No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20120630

separati alla nascita

Francesco Facchinetti ex DJ Francesco, nullologo
Claudio Marchisio, calciatore (Juventus, Italia)

20120629

separati alla nascita

Michael C. Hall, attore (Dexter)
Képler Laveran Lima Ferreira, detto Pepe, calciatore (Real Madrid, Portogallo)

Tourism

Turismo - di Nirpal Singh Dhaliwal (2008)


L'amica di Cecily se ne stava al centro della stanza, tesa, con le mani intrecciate e gli occhi fissi sul pavimento. Era più rotonda, con i fianchi ampi e le cosce grassocce; nel complesso era più attraente e sexy della sua amica. Aveva i capelli scuri e ricci, caldi occhi castani e una traccia di acne sulla fronte e sull'attaccatura del naso. Mi sorrise dolcemente, con aria imbarazzata. Non era sovrappeso, ma era consapevole della sua figura che, a differenza di quella di Cecily, non era stata modellata dal vomito e dal pilates.


Bhupinder Singh Johal è un londinese nato da genitori indiani sikh, nel sobborgo di Southall, non certo un quartiere raffinato. Non ha ancora trent'anni, ma è già annoiato a morte dalla vita. Lo troviamo, all'inizio del romanzo, in Puglia, mentre sbava su una ragazzina forse diciottenne, ma si fa abbordare dallo zio gay, per rimediare qualche notte con un tetto sulla testa gratis, e qualche pasto a sbafo. E' ad un punto piuttosto basso della sua esistenza, ed è così che inizia a raccontare come è arrivato fin lì. Nella Londra blairiana, i suoi amici fraterni sono Luca, un dj alcolizzato senza un futuro, la cui madre sta morendo di cancro, Michael, un ragazzo di origini caraibiche che tenta invano di diventare giornalista, e si ricicla artista concettuale con l'aiuto della fidanzata, artista già affermata, che non vede di buon occhio la sua amicizia con Bhupinder, e Rory, un ragazzo gay molto ricco che riesce a fare coming out grazie all'involontario aiuto di Bhupinder. Bhupinder, per tutti Puppy, vorrebbe fare lo scrittore, ma nel frattempo si è riciclato come giornalista freelance, uno di quelli che scrive recensioni cambiando qualche parola alle cartelle stampa di accompagnamento. Follemente innamorato della ricca, irraggiungibile Sarupa, anche lei di origini indiane e con un padre ben introdotto negli ambienti londinesi che contano, promessa sposa e fidanzata felice con Duncan, un ricco e annoiato giovane londinese, Puppy riesce finalmente a farsi considerare da Sarupa casualmente: mentre aspetta gli amici per una bevuta, abborda Sophie, un'aspirante modella ricca di famiglia e anoressica per status, e senza volerlo ci si fidanza, e, rimasto senza casa, si trasferisce da lei, che è ben contenta, essendo innamorata, di riceverlo nella sua vita. Poco dopo averla conosciuta, Puppy scopre che Sophie è nientemeno che la cugina di Duncan, e molto amica di Sarupa.

Donald è un californiano nerboruto e capellone, sua moglie una smunta bohémienne inglese di buona famiglia. Indossano caffettani e gioielli etnici, leggono libri di Ram Das, recitano preghiere in sanscrito e seguono una scarna dieta rigorosamente vegana. Hanno la pelle arancione scuro e ricoperta di scaglie, tipica di chi si espone troppo al sole; la loro corporatura è elastica e ossuta. Hanno una cinquantina d'anni e pensano di aver resistito ai colpi dell'età e di aver trasceso il mondo materiale. Di fatto, sono solo dei bianchi strampalati che stanno invecchiando, denutriti e incapaci di accettare la realtà. In India, l'Occidente si replica sotto forma di farsa, mentre negli occidentali l'India si replica sotto forma di tragedia.


Lessi di questo libro qualche anno fa, probabilmente proprio poco dopo la sua traduzione italiana, uscita appunto nel 2008. Mi intrigò, ma non lo trovai da nessuna parte. Ho conservato il ritaglio del giornale dove lessi un articolo a proposito, finché di recente, con colpevole ritardo, ho scoperto amazon.it, e l'ho finalmente comprato. Ho atteso ancora un po', perché fosse il momento giusto, e poi l'ho letto.

Michael annuì e finì il suo caffè. Lo osservai alzarsi, appoggiare la tazza nel lavello e uscire. Era ben oltre il metro e ottanta d'altezza, ed era un interessante miscuglio caraibico - pelle nera come il carbone, occhi europei color nocciola e lineamenti eleganti, quasi asiatici, combinati con la possente corporatura tipica dell'Africa occidentale perfezionata dalla schiavitù, dalle severe leggi della selezione naturale. E' magnifico se si pensa che nella loro smania di ricchezza i musi bianchi hanno creato i corpi che le loro donne vogliono scopare più di ogni altro.


E', fin'ora, l'unico romanzo di questo autore, che rifiuta di essere definito anglo-indiano, essendo, come il protagonista del romanzo, nato a West London, anche se da genitori Punjabi (pare che spesso puntualizzasse di essere stato in India solo una volta nel 1982, altro punto di contatto col personaggio del romanzo; sembra che però, adesso spesso risieda a New Delhi). L'autore è stato al centro di diverse polemiche, soprattutto in patria, innanzitutto perché è stato sposato per un periodo non breve con la famosa giornalista di moda Liz Jones, ex anoressica e molto più vecchia di lui; la Jones dopo la separazione ha raccontato, in termini non certo lusinghieri, il loro matrimonio (la descrizione dell'allora marito assomiglia molto a quella che Dhaliwal dà di Puppy; certo, nonostante il libro sia dedicato anche a lei, e sia presente nei ringraziamenti - per avermi aiutato a scrivere questo libro e per aver cambiato la mia vita -, alcuni tratti che potrebbero essere riferiti alla Jones sono presenti sia nel personaggio di Sophie, sia in altri); inoltre, si è espresso spesso, sia nel libro, sia nelle interviste, contro alcuni scrittori e scrittrici inglesi di origine coloniale, sostenendo che raccontano solo favolette e non conoscono gli ambienti dei quali parlano, mentre lui si.

"Con il lavoro che faccio adesso, mi resta a malapena un po' di tempo libero. Ma la baby-sitter è bravissima, e poi Ben torna a casa presto. Prepara la cena e mette a letto Olivia... Vero, tesoro?" Guardò Ben, che si fissava le mani appoggiate sulle ginocchia. Mi piaceva Ghislaine. Incarnava i valori delle donne moderne: in carriera e madre, curava il proprio aspetto ed era sposata con un rammollito in sottane che comandava a bacchetta. Donne come lei dominerebbero il mondo.


Tralasciando il gossip e la biografia dell'autore, il libro a mio parere è più che valido. Lo avevano paragonato a Houellebecq, ed in effetti chi lo ha fatto non ha sbagliato. C'è lo stesso nichilismo, lo stesso dolore di vivere, lo stesso fatalismo, lo stesso atteggiamento politicamente scorretto. Scrittura scorrevole, ottimo e caustico senso dell'umorismo, una trama ben costruita, seppur complessa nei suoi flashback e flash forward.

Le ultime due settimane, disse Sophie, erano state un'ottima opportunità per fare shopping e un sacco di lavoro su di sé. Che cazzo volesse dire non lo sapeva nessuno. Sophie era tornata piena di idee e di entusiasmo; mi stava facendo girare i coglioni a mille. Continuava a leggere i passaggi che aveva sottolineato in un libro regalatole da Mika, "La felicità non costa nulla, ed è più facile di quanto si creda!" Guardai il titolo e desiderai davvero che fosse così, canticchiando mentalmente una canzoncina in modo da non sentire una parola.


Perfino il finale, anche se decisamente intuibile, è valido e lascia l'amaro in bocca, è dolente ma induce un sottile senso di speranza. L'autore, quindi, lascia intravedere capacità di emozionare, di descrivere, in un mare di pessimismo e con un attitudine molto no future, anche sentimenti profondi. Nelle apparenti sparate politicamente scorrette, ci sono riflessioni che non andrebbero trascurate, sulle relazioni inter-etniche, soprattutto in società post-coloniali. Insomma, Dhaliwal non è per niente uno scemo, anche se sicuramente si diverte a fare il provocatore. E spero si rifaccia sentire presto con un altro bel romanzo.

KinQ veniva dai bassifondi di South Central L.A.; non era una femminuccia. Lo stesso non si poteva dire dei frocetti che ancheggiavano in pista seguendo la sua canzone. Il locale era pieno di faggamuffin e homeysexual - quei gay che adottano vestiti, modi e gergo tipici di reggae e hip hop - che si muovevano eleganti sulla musica, cercando nel contempo di darsi un'aria da maschioni scontrosi. Era inevitabile che la cultura gay si fondesse con la musica rap; hanno così tanto in comune: dissolutezza, consumi cospicui, misoginia e fascismo del corpo. KinQ ci era arrivato per primo; sarebbe diventato una star.

20120628

separati alla nascita

Raul Meireles, calciatore (Chelsea, Portogallo)
Andre Agassi, tennista

Louis C.K.

