di creare un senso di unità nazionale trasformando gli italiani in coloni e conquistatori. Enormi somme di denaro furono stanziate per organizzare campagne militari in Africa, spesso con risultati disastrosi: nella battaglia di Adua (1896), quando i soldati etiopi spazzarono via l'esercito di Umberto I, il numero di caduti italiani fu superiore a quello di tutte le guerre del risorgimento. Inoltre, nonostante non avesse nemici in Europa, l'Italia entrò in guerra in entrambi i conflitti mondiali. Per due volte il governo italiano si lasciò allettare dalle promesse di ricompense territoriali e, a pochi mesi dall'inizio delle ostilità, scelse lo schieramento che pensava avrebbe prevalso. I calcoli sbagliati di Mussolini e la conseguente disfatta dell'esercito italiano distrussero il militarismo di Roma e anche il sogno di un patriottismo italiano. Per i successivi cinquant'anni, dopo la seconda guerra mondiale, il paese è stato dominato dalla Democrazia cristiana e dal Partito comunista, due partiti che seguivano rispettivamente la linea dettata dal Vaticano e quella del Cremlino, poco interessati a instillare negli italiani un nuovo sentimento di unità nazionale."
Qui mi fermo un momento, solo per dire che quest'ultima ricostruzione è si, un poco grossolana, ma c'è di vero che, per una qualche ragione che ci condanna ad essere perennemente divisi, magicamente, dopo la disintegrazione della DC, ci siamo ritrovati nuovamente divisi. Ma proseguiamo, che è interessante.
"Bisogna ammettere che sotto molti aspetti l'Italia del dopoguerra è stata un successo straordinario. Con uno dei più alti tassi di crescita al mondo, il paese è diventato un esempio da seguire nel campo del cinema, della moda e del design. Tuttavia i trionfi economici non hanno fatto che aumentare le diseguaglianze, e nessun governo si è occupato seriamente di appianare il divario tra nord e sud. [...] Alcuni difetti del paese sono strutturali, e risalgono al periodo dell'unificazione. La Lega Nord [...] non dev'essere liquidata come una bizzarra aberrazione. L'atteggiamento dei suoi elettori nei confronti del sud dimostra che molti italiani non si sono mai sentiti parte di un paese unito.
Il politico e storico liberale Giustino Fortunato amava citare il punto di vista del padre, secondo cui "l'unificazione dell'Italia è stata un crimine contro la storia e la geografia". Fortunato sosteneva che la forza della penisola risiede da sempre nelle realtà regionali, e un governo centrale non potrà mai funzionare adeguatamente. Con il passare degli anni la sue parole sembrano essere sempre più profetiche. Se l'Italia avrà ancora un futuro come stato dopo la crisi, Roma dovrà accettare un modello che tenga conto del regionalismo intrinseco e millenario del paese. Naturalmente l'Italia non tornerà a essere un insieme di repubbliche comunali, ducati rurali e principati, ma potrebbe benissimo diventare uno stato federale capace di riflettere la sua natura storica."

Ecco, trovo ci sia poco da aggiungere. Ce la faremo?

20111229

i mangiatori di torta


The Cake Eaters - di Mary Stuart Masterson (2007)

Giudizio sintetico: da non perdere (4/5)
Giudizio vernacolare: da romanti'oni
Stato di New York, da qualche parte, in un piccolo villaggio di campagna. Le storie di due famiglie del posto sono strettamente legate, anche se qualcuno, anche tra di loro, non lo sa. I Kimbrough: Easy è l'anziano capofamiglia, il macellaio del luogo. Da poco, la moglie Ceci è morta, dopo una lunga malattia. Il figlio minore Dwight, che tutti chiamano Beagle, lo ha aiutato con lei (anzi, ha fatto il più), nonostante lavori alla caffetteria della scuola locale, lo aiuti con la macelleria, non lasciando trapelare mai con nessuno la sua passione per la pittura. Il figlio maggiore, Guy, è via da tre anni, principalmente a New York a cercare fortuna con la musica. Qualche settimana dopo la morte della madre, senza saperne nulle, Guy torna in famiglia, e subito si mette alla ricerca di Stephanie, la parrucchiera, sua vecchia fiamma. Le ha chiesto di sposarla, e poi è sparito.
L'altra famiglia protagonista sono i Kaminski. La capostipite è Marg, un'anziana eccentrica, che sembra avere una simpatia per Easy. La figlia Violet ha ambizioni artistiche, è fotografa, e vive con il compagno Judd e la figlia (solo di lei) Georgia. Georgia ha 15 anni ed è malata dell'Atassia di Friedreich, una malattia genetica che impedisce il perfetto coordinamento dei movimenti, per la quale non esiste una cura; Georgia, da un momento all'altro, potrebbe morire, visto che la malattia spesso è associata a gravi cardiopatie. Però, finché ne è in grado, rifiuta la sedia a rotelle. Sua madre la fotografa, spesso poco vestita, per mettere in risalto la sua bellezza, e per le sue velleità artistiche. E' convinta di curarla con la terapia dei colori, ma in realtà non sa bene come comportarsi con lei: in effetti, la ragazza si trova molto meglio con la nonna.
Un giorno, al mercatino locale, Marg è con Georgia, Easy è con Beagle, le coppie si incontrano, gli anziani dissimulano la loro intimità, mentre i due ragazzi si studiano con interesse. Beagle ha vent'anni, ma è impacciato con le donne. Georgia invece è quasi sfacciata: è giovane, ma sa che potrebbe morire presto, e non ha tempo da perdere. Invita Beagle a casa sua, la sera stessa, con una scusa.

Prima che finisca l'anno, vorrei lasciarvi con un consiglio sentito, che viene dal cuore. Magari è per questo che ho una quarantina di recensioni da scrivere, ma vi voglio parlare di questo film che ho appena visto. Sfido la sorte dandogli uno dei punteggi più alti degli ultimi tempi, sapete che 4 su 5 non lo assegno spesso, nonostante, ad esempio, Gary Goldstein del Los Angeles Times abbia scritto di questo film che è "un dramma blando con un copione insignificante". The Cake Eaters, mai uscito in Italia, distribuito poco (e con due anni di ritardo) anche in patria, titolo intraducibile (lo sceneggiatore, Jayce Bartok, che nel film interpreta Guy, dice che la frase era usata da sua madre, in Pennsylvania, per definire quelli che finalmente avevano trovato la felicità, la loro strada, il loro amore), è sicuramente uno di quei film che sarebbe rimasto nascosto, invisibile, se non fosse che la protagonista, Georgia, è interpretata da Kristen Stewart, prima di Into the Wild e prima della saga di Twilight. La regista è debuttante, ma è un'attrice con una carriera rispettabile: Mary Stuart Masterson, qualcuno forse se la ricorda in Pomodori verdi fritti - Alla fermata del treno.
Il film. Il film è semplice, affronta tanti temi senza voler rilasciare morali, e soprattutto, lo fa con un tocco talmente delicato, che risulta impossibile non commuoversi dinanzi a tanta dolcezza e, ripeto, semplicità. Occasioni mancate, modi per riparare (a volte ci sono, a volte no, in questo ultimo caso, bisogna andare avanti e basta), e l'amore. Quello che per gli ingenui fa girare il mondo (in realtà sono i soldi e il potere, ma a noi poveri illusi piace pensarla diversamente), quello che arriva quando meno te lo aspetti, a volte perfino quando ti ostini a non cercarlo. Non so voi, ma io ho trovato che non ci sia niente di più bello, toccante, commovente, entusiasmante, emozionante, coinvolgente. Ho pianto ripetutamente, probabilmente per tutta l'ultima mezz'ora di The Cake Eaters.
Ho trovato la fotografia particolarmente indovinata, e il cast pressoché perfetto; la Stewart è molto brava ad interpretare questa ragazza con gravi problemi motori (e non solo), ed Elizabeth Ashley, che trovo irresistibile anche quando fa la zia Mimi in Treme, è stupenda nella parte di nonna Marg. Molto bravi pure Bruce Dern (Easy) ed il giovane ma lanciato Aaron Stanford, che dà la profondità corretta al personaggio di Beagle.
Ottima la colonna sonora. Melissa Leo (Ceci) appare solo sui titoli di testa e su quelli di coda. E neppure per un attimo mi sono messo a pensare "ma quando cazzo arriva Melissa Leo". Non è poco, per un film "blando con un copione insignificante".
Se vi fidate di me, cercatelo. Si trova in rete, in dvd all'estero, su subsfactory ci sono i sottotitoli italiani. Secondo me è bellissimo.

