No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20110731

pietà



Mercy - di Patrick Hoelck (2009)



Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)



Giudizio vernacolare: da sentimentaloni






Los Angeles. Johnny Ryan è uno scrittore-playboy. Scrive libri di grande successo parlando d'amore, ma in realtà non lo conosce: è uno che preferisce una botta e via. Fisicamente piacente, approccio ammiccante e dritto al sodo, è uno che ha successo nel giro losangelino. Durante il party di presentazione del suo ultimo libro, ci prova con una donna che ha qualcosa di diverso, si distingue nettamente dalle altre, e lei, cordialmente ma fermamente, lo respinge. Scopre poco dopo che di mestiere da la critica letteraria, ed è l'unica che ha stroncato il suo nuovo libro, con argomentazioni molto vicine alla realtà: "Ryan scrive d'amore, ma non sa cos'è", o qualcosa del genere.



Più ferito che ancora incuriosito o attratto da Mercy, così si chiama la donna, la cerca, la trova, la invita a cena per discutere della sua recensione. Nasce qualcosa, anche se pare inverosimile.



E poi, qualcosa cambia la vita di Johnny...






E' vero che questo film, inedito in Italia e generalmente mal recensito, è afflitto da cliches vari, scontatezze e pure qualche forzatura di troppo. Ma sarà il momento in cui l'ho visto, sarà l'ingenuità di fondo, che, forse fortunatamente, forse no, conservo su alcuni argomenti, a me non è affatto dispiaciuto, e mi ha pure coinvolto abbastanza, facendomi anche male (senza spoilerare troppo, si parla di perdere l'amore all'improvviso, inaspettatamente, tra l'altro, in questo caso, quando anche inaspettatamente lo si era scoperto, dato il personaggio protagonista di Johnny Ryan). Il film è diviso in due parti (semplicemente before e after), il protagonista cambia completamente tra le due parti, ovviamente accade qualcosa, ma, sempre per la mia ingenuità, il turning point l'ho capito solo quando era ormai palese. Non dico altro, per chi si dovesse prendere la briga di, o gli capitasse di vederlo.



Il regista è al suo debutto, ma non è certo un novellino. 43 anni, regista di videoclip per Alicia Keys, Ben Harper, Deftones e altri, è famoso negli States per il suo lavoro da fotografo. In effetti, il film è patinato, ma non leccato. Bello da vedere, per intenderci. La sceneggiatura è di Scott Caan, anche protagonista (è Johnny Ryan), qui alla sua terza sceneggiatura dopo gli sconosciuti Il prezzo dell'amicizia (in Italia direttamente in dvd) e The Dog Problem (inedito da noi): scrittura ancora da migliorare, ma con qualche ambizione (vedi i dialoghi con il padre, interpretato dal grande James, per chi non lo sapesse vero padre di Scott). La prova del cast è interessante, tra l'altro molti interpretano se stessi, quindi non hanno fatto molta fatica (Balthazar Getty, Kelly Lynch). Bellissima e quasi eterea Wendy Glenn (Mercy).

20110730

montagne della follia



Mountains Of Madness - Doomraiser (2011)






Terzo disco per i romani Doomraiser, band che già dal nome si dichiara spudoratamente. Il disco, per chi apprezza le sonorità sabbathiane (sono quasi convinto che sia il neologismo più usato su questo blog), con l'aggiunta di cascate di Hammond, è decisamente apprezzabile, e denota senza dubbio una notevole esperienza, tra l'altro acquisita pure suonando sui palchi di tutta Europa (non li ho mai visti dal vivo, ma molti commenti in rete e qualche video mi dà l'idea che siano piuttosto bravi). Le influenze, seppur tra le righe, non si fermano solo ai Black Sabbath, ma è ovvio che questa sia la più grande e ingombrante, a volte. Mi convince tutto, soprattutto gli intrecci ed il rifferama delle chitarre, quello che mi convince un po' meno è non tanto la voce, che si destreggia egregiamente, quanto la pronuncia, a volte un po' difettosa, ma, come dimostrano i fatti, ugualmente esportabile. Cinque pezzi massicci, vagonate di slow-tempos, Phoenix la traccia che esce un po' di più dal seminato, ed osa qualcosa di diverso.

20110729

Libano


Lebanon - di Samuel Maoz (2009)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: craustrofobi'o

Frontiera israelo-libanese, 1982. L'equipaggio di un carro armato israeliano, composto da quattro persone, due delle quali completamente alle prime armi, e le altre due piuttosto impreparate a situazioni di crisi reale, viene impiegato per un'incursione in territorio nemico per spalleggiare un plotone di paracadutisti assaltatori, in una missione che, per come la descrive il comandante del plotone, dovrebbe essere espletata in assoluta tranquillità. Ma le difficoltà cominciano non appena i primi civili si presentano davanti al carro armato, e palesano la completa inaffidabilità dei quattro del tank. La situazione, man mano che il plotone si addentra in territorio libanese, si fa sempre più esasperata...

Debutto interessante questo dell'israeliano Maoz, vincitore del Leone d'Oro a Venezia nel 2009, che, a suo dire, girò questo claustrofobico film di guerra per esorcizzare la sua partecipazione a quella, di guerre, e dove lui stesso uccise. In molti lo hanno accostato a Valzer con Bashir, ma più che altro perché parla della stessa guerra del 1982; Lebanon ha, invece, la particolarità (come detto) "claustrofobica", di raccontare quel pezzo di quella guerra dal punto di vista dell'obiettivo del carro armato, se si escludono le due inquadrature di apertura e di chiusura; in alternativa, ci sono le riprese ancor più angoscianti all'interno del tank, dove i quattro (più il prigioniero di guerra siriano, e un paio di "visite") sono protagonisti di una escalation di nervosismo che mette i brividi anche allo spettatore.
Come a volte accade, ci sono almeno due maniere per guardare a film come questi: vedendoli come propaganda (in questo caso, filo-israeliana, l'umanizzazione dei soldati israeliani perché, alla fine, facciano quasi tenerezza allo spettatore), oppure cercando di leggere sempre e comunque un messaggio pacifista, quando si mette in scena l'orrore di qualunque guerra. Ecco, vi chiedo scusa se, appartenendo a quest'ultima categoria, peccherò probabilmente sempre e comunque di buonismo, cercando di leggere sempre un messaggio positivo in qualsiasi film guerresco.
Pure in questo caso, scorgo nell'immagine della donna, madre, libanese nuda, sopravvissuta all'attacco (portato abbastanza a caso e sconsideratamente, di un esercito evidentemente non così preparato come vuole la leggenda), nel suo grido di dolore e di lutto, nell'eleganza della sua disperazione davanti a giovani addestrati per colpire un nemico che però, di certo non è lì, una richiesta di perdono, almeno da parte del regista.
E questo a me basta, per trarne un ricordo positivo.

20110728

vecchio amante danaroso



Sugar Daddy Live - Melvins (2011)






E' probabile che, tra mille cose da dire, dei Melvins su questo blog non se ne sia parlato abbastanza. Questa è una piccola occasione per riparare. Come altri dischi della band, anche questo live è impressionante. Impressionante, prima di tutto se si pensa che i Melvins sono in giro dal 1983. Suono maestoso, pesante, sezione ritmica colossale, anche a causa dell'uso della doppia batteria (come forse saprete, da qualche anno Buzz "King Buzzo" Osborne e Dale Crover, hanno inglobato i due componenti base dei Big Business, Jared Warren al basso e Coady Willis alla seconda batteria), pezzi che, seppure per la maggior parte provengano dagli ultimi tre dischi, non sfigurano affatto accanto a pezzi storici, un'aggressività sonora invidiabile perfino dai ragazzini.



Ma non finisce qui. Prima dell'ultimo pezzo, una versione devastante del super-classico Boris (da cui hanno preso il nome i giapponesi omonimi), i pionieri dello sludge-metal, fans dei Kiss e punto di riferimento di tutto il movimento grunge originale, si esibiscono in una versione a capella (con inserti di batteria sul finale) di Star Spangled Banner tale da far impallidire tutte le esibizioni di tutte le pop-star nella storia del Super Bowl.



Se, per caso, non aveste ancora dimestichezza con i Melvins, è venuta l'ora di colmare la lacuna, e questa potrebbe essere l'occasione che fa per voi. Per chi già conosce il verbo, solo un altro tassello superbo in una carriera senza passi indietro.

20110727

truppe scelte 2


Tropa de Elite 2 - O inimigo agora é outro - di José Padilha (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: tremendo dé

Sono passati alcuni anni dalla visita del Papa nel 1997 a Rio de Janeiro. Nascimento è dovuto tornare alla guida del BOPE, ma ha pagato un altissimo prezzo: ha perso sua moglie e sta perdendo suo figlio Rafa, che sta crescendo col nuovo marito di Rosane, uno che la pensa esattamente all'opposto di Nascimento. In seguito ad una rivolta carceraria nel carcere conosciuto come Bangu 1, gestita dal BOPE col pensiero fisso rivolto ai fatti di Carandiru, Nascimento viene rimosso e destinato ad un incarico di intelligence, e si rompe il rapporto che aveva col suo vice nonché allievo preferito André Matias. Ma la posizione che occupa adesso, nell'intelligence, gli permette una visione molto più ampia, e lo porta a strettissimo contatto con chi tira i fili: la politica. E qui, anche prendendo grosse cantonate, scopre che...

