No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140131

B

BEYONCE' - Beyoncé (2013)

Siccome a volte mi prende così, non sapendo di cosa scrivere vado in ordine alfabetico con la chiavetta usb, e quindi dopo Anna Calvi, avendo già scritto di Arctic Monkeys, Basia Bulat ed essendo quello di Beth Orton del 2012, sono arrivato a Beyoncé. Si, perché non mi faccio mancare niente, e perché più di una volta, Beyoncé ha scritto e cantato ottime canzoni pop/r'n'b, oltre ad essere un'ottima cantante. Non pensavo di esserne capace una volta, ma son riuscito pure ad ascoltare un suo doppio (mi pare fosse un live), con alcune versioni da brivido.
Ora, si dà il caso che qualche tempo fa, il disco è uscito il 13 dicembre dello scorso anno, abbia letto che 'sto disco era un capolavoro. Probabilmente una delle recensioni di una rivista straniera tradotta da Internazionale. Magari era questa, magari no. E quindi mi son detto "ascoltiamolo". E l'ho fatto. L'ho fatto più volte, ve lo assicuro.
Come molti di voi sapranno, come ho più volte scritto e ripetuto, quando arrivi ad una certa età un po' ti rammollisci, un po' di impigrisci, un po' smetti di importi di essere alternativo per forza, un po' Crazy in Love era una bomba (così come molti pezzi delle Destiny's Child), quindi what the fuck. Il problema è che questo disco non è mica per niente un capolavoro. Ma proprio nemmeno lontanamente.
L'influenza dell'elettronica a tratti dura, mischiata con il più classico dell'r'n'b e, naturalmente, all'hip hop, è spesso qui troppo invadente e inconcludente; inoltre, a parte qualche pezzo abbastanza ispirato (Partition, Heaven), molte canzoni che compongono questo quinto disco solista da studio sanno di già sentito, e, seppur iper-prodotte e tecnicamente impeccabili, risultano sovraccariche di qualunque cosa.
Davvero una delusione. A dispetto di chi ce lo vorrebbe persino far passare come intellettualmente impegnato (i testi), e a dispetto del fatto che sia una figa pazzesca.

20140130

Un respiro

One Breath - Anna Calvi (2013)

A distanza di oltre tre mesi, e con ascolti infiniti, giuro, non sono ancora riuscito ad "entrare" nel difficile secondo disco della trentatreenne inglese di chiare origini italiane, della quale qui su fassbinder abbiamo parlato più volte, in occasione del suo debutto, che ci piacque molto, e poi anche in occasione di un live, quindi spero in maniera esauriente. Il problema della chiave di lettura, dell'epifania che ti svela il senso e che ti apre le porte della percezione, può naturalmente essere letto in modi diametralmente opposti: o il disco fa cagare, oppure è particolarmente complicato.
Visto che, ad una attenta riflessione, la prima ipotesi non può essere sostenuta, propenderei decisamente per la seconda, seppure ci faccia la figura del buono a nulla. Anziché dargli una striminzita sufficienza indorando però la pillola con un foglio A4 come fa Katherine St. Asaph su Pitchfork (e anche lei ci ha messo un mese e mezzo, forse di più visto che normalmente alle riviste il disco arriva prima, posso considerare un mal comune, mezzo gaudio), preferisco ammettere la mia impotenza di fronte ad un lavoro che magari non potrà definirsi maturo, ma che seppur non impressionante quanto il debutto omonimo del 2011, è talmente stratificato, denso, ripieno di stili, strumenti ed influenze, che lascia appunto intontiti e spesso senza parole. Con un dolore di fondo che, a mio giudizio, è il vero motivo per cui viene così spesso accomunata a PJ Harvey, Anna Calvi disegna storie musicali ogni volta diverse, rendendo impossibile l'uniformità che ci si potrebbe attendere da un disco qualsiasi.
Pezzi imponenti, che inglobano in pochissimi minuti (il pezzo più lungo è Carry Me Over con 5 minuti e 27 secondi) retaggi classici (intesi come musica classica), passatisti, rock low-fi, colonne sonore e melodie tipicamente cinematografiche (siamo addirittura oltre le suggestioni morriconiane del debutto), alternative rock e grandi cantautori, addirittura echi grunge (definitemi altrimenti le chitarre di Love of My Life). Mi trovo veramente in difficoltà ad indicare un pezzo in particolare, mi butto citando l'ariosissima e quasi pomposa (non so come, ma dovreste provare ad immaginare un'accezione positiva per questo termine desueto) Sing To Me, ma ad esempio, se mi metto ad ascoltare il disco traccia per traccia, potrei cambiare immediatamente idea con quello strano oggetto che segue e che si intitola Tristan (no, non credo sia dedicata all'ex calciatore che perfino a Livorno ricordiamo con un sorriso amaro sulle labbra). Questo per dirvi la complessità di un disco da ascoltare più e più volte, difficile da comprendere ma assolutamente interessante, musicale a 360 gradi.
Marimba, synth, chitarre con sfumature sempre diverse, percussioni selvagge, archi, una voce potente e soave al tempo stesso, un'amore per la musica viscerale. Se non vi incanterà, quantomeno vi incuriosirà.

20140129

The Lost Child of Philomena Lee

Philomena - di Stephen Frears (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Regno Unito. Due vite completamente diverse. Da una parte Martin Sixsmith, giornalista, ex BBC, inviato in Russia, poi passato a fare il consulente per il partito Laburista, perde il suo impiego per uno scandalo in cui, così sostiene lui, viene coinvolto suo malgrado. Deconcentrato, ha perso la fiducia in tutto, compreso se stesso, vive in automatico una vita agiata senza incontrare più stimoli. Ad un party, incontra casualmente una giovane donna che lavora come cameriera proprio a quella festa. Sempre casualmente, la donna gli confida la storia di sua madre, una storia che la madre stessa le ha da pochissimo confidato. Nel giorno che sarebbe stato il compleanno del suo primo figlio, 50 anni prima, Philomena, questo il nome della madre della cameriera, si commuove davanti alla figlia e le racconta che, appunto, 50 anni prima, nella sua terra di origine, l'Irlanda, giovanissima ed ingenua, rimasta incinta di un ragazzo poco più che sconosciuto, si rifugiò in un convento, una cosa piuttosto comune all'epoca, per evitare una fine ben peggiore da reietta. Le suore la accolsero, la fecero partorire con estremo dolore, come a farle scontare parzialmente il suo peccato di lussuria, poi misero il figlioletto insieme a quelli di tante altre ragazze madri, e misero lei a lavorare duramente, insieme alle tante altre. Solo dopo qualche tempo, Philomena realizzò che fine facevano i bambini. Da quel giorno, Philomena si tormenta per il figlio perduto.
Martin inizialmente non si interessa alla storia: non è il suo stile, non gli interessa quel tipo di giornalismo. Ma il suo nuovo capo ha un'idea diversa, e Martin si convince che quella storia potrebbe essere l'unico modo per rientrare nel giro. Accetta quindi un incontro con Philomena e la figlia. Comincia a malincuore ad interessarsi alla storia, ma i particolari che ne emergono poco a poco faranno si che alla fine, la cosa diventi importante per Martin quando per Philomena.

Tratto dal libro (pensate un po') di Martin Sixsmith The Lost Child of Philomena Lee (in Italia semplicemente Philomena, come il film), che racconta la storia realmente accaduta a (pensate un po') Philomena Lee, il nuovo film di Stephen Frears, regista dai risultati altalenanti ma dal tocco spesso sapiente e di basso profilo, è stata la sorpresa delle festività 2013.
Naturalmente la storia è di per sé affascinante, struggente e, come tante altre che hanno coinvolto istituzioni ecclesiastiche, scandalosamente scorretta ed oltraggiosa per la dignità umana; ecco, sarà un luogo comune, ma proprio una storia come questa, in mano a registi molto meno dignitosi avrebbe potuto divenire una roba insopportabilmente commovente. E invece, alla veneranda età di 72 anni, Frears ne fa un film delicato, toccante quanto basta, divertente quanto basta, godibilissimo da vedere. Aiutano, certamente, le prove misuratissime e forse per questo praticamente eccezionali sia della veterana e immensa Judi Dench, qui nei panni di Philomena, ma pure di Steve Coogan (Martin), stand up comedian inglese dalla filmografia sterminata (l'avrete visto decine di volte, spesso senza rendervene conto), famosissimo in patria per aver impersonato Alan Partridge, e qui anche co-sceneggiatore insieme a Jeff Pope. Un film che non è un capolavoro, ma che è senz'altro un bel vedere.
Ultima notizia, che ho trovato molto interessante. La storia del vero Martin Sixsmith coincide per un bel pezzo con quella di quello fittizio del libro e del film; quello che potrebbe esservi sfuggito è che Sixsmith, quello vero, ha lavorato come consulente politico con Armando Iannucci per In The Loop e The Thick of It.