Louie - di Louis C.K. - Stagioni 1 e 2 (26 episodi; FX) - 2010/2011






Louie vive a Manhattan, ed è uno stand-up comedian, un comico di quelli che si presentano da soli sul palco e parlano a ruota libera, divertendo. E' divorziato, ha due figlie, una di nove e l'altra di cinque anni, ed ha l'affidamento congiunto delle piccole, d'accordo con la madre/ex moglie. La serie ci mostra Louie alternativamente sui piccoli palchi del Comedy Cellar e del Carolines, di Manhattan, durante le sue performance, oppure anche in altre circostanze, facendo i suoi spettacoli, e in momenti della sua vita di tutti i giorni, alle prese con l'educazione delle figlie, con i loro impegni scolastici, in momenti congiunti col fratello, con i parenti, con gli amici spesso comici anche loro, o ancora in appuntamenti con donne, col suo medico, col suo psicanalista. Gli episodi, solitamente della durata di poco più di una ventina di minuti (a parte uno, Duckling, che ha una durata doppia), hanno spesso un doppio titolo, proprio perché le storylines sono due; questa però non è assolutamente una regola. La serie è piuttosto "libera", a basso budget, con recitazioni molto spontanee.

Segnalatami dall'amico Buzz (che ringrazio), Louie è una delle molte sorprese positive che le televisioni statunitensi spesso offrono. Interamente "fatta" dal vero stand-up comedian Louis C.K., piuttosto conosciuto negli USA, che ne è ideatore, regista, attore principale, montatore e produttore, Louie è brillante, sorprendente, spiazzante. C.K., assoluto mattatore della serie, è un comico che dietro il suo approccio greve, molto basato sul sesso e sulle sue esperienze personali virate in chiave comica, ha poco da invidiare al miglior Woody Allen, al quale è stato spesso paragonato. Il personaggio che interpreta nella serie ha moltissime similitudini con la sua vera esperienza di vita, e stavolta c'è da dire che ha fatto davvero centro; infatti, C.K. aveva già tentato la fortuna in tv con Lucky Louie, una sit-com (anch'essa ispirata alla sua vita familiare) andata in onda nel 2006 su HBO per 12 episodi, e poi cancellata (ne vediamo una parodia in un episodio di Louie). La sua partner femminile in quel caso era Pamela Adlon, la "nostra" amatissima Marcy Runkle di Californication, che è rimasta molto legata a C.K., tanto che in Louie appare come personaggio ricorrente (Pamela), e come consulting producer. Ve la segnalo proprio oggi, visto che stasera, sempre su FX, comincia la terza stagione, e quindi, magari, vi viene voglia di mettervi "in pari". Se cercate una commedia senza dubbio non usuale, assolutamente fuori dai soliti schemi, Louie è quello che fa per voi.
Louis C.K. è simpaticissimo, e perfino la musica è intrigante. Sembra un prodotto quasi casalingo, ma ha delle grandi idee.

20120627

separati alla nascita

Chris Bauer, attore (True Blood, tra gli altri)
Andrés Iniesta, calciatore (Barcellona, Spagna)

non è il tuo tipo di persona

Not Your Kind of People - Garbage (2012)


C'erano una volta i Garbage. Non me ne voglia la mia amicona Sabry, con la quale li vedemmo anni fa all'idroscalo milanese, molto più preoccupati di combattere la contraerea zanzaresca, rispetto a come fosse vestita Shirley Manson (un inchino è sempre d'obbligo, quando la si nomina). Evidentemente, il tempo delle super-marchette per pagare mutui, bollette, droga e alimenti, viene per tutti, indistintamente dal genere musicale che si suoni. Per capirci, un pezzo come Big Bright World ce lo aspetteremmo dai Roxette, e non certo dai Garbage. Purtroppo, la frase può essere tranquillamente riutilizzata per tutti e gli undici pezzi del disco, e pure per i quattro della versione (cosiddetta) deluxe.
Farò finta di niente, e continuerò a ricordarmeli quando erano vivi, e senza debiti.

20120626

sogni e tempo

In Dreams and Time - Ancestors (2012)


Vi ho già parlato del quintetto losangelino due anni fa, con un anno di ritardo dall'uscita del loro Of Sound Mind, e li ho "conosciuti" con il loro debutto Neptune With Fire, datato 2008. L'impressione, confermata anche da quest'ultimo, nuovissimo In Dreams and Time, è quella, positiva e spiazzante, di un combo perennemente in bilico tra uno stoner/doom/death metal di qualità altamente raffinata, e una deriva (sana) verso una sorta di progressive influenzato sia dai Pink Floyd (palese il loro fantasma su On The Wind) che dai Neurosis. Come descrivere un pezzo come The Last Return, tutto pianoforte ed eteree voci femminili, dove, a parte questo, la chitarra appare per punteggiare il tutto? E il crescendo di riff che sembrano voler far librare nell'aria l'ascoltatore di Corryvreckan? Addirittura, negli ultimi due pezzi, Running In Circles e First Light, gli Ancestors ricordano decisamente gli Amplifier, una band mai troppo osannata e poco blasonata perché da sempre mantiene un profilo basso. E questo (il paragone con i mancuniani Amplifier), credetemi, è decisamente un complimento.
Copertina bruttina, ma decisamente pinkfloydiana.

20120625

Damned

Dannazione - di Chuck Palahniuk (2011)


Madison Desert Flower Rosa Parks Coyote Trickster Spencer ha 13 anni ed è morta. Ma proprio, come dice lei, morta-morta, non stop, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni all'anno, per sempre. Ed è all'inferno. Tredici anni vissuti nell'ovatta, due genitori ricchissimi e talmente progressisti da risultare stucchevoli (ex hippy, ex rasta, ex anarchici, attualmente nello show business con risultati incredibilmente di successo, possessori di case in ogni luogo della Terra, continuamente in cerca di bambini provenienti da luoghi disperati, da adottare e poi da infilare in collegi iper-riservati dalla retta altissima, per non vederli mai più): "Le altre ragazzine a tredici anni si vedono magari regalare il loro primo reggiseno. Mia madre si è offerta di farmi fare il mio primo diaframma su misura."
Ma Madison è grassoccia e bruttina, profondamente insicura di sé, e per giunta completamente impreparata ad essere morta. Per di più, i suoi genitori l'hanno cresciuta nell'ateismo più completo, dicendogli che le religioni erano tutte fandonie. E adesso, invece, eccola lì, all'inferno, con demoni storici che se ne vanno in giro a smembrare la gente morta, gente alla quale gli arti ricrescono in modo da poter essere smembrati di nuovo. Si ritrova in una cella sudicia, e nelle celle vicine alla sua, un quartetto che, con lei compresa, ricorda decisamente il gruppo di Breakfast Club: oltre a lei, la bruttina insicura, il punk, l'atleta idiota, il nerd e la reginetta del ballo. E' insieme a loro che Maddy inizia una specie di tour dell'inferno, che le riserverà una sorpresa dietro l'altra, non ultima la vera ragione della sua morte.

L'autore ha descritto questo sua ultima fatica come "se L'eterna primavera della speranza - Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank avesse un figlio con Amabili resti, e questo fosse cresciuto da Judy Blume" (spieghiamo meglio: Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank è uno dei quattro racconti che compone Stagioni diverse di Stephen King, e per farla ancora più semplice è il racconto dal quale è stato tratto il film Le ali delle libertà; Amabili resti è il libro di Alice Sebold dal quale è stato tratto l'omonimo film di Peter Jackson; Judy Blume è una scrittrice statunitense specializzata in libri per ragazzi, e questo Dannazione si basa, liberamente, sulla struttura del suo Are You There God? It's Me, Margaret). A parte l'esplicito riferimento/citazione a The Breakfast Club, già citato nel riassunto della trama, se non avete letto Dannazione dovete provare ad immaginarvi il solito Palahniuk (A parte la faccenda delle api e degli uccellini - e il tea-bagging, l'anilingus e il tribadismo - i miei genitori sulla morte non mi hanno mai insegnato nulla. Mio padre al massimo mi tormentava perché usassi creme idratanti con protezione solare e mi passassi il filo interdentale. Se una qualche percezione avevano della morte, era solo nelle sue espressioni più superficiali, come le rughe e i capelli grigi delle persone molto anziane e prossime alla loro scadenza naturale.), col suo stile caustico, irriverente, irrispettoso e a dir poco scabroso, alle prese con una sorta di parodia dell'Inferno di Dante (e, non ci crederete, ma è capace di scrivere cose come Il mio esercito torna a compattarsi, e da dietro le porte sbarrate s'ode un inconfondibile suono di chiavistelli e catene. Per frazioni di grado, fessure ampie quanto un capello, i due ponderosi cancelli cominciano a dischiudersi, offrendo scorci dell'interno del quartier generale. Alle mie spalle, i fragorosi soldati corrono avanti per issarmi sulle loro massicce spalle assassine e trasportarmi, vittoriosa, nella cittadella assediata, solo che prosegue immediatamente con Le mie orde cominciano a razziare i forzieri di dolciumi dell'oltretomba. A saccheggiare quei tesori di monete di cioccolato, pastiglie all'eucalipto e caramelle frizzanti.). E c'è da dire che il risultato è molto divertente, meno agghiacciante di quanto un lettore affezionato si possa attendere da Palahniuk, ma quasi spassoso, senza per questo rinunciare ad una lettura caustica della cultura americana, e ad una sempiterna presa in giro dei suoi perenni clichés. Non siamo ancora tornati sui massimi livelli, ma direi che stavolta non c'è neppure da lamentarsi troppo.