Sono sicuro che qualcuno tra di voi ricorderà senz'altro Tropa de Elite, arrivato sui nostri schermi nel 2008 dopo le polemiche innescate a Berlino, e l'Orso d'Oro nella stessa rassegna. Bene, magari sarà perché il ricordo di quel film si è leggermente affievolito nella mia memoria, ma mi lancio in un giudizio deciso: questo sequel è addirittura migliore del precedente, sta uscendo in giro per il mondo, dopo essere uscito nell'ottobre 2010 in Brasile, ed essere passato nel gennaio 2011 al Sundance, mentre in Italia non è prevista una data di uscita né una distribuzione.
C'è chi lo accusa di essere un po' troppo ricercato (termine improprio), per alcune furberie di sceneggiatura che non vi rivelerò, una delle quali si scopre dopo neppure 10 minuti di pellicola, ma che io ho trovato interessanti e perfino necessarie, seppur ruffiane, ad essere onesti. Ma la forza di questo film imponente, che rispetto al precedente diminuisce leggermente la percentuale di violenza (senza peraltro perdere dinamica nelle scene dove la violenza è presente, anzi, se possibile si migliora), sono da una parte i personaggi, dall'altra il sapiente mix di film d'azione, sentimentale, politico, sociale, etico. Rispetto ai personaggi, forse dovremmo usare il singolare, perché la scena è quasi tutta di un gigantesco Wagner Moura nei panni di Nascimento, onnipresente perfino con la voce fuori campo (come tutti sapete, sempre una grande scommessa nel cinema), ma bisogna riconoscere che caratteri come quello del Capitano André Matias (André Ramiro, presente anche nel film precedente), o quello del mattatore televisivo che passa alla politica senza perdere la sua arroganza Fortunato (interpretato da uno scoppiettante ed ingombrante fisicamente André Mattos), come ancora quello del Maggiore Rocha (Sandro Rocha, anche lui presente in Tropa de Elite), o quella del Tenente Colonnello Fabio (Milhem Cortaz, Tropa de Elite ma pure indimenticabile Peixeira in Carandiru), si rivelano come punteggiature necessarie ai fini della storia, ben congegnata seppur complessa, e da seguire con una certa attenzione.
Con questa ultima puntualizzazione siamo passati direttamente al secondo punto di forza del film, il bellissimo "mescolone" che la sceneggiatura, scritta ancora una volta dallo stesso Padilha e dal solito Bràulio Mantovani, basandosi ancora sul libro di Rodrigo Pimentel, riesce a costruire, senza paura di ricordare grandi classici del cinema politico, creando un crescendo che viaggia parallelamente all'intreccio tra politica, corruzione e criminalità, basandosi certamente su esperienze brasiliane, ma che nessuno può escludere siano ben presenti un po' dappertutto ci sia un minimo di potere in gioco.
Tenendo conto che Padilha è basicamente un documentarista, non possiamo che toglierci idealmente il cappello di fronte ai suoi lavori (e a quelli di Mantovani, non dimentichiamocelo, onnipresente quando qualcosa di davvero valido arriva dal Brasile); e a chi ha paura di un terzo episodio diciamo, se è sui livelli del secondo, ben venga.
Sono convinto che Padilha è un po' lo Shawn Ryan brasiliano: a seconda della lettura, può sembrare un fanatico dei Tea Party, che teorizza l'applicazione della violenza contro la violenza, oppure un sostenitore dei diritti civili, profondamente di sinistra, che però si pone delle domande su come si possa operare davvero in situazioni gravemente compromesse.
Gran bel film, ancora una volta.
Per gli intenditori di musica brasiliana, c'è anche Seu Jorge, nella breve ma intensa parte di Beirada.

20110726

collimano

C'è chi l'ha detto e spiegato molto meglio di me, argomentandolo a dovere. Io vorrei riassumere brevemente, per quelli più distratti: le idee del mostro autore della strage norvegese, Anders Breivik, sono le stesse teorizzate e sostenute dalla parte più ruspante della Lega Nord (e qui Borghezio, noto fine intellettuale, lo conferma con la sua dialettica spigliata).

Quindi, voi che votate o simpatizzate Lega Nord, sappiatelo e prendetene atto. E chi presta loro il fianco, occhio a dire che sono dei buontemponi.

PS nel frattempo, il governo che non mette le mani in tasca agli italiani ha raggiunto un altro risultato: un aumento spropositato della TARSU. Grazie Silvio. Naturalmente, se glielo chiedete vi dirà che sono i comuni che l'hanno aumentata.

il mio nome


My Name - Mélanie Pain (2009)

Oggi voglio fare un passo indietro, al 2009, anno in cui una delle voci dei Nouvelle Vague è uscita con un disco solista del quale non conoscevo l'esistenza fino ala scorsa settimana, quando ne ho letto su Internazionale, che riprendeva la recensione da una rivista straniera.
Mélanie è francese di Caen, nella bassa Normandia, ha studiato Scienze Politiche e ha lavorato come web designer, oltre che in un'agenzia di design, fino a che, casualmente, non ha inciso un demo, che tramite il compositore francese Villeneuve, l'ha fatta arrivare a cantare con i Nouvelle Vague.
Il disco, per adesso l'unico, solista di Mélanie, ha una grazia notevole, e contiene diversi pezzi che colpiscono fin dal primo ascolto. C'è molto poco elettro-pop di quanto si pensi, vista la sua esperienza con i NV, e molta acustica, unita ad un robusto songwriting. Oltre, naturalmente, alla sua voce incantevole.
Cantato in inglese e francese, si fanno notare decisamente i pezzi centrali del disco: Bruises, languida ballata che riecheggia i sixties, la scanzonata Everything I Know, il romantico duetto con una delle star televisive francesi Julien Doré Helsinki.
Un disco di indie-pop francese che, rimanendo sui francesismi, dà la merda a molti altri dischi femminili francesi, editi da nomi molto più famosi, usciti negli ultimi anni.

20110725

dedica



Dedication - Zomby (2011)






Secondo full length per il produttore inglese, che mescola dubstep, grime e reminiscenze jungle. Il disco è interessante, anche per chi normalmente non "mastica" certe sonorità tutte dance ed elettroniche. L'atmosfera che crea è ipnotica, onirica oserei dire, con quei beat ripetuti che sostengono arie di tastiere (pianoforte soprattutto) ed archi, spesso con risultati a cavallo tra la colonna sonora da film thriller e dancefloor ossessiva e trance.



Apparizione di Panda Bear su Things Fall Apart.



Per chi ne è estraneo, potrebbe essere un esperimento interessante. Gli addetti ai lavori credo dovranno riconoscervi una "mano" sapiente.

20110724

destroyer

Certo che di cose da commentare, gravi e preoccupanti, ce ne sarebbero. Ho letto di recente un commentatore di politica internazionale, di sicuro ben più accreditato e capace di me, scrivere che di questi tempi c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Eppure, nonostante l'agghiacciante strage norvegese, il mondo arabo in costante rivolta, guerre varie, la Polverini che usa l'elicottero della Protezione Civile (forse sarebbe il caso di cominciare ad usare le virgolette, quando si scrive protezione civile, chissà) per andare alla festa del peperoncino, molti paesi occidentali alle prese con default economici, il governo italiano che si trascina dietro il proprio cadavere, Chavez a Cuba che fa la chemio, ma perfino storie più "piccole", come quelle di alcune stagiste che da qualche giorno sono presenti nello stabilimento dove lavoro, ragazze giovanissime che per cifre risibili si trasferiscono da luoghi per me lontanissimi (Bari, Venezia), per, diciamocelo, essere sfruttate da società che ne approfittano per pagare poco e far fare loro lavori che non potrebbero far fare a dipendenti ormai sovraccarichi di lavoro, nonostante tutto questo, la cosa che mi sento più spinto a commentare è la morte di Amy Winehouse.

Non mi unisco al coro dei cinici: mi dispiace la sua morte, e mi dispiace soprattutto perché sono tra quelli che pensa che avesse un gran talento, uno stile unico, che tra l'altro ha dato il via ad una serie di cloni, o quantomeno, ad una nuova "via" dell'r'n'b bianco.
E, come al solito, il fatto è uno di quelli che, umanamente e personalmente, deve farci riflettere. Se una persona conosciuta, apprezzata, talentuosa, ammirata, riesce ad autodistruggersi in 5 anni, anche se magari era predisposta già da prima, è chiaro che l'essere umano è fragilissimo; noi senza talento, persone medie nella media, con stipendi da sopravvivenza, con famiglie nella norma, con storie che alternano fortuna e sfortuna, dobbiamo stare attenti e prenderci molta cura di noi stessi.
In culo a chi ci vuole male (francesismo, sapete che mi piacciono molto), se riusciremo a lasciare che sopraggiunga la morte naturale a portarci via, noi saremo gli eroi. Un po' come dice Caparezza. Che forse, usa lo stesso parrucchiere di Amy Winehouse, pace all'anima sua.

Badlands



La rabbia giovane - di Terrence Malick (1973)



Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)



Giudizio vernacolare: svarvolati onderod..l'idea viene di vi






Anni '70, in una piccola cittadina del South Dakota, vivono Holly Sargis, teenager curiosa e delicata, sola col padre ossessivamente protettivo, forse a causa della mancanza della madre, forse no, e Kit Carruthers, ultraventenne che vorrebbe essere James Dean, ma si deve adattare a fare lo spazzino o l'aiutante del macellaio, a causa della scarsa propensione alla disciplina e alla fatica. Kit si accorge di Holly, e ne rimane affascinato. I due iniziano a frequentarsi, dapprima all'insaputa del padre di lei; quando Kit lo mette di fronte all'evidenza, l'uomo reagisce malissimo, ed uccide il cane di Holly. Poco dopo, Kit si presenta a casa Sargis, affronta l'uomo e, senza battere ciglio, lo uccide. La cosa non sconvolge più di tanto Holly, e i due decidono di cominciare una romantica, sconclusionata, allucinante fuga per il nord degli States, finché...