20140128

Sherlockology

Sherlock - di Mark Gatiss e Steven Moffatt - Stagione 3 (3 episodi; BBC) - 2014

Sono tornati, finalmente. Stavolta ci sono voluti 2 anni, sembra a causa degli impegni dei due protagonisti (Cumberbatch è come il prezzemolo, Freeman è il nuovo Hobbit), ma alla fine direi che ne è valsa la pena. 
L'antipasto è stato Many Happy Returns, un mini-episodio di 7 minuti andato in onda la sera del 24 dicembre 2013, dove si ipotizza la possibilità che Sherlock non sia morto: già ottimo questo. Poi, i tre macro-episodi (ricordiamolo: il format è quello dei tre episodi da un'ora e mezzo): The Empty Hearse, The Sign of Three e His Last Vow
La mia impressione, stavolta, è stata che si sia voluto dare molto più spazio alle vite dei due personaggi principali. Il "caso" dell'episodio viene "spalmato" lungo i 90 minuti, ma nella prima ora si creano diversivi che, appunto, ci fanno entrare in particolari delle vite di Sherlock e Watson dei quali sentivamo il bisogno per umanizzarli un poco, mentre l'ultima mezz'ora viene usata per sbrogliare la matassa. Naturalmente, lo schema non è rigido, ma l'impressione è stata un po' questa.
Eppure, nonostante l'attesa, nonostante sia la terza stagione, nonostante raccontato così lo "schema" potrebbe sembrare non particolarmente interessante, anche questa stagione di Sherlock soddisfa pienamente gli appassionati, e potrebbe conquistarne di nuovi (anzi, lo ha già fatto, visto che la media audience è decisamente aumentata, sfondando, in UK, il muro degli 11 milioni di spettatori, e arrivando quasi ai 13 per il primo episodio). Discutibili alcune scelte, che però non vi racconto per non togliervi il gusto di sorprendervi da soli, forse guidate dal desiderio di "normalizzare" i due protagonisti, ma gli sceneggiatori usano questa sorta di normalizzazione come spunto per regalare sorrisi, situazioni divertenti, battute e siparietti che non guastano mai, anche perché sempre dignitosi e mai volgari.
Davvero ingegnose le sfide, sempre brillanti le regie, sempre molto bella la fotografia, e sempre numero uno il montaggio, che imprime un ritmo vertiginoso perfino ad un matrimonio...

20140127

Southampton - Gennaio 2014 (4)

Oh, when the saints go marching in...
E' un bello spettacolo, il rientro, nonostante si possa apprezzare l'enorme molo di carico delle petroliere sulla riva alla nostra sinistra, prima di arrivare in porto. Si sbarca, si rientra a casa, mi smacchio l'unica felpa che mi ero portato dietro, quella che indosso, del resto per due giorni non era il caso di portarsi dietro troppo (e già sapete che sono uno che viaggia leggero), mi faccio una doccia che nonostante il freddo si suda ugualmente, rimetto tutto quel poco nello zaino, sono pronto. Per cena Paolo fa il suo piatto forte, risotto ai funghi, e dopo cena sorveglio Ricky che gioca con i binari del suo trenino mentre sempre Paolo prepara il bagaglio per lui e per il figlio, l'indomani partono anche loro per l'Italia, per un breve periodo. Si va a dormire presto, siamo tutti un po' cotti; momenti quasi commoventi, saluto MP e Ricky che poco prima piagnucolando aveva dichiarato "I don't like Alessandro andare via domani", ma tanto si sa che ci rivediamo. So benissimo che l'ospite è come il pesce, ma so anche che quando si abita lontano dalle proprie radici fa piacere avere amici per casa. Il sonno, quindi, è quello dei giusti.
Il mattino del lunedì mi sveglio presto, non voglio essere di peso, mi preparo rapidamente e l'intenzione era di bere solo un caffè, ma Paolo mi fa fare colazione lo stesso. Usciamo prima delle 6,00, in una Southampton umida e pressoché deserta, percorriamo le rive dell'Itchen, più o meno, verso l'aeroporto, e ci lasciamo sulla destra lo stadio di St. Mary, la "casa" dei Saints. Arriviamo in 10 minuti, saluto Paolo con gratitudine, ci rivediamo presto.
Controlli di sicurezza, bagno, gate, attesa. L'aereo parte con oltre 30 minuti di ritardi per problemi di de-icing, ma nessuno si preoccupa: la flemma inglese. C'è da ricordarsi di rimettere l'orologio indietro di un'ora, all'arrivo in Francia.
Orly, trenino, cambio di terminal, coda per i controlli di diversi minuti. Bellezze nere francesi impiegate nella sicurezza da perderci la testa. Gate individuato, attesa di un po'; easyJet qua organizzatissima, divide i cancelli d'imbarco per numero di sedia, tutto liscio come l'olio. Faccio una bellissima battuta aiutando una tizia a sistemare il suo bagaglio nella cappelliera e mi sento soddisfatto. Ho un sonno che alla fine, verso le 13,00, è vinto solo dalla fame. Purtroppo il fisico e i sedili ormai non mi permettono più di dormire della grossa sull'aereo.
Si arriva in orario, accendo il telefonino, mia sorella mi dice che sono al ristorante/self service dell'aeroporto a pranzo. Vado che ho fame. Mio padre, mia sorella, mio nipote che mi ha visto sulla scaletta e mi ha riconosciuto, che mi abbraccia e mi comunica che a Valencia ci vuole andare in febbraio a non a marzo (è un po' di tempo che gli ho proposto di andare tre giorni a Valencia, prendere un albergo vicino alla Ciutat de les Arts i les Ciències e visitarla per bene, soprattutto l'aquario, l'Hemisfèric ed il Museo delle scienze Principe Felipe; non è mai stato all'estero e in aereo, ma so per certo che questo tipo di cose gli piacciono, e la proposta era di andare in marzo, che in febbraio ho già prenotato, per me, tre giorni a Siviglia). Parlo con mia sorella e capisco che c'è solo un fine settimana libero: vediamo se ce la facciamo a prenotare.
Le (piccole) avventure continuano, e chissà che non ne esca fuori un (piccolo) compagno di viaggio...

Grazie a MP, Paolo e Ricky. You'll never walk alone.
E grazie a tutti quelli che ogni tanto "viaggiano" con me.
Alla prossima.

20140126

Southampton - Gennaio 2014 (3)

England in Miniature (sai cos'è...)
Ci si sveglia di buon'ora, e purtroppo MP non sta bene: partiamo quindi io, Paolo e Ricky (così chiameremo il bambino d'ora in avanti), dopo la colazione. Fa freschino, ma si preannuncia una splendida giornata, per gli standard britannici. Ripassiamo dal NOC a prendere le stampe dei biglietti del ferry e dei nostri check in on line (è confortante non essere il solo a non possedere una stampante, e ad usare quella del lavoro, vista la rarità delle stampe necessarie, è quasi ecologico), e poi all'imbarco. Traghetto di medie dimensioni, un buon numero di auto. La traversata è quasi di un'ora, ci godiamo anche il panorama dal ponte. 

Uscendo dal porto, si intravede il quartiere dove abitano Paolo e MP (Ocean Village), e l'Itchen Bridge, che si vede dalle finestre di casa, tanto che la prima sera pensavo di avere le allucinazioni (nel buio, vedevo passare degli autobus illuminati ad un'altezza non ragionevole, ma in realtà erano sull'Itchen Bridge). La foto è fatta da Paolo.
Facciamo però un piccolo passo indietro e godetevi, si fa per dire, l'immagine del vostro blogger preferito mentre mangia fish & chips al The Cowherds.

