No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20120430

Captain America: The First Avenger


Captain America: Il primo vendicatore - di Joe Johnston (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: capitan uozzameriga

Polo Nord, oggi. Un gruppo di scienziati ritrova, in mezzo ai ghiacci, una sorta di navicella con i colori della bandiera degli USA. Flashback. Brooklyn, New York, marzo 1942, USA. Steve Rogers è un giovane molto educato e fisicamente segaligno, che ha come unico obiettivo arruolarsi nell'esercito per andare in Europa a combattere contro i nazisti. A causa del suo fisico, viene più volte scartato dall'arruolamento, a differenza dell'amico Bucky. A questo punto, entra in gioco il dottor Abraham Erskine. Ha tenuto d'occhio il giovane, e capisce che, a dispetto del fisico, Steve è dotato di grande coraggio ed altruismo. Lo sceglie dunque, per somministrargli il siero del Super Soldato, un preparato chimico, al quale Erskine lavora da molti anni, che trasforma il fisico di Rogers in un corpo dalle prestazioni atletiche praticamente inarrivabili. Poco dopo la riuscita della somministrazione del siero a Rogers, Erskine viene ucciso da un uomo dell'HYDRA, organizzazione parallela al nazismo e capitanata da Johann Schmidt, conosciuto anche come Teschio Rosso. Quest'ultimo, è in realtà il primo Super Soldato creato da Erskine, ma rimasto sfigurato per l'imperfezione della prima formula del siero. Steve Rogers viene quindi impiegato dall'esercito per la propaganda pro-arruolamento, indossando un costume dai colori statunitensi; ma si sente inutile. Quando viene a sapere che il fraterno amico Bucky risulta disperso, decide di ignorare gli ordini e di andare a cercarlo.

Di sicuro, il fatto che Captain America non sia mai stato il mio supereroe preferito, e che non abbia mai esercitato su di me l'appeal sufficiente per leggere le sue storie, influisce negativamente sul mio giudizio del film. Inoltre, tutta questa prosopopea filo-americana anti-nazista, con tutto il rispetto, al giorno d'oggi ha un po' stancato: va bene se si raccontano fatti realmente accaduti, ma costruirci sopra un personaggio dei fumetti mi pare una cosa dal mordente risicato. Il film, diretto da Joe Johnston (Jumanji, Jurassic Park III, l'orrendo Wolfman), terza scelta dopo Jon Favreau e Nick Cassavetes, è prolisso ma diretto e recitato dignitosamente, tra l'altro con un cast che vede pure fior d'attori. Ma sinceramente, non lo consiglierei a nessuno. Chris Evans, già Torcia Umana nei due film dedicati ai Fantastici Quattro, visto anche ne Il diario di una tata, Sunshine e Scott Pilgrim vs. The World, è un diligente Steve Rogers. Hugo Weaving è un cattivo sempre convincente (Teschio Rosso), e poi ci sono Tommy Lee Jones (colonnello Chester Philips), Dominic Cooper (Howard Stark), Stanley Tucci (Abraham Erskine), Toby Jones (Arnim Zola). Nel finale, il link con il prossimo The Avengers, uscito in Italia il 25 aprile.

20120429

scuola per ragazze 2



St Trinian's 2 - The Legend of Fritton's Gold - di Oliver Parker e Barnaby Thompson (2009)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: fa ridé anche vesto


Qualche allieva ha spiccato il volo, ma la St Trinian's è sempre la stessa, con la stessa gioia di vivere, ragazze con la stessa voglia di divertirsi, e gli stessi problemi di soldi per mantenerla aperta. Una delle ragazze, Celia, viene contattata da uno sconosciuto, che le propone di recuperare un anello, che si trova nella biblioteca della scuola, per una somma consistente. La cosa diventa un caso tra le ragazze, convinte di poter ottenere più soldi. Lo sconosciuto ritira l'offerta. Consultandosi con Miss Camilla, le ragazze vengono a conoscenza della storia dell'anello, e del pirata antenato proprio di Miss Camilla. Pian piano, il mistero si dipana, e parte una sorta di grande caccia al tesoro.


Squadra che vince non si cambia, recita il famoso detto, e così è stato per il primo sequel del St Trinian's reboot. Stessi registi, quasi interamente lo stesso cast, più o meno lo stesso meccanismo. Nonostante una valanga di recensioni positive, penso che per essere una commedia quasi interamente al femminile, il film non sia malaccio. L'umorismo è abbastanza gretto, come nel film precedente, ma nemmeno così detestabile. Le ragazze sono tutte adorabili, e Jodie Whittaker nei panni della receptionist stonata Beverly è piuttosto divertente. Rupert Everett stavolta, anziché due parti, ne interpreta ben tre. Inedito in Italia (il precedente è uscito da noi quando questo è uscito in patria), sarà perché sono esterofilo, ma non mi è dispiaciuto.

20120428

Vénus noire




Venere nera - di Abdellatif Kechiche (2011)


Giudizio sintetico: da vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: è propio 'r caso di dire....POPO' DI POTTA!!


Saartjie Sarah Baartman nacque attorno al 1789 presso il fiume Gatmoos, in Sudafrica, ed apparteneva all'etnia Khoi, anche conosciuti come ottentotti. Rimasta orfana presto, divenne schiava di una famiglia di boeri; Hendrick Caezar, fratello del padrone di Sarah, convinse Sarah stessa, più il fratello (proprietario) e Lord Caledon (che doveva dare il permesso), Governatore del Sudafrica, ad andare a Londra ed esibirsi come fenomeno da baraccone, promettendole ricchezza. Sarah, così come le donne della sua etnia, era molto bassa (1 metro e 35 centimetri), aveva natiche enormi e prominenti, era, insomma, una donna senza dubbio molto diversa da quello che gli europei concepivano fino ad allora. Aveva inoltre il cosiddetto, dagli studiosi di anatomia dell'epoca, grembiule ottentotto: le labbra della vagina sporgevano dall'organo per più di otto centimetri.




Kechiche, il regista di Tutta colpa di Voltaire, La schivata e Cous cous, ha raccontato con questo film la storia di Sarah, morta a Parigi prima dei suoi 30 anni (nel 1815) di una malattia infettiva, e le cui spoglie riposano finalmente in Sudafrica, vicino a dove nacque, dopo che Nelson Mandela riuscì, nel 2002, a farsi restituire le spoglie dalla Francia.




Kechiche, regista (sceneggiatore e attore) tunisino cresciuto in Francia, dove la famiglia emigrò quando lui aveva sei anni, prosegue il suo personale cammino cinematografico attraverso storie che parlano di immigrazione. Questa volta, però, la storia, seppur romanzata, è vera, realmente accaduta, e nonostante il regista cerchi di rimanere abbastanza asettico, imparziale diciamo, è drammatica ed a tratti straziante, soprattutto per la miseria intellettuale che avvolgeva un po' tutto il cosiddetto Vecchio Mondo (leggi Europa e gli europei), nei confronti di qualsiasi cosa venisse da un'altra parte, ed in particolar modo dall'Africa. Pochi i personaggi che si salvano da questa ottusità (fortunatamente, ce n'è qualcuno). Film un po' prolisso (oltre due ore e mezzo), ma toccante, disturbante, una storia che merita di essere conosciuta e che può servire da metafora per molte situazioni odierne. Eccellente il quartetto di attori principali. Stupefacente la debuttante Yahima Torres nella parte della protagonista Sarah. Ottimo il sudafricano Andre Jacobs nei panni di Hendrick Caezar. Sempre bravo il camaleontico Olivier Gourmet (qui nella parte di Réaux), attore dardenniano come ricorderanno i più attenti. A tratti inquietante Elina Lowensohn (Jeanne), in possesso di una strana sensualità, lei invece attrice spesso "usata" da Hal Hartley, ma vista anche in molti altri film.


Documento.

20120427

morte nera


Black Death - Un viaggio all'inferno - di Christopher Smith (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: un è stupidissimo eh

L'Inghilterra, dal 1347 in avanti, fu investita da una pandemia di peste bubbonica. In un monastero ormai circondato dalla tremenda malattia, sopravvive con alcuni confratelli Osmund, che in preda a tremendi sensi di colpa ama, naturalmente di nascosto dagli altri, una ragazza, Averill. La convince a fuggire lontano dal monastero, sperando di farla sopravvivere; Averill gli propone di raggiungerla, e gli dà un appuntamento, in mezzo alla foresta di Dentwich, per alcuni giorni, dopo di che, se lui non si presenterà, se ne andrà per la sua strada. Osmund è combattuto, ma quando alle porte del monastero si presenta Ulrich, un emissario del vescovo, accompagnato da una spedizione di spietati mercenari, coglie l'occasione al volo. Ulrich, infatti, ha bisogno di una guida di quelle parti, che indichi al gruppo la strada per raggiungere un certo villaggio, dove è giunta voce che l'epidemia non è arrivata. Gli ecclesiastici sospettano che la ragione sia dovuta alla presenza di un negromante, che resuscita i morti e protegge il detto villaggio dalla peste.

Black Death, film inglese uscito in Italia direttamente in dvd lo scorso anno, è un discreto film storico/horror, diretto dal regista del film semi-culto Severance - Tagli al personale. Oltre ad un ottimo cast e ad un'ambientazione senza dubbio eccellente, Black Death è un film all'apparenza non sensazionale ma ben scritto, ben diretto e ben recitato, che piacerà senz'altro a chi non disprezza lo splatter e le ambientazioni medievali. C'è da sottolineare, però, che dentro a Black Death c'è pure una non troppo sommessa critica alla Chiesa cattolica romana, che vi sarà ben chiara nell'ultima parte del film, me che si insinua fin dall'inizio nello spettatore.
Osmund è il giovane Eddie Redmayne, che a breve vedremo sugli schermi italiani co-protagonista di My Week with Marilyn, Ulrich è l'ormai mitico Sean Bean (l'Eddard Stark di Game of Thrones), abbonato alle messe in scena medievaleggianti. C'è pure un'altra attrice del cast di Game of Thrones, l'olandese Carice van Houten (anche in Black Book), qui nei panni di Langiva, strana e magnetica come sempre, e la faccia indimenticabile di John Lynch, che per me sarà sempre il Bobby Sands di Scelta d'amore. Non male.

