No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140228

English for the Natives

Ammetto che questo post è una "pezza" per guadagnare tempo ed arrivare al fine settimana dove, si spera, avrò un po' più di tempo. Nonostante ciò, questo estratto da un articolo di Nick Hornby (che ultimamente non reggo molto, devo confessarvi) dalla sua rubrica Stuff I've been reading, sulle sue letture settimanali, che appare su The Believer e tradotta da Internazionale, è davvero interessante, e sarebbe bello poter leggere questo libro, di cui parla, in inglese.
Hornby premette che l'autore, Harry Ritchie, è scozzese (e odia gli inglesi!) però vive a Londra da anni, ed il libro è interessantissimo e divertente. Si intitola English for the Natives, ed ha come sottotitolo Discover the Grammar You Don't Know You Know. Devo dire che solo leggerne il sunto ed il senso, ha stuzzicato la mia curiosità, soprattutto in questo momento in cui a lavoro uso giornalmente spesso più l'inglese dell'italiano, e a volte devo "frenare" alcune espressioni gergali che conosco per via di film e telefilm in lingua inglese (o americana), riflettendo sul fatto che spesso, parlo (o mi scambio email) con persone per cui l'inglese, come me, non è la madrelingua (esempio che facevo qualche giorno fa ad un collega: se io leggo una email di una collega tedesca che mi dice una cosa, e io voglio risponderle che ho "ricevuto" la dritta, mi verrebbe da rispondere semplicemente "Got it"; ma chi mi assicura che la tedesca capisca cosa voglio dire?). Ultima premessa, un collega al quale avevo segnalato l'articolo e che come me, legge Internazionale, mi ha detto che lo stesso libro (di cui parla Hornby) è stato segnalato dai docenti universitari alla figlia, che si sta laureando in lingue. Quindi, c'è sostanza.
Ecco una parte dell'articolo.

Il libro di Harry parla di un argomento che m’interessa, qualcosa di cui abbiamo a lungo discusso insieme in questi ultimi anni, e che secondo me potrebbe interessare anche voi. Da giovani abbiamo entrambi insegnato l’inglese come seconda lingua. Ed è stato proprio facendo quel lavoro – scelto per disperazione in un periodo di particolare indigenza, almeno nel mio caso – che ho imparato come funziona esattamente l’inglese. Alcune cose – la differenza tra present perfect e simple past, per esempio – riuscivamo a riconoscerle ma non a spiegarle; altre sono state scoperte così elettrizzanti da trasformarci in fanatici della grammatica. Lo sapevate, per esempio, che in inglese gli aggettivi hanno un ordine? Non diciamo mai a brown old shoea London red bus: mettiamo l’età prima del colore (an old brown shoe) e il colore prima del luogo (a red London bus), senza neppure pensarci. E lo sapevate che i verbi fraseologici (Phrasal verbs) sono l’incubo degli studenti inglesi (a dire il vero, anche il mio, nota di jumbolo)? Un verbo fraseologico è un verbo seguito da una o due preposizioni che rendono il significato di quel verbo sufficientemente oscuro da richiedere l’aiuto di un dizionario. Prendiamo il verbo put (mettere) con la preposizione on (su, sopra): si usa nel senso di “indossare” (put on your trousers) e, nell’inglese americano, di “prendere in giro” (put somebody on): si usa per fare accomodare qualcuno sul divano (put someone up on your sofa), o per sopportarlo se non se ne va (put up with someone); per alzare le mani come in discoteca o durante una rapina (pull your hands up). Il libro di Ritchie parla della grammatica che usiamo anziché di quella che dovremmo usare, ci spiega quando dobbiamo dire whom invece di who, o John and I invece di John and me. Per la verità, l’autore non vede l’ora di prendersela con chi sostiene che esiste una “cattiva grammatica”. La frase “un frequente errore di grammatica” è un ossimoro – sostiene brillantemente Ritchie – perché se tutti fanno lo stesso errore non è più un errore: vuol dire che la nostra lingua è cambiata per fargli posto. E i pedanti che sbuffano se qualcuno scrive ain’t invece di is not o usa male l’avverbio hopefully (che in origine signiicava “fiduciosamente” e non “se tutto va bene”), saranno inghiottiti dalle onde del cambiamento linguistico, come il re Canuto il grande quando le onde si rifiutarono di obbedirgli. I genitori inglesi della classe media dei nostri giorni sono preoccupati perché i loro figli tendono sempre più spesso a usare la forma “innit” come question tag alla fine di una frase affermativa o negativa: They weren’t there, innit? (“Loro non c’erano, vero?”). Non si prendono neppure la briga di coniugarla con la persona e il tempo del verbo principale. Probabilmente quest’uso è stato introdotto dagli immigrati, confusi dalle complicazioni grammaticali. Bisogna usare l’ausiliare giusto, mantenere il tempo del verbo principale e invertire la forma: se la frase principale è affermativa la forma dell’ausiliare sarà negativa, e viceversa. He didn’t, did he? She won’t, will she? A quanto pare, una bella fetta della comunità britannica a un certo punto ha pensato: “Sapete che vi dico? Io alla fine delle frasi ci metto sempre innit e chissenefrega. Tanto la gente capisce lo stesso”. E infatti capisce. In pratica, Harry sostiene che più una lingua viene usata, più diventa semplice. Libri come il suo sono la prova della buona salute di cui gode la nostra lingua, non del contrario.
Comunque, English for the Natives – come il libretto di Carl Wilson su Céline Dion, e What Good Are the Arts di John Carey – è una lettura fondamentale per i relativisti di qualsiasi paese.

20140227

Sevilla - Febbraio 2014 (2)

Ora, so che non dovrei dirlo, ma dopo aver girato un po' sotto i "funghi", stavo quasi per andarmene, convinto com'ero che non ci fosse il modo per salire sopra. Eppure, mi ricordavo di aver visto, forse su Wikipedia, una foto scattata dall'alto, tipo su una passerella. Quindi, seguo le indicazioni e trovo una sorta di mappa, scendo al piano -1 dove dovrebbe trovarsi il Museo Antiquarium, e proprio lì trovo l'ingresso al piano superiore. Pago (3 euro) e salgo con l'ascensore. Eccoci. Proprio quello che cercavo; la struttura è particolarissima, piuttosto impressionante se non fosse che ormai non mi impressiona più quasi niente in verità, in legno e metallo, dal colore tenue, ed in effetti c'è una passerella che si snoda sopra i sei "funghi". La giornata è parzialmente nuvolosa ma la vista della città è superba; al centro un bar ristorante (nel prezzo del biglietto d'ingresso è compresa una bevuta). Ottimo: primo obiettivo realizzato, con la solita soddisfazione espressa da un sorriso di sufficienza a me stesso. Mi faccio tutta la passerella, consumo la bevuta, e scendo. Già che ci siamo, andiamo pure al museo. L'ingresso vale 2 euro e 10 cent, e naturalmente il giorno seguente, anzi, solamente tornato da Sevilla, avendo conservato tutti i biglietti per raccontarvi la gita, scoprirò che pagando l'ingresso al Real Alcazar c'è in omaggio l'ingresso all'Antiquarium. Ve lo dico just in case. Breve storia (travagliata): nella piazza, dagli inizi del 1800 è esistito il Mercado de la Encarnaciòn, demolito parzialmente nel 1948 in seguito ad una nuova urbanizzazione, e raso al suolo nel 1973 a causa dello stato rovinoso in cui versava. La zona rimane inutilizzata fino al 1990, anno in cui la municipalità decide di costruirvi un parcheggio sotterraneo. Durante gli scavi, vengono rinvenuti importanti reperti del periodo romano; lavori paralizzati fino al 2004, anno in cui l'amministrazione decide di riconvertire il progetto per valorizzare i ritrovamenti, e indice un concorso pubblico internazionale. L'obiettivo era quello di creare, nella stessa piazza, un nuovo mercato, uno spazio pubblico, e un museo che conservasse i reperti. La giuria sceglie il progetto più costoso, dell'architetto tedesco Jurgen Mayer-Hermann. La storia non finirebbe lì, perché il progetto è passato attraverso varie vicissitudini, di quelle che qui in Italia capitano continuamente. Fatto sta che, dopo alcune sostanziali modifiche (l'introduzione del legno al posto del metallo la più importante, e costosa tra l'altro), l'intera struttura viene inaugurata il 27 marzo 2011, e devo dire che fa la sua porca figura. Si, perché pure il museo, che ricostruisce una grande casa romana, completa di piccola fabbrica di salatura del pesce, è interessante, il mercato, al piano superiore, è carino e frequentato, e sotto i "funghi", la piazza è grande e molto particolare, frequentata e vissuta. Mi attardo quindi nel museo, mi soffermo sui particolari, me lo godo proprio, dopo di che faccio pure un giro nel mercato. Ulteriore giro della piazza per ultima foto, e, diamine, a malapena è mezzogiorno. 

