No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20110630

tempo e pressione




Pressure & Time - Rival Sons (2011)








A volte, l'ignoranza aiuta. Probabilmente, se avessi conosciuto i Rival Sons già dal loro primo album Before The Fire (anche se evidentemente molti lo considerano un EP), adesso mi avrebbero già stancato. O forse no: per non saperlo, non lo ascolterò mai, ho deciso. Però, adesso in questione c'è questo secondo disco, che si chiama Pressure & Time, e che è uno di quei dischi che, per un rocker, lo metti su e dopo cinque secondi, e ve lo dico seriamente, cronometrate quanto ci mette questo disco a piacervi, lo ami. Incondizionatamente, dico. Poi lo ascolti ed inizi a capire che è come mascherare una cover band dei Led Zeppelin, o una dei Black Crowes, da band rivelazione. Ma, ormai, non c'è più niente da fare: sei fottutamente preso da questo disco, e continui ad ascoltarlo, e continua a piacerti.




Così come è accaduto negli anni passati, che ne so, per Stonerider, Wolfmother e molti altri, questo è uno dei dischi dell'anno. Ballad con sfumature southern rock, o mid-tempos venati di blues, trovatemi una canzone brutta in questo disco.




Give it up per i Rival Sons!

escape



Fuga - di Pablo Larraín (2006)



Giudizio sintetico: si può perdere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: storia di una musi'a che porta merda






Cile. Eliseo Montalbán era un promettente direttore d'orchestra, giovane, capace, geniale. Con un'ossessione: l'omicidio della sorellina, perpetrato con violenza quando lui era ancora piccolo, sopra ad un pianoforte, interrompendo una melodia e bagnandola col sangue. Crescendo, Eliseo porta avanti parallelamente musica e dolore come fossero una cosa sola, fino al punto in cui il suo componimento, la sua sinfonia, una rapsodia macabra, diventa maledetto, perché ogni volta che viene rappresentato, qualcuno muore. Eliseo diventa il capro espiatorio di una situazione pesante in famiglia, dovuta sempre alla tragedia della sorella, e cade in depressione. Viene internato, e lì, peggiora. Un musicista di scarso talento, Ricardo Coppa, scopre per caso l'unica partitura rimasta della rapsodia macabra, e si rende conto di essere davanti ad un'opera degna di attenzione. la tentazione di farla propria è grande, ma viene scoperto. A quel punto, si dedica anima e corpo al ritrovare Montalbán, e a riportarlo alla vita.






Sono andato a ricercare questo film per un motivo ovvio: è il debutto nel lungometraggio del cileno Pablo Larraín, regista, dopo questo Fuga, di Tony Manero e di Post Mortem, due film senza dubbio degni di nota, sintomo di doti interessanti. Il film in questione è carico di idee e dimostra una buona mano, ma alla fine non colpisce così come i seguenti. Credo sia normale: si cresce.



Una bella fotografia, un'ottima interpretazione del protagonista Benjamín Vicuña (Eliseo; da noi lo abbiamo visto in Fuori Menù), attore da seguire, nonostante sia un debutto una impressionante dimostrazione di padronanza della macchina da presa, ed una quantità di supponenza tale da far comprendere che il percorso futuro sarebbe stato interessante. Il film è probabilmente sovraccarico di tentativi di analisi per molti dei personaggi, ed i simbolismi inoltre si perdono nell'intreccio e nei passaggi temporali.



Insomma, il messaggio che vi voglio dare è che se vi piace il cinema di Larraín arrivato fin'ora da noi, non vi affannate troppo a cercare di vedere questo film che è uscito solo in Cile ed in Argentina: non è fondamentale, anche se, come detto, si intravedono le potenzialità.



Non posso concludere però, senza segnalare l'ennesima prova spettacolare di Alfredo Castro, attore spettacolare che abbiamo imparato a conoscere proprio grazie ai seguenti film di Larraín, qui nei panni di Claudio, una pirotecnica checca internata nello stesso manicomio di Eliseo.

20110629

il fuhrer


Hitler - di Giuseppe Genna (2008)

Hitler, di Genna, è una specie di biografia. Una specie. Secondo lo scrittore milanese, Hitler è un "problema metafisico planetario", e questa sua operazione, questo suo libro, sembra prefiggersi un tentativo di analizzare come egli stesso arriva a praticare il Male con coscienza, e quindi, in una certa qual maniera, tenere alta la guardia contro accadimenti catastrofici del genere. L'autore aggiunge che un altro obiettivo di questo libro era descrivere la persona (non-persona, come lo definisce) Hitler evitandone una mitizzazione, anche involontaria.

Adolf Hitler. Quanto sappiamo di lui? Praticamente tutto. Molto di quello che racconta Genna, ovviamente, lo conosciamo. Ho letto, dopo aver letto il libro, accesissimi dibattiti sul libro, e perfino recensioni diametralmente opposte, a dir la verità piuttosto cavillose. Proprio per questo, cercherò, per una volta, di essere snello (non fate battute).
Il libro consta di oltre 600 pagine. Scorre? Decisamente si, nonostante quel che abbiamo detto prima, e cioè che gran parte della storia di Hitler si conosca. Lo stile di Genna è, spesso, e qui in particolare, pomposo, d'effetto, a volte ripetitivo, ma, a mio modesto giudizio, necessario.
Aggiungerei perfino che, casualmente, subito dopo aver letto questo Hitler, ho iniziato, e sto tutt'ora leggendo, un libro che tratta del medesimo periodo storico, e che già dalle prime cento pagine lascia intendere che non solo Hitler, o la Germania della crisi, furono la causa della devastazione planetaria generata dalla Seconda Guerra Mondiale (ve ne parlerò poi); nonostante questo, è apprezzabile quel che si prefigge Genna con questo libro. Non vorrei concludere con una frase ad effetto, facendo retorica spicciola, ma ricordare una figura come questa, ed il male che ha fatto, non è mai abbastanza.

winters



Dieci inverni - di Valerio Mieli (2009)



Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: boia, e sono pinza e vola loro due...






Inverno 1999, Camilla sta arrivando a Venezia dalla provincia, probabilmente per la prima volta staccandosi dal padre. Ha 18 anni, ed è in laguna per studiare letteratura russa, la sua passione. E' timidissima, schiva, impaurita da una città che non è neppure una città. Sul vaporetto, diretto ad una casa che non si può neppure definire tale, che ha affittato, c'è un ragazzo, avrà la sua età. Il suo nome è Silvestro, come il gatto, ed è tutto il contrario di lei. Sorridente, spavaldo, sfacciato, attacca bottone con chiunque, e quando rimangono soli sulla barca che si dirige verso le ultime fermate, lei imbarazzatissima si alza dai posti a sedere e va in coperta, a guardare fuori. Quando rientra, Silvestro le ha preso il posto, il cappello, la sua roba, e le sta facendo il verso. L'imbarazzo di Camilla è ancora più grande, ma per fortuna arriva il momento di scendere. Silvestro la segue. Così comincia una storia d'amore.






Dieci inverni, dieci anni. Tanto ci vorrà perché Silvestro e Camilla capiscano che sono destinati l'uno all'altra. Detta così, uno s'immagina che si possa pure non vederlo, il film, tanto si sa come va a finire. E invece bisogna riconoscere al debuttante Valerio Mieli, che trae questo film dal suo libro omonimo (in realtà nato come saggio di diploma per il Centro Sperimentale di Cinematografia, storia, pare, autobiografica), che Dieci inverni è un bel film, un film che, diciamocela tutta, dà anche un po' di speranza, nel senso che ci racconta che l'amore, spesso, può nascere perfino dall'antipatia, dalla rivalità, da un incontro casuale tra poli diametralmente opposti. Ed è intrigante, seppure un pochino simile ad uno stillicidio, il dipanarsi di questo continuo sfioramento dei due protagonisti, attraverso un decennio, quasi sempre vicini, in una città che della città non ha la dimensione, a volte distanti un bel po'; il susseguirsi di impressioni, di una storia che va a strappi, un attimo l'uno ci crede, l'altra pensa a tutt'altro, e viceversa, mai il momento giusto. Amici, nemici, amanti, fino addirittura alla nascita di una figlia, al disgregarsi apparente di un carattere, al tentato amplesso rabbioso, al ripensamento, alla paura...



Insomma, certo, i capolavori sono altri, ma attenzione, che secondo come siete messi, questo film potrebbe farvi tanto bene oppure anche tanto male.



Forte di una bella fotografia "densa" e tendente ai toni scuri, e di una coppia di giovani attori italiani che, se ben diretti e valorizzati (e lo hanno già dimostrato più volte) posso diventare perfino "esportabili", un grintoso Michele Riondino, faccia da schiaffi quanto basta per essere un degno Silvestro, ed una ancora una volta di più meravigliosa Isabella Ragonese, che è una perfetta Camilla, con quei suoi impercettibili movimenti del corpo ed una mimica facciale davvero impressionante, Dieci inverni mi è piaciuto, e più ci penso e più mi è piaciuto. Per questo gli aggiungo mezzo punto, rispetto al voto che inizialmente volevo dargli.



Bravo Mieli, aspettiamo la tua opera seconda.

20110628

così bella o così cosa



So Beautiful Or So What - Paul Simon (2011)






Paul Simon, classe 1941, 69 anni il prossimo ottobre, ha fatto la storia della musica e quindi massimo rispetto. Ok, fin qui ci siamo. Uno degli "inventori" della world music, e anche qui tanto di cappello.



Il problema viene quando devi parlare a qualcuno di un disco nuovo, rilasciato da un personaggio del genere. Che poi uno passa da super snob, parlandone male, distruggendo miti. Tra l'altro, mica è vero: c'è gente che è musicalmente morta già da un po', ed ha la metà degli anni di Paul Simon, per dire.



