No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20120331

ballata per tre uomini e una donna



La cotogna di Istanbul - di Paolo Rumiz (2010)






Max Altenberg fu un ingegnere austriaco, nato a Zwentendorf sul Danubio nel 1941, figlio di Hans, che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva militato nella Wehrmacht. Max, sposato e divorziato, con quattro figli grandi, nel 1997 si recò a Sarajevo per lavoro, poco dopo la fine della guerra. Amava quella terra e quella città, ci era stato altre volte. Quel viaggio, che iniziò con un cattivo auspicio, finì per cambiargli completamente la vita. Conobbe una donna, di nome Masa, che aveva alle spalle una storia che definire rocambolesca sarebbe riduttivo. Quella donna gli cantò una canzone, Zute dunje iz Stambola (Le gialle cotogne d'istanbul), e lui se ne innamorò perdutamente.






Malvolentieri i serbi se ne andarono

e quando la sala rimase vuota

Maja gli disse che c'era una donna

giovane, ferma, accanto alla porta,

che chiaramente lo stava aspettando.

Max alzò gli occhi e restò fulminato

da un viso forte, di Persia montana;

lei si avvicinò con passo leggero

e gli disse: "Sono Amra, la figlia

che tu non hai ancora conosciuto".

Lui la guardò, e si sentì morire

tanto era simile a chi conosceva:

stessi zigomi, stesse sopracciglia

distanti dalla radice del naso,

stessa cautela nel muover le mani.



So che la cosa non fa testo, visto che ormai mi conoscete, ma non riesco a rileggere questo passaggio del libro in questione senza piangere. Possiamo dire che sono un fan di Paolo Rumiz, giornalista, scrittore, viaggiatore, grande conoscitore di Balcani ed Oriente, avevo comprato un paio di suoi libri che mi mancavano, ed ho deciso qualche settimana fa di mettere nello zaino questo, visto che stavo partendo per un fine settimana lungo ad Istanbul, il titolo mi pareva appropriato (anche se in realtà, Istanbul c'entra di rimbalzo nella storia). Un normale Intercity italiano, da Livorno a Milano impiega tra le quattro e le cinque ore; ho cominciato a leggere il libro poco dopo la partenza, interrompendolo per sonnecchiare e, man mano che la storia si sviluppava, spesso smettevo per non far accorgere a chi era nello scompartimento con me, che stavo piangendo copiosamente. Nonostante tutto ciò, prima di Pavia avevo già terminato questo libriccino di neppure 200 pagine, che definire bellissimo è il minimo, e che conferma da una parte la passione balcanica di Rumiz, dall'altra la sua vena di scrittore capace di trasmettere grandi emozioni e di raccontare grandi storie. Curiosamente, la forma che Rumiz ha deciso di dare alla scrittura è quella di una ballata, quindi richiedente uno sforzo ulteriore, perché, come detto prima, l'espediente narrativo, il detonatore di questo amore che oserei definire trascendentale, è proprio quella canzone. La cosa potrebbe spaventare, inizialmente, ma si rivela perfino affascinante, andando avanti con la lettura. Altra cosa decisamente coinvolgente, toccante, appassionante, riguardo al libro, è che questa storia pare sia vera, il protagonista la raccontava spesso, e Rumiz essendo stato amico di Altenberg, che però non si è mai deciso a scrivere di questo in particolare (anche se, come vedrete, oltre ad essere ingegnere è stato giornalista e scrittore, proprio a proposito dei Balcani), dopo la sua morte si è deciso a metterla sulla carta, a futura memoria. La scelta si rivela decisamente azzeccata, e, seppur sia difficile rivendicare una certa mia obiettività di fronte agli scritti dell'autore triestino, il libro in questione è di una bellezza travolgente. L'amore che racconta, sullo sfondo di tutta una serie di suggestioni balcanico-orientali tanto care a Rumiz, è potente, ti abbraccia, ti avvolge, ti scuote l'anima. Ti mette voglia di innamorarti, e al tempo stesso ti mette paura, tanto può essere devastante e sconvolgente questo sentimento.

Grande libro.

20120330

Des hommes et des dieux



Uomini di Dio - di Xavier Beauvois (2010)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: di 'iesa o no, grand'omini


Tibhirine, Médéa, sui monti dell'Atlante in Algeria. E' il 1996, e nell'Abbazia di Notre-Dame de l'Atlas, otto monaci francesi (in realtà erano nove, è una storia vera) portano avanti la tradizione, lavorando, pregando, dando lavoro alla povera gente del luogo ed intrattenendo rapporti di profonda amicizia e rispetto con loro, seppur di diversa religione. L'Atlante è un luogo idilliaco, ma la guerra civile algerina, che andò avanti dal 1991 al 2002, infuriava tutto intorno, e pian piano arrivò anche lì. I fondamentalisti islamici fecero una "visita", non proprio cordiale, all'abbazia; i monaci erano già da prima coscienti del pericolo che correvano, ma dopo quel primo incontro lo furono ancora di più. Il film prova ad immaginare i sentimenti provati dagli otto, prima e dopo il fatto, che portò poi (spoiler alert) ad un rapimento di sette di loro, nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996, e alla loro successiva uccisione.


E' davvero un bel film questo lavoro dell'attore, sceneggiatore e regista francese, a dire il vero poco conosciuto fuori dalla Francia, almeno fino all'uscita di Uomini di Dio. E' naturalmente una storia tragica e straziante, quella vera del rapimento e del massacro (furono ritrovate solo le loro teste) degli otto monaci francesi, ma è ammirevole come Beauvois la tratta. Passa una buona prima parte del film a raccontarci la vita, semplice e piena di fede e di lavoro, dei monaci, e soprattutto della loro completa integrazione e interazione con la popolazione locale, con scene anche molto poetiche. Poi, nella seconda parte, il regista è bravo a condurre in avanti due sentimenti forti: il primo, la tensione, la certezza di essere un bersaglio, il secondo, la forza della fede e la (ancora una volta) certezza di essere nel giusto rimanendo, no matter what. Bravi, tutti, gli interpreti francesi, Lambert Wilson (Christian; l'avete visto, utilizzato spesso nelle parti da cattivo, anche a Hollywood) e Michael Lonsdale (Luc) i più riconoscibili anche dai meno esperti. Un film sulla fede anche per chi ne sta normalmente lontano.

20120329

provincia

Di recente, ho letto questa cosa, in un'intervista allo scrittore Fabio Genovesi (curiosamente, un paio di cose non superficiali della sua biografia combaciano con le mie esperienze), nativo di Forte dei Marmi, che mi ha convinto a leggere i suoi libri, sui quali fino ad ora ero dubbioso. Questo passaggio, che vado a riportarvi, mi è piaciuto perché in pratica mi ha spiegato la motivazione di alcuni miei comportamenti quando viaggio, come se mi fossi specchiato nella filosofia di Genovesi.

La provincia è il mio posto. Anche quando viaggio evito le grandi città, non mi parlano, non mi mostrano nulla. In America, New York non mi ha dato quanto Walla Walla, Los Angeles non mi è rimasta dentro come Leavenworth. Spesso la provincia in Italia è impiegata solo come luogo del buffo, dello strambo, dello sfigato, e questa cosa ci rovina. I piccoli centri hanno una forza, hanno vite, speranze, storie, traiettorie, che se li sappiamo raccogliere diventano materiale incendiario.

Genovesi ha scritto Versilia Rock City ed Esche vive. Vi farò sapere.

Margot at the Wedding



Il matrimonio di mia sorella - di Noah Baumbach (2008)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: fratelli cortelli


Margot è una bella donna (con evidenti ritocchi estetici). E' una famosa scrittrice, di discreto successo, un marito, Jim, che le vuole bene, ed un figlio pre-adolescente, Claude, alle prese con i primi problemi della crescita. Il suo rapporto con la sorella Pauline è sempre stato tormentato, conflittuale, problematico, e da come lo racconta lei, tutto a causa delle continue scelte sbagliate di Pauline, e del suo volerle troppo bene. Approfittando di un viaggio di lavoro di Jim, Margot, che ha un impegno in zona, decide di andare a far visita a Pauline (che vive in una casa sul mare nello stato di New York), che ha annunciato di volersi risposare, così da conoscere il promesso sposo, Malcolm. In verità, Margot ha una relazione con Dick Koosman, che abita vicino a Pauline. Appena conosce Malcolm, Margot comincia a distruggere le certezze di Pauline, ritenendolo a lei inadatto. Tutte le tensioni del passato vengono a galla, ed esplodono quando...


Baumbach continua a sviscerare la famiglia, dopo il precedente Il calamaro e la balena, e continua a farlo alternando dramma e comicità caustica. Una fotografia dimessa e una regia non certo virtuosa in inficiano la validità anche di questo film, che riesce a toccare momenti intensi e drammaticamente vibranti, così come altri molto divertenti; gli si mette a disposizione un cast importantissimo, davvero soprendente per un film in teoria indipendente. Nicole Kidman (Margot), Jennifer Jason Leigh (Pauline, fino al 2010 moglie del regista), Ciarán Hinds (Dick Koosman), John Turturro (Jim) e Jack Black (Malcolm) in una parte che mi ha fatto pensare a quello che diceva l'amico Monty qualche giorno fa: Black interpreta sempre se stesso (ci sono molti attori che hanno questa particolarità, che ancora non so se definire pregio o difetto), ma se inserito in un contesto differente, può diventare, come in questo caso, una figura tragica e decadente, così come Nicole Kidman, per come la utilizza il regista in questo film. Forse un poco inferiore al film precedente, questo film comunque interessante è uscito in Italia direttamente in dvd.

20120328

verso nord



Nord - di Rune Denstad Langlo (2009)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: portazzi l'occhiali dassole


Jomar Henriksen ha un passato sportivo importante (quando inizia il film non lo sappiamo), ma, in seguito ad un brutto esaurimento nervoso, si è ridotto a fare il guardiano di un impianto sciistico, e passa molto tempo da solo, abbrutendosi, divenendo sempre più scontroso anche con quei pochi clienti che riceve, nutrendosi di scatolette, facendo fatica anche a salire una scala. Un bel giorno, si presenta alla sua porta il suo ex migliore amico Lasse, proprio colui che gli ha "rubato" la donna. E' lì per comunicargli che il figlio di quattro anni non è di Lasse, bensì di Jomar. Dopo alcuni momenti di comprensibile smarrimento, Jomar sale sulla sua motoslitta, distrugge la casa dove viveva, e parte alla volta del profondo nord, dov'è sua figlia. Il cammino sarà lungo, accidentato, Jomar conoscerà persone diverse, ognuna con la sua solitudine ed i suoi errori. Da ognuna imparerà qualcosa, ad ognuna lascerà qualcosa.


