No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20100531

tax tua vita mea

Riferendosi ai guasti dell'evasione fiscale, il governatore della Banca d'Italia, con una soprendente aggiunta 'a braccio' al testo scritto, parla di "macelleria sociale", espressione cara agli esponenti dell'estrema sinistra, che Draghi definisce "rozza ma efficace". "Se l'Iva fosse stata pagata il nostro rapporto tra il debito e il Pil sarebbe tra i più bassi dell'Unione Europea", spiega.

Berlusconi: "Draghi riconosce il nostro impegno"

Invece il premier, specifica addirittura che le tasse sono giuste se al «33%, se vanno oltre il 50% allora è morale evaderle».

Della serie: come si cambia.

Dziękuję bardzo - Polonia maggio 2010


Avere amici ovunque è bello. Anche se poi, alla fine, uno come me, che pensa troppo, ha sempre paura di approfittarsene.


Martedì 11 maggio prendo il treno per Roma prestissimo, svegliandomi in ritardo (mio padre fa da taxi per la stazione del paesello), e quindi battendo ogni record di preparazione: in 15 minuti riesco ad andare in bagno, barba (testa compresa) e varie, e a vestirmi. Fortunatamente, per una volta, avevo fatto lo zaino la sera precedente. Cambio a Trastevere, arrivo a Fiumicino con un anticipo da far impallidire il più paranoico degli ansiosi. All'aeroporto, postumi della nube vulcanica, ragazzi pronti per la gita scolastica in Spagna che attendono l'apertura degli aeroporti spagnoli.

Ho già volato con WizzAir, compagnia low cost ungherese in grande spolvero, tutto regolare e si arriva a Varsavia, per la terza volta in 4 anni, Massi e Sylwia hanno appena accompagnato la mamma di Massi proprio al Fryderyk Chopin (come lo scrivono loro), probabilmente ripartirà proprio con l'aereo col quale sono arrivato io. Ci immettiamo nel traffico abbastanza sostenuto di Varsavia, con la loro nuova (usata) Peugeot 305, ed in circa 40 minuti arriviamo a casa, dall'altra parte della città. Comincio subito a rompere i coglioni, perchè non voglio dormire in terra e come anticipato, voglio andare a comprare un materassino. Massi mi porta ad un negozio appositamente, ma dopo pochi metri ci ferma la polizia. Due ragazzi giovani, un uomo e una donna. Massi zoppica ancora in polacco, io assisto e ascolto senza capire quasi niente. Manca un documento. Chiamiamo Sylwia che è rimasta a casa. Arriva a piedi con i documenti, ma da quel che evinco manca ancora qualcosa. Syl fa un po' di sceneggiata per intenerire la poliziotta, poi ad un certo punto colpo di scena, si tocca la pancia e gli fanno vedere qualcosa sul telefonino. Ci mandano via. Andiamo a comprare il materassino (a proposito, il cambio, nonostante la crisi dell'euro, è stra-favorevole) e mi domandano che cosa ho capito.

Alla fine, Sylwia è incinta. Notizione. E io ho un comodo materassino per dormire, che in Italia sarebbe costato almeno almeno 20 euro, e qui non arriva a 10.

Un po' di spesa, si chiacchiera, si cena in casa e si guarda un film. Il tempo è buono, la temperatura gradevole.


Mercoledì 12 maggio ci si alza tranquilli e con Massi si esce a fare un giro a piedi, dopo colazione. Fa caldo, attraversiamo uno dei ponti sulla Vistola, ma non arriviamo in centro, e verso mezzogiorno ci viene addirittura voglia di una birra. Ce la beviamo proprio sulle rive del fiume, mentre alcuni conoscenti di Massi, che sono lì affaccendati sulla barka dove l'anno precedente si è svolto una sorta di festival al quale i miei amici hanno partecipato attivamente, lo salutano (compreso il cognato), mentre io guardo il mio ponte preferito, quello dove passano i trenini tutti colorati che mi riportano all'infanzia e al plastico con, appunto, trenini e gallerie in scala. Torniamo verso casa, per pranzare un po' alla latina, nel senso dell'orario, dopo di che facciamo un po' di melina fino all'ora di uscire per il primo concerto per il quale sono qui.

Andiamo in centro con i mezzi, mentre fa buio. Arriviamo al Pałac Kultury i Nauki, il Palazzo della Cultura e della Scienza, un punto di riferimento della città, e ci mangiamo uno Zapiekanki prima di entrare al Café Kulturalna, proprio al piano terra del Palazzo.

Dopo il concerto, contenti e ridanciani, prendiamo un taxi per tornare a casa. Mentre eravamo dentro ha piovuto, me n'ero accorto guardando fuori da una delle finestre del Kulturalna, cercando di togliere per un attimo gli occhi di dosso da Basia, ma non ci credevo; invece è proprio così. Abbiamo fatto due chiacchiere sia con Basia, sia con la sua musicista/corista Holly. Domani si va a Cracovia.


Giovedi 13 tra una cosa e un'altra partiamo verso le 11 abbondanti. La novità è che, in conseguenza della mancata multa del primo giorno, devo guidare io, per sicurezza, visto che Massi ha smarrito la patente durante il loro viaggio in Thailandia e Myanmar. Solo per uscire dalla città, in direzione Cracovia, ci vuole un'ora piena. Fortunatamente non abbiamo fretta, e l'atmosfera in auto è allegra. Lingua ufficiale inglese, anche se a volte io e Massi ci facciamo prendere la mano dall'italiano, e naturalmente Massi e Sylwia ogni tanto dialogano in polacco. Giornata bella e calda, pure troppo. Dopo un tratto autostradale, la cosa si fa un po' più complessa. La battuta che mi viene da fare è "strade sudamericane con traffico europeo". All'altezza di Radom, un'altra ora per bypassare la città, e senza entrare in centro, ovviamente. Dopo un po', cerchiamo un posto a lato della strada, ma abbastanza verde per un pic-nic. In Polonia non è un problema, e così mangiamo. La strada è ancora lunga. Durante il viaggio, Sylwia risolve il problema del pernottamento, e sceglie un appartamento in un palazzo praticamente nel centro di Cracovia, in via di ristrutturazione a scopi turistici. Entriamo in città tramite una strettoia piena di lavori, ci immettiamo su quella che presumo essere la porta d'ingresso principale, e il traffico si fa prepotente. Per passare un ponte che scopriremo essere proprio uno degli accessi principali, ci vuole una mezz'ora buona. Ci dirigiamo verso il centro alla ricerca di un parcheggio vicino al "nostro" appartamento, sono le 17 abbondanti. Decidiamo di parcheggiare non vicinissimo, anche perchè ci è impossibile entrare nella zona, ed andare a piedi. Troviamo l'indirizzo ed aspettiamo il tipo che ci darà le chiavi. L'appartamento è molto carino e ben rifinito, c'è un angolo cucina, una camera, un letto nel soggiorno/cucina e, sempre in questa stanza, il bagno, un bagno di alto livello. Ne approfitto subito per farmi una doccia, poi usciamo per un giro. Cerchiamo i biglietti ma non li troviamo. Ad ogni modo, non sarà di certo un problema: anche ieri sera il locale era abbastanza pieno, ma soprattutto perchè piccolo. Arriviamo in una piazza dove ci sono tutta una serie di banchetti fissi e mobili, e ci mangiamo qualcosa. Sono quasi le 20, e qui i concerti cominciano presto. Subito dopo ci dividiamo, io e Massi prendiamo un taxi per il luogo del concerto, Sylwia si incontrerà con degli amici, ci ritroviamo più tardi.

Dopo il concerto, è quasi mezzanotte, torniamo verso l'appartamento ancora in taxi. Abbiamo salutato tutti, Basia sembrava colpita dalla nostra cortesia e dal nostro interessamento. Io non sono mai stato così interessato a conoscere i musicisti che mi piacciono, forse perchè sempre impaurito da una delusione, ma questa volta devo dire che l'amore per la sua musica ha acquisito una dimensione superiore, dopo due brevi chiacchierate in queste due serate polacche. Mi ha decisamente stregato come persona, semplice, pragmatica, alla mano, per niente piena di sé, sorridente e neppure così timida come mi sarei atteso. Cose che ad uno come me, esteta a discorsi, fanno dimenticare l'aspetto fisico non da pin-up.

Il taxi ci lascia non esattamente vicini. Ci avviamo verso l'appartamento in mezzo ad un sacco di giovani che sfruttano il venerdì sera. Cracovia ci appare come una cittadina viva e pulsante. Siamo ancora più euforici della sera prima, e Massi, come gli compete, scherza sul mio tentativo delicato ma diretto di intrecciare una conoscenza approfondita con Basia.

Alla fine però siamo stanchi, aspettiamo Sylwia sul portone del palazzo, salutiamo l'amico col quale ha passato la serata, e ce ne andiamo a dormire.