20120426

on the road again

Vi lascio per un paio di settimane. Kenya, e Dubai sulla via del ritorno. Naturalmente, avrete il "solito" post giornaliero. Che spero vi tenga almeno compagnia. A presto.

Barry


Barry Lindon - di Stanley Kubrick (1976)

Giudizio sintetico: capolavoro estetico (4/5)
Giudizio vernacolare: popo' di storia

Verso la metà del 1700, in un piccolo e sperduto dell'Irlanda, Redmond Barry, un giovane di bella presenza ma di umili origini, si innamora della cugina Nora Brady. Ma al passaggio di un reggimento di truppe del Regno Unito, la famiglia di Nora la spinge tra le braccia di uno degli ufficiali, il capitano John Quinn. Redmond non si dà per vinto, offende in pubblico il capitano, lo sfida a duello e lo ferisce a morte. Spinto dalla madre, fugge verso Dublino in sella ad un cavallo, con in tasca alcune ghinee d'oro. Comincia così l'avventura della vita di Redmond Barry, che si arruolerà nell'esercito, girerà l'Europa, riuscirà ad acquisire un titolo nobiliare, conoscerà grandi vette di agiatezza e poi...

Barry Lindon è uno dei capolavori di Stanley Kubrick, liberamente tratto dal romanzo Le memorie di Barry Lindon di William Makepeace Thackeray, pubblicato per la prima volta nel 1844. Una storia avvincente, toccante, perfino divertente nella sua drammaticità grottesca, ascesa e caduta di un uomo comune, capace di nefandezze in un mondo ancor più meschino e arrivista. Certo, gran parte della spettacolarità del film, della durata di tre ore e diviso in due grandi capitoli, è dovuta al senso dell'inquadratura superbo, ispirato stavolta più che mai alla pittura, nello specifico quella dei paesaggisti del 1700, e alla particolarissima fotografia, curata da Kubrick stesso insieme al suo collaboratore John Alcott (con lui già in 2001: Odissea nello spazio e in Arancia meccanica, e che lo seguirà anche con Shining). Kubrick cercò più possibile di girare con luci naturali, candele e lumi a olio per gli interni, e si dotò di lenti Carl Zeiss pare studiate per la NASA, oltre a nuove telecamere della Panavision. Il risultato è, come detto, superbo, frutto naturalmente anche di un periodo di riprese molto lungo. Non è da meno la direzione degli attori: quasi impossibili da dimenticare le prove dei due protagonisti, Ryan O'Neal nei panni di Redmond Barry/Barry Lindon, e la ancora oggi splendida (se avete visto Io sono l'amore ve ne sarete resi conto) Marisa Berenson (Lady Lindon), che, pensate un po', tanto per raccontarne una delle tante che si dicono su Kubrick, fu costretta dal regista a stare lontana dal sole nei mesi precedenti la produzione per acquisire il pallore tipico di quel periodo storico.
Film che richiede naturalmente un minimo di impegno, per la durata ed il ritmo non travolgente, ma che è obbligatorio per un qualsiasi amante del cinema.

20120425

la scorciatoia di Meek


Meek's Cutoff - di Kelly Reichardt (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: era dura a que' tempi eh

E' il 1845, quando in nord America, una carovana di pionieri guidata dal famoso cacciatore di pellicce e guida Stephen Meek, cerca un passaggio verso ovest diversa dalla Pista dell'Oregon (Oregon Trail). I pericoli sono molti: i nativi americani, che i pionieri immaginano ostili, l'assenza di acqua, la diffidenza tra i membri della carovana stessa. Certo, Stephen Meek non è una figura che ispira il massimo della fiducia.

Kelly Reichardt, che ho conosciuto, a livello cinematografico con il suo precedente Wendy and Lucy (ma della quale ho in programma di vedere prima, e raccontarvi poi, anche l'ancor più datato Old Joy), mi pare una cineasta interessante, con un tocco che tende al realismo. Stavolta si cimenta con un momento storico statunitense, rimanendo curiosamente in Oregon, come in Wendy and Lucy, ma andando indietro nel tempo di oltre 160 anni. Il film, con la sceneggiatura del solito (per lei) Jonathan Raymond, che ha curato anche la trasposizione di Mildred Pierce, è tutto giocato sulla tensione tra i membri della carovana (tra di loro e verso Meek), e la paura dell'ignoto, oltre che della morte. Il cast è di lusso, per una produzione indipendente. Michelle Williams (Emily Tetherow), sempre bravissima, e Will Patton (Soloman Tetherow), presenti anche in Wendy and Lucy, Paul Dano (Thomas Gately) e Zoe Kazan (Millie Gately), Shirley Henderson (Glory White) e Neal Huff (William White). Nella parte di Stephen Meek c'è l'inossidabile caratterista Bruce Greenwood, seppellito letteralmente sotto abbondanti barba e capelli. Nella parte del nativo americano c'è l'esperto stuntman Rod Rondeaux. Un film apparentemente "semplice" con una trama esile, ma che può leggersi come una limpida metafora del "carattere" statunitense.

20120424

tutte cose buone


All Good Things - di Andrew Jarecki (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: storia incompleta d'uno svarvolato

Anni '70, New York. David Marks è uno dei figli del ricchissimo proprietario immobiliare Sanford Marks. Taciturno e solitario, David cerca di non farsi coinvolgere negli affari di famiglia, ma spesso vi è costretto. Conosce nei primi anni '70 Katie McCarthy, da poco arrivata in città dalla provincia per studiare, visto che abita in affitto in uno dei tanti appartamenti di proprietà del padre. Tra i due scocca immediatamente la scintilla dell'amore, si sposano nel 1973. Si trasferiscono nel Vermont per vivere una vita semplice, aprono un negozio di prodotti naturali che chiamano All Good Things. Ma il padre di David lo va a riprendere, e David comincia a lavorare per il padre, dopo che la coppia si trasferisce in una lussuosa casa vicino alla Grande Mela. Katie ricomincia a frequentare l'università, e David comincia a mostrare una parte di sé che Katie non conosceva. E' una storia d'amore tormentata, di tira e molla, finché Katie, nel 1982, scompare e non viene più ritrovata.

Andrew Jarecki, che avevamo apprezzato moltissimo nel 2004 con il suo documentario Una storia americana (Capturing the Friedmans), su una bruttissima storia (appunto) americana, stavolta, su sceneggiatura del debuttante Marcus Hinchey e dell'amico e collaboratore Marc Smerling, si basa ancora su una storia vera, quella strana e morbosamente affascinante del miliardario Robert Durst, ma ne fa una fiction, cambiando i nomi dei protagonisti, e scegliendo un cast stellare. Ne esce un film senza dubbio con un marchio personale, inquietante e al tempo stesso quasi comico, nonostante il soggetto e le cose che si vedono accadere, con un ritmo rallentato in un modo così innaturale, che pare fatto apposta per "avvicinare" in qualche modo lo spettatore al ritmo del protagonista. Ryan Gosling è David Marks, e la sua prestazione ricorda un po' quella del protagonista di Drive: un personaggio di poche parole, con scatti improvvisi. Ottimo anche stavolta. Kirsten Dunst è Katie, ed è brava come sempre, radiosa o inquieta, a seconda di quello che la storia richiede. Ottimi pure Frank Langella (Sanford Marks) e Philip Baker Hall (Malvern Bump). C'è anche Kristen Wiig (Lauren Fleck). Un film che ha subito dei ritardi di distribuzione anche negli USA, e che in Italia non ne ha ancora trovata una, nonostante la presenza di due attori famosissimi. Forse a causa della particolarità del ritmo, o della storia, ancora irrisolta. Chissà.

20120423

Clear eyes, full hearts: can't lose!


Friday Night Lights - di Peter Berg - 5 stagioni (76 episodi; NBC) - 2006/2011


Immaginatevi. Uno stadio pieno di tifosi di football, in uno stato degli USA che impazzisce per quello sport. Finale del campionato dello Stato, football delle high school, le scuole superiori, una roba che qui in Italia non potremmo concepire, ma basta che pensate un attimo a tutti quei genitori che si scannano sulle tribune degli stadi di calcio delle categorie giovanili, e potrete immaginarvi qualcosa in più. Siamo negli spogliatoi, all'intervallo. La squadra che stiamo vedendo negli spogliatoi, una squadra del liceo di una cittadina di provincia non troppo grande, sta perdendo per 26 a 0. Sono arrivati alla finale statale pur avendo perso alla prima partita della stagione il loro miglior giocatore, il quarterback Jason Street, per un infortunio che lo ha reso disabile dalla vita in giù. Eppure, il loro coach, Eric Taylor, ha fatto della riserva di Street, Matt Saracen, un ragazzino timido con velleità da artista figurativo, che parla pochissimo ed è intimidito da qualsiasi cosa, cresciuto senza madre (che ha abbandonato il tetto familiare quando lui era ancora piccolo), e con il padre da anni nell'esercito statunitense, prendendosi cura della nonna ormai affetta da demenza senile, ha fatto di lui un quarterback più che valido, nonostante non abbia quel talento. Ha migliorato altri due giocatori importanti, ha messo a punto strategie intelligenti, ha portato la squadra a quella finale, giocando pulito e divertendo. Sotto di 26 punti, senza aver segnato, non smette di crederci, riunisce la squadra, ed ecco cosa dice loro:



Quando Jason Street s'infortunò alla prima partita della stagione, tutti ci consideravano fuori. Tutti. E nonostante questo siamo qui, alla finale statale. Anche queste 40mila persone, qua fuori, ci considerano fuori. Ma ce n'è qualcuna che crede ancora in voi. Qualche persona che non si arrenderà mai per quanto riguarda voi. Quando tornerete là fuori, sul campo, voglio che siano quelle le persone che avete in mente. Quelle le persone che voglio che siano nei vostri cuori.

Ogni uomo, ad un certo punto della sua vita, perderà una battaglia. Lotterà e perderà. Ma quello che fa di lui un uomo, nel mezzo di questa battaglia, è che non perde se stesso. Questa partita non è finita. Questa battaglia non è finita. Perciò fatemelo sentire ancora una volta, insieme: occhi sereni, cuori impavidi, non possono perdere!