C'è tutto il tempo, quindi torno verso l'hotel e quindi il centro, e comincio a prendere le misure, visualizzando tutti gli altri importanti e imperdibili edifici della parte "vecchia". "Scendo" per Calle Larana, faccio Calle Serpies, la via dello "struscio" insieme a Velàzquez e Tetuàn, oltrepasso Plaza de San Francisco dietro al municipio, ed imbocco Avenida de la Constituciòn; la percorro fino a Puerta de Jerez. Ecco, è quasi tutto qui. Mi fermo in un bar di tapas dove, nonostante la temperatura non proprio estiva, un sacco di gente sta mangiando e bevendo ai tavoli esterni (anzi, di tavoli interni non ce n'è proprio), mi bevo una cana e mi mangio un mezclado de tapas. Prima di lasciare la mancia (propina) di rito quando sono all'estero, familiarizzo con il personale, il cameriere che mi ha servito, probabilmente maghrebino (vi giuro che non si capisce bene), si sfoga spiegandomi che "gli spagnoli sono pazzi" e mi fa l'esempio di quella comitiva che si era seduta a qualche tavolo di distanza da quello che occupavo io. Li avevo notati, ed avevo notato che, avendo bambini piccoli che volevano il gelato, quando lui aveva detto ai genitori che lì di gelato non ce n'era, una delle mamme era andata alla gelateria più vicina con i bambini per comprarglieli. Gli altri adulti erano rimasti, occupando un tavolo, e io non mi ero più interessato alla scena, supponendo ragionevolmente che avessero ordinato qualcosa. E invece, il cameriere mi spiega che sono rimasti, occupando due tavoli nell'ora di punta, senza consumare niente, se non i gelati comprati da un'altra parte. In effetti, non ha tutti i torti di lamentarsi.
Saluto, ripromettendomi di tornarci, e mi appropinquo all'ingresso della Cattedrale di Siviglia.

20140226

Sevilla - Febbraio 2014 (1)

Riprendendo dal post del viaggio di lavoro a Kerpen via Charleroi, "distribuiti" i due colleghi livornesi alle loro rispettive, a casa si svuota lo zaino, si riempie un'altra volta, si fa qualche ora di sonno e si riparte. Sempre con grande anticipo, nonostante oggigiorno ormai con check in on line, prenotazione del posto e priority non serva proprio, ho prenotato il parcheggio alle 5,30 (il volo parte alle 7,00, quindi imbarca una trentina di minuti prima), è la prima volta che lo scelgo e ve lo segnalo perché il prezzo è davvero concorrenziale (sono circa 5 euro al giorno; dico circa perché se pagate on line vi viene addebitato, ancora devo capire perché, un dollaro USA per il tramite di paypal nella transazione, mentre il prezzo vi viene addebitato con un'altra transazione, che costa leggermente meno di 5 euro al giorno). Naturalmente, sto parlando sempre dell'aeroporto Galilei di Pisa.
Aeroporto davvero poco trafficato a quest'ora di mattina, sonnecchio mentre attendo, poi ci si imbarca, posto 2F come ormai da tradizione, e via di nuovo verso la Spagna, questa nazione le cui sorti ci assomigliano molto, ma che ha ancora il re, questa nazione che ho visitato più volte ma non mi stanca mai. Si arriva abbastanza precisi (secondo il mio orologio eravamo in leggerissimo ritardo, ma l'equipaggio, stiamo parlando ancora di Ryanair, fa partire ugualmente la tromba distintiva che segnala l'arrivo in anticipo), e ci facciamo un bel pezzo a piedi prima di arrivare dentro l'aerostazione. Anche qui pochissima gente, nonostante siano le 10. Prima cerco i bagni, poi il bar, e faccio colazione. La barista ha una flemma quasi inglese, ma invece è quell'indolenza latina che dovremmo capire benissimo, e invece alcuni miei "compagni" di volo italiani danno segni di nervosismo. Valli a capire.
Faccio tutto con molta calma, che del resto in teoria la stanza d'albergo fino alle 14 non dovrebbe essere agibile, esco all'aria aperta, è una discreta giornata ma il venticello è freschino, prendo un taxi: lo so, mi sto abituando male. Il tipo che guida è chiaramente folle, tra l'altro: succede. L'aeroporto è poco fuori città, e la periferia è bruttina come altre periferie; l'ingresso in città avviene tramite l'Avenida Kansas City (se non fosse folle chiederei all'autista come cazzo è venuto in mente ai sivigliani di chiamare un viale Kansas City, ma desisto), abbastanza anonima. Poi, man mano che ci si avvicina al fiume, si entra nel centro storico, ed è un tripudio di stradine strettissime e cose anche molto vecchie. Finalmente si arriva, e subito noto che i taxi stazionano esattamente davanti all'hotel che ho prenotato, in Plaza Nueva, dalla parte opposta rispetto all'imponente municipio.
Non sono ancora le 11, ma non c'è nessun problema: il check in risulta rapidissimo, la stanza è già disponibile, salgo e disfo lo zaino, la giornata promette bene quindi scendo quasi subito e mi butto alla scoperta di questa città dalla storia millenaria. L'hotel, arredato in stile vagamente antiquario, l'ho scelto perché centralissimo: a piedi posso arrivare in tutti i luoghi che, a mio giudizio e senza esserci stato prima, meritano di essere visti. Decido di partire da quello che, su google maps, mi sembrava quello più lontano: lo Espacio Metropol Parasol, in Plaza de la Encarnaciòn. A dispetto dell'antichità della città, una delle strutture più moderne, quelle trovate d'architettura che in Italia abbiamo tanta paura a costruire, e che tutti sono pronti ad infamare.

