No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20170929

Berna (Svizzera), Vaduz (Lichtenstein), Lubiana (Slovenia) - Settembre 2017 (1)

Venerdì 15 settembre parto poco dopo le 6, per questo giro che ho deciso di fare in auto, per "smarcare" altre due caselle nell'ambito del mio tour delle capitali europee. Nasce così: dovevo essere a Lione mercoledì e giovedì, e sarei andato in auto, vista la pochezza dei collegamenti in aereo e treno, quindi avevo pensato di "allungare" a Berna e Vaduz, prendendo un venerdì di festa, e tornando la domenica. Sono però intervenute un paio di variazioni. A Lione non sono dovuto andare, e per la domenica sera mi sono imbarcato (da solo) in un concerto, nientemeno che a Lubiana, Slovenia, capitale che ho già visitato (visita agli albori di questo blog, in compagnia anche del mio co-blogger). Quindi, qualche ritocco alle prenotazioni, e si parte. Sarà un giro abbastanza serrato, a livello di tempistiche, ma credo di averlo programmato abbastanza bene. L'autostrada scorre liscia, niente intoppi, ho deciso di fare Alessandria, Aosta, e il traforo del Gran San Bernardo, che tra l'altro leggo essere chiuso adesso per un piccolo crollo, per poi proseguire in territorio svizzero per Martigny, Montreux, Friburgo (svizzero), e finalmente Berna. Mi fermo a mangiare un panino all'altezza di Aosta, essendo convinto che vendano le vignette per la circolazione autostradale in Svizzera, ma mi dicono che si compra direttamente all'ingresso del tunnel, quindi mi fumo pure una sigaretta e proseguo, mi fermo diligentemente per l'acquisto all'ingresso del tunnel, poi mi imbarco nel pagamento pedaggio, e via verso la Svizzera. La giornata è a dir poco splendida, il traffico è scorrevole, si va che è una bellezza. Arrivo a Berna, una piccola cittadina ordinata, che sono circa le 2 del pomeriggio, trovo l'albergo che ho prenotato per una notte, l'Ambassador, metto l'auto in garage, faccio il check in, mi munisco di mappa, poso il bagaglio in camera e via verso il centro. L'albergo, che non è centralissimo (ma Berna, credetemi, è veramente piccola), fornisce addirittura un pass che permette di usufruire dei trasporti pubblici in maniera gratuita. Mi avvio a piedi verso il lungofiume, e quelle cose che mi pare interessante vedere. Il centro di Berna è situato su una sorta di collina, e il fiume che la costeggia (l'Aar) scorre un poco più in basso. Mi trovo quindi a costeggiare il fiume e a dover salire per arrivare al centro, seppure anche il lungofiume sia gradevole. Ai piedi del palazzo del Parlamento ci sarebbe una cabinovia, ma faccio il giro lungo, mi avvicino alla Fossa degli orsi, e prendo la scalinata in legno che sale fin sopra al ponte lì vicino. Un'occhiata alla fossa e qualche foto agli orsi, una cosa piuttosto curiosa, e via verso il centro.


Ecco quindi il centro storico patrimonio UNESCO, lo Zytglogge, la stazione ferroviaria, il palazzo del Parlamento, le cantine adibite a negozi e/o locali, un sacco di gente in giro, anche molti turisti, e quindi la stanchezza si fa sentire. Torno verso l'hotel seguendo invece un itinerario più in alto, forse più breve, ed eccomi arrivato.



Doccia, cena al ristorante dell'hotel, un po' di tele, si punta la sveglia e questa è fatta.
Sabato 16 sveglia, colazione, check out, partenza, direzione Vaduz, capitale minuscola del minuscolo principato del Liechtenstein. Ho calcolato di essere lì verso le 12, magari per pranzarci. Inizialmente avevo pensato di dormire in Liechtenstein, ma il concerto di domenica sera a Lubiana mi ha fatto cambiare i piani. Quindi, si viaggia verso Vaduz sulle scorrevoli autostrade svizzere, oggi giornata un poco peggiore di ieri, qualche goccia di pioggia ma in generale il tempo è clemente. Dopo poco più di due ore di viaggio, passo il ponte sul Reno, ed eccomi nel principato, a fare un giro per le stradine di Vaduz, un luogo che dà proprio l'idea della noia. Non sono ancora le 12, e siccome ho deciso di dormire nei pressi di Vicenza, e ci sono ancora almeno 4 ore di viaggio da fare, e devo mangiare pure qualcosa, decido di fermarmi, poggiare il piede in terra, e ripartire.

20170928

Dormi bene bestia

Sleep Well Beast - The National (2017)

La mia "relazione" con la band di Cincinnati, Ohio, è sempre stata conflittuale. Nel 2007 inserii il loro Boxer nella top ten dei dischi più brutti dell'anno. Nel 2010 parlai discretamente del loro High Violet. Avendo completamente schivato il precedente Trouble Will Find Me (2013), mi sono ritrovato all'ascolto di questo nuovo Sleep Well Beast spinto da un paio di recensioni a dir poco entusiastiche, e ho trovato incredibilmente esagerate le recensioni che lo definivano il disco dell'anno (cosa già accaduta in passato per altri loro lavori), e di ben poco spessore il disco nella sua interezza.
Intendiamoci: non ho niente contro di loro, e capisco che siano bravi e possano anche avere il loro fascino, è solo che trovo davvero esagerato esaltarli, perché, seppure il loro genere (Indie? Post? Art?) non sia esattamente quello che preferisco, ci sono band che riescono a piacermi e perfino ad esaltarmi, o a toccarmi il cuore. Riconosco, e l'ho già fatto, che sappiano scrivere buone canzoni, che la voce di Berninger abbia il suo perché, e che molto spesso riescano ad affrancarsi da quell'essere un po' Editors, un po' Interpol, un po' (poco) Cohen, un po' Wilco, disegnando pagine (canzoni) piacevoli; ma non sono ancora riusciti a toccarmi nel profondo. Magari è colpa mia. Magari. 



My "relationship" with the band from Cincinnati, Ohio, has always been conflictual. In 2007 I put their "Boxer" in the top ten of the worst record of the year. In 2010 I spoke discreetly about their "High Violet". Having completely dodged the previous "Trouble Will Find Me" (2013), I found myself listening to this new "Sleep Well Beast", prompted by a couple of reviews very enthusiastic, and I found incredibly exaggerated these reviews that defined it as the record of the year (what had happened in the past for some of their other works), and the disc in its entirety was not very thick.
Let's be clear: I have nothing against them, and I understand they are good and they can also have their charm, it's just that I find it really exaggerated to exalt them because, even though their kind of music (Indie? Post? Art?) is not exactly what I prefer, there are bands that I can enjoy and even exalt me, or touch my heart. I recognize, and I have already done, that they know how to write good songs, that Berninger's voice has its meaning to exist, and that they often manage to get rid of that being a bit of Editors, a bit of Interpol, a bit (very few) of Cohen, a bit of Wilco, drawing pleasant pages (songs); but they have not been able to touch me deeply. Maybe it's my fault. Maybe.

