No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20150930

Umani

Humans - sviluppato da Sam Vincent e Jonathan Brackley - Stagione 1 (8 episodi - Channel 4 / AMC) - 2015


In una realtà utopica, futuribile ma nemmeno troppo, sono diffusi dei robot perfettamente identici ad esseri umani, in vendita un po' dappertutto, usati soprattutto per lavori manuali e come domestici, da compagnia o da assistenza anziani, da babysitter. Programmati in base alle tre Leggi della robotica di Asimov, generano una situazione curiosa: sono del tutto simili agli esseri umani, ma sono facilissimi da individuare da vicino, a causa di alcune particolarità. Cominciano a nascere, da parte di alcuni umani, serie preoccupazioni per il fatto che i robot stanno annientando la necessità di manodopera umana; si creano quindi dei movimenti anti-robot. Esiste poi un sottobosco variegato: modificatori dei comportamenti degli hubot, illegali ma non difficili da trovare, locali dediti esclusivamente alla prostituzione hubot, mercato nero di hubot rubati o riciclati. Ci sono umani diffidenti, e ci sono umani affascinati dalle infinite possibilità che la tecnologia sta arrivando ad offrire. E poi c'è il mito: David Elster, uno stimato programmatore morto da qualche anno, che pare abbia riprogrammato un piccolo gruppo di robot, e con alcune modifiche, abbia addirittura dotato questi robot del libero arbitrio, "liberandoli" dall'essere proprietà di un essere umano. Il codice creato da Elster, e mediante il quale sembrerebbe aver effettuato questa sostanziale modifica, diventa una specie di graal.


Remake statunitense/inglese di Akta Manniskor/Real Humans, mi sono divertito a vedere anche questo. La scusa ufficiale è che c'era William Hurt (dottor George Millican), in realtà la protagonista Gemma Chan (il robot Mia, anche conosciuto come Anita) è mille volte più figa della protagonista della serie originale, e quindi andava visto. In realtà, non è male: ambientato in UK, gli sceneggiatori hanno mescolato un po' le carte, i protagonisti e le loro caratteristiche, in modo da non riproporre la serie pedissequamente. E sono stati ripagati dal rinnovo per una seconda stagione, che andrà in onda nel 2016.
Nel cast anche il per me mitico Neil Maskell, il Piétre di Utopia, qui nella parte dell'investigatore Peter Drummond.
Io ve l'ho detto, poi fate voi.

20150929

fsociety

Mr. Robot - di Sam Esmail - Stagione 1 (10 episodi; USA Network) - 2015

Elliot Alderson è un genio del computer, ma probabilmente ha una leggera forma di autismo. Vive a New York, in un monolocale che è un po' lo specchio della sua vita, e a New York ci lavora pure: alla Allsafe, una compagnia di sicurezza informatica, dove ovviamente è sempre in disparte, ma ben tenuto in considerazione dall'Amministratore Delegato Gideon Goddard, che addirittura tenta ripetutamente di "stimolare" la vita sociale di Elliot, facendo coming out (Gideon è gay e convive con un uomo discretamente più giovane di lui) e invitandolo a cena insieme ad altri "eletti" della Allsafe. La più cara amica di Elliot è Angela Moss, un'impiegata della Allsafe che gli ha trovato quell'impiego. I due condividono un passato triste, e sono molto legati, l'amicizia continua nonostante Angela sia fidanzatissima con Ollie, altro impiegato della Allsafe che Elliot non sopporta (dimostrandolo a modo suo, e cioè trattandolo come tratta qualsiasi altra persona).
Elliot è in analisi presso una psichiatra, Krista Gordon. L'analisi non serve a Elliot, risponde col minimo indispensabile, spesso mentendo. Il problema vero di Elliot non è, in realtà, né la fobia sociale, le allucinazioni, la depressione cronica. E' il fatto che lui "hackera" ogni persona che inquadra. Dai suoi supposti amici o conoscenti, fino a perfetti sconosciuti, che sospetta essere colpevoli di qualche misfatto. Arriva perfino ad avvertire queste persone, giusto prima di fare soffiate anonime alla polizia. Una sorta di giustiziere informatico.
Elliot sa perfettamente che la E Corp, una multinazionale tentacolare, della cui sicurezza informatica si cura proprio la Allsafe, è la responsabile della morte di suo padre (e della madre di Angela). Ecco perché, quando un gruppo anonimo di hacker lo contatta per mettere in piedi un diabolico piano per mettere in ginocchio la E Corp, annientando il controllo informatico sui conti bancari, e, in pratica, azzerando tutti i debiti di tutte le persone che ce li hanno, a livello mondiale, è molto tentato di aderire al gruppo...