Friday Night Lights, la serie NBC di cui vi sto parlando (e che ho appena terminato di vedere) è tratta dal libro quasi omonimo, Friday Night Lights: A Town, A Team, and a Dream, di H. G. Buzz Bissinger, lo stesso che aveva scritto l'articolo che ispirò il film L'inventore di favole. Questo libro del 1990, mai tradotto in italiano, aveva già ispirato una mini-serie tv, Against the Grain, del 1993, e un film per il cinema, Friday Night Lights, diretto da Peter Berg ed interpretato da Billy Bob Thornton nella parte del protagonista (e non abbastanza convincente come questa serie, ma ne parleremo in occasione della recensione del film). Berg è, pensate un po', cugino di secondo grado del giornalista/scrittore Bissinger, ed ha preso talmente a cuore la storia (basata su fatti realmente accaduti, almeno quella del libro, nato come un reportage/inchiesta sull'importanza e l'influenza del football nel sud degli USA) che dopo il film, ha sviluppato per la televisione l'idea di farne una serie. Addirittura, Berg stesso ha dichiarato che se riuscirà a riunire lo stesso main cast della serie, ha già pronto un secondo film per il cinema, che riprenderebbe il plot della serie.

Detto questo, c'è chi, come Bill Simmons (ESPN Magazine), ha implorato i lettori di vedere la serie, definendola come la migliore serie sportiva mai realizzata. Negli USA, lo share non ha mai realmente entusiasmato, ma la critica ha acclamato lo show. In realtà, Friday Night Lights (in Italia inizialmente è stata intitolata High School Team) è una serie molto interessante dal punto di vista sociale e tecnico, e straordinariamente appassionante dal punto di vista dell'intreccio della sceneggiatura, che ovviamente mette in campo meccanismi da telenovela, soprattutto per quanto riguarda le storylines sentimentali. Provo a spiegarmi meglio.

Dal punto di vista sociale, la serie è uno spaccato della profonda provincia sud degli USA, nello specifico del "grande stato" del Texas. I personaggi sono tutti amabili nel loro attaccamento alle loro radici, ma al tempo stesso lasciano continuamente trapelare una sorta di profonda insofferenza rispetto alla pochezza offerta dalla loro realtà. Questa è una cosa comune, ma quando si osservano alcuni popoli dall'esterno, il fatto è coinvolgente. Lo statunitense, il texano medio, viene dipinto con tutti i suoi limiti e i suoi difetti. Razzismo, fondamentalismo cattolico, passioni per le armi, per l'alcool, per le risse, machismo, campanilismo esagerato. Lo stato sociale non riceve nessuno sconto da Friday Night Lights: i tagli scolastici sono una delle costanti della serie. Grande attenzione alla descrizione della famiglia: l'unica che sembra decente è quella dei protagonisti, del coach Taylor, ma pure questa viene continuamente messa alla prova dall'essere costantemente sul filo del rasoio della stabilità economica. Il resto è davvero deprimente: genitori completamente assenti, alcolizzati, drogati, carcerati, divorziati con rancori estremi, bugiardi, fedifraghi, incapaci di un minimo di equilibrio, oppure intolleranti, pregni di un razzismo strisciante o di una falsa morale cattolica. Quasi ogni famiglia ha, nella sua storia, un aborto o una gravidanza indesiderata, un concepimento in giovane età. Inoltre, spesso le decisioni prese dalle scuole, dipendono o sono fortemente influenzate dai finanziatori privati. Il football, le cui partite a livello di high school si giocano il venerdì sera (da qui il titolo), è una passione viscerale (come il calcio da noi; una battuta frequente è "ama il football, è solo che ancora non lo sa!"), attorno al quale ruotano interessi piuttosto grandi, e a volte rappresenta una via d'uscita da situazioni familiari o sociali disastrose, una possibilità di riscatto, di ascesa sociale.

Dal punto di vista tecnico, oltre ad una lunga serie di interpretazioni davvero valide e brillanti, la serie si differenzia dalle altre per una libertà di azione che la produzione, gli sceneggiatori e i registi, hanno dato al cast, lasciandoli liberi di "creare" e di arricchire i proprio personaggi, pur mantenendo le linee guida. Pare che non ci fossero prove, e che gli attori fossero lasciati liberi anche di muoversi a loro piacimento, e che le direttive date agli operatori di macchina fossero quelle di seguirli in ogni movimento. Le camere sono molto spesso usate a mano, e per questo le immagini sono sovente mosse e inizialmente sfuocate, quando comincia una nuova inquadratura. Le scene delle partite sono ovviamente dinamiche e molto coinvolgenti. Il crescendo che gli sceneggiatori riescono a creare anche per le partite è ottimo: mi sono spesso ritrovato ad esultare per un touch-down (ma, per rimanere fedele al mio carattere, anche a piangere su quasi ogni episodio, nonché ad esultare per una particolare proposta di matrimonio). Le dinamiche tra i personaggi, siano questi amici, nemici, amanti, sono estremamente credibili, se ci si mette nell'ottica di una cittadina non troppo grande: a proposito, è Dillon, una cittadina texana fittizia. C'è un sacco di musica, godibile, famosa o meno (quando ho sentito, in un episodio della quinta stagione, un pezzo di Basia Bulat, ho gettato alle ortiche anche le ultime resistenze critiche sullo show). C'è perfino uno dei personaggi che ha una band, i Crucifictorius, che durante le stagioni passano dal death metal (anche se uno spettatore sicuramente più attento, e più americano di me, dice che è una christian speed metal band, e sottolinea lo splendido merchandising) al rock alternativo.

Kyle Chandler (visto ultimamente in Super 8), che ha vinto un Emmy per questa interpretazione, è uno splendido coach Eric Taylor. I suoi discorsi negli spogliatoi o in mezzo al campo, così come i suoi silenzi, il suo accento strascicato (visto naturalmente in originale), sono irresistibili. Connie Britton (due Emmy per lei), attrice che non conoscevo e che aveva interpretato la moglie del coach anche nel film di Berg, è una presenza irrinunciabile nei panni di Tami Taylor. Aimee Teegarden è Julie, la loro deliziosa figlia maggiore, brava a descrivere un'adolescente non problematica, ma piena di dubbi. Il bellissimo Taylor Kitsch (in questo periodo sugli schermi con John Carter, da protagonista), è il tormentato full back Tim Riggins, e devo dire che la parte da bello e dannato gli riesce proprio dannatamente bene. Zach Gilford è il quarterback Matt Saracen, e a mio parere fa uno splendido lavoro nell'interpretazione di questo timido, delicato, tormentato, artisticamente dotato, giovane texano un po' fuori posto. Jesse Plemons è un simpaticissimo Landry Clark, fondatore tra l'altro dei Crucifictorius. Probabilmente il mio personaggio preferito, unico del cast ad aver giocato a football. Minka Kelly è la bella Lyla Garrity, e Adrianne Palicki è la secondo me esplosiva (e altissima) Tyra Collette. Potrei continuare, ma se vi interesserà, lascio a voi scoprire il resto del cast.

Una serie degna di nota.

20120422

holy fuck!


Shameless US - di Paul Abbott sviluppata da John Wells - Stagione 2 (12 episodi; Showtime) - 2012

I Gallagher sono ancora lì, nel loro degradato quartiere di Chicago, proprio sotto la metropolitana sopraelevata. Fiona cerca di togliersi dalla mente Steve, ormai lontano, Frank, vivendo ancora con Sheila, continua con i suoi espedienti per "guadagnarsi" la vita, Lip capisce di amare Karen che invece sta frequentando un nuovo ragazzo conosciuto alle riunioni dei dipendenti da sesso anonimi, Ian vuole entrare nell'esercito, Debbie e Carl gestiscono una sorta di asilo in casa, mentre Fiona dorme dopo aver lavorato di notte insieme a Veronica.

Devo premetterlo, non vorrei che il mio giudizio sulla seconda stagione dello Shameless statunitense risultasse falsato dal fatto di aver visto le otto stagioni (e tutti gli episodi andati in onda fin'ora della nona) della versione originale inglese, esattamente nel periodo lasciato vuoto tra la prima e la seconda stagione della versione statunitense. Leggendo qua e là, si intuisce che Paul Abbott ha lasciato le redini in mano a Wells; non so se dipenda da questo, o dalla "tattica" già intuita nella stagione precedente, che a differenza della serie inglese tende a portare avanti tutte le storylines di tutti i personaggi contemporaneamente, fatto sta che questa nuova stagione, che sarà seguita tra circa dieci mesi da una terza, è risultata inferiore alla prima, e spesso per eccesso di confusione negli episodi. Si fa fatica a ritrovare in Shameless lo stesso appeal selvaggio, divertente ma mai banale, dello scorso anno. Qualche eccesso (anche visivo) di troppo, qualche personaggio assolutamente inutile (almeno, fino ad ora), un gradito ritorno di Nonna Gallagher, l'immutata presenza (almeno, fino ad ora) della colonna portante della serie, il personaggio di Fiona, ancora una volta interpretato in un modo che, a questo giro, è realmente ai livelli dei due grandi, William H. Macy (Frank) e di Joan Cusack (Sheila), che invece stavolta risultano complessivamente un pochino sottotono; di questo bisogna dare atto a Emmy Rossum, alla quale auguro una sfavillante carriera. Vedremo il prossimo inverno, se potremo considerare questa appena conclusa una stagione "di passaggio", oppure l'inizio di una decadenza inesorabile.

20120421

Kali-fornication


Californication - di Tom Kapinos - Stagione 5 (12 episodi; Showtime) - 2012

Tre anni dopo il suo addio nel finale della stagione quattro, Hank vive a New York con la nuova fiamma Carrie. L'ultimo romanzo è andato bene, il blocco dello scrittore non c'è più, Hank non è più un miserabile, in fondo. Ma in testa c'è sempre l'amore della sua vita (Karen), e la rottura con Carrie è inevitabile; non sarà però indolore. Meno male che Runkle lo chiama per sondare la possibilità di scrivere una sceneggiatura. Samurai Apocalypse, una stella dell'hip-hop, vuole debuttare nel mondo del cinema alla grande, e vuole Moody. C'è quindi da tornare ad L.A.