20111228

Zombieland


Benvenuti a Zombieland - di Ruben Fleischer (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere ma anche no (2,5/5)
Giudizio vernacolare: mah

Gli USA sono ormai dominati da bande di zombies erranti. Columbus è un giovane nerd, e per questo sociopatico da sempre, che per sopravvivere ha coniato alcune semplici regole per sopravvivere alla minaccia dei non-morti. Più per noia che per scrupolo, sta cercando di arrivare in Ohio, per verificare se i suoi genitori siano ancora vivi. Per strada incontra Tallahassee, una sorta di pseudo-Terminator degli zombies, che prende l'uccisione degli stessi come uno sport: la sua missione è trovare l'ultimo Twinkie. Diventano compagni di viaggio e d'avventura, finché non si imbattono in una coppia di sorelle: Wichita e Little Rock. Columbus si prende una cotta per Wichita, la più grande, e scopre a sue spese che le due non si fidano di nessuno.

Sicuramente avranno ragione quelli bravi, che hanno magnificato questo film, che non ha avuto una buona distribuzione italiana (è uscito nel 2010 direttamente in dvd). A me non ha esaltato più di tanto, devo dirvelo. Fermo restando che fa ridere, questo si, sia come idea (un horror più comico che grottesco, in pratica), sia come dialoghi e gag varie (non perdetevi quando i quattro si nascondono nella villa hollywoodiana di un attore famoso, ripresa pure dopo i titoli di coda), che ha un gran ritmo, che si vede che il regista ci sa fare, ha una colonna sonora coinvolgente (From Whom the Bell Tolls dei Metallica, tanto per cominciare, sui titoli di testa, spettacolari), riferimenti e citazioni interessanti, e quattro attori protagonisti con i quali si va sul sicuro, almeno negli USA, anche se tre di loro sono molto giovani, alla fine si va sempre con la moralina.
Divertente Jesse Eisenberg (Columbus), intrigante Emma Stone (Wichita), fa piacere rivedere Abigail Breslin (si, proprio lei, la Olive di Little Miss Sunshine); gigantesco, come sempre più spesso accade, Woody Harrelson (Tallahassee): quando ho visto questo film ho pensato che avesse creato un personaggio memorabile, poi ho visto (purtroppo) Amici di letto e Defendor (meno male), ed ho realizzato che è semplicemente un grande attore.

20111227

ragazzo di campagna


Town Line - Aaron Lewis (2011)

Naturalmente, come molti che apprezzavano gli Staind ai tempi di It's Been A While, li avevo persi di vista. Ultimamente, però, è uscito un nuovo disco, e mentre cercavo notizie al riguardo, ho saputo che Lewis, ottimo cantante e musicista, aveva, sempre in questo 2011, dato alle stampe un album solista. In realtà è più un EP che un long playing, ma insomma.
La questione è che Town Line, anticipato dal singolo Country Boy, qui contenuto in ben tre versioni, è un disco di musica country. Ovviamente, la cosa può stupire solo i più ingenui: la linea che divide il country dal metal è più sottile di quanto si possa immaginare, Hank Williams III insegna (e se volete saperne di più chiedete ad uno dei maggiori esperti italiani).
Non è proprio una costante, ma il fatto che Lewis sia un registered republican, e che addirittura la stessa Country Boy sia stata indicata come possibile inno dei Tea Party, seppure lui sia a favore dell'uso della marijuana, fa capire molte cose, non ultima l'ispirazione dei testi, effettivamente in linea con la maggior parte dei testi di musica country per così dire classica (e piuttosto prevedibili). Il testo, soprattutto di Country Boy, dovrebbe farci riflettere, non tanto per il nazionalismo contenutovi, quanto per il fatto che Lewis, in fondo, è nipote di immigrati: da questo punto di vista, abbiamo solo da imparare dagli USA.
Nonostante sia nato nel Vermont, Aaron è cresciuto a Longmeadow, Massachusetts (e, quando le elementari di Worthington, Massachusetts, frequentate dalle sorelle sue e della moglie Vanessa, sono state chiuse per i tagli, si è dato da fare per raccogliere fondi e riaprirle): non è un caso che proprio Massachusetts sia una delle canzoni più belle del disco.
Insomma, il dischetto racchiude l'amore per il country, passione che gli è stata infusa dal nonno, ma è palese il fiuto melodico di Lewis, la bravura nelle canzoni tendenzialmente acustiche (Tangled Up In You non è altro che una versione alternativa a quella contenuta in The Illusion of Progress, album del 2008 degli Staind): seppur piena di melassa, a me, oltre alle già citate, piace pure l'opener The Story Never Ends.

20111226

He's back. Again.


Come ormai da tradizione, Showtime ci fa il regalino di Natale. Schedulato per l'8 gennaio 2012, come potete leggere anche sulla locandina, il primo episodio della quinta stagione di Californication è già in rete. Il titolo è JFK to LAX (per chi non fosse sul pezzo, gli acronimi degli aeroporti più importanti di New York e Los Angeles), e solo i primi due minuti valgono più di un biglietto per il cinema, tanto per fare un esempio.
Anche se fosse una stagione brutta, il nostro amore per Hank Moody rimarrebbe lo stesso. Se però, come mi pare di poter intuire dalla visione di questo episodio, gli sceneggiatori ci faranno fare delle belle risate, sarà pure meglio.
Buona visione motafaccaaaa!

20111225

cuatro amigos


Quattro amici - di David Trueba (2000)

Un'estate degli anni '90. A Madrid fa caldo. Solo, questo il soprannome del protagonista, unico che ci è dato sapere, decide di partire per un paio di settimane di vacanza insieme ai suoi tre amici Blas, il ciccione, intelligente ma ingenuo, poco fortunato con le donne e poco piacente, Claudio, il bello del gruppo, grande successo con le donne, nessuna preoccupazione di sorta, un lavoro di fatica senza troppe responsabilità, e Raùl, da poco padre di due gemelli avuti da Elena, un tipo che ama il sesso estremo ma che adesso si sente sospeso tra la nostalgia della vita selvaggia e la responsabilità di padre e marito. La destinazione è sconosciuta, il mezzo di trasporto ridicolo, il gruppo buffo e affiatato, anche se costantemente in disaccordo su tutto. In realtà, Solo è ad una svolta della sua vita. Ha appena lasciato il lavoro da giornalista di piccolo cabotaggio in un giornale della città, un'opportunità avuta grazie all'amato/odiato padre (Solo vive da sempre all'ombra di una coppia perfetta di genitori intellettuali), non sa che fare della sua vita, e ad aggravare la situazione c'è il fatto che ha da poco ricevuto l'invito alle nozze di Barbara, la sua ex fidanzata storica, una donna che non ha mai dimenticato, e che più ci pensa, e più si rende conto che gli manca, e che probabilmente era la donna della sua vita.

David Trueba, fratello del Fernando regista che vinse l'Oscar per il miglior film di lingua non inglese anni fa, con Belle Epoque, è un professionista poliedrico. Sceneggiatore, regista, attore, editorialista brillante e pure scrittore di romanzi (tre, per la precisione). Questo Quattro amici è il suo secondo, e non è niente male. Non si può probabilmente definire come romanzo di formazione, almeno, io credo che qui si parli di quello che avviene prima della formazione. Il passaggio, ritardato, come avviene ormai a tutti i giovani europei del sud, dall'adolescenza all'età adulta. Quel periodo senza lavoro, senza certezze, senza futuro, che può mettere paura in diverse maniere. Ma non immaginatevi un trattato di sociologia, probabilmente sono solo io che attualizzo Quattro amici: in realtà, essendo ambientato negli anni '90, ed uscito in Spagna nel 1999, la crisi non si sentiva arrivare, mentre quello che è fondamentale per la storia di Solo, il protagonista, è il suo sentirsi schiacciato da, come detto nel riassunto, due genitori troppo intelligenti e progressisti, il desiderio di tranquillità, e uno spirito ribelle. A condire il tutto, c'è un animo riflessivo, filosofico se volete, ma pure profondamente romantico, anche se per convivere con gli amici, tutto ciò va affogato nella goliardia. E poi, ultimo ma non meno importante, c'è il desiderio costante di sesso.
Divertente, con una prosa semplice, diretta e spesso sboccata, parte come un libro comico, ma pian piano diventa una riflessione sull'amicizia e sull'amore, sulle scelte che a volte si fanno senza pensarci troppo su, ma che ti condizionano la vita. Un finale amaro, con la speranza che è rappresentata, in fondo, dall'amicizia. Non male.