Si, è vero tutto, è vero che Mr. Robot ha due debiti fondamentali e colossali con Utopia e con Fight Club (ed ho già detto veramente troppo), ed è forse vero che il finale della prima stagione può dare quella sensazione (provata ultimamente con il finale della seconda stagione di True Detective) della montagna che partorisce il topolino. Epperò, signori, questa serie è un'altra serie inaspettata che merita una visione senz'altro, e senza indugio.
Creata da Sam Esmail, giovane sceneggiatore sulla rampa di lancio, stimatissimo senza aver ancora scritto molto (e da segnalare, fidanzato con una delle nostre eroine, Emmy Rossum, la Fiona dello Shameless statunitense), di origini egiziane come il protagonista Rami Malek (faccia indimenticabile), e andata "in onda", a parte USA Network, su una serie di piattaforme on demand, ha una fotografia cupa e decadente, rispolvera nel cast Christian Slater (Mr. Robot) e addirittura quella faccia strana di Carly Chaikin (Darlene), ed ha un incedere spiazzante, così come deve essere per un genere come questo (su Wikipedia viene catalogato come "drama - techno thriller - psychological thriller").
Rinnovato per una seconda stagione prima che venisse messo in onda il secondo episodio.

20150928

Bosnia-Herzegovina/Croazia - Maggio 2015 (7)

