No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20110131

conte


Nelson - Paolo Conte (2010)


Dopo quasi una ventina di dischi e una manciata di raccolte, il rischio di coverizzare se stessi c'è. Ed è quello che, mi pare, accade a Paolo Conte in Nelson. Con tutto il rispetto che gli si deve, questo suo ultimo lavoro, strombazzato dai mollica di turno, risulta piuttosto noioso e senza mordente.

Nonostante i cantati in spagnolo, francese e perfino napoletano, oltre che in italiano, il suo jazz infarcito (sia letto nell'accezione positiva) di un po' di tutto, e quel suo stile ormai ben piantato nell'immaginario collettivo da grandi ed indimenticabili pezzi del passato, non trovo altro da aggiungere.

Deludente.

Haevnen


In un mondo migliore - di Susanne Bier (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: tremendo ver ragazzetto

Danimarca. Anton è un chirurgo che lavora in un campo di rifugiati in Africa. Il suo matrimonio con Marianne è in crisi. Hanno due figli maschi, e vivono in una piccola e tranquilla cittadina danese, vicino al mare.
Nella campagna di questa cittadina, nell'enorme tenuta in cui vive Signe, arrivano il figlio di lei Claus, e l'amato nipote Christian (figlio di Claus). Vivevano a Londra, e la moglie di Claus è appena morta di cancro, perdita che ha lasciato sia Claus che Christian molto scossi, con una relazione completamente da ricostruire tra di loro.
Elias, il figlio più grande di Anton e Marianne, a scuola è vittima di episodi di bullismo, e Christian, al primo giorno, se ne accorge immediatamente. Decide di diventare amico di Elias, e di prendere le sue difese. Alla prima occasione, aiutato dallo stesso Elias, i due danno una sonora lezione al bulletto che comanda le angherie: qualche tirata d'orecchie da parte dei genitori e dei vertici della scuola, ma tutto sembra finire lì. Christian, però, rifiuta l'offerta di amicizia da parte dell'ormai ex bullo, ed Elias lo segue.
Al contrario, l'amicizia tra Christian ed Elias si fa sempre più forte, fino al giorno in cui entrambe i ragazzi sono testimoni di uno screzio tra uno sconosciuto, piuttosto prepotente e di certo poco educato, e Anton. Quest'ultimo prende uno schiaffo, ma non reagisce, non è nella sua natura, e cerca di far capire ai due che non è così che si costruisce un mondo migliore.
La rabbia interiore di Christian, però, non ama le lezioncine morali...

Tornata in patria, Susanne Bier ritrova il passo e l'ispirazione. Non che l'avesse persa, ma credo possiate convenire con me che il suo ultimo Noi due sconosciuti non era granché, se paragonato soprattutto ai suoi precedenti Dopo il matrimonio e Non desiderare la donna d'altri.
Ora, non è che voglio farvi le lezioncine, è una questione di fatti: qual è la differenza tra questi ultimi due film e il flop americano della Bier? Semplice: lo sceneggiatore, Anders Thomas Jensen (regista anche del meraviglioso Le mele di Adamo, che se non avete visto dovreste recuperare). La regia della Bier, invece, non era affatto male anche in Noi due sconosciuti, e si conferma anche in questo In un mondo migliore, attenta ai particolari, poetica perfino senza risultare statica, con il giusto equilibrio tra campi lunghi e primi piani. Aiutata come sempre da un ottimo cast, e da una bella fotografia, prosegue il suo discorso sui temi etici (lei stessa definisce il suo cinema etico), e lo fa portando avanti due "fronti", quello danese e quello africano, durante il film, e lo spettatore attento sente fin dall'inizio che quello africano, nonostante sembri di contorno, sarà importante, anche se, in effetti, il vero turning point del film accade nella tranquilla cittadina danese, e non è certo una sorpresa.
Finale anche troppo conciliante e qualche leziosaggine di troppo, ma un ritmo lento non noioso e soprattutto, avvolgente, attori, come detto, bravi, e forte groppo in gola verso la fine, l'ennesimo film della Bier pone, come sempre, lo spettatore davanti a temi importanti, che non possono essere mai sottovalutati, anche nell'era moderna, e per questo le rendiamo merito.
Piacevole sorpresa, per me, Mikael Persbrandt (Anton), gradito "ritorno" di Trine Dyrholm (l'avevamo vista nello splendido Festen) nei panni di Marianne, parte minore ma sempre di grande effetto Ulrich Thomsen (Claus), uno degli attori danesi più famosi, ma tutti bravi anche i giovanissimi (straordinario William Johnk Nielsen nei panni di Christian).
Una gradita conferma.

20110130

30 gennaio

la canzone che ho cantato di più del 2010 è ungherese.
canto le parole a caso.
più o meno la traduzione la so...fiore mio fiore etc...
ma la pronuncia, no.
devo conoscere un ungherese perchè mi insegni la pronuncia corretta.
ma melodia però è bellissima.
una ninnananna perfetta!

scioglimento


Dissolution - Paolo Benvegnù (2010)


Io credo, sinceramente, che non ci sia altro da aggiungere su Benvegnù. Un grande, forse il più grande, della sua generazione. Disco live per lui, forse una summa, prima di rilanciare e proiettarsi nel futuro. Estratti dai suoi dischi precedenti, un paio di (falsi) inediti (Io e il mio amore riarrangiata e bellissima, già su Il paese è reale, e Who By Fire di Cohen), e alcuni tra i pezzi più indimenticabili degli Scisma. Che volere di più?

Band affiatata e capace, begli arrangiamenti, grande tiro, voce in grande spolvero. I pezzi, i conoscete: testi da rimanerci a bocca aperta, mai uno brutto anche a livello musicale.

Da avere.

di mamma ce n'è una sola


The Mother - di Roger Michell 2004


Giudizio sintetico: da vedere (4/5)

Giudizio vernacolare: boiadé, grande carattere la nonna


Un film decisamente disturbante, che vale la pena vedere, soprattutto per costringerci a ricordare che tutti, anche gli over 60, hanno diritto ad una vita piena, anche sessualmente parlando.


Dopo una partenza quasi "fotografica", il film si sviluppa nei dialoghi (la sceneggiatura è di Hanif Kureishi, scrittore già saccheggiato e complice dal cinema inglese), anche se non si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad una pellicola piena di parole. Intrisi di banalità e bugie quelli dei "giovani", soprattutto dei figli, scarni ma efficaci quelli dei "vecchi". Man mano che si va avanti, la tendenza si inverte, e finalmente i figli, esasperati dalla schiettezza e dalla inaccettabilità sociale del comportamento della madre (che nel frattempo è rimasta vedova, si rifiuta di tornare a casa, si installa a Londra dai figli, si gode la vita e la città e intreccia una relazione con l'uomo della figlia), si sputano addosso cattiverie e veleni, coinvolgendo anche chi sta loro vicino, mentre la madre ritorna a mentire, cosa che in fondo ha fatto durante tutta la sua vita "sottomessa", mentendo anche a se stessa. Deragliano così tutte le fasce d'età presenti nel film, davanti al festival dell'ipocrisia, finché, dopo una penultima suggestiva sequenza durante la quale la madre se ne va dalla casa del figlio salutata nella falsità generale, decide di riprendersi la propria vita finché è in tempo.


Coraggioso.

20110129

of dogs and men


Dei cani - Non voglio che Clara (2010)


Terzo disco dei bellunesi, che senza dubbio si rivolgono ad un pubblico che ama si il pop, ma d'autore, atmosfere soffici e delicate, testi languidi ma non scontati. Largo uso del pianoforte, archi dosati ad arte, la voce di Fabio De Min vagamente sofferente.

Non siamo dalle parti dei Negramaro, ma neppure da quelle di Luigi Tenco, nonostante qualcuno ci abbia provato, ad accostarli. In pratica, Il dramma della gelosia ricorda Il giardino dei semplici attualizzati, ma L'estate ricorda un po' troppo Baglioni. Mi danno l'impressione di essere dei Baustelle meno supponenti, con testi che risultano suggestivi senza voler essere fintamente ermetici. Quindi, migliori, nettamente.

C'è chi dice che siano uno dei migliori gruppi italiani; onestamente non lo so. Forse gli manca il dono di riuscire a scrivere qualche pezzo che "sfondi", o forse non vogliono loro. Di certo, non manca l'atmosfera, nei loro dischi, e nelle loro canzoni.

Produce lo stesso De Min insieme a Giulio Ragno Favero, come molti di voi sapranno One Dimensional Man ed ex Il Teatro degli Orrori, da tempo dedito alla produzione quasi a tempo pieno.

blocco dello scrittore


Alex & Emma - di Rob Reiner 2004


Giudizio sintetico: si può perdere (1/5)

Giudizio vernacolare: meno male c'è un po'...ci siamo 'apiti


E' ufficiale: Rob Reiner è alla frutta, e probabilmente è irrecuperabile. E' tristissimo constatare che il regista di film quali "Stand By Me", il mitico "Harry, ti presento Sally", "Misery non deve morire" e perfino il futile ma godibile "Il Presidente - Una storia d'amore", si ritrovi a dirigere senza idee, un film noioso come questo, addirittura pare liberamente basato su "Il giocatore" di Dostoevskij.