20111224

Beneath the Planet of the Apes


L'altra faccia del pianeta delle scimmie - di Ted Post (1970)


Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)

Giudizio vernacolare: robbetta

Perse le tracce dell'equipaggio capitanato dall'astronauta Taylor, sulle loro tracce ecco un altra navicella con un altro equipaggio. Come da tradizione, nell'atterraggio, dei due uno muore. L'altro, Brent, si mette sulle tracce di Taylor, trovandosi di fronte ad una realtà sconvolgente, che lo spettatore ha scoperto nel primo film. Questa realtà, nella quale le scimmie hanno preso il posto degli umani, la scopre tramite Nova. Brent la incontra, lei ancora non parla, ma indossa le piastrine identificative di Taylor. La porta quindi con sé, fiducioso che ne trarrà qualche indizio. Arrivato alla Città delle Scimmie, Brent conosce la violenza dei gorilla, ma pure Cornelius e Zira, che gli danno notizie di Taylor. Nel frattempo, il Generale Ursus sta organizzando una spedizione militare nella Zona Proibita, convinto che sia popolata. E' proprio là che, in un modo o nell'altro, Brent arriverà per conoscere quel che è successo a Taylor e all'umanità.



Primo di una serie di sequel, a dire il vero probabilmente il più debole, sia a livello di messa in scena che a livello di sceneggiatura. Charlton Heston (Taylor) appare in un ruolo minore, e James Franciscus (Brent) gli somiglia fin troppo pacchianamente, ma non ha lo stesso carisma.

Curiosamente, Ted Post pare un regista specializzato nei sequel, una sorta di succhiaruote della cinepresa: il suo film precedente fu il buon Impiccalo più in alto (Hang 'Em High), con Eastwood, che doveva essere diretto da Sergio Leone, e che echeggiava i successi della Trilogia del dollaro. L'altro suo lavoro per il cinema di una certa rilevanza, insieme a moltissima televisione, è infatti Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan, il seguito di Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo, alias Dirty Harry. Insomma, niente di epocale, in questo caso.

20111223

superbad


Suxbad - 3 menti sopra il pelo - di Greg Mottola (2007)

Giudizio sintetico: si può perdere (1/5)
Giudizio vernacolare: onniuno cià 'r su' vanzina

Zona di Los Angeles. Evan e Seth stanno per terminare la high school, sono amici per la pelle fin da piccoli. Perennemente arrapati, hanno però un approccio differente verso l'altro sesso: Evan più vagamente romantico, Seth decisamente caciarone. Le loro strade si divideranno tra poco: frequenteranno due college diversi. Hanno un altro amico comune, il nerdissimo Fogell, ancor più sfigato. Poco popolari, riescono comunque a farsi invitare ad un party di fine scuola: è la bella Jules, che a Seth piace da morire, che li invita. Ci sarà anche Becca, della quale Evan è innamorato. Ma c'è il problema degli alcolici: sono tutti minorenni, per cui comprarli è un problema. Fogell è in procinto di procurarsi un falso documento di identità, e quindi sarà lui, spinto da Evan e Seth, a comprare il necessario. Situazione tesa, un po' perché Seth ce l'ha un po' con Evan, per la scelta di un college differente (anche Fogell andrà allo stesso college di Evan, addirittura saranno compagni di stanza, ma ancora Seth non lo sa), ma anche perché Seth carica la serata di aspettative: è, dice lui, l'ultima possibilità di essere sverginati, e di arrivare al college con tutt'altro curriculum. Scelto il negozio, Fogell, tesissimo, entra per comprare i liquori, con una lista della spesa interminabile, e qui comincia il bello...

Film demenzial-adolescenzial-pruriginoso, che ha avuto uno spettacolare successo all over the world. Prodotto dal re Mida della commedia statunitense Judd Apatow, sceneggiato da Seth Rogen (Funny People, Zack And Miri Make a Porno) ed Evan Goldberg (da qui i nomi dei protagonisti), vagamente autobiografico, il film è decisamente grossolano, qualche risata la fa fare, certo, ma insomma, se, come certi critici hanno scritto, è un racconto di formazione, o una riflessione sulla difficoltà di crescere, allora vale proprio tutto. Personalmente ho trovato un po' tutto telefonato e volgarotto, compresa l'apparizione di Seth Rogen e Bill Hader nei panni della svalvolata coppia di agenti di polizia Michaels e Slater.
Nonostante ciò, si vede che Mottola è un regista che sa il fatto suo, fin dai titoli di testa, c'è una colonna sonora gradevole e varia, un Michael Cera (Evan) alle prime armi, e che fa sempre una certa tenerezza, interpretando sempre un po' lo stesso personaggio dello sfigato dolcione, e una Emma Stone (Jules) che illumina sempre lo schermo col suo bel personalino. Seth è interpretato da Jonah Hill, che abbiamo poi rivisto in molte altre commedie, e Fogell da Christopher Mintz-Plasse, che abbiamo rivisto, divertendoci molto di più, nei panni di Red Mist in Kick-Ass.
Come detto, si può perdere. Raffinatissimo il sottotitolo italiano...

20111222

Takes life. Seriously.



Dexter - di James Manos, Jr. - Stagione 6 (12 episodi; Showtime) - 2011






Dexter, se devo paragonarla a qualcosa, è una serie che mi ricorda Judging Amy, però al contrario. In fondo, sempre di giustizia si parla. Dexter è una serie che non soffre lo scorrere del tempo, nonostante a grandi linee, come detto ogni volta che ne parlo, lo schema di ogni stagione sia sempre lo stesso. Anzi, se possibile, con il passare del tempo si è affinata, ha perso i tempi morti, nei clichés di genere non ci casca più, o almeno, non se ne fa accorgere. Dexter è una di quelle serie che ogni stagione, ogni episodio, vedi scorrere i titoli di coda e ti dici "'sti cazzo di sceneggiatori sanno proprio fare il loro lavoro". Il bello è che ogni volta, ogni stagione, ogni episodio, credo che sia sempre più complicato. E il bello è che ci riescono. Sempre.






Questa stagione mi è parsa una delle, se non la, migliori. Dexter Morgan è definitivamente un padre single (anche se, proprio a causa di questo, c'è l'ingresso nel cast di Aimee Garcia, nei panni di Jamie Batista, la sorella di Angel, giovane studentessa e, appunto, babysitter di Harrison super disponibile; una discreta gioia per gli occhi). Harrison cresce, e c'è da pensare alla sua educazione, alla scuola da scegliere. Una di quelle "papabili" è una scuola cattolica, gestita da suore. Dexter si interroga sul suo rapporto con la religione, in particolare con quella, appunto, cattolica. Più o meno allo stesso tempo, ecco che appaiono una sorta di alpha e omega: Brother Sam, un Mos Def dal profilo basso ma efficace, un ex gangster e carcerato, che proprio in carcere "incontra" la vocazione, e una volta fuori diviene pastore, gestendo inoltre un'officina di riparazioni auto, nella quale lavorano solo ex malviventi che tentano di redimersi, e il Doomsday Killer (il killer del Giorno del Giudizio), un serial killer (il classico antagonista di Dexter, presente in ogni stagione) che uccide in nome del Signore, inscenando ogni volta un tableau dell'Apocalisse.



Non è finita qui: LaGuerta è promossa capitano, e Matthews le fa accettare che, a succederle, sia Debra. Debra sta rompendo con Quinn, e la cosa, unita alla promozione inaspettata, che la carica di ulteriori responsabilità, la spedisce dritta dalla psicologa della sezione. Il trattamento porterà alla luce sentimenti sconvolgenti...






Sempre più difficile dire chi sia più bravo tra Michael C. Hall (Dexter) e Jennifer Carpenter (Debra; a proposito: i due, sposati nella vita reale, hanno recentemente divorziato). Buone le prove del resto del cast, ottime le regie, sempre splendida la fotografia; ma, come detto, quelle che splendono più di ogni altra cosa sono le sceneggiature, valide e vive fino al finale ad orologeria, che lascia tutti col fiato sospeso in attesa della prossima stagione. Il contratto è stato rinnovato per la settima e per l'ottava. E chi se le perde?

20111221

I'm just a gigolò



Hung - di Dmitry Lipkin e Colette Burson - Stagione 3 (10 episodi; HBO) - 2011






Diciamocelo francamente: per quanto i personaggi, soprattutto i due protagonisti di Hung, Ray Drecker (un buon Thomas Jane) e Tanya Skagle (una Jane Adams scoppiettante, umorale, estremamente sensibile e vera), ma alcuni anche tra quelli marginali (i figli gemelli di Ray e Jessica, Damon e Darby, spassosi), siano decisamente simpatici, Hung ha perso molta della sua spinta propulsiva, e la capacità di far ridere di gusto, pur riuscendo sempre a mettere in piedi situazioni grottesche, e quindi divertenti.