Ci sono film che non solo io tendo a definire "piccoli", e che in realtà sono davvero grandi; ci sono film che vengono da posti lontani, e che piacciono solo per il fatto di rappresentare una realtà profondamente differente. Ci sono film che sembrano dire poco con i dialoghi, ed invece dicono un sacco di cose con i silenzi e le inquadrature; ci sono film che ti piacciono anche se non riesci a capire dove diavolo il regista e lo sceneggiatore vogliono andare a parare fino ad oltre la fine, e che spesso non riesci a spiegare perché ti piacciono. Nord è tutto questo. Viene naturale l'accostamento a Kaurismaki, e non solo perché vengono da paesi vicini ed accomunati dal freddo e dalla neve, dall'amore per l'alcol e dall'umorismo spesso macabro, comunque caustico. Non è un difetto: ce ne fosse.

Il regista viene dai documentari, e questo è il suo primo lavoro di fiction; il respiro delle immagini in campo aperto è liberatorio, ma riesce a trasmettere pure sensazioni di inquietudine in alcune situazioni meno positive. Lo sceneggiatore Erlend Loe è un affermato scrittore, e viste le sue note biografiche, il tono del film riflette le sue convinzioni ed i suoi riferimenti. Il film che ne risulta è molto lento, molto breve, molto intenso senza essere pressante, divertente e contemporaneamente drammatico in senso, se possibile, buono, filosofico. E', secondo me, un film da vedere, che certo richiede un minimo di impegno, ma che ripaga lasciando nello spettatore un senso di pace.

20120327

il giorno del giudizio



Doomsday - Il giorno del giudizio - di Neil Marshall (2008)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: meno male c'è leilì


Nel 2008, dalla Scozia si diffonde un virus chiamato Reaper (Il mietitore). Non riuscendo a trovare una cura valida, e vedendo la popolazione decimata, il governo decide di "murare" la Scozia erigendo un nuovo Vallo di Adriano e minando le acque marine. La decisione isola il Regno Unito dalla comunità internazionale, generando una enorme crisi economica. Mentre vengono dati gli ultimi punti di saldatura alle lamiere che formano il muro, una donna disperata, con la giovanissima figlioletta ferita ad un occhio, riesce a far passare il muro alla piccola tramite un soldato che sta rientrando alla base, salvando così almeno la bambina. Il governo crede che così facendo, col passare del tempo la popolazione al di là del muro si estinguerà. Una trentina d'anni dopo, il virus riappare a Londra; a quel punto, il Premier John Hatcher ed il suo braccio destro Michael Canaris, tramite l'appoggio del capo della sicurezza interna, capitano Bill Nelson, decidono di inviare al di là del muro una squadra di soldati. La squadra dovrà mettersi sulle tracce del dottor Kane, che lavorava allo studio di un antidoto poco prima della chiusura del muro, e verificare se esista appunto questo antidoto. Nelson, per guidare la squadra, sceglie Eden Sinclair, una soldatessa giovane ma già molto esperta e spietata. Eden ha una particolarità: le manca un occhio, perduto da piccola; l'occhio è stato sostituito da un equivalente cibernetico, e il fatto è un valore aggiunto per lei come soldato. La missione ha inizio.


Nuovo (relativamente) alfiere del cinema muscolare inglese, Marshall non si smentisce di certo: poche riflessioni, qualche spunto politico tanto per, ma soprattutto, amore per il cinema di questo genere, botte da orbi, splatter, teste mozzate, fuoco, fiamme, esplosioni, sesso accennato. Dopo il claustrofobico The Descent, opera seconda dopo l'osannato debutto Dog Soldiers (che andrò a vedere ed a recensirvi prossimamente, abbiate fiducia), e prima di portare nella storia il suo tocco personale con Centurion, si colloca questo apocalittico Doomsday, che puntualizza i riferimenti personali di Marshall: George Miller e i suoi Mad Max, John Carpenter di 1997 - Fuga da New York (Miller e Carpenter si chiamano due dei componenti della squadra), James Cameron di Aliens. Senza dimenticare che, come in ogni film d'azione che si rispetti, c'è l'inseguimento nel pre-finale, che per un regista d'azione è come misurarsi il pene con quello di William Friedkin, per l'inseguimento de Il braccio violento della legge (The French Connection, 1971). Malcolm McDowell è il dottor Kane, Bob Hoskins è il capitano Bill Nelson. Rhona Mitra (Eden Sinclair) con l'occhio bionico in tuta militare, se la gioca con la Kate Beckinsale/Selene della saga di Underworld e i suoi completini di latex.

Nonostante ciò, la fama da regista d'azione di Marshall rimane importante: pensate che è già stato programmato come regista dell'episodio 9 della seconda stagione di Game of Thrones, che si intitolerà Blackwater ed andrà in onda il 27 maggio 2012 (HBO USA), e sarà l'unico scritto direttamente dall'autore della saga George R. R. Martin (che scrisse un episodio anche per la prima stagione).

20120326

Thumbsucker


Thumbsucker - Il succhiapollice - di Mike Mills (2006)

Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: ganzetto

Cittadina di provincia nell'Oregon, USA. Justin Cobb è un adolescente timido, che ancora, in alcuni momenti, tende a succhiarsi il pollice. E' innamorato della compagna di classe Rebecca, ma non riesce a capire se lui le interessi veramente, o se passa del tempo con lui solo perché anche lei ha qualcosa di strano. I genitori non sanno bene come affrontare le difficoltà di adattamento e di crescita del figlio, forse perché loro per primi ancora non sono riusciti a capire cosa fare delle loro vite. La madre Audrey è una casalinga che maschera la sua insoddisfazione, e persegue il suo sogno di diventare infermiera professionale, il padre Mike è un mancato giocatore di football professionista, a causa di un infortunio, ed è incastrato in un impiego sicuro ma insoddisfacente. Justin riesce ad aprirsi, e ad accettare consigli, solo da un amico del padre, il dentista hippy Perry Lyman, che con un taglio zen prova a spronare il ragazzo e a risolvere il vizio di succhiarsi il pollice. L'insegnante, Mr. Geary, è insoddisfatto dei risultati e del comportamento di Justin, e lo spedisce dallo psicologo della scuola, che gli diagnostica una sindrome da deficit di attenzione, e gli prescrive psicofarmaci. Improvvisamente, la vita di Justin cambia in meglio, ed ha una netta impennata. Diventa un mago delle gare di dibattito, lucidissimo, informato, concentrato, con una strepitosa capacità di linguaggio e un vocabolario invidiabile. Smette di succhiarsi il pollice, si dimentica quasi di Rebecca, che nel frattempo diventa una mezza tossica.

Come sempre più spesso mi succede, incuriosito dal nuovo lavoro di Mike Mills Beginners, sono andato a cercarmi il suo debutto Thumbsucker. Devo ammettere che questo suo primo film mi è piaciuto altrettanto, se non di più. Girato con delicatezza ed attenzione, con mano calma e rilassata, con sullo sfondo uno scenario pieno di verde, disegnando personaggi divertenti ma con enormi conflitti irrisolti senza per questo crocifiggerli, ma semplicemente concedendo ad ognuno una possibilità, Mills mette in scena, adattando lui stesso l'omonimo libro di Walter Kirn, una storia che ci parla sia della difficoltà di crescere e di esprimersi per quello che si è, sia della difficoltà di realizzare i propri sogni, oltre al dramma di affrontare la delusione che deriva dall'affrontare l'impossibilità di realizzarli. Un film davvero delicato e al tempo stesso intenso seppur sussurrato, che affascina per lucidità. E' bravissimo il protagonista Lou Taylor Pucci (Justin), e il regista usa con parsimonia un buonissimo cast di non protagonisti: Vincent D'Onofrio è Mike, il padre di Justin, una sempre convincente Tilda Swinton è Audrey, la madre, un divertente Keanu Reeves è Perry il dentista (che pronuncia la massima del film: "il trucco è vivere senza una risposta... credo"), Vince Vaughn è Mr. Geary, l'insegnante, Kelli Garner è la bella Rebecca. Spassoso anche il personaggio del fratello piccolo di Justin, Joel, interpetato dal giovanissimo Chase Offerle. Bella colonna sonora, con alcuni brani di Elliott Smith. Da recuperare.

20120325

Morning Glory


Il buongiorno del mattino - di Roger Michell (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: alla rai dev'esse la stessa zuppa

Becky Fuller è una giovanissima produttrice televisiva, grande lavoratrice, che cura un programma di informazione che va in onda prestissimo al mattino, in un canale tv non molto grande. Nonostante si aspetti una promozione da un momento all'altro, la crisi invece fa si che venga licenziata. Alla disperata ricerca di un lavoro, sopportando a fatica l'incomprensione della madre che vorrebbe per lei un marito e dei figli, viene convocata da una rete molto più importante, che sta disperatamente cercando di risollevare gli ascolti del notiziario del mattino. Becky accetta immediatamente, e si mette al lavoro con il suo solito entusiasmo. Il primo scoglio è uno della coppia di conduttori, Paul McVee, sessista è pieno di sé: Becky lo fa fuori, impressionando per la prima volta l'intero staff. Il rapporto con la conduttrice, l'esperta Colleen Peck, è buono; ma adesso l'ideale è affiancargli un conduttore maschio. Becky scopre che la rete ha ancora sotto contratto Mike Pomeroy, una sorta di leggenda. Un giornalista televisivo d'inchiesta, anziano, un uomo indurito dalla vita e continuamente innervosito dalla superficialità degli argomenti affrontati oggi giorno dalla televisione d'informazione. Becky lo costringe ad accettare di condurre il notiziario, ma naturalmente cominciano gli scontri di Mike con Colleen. Un po' alla volta, ma non troppo, perché gli ascolti non sono ancora soddisfacenti, Becky cerca un compromesso tra la linea dura di Pomeroy, sfruttando la sua caparbietà e la sua esperienza, cercando di addolcirlo ma anche dandogli la possibilità di affrontare notizie importanti.