Il disco in questione, dicevamo. Sembra, a tratti, un disco dei Tinariwen remixato da un produttore pop di quelli bravi. Non che sia brutto, non è assolutamente inascoltabile, non fraintendetemi. Ascoltandolo e riascoltandolo fino alla noia, qualche spunto minimamente emozionante si trova pure (Questions For The Angels). E, come detto, in diversi pezzi, dove le chitarre sembrano quelle dei maliani, i suoni sono abbastanza belli e suggestivi (ma ascoltare gli originali è ben altra cosa); la professionalità e la capacità di scrivere canzoni decenti, di certo non manca al signor Simon.



Ma la noia che era fuggita dopo l'ascolto del nuovo Fleet Foxes è dietro l'angolo, quando ascolti questo So Beautiful Or So What...

anime congelate



Cold Souls - di Sophie Bartes (2009)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: un è un'ideaccia...



New York. Paul Giamatti è un attore di cinema e teatro mediamente conosciuto; sta lavorando ad una messa in scena di Zio Vanya di Checov, ma si rende conto di avere dei seri problemi con la recitazione. Si immedesima troppo nei personaggi, fatica ad uscirne, se li porta dietro nella vita privata, e tutto ciò innesca una reazione a catena, che lo fa recitare non al suo meglio quando deve provare, o andare in scena. E' tormentato, nonostante la sua vita sia tutto sommato soddisfacente, e sua moglie Claire gli voglia bene. Soffrendo pure d'insonnia, si ritrova, sveglio di notte, a leggere un articolo su The New Yorker, a proposito di una procedura di immagazzinamento di anime. Stenta a crederci, e si reca però presso la società di cui parla l'articolo, per un consulto. Il Dr. Flintstein gli spiega che l'anima si può estrarre, tramite una avanzatissima procedura, e stoccare presso la clinica, oppure in un magazzino nel New Jersey. Visti i "sintomi", Flintstein consiglia caldamente l'estrazione a Giamatti, e ritiene che la cosa lo svuoterà da ogni tipo di preoccupazione. Dopo un'iniziale titubanza, Paul acconsente, si fa estrarre l'anima, e rimane sbigottito quando si rende conto che ha la consistenza di un cece. Molto più leggero, torna a condurre la sua vita, ma si rende conto di essere realmente vuoto: le prove di Zio Vanya vanno di male in peggio, la sua interpretazione è piatta ed insensibile, ed inizia ad avere problemi con sua moglie. Torna da Flintstein, e si fa convincere a farsi impiantare un'altra anima, non la sua. A sentire il dottore, è l'anima di un poeta russo. L'anima in questione funziona perfettamente per Zio Vanya, ma nella vita privata Paul diventa di una sensibilità estrema. La cosa lo turba ancora di più.



Parallelamente, lo spettatore conosce la verità: l'anima che Paul ha affittato è di una donna russa, dall'animo sensibile si, ma semplice operaia in una fabbrica tessile, e non poetessa, che ha affittato l'anima ad una società piuttosto losca, che opera con base a San Pietroburgo, e per la quale l'altra protagonista della storia, la russa Nina, lavora, facendo la spola tra la Russia e New York...






Debutto decisamente promettente, per la regista (ma anche sceneggiatrice) francese di nascita, ma cresciuta in giro per il mondo. Leggo che molte delle critiche che sono state rivolte a questo film gli addebitano una esagerata somiglianza con Essere John Malkovich, ma ce ne fossero di film così in giro. Tanto è vero che Cold Souls ha avuto una pessima distribuzione, in non molti paesi, e naturalmente non è uscito in Italia. Perfettamente in equilibrio tra situazione assurda e dramma esistenziale, ma pure metafora, Cold Souls si avvale pure di un cast da urlo, per gli appassionati di cinema di un certo livello. Paul Giamatti, nei panni di un se stesso tremendamente insicuro e perennemente turbato, sarebbe già una garanzia, ma tutto intorno ci sono attori super: Emily Watson è la moglie Claire, David Strathairn è il Dr. Flintstein, e, in una piccola parte, quella di Stephanie, la segretaria di Flintstein, c'è la splendida Lauren Ambrose, la mai dimenticata (da me) Claire di Six Feet Under. Anche la poco conosciuta Dina Korzun, nella parte di Nina, è molto brava.



La fotografia è buona, e la regia si destreggia bene nell'asetticità dello studio dove si estraggono anime, nella paradossale San Pietroburgo (tra solennità antica e povertà recente), così come riesce a restituire un senso claustrofobico e angosciante negli interni, lì dove i protagonisti rimangono "faccia a faccia" con, è proprio il caso di dirlo, le loro anime. Sceneggiatura buffa, curiosa, ma al tempo stesso profonda e inquietante, che insinua alcune riflessioni complesse, ma al tempo stesso, che fa sorridere con intelligenza. Bella colonna sonora, con in particolare due pezzi stupendi della compianta Lhasa de Sela. Un vero peccato che non sia uscito da noi.

20110627

rock pesante


Heavy Rocks - Boris (2011)

Vi ho già parlato qui dei Boris, facendo ammenda per la mia ignoranza. Questo è l'altro disco, uscito praticamente in contemporanea (a dire il vero è uscito anche New Album, insieme a questo e ad Attention Please, solo che New Album è uscito solo sul mercato giapponese, e divide alcune tracce con gli altri due, anche se con diversi mixaggi). Ora, attenzione davvero perché questo, per gli amanti (appunto) del rock pesante, è probabilmente uno dei migliori dischi di questo 2011.
Qui l'influenza Melvins è ancor più forte, e definisce alcune delle prime tracce, quali Riot Sugar, Galaxians, Window Shopping (che sa moltissimo anche di Soundgarden) e Czechoslovakia. Già con queste, la cosa è interessante. Ma sono decisamente le due tracce più lunghe del disco, Missing Pieces e Aileron (versione totalmente irriconoscibile da quella di Attention Please) che fanno la differenza. Due pezzi dilatati, complessi, fatti di momenti profondamente diversi ma che non possono lasciare indifferente l'ascoltatore, trasportandolo in un vortice psichedelico, al tempo stesso pesante e vellutato. Le chitarre deragliano felici ed assordanti, la batteria pestona e mortifera marca il tempo marziale ed imperiosa. I suoni sono selvaggi, mentre la voce (in questo Heavy Rocks predominano quelle maschili, a differenza di Attention Please) è quasi romantica e melanconica.
Insomma, i Boris sanno fare veramente di tutto, e sanno mescolarlo con personalità e classe. Non inventano niente, come la maggioranza delle band odierne, ma a averne di dischi così.

luna park




Cirkus Columbia - di Danis Tanovic (2011)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)


Giudizio vernacolare: lulì cià la fissa, però va capito



Jugoslavia, 1991, regione dell'Erzegovina. In un paesino sperso tra le dolci colline e i fiumi docili, Martin, che vive con la madre Lucija, donna forte che trova una spalla nel militare Savo, è un radioamatore che sogna di comunicare con l'America; Savo gli procura un antenna speciale. Martin lavora alla stazione di servizio locale, ed un bel giorno si trova a che fare con un forestiero particolarmente antipatico, che viaggia con una compagna molto più giovane, e piuttosto avvenente, e un gatto. Martin non può ricordare, e neppure l'uomo, ma questo antipatico non è altri che Divko Buntic, suo padre, che lo ha abbandonato anni addietro, andando in Germania, dove ha fatto i soldi, ed ha trovato, appunto, una compagna più giovane, Azra, e un gatto, a cui vuole più bene che ad Azra. Che cosa ci fa Divko nel suo paese natale? E' tornato per sfrattare Martin e Lucija dalla loro casa, con l'aiuto di Ranko, nuovo sindaco del posto, anticomunista, e per vantarsi della sua nuova condizione di fronte a tutto il paese. Ma Divko non ha fatto i conti con la situazione post-Tito, che sta per sfociare nella guerra.





Tanovic "torna a casa", dopo gli episodi interdittori di L'enfer e Triage, e ritrova lo smalto, seppure No Man's Land rimanga a tutt'oggi inarrivabile. Tratto dall'omonimo libro di Ivica Dikic, che collabora alla sceneggiatura, il film ha quell'atmosfera in bilico tra l'ironia e la macabra gravità delle storie di guerra, e gira come un orologio, in un andirivieni di situazioni che scorrono parallele all'escalation bellica, fino al finale esplicitamente onirico. La macchina da presa pare schizzata, ma in realtà segue semplicemente una storia con tanti protagonisti, tutti in bilico, così come il destino di quella terra, sull'orlo del disastro. Si ride con un fondo di tremenda amarezza, conoscendo il post-finale, e si apprezzano i meravigliosi panorami al pari delle ottime prove del cast, che a mio parere, in alcuni casi viene neutralizzato dal doppiaggio (Mi riferisco in particolare a Jelena Stupljanin, Azra nel film, bella e imperfetta, con il ruolo forse più complesso, che mi è sembrato non godere della voce che la doppia in italiano, un po' troppo stridula). Sempre super Miki Manojlovic, che è davvero un attore per ogni stagione.
Difficile poi, a posteriori, non riflettere sulla lettura che anche questa storia ci dà, rispetto ai motivi di quella guerra: una teoria già sentita, e che personalmente mi ha convinto. Una guerra fomentata da pochi, spingendo i molti ad acuire differenze mai sentite prima d'allora, rivalità personali e futili motivi.


Tanovic è un ottimo regista, speriamo che questa prova degna ce lo restituisca in forma e pronto per regalarci almeno un altro grande film, al pari, appunto, di No Man's Land.