20170927

Profeti della rabbia

Prophets of Rage - Prophets of Rage (2017)

Ok, lo saprete già. Prophets of Rage: Tom Morello, Tim Commerford, Brad Wilk (naturalmente, chitarre, basso, batteria, ex Rage Against the Machine e Audioslave), DJ Lord, Chuck D (Public Enemy), B-Real (Cypress Hill). Qualche dubbio su quello che ne sarebbe uscito fuori? Assolutamente no. Ce n'era bisogno? Probabilmente, a livello musicale no, ma vista la situazione politica USA, beh, forse si. Per dire, dal vivo (e sull'EP The Party's Over, pubblicato l'anno passato) fanno un pezzo che si intitola No Sleep 'til Cleveland, che altro non è se non No Sleep 'til Brooklyn dei Beastie Boys "rilavorata" e dedicata alla lotta contro i suprematisti. Come detto, a livello musicale non c'è assolutamente niente di nuovo, se non la piacevolezza di ascoltare nuovi "trucchi magici" di Morello, per il resto i titoli parlano da soli: Radical Eyes, Unfuck the World, Legalize Me, The Counteroffensive, Hail to the Chief, Fired a Shot, Who Owns Who, e via discorrendo. Ottimo per scuotere la testa, anche in viaggio. E magari anche per riflettere un poco.



Okay, you know that already. Prophets of Rage: Tom Morello, Tim Commerford, Brad Wilk (of course, guitars, drums, ex Rage Against the Machine and Audioslave), DJ Lord, Chuck D (Public Enemy), B-Real (Cypress Hill). Any doubts about what would come out? Absolutely not. Do we really need it? Probably not, but considering the US political situation, well, maybe we do. Just to say, live (and on the EP "The Party's Over", released last year) they plays a track called "No Sleep 'til Cleveland", which is nothing other than "No Sleep 'til Brooklyn" by Beastie Boys reworked, dedicated to the fight against suprematists. As mentioned above, there is absolutely nothing new at music level, if not the pleasure of listening to Morello's new magic tricks, for the rest the titles speak for themselves: Radical Eyes, Unfuck the World, Legalize Me, The Counteroffensive , Hail to the Chief, Fired a Shot, Who Owns Who, and so on. Great to headbanging, even when traveling. And maybe even to reflect a little.

20170926

Pesante corona nera

Black Laden Crown - Danzig (2017)

Era da un po' che avevo "perso di vista" Glenn Allen Anzalone, in arte Danzig, da Lodi, New Jersey. Pur riconoscendogli tutto quello che c'è da riconoscergli, sono un po' sconcertato dall'ascolto di questo nuovo Black Laden Crown e dalla lettura delle recensioni della stampa anglosassone: a dire il vero, stavolta i recensori italiani sono stati più equilibrati. Quello che voglio dire è che questo disco è veramente poca cosa, duole dirlo per rispetto ad un'icona così importante, ma è così. Il lavoro di Tommy Victor alle chitarre è lodevole, seppur pieno di riff già sentiti, e l'utilizzo di ben quattro batteristi diversi (Joey Castillo, Johnny Kelly, Dirk Verbeuren, Karl Rosqvist) sulle varie tracce, a causa dei lunghissimi tempi di lavorazione, non conferisce certo omogeneità al disco. In realtà c'è anche un quinto batterista, che è Danzig stesso, su tre tracce, Danzig che ha pure suonato basso e chitarra ritmica sull'intero disco, e, a livello di batteria è decisamente la parte più scarsa di tutto il lavoro (non che quella di basso sia migliore). I pezzi sono prevedibili, seppure ci sia qualche acuto (Last Ride, The Witching Hour), e spesso, quando Glenn osa un po' troppo con i toni alti, con la voce si rischia il ridicolo. Disco non completamente da dimenticare, ma decisamente superfluo.



It was a while that I had missed Glenn Allen Anzalone, aka Danzig, from Lodi, New Jersey. While acknowledging everything I have to acknowledge to him, I'm a little baffled by the listening to this new "Black Laden Crown" and reading the reviews of the Anglo-Saxon press: in fact, this time the Italian reviewers were more balanced. What I want to say is that this disc is really little thing, it's a shame to say it with respect to such an icon, but that's it. Tommy Victor's work on guitars is praiseworthy, albeit full of riffs already heard, and the use of four different drummers (Joey Castillo, Johnny Kelly, Dirk Verbeuren, Karl Rosqvist) on the various tracks, due to the long working times , does not confer homogeneity at the album. Actually, there is also a fifth drummer, Danzig himself, on three tracks, Danzig that played also bass guitar and rhythmic guitar on the whole disc, and at drumming level is definitely the poorest part of all the work (not that the bass guitar lines were better). The tracks are foreseeable, though there are some good things (Last Ride, The Witching Hour), and often, when Glenn dares a bit too much on the high notes, with the voice risks the ridicule. Disc not completely forgettable, but definitely superfluous.

20170925

Piel

Arca - Arca (2017)

Se vi ricordate, vi parlai di Arca, anche conosciuto come Alejandro Ghersi, noto produttore che attualmente sta collaborando con Bjork, in occasione del suo album precedente, lo spiazzante Mutant. Bene, con questo nuovo disco omonimo, tutto mi sarei aspettato meno che quello che sto ascoltando in questo momento, per l'ennesima volta, provando a parlarvene. Pare che tutto nasca dal fatto che abbia deciso di cantare con la propria voce, e perfino nella sua lingua madre, lo spagnolo, su molti pezzi. E pare che Bjork sia la causa di tutto questo: erano in auto insieme, e lui si è messo a cantare per scherzo, lei gli ha chiesto se non aveva mai considerato di cantare seriamente, lui inizialmente ha rifiutato l'idea, e poi, sotto la di lei guida, ecco che, come si dice a Livorno, "è cotto il riso". Lo spagnolo della maggior parte dei pezzi è dovuto al fatto che è la lingua, sempre a detta dell'artista, con la quale processa le emozioni, con la quale gli viene meglio esprimere cose molto private, e anche la lingua con la quale i suoi genitori hanno lottato e divorziato.
Insomma, la musica di Arca, su questo nuovo disco, rimane sperimentale e, in un certo senso, misteriosa, ma qua le emozioni sono più "facili" da raggiungere. L'asimmetria delle sue melodie rimane, ma la sensibilità melodica è spiccata, e, passato il primo e scioccante ascolto, rimane un disco che avvolge nella sua stranezza, e che pian piano, avvince.



If you remember, I talked to you about Arca, also known as Alejandro Ghersi, a well-known producer who is currently collaborating with Bjork, in the occasion of his previous album, the unsettling "Mutant". Well, with this new homonymous album, I would have expected anything but not what I'm listening to right now, for the umpteenth time, trying to talking about it. It seems that everything comes from the fact that he decided to sing with his own voice, and even in her mother tongue, the Spanish, on many tracks. And it seems that Bjork is the cause of all this: they were in the car together, and he started singing for a joke, she asked if he had never considered singing seriously, he initially refused the idea, but then, under the guidance of her, here is, as it is said in Livorno, "rice is cooked". The Spanish of most of the tracks is due to the fact that it is the language, always in the artist's words, with which he processes the emotions, with which he is best able to express very private things, and also the language with which his parents struggled and divorced.
In short, Arca's music on this new record remains experimental and, in a sense, mysterious, but the emotions are more "easy" to achieve. The asymmetry of his melodies remains, but melodic sensitivity is pronounced, and, after the first shocking listening, remains a disc that wraps in its strangeness, and that slowly, it conquers.