Il sudafricano di nascita Michell, che abbiamo apprezzato per il suo trittico precedente composto da The Mother, L'amore fatale e Venus, torna alla commedia leggera, ricordiamoci che è il regista di Notting Hill, con questo Morning Glory (in originale). Michell è un regista che sa il fatto suo, e si trova senza dubbio a suo agio un po' con tutti i generi. Nonostante il cast ricco, e un minimo di critica al mondo dell'informazione, la prevedibilità della sceneggiatura, scritta da Aline Brosh McKenna (Il diavolo veste Prada, 27 volte in bianco, Ma come fa a far tutto? e La mia vita è uno zoo), ed il finale accomodante, non possono fare di questo film un qualcosa da vedere a tutti i costi. Rachel McAdams (Midnight in Paris) è la deliziosa ma schizzatissima protagonista Becky, Harrison Ford è un burbero Pomeroy, Diane Keaton è Colleen Peck, Patrick Wilson (Watchmen) è Adam. C'è pure Jeff Goldblum nei panni di Jerry Barnes. L'antipaticissimo Paul McVee è Ty Burrel, il Phil Dunphy di Modern Family. Niente di che. Della serie "che s'ha da fare per campare".

20120324

Otello

Mentre il mio co-blogger (che ormai usa il blog esclusivamente a scopi personali... un momento, ma il blog è una cosa personale!) si prepara per tornare a suonare dal vivo, oggi 24 marzo è il compleanno di mio padre. Essendoci 30 anni di differenza tra me e lui, oggi ne compie 76. E' una bella cifra. Lui oggi non c'è, è in crociera (nonostante la veneranda età, è un tipo a suo modo sprezzante del pericolo), e in questo momento dovrebbe essere all'altezza di Istanbul. Questa mattina mi ha mandato un mms (sprezzante del pericolo ma pure altamente tecnologico, sempre a suo modo) in cui si vedeva una nave in mezzo al mare. Mi sono ricordato che mi stavo dimenticando di fargli gli auguri, e allora gli ho mandato un sms.

Io: "Mi piace pensare che abbiamo fatto ognuno il suo percorso, ma che un pezzo di strada lo abbiamo fatto insieme. Tanti auguri, e che ci sia tempo di fare un altro po' di strada"

Lui: "Alla mia età queste parole fanno piacere"

fino all'osso



Down to the Bone - di Debra Granik (2004)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: messi male eh...


Siamo in una piccola cittadina dello stato di New York, classica provincia del nord est degli USA. Irene sembra una normalissima e tranquilla cassiera di un mini-market del luogo, dimessa ma molto bella. Figli, una situazione familiare quasi noiosa. Ma sia Irene che il marito Steve sono consumatori di droghe, ma Irene ci va più pesante, ed il rischio di sprofondare nella dipendenza è continuamente dietro l'angolo. Infatti, dopo qualche tempo è costretta ad entrare in un programma di riabilitazione. Lì conosce Bob, un infermiere apparentemente pulito, e tra i due nasce una simpatia. Quando esce dal programma di riabilitazione, Irene torna al suo lavoro, ma dopo un po' la costringono a lasciarlo. Lucy, un'amica conosciuta in riabilitazione, l'aiuta, e Irene comincia a lavorare facendo pulizie nelle case private. Ma l'attrazione per Bob la spinge ad iniziare una relazione con lui, e dopo un po', Irene scopre che anche Bob, come si dice, c'è dentro fino al collo...


Debutto sulla lunga distanza di Debra Granik, regista nata nel Massachussetts e cresciuta nei sobborghi di Washington D.C., che il grande pubblico ha conosciuto ed apprezzato col suo secondo lavoro Un gelido inverno (traduzione così così del titolo originale Winter's Bone). Un debutto che, come spesso accade, riprende i temi e i personaggi, in questo caso anche il nome della protagonista, del suo cortometraggio del 1997 Snake Feed, col quale vinse il Sundance nell'apposita categoria. Questo Down to the Bone, film rarefatto, pieno di silenzi, con atmosfere ovattate dall'ambientazione invernale (evidentemente cara alla regista), ma che affronta drammi esistenziali e al tempo stesso fisici, è anche l'occasione di vedere finalmente in un ruolo da assoluta protagonista la stupenda Vera Farmiga, qui nei panni di Irene, sofferente e passionale, tesa come una corda di violino e devastata da una vita al limite. La regista, che partecipa alla stesura della sceneggiatura con un team corposo, dirige il film con buona mano, insistendo nei primi piani come per riuscire ad entrare ancora più dentro la storia e la sofferenza dei personaggi; tra esplosioni di violenza improvvise e scene di sesso trafelate e per questo molto reali, la Granik impressiona fin dal debutto, quindi, e si capisce bene perché il suo secondo film abbia lasciato il segno. Oltre alla Farmiga c'è un buon cast di contorno, dove spiccano il caratterista di film d'azione Hugh Dillon nei panni di Bob (una sorta di Bruce Willis dei poveri, se lo guardate adesso che è calvo), e l'artista multimediale Caridad La Bruja De la Luz (vista anche in Bamboozled di Spike Lee) nei panni di Lucy. Intenso.

20120323

le sorelle estere back in town

domani sera torniamo a suonare dal vivo.
di nuovo in tre.
sbresi al basso e alla voce.
per la prima volta sarà lui la voce del gruppo.
ancora in tre.
dopo che ci sembrava di aver trovato il cantante giusto,il quarto componente mancante, ci siamo ritrovati orfani.
ma stiamo bene così.
felici, carichi.
suoneremo alcuni pezzi nuovi ed un paio di vecchi.
non abbiamo ruggine.
abbiamo tendini tirati e muscoli da mostrare, come giovani innamorati.
suoneremo per chi ci sarà, al paz di castano primo.
è un circolo arci, serve la tessera.
feo con un nuovo tatuaggio polinesiano.
sbresi con occhi di tigre.
ed io con una montagna di capelli.
perchè andrè agassi è sempre dentro di me.
chi c'è c'è, chi non c'è escherichia lo colga!!!!
olè!

il ritorno dei morti che camminano




The Walking Dead - di Frank Darabont - Stagione 2 (13 episodi; AMC) - 2011/2012



E chissà se si potrà ancora scrivere "di Frank Darabont", dopo il suo allontanamento dalla serie, avvenuto all'incirca nella pausa che c'è stata tra i primi sette episodi di questa seconda stagione (andati in onda nel 2011), e gli ultimi sei (andati in onda nel 2012). Il gruppo di sopravvissuti guidati dall'irreprensibile (ex) sceriffo Rick Grimes, scampati all'autodistruzione del CDC (Centre for Disease Control and Prevention, che esiste veramente, e beccatevi il blog a loro cura su un'eventuale apocalisse zombistica) che chiude la prima stagione, decide di dirigersi verso Fort Benning. Ma gli erranti (una delle traduzioni più poetiche dell'originale walkers) sono ovunque. A causa di una loro orda, bloccato il gruppo in un ingorgo autostradale, causato naturalmente da vetture ormai ferme da mesi, la piccola Sophia si perde nel bosco adiacente, e il gruppo non riesce a ritrovarla subito. Durante le ricerche, uno sparo mette ko l'altro piccolo, Carl, il figlio di Rick. Gli espedienti appena detti portano il gruppo alla fattoria di Hershel, un anziano capofamiglia che è riuscito a conservare una parvenza di normalità e di unità familiare, in un luogo apparentemente isolato da quello che sta accadendo nel mondo, ma che nasconde pure lui un segreto inenarrabile. Il dualismo tra Rick e Shane si acuisce, soprattutto dopo la notizia che Lori...


Devo dire che ho letto con una certa soddisfazione alcune critiche impietose, da parte di critici statunitensi, a The Walking Dead. Quel qualcosa che non mi convinceva nella prima stagione, nella seconda diventa vero e proprio fastidio. La lentezza dell'azione, e lo schema ormai ripetuto all'infinito, di non far accadere assolutamente niente per i primo 40 minuti dei 42 totali di ogni episodio, ha fatto di questa stagione un vero e proprio calvario. Il licenziamento di Darabont (che pare avesse licenziato l'intero staff di sceneggiatori della prima stagione, per usarne uno di freelance per la seconda) è sembrato dare alcuni frutti, visto che i sei rimanenti episodi per concludere i 13 totali hanno visto qualche movimento in più rispetto alla prima parte, ma la struttura di cui sopra rimane, a parte il season finale, lo scoppiettante Beside the Dying Fire (che ci proietta direttamente dentro la terza stagione, ed introduce uno dei personaggi attesi dai fan della graphic novel alla quale la serie è ispirata). Ripeto, visto che di solito quando inizio a vedere una serie televisiva, anche se non mi fa impazzire continuo ugualmente a vederla, stagione dopo stagione, la visione di buona parte degli episodi di questa seconda di TWD è stata spesso estenuante in negativo, per me. Leggendo, a mio rischio e pericolo, alcune delucidazioni sui (spoiler alert!) personaggi che saranno introdotti nella terza stagione, non conoscendo la graphic novel, mi attendo una decisa impennata di ritmo e divertimento a partire dal prossimo autunno (la terza stagione consterà di ben sedici episodi). Cominciando con un bel ripulisti di personaggi ormai pallosissimi ed inutili, visto che (spoiler alert!), come detto prima, i due personaggi che verranno sicuramente introdotti (uno lo avete già visto nel season finale) dalla prossima stagione (gli appassionati della graphic novel spingono per un terzo, che reputano fondamentale, ma ancora non c'è niente di certo), promettono, come si suol dire, fuoco e fiamme. Animo sceneggiatori, questa non è una soap-opera!

20120322

Il reparto



The Ward - Il reparto - di John Carpenter (2011)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: ma chi è l'assassino?