L'escursione è intensa a livello emotivo, e sulla via del ritorno faccio la mia porca figura citando due film bosniaci, uno dei quali intitolato come un quartiere di Sarajevo (Nermina su questo mi dà ragione, sostenendo che è stato un bel film che è riuscito a spiegare molto bene il dramma degli "stupri etnici", che pare siano stati attuati a tappeto proprio in quel quartiere, evidentemente "conquistato" dai serbi durante l'assedio), Grbavica, l'altro, sempre della stessa regista, è quello che vi avevo citato qualche post fa (Na putu; qua Nermina vedo che si irrigidisce, probabilmente perché era critico verso i musulmani - scoprirò che tutti i componenti, e perfino i collaboratori esterni, dell'agenzia, sono musulmani). Ma non dura molto, e attorno alle 15 siamo lesti, per cui mangio qualcosa al volo e mi metto ancora a vagabondare per le vie di Sarajevo.
Arrivo fino ad un grande mall all'americana, mi infilo dentro giusto per vedere com'è (in realtà sapevo che al quinto piano c'è la sede di Al Jazeera Balkan, e volevo poter dire di esserci stato), bighellono ancora, faccio una certa, rientro in albergo, controllo le email, esco per la cena e torno al To Be (or not) To Be (stavolta bistecca alla salsa di burro di noccioline, non buona come quella della sera precedente, purtroppo), rientro ancora e mi guardo un po' di telefilm. Domani Srebrenica.
La fiamma eterna in memoria dei caduti durante la Seconda Guerra Mondiale
Gli scacchi giganti
Sabato 9 maggio
Stamattina la partenza è abbastanza presto, attorno alle 8, sempre davanti all'agenzia, che come vi ho già ripetutamente detto è a due passi dall'albergo, quindi più che agevole. L'autista è un ragazzone simpatico, i partecipanti sono altri tre, oltre a me: una ragazza thailandese e due ragazzi inglesi, ma entrambi di chiare origini arabe (scoprirò che uno ha i genitori iraniani, l'altro iracheni), e interessatissimi alla cultura bosniaca, alla convivenza religiosa in Sarajevo e dintorni, e naturalmente a quello che accadde a Srebrenica. Il viaggio è di un paio d'ore abbondanti, ma la giornata è molto bella, e l'autista, che fa anche da guida, è un chiacchierone che ci racconta la sua versione della storia, ma non si nega neppure a domande sull'attualità, la situazione politica, economica, industriale. E' abbastanza ovvio che quella guerra ha lasciato ferite che stentano a rimarginarsi, lui, come quasi tutti, hanno vissuto l'assedio, sofferto, combattuto, insomma, è più che comprensibile che, pure se a distanza di 23 anni, sia così. A Srebrenica arriviamo direttamente all'enorme cimitero delle vittime del massacro, radunate dalle fosse comuni. In realtà, non sono tutte, perché molti corpi delle vittime si stanno ancora cercando, e sulle fosse comuni i serbi, almeno, chi sa, sono ancora reticenti. Gironzoliamo per l'imponente cimitero in attesa di un sopravvissuto. In realtà, facciamo conoscenza con questo giovane, che era giovanissimo all'epoca (otto anni), e che nel massacro ha perso il fratello gemello ed il padre, e adesso si è dedicato alla custodia della memoria di quel fatto. Stiamo quindi aspettando una gita scolastica italiana, pensate un po', dopo di che, il tipo racconterà brevemente la sua esperienza, e l'accaduto.
Tralasciando il fatto che mi tocca ascoltare sia il tipo, che la traduzione, a dire il vero a volte un po' tirata via, dei professori degli alunni italiani, verso la fine della storia noto con piacere che un paio di ragazzine stanno piangendo. In realtà lo sto facendo anch'io, anche se faccio di tutto per non dare nell'occhio. Mi stava facendo male al cuore guardare questi giovani italiani che guardavano il telefonino o nel vuoto, persi nei loro pensieri vacui.
Ci muoviamo, si esce dal cimitero/memoriale, attraversiamo la strada, ed eccoci in mezzo ai capannoni e alle vecchie infrastrutture industriali, già all'epoca dismesse, che ospitavano il contingente olandese delle Nazioni Unite. A pranzo, l'inglese/iraniano domanderà alla nostra guida come i bosniaci musulmani vedono gli olandesi. Dentro, una serie di foto di madri e familiari in lacrime. Nel centro, una sala di proiezione, dove ci viene mostrato un documentario della BBC, che qualche anno fa fece scattare l'indagine per crimini di guerra. La visita lì è terminata, e saluto il sopravvissuto quasi singhiozzando, ringraziandolo di aver condiviso per l'ennesima volta la sua disavventura. E' curioso notare come questa persona abbia fatto della sua tragedia personale una sorta di impiego, ma sinceramente non ci trovo nulla di indecoroso, anzi.
Il cimitero e la memorial room sono qualche chilometro prima di Srebrenica. La cittadina è minuscola, risaliamo sul minibus e andiamo a pranzo presso un ristorante di fiducia, probabilmente uno dei pochi del luogo. La discussione a tavola è pacata, perfino divertente, la nostra guida sembra uno che ha "elaborato il lutto" con molto equilibrio e pragmatismo, e si finisce a parlare perfino di calcio, naturalmente. Il rientro è ovviamente più silenzioso, ma va bene ed è giusto così. Si rientra nel tardo pomeriggio, e devo ammettere che questa giornata di oggi, che ha rinforzato il mio personale senso di colpa per quella guerra, è stata una delle esperienza più emotivamente coinvolgenti che mi è capitato di fare nei miei recenti viaggi.
La sera, dopo il solito rituale, tento di trovare posto, senza aver prenotato, all'Inat Kuca, ma mi rimbalzano, quindi dirotto su un altro ristorante vicinissimo all'hotel, di ispirazione turca, e devo dire che non posso far altro che confermare che a Sarajevo si mangia davvero bene.
Domani mattina, domenica, di buon'ora me ne andrò da Sarajevo, sicuramente arricchito e affascinato da questa città.