Sta tutta qui, credo, la differenza tra un serial che diventa un cult, e quello che rimane dentro i canoni di un prodotto buono si, ma tutto sommato normale.



Continua il riavvicinamento, tra alti e bassi, tra Ray e Jessica, anche se ognuno dei due, e ognuno a modo suo, ha le sue esperienze diverse. Lenore non si dà per vinta, e "scopre" un nuovo talento della prostituzione maschile: è il giovane Jason (Stephen Amell), che la aiuta ad intentare un piano di sabotaggio ai danni della Orgasmic Living, la società di Tanya e Ray. Ma la fidanzata di Jason, Sandee (una Analeigh Tipton sopra le righe, ma certamente da tenere d'occhio), è interessata a guadagnarci qualcosa. C'è pure Charlie (Lennie James, convincente), il "maestro" pappone di Tanya, che è in galera, e che Tanya fa uscire su cauzione.
Un buon intermezzo tra un serial di culto ed un altro. Sempre grandiosa la sigla, con i sempre più famosi ed osannati Black Keys.

20111220

how he solves anything is a mistery


Bored To Death - di Jonathan Ames - Stagione 3 (8 episodi; HBO) - 2011

Bored To Death, col tempo, si è convertito da una serie leggerissima con ottime potenzialità comiche, ad un piacevole e quasi irrinunciabile piacere stagional/settimanale. Episodi brevi, scorrevoli, divertenti, con momenti esilaranti (pure in questa stagione ne vedrete delle belle), e tre attori che sembrano nati per recitare e far ridere insieme. Se mi posso permettere, l'impressione è quasi quella che in questa stagione, da poco conclusasi, il personaggio interpretato dall'immenso Ted Danson (George Christopher), pur rimanendo fucina instancabile di situazioni da pisciarsi addosso, venga quasi offuscato dall'ormai prepotente presenza di Zach Galifianakis (Ray Hueston), a ripensarci "creatore" di situazioni esageratamente divertenti. In mezzo, la faccia da cane bastonato di Jason Schwartzman (Jonathan Ames), che tuttavia diverte anche lui, e non riesce a starmi antipatico.

Jonathan questa stagione è alle prese con il dramma della sua origine: scopre infatti di essere stato concepito in provetta, e si mette alla ricerca del suo padre biologico. George apre un ristorante di tendenza, ad impatto zero, e Ray è alle prese con la separazione della coppia lesbica alla quale ha donato lo sperma per concepire un figlio, e quindi con le sue nuove responsabilità di padre. Divertimento assicurato ed un buon ritmo, per questo ennesimo atto d'amore verso New York ed la letteratura noir riletta con una buona dose di ironia. A partire dal nuovo appartamento di Jonathan, questa serie non può che far divertire.
Attendiamo fiduciosi l'annuncio di una quarta stagione.

20111219

Let Me In - locandina USA


Molto più bella.

Let Me In


Blood Story - di Matt Reeves (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: ma anche vesto...un s'era giàvvisto?

Los Alamos, New Mexico, USA; questo luogo ameno pare abitato da poco più di 12mila persone al censimento del 2010, figuriamoci una trentina d'anni prima, quando nell'aria risuonavano pezzi come Let's Dance di David Bowie o addirittura Doot Doot dei Freur. Essendo situata ad oltre 2000 metri sul livello del mare, d'inverno fa freddo e non è inusuale che ci sia la neve, nonostante il nome Mexico all'interno di quello dello Stato Federale a cui appartiene, farebbe pensare il contrario. Bene, qui vive Owen, un dodicenne figlio di genitori separati in attesa di divorzio (lui vive con la madre, quasi una fanatica religiosa). Owen è gracile, dai lineamenti femminei, solitario, con la faccia triste. Facile preda dei bulli della scuola, capitanati dall'antipaticissimo Kenny (anche lui ha qualche problema di sopraffazione, ma lo scopriremo solo verso la fine, e troppo di sfuggita), bulli che, nella solitudine della sua stanzetta, sogna di colpire, verso i quali medita di vendicarsi. Nella sua stanza ha anche un piccolo telescopio, col quale spia ingenuamente i vicini del suo complesso abitativo. Una sera, durante le sue perlustrazioni telescopiche, vede arrivare due nuovi vicini. Un signore di mezz'età, un po' claudicante, e una bambina, più o meno con la sua età, sporca, trasandata, che cammina a piedi nudi sulla neve. Si chiama Abby, e Owen la incontra qualche sera dopo, mentre, ovviamente solitario, è intento a cercare di risolvere il suo cubo di Rubik. Nonostante le iniziali diffidenze, tra i due c'è una strana attrazione, e presto diventeranno amici, forse qualcosa più che amici. Ma Abby nasconde un enorme segreto...

Film davvero difficile da giudicare per chi, come me, ha visto e amato l'originale svedese Lasciami entrare. Questo tipo di operazioni, ai miei occhi, appaiono inutili, ma evidentemente sono fatte per creare lavoro, assumere un cast più famoso ed importante, quindi va bene così. Chi non ha visto, e non sa niente, dell'originale, si troverà di fronte ad un horror quantomeno strano, con ritmi lenti, cupo senza per questo essere alla ricerca dell'effetto sorpresa che caratterizza tutto il cinema di quel genere. Peccato, questa è la cosa che, a parte l'idea di base, mi ha disturbato di più, per gli effetti speciali, nello specifico i movimenti di Abby quando, diciamo, assume la sua identità alternativa, a mio parere mal riusciti.
Il cast è variegato, e forse non diretto benissimo. E' sempre un piacere rivedere Richard Jenkins (qui il "padre" di Abby; per sempre, Nathaniel Fisher di Six Feet Under) ed Elias Koteas (qui il poliziotto, una vita da caratterista in un milione di ottimi film, per me, per sempre, il Vaughan del Crash di Cronenberg), seppure in tono decisamente minore alle loro potenzialità. Tra i due protagonisti, Chloe Grace Moretz (Abby), che ha fatto il botto con Kick-Ass, e Kodi Smit Mc-Phee (Owen), che abbiamo conosciuto con The Road, mi pare se la cavi meglio, e risulti più convincente il ragazzo. Fa arredamento, ma che arredamento, Sasha Barrese (Virginia), che abbiamo (intra)visto in Una notte da leoni.
Riassumendo: chi non ha visto l'originale dovrebbe vederlo, e fermarsi lì. Se proprio una sera non ha niente da fare, può vedersi pure questo remake.

20111218

libertà vigilata


Conditions of My Parole - Puscifer (2011)

Se volete divertirvi a capire la formazione dei Puscifer, leggete la scheda Wikipedia inglese oppure andate sul loro sito. Se, come me, pensate invece che Puscifer sia solo un nome che permette al simpaticissimo (sono ironico) Maynard James Keenan (Tool, A Perfect Circle), di dare libero sfogo al suo ego musicale (probabilmente di poco meno esteso di quello personale), andate avanti e, come si dice, lasciatevi servire.
Keenan potrà, appunto, non essere il massimo della simpatia, ma è un gran musicista con una gran bella voce, e dei gusti che denotano una classe innata. Puscifer, ed in special modo questo secondo disco, ignorando i remixes, fa musica a cavallo del rock e dell'ambient più accessibile su basi quasi esclusivamente di drum-machine elettronica, senza però farsene accorgere, almeno ad un primo ascolto. Non disdegna i chitarroni, ma è capacissimo di atmosfere ovattate, oniriche, suggestivamente romantiche. Se unite tutto questo ad una capacità di songwriting innegabile, ecco che avrete il risultato dell'impossibilità che Puscifer faccia un disco brutto. Così è pure per questo Conditions of My Parole, che regala piccole perle quali Telling Ghosts, Toma, The Weaver, Tiny Monsters; e sia chiaro che, segnalando alcuni pezzi, faccio lievemente torto agli altri.

filosofia comportamentale



Sicuramente ve l'ho già detto, ma pur non essendo Livornese di scoglio, in alcune cose mi ci sento, in altre lo sono anche senza sentirmelo, in altre non lo sono. Qualche giorno fa l'amico Luca mi ha fatto vedere alcune vignette di Max Greggio: sono tutte indicative del carattere livornese. Questa è sicuramente quella che illustra il mio secondo caso: comportamenti che so di avere, ma che sono incosci. E, a parte tutti i discorsi, fa schiantare dal ridere.