North Bend, Oregon, 1966. Mentre nel locale ospedale psichiatrico, la giovane paziente internata Tammy viene uccisa misteriosamente nella notte, la bella e altrettanto giovane Kristen, in evidente stato confusionale dopo una fuga e una colluttazione, dà fuoco ad una fattoria abbandonata. La polizia la coglie praticamente sul fatto, e la porta nello stesso ospedale psichiatrico dove è appena morta Tammy. Lì, dopo aver fatto conoscenza con le altre pazienti, Iris, Sarah, Emily e Zoey, viene destinata alla ex stanza di Tammy e sedata. Durante la notte, una forza misteriosa le toglie la coperta e gliela nasconde sotto al letto. La mattina dopo Kristen, mentre recupera la coperta, trova un braccialetto. Poco dopo fa la conoscenza del dottor Stringer; questi le dice che il giorno prima aveva l'indirizzo della fattoria abbandonata scritto sulla mano, e le chiede che cosa ricorda, perché abbia dato fuoco a quel posto. Kristen non ricorda nulla, ma insiste nel sostenere che non è pazza. La stessa notte tenta di fuggire, ma viene presa e riportata nella sua stanza, e durante il dormiveglia intravede un essere orribilmente sfigurato che la sta fissando dalla finestrella sulla porta.


Molte furono, all'epoca della sua uscita, le recensioni positive e le lodi al ritorno del maestro Carpenter, che solo per due film come Halloween e 1997 - Fuga da New York andrebbe imbalsamato a futura memoria. Visto e lasciato decantare a distanza di mesi, direi che The Ward è un prodotto decente, ma niente di più. Claustrofobico ma mai abbastanza terrorizzante, recitato tutto sopra le righe per l'intera durata, con una struttura che definirei a spirale, più che a sorpresa, girato naturalmente con grande destrezza, alla fine si ricorda più per le belle interpreti che per un segno lasciato. Amber Heard (Kristen) svolge con diligenza il suo compitino, le altre bellezze sono Danielle Panabaker (Sarah), Laura-Leigh (Zoey) e Lyndsy Fonseca (Iris). Mamie Gummer (Emily) è forse meno avvenente, ma più convincente nella sua prova. C'è pure Jared Harris (Lane Pryce in Mad Men), nei panni del dottor Stringer.

20120321

The Adjustment Bureau



I guardiani del destino - di George Nolfi (2011)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: ganzetto


2006, New York. David Norris è il più giovane membro del congresso (25 anni, più o meno), ed è in corsa per una poltrona al Senato. David è orfano sia di suo padre che di sua madre, ed ha perso pure il fratello più grande; ha grande determinazione, ma conserva sempre un carattere giocoso e a volte troppo casinista, che, visto il puritanesimo imperante negli USA, gli fa sfuggire sempre il traguardo quando ci arriva vicino. Anche stavolta, una sua foto con i pantaloni abbassati ad un festeggiamento, compromette la sua corsa al Senato proprio sul filo di lana. Al momento di ammettere la sconfitta, si ritira nei bagni dell'albergo dov'è alloggiato il suo comitato, per preparare il suo discorso. Si assicura che non ci sia nessuno, e comincia a ripassare. Dopo un po', dal bagno (degli uomini!) esce una giovane e bella ragazza, che si era imbucata ad una festa, quindi poi nascosta nel bagno degli uomini per sfuggire alla sicurezza, e, imbarazzata, non aveva in un primo momento risposto all'appello di David per capire se il bagno era vuoto. Tra i due scocca immediatamente la scintilla, il colpo di fulmine. David ispirato fa il suo discorso a braccio, sconvolgendo le previsioni, e questo gli dà la forza di tener duro e ricandidarsi 4 anni dopo, mentre nel frattempo comincia un nuovo lavoro. La ragazza misteriosa se n'è andata senza nemmeno fargli sapere il suo nome, ma casualmente, la mattina seguente David si imbatte in lei sull'autobus. A quel punto, si presentano, ed Elise, questo il suo nome, gli dà il suo numero di telefono. Strani personaggi col cappello, nel frattempo, stanno tramando per non farli incontrare di nuovo, ma Harry, quello che pare doversi occupare di David, si assopisce su una panchina del parco di fronte alla fermata dell'autobus, e l'incontro avviene. David quindi arriva a lavoro ed entra nella sala riunioni, dove trova una situazione a dir poco strana. Non si è accorto, al settimo cielo per aver incontrato nuovamente Elise, che tutte le persone nell'edificio sono come paralizzate; nella sala riunioni ci sono questi strani personaggi col cappello, insieme ad altri personaggi in tute da combattimento, che stanno scannerizzando l'amico e consulente per la sua campagna Charlie, anche lui paralizzato. Bloccato David dopo una breve fuga, quello che sembra il capo, Richardson, gli spiega la situazione. David, visto l'errore di Harry, ha assistito ad una cosa che nessuno dovrebbe vedere. Loro sono i guardiani del destino (the adjustment bureau), e si assicurano che tutte le persone seguano il piano che il Chairman (nella versione originale) ha scritto per tutta l'umanità; David ed Elise non sono destinati a stare insieme, secondo il piano. Lui non la deve richiamare, non la deve rivedere, non deve neppure provarci: non è scritto. Richardson brucia il biglietto col numero di Elise, e minaccia David: se ci proverà, verrà resettato. Memoria cancellata, dovrà ripartire da zero. L'amore di David sarà più forte di questa minaccia?


Intrigante storia tratta da un racconto breve del sempre validissimo Philip K. Dick, Adjustment Team, in italiano Squadra riparazioni; George Nolfi debutta alla regia rimanendo sceneggiatore (come sceneggiatore è autore di Timeline, Ocean's Twelve, The Sentinel e The Bourne Ultimatum), prendendosi molta libertà rispetto al racconto, attualizzandolo e romanticizzandolo, confezionando un prodotto dinamico, elegante, ironico e coinvolgente, che lascia poco spazio alla riflessione durante, ma, grazie al senso del racconto originale, spalanca grandi interrogativi per il dopo-film. Il cast vede come protagonisti principali il sempre un po' impacciato ma sempre simpatico Matt Damon, nei panni di David Norris, un politico che tutti vorremmo votare, e nella parte di Elise Sellas la sempre più stupenda Emily Blunt, di certo più espressiva di Damon, e della quale, se vi piacciono le donne e non le vamp, e non ve ne siete già innamorati con i suoi film precedenti, comincerà a mancarvi già sui titoli di coda (musicati da Richard Ashcroft). Tutti bravi i caratteristi di contorno, Michael Kelly è Charlie (ve lo ricordate in The Sopranos? Era l'agente Goddard), Anthony Mackie è Harry, John Slattery (il Roger Sterling di Mad Men, serie per cui si diletta pure a dirigere qualche episodio) è Richardson. Piccola ma importante parte per Terence Stamp (Thompson), per i più curiosi ci sono anche personaggi statunitensi famosi nei panni di loro stessi: Michael Bloomberg, come pure diversi giornalisti televisivi, Dan Bazile (WNYT), Betty Liu (Bloomberg Television), Jon Stewart (The Daily Show su Comedy Central), Chuck Scarborough (WNBC-TV ed NBC News) e alcuni consulenti politici quali Mary Matalin e James Carville.

20120320

games



Giochi di società - Offlaga Disco Pax (2012)



Comunque la si pensi sui reggiani, gli ODP sono una delle cose più belle partorite dall'underground (si dirà ancora?) italiano negli ultimi dieci anni. Facciamo dodici, per fare conto pari. E qualunque gradimento si possa avere verso i loro tre lavori, è innegabile che un po' tutti ci aspettavamo che la loro formula annoiasse già al secondo disco (Bachelite). Invece, sono qui che ascolto il loro terzo e nuovissimo Giochi di società, con un sorrisetto ebete sulle labbra, e un vago senso di malinconia misto a consapevolezza adulta, che mi assale ogni qualvolta arriva Sequoia. Il suono, se possibile, si è elettroni(ci)zzato ulteriormente, richiamando cose del passato new wave che fu, ma nonostante quel che si potrebbe supporre, l'atmosfera che i ragazzi riescono ogni volta a creare è caldo come un camino acceso in inverno, mentre fuori nevica. Che raccontino di concerti storici mai visti (Respinti all'uscio), imprese ciclistiche epiche (Tulipani) o di passioni politiche "indotte" dall'ambiente familiare (Palazzo Masdoni), gli ODP riescono ad affascinare l'ascoltatore attento con piccole storie quotidiane, che siano del passato o del presente poco importa. Meno rabbioso e più distaccato, quasi riflessivo rispetto alle opere precedenti, Giochi di società, anche quando i testi risultano meno immediati (Desistenza), riesce a risultare perfino elegante a livello musicale. E' importante che ci siano, gli Offlaga.

20120319

first sun, first love

Martedì scorso, approfittando di un giorno di ferie "di strascico" che mi ero preso (dal mercoledì precedente, che avevo usato per "salire" a Milano, per poi partire il giovedì alla volta di Istanbul - si, ok, ve ne parlerò, prima o poi - e tornare domenica, rimanere la notte a Milano, e scendere di nuovo verso sud il lunedì mattina), vista la splendida giornata, mi sono alzato presto, mi son visto gli episodi "persi" in quei giorni delle serie che seguo, sono andato in piscina verso le 13,00, e poco prima delle 14,00 ero in spiaggia, in costume (pantaloncino da mare, il costume non lo uso più da anni), a prendere il sole; ho fatto perfino un tuffo in mare (l'acqua era freddissima). Fuori stagione mi piace andare a Marina di Bibbona: la sabbia è vera (e non "riportata", come al paesello), la spiaggia è lunga, c'è pochissima gente, basta camminare un po' dopo aver parcheggiato l'auto. Il primo sole, come ormai avrà capito chi di voi legge il blog ogni giorno, è una di quelle piccole cose che per me rappresentano un passaggio simbolico, anche se non sono uno che d'inverno va in letargo e che preferisce l'autunno. E' una di quelle cose che ti piacerebbe condividere, ma che se sei solo devi abituarti a "festeggiare" per proprio conto, e questo ti deve bastare. Mi è bastato, me la son goduta.
Non so neppure perché vi racconti questa cosa, che magari ve lo potete pure immaginare, conoscendomi un po'. Vista l'ora "strana", mentre tornavo ad andatura lenta verso il paesello, alla radio c'era questo programma splendido, Io sono qui, di Matteo Caccia, una voce simpatica, brillante, che esprime concetti semplici, condivisibili, spesso profondi. L'argomento del giorno era il primo amore, più o meno. Il titolo era, per la precisione, La leggerezza dell'amore. Si leggevano dei racconti degli ascoltatori, alcuni bellissimi, e i commenti. I primi amori, spesso ad un'età nella quale non si capisce quasi niente, nonostante appunto la leggerezza, sono totalizzanti, sono esperienze che ti cambiano la vita, che ti rimangono in mente (che poi, magari è il secondo, o il quarto, che ti rimane in mente) per sempre. Ascoltavo questi racconti, mi passavano davanti delle immagini, il mio amore per quella biondina a 11, 12 anni, quella che adesso fa la poliziotta e che avevo visto proprio pochi giorni prima al Commissariato, dove ero andato a far timbrare il passaporto e lei mi aveva salutato sorridendo, lei che una notte mi fermò, di pattuglia, alle tre, e rideva mentre faceva finta di controllare i miei documenti, e poi le cose mi si sono confuse in testa e mi sono passate davanti quasi tutte. Ascoltavo le riflessioni del conduttore del programma, e mi sono trovato a pensare che, a 46 anni, quelle poche volte che mi capita di innamorarmi di nuovo, forse perché le donne di cui mi innamoro hanno questo bruttissimo vizio di non corrispondermi, lo faccio sempre come se fosse la prima volta, e ogni volta mi perdo nel mare dei sentimenti, ed ogni volta annego, ed ogni volta resuscito, magari boccheggiando, annaspando, e poi pian piano il ritmo del mio respiro torna normale. O quasi.
E poi mi sono accorto che stavo piangendo. Moderatamente.