20170924

Incubo

Mareridt - Myrkur (2017)

Se sono riuscito un minimo a darvi un'idea del genere musicale prodotto da Amalie Brunn, sappiate che in questo nuovo disco la ragazza progredisce, e usa il disco come autoanalisi. Il titolo, "incubo" in danese, si riferisce agli incubi che appunto, Amalie sostiene di avere, insieme ad episodi di paralisi nel sonno, e che ha deciso di "affrontare" con un blocco note accanto al letto, per appuntarsi tutti i simboli e le storie sognate, ed usarle come ispirazione per scrivere le canzoni di questo disco. Ne ha scritte una cinquantina, pare, e si è fatta aiutare dal produttore Randall Dunn per scremarle nelle 11 di Mareridt (16 nella versione deluxe). Canzoni cantate in danese, svedese, islandese e inglese, che mescolano influenze classiche, folk scandinavo, epicità medievali, gotiche, black metal, suonate con strumenti tradizionalmente rock, ma pure molti strumenti della tradizione folk nordica, come la nyckelharpa, violino, mandola, organo, molti dei quali suonati dalla stessa Bruun. Presente Aaron Weaver dei Wolves in the Throne Room alla batteria, la danese duetta con Chelsea Wolfe su Funeral (e su Kvindelil, solo nella versione deluxe), il disco ci porta in una dimensione sospesa tra l'esoterico e il medievale, con la splendida voce di Myrkur che fa da collante e luce guida. Da seguire assolutamente.



If I've been able to give you an idea of ​​the genre produced by Amalie Brunn, know that in this new album the girl progresses, and uses the disc as self-analysis. The title, "nightmare" in Danish, refers to the nightmares that Amalie claims to have, along with episodes of sleep paralysis, and that she decided to "face" with a notebook next to the bed to write down all the symbols and dreaming stories, and use them as an inspiration to write the songs on this record. She wrote about fifty songs, it seems, and she was helped by producer Randall Dunn to scrape them in the eleven of "Mareridt" (16 in the deluxe version). Songs sung in Danish, Swedish, Icelandic and English, mixing classical influences, Scandinavian folk, medieval epicity, gothic, black metal, played with traditional rock instruments, but also many Nordic folk instruments such as nyckelharpa, violin, organ, mandola, many of which played by Bruun herself. We got Aaron Weaver of Wolves in the Throne Room on drums, the girl give us a present, with a duet with Chelsea Wolfe on "Funeral" (and on "Kvindelil", only in the deluxe version), the record takes us into a suspended dimension between the esoteric and medieval with the stunning Myrkur's voice acting as glue, and as a driving light. To follow absolutely.

20170922

Emme

M - Myrkur (2015)

Nell'attesa dell'uscita del nuovo disco di Myrkur, una one-woman band formata dalla modella, attrice e musicista (anche pop) danese Amalie Bruun, disco che quando leggerete questa rece sarà già uscito (sto scrivendo queste righe il 10 settembre, il disco nuovo dal titolo Mareridt uscirà il 15), parliamo del debutto sulla lunga distanza, M, uscito nel 2015. Il progetto è quantomeno curioso, e ho conosciuto Myrkur solo qualche settimana fa casualmente. Si parte dal black metal, e la signorina si disimpegna in maniera impeccabile e paradossale alla voce, usando toni leggiadri nelle parti pulite, mentre ringhia come un'ossessa sulle parti urlate, ma l'atmosfera è super gotica ed estremamente decadente, con aperture sinfoniche che sfociano nel blast beat, archi e fiati, e poi si arriva fino al folk scandinavo, con parti epiche che a volte fanno pure sorridere, ma che danno un tocco medievale a molte canzoni.
Il disco è stato prodotto da Kristoffer Rygg degli Ulver. Oltre alla Bruun che canta, suona la chitarra e il piano, troviamo Teloch (Mayhem, Nidingr) alle chitarre e al basso, Øyvind Myrvoll (Nidingr, Dodheimsgard) alla batteria, Håvard Jørgensen (Satyricon, Ulver) alla chitarra acustica, Ole-Henrik Moe agli archi (tra i quali alcuni strumenti tradizionali islandesi e scandinavi), Tone Reichelt al corno, Martin Taxt alla tuba, oltre ad una partecipazione di Chris Amott (Arch Enemy, Armageddon, Dark Tranquillity) alla chitarra su Mordet. I pezzi sono tutti in danese, e sono composti dalla Bruun, ad esclusione di Byssan lull, che è una ninna nanna svedese. Un progetto sicuramente fuori dagli schemi.



While waiting for the release of the new album from Myrkur, a one-woman band formed by the Danish model, actress and musician (also pop) Amalie Bruun, which when you read this review, will already be released (I'm writing these lines on September 10, the new album entitled Mareridt will be released on September 15), I want to talk you about long distance debut, "M", released in 2015. The project is at least curious, and I only knew Myrkur a few weeks ago, casually. It starts with the black metal, and the lady disembarks in a flawless and paradoxical manner the voice, using fairy tones in clean parts as she growls like an obsessed on the screamed parts, but the atmosphere is super gothic and extremely decadent with symphony openings which lead to blast beat, strings and aerophones, and then comes to the Scandinavian folk, with epic parts that sometimes are even funny, but give a medieval touch to many songs.
The album was produced by Kristoffer Rygg from Ulver. In addition to the Bruun singing, she plays the guitar and the piano, then we find Teloch (Mayhem, Nidingr) on guitars and bass, Øyvind Myrvoll (Nidingr, Dodheimsgard) on drums, Håvard Jørgensen (Satyricon, Ulver) on acoustic guitar, Ole-Henrik Moe at the strings (including some traditional Icelandic and Scandinavian instruments), Tone Reichelt at the horn, Martin Taxt at the tube, as well as Chris Amott (Arch Enemy, Armageddon, Dark Tranquility) on guitar on "Mordet". The tracks are all in Danish, and are written by Bruun, excluding "Byssan lull", which is a Swedish lullaby. A project definitely out of the schemes.

20170921

Invasore nativo

Native Invader - Tori Amos (2017)

Quindicesimo disco per la rossa Myra Ellen Amos, disco ispirato dalla ricerca delle sue radici, da questioni familiari, che poi ha preso una piega diversa, almeno nei testi, al momento dell'elezione di Trump. La Amos, oggi 54enne (mi ha fatto sorridere una sua dichiarazione nel corso di un'intervista: "La menopausa è stata l'insegnante più dura che ho incontrato; più dura del successo"), artista che sa come scrivere canzoni, e che ha sperimentato molti tipi di ispirazione, per arrivare fino ad oggi con qualcosa da dire, ci prova ancora, disseminando il disco di innesti relativamente nuovi per lei, o quantomeno per dare nuova linfa alla sua musica. Il disco non è un brutto disco, ma manca di quell'intensità alla quale, come i veri grandi, lei ci ha abituato. Nonostante bei pezzi quali Breakaway, Reindeer King, come purtroppo solo alcuni dei critici più importanti hanno avuto il coraggio di scrivere, Native Invader è un disco che parte con le migliori intenzioni, ma è in gran parte un disco dimenticabile. Siccome l'impegno sembra esserci, e Tori Amos non mi sembra di quegli artisti che si limitano al compitino per portare a casa la pagnotta, lungi da me lo scrivere dichiarazioni tombali: aspettiamo con calma il prossimo lavoro.