Debutto di Malick, e si potrebbe senza dubbio parlare di un debutto col botto. Vedere adesso questo film, fa sembrare Natural Born Killers di Stone un semplice remake colorato e colorito, al passo con i tempi e la generazione MTV. Malick naturalmente porta in nuce il suo credo cinematografico: fotografia curatissima, attenzione per i particolari, le inquadrature ed i movimenti di macchina, voce fuori campo e colonna sonora (qualche classico, ma soprattutto Carl Orff) che contribuiscono a creare un enorme, incolmabile distacco tra quello che accade e quello che si vorrebbe accadesse (nelle menti dei protagonisti). La forza del film è soprattutto qui, e crea nello spettatore una sensazione straniante, un'emozione paradossale di repulsione che attanaglia. Vagamente ispirato ai fatti di cronaca che coinvolsero Charles Starkweather e Caril Ann Fugate, "interpretati" da un bullissimo Martin Sheen (Kit) e una deliziosa Sissi Spacek (Holly), che a 24 anni riusciva a risultare credibile nei panni di una quindicenne.



Da recuperare.

20110723

in piedi sul tetto



Standing On The Rooftop - Madeleine Peyroux (2011)






Con la vecchiaia devo riconoscere che il jazz, soprattutto cantato da voci femminili, non mi dispiace affatto. Qualcuno si ricorderà di questa recensione "di gruppo", nella quale per la prima volta mi confrontavo anche con la schiva ragazza del sud degli USA, ma di origini evidentemente francesi, insieme a due illustri e bravissime colleghe.



Anche questo nuovo lavoro mi piace un bel po'; la sua voce è sempre simile a quella di Billie Holiday, piacevolissima, e si sente che i pezzi, seppur convenzionali, risentono di un grande lavoro.



Se partiamo dalle cover presenti, abbastanza esplicative delle radici, parliamo di una oscura ma interessante versione di Love In Vain, originariamente di Robert Johnson, dopo di che abbiamo, in apertura, una deliziosa versione con banjo di Martha My Dear (premiata ditta Lennon/Mccartney), fino ad arrivare ad una americanissima I Threw It All Away di Dylan. Ci sono da aggiungere alcune particolarità. Una è quella di Lay Your Sleeping Head, My Love, un pezzo delicato e quasi barocco, composto da Marc Ribot, che naturalmente suona su tutto il disco, adattando una poesia di W.H. Auden. Un'altra è la sinuosa The Kind You Can't Afford, anche questa molto interessante, composta insieme a Bill Wyman; collaborazione che si estende alla seguente Leaving Home Again, più rilassata, ma anche questa niente male. Da rilevare che seguono un paio di pezzi composti insieme alla violinista Jenny Scheinman, The Things I've Seen Today, apprezzabile tex-mex, e il lentone da struscio Fickle Dove.



Negli altri pezzi (in tutto sono ben quindici), la Peyroux scrive da sola, o con collaboratori fidati. Risaltano in maniera evidente almeno altre tre canzoni: la jazzatissima Meet Me In Rio, dal retrogusto intuibile fin dal titolo, l'intrigante Superhero, e la favolosa, davvero, Don't Pick A Fight With A Poet, splendida, divertente, raffinata. Non che gli altri pezzi siano inferiori, ma queste tre, soprattutto quest'ultima, lasciano il segno.



Bel disco.

20110722

Collapse. How Societies Choose to Fail or Succeed


Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere - di Jared Diamond (2005)

Cos'è accaduto agli abitanti dell'Isola di Pasqua? Perché improvvisamente hanno smesso di erigere i Moai? E come, esattamente, è collassata la civiltà Maya? E quella meno conosciuta degli Anasazi, che abitava il sud del territorio attuale degli Stati Uniti d'America? Com'è stato possibile uno squilibrio così impressionante tra le nazioni di Haiti e quella di Santo Domingo, seppure fossero parte della stessa isola? Perché i Vichinghi sono arrivati nel Nord America diversi secoli prima dell'arrivo di Cristoforo Colombo nei Caraibi, e non ci sono rimasti? E come mai, anche in Groenlandia, a differenza degli Inuit, non hanno attecchito per più di qualche secolo? E pensare che in Islanda, con una situazione ambientale non certo favorevole, hanno prosperato, e sono arrivati fino ad oggi, praticamente? Possiamo apprendere qualcosa da queste storie, visto che, più o meno, siamo tutti preoccupati dello stato di salute del pianeta Terra?

No, non sto parlando degli enigmi che Roberto Giacobbo presenta a Voyager. Stiamo parlando dell'ultimo, per adesso, monumentale saggio di Jared Mason Diamond, biologo, fisiologo, premio Pulitzer per la saggistica nel 1998 per il suo straordinario Armi, acciaio e malattie, un libro che mi ha davvero aperto la mente, appassionato, e che cito continuamente, a distanza di anni, per le particolarità che spiega in maniera assolutamente semplice e lineare.
Che cosa si prefigge, stavolta, il professor Diamond, visto che anche con Guns, germs and steel aveva un obiettivo ben chiaro (dimostrare che il razzismo non ha fondamento, e che le diverse civiltà, nei diversi continenti, non si sono evolute allo stesso modo soltanto per fattori ambientali, e non certo per migliori o peggiori attitudini verso il progresso, e quindi non perché la "razza" europea fosse superiore alle altre)? Anche stavolta, al tempo stesso ambiziosamente, ma con un profilo piuttosto basso, Diamond illustra ed argomenta una serie importante di esempi storici, alcuni dei quali da me citati e riassunti nell'accenno al contenuto del libro, e ben esplicati dal sottotitolo del libro (come le società scelgono di morire o vivere), per contribuire ad una presa di coscienza quanto più possibile di massa, e quindi tentare di correggere la rotta, per evitare che il terzo pianeta a partire dal sole collassi, per super sfruttamento, esaurimento delle materie prime, e sovrappopolazione. Passatemi il paragone, una sorta di No Logo con un approccio quantomai scientifico e storicamente perfettamente contestualizzato.

Come sempre, il professore dal riporto inquietante, ma dalla mente sopraffina, con questo tomo di oltre 500 pagine, riesce decisamente ad interessare il lettore curioso. Una specie di viaggiatore come me, che ha tra l'altro avuto la fortuna di visitare alcuni dei molti luoghi narrati e "spiegati" a fondo, anche attraverso la loro storia, dall'autore, verrà sicuramente rapito dalla prosa semplice, che riesce a rendere terra terra argomenti complessi, e che non rinuncia mai alla battuta simpatica; ma sono sicurissimo che anche chi non ha viaggiato poi molto, anzi, forse ancora di più, potrà senza dubbio godere della informale saggezza di Diamond, ed immaginarsi luoghi mai calcati, conoscerne l'evoluzione e la storia ragionata. A parte questo, la schematicità non pesante aiuta chi, come me, scienziato proprio non è, ma interessato si. Molto interessante anche il grande equilibrio con il quale si affrontano temi anche scottanti, temi che spesso creano discussioni come minimo (società petrolifere e minerarie, sfruttamento del suolo e dei mari). Certo, è vero, come notano in molti, che questo libro sia l'ideale continuazione del già citato Armi, acciaio e malattie, ed è per questo che, se ne aveste voglia, vi caldeggio di procedere con ordine, e leggervi prima quello (ma non è obbligatorio, sia chiaro). Rimarrete stupiti dalla scorrevolezza dei libri, e dallo stile colloquiale e mai pesante. Ed "uscirete" da queste esperienze, sicuramente arricchiti.

20110721

è una specie di storia buffa



It's Kind of a Funny Story - di Anna Boden e Ryan Fleck (2010)




Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)



Giudizio vernacolare: bellino!




Craig è un adolescente di New York, ha una sorella più piccola, due genitori che caricano entrambe i figli di aspettative, soprattutto il padre, con la sua presenza/assenza, ed il suo lavoro ben retribuito, probabilmente nell'ambito finanziario. La sorellina Alissa è un genietto, mentre Craig è un ragazzo "solamente" intelligente e sensibile, con passioni, interessi e voglie perfettamente nella media. Ma si ritrova sempre più spesso a sognare e ad immaginarsi il suo suicidio, e la cosa sconvolgente è che, anche con l'immaginazione, quello che lo ferma è la sua famiglia e le loro aspettative riflesse su di lui. Stanco di soffrire per queste continue fantasie, stanco di essere invaghito dell'amica Nia, che è felicemente fidanzata col suo migliore amico, Aaron, una notte si reca all'ospedale ed insiste per essere ricoverato in psichiatria. Il dr. Mahmoud lo accontenta, e Craig, convinto di uscire il giorno dopo per andare a scuola, scoprirà un mondo nuovo, e prenderà coscienza di alcune cose...






Incuriosito da Keir Gilchrist (qui protagonista nei panni di Craig) e dal suo personaggio in United States Of Tara, sono andato a cercarmi questo film relativamente nuovo, uscito in Italia direttamente in dvd qualche mese fa. E devo dire che sono rimasto soddisfatto, e piacevolmente colpito da questa sorta di commedia semi-drammatica con risvolti psicologici, sul tema della depressione, dell'ansia da prestazione, e, come sottolineato più volte nel riassunto della trama, sulle aspettative che i genitori ripongono, in maniera psicologicamente violenta, sui figli, soprattutto quelli delle classi medio-alte.



I due registi, che collaborano ormai da diversi film, hanno un bel tocco, con momenti onirici (i disegni di Craig, e i suoi sogni) e sopra le righe (Under Pressure) in momenti però perfettamente circoscritti, riuscendo però a confezionare un prodotto molto low profile, e facendo lavorare tutto il cast in maniera adeguata e mai un tono sopra; si perdona loro pure un finale rassicurante, e qualche sbavatura di troppo nel pre-finale (Muqtada), tanto il film risulta carino e musicato dai Broken Social Scene, senza stare ad elencare gli altri estratti da una colonna sonora da leccarsi i baffi.