20110626

me and my shadow


Io e la mia ombra - Casino Royale (2011)

Riassunto delle puntate precedenti: i Casino sono una delle band italiane che più stimo, ed ho sempre ritenuto CRX un disco avanti anni luce (senza contare che pure tutti gli altri mi sono piaciuti). Sono accadute tante, tantissime cose, c'è stato uno iato di circa 10 anni, una defezione importantissima (Giuliano Palma), poi si sono rimessi in piedi, e sono tornati con Reale cinque anni fa. Tralasciando Not In The Face (Reale Dub Version) e Royale Rockers: The Reggae Sessions, come dicono i nomi, il primo la versione dub di Reale, il secondo una serie di riarrangiamenti reggae di pezzi di repertorio, al quale seguì pure un tour apposito, questo è il successore del disco del ritorno (Reale, appunto).

Riassunto della recensione: questa stessa è stata scritta due volte. Della prima sono state riutilizzate alcune parti. Rispetto al primo, sommario giudizio, quello finale è maggiormente positivo. Mi aspettavo un disco completamente diverso, da quel poco che avevo letto dalle interviste. Un disco più cupo del precedente. Invece, Io e la mia ombra è cupo solo nei testi, alcuni, e magari cupo non è proprio l'aggettivo adatto. La linea portante del disco è il binomio dentro/fuori, non tanto a livello politico, di movimento, ma proprio riferito alla casa. "La gente torna a casa e non riesce più ad uscire, molti escono di casa e non vogliono tornare", recita proprio il singolo/title track Io e la mia ombra. A livello musicale, invece, pare più leggero, più pop, a volte perfino troppo, ma, un po' per il debole che ho per loro, un po' per il loro saper sempre avvinghiare, in qualche modo, l'ascoltatore, alla fine pure questo disco non mi dispiace affatto, ed ho rivalutato perfino l'impressione brutta che mi aveva fatto il singolo Io e la mia ombra, all'inizio. Prima di proseguire l'approfondimento sul disco nel suo complesso, provo a spiegare meglio questo concetto: ascoltato il singolo completamente estrapolato dal suo contesto, prima di ascoltare l'album, non mi è piaciuto, l'ho trovato troppo leggero. Invece, dentro il disco, ascoltato nel suo complesso, Io e la mia ombra (il pezzo) è assolutamente uno dei migliori, e degnissimo per rappresentarlo. Stranezze del marketing.
Il disco parte dal già citato capolavoro CRX, si fa forte del ritorno di Reale, i Casino si caricano sulle spalle anche la responsabilità della produzione, e quello che ne esce è un disco che prosegue il percorso, un disco che ha il marchio di fabbrica, ma si muove; si muove in una direzione che è, come già detto, verso un pop di altissima qualità, per di più in cantato in italiano. Rifletteteci: un'operazione che definire rischiosa è davvero poco. Ma Alioscia e i suoi compiono la missione quasi alla perfezione. Il groove del disco è, al tempo stesso, intenso e danzereccio. E' davvero una commistione strana, difficile da ottenere, e complicata da comprendere al primo impatto.
Si parte con un pezzo d'atmosfera, Solitudine di massa, che, come se ce ne fosse ancora bisogno, ci mostra che i CR sono gli unici che riescono ad ottenere un suono elettronico internazionale. Di pari passo, inizia la riflessione degli stessi sull'attuale condizione dell'essere umano. Fortissime ed interessanti campionature soul. Del secondo pezzo, Io e la mia ombra, abbiamo già detto. Ogni uomo una radio (Turn It On!) ha un beat irresistibile, ed un ritornello pop che stacca molto, ma ci sta, e coinvolge. Senza il tempo ha un intro fuorviante, con quelle percussioni latine, ma poi ha un incedere elettronico sferzante, alla CRX ma con qualche smussatura di troppo, che alleggerisce il pezzo: uno degli episodi meno riusciti, una sorta di esperimento. Ad essere onesti, anche Il fiato per raggiungerti è un buon pezzo, ma di sicuro uno dei più deboli del disco. Ottima invece, nonostante l'attacco un po' fuori luogo, Cade al giusto posto, sinuosa ed elegante, più l'ascolti e più ti piace. Io vs te è l'ennesima dimostrazione di questo "nuovo corso" dei CR: leggera, piena di suoni elettronici mutuati dalla loro esperienza, arrangiamenti molto dance, ma con un testo suggestivo. Ora chi ha paura sembra un altro esperimento, un introduzione rock, uno sviluppo beat, un ritornello (troppo) pop. Anche questa non ben riuscita. Invece è bella, molto bella Vivi, romantica e struggente, inizio col piano e sviluppo soul-elettronico molto elegante. Uno dei pezzi migliori del disco, probabilmente la mia preferita. Il crescendo che porta al ritornello è da brividi, decisamente. Anche Il rumore della luce è un ottimo pezzo, ombroso il giusto, suggestivo. Stanco ancora no è un ulteriore esperimento, apprezzabile ma non riuscito.
Bella da brividi anche Citta di niente, in chiusura, naturalmente dedicata a Milano (ed è davvero difficile non leggerci espliciti riferimenti alle ultime elezioni comunali), un po' la prosecuzione di Milano Double Standard nel precedente.
Nota importante: la voce di Patrick ormai ha sostituito piuttosto degnamente quella di Giuliano, nonostante noi nostalgici ricorderemo per sempre quest'ultimo nei Casino Royale.
Nel complesso, un disco riuscito a metà, musicalmente (anzi, per due terzi: quattro pezzi a mio parere non riusciti su dodici). A livello di testi, sono gli stessi CR di sempre: non saranno propriamente poeti, ma parlano di tutti noi, e, ogni tanto, azzeccano quella frase ad effetto che ti rimane per tutta la vita.

il ragazzo A


Boy A - di John Crowley (2009)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: storiaccia

Regno Unito. Un ragazzo, avrà 25 anni, esce di prigione. Il suo tutore, Terry, lo invita a scegliersi un nome. Lui sceglie: si chiamerà Jack Burridge. Siamo a Manchester. Terry gli trova un lavoro, una sistemazione. Comincia a farsi degli amici. Una ragazza, una delle segretarie del corriere dove lavora, Michelle, si interessa a lui, diventano intimi. Ma Jack è tormentato dal suo passato. Chi è Jack Burridge? O meglio, chi era?
Lentamente, tramite diversi flashback, conosciamo la sua storia. E prendiamo coscienza del fatto che, se la stampa ed i suoi nuovi amici e conoscenti, venissero a sapere chi è, la vita di Jack sarebbe finita.

Film tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Trigell, ispirato ad un fatto realmente accaduto, Boy A, diretto con misura da John Crowley, regista inglese per niente conosciuto da noi, è un lavoro interessante per la fattura, le interpretazioni, e soprattutto le domande etiche che giocoforza, la vicenda instilla nello spettatore, le stesse che si pongono alcuni, pochissimi a dire la verità, dei protagonisti.
Intelligente la scelta di raccontare la storia del passato del protagonista tramite flashback, escludendo di mostrare qualsiasi tipo di violenza, il film mantiene una buona tensione per tutta la sua durata, e vede nelle prove di Andrew Garfield (Jack) e Peter Mullan (Terry), insieme a quella di Katie Lyons (Michelle), un altro lato positivo.
Un film, come detto, misurato, in tutti i sensi, per un argomento difficile da trattare. Non scoppiettante, ma decisamente positivo. Uscito nel 2009 in Italia, direttamente in dvd.

20110625

David prende vita


David Comes To Life - Fucked Up (2011)

Sia chiaro: massimo rispetto per i Fucked Up, band punk attuale, nel senso che ha attualizzato il suono hardcore-punk. Non solo: qua mettono in piedi addirittura una rock opera (o, meglio, una punk opera, più punk di American Idiot dei Green Day!), divisa in quattro atti. Nonostante gli ovvi riferimenti ai The Who, sia nei suoni che nel concept, ci sono dei momenti in cui mi sono sembrati, almeno su questo nuovo disco, una sorta di Afghan Whigs punk (The Other Shoe, per esempio). Senza contare che, quando canta Pink Eyes, è impossibile non farsi venire in mente Henry Rollins.
E insomma si, sono a tratti geniali, questi canadesi, naturalmente di Toronto, con queste ritmiche incalzanti, questo suono di chitarre intrecciate che in molti definiscono nu o post shoegaze, questo doppio cantato un po' rude (Pink Eyes, appunto), un po' college-rock (le parti femminili), queste melodie accattivanti, più pop che punk; ma nonostante tutto il rispetto di cui sopra, anche per le prese di posizioni politiche, il disco in questione è troppo lungo, e spesso troppo ripetitivo, fino al punto da annoiare. Un paradosso, un disco punk (rock) che annoia, eppure provate ad ascoltarlo, e, alla lunga, dovrete darmi ragione.
Certo che Running On Nothing o Queen Of Hearts sono belle assai.

ballata triste


Balada triste de trompeta - di Alex de la Iglesia (2011)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: firme svarvolato

Spagna 1937: la Guerra Civile è dappertutto, perfino dentro ai circhi. Un pagliaccio, insieme agli altri colleghi, viene costretto a combattere contro i franchisti, e dopo una prova eroica con un machete, viene fatto prigioniero. Il figlio Javier è solo, la madre è morta, e non si rassegna alla prigionia del padre. Qualche anno dopo, tenta di liberarlo con un'azione rischiosissima: dopo averlo visitato, e dopo che il padre gli ha indicato cosa fare nel futuro e raccomandato di vendicarsi, torna alla Valle de los Caìdos (Il monumento voluto da Franco, al quale il padre sta lavorando, come altri prigionieri di Guerra) con dell'esplosivo ed innesca un esplosione. Durante il trambusto seguente, il padre viene ucciso per mano del Colonnello Salcedo, ma Javier riesce a cavargli un occhio.
Spagna 1973: Javier intraprende la carriera di pagliaccio triste, in un circo scalcinato, un po' come la Spagna di quei tempi. Già fin dal primo giorno, lo schema si delinea: il capo è Sergio, che interpreta il pagliaccio tonto nel numero con Javier, una specie di animale, despota, violento e maschilista, che comanda tutti a bacchetta, e soprattutto dispone a suo piacimento di Natalia, una splendida trapezista, che fa coppia con Sergio, in balia di un rapporto paradossale (Ha paura di lui, ma quando lui la tratta con spietata violenza sembra trasformarsi in una masochista). Natalia però, fin dal primo momento sembra essere teneramente attratta anche dalla figura impacciata e bruttina di Javier, ed esce con lui spesso, senza Sergio, quasi sfidando la sua rabbia. E' piuttosto chiaro che questo giochino porterà ad una svolta. E non solo.