20140225

Kerpen (Germania) - Febbraio 2014

Ebbene si: ho deciso che scriverò qualche riga anche su questo viaggio di lavoro. Non ci sono foto né molto da raccontare in realtà, sono più sensazioni. E poi, che ne so, magari dovete andare in quella zona (spero per voi di no), così vi posso dare delle dritte.
Dunque, per lavoro, io e due colleghi, uno dei quali legge assiduamente il blog (l'altro sporadicamente, se ho capito bene), dovevamo andare nell'amena località di Kerpen, cittadina di oltre 60mila abitanti nella regione della Renania Settentrionale-Vestfalia, in Germania. Non lontana da Koln, e neppure da Dusseldorf, Kerpen è famosa soprattutto perché sulla sua pista di kart hanno mosso i primi "passi" Michael e Ralf Schumacher (se non ho capito male non sono nati lì ma lì hanno vissuto i loro primi anni di vita), e pure Sebastian Vettel. 
La cittadina non è lontana dai confini con Belgio e Olanda. Ora, l'aeroporto più vicino sarebbe quello di Koln-Bonn, ma da Pisa non è servito (Germanwings dal 27 marzo); ottimo sarebbe stato pure arrivare a Dusseldorf-Weeze, e uno potrebbe credere che Ryanair ci vola, da Pisa, eppure il servizio comincerà dall'1 aprile. Ecco quindi, che dopo aver verificato le opzioni (naturalmente ritenendomi un poco esperto, e divertendomi a fare ciò, mi sono autoaffidato il compito di organizzare e prenotare la logistica), decido di affidarmi ancora a Ryanair e di far volare me e i miei colleghi per Charleroi (Bruxelles, o meglio ancora Gosselies), prenotare un'auto a noleggio (ultimamente preferisco AVIS) e con quella, dirigerci su Kerpen: un paio d'ore di viaggio ulteriore.
Siamo quindi partiti nel primo pomeriggio di giovedì 13, arrivando a Charleroi verso le 19. A Charleroi, qualcuno se ne ricorderà, c'ero passato nel 2008. Non è cambiato niente, ma il traffico di passeggeri è triplicato. In pratica, è uno degli hub più importanti per Ryanair, e la distesa di auto nel parcheggio degli autonoleggi è impressionante. Se vi interessa, dovete uscire dall'aeroporto, andare a destra verso gli ascensori, e scendere di un piano. Espletate le formalità, saliamo in auto e (ho richiesto, come optional, il gps) partiamo alla volta di Kerpen. Non piove, ma è già buio pesto, ed ha piovuto molto anche qui. Solito paesaggio verde ma un po' triste, e solita illuminazione straordinaria sul tratto autostradale di competenza belga. Per chi non lo sapesse, in Belgio anche le autostrade hanno i lampioni, e probabilmente Sabien mi spiegò che i belgi stessi fanno battute auto-ironiche su questo fatto ("come si riconosce il Belgio dallo spazio? Dai lampioni sulle autostrade"). Asfalto non perfetto, ma ce ne fosse. Viaggiamo che è un piacere, la compagnia, non è piaggeria, è piacevole e divertente, e non mi costa per nulla guidare. Ci fermiamo ad un'area di servizio dopo Liegi, qualche decina di chilometri prima del confine con la Germania, per mangiare. Poca gente, servizio self service ma pietanze cucinate espresso e grande cortesia. Curiosità: uno dei colleghi scopre che la cassiera parla italiano. Durante il caffè ci dirà che è nata in Belgio, ma i genitori sono italiani, per cui ha conservato un discreto italiano (con accento diciamo belga, non meglio identificato). Ripartiamo e dopo poco, come detto, facciamo ingresso nella grande Germania, lo si capisce perché finiscono i lampioni. Ero convinto, chissà perché, che in Germania sulle autostrade non ci fossero limiti di velocità (mi pareva di averlo letto), e invece un collega mi fa notare che ci sono eccome, guarda i cartelli. E' vero. Proseguiamo, e avvicinandoci a destinazione non possiamo fare a meno di notare diverse aree industriali, una soprattutto, con una centrale elettrica enorme. Usciamo dall'autostrada e ci avventuriamo nel nulla, il navigatore ci guida e noi gli diamo retta ciecamente. Verso le 22 arriviamo a destinazione: sempre utilizzando il fido booking.com ho prenotato questo albergo, a metà tra l'agriturismo e il relax: se vi dovesse servire, sappiate che le camere sono moderne, grandi e comode (ma il materasso non è adatto per chi soffre di mal di schiena, cioè non è duro), il bagno è figo e le televisioni sono grandi e hanno sky. E la colazione non è affatto male. La tipa che ci riceve, a dispetto delle apparenze, è gentile. Ognuno in camera sua e sogni d'oro. 
Il mattino dopo ce la possiamo prendere con calma, mezz'ora prima dell'orario stabilito arriviamo sul posto (la zona industriale di Kerpen), incontro un collega spagnolo già conosciuto, conosco di persona una collega tedesca con la quale ormai da qualche mese mi sento giornalmente, e ne conosco un'altra con la quale avevo fatto conoscenza via email negli ultimi tempi. I titolari del luogo che dobbiamo visitare sono cortesi e professionali, gli scambi avvengono in inglese, la visita dura un paio d'ore abbondanti, si chiude con una breve riunione e ci viene offerto un buffet interessante, si riparte alla volta di Charleroi. Anche la Germania, almeno in questa parte, dà l'impressione di essere un luogo si molto verde, ma pure molto piatto, una sorta di Pianura Padana forse ancor più triste, ma certamente non lambita dalla crisi che ci attanaglia da qualche anno.
Si riconsegna l'auto con largo anticipo, ci aggiriamo nel minuscola zona dell'aeroporto antistante la zona imbarchi, poi passiamo i controlli. Curiosità: a uno dei colleghi sparisce la carta d'imbarco sotto il tunnel a raggi x, nella vaschetta dove vanno appoggiati i bagagli e gli oggetti personali di metallo e vari. Meno male ne ho un'altra copia, come che sia, portatela in tasca.
Ha cominciato a piovere al nostro rientro in Belgio, continua a piovere non forte. Volo tranquillo, sono a casa per le 21. Giro di telefonate per sincerarmi che in famiglia tutto vada bene (mio padre è ancora in ospedale, ma il recupero va piuttosto bene, pare), domattina si riparte.

20140224

48

Ebbene si, sono 48 a questo giro. Sempre più vicini (citazione Casino Royale) ai 50, che se fossero il giro di boa sarebbe troppa grazia, e invece sono, come dire, più di là che di qua, ma insomma, arrivarci così mi troverei contento.
Vi risparmio i propositi, la tirata di somme, gli sguardi indietro e le fughe in avanti. Invece, anche se è un'altra cosa telefonata, voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri, qui sul blog, per sms, con una chiamata, a voce e via email. E' inutile negarlo, fa sempre piacere.
Grazie a tutti.


Il gorilla (e il gorillino)

tanti auguri JUMBOLO!!!!!!!


Valencia - Febbraio 2014 (3)

Eccoci al secondo giorno pieno. Si scende per colazione, grande affollamento in sala, ma qualcosa ovviamente si trova. Si torna in camera e facciamo le cose con molta calma, poi usciamo, passiamo sotto il ponte, ma è sempre troppo presto, e il Museo delle scienze Principe Felipe non è ancora aperto. Una decina di minuti, e siamo dentro. Guardaroba free, e ci gettiamo nella curiosità. Il museo è, come avevo correttamente intuito, largamente interattivo, e decisamente orientato ai giovani; una giornata intera è forse troppo, ma Alessio si diverte perché molte delle cose presentate sono poste sotto forma di gioco e curiosità. Il canestro da centrare dopo averci tentato con un paio di occhiali con le lenti non in asse, la parte del Valencia F.C. con un mini campo da calcio dove misurare la potenza del tiro e la precisione, l'enorme pendolo di Focault appeso al soffitto della bellissima struttura disegnata da Calatrava (che però fa filtrare acqua, a proposito, stanotte è piovuto un bel po', ma oggi è un'altra bella giornata, anche se fredda), ma soprattutto il pozzo gravitazionale, dove Alessio passa una buona mezz'ora a farci girare dentro gli spiccioli, vederli accelerare, e poi a raccoglierli ben sdraiato per terra. Una pausa per mangiare qualcosa alla cafeterìa, una al negozio dei souvenir (capisco dal fatto che mio nipote spenda quasi 50 euro di ricordini, che Alessio "sente" particolarmente questo piccolo viaggio come una cosa importante), e poi rientriamo nei tre piani del museo per un ripasso generale e una visita al bagno. Alle 17 abbiamo prenotato la visione di un documentario all'adiacente imax, per cui poco dopo le 16 usciamo del museo e ci infiliamo nella scala che scende verso l'ingresso dell'Hemisfèric, immaginando che ci sia qualcosa d'altro da vedere oltre al documentario. E invece non c'è niente, e allora ci beviamo qualcosa al bar del posto. Quando è l'ora, entriamo, ci danno una fascia da indossare in testa, lì per lì penso che siano una sorta di occhiali 3D, ma dopo capisco che sono auricolari, con la possibilità di scegliere la lingua. Ci sdraiamo sulle poltrone, proprio così: lo schermo è talmente grande e concavo che per apprezzarne il più possibile, le poltroncine sono in posizione quasi orizzontale. Il documentario che ho scelto è El ùltimo arrecife (l'ultima barriera corallina), e devo dire che mi pare di aver scelto bene. Il documentario spiega l'importanza delle barriere coralline, le cose che le mettono in pericolo, il fatto che nonostante tutto la natura continuerà a crearne, ed è ovviamente spettacolare. La giornata impegnativa, o gli auricolari pesanti, generano una scena divertente: siccome le lingue disponibili erano solo francese, inglese e castigliano, ogni tanto mi giro verso Alessio per spiegargli meglio di cosa sta parlando il narratore. Ad un certo punto, mi giro e vedo che si è addormentato. Lo sveglio, ce la fa a rimanere sveglio fino alla fine. Scherzando gli chiedo se vuole comprare il biglietto per la proiezione seguente, e lui mi risponde che vuole tornare in albergo. Sulla via del cammino gli faccio questa foto, proprio accanto al museo.