Anche questa foto è stata fatta da Paolo. Proseguiamo, che siamo arrivati ad East Cowes. Sbarchiamo e ci dirigiamo verso la punta ovest dell'isola; per fare ciò, attraversiamo il fiume Medina mediante un traghetto a catena o, come lo chiamano qui, un floating bridge. Siamo quindi a Cowes, che attraversiamo di striscio in cerca di strade secondarie per occhieggiare il Solent ed arrivare a destinazione. La direzione c'è, ogni tanto ci perdiamo qualche segnale ma non importa, la giornata è bellissima seppure come detto freddina, e il panorama esalta la bellezza di quest'isola che, come ho accennato nel titolo, è come un Inghilterra in miniatura. Campagne basse, immensi, sconfinati prati verdi con colline morbide, strade strette, villaggi con case ancora con i tetti di paglia pressata. Non sono particolarmente un fan, ma la bellezza è innegabile. Dopo Totland, ci siamo quasi. Le strade, noto, mancano di fosse laterali, per cui ci sono ristagni d'acqua a volte pericolosi; lungo quest'ultimo tratto ci sono diverse frane e, di conseguenza, sensi unici alternati e semafori. Ma alla fine, arriviamo a The Needles (gli aghi, capirete perché) e Alum Bay. Il luogo, non troppo affollato perché siamo decisamente fuori stagione, ma non deserto, attenzione, è di quelli che mi piacciono senza parlarne troppo, di quelli che ti fanno ammutolire dinnanzi alla grandiosità della natura, di quelli che si slanciano nel mare così come verso l'infinito, dandoti un senso di pace. Compriamo un pranzo al sacco nell'unico posto con roba da mangiare nella zona, e cominciamo la lieve salita asfaltata che porta ad un paio di belvedere di impressionante impatto. La scarpinata è poco impegnativa (lo dico ora che è passata), ma prende un po' di tempo; da notare che, in the meantime, si vedono arrivare delle nuvole, e mentre io formulo il pensiero "ci metterà almeno un paio d'ore ad arrivare qui sopra", comincia a piovere quella pioggerella inglese sottile sottile. Con la stessa velocità con cui è arrivata la pioggerella torna il sereno e la giornata diviene se possibile ancor più bella. Il panorama verso la Alum Bay ci permette di godere di un "arcobaleno completo", che qui, se ci fate bene caso, in questa ulteriore foto di Paolo (trascurabile il soggetto, vestito pure in maniera poco inglese), mi sovrasta.

Più si sale, più il panorama diventa interessante, ma immagino che il bello debba ancora arrivare. E infatti, si arriva in cima, si scollina, ed eccoci qua. Da un lato, delle strutture ormai abbandonate, stile uscita-della-bat-caverna, non belle, ma senza dubbio particolari:
Il luogo era usato, fino agli anni '60, prima come punto armato di batterie di artiglieria pesante, fino al picco di attività, appunto negli anni '60, per testare motori di razzi da guerra.
Dall'altro, la vista, spettacolare, degli aghi e relativo faro. Posso lasciar parlare le immagini.
Ci mangiamo i nostri sandwich godendoci il panorama. Visto che s'è fatta una certa, ce ne torniamo indietro senza fretta; da notare che chiunque incrociamo, un saluto, un cenno, un sorriso, c'è sempre. Scendiamo al The Needles Pleasure Park, dove abbiamo parcheggiato, dove è tutto chiuso, ma dove in alta stagione ci dev'essere senza dubbio un buon giro di turisti, e ripartiamo per un altro giro, prima di tornare ad East Cowes per il ferry delle 17,30. L'ultimo nostro pensiero è per un altro italiano, il mitico Guglielmo Marconi, davanti alla stele commemorativa: fu proprio ad Alum Bay che Marconi portò a termine alcuni dei suoi esperimenti sulla trasmissione delle onde radio. Torniamo verso Totland e poi andiamo verso la costa sud ovest dell'isola; Paolo mi vuole far passare dalla spianata vicino ad Afton, luogo dove si tenne il concerto del 1970, famoso per una delle ultime esibizioni di Jimi Hendrix e la presenza di circa 600mila persone. A Brighstone torniamo verso l'interno, passando per Shorwell, Carisbrooke, tutti villaggi minuscoli, e poi per Newport, capitale amministrativa dell'isola. Ci mettiamo quindi sulla destra del Medina, e, subito dopo Osborne House, residenza reale dove morì la regina Vittoria, rieccoci di nuovo ad East Cowes. Ci rimane un po' di tempo prima dell'imbarco, e ci mettiamo a cercare una Tea Room, Paolo mi vuol fare assaggiare gli scones. Ha perfino un elenco delle migliori di East Cowes. Come che sia: una è chiusa per turno settimanale, l'altra sta chiudendo, quella più lontana addirittura è chiusa fino all'alta stagione. Ci imbarchiamo, e qui devo raccontarvi questa piccola cosa, che però secondo me è importantissima. Arriviamo all'accettazione del pre-imbarco in auto, accostandoci come tutti ad uno di quei gabbiotti tipo casello stradale. L'operatore appena ci affianchiamo pronuncia una frase della quale io non capisco il senso. Paolo mi spiega che ha semplicemente detto "lei è..." e poi il suo nome. La cosa che non mi stupisce è non aver capito; quella che invece mi stupisce è come facesse l'operatore a saperlo al momento in cui ci siamo affiancati. Paolo mi spiega: ha letto la targa mentre ci accostavamo, l'ha digitata e gli è apparsa la prenotazione. Ok, tutto chiaro. Roba che qui da noi capita tutti i giorni, vero?
Arriva il ferry, sbarcano le auto e i passeggeri, ci imbarchiamo noi. Si parcheggia l'auto, si scende, si va nel settore passeggeri, e ci facciamo uno scones col burro, o meglio, con la clotted cream (forse, non ne sono sicuro, ma mi verranno in aiuto), una roba grassissima ma buonissima e dolcissima, e un caffè, poi usciamo sul ponte a goderci il rientro e il tramonto.

20140125

il Signore è fuori controllo

Una versione video alternativa, girata a San Pietroburgo, del pezzo che abbiamo già "visto" nella recensione di qualche settimana fa. Probabilmente non ufficiale, ma molto bella.

20140124

Southampton - Gennaio 2014 (2)