Fin dal suo debutto del 1993 Azione mutante, uno dei pochi film suoi distribuiti in Italia (Altri mediamente conosciuti furono La comunidad e Crimen perfecto), mi fu piuttosto chiaro che questo Alex de la Iglesia era un pazzo scatenato. Questo suo ultimo lavoro, che pare abbia trovato una distribuzione italiana (Mikado), e l'uscita sia prevista per il 30 settembre 2011, è un rutilante splatter che centrifuga metafore e riflessioni spiazzanti (Notava correttamente un recensore ben più accreditato, che Franco viene presentato, in una piccola parte, come un vecchietto caritatevole) sulla storia spagnola del secolo scorso. E' un film che molti potranno trovare grossolano, soprattutto nella sceneggiatura, che però nasconde, neppure troppo, un grande amore per il cinema, innanzitutto, disseminandolo di citazioni più o meno esplicite, un grande amore per la Spagna, e questo lo dimostra non solo facendo dei patchwork con foto e riprese d'epoca, ma soprattutto con uno sguardo dolente sulla sua storia recente, unite a una enorme capacità di regia (La macchina da presa spesso sembra impazzita, ma tutto quadra alla fine delle scene; inoltre, c'è una varietà di registri spaventosa, una grande lezione di direzione), e un'ottima direzione di un cast che valorizza tutti gli attori, anche quelli che si vedono meno.
Fotografia spettacolare, ricostruzioni degne di colossal statunitensi (La Valle de los Caìdos della scena finale - fantastica - ha un che della Gotham City di Burton), un protagonista, Carlos Areces, poco conosciuto all'estero (Lavora soprattutto in tv), ma che mi ha ricordato uno Javier Camara ancor più ingenuo, e una protagonista, Carolina Bang (Stesso discorso fatto per Areces), bellissima ma pure molto brava, per l'ennesimo tassello nella carriera di un regista che possiamo tranquillamente definire visionario. Siate preparati: de la Iglesia non risparmia niente, sesso, violenza, fiotti di sangue, nudi integrali e ironia più che macabra (Per chi conosce un minimo di storia spagnola, la battuta di Javier agli attentatori di Carrero Blanco - altra scena citazionista - lascerà quantomeno interdetti, ma a pensarci bene...).
Ultima nota: la canzone che ispira il titolo (Che in italiano verrà cambiato in Ballata dell'odio e dell'amore), Balada de la trompeta, portata al successo da Raphael alla fine degli anni '60, è in realtà una cover de La ballata della tromba, un pezzo scritto nel 1961 dal maestro Franco Pisano per Nini Rosso.

20110624

attenzione




Attention Please - Boris (2011)








Ecco, il bello e il brutto della musica cosiddetta moderna, o forse sarebbe più corretto dicessi contemporanea, è questo: una band esce con tre-dischi-tre in contemporanea, che rappresentano il quindicesimo, sedicesimo e diciassettesimo della loro carriera, e io, che pensavo di essere uno abbastanza informato, non li avevo mai sentiti nominare.




Posso usare a mia parziale discolpa il fatto che sono giapponesi? No, visto che prendono il nome da un pezzo dei Melvins. Ma così è.




Andiamo con ordine casuale, ed occupiamoci di questo Attention Please, che secondo me è un disco che farà impazzire i fanatici dei Sonic Youth, abbastanza open minded da tollerare un minimo di elettronica.




Disco da ascoltare con una certa attenzione e ad un certo volume, dapprima non mi convinceva. Adesso devo dire che lo apprezzo abbastanza. Si va a strappi, nel senso che si alternano pezzi quasi ambient (Attention Please, See You Next Week, You, la conclusiva Hand In Hand) e pure un po' shoegaze, a pezzi piuttosto tesi (Hope, Party Boy, Tokyo Wonder Land, un capolavoro di sensualità e ritmo, con un lavoro di chitarra impressionante, e pensare che nel finale ricorda Tomorrow di Amanda Lear, Les Paul Custom '86, che sembra uno scherzo ma invece ha un groove intrigante, Spoon, una splendida cavalcata alt-rock, ) e decisamente rock, con la delicatissima e sensuale voce di Wata che spadroneggia su entrambi gli standard. In mezzo, uno strumentale di due minuti, Aileron, molto bello.




Effettivamente, si capisce che hanno esperienza da vendere, e idee. Un disco interessante.

due solitudini


Angèle et Tony - di Alix Delaporte (2011)


Giudizio sintetico: da vedere (4/5)

Giudizio vernacolare: fra poveri ci s'intende



Francia, bassa Normandia. Port-en-Bessin-Huppain, per la precisione, è un piccolo comune, composto in realtà da due paesi (come dice il nome), uno sul mare e l'altro un po' più in alto; si vive soprattutto di pesca. Angèle, donna molto belle, non più giovanissima, è lì per cercare di ricostruire un'esistenza spezzata da un incidente che l'ha portata in galera, e le ha fatto perdere l'affidamento del figlioletto, che adesso vive con i nonni paterni (vi ho già detto abbastanza). E' quindi alla ricerca disperata di un lavoro e di un partner, il primo obbligatorio per avere almeno una chance per l'affidamento, il secondo non fondamentale, ma si sa, aiuterebbe molto. Nonostante appaia come una ninfomane, almeno nei primi 15 minuti del film, mette un annuncio per incontrare un uomo, ed è così che conosce Tony, uomo tutt'altro che bello, e tutt'altro che raffinato. Fa il pescatore, vive con la madre, che lo aiuta col lavoro (vende il pesce che lui pesca), ha un fratello più giovane. Hanno da poco perso il padre, in un incidente di pesca. Angèle e Tony sembrano proprio non capirsi, anche perché nessuno dei due è un grande comunicatore, ma qualcosa, l'insistenza di lei o il buon cuore di lui, o forse solo la voglia di Tony di contraddire la madre, alla quale comunque vuole bene, qualcosa fa si che lui le dia un alloggio e un lavoro, fin da subito. Lei, come fa di solito, offre sesso come merce di scambio, ma lui lo rifiuta. Non finisce lì, perché lei insiste, ma non gli rivela tutti i suoi segreti.



Debutto impressionante sulla lunga distanza (col suo precedente cortometraggio aveva vinto un Leone d'Oro a Venezia nel 2006), questo film asciutto come spesso sono i film migliori. Alix Delaporte è una ex giornalista-operatrice tv, che, ambientando questa storia d'amore senza dubbio proletaria e quantomeno fuori dagli schemi, in un luogo che a suo dire conosce bene, e che è stato colpito duramente dall'ultima crisi economica, non rinuncia a darci la sua visione "politica" della Francia, almeno sullo sfondo. La forza del film, costruito senza sfarzo ma con un occhio già molto capace, senza colpi di scena, fa sviluppare la storia tra i due protagonisti con una lentezza delicata e intelligente, fatta di quelle piccole cose che sentiamo essere possibili. Grazie ai due splendidi attori che recitano le parti di Angèle (Clotilde Hesme, una rivelazione) e di Tony (Grégory Gadebois, anche lui straordinario e poco conosciuto, ma vanta una carriera di tutto rispetto con la Comédie-Francaise), il film vive di tensione anche se succede poco, e la grandezza si rivela nello splendido finale, che suggella una scena grandiosa, a livello emozionale, quanto semplice ed ordinaria negli accadimenti, con un primo piano di Clotilde Hesme, che con un cambio di espressione, porta il livello di questo Angèle et Tony, da buon film, a film da vedere ad ogni costo. Provare per credere.

20110623

punteggiatura

L'amico Monty mi ha fatto una domanda alla quale ho risposto confusamente. Da un po' di tempo sto usando la maiuscola all'interno delle parentesi, ma mi sono sbagliato. Si usa solo quando la parentesi viene aperta, e chiusa, dopo il punto, in casi particolari. Allora ho cercato di saperne di più, e mi sono imbattuto in questo piccolo trattato, che linko a conclusione del post, che mi è stato molto utile per saperne di più sulle regole della punteggiatura. Ho scoperto che alcune regole le seguivo già, magari perché me le avevano insegnate, magari perché ci ero arrivato a senso, ma altre le ho sempre sbagliate.
Da oggi mi impegno a non sbagliare più, almeno sulla punteggiatura.

http://www.eidetica.eu/laureandi/punteggi.htm

il mondo, la carne, il diavolo



The World The Flesh The Devil - In Solitude (2011)






Metal band svedese di Uppsala, gli In Solitude sono al secondo disco, e si presentano come un tentativo di incrociare il suono della New Wave Of British Heavy Metal, con quello tendente al doom di molte band che osannano naturalmente i Black Sabbath.



L'impresa non è semplice, e in effetti il risultato è un ibrido che non convince appieno, almeno per il momento, e almeno se si ascolta la loro musica con orecchio critico, anche se bisogna dire che l'ascolto, al metal-fan, risulta tutto sommato piacevole: cavalcate come We Were Never Here non sono affatto male, e pure melodie come quella di Poisoned, Blessed And Burned (Sulla parte con i toni bassi il cantante non ci fa una bella figura, però) hanno il suo perché.