Bravo Gilchrist, molto bravo Galifianakis (Bobby), apprezzabili Emma Roberts (Noelle) e la sempre deliziosa Zoe Kravitz (Nia). Sempre inquietante, invece, Matthew Maher (Humble).

20110720

il futuro è medievale



The Future Is Medieval - Kaiser Chiefs (2011)






Eccoci dunque ad un ulteriore step nella diffusione della musica on line: i Kaiser Chiefs hanno pubblicato 20 pezzi nuovi, sul loro sito, ascoltabili parzialmente, ed hanno invitato gli interessati ad acquistarne 10, componendo così la loro personale versione di The Future Is Medieval, a 7,50 sterline. Inoltre, chiunque acquista può creare la copertina; chi, degli altri, acquisterà quella copertina, verserà una piccola cifra all'autore (una sterlina). Bravissimi e avantissimo.



Veniamo alla musica. Nel complesso, i venti nuovi pezzi degli inglesi mi danno l'impressione di staccarsi leggermente dalle loro produzioni del passato; non perdono la loro attitudine cazzara, ma così, a senso, la attenuano. E tornano nel passato, affondando a piene mani nel post-punk, e soprattutto nella new wave degli anni '80, e non solo; tanto che, per dire, in Little Shocks sembrano la versione attualizzata dei Devo, e in When All Is Quiet paiono i Supertramp!



Manca, forse, il singolo che entra nelle orecchie e spacca le classifiche, ma ci sono un sacco di pezzi che dopo un paio di ascolti si impossessano dell'ascoltatore, sinuosi. Man On Mars, Problem Solved (e anche qui le chitarrine dei Devo suonano forti e chiare), Cousin In The Bronx (spassosa, ironica e divertente, probabilmente la mia preferita), Saying Something, sono solo alcune tracce interessanti, in un disco che, complessivamente, segna, a mio giudizio, una discreta evoluzione nell'economia musicale dei Kaiser Chiefs.

accompagnare giù

Siccome sono fissato con questa canzone ormai da qualche anno, ogni tanto mi faccio un giro sul tubo e vedo se ne è uscita una versione più bella (anche se LA versione definitiva fu quella da me richiesta in Polonia).
E devo dire che questa non è male. Un ulteriore grazie a chi mi ha aiutato nel (vano) tentativo di comprendere bene il testo. Quel che ho compreso però mi basta.




20110719

All Families Are Psychotic


La sacra famiglia - di Douglas Coupland (2003)

La famiglia Drummond viene da Vancouver, anche se Ted, il patriarca, è statunitense. Ted ha divorziato da Janet, dalla quale ha avuto tre figli: Wade, Bryan e Sarah. Ted ha sposato poi Nickie, una classica moglie-trofeo, mentre Janet sta ancora tentando di ricostruirsi un'esistenza, aiutandosi con internet. Ted è sempre stato un padre violento e alcolizzato. Wade è perennemente arrabbiato col padre, ha girato gli States vivendo di espedienti, ha contratto l'AIDS, ed ha conosciuto Beth, che ha deciso di sposare, in un gruppo di supporto per malati di malattie sessualmente trasmissibili. Bryan è perennemente depresso, ha tentato il suicido più volte, e adesso sta insieme ad una ragazza chiamata Shw, attivista ecologista, dal carattere intrattabile. Shw è incinta, e vuole abortire: Bryan è disperato. Sarah è la perla della famiglia: nata senza una mano, a causa del Talidomide usato dalla madre mentre era incinta di lei, mente brillante, è diventata astronauta, e sta per partire con lo Shuttle. Ecco perché la famiglia si riunisce tutta in Florida.

Diavolo di un Coupland. Lo so, spesso inizio così i commenti ad un libro di uno dei miei autori preferiti: altrimenti non sarebbero preferiti. Riescono sempre a stupirmi, a spiazzarmi, a lasciarmi a bocca aperta con le loro trame, i loro dialoghi, le loro trovate pazzesche e, al tempo stesso, utili e funzionali allo sviluppo di una sottile critica alla società odierna, pur usando la farsa come struttura portante dei loro romanzi. Non è l'unico, Coupland, ma è senza dubbio uno tra i migliori. Per ragioni imperscrutabili, l'avevo perso un po' "di vista", e recupero solo adesso questo suo libro del 2003 (la traduzione italiana), che segue Miss Wyoming.
Che dire? Già il piccolo riassunto della trama, anzi, solo un accenno ai personaggi principali (ma ce ne sono di altri, marginali, assolutamente spassosi, nel romanzo), vi può far capire dove si viaggia. Il romanzo è pazzesco, inverosimile, roboante, con colpi di scena che ti lasciano secco, dialoghi pirotecnici, e, come nello stile di Coupland, tutto serve per tirare fendenti al marcio della società americana, a sbeffeggiarla con bastone e carota.
Lettura consigliatissima, veloce e appassionante, a chi non difetta di sarcasmo ed ironia feroce, nonché gusto per lo sberleffo. Coupland è ciò che fa per voi.

20110718

numbers


Numeri - Raf (2011)

Visto che il coming out lo feci già nell'occasione di Metamorfosi, adesso posso andare tranquillo. Il nuovo disco di Raf è, come suo solito, un onestissimo lavoro musicale, che rispetta le sue classiche coordinate, e dà discrete soddisfazioni, all'ascoltatore non prevenuto.
Riflettendoci sopra, quello che differenzia sottilmente Raf dalla canzonetta italiana, e pure dal cantautorato cosiddetto impegnato, è una costante attenzione alla modernità dei suoni e, dall'altro lato, un romanticismo adulto e consapevole, espresso con testi non scontati, spesso scegliendo termini inconsueti per canzoni d'amore. Sempre per rimanere "in mezzo", Raf non ha mai nascosto le sue simpatie politiche, e qua e là, distribuisce pillole di critica sociale, in mezzo a storie d'amore travolgenti, anche quando sono amori finiti male.
Esempio clamoroso del suo "schieramento", la title-track di questo nuovo Numeri: posta in apertura, Raf finalmente si decide a "prendere in prestito" un rapper vero (ha da sempre questa tendenza, a provare a rappare su alcuni pezzi, con risultati non certo incoraggianti), nella persona di Frankie Hi NRG, gli affianca nientemeno che Nathalie, si proprio la vincitrice della quarta edizione di X Factor, e lui si limita a mettere punti e virgole. Ne esce fuori un pezzo davvero sorprendente, che racchiude e amalgama le tre anime dei tre musicisti in maniera ottima (da sottolineare l'elegante, e al tempo stesso cruda, citazione di Frankie, quando dice "forse solo oggi lo sappiamo per davvero cos'è restato di quegli anni '80: lo zero", quantomai azzeccata in un pezzo che critica l'involuzione italica).
Ma il nostro prode, pur proseguendo da solo per gli altri dieci pezzi del disco, non se la cava certo male. Tra ballate classiche col piano a far da protagonista (Senza cielo, Oltre di noi, Un tempo indefinito, Il mio scenario, anche se quest'ultima si trasforma ben presto in robusta rock ballad suonata ottimamente), altre da chitarra acustica (Ogni piccola cosa, scritta con la moglie, Un'emozione inaspettata), e mid-tempos dai sapori differenti (Mai del tutto, Controsenso, Nuovi mondi), fino ad un pezzo difficile da descrivere, quale Vertigine, che parte come semi-ballad acustica, e nel finale si trasforma in una cavalcata jazz-rock, Raf racconta storie nelle quali ognuno si può riconoscere, tutte sospese tra un sottile senso di malinconia, e una visione ottimistica del futuro, che confida nelle persone di buona volontà.
Il disco, è bene sottolinearlo ancora una volta, è suonato alla grande da tutti i musicisti, e gli arrangiamenti, come detto prima, sono al passo coi tempi. Musica godibile, e testi, anche questo concetto già espresso più e più volte, che a volte lasciano sbalorditi, perché ogni volta, almeno uno (all'interno di un suo disco), sembra essere quello che ti descrive in quel momento.
Raf, come notava Exit qualche giorno fa, è pure un personaggio schivo, che non ci tiene ad apparire, e che vuol mantenere la sua vita privata lontana dai riflettori (lo ribadiva ultimamente anche sul suo sito): anche per questo, mi piace. Massimo rispetto.
Oltre alla title-track, vi caldeggio Il mio scenario e (questo l'ho già fatto) Mai del tutto.
Sensazione paragonabile: come quando sei giù, un amico ti ascolta, ti dice che c'è passato anche lui, e ti cinge le spalle con un braccio.

20110717

accétta


Hatchet - di Adam Green (2010)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: arriva un'antro fenomeno...

Louisiana, poco fuori New Orleans. Sampson ed il figlio Ainsley sono a pesca in un lago (ma è più una palude) di notte. Accade qualcosa di spaventoso.
New Orleans, tutti in strada a festeggiare il Mardi Gras. Tutti si divertono, meno Ben, che gli amici hanno portato lì per distrarsi. La ragazza lo ha lasciato, per mettersi con un altro, e lui ha il cuore spezzato, e non riesce a non pensarci. Decide che il divertimento non fa per lui, e di andare quindi a fare il giro guidato delle paludi attorno alla città. Marcus, uno degli amici, non intende lasciarlo solo, e si unisce a lui, seppur a malincuore. Dopo un tentativo andato a vuoto, eccoli che partono, guidati dall'inesperto ma logorroico Shawn, di evidenti origini asiatiche. La compagnia è altamente variegata: ci sono Jim e Shannon, una coppia di mezz'età, Doug Shapiro, produttore e regista di film porno, insieme a due aspiranti attrici, Misty e Jenna; infine, oltre naturalmente a Marcus e Ben, c'è la taciturna Marybeth. Shawn racconta la leggenda di Victor Crowley, il cui fantasma si aggirerebbe ancora per la palude, e quando il barcone si incaglia in una roccia, ed il gruppo si ritrova in balia della notte, il fantasma pare materializzarsi...