32 agosto sulla Terra


Un 32 aout sur terre - di Denis Villeneuve (1998)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: assurdo

Montreal, Canada. Simone, circa trent'anni, una modella, ha un incidente d'auto, dal quale esce miracolosamente illesa. Il fatto la fa riflettere sul senso della sua vita: lascia il lavoro, rinuncia al viaggio in Italia per cui stava per partire, e decide di concepire un figlio. Essendo sola, decide che il padre dovrà essere il suo migliore amico, Philippe. Questo, quando è "informato", non sa cosa rispondere. Alla fine, decide: d'accordo, sarà il padre, ma dovrà essere concepito in un deserto. I due partono per Salt Lake City, per recarsi nel deserto del Gran Lago Salato lì vicino.

Denis Villeneuve, canadese del Québec, è un regista che mi piace. Ecco perché mi sono andato a cercare questo suo primo lungometraggio del 1998, un film che ottenne un discreto successo di critica, ma che a mio giudizio ha un registro decisamente surreale, molto diverso dai suoi film seguenti. La storia è scandita da un calendario inesistente, che comincia proprio col 32 di agosto, e va avanti col 33, il 34, il 35. Alterna scenari in interno a riprese in campo aperto di grande respiro, colori sfumati e luci tenue a botte di colore improvvise e quasi contundenti, per una storia fondamentalmente semplice come un bicchier d'acqua, che complica con espedienti non sempre funzionali, ma che divertono con, appunto, un pizzico di surrealismo.
Molto brava la protagonista Pascale Bussières (Simone), divertente il protagonista maschile Alexis Martin (Philippe). Un film decisamente solo per appassionati e fan del regista.

20120318

presa al collo


Half Nelson - di Ryan Fleck (2009)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: vedi a vorte l'insennianti...

Brooklyn. Dan Dunne è un insegnante di storia non ancora trentenne. Insegna in una scuola media con prevalenza di ragazzi neri e ispanici; fa anche l'allenatore della squadra di basket femminile della stessa scuola. Dan è, o meglio era, un idealista: voleva cambiare il mondo con la forza delle idee e del ragionamento. E' per questo, per questa reminiscenza, che adotta un metodo di insegnamento che gli crea problemi con i superiori. Preferisce la dialettica, il ragionamento, la spiegazione che è la politica, le tensioni tra i popoli, gli interessi economici, che determinano il corso della storia; cerca di insegnare questo ai suoi allievi, anziché fargli leggere i libri di testo perché memorizzino date e avvenimenti. Se da una parte il suo metodo non piace ai superiori, agli allievi piace e molto, anche se, e qui torniamo all'idealismo fallito, con situazioni familiari come le loro, in un ambiente come quello in cui vivono, le nozioni che Dan gli insegna, non servono granché. In una sorta di avvitamento comune, Dan si è da tempo rifugiato nelle droghe, che usa spesso quando non è a scuola. La sua vita è vuota, il suo rapporto coi genitori distante seppur cordiale, rimpiange la sua ex anche se non è riuscito a tenerla vicino a sé, non riesce ad avere rapporti duraturi quando si va oltre ad una serata divertente. Drey è una tredicenne nera, sua allieva e sua giocatrice nella squadra di basket. E' sveglia, intelligente, già scafata nella vita. Il padre è assente, la madre si fa in quattro letteralmente per lavorare più possibile e portare a casa i soldi necessari a mantenere lei e la figlia; suo fratello più grande Mike è in prigione, per una storia legata allo spaccio di droga per conto dello spacciatore del quartiere Frank. Frank è riconoscente verso Mike per non averlo tradito, e per questo pensa che la cosa migliore da fare sia proteggere Drey, e visto che la famiglia ha bisogno di soldi, di coinvolgerla pian piano nello spaccio. Tra Dan e Drey c'è già una simpatia sana, una sorta di rispetto che sicuramente va oltre il rapporto insegnante/allieva. Quando, una sera, dopo una partita, Drey sorprende Dan nei bagni a fumare crack, il rapporto, anziché cambiare, interrompersi, si evolve. Drey mantiene il segreto, forse perché capisce che nessuno più di lui può comprenderla, e anche Dan accetta di diventare sua amico più che suo insegnante, ma non per "comprare" il suo silenzio, bensì perché trova nella tredicenne una persona che può capirlo senza giudicarlo.

Film decisamente interessante questo debutto nel lungometraggio fiction (prima c'erano stati corti o documentari), che nominalmente vede alla regia Ryan Fleck, che cura la sceneggiatura insieme alla fedele amica Anna Boden (in realtà c'è chi dice che è un lavoro di co-regia, come per il recente It's Kind of a Funny Story, che, scopro adesso, in italiano si chiama o si chiamerà 5 giorni fuori, secondo imdb.com, anche se non c'è una data di uscita italiana), tanto è vero che nel 2007 ottene una nomination agli Oscar (per il miglior attore protagonista, Ryan Gosling). Film del 2006, in Italia uscito direttamente in dvd nel 2009, Half Nelson (da una presa di wrestling) riprende la storia che Fleck e Boden avevano accennato nel corto del 2004 Gowanus, Brooklyn, ed è un film che, come giustamente hanno sottolineato molti critici ben più accreditati di me, lascia molto spazio allo spettatore, nel senso che i dialoghi sono presenti, ma non dicono mai tutto, così come le azioni e le cose della vita dei due protagonisti che ci vengono mostrate. Non c'è un giudizio sommario, ma solo l'insinuarsi del dubbio: oltre che l'apparenza può ingannare, in fondo una persona può non essere completamente da buttare anche se spaccia o consuma droga. Certo, alla fine il personaggio più maturo risulta essere quello di Drey, 13 anni, rispetto a quello di Dan, suo insegnante, di quasi 30 anni. Ma la vita riserva, oltre che sorprese, anche delusioni, dolori, impotenza di fronte agli eventi. E chissà che da una strana amicizia, non possa uscire qualcosa di migliore.
Oltre al "solito" grande Ryan Gosling, nei panni di Dan Dunne, sempre col suo registro sottotono, è impressionante la prova di Shareeka Epps (Drey), qui al debutto, riprendendo il suo ruolo del corto citato poc'anzi. Facce note sono quelle di Anthony Mackie (8 Mile, The Manchurian Candidate, Lei mi odia, Million Dollar Baby, The Hurt Locker, I guardiani del destino, Real Steel) che interpreta Frank, Tina Holmes (Six Feet Under, Taken, Storytelling) nei panni di Rachel, la ex di Dan, e Monique Gabriela Curnen (Lie To Me, Sons of Anarchy, Contagion) che qui è Isabel, una collega di Dan.
Regia "irregolare" (molta camera a mano), ma in questo caso adeguata. Film dall'incedere lento, ma vibrante (anche) di sincerità.

20120317

un elogio per i dannati



A Eulogy for the Damned - Orange Goblin (2012)






Il settimo disco degli inglesi Orange Goblin è, direi finalmente, il primo disco uscito nel 2012 che riesce ad interessarmi un minimo, e nello specifico che è riuscito a distogliermi da un best dei Depeche Mode. Son cose che capitano. Gli OG, capitanati dalla massiccia figura di Ben Ward, partono nel 1995 come stoner band, inglobando via via altri elementi ed influenze, sempre rimanendo nell'ambito metal, fino ad arrivare ad un ibrido che, intendiamoci, non ha nulla di particolarmente innovativo o rivoluzionario, ma che funziona alla grande. Reminiscenze stoner-doom fanno da sfondo ad un songwriting che occhieggia a strutture quasi progressive come quelle dei primi Mastodon (Red Tide Rising, Death of Aquarius), fino allo street-metal più sbarazzino (The Filthy & The Few, Save Me From Myself addirittura con corettini che sostengono il chorus): The Fog, ad esempio, è un ottimo esempio di crossover tra questi due estremi, ma anche altri pezzi potrebbero ben rappresentare questo ibrido. Sostenuto dalla chitarra di Joe Hoare, compressa e pompata al punto giusto, che inanella riff risentiti ma sempre ben eseguiti, il cantato di Ward, grezzo e potente, si disimpegna più che discretamente, mentre per quanto riguarda la sezione ritmica la batteria di Christopher Turner fa il suo dovere, mentre il basso di Martyn Millard qua e là si concede qualche gustosa divagazione tecnica (la parte di basso del pezzo di apertura Red Tide Rising, la parte centrale di Save Me From Myself, ). E' pressoché inutile sottolineare che tutto ciò non avrebbe potuto esistere senza i Black Sabbath, ma ormai dovreste averlo capito anche voi poppettari.

20120316

The Elmira Express


The Express - di Gary Fleder (2009)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: speriamo siano finiti ve' tempi

Ernest Ernie Davis nacque nel 1939 a New Salem, Pennsylvania, e si trasferì un paio di volte, fino a stabilirsi ad Elmira, New York. Nero di famiglia modesta, eccelleva negli sport ed era un corridore fenomenale. Completata la high-school, essendo già un ottimo running back di football americano, si iscrisse alla Syracuse University, su consiglio di Jim Brown, uno degli allora pochi giocatori professionisti neri di football, che era andato alla Syracuse. Il suo coach fu Ben Schwartzwalder, un allenatore duro ma senza dubbio capace. Davis è famoso per essere stato il primo giocatore di colore ad aver vinto l'Heisman Trophy, un prestigioso premio per il miglior giocatore di football dei college, che, per questo motivo, fu seguito perfino dal presidente Kennedy, che ai tempi di questo premio chiese di incontrarlo. Davis fu prima scelta dei professionisti, alla fine del college; ma non giocò mai nessuna partita da professionista.