Transit Town*

E insomma, si arriva a Southampton, l'aereo è discretamente vuoto, il cielo è sgombro ma si vede che è piovuto abbastanza. Freddo accettabile. All'imbarco a Parigi, una signora mi ha chiesto il passaporto oltre alla carta d'identità, giusto dopo aver dato un'occhiata alla foto lì sopra: poi si scusa e mi dice che sta facendo il suo lavoro, la prendo con filosofia, in effetti nelle foto non sembro proprio un tipetto raccomandabile. memore di ciò, al controllo passaporti inglese preparo entrambi i documenti. L'atmosfera è, più che british, severa. Cartelli vari, da osservare in coda, avvisano che addirittura non sono ammessi telefoni cellulari al controllo (una forma di educazione, credo, e fanno proprio bene). Mi tocca una pacioccona inglese: mi presento con i due documenti e le chiedo quale preferisce, raccontandole brevemente il fatto di Parigi (ma al ritorno saprò che avevano fermato due donne con esplosivi sul suolo inglese); la simpatica inglesona mi spiega che naturalmente è accettata la carta d'identità, ma preferiscono il passaporto perché contiene più dati e a loro basta un passaggio allo scanner per incamerarli. Ringrazio e saluto: eccomi, perfida Albione. Non trovo gli amici, all'uscita del minuscolo scalo. Chiamo: sono in ritardo, mi spiegano dove avviarmi. Neppure 10 minuti e ci siamo: dopo aver tirato indietro l'orologio di un'ora, non sono ancora le 22. Si mangia, mentre il bimbo viene messo a letto vestito, si è addormentato in auto. Il quartiere dove hanno comprato casa è vicinissimo al loro luogo di lavoro, vicino al mare: non per niente si chiama Ocean Village, non lontano dal relativamente nuovo St. Mary's Stadium. La casa è spoglia, anche se a me piace, ma funzionale.Si beve e si fanno due chiacchiere, poi la stanchezza prende il sopravvento.
Mi sveglio il sabato mattina molto tardi per i miei standard. Dopo colazione e toilette, usciamo per un giro sulla marina. Paolo mi illustra i dintorni, anche quelli lontani ma visibili, il golfo, la New Forest proprio di fronte, al di là di uno dei due estuari (Southampton è situata esattamente  nel cuneo di terra tra le foci del fiume Test e dell'Itchen, che si uniscono nel Southampton Water, che poi a sua volta si getta nel Solent), la raffineria di Fawley, e poco più in là pure la centrale elettrica. Non il massimo del panorama, ma di certo l'impressione è che non manchino le opportunità di lavoro. Mentre guardiamo dall'esterno il cinema d'essai della zona, che ovviamente è ancora chiuso, Paolo si accorge che sta passando una famigliola italiana, commenta a voce alta e si fa conoscenza. La coppia ha due gemelli di pochi mesi, anche loro residenti a Southampton, si scambiano gli indirizzi e-mail perché insieme ad altre famiglie di emigrati italiani o "miste", organizzano ogni domenica pomeriggio una cosa che interessa Paolo: si ritrovano in un locale messo a disposizione dal comune per far parlare i figli in italiano, e conservare il bilinguismo. In maniera leggermente diversa, ma ugualmente toccante in qualche modo, mi sembra di rivivere quella sensazione che vi raccontai la prima volta che andai in Argentina: c'è più orgoglio nazionale negli italiani all'estero, seppur coscienti di non poter tornare, che in quelli rimasti in patria. Si torna a casa passeggiando e soffrendo il vento freddo, e ci si prepara ad uscire di nuovo per pranzo: si va al The Cowherds, un pub/ristorante classico inglese, piuttosto famoso, situato giusto all'inizio del parco cittadino (Southampton common). Come posso evitare di farmi birra e fish & chips? No way, e quindi via di gusto, tra antipasto misto e dolce finale. La cucina è gustosa e diversa, salse di tutti i tipi che a volte potrebbero far storcere la bocca ai cultori, ma come dico sempre è inutile andarsi a cercare lo spaghetto all'estero. Quel che è vero è che il pasto è tutto fuorché leggero, e meno male che ci facciamo una lunga passeggiata all'interno del parco, verdissimo, pieno di sentieri asfaltati e laghetti, persone che fanno jogging e famiglie con bambini che giocano, incuranti della giornata tutto sommato grigia e umida. Si parla di lavoro, e della scelta di Paolo e MP per la scuola del figlio, che in settembre, a quattro anni, comincerà appunto la scuola (in UK è così). Visto che l'avevo citato (c'è la foto sulla scheda Wikipedia della città), e che ci sono da fare alcune spese, decidiamo di fare gli inglesi medi e di andare al WestQuay (pronuncia uestchi), il mega-centro commerciale di Southampton. Paolo mi fa riflettere sul fatto che, almeno qui in UK, quasi tutti i giganteschi mall sono stati impiantati nei centri delle città, mentre da noi li abbiamo fatti tutti in periferia, ottenendo l'effetto di svuotare completamente i centri storici o comunque cittadini. Il traffico del centro e delle urgenze ci convincono ad effettuare un cambio di strategia: ci dirigiamo al NOC, come detto ieri, il luogo di lavoro di Paolo e MP. Quasi deserto, ma non proprio: salutiamo un giovane collega/dottorando, un francese molto trendy-alternative, mentre ci facciamo un caffè nella sala ricreazione arriva una dottoranda sulla quale avrei scritto una tesi, in cerca di acqua calda per il caffè lungo. Visitiamo l'ufficio di Paolo, dopo di che i bagni, poi tutto l'edificio, completo di sala festeggiamenti (priceless il soffitto in polistirolo dove, ad ogni ammaccatura di tappo di champagne relativo, viene scritto il nome dell'ex studente, adesso dottore), palestra, mensa con vista docks e splendida vetrata. Noto su una bacheca un planisfero e quattro itinerari di crociere di studio. Manifesto il mio interesse per quella che va, se non ho visto male, dalle Falkland all'Antartide e quella dall'Inghilterra che tocca Islanda, Groenlandia e Labrador. Paolo e MP mi scoraggiano, ma tornerò alla carica a breve; e poi, le fanno tutti gli anni, per monitorare cose importanti quali i passaggi delle correnti e l'influenza dello scioglimento del ghiaccio della Groenlandia dentro l'acqua dell'Oceano Atlantico. Se pensate che mi faccia scoraggiare da un semplice "ti potrebbe toccare il turno di notte, e ogni notte devi accendere un apparecchio", non ci siamo spiegati bene. Insomma: thumbs up per il NOC di Southampton. Tutto ok, e via per il WestQuay, prevedibile ma visto che ci siamo, perché no. Gioventù inglese e famiglie, shop dei Saints e marche importanti. Ripenso anche alla prima impressione che ho avuto all'aeroporto di Orly ieri: certo che i razzisti che si lamentano dei "colori" dei "diversi" in Italia non hanno proprio idea del "panorama" di Francia e UK. Ma è una battaglia persa: non riuscirò mai a capire cosa passa nella testa di un razzista. Facciamo una certa, e siccome gli amici hanno programmato di farmi provare tutto quello che c'è da provare nel panorama culinario, si passa dal Coriander Lounge (uno dei migliori ristoranti indiani) a prenotare il take away per la cena. Il ristorante si capisce che è buono: sono più o meno le 18 ed è pieno zeppo, tutto riservato, esaurito.
Facciamo un passo indietro. Southampton ha un passato romano. Sono visibili, nella zona del centro, ancora dei tratti delle mura.
EDIT: Come correttamente mi fanno notare (The scientist, non per niente), le mura non sono romane, ma Wikipedia, che non è la Bibbia, ricordiamolo, riporta che alcuni scavi fanno risalire tratti di vecchie mura al 280/290 DC. Ad onor di verità e di logica, le mura visibili oggi, si sono presumibilmente cominciate ad erigere tra il secolo 9 ed il 10, in epoca medievale, e terminate dopo il 1400.
Una delle vie principali della città è High Street, che diventa totalmente pedonale nei pressi di una antica porta chiamata Bargate (nella zona pedonale si trova il WestQuay, ricavato tra l'altro da una vecchia fabbrica Pirelli). Lungo High Street, mi fa notare Paolo, durante l'ultima riqualificazione del centro, sono state installate, nei marciapiedi, delle targhe, come pietre miliari della città. Per farvela breve, l'ultima è stata dedicata al NOC e a Paolo è stata chiesta una cosa suggestiva da inserire; a sua insaputa, inizialmente, è stato quotato nella targa. Quando ci ha portato la madre, potete immaginare la commozione. Questa la dovevo raccontare, ma tenete conto che sia Paolo che MP sono persone estremamente modeste.
Dopo esserci un po' rilassati, si fa l'ora di cena e si esce a ritirare l'indiano. E poi si cena. Tutto molto molto buono, perfino quello che non mi convinceva "a vista". Continua, quindi, la due giorni e mezzo all'ingrasso. E via con una bella dormita: i biglietti del ferry per la mattina seguente sono prenotati e stampati, assieme ai nostri check in on line.

*Il titolo di oggi è ispirato dal fatto che a Southampton esiste ancora una fabbrica della Ford che produce il mitico modello furgonato Transit; quello di ieri citava un pezzo dei Pink Floyd da The Final Cut.

20140123

Southampton - Gennaio 2014 (1)