Secondo lungometraggio dopo Coffe & Donuts, è però il film che ha dato la notorietà ad Adam Green (quello di Frozen), anche se non ha girato molto nelle sale in tutto il mondo, ma soprattutto i festival, è del 2006 ed in Italia è uscito lo scorso anno. Il sottotitolo sulla locandina americana recita "Old school american horror": niente poteva essere più indovinato. Il film piace, ed è piaciuto, proprio per questo. Nessuna velleità intellettuale, solo un sano e vecchio horror con gli ingredienti considerati classici: qualche ragazza carina e più o meno svestita, sventramenti, decapitazioni, amputazioni, fiotti di sangue inverosimili, buio, effetto sorpresa, un personaggio deforme destinato a diventare il protagonista di una serie infinita di sequel, scenografia palesemente ricostruita in teatri di posa, colonna sonora vagamente metal (interessante la versione alternativa di This Is The New Shit di Marilyn Manson, usata anche nell'originale, che vede la partecipazione di Goldfrapp), molte morti senza starci a pensare troppo.
Recitazioni non troppo raffinate, varie apparizioni di personaggi famosi per classici horror (Robert Englund, Tony Todd). Però funziona.

20110716

Stella e capolinea

Notte fresca e stellata
penso a te
mi sovviene un luogo
dove le stelle sono altre
dove ho provato emozioni inenarrabili
solo guardandole.

Vorrei portarti meco
lì, dove la notte è più notte
dove il cielo è infinito
e prometterti solo gioia.

I nostri cammini furono perigliosi
ma adesso, che i frutti sono maturi
si sono incrociati ancora.

Ti guardo, e vedo in te il futuro
vedo in te la beltà
mi aspetto
di risplendere alla luce
della tua cristallina purezza.

Non avere più timore
non negarti
un bagno nel fiume dei miei sentimenti impetuosi
sarò il tuo cavaliere dall'armatura scintillante
sarò riparo, sarò oasi
cammineremo insieme, senza più paure.

Questa è per te, e tu sai cosa significa
quando il tratto incerto verga la carta
tu sai
tu sei
per me
stella
e capolinea.

Mi fermo qui
nei tuoi pressi.

PS questa è per te, anche se non hai mai voluto leggerla.

20110715

pinta di sangue


Pint Of Blood - Jolie Holland & The Grand Chandeliers (2011)

Tanto per cominciare, una splendida copertina, il che non guasta mai. La prima impressione, e magari non me n'ero accorto in precedenza, con gli album del passato (questo è il suo quinto, non contando quelli incisi con la sua band precedente, le The Be Good Tanyas), è di una certa somiglianza con la voce e l'impostazione di Joan Wasser aka Joan As Police Woman. Provate ad immaginarvi una Joan, senza dubbio più conosciuta di Jolie Holland, che suona fondamentalmente un'americana classica, anche alla ricerca delle radici e delle tradizioni. Provate ad immaginarvi JAPW che suona un'inedito di Neil Young: perché è un po' questo che succede con il pezzo di apertura All Those Girls (qui si dice che, in pratica, è una cover di Helpless di CSN & Y, ed anche questo è vero). Insomma, non precisamente qualcosa di originale, ma molto, molto ben suonato e piuttosto "sentito". Proseguendo con l'ascolto, non si trova niente di sensazionale, ma una serie di pezzi scritti e suonati con passione, e molto stratificati, da ascoltare con estrema attenzione. Presentandosi questa volta con i The Grand Chandeliers (il co-produttore, nonché multi-strumentista, Shahzad Ismaily, ed il chitarrista Grey Gersten), la Holland chiede solo di cantare le sue canzoni (e, ogni tanto, quelle di qualcun altro), spesso con il cuore in mano, raccontando piccoli spaccati di vita e d'amore. Senza dimenticare che la ragazza racchiude nella sua musica, oltre alla base di americana, echi di Tom Waits ed influenze tex-mex. Il tutto, sempre con una grande voce e con una discreta dose di classe.
Chiude una più che dignitosa cover di Townes Van Zandt, Rex's Blues, Marc Ribot continua le sue ospitate sui dischi della Holland suonando su The Devil's Sake, e c'è posto pure per un remake di un pezzo delle The Be Good Tanyas, Little Birds, in cui escono fuori suoni quasi caraibici.
Disco non eccezionale, ma di grande eleganza. Sensazione paragonabile: come quando ti addormenti in un prato, e ti si posa una farfalla su una mano.

20110714

il ballo della vittoria


El baile de la Victoria - di Fernando Trueba (2009)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: bellino e senza senzo, ma nemmeno troppo

Cile, oggi. Nello stesso giorno, per un'amnistia, escono di prigione Angel Santiago, condannato a cinque anni per una sciocchezza, e che in carcere ha subito violenza, e Nicolàs Vergara Grey, un mago dell'apertura delle casseforti, che a forza di scassi, ha perso per strada moglie e figlio.
Santiago ha un piano, e per realizzarlo ha bisogno di Vergara Grey. Vergara Grey non ci pensa nemmeno, vuol rigare dritto e riconquistare la sua famiglia. Ma Santiago è cocciuto, oltre che sognatore, e nel momento in cui si fa carico della "guarigione" della bella e misteriosa Victoria, ballerina semi-autodidatta e praticamente muta, incontrata per caso all'ingresso di un cinema porno, la necessità di portare a termine il colpo si fa sempre più pressante. Quando Vergara Grey conoscerà Victoria...

Fernando Trueba ha ancora la voglia e la forza di sognare, ce lo dimostra con questo suo per adesso ultimo film tutto suo (l'ultimo in verità sarebbe Chico & Rita, film d'animazione condiviso alla regia con Tono Errando e Javier Mariscal), tratto dal libro omonimo del cileno Antonio Skàrmeta. Il film ha un mood perennemente a cavallo tra la commedia surreale ed il dramma, ha momenti scoppiettanti, altri quasi horror, di riflessione, di gioia. La macchina da presa si muove agile, si adatta ai vari momenti della storia, nella quale non manca un fondo amaro per le tragiche reminiscenze della dittatura.
Il cast è diretto in maniera egregia; naturalmente su tutti giganteggia Ricardo Darìn (per chi non lo ricordasse, il mio attore preferito), nei panni di Vergara Grey, figura pervasa dall'amarezza e dai rimorsi, ma che intravede un riscatto affiliandosi la coppia degli altri due protagonisti, ma se la cavano in maniera più che discreta i giovani Abel Ayala (Santiago), che qualcuno avrà visto nei panni del giovane Maradona nel film a lui dedicato, diretto da Marco Risi, e Miranda Bodenhofer (Victoria), qui al suo debutto, in un ruolo non certo facile.
Rivediamo, sempre con piacere, Ariadna Gil (Teresa, la ex moglie di Vergara Grey), e curiosamente appaiono, in piccoli ruoli, le due protagoniste del cileno Affetti & dispetti (La Nana), Mariana Loyola (qui Lili) e Catalina Saavedra (qui la madre di Angel Santiago).

20110713

bye bye Tara


United States Of Tara - di Diablo Cody - Stagione 3 (12 episodi; Showtime) - 2011

Ci mancherà un po', Tara Gregson e la sua squinternata famiglia, squinternata a causa del suo Disturbo Dissociativo dell'Identità (e quindi, di conseguenza, dei suoi alter-ego). La terza, e definitivamente ultima serie, che andrà in onda in Italia su Mya a partire dal 25 luglio, soffre proprio del fatto di essere l'ultima. Sarebbe interessante sapere a che punto, la creatrice ed il team degli sceneggiatori, hanno realizzato che la serie doveva finire. Senza dubbio, gli ultimi 3/4 episodi risentono pesantemente della necessità di chiudere il cerchio in qualche modo, tirando le fila alla bell'e meglio. Inizialmente invece viene dato largo spazio ai familiari, e meno agli alter-ego. Ci si diverte un po' meno, ma si approfondiscono un po' di più gli "effetti collaterali" sulla famiglia [interessante anche lo "sdoppiamento" finale tra le volontà e il reale comportamento del marito di Tara, Max (un sempre ottimo caratterista, John Corbett, uno che sa stare al suo posto ed interpretare la sua parte con dignità e sapienza)]. Buono anche lo spunto che introduce il personaggio del Dr. Jack Hattarras (Eddie Izzard, anche lui sempre ottimo).
Però, dopo attenta riflessione, devo dire che la decisione di Showtime, che di solito viene presa sulla base dell'audience, mi ha quasi convinto, visto che la trama cominciava a girare a vuoto.
Ci lascerà un buon ricordo, una strepitosa prova complessiva di una grandissima attrice, Toni Collette, che meriterebbe qualcosa di più dalla sua carriera (e magari ne avrà l'opportunità, in un prossimo futuro), e due promesse per il futuro, nella storia i figli di Tara e Max: Brie Larson (Kate), l'abbiamo vista ultimamente in Lo stravagante mondo di Greenberg ed in Scott Pilgrim vs. the World, ma attenzione, è attiva anche a livello musicale, e Keir Gilchrist (Marshall), di cui dobbiamo ancora vedere il nuovo It's Kind of a Funny Story.
E speriamo che Diablo Cody si inventi qualcosa d'altro.