La cosa che ogni tanto sorprende, ed è una curiosa coincidenza, è che qua e là ci sono assoli che potremmo definire vagamente street-metal, o più semplicemente hard rock (Dance Of The Adversary): sarà un caso che l'album sia stato registrato nel nuovo studio di registrazione di Nicke Andersson?



Come che sia, la band probabilmente deve affinare lo stile, ma le idee ci sono.

splendore americano

American Splendor - di Shari Springer Berman & Robert Pulcini (2003)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: coppia di perzonaggioni

Chi è (Era; è morto quasi un anno fa) Harvey Pekar? Un comunissimo uomo comune americano. E com'è la vita media di un comune uomo medio americano? Complicata (La tagline del film è, infatti, una frase ricorrente di Harvey: Ordinary life is pretty complex stuff)!
Harvey Pekar, impiegato archivista in un ospedale di Cleveland, noiosa città dalla quale però non riesce ad andarsene, annoiato e tendente alla depressione, soprattutto dopo essere stato mollato senza un motivo, o forse solo perché era piuttosto noioso (E piuttosto medio), dalla prima moglie, non è poi così male come lui stesso crede di essere. E' un collezionista di vinili, ossessivo vabbé, buon conoscitore di musica e di letteratura. Ha un senso dell'umorismo caustico, che non tutti apprezzano. Per caso, tramite amici, conosce Robert Crumb, all'epoca non ancora famoso per i suoi fumetti, che inventeranno uno stile e lasceranno il segno, lo sprona a lanciarsi con i suoi lavori, diventano buoni amici. Qualche tempo dopo, quando Robert è già affermato, Harvey, ancora in preda ad un pessimismo cosmico, gli sottopone delle idee: storie comuni di un uomo comune, che naturalmente raccontano praticamente per filo e per segno, le sue giornate. Crumb ne è entusiasta, e lo spinge a pubblicarle, si propone di disegnarle lui stesso. Harvey diventa così una celebrità, conosce perfino, per merito del fumetto da lui scritto, quella che diventerà la sua seconda moglie, ma rimane una persona fondamentalmente ombrosa, pessimista e negativa.

Debutto nella fiction di Shari Springer Berman e Robert Pulcini, moglie e marito nella vita reale, documentaristi di formazione, questo film curioso, che alterna vere chiacchierate e commenti del vero Harvey Pekar (Come pure della seconda moglie, Joyce Brabner, e del vero Toby Radloff), con la storia recitata da attori (E che attori bisogna dire!), e ad effetti speciali suggestivi, che sovrappongono il fumetto al film, è veramente una delizia: naturalmente non è mai uscito in Italia, nonostante abbia perfino avuto una nomination agli Oscar, nel 2003, nella categoria delle sceneggiature non originali.
Il film è divertente e commovente al tempo stesso, ci fa apprezzare completamente il sarcasmo ed il pessimismo di Harvey, insieme alla forza straordinaria di Joyce, ci fa riflettere su quanto sia vero che "la vita ordinaria è una roba complicata", mette in mostra come detto, uno stile sbarazzino ma molto efficace e di grande effetto, e un cast diretto alla grande, con delle prove eccezionali da parte di Paul Giamatti (Harvey), Hope Davis (Joyce) e Judah Friedlander (Toby).
Da recuperare assolutamente, in un modo o in un altro.

20110622

il quartiere


El vecindario - Macaco (2010)

Mi sono accorto in ritardo di questa relativamente nuova uscita di Dani Carbonell in arte Macaco, una specie di raccolta, doppia nella versione deluxe, che racchiude però diciassette pezzi del repertorio Macaco in una nuova versione (Tutti duetti e collaborazioni, alcune particolarmente prestigiose), più una cover (Monkey Man, dei Toots & The Maytals, pezzo che ultimamente usava per chiudere i concerti, qui in coppia nientemeno che con Michael Franti) e due inediti (One Step, insieme a Youssou N'Dour e Omou Sangaré, pezzo composto per la campagna Shoes For Africa, e La fragua del tiempo, pezzo davvero molto bello, composto per il documentario Nuestro Polo Sur, sulla prima spedizione di diversamente abili al Polo Sud).
Ce n'è per tutti i gusti, e c'è nuova linfa per pezzi già di per sé molto belli. Chi ha apprezzato, magari scoprendo Macaco con quel disco, Puerto Presente, qui letteralmente "saccheggiato", avrà modo di ascoltare versioni differenti dei bei pezzi di quel lavoro, ma secondo me, chi non conosce ancora la banda di Dani, potrebbe rimanere affascinato.
Sono davvero in difficoltà a segnalare qualche pezzo sopra gli altri. Mi piace particolarmente Delaveraverabom con Bebe, anche attrice, Somos luz con La Mari dei Chambao, S.O.S. con Brett Dennen, Mama Tierra con Natalia Laforcaude, le già citate La fragua del tiempo e Monkey Man, ma insomma, El vecindario è un disco che dà grande soddisfazione all'ascolto, pur essendo basicamente una raccolta.

steel


Acciaio - di Silvia Avallone (2010)

Piombino, 2001. Tutto ruota intorno all'acciaieria, già da tempo in crisi. Nelle case popolari di via Stalingrado le esistenze si trascinano, ognuna come può. Anna e Francesca sono due adolescenti inseparabili, entrambe bellissime, due fiori pronti a sbocciare. Si vogliono bene, in una maniera che facilmente si può fraintendere. Francesca però, sta dando un nome a questo bene.
Vengono da due famiglie proletarie. Il padre di Francesca è ossessionato dalla bellezza della figlia, e la libertà spensierata di lei lo fa impazzire. La spia perfino quando è in spiaggia, col binocolo, dal terrazzo della casa popolare. Picchia lei e la moglie, quando l'ira gli fa perdere la testa. La madre è una classica donna sottomessa, abituata così, da tradizione del sud, da dove viene.
Anna ha un fratello più grande, che è il figo del quartiere, lavora alle acciaierie e frequenta tipi poco raccomandabili. Il padre pensa d'essere un mercante d'arte, ma è solo un trafficone, senza troppa voglia di lavorare. La madre, lavoro umile e convinzioni di sinistra, sopporta a stento le continue assenze del padre e cerca eroicamente di dare un'educazione sana ai due figli.
Anna è intelligente, Francesca un po' meno, e già dal prossimo anno frequenteranno scuole diverse. Francesca è impaurita dal distacco. Ma a quell'età, ci sono anche altre cose che "cospirano" per separare due amiche del cuore.

Altro caso letterario dell'anno passato, il debutto della giovane scrittrice biellese è un libro interessante. Prende la cittadina toscana, che a suo dire conosce bene (E non faccio fatica a crederle), a pretesto per descrivere la provincia italiana in bilico, e il disfacimento della classe operaia. Certo, probabilmente questo è lo sfondo, davanti al quale la Avallone fa svolgere, e ci racconta, un'amicizia femminile, probabilmente una storia d'amore lesbica. Ed è, se ci pensate, un progetto ambizioso, per un primo romanzo. Il risultato, come detto, non è niente male.
La prosa è ruvida ma molto efficace, a volte sembra che ci metta dentro qualche frase gergale un po' a forza, per ottenere un effetto divertente, ma credo le si possa perdonare.
La storia alterna momenti quasi delicati, ad altri molto duri e diretti, ma tutti molto credibili. L'intreccio è ben costruito, e diversi personaggi secondari contribuiscono al raggiungimento di un meccanismo complesso, ma che scorre ed avvince.
Positivo.

20110621

oltre il cancello


Poarta de dincolo - Negura Bunget (2011)

EP che mette fine alla collaborazione della band rumena con l'etichetta italiana Code666Records, e che, nonostante la storia tormentata della formazione, con continui abbandoni, litigi, e quindi nuovi membri, continua a rilasciare musica interessante, per quanto riguarda l'ambito metal.
Come detto già quando vi parlai del full length precedente Virstele Pamintului, la band rumena, ispirandosi ad una spiritualità pagana e al culto della Terra, imbastisce un sound complesso, fatto di una base black metal sulla quale innestano elementi progressive, folk, ambient, con uso di strumenti della tradizione transilvana. Direi che il secondo pezzo (Il disco consta di quattro pezzi, ma dura tranquillamente una buona mezz'ora), La marginea lumii (Ai confini del mondo), riassume alla grande le intenzioni dei Negura Bunget, una sorta di suite che si destreggia tra atmosfere ambient supportate, appunto, da un mood suggestivo, creato dagli strumenti da loro stessi definiti folk/archaic, improvvise accelerazioni fino ad alcune parti segnate dal blast beat, ed eleganti tappeti di tastiere. Anche il pezzo seguente, uno strumentale (Anche se in un punto c'è una sorta di parlato rituale, che non è stato inserito come lyrics neppure sul sito ufficiale, chissà, tanto forse per creare un po' di mistero) di sette minuti e mezzo, dal titolo di Frig in oase (Osso freddo), decisamente ambient/horror, non sembra per niente un mero riempitivo, ma un qualcosa che fa parte di un progetto ben strutturato.

cose di famiglia


Modern Family - di Steven Levitan & Christopher Lloyd - Stagione 2 (24 episodi; ABC) - 2010/2011

Come detto in occasione del mio commento alla prima stagione, Modern Family è una sitcom girata con lo stile del mockumentary. Essendo terminate le seconde stagioni praticamente in contemporanea, mi è venuto naturale fare un confronto con Cougar Town. Il risultato, a mio parere, è che sulla lunga durata Modern Family risulta meno "stanco", e non è possibile che dipenda solo dal fatto che, rispetto all'altro, questo adotta lo stile mockumentary. Gli sceneggiatori, evidentemente, ci sanno fare, e le battute rimangono di buon livello. Le gag divertono (E non è facile, avendo a che fare sempre con gli stessi personaggi), e i venti minuti di ogni episodio scorrono via in scioltezza.
Niente di trascendentale, ma pur sempre godibile per farsi due risate. Il cast rimane solido, e rilascia sempre ottime prove, i giovanissimi mi stupiscono ogni volta, e Sofia Vergara continua a dipingere un personaggio simpaticissimo.