Fifteen album for the ginger-head Myra Ellen Amos, a disc inspired by the search for its roots, from family issues, which then took a different turn, at least in the lyrics, after Trump's election. Amos, today aged 54 (made me smile at her statement during an interview: "Menopause is the hardest teacher I've met. Harder than fame"), an artist who knows how to write songs, and that has experienced many types of inspiration, to date, in order to arrive with always something to say. She still trying to, also with this new album, disseminating the disc of relatively new grafts for her, or at least to give new lymph to her music. The record is not a bad record, but it lacks the intensity that, like the big ones, she let us used to. Despite such good tracks as "Breakaway", "Reindeer King", unfortunately only some of the most important critics have had the courage to write, "Native Invader" is a record that starts with the best intentions but is largely a forgettable work. Since the commitment seems to be there, and Tori Amos does not seem to me to those artists who are just compelled to take home the loaf, I'm far from writing tomb declarations: I'm looking forward to the next work.

20170920

Angelo numero uno

Number 1 Angel - Charli XCX (2017)

Risalendo da Ghali e Sfera, entrambi catalogati come trap, mettendo dentro Mura Masa (collaborazione sul debutto Mura Masa su 1 Night), sono arrivato a questa 25enne inglese di Cambridge, nata da padre scozzese e madre indiana gujarati, e mi sono messo ad ascoltare il suo ultimo disco originale, Sucker del 2014, dove ho riconosciuto il tormentone Boom Clap, dando finalmente un nome all'autrice. Essendo però questo Number 1 Angel il suo ultimo lavoro ufficiale, seppure un mixtape, quindi collaborazioni e niente di veramente originale, ho deciso di parlarvi brevemente di questo. Beh, anche se questo, per me e per molti della mia età, non è per niente il nostro campo, dobbiamo arrenderci all'evidenza, perché i nostri figli o nipoti, ascolteranno quantomeno anche questo genere di cose; e c'è da riconoscere che la ragazzina è sfacciata (come molte altre con le quali collabora e ha collaborato, penso solo a Iggy Azalea o a Brooke Candy) ma anche dotata. Il disco è divertente, soprattutto, ed ha dei ganci niente male (Dreamer, Emotional, ILY2, Lipgloss). La casa discografica sta implorando il disco nuovo. Prepariamoci.



Going back from Ghali and Sfera, both featured as trap, considering the link with Mura Masa (collaboration on the Mura Masa debut on "1 Night"), I came to this 25-year-old Englishwoman from Cambridge, born of Scottish father and Gujarati Indian mother, and I listened her latest original album, "Sucker" of 2014, where I recognized the international hit "Boom Clap", finally giving a name to the author. However, being this "Number 1 Angel" her last official work, though a mixtape, so collaborations and nothing really original, I decided to talk to you briefly about this. Well, although this, for me and for many of my age, is not our field at all, we have to give up in front of the evidence, because our children or nephews will even listen to this sort of thing; and there is a recognition that the girl is brazen (like many others with whom she collaborates and has collaborated, I only think of Iggy Azalea or Brooke Candy) but also gifted. The album is fun, above all, and has hooks not bad ("Dreamer", "Emotional", "ILY2", "Lipgloss"). The record company is begging for the new record. Be prepared.

20170919

Sogno americano

American Dream - LCD Soundsystem (2017)

Gli LCD Soundsystem sono un'altra band della quale non ho mai afferrato fino in fondo il senso, e quindi, di conseguenza non sono mai riuscito a comprenderne il successo, soprattutto di critica, e rimango tutt'ora sbigottito leggendo recensioni lunghe come tesi di laurea, che sviscerano i testi di James Murphy, riuscendo a leggerci i passaggi della sua vita, le sue influenze, perfino con chi ha litigato qualche anno prima. Prendete quindi questa mia con le molle, considerando che parto da un punto di vista difficile da convincere, seppure abbia ascoltato i loro dischi anche precedenti, e li abbia visti dal vivo almeno una volta. Questo American Dream è il loro quarto disco in 15 anni di vita, ma consideriamo che Murphy aveva annunciato che il precedente This Is Happening poteva essere l'ultimo disco, e che addirittura, nel 2011 la band aveva suonato gli ultimi concerti a NY.
Ed è un disco che prosegue sulla linea già disegnata in passato, una linea che a me ricorda tantissimo di Talking Heads, seppure abbiano ragione i critici più accreditati, sul fatto che l'influenza più grande sul lavoro di Murphy sia decisamente quella di David Bowie. Le canzoni, benché spesso rarefatte, sono ben scritte, e l'insieme è fortissimamente imbevuto di elettronica anni '80; le digressioni volute da Murphy, naturalmente soprattutto sui pezzi più lunghi ed espansi (How Do You Sleep?, Black Screen), portano ad una piacevole deriva psichedelico-elettronica. Un ritorno all'altezza, per un genere che personalmente non mi entusiasma, ma del quale riesco a riconoscere l'interesse.



LCD Soundsystem are another band I have never grasped the meaning, so I've never managed to understand its success, especially the criticis one, and I am still embarrassed by reading long reviews as a thesis of graduate degree, who read the lyrics of James Murphy, by persons able to read the passages of his life, his influences, even recognizing with those who quarreled a few years earlier. So keep that in mind, considering that I start from a difficult point of view, even though I've heard their earlier records, and have seen them live at least once. This "American Dream" is their fourth album in 15 years, but remember that Murphy had announced that the previous "This Is Happening" could be the last record, and that even in 2011 the band had played the latest concerts in NY.
And it is a record that goes on the line already drawn in the past, a line that reminds me a lot of Talking Heads, though the most acclaimed critics are right, that the greatest influence on Murphy's work is definitely that of David Bowie. The songs, though often rarefied, are well-written, and the set is heavily immersed in 80s electronics; Murphy's digressions, naturally especially on the longer and expanded tracks ("How Do You Sleep?", "Black Screen"), lead to a pleasing psychedelic-electronic derivative. A return to the height, for a genre that personally does not excite me, but of which I can recognize the interest.

20170918

Re di tutto

King of Everything - Jinjer (2016)

Eccoci a parlare brevemente dei Jinjer, band ucraina che accompagnerà gli Arch Enemy nelle loro date europee (meno quelle russe, immagino capirete il perché). Qui al secondo disco, il primo per l'etichetta Napalm Records, con una formazione a quattro che vede Yevgeny Abdyukhanov al basso, Vlad Ulasevich alla batteria, Roman Ibrahhalilov alla chitarra, e Tatyana Shmaylyuk alla voce. Proprio la versatilità della voce di Tatyana, permette alla band, che di base pratica un djent piuttosto tecnico, di sperimentare incursioni in altri generi, cosa piuttosto importante per provare a non arenarsi in un songwriting troppo omogeneo e ripetitivo. Il risultato è ancora acerbo, ma chissà, se i ragazzi sono stati abbastanza bravi ad uscire dall'Ucraina ed affacciarsi sulla scena internazionale, potrebbero essere altrettanto bravi a riuscire nella ricerca di un minimo di originalità.