Uno scrittore con il blocco omonimo (Luke Wilson, inespressivo), strozzato da un debito, deve consegnare un romanzo in 30 giorni. Ci riesce soprattutto per merito di una graziosa stenografa (Kate Hudson, troppe smorfie) che lo ispira; ne nasce un amore (già in crisi dopo alcune ore), con lieto fine obbligatorio.


Nell'elettrocardiogramma piallato del film, tra melensaggini abnormi, si salva solo una bellissima e, lasciatemelo dire, fichissima, Sophie Marceau, sempre più come il vino.


Da evitare (il film).

20110128

ost


Milano Original Soundtrack - NoGuru (2010)


Di sicuro non è per soldi, questo dev'essere chiaro. Perchè qualcuno potrebbe vederci perfino una strana coincidenza: dopo anni di oblio, torna Edda, storico front-man dei milanesi Ritmo Tribale, band seminale del passaggio tra l'hardcore-punk italiano e quello che venne dopo (grunge, crossover, o altre strade non musicali), e dopo qualche tempo, tornano anche gli altri della band, quelli che rimasero dopo l'abbandono di Edda, e continuarono più che dignitosamente, quindi Marcheschi, Talia, Briegel e Scaglia, che non a caso si "mettono insieme" nientemeno che a Xabier Iriondo (per chi non vivesse in Italia, il primo - e forse l'unico - chitarrista degli Afterhours), condendo il tutto con Bruno Romani, ex sassofonista dei Detonazione. La sommatoria di tutto questo genera i NoGuru, che escono, negli ultimi mesi del 2010, con Milano Original Soundtrack, disco il cui titolo spiega tutto e niente.

Milano perchè la band è profondamente milanese, ed ha vissuto da sempre la scena di quella città, mai doma, in fondo. Ma, certo, non è difficile per chi non è milanese comprendere la musica dei Noguru.

Il disco è bello ed emozionante, soprattutto per chi, insieme a loro, ha vissuto gli anni '90 della musica rock, in Italia ma guardando "fuori". Rimango convinto che non sarà difficile apprezzarlo, anche per i più giovani.

C'è, certamente, un filo conduttore, sembra un discorso interrotto allora, e ripreso oggi con un'attitudine meno selvaggia (ma non troppo), e però con l'esperienza accumulata, visto che certamente tutti i componenti non hanno smesso né di suonare, né di ascoltare musica (tanto è vero che su Ieri è un altro giorno pare di riconoscere una certa quale influenza de Il Teatro degli Orrori). Le suggestioni del sax di Romani danno un tocco che ricorda più i Soundgarden di Bad Motorfinger (in diversi pezzi c'era il sassofono) che qualche jam di free-jazz, le ritmiche sono telluriche ed ossessive, la ricerca melodica ottima, la voce di Scaglia se la cava egregiamente, tanto che è già il loro marchio di fabbrica.

Omaggi appassionati agli anni '80 in Mare divano (citazione di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division) e Complicato (cover di Complicated dei Killing Joke), ma canzoni superbe ed attuali, testi compresi: Amore mutuo e, soprattutto, Bassa fedeltà, il cui intro fa venire letteralmente i brividi, sono già dei piccoli/grandi classici.

Gran disco.

dall'Afghanistan


Osama - di Siddiq Barmak (2004)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: che vita dé


Nell'Afghanistan governato dai Talebani, le donne, soprattutto senza un uomo, non potevano fare alcunché; una vedova (rimasta senza lavoro) con una bambina di 12 anni, su consiglio della madre, taglia i capelli alla figlia e la spaccia per un bambino per farla lavorare.


Inizia così una catena di avvenimenti sventurati, che ci danno l'idea di cos'era quel regime. Testimonianza importante, essendo il primo film sull'Afghanistan fatto da un afgano (fino ad ora ci aveva pensato la famiglia Makhmalbaf, che però è iraniana) che arriva alla distribuzione mondiale, non ha i tocchi "geniali"della scuola iraniana, colpisce più per il tema trattato che per la realizzazione in se (apprezzabile perchè low budget), dove, tra l'altro, si notano alcuni scimmiottamenti al cinema commerciale.


Da vedere come documento storico.

20110127

domino


Come in molti temevano, l'effetto domino partito dalla Tunisia, domina questi giorni di avvenimenti internazionali. Chissà che ne pensa la nipote di Mubarak.

Da Internazionale, tra le cose che ho letto sull'argomento, mi ha colpito questa, detta da El Houssine Majdoubi, giornalista marocchino, corrispondente del quotidiano panarabo Al Quds Al Arabi da Madrid, e collaboratore di El Paìs.

Majdoubi analizza "le colpe dell'occidente", e sintetizza:
"Se l'occidente ha avuto un ruolo chiave nella democratizzazione dei paesi dell'Europa dell'est, ora fa il contrario con i paesi arabi. Non solo sostiene le dittature, ma permette il saccheggio della ricchezza di questi popoli consentendo ai regimi di aprire conti bancari per depositare quello che hanno rubato e autorizzandoli a comprare immobili e azioni di grandi aziende europee. Infine, l'occidente dice di lottare contro il radicalismo islamico e il terrorismo, ma i sociologi dimostrano che il fanatismo è il risultato dell'ingiustizia sociale e della corruzione di regimi come quello tunisino".

E' facile dare la colpa agli altri, ma in questo caso sarebbe opportuno una sorta di esame di coscienza: è molto probabile che Majdoubi, e chi la pensa come lui, abbiano ragione. Basta pensare al rapporto dell'Italia con la Libia. E' molto probabile che i regimi forti dell'Africa del nord, nascondano lo sporco sotto il tappeto, e schiacciando l'estremismo islamico lo abbiano rafforzato, motivando le persone che vivono in povertà a crederci, fino a diventare martiri, o terroristi suicidi, come volete voi.

Sarebbe interessante che concetti come questi fossero almeno presi in considerazione dai militanti della Lega Nord. So che è una partita persa in partenza, ma mi piace immaginare un mondo migliore.

E' un discorso che si potrebbe ampliare a dismisura. Non siamo certo l'unica nazione a curare i propri interessi con pochi scrupoli, soprattutto nei confronti dell'Africa, e pure gli USA ci danno manforte, agendo anche nei confronti del governo cinese senza farsi troppi scrupoli di coscienza (anche se Obama nell'ultimo vertice ha almeno ammonito la Cina sul tema dei diritti civili).

Ma sarebbe bello se anche il popolino riflettesse su questi argomenti, visto che né la nostra maggioranza, né tanto meno l'opposizione, paiono sensibili al tema. E pensare che ne va anche della nostra sicurezza, alla fine...

extended play


The Longest EP - NOFX (2010)


Pur non essendo un loro fan, li ho sempre guardati con simpatia. E pur non essendo un disco di quelli catalogabili sotto la voce "da avere", questa raccolta di pezzi, uscita lo scorso agosto, tratti da, appunto, EP, compilation, outtakes varie, singoli, si rivela molto piacevole da ascoltare, una volta ogni tanto. Classico punk rock californiano, felice all'apparenza, ma incazzato nei testi, profondamente ironico.

Simpaticissima Straight Outta Massachusetts, indimenticabile I'm Going To Hell For This One.

christmas time


La rivincita di Natale - di Pupi Avati 2003


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: napoletana a cuori


Pupi Avati "riprende" la partita a poker di 17 anni fa in "Regalo di Natale", con gli stessi attori 17 anni dopo; alcune vite sono cambiate in meglio altre in peggio.

Il vizio del gioco è rimasto.

Il film è godibile, ma comunica un senso di incompiutezza, sospeso a metà tra commedia all'italiana e film "passionali" sul gioco delle carte.

Cavina e Haber nella media, Delle Piane sottotono, Abatantuono fa, come al solito, se stesso.

Si può anche perdere (al tavolo da gioco, ma anche il film stesso).

20110126

non ancora


Not Yet - Monotonix (2011)


Questo terzetto di folli viene da Tel Aviv, Israele. Il loro secondo lavoro ricorda dannatamente i Mudhoney, e sono sicuro che a qualche superstite del grunge farà scendere qualche lacrima.

Vengono definiti garage-rock, ed è naturale che, nella loro musica, si scorgano ruvidezza rock and roll, urgenza punk, quasi una follia hardcore; ma, dopo un EP (Body Language) del 2008, ed un esordio full length dal titolo Where Were You When It Happened? del 2009, oltre ad una manciata di 7 pollici (alcuni con la collaborazione in studio di Steve Albini), l'influenza più grande è decisamente quella che vi ho citato in apertura.

Selvaggio e pazzoide, Not Yet è un disco non certo innovativo, ma sicuramente energico.

Cetto


Qualunquemente - di Giulio Manfredonia (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: risamaro



Cetto La Qualunque torna in Calabria, la sua terra, dopo alcuni anni di latitanza in Sud America. Nonostante sia sposato con Carmen, e abbia avuto da lei il figlio Melo, si è fatto un'altra famiglia: Cosa (nome semplice, affibbiatole da Cetto, visto che quello vero è troppo lungo), una splendida ragazza mulatta brasiliana, e la figlia di lei, della quale Cetto non è ancora riuscito a capire il nome. Il fido Pino lo accoglie all'aeroporto, e lo ragguaglia sulla situazione; poco dopo, lo faranno anche gli amici.