20111217

tempi bui


L'amico Vit una volta mi ha detto che rimpiange un po' quando parlavo di calcio, nello specifico del Livorno. Mi fa piacere, il problema è che è sempre più difficile parlarne: è già difficile trovare la forza di andare allo stadio.
E' indubbio che negli ultimi tempi, i rapporti tesi, la tessera del tifoso, l'atteggiamento sempre più distaccato del Presidente Aldo Spinelli, le campagne acquisti al risparmio, un calo generalizzato nelle presenze in (quasi) tutti gli stadi italiani, hanno reso meno giocoso l'atto stesso dell'andare allo stadio. La scorsa stagione è stata interdittoria, ma questa, dopo una partenza che mi ha illuso, rischia di essere devastante.
Qualche settimana fa, durante la sconfitta casalinga contro gli arci-nemici dell'Hellas Verona, pensavo che avessimo toccato il punto più basso degli ultimi 10 anni. Mi sbagliavo: ieri sera, sconfitti (col solito punteggio, 2 a 0) dal Brescia, col quale solo pochi anni anni fa giocammo una delle partite più belle e significative, il 3 a 0 casalingo nella finale di ritorno dei play-off per la promozione in serie A, in una serata fredda in tutti i sensi (prima la pioggia, poi il vento fortissimo, che ha rischiato di non far giocare la partita, e che probabilmente è "colpevole" di almeno un gol; una serata che, oltre al diffuso disamore, di certo non ha invogliato le persone a venire allo stadio, un Armando Picchi che ieri sera offriva un colpo d'occhio davvero triste e disarmante), abbiamo scavato sul fondo. E non è facile spiegarsi tutto.
La squadra ha diversi giovani promettenti, ed effettivamente bravi. Alcuni giocatori più esperti, l'anno scorso dettero un apporto fondamentale, e dimostrazione di forza e caparbietà; quest'anno appaiono le ombre di se stessi, non riuscendo a trasmettere grinta, coraggio, voglia di lottare fino in fondo, a questi giovani talenti. Metteteci una tifoseria fredda, un Presidente distaccato, un allenatore letteralmente nel pallone, e, perché no, chi ha visto la partita lo sa, un pizzico di sfortuna, e il gioco è fatto: alla minima difficoltà, la squadra si sfalda, si scioglie come neve al sole, affonda col suo carico di storia, e si avvia ad altre 22 partite di passione, che, a meno di una campagna acquisti di gennaio miracolosa, saranno un vero e proprio calvario, ed è molto probabile ci porteranno in serie C1, o come diavolo si chiama adesso (Lega Pro Prima Divisione). Credetemi, non sono né pessimista, né disfattista: le varie reazioni della squadra intera indicano che la possibilità è più che reale. Naturalmente, la retrocessione porterebbe senza dubbio, qualche conseguenza potenzialmente ancor più grave. Dubito che il Presidente rimarrebbe, e dubito che gli eventuali acquirenti sarebbero numerosi e seri; cose che potrebbero portare al peggio. Di fallimenti ne abbiamo collezionati parecchi, abbiamo già toccato il fondo in anni che sembravano essere solo pallidi ricordi, ma, in un certo senso, ci siamo preparati.
Così come le riflessioni espresse sopra, anche le prossime sono frutto di chiacchiere con gli amici di sempre, quelli che c'erano anche ieri sera (loro sanno chi sono). Abbiamo goduto alcuni anni, abbiamo visto (sia nella nostra squadra, sia in quelle avversarie) grandi calciatori. Siamo stati nella cosiddetta massima divisione, abbiamo giocato la Coppa UEFA, ora Europa League, siamo stati tra l'altro eliminati da una squadra (l'Espanyol di Barcellona) che quell'anno arrivò in finale e perse ai rigori. Ci ricorderemo per sempre i gol e le giocate di Igor Protti, Cristiano Lucarelli, Alessandro Diamanti. Il prossimo anno, in quella che continueremo a chiamare C1, torneremo a fare l'abbonamento, pagando ancora meno di quest'anno, in linea con le nuove direttive che impongono agli italiani di vivere con maggior sobrietà. Torneremo ad andare in trasferta con allegria, quasi più per andare a provare nuovi ristoranti (sempre che si trovi posto) che per vedere la partita, in stadi di squadre sconosciute o di nobili decadute. E chissà che, quando saremo pensionati, quindi tra molti, molti anni, non ci possa capitare di nuovo di assistere a giocate paragonabili a quelle dei campioni citati prima. Chissà.

lungomare



Boardwalk Empire - di Terence Winter - Stagione 2 (12 episodi; HBO) - 2011

Che dire, in più a quello che vi dissi a proposito della prima stagione, su Boardwalk Empire? Beh, sicuramente che il livello non è sceso, poco ma sicuro. Anzi, se proprio devo essere del tutto sincero, negli ultimi episodi di questa seconda stagione (se ci penso meglio, un po' durante tutta la stagione), c'è pure un pizzico di perversione in più (occhio ai flashback e ad un Agente Van Alden sempre più scheggia impazzita). Per non parlare di rutilanti rese dei conti, in un crescendo finale (penso agli ultimi tre episodi della stagione, Georgia Peaches, Under God's Power She Flourishes ed il conclusivo, più cinematografico che mai, To the Lost, che, a ripensarci, mette i brividi) con grande senso del ritmo.
Un po' di trama. Nucky è accerchiato: Jimmy, sostenuto dalla madre e dal vero padre (il Commodoro), si allea con Eli ed altri per incastrarlo. Ma, si sa, le alleanze sono come quelli di Lotta Continua: da un giorno a un altro te li puoi ritrovare da una parte o dall'altra. Mentre in casa di Nucky, il suo rapporto con Margaret ed i figli si fa al tempo stesso più stretto e più complesso, l'agente Van Alden fa una scelta sorprendente rispetto alla gravidanza di Lucy. Le maglie del proibizionismo si stringono, e quindi tutti i contrabbandieri cercano altre strade (e altre alleanze); addirittura, in una curiosa assonanza con la terza stagione di Sons Of Anarchy, qualcuno tratta addirittura con l'IRA, e c'è perfino una trasferta irlandese. Fa capolino l'eroina, sul versante del "divertimento", e ad Atlantic City arriva un nuovo Procuratore Federale, sorprendentemente una donna (e anche lei decisa a mettere in galera Nucky, poverino). Insomma, tutti contro Nucky, ma il ragazzo non è che sta lì per pettinare le bambole...
Boardwalk Empire, come già detto, è l'ennesimo esempio di (grande) cinema trasportato alla televisione. Grande budget, perfette ricostruzioni storiche (automobili, abiti, ecc.), riferimenti storici precisi [il combattimento del secolo (Battle of the Century) tra Jack Dempsey e Georges Carpentier]; al tempo stesso, splatter a volontà, perversioni varie, personaggi mai o bianchi o neri, corruzione, violenza, razzismo: come già espresso in passato, in una parola le radici degli USA (e meno male che è un serial statunitense, altrimenti passerei da anti-americano).



Detto, sempre in occasione della prima stagione, degli attori protagonisti, splendidi (vorrei solo pregarvi di osservare con attenzione il lavoro di Michael Pitt/Jimmy Darmody), mi piace sottolineare qualche carattere non precisamente protagonista, ma interpretato ugualmente in maniera superba. Uno dei miei preferiti, soprattutto per il forzatissimo e divertente accento italo-americano, è Vincent Piazza nei panni di Charles Lucky Luciano; Albert Chalky White, messo in scena dall'indimenticabile faccia-con-cicatrice di Michael Kenneth Williams (l'Omar Little di The Wire), un sofferente Elias Eli Thompson, fratello di Nucky, interpretato da Shea Whigham, che qualcuno avrà notato in This Must Be the Place ultimamente, e un enorme William Forsythe nei panni di Manny Horvitz.



Cinema in televisione. Godimento e momenti epici. Verso settembre 2012 la terza stagione.