Venerdì 14 io mi sveglio presto, mi faccio la terza doccia dell'appartamento, e mi metto a guardare i canali polacchi alla tv, la coppia si sveglia pigramente. Siamo già passibili di multa, rispetto al pagamento di parcheggio che abbiamo fatto per l'auto. Decidiamo di andare a controllare, e abbiamo preso effettivamente una multa. Ma, e questo è uno dei leitmotiv delle nostre chiacchiere, che la vita qui costi meno si vede anche dall'importo delle multe. Decidiamo che è presto, togliamo la multa, che sarà pagata poi, rinnoviamo il tagliando a pagamento per il parcheggio, e ce ne andiamo in giro, nonostante ormai da un po', una pioggerellina che definirei inglese, stia cadendo giù. Prima torniamo nella piazza chiamiamola del mercato, dove abbiamo cenato la sera precedente, e prendiamo qualcosa in un caffè. Mentre sorseggio un buon cappuccino, stacco un poster delle due date polacche di Basia da una porta del locale. Sfogliamo delle riviste. Andiamo a vedere il famoso castello, poi ci fermiamo a prendere un ulteriore cappuccino (un primo lo avevamo già gustato prima) in un caffé caratteristico. Mentre stiamo parlando, vedo entrare Paula, di Paula i Karol, i supporter di Basia. La salutiamo, anche se lei non capisce immediatamente, ma dopo che le spieghiamo che l'abbiamo vista due volte in due giorni (Massi 3, visto che insieme a Sylwia e a Gosia, la sua insegnante di polacco, ha visto Basia al Kulturalna nel dicembre 2009, e anche in quella occasione, Paula i Karol erano di supporto) si mostra felice e si ferma per qualche minuto a scambiare due parole. Scopriamo che, come avevamo già intuito grazie al polacco di Massi, Paula è nata in Canada, da famiglia originaria polacca, poi è venuta in Polonia, ma non conosceva Basia Bulat: l'ha conosciuta al momento del tour dell'inverno 2009, quando ha annunciato le due date polacche, e loro si sono proposti come supporter band, vista la vicinanza di generi. Igor, che scopriamo essere qualcosa tipo direttore artistico del Kulturalna, ovviamente ha influito sulla scelta. La salutiamo quando l'amica che l'aspetta nello stesso caffè la chiama al telefono, evidentemente è in un'altra sala. Il cappuccino qua è migliore del precedente, sottolineo. Ci avviamo verso l'auto, cercando di evitare un'altra multa, e ci mettiamo in viaggio che sono quasi le 14. Non abbiamo fretta, ed essendo venerdi in teoria dovremmo andare in direzione opposta ai grandi flussi di traffico. Cerco di mantenere una velocità rispettosa dei limiti, e di risparmiare pure carburante, di goderci il viaggio senza fretta. La pioggia ci raggiunge, e ci sono momenti di acquazzone. Ci fermiamo a Chęciny, una cittadina piuttosto piccola dove c'è però un interessante castello risalente al medio evo. Non c'è nessuno, a parte il posteggiatore e il guardiano, che ci apre il castello. La pioggia si è interrotta, ma per salire al castello c'è del fango (e un po' di strada da fare a piedi), ma c'è un vento gelido, che si fa sentire soprattutto in cima alla torre più alta. In basso la chiesa della cittadina, nel bel mezzo della funzione domenicale, si sentono i cori. Visita comunque interessante. Ripartiamo a velocità di crociera, e dopo un altro po' di strada ci fermiamo a mangiare lungo la strada. Quando Sylwia dormicchia, naturalmente io e Massi spariamo cazzate. Quando è sveglia si parla un po' di tutto: mi ricordo una domanda precisa su tutti i tipi di tasse che paghiamo in Italia. Verso le 20 siamo ad un centinaio di chilometri da casa. La pioggia si rifà sentire in maniera importante, e quando cala la luce del sole noto che, forse per colpa mia, forse per colpa dei fari, l'illuminazione non è perfetta. In effetti il traffico in entrata per Varsavia non è sostenuto, ma qualcosa c'è. Alla fine, siamo a casa che sono quasi le 22. Il tempo di mangiare qualcosa, e poi crolliamo a dormire. C'è però una sorpresa: in nostra assenza, il gatto Bruce ha probabilmente forato il materassino dove dormo. Bastardo. Proviamo una riparazione di fortuna, rigonfiamo il materassino, domattina se sono in terra ne compro un altro.


Sabato 15 mi sveglio praticamente in terra. Io e Massi usciamo per qualche commissione, io faccio da autista, e mi tocca confrontarmi con la guida davvero aggressiva dei polacchi. Massi deve andare al Mac-store, non ci sono mai entrato, ed è proprio un altro mondo. Compriamo un altro materassino per me, passiamo da un amico per un carica-batteria da pc. Rientriamo in casa dopo un po' di spesa, il cielo è quasi color piombo, lo guardo dal terrazzino al primo piano, dietro le inferriate, e mi scopro triste. Non riesco ad ascoltare i pezzi di Basia, non riesco ad ascoltare canzoni che parlano di storie d'amore. Mi sembra di essere un adolescente. I due amici se ne accorgono, e dopo pranzo esce un'idea per fare qualcosa di diverso, per pensare ad altro: un giro verso il lago Zegrzynski (in italiano Zegrze), che poi è un'ansa del fiume Narew (ingrandita da una diga costruita nel 1963). Un bel posto, e la giornata, non più piovosa, aiuta. Dopo un primo stop dal lato che guarda Varsavia, facciamo un'altra fermata a Serock, un paesone dall'altro lato. Un luogo carino, tranquillo, dove capisco che la coppia ha intenzione di trovare casa, lontani dal caos della capitale. Sono felice di prendere parte in qualche modo a questa loro voglia di cambiamento. Facciamo un bel giro passeggiando per una delle strade più interessanti, dando un'occhiata alle proprietà in vendita, ai terreni, appuntando numeri di telefono, progettando cose e sparando naturalmente cazzate. Per tornare indietro facciamo un'altra strada, un rettilineo incredibile per arrivare a Wyszków, per poi tornare indietro con un tratto agile di autostrada. Ascoltiamo Eska Rock, una radio che è una sorta di Rock FM polacca, e alla fine il morale mio va un po' meglio. Ceniamo, e Sylwia è stanca, dice a noi di uscire, che lei rimarrà in casa. C'è una sorta di notte bianca a Varsavia, quindi andiamo in giro a vedere che cosa offre.

A dire il vero, non è che siamo convinti di qualcosa in particolare. Abbiamo voglia di girare a vuoto. Entriamo in un paio di locali, e ci basta vedere gente. Saliamo su un autobus gratis, scendiamo poco dopo senza neppure passare il ponte sulla Vistola (Wisla in polacco), e torniamo indietro alla ricerca di non so cosa. Mentre camminiamo sul marciapiede, sento qualcuno che chiama Massi. E' Gosia, l'insegnante di polacco (che io non conosco ancora) con un'amica. Anche loro in giro, insieme ad altre due amiche e due amici. Ci uniamo a loro, girando un po' a vuoto, poi infilandoci in un locale carino dove ci mettiamo a sedere e dove le ragazze mi convincono a provare una birra al miele. Cominciamo a parlare, ed io faccio una partenza rischiosissima dicendo che hanno avuto fortuna a veder morire la loro classe dirigente (il disastro aereo di Smolensk dell'aprile scorso), e qui una delle amiche di Gosia si infervora. Rincaro la dose, intuendo essere lei un'elettrice del fratello del defunto presidente (tenete conto che alle prossime elezioni, i polacchi dovranno scegliere tra il gemello rimasto vivo dei Kaczynski, che potremmo descrivere come un mix tra Bossi e un post-fascista, e l'attuale Presidente Komorowski, una sorta di Casini polacco), dichiarando di essere comunista. La discussione si anima, e per qualche istante interviene pure uno dei ragazzi. Alla fine, sfoderando tutta la democristianità italiana, che è dentro ognuno di noi, Massi mi rivela (dopo) che quando vado al bagno la ragazza che si era più di tutti infervorata gli dice "ma non è mica comunista!". Ad ogni modo, la discussione è interessante. Si capisce che il punto di vista con cui si guarda il mondo da qui, è molto diverso. Ed è pure normale, penso io. L'importante è ascoltare, anche se dopo aver sparato alto all'inizio. Dopo un po' la compagnia si scioglie, e rimaniamo io e Massi. Iniziamo a fare la spola tra un negozio che vende birra e alcolici aperto 24 ore, dove lavorano due ragazze carine, e un kebabbaro, dove ovviamente col nostro fare demenziale riusciamo a far sorridere qualche persona in coda. A quest'ora della notte si fanno comunque sempre incontri particolari. Come quando un tipo ci invita a spostarci di qualche metro mentre stiamo bevendo fuori dal negozio di bevande, ma con una gentilezza estrema: in effetti, in Polonia non sarebbe permesso bere alcolici all'aperto. Almeno, così ho capito.

Alla fine siamo stremati, e il kebabbaro ha chiuso, e si sa, quando chiude anche il kebabbaro, è l'ora di andare a dormire ovunque. Prendiamo un taxi anche se siamo vicini, e svengo sul nuovo materassino, tanto che la mattina dopo non riuscirò a ricordare come ho fatto a spogliarmi.


Domenica 16 è sempre una giornata uggiosa, ma la sensazione preponderante è quella di un dopo sbornia colossale. Rimango per alcune ore con la voglia di vomitare da un momento all'altro, e una passeggiata per il quartiere di Praga è un toccasana fantastico. Il quartiere ha il suo fascino decadente, e questo lo so già dall'agosto scorso quando venni qua per la seconda volta, e i palazzi che cadono a pezzi, con i panni stesi fuori e gli intonaci inesistenti hanno il suo perchè, nonostante il cielo grigio. Ci divertiamo ad immaginare quanto costerà un loft qua tra qualche anno, quando diventerà un quartiere trendy-radical-chic. Ovviamente, quando ci avviciniamo alla chiesa tutto cambia improvvisamente e come per magia. Giardini curati, case nuove. Incredibile. Alla fine, mi sento meglio, e mi viene fame. Rientriamo, non prima di aver fatto la spesa al minimarket vicino casa, dove ormai abbiamo una certa dimestichezza (Massi sicuramente, io di certo no, ma mi piace crederci), mangiamo, dopo di che ci lanciamo in una delle nostre classiche maratone cinematografiche, fino all'ora di dormire, ora nella quale ci spariamo un film polacco d'epoca, che riusciamo a terminare con un occhio chiuso e uno aperto.