20120624

secondo assalto

Second Assault - Horisont (2012)


Prendete, ad esempio, il pezzo conclusivo di questo disco, Thunderflight. Sono sicuro che, se siete profondi conoscitori degli Iron Maiden fin dai loro esordi, non esiterete a chiedervi se per caso si siano "reincarnati" in questa band svedese (almeno fin quando non entra il cantato), pare di Goteborg come i Graveyard. A differenza dei loro concittadini, più votati ad un hard blues anni '70, gli Horisont, qui al loro secondo disco, sembrano uscire direttamente dalla NWOBHM (e che cazzo, quante volte ve lo devo ripetere: New Wave Of British Heavy Metal!), e quindi dai primissimi anni '80. Deliziosi intrecci di riff, ottimi assoli prolungati, disseminati lungo tutte le tracce (che sono complessivamente dieci), una sezione ritmica lineare, con il basso che si concede qualche svisata ogni tanto, e una voce che viaggia su tonalità alte, senza mai esagerare. A volte è inspiegabile come possa risultare fresco un disco che sembra essere uscito dalla prima metà degli anni '80, ma questo è un po' il mistero della fede (metal). Copertina francamente orrenda.

20120623

separati alla nascita

Cesc Fabregas, calciatore spagnolo
Mark Ruffalo, attore statunitense

this land is my land

Ci sono delle cose che mi fanno rimettere in discussione la mia quasi-decisione di andarmene a finire la mia vita in un altro luogo, dopo la pensione, se esisterà una pensione. E sono settimane come questa, che sta per terminare, settimane che vivo come se fossi in vacanza, ma a casa. Giorni quasi completamente dedicati all'ozio e all'abbronzatura, nei quali arrivo in spiaggia contemporaneamente ai bagnini (diciamo 6,45), quasi l'ora in cui vado a lavorare (ed è inutile che mi rimetta qua a raccontarvi che, con l'anzianità, si scopre quanto sia bella la calma della mattina), e mi trattengo fino alle 13 o alle 14, ore in cui semplicemente mi rompo i coglioni di stare al mare, dopo di che dormo sul divano, guardo film e serie tv a ripetizione, e le partite dell'Europeo con lo stesso entusiasmo che avevo da bambino, quando a otto anni, durante i Mondiali tedeschi (del 1974), compravo ogni giorno tutti i quotidiani sportivi; giorni in cui leggo quasi un libro al giorno, e riesco ad ascoltare 6, 7, anche 8 dischi completamente e con una certa attenzione. Giorni nei quali neppure alcune ore di nuvolosità riescono a mettermi di cattivo umore, nei quali guardo l'orizzonte e quasi riesco a pensare che mi appartenga.

Beast of No Nation

Bestie senza una patria - di Uzodinma Iweala (2006)


Agu è un bambino che, apparentemente, ha l'età per frequentare le nostre scuole elementari. Vive una vita africana relativamente tranquilla, senza troppa povertà ma anche senza troppo lusso, amato dai genitori. Ama studiare e frequentare la scuola, vuole diventare qualcuno per potersi elevare socialmente, e ha capito che la scuola è la maniera giusta. Ma, improvvisamente, in questo paese africano senza un nome preciso, scoppia una guerra civile senza quartiere. Eserciti improvvisati vagano di villaggio in villaggio, seminando morte, distruzione, annichilimento delle più semplici e basilari regole sociali. L'ONU interviene, la madre e la sorellina di Agu vengono portate via, lui rimane col padre, ma non riesce a scampare all'atrocità: viene catturato da una milizia guidata da un despota, conosciuto come Comandante, che dopo iniziali minacce di morte, lo arruola e, visto che è troppo piccolo per imbracciare un fucile, gli dà un machete. Cominciano una serie infinita di atrocità, che Agu attraversa come guardandosi dall'esterno, riflettendo sul senso della vita, della famiglia, della religione, con la sua mente da bambino, alle prese con cose che difficilmente anche un adulto sopporterebbe.

L'autore, classe 1982, è nato negli USA, ma ha vissuto anche in Nigeria. E' figlio di Ngozi Okonjo-Iweala, economista nigeriana che ha avuto più volte incarichi di governo, ed è stata candidata più volte a presiedere la Banca Mondiale. Di Uzodinma, laureato ad Harvard in lingua e letteratura inglese e americana, riportai un interessante articolo sulla dannosità degli aiuti economici all'Africa. Uzodinma è pure laureato in medicina e chirurgia alla Columbia University. Bestie senza una patria è, al momento, il suo primo e unico romanzo, ed è un lavoro particolare, scritto in un inglese strano, un po' sgrammaticato e reinventato: ce lo dice la traduttrice, Alessandra Montrucchio, nella nota introduttiva (farebbe pensare a Pigmeo di Palahniuk, se non fosse così dannatamente drammatico). La traduttrice, quindi, ha pensato a trasporlo in un italiano "parlato dai nigeriani (connazionali dell'autore) residenti nel nostro Paese e alle difficoltà che incontrano nell'esprimersi in una lingua tanto diversa dalla loro". Il risultato è interessante, inizialmente un po' difficoltoso da leggere, profondamente drammatico: forse per questo, forse perché lungo poco più di 100 pagine, l'ho letto in poche ore, un po' in apnea appunto, per la crudezza e la drammaticità della storia raccontata. Ovviamente, per poi "crollare" dopo la chiusura, semplice ma bellissima. Niente male, chissà se l'autore ci regalerà un secondo libro.

20120622

le parole sono importanti

Due cose. A leggere i libri di Chuck Palahniuk si impara sempre qualcosa. E' leggendo, se non ricordo male, Soffocare, che ho appreso che esisteva una pratica sessuale denominata felching. Stavolta, dopo aver letto Dannazione, di cui vi parlerò a breve, ho appreso i nomi di pratiche conosciute, ma siccome fa sempre piacere chiamare le cose col suo nome, eccole a voi. Quindi, mettete "in saccoccia" il tea-bagging (o tea-bag) , lo scontato anilingus, e il sopraffino tribadismo.
E poi non andate in giro a raccontare che su fassbinder non imparate niente.

traditional

Americana - Neil Young & Crazy Horse (2012)


Operazione a dir poco straordinaria, questa nuova pensata di Neil Young, che ritrova i "suoi" Crazy Horse. Un disco di cover. E fin qui, dirà lo sprovveduto che legge di sfuggita, che cazzo di novità. E invece bisogna approfondire un poco. Io stesso, ignaro del progetto, metto in cuffia e vado con le tracce. Ascolto, e mi dico, si ok, il solito zio Nello, bello teso, bello elettrico, bello distorto, bella sta canzoncina iniziale...ma....cos'è che dice? Susanna....oh Susanna....ma....aspetta un po'.....e quella dopo....Clementine....ma non sarà mica....
E poi ascolto, leggo i titoli, approfondisco. Dice ai giornali "Ognuna di queste canzoni presenti su Americana ha dei versi che sono stati ignorati. E questi sono i versi chiave, sono le cose che rendono queste canzoni ancora vive. Sono un po' pesanti da cantare, per i bambini dell'asilo. Gli originali sono molto più darker, c'è più protesta in essi - gli altri versi di This Land Is Your Land sono di grande attualità, o in Clementine i versi sono talmente cupi. Quasi tutti hanno a che fare con persone uccise, con questioni di vita o di morte. Non si è mai parlato troppo di questo, ne sono state rese interpretazioni molto solari. Così, mi sono allontanato da questa versione dolce. Con nuovi accordi, nuove melodie, possiamo utilizzare queste canzoni popolari, per richiamare il vero significato che avevano per le generazioni per le quali erano state scritte".
Non ci sarebbe niente da aggiungere. Se non che alcune versioni sono davvero spettacolari, per non dire tutte. Oh Susannah, Clementine, Get a Job, This Land Is Your Land, e una pirotecnica God Save the Queen (in quanto il Canada membro del Commonwealth, l'inno del Regno Unito è riconosciuto ufficiosamente, da alcune persone anziane, come loro inno; rimane comunque l'inno reale, ed è stato inno nazionale fino al 1980), fanno di questo (ennesimo) disco, un'ulteriore prova della vitalità intelligente di questo sessantaseienne apparentemente inarrestabile.