20111216

Nick and Norah's Infinite Playlist



Nick e Norah: tutto accadde in una notte - di Peter Sollett (2009)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: bellino, da appassionati di musi'a indi



Brooklyn, New York, USA. Nick è un giovane studente di high school, appassionatissimo di musica indie. Suona il basso in una band, The Jerk Offs, insieme a Thom e Dev, i suoi due migliori amici, entrambi gay. Nick è distrutto: la sua (ex) ragazza Tris lo ha lasciato, ma lui continua a inviarle le sue compilation da cuore infranto su cd. Tris, bella e piena di sé, sempre pronta a farsi corteggiare da bei ragazzi, cestina regolarmente i cd. Una delle migliori amiche di Tris è Caroline, vivace, spesso ubriaca e sempre pronta a far festa, che è molto amica pure di Norah, l'esatto opposto di Tris: riservata, poco appariscente. Norah recupera tutti i cd che Tris butta, e ama queste compilation, al punto da pensare che chi le fa deve essere la sua anima gemella. Ovviamente, tra Tris e Norah non corre buon sangue, e Tris non perde occasione per ricordare a Norah che non ha uno straccio di ragazzo.



Tutti quelli che amano quel tipo di musica, inseguono i concerti "a sorpresa" della mitica band Where's Fluffy; ma in mancanza di loro notizie, si accontentano dei The Jerk Offs, che quella sera suonano alla Arlene's Grocery. Nick sul palco con Thom e Dev, senza batterista, Tris col suo nuovo ragazzo, Norah con Caroline. A concerto finito, Norah, per non sfigurare nei confronti di Tris, chiede, per gioco, a Nick di baciarla (Nick non si è accorto della presenza di Tris, Norah si). Tris li vede, ed ecco che, com'è nella sua natura, si adopera per riconquistare quello che pensa essere suo. Ma tra Nick e Norah, nonostante le circostanze sembrino contrarie, c'è più di un'affinità. E la notte è lunga...



Nonostante sia uscito in sordina qui da noi, e la critica non lo abbia trattato granché bene, devo dirvi che a me questo "piccolo" film, delicato, romantico e divertente, semplice e omaggiante (è un vero e proprio atto d'amore verso New York, la sua vita notturna, e la sua musica), è piaciuto abbastanza. Diretto dal giovane newyorkese doc Peter Sollett (secondo lungometraggio), regia misurata e abbastanza efficace, scritto dall'altrettanto giovane Lorene Scafaria (prima sceneggiatura), che è pure cantautrice e attrice (in questo film è la ragazza che scambia la Yugo di Nick per un taxi, insieme al suo ragazzo), amicona di Diablo Cody, per cui occhio, potrebbe essere la prossima scrittrice-sceneggiatrice-rivelazione, tratto dall'omonimo libro della coppia Rachel Cohn & David Levithan, il film, praticamente ambientato tutto in una notte (vi ricorda qualcosa?), è simpatico, breve, scorrevole e divertente.



Padroneggiano la scena da attori consumati Michael Cera nei panni di Nick (l'indimenticabile Paulie Bleeker di Juno) e Kat Dennings nei panni di Norah (è quella che hanno provato a far passare da brutta in Thor, dove interpretava Darcy Lewis), ma anche i comprimari non sfigurano affatto. Spassosa Ari Graynor (è Caroline, Fringe, The Sopranos, particina in Mystic River), interessante Jay Baruchel (è Tal, era Windows in Fanboys), bellissima (anche se in miniatura) Alexis Dziena (è Tris, era Lolita in Broken Flowers). Eccezionali gli scambi di battute tra Thom (Aaron Yoo) e Dev (Rafi Gavron). Chi ama la musica si emozionerà per la sorpresa che Norah fa a Nick. Il titolo originale è super. Carino.

20111215

il lago dell'Eden




Eden Lake - di James Watkins (2008)





Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)


Giudizio vernacolare: ci stavi gobbo 'n casa ar carduccio...





Inghilterra. Jenny e Steve sono una bella e giovane coppia, affiatata e innamorata. Steve organizza un fine settimana a sorpresa per Jenny: la porta in riva ad un lago, chiamato appunto lago Eden, un luogo isolato e quasi idilliaco. Dopo un viaggio che sembra non finire mai, arrivano, e Jenny è contentissima. Steve, tra l'altro, ha fatto questa particolare scelta perché, durante il fine settimana, vuole chiedere a Jenny di sposarlo, e vuole che tutto sia perfetto.




Mentre si avvicinano alla riva per montare la tenda, incontrano un ragazzino triste, solitario, che evidentemente non vuole nemmeno parlar loro. Dopo ancora qualche minuto, ecco arrivare una banda di giovani bulli, con una ragazza ed un cane molesto. Mettono musica a tutto volume, e se ne fregano della coppia. Steve chiede loro di dar meno fastidio, ma il gruppo, "capitanato" dal prepotente Brett, reagisce sprezzante. Dopo un po' se ne vanno, e la coppia riprende fiato, dimenticando tutto. Ma la mattina seguente, dopo aver scoperto che non hanno più niente da mangiare, visto che si sono dimenticati il cibo all'aperto, e che il cibo è stato invaso dagli insetti, mentre tornano all'auto per andare in città a far colazione e rifornimento di viveri, inizia una serie di avvenimenti inimmaginabili, di una violenza inaudita, con conseguenze terribili.








Esordio folgorante per il giovane regista inglese, che prima di questo Eden Lake, del quale è anche sceneggiatore, aveva lavorato come sceneggiatore sempre di storie che ruotavano intorno all'horror (My Little Eye, Gone). Il film, ennesimo errore della distribuzione nostrana, non è uscito in Italia, ma ha riscosso un buon successo dappertutto, a ragione. Ritmo che va in progressione (prima lento, poi sempre più veloce, con colpi di scena a ripetizione e un finale aperto), camera dinamica, buona fotografia, attori in ottima forma e grande spolvero. Michael Fassbender (Steve), ormai come il prezzemolo, qui fa bene il suo dovere (è inutile: molto più a suo agio con ruoli di una certa fisicità che in quelli più riflessivi - vedi A Dangerous Method -); Jack O'Connell (già in This Is England e in Harry Brown, un paio di film che sono strettamente legati alla tematica della Broken Britain, così come questo Eden Lake, seppur solo in parte), qui Brett, è cattivo e prepotente in maniera estremamente convincente, il resto del cast (del quale fa parte anche il Thomas Turgoose - qui Cooper - che era lo Shaun protagonista del This Is England citato poc'anzi) perfettamente in parte, e, ultima ma non meno importante, Kelly Reilly (L'appartamento spagnolo, Bambole russe, Orgoglio e pregiudizio, Triage, Sherlock Holmes), nei panni dell'assoluta protagonista Jenny, davvero davvero brava (e bella), in una parte che le richiede, al contrario del solito, anche una certa predisposizione al dinamismo.




Film serrato, duro, sorprendente.

20111214

planet of the apes



Il pianeta delle scimmie - di Franklin J. Schaffner (1968)


Giudizio sintetico: da vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: ci s'arriva, e nemmeno frattanto




In un futuro prossimo (1972 per l'esattezza, il film è del '68), una navicella partita dalla Terra con a bordo quattro astronauti, tre maschi e una femmina, viaggia per oltre 2000 anni (in realtà 18 mesi, ma viaggiando pressoché alla velocità della luce, per l'essere umano vale la regola della dilatazione del tempo), con l'equipaggio in stato di ibernazione, fino a schiantarsi in un lago, su un pianeta apparentemente sconosciuto. Il capitano Taylor, dopo aver constatato la morte dell'unica donna, Stewart, si mette in salvo con l'equipaggio, dopo di che, trovandosi in mezzo ad una sorta di deserto, i tre si mettono in marcia alla ricerca di qualche forma di vita. La trovano: sono uomini e donne che non parlano, vestiti di stracci, che stanno scappando. Dopo qualche secondo, capiscono anche da chi: stanno scappando da dei gorilla a cavallo, scimmie che parlano e che cercano di catturare gli umani, vivi o morti. Taylor viene ferito alla gola, ferita che gli impedisce di parlare, catturato, imprigionato, e portato nella città delle scimmie. Qui, comprende: su questo pianeta, le scimmie parlano, pensano, comandano. I gorilla formano l'esercito, gli oranghi sono politici o sacerdoti, gli scimpanzé si dedicano allo studio. Gli umani sono cavie da laboratorio.



Quasi tutti i critici accreditati, concordano che questo film ha sofferto l'uscita praticamente contemporanea con 2001: Odissea nello spazio di Kubrick; non faccio fatica a crederci, dato che io, all'epoca, avevo si e no 2 anni. Per essere onesti, bisogna ammettere inoltre che, dal punto di vista della dinamicità, delle recitazioni, delle scenografie, il film è decisamente più "povero". Ma se nel 2001 è stato scelto dal National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli USA per la preservazione, un motivo ci sarà.