Lunedì 17 ci si alza di buon'ora, io, che sono notoriamente ansiogeno-paranoico quando ho una partenza, ci prepariamo ed andiamo all'aeroporto. Facciamo colazione, saluto Sylwia, Massi mi accompagna fino ai controlli, e concludiamo tutto con una risata. Ci vedremo presto, sicuramente.


Nella foto di Massi: io e Sylwia al castello di Chęciny

Seguirà recensione dei due concerti di Basia Bulat

Land Of Plenty


La terra dell'abbondanza - di Wim Wenders 2004


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: pallosetto


Un reduce del Vietnam, ne porta ancora "tracce" addosso, grazie all'agente "Orange", dopo l'11 settembre si autorecluta per sorvegliare la sua città, Los Angeles, e proteggerla dal pericolo arabo; sua nipote, cresciuta in Africa dai genitori, missionaria (come i genitori), torna a L.A. anche per incontrare lo zio e recapitargli una lettera da parte della madre defunta, la sorella di lui.


Wenders si interroga sul dopo 11 settembre 2001, ma nonostante la maestria del regista, il film risulta noioso, per niente un capolavoro. La figura del reduce è grottesca, e anche se ammettiamo che gente del genere esiste, non pare l'esempio migliore da contrapporre ad una missionaria che cerca il perchè dell'odio, e tende ad amare tutto il prossimo. Non per niente, il punto più alto del film è il finale, poetico e riflessivo, dove il reduce abbandona le sue paranoie e si lascia guidare dal cuore della ragazza in un percorso doloroso ma profondo (anche se, confrontato al resto del film, dura pochissimo).

Bella la colonna sonora, un po' rufiana, e le riprese "desertiche" che ci riportano alla mente "Paris, Texas".

Insistita l'autocitazione di "Million Dollar Hotel".

Bisogna ammettere però, che Wenders ha il pregio di illustrarci Los Angeles "dal basso", come forse ancora nessuno ce l'aveva mostrata, e senza spettacolarizzarla.

Michelle Williams è deliziosa, ci ricorda un po' Scarlett Johansson.

20100530

scambisti


Questa me l'ero persa (novembre 2009), e chiedo scusa:

"Io e Tremonti volevamo suggerire di firmare subito un altro accordo: noi vi diamo il nostro ministro dei beni culturali, Sandro Bondi, e voi ci date la vostra ministra".





A parte i giudizi estetici, ma chi è che trova quest'uomo divertente?


PS non dimentichiamolo: quest'uomo è Primo Ministro della Repubblica Italiana. Ci rappresenta nel mondo.

suissa

e finalmente dopo 5 mesi di lavoro ininterrotto me ne vado qualche giorno in vacanza,
in svizzera. dai parenti che vogliono vedere il pupo.
non mi sembra vero.
olè!

insieme


Together - The New Pornographers (2010)


Sarà il momento, la vecchiaia, o magari solo il sole, o l'attenzione maggiore, fatto sta che questo nuovo disco dei canadesi non mi dispiace affatto, mentre fino ad oggi li avevo snobbati, come affermato già in occasione della recensione dell'ultimo disco solista di Neko Case. Neko Case (fate caso alla copertina, e confrontatela con quella, appunto, del disco di Neko) che, insieme a Dan Bejar e Carl Newman, si dividono le parti vocali, e devo dire che sempre a proposito della rossa della Virginia, qua impreziosiscono non di poco il tutto.

Solare, quasi sinfonico, quello che viene definito power pop e che somiglia moltissimo al genere dei Broken Social Scene, con i quali condividono un po' il concetto di collettivo, attinge a piene mani dal folk meno intimista e lo innesta su un tappeto rock.

Molte belle canzoni, pieno di allegria. Chiassoso e festante.

nati due volte


Le chiavi di casa - di Gianni Amelio 2004


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: boia, di morto bello


Gianni è un giovane padre di famiglia, con una moglie e un figlio di 8 mesi (che non si vedono mai), vive e lavora vicino a Milano; ma nel suo passato c'è un figlio disabile, avuto 15 anni prima da una ragazza che è morta partorendolo. Gianni non lo ha mai voluto vedere, ma adesso, un po' perché ce n'è bisogno, un po' perché i sensi di colpa si fanno insopprimibili, ha l'occasione di stare con lui ed accompagnarlo a Berlino in una clinica specializzata. In questi giorni con Paolo deciderà di prenderlo con se, ma si accorgerà che non è facile, soprattutto perché i sensi di colpa spesso, ti affogano.

Messe da parte le provincialissime polemiche che hanno accompagnato la mancata premiazione a Venezia, c'è da dire innanzitutto che questo film è complementare a "Mare dentro", che invece è stato premiato, anche se solo per merito di Bardem; lo capiamo quando Nicole, la mamma di un'altra disabile che Gianni conosce a Berlino, una Charlotte Rampling algida e spietata che ci fa ben capire quale sia il calvario di un genitore di un disabile, racconta di quante volte si augura la morte della figlia.
Molto liberamente ispirato a Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, il film è commovente dall'inizio alla fine, grazie soprattutto al tocco delicato di Kim Rossi Stuart, credibile nella sua goffaggine davanti alle problematiche dei disabili, ma anche alla sua spontaneità da "novellino" di certe cose, e alla mano del regista che insiste su una fotografia opaca e, soprattutto, su lunghe scene senza colonna sonora, che rendono interminabili le sofferenze.
Andrea Rossi, che recita (ma fino a un certo punto) il disabile Paolo è anche molto divertente con le sue ripetizioni e il suo romanesco che ricorda addirittura l'indimenticato Lorenzo di Guzzanti (con la sostanziale differenza che Paolo è laziale), ma indiscutibilmente e prevedibilmente toccante.
Acuta la scelta dell'ambientazione tutta tedesca, con Gianni e Paolo che non sanno una parola di tedesco, quasi a mettere sullo stesso piano "normali" con disabili a causa dell'incomunicabilità.
In definitiva un film che serve, per non dimenticare mai che ci sono anche "loro", per farci riflettere sulla nostra posizione privilegiata ma pure sulle profonde problematiche che la coesistenza comporta.
Finale asciutto (non dalle lacrime), col genitore che piange (in bilico tra passato e futuro), consolato (quasi rimproverato) dal figlio disabile.
Educativo.

20100529

rip


Ciao Dennis. Ci hai dato tanto. Non ti dimenticheremo.

l'amore e il suo contrario


Love And Its Opposite -Tracey Thorn (2010)


E' sempre stata bruttina, almeno quanto è bella la sua voce. Qualcuno se la ricorderà come la metà del duo Everything But The Girl, raffinatissima band pop britannica formata, appunto, da Tracey e dal suo compagno Ben Watt.

Love And Its Opposite è il terzo disco solista della Thorn, ed è un vero gioiellino fatto di ballate languide e calde, seppur rarefatte e vagamente elettroniche, con qualche rara eccezione.

Collaborano Al Doyle degli Hot Chip e degli LCD Soundsystem, Jono dei Los Valentinos, Leo Taylor dei The Invisible, lo svedese Jens Lekman e lo statunitense Cortney Tidwell.

Il risultato è straordinariamente delizioso.

Xiao cai feng


Balzac e la piccola sarta cinese - di Dai Sijie 2002


Giudizio sintetico: da vedere (4/5)

Giudizio vernacolare: bello dé!



Cina, 1971, piena rivoluzione culturale; due giovanissimi amici, figli di intellettuali borghesi reazionari, vengono inviati in un campo di rieducazione sulle montagne, dove lavoreranno in miniera e trasporteranno concime per sentieri impervi; l'amore per la letteratura e per la musica li renderà però, perno di un ambiente ristretto e grezzo, ma voglioso di cultura, e li porterà a conoscere la piccola sarta, della quale si innamoreranno entrambi, facendola crescere culturalmente. La presa di coscienza la porterà ad allontanarsi, e, finito il regime maoista, i due amici si ritroveranno anni dopo, per una riflessione dolce-amara in occasione dell'allagamento della regione dove furono "rieducati", a causa della messa in opera di una nuova enorme diga.

Il regista mette sullo schermo il suo stesso romanzo, e lo fa con grazia orientale; i protagonisti sono tutti "in ruolo" e, immersi e sovrastati da una natura che la fa da assoluta padrona (al contrario di quando si stava peggio il film si conclude con la "vittoria" dell'uomo sulla natura), recitano i loro ruoli con leggiadria. Come sempre, semplici ma vitali gli insegnamenti che si possono trarre da questa storia, senza addentrarci troppo nella problematica politica, anche se la storia scaturisce da un regime che ha avuto i suoi lati assurdi e spietati. Quello che salta agli occhi ovviamente, è che la cultura fa crescere, ma a volte può anche far male al cuore.

Gioiellino.