20110712

violet


Viola di mare - di Donatella Maiorca (2009)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: slabbrapotte der passato

Su una piccola isola siciliana, nella seconda parte dell'ottocento, crescono Angela e Sara, legate da un qualcosa di indissolubile. Angela è la figlia del padrone delle cave di tufo dell'isola, un padre-padrone che comanda e dispone delle donne della sua famiglia a piacimento. Sara, orfana, viene presa a servizio della Baronessa, il cui marito utilizza i servigi e i "prodotti" delle cave isolane. Quando Sara, con la corte del Barone, torna sull'isola, le due sono donne fatte, in età da marito. Ma Angela, la più cocciuta delle due, si rende conto che quel legame che le rende l'una per l'altra, è amore, e, contro qualsiasi convenzione dell'epoca, inizia a forzare gli accadimenti per convincere anche Sara che loro due devono stare insieme. Naturalmente, il padre di Angela non tollera la cosa, e si oppone con l'unico linguaggio che conosce, quello della forza. Angela però, come detto, è cocciuta fino a non aver paura della morte, e, finalmente, anche la madre di Angela rivendica il suo ruolo, inventandosi una soluzione che perfino il marito dovrà accettare...

Tratto dal libro Minchia di Re, di Giacomo Pilati, ispirato a sua volta ad un fatto e a personaggi realmente esistiti e vissuti a Favignana, è un buon film questo secondo della Maiorca dopo Viol@ del 1998, molto più nelle intenzioni e nel concetto che nella realizzazione, che tende un po' troppo a farlo apparire come un prodotto televisivo, con tutti i difetti del caso, ma ugualmente apprezzabile.
Il cast è ricco, anche nei ruoli secondari, tutto italiano, e le interpretazioni delle due protagoniste convincenti (meglio la Ragonese - Sara - della Solarino - Angela -, ma forse è un giudizio soggettivo, vista la mia totale ammirazione per Isabella, qualsiasi cosa faccia); gli ambienti molto belli (il film è girato tra San Vito Lo Capo e Favignana) e discretamente fotografati. Forse è la macchina da presa che, sovente, rende tutto un po' ingessato, poco dinamico. Ma, alla fine, è il messaggio, quello di una conquistata libertà omosessuale femminile con larghissimo anticipo sui tempi, che fa apprezzare molto questo lavoro.
Bravo come sempre Fantastichini (Salvatore, il padre di Angela), nel cast anche Maria Grazia Cucinotta (Agnese, la sorella di Angela), Giselda Volodi (la madre), Marco Foschi (Tommaso), Corrado Fortuna (Ventura) e Lucrezia Lante della Rovere (la Baronessa).

20110711

crescendo la speranza


Raising Hope - di Greg Garcia - Stagione 1 (22 episodi; Fox) - 2010/2011

Allora, intanto diciamo che Greg Garcia è il creatore di My Name Is Earl, così almeno chi "conosceva" Earl saprà da che parti siamo. Aggiungiamo che questa prima stagione (ce ne sarà almeno una seconda, che partirà il prossimo settembre negli USA), in Italia è andata in onda su Fox col titolo (fuorviante) di Aiutami Hope!.
Dunque. La famiglia Chance è un campionario di ignoranza, low-class americana, gente talmente povera ed ingenua che non può essere altro che ottimista. Burt, che ha una piccola impresa di giardinaggio e pulizia piscine, e Virgina, che lavora in un'impresa di pulizie di proprietà di immigrati latinos, hanno avuto Jimmy da giovanissimi. Vivono in casa di Cloris, detta Maw Maw, la nonna ottantacinquenne di Virgina, affetta da una forma buffissima e devastante di Alzheimer, per cui è lucida cinque minuti ogni paio di giorni, cinque minuti nei quali vorrebbe cacciare tutti quanti dalla sua casa, e per il resto del tempo gira svestita, scappa di casa, bacia in bocca Jimmy scambiandolo per il suo defunto marito.
Già qui ci sarebbe materiale sufficiente per peripezie mirabolanti. Ma Garcia non si ferma mica qui. Il primo episodio traccia la strada: Jimmy, alla ricerca di un senso per la sua vita, carica sul furgoncino Bijou Philips, una giovane carina e sexy che sta scappando da un fidanzato geloso. Vorrei continuare a raccontarvi la genesi di questa strampalata, ma efficacissima serie/commedia televisiva, ma ora che ci penso bene, mi fermo qui. Vedetevela. Vi farete un sacco di risate.

L'occhio di Garcia sugli Stati Uniti d'America dei quali nessuno ci parla è vivo, spietato, ironico, tagliente, ma non rilascia sermoni o trattati di sociologia. Romanza e trasforma in commedia le classi meno abbienti con una grazia non comune, dissemina situazioni grottesche e divertentissime per tutta la durata degli episodi da venti minuti abbondanti, mette addosso al favoloso Burt t-shirt di band che ci piacciono, ci fa conoscere insomma una parte poco conosciuta, ma che non stentiamo a credere reale, del Paese delle opportunità. Non mancano certo le moraline o i buonissimi sentimenti, ma insomma, that's entertainment in fondo. Che fa ridere, che è pieno di personaggi piuttosto stupidi (ma assolutamente irresistibili, dal primo all'ultimo), ma non è affatto stupido.

Per la serie chi se ne frega: Martha Plimpton (Virginia), è la figlia di Keith Carradine, e fu fidanzata con River Phoenix. Pensate un po'.

silenzio bianco


White Silence - Cave In (2011)

Lunga e tormentata, la storia della band originaria di Methuen, Massachusetts. Questo disco, ve lo dico subito, a me piace un bel po', e visto che esce ad un paio d'anni di distanza dal precedente EP Planets Of Old, che è del 2009 ma che fu rieditato nel 2010, che pur con soli quattro pezzi mi aveva conquistato, direi che il fatto è decisamente positivo.
Siamo ancora dalle parti del post-hardcore che si mischia al miglior sludge-metal, c'è ancora lo zampino di Aaron Turner (Isis) per la parte grafica, e i Cave In di oggi continuano a sembrarmi una sorta di Converge psichedelici, e speriamo che riusciate a capire cosa intendo.
Un suono assolutamente deragliante, con le chitarre che frantumano le orecchie costruendo muri di suono, e la sezione ritmica a pestare durissimo, e parti deliranti, rumoristiche, appunto psichedeliche. Improvvisamente, pezzi come Heartbreaks, Earthquakes, che sembrano usciti da un cassetto di inediti dei Pink Floyd, mood che abbraccia il finale del disco, quindi pure le seguenti Iron Decibels (White Stripes meets elettronica) e Reanimation (una ninna nanna psychedelic folk composta da squilibrati).
Eclettici e potenti.

20110710

come mi sento ora

Mi prenderò del tempo, non so quando, forse, per raccontarvi cosa mi è capitato di recente, e come mi sono sentito, come mi sento adesso. Ora non ci riesco ancora. Ci sto pensando, ma mi fa ancora male, e magari sarei retorico in maniera che risulterebbe illeggibile.
Quando mi stavo dicendo "lo farò, ma non stasera", ho messo su il nuovo disco di Raf. Ora, chi mi conosce sa che ho questa passione insana per il cantautore di origine pugliese, nonostante il suo non sia esattamente il genere di musica che preferisco. L'ho messo per prendermi una piccola pausa dall'ascolto del nuovo dei Cave In. Ed ecco che, al penultimo pezzo, arriva questa canzone che mi dipinge in maniera praticamente perfetta, con il suo testo. Quindi, lascio parlare il testo di Mai del tutto, di Raffaele Riefoli in arte Raf, che ringrazio ancora una volta di esistere.

Ho cercato il mio confine
superando il limite
ho scritto la parola fine

ma è una parola che non c’è
se l’inizio è la certezza
di contare fino a tre
dopo è solo insicurezza
e non sempre va’ da sé

certe porte non si chiudono mai del tutto
certi fuochi non si spengono mai del tutto
certe storie non si scrivono mai del tutto
certi amori non si fermano mai

siamo tra la terra e il vento
e abbiamo tante strade
per viaggiare in tutto il mondo
o chissà dove

ognuno dentro i suoi universi
siamo tessere di un puzzle che
non è facile comporre
tenerlo insieme

ma il fuoco che mi accende dentro
è più forte anche del tempo

certe porte non si chiudono mai del tutto
certi fuochi non si spengono mai del tutto
certe storie non si scrivono mai del tutto
certi amori non si fermano mai

sai dirmi che vuol dire
cominciare per finire
ma se non è finito niente
forse è solo nella mia mente
ancora
quali porte avresti chiuso
quali fuochi avresti spento
che scriverai, che fermerai

certe porte non si chiudono mai del tutto
certi fuochi non si spengono mai del tutto
certe storie non si scrivono mai del tutto
certi amori non si fermano mai

certe porte non si chiudono mai del tutto
certi fuochi non si spengono mai del tutto
certe storie non si scrivono mai del tutto
certi amori non finiscono mai … mai

Dawson isla 10


Isola 10 - di Miguel Littìn (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: un è la peggio 'osa che ha fatto 'r bavoso

L'isola di Dawson è un'isola cilena, situata nello Stretto di Magellano, a sud di Punta Arenas. Triste storia, la sua: nel XIX secolo fu usata come campo di concentramento per gli indios Selknam. Nel 1973, il regime militare instaurato da Pinochet, dopo il golpe che esautorò Salvador Allende, vi installò un campo di prigionia dove deportò tutti o quasi i componenti del governo Allende. Tra di loro Sergio Bitar, ministro delle Miniere, politico tutt'ora in attività, che su quell'esperienza scrisse un libro, Dawson isla 10 (che è anche il titolo originale del film), da cui è tratto il film in questione.