Giusto perché non sono ancora le 18, facciamo una piccolissima deviazione fino all'ingresso del vicino El Corte Inglés, ci affacciamo per vedere cosa c'è nel palazzo che "contiene" anche il nostro albergo, ma rientriamo dopo poco. Solito schema della sera precedente: guardiamo un po' di olimpiadi invernali alla tele, discutiamo in maniera adulta sui suoi momenti di tristezza, dovuti alla nostalgia di casa e dei genitori, durante i quali quasi piange, ma devo ammettere che ha resistito ogni volta. Gli dico che lo capisco, che ci sono passato anch'io, che ci sono io lì con lui, e quasi mi metto a piangere io anziché lui. Telefoniamo a mia sorella e mio cognato, e facciamo due chiacchiere. Mi informo sulla situazione di mio padre. Scendiamo per cena, e Alessio non vede l'ora di terminare (alla velocità della luce) perché gli piace stare a sedere sulle poltrone girevoli davanti alla televisione nella hall. Torniamo in camera, e ci addormentiamo entrambi come due sacchi di patate.

L'ultimo giorno, come anticipato, abbiamo in programma lo zoo, o meglio il Bioparc. Quindi, ripetiamo tutto come le altre mattine, con la differenza che impacchettiamo tutto e lasciamo la camera verso le 9,30. Consegniamo la chiave, scendiamo in strada, e ci posizioniamo presso l'enorme rotatoria lì di fianco, proprio sul cammino che ci portava alla Ciutat, perché c'è uno spot per taxi, e tutte le mattine che siamo passati di lì ce n'erano almeno 3 o 4. Stamattina, nemmeno uno. Ma si aspettano solo 5 minuti, ed eccone uno. Arriviamo puntualissimi per l'apertura dello zoo, chiediamo se possiamo lasciare gli zaini e ci rispondono di si. Una delle addette, appena entriamo, ci scatta qualche foto accanto a dei gorilla di legno, le classiche foto ricordo che se vuoi puoi comprare, se non vuoi pace. Si passa una lunga passerella di legno, sotto c'è un laghetto, e si comincia la visita. Il Bioparc è progettato per non avere sbarre o gabbie, bensì fossati, laghetti, ed eventualmente vetri di divisione tra gli ambienti dove si trovano gli animali e i visitatori. L'idea è interessante, devo ammettere. Addirittura, si è ricreato una grande spianata dove leoni, giraffe, ed altri animali, convivono. Alessio è allegro, si diverte; pochissimi visitatori, la giornata è un po' nuvolosa e freddina, ma niente di grave. Giriamo con tutta calma, ci soffermiamo senza fretta. Ho una mappa in mano, e dopo poco più di un'ora mi sembra di capire che abbiamo visto tutto. Anche Alessio si ricorda chiaramente che Anna, la hostess che ci ha venduto i biglietti e che ci aveva detto che ci era stata 3 o 4 volte, ci avremmo impiegato almeno 3 ore a visitarlo tutto. E invece, forse perché c'era davvero poca gente, forse perché tutti i punti di ristoro sono chiusi, alle 11,30 siamo di nuovo sulla passerella di legno. Passiamo dallo shop, Alessio finisce i soldi che si è portato per altri souvenir, io naturalmente compro tutte le foto che ci hanno fatto all'ingresso, ritiriamo i nostri zaini ringraziando, ed usciamo in cerca di un altro taxi. Attendiamo altri 5 minuti, ed eccoci diretti all'aeroporto. Ci mettiamo a sedere, mangiamo qualcosa, ci rilassiamo. Passiamo i controlli con più di due ore d'anticipo, e poi è tutto un giocare tra di noi nella zona dei gates piuttosto deserta. Pian piano arriva l'ora, ci imbarchiamo, e in un paio d'ore siamo all'aeroporto di Pisa. Alessio pensava di trovare mia sorella in fondo alla scaletta dell'aereo. Non vedeva l'ora; ma appena si sale in macchina, è un problema farlo smettere di parlare di questi 3 giorni. Credo di aver fatto la cosa giusta.

20140223

il derby (di ritorno) di fassbinder

per la prima volta in serie A al picchi!
che vinca il migliore!

Valencia - Febbraio 2014 (2)