20100528

I don't like mondays


Il primo lunedì del mondo - Virginiana Miller (2010)


La domanda da porsi è questa: perchè i Baustelle e non i livornesi Virginiana Miller? La risposta, come diceva Quelo, "è dentro di te epperò è sbajata". Non voglio approfondire o andare oltre. Conosco i VM da prima ancora che incidessero dischi, e non sono mai stati "la mia tazza di té" (o "la mia tazza di teologia", come dicono in un testo di questo ultimo disco), ma hanno sempre fatto musica onesta e piacevole, stanno dalle parti di Benvegnù e di Giorgio Canali, con forti influenze post-dark britanniche, ed in questo nuovo disco propongono una manciata di belle canzoni, Il Presidente, Lunedì, L'angelo necessario, Oggetto piccolo (a), per citare quelle che mi hanno colpito di più, giocando con l'italiano (ma il pezzo d'apertura, Frequent Flyer, è in inglese ma non solo) nei testi, e convincendo musicalmente. Largo uso dei fiati negli arrangiamenti, ma le chitarre sono rock e pure un po' shoegaze.

Per la cronaca, questo è il loro quinto disco.

uomo ragno


Spiderman 2 - di Sam Raimi 2004


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: agguantala vella metropolitanaaaaaaa



Torna Peter Parker, alle prese con il suo dilemma (dichiararsi o no all'amata Mary Jane Watson), i sensi di colpa sulla morte dello zio Ben, le ristrettezze economiche sue e di zia May, i voti universitari che si abbassano, i lavoretti che gli sfuggono di mano causa la sua inaffidabilità, l'amico Harry che odia il suo alter-ego, il padrone di casa che lo insegue per l'affitto, la figlia che è innamorata di lui, il direttore del Bugle che lo schiavizza. Ciliegine sulla torta, MJ decide di sposarsi col figlio del direttore del Bugle e l'ammirato dottor Octavius si trasforma in un antagonista spietato.

Tutto questo giova al risultato, oserei dire finalmente. Anche se non siamo ai livelli del Batman di Burton, finalmente una storia, delle problematiche plausibili (sempre che si possa parlare di plausibilità con dei supereroi) e non solo un film d'azione.
Anche se bisogna dire che l'azione c'è, e a parte i fotogrammi un po' "goffi" e troppo computerizzati nei movimenti dell'uomo ragno (ma fanno di tutto per rispettare l'effetto che fa sul fumetto), gli effetti speciali e Raimi creano delle scene al limite del capolavoro (d'azione, appunto; la scena della metropolitana su tutte).
Alcuni particolari distribuiti lungo il film (la commedia, gli specchi) gli danno un po' di spessore superiore alla media.
Leggero ma tutto sommato positivo.

20100527

sur

Comprata in questa occasione.

canali


Questa è una mia intervista a Giorgio Canali risalente al 2004; era per l'occasione dell'uscita del disco la cui recensione ho pubblicato ieri.
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Giorgio Canali è il chitarrista dei PGR,è stato il chitarrista dei CSI; una figura storica del rock italiano.

Ex tecnico del suono, attualmente anche produttore richiesto, vanta una serie sterminata di collaborazioni anche all’estero e due album da solista, ma sempre con la sua band rossofuoco. É uscito da poco il suo terzo cd “giorgiocanali&rossofuoco”; lo abbiamo sentito e ne è uscita una interessante chiacchierata.

-Produttore, tecnico del suono, chitarrista/cantante: come nasci?

-Sono fondamentalmente un musicista,verso i 24/25 anni ho capito che era molto più facile farmi pagare dalla gente per ascoltare la loro musica piuttosto che farmi pagare dalla gente per fargli ascoltare la mia musica; scherzi a parte, ho imparato i rudimenti del mestiere facendo la mia musica.

-A proposito di tutte le tue collaborazioni,cosa hai “preso” e cosa pensi di aver dato?

-Si imparano un sacco di cose dagli altri, anche dai più giovani. Su quello che do, forse sono bravo in cose troppo tecniche, ma ho un sacco di difetti, probabilmente quando qualcuno prende da me si prende anche i miei difetti, quindi peggio per lui!

-Spiazzami dicendomi un cd o una band che ti piace di un genere lontano dal tuo.

-Faccio fatica, le cose che mi piace ascoltare sono molto simili alle cose che faccio. Adoro Mark Lanegan. Il jazz per esempio non mi piace per niente. Una cosa che mi ha dato un piacere infinito ascoltandola, sono i “deliri”di Ferretti da solo; il suo spettacolo teatrale è fantastico. Non so quanto sia lontana dal mio mondo questa cosa però; in effetti Giovanni, così come Gianni Maroccolo, ne fanno parte. Cambiando discorso, come PGR siamo veramente felici di come ci sta andando, e credo di poter parlare anche a nome degli altri due.

-Nei tuoi testi giochi con le parole e con le frasi fatte;è sbagliato pensare che hai un senso dell’umorismo complicato?

-Mi sono lasciato andare stavolta, prima avevo un po’di vergogna a giocare con l’italiano (e lo facevo invece col francese, nel periodo in cui vivevo praticamente a metà fra la Francia e l’Italia; stavolta sono riuscito a farlo senza paura. In effetti,ci sono poche persone che ridono subito alle mie battute. Del resto,sono cresciuto con i Monthy Phyton.

-“Mostri sotto il letto”: mi vuoi parlare di come è nato il testo?

-E’ una canzone sul pessimismo, mi sembrava interessante trovare un pretesto a questo pessimismo: dare la colpa agli altri. Del resto siamo in un paese dove per qualsiasi cosa si dà sempre la colpa agli altri. Comunque c’è anche un po’ di verità dentro.

-“Guantanamo”, altri riferimenti in “fuoco amico”: che mi dici sulla guerra?

-In questo mondo comanda il soldo, purtroppo. Quello che è successo dalla seconda guerra mondiale ad oggi è tutto una questione economica. In Guantanamo c’è quel sogno vissuto fin da piccolo, il boom economico, tutti ricchi e tutti in pace, e poi è arrivata la guerra in Jugoslavia.

Penso di essere pacifista, penso. Però,come dice Ferretti, se mi arrivassero in casa i carri armati tedeschi, probabilmente sarei tutto fuorché pacifista.

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Foto da http://www.ondacalabra.it/pages/musica/scheda.asp?id=454

la guardia del corpo


Man On Fire - Il fuoco della vendetta - di Tony Scott 2004


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: è mellio la versione der nido der cuculo


Creasy, un ex esperto di guerriglia, attualmente alcolizzato e con una vita alla deriva, accetta un lavoro da guardia del corpo a Città del Messico; dapprima freddo, poi si lascia coinvolgere soprattutto dall'affetto della piccola figlia del suo datore di lavoro. La piccola viene rapita e uccisa; lui, nel tentativo di difenderla, uccide quattro uomini; due sono poliziotti.

La cosa si complica, ed entrano in gioco, oltre ad una organizzazione che coinvolge le alte sfere della polizia, Interpol e giornali.


Cast di alto livello (Denzel Washington, Christopher Walken, Giancarlo Giannini, Marc Anthony, Mickey Rourke, Dakota Fanning), confezione stilosa, patinata, qualche tentativo apprezzabile di innovazione, la trama convince poco (molto filo-Bush, inoltre ricorda lo schema de "Il Punitore"); ovviamente buona la recitazione generale, ridicole sia la "conversione" del protagonista all'affetto della bambina (e, a cascata, tutte le conseguenze tipo Bibbia e fine dell'alcolismo), il suo "rilascio" dall'ospedale, il riapparire "telefonato"della bambina che si credeva morta.

20100526

possibilità

Berlusconi: La UE ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità.
Attendo con ansia qualche leader europeo che gli dica semplicemente: "te pensa ai cazzi tua!".

tmot



Una delle mie maglie preferite. Comprata in questa occasione. Non so se si vede bene il colore, ma come ha detto Exit, è verde bandiera.

nosotras que no somos como las demás


Noi che non siamo come le altre - di Lucía Etxebarría (2003)


Storie spagnole, di uomini e donne. Intrecciate tra loro. Soprattutto le storie di quattro donne, Raquel, Elsa, Maria e Susi, ma pure di qualche uomo. I traumi, le dipendenze, le deviazioni, le perversioni, la lotta per una sorta di sopravvivenza, per sopravvivere all'amore, senza l'amore, per colpa dell'amore e in cerca dell'amore.


Forse ci piaceva più così, la scrittrice valenciana di famiglia basca. Meno psicanalizzatrice, più selvaggia. Prosa diretta ma non certo tirata via, anzi.

Seppure, per stessa ammissione della scrittrice, il libro in questione nasca come raccolta di racconti, che in un secondo momento decide di legare tra loro, c'è del buono, e alcuni di essi rimangono nella memoria. Sempre in bilico tra soft-porno (a volte togliendo il soft) e (appunto) psicanalisi a buon mercato, Etxebarría ci racconta donne (e uomini) che pensano troppo. E soffrono.

Difficile non riconoscervisi, almeno in parte.

red like fire


giorgiocanali&rossofuoco - Giorgio Canali & Rossofuoco (2004)

Terzo disco “solista” per il chitarrista dei PGR, insieme alla sua band, appunto, Rossofuoco (Luca Martelli batteria, Claude Saut basso e cori, Marco Greco chitarre e cori, Canali stesso chitarre e voce); un disco sicuramente di ottimo livello nel panorama italiano, diretto, rumoroso, potente, ben suonato. Da segnalare senz’altro i testi, scritti da Canali, senza peli sulla lingua, densi di interessanti calembour, che, anche se a volte grevi ("cicciobomba ragioniere con tre buchi nel culo"), sembrerà strano ma denotano una finezza non comune. Echi, ovviamente, di CSI e PGR, ma il disco suona rock, forse più punk, grazie anche alla voce di Canali che ad un primo impatto spiazza, ma poi colpisce e lascia il segno.