20120621

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 11

Andiamo a cena in uno dei ristoranti dell'hotel Radisson, in mani italiane, visto che il maitre e lo chef sono italiani (scoprirò poi che anche il manager della ristorazione di tutto l'hotel è italiano; tra l'altro, tutti e tre simpaticissimi). Sul menù, per la cronaca, c'è pure il cacciucco alla livornese. Ci sono anche due colleghi italiani di Chiko, che abbiamo incontrato nel pomeriggio. Tutto ok, non voglio farvi il resoconto o la recensione del ristorante, ma raccontarvi un aneddoto che ho trovato gustoso, accaduto proprio nel ristorante. Avevo addosso la t-shirt comprata in Kenya, con il simbolo e la scritta (Kenya, appunto). Noto nella brigata di sala (ho scoperto qualche minuto fa che si chiama così l'insieme dei camerieri) un ragazzo e una ragazza di colore. Il ragazzo, appena mi vede, mi sorride e mi fa festa, poi si avvicina e solo a quel punto realizzo che ho indosso quella maglia e lui è kenyota. Mi chiede velocemente se sto tornando o se sto andando, e poi torna al suo lavoro. A fine cena, con meno persone da servire, si avvicina di nuovo, inizia a farmi domande sul mio soggiorno in Kenya, e chiama a gran voce la ragazza di colore, anche lei kenyota, che mentre si avvicina mi dice "this is MY shirt!". Mi sono sentito una specie di ambasciatore.
Il giorno seguente, Chiko mi porta nella parte "vecchia" della città. Ale e le ragazze vanno in piscina, il caldo è abbastanza opprimente, e fino all'ultimo prova a dissuaderci. Ma tiriamo dritto. Cerchiamo parcheggio nei pressi del mercato del pesce, un luogo che a Chiko, mi spiega, piace molto. Anche il resto, è un po' diverso dalla Dubai spettacolare e mastodontica: sembra una città "normale". Molti negozi che vendono oro e gioielli, molti indiani. Come saprete se avete letto qualcosa, solo il 20% della popolazione di Dubai è locale. Adesso c'è da attraversare il Dubai Creek, per arrivare a Bur Dubai. Attraversiamo con la abra, classica imbarcazione locale, e siamo dritti in una specie di mercato permanente. Indiani, pakistani, e via discorrendo, cercano di accalappiare orde di turisti in visita. C'è un po' di tutto: gioielli, tessuti, spezie, elettronica. Andiamo però al Museo di Dubai, anche Chiko non c'è mai stato, ed è curioso. Il museo, seppur non molto grande, si rivela interessante e ben fatto. Situato in un fortino, in una struttura sotterranea offre ricostruzioni di vita locale prima dell'avvento del petrolio, storia illustrata da un documentario degli ultimi 100 anni di Dubai, curiosità. Per la cronaca, il petrolio qui è stato scoperto nel 1966; sempre per la cronaca, Chiko mi spiega che la benzina qua viene venduta praticamente sottocosto. Ci immergiamo dentro Al Bastakiya, un vecchio agglomerato urbano completamente restaurato, con le tipiche case d'epoca e le loro torri del vento (antico sistema di condizionamento aria). Pranziamo, entriamo dentro qualche piccolo museo poco interessante, poi seguiamo il creek verso Al Shindagha, dove si trova la casa dello sceicco Saeed Al Maktoum, padre dell'attuale ruler of Dubai Mohammed. Saeed era una sorta di padre della patria, vista la storia degli Emirati Arabi. Sette (inizialmente sei) emirati che si riunirono, il 2 dicembre 1971, in un unico stato: Saeed era in quel momento l'emiro di Dubai, e promosse l'unione. Caratteristica e piena di foto d'epoca, la visita è soddisfacente, nonostante il caldo e la camminata mi stiano sfiancando. Ci avviamo lentamente verso il tunnel che ci riporterà dall'altra parte del creek, e quindi ad una meritata bottiglia d'acqua, e all'aria condizionata dell'auto. Si torna verso casa, e siccome non ve l'ho detto prima, noto per l'ennesima volta che la metropolitana di Dubai, per gran parte esterna e sopraelevata, assieme alle sue stazioni e ai palazzi tutti vetro e acciaio, danno l'idea di stare nel futuro.
C'è la festicciola di fine corso di golf di Sara. Che, qui, una "festicciola" è una roba abbastanza chic, intendiamoci. Non c'entra niente, ma immaginatevi che a Dubai, le pensiline dell'autobus sono chiuse, con le porte automatiche con fotocellula, e dentro l'aria condizionata. Prima, una piccola esibizione di tutti i partecipanti al corso. Dopo di che, si va a cena, in un posto vicino a casa, adiacente al centro commerciale più vicino (a casa). Insieme al cibo e alle bevande, si può ordinare la shisha, una sorta di narghilé, come documentato dalla foto.
Il giorno seguente, domenica, è giorno di lavoro. Ci svegliamo presto, e usciamo mentre le ragazze si preparano per la scuola. Chiko mi accompagna all'aeroporto, lui prosegue per il lavoro. Ci vediamo presto.
Il check in, i controlli, sono rapidissimi. L'addetto ai passaporti, come mi aveva preannunciato Chiko, sono tutti fissati col calcio, quindi ci scappa qualche battuta sul calcio italiano. Volo per Roma con un A380, quelli a due piani. Mi guardo quasi tre film. Quando atterro, mi chiama mia sorella per dirmi che mentre non c'ero, dei ladri sono entrati in casa e hanno rubato.
Welcome back to Italy.

20120620

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 10

Dubai è di più. C'è tutto più grande, da record. E lo so che c'è il riscaldamento globale, e lo so che c'è gente che muore di fame, ne sono cosciente come lo siamo tutti. Però ecco, Dubai è, come dire, la dimostrazione che i soldi possono essere messi a frutto in maniera si sfarzosa, ma funzionale al contesto.
Si atterra con circa una mezz'ora di anticipo. Appena accendo il cellulare, mando un sms a Francesco, che, siccome impiega una mezz'ora da casa all'aeroporto, non era ancora partito. Mi dice quindi che parte per venirmi a prendere. Non c'è problema, tanto più che in un qualsiasi aeroporto del mondo, per scendere dall'aereo, sbrigare le pratiche doganali, trovare l'uscita, anche se, come me, si viaggia con il solo bagaglio a mano, ci si impiega sicuramente più di mezz'ora. L'aeroporto di Dubai l'avevo scrutato un po' all'andata, anche se molto assonnato, e mi era sembrato grande. Adesso mi sembra quasi maestoso, esagerato come tutte le cose che vedrò a Dubai, come questa cascata nella hall centrale. Arrivo piuttosto rapidamente al controllo passaporti, ma siccome mi sembrava di aver capito di aver bisogno del visto, prima mi reco al banco dei visti. Mi dicono che, essendo italiano, il visto non mi serve. Al controllo passaporti nessuna fila, decine di varchi aperti, uno scanner dell'occhio e via. Un corridoio enorme mi conduce all'uscita, dove un caldo infernale mi accoglie. Taxi rosa guidati da donne velate, ovviamente per donne sole. Chiamo Francesco e scopro che il mio cellulare può mandargli sms, ma non chiamarlo. E scopro che non è ancora arrivato, e di conseguenza scopro che per uscire dall'aeroporto ci ho messo meno di 25 minuti. Stento a crederci. Capisco che si può fumare nelle zone apposite, e per ingannare il tempo mi accendo una sigaretta: France arriva prima che la possa finire. Ed è strano incontrare un amico nel posto dove vive e lavora, è strano perché negli ultimi 20 anni ci siamo visti poco, d'estate al mare. Mi viene in mente che nel 1991 abbiamo passato un ultimo dell'anno a Brescia, a casa di un suo collega, lui lavorava già in Angola. Fu in quella occasione che comprai Ten, il primo disco dei Pearl Jam. Vabè. Ammiro Francesco (per tutti Chico, che lui ama scrivere Chiko), è stato coraggioso, ma mi pare che la vita lo abbia ripagato. Ha una bella famiglia, lavora sodo ma, come direbbe Tornatore, stanno tutti bene. Quando i tuoi amici li vedi spesso, ci pensi meno, di solito sempre quando ci vai insieme a cena e sei un po' brillo, e come tutti i vecchi, tutti iniziano a raccontare cose fatte insieme vent'anni prima: "ma te lo ricordi quando..." e via così. Quando invece, come in questo caso, ti vedi di rado, è un po' come dicono che succeda quando stai per morire, che ti passa tutta la vita davanti in un secondo. Ci sono episodi che accomuni ad ogni amico, e io, rispetto a lui, c'ho i miei, e ogni volta che ci ripenso mi commuovo un po'. Ma siamo sempre vivi, e non siamo messi neppure troppo male, quindi si sale in macchina e Chiko mi mostra un po' di Dubai mentre mi porta a casa sua. Sembra decisamente di stare nel futuro. Costruzioni avveniristiche, autostrade a mille corsie, e ai margini delle strade o degli agglomerati urbani, che, non so perché, quando non sono grattacieli mi ricordano la casa di Hank Schrader in Breaking Bad, ad Albuquerque. A casa, le figlie sono già a letto, ma Alessandra, sua moglie, è alzata, e ci prendiamo un caffè, anzi un cappuccino, e facciamo due chiacchiere prima di andare a dormire.
Sono qua per due giorni, il fine settimana musulmano, venerdì e sabato. Al mattino (ri)vedo Sara ed Emma, le figlie. Sono affascinato dalle piccole, perché da quando la famiglia vive in pianta stabile all'estero, le bambine frequentano scuole internazionali, e in pratica conoscono tre lingue (italiano, inglese, francese) più hanno ovviamente delle basi di arabo. Emma, la più piccola, è un piccolo uragano, buffa, iperattiva, chiacchierona, simpaticissima, espansiva. Sara è più riservata, meno propensa a dare confidenza, intelligente e curiosa. Oggi il programma prevede una giornata di shopping, e la visita al Burj Khalifa. Ma prima di tutto, c'è da portare Sara alla sua ultima, per questa stagione, lezione di golf, sport che è diventato il preferito di Chiko. Partiamo tutti insieme, e io vedo per la prima volta il "loro" golf club, non lontano da casa. Lasciamo Sara alla lezione, e ci facciamo un giro in auto. La Marina di Dubai, le Palme (Palm Islands), isole artificiali che dall'alto raffigurano delle palme, il mondo, altre isole artificiali che dall'alto raffigurano un planisfero, il Burj al-Arab, il famoso albergo dalla costruzione fatta a vela, mi lasciano abbastanza a bocca aperta, seppur ripensando a quelle cose dette in apertura, mi fa ridere pensare al porto turistico costruito dal mio comune, praticamente davanti a casa mia, per darsi una vocazione turistica. Qui hanno fatto lo stesso, ma in grande. Si torna a prelevare Sara, e ce ne andiamo al Mall of the Emirates. Enorme (ma naturalmente ce n'è uno più grande), per intenderci è quello dove c'è lo Ski Dubai, uno ski resort al chiuso. Una roba assurda, ma sbalorditiva. Mangiamo in un ristorante orientale che dà (le vetrate) proprio sullo Ski Dubai. Un giretto, e poi ci si sposta lentamente verso il Dubai Mall. Per darvi un'idea di cosa stiamo parlando, dentro al centro c'è un acquario. Si, avete capito bene, un acquario, che si vede anche se non comprate il biglietto, passeggiando per il centro commerciale. Davanti ci sono le fontane danzanti, o musicali, o come diamine volete chiamarle. Mentre aspettiamo il nostro turno per salire sul Burj Khalifa, naturalmente il grattacielo più alto del mondo, Chiko e Ale incontrano conoscenti, e le ragazze si divertono con cose tipo il Candylicious, ovviamente il negozio di dolciumi più grande del mondo. Negozi delle grandi firme, elettronica, generi alimentari, cioccolato, una libreria enorme con libri in tutte le lingue, fumetti, action figures, e poi dvd, cd, strumenti musicali, una roba che potrebbe annichilire qualsiasi malato di shopping compulsivo. Arriva l'ora di salire. Controlli col metal detector, gli ingressi sono ad intervalli di mezz'ora, e sono tutti sold out, meno quelli delle 23,30. A gruppi di 10 si entra nell'ascensore, che suppongo essere il più veloce del mondo o quasi, che per salire 124 piani impiega un minuto. Non si sente niente, nemmeno la frenata. Siamo adesso At the top, il punto di osservazione, con telescopi a pagamento posti su tutti i lati. Di seguito trovate delle foto scattate proprio da qui. Dire imponente sarebbe riduttivo. Quando si torna a piano terra, una sorta di piccolo museo multimediale illustra le tappe della costruzione, i personaggi, tutto molto esaustivo. S'è fatta una certa, come si dice, e quindi si va a cena.
La vista sulle fontane "musicali"
Un edificio lì vicino
Il "resto" del Burj Khalifa, verso l'alto