20110620

festività romana


Lupercalia - Patrick Wolf (2011)

Mi tocca recitare un altro mea culpa, visto che avevo snobbato, nonostante molti amici lo avessero osannato, il disco precedente di Patrick Wolf The Bachelor: questo suo nuovo Lupercalia (Una festività romana, appunto; Wolf ha spiegato che voleva un titolo che ammettesse che lui parla d'amore, ma non in maniera sdolcinata, quindi ha scelto questo nome, perché i Lupercali erano giorni di festa in onore di amore e fertilità - più la seconda che la prima cosa -), il suo quinto, è davvero un gran bel disco, raffinato, con belle canzoni pop, ma arrangiate spesso sinfonicamente, eseguite con grande stile, per darvi un'idea una sorta di Bryan Ferry moderno e anche elettronico, oppure, per rimanere tra i contemporanei, molto simile a David Fonseca. Naturale, quindi, che ci si rifaccia pure alla grandeur, almeno a livello di songwriting, di Elton John. Voglio citare anche Mika: a volte lo ricorda, ma la voce di Wolf è più "seria", calda, meno caricaturale, e il personaggio è, anche se particolare, meno invadente, meno ingombrante, e per questo più simpatico.
Grandi, grandissimi pezzi The City, Time Of My Life, e la tremenda, in senso assolutamente positivo, Slow Motion; ma di certo, non troverete brutte canzoni, su questo disco.

anche la pioggia


También la lluvia - di Iciar Bollain (2010) non c'è ancora una data di distribuzione italiana

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: era da fa vedé prima de' referendumme

Anno 2000. Una troupe spagnola, capitanata dal produttore Costa, e artisticamente agli ordini del giovane ma ambizioso regista messicano Sebastiàn, arriva in Bolivia e si installa a Cochabamba. Il film, sul quale Costa e Sebastiàn lavorano da anni, è una sorta di mea culpa spagnolo sulla colonizzazione del Sud America, la denuncia di un Cristoforo Colombo accecato dall'oro e feroce schiavista, e la riabilitazione di due figure ecclesiastiche, il vescovo Bartolomé de Las Casas e frate Antonio de Montesinos, che per prime denunciarono la disumanità del trattamento che i Conquistadores riservavano ai nativi.
Durante il primo casting, Costa di rende subito conto che, tra tutte le centinaia di persone in fila per fare i figuranti e le parti principali degli indios, c'è una testa calda, un leader capace di complicare la vita della troupe: è Daniel, un cittadino di Cochabamba con una impressionante faccia india. Non fa in tempo a dirlo al regista, che già Sebastiàn lo ha scelto per impersonare Hatuey, il leader indio che ha una parte piuttosto importante nella storia.
Quello che la troupe ancora non sa, è che è in corso, proprio a Cochabamba, uno scontro durissimo, che verrà poi chiamato Guerra del Agua, che contrappone i cittadini, in maggioranza poverissimi, ad una multinazionale statunitense che, con il consenso del governo boliviano, sta per diventare padrona dell'acqua, e che Daniel è uno dei capi della protesta popolare.

Breve introduzione alla regista: Iciar Bollain è una regista spagnola, anche attrice, con una predilezione per le storie socialmente e politicamente rilevanti, ed un occhio di riguardo verso le donne. In Italia è conosciuta poco, e solo grazie a Ti do i miei occhi. E' legata sentimentalmente, ed ha con lui tre figli, a Paul Laverty, lo storico sceneggiatore di Ken Loach, e questo También la lluvia è il primo film di Iciar sceneggiato dal compagno (Parola che in questo caso assume il doppio significato), è stato scelto per rappresentare la Spagna agli Oscar.
Il film, diciamolo, è bello. Mentre lo guardavo, mi è venuta in mente la definizione di metacinema militante: è un film sul cinema, ed è didascalica ma interessante la parte che "spiega" come in realtà viene fatto il cinema, ed è doppiamente, forse tre volte militante. Parlare degli incidenti di Cochabamba vuol dire sollevare ancora una volta il problema dell'acqua, in generale, mentre l'espediente del film sui Conquistadores girato in Bolivia, cioè uno dei paesi più poveri dell'America Latina, seppure da una troupe a larga maggioranza di sinistra, ma naturalmente radical-chic, è il vero nocciolo del film, perché permette alla storia di mettere davanti alla povertà vera, alla lotta per la sopravvivenza, le convinzioni di persone che si definiscono di sinistra, ma che in realtà non hanno mai conosciuto la povertà. E poi, come sempre accade nei film della Bollain, ci sono i dilemmi etici, che sono tutti sulle spalle del vero protagonista del film, Costa il produttore.
Direi che così può già bastare: non è un capolavoro perché spesso le scelte che portano ai temi di cui sopra sono prevedibili e semplicistiche, ma ce ne fosse di film così.
Il budget è importante, lo sfondo impressionante, alcune scene intense e pure visivamente da non dimenticare, la sceneggiatura ad orologeria, la macchina da presa si muove in maniera elegante e, all'occorrenza, in maniera frenetica.
Il cast è diretto in maniera ottima, e le prove sono buone. Luis Tosar, onnipresente nelle produzioni spagnole, visto ultimamente in Cella 211, è Costa. Gael Garcia Bernal, ormai famosissimo, è Sebastian. Juan Carlos Aduviri, una scoperta assoluta, è un impressionante Daniel. Karra Elejalde, un altro grande attore spagnolo, visto ultimamente in Biutiful, è Antòn, l'attore che interpreta Cristoforo Colombo.
Insomma, quando (Speriamo) uscirà in Italia, andatelo a vedere; probabilmente, il prossimo inverno.

20110619

senza rimborso


No Devolucion - Thursday (2011)

Arriva un po' a sorpresa, per me, il sesto disco dei pionieri dello screamo; che poi sorpresa non è, visto che sono passati due anni dal precedente Common Existence. Bisogna dire subito che quel che si intendeva normalmente per screamo, qua, non esiste praticamente più. I Thursday, band di New Brunswick, New Jersey, da sempre low profile, evidentemente grandi lavoratori con una grande passione, sono entrati ormai nella dimensione musicale nel senso più largo del termine. Questo disco può essere ascoltato da chiunque, qualsiasi siano i suoi gusti. Su questo disco c'è solo bella musica.
Le tastiere, non disdegnando il piano, sono sempre più fondamentali, le melodie sono molto belle e sempre presenti, la voce di Geoff Rickly accarezza la base musicale disegnando armonie intense. Immaginatevi una sorta di Deftones al meglio, senza urla disperate. Effettivamente, le influenze metal si fanno pian piano da parte, per lasciare spazio a quelle post new wave, l'elettronica migliore. L'emo diventa grande musica, non solo emozione (Appunto) di un momento. Ascoltate, per esempio, A Darker Forest o Magnets Caught In A Metal Heart. Certo, il massimo si ha quando si ricordano pure di pestare duro, e di alzare gli ampli, come in A Gun In The First Act. Il risultato, dunque, è forse un po' troppo smussato in certi punti, ma senza dubbio dà grande piacere all'ascolto.

trittico sull'eros



Eros – di Michelangelo Antonioni, Steven Soderbergh, Wong Kar Wai (2004)



Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: c'è quarcuno è da penzione...


Tre episodi sul tema dell’erotismo, girati dai registi su invito di Antonioni, invito partito oltre quattro anni fa; doveva esserci anche Almodovar, poi “sostituito” da Soderbergh. Belle le “giunzioni” con disegni di Lorenzo Mattotti e la canzone “Michelangelo Antonioni” di Caetano Veloso.


Il filo pericoloso delle cose – di Michelangelo Antonioni



Oggi, una coppia giovane, ricca e annoiata sta perdendo l’attrazione reciproca; tra la noia, i litigi e i viaggi, ci scappa un tradimento, forse due. Un mini-film inguardabile, doppiaggio vomitevole, attori imbalsamati, sceneggiatura (di Tonino Guerra, ormai entrato nell’immaginario collettivo come “l’ottimista”) inesistente. Non diciamo di peggio perché il regista ha un nome, ma vengono dei dubbi forti sulla sua credibilità.


L’eros? Si vedono due donne nude e si evince che una ha il seno rifatto. Tutto qui.



Equilibrium – di Steven Soderbergh


1955, un pubblicitario è ossessionato da un sogno ricorrente, e cerca di capirci qualcosa insieme al suo psicologo, che a sua volta è distratto da qualcosa fuori dalla finestra del suo ufficio. Divertente, grande stile, Robert Downey Jr. e Alan Arkin (protagonisti) spettacolari. L’eros? Si suppone ci sia, ma più che altro ci si diverte.


La mano – di Wong Kar Wai


1963, un giovane apprendista sarto è incaricato di prendere le misure per i vestiti di una bella prostituta di classe; la prima donna che tocca e che lo tocca, anche se solo con una mano, lo incateneranno negli anni senza via di scampo. Gong Li è bellissima, Chang Chen è credibile, la fotografia è cupa, la storia avvincente. L’eros? Si tocca, si respira, diventa poesia. Nettamente il miglior episodio, che ci riconcilia col regista dopo la mezza delusione di 2046.