Strutture semplici, ma grande lavoro di tutti gli strumenti. Arrivano subito “No pasaran” e “Mostri sotto il letto”, l’incedere lento ma inesorabile dell’apertura di “Precipito” (con l’amico Gianni Maroccolo ospite al basso), molto bella in chiusura “Questa no”.

Una gran bella realtà musicale.

Histoire de Marie et Julien


Storia di Marie e Julien - di Jacques Rivette 2003


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: pallooooso!



Julien fa l'orologiaio e vive solo, parla col suo gatto e ricatta Madame X, commerciante di tessuti, dato che è in possesso di alcuni documenti che parrebbero per lei compromettenti; dopo un anno dal loro primo incontro, Julien ritrova la bella Marie, enigmatica e sfuggente, che però accetta di andare a vivere con lui; ma c'è qualcosa di strano in lei, qualcosa che non riesce a spiegare a Julien.

Il tempo, la morte, l'amore. Ma soprattutto, come ci rivela il finale, l'amore è sacrificio. Rivette mette in scena, molto "teatralmente" le questioni filosofiche più alte; lo fa con grazia, come suo solito, e la critica si spertica in fiumi di recensioni positive; ma il film è prolisso e rasenta la noia, va detto, a costo di passare per ignoranti. Sembra quasi che il regista giochi a spiazzare lo spettatore (e anche a fiaccarlo con quasi 150 minuti di film), anche se, come detto prima, il senso alla fine si coglie ed è profondo e doloroso. Forse si può dire tutto questo anche con molto meno.
Emmanuelle Béart è abbagliante sia come attrice che come donna; è anche grazie a lei, oltre che al regista, che gli amplessi risultano forse i momenti più alti del film.

20100525

problem solving


In effetti, la situazione globale è talmente tranquilla che era proprio il momento di sistemare il problema delle intercettazioni e di imbavagliare un po' (di più) la stampa. Cazzo ce ne frega dell'economia e del lavoro.

Vista la sollevazione di tutti (anche Feltri) i giornalisti, Alfano ha fatto una mezza marcia indietro.

Ma fossi in voi, voi favorevoli alla legge, starei tranquillo: tra pochissimo cominciano i Mondiali di calcio, e allora sarà tutto più semplice.

sotto la cintura


Below The Belt - Danko Jones (2010)

Non che brillino per la profondità dei testi, o per l'eleganza delle copertine (anche questa entra di diritto tra le più brutte dell'anno), ma si sa, in questo genere non si va troppo per il sottile. E, per quelli che non fossero al corrente, di quale genere stiamo parlando?
Di quel rock and roll che si ispira, così sgombriamo subito il campo da ogni equivoco, principalmente agli AC/DC e ai Kiss. C'è da dire, però, che rispetto, che ne so, agli Airbourne, per citare una band recensita recentemente, qui c'è almeno lo sforzo di scrivere pezzi che abbiano quantomeno un minimo indispensabile di originalità.
Il risultato è apprezzabile, fresco seppur con influenze, come detto sopra, ben piantate nel passato, con pezzi divertenti, rudimentali ma pieni di energia, pronti per essere riproposti dal vivo.
Se, come si suppone, Danko (chitarra e voce) ed i suoi pards fossero anche bravi a non prendersi sul serio, tanto di cappello.

la ragazza nell'altra stanza


The Girl In The Other Room - Diana Krall (2004)

Non c’è niente da fare la classe non è acqua. Torna la Krall, come sempre con un cd elegantissimo e di qualità superiore. Questa volta divide equamente le cover e le canzoni sue, scritte a quattro mani col marito, tale Elvis Costello. Belle queste ultime (struggente “Narrow Daylight”), eccellenti, come sempre, le interpretazioni e la scelta delle cover.

Tra questa, intensa “Almost Blue”, celeberrima perla proprio di Costello, superba “Temptation” di Tom Waits, dove, nemmeno a farlo apposta, la bionda canadese “sfida” a distanza Norah Jones, che, nel suo ultimo lavoro si era cimentata anche lei con un pezzo del vate dall’ugola profonda. Il risultato giudicatelo voi, visto che io sono ormai irrimediabilmente di parte.
Disco bello, apprezzabile da tifosi di qualsiasi genere musicale.

Jason Bourne 2


The Bourne Supremacy - di Paul Greengrass 2004


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: boia che fati'a dé



Jason Bourne crede di aver finalmente trovato la pace e la tranquillità, e vive a Goa, in India, con Marie; ma l'arrivo nella zona di un russo "fuori luogo" dà inizio ad un'altra avventura, con epicentro a Berlino, durante la quale Jason riacquisterà una parte della sua memoria, anche se si capisce dal finale che difficilmente troverà la pace.

Cambio di regista per il secondo episodio della saga di Jason Bourne (sempre tratto da un libro di Ludlum), e fa un po' strano rendersi conto che il regista questa volta è lo stesso di "Bloody Sunday". Il risultato dipende sempre da cosa ci si aspetta, come sempre; il film è veloce, adrenalinico, gli inseguimenti accattivanti e paiono senza fine, le colluttazioni quasi fuori schermo (causa camera a mano) e coinvolgenti. La trama è piuttosto scontata e, ovviamente, gli approfondimenti psicologici quasi del tutto assenti, appena accennati, ma il cast è di gran classe. Ancora una volta, ci si interroga se Matt Damon sia adatto al ruolo con quella faccia a pesce lesso, ma è andata così. Peccato che Franka Potente stia sullo schermo così poco, visto che con i capelli lunghi è ancora più strana e, di conseguenza, più bella.
Divertissement.

20100524

I had a dream


Ieri ero stanco, il fine settimana è stato bello e quindi sono andato finalmente due giorni di seguito al mare, e si sa, il mare stanca. Quindi, sono andato a letto presto, e di conseguenza ho rimesso la sveglia un po' prima del solito, per fare le cose con calma ed arrivare presto al lavoro.


Stamattina ho spento le tre sveglie in sequenza, e mi sono appoggiato nuovamente sul letto. Come spesso capita, mi sono riaddormentato, ed ho sognato. Spesso capita pure che i sogni migliori si facciano in questa fase.

Infatti.


Ho sognato che una giovane donna, non bella ma affascinante, accettava la mia proposta di matrimonio, seduti a bere qualcosa sulla Rambla di Barcellona. Io l'amavo, ma avevo perso le speranze, lei mi amava, ma credeva fossi impegnato. Era tutto bellissimo, e lei mi guardava con gli occhi di un angelo.


Alla fine ho fatto tardi al lavoro.

eternità amplificata


Eternity - Amplifier (2009)


Gli inglesi di Manchester Amplifier, continuano tranquilli e imperterriti per la loro strada, con cadenze rallentate, se pensate che, formatisi nel 1998, fino a questo EP del 2009, avevano pubblicato 2 full length e (altri) 2 EP. Aspettando il terzo disco, ecco (appunto) nel 2009 un EP abbondante (sei pezzi, e non corti), che conferma tutto quello che già sapevamo su di loro.

Potentissimi (visti 5 minuti dal vivo, purtroppo, ma già l'idea ci si fa tranquillamente) ma paradossalmente morbidi, grande classe, molto tecnici, forse non troppo originali, costantemente in bilico tra i Tool, i Pink Floyd, e una spruzzata dei migliori Soundgarden.

Il mio pezzo preferito: The Ways Of Amplifier.

amen III


Death Before Musick - Amen (2004)

Dopo parecchie vicissitudini, Chasey Chaos è riuscito nel 2004 a far uscire il terzo album dei suoi Amen. Diversi cambi di formazione, ma il risultato è, tutto sommato, in linea con i precedenti lavori, anche se suona fresco pur risentendo fortemente del vero punk, inglese e californiano, della prima ora. Chitarre deraglianti fin dall’inizio (“Liberation For” è l’apertura, e traccia immediatamente le coordinate), nessuna concessione al nu-metal, il giusto dazio all’influenza Slayer (Westwood Fallout, riff granitico e ritornello semi-epico), senza i quali anche gli Amen, tra gli altri, non esisterebbero. Il suono, in definitiva, è punk moderno (tra l’altro, Chasey rasenta spesso l’imitazione di un Johnny Rotten77-style) ma punk vero, violento e incazzato (per chi non li conosce, e non sa di cosa parliamo, non crediate di aver a che fare con Blink, Green Day o Sum41); la “protesta” sembrava ormai esclusiva europea (vedi ad esempio gli International Noise Conspiracy, su altri binari musicali), e invece gli Amen ci sono ancora. Summa del disco, piuttosto valido e massiccio, “Oblivion Stereo”, appunto moderno punk-anthem.

Una prova onesta per una band da rispettare per come non le manda a dire.

life


La vita che vorrei - di Giuseppe Piccioni 2004


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: ma trombano o fanno finta?