Cetto è un imprenditore che ama u pilu sopra ogni cosa, e disprezza la legalità. La morsa stringente della legge (sono arrivati a chiedere al suo commercialista di pagare le tasse!), e la candidatura a sindaco, nella sua cittadina, dell'eterno rivale, il maestrino dal basso profilo De Santis, insieme alla spinta del suo entourage, lo convince, dopo lunga riflessione (con donna a pagamento), a "salire in politica": anche Cetto si candida a sindaco.


E' con sommo dispiacere, che prendo atto dell'ennesimo passo falso cinematografico del grandissimo Antonio Albanese. Lo dico nei giorni in cui probabilmente, in Italia, si è trovata la chiave di volta per fare grandi incassi: infatti, questo film ha battuto il record di incassi nel primo weekend di uscita, stabilito poche settimane prima da Che bella giornata (di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone). Come si sa, non sempre, per non dire quasi mai, gli incassi vanno di pari passo con la qualità artistica di un prodotto. Anche questo è un caso di quelli.

Albanese porta al cinema uno dei suoi personaggi più famosi, tra l'altro, un personaggio che, come gli è accaduto spesso, ha precorso i tempi. Cetto La Qualunque è una caricatura del politico italiano medio (ma non solo medio), che agisce in uno scenario sudista a dir poco indovinato, anche se, appunto, caricaturale. Personaggio, quindi, straordinario, con battute fulminanti e tic tipici dei personaggi di Albanese, negli anni delle sue apparizioni televisive, aveva già in pratica detto tutto quello che aveva da dire, e raccontato già la sua storia.

Non c'è, per cui, nessuna sorpresa, nell'assistere a Qualunquemente, e non ci sono neppure grasse risate, visto che le battute sono stantìe, non perchè brutte, ma perché già conosciute e mandate a memoria.

La regia del fido Manfredonia, che era già stato regista di Albanese per E' già ieri, è da minimo sindacale, ma è la sceneggiatura il punto debole del film: praticamente inesistente. Come sempre, il problema di un comico, pur bravo, al cinema, è che il film diventa un susseguirsi di gag praticamente legate tra di loro da una trama esilissima, che non coinvolge, non emoziona, non smuove nessuna corda, anche in questo caso, visto che si parla di politica, seppur in modo caricaturale, perché si conosce già il personaggio e la sua "filosofia". Ed è un peccato, perché sappiamo bene che Albanese è anche un bravo attore. Solo che la dimensione del cinema, ai suoi personaggi, anche i migliori, non riesce a risultare consona, sempre a causa di un difetto di fluidità della storia.

Altra occasione mancata.

20110125

parole di pietra

Vi ricordo che mururoar è sempre vivo, e lotta insieme a noi. Una nostra creatura, un po' abbandonata, ma sempre interessante. L'ho aggiornata grazie all'amico Luca, e spero che insieme riusciremo a tenerla in vita.

http://mururoar.blogspot.com/

povero silvio!

venerdì rosa


Pink Friday - Nicki Minaj (2010)




La musica, a volte, è strana. Mai avrei pensato di trovare nei crediti di un disco fondamentalmente hip-hop, Joe Satriani. Eppure, Right Thru Me contiene un campionamento di Always With You, Always With Me, da Surfing With The Alien (quello con Silver Surfer in copertina).


Nicki Minaj è la nuova big thing del r'n'b/hip-hop statunitense, ed è di una tamarraggine a volte inenarrabile (ma c'è da dire che in questo campo, gli statunitensi riescono sempre a superarsi). Leggendo qua e là, questo disco era tra l'altro molto atteso (è il suo debutto, dopo molte collaborazioni).


Nonostante questo, e tutti i featuring (Eminem, Rihanna, Drake, will.i.am., Kanye West, Natasha Bedingfield), questo disco, che ha venduto e sta vendendo un bel po', non mi dice nulla di nulla. A volte è difficile distinguerla, a livello di timbro, da Rihanna (Moment 4 Life, ad esempio), ma nonostante la sfilza di produttori, non mi pare ci siano pezzi particolarmente originali, o che comunque possano inchiodartisi nell'orecchio.

taking lives


Identita violate – di D.J. Caruso 2004


Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)

Giudizio vernacolare: fa abbastanza ca'à


In Canada c’è un serial killer a piede libero; ha questo “vizio” fin da adolescente, e in pratica assume l’identità delle vittime, vive le loro vite, dopo averle uccise. La polizia canadese chiede aiuto ad un’esperta dell’F.B.I.


Cast multinazionale e di buon livello (Kiefer Sutherland, Ethan Hawke, Angelina Jolie, Gena Rowlands, Jean-Hugues Anglade, Olivier Martinez, Tcheky Karyo e, addirittura, in una piccola parte, la splendida Marie Josée Croze vista e premiata ne “Le invasioni barbariche”), per un film del quale ci dimenticheremo presto.


Come spesso accade, ricerca spasmodica del colpo di scena sensazionale, film che si trascina stancamente verso la fine dove, ovviamente, il bene trionfa.

20110124

alla fine della strada


Live At Roadburn 2007 - Neurosis (2010)


Album dal vivo ufficiale per i Neurosis, che curiosamente pubblicano nel 2010 un live risalente a tre anni prima; non che la cosa sia fondamentale, solo per la precisione. L'occasione è il Roadburn Festival di Tilburg, uno dei più importanti raduni metal europei, e la scaletta, fatta di nove pezzi, è tratta dagli ultimi quattro lavori in studio.

Detto questo, c'è solo da mettere su ed ascoltare, possibilmente creando una certa atmosfera. Visto che su disco manca la componente video (i nostri hanno un componente apposito, Josh Graham), che i die-hard fans dei Neurosis sostengono essere fondamentale, è il minimo che si possa fare.

Il combo di Oakland, venticinque anni di esperienza alle spalle, sono un po', sto per dire una roba che potrebbe far arrabbiare qualcuno, ma tanto qui siamo tra intimi, i Tool del post-hardcore. Complessi, e capaci di fondere un'infinità di influenze dentro una base metal (o crust-punk), sono riusciti a conservare l'approccio selvaggio del punk, e contemporaneamente, ad inglobare elementi che vanno dalla world-music al folk, dalla psichedelia ai Black Sabbath.

Nonostante gli esigentissimi fans siano capaci di muovere decine di critiche puntualizzando l'inutilità di questo live, io dico che è un'ottima occasione per un novizio per avvicinarsi alla complessità e alla grandiosità dei Neurosis, e per un esperto un ottimo passatempo in attesa del prossimo monolite.

runaway jury


La Giuria - di Gary Fleder 2003


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: vest'ameri'ani ti fanno causa per quarziasi 'osa


Un gran bel film davvero, l'ennesimo tratto da un libro di John Grisham.

Un broker rimane ucciso in una sparatoria; la moglie fa causa alla casa produttrice dell'arma che ha sparato. Le ragioni dell'accusa sono portate avanti da un avvocato idealista (Hoffman), mentre la difesa, spalleggiata dalla lobby delle armi, si affida, più che agli avvocati, ad un "esperto in giurie"(Hackman).


Temi d'attualità molteplici (la diffusione delle armi da fuoco, la potenza delle lobbies, la corruttibilità e l'influenzabilità delle giurie popolari), montaggio serrato, dialoghi di ottimo livello, attori strepitosi, anche nei ruoli minori (e guardate, che ce ne sono davvero tanti!), sceneggiatura lineare (e non troppo complicata, per essere un legal-thriller, cosa a mio parere molto positiva); se vogliamo trovare un difetto a tutti i costi, poco sfruttato il fascino decadente di New Orleans, città dove si svolge il processo.

Lezione di cinema e recitazione.

20110123

il rumore


Le Noise - Neil Young (2010)

Diavolo (o acqua santa?) di un Neil Young. A 65 anni è in grado di stupire ancora. Ingaggia il connazionale Daniel Lanois, ormai uno tra i produttori più famosi e rinomati al mondo, e sforna un disco dove c'è lui e solo lui. Chitarra e voce, e, altra cosa piuttosto inusuale, la chitarra è perlopiù elettrica, e non acustica.
Lanois lo immerge nel suo habitat naturale: il riverbero e le distorsioni, Young limita al minimo gli assoli, e, nonostante appunto le distorsioni, ecco che consegna a tutti noi un album di canzoni scarne ma bellissime, ridotte all'osso, in un certo senso, ma non in quello che ci si aspetterebbe leggendo una definizione del genere.
Riconoscibili fin dalla prima pennata, anche l'ennesimo disco del "boscaiolo" padre putativo del grunge contiene pezzi che sono già dei classici: ascoltare Sign Of Love o Love And War per credere.
Non c'è altro da aggiungere.

Ken & Dave


Starsky & Hutch - di Todd Philips 2004


Giudizio sintetico: da evitare (1/5)

Giudizio vernacolare: fa piuttosto caà


Per chi non avesse mai visto la serie tv, Dave Starsky e Ken Hutchinson sono due poliziotti di Bay City, di carattere diametralmente opposto, e viaggiano su una Ford Torino; il tutto a cavallo degli anni '70.


La serie è diventata un cult, questo film non farà altrettanto. I due nelle "mani" di Ben Stiller e Owen Wilson diventano dei perfetti idioti, che nonostante tutto riescono a sventare un complicato traffico di cocaina.