20120619

The Holocaust Industry

L'industria dell'Olocausto - Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei - di Norman G. Finkelstein (2002)


Questo libro si propone di essere un'anatomia dell'industria dell'Olocausto e un atto d'accusa nei suoi confronti. Nelle pagine che seguono, dimostrerò che "l'Olocausto" è una rappresentazione ideologica dell'Olocausto nazista (nel testo, con l'espressione "Olocausto nazista" si fa riferimento all'evento storico, con il termine "Olocausto" alla sua rappresentazione ideologica).


Argomento più che delicato, l'Olocausto. E personaggio più che particolare, Norman G. Finkelstein, che ormai da più di dieci anni si scaglia con fatti, numeri, documenti, contro molti intellettuali ebrei, e diverse organizzazioni ebraiche, che, a suo dire, hanno strumentalizzato l'Olocausto in maniera colossale e mondiale, per ricevere risarcimenti milionari, soprattutto da Svizzera e Germania e destinare questi soldi per usi diversi dal risarcimento dei veri sopravvissuti. Newyorkese, ebreo figlio di due ebrei polacchi del ghetto di Varsavia, poi sopravvissuti ad Auschwitz, Finkelstein è studioso, storico e professore, e, forse sollecitato dall'irrisorio rimborso avuto dai genitori, in questo libro denuncia la strumentalizzazione di cui sopra, ponendo sul piatto fatti ed allargando pian piano il discorso alla politica internazionale. E' innegabile che le organizzazioni attaccate da Finkelstein se la sono presa con Svizzera e Germania ma mai con gli USA; è innegabile, almeno secondo me, che Israele come stato si è più e più volte trincerato dietro il vittimismo provocato dall'evocazione dell'Olocausto nazista, per far passare in secondo piano la sua dispotica e aggressiva gestione del territorio, dei confini e delle colonie. Finkelstein, che nel 2008 è stato dichiarato persona non grata in Israele (per 10 anni), è da sempre molto critico verso la politica di Israele nei confronti dei palestinesi e del Libano. Molto vicino a Noam Chomsky, il suo "nemico" numero uno è Alan Dershowitz, anche in questo libro ripetutamente attaccato e messo alla berlina. Finkelstein, come ebbi già a raccontarvi, è diventato protagonista di un film-documentario molto interessante, dal titolo American Radical, trasmesso anche da Al Jazeera International e dalla statunitense PBS.
In questo libro, lo studioso dimostra, a mio parere, di essere una persona coraggiosa, senza peli sulla lingua; l'analisi è lucida, dall'ampia visione, anche se, soprattutto nella seconda parte, diventa ridondante e, a volte, "personalizzata", nel senso che se la prende personalmente con questo o quel sostenitore di battaglie per l'indennizzo degli ebrei, L'industria dell'Olocausto è un saggio che merita una lettura attenta, da parte di ogni persona equilibrata e priva di pregiudizi.

20120618

how we are hungry

La fame che abbiamo - di Dave Eggers (2005)


Uno statunitense senza nome visita Giza, in Egitto, e d'improvviso si imbarca in una cavalcata nel deserto, guidato da un locale. La visita si trasforma in un'epifania.
Gli effetti della notizia della morte violenta di un soldato USA su un cittadino statunitense qualunque. Una giovane single visita un suo caro amico, single anche lui, che sta lavorando in Nicaragua. Si incontrano in Costa Rica per fare surf e stare insieme. Un marito vuole costruire una casetta in giardino per stupire la moglie. Un uomo affronta un lungo e noioso viaggio in auto per andare a trovare il cugino, che ha tentato di uccidersi per l'ennesima volta. Una madre single non riesce a dormire perché sono le 2,33 della notte e il figlio quindicenne non è ancora rientrato. Un uomo racconta alla Luna la sua avventura in Scozia, con una cara amica, che in realtà gli era sempre piaciuta.
E poi ancora. La costruzione di un racconto su di un uomo, malato terminale, che non vuole morire da solo, e organizza il momento della sua morte in uno stadio gremito. Una donna single con un dolore inespresso dentro, che si imbarca in una scalata del Kilimangiaro.

Dopo aver "rotto il ghiaccio" con Zeitoun, per quanto riguarda Dave Eggers, ho preso questo libro per caso, in libreria, avendo in mente tutt'altro. Visto che le cose che cercavo non c'erano, vedo il nome conosciuto, e prendo questo La fame che abbiamo al volo. Una raccolta di racconti, brevi e brevissimi (in realtà ce n'è perfino uno, Ci sono cose che lui dovrebbe tenere per se stesso, che consta del titolo e di cinque pagine bianche), scritti con uno stile intenso, rapido, emozionale, di quelli che se fosse un film diresti "montaggio serrato", apparentemente lontanissimi, a livello di soggetto, tra di loro, ma in realtà legati strettamente dalla fame del titolo: la fame di vita, della ricerca del suo senso, fame di emozioni.
Libro snello, autore con uno stile davvero personale, capace di trasportare, appunto, emozioni, dalla carta al lettore.

20120617

VRC

Versilia Rock City - di Fabio Genovesi (2008)


Domandare è come andare al Louvre e fare una foto alla Gioconda: cosa speri di catturare, cosa pretendi di riportare a casa?

Forte dei Marmi, Versilia, provincia di Lucca, Toscana. Nell'incipit, ambientato nella seconda metà degli anni '80, ci viene spiegata la vera realtà del vivere un luogo di villeggiatura considerato esclusivo. Famiglie che per due, tre mesi d'estate, lasciano la casa che abitano normalmente tutto l'anno, ai Signori, che di solito vengono dal Nord, e affittano le case dei nativi, e un po' anche le loro vite: devono essere impercettibili, ma se c'è un problema, una lamentela, devono essere presenti e servizievoli. I bambini si adeguano, ma non capiscono. Gli adolescenti, ribelli per definizione, vorrebbero non arrendersi. Passano più di vent'anni, e Forte dei Marmi è ancora lì. Quattro vite si sono sviluppate a partire da lì. Anzi, tre, mentre una è andata via. Quest'ultima è quella di Renato, in "esilio" al Nord, che, con il cuore spezzato pensa ancora alla sua ex, e per vivere si inventa un lavoro quantomai particolare. I tre che sono rimasti non potrebbero essere più differenti. Roberta è una affermata professionista, che mai si è sentita a suo agio dov'è nata e cresciuta, ma lì è rimasta, salendo di classe sociale e creandosi una sorta di corazza, una vita falsa, che l'ha fatta cadere in uno stato di anestesia sentimentale. Nello è un ex tossico, al quale la droga ha rubato una buona fetta di vita, e che adesso non sa bene cosa fare di quel che gli resta: ci penserà una sorpresa inaspettata a cambiare le sue prospettive. Ultimo, ma non meno importante, il nipote di Nello, Mario, una volta detto Marius DJ, quando era praticamente famoso, e che adesso non riesce a mettere il piede fuori di casa: vive di download selvaggi, sigarette e porno.

Di tutti i lavori che Dio ha dato all'uomo per metterlo alla prova, scartavetrare è il più terrificante. Noioso, faticoso, ingrato, una rottura di cazzo incredibile.


Come detto già qualche tempo fa, avevo letto distrattamente di Genovesi come uno dei nuovi e promettenti scrittori italiani, ma vuoi per pigrizia, vuoi per esterofilia, non lo avevo mai preso in considerazione. Poi, questa intervista su un mensile musicale, dove leggo cose, dette dall'autore, che mi causano un'epifania, quasi un'illuminazione: diceva cose che ho sempre pensato, ma non ero mai riuscito a mettere perfettamente a fuoco. Inoltre, aveva avuto esperienze molto simili alle mie: un background non dissimile. Mi dico, potrebbe essere interessante. Sarò onesto con voi: gli dico le stesse cose sul suo sito, confessandogli di non aver mai letto nessuno dei suoi due libri, e lui, più che gentilmente, mi risponde in privato con simpatia. Mi ispira definitivamente. Questa ri-edizione del suo primo libro (in realtà prima di questo ha pubblicato Il bricco dei vermi, una raccolta di racconti), l'ho letta in treno tra Roma e Rosignano, terminandolo prima di arrivare a destinazione, e devo dire che, seppur ben disposto, la storia (anzi, le storie), lo stile, la struttura, sono accattivanti, divertenti ma anche molto amare. Una scrittura semplice, diretta, senza fronzoli, molto toscana ma comprensibilissima anche per i non toscani, serrata quando è necessario, riesce a divertire senza nascondere la profonda inquietudine che tratteggia i quattro personaggi principali, e il malessere dei nostri giorni. Ambientata soprattutto nella sua Forte dei Marmi, cittadina verso la quale l'autore nutre un rapporto complesso ma indissolubile (che approfondirà nel suo altrettanto divertente, ma sentito, Morte dei Marmi), la storia che Genovesi racconta lascia, a mio parere, intravedere un discreto potenziale, e soprattutto, lascia la voglia di leggere ancora qualcosa scritto con tanta schiettezza, e tale intensità.