Stefano, attore affermato, uomo pieno di sé ma che tiene un profilo basso, amante che non ama rischiare, e che non lascia mai che nessuna donna dorma a casa sua, conosce sul set di un film in costume che sta per cominciare a girare Laura, donna debole ma solare, incerta sul suo futuro ma fondamentalmente buona di cuore, generosa all'eccesso; nonostante la prima reazione sia l'irrigidimento, visto che Laura rischia di fregare il posto di protagonista a Chiara, amica di Stefano, con la quale ha un rapporto quantomeno strano, ne viene a poco a poco conquistato. Comincia così, tra Stefano e Laura, una storia che si intreccia a quella del film, e vi si sovrappone fino a divenire indistinguibile.

Piccioni ci intriga con un film che ha due temi principali strettamente legati tra di loro: l'amore di coppia e l'amore per il cinema. Affidandosi a Lo Cascio e Ceccarelli, coppia già rodata anche dallo stesso Piccioni in "Luce dei miei occhi", il regista indaga sui comportamenti umani davanti ai sentimenti forti, e nel frattempo ci mostra il cinema da dietro le quinte. Ne esce un film piacevole, forse un po' pesante nella parte centrale, ma che intrigherà senz'altro gli appassionati cinefili, e che affascinerà chi ama le recitazioni sottovoce ma intense.
Un po' forzato il finale, discutibile, ma nel complesso un film da vedere, non fosse altro che per specchiarci nelle splendide interpretazioni dei due protagonisti, e riflettere sui nostri stessi comportamenti di fronte alle relazioni.

20100523

tombe bianche


White Tomb - Altar Of Plagues (2009)


Forse per bilanciare la tendenza che ho sviluppato negli ultimi anni, di interessarmi a cantautrici femminili che si muovono nel campo del folk, o comunque in ambienti tutto sommato acustici, ultimamente mi sto pure interessando a quello che si muove nei dintorni del black metal.

La proposta che vi sottopongo oggi viene da Cork, Irlanda, e nonostante molte recensioni li avvicinino ai Wolves In The Throne Room, a me hanno fatto pensare agli Isis (forse perchè è di questi giorni la notizia del loro scioglimento) ed anche ai Minsk; come che sia, il campo in cui si muovono è appunto un black metal che si può definire post, doom o addirittura drone, come vedo va molto di moda ultimamente.

4 tracce, che poi sarebbero in realtà due, entrambe composte da due sottotracce, per un totale di 50 minuti circa, che spaziano nei generi sovracitati, riuscendo a creare una discreta atmosfera inquietante e post-atomica, soprattutto nella prima parte del disco.

Vigoroso.

forbici


Scissors In My Pocket - Polly Paulusma (2004)


Forse qualcuno si ricorderà ancora di Edie Brickell (And The New Bohemians), che debuttò nel 1988 con uno splendido e delicato album dal titolo "Shooting Rubberbands At The Stars". Ecco, ascoltando la Paulusma non riesco a non pensare a lei e a quel disco; la somiglianza è sconvolgente, soprattutto nel timbro vocale. Il disco non è affatto brutto, le canzoni sono buone, anche se non c'è un pezzo che spicca più degli altri, segno di omogeneità, ma anche di standardizzazione sospetta e precoce. Le atmosfere, quindi, sono rilassate, la voce è piacevole, il disco ben suonato; ma non credo sia sufficiente a giustificare un acquisto, di questi tempi. Credo proprio sia un fenomeno passeggero.

in your eyes


Te lo leggo negli occhi - di Valia Santella 2004


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: 'nzomma


Margherita, cantante sulla soglia dei sessanta anni (portati benissimo), subisce una operazione delicata alle corde vocali, e secondo i medici non dovrebbe più cantare, rischia l'afonia; il marito, Carlo, subisce la sua esuberanza in tutti i campi con rassegnazione. La figlia Chiara fa la logopedista e, lasciata Napoli, dove vive la famiglia, per trovare a Roma la sua indipendenza, è divorziata con una figlia, Lucia, con la quale ha un rapporto iper-protettivo, vista la situazione, oltre l'asma della bambina, che la preoccupa oltremodo. Margherita, poco dopo l'uscita dall'ospedale, piomba a Roma per tutt'altri motivi e, dopo qualche giorno di convivenza con la figlia e la nipote a modo suo, sparisce con la nipotina lasciando nel panico la figlia.


Prodotto dalla Sacher di Moretti (che ha un cameo nel film), il debutto nei lungometraggi della napoletana Santella è un classico sulle relazioni madre/figlia mancate con tentativi di colmare vecchie lacune e rivalse familiari, affioramento di vecchie ruggini e così via; girato discretamente (sullo sfondo una Napoli "normale" e Roma solo lambita) e con un buon cast (Saponangelo e Burruano grandi, da notare il passaggio dall'italiano al dialetto nella scena della litigata; Sandrelli specializzata nelle parti antipaticissime e insopportabili), non lascia il segno più di tanto, neppure per la recitazione fin troppo sbandierata della piccola Camilla Di Nicola.

20100522

api


Revival - She Keeps Bees (2009)


Conosciuti con colpevole ritardo grazie al nuovo disco dei Groove Armada, questo duo inglese formato da Jessica Larrabee (chitarra e voce) e Andy LaPlant (batteria) ha rilasciato alcuni lavori, e per quanto sono riuscito a sapere questo è l'ultimo.

Un 4 pezzi interessante, soprattutto per la splendida voce di Jessica, che arricchisce un suono scarno ma pieno di pathos; un rock venato fortemente di blues, che mi fa venire in mente da una parte i White Stripes, dall'altra Cat Power.

Voce evocativa. Da tenere d'occhio, come già detto.

voglio una pelle splendida


Afterhours con Greg Dulli + Diva Scarlet, 3/9/2004, Bologna, Estragon

Ottima affluenza (alla fine risulterà esaurito l'Estragon) per questa data, anche se per motivi differenti. Il giorno seguente comincia la due giorni dell'Independent proprio qui e all'Arena Parco Nord, gli Afterhours, nonostante l'enorme numero di concerti, attirano sempre, la presenza di Greg Dulli annunciata, e la speranza di un cameo di Mark Lanegan, vista la sua presenza il giorno seguente all'Independent. Anche se già in fila ci sarebbero motivi per innervosirsi ("…Afterhours più Greg Dulli…ma chi è sto Greg Dulli?"), appena dentro la presenza delle Diva Scarlet ci rilassa. Quartetto femminile, power rock, poco più di mezz'ora di set, non male. Bene così.
Verso le 23 ecco gli Afterhours, che aggrediscono subito con "Rapace". Chiariamo una cosa: gli After sono sempre di più la band di Manuel Agnelli, e sia detto senza cattiveria. Gli altri sono comprimari, compreso il batterista che è l'unico superstite storico della prima formazione, anche se la batteria viene montata sempre più in primo piano sul palco (tra un po' suonerà sopra il mixer se continua così).
Non è una cosa bellissima da notare, ma è la realtà, e c'è poco da fare: funziona, e sono un gran gruppo anche così. Manuel sa dell'importanza della serata, è teso ma non si risparmia, si "dà" come al solito, con quell'aria di superiorità e riconoscenza al tempo stesso, anche se ormai non riesce più a capire chi l'ha portato così in alto, e chi sia invece l'ultimo arrivato tra il suo pubblico. Sforza la voce, a volte troppo, ma si fa apprezzare. Riesce ad evitare alcune gag ormai stantie, ma non resiste a riproporne alcune (il ruota-microfono alla Daltrey, la presentazione-scherzo del "pezzo lento"). Pezzi ormai classici per un'ora, cosa che, giocoforza, costringe a lasciar fuori qualcosa. Si intravede Dulli, ed eccolo che viene chiamato sul palco. Non capisci mai se è già ubriaco o se sia ebbro di felicità, con quell'aria un po' così. I pezzi (saranno diversi, alcuni paiono pezzi nuovi degli After in inglese, alcune cover, Lou Reed, Springsteen, Iggy and the Stooges) perdono qualcosa in potenza ma sono più caldi (del resto, c'è un Soulman sul palco), c'è molto piano, entra una violoncellista molto elegante.
Il resto della band, come suggerisce un amico, "fa un passo indietro" ulteriore, inoltre si sentono alcune sbavature (forse i pezzi non sono stati provati al meglio, forse è una festa e non si va troppo per il sottile), e la coesione Dulli/Agnelli poteva essere migliore, visto il tempo che pare abbiano passato insieme.
Certo, con tutto il rispetto per Manuel, sulla cover di Springsteen quando, dopo la strofa iniziale da lui cantata, attacca Greg, si ha l'impressione che la macchina fosse stata in terza su un rettilineo, e Dulli abbia messo la quarta "liberando" il pezzo.
Finalone con "Voglio una pelle splendida", nel quale Dulli canta in italiano. Si raggiunge l'apice del duetto, e, nonostante le pecche citate prima, nonostante Lanegan non appaia, non possiamo far altro che ringraziare Agnelli per questa serata. Finalmente, anche noi siamo, per una volta, al centro dell'evento, seppur alternativo. Di solito queste cose le leggiamo sui giornali, costretti ad immaginarle e a cercare i bootleg, perché accadono solo in Inghilterra o negli States.
Quindi beh, respect Greg, you're the one. Grazie vecchio Manuel.

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Radio Alice


Lavorare con lentezza - di Guido Chiesa 2004


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: si stava mellio vando si stava peggio


Bologna, tra il '75 e il '77, un gruppo di studenti diede vita a Radio Alice, la prima vera "radio libera" italiana, con l'intenzione di far parlare tutti.