Here we are briefly talking about the Jinjer, a Ukrainian band that will accompany Arch Enemy on their European dates (less Russian ones, I guess you will understand why). Here is the second record, the first one for the Napalm Records label, with a four-seater line-up, that sees Yevgeny Abdyukhanov on bass, Vlad Ulasevich on drums, Roman Ibrahhalilov on guitar, and Tatyana Shmaylyuk on vocals. It's the versatility of Tatyana's voice allows the band, which basically practices a djent, rather technical, to experience incursions into other genres, which is rather important to try not to stick in the mud of a too homogeneous and repetitive songwriting. The result is still green, but who knows if the guys were good enough to leave Ukraine and look over the international scene, they could be just as good at finding a minimum of originality.

20170917

Chickenfoot

Best + Live - Chickenfoot (2017)

Nel mese di marzo del 2017, è uscito questo doppio lavoro per i Chickenfoot, e si, avete capito bene, è una specie di Best Of per una band che ha all'attivo solo due dischi in studio. In realtà, il doppio cd consta di un inedito (Divine Termination), un piccolo Greatest Hits di 10 tracce, tre cover registrate dal vivo (Higway Star dei Deep Purple, Bad Motor Scooter dei Montrose, My Generation degli Who), e un disco live contenente 11 tracce. Da tenere di conto che i due dischi da studio della band in questione sono usciti rispettivamente nel 2009 e nel 2011, dopo di che hanno pubblicato un bel live (LV) alla fine del 2012, quindi l'operazione appare come il giro delle elemosine in chiesa. Approfitto di queste righe per riflettere, ancora una volta, sul senso di questo supergruppo, che a me è piaciuto fin dall'inizio. E' davvero un peccato che i rispettivi membri dipendano soprattutto dagli impegni di Chad Smith con i Red Hot Chili Peppers, una band che non ha più nulla da dire; invece, i Chickenfoot, potrebbero regalarci delle cose semplicemente rock, ma senza dubbio piacevoli. 



In March of 2017, this double work by Chickenfoot was released, and you, you know, is a kind of Best Of for a band that has only two studio albums. In fact, the double cd consists of an unreleased track, "Divine Termination", a small "Greatest Hits" of 10 tracks, three live cover version ("Higway Star", Deep Purple, Montrose's "Bad Motor Scooter", "My Generation" by the Who), and a live disc containing 11 tracks. Keep in mind that the two studio albums of the band in question came out in 2009 and 2011 respectively, after which they released a beautiful live (LV) at the end of 2012, so the operation looks like the lap of alms in church. I take the opportunity of these lines to reflect once again on the meaning of this supergroup, which I liked from the beginning. It is a shame that their members depend above all on Chad Smith's commitments with Red Hot Chili Peppers, a band that has nothing left to say; on the other hand, the Chickenfoot, they could give us things just rock, but no doubt pleasurable.

20170915

La volontà del potere

Will to Power - Arch Enemy (2017)

E' tutto vero. Gli attuali Arch Enemy, dopo l'ennesimo cambio di formazione (l'ingresso di Jeff Loomis dei Nevermore alla chitarra solista, dopo l'abbandono di Nick Cordle nel 2014, nel bel mezzo del tour di War Eternal), sono una cosa diversa da quelli degli esordi (non per niente, nel 2016 i membri fondatori si sono riuniti nel progetto Black Earth, esibendosi un tour giapponese tutto esaurito e suonando solo pezzi dai primi tre dischi), e comprendo le recensioni non entusiastiche a questo decimo album in studio. Ma, sarà anche per il fatto che ho pure deciso, per puro divertimento, di andarli a vedere dal vivo, voglio essere positivo, e vi dirò che la cosa è normale, il fatto che ormai non possano più essere considerati melodic death metal, ma probabilmente e più correttamente solo metal, è una naturale prosecuzione del loro percorso, e il risultato dei cambi di formazione, e di adeguamento al mercato. Questo disco è del resto il primo sul quale vengono usate le clean vocals, anziché esclusivamente il growling, contiene, in pratica, una vera e propria ballad (Reason to Believe), e nonostante tutte le interviste in cui soprattutto la bella Alissa parla della profondità delle liriche, non spicca di certo per testi privi di cliché.
Eppure, il disco è massiccio, prodotto e suonato perfettamente, l'uso delle tastiere è come al solito dosatissimo e mai stucchevole, le chitarre funzionano alla perfezione e danno lezioni, la sezione ritmica va come un classico orologio svizzero, e la voce di Alissa White-Gluz è, ma lo sapevamo già, duttile sia in un modo che in un altro: come nota correttamente un recensore più accorto di me, che avesse una bella voce anche pulita si sapeva, e, ad un certo punto, e con una certa parsimonia, ha senso usarla. 
Magari, Will to Power non sarà il massimo dell'originalità. Nel metal, però, l'originalità non è mai stata moneta corrente.



It's all true. The current Arch Enemy, after another line-up change (Nevermore Jeff Loomis's entry to the solo guitar, after the departure of Nick Cordle in 2014, in the middle of the War Eternal tour) is something else than those in the debut (in fact, in 2016, the founding members gathered in the Black Earth project, performing a sold out Japanese tour and playing only tracks from the first three albums), and I understand the bad reviews of this tenth studio album. But it will also be because I have decided, for fun, to see them live, I want to be positive, and I'll tell you that's normal, the fact that they can no longer be considered melodic death metal, but probably and more correctly just metal, is a natural continuation of their path, and the result of change in line-up and adaptation to the market. This record is the first one on which clean vocals are used, instead of exclusively the growling, in fact, contains a real ballad (Reason to Believe), and despite all the interviews in which the beautiful Alissa speaks of depth of lyrics, certainly does not stand out for cliché-free lyrics.
Yet, the album is massive, produced and played perfectly, keyboard use is, as usual measured and never nauseating, guitars work perfectly and give lessons, the rhythmic section goes like a classic Swiss watch, and the voice of Alissa White-Gluz is, but we knew it already, ductile in a way and in another: as a better-than-me reviewer correctly notes, that she had a good voice even clean we knew, and at one point and with a some parsimony, makes sense to use it.
Maybe, "Will to Power" will not be the ultimate in originality. But, in metal, however, originality has never been a rule.