20120616

luce del sole

Sunshine - di Danny Boyle (2007)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: la famosa fine der topo

2057. Il Sole si sta lentamente, ma neppure troppo, spegnendo. Sulla Terra, è calato un inverno perenne. Le nazioni si uniscono in uno sforzo che potrebbe, con tutta probabilità, essere l'ultimo, prima della completa estinzione del genere umano: viene inviata verso il Sole l'astronave Icarus II, con un equipaggio multietnico di super-esperti dei settori necessari, ma soprattutto con, a bordo, una smisurata bomba nucleare. Il piano è di gettarla in mezzo al Sole e farla detonare, in modo da innescare nuovamente le reazioni interne della stella, ed evitarne lo spegnimento totale. Ovviamente, l'astronave si chiama Icarus II perché c'era già stata una prima Icarus, la I. Sette anni prima, infatti, un'astronave con una missione identica, era partita dalla Terra, ma se ne erano perse le tracce poco prima che arrivasse a destinazione. La missione stavolta procede regolare, finché,  oltrepassando Mercurio per poi innescare la fionda gravitazionale per spingersi fino al Sole, Harvey, l'addetto alle comunicazioni, rileva il segnale d'emergenza della Icarus I. Il comandante Kaneda, decide allora di far fare la scelta al fisico Robert Capa, che ha anche curato la messa a punto dell'immensa bomba: deviare la rotta per avvicinarsi, prima di portare a termine la missione, a Icarus I, oppure no? Capa, dopo una simulazione, decide per il si. Da quel momento in avanti, l'equipaggio si disunisce, sottoposto a grandi stress. Curiosamente, il primo a perdere il controllo, certo in maniera del tutto particolare, è lo psicologo Searle.

Situato cronologicamente tra Millions e The Millionaire, nella filmografia di uno dei registi inglesi attualmente più importanti, ispirato fortemente da capolavori quali 2001: Odissea nello spazio, Solaris e Aliens, Sunshine ci prova, ci prova, ma non ci riesce. C'è un grande impegno verso il creare un atmosfera epica, filosoficamente di spessore, a sottintendere sensazioni forti e al tempo stesso ovattate, da fine del mondo ma lontani dal mondo. Per una buona parte del film, ci riesce; poi, nella seconda parte la situazione va un po' in confusione per (spoiler alert) il classico finale "ad eliminazione". Apprezzabile, ma un po' macchinosa, la metafora finale (il personaggio di Pinbacker), così come il messaggio anti-riscaldamento globale di fondo (rovesciando le possibili conseguenze), ottima la realizzazione degli interni e le scenografie in genere, discrete le recitazioni. Il cast vede Cillian Murphy (Robert Capa), Chris Evans (Mace), Michelle Yeoh (Corazon), Rose Byrne (Cassie), Cliff Curtis (Searle), Mark Strong (Pinbacker).
Impegnativo a livello di budget, si è rivelato un mezzo flop.

20120615

la città delle tardone

Cougar Town - di Bill Lawrence & Kevin Biegel - Stagione 3 (15 episodi; ABC) - 2012


Non vorrei sembrare troppo cattivo, ma se vi ricordate quel che dissi in occasione del commento alla seconda stagione, sembra che finalmente, con una stagione di ritardo, anche il pubblico statunitense si sia reso conto che Cougar Town ha definitivamente perso qualsiasi interesse. Se date un'occhiata, anche solo per curiosità, a questi dati di ascolto, vedrete che l'emorragia non solo è stata grande e marcata, tra la seconda e la terza stagione, ma è continuata durante tutta questa terza. Ci credete? Cambiando rete (dalla ABC alla TBS), Cougar Town andrà in onda con una quarta stagione a partire dal gennaio 2013.
E insomma, la banda del cul-de-sac ha perso del tutto il suo appeal, non fa più ridere se non in sporadiche occasioni, i personaggi ormai hanno perso forza, e non riescono più a far fruttare le loro varie caratteristiche peculiari. E non è neppure un peccato, perché, così come in altri campi, dei quali ci occupiamo qua, quasi fossimo esperti, nei serial televisivi, e soprattutto nelle commedie, c'è un ricambio pazzesco. Addio, Cougar Town.

20120614

Scott Pilgrim contro il mondo

Scott Pilgrim vs. the World - di Edgar Wright (2010)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: svelliatimi vando c'è le fie

Toronto, Canada. Scott Pilgrim ha ventidue anni, ma è un po' come se stesse sempre al liceo. Impacciato con le donne, ma non sfigato, si mette insieme a Knives, molto più giovane di lui, perché pare essere l'unica, in quel momento, che gli fa il filo. Scott suona il basso nei Sex Bob-omb con Kim, alla batteria, ex di Scott, e Stephen, chitarra e voce, vecchio amico di Scott. Scott, inoltre, vive insieme a Wallace, coetaneo dichiaratamente gay. I ragazzi si stanno mettendo sotto con le prove, per una "battaglia" tra band che si svolgerà di lì a poco. Improvvisamente, nella vita di Scott entra come un temporale Ramona Flowers, sfacciata e apparentemente sicura di sé. I due si innamorano perdutamente, e Scott non sa come gestire la cosa con la giovane Knives. Inoltre, dopo qualche settimana di frequentazioni con Ramona, Scott si accorge che la ragazza è strana, e cominciano a capitargli strani incontri...

Tratto dal comic book Scott Pilgrim, il film del regista inglese di Hot Fuzz è un divertissement molto simile, nella seconda parte, ad un videogioco, che vede un cast giovane importante: oltre al protagonista, ormai super conosciuto Michael Cera (Scott), ci sono Alison Pill (Dear Wendy, Milk, e dopo questo di cui parliamo è stata, purtroppo, negli ultimi due film di Woody Allen, Midnight in Paris e To Rome With Love, ma personalmente l'avevo amata nella seconda stagione di In Treatment) nei panni di Kim, Johnny Simmons (The Conspirator, Jennifer's Body) che interpreta Neil il fan della band, Anna Kendrick (Up in the Air, Twilight, 50/50) come Stacey, la sorella di Scott, Mark Webber (L'amore giovane, Broken Flowers, Dear Wendy pure lui, Hollywood Ending, Storytelling, Animal Factory) come Stephen, Brie Larson (United States of Tara, Greenberg) come Natalie, la ex di Scott nonché cantante dei The Clash at Demonhead (band fittizia, esiste nel film). Apparizioni per Chris "Captain America" Evans (è Lucas Lee, una particina molto divertente), Brandon "Superman" Routh (è Todd, il bassista dei TCAD), Jason Schwartzman (è Gideon Gordon Graves), Don McKellar (è Il Regista), Thomas Jane (uno dei poliziotti vegani, non accreditato). Interessanti le musiche: in pratica, quelle dei Sex Bob-omb sono di Beck, quelle dei TCAD sono dei The Metric, quelle dei Crash & the Boys sono dei Broken Social Scene.
A parte il cast e la musica, il film fa abbastanza pietà.

20120613

la legge dell'orticaria

Lex Hives - The Hives (2012)

E' un momento un po' così, per usare un luogo comune. Quando non riesci a concentrarti sulla musica, un po' dipende sicuramente da te, ma un po' dipende dal fatto che non c'è proprio niente che riesce a colpirti davvero a fondo. E, in questo mare di uscite, ma in questa penuria di qualcosa di ficcante, ecco che personalmente mi colpisce il nuovissimo disco  degli energici svedesi The Hives, band che a me piace molto da sempre, e della quale vi ho parlato, negli anni, a più riprese. Questo nuovo Lex Hives (non sono nuovi ai giochetti di parole con il latino, vedi Veni Vidi Vicious del 2000, e Tyrannosaurus Hives del 2004), il loro quinto, è, come già detto in passato, sempre lo stesso disco, sempre identico, ma (ancora) sempre teso, energico, vibrante, allegro, punkeggiante, urlato. Meno di mezz'ora se si escludono le due bonus track, Lex Hives si presenta con un pezzo da un minuto (e zero nove secondi) dove il testo è nient'altro che il titolo, Come On!, ma già basta per decidere che siamo davanti a un ennesimo lavoro che si, sarà pure semplice, ma è quasi impossibile da odiare, facile quindi da amare, e che con altrettanta difficoltà ti può stancare. Nonostante i ragazzacci stravaganti (non so se avete mai visto come si vestono, soprattutto in scena) non siano male neppure quando rallentano, sempre relativamente, i ritmi, come nel singolo Go Right Ahead, in I Want More o in Take Back the Toys, o quando sembrano Elvis che suona punk'n'roll, come in Without the Money o come nell'irresistibile Midnight Shifter, raggiungono l'apice con i pezzi che tolgono letteralmente il fiato dalla velocità di esecuzione: If I Had a Cent, Patrolling Days, 1000 Answers (sentitela bene, c'è persino una sezione fiati!), These Spectacles Reveals the Nostalgics sono delizie al fulmicotone.
Long live The Hives.