Southampton Dock

Mi sento ispirato. E' quasi un peccato che abbia così poco tempo da dedicare al blog, è un peccato essere sempre "in affanno" e dover scrivere il post del giorno seguente la sera prima. Mi sento talmente ispirato che potrei scrivere un solo post di introduzione a questo weekend lungo speso in UK. Quindi, parto con questo paio di premesse.
La prima è sull'amicizia. Ce ne sono vari tipi, ci penso spesso. Ci sono prima di tutto quelle storiche, persone che conosci da una vita, che magari perdi di vista e poi ritrovi, persone alle quali vuoi bene al netto di tutti i loro difetti, e viceversa. Ci sono quelle che nascono a lavoro; persone che capisci sarebbero divenute tue amiche se tu le avessi conosciute fuori dal luogo di lavoro, persone che non riesci a vedere solo come colleghi. Poi ci sono quelle che fai in età adulta, ultimamente la rete aiuta molto. Queste due ultime tipologie di amicizia le scegli, le scremi, mantieni quelle che vivono per le affinità profonde che ci sono tra te e questi individui. Se questi individui vivono e lavorano lontano, fuori dall'Italia, naturalmente c'è ancora la rete e, in generale, la tecnologia, che ti aiuta a mantenere le amicizie alle quali sei interessato; ma ogni tanto devi muovere il culo, provare a vedere come vivono e dove vivono questi amici. Per esperienza personale, so piuttosto bene che gli amici apprezzano cose come queste, molto più di regali, sviolinate, sorrisi e cene pagate. Perché, comunque, per la maggior parte della gente, muoversi è una fatica. Fortunatamente, a me non pesa proprio muovermi, naturalmente con i miei ritmi. In questo racconto di viaggio, che dovrei definire viaggetto visto che si è trattato di poco più di 48 ore, parlerò di una coppia di amici, Paolo e MP li chiameremo, e ne parlerò bene non perché entrambi leggono regolarmente il blog, ma perché li stimo, punto. Quindi non arrossite, Paolo e MP (e perdonatemi se cito troppi particolari personali, cercherò di non esagerare). Comincio subito col dire che sostenere la tesi che tra me e loro ci sono affinità profonde, come dicevo prima, è una cosa che va tutto a favore mio; si, perché i due elementi, che hanno anche un figlio di quasi 4 anni, sono scienziati. C'è stato un momento, breve, durante lo scorso weekend passato assieme, in cui abbiamo riflettuto sul significato di questa parola, scienziato. In italiano ha assunto una connotazione eccessivamente importante, diciamo così, e per un italiano definirsi scienziato è un po' come darsi delle arie, mentre in inglese scientist è la definizione quasi esatta. Come che sia, i miei amici sono scienziati, e lavorano al NOC, National Oceanography Center, ma non solo: collaborano, a diversi livelli, anche con la NASA. Questo non per darmi delle arie, perché appunto io non ho meriti, ma per dire che sono due persone che amano il loro lavoro, che hanno studiato duro, e che non avrebbero potuto mettere a frutto le loro capacità, e metterle anche al servizio dell'intera comunità (ogni tanto riesco a capire su cosa lavorano, e vi assicuro che sono cose importanti, delle quali potremmo beneficiare tutti), qui in Italia. E quindi, pur essendo spesso in giro per il mondo, di base stanno a Southampton, questa cittadina inglese di poco più di 200mila abitanti, che si affaccia sul golfo del Solent e di fronte all'isola di Wight, città di porto con un passato perfino romano, completamente distrutta dalla Luftwaffe durante la Seconda guerra mondiale, ricostruita un po' anonimamente ma non troppo, questa città che ha la sua brava squadra di calcio in Premier League (di recente salita agli "onori" della cronaca perché il suo allenatore, l'argentino Pochettino, per protestare rispetto ad alcune decisioni arbitrali ha dichiarato "ce l'hanno con noi perché siamo giovani e belli"), spesso piovosa (siamo in Inghilterra, dudes), rimpiangendo l'Italia per il clima, gli amici e i parenti, ma, come dire, non avendo molta scelta.
La seconda premessa è sul viaggio. Si dice che sovente la bellezza sta nel tragitto, e non esattamente nella meta. E' possibile, quando si decide da soli, indugiare perfino quando si ha da compiere un volo di un paio d'ore. Nei mesi meno freddi, il modo più semplice, breve, efficace e perfino più economico per arrivare a Southampton dalle nostre zone è il volo Ryanair che va da Pisa a Bornemouth (a una cinquantina di chilometri), e poi un treno fino a destinazione (una cinquantina di minuti). Nei mesi freddi, probabilmente è andare in treno fino a Londra Gatwick (credo un paio d'ore e mezzo abbondanti) e prendere il volo della easyJet, sempre per Pisa. Io, che in questo campo amo sperimentare, mi ero quasi convinto ad affidarmi ancora una volta, come l'anno scorso per Lisbona, ad Air France, che "subappalta" il Pisa - Parigi (CDG) ad HOP!, ed affianca Flybe per il Parigi (Orly) - Southampton. Ora, Air France, funzionalissima, ti offre (pagando alcune decine di euro) tranquillamente il passaggio in bus dall'aeroporto Charles De Gaulle / Roissy a Orly, e ti ci porta in un'ora e mezzo, ma, al momento di prenotare mi son detto "ma non c'è un'alternativa?", e quindi l'ho cercata. Ed eccola qua, con qualche decina di euro meno e meno sbattimento: easyJet da Pisa a Orly, Flybe da Orly a Southampton. E' vero, all'andata ho atteso circa cinque ore ad Orly, ma la logistica vuole la sua parte: l'amico Paolo arrivava da Cadice più o meno qualche minuto prima, quindi era piuttosto inutile arrivare prima, e chi mi conosce sa che io, dentro ad un qualsiasi aeroporto, ci vivrei tipo Tom Hanks in The Terminal, o Snowden a Mosca. Per completare le informazioni, magari a qualcuno venisse voglia di ripercorrere il mio tragitto, è importante sottolineare che l'aeroporto di Orly ha due terminal, il Sud e l'Ouest, collegati tra di loro dal fenomenale Orlyval, che impiega un minuto a portarti dall'uno all'altro.
Non ci crederete, ma per oggi è tutto. Allego una vista del golfo del Solent dall'isola di Wight.

20140122

L'inconnu du lac

Lo sconosciuto del lago - di Alain Guiraudie (2013)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Sud della Francia. Franck, un giovane e piacente omosessuale, si reca ogni giorno in riva ad un bel lago vicino a dove abita, a prendere il sole ma non solo. La zona è ufficiosamente nota come spiaggia naturista ma soprattutto come luogo di ritrovo gay. Una sorta di paradiso del cruising, dove soli uomini, gay o bisex, si recano per ottenere sesso gratis e spesso senza nessuna sorta di impegno reciproco, o anche solo per guardare. Franck simpatizza con il solitario e goffo Henri, ma desidera ardentemente il bel tenebroso Michel, che ricambia le sue occhiate ma solitamente è in coppia. Una sera, Franck si trattiene fino a tardi, e vede Michel annegare il compagno in mezzo al lago. Eppure, nonostante ciò, gli si avvicina e l'altro ricambia le sue avances. Avviano una relazione esclusivamente sessuale, ma che li rende gelosi l'uno dell'altro, mentre Henri osserva tutto da lontano.

Sbandierato come un semi-capolavoro, vincitore della Queer Palm al Cannes di quest'anno e del premio alla regia nella sezione Un Certain Regard, mi sono avvicinato a questo film francese con le migliori intenzioni: non mi spaventano, e non mi scandalizzano certo nudi frontali maschili, masturbazioni, fellatio e rapporti omosessuali soft porno, nel film contenuti a bizzeffe. La critica che se ne intende, però, sostiene che non è quello il punto: il punto è il thriller incompiuto, l'accettazione del rischio da parte del protagonista, il suo giocare col fuoco, che dà fascino e regala emozioni.
Beh, probabilmente è l'ennesima dimostrazione che non ci capisco una mazza (mai paragone fu più appropriato, credetemi), perché a me questo film ha fatto discretamente cagare. Estenuante, ripetitivo come se fosse un film iraniano (ma solitamente lì la ripetizione porta a qualcosa), con recitazioni che ho trovato piuttosto impacciate, una parvenza di giallo ma inconcludente perché telefonato, il tratteggio di una comunità gay senza regole che, se così fosse, fa piuttosto tristezza, un finale splatter senza troppo senso.
Sono sicuro che molti più bravi di me riescono a trovarci non solo un senso, ma perfino della bellezza. Fatevelo spiegare da loro, perché io vi consiglio di starci alla larga.

20140121

Le passé

Il passato - di Asghar Farhadi (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Francia. Marie, ancora giovane e bella, sta aspettando qualcuno all'aeroporto. E' il quasi ex marito Ahmad, e sta arrivando dall'Iran. Mentre Marie e Ahmad guidano verso casa, la casa che è stata di entrambi per un tempo, scopriamo quasi tutto quello che c'è da sapere su questo re-incontro. Quasi. La presenza di Ahmad è necessaria per le firme che certificheranno il loro divorzio; Marie si vuole risposare, con il giovane Samir, proprietario di una lavanderia (e anche lui chiaramente figlio di immigrati). A casa, dove Marie intende ospitare Ahmad (lei dice perché fino all'ultimo momento non era sicura che lui venisse, aveva già rimandato all'ultimo momento una volta, lui invece insiste che dovrebbe andare in albergo), ci sono due bambini. Léa, figlia di Marie, e Fouad, figlio di Samir e della di lui moglie che, scopriamo poco a poco, è in coma all'ospedale dopo un tentato suicidio. Marie, però, approfitta della presenza del (quasi) ex marito per parlargli di Lucie, la (di lei) primogenita, che ultimamente le sta dando un sacco di problemi. Pur non essendone il padre, Ahmad pare capirla meglio di lei. Fouad che fa le bizze, Samir che rientra a casa, Lucie che non si trova con Samir, il passato, le bugie, i retroscena, che vengono alla luce man mano, rendono l'intera situazione complicatissima, oltre che imbarazzante.