Certo, si ride, e anche in maniera grassa, in almeno 3 o 4 casi, ma, visto che siamo alle prese con la coppia Stiller-Wilson, occorre ricordare che il grande "Zoolander" è un'altra cosa. I due diventano talmente caricaturali che Snoop Dogg, nei panni di Huggy Bear, ci fa un figurone; oltre a Vince Vaughn e a Chris Penn, nel cast anche Juliette Lewis che pare ormai abbonata a parti da svampita (anche qui, visto che c'è, ci fa quasi un figurone anche Carmen Electra).

Un film che potete tranquillamente aspettare alla tele o in dvd, e nemmeno con troppa ansia.

20110122

le ere della terra


Vîrstele Pămîntului - Negură Bunget (2010)

A questo giro vi voglio parlare di una band rumena. Conoscendo un po' i gusti dei frequentatori di questo blog, immagino che pochi di voi si interessino al black metal, e quindi non saprete che esiste anche, al suo interno, un sottogenere con influenze folk e addirittura etniche. Invece, qualcuno di voi si ricorderà del capolavoro Roots, rilasciato nel 1996 dai brasiliani Sepultura.
Ecco, fate conto che già al primo pezzo, Pămînt, che non a caso significa terra, vi troverete di fronte ad una cosa di quel tipo.

I NB hanno una storia piuttosto corposa, visto che cominciano nel 1995 a Timisoara, come Wiccan Rede, e fanno uscire il loro primo disco nel 1996. Si ispirano ad una spiritualità riferita alla terra, soprattutto della Transilvania. Il loro nome si riferisce alla nebbia densa che esce solitamente dalle foreste circostanti la zona, e vuole descrivere l'atmosfera musicale che cercano di creare. Cantano in rumeno.

Diversi cambi di formazione negli ultimi tempi, defezionari anche un paio di membri storici, li hanno portati a stabilizzare la line-up con be sei elementi, due dei quali (Negru e a'Ger), oltre alle percussioni, si occupano di suonare strumenti folk della tradizione locale. Ampio spazio ha il flauto, per dirne una, in questo disco.

Il risultato è davvero di grande fascino, e alterna momenti da colonna sonora horror a passaggi classicamente black metal, inframezzando il tutto con le succitate influenze di folk tendente al gitano, ma il tutto è amalgamato superbamente. Provare per credere.

il fiore del deserto


Desert Flower - di Sherry Horman 2009



Giudizio sintetico: si può vedere - per la causa (2,5/5)

Giudizio vernacolare: storiaccia



Waris Dirie non è sempre stata una top model. E' nata nel 1965 circa, nel deserto somalo, da una famiglia nomade, e all'età di 13 anni è fuggita a piedi, attraverso il deserto appunto, fino a reggiungere la nonna a Mogadiscio, per sfuggire ad un matrimonio combinato dal padre, con un uomo molto più vecchio di lei. Tramite altre conoscenze, al servizio di un diplomatico, si trasferisce a Londra, dove vive per un periodo praticamente segregata. Una sommossa nel paese di origine crea problemi anche nell'ambasciata, dove lei era a servizio, ed è qui che per lei comincia un'altra vita. Perduta a Londra, conoscendo si e no tre parole di inglese, si imbatte in Marylin, una commessa che, a suo modo, ha problemi quanto lei, che dopo un'iniziale disinteresse, la accoglie e la aiuta a trovare lavoro in un McDonald's. E' qui che Waris viene notata da Terry Donaldson, un fotografo di moda, e questa volta è la diffidenza iniziale di Waris che ritarda il suo ingresso nel mondo dorato delle indossatrici.

Contemporaneamente a tutto questo, Waris, a contatto con il mondo occidentale, sessualmente molto più disinibito del suo di origine, scoprirà non senza problemi, che la mutilazione genitale che ha subito da piccolissima, cosa che in molti paesi dell'Africa rurale è tutt'oggi normale, non è praticata. Comincia così il percorso che la porterà, oltre alla sua carriera di modella, a diventare Ambasciatrice per l'ONU.


Tratto dall'omonimo libro autobiografico, naturalmente di Waris Dirie, il film della Horman, nata negli USA ma trasferitasi in Germania all'età di sei anni, sembra un po' un'occasione sprecata. La storia, e i numeri statistici con i quali si chiude il film, sul numero di ragazze che ancora oggi vengono orrendamente mutilate con questa pratica disumana, è di per sé toccante e straziante, ma la messa in scena diretta dalla Horman, dove la parte principale, quella di Waris, viene affidata alla modella etiope Liya Kebede, rende il tutto un po' troppo superficiale, perfino quando vuole essere drammatico, vedi l'insistenza insopportabile del tema musicale nelle parti desertiche. L'inserimento della storia d'amore con Harold sembra solo un pretesto per allungare il brodo, e ogni avanzamento della storia sembra poco fluido.

Nonostante la presenza di due cavalli di razza, Sally Hawkins nella parte di Marylin (che recita in un incomprensibile slang cockney che, a tratti, sembra forzato per far risaltare l'inglese storpiato e decisamente rudimentale di Waris, almeno agli inizi della loro amicizia), e Timothy Spall nella parte del fotografo Terry Donaldson (forse per la prima volta ho visto questo grande attore leggermente a disagio), il film non decolla mai. Per una volta, la distribuzione italiana (il film, presentato a Venezia nel 2009, non è stato distribuito da noi) ci ha preso, non facendolo uscire.

20110121

rituale


Ritual - White Lies (2011)


C'è qualcosa che manca nel nuovo disco dei White Lies, che tanta impressione mi fecero al loro debutto. Troppi pezzi suonano simili a quelli del precedente, per carità, alcuni molto belli e di grande atmosfera (le tastiere anni '80 post-new wave alla Gary Numan aiutano moltissimo, e su questo secondo disco sono presenti in maniera massiccia, molto più che sul debutto), e come spesso accade, il disco parte sparando le sue cartucce migliori nella prima parte, per poi afflosciarsi ignobilmente nella seconda, lasciando tra l'altro l'amaro in bocca.

Perché si intuisce un grande potenziale, non certo originale, ma sicuramente ai livelli, se non superiore, a quello degli Interpol degli esordi (perché, come avrete certamente intuito, siamo da quelle parti).

Un pezzo come Turn The Bells è esplicativo. Contiene dei passaggi da pelle d'oca (quella specie di chorus), ma nel complesso non è una canzone riuscita.

La voce di Harry McVeigh ricorda le migliori di quel genere citato prima (Quando parlavo di Gary Numan; c'è da dire però che ancora non sono riuscito a vederlo e soprattutto sentirlo dal vivo, perché nutro ancora dei dubbi. L'inizio di Streetlights, ad esempio, già sul disco lascia interdetti, visto che la voce, appunto, sembra in grossa difficoltà), e spesso contribuisce, da sola insieme alle tastiere, a creare momenti estatici e molto evocativi, davvero belli. Ma non basta. Alcuni riempitivi come Peace & Quiet, The Power & The Glory, Come Down, non inficiano le belle Bad Love, Strangers, Bigger Than Us, ma, unite al resto, abbastanza mediocre, lasciano un senso di incompiutezza piuttosto diffuso.

uccidimi!


Kill Me Please - di Olias Barco (2011)


Giudizio sintetico: da vedere ma non per tutti (3,5/5)

Giudizio vernacolare: ti fa stiantà, però poi ti fa sentì n'inbarazzo


Belgio, presumibilmente. Località di montagna, abbastanza isolata. In una specie di vecchio maniero, c'è una clinica, che si raggiunge, appunto, con una certa difficoltà, sia con i mezzi pubblici che con l'auto. Questa clinica è un qualcosa fuori dall'ordinario. Lì, il dottor Krueger accoglie persone dalle storie più diverse, accomunate solo dal desiderio di morire con dignità. Krueger li accoglie, li ascolta, si accerta che effettivamente siano convinti di voler morire, cerca se possibile di farli desistere, poi li mette a loro agio, esaudisce il loro ultimo desiderio, e poi dà loro un preparato chimico che in tre minuti li stende per sempre. Consiglia al suo staff di infermieri di non stringere amicizie con i pazienti, fermo restando la cortesia, per non soffrire quando arriva la loro dipartita. Non insiste, ma accetta volentieri, nel caso i pazienti siano particolarmente ricchi, donazioni. Sovvenzionato dallo Stato, sta subendo l'ispezione di una zelante e a volte fastidiosa ispettrice della Guardia di Finanza.

Gli abitanti dei dintorni, non vedono di buon occhio la clinica, ma fino a quel momento, la tollerano. Krueger cerca di farsi notare il meno possibile. Ma, in seguito ad un incendio, che mette fuori uso una parte del complesso, distruggendo la cucina e tutte le provviste, e scatenando una serie di proteste tra i pazienti, l'autista, che Krueger incarica di andare a fare spesa, e ad accompagnare un paziente che se ne vuole andare alla stazione, provoca un piccolo incidente, che scatena una reazione che innescherà una spirale di eventi senza possibilità di ritorno.