20170914

Una comprensione più profonda

A Deeper Understanding - The War on Drugs (2017)

Non vi ho mai parlato dei The War on Drugs, una di quelle band delle quali non riesco a comprendere il successo di pubblico e critica. Stavolta, invogliato da una recensione entusiasta di Giovanni Ansaldo su Internazionale, ho (ri)provato ad ascoltare la band di Adam Granduciel, ed ex band di Kurt Vile (lo stile non si discosta molto, infatti), con rinnovata attenzione, in cerca della folgorazione. Folgorazione che, ve lo dico in anticipo, non è arrivata.
Ho letto molte altre recensioni sul disco, durante i vari ascolti. Il punto di ognuna di queste è che i The War on Drugs fanno quel rock americano considerato classico, tra Springsteen, Tom Petty e un poco di Neil Young (non prenderei in considerazione gli arditi accostamenti a Bob Dylan), dandogli una spolverata con i synth, e curando nei minimi dettagli gli arrangiamenti. E' verissimo che soprattutto i pezzi di questo nuovo album sono densi, pieni di strumenti, cesellati a fondo, ed è vero che il tutto suona come un qualcosa di Springsteen modernizzato, ma cantato con la voce di Bryan Adams meno roca. Molti si stracciano le vesti perché in questo disco ci sono molti assoli, altra cosa vera, ma insomma, gli assoli belli sono fatti in un'altra maniera, almeno secondo il mio modestissimo parere. Testi sulla perdita e sul desiderio, e un modo di scrivere le canzoni piuttosto classico, una voce passabile e strumenti ben suonati: l'emozione, sempre secondo me, la troviamo da un'altra parte.



I never talked about The War on Drugs, one of those bands fo which I can not understand public and critical success. This time, enticed by an enthusiastic review by Giovanni Ansaldo on Internazionale, I (re) tried to listen to Adam Granduciel's band, and Kurt Vile's former band (the style does not differ much), with renewed attention in search of an enlightenment. Lightning that, I tell you in advance, has not arrived.
I've read many other reviews on the album during the various listening. The point of each of these is that The War on Drugs make that rock considered classic, between Springsteen, Tom Petty and a bit of Neil Young (I would not consider the daring combinations with Bob Dylan), giving him a sprinkling with the synths, and taking care of the arrangements in the slightest detail. It's true that most of the tracks of this new album are dense, full of instruments, chiseled down, and it's true that everything sounds like something of Springsteen modernized, but sang with Bryan Adams' voice less rough. Many are excited because there are many solos in this record, still true, but in short, the beautiful solos are made in another way, at least according to my humble opinion. Lyrics about loss and desire, and a rather classic songwriting, a regular voice and well-played instruments: the emotion, always in my opinion, is in another place.

20170913

Marchiato a morte

Marked To Death - Emma Ruth Rundle (2016)

Altra artista conosciuta "in ritardo" grazie a dritte di amici che sanno (di esserlo e di sapere), Emma Ruth Rundle, affascinante già dal nome, chitarrista cantante e compositrice, ma anche artista visuale, nata e cresciuta nell'area di Los Angeles, è tutt'ora membro di band underground quali Red Sparrowes (con componenti di Isis e Neurosis) e Marriages, e questo è il suo terzo lavoro solista, dopo un debutto completamente strumentale (Electric Guitar: One) nel 2011, e Some Heavy Ocean (ottimo disco) nel 2014. Decisamente rock, nel senso più ampio del termine, Marked for Death (titolo ispirato, forse, dalle sofferenze causatele da una fastidiosa adenomiosi) è un disco dalla bellezza cristallina, fatto da un lavoro chitarristico estremamente tecnico, e da una voce che, senza sforzi, riesce a dare profondità a pensieri dolorosi, come i suoi testi. Lavorando sulla scrittura, Emma Ruth riesce a scrivere perle quali Heaven, o anche Real Big Sky, Hand of God o la mia preferita Protection, canzoni che la posizionano molto in alto nella immaginaria classifica di compositori dotati. Disco bellissimo, senza dubbi e senza paure di smentita.



Another artist that I known "late" thanks to a suggestion from friends who know (to be friends and to know), Emma Ruth Rundle, fascinating already by her name, singer, composer, guitarist, but also visual artist, born and raised in Los Angeles, is still a member of underground bands such as Red Sparrowes (with Isis and Neurosis members) and Marriages, and this is her third solo job, after a completely instrumental debut ("Electric Guitar: One") in 2011, and "Some Heavy Ocean" (excellent album) in 2014. Strongly rock, in the broadest sense of the term, this "Marked for Death", is an album by crystal-clear beauty, made by an extremely technical guitar work, and from a voice that effortlessly leads to depths of painful thoughts, such as her own lyrics. Working on songwriting, Emma Ruth wrote pearls such as "Heaven", or "Real Big Sky", "Hand of God", or my favorite "Protection", songs that put her up higher, in an imaginary list of composers. Beautiful album, without doubt and without fear of denial. 

20170912

Il fischio girava

Hiss Spun - Chelsea Wolfe (2017)

Ho appena letto una recensione particolarmente cattiva sul quinto disco di Chelsea Joy Wolfe (33enne statunitense di discendenze tedesche e norvegesi, nata a Roseville, California e cresciuta a Sacramento), e ho pure capito quello che questa persona argomentava, trovando anche gli spunti interessanti. Ma, si sa, l'arte è soggettiva, e da queste parti Chelsea piace, piace ancor di più dopo il live dell'anno passato, e figuriamoci se non piace dopo un disco (che ufficialmente uscirà il 22 settembre), nel quale, ufficialmente da più parti, viene definito come il suo definitivo abbraccio al metal. Prodotto da Kurt Ballou (Converge), con le collaborazioni illustri di Troy Van Leuween (QOTSA) ed Aaron Turner (Isis), il disco racchiude 11 pezzi ed un interludio estremamente coinvolgenti, pesanti, dove la Wolfe mischia droni, chitarre metal, riverbero a tonnellate, liriche cupe, atmosfere gotiche. Dark metal? Forse. Se dobbiamo trovare un difetto, una certa omogeneità dei pezzi; ma l'approccio aggressivo, e l'atmosfera, come detto, decadente, cupa, ma decisamente coinvolgente, avvolgente, emozionale ed empatica, ripaga ampiamente l'ascoltatore. Static Hum e una sorta di manifesto di tutta questa bellezza, e come si sa, Pain is Beauty.



I just read a particularly bad review on fifth Chelsea Joy Wolfe's (33-year-old, from German and Norwegian descendants, born in Roseville, California and raised in Sacramento), and I even understood what this person argued, finding interesting things as well. But, you know, art is subjective, and Chelsea is liked here, she like me even more after the live concert I saw last year, and it was impossible I does not like her after a record (which will officially be released on September 22), in which, officially from several parts, is defined as its definitive embrace of metal. Produced by Kurt Ballou (Converge), featuring illustrious collaborations by Troy Van Leuween (QOTSA) and Aaron Turner (Isis), the album encloses 11 songs and one interlude, extremely engaging, heavy, where Wolfe mixes drones, metal guitars, reverbs, dark lyrics, gothic atmospheres. Dark metal? Maybe babe. If we have to find a flaw, a certain homogeneity of the tracks; but the aggressive approach, and the atmosphere, as it was already said, decadent, gloomy, but decisively engaging, enveloping, emotional and empathic, broadly repays the listener. "Static Hum" it's like a manifesto of all this beauty, and you know, Pain is Beauty.