20120612

cosmopolitan

Cosmopolis - di David Cronenberg (2012)


Giudizio sintetico: si può vedere ma anche no (2,5/5)
Giudizio vernacolare: ma 'r firme vando comincia?

New York. Eric Packer è un ventottene miliardario. Annoiato dalle riunioni classiche, indifferente agli avvertimenti del capo della sua sicurezza personale, il prestante Torval, decide che vuole attraversare Manhattan per andare a "rifarsi il taglio" da Anthony, il barbiere del padre. Forte della sua limousine blindata, affronta questo viaggio che diviene un'odissea, incontrandosi con i suoi consulenti, spostando capitali e disegnando strategie, con la sua amante, con la sua giovanissima moglie, piena di soldi più di lui, fendendo una durissima protesta no global, filosofeggiando, uscendo di testa, e finendo, come si suol dire, in bocca alla sua nemesi.

Dopo un paio di settimane, è tempo di prendersi le proprie responsabilità. Con la morte nel cuore, sono qui a parlarvi, male, per la seconda volta consecutiva, di un film del regista canadese, che ho sempre considerato genialoide, uno che ha sempre osato. E sicuramente anche questo film è un lavoro coraggioso: è, infatti, la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Don DeLillo.
Il film, a me, non è piaciuto per nulla. Diciamo che non l'ho compreso. Anche se, mi son detto, se David voleva regalarci una metafora anti-capitalista, ok, abbiamo capito, grazie, ma diobono che palle! Che poi, quando un film ti prende male, non c'è niente da fare: anche gli esterni (pochi, a dire il vero) palesemente finti, tipici di Cronenberg, diventano fastidiosi, quando in altri film, decisamente migliori, avevano il suo perché pseudo-claustrofobico. E non bastano Juliette Binoche (Didi Fancher), sempre piacevole, Samantha Morton (Vija Kinsky), Jay Baruchel (Shiner), e l'allucinata ma bella Sarah Gadon (Elise Shifrin), che avevamo già notato, sempre con Cronenberg, nei panni fastidiosissimi di Emma Jung in A Dangerous Method. Protagonista (questa si, una scelta davvero coraggiosa, e rischiosa) Robert Pattinson, che oltre a conservare il pallore del vampiro di Twilight, risulta (per rimanere in tema di bianco) ingessato, ancora ben lontano dall'essere un attore. E sono piuttosto impietosi i confronti. Uno, prolungato, anche relativamente intenso, un po' la summa del film, con il sempre immenso Paul Giamatti (Benno Levin). L'altro, breve ma rivelatorio, con Mathieu Amalric (Andre Petrescu): quando la scena con i due finisce, ti ritrovi a dire a te stesso: "cazzo, questo si che è un attore".
E insomma, spiace un po' mettersi contro molti che hanno apprezzato il film, e soprattutto contro David Cronenberg, ma a mio parere, i suoi grandi film erano un'altra cosa.

20120611

alabama


io sto ascoltando tantissimo questi alabama shakes
e mio figlio canta oohoohooooooo sopra il ritornello
accattatevili

Cataleya

Colombiana - di Olivier Megaton (2011)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: o che potta è leilì?

Bogotà, Colombia. Un uomo di nome Fabio si sta incontrando con il malavitoso Don Luis. Sta pagando i suoi debiti e si sta congedando dallo stesso Don Luis, vuole evidentemente uscire dal giro. Ma Don Luis, salutatolo calorosamente, gli manda dietro il capo dei suoi scagnozzi, lo spietato Marco, e la sua manovalanza. Fabio se lo sente, torna a casa dalla moglie Alicia e dalla figlioletta Cataleya, e si prepara a fuggire lontano. Quando Marco e i suoi arrivano, Fabio consegna a Cataleya un chip, dicendole che sarà il suo passaporto in caso di pericolo, un biglietto da visita e un indirizzo di Chicago, negli USA. Marco e gli uomini di Don Luis fanno una strage, ma Cataleya riesce a sfuggire. All'ambasciata USA, consegna il biglietto da visita e la fanno entrare. Arriverà a Chicago, proseguendo l'avventura. Quindici anni dopo, ancora non ha dimenticato chi le ha portato via la sua famiglia.

Luc Besson produce questo film di un suo "protetto", specializzato in film d'azione. Il film è una specie di Leon in salsa americana (nel senso più ampio del termine, visto che è anche Sud-americano), e non è davvero niente di che: prevedibile, caciarone, chiassoso. E allora, direte voi, perché te lo sei visto, perché ne parli? Ma perché l'assoluta protagonista è la meravigliosa Zoe Saldana, la Neytiri di Avatar. Bellissima in tutte le salse, travestita, in tuta aderente, in versione Lara Croft armata di tutto punto, spietata vendicatrice, avrebbe sicuramente bisogno di copioni di maggior spessore, per dimostrare quanto vale. Per il momento, ci si accontenta di apprezzarla così. Il cast vede lo spagnolo Jordi Mollà (Marco), che si è fatto un nome anche al di fuori della Spagna (spesso all'estero viene utilizzato in ruoli da cattivo), Lennie James (l'agente Ross), che ci ha fatto ridere nei panni di Charlie il pappone in Hung, Michael Vartan (Danny), indimenticato fidanzato storico di Sydney Bristow in Alias, Cliff Curtis (Emilio), faccia da maori ma adatta anche ad altre etnie, che fu uno dei protagonisti di Rapa Nui. Piuttosto impressionante, nella primissima parte, la giovanissima (non ancora quattordicenne) Amandla (proprio così, non è un errore di battitura: significa "potere" in lingua zulu) Stenberg, che interpreta la decenne Cataleya (ha preso lezioni di parkour per poter recitare la fuga, una scena divertente in effetti). Attualmente sugli schermi con The Hunger Games, madre afro-americana e padre danese, quest'ultimo con nonna eschimese: sappiamo, nonostante quello che ne pensino alcune persone di vedute ristrette, che dalla mescolanza vengono fuori le cose migliori. Chissà se sarà così anche nel caso di Amandla.

20120610

wake up and smell the coffe

Con la vecchiaia, arrivano strane nuove abitudini, convinzioni magari contrarie a quelle che avevi vent'anni fa. Durante la settimana, quando devo andare a lavorare, mi sveglio poco dopo le cinque di mattina. In realtà, potrei svegliarmi tranquillamente un'ora più tardi, ma mi piace prendermela calma, sia a casa, sia a lavoro. Ma il bello viene nel fine settimana. Quando non è tempo di mare, vado in piscina alle nove, cioè appena apre. Ma non finisce qui: mi sveglio alle cinque ugualmente, faccio colazione, spesso torno a dormire fino alle otto, ma a volte rimango sveglio, e mi guardo un film. Quando invece, come stamattina, decido di andare al mare, mi sveglio poco dopo le sei, e arrivo al mare quando ancora, spesso, devi tenere la felpa.
In mezzo, nonostante la crisi economica, conservo quasi sempre il rito della colazione al bar. E c'è poco da spiegare: c'ha il suo fascino e basta. Tutto questo, per farvi vedere la foto allegata. Spesso prendo il cappuccino cosiddetto alla livornese, che è nel bicchiere di vetro. Ma la domenica mattina c'è un'altra simpatica barista, rispetto a quella dei giorni feriali, al bar dove mi fermo sempre, che fa questi capolavori, che secondo me son più "corretti" nella tazza.
E insomma, è un peccato perfino metterci lo zucchero. Starbucks sarà anche un posto fico, ma i cappuccini così sono un'altra cosa proprio.

ceneri del paradiso

Cenizas del paraiso - di Marcelo Piñeyro (1997)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: popò d'attrighìo

Argentina, un estate caldissima. Una notte, fuori da Buenos Aires, viene ritrovato il cadavere di una giovane, Ana Muro; tre fratelli, Pablo, Nicolas e Alejandro Makantasis, si dichiarano colpevoli. Il caso viene assegnato alla giudice Beatriz Teller, donna intelligente, sensibile ma anche incorruttibile. Naturalmente, il fatto che tre fratelli si confessino colpevoli dello stesso omicidio insospettisce molto la giudice. I tre fratelli sono figli di un noto giudice, Costa Makantasis, che è morto poco tempo prima, caduto dal tetto del palazzo del tribunale: ancora non è stato chiarito se è stato suicidio o omicidio. Il giudice Martini, che indaga su quella morte, contatta in maniera quantomeno strana la Teller, sostenendo che i due casi sono palesemente collegati, e che quindi anche il caso della Muro deve passare a lui. La Teller si oppone, e si insospettisce ancora di più. E si mette al lavoro sulla ricostruzione della storia degli ultimi mesi della ragazza.

Terzo film del regista argentino, del quale in Italia è arrivato solo il suo Kamchatka nel 2002. Piñeyro è un cineasta al quale piace affrontare generi diversi, e che non ha paura di sperimentare. Questo Cenizas del paraiso è un poliziesco atipico, a cominciare dall'incipit (le due morti), passando dai continui flashback, dalla storia suddivisa in tre blocchi, uno per ogni fratello Makantasis, fino ad arrivare al finale, che in realtà non è un finale. Ed è, a dispetto della durata (circa due ore), un film interessante e ben congegnato (la sceneggiatura è del regista stesso e di Aida Bortnik). Non bellissimo dal punto di vista prettamente visivo (l'effetto speciale della caduta iniziale è bruttissimo, la fotografia è scadente, le recitazioni piuttosto ingessate), vale la pena di essere visto almeno da chi ha apprezzato i suoi film più recenti (oltre al già citato Kamchatka, El método e Las viudas de los jueves). Il cast è molto ricco, considerando che è un film argentino. Cecilia Roth è il giudice Teller, e se la cava come sempre egregiamente, e l'altro degno di nota è il grande Héctor Alterio, che interpreta il giudice Costa Makantasis. Per il resto, c'è una giovanissima Leticia Brédice nei panni di Ana Muro (l'avete vista, spero, in Nove regine), e un altrettanto giovane Leonardo Sbaraglia.