Ecco uno di quei film che ti rimangono in mente per mesi, forse anni. Trionfatore al Festival di Roma dell'anno passato, Kill Me Please è l'opera seconda di Olias Barco, giovane regista francese "emigrato" in Belgio per farsi finanziare, girata in poco tempo e con pochissimi soldi (niente colonna sonora, addirittura pare minimo sindacale per gli attori o una quota di partecipazione), ed è uno di quei film che, oltre a rimanerti nella memoria, dimostrano che a volte, bastano le idee, al volontà, e dei buoni attori, per fare buon, o addirittura grande, cinema. Girato in un bianco e nero sporco, sgranato e piuttosto scuro (c'è chi sostiene addirittura che la scelta del bianco e nero sia stata fatta per far risultare più credibile il sangue, che veniva simulato, per motivi sempre di budget, con del Nesquik), il film è un crescendo grottesco ed irresistibile di humor nerissimo, che parte quasi accarezzando lo spettatore, assestando qualche battuta piacevole qua e là, per poi alzare l'asticella ogni minuto di più, fino a spiazzare completamente lo spettatore, che "in corso d'opera" viene costretto a cambiare prospettiva, e a chiedersi dove si va a parare.

Sapendo, ad esempio, che l'idea è ispirata alla clinica privata svizzera Dignitas (titolo originale del film, poi cambiato per motivi legali; da puntualizzare che a quanto se ne sa, in Svizzera ne esistono molte di queste cliniche), ci si pone alla visione immaginando che si voglia o sostenere, o criticare, l'eutanasia. E invece, alla fine si esce ancora una volta spiazzati, divertiti, e convinti che la morte è una roba che non si può affatto regolamentare.

Il paragone che mi è saltato in testa quasi subito, è quello con l'ormai mitico Louise + Michel, e non solo per il fatto che i due film condividono la presenza (ancora una volta, straordinaria) di Bouli Lanners (qui nei panni di Vidal), ma anche per, come detto, lo humor decisamente macabro, nero, caustico, più tarantiniano di Tarantino (il regista ha dichiarato di essersi ispirato a Marco Ferreri). Una roba talmente spiazzante, che vi ritroverete a ridere di gusto ad ogni omicidio, e perfino davanti ad un tentativo (goffo) di stupro. Non solo: vi troverete in mezzo a situazioni come quella che ha vissuto chi vi scrive. La coppia vicino a me nel cinema: lui che ride di gusto, quasi quanto me, lei che gli fa "ma cosa ridi, quello è morto!".

Attori super, tutti quanti, nessuno escluso. Già detto di Lanners, ci sono da sottolineare almeno Aurélien Recoing (Krueger, ce lo ricordiamo in A tempo pieno di Cantet), Virgile Bramly (Virgile, tra l'altro anche co-sceneggiatore), Saul Rubinek (Breiman, l'abbiamo visto pochi giorni fa in La versione di Barney) e la straordinaria trans Zazie De Paris nei panni della signora Rachel, che riesce a far ridere lo spettatore con un colpo di tosse sui titoli di coda.

Un film che, nel caso ci aveste litigato, riconcilia con il cinema.

20110120

bad habit


Cattive abitudini - Massimo Volume (2010)

Come forse saprete, i Massimo Volume si sciolsero nel 2002, e sul finire del 2008 si sono riformati, per una serie di concerti, dopo di che hanno deciso che era tempo di dare un successore all'ormai lontanissimo Club Privé, del 1999. Ecco quindi Cattive abitudini, che ci riconsegna una band con le stesse particolarità di prima, in una forma invidiabile.
Ci sono alcuni pezzi in cui a livello musicale mi hanno ricordato i Marlene Kuntz dei primi tempi, con un sapore moderno. Quel che conta, è che Cattive abitudini è un disco che, come si dice spesso con una frase fatta, cresce con gli ascolti, e ti affascina lentamente.
I racconti di Emidio Clementi vengono declamati alla sua maniera, tra il marziale e il veemente, con un pizzico di dolcezza celata, e c'è che si arrovella a spiegarli, a dargli un perché, ad indovinare le identità dei protagonisti. Come spesso capita, penso sia meglio lasciare ad ognuno la sua interpretazione. Così come c'è chi si diverte, non si sa se quanto Clementi, a riconoscere e catalogare tutte le citazioni che Emidio ha disseminato lungo i suoi racconti/canzone. Lascio questo mestiere ingrato ad altri, e mi godo il disco.
La bellezza violata, a mio modo di vedere, è uno dei punti più alti del disco, ma citare qualche pezzo, ancora una frase fatta, è come fare un torto agli altri. Fausto e Litio altre che mi emozionano fin dall'inizio.
Non posso fare a meno, quando ascolto o ri-ascolto i Massimo Volume, di pensare agli Offlaga Disco-Pax o agli Uochi Toki, e nonostante in fondo tutti facciano un genere relativamente "di nicchia", mi viene da pensare che la band di Clementi sia tornata per riscuotere. Non soldi, ma il meritato (relativo) successo, e non lo sta facendo con un disco di scarti.
Bel disco. Massimo volume, massimo rispetto.

Barney's Version


La versione di Barney - di Richard J. Lewis (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere ma anche no (2,5/5)
Giudizio vernacolare: è un antro barni!


Barney Panofsky è un ebreo canadese, ormai 65enne, che ha avuto una vita piena. Tre mogli, due figli ormai grandi ed indipendenti, amici artisti (qualcuno morto), gioventù in Italia (a Roma), una passione smisurata per l'hockey su ghiaccio, l'alcool (whisky in particolare) ed i sigari (Montecristo). E' sempre stato sboccato, irriverente, passionale. Battuta pronta, lingua tagliente, ha amato il padre Izzy, l'amico Boogie, ma soprattutto la terza moglie Miriam, della quale ancora oggi, a molti anni dal divorzio, non riesce a fare a meno.

Produttore televisivo (di schifezze) di successo, mentre l'Alzheimer comincia a farsi sentire, comincia a ripensare alla sua vita, provocato e stimolato dal nemico di sempre, prima di suo padre, e dopo suo, il detective O'Hearne, che pubblica un libro dove sostiene in maniera ferma che Barney è l'assassino di Boogie, morto 30 anni prima proprio dopo aver avuto un'accesa discussione con Barney.


Lo so, è sempre la stessa storia. Quando hai amato molto un libro, la messa in scena cinematografica 9 volte e mezzo su 10 ti delude. E di sicuro, fare un film de La versione di Barney, di Mordecai Richler, libro divertentissimo (ed amaro fino all'inverosimile), verboso, sboccato, politicamente scorretto, impregnato di quel fantastico humor ebraico che prima di tutto e tutti, ironizza su se stesso(i), non era certo impresa facile.

Ma dopo aver visto il film, viene il sospetto che si potesse senza dubbio fare molto di più, almeno in memoria di Richler stesso (morto nel 2001, il film è ovviamente a lui dedicato); ed il sospetto aumenta quando si vanno a guardare le note biografiche del regista, un semi-sconosciuto che ha fatto quasi esclusivamente televisione (ultimamente CSI), come pure quelle dello sceneggiatore (anche lui soprattutto televisivo, con predilezione per il genere fantasy).

E, viene da dire, meno male che sul cast non si è risparmiato, almeno per i personaggi di spicco. Meno male per questa specie di massacro, che ci sono Dustin Hoffman (Izzy) e soprattutto Paul Giamatti (Barney), che quasi certamente vedrà ripagata almeno con una nomination agli Oscar una delle sue tante magnifiche prestazioni.

Il problema è, che la versione (scusate il gioco di parole) del Barney di questa trasposizione sullo schermo, è edulcorata, ripulita hanno detto già in parecchi, vagamente mielosa. Il film, verso la fine, commuove, anziché far ridere di gusto e scorrettamente, come avrebbe dovuto essere. Barney risulta essere un simpatico loser (e qui si potrebbe aprire un dibattito su quanto di questo sia dovuto alla sceneggiatura, e quanto all'imprinting che lo spettatore abituale di buoni film si è fatto, di fronte a Paul Giamatti, da sempre abbonato a questo tipo di ruoli) dal cuore d'oro, solo un po' instupidito dall'alcool. Per cui, per me il pollice è verso, più per la sceneggiatura che per la regia in fondo. Lewis, in effetti, si limita a disegnare paesaggi da cartolina (sia in Canada che in Italia, e ricordiamo che la parte che nel film si svolge a Roma, nel libro era a Parigi) su una fotografia vagamente neutra.

Alla fine, il divertimento maggiore è quello di leggere l'intero cast e ricordarsi i ruoli piccoli, che sono stati riservati a tre grandi registi canadesi: Atom Egoyan e David Cronenberg nei panni di due registi della sit-com prodotta da Barney e dalla sua Totally Unnecessary Productions, Denys Arcand che interpreta Jean, il cordialissimo e riverente maitre del Ritz.

Detto già di Giamatti e Hoffman, brava Rosamund Pike nei panni di Miriam ma anche Minnie Driver in quelli della seconda moglie di Barney, meglio l'italianissimo Thomas Trabacchi che interpreta Leo di Scott Speedman in quelli di Boogie.

20110119

sole


The Sound Of Sunshine - Michael Franti & Spearhead (2010)


Si, è vero, è un dischettino facile facile, easy, di musica apparentemente felice, giocosa, piena di vita, con ritornelli catchy e tutto il resto. Ma, ricordiamocelo, Franti è uno che si può permettere pure questo. L'altra cosa importante da dire, a proposito dell'ennesimo disco dell'omone che non porta più le scarpe dopo che ha riflettuto sul fatto che i poveri non le hanno, è che continua il suo viaggio attraverso la musica di estrazione nera: all'inizio del disco la barra pare ben puntata soprattutto sulla Giamaica, ma è solo un diversivo. Il singolone d'apertura The Sound Of Sunshine, e la seguente Shake It possono trarre in inganno.