Una sorta di biopic, questo film del 2008 (da noi uscito direttamente in dvd nel 2009) del regista Gary Fleder, autore di Cosa fare a Denver quando sei morto e La giuria, poi dedicatosi soprattutto alla televisione, su una figura naturalmente a noi italiani del tutto sconosciuta; la sua storia è rappresentativa, un po' come più di recente con The Help, degli anni bollenti a causa degli strascichi razzisti negli USA. Il film è sceneggiato da Charles Leavitt (Blood Diamond), che ha adattato il libro di Robert C. Gallagher The Elmira Express: the Story of Ernie Davis. Il film è una sorta di compitino ben svolto, e lo dico senza volergli troppo male. Manca di enfasi epica dove avrebbe dovuto esserci, non è accuratissimo (ad esempio nei dettagli personali della - spoiler alert - breve vita di Davis), a volte si ha l'impressione che l'argomento razzismo non sia centrale. Però è ben fatto, la storia in fondo è bella, educativa e positiva, è ben girato (le scene di gioco sono davvero ottime), il cast è discreto, anche se qua e là si ha l'impressione che sia un po' ingessato.
Rob Brown è il protagonista Ernie Davis. Brown ve lo ricorderete tutti in Scoprendo Forrester, il suo esordio, e qualcuno saprà che, cresciuto (anche rispetto a questo The Express), è il Delmond Lambreaux di Treme. Coach Schwartzwalder è impersonato dall'immarcescibile Dennis Quaid. Vi do una ragione in più per vedere, anche distrattamente, questo film: Sarah Ward, la fidanzata di Ernie, è interpretata da Nicole Beharie. Non sapete chi è? Rileggetevi la recensione di Shame.

20120315

tirannosauro


Tyrannosaur - di Paddy Considine (2011)




Giudizio sintetico: da vedere (4/5)


Giudizio vernacolare: artro che discorzi...





Leeds, West Yorkshire, England, UK. Joseph è un uomo che ha perso quasi del tutto la propria umanità. Devastato dall'alcol e soprattutto dalla rabbia, è una persona inavvicinabile, una calamita per risse e guai. Il film ce lo mostra fin dall'inizio come una macchina da demolizione: esce rabbioso da un pub dove evidentemente ha appena perso dei soldi per una scommessa, e se la prende col suo amato cane. Lo uccide con un calcio. Poi però lo seppellisce nel giardino della sua casetta, altro residuato d'umanità, dove vive da solo. L'unica persona che pare saper trattare con lui da umano è il piccolo vicino di casa Samuel; naturalmente, la madre del piccolo non vuole che parli con Joseph. Sempre più incattivito, Joseph, in fuga da una rissa, si nasconde nel primo negozio che trova aperto. E lì conosce Hannah, una donna dolce e profondamente credente, che nonostante sia immediatamente derisa e trattata male dal sempre più rabbioso Joseph, prega per lui e gli offre una tazza di té. Joseph, il giorno seguente, torna al negozio (un charity shop in realtà) di Hannah per scusarsi, ma Hannah non è più dell'umore, oltre ad avere un occhio nero. Ebbene si, anche Hannah ha il suo "lato oscuro": il marito James è un mostro violento e represso, che non esita a trattarla in maniera inenarrabile. Che cosa può uscire da due vite talmente distrutte?


Esordio nella regia di un lungometraggio del giovane attore caratterista inglese Paddy Considine (che, lo confesso, ho spesso scambiato per Sam Rockwell), con un film potentissimo del quale scrive anche la sceneggiatura. Un film che si affida, è vero, ad un pugno di attori super affidabili, ma che con uno stile minimale e diretto, conduce con mano ferma e coraggiosa, raccontando una storia dolorosa e toccante senza ricercare la commozione facile. Il risultato è scintillante e poderoso, un film da vedere tutto d'un fiato e da amare all'istante. Naturalmente, non è uscito in Italia e chissà se uscirà mai. Però, se cercate piccole gemme, non desistite e cercatelo.


Peter Mullan (quasi onnipresente nei film inglesi, affezionata presenza anche con Ken Loach, e ultimamente perfino in War Horse di Spielberg) è un Joseph potente e distrutt(iv)o come il film. Olivia Colman è per me una scoperta sensazionale (ma scorrendo la sua filmografia mi accorgo che l'avevo vista da poco in The Iron Lady, dove recitava la parte di Carol, la figlia di Margaret Thatcher), la sua interpetazione di Hannah è da spellarsi le mani; tra l'altro, recitava già in Dog Altogether, il primo cortometraggio di Considine, praticamente il bozzolo di questo Tyrannosaur (stessa storia, a giudicare dalla sinossi di imdb.com). Ci sono poi Eddie Marsan (caratterista inglese, anche lui visto spesso, ed ultimamente anche lui in War Horse) nella parte di James, Ned Dennehy (stesso discorso fatto per Marsan, lui ultimamente in Jane Eyre e in The Eagle) nella parte di Tommy, e Sally Carman (la "professionista" Kelly di Shameless UK) nella parte di Marie.


Film molto, molto bello, esordio che lascia intravedere una carriera da regista più incisiva rispetto a quella avuta da attore (che comunque è, finora, stata dignitosa), per Considine.

20120314

la promessa


The Promise - di Peter Kosminsky (2011)
Miniserie in 4 episodi - Channel 4



In Inghilterra, nel 2005, Erin Matthews, 18 anni, sta decidendo cosa fare nel suo gap year (l'anno sabbatico tra la scuola secondaria e l'università). Suo nonno ormai ottantenne, nel frattempo, è stato colpito da un grave ictus, ed è paralizzato in ospedale. L'amica Eliza, che ha la doppia cittadinanza israeliana e inglese, la invita a casa sua, a Caesarea, visto che lei deve compiere la sua formazione di base nell'esercito israeliano. Mentre Erin pulisce la casa del nonno, insieme alla madre Chris, trova un diario, che suo nonno ha tenuto cominciando verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Era infatti un sergente della sesta Divisione Airborne dell'esercito inglese. La madre vuole che lo butti, ma Erin lo nasconde e lo conserva; decide di andare in Israele con Eliza, e mentre le due amiche sono sul volo di andata, comincia a leggere il diario, che inizia con quello che Len Matthews, il nonno di Erin, descrive come il peggior giorno della sua vita finora: la liberazione del campo di concentramento di Bergen-Belsen, e continua raccontando quello che gli accadde dopo, durante il Mandato britannico della Palestina; Erin si appassiona alla storia di quella terra, e alla figura a lei praticamente sconosciuta, del nonno. Ancora, però, non sa niente della guerra infinita tra i palestinesi e gli israeliani. Al suo arrivo, trova una famiglia apparentemente felice, che vive con tutti gli agi in una villa splendida sul mare. Conosce Paul, il fratello di Eliza, che ha idee diverse dal padre, ex generale. Mentre continua a leggere il diario del nonno, conosce Omar, un amico di Paul, cristiano palestinese: una vita parecchio diversa da quella dei Meyer, la famiglia di Eliza e Paul. E poi, mentre sta cominciando a conoscere la realtà a dir poco complicata di quella terra, mentre esce da un locale dove ha bevuto una birra insieme a Paul, nota una coppia che sta entrando: la ragazza è strana, tesa, stranamente legnosa. Quando arrivano all'auto, Paul si accorge di aver dimenticato le chiavi nel locale, e torna indietro. E...



Una delle prime cose che mi viene da pensare quando vedo prodotti come questi, curati da una televisione straniera, è: "ma in che paese viviamo?". La riflessione si fa ancora più profonda, se pensate che questa storia, scritta e diretta da Kosminsky (White Oleander), che sicuramente è più pro-palestinese che israeliana, è bene dirlo subito, è soprattutto una presa di coscienza inglese sugli errori commessi da loro stessi durante quel mandato, e più in particolare immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Detto questo, questa miniserie andata in onda su Channel 4 nel Regno Unito lo scorso anno, divisa in quattro puntate (3 da un'ora e venticinque minuti circa, più una conclusiva della durata di quasi due ore, per un totale di oltre sei ore di durata), che ho "scoperto" seguendo il programma The Fabulous Picture Show su Al Jazeera English (e che mi ha ricordato vagamente La donna che canta, ma forse solo perché i registi e una lunga intervista in proposito sono andate in onda a distanza di poche settimane dentro lo stesso programma), è uno splendido prodotto televisivo, con qualche concessione drammatica e qualche ridondanza (esempio pratico, la ripresa dell'ultima scena dell'episodio precedente sui titoli di testa di quello seguente) di troppo, ma senza dubbio ben girato, ben scritto, ben recitato, che affronta come detto un argomento delicato in maniera coraggiosa (così come il regista, sempre nell'intervista di cui prima, interviste che si svolgono sempre di fronte ad un piccolo pubblico, ha affrontato in maniera coraggiosa gli spettatori, chiaramente ebrei, che lo accusavano di aver fatto un film, o meglio una miniserie, filo-palestinese). L'espediente narrativo del diario permette al regista di portare avanti due film, o meglio due storie, che si svolgono a distanza di circa 60 anni, ma che sono strettissimamente legate (anzi, a dire il vero la storia più vecchia determina le scelte che dettano il "cammino" della storia più recente); le storie sono ottimamente sviluppate, e sono un mezzo per raccontare appunto l'inizio delle ostilità tra arabi ed israeliani nel 1948, e contemporaneamente per mostrare la vita di tutti i giorni di adesso in Israele, a Gaza, a Hebron, nel West Bank, ai check point umilianti a cui sono costretti i palestinesi ogni giorno.