Sarò sincero: tra tutti i film sui quali ero "rimasto indietro", usciti nel 2013, questo era uno di quelli su cui puntavo di più, visto che i due film precedenti per questo regista iraniano erano stati di quelli che ti lasciano a bocca aperta alla fine (sto parlando, per chi non lo sapesse, di About Elly e di Una separazione). Ed ecco perché probabilmente ne parlerò peggio di quanto si meriterebbe. Il passato, girato con quel solito minimalismo che tanto mi (e forse ci) piace, che mette insieme un cast importante, non fosse altro che per la meravigliosa Bérénice Bejo (Marie), l'anno scorso in The Artist e qui probabilmente ancor più brava e, da un certo punto in poi, perfino odiosa (il regista inizialmente voleva Marion Cotillard), e per Tahar Rahim (Samir), l'eccezionale protagonista de Il profeta, è un film che quasi naturalmente sfoggia la "tattica" di Farhadi, quella dello svelamento della verità un poco alla volta, ma, spiace dirlo, stavolta di verità ce n'è talmente tanta che ad un certo punto, questa, assieme al film, si avvita su se stessa, finendo per mettere da parte i drammi (anche qui, forse troppi) dei protagonisti, e lasciando l'amaro in bocca. Non è assolutamente un brutto film, ma come spesso mi accade, quando "credo" in un regista, tra l'altro molto molto bravo anche come sceneggiatore, punto sempre più in alto.
A giudicare da quello che si è letto in giro, sono l'unico al quale non è piaciuto il film, e sarebbe per me troppo facile bullarmi del fatto che è stato escluso dalla cinquina Oscar per il Best Foreign Language Film, dato anche che nella cinquina è stato inserito La grande bellezza, altro film che non mi ha certo convinto fino in fondo, ma del quale capisco il fascino esercitato sulla visione hollywoodiana del cinema. Vi invito solamente a vedervi Il passato, e nel caso non lo aveste fatto, a guardarvi gli altri due film diretti da Farhadi citati prima (ne ha fatti altri, prima, ma non li ho visti), così alla fine giudicherete voi.
Nel cast anche Sabrina Ouazani (Naima), già in La schivata, Uomini di dio e La sorgente dell'amore, il misurato Ali Mosaffa (Ahmad), attore iraniano, Babak Karimi (Shahryar), attore attivo anche in Italia, la giovane ma già molto promettente Pauline Burlet (Lucie), che aveva interpretato Edith Piaf decenne in La vie en rose. Molto bravi anche i due piccoli, Elyes Aguis (Fouad) e Jeanne Jestin (Léa).

20140120

acacie

Las acacias - di Pablo Giorgelli (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Rubén è un uomo di mezza età. Argentino, fa il camionista, e stavolta trasporta legno dal Paraguay a Buenos Aires. Non sappiamo esattamente se è una cosa che fa solitamente, ma il fatto è che, su indicazione del suo datore di lavoro, accetta di dare un passaggio a una donna paraguaiana che deve andare nella capitale argentina. Rubén, inizialmente dà la netta impressione di essere una persona burbera e di poche parole, facile da innervosire. La donna, Jacinta, di chiare origini indie, si presenta in ritardo di un'ora all'appuntamento, piena di bagagli e per di più con una figlia di cinque mesi, Anahì. Rubén non sembra per niente contento. Visibilmente insoddisfatto, l'uomo quasi non apre bocca per la prima parte del viaggio. Addirittura, alla prima fermata, mentre la donna è in bagno, si informa su quanto costino i biglietti del bus per Buenos Aires; sta per comprarli, quando scopre che il primo bus passerà di lì l'indomani mattina. Il viaggio prosegue. E, poco a poco, con semplicità estrema, gentilezza, senza fretta, Jacinta e Anahì sembrano conquistare Rubén, che si scopre uomo sensibile, seppur semplice e "tagliato con l'accetta".

Avevo letto, devo dire superficialmente, di questo "piccolo" film argentino, che vinse la Caméra d'Or a Cannes 2011. Come ormai vi sarà venuto a noia leggere, ciclicamente devo avere la mia dose di argentinità, pena una sorta di nostalgia. La visione di questo Las acacias, uscito anche in Italia il 3 ottobre 2013, si è rivelata una piccola sorpresa, senz'altro positiva.
Non lasciatevi ingannare dal voto che sembra suggerire un niente di che. Las acacias è uno di quei film che piacciono a noi cinefili un po' snob; quei film dove sembra non accadere niente di niente per decine intere di minuti, addirittura per l'intera durata della pellicola. Quei film dai dialoghi rarefatti e talmente minimali da essere quasi non insensati, ma quotidiani, quelle chiacchiere di circostanza piuttosto inutili, ma che possono rivelare più di mille trattati di psico-sociologia.
La tenerezza dietro una corazza fatta di rughe e di barba di tre giorni, che solo un faccino neppure troppo bello, ma innegabilmente dolce, che fa scattare una molla, la molla che ricorda a qualcuno di essere, in fondo, solo un essere umano. Un essere umano che, per quanto possa fingere di non averne bisogno, necessità, come tutti, di calore.
Las acacias è uno di quei film che dovete andare a vedere da soli, perché se riuscite a convincere qualcuno che non vi conosce troppo bene ad accompagnarvi, rischiate il vaffanculo. Ma, al tempo stesso, è un film che senza essere un capolavoro, senza rivelarvi verità assolute, vi lascerà qualcosa dentro, qualcosa forse difficile da descrivere, ma vero, forse perfino spirituale.

20140119

cassettina 11 - The Guitar Gangsters

Così come le cassettine 9 e 10 risalgono allo scorso anno, anche questa sorta di omaggio/compilation. Sfruttando la simpatia suscitata dai pezzi dei Volbeat, ed espressa dall'insegnante di ginnastica posturale, ho programmato 2 cd da 60 minuti (la durata di una lezione) con "il meglio di". Poi, ho curato l'edizione speciale, mettendo tutto insieme ed aggiungendovi semplicemente la versione Harp di Lola Montez, nel caso non ve l'avessi ancora detto, IL pezzo del 2013.
Il risultato non sarà all'altezza di quello del maestro, ma secondo me se la può giocare. Giudicheranno i posteri.

Volbeat - Best of
CD1
I Only Wanna Be With You (Dusty Springfield cover)
Pearl Heart
Our Loved Ones
The Garden's Tale (feat. Johan Olsen of Magtens Korridorer)
Guitar Gangsters & Cadillac Blood
Heaven Nor Hell (feat. Henrik Hall of Love Shop)
Making Believe (Jimmy Work cover)
My Body (Young the Giant cover)
Back to Prom
A Broken Man and the Dawn
Soulsweeper 2
The Sinner Is You
Thanks
Mary Ann's Place (feat. Pernille Rosendahl of The Storm)
CD2
Lola Montez
Maybellene i Hofteholder
Fallen
The Nameless One
Being 1
We
A Better Believer
Cape of Our Hero
I'm So Lonely I Could Cry (Hank Williams cover)
Magic Zone
Radio Girl
Wild Rover of Hell
Caroline Leaving
Say Your Number
Hallelujah Goat
Still Counting
Bonus track
Lola Montez "harp version" feat. Paul Lamb

20140117

Human Capital

Il capitale umano - di Paolo Virzì (2014)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Brianza, Italia. Una notte, dopo una sorta di festa ricca di libagioni in un ristorante, un cameriere torna a casa in bicicletta. Un SUV, procedendo un po' troppo forte su una strada un po' troppo stretta, lo tocca. Il ciclista-cameriere finisce fuori strada con un volo, il SUV non si ferma. Il ciclista è lontano dalla vista, nessuno, apparentemente, lo soccorre. Comincia la storia.
Dino Ossola è un immobiliarista, apparentemente agiato. La figlia Serena è fidanzata con Massimiliano, figlio di Giovanni Bernaschi e della di lui moglie Carla, ex aspirante attrice. Bernaschi è un finanziere molto ricco, un uomo che maneggia grossi capitali, e che sta promuovendo un fondo che promette, anche in tempo di crisi, guadagni del 30, 40% annui. Dino, accompagnando la figlia a villa Bernaschi, sfacciatamente si fa ingaggiare per il doppio di tennis dal Giovanni: buon tennista, Dino entra nelle grazie di Giovanni, almeno, così pensa. Proseguendo con la sfacciataggine, dopo la vittoriosa partita a tennis gli chiede lumi sul magico fondo finanziario, dichiarandosi fortemente interessato. E Giovanni, con sufficienza, si "concede". In pochissimo tempo, Dino si fa concedere 700mila euro per "entrare" nel fondo magico. Poco a poco, scopriamo che Dino è sull'orlo del fallimento. La cosa non lo ferma, anzi, è decisissimo ad investire tutto il prestito. E se le cose andassero male? Infatti...