Detto dei featuring interessanti, Lady Saw sulla già citata Shake It (dove se non sbaglio appare pure Shaggy), e Cherine Anderson (con lui già in diversi pezzi sul precedente All Rebel Rockers) su Gloria, Franti non finisce mai di sorprendere: su Hey Hey Hey c'è una sezione d'archi, Anytime You Need Me è costruita su una citazione di Imagine, I'll Be Waiting scimmiotta i suoni degli U2.

The Things That Helps Me Get Through è invece un rock'n'roll sixties-style ma anche un po' Motown, con un ritmo travolgente.

E tra un raggio di sole e l'altro, il messaggio di pace e convivenza di Franti è sempre presente.

ragazza del Jersey


Jersey Girl - di Kevin Smith (2004)


Giudizio sintetico: da evitare (1,5/5)

Giudizio vernacolare: popò di caata


Coppia rampante, felice, bellissima: Gertrud (J.Lo.) e Ollie (Affleck), che è PR delle star musicali più famose. Il tutto a 30 anni o poco più, e praticamente al centro del mondo che conta: Manhattan. Gertrud rimane incinta, Oliver stenta a calarsi nella parte causa lavoro, ma al momento del parto i due sembrano pronti e felicissimi: lei però, muore immediatamente dopo il parto, forse a causa di un aneurisma. Ollie perde il posto causa nervosismo crescente, quindi padre e figlia (Gertie, come la madre) tornano nel New Jersey dal padre di Ollie, per una vita "normale".

Dopo 7 anni Ollie si troverà davanti ad un bivio, potendo tornare a lavorare a Manhattan nel campo che gli compete, lasciando nel Jersey gli affetti riconquistati (il padre, gli amici, una ragazza, Liv Tyler, appunto la ragazza del Jersey), e forzando le preferenze della piccola.


Film carino, leggero, dalla lacrima facile. Purtroppo, per tutti i fans di Kevin Smith (me compreso), è ufficiale: l'abbiamo perso. Non c'è nemmeno l'ombra del sarcasmo e dell'ironia che lo hanno da sempre contraddistinto (se vi bastano le scene "gemelle" delle paternali padre/figlia e figlia/padre in seguito ai "nudi" in casa, vuol dire che pretendete poco), delle battute intelligenti e fulminanti dei suoi film; si stenta a credere che sia un film di Smith, se non per buona parte del cast, e per la fotografia patinata, che però qui sorte l'effetto contrario; di solito aumenta il paradosso, stavolta aumenta la sensazione di trovarsi davanti ad un film per famiglie, inzuppato nella melassa.

Bella la scena del musical rifatto a livello familiare, buono il dialogo Ben Affleck/Will Smith; ma Kevin Smith si è smarrito. Speriamo si ritrovi al più presto.

20110118

ruggine


Rust In Peace Live - Megadeth (2010)


Live celebrativo per i sopravvissuti Megadeth di Dave Mustaine, registrato all'Hollywood Palladium nel marzo del 2010, ed uscito nel settembre dello stesso anno. Consta dell'intera track list, naturalmente, di uno dei dischi più importanti della band, come pure del thrash metal, a 20 anni dall'uscita, più altri sei pezzi, scelti tra i più rappresentativi: Skin O' My Teeth, In My Darkest Hour, She-Wolf, Trust, Symphony Of Destruction, Peace Sells.

La band sembra in discreta forma; oltre a Mustaine, ci sono Chris Broderick (Jag Panzer, Nevermore) all'altra chitarra, il fido (o quasi) David Ellefson al basso, e l'ennesimo batterista/fenomeno, Shawn Drover.

E' naturalmente un disco per vecchi conoscitori, che ti fa precipitare in un abisso di ricordi. Tornado Of Souls il pezzo migliore, nonostante ad orecchie attente parrà di avvertire un pizzico di confusione, tra la batteria e le chitarre, nel finale; nonostante questo, e nonostante qua e là, lungo tutto il disco, la voce di Dave simpatia Mustaine mostri la corda (ma l'ha sempre usata così), quasi ci si commuove: alcuni pezzi sono davvero monumentali.

should lanterns shine


L'inutile guida - Rita Girola (2009)


Il destino ha voluto che dopo tanto tempo senza riuscire a terminare un libro, tra tutti quelli sul comodino, abbia terminato proprio questo. E però, la riflessione che mi ha subito innescato, è che non c'entra il destino, se, almeno in Italia, si pubblicano autori poco capaci di emozionare, e neppure troppo bravi a scrivere, mentre invece libri come questo rimangono sconosciuti, dimenticati, si perdono nell'oblio a dispetto di sforzi, sacrifici, sudore degli autori.


Il libro, infatti, è uscito un paio di anni fa per Progetto Cultura, collana Le scommesse. Fosse per me, la scommessa sarebbe vinta, e non certo perchè il libro mi è arrivato tra le mani tramite amici.


Quello che colpisce, oltre alla prosa composta ma lineare, mai sopra le righe ma capace di descrivere mondi e situazioni senza dubbio al limite, è la capacità dell'autrice di dipingere amori profondi e squassanti a prescindere dal sesso dei protagonisti, la padronanza di schemi a-temporali (la struttura non è perfettamente cronologica, per voi che amate il cinema di Iñárritu/Arriaga), con l'espediente narrativo del diario di una dei personaggi che permette svariati flashback e, di conseguenza, l'approfondimento delle altre figure del romanzo, e, non ultima, una conoscenza letteraria e musicale non comune e a 360 gradi, che farebbe letteralmente impallidire molti pseudo-esperti. Capirete che a me, personalmente, la cosa ha colpito molto, così come ha colpito il fatto che l'autrice sia in grado di sciorinare tali conoscenze innanzitutto senza darsi troppe arie, dopo di che usandole doverosamente, quando ce n'era bisogno, a totale beneficio della storia. Aggiungerei ancora, sull'argomento, che come capirete mi tocca da vicino, che a parte la dedizione, sempre dell'autrice, ai personaggi, si evince con forza dalla storia, una implacabile passione per i due temi citati poco prima, la letteratura, nello specifico la poesia (perfino il titolo è estratto da una poesia, di Dylan Thomas), e la musica; riguardo a quest'ultima, badate bene, non parlo solo di musica rock, ma di tutte le sue coniugazioni, e perfino di classica.


Detto questo, due parole sulla trama. Steven "Steve" Williams è un musicista geniale, che incarna alla perfezione lo stereotipo del musicista rock: urgenza comunicativa, vita bruciata in fretta condita da tormenti familiari ed interni, sessualità "completa" (passatemi il termine), amore per alcol e droghe; discesa agli inferi e lenta risalita, ospedali, rehab, trasferimento lontano quanto basta dal suo vecchio mondo, moglie perfetta che gli lascia una libertà invidiabile, e due splendide figlie piccole. Eppure, il ricordo di un amore del quale sente ancora una mancanza tremenda, devastante, lo tormenta, e non gli permette di godersi questo paradiso che sembrava decisamente non meritarsi. Chiave di volta di questo ritorno di fiamma, il diario di una fan sfegatata, che versa, purtroppo, in gravi condizioni.


Non aggiungo altro, perché vorrei mettervi curiosità. Il libro è bello e coinvolgente, ed in tutta sincerità, auguro all'autrice di vincere le difficoltà (di cui detto in apertura), e di riuscire, in un futuro non troppo lontano, a regalarci almeno un altro romanzo di questo livello. Un passo alla volta, Rita.

sorelle


Hermanas - di Julia Solomonoff (2005)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: firmettino per appassionati di curtura ispanoameri'ana

Nel 1984, dopo otto anni di separazione, Natalia Levin, giovane reporter di guerra di base in Spagna ma argentina di nascita, arriva in Texas dove si è stabilita la sorella maggiore Elena, con il marito Adriàn ed il figlio Tomàs, di circa otto anni. Insieme, riesumano dalla soffitta una bozza dell'ultimo libro non pubblicato dal padre David, e rileggendolo capiscono che il padre stava raccontando la loro storia fino al 1976, anno in cui Natalia fu costretta all'esilio, dal quale non tornò neppure per i funerali del padre. La cosa scatena conseguenze inattese, ricordi sopiti, tensioni inespresse e, alla fine, verità sottaciute.

Film che in fin dei conti racconta una realtà già raccontata più e più volte, anche in maniera più cruda e spettacolarmente dolorosa, ma che mi attirava sia perchè mi sento ormai stranamente legato alla terra argentina, sia per la presenza di due attrici interessanti, che qui recitano proprio la parte delle due sorelle protagoniste, le due hermanas del titolo: Ingrid Rubio nei panni di Natalia, l'abbiamo vista in Salvador - 26 anni contro, è catalana ma molto attiva anche nel cinema argentino, tanto da recitare a mio giudizio con un dignitoso accento argentino, e Valeria Bertuccelli, nei panni di Elena, l'abbiamo vista in XXY (e il vostro cronista preferito l'ha recensita in Un novio para mi mujer e Luna de Avellaneda).
Il film risulta un po' freddo nella messa in scena, forse volutamente tende a far apparire asettica tutta la parte texana, ma tutto sommato, pur facendo ampio uso di flashback, è abbastanza scorrevole e racconta una storia interessante svelandola un po' alla volta, fino al colpo di scena finale che lascia un certo gusto amaro.
Prodotto tra gli altri da Walter Salles (Central do Brasil, I diari della motocicletta), conta anche su una piccola parte di Eusebio Poncela, bravissimo attore spagnolo che si vede poco sul grande schermo [era in Matador di Almodovar, e in film ispano-argentino molto bello che purtroppo non è uscito in Italia, Martin (Hache), di Adolfo Aristarain].