20170911

Beduina

Bedouine - Bedouine (2017)

Disco di debutto per Azniv Korkejian, nata a Aleppo, Siria, da genitori armeni, cresciuta in Arabia Saudita, per poi trasferirsi con la famiglia negli USA, dopo aver vinto la Green Card tramite una lotteria. Boston, Houston, poi si separa dalla famiglia per andare a Los Angeles, poi Lexington, Kentucky in un'allevamento di cavalli, un anno a Austin e ancora Savannah, Georgia per una laurea in sound design. Ritorna a LA, conosce una comunità di musicisti che la fa sentire a casa, lavora nell'editing di dialoghi e musica, vicina all'industria cinematografica. Poi, un giorno nello studio entra il produttore Gus Seyffert in cerca di informazioni su alcune macchine, e lei si ritrova a registrare un pezzo. Comincia un altro viaggio. Sceglie il nome d'arte di Bedouine perché, appunto, la sua vita è stata un viaggio.Il produttore le "procura" nientemeno che il chitarrista turnista Smokey Hormel (ha suonato con tutti!), e ci mette lo zampino Matthew E. White. Il risultato è un disco soffice e levigato, fatto di un'americana raffinata, che si sposa con la bossa nova, archi e fiati qua e là a dare un tocco perfino barocco. Canzoni ben scritte, non certo la mia tazza di té, una certa assonanza con la grande Natalie Merchant e un pizzico di Norah Jones.



Azniv Korkejian, born in Aleppo, Syria, from Armenian parents, who grew up in Saudi Arabia, then moved to the US after winning the Green Card through a lottery. Boston, Houston, then split from the family to go to Los Angeles, then Lexington, Kentucky in a horse farm, a year in Austin, and again in Savannah, Georgia for a degree in sound design. Returns to LA, knows a community of musicians who make her feel at home, works in dialogue and music editing close to the movie industry. Then, one day in the studio, producer Gus Seyffert came in search of information on some machines, and she found herself recording a demo track. Another trip begins. She chooses the stagename of Bedouine because, in fact, her life was a journey. The producer "procures" no less than the session guitarist Smokey Hormel (he played with everyone!), and Matthew E. White puts his marks on her. The result is a smooth and blunt album, made of a sophisticated americana, who is married to the bossa nova, horns and winds here and there, to give even a baroque touch. Well written songs, certainly not my cup of tea, some assonance with the great Natalie Merchant and a pinch of Norah Jones.

20170910

L'età del potere

Powerage - AC/DC (1978)

Il fatto che l'amico Mazza e l'iconico chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards, citino Powerage, quinto disco "complessivo" (chi conosce un poco la discografia degli australiani sa che i primi due dischi furono pubblicati solo in patria, e solo uno dei due, High Voltage, fu ripubblicato come disco di debutto a livello internazionale) degli immarcescibili AC/DC, come loro disco favorito della band stessa, deve avere un perché. Ed ecco quindi che ne ho ripreso l'ascolto a ritmo sostenuto, per (ri)entrare nel magico mondo di quello che amo definire (ma che sicuramente ho copiato da qualcuno che lo ha inventato prima di me) blues elettrificato. Forse non è chiarissimo dall'apertura di Rock 'N' Roll Damnation, classico mid tempo alla AC/DC, seppure per le orecchie attente, anche se non esperte, non sarebbe un segreto. Eppure, il fatto che ci sia il blues alla base di tutto questo, di questa carriera che ha non troppi eguali nella storia della musica, appare palese già con il secondo pezzo, nomen omen, Down Payment Blues, dove, sempre a detta di critici ben più accreditati di me, Bon Scott affina il suo stile di scrittura lirica da street poet, e insieme alla band firma un pezzo storico. Grandi pezzi disseminati lungo il resto del disco, e sicuramente un'altra signature song, Riff Raff, che ogni volta accosto all'omonimo film di Ken Loach, pezzo praticamente perfetto, anche per descrivere senza sforzo il concetto che vi proponevo poc'anzi del "blues elettrificato". Non siamo ancora a metà disco, e la grandezza è già al sicuro. Eppure, immediatamente dopo arriva Sin City, e gli altri pezzi potrebbero sembrare inutili: ma non lo sono. What's Next to the Moon, Gone Shootin', Gimme a Bullet, Up to My Neck in You, Kicked in the Teeth (un'altra canzone spettacolare) e (in alcune versioni) Cold Hearted Man, completano uno dei molti grandi dischi, che questa grande band ha nella propria discografia.
Per la sezione curiosità, questo disco segna l'ingresso al basso di Cliff Williams al posto del licenziato Mark Evans; nei crediti Evans appare solo aver suonato su Cold Hearted Man (e magari è proprio per quello che il pezzo non appare in tutte le versioni del disco...), mentre Williams è accreditato del lavoro su tutte le altre canzoni. Eppure, sul libro The Youngs: The Brothers Who Built AC/DC di Jesse Fink, si dice che tutte le parti di basso sul disco furono suonate invece da George Young, fratello maggiore di Angus e Malcolm, musicista (The Easybeats), compositore (ha co-scritto la hit internazionale Love Is in the Air), e produttore dei primi lavori degli AC/DC (tra i quali anche questo).



The fact that friend Mazza, and iconic Rolling Stones' guitarist Keith Richards, cited "Powerage", the fifth "overall" record (who knows a bit about the Australian band's discography knows that the first two discs were only released "at home", and only one of these two, "High Voltage", was republished as an international debut album) of the undisputed AC/DC, as their favorite album of the band itself, must have a reason. And so I got back listening at a sustained pace, to (re) enter the magical world of what I like to define (but surely I copied from someone who invented it before me) electrified blues. Maybe it's not clear from the opening of "Rock 'N' Roll Damnation", a classic mid-tempo, as only AC/DC knows how to do it, though for the ears, though not expert, it would not be a secret. Yet, the fact that there is the blues at the heart of all of this, of this career that has not too many equal in the history of music, is already apparent with the second track, nomen omen, "Down Payment Blues", where, according to critics much more accredited than me, Bon Scott refines his style of writing lyrics as a "street poems", and together with the band he signs a historic track. Big songs scattered along the rest of the record, and surely another signature song, "Riff Raff", who each time remind me Ken Loach's homonymous movie, a pretty good track, also to effortlessly describe the concept that I put forward before "electrified blues". We're still halfway to the album, and the greatness is already safe. Yet, immediately after "Sin City" arrives, the other tracks may seem useless: but they are not. "What's Next to the Moon", "Gone Shootin'", "Gimme a Bullet", "Up to My Neck in You", "Kicked in the Teeth", and (in some versions) "Cold Hearted Man", completes one of the many great album this great band has in its own discography.
For the curiosity section, this record marks Cliff Williams's bass entry instead of the fired Mark Evans; Evans appears to have just played on "Cold Hearted Man" (and maybe it's just for this, that the song does not appear in all the versions of the album...), while Williams is credited with work on all the other songs. However, on Jesse Fink's "The Youngs: The Brothers Who Built AC/DC" book, it is said that all the bass on the album was played by George Young, Angus and Malcolm's older brother, a musician (The Easybeats), a composer (he co-wrote the international hit "Love Is in the Air"), and producer of the first AC/DC work (including this one).