Film presentato due anni fa al Roma Film Festival, e che ufficialmente risulta uscito in Italia il 17 giugno 2011, ma credo lo abbiano visto in pochi, Isola 10 è l'ennesimo film del regista militante, sconosciuto da noi, Miguel Littìn, esiliato ai tempi del golpe, designato da Allende nel 1971 alla guida di Chile Films, soprattutto in seguito al successo del suo debutto, Lo sciacallo di Nahueltoro. A differenza di molti altri film sul regime di Pinochet, questo di Littìn appare più riflessivo, con meno violenza fisica e più psicologica, mostrando soprattutto un ridicolo anticomunismo macchiettistico (vi viene a mente qualcuno delle nostre parti?), ma anche un lato umano di alcuni militari fin qui poco usato, che fa di questo lavoro un caso atipico, e per questo interessante.
Sfruttando lo scenario mozzafiato e, al tempo stesso, doloroso e dolente della Terra del Fuoco e dello Stretto di Magellano, con una fotografia decolorata e quindi tendente ancor più ai toni grigi, usando una manciata dei migliori attori cileni, Littìn ci racconta una storia dove l'ottusità di una manciata di uomini si ritrova a fare i conti con l'umanità di molti altri. Un film che accarezza le coscienze, anziché scuoterle.
Nei panni del narratore Sergio Bitar troviamo un ottimo Benjamìn Vicuna, visto in Fuori menù e in Fuga, ma come detto, anche il resto del cast fornisce una buona prova corale.

20110709

paesi neri



2 - Black Country Communion (2011)







Anche qua arrivo tardi: nemmeno sapevo che questo supergruppo si era formato. Per chi fosse messo peggio di me: Glenn Hughes (Deep Purple) basso e voce, Joe Bonamassa chitarra e backing vocals, Derek Sherinian (Dream Theater e un'altra marea di collaborazioni in studio e live) alle tastiere e Jason Bonham alla batteria, figlio di cotanto padre, quello stesso Jason che ogni batterista che si rispetti ha visto e odiato/ammirato, suonare divinamente una batteria di formato ridotto, a cinque/sei anni d'età in The Song Remains The Same (il film).



Questo è il secondo disco. Che musica suonano i BCC? Grande hard rock, direi. Con decise venature blues. E ci sono grandi pezzi in questo disco, come ad esempio la conclusiva Cold, una ballatona con progressioni invidiabili ed assoli di chitarra enormi.



The Outsider, in apertura, mette le cose in chiaro: è come se i migliori Audioslave suonassero i Deep Purple, per una sera. Mentre in I Can See Your Spirit, i Led Zeppelin rinascono (ma, a dire il vero, quando entrano le tastiere di Sherinian, si trasformano, ancora una volta, nei DP). Little Secret è un'altra ballatona blues molto bella.



Insomma, un disco un po' da dinosauri, ma con un bel tiro (se pensate che Hughes ha 60 anni, a averne), e pieno di classe.

the duchess



La duchessa - di Saul Dibb (2008)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)



Giudizio vernacolare: anche i ricchi piangano






La vita di Georgiana Spencer, poi Cavendish, duchessa del Devonshire, a partire dall'adolescenza. Georgiana nacque e visse nel Regno Unito dal 1757 al 1806, sposò William Cavendish duca del Devonshire a 17 anni, ma il matrimonio non fu felice: il duca voleva soprattutto un erede maschio, ma dopo diversi aborti vennero due femmine, e il maschio molto dopo. Georgiana fu però un personaggio amatissimo, che si mise in luce per varie altre cose, in Inghilterra; era talmente benvoluta, tanto era d'uso dire che suo marito fosse "l'unico uomo d'Inghilterra a non amarla". Attiva sostenitrice politica dei Whig, icona di stile, presenzialista, accanita giocatrice d'azzardo ed anticonformista, tanto che in pratica, accettò il ménage à trois che vedeva suo marito dividere il letto con la sua migliore amica, Lady Elizabeth Foster detta Bess. Anche lei, Georgiana, del resto...






Interessante "recupero" questo secondo lungometraggio del londinese Dibb, sulla vita di un personaggio decisamente "avanti", basato sul libro di Amanda Foreman Georgiana. Ottima ricostruzione storica (anche se falsata da alcune inesattezze, probabilmente introdotte per romanzare il tutto), sontuoso negli scenari e nei costumi (Oscar per questi ultimi nel 2009), sostanzialmente corretto nell'uso della macchina da presa e nella fotografia, il film lascia che lo spettatore empatizzi con la protagonista, interpretata davvero magistralmente dalla ogni volta più convincente Keira Knightley, e si avvale di buone prove di comprimari di lusso, quali un dolente Raplh Fiennes nei panni del duca del Devonshire e l'algida Charlotte Rampling come la madre di Georgiana.



Originariamente doveva essere diretto da Susanne Bier (ed eccoci al motivo per cui l'ho recuperato: nei crediti di sceneggiatura compare il nome di Anders Thomas Jensen): chissà che piega avrebbe preso.

20110708

forza di giustizia



Juggernaut Of Justice - Anvil (2011)






Per chi non sapesse chi sono i canadesi Anvil, fatevi un ripasso. Il disco andrebbe ascoltato solo per questo. Quattordicesimo disco, il primo post-film di cui sopra, registrato nello studio di Dave Grohl, il disco è un classico dell'heavy metal anni '80. Nessuna concessione ai nuovi stilemi, ma pure nessun prigioniero: riff pesanti, aperture melodiche anthemiche, assoli che ti portano via. Compatto e mediamente coinvolgente, un po' ripetitivo a lungo andare, ma con alcuni pezzi davvero notevoli: la title-track, Not Afraid, When Hell Breaks Loose.



Defenders of the faith!

la vita buona



La buena vida - di Andrés Wood (2008)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)



Giudizio vernacolare: un è artmanne ma si daddaffà ir ragazzo







Santiago del Cile. Vite che si intrecciano, si sfiorano, a volte si toccano pure, ma non si compenetrano. Teresa è una psicologa che cerca di aiutare le prostitute a salvarsi almeno dall'AIDS. Sua figlia Paula è un'adolescente lunatica, chiusa con lei, che invece la vorrebbe solare. Teresa è separata dal marito, padre di Paula, Jorge, hanno un rapporto cordiale ma freddo, e lei non sa se odiarlo oppure no. Edmundo è un parrucchiere/estetista che desidera un auto, ma con il suo lavoro a malapena sopravvive in casa con la madre; all'improvviso, si ritrova a fare i conti con una donna che lo desidera, Esmeralda, proprio la bancaria alla quale chiede il prestito per l'auto, e l'esumazione della salma del padre, con i conseguenti costi da sostenere. Mario è un giovane musicista di clarinetto, con il sogno di entrare alla Filarmonica di Santiago, ma che per far buon viso a cattivo gioco, respinto dalla Filarmonica, entra nell'Esercito, in modo da poter guadagnarsi da vivere continuando a suonare, in attesa di meglio. Patricia è una ragazza madre che, ai limiti dell'indigenza, abbandonata da tutti, tenta come può di dar da mangiare alla piccola figlia. Ognuno cerca qualcosa, ma finirà per trovare altro.







Wood è vagamente conosciuto da noi per il precedente Machuca, davvero un bel film, il suo quarto lungometraggio. Questo è il seguente, ed è un affresco corale ben fatto, con un finale amarissimo, messo in scena da attori molto bravi. Il mood è perennemente in bilico tra fatalismo, ironia, situazioni grottesche (l'inseguimento di Mario ad un borseggiatore, visto che lui, in divisa, è scambiato per un poliziotto o giù di lì, un po' tutte le situazioni di Edmundo), ha un bel tocco, la città sta sullo sfondo ma è ugualmente protagonista come un'entità tentacolare.



Per chi avesse visto il già citato Machuca, anche qui c'è la giovane e brava Manuela Martelli (in Machuca era Silvana, qui è Paula), e Aline Kuppenheim (qui Teresa), e per chi invece avesse visto anche i film di Pablo Larraín, c'è il grande Alfredo Castro (Jorge), in una parte "normale". Molto brava anche Paula Sotelo nei panni di Patricia.



Apprezzabile.

20110707

miraggio al neon



Neon Mirage - Stan Ridgway (2010)









Eclettico, la parola più calzante per raccontare l'ultima fatica dell'indimenticato cantante dei Wall Of Voodoo. Stanard Ridgway, 57 anni, californiano di Barstow, voce baritonale, polistrumentista, compositore e scrittore di testi con vena drammatica, da sempre interessato anche a scrivere musica per il cinema (vi ricordate la splendida Don't Box Me In, con l'amico Stewart Copeland, per Rusty il selvaggio?), ha rilasciato ormai quasi un anno fa (agosto 2010) questo disco davvero interessante, denso, pieno di cose, di stili, che parte dal rock americano ed attraversa uno specchio talmente ampio che è probabile perdercisi dentro.



Per ascoltarlo, potreste cominciare inusualmente dalla sua cover di Lenny Bruce (Bob Dylan), anziché dalla languida ballata d'apertura, con naturali venature western (che sono nel suo DNA musicale), Big Green Tree. Molti pezzi sono basicamente su questa falsariga, qua e là appare il fantasma di Johnny Cash, ma basta ascoltare Scavenger Hunt, che racchiude Tom Waits, il blues elettrico, spruzzate di jazz raffinato, per capire quante ne sa il vecchio Stan.



Del resto, ogni volta che penso a lui, mi sovviene questo fatto: uno che solo con la musica, ha convinto Tom G. Warrior a "copiarlo", facendo poi diventare un classico la cover di Mexican Radio (originariamente dei Wall Of Voodoo, già un classico per conto suo), eseguita con i Celtic Frost, deve essere un grande. Per forza. Scherzi a parte, un bel disco.

la vita dei pesci



La vida de los peces - di Matías Bize (2010)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)



Giudizio vernacolare: la fia ci fa, la fia ci sfà (vecchia, abusata, ma sempre valida)






Santiago, Cile. Andrés, giornalista di viaggi, vive e lavora a Berlino da una decina d'anni. Se n'è andato dal Cile dopo un amore finito male e la morte di un amico fraterno. Di passaggio per chiudere i conti col suo passato, prima di stabilirsi definitivamente in Germania, presenzia alla festa di compleanno di un vecchio amico; durante la festa, rivede tante facce conosciute e amate, persone con le quali ha condiviso la giovinezza spensierata, le prime esperienze di ogni cosa, come pure il suo antico amore, mai dimenticato, Beatriz. I due si salutano, si sfiorano come fossero in un acquario. Ci sarà un chiarimento? Accadrà qualcosa?