Spiace dirlo, ma Californication è roba del passato. Ha ragione chi dice che c'è da prendere seriamente in considerazione la possibilità di non guardarsi la sesta stagione, che è in cantiere. Hank ormai è diventato una figura tenera, indifesa. Fa sempre grandi battute, si ritrova continuamente in situazioni divertenti, ma non è più lui. E' un uomo divenuto schiavo di una sola donna, Karen, che rivede se stesso nell'attuale fidanzato della figlia Becca, e, indovinate un po', non si piace. Tutti e dodici gli episodi della quinta stagione riscaldano questa minestra che dopo un po' stucca. Sopravvivono momenti che ci ricordano com'era Californication quando divertiva davvero, ma immediatamente dopo si torna all'insipida realtà. C'è poco altro da aggiungere, purtroppo. Nuovi ingressi nel cast sono Scott Michael Foster (Tyler, il fidanzato di Becca), RZA (si, proprio quello del Wu-Tang Clan) nei panni di Samurai Apocalypse, e le bellissime (come poteva essere altrimenti?) Meagan Good nei panni di Kali, e l'inglese Camilla Luddington (la vedremo nella prossima stagione di True Blood) nella parte di Lizzie.
Hank, ti abbiamo amato. Lasciamoci con un buon ricordo.

20120420

Abdulrahman


Zeitoun - di Dave Eggers (2010)

Se ne andarono dalla prigione il più rapidamente possibile. Oltrepassato il cancello principale si sentirono sollevati, e ancor di più percorrendo il lungo viale costeggiato dalla recinzione bianca, raggiungendo infine la strada. Di tanto in tanto Zeitoun si voltava indietro, per assicurarsi che nessuno li stesse seguendo. Adnan controllava lo specchietto retrovisore avanzando veloce lungo la strada di campagna, per mettere più distanza possibile tra loro e la prigione. Attraversarono un lungo corridoio di alti alberi, sentendosi a ogni chilometro più sicuri del fatto che Zeitoun fosse assolutamente libero.

Ho scelto questo libro, per leggere qualcosa di Eggers, e chissà, magari ho pure sbagliato. Zeitoun è un libro di cosiddetta nonfiction, visto che racconta la storia della famiglia omonima, ma soprattutto l'odissea vissuta dal capofamiglia Abdulrahman, nato in Siria, marinaio in giro per il mondo prima, proprietario di un'impresa per ristrutturazioni a New Orleans poi, immediatamente dopo il passaggio dell'ormai tristemente famosissimo uragano Katrina. Abdul, infatti, in quei giorni a cavallo di fina agosto-inizio settembre del 2005, a differenza della moglie Kathy, che si portò dietro i quattro figli Zachary, Nademah, Aisha e Safiya via da New Orleans, decise di rimanere in città. La coppia, oltre che essere gestrice dell'impresa Zeitoun A. Tinteggiature e ristrutturazioni, possedeva diversi immobili e aveva quindi molti clienti e molti inquilini in città; Abdul decise che era la cosa migliore da fare. Nonostante l'uragano si fosse rivelato molto più devastante di quello che si immaginava (in realtà, la devastazione fu provocata dal cedimento di alcuni argini), Zeitoun era sopravvissuto, era riuscito a salvare molti effetti personali della loro casa, e, grazie ad una canoa che per sfizio aveva comprato anni addietro in un mercatino, aveva trovato il modo di aiutare altri sopravvissuti meno fortunati, e a telefonare ogni giorno alla moglie, trovando una centralina telefonica, che era rimasta sopra il livello delle acque che avevano invaso la città, proprio in uno dei condomini che appartenevano alla famiglia. L'odissea di Zeitoun però comincia alcuni giorni dopo l'uragano, quando assieme ad altre tre persone, venne arrestato ingiustamente da una pattuglia mista (poliziotti, guardia nazionale, polizia privata) che lo mise nel carcere improvvisato creato in città per arginare sciacallaggio e anarchia. Da qui, senza la possibilità di ricevere cure mediche, alimentazione adeguata, fare almeno una telefonata ed avere assistenza legale, Zeitoun fu trasferito in un altro carcere. Per circa 13 giorni, sua moglie non ebbe più notizie di lui, e non riuscì in alcun modo ad averle.
Eggers ha una scrittura fluida ed incalzante, e la struttura del libro, oltre ad affascinare, con qualche flashback delizioso che ci racconta, con poche pennellate, la vita di Zeitoun, l'inizio della coppia, ed altri splendidi cenni alla famiglia di Zeitoun, tiene col fiato sospeso da quando Zeitoun viene arrestato fino a quando Kathy riesce ad avere nuovamente sue notizie. La storia, che, personalmente, mi ha fatto pensare che sarebbe stato eccezionale aver letto questo libro prima di cominciare a vedere la serie Treme, dà un'idea piuttosto precisa sia del disastro che ha colpito New Orleans, sia del caos generatosi subito dopo, e delle colpe del governo statunitense. Il personaggio di Zeitoun, così come l'intera famiglia, è da amare incondizionatamente dall'inizio alla fine, ed il libro nel suo complesso ha un altro splendido pregio, e cioè quello di avvicinare il lettore all'islam migliore. Zeitoun è, quindi, un libro toccante, intenso, commovente, ben scritto, che se non fosse il migliore di Eggers, mi fa domandare quanto belli possano essere gli altri.

20120419

Via Cile numero 672


Chile 672 - di Pablo Bardauil e Franco Verdoia (2006)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: par d'esse a sciangai

Buenos Aires, Argentina, quartiere di San Telmo. Nel condominio di via Chile, al numero 672, vive un bel campionario di personaggi. Nelson è l'autista dello scuolabus, il suo matrimonio è in crisi e sua figlia è insopportabile. Instaura uno strano vincolo con la piccola Macarena, di nove anni, che lui porta ogni mattina a scuola. Malena è un'attrice di mezza età che dopo una brutta depressione, cerca di riprendere a recitare. Silvia è una giovane che ha ricevuto un'educazione strettamente cattolica, e questo l'ha portata a vivere una vita piena di paure e sensi di colpa. Simona, un'italiana dai costumi molto spregiudicati, che cerca di risolvere i suoi problemi economici portandosi a casa più uomini che può; non ufficialmente una prostituta, si attira le ire di alcuni condomini, fomentati da un'odiosa specie di caposcala, perché quando fa l'amore fa pure troppo chiasso.

Film di debutto dei due registi argentini Bardauil e Verdoia, che ha l'intenzione di raccontare vari modi di affrontare la tremenda crisi del 2001, Chile 672 è un curioso film corale a bassissimo budget che fu presentato in alcuni festival, ma non ha mai varcato i confini argentini come distribuzione nelle sale. Da alcuni giudicato troppo pretenzioso, ha effettivamente grossi limiti tecnici, ma ha dalla sua una oppressiva e continuativa sensazione di claustrofobia, alcuni momenti divertenti ed altri di vera tensione. Recitazioni così così, idea non originalissima, ma se visto, non passa inosservato e rimane in mente.

20120418

diritto di famiglia


Derecho de familia - di Daniel Burman (2006)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: bellino



Buenos Aires, Argentina. Ariel Perelman, avvocato, difensore pubblico, ha seguito le orme del padre Bernardo Perelman, per tutti il dottor Perelman, vedovo da anni e completamente dedito al suo lavoro. Ariel in alcune cose è identico al padre, in altre è completamente diverso. O almeno crede. Avendo anche insegnato legge, Ariel è metodico: si lancia alla conquista di una ex allieva che gli piace molto, Sandra, che insegna Pilates. Si iscrive ad uno dei suoi corsi, la conquista, la sposa, hanno un figlio e una vita felice. Mentre educa Gastón e porta avanti con buoni risultati la vita coniugale con Sandra, Ariel riflette sul suo rapporto col padre. Gli somiglia? Non gli somiglia? Il padre è soddisfatto di lui? Il padre è felice? Il loro non è mai stato un rapporto molto stretto, ma il dottor Perelman è sempre stato più che presente. Un bel giorno, il dottor Perelman cambia completamente, inizia a stravolgere le sue abitudini. Perché?



Daniel Burman è un giovane (non ha ancora 40 anni) regista argentino, di origini ebree polacche, ma a dispetto della relativamente giovane età è già un regista esperto, nonché attivo produttore (a parte tutti i suoi film ha, come dire, "messo le mani" in produzioni di altri registi quali Garage Olimpo, I diari della motocicletta, per citare titoli conosciuti fin da noi, e, per esempio, in piccole ma validissime produzioni sudamericane quali l'ottimo Como un avion estrellado, del quale prima o poi vi parlerò). Il primo suo film che sono riuscito a vedere fu El abrazo partido - L'abbraccio perduto, del 2004, probabilmente l'unico dei suoi lavori distribuito in Italia, e mi sono ripromesso di scovare anche gli altri suoi film, perché questo era davvero un buon film. Il precedente Todas las azafatas van al cielo era inferiore, ma non da buttare. Questo Derecho de familia, che segue El abrazo partido, mantiene una notevole verve comica, tipico suo marchio di fabbrica, ed innesta su questa vena comica il tema, presente pure nel film precedente ma al contrario, del rapporto padre/figlio, estendendolo a quello padre/nipote, con un buon tocco, lieve e delicato, riuscendo a far ridere e a far riflettere. Questo Derecho de familia, insieme a El abrazo partido e al precedente Esperando al Mesías, formano in realtà una trilogia che è stata chiamata ufficiosamente "la trilogia di Ariel", visto che in tutti e tre i film il protagonista si chiama Ariel, seppur cambiando cognome (e denotando la parziale origine autobiografica del tutto, visto che il protagonista è ebreo). Ariel è sempre interpretato da Daniel Hendler, attore uruguaiano attivo soprattutto in Argentina, molto legato a Burman (le sue note biografiche ci dicono che i due si sono conosciuti mentre Burman e Marco Bechis stavano facendo dei casting per Garage Olimpo); Burman ha una faccia simpaticissima, e pure in questo film, che grava per un buon 90% sulle sue spalle, risulta decisivo. Ottime anche le prove di Arturo Goetz nei panni del dottor Perelman, e della deliziosa Julieta Díaz (vista in La señal e in Maradona, la mano di Dio di Marco Risi) nella parte di Sandra.