Belle e convincenti le prove dei due protagonisti, entrambi molto giovani e quindi promettenti: Christian Cooke è Len Matthews da giovane, bello aitante e costantemente messo alla prova dalla vita; Claire Foy (già ne L'ultimo dei templari), bellezza asimmetrica e molto british, è Erin Matthews, un personaggio che, come dice ai Meyer prima di lasciare la loro splendida villa, durante la storia ha imparato molto. Comprimari non conosciutissimi, ma variegati ed interessanti. Itay Tiran, israeliano, è Paul (l'abbiamo visto in Lebanon); Katharina Schuttler, tedesca, è Clara (l'abbiamo vista in Carlos); Haaz Sleiman, libanese, faccia indimenticabile, è Omar (l'abbiamo visto in L'ospite inatteso; è anche in Nurse Jackie); Ali Suliman, palestinese, altra faccia riconoscibile, è Mohammed (l'abbiamo visto in grandi film quali Il tempo che ci rimane, Il giardino di limoni, Paradise Now, La sposa siriana, e anche in Homeland); particina breve, nella irriconoscibile parte di Jawda da vecchia, per la grande Hiam Abbass.

Ottima colonna sonora (c'è pure Bon Iver). Lo trovate in dvd su Amazon, oppure direttamente sul sito di Channel 4, ma attenzione, per quello che ho capito ci sono solo i sottotitoli inglesi (la serie è soprattutto in inglese, con alcune parti in ebraico ed in arabo). Se fosse un film, il voto sarebbe un 3,5/5.

20120313

The Squid and the Whale


Il calamaro e la balena - di Noah Baumbach (2006)


Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: come si rovinano i fillioli



New York, anni '80. Bernard Berkman è un insegnante di scrittura creativa, una volta scrittore di successo, adesso in declino, inaridito a livello di scrittura, che da una parte prova a crogiolarsi nel ricordo di quando era grande, e dall'altra assiste con enorme invidia allo sbocciare del talento da scrittrice della moglie Joan, tentando di frustrare i suoi tentativi. Ma Joan non si lascia scoraggiare, e consegue il successo. A questo punto, tentando di nascondere che la ragione è soprattutto quella, si separano, provando a farlo in modo civile. Bernard e Joan hanno due figli: Walt, adolescente, e Frank, poco più che un bambino. Inizialmente, Walt decide di vivere col padre, e Frank rimane con la madre. La situazione non piace a nessuno, e intanto Bernard prova ad avere altre relazioni, Joan ne inizia una con l'insegnante di tennis, Walt si fa una fidanzatina, e Frank comincia a sperimentare la sua sessualità...



Quarto lungometraggio per l'ormai ex marito di Jennifer Jason Leigh, conosciuto per essere stato co-sceneggiatore de Le avventure acquatiche di Steve Zissou, e regista in tempi più recenti di Lo stravagante mondo di Greenberg. Regista e sceneggiatore ben introdotto, amicone di Eric Stoltz, che per la prima volta non appare in un suo film, ma che però ha passato la sceneggiatura alla protagonista Laura Linney (Joan), che ha subito accettato. Il film pare sia basato sulla reale esperienza di Baumbach bambino, ed ha un tocco interessante, divertente in modo molto amaro, sarcastico verso i personaggi, soprattutto quello di Bernard, intellettuale spocchioso che detesta i "filistei", persone che non amano lettura e cinema, senza cultura, ma che in realtà è solamente pieno di rabbia e di invidia, frustrato per la perdita di notorietà e del controllo della sua vita. Girato in soli 23 giorni, fotografia "sporca", buona tecnica, e un cast di notevole peso, con qualche scommessa. Un Jeff Daniels bravo nel farsi detestare, nei panni di Bernard, ha accettato il ruolo che era stato proposto in un primo momento a Bill Murray, che ha dovuto rinunciare per girare Broken Flowers. Laura Linney, come detto, è un'ottima Joan. Jesse Eisenberg è Walt, e il giovanissimo Owen Kline, il figlio di Kevin Kline e Phoebe Cates, è lo spassoso Frank. William Baldwin è Ivan, il maestro di tennis, altro personaggio molto divertente. Anna Paquin è Lili, Halley Feiffer, che rivedremo nel seguente film di Baumbach, Il matrimonio di mia sorella (recensione tra qualche giorno), e anche in Bored to Death ultimamente, è Sophie. Baumbach non voleva dirigere questo film, ma farlo dirigere dall'amico Wes Anderson.

Interessante e con personalità. Nel 2006 candidato all'Oscar nella categoria miglior sceneggiatura originale.

20120312

(senza) vergogna inglese



Shameless - di Paul Abbott - Stagioni dalla 1 alla 8 (104 episodi; Channel 4) - 2004/2011

Incuriosito dal fatto che ne abbiano fatto un remake (anche se non è l'unico caso) statunitense, dai commenti letti in giro, e pure alla recensione proprio della prima stagione del remake, mi sono avvicinato alla ormai monumentale serie inglese, creata dallo stesso Paul Abbott, e per la quale ha continuato a collaborare come produttore esecutivo, e scrivendo sporadicamente qualche episodio (me ne ricordo uno nell'ottava stagione); dico monumentale visto che è attualmente in programmazione, sempre su Channel 4, la nona stagione. Come scritto, il totale degli episodi che costituiscono le prime otto stagioni, è di ben 104 (7 per la prima stagione, con un episodio speciale per Natale che ha fatto da congiunzione tra questa e l'inizio della seconda, altre 10 per la seconda, 8 per la terza e per la quarta, ben 16 per la quinta, la sesta e la settima, addirittura 22 per l'ottava, divisi in una prima tranche da 13 ed una seconda da 9; per la nona, in corso, sono state previsti altri 22 episodi). Spendiamo qualche parola su Abbott, che fu già autore di State of Play, miniserie già recensita, e che è divenuta oggetto di remake per un film statunitense. Nato nel Lancashire, settimo di otto figli, conosce bene quello di cui parla in Shameless: la madre ha prima abbandonato il tetto coniugale per stare con un altro uomo (con prole), il padre è poi andato via, la madre faceva tre lavori per sostenere i figli, la sorella di Abbott è rimasta incinta a 16 anni. I fratelli si sono presi cura della sorella in maniera illecita: avrebbero dovuto essere affidati ai servizi sociali (lo spauracchio dei Gallaghers quando uno dei due genitori sparisce). Abbott ha poi tentato il suicidio, fallendo; è stato in un ospedale psichiatrico (vediamo anche questo, in Shameless), ed è poi stato affidato ad una famiglia molto più stabile e abbiente.
Shameless è basicamente una commedia, con risvolti spesso neri, ambientata in quelle che in inglese si definiscono underclass e working class. Il protagonista principale, anche se ci sarà da chiarire meglio questa definizione, è Frank Gallagher, un cinquantenne che probabilmente nella vita non ha mai lavorato. Disoccupato, alcolista, consumatore di droghe (pastiglie di ogni genere), non ha avuto un buon rapporto col padre, e ufficialmente ha, all'inizio della serie, 6 figli; scopriremo che questo numero è molto variabile in realtà. I figli ufficiali di Frank, Fiona, Lip (Philip), Ian, Debbie, Carl e Liam, vivono insieme a lui nel quartiere (fittizio) di Chatsworth, Manchester. Sono stati abbandonati dalla madre Monica, che ha lasciato Frank per Norma, una camionista nera; Frank vive soprattutto al pub, il Jockey, per cui Fiona, la figlia più grande, è diventata come la madre degli altri cinque fratelli. Da questa "base" partono una serie di peripezie "giornaliere" della famiglia Gallagher ma anche dei vicini, che durante le stagioni cambiano, e la serie racconta le avventure anche dei componenti di queste altre famiglie, che insieme ai Gallagher formano una comunità eterogenea, divertente, piena di problemi, ma alla fine sempre molto unita. La serie è innanzitutto sessualmente molto disinibita, e presumo abbastanza esplicativa della situazione delle classi meno abbienti inglesi. Da una parte c'è questa mancanza cronica di lavoro, quindi le fonti di sostentamento sono i sussidi statal-sociali (essere foster-parents è considerato prima di tutto un lavoro, e poi un qualcosa di solidale), gli espedienti giornalieri, e spesso la micro-criminalità, le truffe, lo spaccio, dall'altra c'è la cultura del pub, questa forma di aggregazione che a volte porta all'ubriachezza molesta e di conseguenza alla rissosità, ma che è considerata sacra. Ognuno ha grandi difetti, e via via che le stagioni si susseguono, gli episodi si dedicano a questo o a quel personaggio, il sesso senza precauzioni tra i minori è diffuso (e sappiamo bene che in Inghilterra questa cosa è divenuta quasi una piaga), le morali sociali sono limitate: non è raro che ci siano coppie più o meno di fatto, con grandi differenze d'età tra i due partner. Frank Gallagher, interpretato da un immenso David Threlfall (per me una scoperta assoluta, sebbene non giovanissimo, attore di teatro piuttosto quotato in patria; nelle ultime stagioni ha diretto anche diversi episodi da regista), è un personaggio che incarna contemporaneamente la poesia dell'ubriachezza, la causticità del disoccupato cronico, la debolezza del disoccupato che non cerca il lavoro, e una visione paradossalmente piuttosto lucida della società inglese; i suoi monologhi da ubriaco, che caratterizzano anche gli opening titles (che cambiano di stagione in stagione), sono come perle in una porcilaia. La presenza di Frank è spesso, durante le ultime stagioni, ridotta come minutaggio, per lasciare spazio ad altri personaggi, a volte ottimi, a volte meno, ma anche elevata ad irrinunciabile "cornice" di un prodotto che, per certi versi, si è andato anche raffinando, introducendo critiche sociali dirette.
Come potrete immaginare, il campionario dei personaggi, durante otto stagioni, è immenso, e c'è una grande possibilità di "scelta" (ognuno può simpatizzare per qualcuno in particolare, o "eleggere" il proprio personaggio preferito); la maggiorazione del numero degli episodi permette naturalmente l'approfondimento, o quantomeno di aumentare il minutaggio dedicato ai vari caratteri. Farò solo un esempio: Mickey Maguire, interpretato da Ciaran Griffiths, un personaggio che mi fa scompisciare dalle risate anche quando tace. Naturalmente, l'impegno così lungo, fa si che non è raro che alcuni personaggi, anche particolarmente importanti, scompaiano da una stagione all'altra.
Come dicevo, durante le stagioni la serie mi pare migliorata anche tecnicamente e come qualità video; guardando le varie stagioni, si possono capire le differenze con il remake USA, si può provare ad immaginare se gli sceneggiatori vorranno dargli un taglio o una direzione diversa, ma è ovvio che ci abbiano visto un'enorme potenziale. In Shameless c'è un po' di tutto: gangster, omaggi cinematografici, citazioni varie, storie familiari, dramma, divertimento, critica sociale, la faccia peggiore della crisi economica, amore, sesso, vita e morte. E' superfluo far notare che la versione USA sia più patinata (ma, nota personalissima, le scarpe delle donne protagoniste, che inizialmente erano state fonte di - mio - rigetto per la versione UK, sono molto molto migliorate con l'andare delle stagioni). Tra l'altro, ci si può immaginare anche l'origine di certi personaggi della versione statunitense, che sono un mix tra i vari personaggi di 8 stagioni inglesi (esempio abbastanza chiaro: i vicini di casa dei Gallagher). La differenza sostanziale nella sceneggiatura delle puntate, mi pare, è che nella versione UK si portano avanti 2, massimo 3 storylines ad episodio, lasciando cadere tutte le altre intrecciate prima, mentre in quella USA si prova a portare avanti tutto un po' alla volta.
Il cast è fatto da attori poco o per niente conosciuti in Italia, esclusi Anne-Marie Duff (Fiona Gallagher), vista in Nowhere Boy e in The Last Station, e James McAvoy, visto in molti film, anche di produzione statunitense, come pure nel già citato State of Play (la miniserie); curiosamente, i due sono felicemente sposati nella vita reale, e nella serie i loro caratteri si fidanzano e poi si sposano. Si sono conosciuti proprio sul set di Shameless, e si può dire che le loro rispettive carriere sono da lì decollate. Hanno recitato insieme anche in The Last Station.
Mi sembra fisiologico che Shameless, ed i suoi 104 episodi fino all'ottava stagione, non siano sempre eccelsi, ci siano alti e bassi, e perfino personaggi riusciti meglio e riusciti peggio; ma credo che sia una serie che valga la pena di vedere. Aggiungerò che a mio giudizio, si possono amare entrambe le versioni.