20150927

Bosnia-Herzegovina/Croazia - Maggio 2015 (6)

Alle 11 il ritrovo è davanti all'agenzia. Ci accompagnano un autista che non parla inglese, e una ragazza poco più che ventenne, entrambi di Sarajevo, la ragazza, che se non ricordo male si chiama Nermina, è pure carina (ma deve avere un caratterino...). Si parte con la visita alla vecchia fortezza, e cominciano i racconti "di guerra". La vecchia fortezza nel '92 divenne una sorta di bastione della resistenza all'assedio serbo.
Si scende al cimitero musulmano, dove è sepolto anche l'ex presidente Izetbegovic, grande figura storica, anche se è morto nel 2003, proprio perché fu presidente durante la guerra.
Si attraversa la città, si butta un occhio sulla zona olimpica, qui vanno ancora molto fieri delle Olimpiadi invernali del 1984, e si arriva al nuovo ospedale, che è proprio accanto a quello vecchio, famoso perché il reparto di pediatria fu bombardato e attaccato dai serbi. 
Il tocco finale è la visita al tunnel. Inutile dirvi che qua è diventato storia, al punto che la strada dove sorge la casa, adesso museo, della vecchina che nascondeva l'accesso al tunnel in cantina, adesso si chiama "via del tunnel". La storia, forse qualcuno non la ricorda: la comunità internazionale, credendo di far cessare la guerra, pose l'embargo alla Bosnia, favorendo l'assedio serbo. E qui, i bosniaci scavarono un tunnel per aggirarlo, rifornirsi di armi ma anche di cibo, e addirittura per trasportate Izetbegovic sulla sedia a rotelle. Momento davvero interessante.
Molti segni delle granate sono state "colorate" di vernice rossa, per non dimenticare

20150925

Black Souls

Anime nere - di Francesco Munzi (2014)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Luigi, Rocco, Luciano. Tre fratelli, molto diversi, che però fanno parte di una famiglia calabrese che flirta con il malaffare, anche a livello internazionale. Luigi, di base a Milano, spavaldo, spaccone, è un trafficante di droga ad altissimi livelli, con agganci in tutto il mondo. Rocco, all'apparenza più pacato, meno appariscente, anche lui di base a Milano, sposato con una bella donna della Milano bene, Valeria, è imprenditore di successo si, ma con i soldi che la droga ed il malaffare gestito da Luigi gli procura. Luciano, invece, non vorrebbe essere invischiato in nulla di illegale, e si sforza di vivere di pastorizia. Vive ancora al sua paese natale. Suo figlio Leo, però, pare già deciso a seguire le orme dello zio Luigi, e quasi per farsi notare, insieme ad un amico, di notte, spara alla saracinesca di un bar del paesello, sapendo benissimo che questo bar è "protetto" da una famiglia malavitosa "rivale" alla sua. La spirale è innescata.


Trionfatore agli ultimi David di Donatello, Anime nere è il terzo lavoro di Francesco Munzi, dopo Saimir e Il resto della notte. Il film è buono, non un capolavoro, più un compitino ben fatto su un tema scottante ma probabilmente, in questo caso spettacolarizzato, che un'opera coraggiosa su una delle piaghe dell'Italia. Non "risolve", non scioglie il dubbio che continua personalmente ad attanagliarmi su Munzi: è un grande regista, oppure è solo uno buono che spicca perché in Italia non c'è proprio altro? Di sicuro, sa scegliere i soggetti, cambiare argomento (ma non tono, per il momento), svolgere il suo compito a dovere, ma forse, la freschezza di Saimir mi aveva fatto sperare in qualcosa di più.
Chissà se il tempo riuscirà a sciogliere il dubbio. Noi pazientiamo, che tanto abbiamo pure altro da fare.

20150924

12 anni da schiavo

12 Years a Slave - di Steve McQueen (2014)
Giudizio sintetico: da vedere (4/5)

Solomon Northup. Nato probabilmente nel 1807 a Minerva, New York (Stati Uniti d'America), da una donna libera e da uno schiavo liberato (Mintus), prese il cognome del padrone del padre, Henry Northup, che aveva liberato Mintus intorno al 1798. Naturalmente afro-americano, contadino, falegname e violinista, nel 1829 sposò Anne Hampton, una mulatta che di mestiere faceva la cuoca, e con lei ebbe tre figli (nel film sono solo due). Vissero a Hebron, New York, fino al 1834, dopo di che si trasferirono a Saratoga Springs, New York. Nel 1841, fu avvicinato da Merrill Brown e Abram Hamilton (nomi falsi di Alexander Merrill e Joseph Russell), che gli fecero un'offerta di lavoro molto allettante, come musicista in un circo. Fu portato a Washington per una prova, invitato a cena fuori, drogato, e quindi rapito, venduto a James H. Birch, mercante di schiavi, quindi tratto in schiavitù, portato verso New Orleans via nave, rinominato Platt Hamilton, venduto come schiavo, inizialmente a William Ford, predicatore battista e proprietario di una piantagione di cotone in Louisiana, regione del Red River, dove, cambiando vari padroni, rimase schiavo per 12 lunghissimi anni.