20120609

Memoria de mis putas tristes

Memoria delle mie puttane tristi - di Gabriel Garcia Marquez (2005)


Barranquilla, Colombia. Durante, presumibilmente, gli anni '60, un vecchio giornalista colto, amante della buona lettura e della buona musica, ma reduce da una vita senza amore, puttaniere vecchio stampo, affezionato frequentatore di bordelli, uomo dal profilo bassissimo che non ha mai avuto un gatto in vita sua, il giorno del suo novantesimo compleanno decide di regalarsi una notte di sesso con una adolescente vergine. Telefona dunque alla sua tenutaria di bordello preferita, perché le combini la cosa. Cosa che viene prontamente combinata, ma, arrivata al dunque, diviene sfuggente e complessa, per una serie di motivi che si concatenano, e finiscono per scatenare nel vecchio protagonista un sentimento mai provato fino a quel giorno.

Non sono un grande conoscitore del premio Nobel colombiano: se non ricordo male, di lui ho letto solo Nessuno scrive al colonnello, diversi anni fa. Trovato questo libro, del quale avevo sentito parlare, in un cassetto di un'amica, come vi ho raccontato, ed essendo rimasto momentaneamente sprovvisto di libri miei, l'ho letto in un'ora e mezzo. Con una prosa che definirei vetusta, ma con preghiera di intendere la definizione con un'accezione positiva, classica ma elegante a dispetto del tema trattato (effettivamente, non ha tutti i torti chi liquida il libro definendolo come la storia di un pedofilo), pare leggero e sfrontato, ma in realtà si rivela una sorta di inno all'amore senza tempo, e nonostante la relativa brevità, sfoggia una trama ben congegnata, che non esiterei a chiamare "ad orologeria".
Magari non sarà propriamente un capolavoro, ma di sicuro è un racconto che mostra che il talento non è una cosa che possa essere inventata. Ispirato dichiaratamente a La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata, libriccino che, come detto, si legge velocemente, ma che può suggerire riflessioni interessanti, anche sulla vecchiaia.

20120608

Cass Pennant

Cass - di Jon S. Baird (2008)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: che vita dé


Carol Pennant nasce il 3 marzo 1958 a Doncaster, South Yorkshire, da una donna emigrata dalla Giamaica durante la gravidanza. A sei settimane di vita, viene abbandonato dalla donna presso la locale Dr. Barnardo's Home. Viene adottato da una coppia di anziani, che vivono a Slade Green, nel Kent. E' l'unica persona di colore, e quando cresce, viene discriminato, fatto oggetto di bullismo ed aggressioni razziste. Ad aggravare, se possibile, la sua situazione, quel nome di battesimo, Carol, comune nei Caraibi, ma del tutto inusuale, per un maschio, nel Regno Unito. Prentice e Freeman si schierano fin da tenera età dalla sua parte, e rimarranno a lungo i suoi migliori amici, con i quali condividerà gran parte della sua vita, almeno la prima parte.
Dopo l'ennesima aggressione, Carol, che ha visto Cassius Clay battere Henry Cooper, esige di essere ribattezzato Cass, anche per i genitori. Cresce e diventa sempre più alto e grosso, e, sempre insieme ai fidi Prentice e Freeman, diventa fin da giovane un supporter del West Ham United, e, grazie alla sua voglia di integrarsi, di non sentire il razzismo più che strisciante in quel periodo, tra gli anni '70 e '80, in breve diventa il leader indiscusso della Inter City Firm, gli hooligans del West Ham, che diventarono famosi per la loro rissosità e spietatezza. Cass, in seguito ad una delle loro "battaglie" (più che risse), è il primo inglese ad essere condannato per football hooliganism, e sconta quattro anni di carcere; conosce la sua futura moglie Elaine appena uscito, poi torna in carcere, ma dopo questa seconda condanna, quando esce, grazie ad un vecchio amico malavitoso, comincia ad occuparsi della sicurezza di un night club di Londra. Ma il passato è in agguato proprio dietro l'angolo...

Film che fa il paio con l'ancora più violento Rise of the Footsoldier, del quale vi parlerò, Cass è il debutto sulla lunga durata del regista scozzese che attualmente ha in preparazione due nuovi film, Filth ed Embassy. Lavoro duro, schietto, discretamente coinvolgente, ritmato, racconta con dovizia di particolari un periodo piuttosto nero per il Regno Unito. Regia svelta e ricostruzione "storica" accurata, ci racconta di un personaggio quantomai curioso, interessante, particolare, che a tutt'oggi è molto attivo, anche se ha cambiato vita (fortunatamente): è scrittore, consulente, addirittura pure attore. Cast pressoché sconosciuto ma interessante, con molti caratteristi, vede come protagonista, nei panni di Cass, Nonso Anozie, visto in piccole parti in Espiazione, Happy Go Lucky, RocknRolla, Conan the Barbarian e ultimamente nei panni di  Xaro Xhoan Daxos in Game of Thrones, qui davvero molto bravo. Ottima anche Natalie Press che interpreta Elaine: l'avevamo vista in Red Road e, ancora prima, in My Summer of Love, dove faceva coppia con Emily Blunt, a quei tempi ancora sconosciuta.

20120607

War is coming

Game of Thrones - di David Benioff & D.B. Weiss - Stagione 2 (10 episodi; HBO) - 2012




Lo giuro: starò attentissimo a non fare spoiler, visto che GOT (Game of Thrones per gli amici, in Italia Il Trono di Spade) è uno di quei serial che, per fortuna, anche da noi stanno riscuotendo un enorme successo, tanto che Sky Cinema lo ha mandato in onda a due episodi alla volta (come se fosse ogni volta un film di due ore, quindi), a ben poca distanza dalla messa in onda statunitense. Addirittura manderà in onda i due episodi finali, l'atteso Blackwater (in Italia sarà L'assedio), scritto proprio da George R.R. Martin, lo scrittore della saga dalla quale è tratta la serie (e diretto nientemeno che da Neil Marshall - Doomsday, Dog Soldiers, Centurion, The Descent -, considerato uno dei numeri uno inglesi a livello di film d'azione, scelto credo appositamente per dirigere l'epica battaglia), e il season finale Valar Morghulis (in Italia sarà Nessuno può essere ucciso, ed è decisamente uno sbaglio, perché, lo capirete dopo aver visto l'episodio, quel nome diventerà un tormentone) proprio domani sera.
E dai, qualcosa dovrò pur dire.
In effetti, l'intera stagione dà la netta impressione di essere un lunghissimo preparativo alla battaglia di Blackwater, la baia di fronte a King's Landing (non ce la faccio proprio a chiamare le cose con le traduzioni italiane). E ammetto di aver più volte fatto lo snob, sostenendo che quasi tutti gli episodi girano un po' a vuoto, tendendo a far passare il tempo in attesa del puntatone (sempre l'episodio 9, Blackwater). La verità è che Game of Thrones ha il respiro epico dei grandi film, non solo di fantasy. A questo proposito, negli ultimi anni mi dicevo, e dicevo agli altri appassionati (o ai non appassionati, ma curiosi, che cominciano a sentirne parlare, perché se ne parla), parlando di GOT: "premetto, non mi piace il fantasy, ma questo è davvero forte"; e mi sa che lo dicevo per quanto mi fossi rotto le palle a vedere i tre pallosissimi episodi de Il Signore degli Anelli; invece, ripensandoci bene, ai tempi Excalibur mi fece impazzire. Ecco, questo GOT è a quei livelli ed oltre, ed ha davvero ridefinito i canoni di una certa televisione. Cioè, veramente: dopo questo serial, sarà davvero dura fare di meglio. Attori dannatamente credibili. Sesso anche estremo. Ricerca dell'onore proprio a livelli medievali, ma  fallacia umana in ogni personaggio. Come detto, epicità sparsa con grande abbondanza. E soprattutto, una grande, grande, grande atmosfera.
Peter Dinklage (Tyrion Lannister) continua a primeggiare nel cast, a dispetto dell'altezza; la sua compagna Shae è, non l'avevo detto in occasione della recensione della prima stagione, Sibel Kekilli, la Sibel de La sposa turca (se non la riconoscete immediatamente, sappiate che si è rifatta il naso subito dopo quel film). Interessante la coppia Stephen Dillane (Stannis Baratheon; era in Benvenuti a Sarajevo di Winterbottom, ma ultimamente l'ho visto superbo in John Adams, una bella mini-serie HBO di cui vi parlerò appena ho un po' di tempo) e Carice van Houten (Melisandre; vista in Black Death, e ancora prima in Black Book), e c'è perfino Liam Cunningham (Ser Davos Seaworth). Purtroppo (e dico purtroppo perché so benissimo che questa preferenza è dettata da una mia "debolezza" verso il genere femminile), però, il mio carattere preferito, in questa stagione, è quello di Talisa Maegyr, interpretato da Oona Chaplin, la nipote del grande Charlot nonché figlia di Geraldine Chaplin, che io trovo bellissima anche se obiettivamente ci sarebbe di meglio. Anche se, cercando di essere obiettivi, Tom Wlaschiha e il suo Jaqen H'ghar, è sicuramente il più grande personaggio di questa stagione.
Insomma, benvenuti a Westeros. Se ancora non ci siete entrati, guardatevi in fretta la prima stagione e questa qui, perché vi state perdendo qualcosa di grosso.