20120417

El ángel exterminador


L'angelo sterminatore - di Luis Buñuel (1962)


Giudizio sintetico: da vedere (4/5)

Giudizio vernacolare: o da chi la 'omprava la robba vesto vi?



Messico, nella capitale, una coppia dell'altissima borghesia, Edmundo e Lucia Nobile, dopo una serata all'opera, invitano una ventina di amici, naturalmente di pari ceto sociale, per una cena sontuosa. Misteriosamente, i cuochi ed i servitori, abbandonano la tenuta padronale un po' alla volta. La cena risulta dunque incompleta, mentre nel palazzo accadono cose inconcepibili, sullo sfondo. Il gruppo di altolocati non si dà per vinto, e prosegue la serata con un'esibizione di pianoforte (a tratti imbarazzante), per la quale si spostano dalla sala da pranzo al salotto, e alla quale seguono ulteriori conversazioni che vertono sul nulla. Tra i presenti, mentre la notte va avanti, c'è chi comincia a chiedersi come mai nessuno se n'è ancora andato: addirittura, nessuno ha abbandonato la stanza. Il sonno arriva, e gli invitati, insieme ai padroni di casa, si stendono sul pavimento per dormire un po'. Al mattino seguente, quando qualcuno decide di provare ad abbandonare la stanza, ci si accorge che nessuno di loro riesce ad attraversare l'uscita del salotto. Il nervosismo comincia a serpeggiare, la fame e la sete si fanno sentire, mentre dall'esterno ci si rende conto che non si riesce ad entrare. Come uscire da questa situazione?



Tratto dall'opera teatrale Los naufragos di José Bergamín, anche lui un tipo decisamente interessante, che come Buñuel fu contrario al regime franchista e visse a lungo in esilio, un tipo talmente "contro" che morì, per suo espresso desiderio, nei Paesi Baschi, per scelta polemica ("Para no dar mis huesos a tierra española"), L'angelo sterminatore è un film dalla eccezionale forza critica ed allegorica, uno sbeffeggiamento lungo un'ora e mezzo. Il suo ormai classico surrealismo, serve ancora una volta a deridere l'inutilità e la follia eccentrica delle classi agiate, in un tempo (non diverso, purtroppo, da quello odierno) in cui le differenze sociali erano ancora enormi. Non viene risparmiata, ancora una volta, l'istituzione ecclesiastica, con il finale del film che, se la parte precedente poteva perfino far sorridere, mette davvero addosso un senso di disagio e quasi di paura. Bianco e nero che oserei definire patinato, per quei tempi, e un cast divertente. Ancora una volta, geniale e dissacrante.

20120416

Scuola per ragazze


St Trinian's - di Oliver Parker e Barnaby Thompson (2009)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: fa ridé


Regno Unito. La St Trinian's è una scuola per sole ragazze, un po' particolare. A partire dalla sua direttrice, Camilla Fritton, spirito libero seppure ormai anziana, accoglie a braccia aperte gli "scarti" delle altre scuole con la puzza sotto il naso, per dar loro spazio e per sviluppare il loro potenziale, qualunque esso sia. Detta così, sembrerebbe un'opera di carità. Invece, il St Trinian's è una sorta di inferno felice, fatto di ragazze anarchiche e fuori controllo. Carnaby, il fratello di Camilla, giunge alla scuola per lasciarvi la figlia Annabelle, che al contrario, non vuole rimanerci. Mentre la scuola stessa sta andando in bancarotta, e a questo proposito il Ministro dell'Educazione vuole approfittarne per far chiudere la scuola, ritenuta una vergogna dal sistema scolastico britannico, le ragazze insieme alla direttrice organizzano un modo complicato, ma remunerativo, per continuare ad esistere. Annabelle, inizialmente terrorizzata dall'insieme del St Trinian's, crescerà e cambierà insieme alle sue compagne.


St Trinian's è una commedia inglese sboccata, gretta, diciamo di bassa lega. Ma a mio modo di vedere, non è stupida, è divertente, non risparmia critiche sociali e satira varia su personaggi famosi. Tra l'altro, e non lo sapevo fino a pochi minuti fa, è una sorta di tradizione inglese: è infatti il sesto titolo che fa riferimento ad un soggetto inventato dal disegnatore satirico inglese Ronald Searle, che satirizzava, usando l'antitesi (una scuola che raccogliesse ragazze gangster, scommettitrici, che vivevano di espedienti poco legali) rispetto al modello scolastico di quello che nel Regno Unito viene definito posh girls boarding school. Il primo fu The Belles of St Trinian's, del 1954, dal quale riprende molte cose (e quindi possiamo considerare St Trinian's un reboot), non ultimo il doppio ruolo del protagonista, qui uno spassoso Rupert Everett nei panni di Camilla e di Carnaby Fritton. A questo seguirono Blue Murder at St Trinian's (1957), The Pure Hell of St Trinian's (1960), The Great St Trinian's Train Robbery (1966) e The Wildcats of St Trinian's (1980).

Tornando a questo St Trinian's, il film, seppure a strappi, funziona e diverte. Di Rupert Everett abbiamo già detto (spassoso) nel doppio ruolo, la sua antitesi è rappresentata, pensate un po', da Colin Forth che interpreta il "cattivo" Geoffrey Thwaites, il Ministro dell'Educazione. C'è Stephen Fry nei panni di un se stesso ironico, e le Girls Aloud al completo (quindi anche Cheryl Cole), che curano anche la colonna sonora. A proposito di Cole, c'è pure Lily, nei panni di Polly. Juno Temple (Kaboom, Lo stravagante mondo di Greenberg) è Celia, Talulah Riley (Inception, I Love Radio Rock) è Annabelle, irriconoscibili (per me) Jodie Whittaker (Venus, Good) nei panni di Beverly e Gemma Arterton (Tamara Drewe, RocknRolla) nei panni di Kelly. Apparizioni anche per Caterina Murino (Miss Maupassant), Lena Headey (Miss Dickinson), Toby Jones (Bursar). Riferimenti infiniti, citazioni, autocitazioni a non finire. Se vi interessassero.

20120415

di cosa ridono le donne?


¿De qué se rien las mujeres? - di Joaquin Oristrell (1997)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: du' risate le fa fa



Spagna. Luci, Graci e Mari sono tre sorelle legatissime, che oltre al legame di sangue condividono anche il lavoro: sono un trio comico. Vanno bene, ed hanno un sacco di impegni, ma Luci sta pensando di mollare. Mentre assistono al matrimonio di loro padre, con una ragazza che ha 45 anni meno di lui, il marito di Luci, che ad insaputa di lei la tradisce continuamente, per correre dietro ad una nuova conquista, viene investito ed ucciso da un'auto. Nonostante il lutto, le sorelle decidono di onorare il contratto che hanno sottoscritto, per andare in scena durante tutto il mese d'agosto in un locale a Benidorm. Luci scopre, leggendo l'agenda di suo marito, tutti i suoi tradimenti; decide quindi di "restituirgli" i tradimenti, cominciando ad andare con più uomini. Le sorelle la appoggiano, ma le cose non vanno esattamente come pensavano.



Debutto nel lungometraggio cinematografico per l'esperto sceneggiatore catalano Oristrell, con una pellicola divertente, ma un po' ingessata e prevedibile. Ottima e spumeggiante, seppure costantemente sopra le righe, Verónica Forqué nei panni di Luci, spalleggiata dall'altrettanto ottima Candela Peña, qui ancora alle prime armi. In una piccola parte c'è perfino Elena Anaya (che abbiamo conosciuto grazie soprattutto ad Almodóvar, fino ad essere stata assoluta protagonista del suo ultimo La pelle che abito). Decisamente non un film imperdibile, ma strappa comunque qualche risata con leggerezza ed ironia.

20120414

Snow Flower and the Secret Fan



Il ventaglio segreto - di Wayne Wang (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: occome facevano a caminà?


Nell'odierna Shangai, Sophia è vittima di un grave incidente, che la lascia in coma, sospesa tra la vita e la morte. Questo fatto ferma Nina dalla sua partenza per gli Stati Uniti, un fatto che avrebbe dato il via alla sua definitiva affermazione carrieristica. Nina accorre al capezzale di Sophia, nonostante le due amiche per la pelle non si vedessero da un bel po' di tempo. Il legame che c'è tra le due giovani è qualcosa di più che un'amicizia: Nina e Sophia sono infatti laotong, un'antica tradizione cinese, che significa qualcosa come sorelle giurate. Nina, mentre si dispera (non può perdere Sophia senza prima aver riallacciato la sorellanza), ripercorre mentalmente le tappe della loro storia, e ritrova un romanzo che Sophia stava scrivendo, su un'antica coppia di laotong vissute nella cina ottocentesca, Lily (Giglio Bianco) e Fiore di Neve, di estrazione diversa ma legate per la vita nonostante le vicissitudini, sottoposte alla pratica del Loto d'oro, che si scrivevano in una lingua ormai scomparsa (qualche anno fa, realmente, è morta l'ultima donna che la conosceva), il Nushu, tra le pieghe di un ventaglio.


Nostalgia Wayne Wang. Se ripenso a Mangia una tazza di té, alle lacrime versate su Il circolo della fortuna e della felicità, i primi film che mi avvicinarono ad un tipo di filmografia con un altro ritmo, o addirittura al suo apice Smoke e, anche se in misura leggermente minore, Blue in the Face, e pensare che lo stesso regista poi è stato capace di dirigere una boiata quale Un amore a 5 stelle, mi prende davvero male. Il brutto è che Wang, dopo questo ultimo film citato, del 2002, ha continuato a sfornare film inguardabili, e c'è da dire che con questo Il ventaglio segreto sembra riavvicinarsi a qualcosa di quasi sufficiente. L'idea, tratta dal libro omonimo (in originale, mentre in italiano il libro si intitola Fiore di neve e il ventaglio segreto, e, come vedete, il titolo del film sintetizza) di Lisa See, non è neppure malaccio. E' lo svolgimento, pachidermico ed intriso di una melassa che invischia il tutto, che non convince per niente, e fa pensare che, ormai, Wayne Wang non ci emozionerà più come una volta. Le due protagoniste, Bingbing Li (Nina ma anche Lily) e Gianna Jun (Fiore di Neve ma anche Sophia) sono bellissime e stucchevoli, Hugh Jackman (Arthur) è più ingessato del solito. C'è anche Vivian Wu (L'ultimo imperatore per Bernardo Bertolucci, I racconti del cuscino per Greenaway) nel ruolo della zia.