L'esperienza finì il 12 marzo 1977, con la chiusura della radio da parte delle forze dell'ordine, dopo alcuni giorni di guerriglia urbana scatenatasi in seguito all'uccisione del 25enne Francesco Lorusso, da parte dei carabinieri.

Sono passati quasi 30 anni, ed è sempre interessante vedere come l'occhio del cinema descrive o romanzeggia la "nostra" storia recente; Guido Chiesa è un cineasta "militante", al quale piace affrontare argomenti "proletari" (a parte la parentesi storica de Il partigiano Johnny, dove ebbe il merito di aver descritto il dualismo interno alle forze partigiane, tra l'altro); stavolta però, pur conservando la sua "occhiata" operaia (fotografia cupa, primi piani sugli intonaci cadenti e riprese dei tetti delle case popolari, ambientazioni tipicamente italiane di quartiere), si è fatto aiutare nella sceneggiatura dal gruppo Wu Ming. Ne scaturisce una sceneggiatura complessa, che porta avanti almeno quattro storie con relative sottotrame, che alla fine si intersecano tra di loro e finiscono per interagire.
Il film è godibile anche per i più giovani, anche per chi ne sa poco, e anche se la posizione di Chiesa è visibilmente di parte; ottime le recitazioni nel loro complesso, segno di una buona mano, curiose le trovate registiche (ad esempio l'inserimento di alcune battute dei vari personaggi "fuori sincrono" col labiale); l'escalation della violenza pare credibile, proprio perché il morto arriva all'improvviso.
Colonna sonora quasi commovente e d'epoca, e sorriso che scatta al cameo degli Afterhours che, nei panni dei mai troppo rimpianti Area, rifanno a modo loro "Gioia e rivoluzione"; in una sorta di contrappasso, sui titoli di coda scorre, insieme alla vera registrazione in diretta della chiusura della radio, la versione originale (di Rino Gaetano) di "Mio fratello è figlio unico", la prima canzone in italiano cantata dagli Afterhours.

20100521

genera(zione) morte


Generation Kill - di David Simon e Ed Burns - Miniserie completa (7 episodi; Blown Deadline Productions per HBO) - 2008




Arrivo tardi, ma arrivo. Eccomi all'appuntamento con un altro parto della "premiata ditta" Simon e Burns (ricercando qua e là ho scoperto che il primo è stato reporter di nera a Baltimora per molti anni, e l'altro era investigatore di polizia; è facile credere che si siano conosciuti così. Per aggiungere notizie e curiosità, il secondo è il padre dell'omonimo Edward o Ed Burns, attore regista e sceneggiatore, nonchè fortunato marito di Christy Turlington), già creatori di The Wire, che basandosi sul libro di Evan Wright, Generation Kill (appunto), che raccontava la sua esperienza durante la seconda Guerra del Golfo (2003) da cronista embedded (scriveva per Rolling Stone), quando fu "incorporato" a una squadra del 1st Reconnaissance Battalion dei Marines USA per due mesi, a partire dal Kuwait, fino a Baghdad.


Coadiuvati da tre marines che effettivamente facevano parte di quel plotone, Eric Kocher, Jeffrey Carisalez e Rudy Reyes (quest'ultimo addirittura oltre che come consulente, anche come attore, che interpreta se stesso - per facilitarvi le cose, è quello che viene considerato gay perchè fa il caffè con la moka all'italiana -), con riprese effettuate in Mozambico, Namibia e Sud Africa, regia divisa quasi equamente (4 episodi l'una, 3 l'altro) tra Susanna White e Simon Cellan Jones, un'ottima fotografia, che rende giustizia alla bellezza dei panorami del (finto) Iraq, e un cast giovane e molto ben assortito, questa Generation Kill è una miniserie molto molto valida, che parte molto lentamente (nei primi due episodi non si spara neppure un colpo), accelera e poi rallenta di nuovo, ma a quel punto comincia a generare dubbi, perplessità e sensi di colpa, riesce a cesellare una serie molto ricca di personaggi (ci vuole, questo si, una certa attenzione, soprattutto per i soprannomi che hanno praticamente tutti, e per avere chiari anche i personaggi meno protagonisti), molto umani, molto veri, a raccontarne, di alcuni, le motivazioni che li spingono a desiderare di appartenere a quel corpo, e a descrivere in maniera molto nitida, a proposito della guerra, le tattiche, le gerarchie, ma soprattutto gli errori, le frustrazioni, i sentimenti generati nei vari componenti del plotone, fino ad una chiusura personalissima, che mina addirittura quello che all'inizio sembrava scontato (le posizioni ideologiche che distanziavano il reporter dai marines, forse azzerate da una soggettiva emozionale, propria solo di chi rischia la vita veramente, riassunta nella domanda senza risposta fatta dal Tenente Colonnello Ferrando - il Padrino - al reporter Wright).

Tutto questo partendo da posizioni non aprioristicamente contro, ma cercando appunto di raccontare davvero quell'evento senza censure, e quelle persone senza nessun filtro. La contestualizzazione più ampia viene poi lasciata allo spettatore, se vuole.

Indimenticabili i due personaggi principali, il Sergente Brad Iceman Colbert (che cita Shakespeare e brama di combattere) ed il Caporale Josh Ray Person (battute micidiali a raffica e parlantina inarrestabile), resi splendidi dalle interpretazioni rispettivamente di Alexander Skarsgard (il figlio di Stellan - vi ricordate Le onde del destino? -, e qualcuno mi dovrebbe spiegare come può uno svedese recitare in maniera così convincente un marines statunitense - lo dico avendo visto la serie in lingua originale -), che scopro essere stato nel cast di Zoolander, e di James Ransone (era in The Wire, e pure in una particina in Inside Man), Generation Kill è una miniserie asciutta e diretta, che, come giustamente afferma Variety, "è così reale da farvi dimenticate che è finzione". Sette ore, al termine delle quali, vi dispiacerà non sapere più cosa stanno facendo i ragazzi della Bravo Company. Anche se siete pacifisti.

masticando


Bubblegum - Mark Lanegan Band (2004)


Mark Lanegan ha alle spalle una carriera lunghissima e di "basso profilo", dal punto di vista delle vendite, ma non della qualità. Fu voce degli Screaming Trees, band seminale della cosiddetta scena di Seattle, e cominciò, quasi per gioco, la sua esperienza solista quando ancora la band era in vita.

Da solo (anche se adesso, con questo disco, si presenta come Band), ha dato sfogo al suo lato più oscuro, tendendo quasi ad emulare Tom Waits, arrivandoci da un punto di partenza rock. Quest'ultimo Bubblegum è un ulteriore, splendido lavoro, che trabocca di fumo, decadenza, nostalgia, whisky, semplicità e grandi canzoni. Affiancato, oltre che da PJ Harvey (che canta gioielli quali "Hit The City" e "Come To Me"), da Josh Homme, Nick Oliveri (è stato loro complice nei Queens Of The Stone Age, affrescando il lato più "caldo"e affascinante delle regine), Duff McKagan, Izzy Stradlin, Dean Ween e altri, Lanegan firma un altro meraviglioso tassello rock, di quelli non programmati a tavolino e fatti apposta per durare due dischi ed essere dimenticati.

Di quelli veri, da non perdere, pieni di fascino.

Ying xiong


Hero - di Zhang Yimou 2002


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: uaaaaaaaaa uaaaaaaaaaa...eh ma caaaaa urli!!


Cina, circa 2000 anni fa, sette regni si combattono continuamente tra loro; un eroe, Senzanome, uccide tutti i cospiratori contrari al re di Qin, e per questo viene ricevuto dal re in persona; ma le sue intenzioni sono opposte, e i suoi presunti rivali non sono morti.


Arriva sui nostri schermi con due anni di ritardo (nel gennaio 2005 uscirà il nuovo "La foresta dei pugnali volanti") questo film di Zhang Yimou che ha deciso di dare una virata nella sua filmografia, e di esplorare il genere wuxia omaggiandolo; lo fa con un cast orientale di prim'ordine, un budget alto, una storia classica dove però ci mette del suo (sinceramente, conoscendo la sua filmografia, come avrebbe potuto non farlo?).

Il film risulta, ad onor del vero, pesante in alcuni momenti (e, sempre ad onor del vero, questi spadaccini orientali che volano hanno un po' rotto i coglioni, mi si passi il francesismo), ma, anche per chi non è un appassionato del genere, ha dalla sua una eleganza formale elevatissima, il che lo rende un piacere per gli occhi quasi ad ogni scena; eleganza che è evidente nei costumi, nelle scelte cromatiche, ma persino nella maniera nella quale "cadono" i drappeggi dei vestiti, il tutto è di altissima qualità visiva; l'abuso del ralenti, invece, stucca alquanto.

Il messaggio pacifista, che arriva quasi a sopresa nella seconda parte del film, segna un altro punto a favore del regista; tra l'altro, si vede pochissimo sangue in questo "Hero".

In definitiva, un wuxia atipico per gli appassionati, una prova sperimentale per un grande regista, un film di non facile fruizione per il grande pubblico, nonostante tutto il battage pubblicitario scatenatogli attorno (quando, fino al film precedente, per vedere un film di Zhang Yimou bisognava cercarsi delle sale d'essai).

Una favola orientale girata come un grande esercizio di stile.