20110117

Lars and the Real Girl




Grande Silvio, una ne fa e cento ne pensa. Adesso è pure fidanzato, cosa che naturalmente rende impossibile che le troie facciano gli spettacolini in villa, la sera.


Ma secondo voi, lui e Ruby hanno lo stesso truccatore?


Mistero della fede arcoriana...

luogo semplice


Some Place Simple - Martina Topley-Bird (2010)

Résumé della, per il momento, breve carriera solista della brava vocalist inglese. Il disco, uscito nell'estate scorsa, contiene spoglie ed interessantissime versioni di suoi pezzi contenuti nei primi due dischi Quixotic (2003) e The Blue God (2008), con l'aggiunta di quattro inediti, Orchids, All Day, Kiss Kiss Kiss e Harpsichord Kiss.
Il disco è ipnotico, minimale, tribale, ovviamente trip-hop ma con una certa scarnezza, che spoglia (appunto) le canzoni e mette in evidenza, se ancora ce ne fosse bisogno, una splendida voce, usata al meglio.

black swan


Cigno nero - di Darren Aronofsky (2011)

Giudizio sintetico: da vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: una svarvolata capisce d'esse' svarvolata. Forze.

New York. Nina Sayers è una giovane, ma già esperta, ballerina di una prestigiosa compagnia di ballo, appunto, di New York. La sua vita è completamente votata al ballo, decisamente "sorvegliata" dalla madre Erica, ex ballerina; Nina non ha praticamente vita sociale, e sembra permanere in una sorta di adolescenza lunga, mentre in verità ha 28 anni. Basta guardare la sua camera da letto.
La nuova stagione del balletto sta per aprirsi, ed il direttore artistico Thomas Leroy ha deciso di "pensionare" la prima ballerina, Beth Macintyre, per lanciare una nuova stella. La nuova prima ballerina dovrà essere in grado di interpretare la parte principale nel Lago dei cigni, riuscendo a risultare convincente sia nella parte delicata e fragile del Cigno Bianco, sia in quella sensuale e maledetta del Cigno Nero.
La scelta, che in un primo momento sembra cadere su Veronica, premia a sorpresa (ma non troppo) Nina. Le frizioni e le naturali invidie, però, non sono tra Nina e Veronica, come sembrerebbe ovvio, bensì tra Nina e Lily, una nuova arrivata, con una forte personalità. Thomas stesso è combattuto: Nina si adatta perfettamente al ruolo del Cigno Bianco, mentre Lily sembra nata per impersonare il Cigno Nero. Nel frattempo, Nina continua ad avere strani "disturbi", come profondi graffi sulla schiena, che non riesce a spiegare, e piccole emorragie che sembrano venire dalle pellicine a ridosso delle unghie delle dita delle sue mani...

Aronofsky si è ritagliato un posticino tra Lynch e Cronenberg, ma da molti è considerato un falegname, seppur con ambizioni da filosofo, rispetto agli altri due, considerati artisti. Piccoli capolavori, cult-movie e tonfi veri e propri sono peculiarità di tutti, anche dei migliori. A parte i primi tre film, dopo The Wrestler questo Black Swan è un lieve passo indietro, un po' troppo compiaciuto, dove il regista gioca eccessivamente con temi affrontati spessissimo, tra letteratura e cinema: metamorfosi kafkiane, bene e male, il doppio, Dr. Jekyll & Mr. Hyde.
Certo, lo fa alla sua maniera, e non essendo né un dilettante, né un cazzone, riesce a mettere in piedi un film sul balletto che non annoia per niente, e che passa attraverso i generi, mettendo assieme noir, thriller psicologico ed horror. Se da una parte non rinuncia alla sua verve sempre molto rozza, quasi splatter, spesso muscolare, dall'altra riesce a mantenere una tensione altissima durante tutta la durata del film, fino ad un finale che, senza essere per nulla un happy ending, riesce perfino a mettere in guardia dalle ossessioni. Fotografia che tende ad essere cupa, bei movimenti di macchina che accompagnano sia le scene in campo aperto (poche), sia quelle in cui stringe pericolosamente sui primi piani dei protagonisti e, soprattutto, sui corpi.
Ecco, siccome in molti hanno già accostato questo nuovo lavoro al precedente The Wrestler, riuscendo a trovarci punti in comune, la mia impressione è stata un po' diversa. Se lì, in The Wrestler, il meraviglioso loser era costretto in una parte ben precisa dal non saper fare altro, qui la protagonista è prigioniera di un'ossessione che può darle la gloria o la follia. Non dirò altro, perché direi troppo.
Aronofsky fa come sempre un buon lavoro con gli attori. Barbara Hershey (Erica) per me è inquietante dai tempi di Entity (1982), e qui è adatta per la parte della madre della protagonista; Mila Kunis (Lily) è una piacevole e bellissima scoperta, e fa pesare tutti i suoi relativamente pochi minuti sullo schermo. Vincent Cassel (Thomas) lascia il dubbio che, con un altro attore, quella parte potesse regalare qualche brivido in più. Natalie Portman (Nina) è alle prese con una delle prestazioni più importanti della sua carriera, che probabilmente le frutterà almeno una nomination all'Oscar; cercando il pelo nell'uovo, poteva essere più cattiva, ma giustamente, la parte le richiedeva di non esserlo troppo. Un'ultima citazione è necessaria per la rediviva Winona Ryder (Beth): noi maschietti l'amiamo un po' tutti, ma bisogna dire che in quelle tre/quattro scene, si dimostra ancora un'attrice che meriterebbe ancora qualche parte importante.
Concludendo, un film imperfetto, seppur interessante, da un regista del quale ci fidiamo ancora molto.
In uscita in Italia il 18 febbraio.

20110116

cartoline


Postcards From A Young Man - Manic Street Preachers (2010)

I gallesi continuano a sfornare album a breve distanza, questi ultimi anni paiono particolarmente prolifici per loro: pensate che è già programmato per questo 2011 un'ulteriore uscita. Questo Postcards, come hanno dichiarato loro stessi, è un disco spiccatamente radiofonico, un ennesimo tentativo di "infiltrarsi nel sistema" per dire le loro cose, con melodie accattivanti. Missione compiuta.
Senza dubbio migliore del precedente Journal For Plague Lovers, contiene pezzi di quelli fatti bene, melodie ariose con ampio uso degli arrangiamenti con gli archi, grandi spruzzate di soul alla Motown (Hazleton Avenue, che negli archi ricorda It Ain't Over Till It's Over di Kravitz) e addirittura di gospel (Some Kind Of Nothingness), riferimenti palesi ai Queen (il finale di Postcards From A Young Man, il pezzo).
Ospiti Ian McCulloch degli Echo & The Bunnymen ai cori su Some Kind Of Nothingness, Duff McKagan (ex Guns N' Roses) al basso su A Billion Balconies Facing The Sun, e addirittura John Cale tastiere e noise su Auto-Intoxication.
Nella foto di copertina, una vecchia foto in bianco e nero di Tim Roth.
Bel disco.

Vera Drake


Il segreto di Vera Drake - di Mike Leigh 2004


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: pallosetto


1950, Londra; Vera è una donna umile, povera, ma felice; ama suo marito che la contraccambia, hanno due figli, Sid, il maschio, che fa il sarto ed è un ragazzo brillante e in gamba, e la femmina Ethel, operaia in una fabbrica di lampadine, un po' sciatta, semplice, bruttina e poco estroversa. Il marito Stan lavora in un'officina automobilistica insieme al fratello, che ha sposato una donna veramente antipatica.

Vera fa le pulizie in diverse case borghesi, ed è una donna sempre allegra, pronta a dare una mano a chiunque, buona d'animo e pura di cuore. Ha anche un'altra "attività", che tiene nascosta a tutti: aiuta le ragazze povere ad abortire con metodi casalinghi, e non ha mai pensato di chiedere soldi per questo. Nemmeno si immagina che l'amica che le segnala le "ragazze in difficoltà" ci guadagni sopra. Una di queste ragazze però, ha una complicazione grave, e Vera si ritrova davanti ad un tribunale penale.


Il nuovo film di Leigh ha dei pregi, ma anche diversi difetti; visto che è presentato come "il capolavoro di Mike Leigh", e si porta in dote il leone d'oro di Venezia e la coppa Volpi per la protagonista Imelda Staunton, è normale saltino agli occhi i difetti.

La situazione familiare di Vera, anche se si capisce serva a creare le condizioni di sbigottimento per quando verrà incriminata, è quasi stucchevole; inoltre, con tutta la buona volontà dello spettatore, lo sbigottimento di Vera è difficile da giustificare; semplice e ignorante quanto vuoi, ma qualche sospetto, almeno sulla liceità delle proprie azioni di fronte alla legge, non può non venirti.

Certo, il film serve per far capire molte cose, prima di tutto che, come sempre, i ricchi se la passavano bene anche in situazioni spiacevoli come queste, e per dare il suo contributo sulla discussione sull'aborto.