20120311

le sorelle estere dal vivo

finalmente si suona di nuovo dal vivo. di nuovo in tre, questa volta con sbresi alla voce. essiateci!

l'ultima stazione


The Last Station - di Michael Hoffman (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: un grandamore

Russia, 1910. Nella sua tenuta di famiglia di Jasnaja Poljana, Lev Tolstoj, quasi 82enne, riceve il suo nuovo segretario personale, Valentin Bulgakov, raccomandato da Vladimir Certkov. E' in corso una sorta di lotta di potere, in seguito agli ultimi cambiamenti, sempre più radicali, nelle convinzioni del grande scrittore russo; Tolstoj, infatti, dopo aver lanciato ripetuti appelli al governo per l'abolizione della proprietà privata (per scongiurare una rivoluzione), abbraccia la fede cristiano-anarchica, il vegetarianesimo ed il pacifismo, ma soprattutto era intenzionato a cambiare il suo testamento, e a rinunciare al diritto d'autore sulle sue opere, per lui e per i suoi eredi (moglie e figli). Alcuni dei figli, convinti delle idee del padre, erano d'accordo, e Certkov spingeva per questa soluzione, visto che lui sarebbe stato il gestore del patrimonio, per la diffusione del tolstoismo. La moglie, Sofja Andreevna Bers, che amò alla follia il marito per 48 anni e al quale diede 13 figli nonostante le grandi differenze di pensiero, era fortemente contraria. Questa lotta, della quale fu appunto testimone Bulgakov (che nel frattempo si era innamorato profondamente di Masha, un'attivista tolstoiana che viveva in una sorta di "comune" vicino a Jasnaja Poljana), portò all'abbandono della tenuta da parte di Tolstoj, in treno, verso la Crimea. La moglie, appena resasi conto della "fuga", gli corse dietro. Lo scrittore, vecchio e malato, dovette fermarsi alla stazione di Astapovo, rinominata nel 1918 Lev Tolstoj.

Bulgakov scrisse, su questa esperienza, il libro L'ultimo anno di Lev Tolstoj; Jay Parini, ispirandosi a questo, nel 1990 scrisse The Last Station: A Novel of Tolstoy's Last Year. Questo film è la sua trasposizione cinematografica, che nel 2010 si guadagnò due nomination agli Oscar, una per Helen Mirren (miglior attrice protagonista, nella parte di Sofja), l'altra per Christopher Plummer (miglior attore non protagonista, nella parte di Tolstoj). Il film è, in effetti, un film fatto da grandi e vibranti interpretazioni, un cast vasto e ben diretto che mette in scena personaggi storici di sicura rilevanza. La regia di Michael Hoffman, sicuramente l'apice (fin'ora) della sua carriera, è diligente ed efficace; gli scenari tedeschi suggestivi, la fotografia discreta. La prima parte ci mostra la figura direi gigantesca di Tolstoj, con tutte le sue convinzioni senza dubbio visionarie ed in anticipo sui tempi, mentre la seconda diventa tesa ma anche piena di questo amore forte e senza fine. Il ricco cast, oltre alle due stelle citate prima (che hanno preso il posto di Meryl Streep ed Anthony Hopkins), è molto vario. James McAvoy è Bulgakov; sua moglie (nella vita) Anne-Marie Duff è Sasha, una dei figli di Tolstoj; Paul Giamatti è Certkov; Kerry Condon è Masha. Cameo per una discendente di Tolstoj, Anastasia.
Un buon film, ovviamente valido anche a livello storico.

20120310

grande amore


Big Love - di Mark V. Olsen e Will Scheffer - 5 stagioni (53 episodi) - 2006/2011

Una delle tante cose che mi giravano per la testa mentre stavo terminando di vedere le 5 stagioni di Big Love, era che uno come me, che non ha moglie, può perfino essere scoraggiato dal vedere come può essere la vita di uno che ne ha tre. Scherzi a parte, l'idea di Big Love, da quando casualmente ne ho letto, mi stuzzicava: la vita di Bill Henrickson, un mormone poligamo "rispettabile", che prima si preoccupa per assicurare un futuro alla sua (imponente) famiglia (tre mogli, come detto, e otto figli, tre con la prima moglie Barb, due con la seconda Nicki, tre con la terza Margie), e poi, durante la serie, combatte da una parte per sradicare la poligamia "selvaggia" (a livelli di pedofilia, nel senso che nei compound mormoni le mogli si "assegnano" - e spesso si ri-assegnano a piacimento del "profeta" di turno - quando sono ancora minorenni) soprattutto dal suo vecchio compound, Juniper Creek, e dall'altra per fare coming out e riuscire a vivere tranquillamente la sua poligamia, come detto prima "rispettabile", visto che non è il solo a viverla. Dove poteva essere ambientata questa storia, se non nello Utah? Gli Henrickson infatti vivono in tre case (una per moglie) con giardino comunicante, a Sandy, un sobborgo di Salt Lake City. Come detto, mi ci sono avvicinato per curiosità; la curiosità è aumentata quando ho letto che, per le prime due serie se non erro, nello staff degli sceneggiatori c'era anche Dustin Lance Black (ex mormone). Solo dopo aver terminato di vederlo, ho scoperto che i creatori, Mark V. Olsen e Will Scheffer, sono una coppia apertamente gay, e regolarmente sposata. E' un dettaglio, ma magari non insignificante (lo capirete se vedrete la serie, se l'avete già vista sapete di cosa parlo). Tra i produttori c'è anche Tom Hanks, tra i registi anche Rodrigo Garcia.
La serie ha un discreto lavoro di ricerca dietro, e un ottimo lavoro di sceneggiatura, anche se a volte ci si ritrova a paragonarla ad una telenovela, visto che spesso si ripetono delle situazioni, cambiate solo di poco. Ma chiaramente, per mandare avanti una serie per cinque stagioni, è necessario creare delle storylines parallele. L'atmosfera passa da quella "familiare", e appunto spesso da telenovela, a quella inquietante delle storie da compound, di "ordinaria" prevaricazione, da un'atmosfera in bilico tra la spy-story e il gangsterismo, gli intrighi economici degli interessi mormoni, a quella mistica delle rivelazioni e del mondo a dir poco contorto di un reticolo di religioni (vivere nello Utah dev'essere quantomeno bizzarro), dallo stress da famiglia numerosa al lobbysmo, e un'altra discreta quantità di temi interessanti.
C'è un cast di tutto rispetto, che svolge alla grande il suo lavoro. Bill Paxton è Bill Henrickson, convincente nel suo maschilismo buonista. Jeanne Tripplehorn è una meravigliosa (il personaggio che ho più amato, nella sua sofferenza e nella sua voglia di "liberazione" anche all'interno della selva religiosa) Barb. Chloe Sevigny è eccezionale nell'interpretare Nicki Grant, un personaggio che ho odiato dall'inizio della serie fino all'ultima inquadratura. Ginnifer Goodwin è perfetta nella parte di Margie, giovane, sessualmente (troppo) disinibita e dall'intelletto davvero limitato, ma dal cuore d'oro. Poi c'è la faccia di Harry Dean Stanton che è Roman Grant, un personaggio che definire sgradevole sarebbe fargli un complimento. Eccezionale anche Grace Zabriskie (un'attrice molto "usata" da Lynch) nella parte di Lois, la madre di Bill. Potrei continuare per ore. Mary Kay Place (Adaleen, la madre di Nickie), Melora Walters (Wanda, la moglie del fratello di Bill), Daveigh Chase (Rhonda Volmer), Matt Ross (Alby Grant), interpretano tutti dei personaggi fenomenali, completamente fuori di testa ma credibili nel loro delirio "indotto". Ci sono anche Amanda Seyfried (Sarah, la primogenita di Bill), Branka Katic (Ana) e Aaron Paul (Scott), il protagonista di Breaking Bad. Come ormai sempre più spesso accade, molti sono stati i canali pubblicitari. Brevi episodi (gli ormai comunemente conosciuti webisodes), in questo caso precedenti alla serie (si trovano su youtube), il blog di Margie (Margene's Blog) con annesso Vlog (anche questi brevi episodi reperibili su youtube). Musica varia, con prevalenza di country; nella seconda serie addirittura è stata curata da David Byrne.
Non ci credevo inizialmente, ma anche questa è una buona serie (ormai conclusa), appassionante a volte in maniera incredibile, e dannatamente ben recitata, che tratta di un argomento per noi curioso, ma che probabilmente negli USA, e soprattutto in quelle zone, è parecchio sentito.