La schiavitù è indubbiamente una delle vergogne del genere umano; purtroppo, è stata praticata a lungo, e non solo dagli statunitensi verso gli africani. La storia di Solomon Northup è diventata molto famosa, soprattutto negli USA, proprio perché Northup era un uomo libero, afroamericano negli Stati Uniti ma libero, ed è stato probabilmente l'unico afroamericano a rimanere vittima di rapimento e messa in schiavitù a riacquistare la libertà. Ovviamente, c'è un sottile velo d'ipocrisia, in questa fama: anche le migliaia di africani messi in schiavitù dai negrieri, e portati negli USA sulle navi schiaviste, erano uomini liberi. Come che sia, la storia di Northup è straziante, e merita di essere raccontata: questo film di Steve McQueen è l'ennesima (ma, probabilmente, la più famosa). Nel 1853, lo stesso Northup, assistito da David Wilson, avvocato di New York, pubblicò la sua autobiografia. Ristampata nel 1869, fu dimenticata per cento anni. Sempre nel 1853, il New York Times dedicò una intera pagina alla storia di Northup. Nel 1968, le ricercatrice storica Sue Eakin, effettuò ricerche mirate e pubblicò un libro che riprendeva la storia, il titolo originale dell'autobiografia, e lo arricchiva dei risultati di queste sue ricerche. Nel 1984 la PBS realizzò e mandò in onda Solomon Northup's Odyssey, diretto da Gordon Parks.

Insomma: Steve McQueen, dopo averci scioccato dapprima con Hunger, poi in maniera diversa con Shame, decide di raccontare ancora la storia di Northup, in maniera spettacolare perché fatta con un budget alto e un cast stellare, ma adotta esattamente il taglio che ci si attendeva da lui, poco didascalico, molto diretto e brutale.
Il film ha qualche intermezzo onirico, qualche taglio rispetto alla storia vera, ma arriva al punto senza girarci troppo intorno. Ed è pressoché perfetto, se non fosse che Paul Dano (John Tibeats) è adatto forse a tutto ma non certo ad un ruolo da carpentiere schiavista sadico e vendicativo, e Brad Pitt (Samuel Bass) è una scelta un po' troppo patinata (è ancora troppo bello e troppo biondo) per incarnare l'uomo che riesce a rischiare tutto per ridare la libertà al protagonista.
Ejiofor (Solomon Northup) e Nyong'o (Patsey; Oscar per miglior attrice non protagonista) sono molto intensi, Fassbender (Edwin Epps) fa sempre la sua porca figura, e pure Sarah Paulson (Mary Epps) non è niente male.
Oscar come miglior film nel 2014, decisamente da vedere.

20150923

Bosnia-Herzegovina/Croazia - Maggio 2015 (5)

Venerdì 8 maggio
Bellissima giornata, e quindi mi alzo presto come sempre, la colazione in albergo è fatta soprattutto da dolci casalinghi, esco ed ho più di due ore prima che parta l'escursione di oggi. Un altro giro fotografico di Sarajevo è d'obbligo, le sue architetture mescolate, così come le culture che la abitano, mi ispirano molto.

20150922

Il club dei compratori di Dallas

Dallas Buyers Club - di Jean-Marc Vallée (2013)
Giudizio sintetico: da vedere (4/5)