Ma si, magari, come vi ripeto sempre, sono di parte perché Virzì è livornese e non solo una volta l'ho fatto ridere con una battuta su Inzaghi (era vicino a me allo stadio; a Livorno eh, non a Milano), ma ha fatto in modo nientemeno che Daniel Auteuil venisse al Picchi a vedere il Livorno (erano i tempi di N Io e Napoleone). Però, devo dirvi onestamente che alla fine de Il capitale umano ho pensato che potesse essere il suo miglior film. Poi, si sa, bisogna pure riflettere, e ascoltare altri punti di vista. E non sto parlando delle solite inutili polemiche provincialotte scatenate da leghisti e brianzoli feriti; sto parlando di critiche serie ed articolate, come alcune recensioni negative (poche, c'è da dire), che sottolineavano la "freddezza" del film, e della solita breve ma fulminante disamina di Dantès, che schematizza perfettamente sia le cose che mi son molto piaciute, sia quelle che ritengo discutibili ma che non riuscivo a mettere a fuoco perfettamente.
A rischio di ripetere quel che vi ho linkato poco fa, costruzione mirabile, fotografia e sonoro sorprendentemente buoni (e badate che ancora in Italia queste cose non sono così scontate), attori in stato di grazia e pure una bella scoperta (sarà perché è proprio figa, ma Matilde Gioli nei panni di Serena mi è parsa discretamente brava). La freddezza che qualcuno ha imputato al film me lo ha fatto paragonare a certi bei film francesi, di quelli profondamente critici verso la società odierna, caustici fino al midollo. Ed ecco perché il finale, un po' così, è come se ti svegliasse da un bel sogno, di quelli belli perché stai vedendo un film cattivo fino in fondo. E però, Il capitale umano mi ha pure ricordato quei (bei) film con Alberto Sordi che ti facevano ridere ma cominciavano a farti capire quanto noi italiani fossimo un popolo di merda. Perché, adesso che sono anziano lo posso dire con una certa tranquillità, realizzare ed ammettere che siamo un popolo di merda non è anti-italiano: al contrario.
Altro appunto mosso al film che mi è capitato di leggere, il "disinteresse" verso la figura del cameriere-ciclista; ci sta, ma perché non pensare invece che anche questa cosa faccia parte del "disegno" caustico del regista, anche co-sceneggiatore?
Per chi vivesse isolato, il cast: Fabrizio Gifuni (Giovanni Bernaschi), Fabrizio Bentivoglio (Dino Ossola), Valeria Golino (Roberta), Valeria Bruni Tedeschi (Carla), Luigi Lo Cascio (Donato), Bebo Storti (l'ispettore), Gigio Alberti (Giampi). Tutti in parte, nessuno sopra le righe nonostante alcune parti fossero "a rischio".
Tratto dal libro omonimo di Stephen Amidon (che naturalmente non ho letto e non avevo mai sentito nominare), Il capitale umano segna un altro bersaglio centrato per Paolo Virzì, a mio giudizio. Che la perfezione non ci sia (ancora), è un po', in questo caso (visto che son di parte), come quando mi dico che andare in un luogo lontano e lasciarsi qualcosa di non visto ti può sempre spingere a tornare: c'è ancora tempo per il capolavoro di Virzì. Io ci credo.

20140116

manchi tu nell'aria

Gloria - di Sebastiàn Lelio (2013)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Santiago del Cile, oggi. Gloria è una signora cinquantottenne felicemente divorziata, con due figli grandi e indipendenti, Pedro e Ana, con i quali ha un ottimo rapporto. Ha un lavoro che la impegna, un appartamento sufficiente per lei in una zona tranquilla, guida l'auto, le piace la musica. La sera spesso esce, va in giro per locali che accolgono il suo target, e balla. Non soffre, almeno così pare, più di tanto la solitudine, e anzi, vive la sua vita con una certa leggerezza, e come ogni persona le capitano anche avventura di una sola sera. Poi, una di queste sere incontra Rodolfo, sessantacinquenne separato, almeno così sostiene lui, che appena la vede rimane folgorato. E' infatti più lui che, dopo una notte di sesso, continua a cercarla, le chiede più volte di uscire, mentre Gloria sembra non dare a questa storia troppo peso. Dopo qualche tempo, anche Gloria si convince, magari perché questa potrebbe essere l'ultima chance di una relazione stabile, e i due diventano una coppia fissa. Certo, Rodolfo non sembra essere così libero, e mediamente felice quanto Gloria: le chiamate delle figlie si susseguono, così come le sue repentine scomparse, le scuse sono sempre in qualche modo legate alla moglie o ex moglie, Gloria rimane diffidente ma la tentazione è forte e Rodolfo, quando è ben presente, la copre di attenzioni. Gloria, anzi, coraggiosamente ma pure con una certa logica, approfitta del compleanno di Pedro per presentare Rodolfo alla famiglia, la festicciola è la perfetta occasione per incontrare i figli e perfino l'ex marito Daniel e la seconda moglie di lui, Flavia. La festa sembra procedere bene, anche se Ana annuncia di essere incinta del fidanzato svedese e di essere in procinto di trasferirsi in Svezia, e Daniel ha bevuto troppo; il problema è che, ad un certo punto, Rodolfo scompare.

C'è lo zampino di Pablo Larraìn (produttore) nel quarto lungometraggio di Lelio, il primo che ha una certa risonanza anche nel vecchio continente (è stato a Berlino, dove la protagonista ha vinto l'Orso d'Argento). Lelio, cileno nato in Argentina, co-sceneggiatore insieme a Gonzalo Maza, regala una pellicola che fa attraversare allo spettatore una vasta gamma di emozioni. Non so quanto lo spettatore giovane possa riuscire ad entrare in empatia con Gloria, però vi posso dire che io non ho avuto nessun problema: in quanto single e ultraquarantenne, vi assicuro che Gloria è un film che sembra avere un basso profilo, ma vola alto, coinvolge, fa sorridere, commuove a tratti, fa arrabbiare, dà speranza. Gloria, dopo una vita che si suppone tutto sommato soddisfacente, ha divorziato ed ha imparato ad andare avanti da sola e a raggiungere un equilibrio. Naturale che l'opportunità di riprovare la vita di coppia la tenti: ma seppure a sessant'anni, non è mai troppo tardi per non lasciare andare la propria dignità.
Gloria (il film) dice tutto questo e forse anche qualcosa di più senza parlare troppo, senza troppi intrecci, mostrando uno spaccato della vita di una signora di una certa età in maniera fluida e "normale", con un gran sorriso metaforico sulle labbra e con una interpretazione particolarmente ispirata di Paulina Garcìa.
Fa sorridere che, se date un'occhiata alla pagina di Gloria su imdb.com, solitamente nello spazio "people who liked this also liked..." appaia la locandina di Amour: Gloria è proprio l'esatto contrario di quel film, pur molto bello. Ma è un film da vedere ugualmente.
Chiusura, naturalmente, sulle note del superclassico di Umberto Tozzi, versione in castigliano. Tra l'altro, una scena meravigliosa.