20110618

estetica


Aesthethica - Liturgy (2011)

Molto interessante questo secondo disco della band di Brooklyn, New York, dopo che il primo, di due anni fa, non mi aveva impressionato più di tanto. Black metal con forte tendenza al drone, ampie parti di blast beat, un cantato usato con parsimonia, ma al limite tra lo scream e il growl, e soprattutto un atmosfera apocalittica, alimentata dal droning ossessivo delle chitarre, che viaggiano sempre su note molto alte, e costruzioni complesse, più progressive che black metal insomma.
Ho letto cose molto contrastanti, sempre a proposito di questo lavoro, ma devo dire che personalmente, ne sono rimasto affascinato al primo ascolto. Una potenza devastante, unita appunto a delle strutture complicate, un senso di marzialità (Generation, Veins Of God), un clima oppressivamente rumoroso, e qualche spunto addirittura geniale (True Will, con un introduzione fatta da canti madrigali, l'accoppiata Glass Earth/Harmonia, la prima del tutto a capella, che deborda nella seconda, un assalto sonoro ai limiti dell'umano), altri quantomeno spiazzanti (Helix Skull).
Si autodefiniscono transcendental black metal: sicuramente, l'ascolto del disco ad alto volume porta vicini ad un'altra dimensione.

eye of the tiger



La tigre e la neve - di Roberto Benigni (2005)




Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)


Giudizio vernacolare: che sagoma dé




2003, Roma. Attilio è un poeta, nonchè insegnante di letteratura. Vive in un mondo tutto suo, è divorziato, ha due figlie adolescenti che ama, ma che va a prendere perennemente in ritardo, ha la testa tra le nuvole ma una sensibilità fortissima, parla citando poeti classici e sconosciuti, ama le donne, le frequenta con discreto successo pur non essendo un adone, ma la sua fissa è Vittoria, una scrittrice che ogni notte lui sogna di sposare in situazioni grottesche. La sua è una corte spietata, senza limiti, la segue, la insegue, la riempie di chiacchere insensate, buffe ma piene d'amore, ma lei non ne vuole sapere. Vittoria sta scrivendo l'autobiografia di Fuad, un poeta iracheno amico di Attilio; Fuad sta per tornare a Baghdad, suo luogo natale, prima che la guerra arrivi fin lì, per solidarietà nazionale, se così si può dire. Vittoria lo raggiunge, ma rimane vittima di un'esplosione, e viene ricoverata in coma in un ospedale sprovvisto di qualsiasi macchinario, oltre che dei più comuni medicinali. Attilio, accecato dall'amore, parte per Baghdad.




Ero dubbioso e scoraggiato, dopo l'inguardabile "Pinocchio". Benigni mi ha conquistato nuovamente, con questo film, che pure ha dei difetti e delle incongruenze. Penso che ci si debba porre alla visione sgombri da preconcetti, vogliosi di godere, solo così si può apprezzare pienamente. Benigni si sa, non è un gran regista, e ciò si rispecchia nella recitazione dei vari attori, anche quelli bravi, così come in altre piccole cose. E può darsi anche che sia un po' rincoglionito, monotono con questo suo innamorarsi tutte le volte, guarda caso, del personaggio interpretato dalla moglie, Nicoletta Braschi, che riesce a sembrare un'attrice solo ed esclusivamente lontano dalle telecamere dirette dal marito ("Ovosodo", "Mobbing - Mi piace lavorare"); ma è una forza della natura come comico pensante, oltre ad essere un appassionato intenditore di poesia. Nella poesia sta la forza del film. Soffermatevi ai titoli di coda, e leggete tutti i poeti citati nei dialoghi di Attilio. Rimarrete di sasso, a meno che non siate molto colti o molto attenti. Potete criticare tutto, i difetti citati prima, l'ambientazione forse forzata a Baghdad, le citazioni felliniane delle parti oniriche, ma se invece pensate che il cinema è sogno, amore, poesia, finirete il film, andrete in bagno, vi guarderete allo specchio, e ritroverete sul vostro viso la solita espressione che avete visto dipinta sul volto di un Tom Waits sobrio durante la scena del matrimonio, mentre suona la sua inedita You Can Never Hold Back Spring, e a un certo punto guarda con occhi quasi commossi l'amico italiano che recita, in mutande, un matrimonio con la moglie.


Non certamente un capolavoro, ma un film più che apprezzabile, da uno dei pochi comici viventi che si possa accostare all'indimenticabile Charlie Chaplin per come unisce risate e pensieri.

20110617

corruzione


A New Era Of Corruption - Whitechapel (2010)

Uscito precisamente un anno fa, il terzo disco degli statunitensi di Knoxville, Tennessee, che però si chiamano come un quartiere di Londra, si candida a diventare il perfetto disco da inserire nel lettore mp3, durante il fine settimana, in spiaggia d'estate, per annullare completamente gli urli, i chiacchiericci e i racchettoni.
Niente di complicato: si parte dai Napalm Death, passando per gli Obituary, e via, attraverso i Meshuggah e, perché no, i migliori Korn.
Growling ossessivo, tre chitarre, potenza di fuoco sterminatrice, riff a grattugia, abbondanza di blast beat alternati a rallentamenti potentissimi, doppia cassa a profusione, spruzzate di melodia horrorifica, e un pochina di tecnica, che non guasta mai.
Ogni tanto ci vuole proprio. Monolitico.

this land is your land


La terra – di Sergio Rubini (2006)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: occome parlano vesti vi?

Luigi è un professore di Filosofia, insegna a Milano ma è originario di Mesagne, in provincia di Brindisi, paese lasciato ancora giovane dopo un violento litigio col padre manesco e donnaiolo. Persona pacata ed educata, Luigi torna al paese per firmare insieme ai due fratelli Mario e Michele, e al fratellastro Aldo, l’atto di cessione della vecchia masseria di famiglia, e invece si ritrova dapprima a tentare di convincere Aldo, che nella masseria ci vive e ci lavora, e non ne vuole sapere, a firmare e a vendere, dopodichè, poco a poco, a capire le dinamiche esistenti tra i fratelli, quasi a conoscerli per la prima volta, infine rimane invischiato nei loro stessi problemi, tentando, con uno scatto di orgoglio da fratello maggiore, di risolverli tutti prima di ripartire, a costo di perdere una fetta importante della propria vita.


Rubini è bravo. Davvero bravo. E, con questo film, lo dimostra definitivamente, forse anche a se stesso, uscendo finalmente a testa alta da una storia ambientata nella sua terra (appunto), cosa che non gli era riuscita completamente in passato (“Tutto l’amore che c’è”, “L’anima gemella”, “L’amore ritorna”). Tra l’altro, è bravo nei tre ruoli che ha in questo film, co-sceneggiatore, regista e attore.

La storia è complessa, e assume continuamente toni differenti (commedia divertente, grottesca, dramma familiare, giallo, critica sociale e politica), ma il tutto risulta funzionale e scorrevole, fluido e coerente. La macchina da presa è ben guidata, le soluzioni di inquadratura varie e molto spesso indovinate, mai noiose o prevedibili (Molto bello e suggestivo l’incipit, col flashback che spiega ciò che capiremo più avanti, con l’azione che si svela poco alla volta, riprese che paiono psichedeliche, alternate ai titoli di testa; subito dopo il campo lungo in corsa dal finestrino del treno, non una novità ma molto ben fatto. Belle molte inquadrature degli interni della casa di famiglia).

Istrionico, divertente e quasi impressionante il suo ruolo nella parte di Tonino, il boss locale, unto, smunto e mal vestito. Il resto del cast, come sempre con Bentivoglio a farla da padrone (non finirò mai di cantare le lodi di questo attore immenso, e continuamente mi dispiaccio del fatto che non abbia mai o quasi mai varcato i confini nazionali, per lui già da tempo stretti), è ottimo e ben guidato. Per essere un film perfetto, forse, manca una colonna sonora all’altezza, le musiche di Donaggio sono un po’ troppo usuali (infatti, quando si riconoscono le note iniziali di Ci sono molti modi degli Afterhours si rimane come folgorati, anche se per pochi istanti), ma in definitiva ci troviamo di fronte ad un film mai pesante, che si lascia vedere molto bene e che, dopo, ti lascia qualcosa. Nel panorama italiano, davvero una gran cosa.

20110616

marmo


Marble Son - Jesse Sykes & The Sweet Hereafter (2011)

Se non ho fatto male i conti, questo è il quarto full length della band di Seattle, che ruota attorno alla cantautrice (Jesse Sykes) dai capelli alla Pocahontas, e al chitarrista Phil Wandscher (Anche co-fondatore dei Whiskeytown con Ryan Adams). Se teniamo conto che sono colleghi di tour degli Earth e dei Black Mountain, siamo sicuramente dalle parti dei secondi, a livello musicale. C'è da dire che, nonostante siano inseriti nel calderone dello psychedelic folk, il che ci può stare, c'è del sano rock nella musica della Sykes e dei suoi Hereafter, rock che, nei suoi momenti più dilatati, può perfino ricordare i Doors. Certo, Be It Me, Or Be It Done, Birds Of Passerine, Marble Son, sono folk, ma già pezzi come Ceilings High o Come To Mary, li possiamo definire un'americana molto elettrica; ci sono poi cose quali l'opener davvero dilatato (Otto minuti e passa) Hushed By Devotion, Pleasuring The Divine, o Instrumental, dove il lato psichedelico prende il sopravvento, e, come dire, la musica parte per la tangente.
Voce particolare, spesso quasi indefinibile come voce femminile, che contribuisce ad infondere al disco la sensazione di essere sfuggente, difficilmente catalogabile, cosa che spesso rappresenta un pregio, ma che altre volte può essere un difetto.
Diciamo che, in questo caso, siamo esattamente in mezzo al guado.

rifiuti


Biùtiful cauntri - di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero (2008)

Giudizio sintetico: da vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: ommen' e sfaccimm

Piccola, agghiacciante indagine sulla rovina delle campagne che circondano Napoli, del declino inesorabile della terra da coltivare e di tutti quegli allevamenti che, non ultimi, mettono sulle nostre tavole la mozzarella, compresa quella di bufala tanto ambita. Le migliaia di discariche abusive, l'incapacità dei famosi Commissari straordinari, la gestione neppure troppo occulta della Camorra, la connivenza dello Stato, che ormai da vent'anni stanno facendo si che questa terra, ed insieme i loro abitanti tutti, stiano lentamente morendo avvelenati; sulla loro pelle, per il momento, a parte la diossina, solo promesse elettorali (anche sbagliate), mai completamente realizzate. La verità è che quella parte di Campania è, già da tempo, diventata la discarica dei rifiuti speciali prodotti dal Nord e dal Centro Italia.