Siamo svegli da un po' (Alessio acquisisce delle posizioni a dir poco improbabili quando dorme), verso le 8 si scende per colazione (siamo al settimo piano, il ristorante dove servono la colazione è al quarto), ci prepariamo con tutta calma che tanto l'acquario, o meglio l'Oceanogràfic, apre alle 10. Usciamo, fa freddino per via del vento, quattro passi per attraversare il Pont de l'Assut de l'Or (ma ho l'impressione che potremmo anche passare sotto; veloce spiegazione per chi non è mai stato a Valencia: la città fino al 1957 era attraversata dal fiume Turia, che in quell'anno in seguito ad una straordinaria piena, devastò la città stessa. Fu deciso quindi di deviarne il corso fuori città, verso sud, per evitare il ripetersi di accadimenti del genere. L'antico letto è divenuto il Jardì del Tùria, un'area che appunto attraversa la città, divenuta un succedersi di giardini, spazi sportivi, di divertimento e intrattenimento, e, quasi a ridosso del porto, l'area della città delle arti e delle scienze. In questo modo si è ottenuto anche l'effetto di prolungare la città e di riunirla con il proprio stesso porto), ma è ancora troppo presto. Ci diamo un'occhiata intorno, passeggiamo attraverso l'Umbracle, giriamo attorno all'Agora, rendendoci conto con un po' di tristezza che non contiene assolutamente niente, e alla fine si fanno le 10. Con i biglietti fatti on line devi passare ugualmente dalla cassa; lì, ci propongono un paio di "attività" extra. Una di queste è el otro lado del acuario, che costa altri 11 euro a testa ma che mi appare interessante, per cui la compro per le 16,30. E, finalmente, entriamo. Lasciamo una caparra di un paio di euro per il guardaroba, in realtà una stanza con degli armadietti dove puoi lasciare le cose che non ti vuoi portare dietro, ed iniziamo a girare gli ambienti. Prima quello del Mediterraneo. Alessio comincia a fotografare e a filmare col suo smartphone (o qualcosa del genere), lo vedo molto interessato, del resto con l'acquario sapevo di andare sul sicuro. Torniamo "in superficie" per la parte delle "zone umide", con pinguini e molti uccelli acquatici e varie vasche. Proseguiamo con i mari temperati e tropicali. Avanti con gli oceani, il grande tunnel con annessi squali toro e grigi. Così facendo, facciamo quasi le 13, ora per la quale ho prenotato al ristorante Submarino, abbastanza costoso ma capendo che la cosa piaceva molto al nipote, faccio pure questo sacrificio. In realtà, alla fine entrambi concordiamo che ci aspettavamo molto di più. Sul sito ti lasciano pensare che mangerai completamente sotto una qualche vasca con i pesci dentro, in realtà hai solamente una parete rotonda che circonda il ristorante, parete/vasca con dei pesci che girano in tondo ad una velocità costante tanto da farti pensare che siano finti. Durante il pranzo, prime avvisaglie di nostalgia di casa da parte di Alessio. Andiamo avanti però senza indugi. Ci avviamo verso le zone che preferisco, dalla volta scorsa: Artico e Antartico. La vasca dei beluga, il mio animale marino preferito, e quella dei leoni marini, sono spettacolari, anche se vedere questi giganti che nuotano seguendo sempre la stessa rotta fa un po' tristezza. Sorprendente quella dei pinguini, dove si è tentato di ricreare l'habitat. Quando arriviamo, dall'alto cade quella che sembra neve. Alcuni di loro ci si sono piazzati proprio sotto. Quando usciamo, uno di loro pare impazzito e sta nuotando a velocità supersonica tra gli altri, dando spettacolo. Ci avviamo al delfinario, è in corso un'esibizione. Alessio si diverte, anch'io, devo dire la verità, anche se penso fortemente a Un sapore di ruggine e ossa guardando una degli istruttori, che non sembra Marion Cotillard ma che in tuta acquatica ha il suo perché. Ci mettiamo a sedere nell'auditorio intitolato al Mar Rosso, vedendoci un documentario sull'acquario stesso e andando al bagno. E' quasi l'ora del "dietro le quinte", e ci soffermiamo alla vasca delle foche, poi al negozio esterno di souvenir, dove scambio quattro chiacchiere con una delle addette che già stamattina all'ingresso aveva riempito di complimenti Alessio per la cresta, e Alessio stesso si appassiona ad una macchinetta che per un euro e 5 cent "forgia" delle monete ovali con impresso particolari dell'acquario. Andiamo al punto di ritrovo del tour guidato nella zona tecnica, e una addetta ci spiega di cosa si tratta e ci informa sulla durata approssimativa. Gli altri partecipanti sono tre coppie spagnole, tutti piuttosto giovani. La ragazza ci fa passare dalla zona del Mediterraneo, e poi entriamo finalmente dietro le quinte. Curioso passeggiare nei tunnel adiacenti le vasche, addirittura sopra, vedere le vasche dove i nuovi arrivi vengono fatti "acclimatare", la cucina dove viene preparato il cibo, le lavagne con i turni dei sub che hanno il compito di dar da mangiare ai pesci, di pulire le vasche, passeggiare sulle passerelle che sovrastano la vasca grande, quella che sotto ha il tunnel di 70 metri, quella con gli squali, che si "apprezzano" quando ti passano pochi metri sotto. C'è anche una zona dove vengono curate le tartarughe ritrovate ferite in vari punti del Mediterraneo (che naturalmente mi ricorda XXY). Alla fine, ci invitano a rispondere ad un questionario di gradimento, e facciamo pure quello. Sono quasi le 17,30, e sta cominciando a piovere. Ci attardiamo ancora alla vasca delle foche, divertendoci. Rientriamo dentro l'edificio principale, ritiriamo la roba dall'armadietto, la caparra, compro un ombrello mentre Alessio compra souvenir come calamite da frigo e penne per gli amichetti. Rientriamo all'albergo sotto una pioggerellina che pare più inglese che spagnola. Ci riposiamo un po' in camera, dove non riusciamo a far abbassare la temperatura, a livelli di forno. Scendiamo alla reception per lamentarci, ci assicurano che hanno sistemato (avevo segnalato la cosa anche la mattina, uscendo), aspettiamo un'altra mezz'ora ma onestamente fa ancora troppo caldo in camera e la finestra si apre solo in alto, e non si riesce a far circolare l'aria. Scendiamo ancora, sono un po' imbarazzato a fare la parte del cliente rompicoglioni ma Alessio è davvero inquieto e pure io sto sudando copiosamente, e la receptionist gentilmente ci cambia la camera, dandoci la chiave di un'altra stanza allo stesso piano, e lasciandoci l'altra per trasferire i bagagli. Risaliamo, ci trasferiamo. La stanza non è propriamente fresca, ma almeno qui la finestra si può spalancare, e a dire il vero la stanza è pure più grande. Scendiamo verso le 21 per cenare al ristorante dell'hotel, restituisco la chiave della prima stanza e ringrazio ancora una volta. Alessio mangia giusto uno spicchio della mia pizza (non avevo una gran fame neppure io), e poi si mette davanti alla televisione nella hall. C'è Sevilla FC contro il Barcellona, e si gioca sotto ad una specie di diluvio. Chiedo al cameriere se stanno giocando a Barcellona o a Sevilla, visto che tra una settimana devo andare proprio a Sevilla, e lui mi risponde che sono a Sevilla, lui è della zona ed ha telefonato a casa poco prima, e gli han detto che da tre giorni non fa altro che piovere, ma che non mi devo preoccupare: tra una settimana sarà tutto a posto. Saliamo in camera e ci mettiamo sotto le coperte, anzi sopra, che fa ancora calduccio. Ale si addormenta e io tolgo solo il volume alla tele.
 
La Luna spunta tra i tiranti del "solito" Pont de l'Assut de l'Or.

20140221

Valencia - Febbraio 2014 (1)