Vedendolo, non si fatica a comprendere. Basato sul libro La Planète des singes, del francese Pierre Boulle (autore pure di Il ponte sul fiume Kwai), adattato, con qualche non indifferente modifica (nel libro la civiltà delle scimmie è molto più evoluta di quella umana, nel film invece è poco più che medievale), da Michael Wilson e Rod Serling, il film di Schaffner (che, ricordiamolo, è il regista di Papillon, dove la sceneggiatura era di quel fenomeno di Dalton Trumbo - Spartacus, Vacanze romane, E Johnny prese il fucile -) è una interessante riflessione, risalente a quasi 44 anni fa, sulla natura violenta, autodistruttiva, egocentrica ed egoistica, dell'uomo, una riflessione senza sconti, con un finale da groppo in gola.

Con un Charlton Heston (Taylor) sempre uguale a se stesso, sia che interpreti Mosé, Ben-Hur, El Cid o, appunto, George Taylor, un divertente Roddy McDowall seppellito sotto le sembianze di Cornelius, e una bellissima, ma poco espressiva, Linda Harrison nei panni della "primitiva" Nova, nonostante tutti i suoi difetti Planet of the Apes, nella sua versione del 1968, è un film che deve essere visto.

20111213

how it ended


L'ultimo scapolo - di Jay McInerney (2009)


Curioso. Una raccolta di racconti che in originale si intitola esattamente come i traduttori italiani avevano deciso di intitolare una raccolta di racconti inediti in Italia, dello stesso autore, nel 2001, appunto Com'è finita. Va da sé che era il titolo di uno di quei racconti. Anche qui, L'ultimo scapolo è il titolo dell'ultimo dei racconti che compone questo libro.

La cosa ancor più curiosa è che nella versione originale, How It Ended consta di 26 racconti brevi. Indagando un po', si scopre che, siccome nella versione italiana sono 16, i 10 che mancano sono proprio quelli che apparivano in Com'è finita. Vi ho messo in confusione, sicuramente. Il concetto originale di How It Ended era però, come potete leggere qui, di avere 26 racconti, uno per ogni anno, attraversando così la carriera di McInerney. Perdonate questa noiosa e confusionaria, appunto, introduzione, che ho ritenuto importante.



Racconti brevi che parlano di epoche diverse, abbracciando diversi stereotipi di personaggi. Il filo conduttore sono le storie di coppia, praticamente sempre condite da tradimenti, perfino quando, come in Nella provincia al confine di nordovest, l'ambientazione è l'Afghanistan. Certo, sarebbe stato interessante che i racconti fossero stati tutti, e che fossero anche messi in ordine cronologico, ma anche così, conoscendo McInerney, si ha la conferma che questo è uno dei più grandi scrittori dei nostri tempi, che, tra l'altro, secondo me si è sempre mantenuto su altissimi livelli di scrittura, rimanendo capace di emozionare senza per questo rinunciare al cinismo che contraddistingue una grande parte del suo stile. Uno scrittore che debutta con Le mille luci di New York, ma che immediatamente dopo pubblica un libro squassante emotivamente, come fu Riscatto, un libro che, mi pare, abbia riscosso poco successo, ma che sarebbe giusto riscoprire, è senza dubbio uno che ha una grande dote. Capace al tempo stesso di descrivere la società degli anni '80 newyorkesi e il dopo 11 settembre statunitense, McInerney, oggi quasi cinquantasettenne, è perfettamente conscio del passare degli anni, e questa sorta di malinconia traspare più evidente dai racconti più "moderni", che conservano passaggi divertenti, ma che arrivano maggiormente al cuore.

Ne Il corteo ritroviamo inoltre Corrine Calloway e Luke McGavock, protagonisti di Good Life (lei pure di Si spengono le luci), in un re-incontro struggente, pieno di cose pensate e non dette, sullo sfondo di una manifestazione contro la guerra in Afghanistan.

Si ride di situazioni grottesche (A letto con i maiali, ma non solo), ci si commuove con l'amore disseminato per tutte queste vite immaginate, ma il risultato è un libro fatto di storie popolate da personaggi vividi, reali, attraversati da sentimenti che si possono quasi toccare.

Jay McInerney è un maestro, che spero ci allieti ancora per molti anni, e per molti libri a venire.

20111212

28 weeks later


28 settimane dopo - di Juan Carlos Fresnadillo (2007)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: artro 'e zonbi... vesti paiano missili

Regno Unito, nello specifico, Londra, in un futuro molto prossimo, un virus simile alla rabbia si è diffuso rapidamente, infettando praticamente l'intera popolazione dell'isola, provocandone la quasi estinzione. Nei giorni immediatamente seguenti all'inizio dell'infezione, Don e Alice, che hanno due figli presumibilmente in salvo al di là della Manica, cercano di sopravvivere convivendo con pochi altri sopravvissuti non infetti in una casa di campagna, ma gli infetti arrivano, attaccando la casa. Don va nel panico, e abbandona la moglie, riesce a fuggire con una barca su un corso d'acqua, rimanendo così uno dei pochi sopravvissuti non infetti.
28 settimane dopo, gli USA hanno preso il controllo e messo in sicurezza la zona dell'Isola dei Cani, a Londra; si comincia così a far rientrare i residenti che, evidentemente, si trovavano all'estero all'epoca dell'epidemia, e, nonostante la militarizzazione forzata del luogo, si tenta di farli tornare ad un minimo di normalità. Don si è già sistemato, in quanto, come detto, tra i pochi sopravvissuti incolumi, e finalmente un giorno può riabbracciare i due figli, Tammy ed Andy. Andy è ancora piccolo, e l'epidemiologa dell'esercito Scarlet lo prende in simpatia, comunicandogli, durante la visita di controllo, che è ufficialmente l'abitante più giovane del Regno Unito. La famigliola, senza Alice, si riabbraccia tra felicità e lacrime. I due ragazzi però, decidono di infrangere subito le regole, recandosi nella loro vecchia casa, al di fuori del perimetro sicuro, per prendere le loro cose, e lasciarsi il passato alle spalle. Sorprendentemente, in casa trovano la madre, ancora viva e, cosa ancor più miracolosa, non infetta.
Recuperati dall'esercito, Alice viene presa in consegna da Scarlet, che la sottopone a controlli accurati, dai quali risulta che la donna è portatrice sana del virus: geneticamente predisposta, riesce a non ammalarsi, ma qualsiasi contatto con lei infetta gli altri. Tammy ed Andy rimangono in osservazione, Don li va a trovare e naturalmente, Tammy gli rinfaccia di aver loro nascosto la verità, visto che la madre è ancora viva. Don è distrutto dai sensi di colpa, e immediatamente va a trovare la moglie. Ma lui non è immune...

Sequel di 28 giorni dopo, voluto da Danny Boyle e dal suo staff, che però non ha potuto dirigerlo, la scelta per la regia è caduta sul canario Fresnadillo, già regista dell'interessante Intacto (e che a breve tornerà sui nostri schermi con Intruders), e che qui si limita a mantenere toni praticamente identici a quelli usati da Boyle per il film precedente. Il risultato è dinamico, grazie anche al montaggio serrato, la storia rimane plausibile (e quindi credibile) e angosciante, le riprese di Londra spopolata e in gran parte abbandonata rincarano la dose.
La sceneggiatura ricorda un videogioco (ad "eliminazione"), la presenza di Robert Carlyle (Don), Rose Byrne (Scarlet), Jeremy Renner (Doyle), Catherine McCormack (Alice) e Idris Elba (Stone) garantisce un ottimo livello recitativo. Illuminano le scene, inoltre, gli occhi e la presenza della secondo me bellissima Imogen Poots (Tammy), la versione inglese di Scarlett Johansson, all'epoca ancora minorenne, già vista in piccoli ruoli in V for Vendetta, Solitary Man e Centurion, oltre al più recente Jane Eyre.
A proposito di zombies, variazione interessante sul tema, che continua, e finale aperto, che pure Boyle promette, gli permetterà di proseguire ancora (con una scelta poco fantasiosa pare che il prossimo "episodio" si intitolerà 28 mesi dopo).