20120413

The Goddess of 1967



La dea del '67 - di Clara Law (2001)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: io andavo un po' più lontano a comprà 'na macchina

Tokyo. JM, un giovane hacker ricco di famiglia, con una casa high-tech e una (forse) relazione fredda, sta cercando in rete una Citroen DS (pronuncia francese déesse, esattamente come dea). La trova presso un proprietario australiano. Dopo essersi accordati sul prezzo, JM sale su un aereo e vola in Australia. Quando arriva a destinazione, la situazione è a dir poco complicata. L'uomo ha prima ucciso la moglie, e poi si è suicidato, pare per soldi. In casa c'è una giovane ragazza cieca, BG, e una bambina, presumibilmente la figlia del suicida. JM è sconvolto, ma la sua voglia di possedere l'auto è ancora forte. Dopo averla provata, col permesso di BG, i due partono per un viaggio nell'outback, dopo che la donna si è raccomandata con la bambina di non confidare in nessuno. JM scoprirà il passato oscuro di BG.


Ricordavo che questo film aveva ottenuto consensi ad un lontanissimo Festival di Venezia (nel 2000), essendo stato nominato per il Leone d'Oro, e avendo fatto vincere la Coppa Volpi alla protagonista Rose Byrne (BG). A vederlo oggi, il film della regista originaria di Macao rimane impresso per la fotografia esageratamente satura di colore, fatto che contribuisce a lasciare in bocca un sapore un po' troppo falso, più che per la valenza della storia, scritta da lei stessa a quattro mani col marito Eddie Ling-Ching Fong, strampalata inizialmente, che procede a strappi, e che pare tentare di suscitare un minimo l'interesse con la terza parte, con BG che fa i conti col passato. Una sorta di lungo esercizio di stile, anche dal punto di vista registico, ma concordo con tutti i critici che ricordano soprattutto la scena del ballo di BG al suono di Walk, Don't Run nella versione dei The Ventures. Rose Byrne, bellissima attrice di origine australiana, la cui carriera sta lentamente prendendo quota in questi ultimi anni (Troy, Marie Antoinette, Sunshine, 28 settimane dopo, Insidious, Le amiche della sposa, X-Men: L'inizio), allora molto giovane, è piuttosto brava, e c'è pure, nella parte del nonno, l'inquietante Nicholas Hope, che qualcuno di voi ricorderà come il protagonista di Bad Boy Bubby, devastante film del 1993 partorito da quella mente contorta di Rolf De Heer.

20120412

four times



Le quattro volte - di Michelangelo Frammartino (2010)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: portativi un thermosse di 'affé


Calabria, Italia. In un paesino svuotato, sulle montagne che però vedono il mare, un vecchio pastore è malato, ed è convito che la cura sia la polvere della chiesa locale, che beve ogni sera mischiata ad acqua, prima di coricarsi. Il suo corpo senza più vita viene seppellito nella terra, terra che un agnello nato durante la sua morte da una sua capra, farà crescere l'erba che questo stesso agnello brucherà. L'agnellino un giorno rimane indietro rispetto al gregge, e ripara sotto un grande abete; questo abete prima verrà tagliato dalla gente del luogo, per venire posato nella piazza principale in occasione di una grande festa, e poi diventerà carbone, fumo, aria, nella carbonaie lì vicino. Il ciclo della vita e della morte, della natura, si completa e si rigenera.



Un documentario ma di finzione? Forse, sicuramente difficilmente definibile, ma questo Le quattro volte è effettivamente un film, sicuramente fuori da ogni schema, senza dubbio pesante, lento, praticamente senza dialoghi ed interazioni tra protagonisti (spesso, come potrete intuire dalla trama, animali o addirittura alberi), ma superbo in quanto ad inventiva, potenza, espressività. Un film geniale, oserei dire, che naturalmente è passato come un fulmine nelle sale, ma che va assolutamente ri-scoperto, che ci fa conoscere un regista eclettico e validissimo, e ci fa prendere coscienza del fatto che in Italia c'è ancora del talento vero, anche in questo campo. Non aggiungo altro: se avrete fiducia, rimarrete stupiti di cosa si può fare con così (apparentemente) poco.

20120411

con quella faccia un po' così



La bocca del lupo - di Pietro Marcello (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: manfruiti d'artri tempi

La bocca del lupo, in realtà, è un romanzo di Remigio Zena, pseudonimo di Gaspare Invrea (mi par di capire, per quanto ne so, che da quanto amava Genova si chiamò come lei, visto che Zena o Xena è il nome della città in dialetto genovese), pubblicato nel 1892. Parlava di povera gente, e di come riusciva a sopravvivere, nella Genova di fine ottocento. Questo il titolo scelto dal documentarista Pietro Marcello, che su commissione (sorprendente, a dire il vero) della Fondazione gesuita San Marcellino, ha realizzato un docu-film che, parlando di una coppia quantomeno fuori dal comune, rende giustizia ad una Genova che probabilmente sta scomparendo, ma che forse aveva un fascino maggiore di quella moderna, e ci ricorda che c'è, anche in Italia, qualcosa che si può chiamare underclass: come dice lo stesso regista, "senza tetto, emarginati, raminghi e indigenti della città". La coppia in questione è quella formata da Vincenzo Enzo Motta, di origine siciliana ma cresciuto a Genova in via Prè, padre contrabbandiere, e pure lui finito nelle maglie della malavita, condannato a 27 anni di carcere per aver sparato a due poliziotti, e da Mary Monaco, transessuale di origini romane trapiantata anche lei a Genova per "liberare" la propria sessualità lontano dalla famiglia alto-borghese, ed ex tossicodipendente. Si conoscono in carcere, e si innamorano, follemente, sognano una vita insieme al di là delle sbarre, e quando lei esce, torna a Genova e aspetta che anche lui esca, tenendo viva la relazione con una fitta corrispondenza fatta di lettere e di cassette registrate; insieme vorrebbero riuscire a realizzare appunto il loro sogno di una casetta sui monti sopra Genova, dove invecchiare insieme, circondati da cani. Immagini d'epoca, scene di vita di tutti i giorni della coppia insieme dopo l'uscita dal carcere di Enzo, racconti della loro corrispondenza e un'intervista "doppia", stralci dell'opera di Remigio Zena, dello stesso regista e di Franco Fortini, compongono questo prodotto fuori dal comune, della durata inferiore all'ora e mezzo, che se da una parte ha il difetto di essere frammentario e molto lento nell'incedere, dall'altra stupisce per onestà e poesia, realismo e nostalgia di un tempo che fu. Due facce, anzi qualcuna in più (gli "amici" di Enzo e Mary), di un sottobosco che potrebbe benissimo popolare le canzoni di Tom Waits e Nick Cave, ma che ha ugualmente il diritto ad una vita dignitosa e ai sogni. Vincitore di diversi premi nel 2010, a Berlino, al Festival di Torino, ai David di Donatello, lascia un piacevole ricordo e ci consegna una voce fuori dal coro, nella persona di Pietro Marcello, documentarista borderline. Paolo Mereghetti e Goffredo Fofi scomodano Fassbinder e Pasolini: non a caso.

20120410

loneliness

La solitudine sta acquattata chissà dove. Ti arriva addosso inizialmente, quando meno te l'aspetti, ma purtroppo, dopo un po' inizi a capire i suoi movimenti; e la cosa brutta è che puoi fare poco per prevenire questo evento. La mia apparentemente, arriva con il buio, quindi d'estate arriva un po' più tardi. Ma arriva. A volte, arriva quando finisco di leggere un libro, quando mi sono particolarmente affezionato a qualche personaggio. E' peggio quando faccio una scorpacciata di una qualche serie televisiva, cioè mi vedo 20, 40, 80 episodi di una stessa storia. Le serie televisive ti danno assuefazione, lasciano che tu crei una speciale empatia con questo o quel personaggio, con le sue vicissitudini, la sua vita inventata. Quando arrivi alla fine, questo personaggio ti manca, perché in teoria, ne sei divenuto amico, la sua "presenza" ti rassicurava. Probabilmente, c'è più di questo: in realtà, mancandomi un pezzo di vita, assorbo quelle dei personaggi dei film o dei telefilm.
Il più delle volte, liberarsi di questa sensazione sgradevole è relativamente semplice. Basta accendere la televisione, così ti sembra che qualcuno sia in casa, uscire sul terrazzo a fumare una sigaretta per illudersi di essere parte di qualcosa. Però dentro ti rimane quel pensiero brutto, quel meccanismo che ti prefigura una lunga serie di serate in solitudine. Guardare scorrere altre vite, magari immaginarie, o leggerne, è spesso l'unica cosa che ti resta da fare.
Tutto questo ha un'ulteriore conseguenza: l'insonnia forzata. Ritardi sempre più il momento di spegnere le luci e mettersi a dormire, anche se stai crollando dal sonno. Perché quello rimane il momento in cui sei solo con i tuoi pensieri, e nessun agente esterno influisce sul risultato.
Ieri notte, poi, ho cominciato a provare un'ennesima sensazione, mai provata fino a adesso: la voglia di avere qualcuno lì, nel letto, accanto a me.
Non ho mai dormito con un animale di pezza, neppure da bambino. O almeno, non ne ho ricordo. Non vorrei dover cominciare adesso.