20100520

vieni e prendi


Come And Get It - Eli "Paperboy" Reed (2010)


Terzo disco per questo "giovane-vecchio", che affonda le proprie mani, per scrivere la sua musica, negli anni '60 e in quell'r'n'b miscelato con il soul ed il rock and roll, e reso pop, nel senso di fruibile per la massa, che per la prima volta univa bianchi e neri. L'ennesimo disco pieno di energia, pezzi ovviamente che sembra sempre di aver già sentito ma sempre validissimi, sia quando sono classici mid-tempo (Young Girl, Name Calling, Help Me, Come And Get It, I Found You Out, eccetera), sia quando spingono sull'acceleratore (Explosion, dove ricorda pericolosamente, appunto, i Blues Explosion), sia quando si rilassano perchè è arrivato il momento di un lento (Pick A Number, Just Like Me, Pick Your Battles). Ottima tecnica per tutti i musicisti, e grande voce di Eli.

Mettere su un suo disco è come infilarsi in una macchina del tempo, ma ogni tanto si può fare, e magari fa pure bene.

siguen


Mi stavo per dimenticare. Continuano le avventure dei ragazzi di Malviviendo.
Il sito
Su Youtube trovate comunque tutti gli episodi. Ma non è tutto.
I fantastici tipi di Itasa hanno realizzato anche i sottotitoli italiani.

Cosa volete di più?

Terzani


Lettere contro la guerra - di Tiziano Terzani


A leggere adesso questo libro, dispiace ancora di più per la morte dell'autore.

Uno sguardo lucido, ottimista, pieno di speranza, quasi amorevole, alla situazione mondiale dopo l'11 settembre 2001, uno sguardo che si contrappone alla rabbia e all'orgoglio della Fallaci.

Un giornalista (termine davvero riduttivo in questo caso) che diventa testimone, che propone un'alternativa, che aveva fatto veramente una scelta di rottura.

Una voce di vera rappresentanza per tutto il movimento non violento, ma soprattutto, una voce che rappresenta gli esseri umani di buon senso.

Sono sempre i migliori che se ne vanno.

a love song for Bobby Long


Una canzone per Bobby Long - di Shainee Gabel 2004


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: fa piangéééé


Pursy, una giovanissima ragazza un po' sbandata e senza un futuro radioso davanti, viene avvertita che la madre, che non vede da anni, è morta. Si reca così dove abitava anche lei da piccola, e trova la casa occupata da un vecchio professore di letteratura e dal suo assistente, che sta scrivendo un libro sulla vita del prof., entrambi alcolizzati, che conducono una vita fatta di ozio, drink e sigarette, citazioni letterarie e storielle divertenti, ma che sono anche fulcro di una piccola comunità di "invisibili", tutti devoti alla di lei defunta madre.

Il suo arrivo crea dapprima tensioni, e con la decisione seguente di installarsi nella casa scatena poi una serie di cambiamenti fino ad allora impensabili.


Ambientato ai margini di New Orleans, questo film all'apparenza eccessivamente buonista e prevedibile spaccherà in due il vostro cuore, a meno che non siate di pietra.

Stupendamente recitato anche nelle parti minori, diventa da subito poesia, anche grazie alla mano delicata della Gabel, al debutto come regista ma esperta sceneggiatrice, e vi attanaglia fino alle viscere anche se capirete immediatamente dove andrà a parare.

Straordinariamente intenso come la pancia di Travolta, la splendida colonna sonora e il viso irresistibilmente dolce di Scarlett Johansson.

Un toccasana che vale il biglietto.

20100519

mea culpa


Lo devo prima di tutto a me stesso, a voi che mi leggete, ed anche agli Snow Patrol, anche se non credo lo leggeranno mai.

Il fatto è questo: nella vita si cambia. No, non c'entra questo. Ci riprovo.
Il fatto è questo: la bellezza è negli occhi di chi guarda. E fin qui, ci siamo. Questo, non sempre, ma a volte, vale anche per la musica. Quindi, in questo caso, la bellezza sta negli orecchi di chi ascolta. Meglio, nella testa.

Qualche tempo dopo aver apprezzato molto A Hundred Million Suns, degli (appunto) Snow Patrol, che entrò perfino nella mia top ten 2008, per caso mi capitò di rileggere un mio post del 2006 dove mettevo il loro precedente Eyes Open nei peggiori dischi di quell'anno. Il fatto era che nel frattempo, avevo ripreso ad ascoltare quel disco, e mi piaceva quasi di più di A Hundred Million Suns.

Quindi, a proposito di essere in the mood for something, e non sto parlando di adesso, è abbastanza chiaro che nel 2006 non ero nell'umore per apprezzare quel disco, anzi, lo odiavo. Oppure, semplicemente, non era il momento.

Non avevo poi mai trovato il tempo, o la voglia, di confessare questa cosa. Questa sera, guardando una puntata di un serial, dove ad un certo punto parte Open Your Eyes, da quel disco, ho sentito il bisogno personale di farlo.
Per dirvi che non è detto che dovete per forza credere a quello che dico. Almeno, non subito.
Troppo complicato? Forse.
L'importante è mettersi in discussione, come si dice.

frasi

"Esta es una revolución pacífica. Pero armada"

Hugo Chávez, nel documentario di Oliver Stone dedicato all'America Latina e ai suoi movimenti politici a sinistra South Of The Border.

terra sacra


Heligoland - Massive Attack (2010)


A me, che pensavo i Massive Attack fossero ormai bolliti e andassero avanti per inerzia o per noia, questo disco uscito qualche mese fa non dispiace, e lascia qualche speranza.

Nonostante i molti guest, Del Naja e Daddy G non modificano di molto il loro stile, per intenderci non fanno come Slash, e fanno si che i guest si adattino ai Massive Attack. Non solo: anche senza ospiti, i due sopravvissuti dimostrano di saper ancora scrivere e pensare cose ammirevoli, così come la conclusiva (nella versione standard) Atlas Air, una sorta di suite trip-hop con i giri che aumentano e diminuiscono, e con una chiusura ipnotica impressionante.

L'episodio peggiore, a giudizio di chi vi scrive, è quello dove canta Damon Albarn, Saturday Come Slow, mentre il migliore è decisamente Psyche, dove la sempre grandiosa Martina Topley-Bird vola altissima, ed il pezzo è decisamente inebriante.

Altri ospiti sono Tunde Adebimpe dei TV On The Radio (Pray For Rain, molto interessante, in apertura), Hope Sandoval ex Mazzy Star (Paradise Circus), Guy Garvey degli Elbow (Flat Of The Blade), oltre al solito (e sempre validissimo) Horace Andy, su Splitting The Atom (prescindibile) e Girl I Love You (molto Blue Lines).

e poi vienimi a dire...


Moltheni, 4/1/2005, Marina di Massa (MS), Tago Mago


Moltheni continua la promozione del suo nuovo “Splendore Terrore” a piccoli passi e senza alzare la voce, come suo costume; lo rivediamo volentieri al Tago Mago di Marina di Massa, locale che col suo arredamento ben si confà alle abat-jour che il cantautore marchigiano posiziona sul (piccolo) palco, come già sapevamo. Ingresso gratuito, come sempre onore al merito del gestore, quindi discreta affluenza, locale quasi pieno. Versione acustica, quindi Moltheni voce e chitarra, Pietro Canali tastiera wurlitzer.

Poco dopo le 23 si parte con Bue, uno strumentale di chitarra da “Splendore Terrore”, dopodiché Pietro si sistema alla tastiera e si passa a due estratti da “Fiducia nel Nulla Migliore”, Zenith e In me; la scaletta va avanti con un altro estratto dal nuovo disco, La Ragazza dai Denti Strani (Humana), poi ancora un tuffo nel passato ancora più remoto, e dal debutto “Natura in Replay” arrivano la stessa Natura in Replay seguita dalla bella Flagello e Amore. I due sono in forma, il suono è buono, Pietro tesse tappeti sonori e Umberto inventa anche qualche variazione vocale; l’impressione è che sia il pubblico a non partecipare attivamente. Si passa ad una striscia di estratti dall’ultima fatica, che sono in ordine lo strumentale Tutta la Bellezza dell’Istinto Materno degli Animali, In Porpora, Splendore Terrore, Tatàna, Fiori di Carne, Limite e Perfezione, chiosa Pietro con uno strumentale breve tutto wurlitzer dal titolo Gli Occhi di Mara Cagol (posto in apertura del disco). Durante Tatàna, altro strumentale, sale sul palco Sara Nina Brugnolo e la fa diventare una base per un breve monologo, bella l’atmosfera, ottima la voce. Difficile trovare le parole per descrivere il pubblico; il vociare diventa fastidioso, fra le persone sedute ai tavoli davanti al palco poche sono attente ed interessate, mentre lontano dal palco ci si fa letteralmente altri affari; non certo la condizione ottimale per proporre musica scritta e suonata col cuore. Nonostante ciò, la stizza rimane piuttosto nascosta, ma non riesco a credere che non ci sia; a Umberto scappa solo una battuta fugace, poi si prosegue quasi a dimostrare che la musica, e il cuore, sono più forti, con un piccolo grande classico, E Poi Vienimi a Dire che Questo Amore non è Grande Come Tutto il Cielo Sopra di Noi, la canzone rock col titolo più bello di sempre, da “Fiducia nel Nulla Migliore”. Piccola pausa, poi un unico bis, la gemma di “Splendore Terrore” (parere del tutto personale e parziale), Suprema. Peccato per il contorno, chapeau a Moltheni. Auguri di cuore per questo nuovo disco.