20111211

let freedom ride


Sons Of Anarchy - di Kurt Sutter - Stagione 4 (14 episodi; FX) - 2011

E' probabile che vi venga a dire una cosa del genere sulle ali dell'entusiasmo, ma c'è la possibilità che la quarta stagione di SOA, appena terminata, sia la migliore, per il momento. Una cosa è certa: il serial non si è certo afflosciato con il tempo, così come purtroppo accade a molti prodotti televisivi che partono in maniera interessante, per poi, appunto con il passare del tempo, affievolirsi; si continua a guardarli solo per onor di cronaca, oppure perché ormai ci si è affezionati ai personaggi.
Difficile riassumere un poco di trama e dare un giudizio senza fare spoiler. Filo conduttore della quarta stagione, le lettere di John Teller a Maureen, che la stessa Maureen ha infilato nella borsa di Jax alla fine della "trasferta" irlandese dei Sons. Delle lettere si impossessa Tara, e creeranno non poco scompiglio. Gran parte dei Sons si fa, tra la fine della terza stagione e l'inizio della quarta, 14 mesi di carcere. Molte cose sono cambiate a Charming quando i ragazzi escono: un nuovo sceriffo, Eli Roosvelt, nero, che proibisce ai rilasciati di indossare le patch; Jacob Hale è divenuto sindaco, e sta cominciando gli sbancamenti per costruire una nuova urbanizzazione, Charming Heights, una delle cose che i Sons non vogliono. Altre due/tre grosse novità: il Procuratore Federale Lincoln Potter, personaggio senza dubbio fuori dagli schemi, si installa a Charming, cerca la collaborazione di Roosvelt e una talpa all'interno dei Sons (per ragioni di convenienza, la scelta cadrà su Juice), per usare il RICO contro SAMCRO; Clay, sempre più sofferente per l'artrite alle mani, cerca di imbastire un accordo con il cartello messicano Galindo (gli venderanno armi, possibilmente provenienti dall'IRA, in cambio di soldi, ma il cartello si servirà di loro per far passare droga attraverso la California del nord; il muling della droga creerà non poche tensioni all'interno del club), in modo da fare più soldi possibile nel minor tempo, e ritirarsi, lasciando il martelletto nelle mani di Jax. Jax però, ritrovati buoni rapporti con Clay, ha tutt'altre intenzioni: anche lui vuole tirar su un gruzzolo consistente, per poi allontanarsi dal club con Tara, Abel e Thomas, probabilmente in Oregon, dove un grosso ospedale sta insistentemente cercando di assumere Tara.

Con questi ingredienti, Sutter ed il suo team hanno, come detto, dato vita ad una stagione scoppiettante, sempre più shakespeariana: il principe stanco di combattere, la regina pronta a voltare le spalle al suo re, e sempre disposta a difendere il figlio prediletto, a modo suo, la principessa che rischia tantissimo per amor del principe, ma che si fa sempre più forte, fino a sfidare la regina ("he's mine", sarà la tagline di Tara, per questa stagione), ed ultimo, ma non meno importante, il re, sempre più sanguinario, pronto a tutto, davvero a tutto, per sopravvivere. Come ribadito più e più volte, Sons Of Anarchy è un dramma medievale, un intrigo a corte con pistole, fucili, motociclette, giubbotti di pelle e, saltuariamente, belle pupe. Tra parentesi, in questa stagione gli esperti del settore riconosceranno almeno tre star del porno, due signorine ed un maschietto, in cameos senza battute. Anche qui sta il fascino di SOA: Shakespeare e porno, Machiavelli e AK-47.
Ritmo alto, meno allungamenti del brodino, verità nascoste e (mezze) verità rivelate. L'elastico che lega Jax a Charming si allunga, ma alla fine tiene. Gli episodi sono un crescendo che, si intuisce benissimo, deve portare ad uno spettacolo pirotecnico, ma Sutter e i suoi dosano bene i sapienti colpi di scena, e si preparano il terreno per una quinta stagione che metterà sicuramente in campo nuovi tatticismi, scenari nuovi di zecca, all'interno di un nuovo schema, che di sicuro, chi sta vedendo i primi episodi della quarta stagione non riesce neppure ad immaginare. Credetemi.

Pochi, davvero pochi i difetti. Mi vengono in mente solo i capelli di Opie, posticci e sinceramente orrendi. Molti i plus. Il personaggio dell'US Attorney Lincoln Potter, interpretato da un allucinato Ray McKinnon, attore e regista poco conosciuto da noi, ma bravo e fuori dagli schemi; Danny Trejo nei panni di Romero Romeo Parada, il boss del Galindo cartel; il ritorno di Drea de Matteo, con una Wendy ripulita ed impegnata nel volontariato; l'episodio di The Shield che Juice guarda dietro le sbarre; la sofferenza di Ron Perlman/Clay; rivedere Benito Martinez (l'Aceveda di The Shield; qui è Luis Torres, braccio destro di Parada) e David Rees Snell (Gardocki in The Shield, qui l'agente Nicholas). Buone prove recitative, niente picchi particolari, ma Charlie Hunnam (Jax) se la cava piuttosto bene, in una parte sempre più complicata. Anche se personalmente, ho un debole per i personaggi di Wayne Unser (un convincente Dayton Callie) e di Tig (Kim Coates, che non sfigurerebbe nei panni di un serial killer).

Scoppiettante è l'aggettivo che più si addice a questa stagione. Appuntamento al settembre 2012.

20111210

the autograph man



L'uomo autografo - di Zadie Smith (2003)






Alex Li-Tandem ha un nome che già di per sé fa ridere. E' londinese, di un sobborgo del nord chiamato Mountjoy (fittizio), è metà ebreo e meta cinese, e alla soglia dei trent'anni non ha molta voglia di crescere, di un legame serio, di tenere in ordine la casa. Di lavoro fa l'uomo autografo: commercia in autografi di personaggi famosi, e non ha troppi problemi di soldi.



Non ha molti amici, ma quelli che ha sono "suoi" da una vita: Mark Rubinfine, diventato rabbino, sempre pronto a riprenderlo perché si riavvicini alla sua religione, Adam Jacobs, un ebreo nero cresciuto con loro ma nato ad Harlem (NY), religioso a modo suo e studioso della cabala, e ultimo, ma non meno importante, Joseph Klein, conosciuto dai tre nell'episodio raccontato nel prologo, che ha influenzato Alex con la sua passione per i memorabilia. Se Joseph ha completamente perso la sua passione, ed è divenuto assicuratore, Alex ha perso il trasporto, ma ha trasformato la sua passione in un lavoro, in cui non si lascia mai prendere dall'emozione, rimane obiettivo; c'è rimasto solo un autografo per cui sente di emozionarsi, un autografo che vuole ancora con tutto se stesso, e dal quale si separerebbe a malincuore, se lo possedesse. Quello di Kitty Alexander, poco famosa ex attrice russo-italo-americana, ormai dimenticata. Alex le scrive continuamente, da anni, sistematicamente, senza nessun risultato. Un viaggio a New York, dove l'ex attrice vive ancora, mette a repentaglio la sua tormentata storia di coppia con Esther, la sorella di Adam, ma sarà il primo passo verso un probabile cambiamento.






A volte mi domando se, in fatto di libri, non sono come il Mollica televisivo: difficilmente mi capita un libro che non mi piace. Scrivendone, dopo ogni libro che termino, me ne rendo conto ancor di più. Forse c'è una spiegazione più semplice: compro spesso autori che già conosco. Ma, dico, il primo libro di questi autori sarà pur stato un rischio.



Detto questo, che tra l'altro non c'entra niente, dovreste aver capito che a me la scrittura di Zadie Smith piace molto. Questo L'uomo autografo, uscito tra il debutto Denti bianchi e Della bellezza, mi era sfuggito per qualche anno. Di recente l'ho comprato e letto. E devo dirvi che mi è piaciuto un bel po'. Leggendo alcune critiche, e addirittura dei commenti della stessa autrice sulle critiche, mi sono reso conto che la mia interpretazione è stata del tutto personale. L'autrice stessa concorda sul fatto che il protagonista sia una persona spregevole: io non l'ho trovato spregevole, solo molto pigro e molto impaurito dalla vita. Quel che conta, a mio parere, a proposito di questo libro, è che nonostante la trama, se così la vogliamo chiamare, piuttosto complessa, lunga, che si sofferma sui vari personaggi che interagiscono col protagonista, nonostante i molti riferimenti all'ebraismo, ai capitoli prima indicati dai numeri della cabala, poi da disegni zen, è al tempo stesso molto divertente (i Gesti Internazionali, ricordatevi solo questo, se lo leggerete) e molto amaro. I personaggi si ritrovano in situazioni grottesche, ma le riflessioni, le paure, le paranoie di Alex davanti alla vita sono quelle di tutti noi quando siamo in situazioni difficili. L'autrice stessa ammette che ha scritto questo libro in un periodo in cui una persona a lei cara era in pericolo di vita, e ciò si riflette decisamente su una parte del libro, quella, appunto, delle riflessioni sul senso della vita. Magari non piacerà a tutti, ma personalmente mi sono affezionato ad Alex, ed ho letto il libro voracemente.