Letters to a Young Contrarian



Consigli a un giovane ribelle - di Christopher Hitchens (2001)



Per anni, quando mi recavo a rinnovare la tessera d'ingresso annuale al Senato degli Stati Uniti, venivo invitato a compilare due moduli. Il primo richiedeva dettagli biografici, il secondo doveva certificare che avevo firmato il primo sotto giuramento. Ero ben felice per il secondo, perché dove si richiedeva di definire la mia "razza", scrivevo sempre "umana" nell'apposita casella. Ogni volta si arrivava a un battibecco. "Metta "bianca", mi fu detto una volta - da un impiegato afroamericano, mi si consenta di aggiungere. Spiegai che il bianco non è neppure un colore, figurarsi una razza. Attirai anche la sua attenzione sulla clausola del giuramento che mi obbligava a dichiarare unicamente la verità. "Metta "caucasica", mi fu suggerito in un'altra occasione. Risposi che non avevo legami con il Caucaso e che non credevo affatto in quella antiquata categoria etnologica. Le cose andarono avanti così finché un anno nel modulo non comparve più lo spazio per la razza. Vorrei essere creduto, anche se non è facile. Ti faccio dono di questa storia anche come invito a fare il piantagrane tutte le volte che le probabilità sono favorevoli e talvolta anche quando non lo sono: è un buon esercizio.



Questo breve passaggio, a pagina 90, potrebbe benissimo riassumere sia il contenuto di questo libriccino, sia il personaggio Hitchens, scomparso nel dicembre del 2011 a soli 62 anni, e del quale, faccio ammenda, ho "preso coscienza" solo, appunto, dopo la sua morte, imbattendomi in molti scritti che lo celebravano. In una serie di lettere immaginarie ad uno studente, Hitchens filosofeggia sull'essere contro: in effetti, pochi come lui possono dire di esserlo stati veramente (e costantemente), ad un certo livello di notorietà, soprattutto nella cosiddetta società occidentale. E' una lettura non sempre semplicissima, ma molto interessante, che fa riflettere e spesso fa sorridere (verso la fine Hitchens si occupa dell'importanza dell'umorismo: citazioni di personaggi storici e sue personali riflessioni, fanno si che quest'ultima parte risulti decisamente spassosa, rimanendo profondamente intelligente). Dà la misura della grandezza del personaggio, e chiosa al meglio una sorta di vademecum della dissidenza, ma soprattutto, uno scritto che ricorda di pensare sempre con la propria testa. Piacevole e stimolante.

20120409

miele


Bal - di Semih Kaplanoglu (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: ma siamo siuri che l'hanno girato 'n Turchia? Par d'essé all'abetone...

Turchia, lontano dalla capitale, in una regione montuosa, lontana dalla civiltà che conosciamo, in un tempo che probabilmente è situato qualche decina di anni fa. Yusuf, circa sei anni, vive con la madre Zehra, umile ed efficiente donna di casa contadina, ed il padre Yakup, apicultore vecchia maniera (il che vuol dire che pone le arnie sugli alberi nei boschi della zona), più che un padre, un amico per il piccolo. Yusuf va volentieri a scuola, ma ha problemi ad imparare a leggere, e la cosa lo frustra. I tempi sono duri, le api sono sempre meno, e Yakup comincia ad andare sempre più lontano per mettere le arnie.

Chiusura della Trilogia di Yusuf con, probabilmente, il più bello dei tre film, che non per niente vinse l'Orso d'Oro a Berlino nel 2010. Il regista, con una fotografia finalmente come si deve, e con delle location incredibilmente belle (segnatevi questo luogo: Camlihemsin, Turchia), ci racconta l'infanzia e i primi traumi di Yusuf, così come, magari, i luoghi e le esperienze che fanno nascere in lui l'ispirazione per diventare un poeta. Torna l'incedere lento, lentissimo, uno sguardo (ancora una volta) poetico, una storia di dolore ma soprattutto d'amore, di grande semplicità ma di valori veri, inossidabili. A volte, per fare un bel film, per affascinare lo spettatore, per suscitare emozioni, basta poco, una storia piccola, una buona mano, attenzione ai particolari, delle facce difficili da dimenticare. Torna Tulin Ozen, stavolta in una parte fondamentale, quella di Zehra, la madre di Yusuf, ma buona parte del film (che, fateci caso, si chiude quasi in una maniera contraria a Sut) è retta dal piccolo (e straordinario) Bora Altas, magnifico Yusuf in erba. Niente da aggiungere, solo da vedere.

20120408

latte


Sut - di Semih Kaplanoglu (2008)

Giudizio sintetico: da vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: l'amore un ha stagioni

Yusuf è all'incirca diciottenne, e vive con la madre in una decentrata regione della Turchia, non lontana però da Smirne. Ha concluso le scuole superiori, e sta tentando di passare l'esame di ammissione per l'Università. Insieme alla madre, cercano di far quadrare il bilancio vendendo soprattutto latte e, in misura minore, formaggio, dandosi da fare il più possibile, andando presso tutti i mercati, vendendo il latte porta a porta. Yusuf però, in realtà, scrive poesie, ed è riuscito a pubblicarne alcune su riviste lette esclusivamente da appassionati. La madre Zehra, vedova da anni, è però ancora una bella donna; e quando tra lei ed il capostazione (anche lui vedovo, con una figlia più piccola di Yusuf) scocca la scintilla, comincia una relazione che i due cercano di tenere nascosta. Ma Yusuf se ne accorge casualmente, e la cosa lo destabilizza...

Seconda parte della Trilogia di Yusuf del turco Kaplanoglu, con un passo indietro nella vita del protagonista. Stesso tocco poetico-bucolico, stesso ritmo lento (c'è da dire, forse, che tra i tre film della trilogia, questo è quello che procede più spedito), forse un eccessivo uso di simbolismi un po' troppo criptici, ma nonostante questo, il regista riesce perfettamente a raccontare allo spettatore l'inquietudine del passaggio dall'adolescenza all'età adulta, unita a quella della speranza in un futuro migliore, nella realizzazione delle proprie aspirazioni artistiche, e la frustrazione di non riuscire a vedere più in là di un orizzonte che si percepisce troppo stretto. Piccolezze che contribuiscono a farne uno di quei film che piacciono agli appassionati: torna la stupenda Saadet Aksoy, ma nella parte di un altro personaggio, che non c'entra apparentemente niente con quello interpretato in Yumurta; piccola parte per Tulin Ozen, che se non vado errato, sarà l'unica ad apparire in tutti e tre i film della trilogia (anche lei in parti diverse). Paesaggi duri ma affascinanti, una fotografia non eccezionale, alcuni interpreti non troppo a loro agio, ma nel complesso un buon film, con quel tocco di assurdità che piace, anche se, come anticipato, forse il meno bello dei tre. Yusuf è qui interpretato da Melih Selcuk, non eccezionale ma con una bella faccia, mentre la madre Zehra è interpretata da Basak Koklukaya che, pensate un po', era in Il bagno turco, il debutto di Ferzan Ozpetek del 1997, e in Un tocco di zenzero, film greco uscito in Italia nel 2005.

20120407

uovo



Yumurta - di Semih Kaplanoğlu (2007)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: essendo turchi, penzavo fumassero di più


Istanbul, Turchia. Yusuf è un poeta che lavora in una libreria della capitale. All'improvviso, riceve una telefonata che gli annuncia la morte della madre. A quel punto, deve recarsi a Tire, nella provincia di Smirne, per il funerale e la burocrazia del caso. Sono anni che non mette piede nei luoghi della sua adolescenza, e il tumulto interno che il ritrovarsi nel mezzo a tanti ricordi, in un'occasione tanto triste, gli provoca un attacco epilettico. Inoltre, rientrando a casa, scopre che una sua giovane cugina, Ayla, una ragazza molto bella tra l'altro, che sta studiando per entrare all'Università ed andarsene da Tire, si è presa cura della madre per gli ultimi cinque anni. Tra i due si crea subito uno strano rapporto, di cortesia e rispetto, ma forse anche di qualcosa d'altro. Ayla, oltre che mandare avanti la casa e accudire la madre di Yusuf, è la depositaria delle ultime sue volontà, e le comunica al figlio: deve sacrificare un agnello, in un luogo sacro. Nonostante Yusuf provi a scansare questa responsabilità, l'attrazione per Ayla e per il proprio passato lo portano ad intraprendere un breve viaggio assieme alla cugina, per compiere il rito.


Come spesso (mi) succede, riassumendo la trama di film come questo, ad un certo punto devo fermarmi perché mi accorgo che altrimenti racconterei tutto il film, senza paura di fare spoiler, perché in realtà il fattore sorpresa sembra non esistere: i film, le storie, dal ritmo asiatico, come amo definirli generalizzando ma non troppo (perché in realtà, il ritmo dei film di un certo tipo, siano turchi, iraniani, coreani, taiwanesi, vietnamiti, è diverso da quello dei film che arrivano dall'Europa, dal Nord America, o dall'Oceania; opinione personalissima), hanno un ritmo che ricorda da vicino quello della vita che noi avevamo molti decenni fa, un ritmo che oserei definire "di campagna", rurale, anche antico se volete. Un ritmo che fa si che lo spettatore sia convinto che non stia accadendo niente, proprio mentre succede. Le cose scorrono lente, ma inesorabili. Soprattutto, difficilmente sono dette, le cose. I dialoghi sono pochi, sembrano di poco conto, ma significano sempre qualcosa di più. E poi le facce. Facce che parlano da sole. Capisco che è sempre difficile, affrontare film come questo se non ci si è almeno un poco abituati. Ma, come ho avuto occasione di dire per altri esemplari di cinema "dell'altro mondo", basta un piccolo sforzo, che verrà ripagato da una grande soddisfazione. Kaplanoğlu paga ovviamente dazio al più esperto compatriota Nuri Bilge Ceylan, così come ad altri registi che fanno parlare molto più le immagini rispetto ai dialoghi dei personaggi, mostrando uno spiccato gusto per l'inquadratura ad effetto, che funziona anche senza una fotografia straordinaria (grazie a panorami mozzafiato, di una terra che evidentemente, ne offre a profusione), e risulta perfino più delicato, sempre rispetto al più conosciuto connazionale. Non gli manca l'ironia, ma la dosa con molta parsimonia. Il film sembra non concludersi (e, in effetti, alla luce del fatto che sia la prima parte di una trilogia, potrebbe farla sembrare una cosa logica, ed invece non lo è, visto che la trilogia va in ordine cronologico inverso), lascia allo spettatore la soddisfazione di immaginarsi il proseguimento degli accadimenti, ma riesce ad affascinare anche nel suo svolgimento. La nostalgia del ritorno, dei tempi della giovinezza, e al tempo stesso la speranza di un futuro condiviso, di andare avanti senza dimenticare il passato. Specchiarsi in un avvenimento in cui ci si imbatte casualmente. Camminare nella neve. Gli occhi, splendidi, di una donna giovane ma fortissima e delicata al tempo stesso (una davvero meravigliosa Saadet Aksoy nei panni di Ayla, una specie di Nelly Furtado di campagna, due occhi che ti fulminano), che ti stregano. Un pianto liberatorio. Tutto questo è Yumurta.