20140115

Biancaneve e i sette nani

Blancanieves - di Pablo Berger (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Siamo nella Spagna andalusa, tra il 1910 ed il 1920. Antonio Villalta è il torero più famoso di Spagna, sconfigge tori e fa innamorare le donne. Ma il suo cuore è saldamente "posseduto" dalla bella ballerina Carmen de Triana. Ed è proprio davanti agli occhi di Carmen che un brutto giorno, Antonio viene "incornato" da un toro enorme chiamato Lucifer, e si ritrova in fin di vita in ospedale; non è finita, Carmen, incinta quasi di nove mesi, entra in travaglio proprio subito dopo che Antonio viene incornato. Carmen muore dando alla luce Carmencita, mentre Encarna, l'infermiera scaltra che assiste Antonio, approfitta della prostrazione in cui cade il torero ormai infermo, per conquistarne il cuore ormai vuoto. Antonio sposa Encarna e mette da parte Carmencita, che cresce senza l'affetto del padre, relegato da Encarna in una villa isolata, coccolata però dalla nonna materna Dona Concha, che le riversa addosso l'amore che aveva per la figlia. Morta la nonna, Carmencita prova a riavvicinarsi al padre, ma la malvagia Encarna tenta in tutti i modi di impedirle ciò, fino a tentare di ucciderla. Carmencita, priva di ricordi dopo un incidente dovuto alla caccia datale dal killer mandato da Encarna, vaga persa per le campagne finché non si imbatte in un carrozzone che ricorda quelli dei circhi...

Deliziosa variazione sul tema della favola dei fratelli Grimm (c'è chi sostiene che sia addirittura più aderente rispetto alle versioni edulcorate arrivate fino a noi), Blancanieves dello spagnolo Berger che criticammo un po' per il suo debutto Torremolinos 73 arriva sugli schermi internazionali in clamoroso ritardo rispetto a The Artist, ma in realtà sarebbe stata un'idea più o meno contemporanea al film di Hazanavicius.
A mio giudizio, il film di Berger è molto bello da vedere (bianco e nero ottenuto girando a colori e poi desaturando) e soprattutto recitato divinamente (sembra un paradosso, ma è proprio così), ma, a voler fare i pignoli, non mantiene costante l'appeal in alcune parti che risultano un poco ridondanti. Si riscatta con alcune scene davvero spettacolari (in special modo quelle nella plaza de toros), con chiari riferimenti a maestri del cinema sparsi qua e là e con un'ironia diffusa nonostante la tendenza dark-noir dell'insieme. Ci scappa anche qualche lacrimuccia. Sempre brava Angela Molina (Dona Concha), ottimo Daniel Giménez Cacho (Antonio), visto in Nicotina, La mala educaciòn, La zona, così come Macarena Garcìa (Carmencita/Blancanieves), ma, sempre secondo me, straordinaria Maribel Verdù nei panni della perfida Encarna; non vi fidate, però, ho un debole per quel suo collo modiglianesco.

20140114

prima di mezzanotte

Before Midnight - di Richard Linklater (2013)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Sud Peloponneso, Grecia. Jesse è all'aeroporto di Kalamata, e sta salutando il figlio Hank, ormai quattordicenne. Poco a poco, scopriamo la nuova situazione di Jesse e Celine, che lo spettatore ha conosciuto nel 1995 con Prima dell'alba poco più che ventenni, su un treno per Vienna. Lasciatisi quell'alba, non si erano rivisti dopo 6 mesi come promessosi, ma dopo 9 anni, durante Prima del tramonto, si incontrano di nuovo, dopo che lui è diventato famoso grazie ad un libro che raccontava quella prima notte insieme, e lei, riconosciutasi nella protagonista del libro, si reca alla presentazione parigina. Nonostante entrambi abbiano vissuto altre storie, e abbiano relazioni in corso (Jesse addirittura con un figlio), il loro amore prende forma, e da quel nuovo incontro Jesse e Celine stanno insieme. Adesso hanno due gemelle, Ella e Nina, vivono in Francia, lui ha scritto un altro libro su di loro, lei sta per accettare un lavoro per il governo francese, e sono in vacanza tutti, Jesse, Celine, Hank, Ella e Nina, appunto in Grecia, ospiti di un amico scrittore inglese ed altri amici greci. Salutato Hank, Jesse esce dall'aeroporto e sale in auto dove Celine lo aspetta e le gemelle dormono sul sedile posteriore. La coppia è una coppia felice, formata da due persone intelligenti, colte, razionali, che si amano e si rispettano, circondata da persone simili a loro. Eppure, nel corso di quella giornata che Before Midnight ci racconta, ambientata 9 anni dopo il secondo incontro a Parigi, l'inquietudine di Jesse, che dopo aver salutato appunto Hank, si rende conto che sta perdendosi l'adolescenza del figlio, dopo essersi perso parte della sua infanzia, che ha lasciato passasse accanto ad una ex moglie rancorosa, quell'inquietudine porta Jesse e Celine sull'orlo della rottura. E' possibile?

Ecco, io non so voi, ma non vedo l'ora di essere nel 2022 per vedere Before Something ed abbracciare metaforicamente Jesse e Celine ultracinquantenni che si amano ancora e ancora e ancora; inoltre, se incontrassi Richard Linklater lo abbraccerei e lo ringrazierei per averci regalato questa (per adesso) trilogia fatta d'amore, di parole, di cultura del buon vivere, uno spaccato di vita nel quale chiunque si può almeno parzialmente riconoscere. Non mi spingo oltre raccontandovi quella mia giornata a Buenos Aires perché perderei di vista il punto, ma che vi devo dire di più?
Ambientato in una cornice splendida, e, tenetevi forte, dedicato ad Amy, la donna che ispirò Linklater quando scrisse e volle Before Sunrise (Prima dell'alba eh, chiaro?), una ragazza con la quale passò una notte in giro per Philadelphia ma con la quale perse ogni contatto, e a proposito della quale scoprì, dopo Before Sunset e prima di iniziare a girare questo Before Midnight, che era morta molti anni prima in un incidente d'auto, come sempre recitato superbamente da Ethan Hawke (Jesse) e Julie Delpy (Celine), coadiuvati da comprimari che appaiono brevemente ma rilasciano tutti ottime prove (sorprendente, ad esempio, quella di Seamus Davey-Fitzpatrick nei panni di Hank nella scena d'apertura), Before Midnight dimostra che quando c'è la tecnica ed il cuore si può fare cinema anche solo con la vita "normale", ed in più, ci dice che se solo lo volesse, Linklater potrebbe sostituire benissimo Woody Allen nei cuori dei malati di cinema "verboso" e che parla di sentimenti senza melassa.

20140113

Top 2013 - varie

Peggior film dell'anno
Comic Movie - di registi vari
Una vergogna.

Disco live dell'anno
Live from KCRW - Nick Cave and The Bad Seeds
Una delizia.

E ora, la televisione.

La serie da non perdere:
Treme (da poco terminata la stagione 4, l'ultima)

La novità:
Vikings (ma anche Rectify)

L'outsider:
Scandal (la stagione 3 è in pausa mid-season)

La canzone dell'anno
Lola Montez - Volbeat

20140112

indovina chi #5

ecco la nuova copertina/retrocopertina/dentrocopertina.
indovinare:
-l'artista
-il disco
e dare un voto da 1 a 10, non è necessario una spiegazione del voto...ma potrebbe essere interessante...
non si vince nulla, è solo un gioco.

cassettina 10 - Sometimes I Wish I Had a Hammer

Volbeat Thanks
Scott Matthew I Wanna Dance With Somebody (Whitney Houston cover)
The Dillinger Escape Plan One of Us Is the Killer
Pantera I'm Broken
Oasis Wonderwall
Kanye West feat. Chief Keef and Justin Vernon Hold My Liquor
Megadeth Tornado of Souls
Papa Roach Scars
Puddle of Mudd We Don't Have To Look Back Now
Green Day Nice Guys Finish Last
John Grant GMF
Kvelertak Bruane Brenn
Paramore Ain't It Fun
Moltheni Vita rubina
Led Zeppelin In the Evening
Audioslave Like a Stone

20140111

l'ultima volta

Che abbia un sacco di punti deboli, ormai lo sapete. E quindi, anche se non ve ne ho parlato con una recensione, ho ascoltato, a suo tempo, anche Red, al momento l'ultimo disco di Taylor Swift. L'ho trovato più debole del precedente, ma questo pezzo, in duetto con Gary Lightbody degli Snow Patrol, che (il pezzo) è molto Snow Patrol, è quello che mi è piaciuto di più. E, naturalmente, il testo, prevedibile e scontato, mi ha distrutto. Il video è trascurabile, se si escludono gli shorts di Taylor.