1985, Dallas, Texas. Ron Woodroof è un elettricista e un cowboy da rodeo. Un tipo allegro e spensierato nel senso più vasto del termine: beve, si droga, scopa un po' ovunque e con chiunque. Sostanzialmente razzista, omofobico e misogino, sempre a corto di soldi non disdegna qualche truffa, anche ai danni degli amici. Ultimamente si sente un po' stanco, e ha qualche giramento di testa. Un bel giorno, sviene. Viene ricoverato nell'ospedale locale, dove gli viene diagnosticato il virus dell'HIV, l'ingresso già avvenuto nell'AIDS conclamato, e gli vengono dati 30 giorni di vita. Ron rifiuta la diagnosi e le cure che gli vengono offerte, ma la sua salute peggiora a vista d'occhio. La notizia si diffonde, viene ostracizzato da amici, familiari, perde il lavoro e viene sfrattato. Torna in ospedale, dalla dottoressa Eve Saks, che gli propone di entrare in un programma di studi: i pazienti vengono divisi in due gruppi, ad un gruppo verrà somministrato l'AZT, all'altro gruppo un semplice placebo, senza naturalmente dirlo ai pazienti. Ron rifiuta, perché nel frattempo si è convinto che l'AZT sia l'unica cura. Corrompe quindi un infermiere dell'ospedale, e lo paga per farsi rifornire di AZT. La sua salute, però, continua a peggiorare, mentre lui naturalmente continua a fare uso di cocaina. L'infermiere smette di rifornirlo, e lui finisce ancora una volta in ospedale, dove conosce Rayon, un transessuale HIV positivo e tossicodipendente, verso il quale naturalmente, all'inizio, Ron è decisamente ostile. Eppure, questa nuova conoscenza, e la dritta verso un ex medico statunitense, che adesso esercita in Messico, non lontano dalla frontiera, cambieranno la vita di Woodroof.


Ecco, avete letto diciamo metà della storia raccontata dal film. Immaginatevi il resto, oppure no, e immaginatevi un Matthew McConaughey in stato di grazia, dimagrito in maniera impressionante, impersonare un tipo come quello descritto nel riassunto della trama. Comprimari molto bravi, Jared Leto bellissimo e sofferente nei panni di Rayon, fotografia giusta, direzione evidentemente perfetta per tirar fuori prestazioni attoriali da Oscar (i due, Leto e McConaughey, hanno vinto nelle rispettive categorie), una storia esemplare, di redenzione, lotta, protesta, tolleranza. Speranza, in fondo, e nonostante tutto. Cosa si può volere di più? Non c'è proprio nulla da aggiungere. Se non l'avete ancora visto, fatelo.

20150921

Bosnia-Herzegovina/Croazia - Maggio 2015 (4)

In realtà, prima di deliberare per la cena, apro il pc e leggo (e rispondo) ad email di lavoro. Come sapete, sono ormai un workaholic conclamato. Poi, prendo la Lonely Planet, e mi incuriosisco leggendo di questo ristorante che fa la bistecca alla salsa di cioccolato e chili. A due passi dall'albergo. Esco e vado. L'aria è calda, si sta bene, nelle viuzze di Bascarsija c'è un po' di gente, tutta allegra e sorridente, i locali non sono pieni ma c'è qualcuno in ogni luogo. Difficile pensare ad un assedio, qua. Eppure, pure il nome di questo ristorante, To Be (or not) To Be, rappresenta qualcosa, come potete leggere qui: un messaggio di speranza, inalberato proprio durante quella "resistenza". Non faccio nessuna fatica a trovarlo, e, sarà perché non è proprio alta stagione, il posto c'è, ma sappiate che ci sono 6 tavoli, quando va bene: 2 nel mezzanino superiore, 2 al piano della cucina, 2 fuori all'aperto. La cucina è proprio una cucina con quattro fuochi, bianca, come quelle che tutti noi abbiamo avuto in casa in tempi non lontani. La signora bionda che cucina è la stessa che serve ai tavoli sorridente. Nessun altro in giro. Naturalmente le dico che sono lì per provare il piatto che li ha resi famosi, e prendo un bicchiere di vino rosso per accompagnarla. Il risultato è quello che vedete qua sotto.
Beh, che vi devo dire. E' esattamente come potete leggere on line. C'è chi è rimasto estasiato, c'è chi è fuggito come davanti ad un orrore. Di sicuro questo ristorante osa. A me, il piatto è piaciuto molto, e la gentilezza/simpatia della signora ha fatto il resto (e senza troppi scambi di parole). Torno all'albergo e mi vedo un film, domani ho altro tempo per girare la città prima dell'escursione.
Ma già durante la giornata, essendo arrivato molto presto, ho avuto occasione di dare uno sguardo interessato al tutto. Il risultato è nelle foto, che lascio parlare al posto mio, attraverso vari scorci.