20120406

Yusuf Üçlemesi



Complice, forse, il weekend lungo ad Istanbul (ma mica è vero, che avevo già cominciato molto prima di decidere di andare), ho completato la visione di questa trilogia di un interessante regista turco che si chiama Semih Kaplanoğlu. Nei prossimi giorni vi parlerò nel dettaglio dei tre film che la compongono. Giornalista, scrittore, ex pubblicitario, dopo un paio di documentari pluri-premiati, un lavoro per la televisione e due film, il primo nel 2001 ed il secondo nel 2005, fonda la sua casa di produzione e si lancia in questa impresa, facendo uscire Yumurta (uovo) nel 2007, Süt (latte) nel 2008 e Bal (miele) nel 2010, e con quest'ultimo vince l'Orso d'Oro a Berlino, appunto nel 2010, ed ottiene un minimo di notorietà anche da noi. La trilogia si chiama La trilogia di Yusuf, dal nome del protagonista (interpretato da diversi attori nel corso dei tre film), ed ha una particolarità interessante: cronologicamente, va all'indietro. Infatti, in Yumurta Yusuf è adulto, e lavora ad Istanbul in una libreria. In Sut sta per partire per il servizio militare, ed aiuta la madre con la vendita del latte e di altri prodotti caseari, in una località imprecisata abbastanza lontana dalla capitale, mentre in Bal Yusuf è appena un bambino, con problemi di apprendimento, e vive in una Turchia rurale, sulle montagne, dove il padre fa l'apicultore in un modo che definire rudimentale è poco. La trilogia nel suo complesso è da 4 su 5, a mio modo di vedere, e posso anticiparvi che probabilmente, il film più debole risulta essere Sut, seppure conservi tutta quella poesia che è propria di filmografie di questo tipo. Intendiamoci, debole ma sempre ampiamente sufficiente, e senza dubbio interessante. Naturalmente, i film suddetti non mi risulta abbiano avuto una distribuzione italiana, ma hanno circolato in diversi festival nostrani. Su amazon si trova in vendita la versione sottotitolata in tedesco, per cui sapete cosa dovete fare se vi venisse voglia di vedervi questi film e seguire il mio consiglio. Nel caso, armatevi di pazienza, predisponetevi alla poesia e ad una sorta di viaggio psicologico alle radici del personaggio Yusuf. Buona visione.

20120405

The Guard




Un poliziotto da happy hour - di John Michael McDonagh (2011)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)


Giudizio vernacolare: ce ne fusse di pulizziotti 'osì



Il sergente Gerry Boyle, garda irlandese in un piccolo villaggio della contea di Galway, è un uomo di mezza età sicuramente non convenzionale. Poliziotto con una passione per le prostitute di un certo livello, che tratta con signorilità divertendocisi insieme, single, intelligente e fisicamente indistruttibile, massiccio, con un senso dell'umorismo caustico, disinteressato a quello che accade fuori dal suo piccolo mondo, si ritrova affiancato dall'agente dell'FBI Wendell Everett, nell'ambito di un'operazione tesa a sgominare un traffico ingente di droga che comincia a coinvolgere anche un paese apparentemente tranquillo come quello di Boyle. Lui inizialmente prende tutto molto poco seriamente, ma dopo la scoperta di uno stranissimo omicidio proprio da quelle parti, Gerry cambia lentamente idea.



E' stata una delle sorprese del 2011, questo debutto nel lungometraggio del londinese di origini irlandesi McDonagh. Un film che mescola le carte ed i generi, una commedia nera per nulla stupida, divertente quanto fuori dagli schemi, che fa riflettere su alcuni luoghi comuni sulla cosiddetta integrità di una persona che occupa un posto da funzionario dell'ordine. Ben diretto, sullo sfondo gli scenari affascinanti della contea sopra citata, con una prestazione maiuscola dell'enorme (in tutti i sensi) Brendan Gleeson (Gerry Boyle), e dove Don Cheadle (Wendell Everett) accetta di essere quasi "oscurato" dall'irlandese, e di fargli da spalla come nella migliore tradizione comica. Cast importante anche nei ruoli marginali, con Liam Cunningham (Francis Sheehy) e Mark Strong (Clive Cornell) in due ruoli che ricordano i gangster di Tarantino.


Aspettiamo con curiosità l'opera seconda di questo regista, Calvary, che dovrebbe vedere la luce nel 2013, dove il solito Gleeson interpreterà un prete bonario, minacciato da forze oscure.

20120404

l'età d'oro


L'age d'or - di Luis Buñuel (1930)



Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: o questo chi l'ha sciorto?


Due giovani sono innamorati l'uno dell'altra; ma la loro storia, che attraversa molte epoche, è continuamente ostacolata da famiglia, istituzioni, o dalla Chiesa.

Cerco di superare la soggezione, e provo a scrivere qualcosa che di certo non può e non vuole essere una recensione, bensì un qualcosa che possa dare dei suggerimenti a chi non ha visto questo o altri film dell'artista di origini spagnole. L'age d'or è la sua seconda direzione registica, dopo Un chien andalou; questo primo lavoro si considera un cortometraggio, in quanto dura 16 minuti, ma L'age d'or si può già considerare un film, visto che la durata è di un'ora tonda. E' certo, però, che è impossibile riassumere una trama, come si intende di solito. Si comincia con un documentario sullo scorpione, vecchio documento girato da Buñuel stesso, a cui viene aggiunto un commento sul comportamento dell'animale quando si trova davanti ad un topo; poi si passa su una spiaggia spagnola, con un uomo armato, che vede dei prelati in preghiera, l'uomo arriva a una vecchia casa dove trova altri uomini armati, di lì a poco arrivano delle barche che attraccano, gli uomini armati se ne vanno dalla casa, dalle barche scendono autorità ben vestite o addirittura in uniforme, e si capisce dalle loro parole che sono lì per fondare la futura Roma. Si scopre una coppia che amoreggia, li si divide con la forza, scoppiano tumulti. Ecco poi Roma, l'uomo ancora scortato dagli uomini che lo hanno portato via dalla sua amata, ecco vacche in camere da letto, castelli e orge.

Soluzioni surreali, continuità apparentemente assurde, un filo conduttore sottile, ma i bersagli preferiti che già si delineano ben chiari. Se vi chiedete da dove deriva la vena stramba di David Lynch (e di chissà quanti altri), eccovi serviti. Se, come me, dentro l'opera di Buñuel trovate De Sade, Marx e perché no, Freud, siete già a buon punto. Sceneggiatura dello stesso Buñuel insieme all'amico Salvador Dalí.

Da vedere, come tutti i suoi lavori, senza porsi domande.

20120403

good


Good - L'indifferenza del bene - di Vicente Amorim (2010)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: lulì era più duro der granito dé

Germania, 1933. Il professor John Halder, che insegna letteratura all'Università con passione, è un uomo tranquillo, buono e compassionevole, quello che si definirebbe senza dubbi una brava persona, con diversi problemi familiari. La moglie Helen è fragilissima di nervi, i due figli reclamano attenzioni, e la di lui madre, che vive con loro, è affetta da demenza senile. Il tutto fa si che la sua vita sia piena e soddisfacente solo nella solitudine del suo studio, oppure durante le sue ore a scuola. Ha un grande amico, Maurice, uno psicologo di origine ebrea, con il quale condivide passioni, felicità ed inquietudini. La vita di John comincia a prendere una strada diversa quando pubblica un libro, che prendendo spunto dalla sua travagliata vita familiare, suona come un qualcosa pro-eutanasia. Mentre la dirigenza del Partito Nazista si rivela interessata alle teorie di Halder (per sostenere la propria propaganda) e dunque ad arruolare il suo autore, facendolo divenire una figura importante, John cede alle attenzioni a lui rivolte da una sua giovane, bella ed intraprendente alunna, Anne, e l'amico Maurice comincia a preoccuparsi seriamente per l'insostenibilità delle persecuzioni contro gli ebrei da parte del regime. Sorprendentemente, John sembra non accorgersi dell'abisso verso il quale quegli uomini stanno trasportando la nazione e buona parte del mondo...

Good è uno di quei film potenzialmente buoni, ma effettivamente mal riusciti e che difficilmente possono piacere fino in fondo, per i quali se si scava un po', si riesce a capire qualcosa sul perché, visto che è un po' difficile spiegarlo: la storia è interessante, gli attori sono bravi, il film non è girato male, ma, a guardarlo, dà esattamente l'impressione di un'occasione perduta. Ecco quindi che le voci e le curiosità che si trovano, ad esempio, su imdb.com, possono aiutare. Il film, ispirato alla pièce teatrale dell'inglese C.P. Taylor e sceneggiato da John Wrathall, doveva essere diretto dalla danese Lone Scherfig (An Education, Italiano per principianti), ma è stato poi affidato allo sconosciuto Amorim, regista nato in Austria ma cresciuto in Brasile. I due ruoli principali, quelli di John Halder e dell'amante Anne, dovevano essere interpretati rispettivamente da Hugh Jackman e da Romola Garai: per motivi diversi i ruoli sono poi andati a Viggo Mortensen e Jodie Whittaker. Seppure quest'ultimo cambio potrebbe anche essere visto come positivo, non è detto che lo sia. Il film, interamente girato in Ungheria, non decolla mai; l'espediente narrativo della musica nei momenti topici non conferisce pathos, l'interpretazione più sentita pare essere quella dell'ottimo Jason Isaacs (Maurice), che purtroppo la parte relega in una parte importante ma tutto sommato marginale. Insomma, un film non troppo riuscito, forse a causa dei troppi passaggi di mano. Nel cast anche Mark Strong nella parte di Bouhler. In Italia è uscito direttamente in dvd.