Paradossalmente però, la cosa più deliziosa del film è la storia d'amore tra la figlia di Vera, Ethel, e Reg; una dimostrazione di come l'amore sia più forte di tutto e di tutti.

Dalla sua, oltre alle intense recitazioni (ricordiamoci che Leigh lavora senza copione, e confrontiamo questo film a "2046" di Wong Kar Wai), una fotografia adatta alla collocazione storica e il tentativo di descrivere senza giudicare.

Conoscendo la filmografia di Leigh, un po' poco per gridare al capolavoro.

20110115

così va il mondo

Certo, che è strano. Pensavo: a un tiro di missile da qui c'è la rivoluzione, e qui da noi non si parla altro che di troie.
Dite che ognuno ha quello che si merita?

previsioni

"Appoggiamo Marchionne e le sigle sindacali che hanno forte senso di responsabilità nazionale" ripete Silvio Berlusconi che fa invece retromarcia sulle altre affermazioni di Berlino: "Non ho detto che è giusto che la Fiat vada via - precisa il Premier -, ho solo detto che se dovesse vincere il no per gli imprenditori sarebbe difficile trovare motivazioni per non andare in altri Paesi". Infine la previsione sul referendum di Mirafiori: "Vincerà il si con una percentuale elevata".

Diamine, anche in un momento così critico, il nostro Primo Ministro riesce sempre a strapparci qualche risata. Analizziamo queste sue dichiarazioni.
La responsabilità nazionale. Probabilmente gliene servirebbe un po' di più anche a lui. Ogni riferimento a minorenni marocchine è puramente casuale. Come la vogliamo chiamare questa? Irresponsabilità internazionale?
La precisazione, poi. E' un po' come dire "non ho detto finocchio, ho detto persona con orientamento omosessuale".
Infine, la previsione. Cazzo, vuoi vedere che porta sfiga per davvero?

Poi, in tutta questa vicenda, mi sovviene sempre il fatto che Silvio non sopportava l'Avvocato Gianni Agnelli. Non mi stupirei se Marchionne portasse via dall'Italia le linee produttive Fiat, naturalmente senza che il governo muova un dito, e dopo qualche tempo Silvio cominciasse a parlarne male. Di Marchionne e della Fiat tutta.
Staremo a vedere. Del resto, questo governo è quello che ha lavorato meglio di tutti gli altri, rispetto alla crisi globale, giusto? Quindi, di che cosa vi state preoccupando? Della benzina che costa 1 euro e 50 al litro? E che sarà mai...di sicuro è colpa dei comunisti. O dei giudici. Che insomma, poi è la stessa cosa, no?
Siamo in una botte di ferro. Speriamo solo di non essere già sott'acqua.

dalle parti del tramonto


Come Around Sundown - Kings Of Leon (2010)

E' vero, è un disco assolutamente ruffiano. Ricalca molto, moltissimo, le orme dello splendido predecessore Only By The Night, ricordiamocelo, disco dell'anno 2008 per fassbinder. I Followill hanno decisamente perso l'appeal alternative degli esordi, quella ruvidità che li rendeva accattivanti a chi dalla musica cerca un minimo di impegno, per avviarsi su una strada lastricata di bigliettoni verdi, passando da suggestioni southern ad uno stereotipato arena rock che li avvicina più ai Coldplay che ai nuovi Lynyrd Skynyrd.
Ma, nonostante episodi davvero trascurabili, quali Pony Up, Beach Side, Mi Amigo, ed altre che abbassano di parecchio la valutazione del disco, sopravvivono grandi pezzi dal respiro ampio, e dall'armonia avvolgente, quali l'iniziale The End, Mary, The Face.
E' un peccato, realmente, che si siano indirizzati verso una sorta di easy listening rock: avrebbero probabilmente guadagnato mezza pagina in più nell'enciclopedia del rock, ma i loro conti in banca sarebbero stati meno gonfi.

she hate me


Lei mi odia - di Spike Lee 2004


Giudizio sintetico: da vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: firme compri'ato, ma se prendete un'aspirina poi vi fa rifretté


Jack, un giovane vicedirettore nero di una grande azienda farmaceutica che sta lavorando al vaccino per l'AIDS, in seguito al suicidio di un ricercatore fidato, si trova davanti ad una scelta fortemente etica: denunciare o no una grossa frode perpetrata dalla propria società ai danni (e, forse, con la complicità) del ministero della sanità; sceglie l'onestà, ma in seguito alla sua denuncia si ritrova senza lavoro, con gravi difficoltà a trovarne un altro, e col conto in banca congelato. Il colpo di scena arriva presto: la ex fidanzata (una ferita ancora aperta), Fatima, scopertasi lesbica, vuole che Jack "insemini" lei e la sua compagna; per questo "servizio", Jack verrebbe pagato. Messo davanti ad un ulteriore dilemma etico, Jack è titubante, ma il livello di vita al quale si è abituato prende il sopravvento, ed accetta, con tutte le conseguenze anche sentimentali. Il delirio non si ferma qui: ottima donna d'affari, Fatima, conscia della situazione di Jack, gli procura un "giro d'affari" tra le amiche lesbiche, a 10mila dollari per gravidanza (lei ha il 5%), e Jack si ritrova ad essere appellato "troietta" o anche "puttanella"; tra le sue "clienti", anche la figlia (Bellucci) di un italo-americano in odore (forte) di mafia (Turturro). Tutto ciò complica la sua situazione davanti alla giustizia; si, perchè in pratica, il sospettato numero uno sulla oscura vicenda della multinazionale farmaceutica dove lavorava, nonostante abbia smascherato la farsa, è diventato lui.


Questo film di Spike Lee ha diviso la critica, e, in effetti, rischia di dividere pure gli spettatori. Chi vi scrive punta sulla grande presa in giro, sull'iperbole, sul paradosso colossale, anche se, confesso, per il finale, esageratamente buonista e iper-ottimista, mi sono dovuto sforzare parecchio; alla fine, ho concluso che un regista così non può averlo messo lì per caso. Ma forse sta qui il bello di Spike, che ci scuote, e ci carica di un fardello pesante. Se con "Bamboozled" (un suo film del 2000, sottovalutato senza motivo), che lo ricorda molto nella forma, metteva a fuoco una ferocissima critica sul razzismo anche alla rovescia, qui mette tutto nel piatto. Razzismo, sessismo, edonismo, potere del dollaro, corruzione dello stato ad ogni livello, arrivismo, stile di vita americano, luoghi comuni di ogni genere. Sembra un film fatto apposta per mettere alla prova la capacità dello spettatore di ricordare ogni tema, per dare spunti di discussione infiniti. In effetti, l'unica critica che mi sento di muovere a questo film, forse, è questa: c'è materiale almeno per tre buoni film. Se gliene vogliamo fare una colpa...

Nell'infinito cast, tutto ottimo, visto che i più si sono soffermati sull'immenso Turturro, mi preme invece sottolineare la bella prova di Woody Harrelson nei panni del capo dell'azienda farmaceutica. A tratti spettacolare.

Guardate questo film in compagnia, ne usciranno belle discussioni.

20110114

live in baires


Vivo en Buenos Aires - Kevin Johansen (2010)

Registrato nel corso dei concerti del 2009, uscito nella prima parte del 2010, questo bel live è una ottima summa dei quattro dischi precedenti (tra l'altro, siamo in attesa di un nuovo disco da studio, visto che l'ultimo, Logo, risale ormai al 2007), che compongono per intero la sua discografia al momento.
Kevin Johansen, del quale vi avevo parlato brevissimamente qui, oltre ad essere famoso per essere praticamente il sosia del calciatore Claudio Piojo Lòpez, è un americano nel senso più largo del termine. Nato in Alaska da madre argentina e padre statunitense, si trasferisce con la famiglia a San Diego quando lui era ancora piccolo, e all'età di 12 anni cambia ancora residenza con la famiglia, arrivando a Buenos Aires, dove ancora risiede, dopo una parentesi a Montevideo in Uruguay.
Ecco quindi spiegata la sua naturalezza nel passare dal castigliano argentino all'inglese americano, anche all'interno delle sue canzoni, e tematiche panamericane nei suoi testi, testi che non sono per niente casuali o disimpegnati.
Artista a tutto tondo, autore di iniziative simpatiche e vicine ai fans e alla gente semplice (ha suonato, quando aveva già due dischi all'attivo, nella metropolitana della capitale argentina), ha da poco pubblicato un libro dal titolo Oops, parole sue e disegni dell'amico Ricardo Siri in arte Liniers, fonde nella sua musica, naturalmente, rock americano e suggestioni latinoamericane, con tutti i suoi ritmi, tango compreso.
Insieme alla sua band, i The Nada, formata da ottimi musicisti, questo disco è la testimonianza di una serie di concerti tenuti nell'agosto del 2009 al teatro El Nacional di Buenos Aires, durante i quali lui e la band suonavano, e Liniers disegnava dei murales ispirandosi alle canzoni.
Ospiti di rilievo per il mondo latinoamericano, Fernando Cabrera dall'Uruguay, Ileana Cabra da Puerto Rico (voce nei Calle 13, è la sorella di Eduardo Cabra, Visitante), Kiko Veneno dalla Spagna, Paulinho Moska dal Brasile, e una parata dei suoi migliori pezzi in ottime versioni.
Una buona occasione per chi vuole conoscerlo.