Giovane (32 anni), ma già piuttosto esperto, Bize ha già al suo attivo diversi lungometraggi e qualche premio; con questo suo ultimo lavoro ha vinto un Goya, in Spagna, come miglior film straniero in lingua spagnola. Girato con un elegante digitale, tutto dentro una grande casa (come, appunto, in un acquario), con una fotografia curatissima e in alcuni momenti perfino troppo perfetta, il film che dura un'ora e venti ha un ritmo molto lento, molti dialoghi come pure diversi silenzi, con la musica, decente, spesso in prima piano, non annoia, soprattutto per l'empatia che si prova per il protagonista (un ottimo Santiago Cabrera, bellissimo attore cileno, che abbiamo visto nella serie statunitense Heroes e nel Che di Soderbergh, nella parte di Camilo Cienfuegos), che riesce a mettere in scena tutto un campionario di emozioni coinvolgenti.



Un bel tocco Bize, un film non usuale, un finale aperto, un film interessante, un regista da tenere d'occhio. Nel cast anche Antonia Zegers (Mariana), che abbiamo visto nei film di Pablo Larraín, Tony Manero e Post Mortem (era Nancy, la ballerina dirimpettatia del protagonista). Non è uscito in Italia.

20110706

me and you



Io e te - di Niccolò Ammaniti (2010)






Roma. Lorenzo è un ragazzino di circa quattordici anni, figlio della buona borghesia romana. Il padre è un professionista agiato, che ha avuto una figlia dal primo matrimonio, e Lorenzo dal secondo. Il ragazzo è un solitario, pur avendo un'intelligenza vivace, e di conseguenza ha problemi di adattamento a scuola, con gli altri. Finché, da una parte i genitori, soprattutto la madre, che preoccupati lo mandano in analisi, dall'altra lui capisce che deve soltanto "mascherarsi" con gli altri, rientrare nella media, per essere lasciato in pace. Così è, così fa. Finché, forse per scherzo, forse per soddisfare la madre tanto apprensiva, si inventa una bugia colossale. Sente programmare, a un gruppetto ristretto della sua classe, tutti figli della Roma-bene, personaggi in minatura che lui ammira per le loro personalità distinte, una settimana bianca a Cortina. E lui si inventa che lo abbiano invitato. La madre è gonfia di gioia, il padre assume l'atteggiamento di quello che "lo ha sempre saputo". La madre è talmente felice, che Lorenzo non riesce a dirle la verità. E quindi continua a mentire, si fa lasciare a due incroci dal punto di ritrovo con la scusa dell'indipendenza e del fatto che se lo vedono arrivare con la mamma poi lo prendono in giro, e naturalmente non parte. Si rinchiude in cantina, dove ha preparato viveri e distrazioni. Ma, quando pensa di essere riuscito a tappare ogni falla, perfino ad ingannare la madre, ecco che, all'improvviso, arriva un'altra persona a sconvolgere quell'equilibrio fatto di bugia...






Ancora ottimo Ammaniti, alle prese con un romanzo breve, quasi brevissimo, su un adolescente inquieto, con un elemento di disturbo che finisce per essere una parte importantissima del racconto, e che inserisce l'elemento di tenerezza, di commozione, senza per questo premere o forzare su tasti prevedibili. Prosa semplice e mediamente asciutta, stile scorrevole e moderno, Io e te piace e si fa leggere, potrebbe persino essere già pronto per diventare un film (cosa dalla quale, peraltro, Ammaniti non è stato esente in passato). Ottimo il finale, "circolare", visto che è posto all'inizio del libro e si rivela correttamente alla fine; il tutto conferma Ammaniti quale scrittore di punta del panorama italiano, buon raccontatore di storie mai troppo intellettuale, ma neppure troppo terra-terra.

j & b



Jay & Silent Bob - Fermate Hollywood - di Kevin Smith (2002)



Giudizio sintetico: si può vedere ma anche no (2,5/5)



Giudizio vernacolare: sempati'o






Jay e Silent Bob scoprono che a Hollywood stanno per fare un film su di loro. O meglio, stanno per fare un film tratto dal fumetto ispirato a loro, Bluntman and Chronic, Holden McNeil (si, quello di Chasing Amy) prova a spiegarglielo, ma non c'è verso. Quindi, dopo aver "scoperto" l'esistenza di internet ("un luogo dove la popolazione mondiale si incontra per parlare male dei film e per scambiarsi materiale pornografico"), ancor più arrabbiati perché si accorgono che molti stanno prendendo in giro i personaggi a loro ispirati, partono per Hollywood decisi a fermare la produzione del film stesso. Per strada faranno gli incontri più disparati, e al loro arrivo troveranno più di una sorpresa.






Per carità, ci sono pure le serate per un film come questo. Come detto più volte, massimo rispetto per Kevin Smith, ma Clerks rimane inarrivabile. E' lecito, comunque, sfruttare i suoi personaggi, per divertissement qual è questo Jay & Silent Bob Strike Back (in originale), e dichiarare il proprio amore verso il cinema, qualunque esso sia, perfino quello dozzinale e caciarone, o quello d'azione, quello di fantascienza o i teen-movies.



Ecco, il divertimento per lo spettatore, oltre che vedere Jason Mewes (Jay) sullo schermo ancora una volta (ce ne vorrebbe una dose al giorno: ecco fate un serial su questo personaggio!), e a notare tutti gli ospiti illustri, presenti nel cast anche solo per un momento, è cercare di cogliere, incamerare ed archiviare il fiume di citazioni ed autocitazioni, che Smith dissemina lungo l'arco dell'ora e mezzo abbondante del film.



Per carità, niente di eccezionale, e se ve lo perdete non succederà nulla. Però a questi personaggi vogliamo bene.

20110705

tempi duri



Hard Times & Nursery Rhymes - Social Distortion (2011)






Alla fine, i Social Distortion non cambiano di una virgola. Tra i critici accreditati, c'è chi ha usato questo per dare un'insufficienza a questo album. Un po' come nel caso dell'invasione dei super-cloni (leggi, ultimo esempio, Rival Sons), anche se qui siamo di fronte ad un caso diverso, e cioè una band che, in pratica, coverizza se stessa, usando (e, ad essere sinceri, abusando) schemi, influenze, standard stra-conosciuti (la ricetta del cowpunk: punk rock, blues e country), il disco, uscito subito dopo l'inizio del 2011, è piacevolissimo e godibile, molto, molto americano. Oltre a loro stessi, puoi sentirci, senza scendere troppo nel particolare, Neil Young, Bruce Springsteen e, perché no, i Rolling Stones (oltre ad Hank Williams, omaggiato con una degna versione di Alone And Forsaken). E non c'è una canzone brutta.



La migliore, e forse più sentita nell'esecuzione, Bakersfield, la più scontata Far Side Of Nowhere.

zamani barayé masti asbha



Il tempo dei cavalli ubriachi - di Bahman Ghobadi (2001)



Giudizio sintetico: da vedere (3/5)



Giudizio vernacolare: un è mi'a vita






Siamo in Iran, nominalmente. In realtà, siamo in quella terra conosciuta come Kurdistan, a cavallo di Iran, Iraq, Siria e Turchia, e la vita è talmente dura, che ogni giorno potrebbe essere l'ultimo. Nezhad, il fratello maggiore (ma probabilmente minorenne, per i nostri parametri), e Amaneh, la sorella, si prendono cura del fratello Madi, affetto da nanismo e non solo, che a quindici anni non riesce a parlare né a prendersi cura di se stesso. Vanno, insieme a molti altri bambini, nella città iraniana più vicina, lavorano come incartatori di qualsiasi cosa, e sulla strada del ritorno al loro villaggio, sulle montagne che dividono l'Iran dall'Iraq, sono complici inconsapevoli di contrabbando. La madre è morta, rimane loro il padre, che lavora naturalmente come contrabbandiere, perché altro da fare non c'è (e se non hai un mulo è difficile fare pure quello). Ma le sfortune non arrivano mai da sole: di ritorno al villaggio a piedi, perché il camioncino sul quale viaggiano insieme agli altri bambini viene fermato dalle guardie di frontiera e sequestrato, bagnati fradici dalla neve presente sul cammino, ritrovano il padre cadavere vittima di un classico incidente di frontiera, e il dottore dice loro che a Madi non rimane molto da vivere, a meno che non trovino i soldi per farlo operare piuttosto urgentemente.






Dolorosissimo, molto bello, ma anche molto asciutto e completamente privo di commiserazione o di ricerca di pietà (anche se Madi, in realtà, dopo l'uscita di questo film, pare sia stato operato da un gruppo di medici italiani aderenti all'organizzazione WOPSEC, di volontariato), questo debutto del curdo iraniano Ghobadi (I gatti persiani), già aiuto regista per Kiarostami ed attore per Samira Makhmalbaf in Lavagne, riprende l'ambientazione di quest'ultimo film, e lo estremizza, semplicemente raccontando la realtà. La storia, come avrete intuito dalla parentesi a proposito dell'operazione di Madi, è vera, ed i protagonisti sono realmente una famiglia (curda). I paesaggi sono meravigliosamente invivibili, ripresi con una sorta di distacco catartico dalla macchina da presa spesso fissa, le facce dei piccoli (e grandi) attori spettacolarmente vere, l'enfasi è assente, la trama semplicissima e, se non fosse così in bilico tra vita e morte, sarebbe pure divertente.



Nonostante la breve durata (un'ora e venti circa), il film scorre piuttosto lentamente: è, in pratica, l'unico difetto, che personalmente ritengo una sorta di prezzo da pagare, per assistere ad un film che mette il cinema di qualità al servizio della vita e della conoscenza.