All'inizio vi sembrerà di assistere ad una puntata di Report, o ad un servizio di Annozero. Lo stile è quello, indubbiamente. Certo, qui non si vede l'intervistatore, mai e poi mai. Si lasciano parlare le immagini ed i protagonisti "buoni", attivisti (Soprattutto Raffaele Del Giudice, direttore di Legambiente Campania, visto poi spesso in televisione sempre per questo tipo di denunce verso le ecomafie), magistrati, pastori, cittadini, e quelli "cattivi" si ascoltano tramite intercettazioni telefoniche, queste davvero raccapriccianti e, soprattutto, dove si evince chiaramente che l'interlocutore che abbisogna la sparizione dei rifiuti speciali è del Centro-Nord, e il faccendiere è del Sud.
Musica appropriatamente angosciante, spesso uso di sottotitoli per gli interventi di persone che parlano in dialetto stretto, questo bel documentario di denuncia contribuisce non poco ad accrescere un senso di grande impotenza nello spettatore civile, solidale e responsabile. E se si pensa che questa situazione esiste da circa, come detto, vent'anni, e che non se ne vede la soluzione, viene davvero da piangere...

20110615

dog


Il sorprendente album d'esordio de I cani - I cani (2011)

Scopro da poco che da molto se ne fa un gran parlare. Bene, son contento una volta tanto di non cadere nell'hipster. I cani sono una band misteriosa, probabilmente romana, potrebbe essere una one-man band, e la voce, seppur cantando di una certa Roma, non ha assolutamente inflessioni romanesche (O quasi).
La musica potremmo definirla electro-pop, basi elettroniche pesanti, ripetitive (Pure troppo), molto anni '80 (A qualcuno, di una certa età, potrebbero ricordare fortemente gli Alphaville o gli Orchestral Manoeuvres In The Dark). I testi a volte sono simpatici, quasi romantici, venati di una sottilissima amarezza (Le coppie, la mia preferita), a volte vagamente politicizzati (I pariolini di diciott'anni). Mi fanno venire in mente, a livello di testi, dei Baustelle meno ermetici (E pure meno supponenti).
Ci sono dei pezzi che ti acchiappano, non c'è dubbio. Anche se è un po' poco per gridare al miracolo. Vedremo se arriveranno al secondo disco, e come.

ragione


Hanno tutti ragione - di Paolo Sorrentino (2010)

Tony Pagoda. Già il nome fa ridere. Eppure. Tony P è un cantante melodico napoletano mediamente famoso, ma com'è come non è, lo conoscono pure all'estero. E quando il suo manager, Jenny Afrodite, organizza a lui e alla sua band (Rino Pappalardo al piano, Lello Cosa alla batteria, Gino Martire al basso, Titta Palumba, come dice Tony, alla guitar) un tour negli States, quando suonano nientemeno che al Radio City Music Hall di New York, li va a vedere Frank Sinatra, e li visita pure in camerino. Stiamo parlando di un po' di anni fa. La vita di Tony va avanti, fra concerti, scopate e chili di coca, finché un giorno, decide di farla finita.

Credo sia stato un sentimento condiviso da alcuni, quello avuto di fronte alla notizia che il bravo (Uno dei migliori) regista italiano Paolo Sorrentino stava uscendo con un libro; e cioè, quello di pensare "cazzo, ma qui in Italia tutti fanno tutto", con la mente che correva ad esempi abbastanza deprimenti di registi e scrittori. Eppure, alla fine non ho resistito alla curiosità, e senza nemmeno sapere, all'inizio, che il Tony Pagoda del libro altri non è se non il Tony Pisapia de L'uomo in più. La curiosità è stata ben ripagata: Hanno tutti ragione è innanzitutto un libro scanzonato e molto divertente, una sorta di soliloquio delirante e verboso, deragliante, caustico, politicamente scorretto e a tratti irresistibile, di questo personaggio che attraversa uno spicchio di storia italiana (E non solo) moderna, guardandola dall'esterno nonostante ci sia ben piantato in mezzo.
Sospetto che la svolta finale (Il ritorno in Italia) sia un epilogo posticcio, magari proprio l'elemento dal quale è scaturita la voglia di fare della vita di Tony P un libro, perché l'impressione netta è che ci sia uno stacco troppo marcato, ma questo è l'unico appunto che mi sento di muovere a questo lavoro. Superfluo notare che questa parte è chiaramente ispirata alla nostra cosiddetta Seconda Repubblica.
Stile pirotecnico e torrenziale, non usuale, è un po' come (Tanto per rimanere nella metafora calcistica, visto che abbiamo citato pure L'uomo in più, film anche sul calcio) un pressing a tutto campo nei confronti del lettore, che in certi momenti può rimanere tramortito dalla verve di Tony.
Niente male!

20110614

montagna d'arabia


Arabia Mountain - Black Lips (2011)

Sesto disco per i pazzi provocatori, autoproclamatisi flower-punk, di Atlanta, Georgia. Ci sono dei momenti in cui mi sembra di sentire una versione rallentata dei The Hives, pensate un po'.
Detta questa scelleratezza, il disco parte fortissimo, con Family Tree, una vera bomba, in tutti i punti, intro, strofa e ritornello. Pure la seguente Modern Art viaggia su buoni livelli, ed è qui in special modo che, probabilmente dato il modo di cantare di Cole Alexander, ho pensato un po' ai The Hives. Il disco si ammoscia però già dalla traccia 3, Spidey's Curse, un classico pezzo garage-rock retrò.
Il resto è scontato e piuttosto prevedibile, escludendo la conclusiva You Keep On Running, una sorta di esperimento, un bluesaccio che poi si espande in un finale noise-elettronico.
Un po' pochino, per un disco intero (E stiamo parlando di 16 tracce!).

ghiacciati


Frozen - di Adam Green (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: quand'è merda è merda

Dan e Joe, amici da lungo tempo, si concedono spesso delle fughe, anche di un solo giorno, sulla neve. Dan è uno snowboarder, mentre Joe è un amante della vecchia tradizione dello sci. Si prendono una domenica per andare nel New England, ma con loro, per la prima volta, c'è anche la ragazza di Dan, Parker, decisamente alle prime armi con lo snowboard. Essendo a corto di soldi, i due ragazzi convincono Parker a corrompere l'addetto allo skilift, Jason, per farli usufruire delle risalite ad un prezzo scontato. La giornata scorre liscia tra un flirt di Joe, punzecchiature tra lui e Parker, giustificazioni di Dan verso Joe per aver portato la sua ragazza. Si fa sera, e i tre si ritrovano ad implorare Jason perché li lasci salire (e scendere) per l'ultima corsa. Jason tentenna, vogliono chiudere, ripulire la montagna, in più sembra si stia avvicinando il tempaccio; ma li lascia salire. Sfortunatamente, un collega di Jason lo avverte che il capo gli vuole parlare per dei turni di lavoro, e prende il suo posto. Jason lo avverte che ci sono tre persone che stanno salendo per poi scendere l'ultima volta, ma il collega evidentemente ci fa poco caso, perché dopo qualche minuto ferma l'impianto, forse perché vede arrivare tre sciatori. I ragazzi pensano ad un guasto momentaneo, è già successo durante il giorno. Ma l'impianto non riparte, le luci si spengono. Nessuno risale la montagna per controllare. Il panico, ed il freddo, si impadronisce di loro poco a poco, ma inesorabilmente.

Adam Green, dal quale non sapevo niente fino a prima di vedere questo film, è un giovane regista statunitense che, dal quel che si legge, è in ascesa. Esordisce con una commedia, ma poi si specializza nell'horror, prima splatter (Hatchet), poi spostandosi sullo psicologico (Spiral, questo Frozen, ma sta tornando allo splatter dirigendo il sequel di Hatchet). Parlando di questo Frozen, è scontato che su praticamente ogni recensione, troverete gli stessi riferimenti. Frozen sembra un Open Water trasportato dal mare aperto alla montagna; rimanendo negli ultimi tempi, si può ricollegare a Buried e a 127 ore. Com'è questo? E' un film abbastanza interessante, non completamente coinvolgente o paralizzante, condito da pizzichi di ironia e da riferimenti e citazioni. Green, anche sceneggiatore, cerca di rimanere in equilibrio e di non intraprendere nessuna deriva, né troppo introspettiva, non approfondendo troppo i personaggi, né troppo splatter, non esagerando nel mostrare quel che accade, e questo probabilmente fa si che non ci si senta trascinati fino in fondo dalla storia, che pur è discretamente costruita, almeno quando si entra nel vivo della vicenda (prima è effettivamente un po' tirata via).
La fotografia è ben fatta, la regia anche, gli attori protagonisti (Emma Bell è Parker, vista in The Walking Dead; Kevin Zegers è Dan, visto in Transamerica e in Gossip Girl; Shawn Ashmore è Joe, visto in X-Men) se la cavano benino, la storia non è troppo accomodante, la musica è ben distribuita.
Cameo vocale per Dee Snider dei Twisted Sister (Sua una voce che grida sullo skilift; il regista è un grande fan della band) e per suo figlio Cody Blue (Fa parte sia del cast tecnico, sia di quello delle comparse, con una maglia della band del padre).