Intro: a 48 anni con un cuore in inverno, se sei razionale dovresti cominciare a pensare che di figli non ne avrai. E si, sto parlando di me stesso, e mica vi voglio fare tenerezza, sto proprio ragionando. Quindi, se c'hai un nipote solo, un po' te lo affiglioli. Siccome sto parlando sempre di me e di Alessio, naturalmente devi anche tenere sempre ben presente che il bambino in questione è comunque tuo nipote e non tuo figlio, e che, sembra scontato ma non è, non sei uno dei suoi genitori.
Che cosa voglio dire? Che ogni cosa che ti piace fare con lui deve passare dai suoi genitori. Così come l'abbonamento allo stadio, sono almeno 6 anni che tento di portarlo in aereo, ma alla fine non era mani andata a buon fine. Questa cosa di Valencia nasce mesi e mesi fa, anzi anni; Alessio è campioncino di karate ma anche alunno di quarta elementare e, recentemente, boy scout (lupetto), pare un po' per interesse e un po' perché ci sono un paio di bambine che gli piacciono. Ed è pure appassionato di natura, animali, pesci soprattutto, e di guinness, non nel senso della birra ma in quello di scienza, nell'accezione più grezza del termine (cose che all'apparenza paiono strane, questo è più forte di quello, eccetera).
A Valencia ci son stato non con Bonetti ma con degli amici nel 2007, e sembra ieri ma son passati quindi 7 anni. L'acquario, visto un po' di corsa, mi impressionò, e la zona "moderna" della Ciutat de les Arts i les Ciènces ancora doveva essere ultimata; visti i voli e le cose da vedere che potevano interessare al nipote, mi organizzo e, come vi ho già raccontato ieri, si decide alla svelta e si va.
Ultima avvertenza: Alessio non ha mai passato più di una notte lontano dai suoi genitori, e non ha mai volato.
Sabato pomeriggio tardi tutta la famiglia ci accompagna all'aeroporto di Pisa: mia sorella, mio cognato, mio padre in procinto di ricoverarsi. Si mangia un boccone e si passano i controlli, ci mettiamo ad attendere, ci imbarchiamo. Alessio sembra tranquillo, e si diverte a guardare dal finestrino. Il decollo lo entusiasma: la spinta dei motori è, anche per me, da sempre un momento sempre emozionante ed eccitante. Si chiacchiera, e una delle hostess, italiana, sembra prenderci in simpatia. Vende i biglietti per lo zoo di Valencia: li prendiamo, visto che al momento ho già comprato on line i biglietti per la domenica (acquario) e per il lunedì (museo delle scienza, una proiezione all'Hemisfèric). Lo zoo era un'opzione per la mattina/primo pomeriggio del martedì, giorno del volo di ritorno, che è nel pomeriggio inoltrato, e visto che i biglietti sono effettivamente scontati (avevo controllato i prezzi sempre on line), son presi bene e così abbiamo già schedulato il tutto. Naturalmente ho prenotato l'hotel, a due passi (son veramente due passi) dalla Ciutat. Arriviamo con leggero anticipo, son passate da poco le 22, e ci prendiamo un taxi, in meno di 20 minuti siamo all'hotel, ci sistemiamo e ce ne andiamo a dormire il sonno dei giusti. Alessio è preoccupato, perché, dice lui, è abituato ad addormentarsi con suo padre sul divano del salotto di casa sua, mentre guardano la televisione. Oltre a questa preoccupazione, c'è l'altra: che, appunto, alla televisione della camera d'albergo non ci siano canali ai quali è abituato. E invece, un po' sorprendendomi, gli vanno benissimo i canali classici (tipo Boing) di cartoni animati ma in castigliano, e perfino le olimpiadi invernali commentate sempre in castigliano. Si addormenta senza troppa fatica. Lo guardo e sento di aver fatto una bella cosa.
A me il Pont de l'Assut de l'Or ricorda una nave vichinga. Tra due dinosauri. La foto è mia.

20140220

Up in the air

Foto scattata da Alessio col mio telefonino. Inutile dirvi dove siamo.

Come George Clooney. Si fa per dire. Non ci crederete, ma l'articolone su O'Leary è capitato a puntino ma non era, come dire, "studiato"; eppure, in questi ultimi 11 giorni ho preso 6 dico sei voli Ryanair. Ieri, al sesto, ci son rimasto un po' male vedendo che non mi stavano premiando.
E non è stata la sola cosa da sottolineare di questa settimana e mezzo. Ma, come si dice, andiamo con ordine, con questa introduzione, che poi entrerò nel dettaglio e vi racconterò pezzettino per pezzettino.
Un paio di mesi fa, dopo aver deciso di andare dagli amici oceanografi a Southampton, mi son detto: dai, a 'sto giro me ne vado alla scoperta di Siviglia, che erano un po' di anni che ci pensavo. Febbraio, bassissima stagione, magari trovo tempo discreto, voli a prezzi ridicoli, ci studio un po', vedo quel che c'è da vedere, mi trovo un hotel centralissimo a prezzi abbordabili, e prenoto. Dal sabato al martedì. Si sapeva già che mio padre avrebbe dovuto operarsi di lì a poco, prima di Natale sembrava che la cosa fosse imminente, quindi per febbraio inoltrato la cosa avrebbe dovuto essere già rientrata abbondantemente.
Poi ho ricominciato a parlare con mia sorella, mio cognato e mio nipote dell'acquario di Valencia. L'idea era di lasciare questa idea per il mese di marzo. Alessio, mio nipote, non è mai stato più di una notte lontano dai suoi, e men che mai su un aereo. Quindi, si trattava di un'opera di convincimento importante.
Poi, in un attimo, Alessio si decide, e comincia ad insistere per andare prima possibile, in febbraio. Mentre mia sorella mi indica l'unico fine settimana papabile (in tutti gli altri Alessio ha impegni sportivi, che non ve l'avevo detto, ma sembra sia un campioncino di karate, si è recentemente piazzato secondo ai nazionali di katà della sua categoria, acquisendo il diritto di andare a gareggiare all'estero, prossimamente), a lavoro esce fuori un impegno fuori confine. Con un'opera di cesello, riesco a far combaciare tutte le tessere del puzzle. Il programmino che ne esce è il seguente: da sabato 8 a martedì 11 febbraio a Valencia col nipote, da giovedì 13 a venerdì 14 in Germania per lavoro, dal sabato 15 al martedì 18 a Sevilla (mi perdonerete ma continuare a scrivere Siviglia violenta la mia seconda lingua). Sarà dura, ma ci si prova. Venerdì 7, mentre vado a trovare mia sorella sul lavoro per le ultime chiacchiere, ecco la ciliegina: hanno chiamato mio padre, si ricovera lunedì 10 e probabilmente lo operano il giorno seguente, e dovrà rimanere in ospedale almeno una settimana.
Naturalmente, mia sorella mi impedisce anche solo di pensare a rinunciare a Valencia, e mio padre addirittura non vorrebbe nemmeno farmi sapere del suo ricovero.
Vabè, a sto punto molti penseranno che, dato che ho fatto le tre "gite" di cui sopra, son proprio un figlio disamorato. Vedetela un po' come vi pare.
Mio padre si sta riprendendo (non è stata una passeggiata, è stato comunque un intervento al cuore), mio nipote si è divertito, e tutto è andato per il meglio.
Adesso è molto tardi, ma spero di riuscire a cominciare a raccontarvi qualcosa già domani.
Alessio poco prima dell'imbarco sul volo di ritorno: la cresta stava andando alla deriva