20170908

Full Bush, Half Snickers

Orange is the New Black - Di Jenji Kohan - Stagione 5 (13 episodi; Netflix) - 2017

Come vi ricordate dal finale della quarta stagione, la rivolta è finalmente esplosa a Litchfield, esasperata dall'insoddisfazione per i tagli, ma soprattutto dalla grottesca morte di Poussey. Dayanara spara a Humprey, dopo che lui inizia ad implorare per la sua vita in spagnolo, una lingua che Daya non parla; lo colpisce alla coscia. Lo salva Sophia, con nozioni da paramedico per il suo passato da uomo e pompiere. Piper e Alex tentano di prendere Linda in ostaggio, ma si muovono a compassione, e alla fine la aiutano a travestirsi da detenuta per non farla prendere come ostaggio. Taystee, Black Cindy, Janae e Alison costringono Caputo a leggere una dichiarazione sulla morte di Poussey e la registrano su un iPad. Josh, un rappresentante della MCC, le aiuta a caricarle su Twitter (pensando che, per la società per la quale sta lavorando, è meglio far vedere il direttore che rinnega il passato, che detenute fuori controllo).

Nonostante un calo di apprezzamento dalla critica, e una prevedibile e normale stanchezza degli spettatori verso una serie arrivata alla quinta stagione, Orange is the New Black continua a far sorridere di situazioni spesso disperate, e a rappresentare un buon riflesso della società statunitense. Lo seguo ancora con un discreto interesse. La serie è stata rinnovata per altre tre stagioni.

Despite a decline in appreciation from critics, and a predictable and normal tiredness of viewers towards a series that has come to the fifth season, Orange is the New Black continues to make people smile about situations that are often desperate, and represents a good reflection of US society. I still follow it with a discreet interest. The series has been renewed for another three seasons.

20170907

Eastwatch

Game of Thrones - Di David Benioff e D.B. Weiss - Stagione 7 (7 episodi; HBO) - 2017

A Riverlands, Arya travestita da Walder Frey uccide tutti gli uomini della casata Frey, lasciando vive le donne. Si dirige poi a Sud, verso King's Landing, per uccidere la regina, come dice a dei soldati fedeli ai Lannister, insieme ai quali divide un pasto. I soldati lo prendono come uno scherzo.
Alla Barriera, mentre i White Walkers marciano verso Sud, Bran e Meera arrivano alla postazione dei Night's Watch, e vengono fatti entrare da Edd. 
A Winterfell, nonostante le obiezioni di Sansa, Jon Snow perdona i Karstark e gli Umber. Ordina a Tormund e ai suoi di fortificare Eastwatch, e di allenare tutti, compresi donne e bambini, per la battaglia con i White Walkers. Jon discute in privato con Sansa, chiedendole di non metterlo in imbarazzo in pubblico, lei ribatte che non vuole che commetta gli stessi errori del padre e del fratello maggiore. Jon riceve un messaggio da Cersei, per recarsi a King's Landing e sottomettersi. Littlefinger continua a tentare di ingraziarsi Sansa.
A King's Landing, Cersei e Jaime si sentono accerchiati. Euron Greyjoy arriva con la flotta di Ferro, e propone a Cersei l'alleanza e il matrimonio. Cersei rifiuta, ma Euron promette di tornare con vittorie e un regalo per il quale la regina non potrà più rifiutare il matrimonio.
A Oldtown, Sam è frustrato da tutto il lavoro manuale, e dal poco accesso alla conoscenza. Viene però a conoscenza, rubando dei volumi dalla libreria, di un enorme giacimento di dragonglass sotto Dragonstone, e ne informa Jon via corvo. A Oldtown c'è anche Jorah Mormont, in isolamento per l'espandersi del morbo grigio attraverso il suo corpo.
Daenerys arriva a Dragonstone con la sua flotta e il suo esercito; prende possesso del castello, ormai disabitato. Dentro la sala del consiglio di guerra, sola con Tyrion, gli chiede: "Cominciamo?".

Hype enorme, e solite critiche (si vede che non ci sono più i libri a supportare gli autori, che noia, poco sesso, poche battaglie, forza White Walkers, sembra una telenovela), la serie tv dall'impatto più devastante degli ultimi 10 anni prosegue il suo cammino verso il finale, che sarà quello della prossima e ottava stagione, che sarà composta di soli 6 episodi (ma, pare, tutti della durata di oltre 60 minuti).
Spettacolo per gli occhi a livello di location e di effetti speciali, mi sono piaciuti gli intrecci e perfino le rivelazioni del finale, seppure condivida la "simpatia" di molti per l'intrigante figura del Night King. Sono partite le speculazioni e le supposizioni sul finale e su rivelazioni sconvolgenti che potrebbero arrivare nella stagione conclusiva, e addirittura HBO sta lavorando su ben quattro spin off, che "girerebbero" attorno alla storia; segno evidente del marchio indelebile che Game of Thrones ha lasciato e lascerà nella storia televisiva.
L'ottava stagione non è ancora stata programmata esattamente, e potrebbe addirittura andare in onda nel 2019. Il problema è come ingannare l'attesa.

Huge hype, and usual criticisms (you can see there are no longer books to support the authors, that boredom, few sex, a few battles, c'mon White Walkers, looks like a telenovela), the TV series with the most devastating impact of the last 10 years goes on to the final, which will be the next and eighth season, which will be made up of only 6 episodes (but, apparently, all over 60 minutes).
A delight for the eyes, as locations and special effects, I liked the twists and even the revelations of the finale, though I share the "sympathy" of many for the intriguing figure of the Night King. Speculation and guesses on the finale, and about shocking revelations that could come in the closing season, and even HBO is working on four spin offs from the original history; an obvious sign of the indelible brand that Game of Thrones left and will leave in television history.
The eighth season has not yet been programmed exactly, and could even be aired in 2019. The problem is how to fool the wait.

20170906

Il sole di ogni Paese

Every Country's Sun - Mogwai (2017)

E' vero, come dice Dave Simpson su The Guardian, che non sono molte le band che riescono a suonare grande musica nella loro terza decade insieme. Il sound della band scozzese è sempre attuale, onirico, moderno e decadente al tempo stesso, adattissimo alle colonne sonore ma pure per diventare colonna sonora di un tratto di vita di ognuno. Reminiscenze post new wave, robuste linee di basso, tastiere e synth quanto basta per disegnare appunto atmosfere eteree ma forti. Addirittura un pezzo cantato, Party in the Dark, cosa mai esclusa, ma rara per i Mogwai, come anche in 1000 Foot Face. Disco valido per una band che non delude mai.



It's true, as Dave Simpson write on The Guardian, that there are few bands make great music in their third decade together. The sound of the Scottish band is always current, dreamy, modern and decadent at the same time, adaptable to the soundtrack but also to become a soundtrack of a piece of life of everyone. Reminiscences post new wave, robust bass guitar lines, keyboards and synths just enough to draw ethereal but strong atmospheres. Even some singing tracks, "Party in the Dark", never excluded, but rare for Mogwai, as well as "1000 Foot Face". A good album for a band that never disappoints.