20140219

Air

continua da ieri

“Sarei stato dispo­sto a uccidere e avrei spaccato muri di cemento con la testa pur di fare soldi”, ha confessato a Ruddock. Ancora studente, O’Leary ha messo da parte un piccolo gruzzolo lavorando come barista nel fine setti­mana e durante le vacanze, e con il denaro raccolto è riuscito a comprarsi una Mini. Dopo due anni nella società di consulenza aveva già accumulato soldi a suffi­cienza per comprare un chiosco di giornali a Walkinstown, una zona malfamata di Du­blino. O’Leary riusciva a guadagnare più degli altri restando aperto fino a tardi, ma la vera svolta è arrivata nel momento in cui ha deciso di lavorare anche nel giorno di Nata­le, quando nessun altro era disposto a farlo. Aveva riempito il negozio di batterie e dol­ciumi e li aveva messi in vendita a un prezzo triplicato rispetto al solito. A metà giornata aveva già incassato 14mila sterline, esatta­mente 14 volte quello che guadagnava di solito in una giornata. “Non ho mai avuto un’esperienza sessuale così intensa”, ha raccontato in seguito a un amico. O’Leary ricorda ancora con piacere quel periodo. “Avevo 25 o 26 anni, ed era il mio primo la­voro vero. Guadagnavo soldi per me stesso, ed è stato fantastico. Certo, era tutto in sca­la ridotta. Oggi ho 52 anni, sono sposato e ho quattro figli. A questo punto della mia vita penso che il sesso sia meglio dei soldi, ma forse solo perché ormai ho un sacco di soldi. Quando diventi ricco il denaro non ti soddisfa più. Oggi non lavoro per fare soldi. Lavoro perché voglio cambiare il modo in cui la gente si sposta”. O’Leary non ha mai sognato di possede­re yacht e auto di lusso. Voleva guadagnare abbastanza soldi per far crescere i suoi figli senza temere la povertà. Ha aspettato i quarant’anni prima di sposarsi e mettere su fa­miglia, e nel frattempo ha pensato a fare soldi. Dopo aver acquistato altri due chio­schi, ha venduto tutte le attività e ha com­prato alcuni immobili, e si è trovato con un bel po’ di tempo libero. A quel punto ha de­ciso di contattare Tony Ryan, un milionario irlandese che aveva appena fondato Ryan­air, e si è offerto di lavorare per lui come apprendista. O’Leary non ha chiesto un inca­rico ufficiale né un salario, ma solo il 20 per cento del denaro che avrebbe fatto rispar­miare alla compagnia. Per anni è stato gli occhi e gli orecchi della compagnia, ma ha sempre mantenuto un profilo basso. I dipendenti erano incuriositi da questo scono­sciuto senza qualifica che si aggirava per gli uffici e lavorava la notte e i fine settimana. A volte aiutava perfino a scaricare i bagagli dagli aerei. Nel 1994 O’Leary è diventato amministratore delegato di Ryanair, ma in realtà gestiva la compagnia già da molto tempo. Solo a quel punto ha potuto pensare al matrimonio. Nel 1999 si è fidanzato con Denise Dowling, una ragazza che aveva fre­quentato a lungo. La coppia aveva già fissato la data per le nozze, ma all’improvviso O’Leary si è tirato indietro sostenendo che lei “non era la persona giusta”. A qua­rant’anni il boss di Ryanair era ancora sca­polo. “Ho cominciato a pensare che non mi sarei sposato, e che in fondo andava bene così. Poi però ho avuto la fortuna di incon­trare una donna abbastanza folle da voler­mi come marito. Oggi sono felicemente sposato (o per lo meno spero di esserlo) ma c’è voluto molto tempo prima di trovare la persona giusta”. Meno di un anno dopo il matrimonio, la signora O’Leary ha partorito il primo di quattro figli, un maschio. Oggi la famiglia vive in una grande casa a Mullin­gar, vicino a quella dei genitori di Michael. 
Questione di personalità
Com’è la sua vita di tutti i giorni? È sempre alla ricerca di un modo per risparmiare? Si aggira per casa spegnendo tutte le luci? Percorre chilometri in macchina alla ricerca delle stazioni dove la benzina costa meno? “No, quello no, ma non mi piace sprecare denaro. Non ho un aereo privato, volo con Ryanair. Non compro vestiti di marca. Non bevo vini d’annata. Questa roba non mi in­teressa. Ho più soldi di quanti me ne potranno mai servire, e posso garantire a mia moglie e alla mia famiglia un buon tenore di vita. Ma in fondo mi diverto a lavorare, mi diverto. E poi noi di Ryanair abbiamo una rivoluzione da portare avanti”. Cos’ha regalato alla moglie per il suo ul­timo compleanno? “Sono affari miei”, ri­sponde ritirando fuori il suo tono aggressivo pre­conversione. Poi si ricorda che deve fa­re il bravo e aggiunge: “Alla signora O’Leary piacciono i gioielli, mentre io preferisco la biancheria intima. Di solito riceve entrambe le cose”. “Non volevo essere famoso”, ha raccon­tato a Ruddock, “volevo solo guadagnare soldi a palate e restare nell’ombra”. Le cose sono andate diversamente, e O’Leary è sot­to i riflettori ormai da molti anni. “È il prez­zo da pagare per essere il capo di Ryanair. Pensate a Richard Branson e a tutta la pub­blicità gratuita che ha generato negli anni solo per il fatto di essere Richard Branson. Almeno sono riuscito a proteggere la mia privacy. In giro non ci sono notizie sulla mia famiglia. Non andiamo alle cene di gala e non frequentiamo gli ambienti mondani”. Il fatto che O’Leary chiami in causa Branson è abbastanza strano. Il capo della Virgin è stato per anni un modello per chiunque volesse dare personalità al pro­prio business, ma tra lui e O’Leary c’è una differenza fondamentale. Le persone ama­no volare con Virgin perché ti fa sentire co­me se stessi comprando un po’ del carisma di Branson. Volare con Ryanair, invece, è come lavorare in una miniera. L’imprendi­tore che mi ricorda di più O’Leary è Alan Sugar, fondatore della Amstrad. Sugar ha guadagnato una fortuna vendendo compu­ter economici. Molti hanno acquistato i pc Amstrad come primo computer, ma dopo un po’ volevano qualcosa di meglio e sce­glievano altre marche, mentre i dirigenti di Amstrad continuavano a ripetere “i nostri sono i più economici”. Per Ryanair il rischio è lo stesso. La compagnia ha creato un mer­cato di voli a basso prezzo, ma oggi i clienti sono più esigenti. In fondo credo che sia solo una questio­ne di personalità. Ryanair è lo specchio del carattere di Michael O’Leary. “Avrà anche l’aspetto di un uomo di spettacolo, ma in realtà è un contabile”, ha scritto Ruddock alla fine della sua biografia. Mentre parlia­mo, O’Leary dice più volte di essere solo un noioso contabile. Forse è questo il suo se­greto. È un accumulatore ossessionato dal risparmio. È il genio che ha pensato di to­gliere le tasche sullo schienale dei sedili per non dover pagare qualcuno per svuotarle. È il milionario che legge le clausole scritte in caratteri minuscoli sul contratto di fornitu­ra elettrica per scegliere l’offerta migliore. La maggior parte di noi pensa che ci siano altri piaceri al mondo oltre al brivido di met­tere da parte le monetine. È per questo che lui è un multimilionario e noi no.

20140218

Ryan

Da Internazionale nr. 1037. Lo so, anche chi legge questo giornale sicuramente penserà che ci sono articoli e temi molto più interessanti da divulgare. Eppure, a me questo personaggio appassiona davvero, e con tutti i difetti suoi e della sua compagnia aerea, ha cambiato il nostro modo di vivere e di viaggiare. Lo potevo dire prima, lo riaffermo ancor più forte adesso che uno dei miei tour de force sta per finire. Ma ve ne parlerò, anche se voi siete convinti che stia solo cercando di guadagnare tempo.

Michael O'Leary
Cambio di rotta
Lynn Barber, The Sunday Times

L’amministratore delegato di Ryanair non si è mai preoccupato di soddisfare i bisogni dei passeggeri. Ma qualche mese fa ha annunciato nuove regole per migliorare il servizio. Bisogna fidarsi?

SSecondo Michael O’Leary la cattiva pubblicità non esiste. L’importante è che si parli dei prezzi bassi dei biglietti Ryan­air. Quindi sarà meglio to­gliersi il pensiero e ammetter­lo subito: volare con Ryanair è economico, incredibilmente economico. Ma è anche un’esperienza terrificante. O’Leary sostie­ne che ci sono clienti molto soddisfatti dei servizi della compagnia (soprattutto in Po­lonia), ma personalmente non ne ho mai incontrato uno. Al contrario, conosco mol­tissime persone disposte a volare con qual­siasi compagnia tranne che con Ryanair. O’Leary non ha mai nascosto il disprezzo per i suoi clienti. Il suo messaggio è sem­pre stato inequivocabile: “Volete risparmia­re? Eccovi il risparmio. Vi faremo pagare per i bagagli. Vi intrappoleremo in coda per ore. Vi dovrete ‘accomodare’ su sedili non reclinabili e una volta decollati sarete colpi­ti da una mitragliata di annunci pubblicita­ri. Non vi lasceremo dormire perché voglia­mo vendervi un sacco di roba a prezzi esor­bitanti. Vi scaricheremo in aeroporti scono­sciuti lontanissimi da ogni forma di vita, senza trasporti pubblici per arrivare in città. E se mai doveste dimenticare di stampare la carta d’imbarco vi faremo pagare 70 sterline in più”. Ci sono passata anch’io. Tempo fa ho avuto la sfortuna di dover stampare la carta d’imbarco per un volo Ryanair diretto a Francoforte-­Hahn (che naturalmente si trova a più di cento chilometri dalla città). Ho passato l’intera mattinata a provarci, e alla fine ero praticamente in lacrime. Non è stato solo difficile. È stato diabolicamente e scientificamente difficile. Paradossalmente, proprio mentre cominciavo a convincermi del fatto che fosse l’anticristo, O’Leary ha annunciato la sua conversione paolina. Michael O’Leary, a quanto pare, ha deciso di diventare una persona gradevole e amabile, e di smettere di punire i suoi passegge­ri. D’ora in avanti i clienti Ryanair avranno un posto assegnato (pagando cinque euro extra), e per stampare la carta d’imbarco al check-­in ci vorranno solo 15 euro. Nelle ultime settimane O’Leary ha oc­cupato i mezzi d’informazione per pubbli­cizzare la sua nuova linea di condotta. Cu­riosa di verificare i risultati della “rivoluzione della gentilezza”, incontro O’Leary nei sotterranei di un anonimo hotel della City di Londra. Quando arrivo sta finendo di ri­lasciare un’intervista alla Cnbc. Si dilunga sulle nuove sbalorditive rotte Ryanair, sui prezzi stracciati e sul numero di passeggeri della compagnia. Ho l’impressione che usila parola “economico” in ogni singola frase, ma basta osservare il suo abbigliamento per capire la sua idea di risparmio: jeans, cami­cia scadente, orologio da quattro soldi e giacca anonima. Gli chiedo quale sia il capo più costoso che indossa. Risponde che pro­babilmente sono gli occhiali (settanta euro da Specsavers). Il suo patrimonio si aggira intorno ai 96 milioni di euro, ma O’Leary odia profondamente spendere i suoi soldi. Durante il nostro incontro mi accorgo che cerca in tutti i modi di essere gentile. In pas­sato era famoso per il suo linguaggio scurri­le, ma nel corso della nostra chiacchierata dice “shit” solo una volta. Se non fosse per l’esperienza da incubo con la carta d’imbar­co potrei perfino pensare che in fondo non sia una persona così malvagia. Quando gli racconto la mia storia mi risponde in tono allegro: Capisco, ma dovresti riprovarci adesso. È vero, abbiamo un sito complicato e snervante, ma l’abbiamo rinnovato”. Poi continua: “Finora il cliente che cercava di stampare la carta d’imbarco doveva superare un percorso a ostacoli. Vuoi l’assicura­zione sulla macchina? Sei sicuro? Sicuro si­curo? Assicurazione sulla vita? Lo ammetto, è stato uno sbaglio”. O’Leary parla come se avesse scoperto l’errore solo adesso, ma la verità è che il sito dell’azienda è sempre sta­to una trappola. Perché ci sono voluti tutti questi anni per affrontare il problema?
L’attore indignato
“Fino all’anno scorso i siti delle altre com­pagnie erano anche peggio del nostro, e così non ci siamo preoccupati più di tanto. Negli ultimi 12 mesi, però, i concorrenti hanno migliorato le loro pagine web per fa­cilitare le procedure di acquisto. Noi invece abbiamo continuato a pensare che non fos­se importante, perché i nostri biglietti co­stavano comunque molto meno di quelli della British o della EasyJet, e quindi le persone si sarebbero rassegnate a volare con noi. Ma quest’approccio non va più bene. Non vogliamo che la gente si rassegni. Vogliamo che vivano un’esperienza piacevole. Ho imparato dai miei errori, e il bello è che la mia conversione ci sta regalando un sac­co di pubblicità gratis. Per esempio, se non mi fossi convertito tu non saresti qui”. È vero, ma non significa che io creda alla sua conversione. Al contrario, immagino che sia solo un altro modo per spillare soldi ai passeggeri, facendo finta di amarli dopo averli disprezzati per anni. La verità è che a settembre Ryanair ha dovuto lanciare un profit warning, una dichiarazione con cui un’azienda avverte gli investitori di un calo negli utili. O’Leary non è affatto d’accordo con questa tesi: “Mi dispiace dirtelo, ma è un’invenzione dei mezzi d’informazione. Abbiamo solo comunicato che il nostro profitto annuale sarebbe stato di 520 milioni di euro netti invece che 570 milioni. Cioè guadagneremo solo mezzo miliardo, mentre la maggior parte delle compagnie aeree di tutto il mondo continua a perdere un sacco di soldi. Quanto al numero di passeggeri, siamo passati dai 79 milioni del 2012 agli 81 milioni del 2013. Stiamo andando alla grande”. Ma allora perché i profitti sono calati? “Perché quest’inverno i prezzi saranno ancora più bassi. Stiamo vendendo più biglietti a prezzi inferiori. Perché lo facciamo? Semplice, il mercato è un po’ in flessione. Ma per noi è un vantaggio: quando i prezzi scendono, la compagnia con le tariffe più basse, cioè noi, alla fine guadagna di più e mette in difficoltà la concorrenza. Sono il secondo o terzo azionista della compagnia, quindi non mi preoccupo dei profitti a breve termine o delle fluttuazioni delle azioni. Mi interessa molto di più la possibilità di far crescere l’azienda e raggiungere i cento o perfino i 110 milioni di passeggeri entro i prossimi cinque anni. E questo posso farlo solo riducendo il prezzo dei biglietti”. Il primo ad avermi parlato di Ryanair come del male assoluto era stato Paul Newman. L’avevo intervistato nel 1994, in Irlanda, dove stava aprendo uno dei suoi Hole in the wall gang camp, campi estivi con strutture
mediche che regalano una vacanza ai bambini malati terminali. Dopo avermi parlato del suo progetto umanitario, Newman mi ha supplicato: “Sei una giornalista, devi smascherare questa compagnia aerea”. A quanto pare una sua amica, un’anziana signora su una sedia a rotelle, aveva comprato un biglietto aereo per partecipare all’apertura del campo estivo, ma il personale Ryanair l’aveva abbandonata ai piedi della scaletta del volo senza fare nulla per aiutarla a salire a bordo. La figlia della donna e un altro passeggero avevano dovuto portarla in spalla mentre gli assistenti di volo se ne stavano con le mani in mano. Chiedo a O’Leary quale sia la sua posizione sui passeggeri in sedia a rotelle alla luce della sua conversione. “Sempre la stessa. I passeggeri in sedia a rotelle sono i benvenuti a bordo dei nostri voli”. Purché paghino un extra, giusto? “No, non abbiamo mai chiesto soldi per una sedia a rotelle. È contro la legge. Però tutti gli aeroporti dell’Unione europea devono garantire un servizio ai disabili dal parcheggio alle porte dell’aeromobile, e tutte le compagnie aeree pagano gli aeroporti per questo servizio. Ma quando il sistema s’inceppa, chi viene danneggiato incolpa noi e dice ‘Ryanair mi ha abbandonato’. È vero, capita che per qualche motivo i dipendenti dell’aeroporto non portino il passeggero al gate. Ma noi che dovremmo fare? Partire in ritardo?”. O’Leary sembra convinto che i passeggeri in sedia a rotelle non siano un suo problema. Ma chi è esattamente Michael O’Leary? Nonostante una biografia scritta da Alan Ruddock nel 2008 (A Life In Full Flight), i dettagli sulla sua vita scarseggiano. Quando gli domando se la biografia è accurata, mi conferma che conosceva Ruddock dai tempi del college. Quindi possiamo dare per vere alcune cose raccontate nella biografia: O’Leary è nato nel 1961 ed è cresciuto a Mullingar, nella contea di Westmeath, in Irlanda. Ha studiato all’istituto gesuita Clongowes Wood, e poi al Trinity college di Dublino. In seguito ha lavorato per 18 mesi in una società di consulenza che si occupa­va di contabilità. Tutto abbastanza ordina­rio, insomma, fatta eccezione per la sua in­saziabile sete di denaro.

continua domani