No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20070131

playlist

Era tempo di svecchiare il lettore mp3, fermo al viaggio in Argentina, a parte pochissimi avvicendamenti. Me l'hanno detto perfino i miei colleghi, che in ufficio ormai si sono abituati a continue novità.

Rimangono solo Casino Royale con Reale e i Converge di No Heroes.

Entrano:

Deftones Saturday Night Wrist
Paolo Nutini These Streets
Nelly Furtado Loose
Grinderman
Intronaut Void
Kylesa Time Will Fuse Its Worth
Los Lobos Just Another Band From East L.A. CD1
Bloc Party A Weekend In The City

Più una compilation personale "in progress", della quale, forse, vi parlerò più avanti.

ragazze da sogno


Dreamgirls – di Bill Condon 2007

Giudizio sintetico: si può perdere


Nella Detroit degli anni ’60, tre ragazze nere inseguono il sogno di diventare famose cantando. Durante un’esibizione per nuovi talenti, The Dreamettes, così si chiama il trio formato da Effie, Deena e Lorrell, cantando come al solito un pezzo scritto per loro da C.C., il fratello di Effie, vengono notate da Curtis, un venditore di auto molto ambizioso, convinto di poter diventare un manager di successo, sicuro di avere le chiavi per ribaltare, almeno nella musica, il dominio dei bianchi. Curtis convince immediatamente James “Thunder” Early, un talento r’n’b locale, ad assumerle come coriste per il suo imminente tour. Un passo alla volta, travolgendo qualsiasi ostacolo si frapponga sulla sua strada, usando qualsiasi mezzo, plasmando gli artisti a suo piacimento, inventando generi, scalando le classifiche, Curtis lascia il segno. In ogni senso.

Strano personaggio, filmografia particolare, quella di Condon, autore di piccole gemme quali Demoni e Dei e Kinsey, sceneggiatore del pluripremiato Chicago, qui alle prese con la trasposizione cinematografica del musical scritto da Tom Eyen, che si rifà alla storia delle Supremes di Diana Ross, e punta ad arraffare Oscar su Oscar, forte anche della consapevolezza che il genere musical ne prende sempre, solitamente.

Rutilante, colorato, chiassoso e, almeno in partenza, iper coinvolgente a livello musicale (sfido chiunque a non battere il piedino), coadiuvato da un cast all black d’eccezione (Glover, Foxx, Knowles, Hudson, Murphy, e potremmo continuare), decolla benissimo e poi si arena senza pietà annoiando lo spettatore, anche il più disponibile. Costellato di buone intenzioni, infarcisce la storia di troppi richiami (M.L.King, la rivolta di Detroit, l’emancipazione nera, il sogno americano, la storia della musica nera), ma soprattutto di molti stereotipi (la lotta fratricida tra neri, il maschio sciovinista e padre-padrone, le donne o troppo deboli o troppo forti, ascesa caduta e risalita, il cattivo che soccombe, e chi più ne ha più ne metta), e il film naufraga fragorosamente così come fragorosamente era iniziato.

Tutti decantano già le lodi dell’esordiente Jennifer Hudson (e già ci fracassano le palle con la storia dell’esclusione da American Idol), che magari vincerà un Oscar (non protagonista, al quale è candidata), ma a parte la gran voce ci è sembrata sopra le righe, Beyoncé nella prima parte è irriconoscibile, poi alla distanza viene fuori ed è bellissima, Jamie Foxx risulta stupefacente da quanto è bello perfino con una pettinatura che farebbe sembrare una merda chiunque altro, e fornisce un’altra prestazione sopraffina, Eddie Murphy (anche lui candidato agli Oscar come non protagonista) è eccezionale. Costumi superlativi. Regia modesta.

fantastico

Silvio risponde affidando a tutte le agenzie di stampa questa lettera. Non ci sono parole da aggiungere.

LA LETTERA - «Cara Veronica, eccoti le mie scuse. Ero recalcitrante in privato, perché sono giocoso ma anche orgoglioso. Sfidato in pubblico, la tentazione di cederti è forte. E non le resisto. Siamo insieme da una vita. Tre figli adorabili che hai preparato per l'esistenza con la cura e il rigore amoroso di quella splendida persona che sei, e che sei sempre stata per me dal giorno in cui ci siamo conosciuti e innamorati. Abbiamo fatto insieme più cose belle di quante entrambi siamo disposti a riconoscerne in un periodo di turbolenza e di affanno. Ma finirà, e finirà nella dolcezza come tutte le storie vere. Le mie giornate sono pazzesche, lo sai. Il lavoro, la politica, i problemi, gli spostamenti e gli esami pubblici che non finiscono mai, una vita sotto costante pressione. La responsabilità continua verso gli altri e verso di sè, anche verso una moglie che si ama nella comprensione e nell'incomprensione, verso tutti i figli, tutto questo apre lo spazio alla piccola irresponsabilità di un carattere giocoso e autoironico e spesso irriverente. Ma la tua dignità non c'entra, la custodisco come un bene prezioso nel mio cuore anche quando dalla mia bocca esce la battuta spensierata, il riferimento galante, la bagattella di un momento. Ma proposte di matrimonio, no, credimi, non ne ho fatte mai a nessuno. Scusami dunque, te ne prego, e prendi questa testimonianza pubblica di un orgoglio privato che cede alla tua collera come un atto d'amore. Uno tra tanti. Un grosso bacio Silvio ».

31 gennaio 2007

ma pensa te


POLITICA


LA LETTERA


Veronica Berlusconi, lettera a Repubblica "Mio marito mi deve pubbliche scuse"


di VERONICA BERLUSCONI


Egregio Direttore,

con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito. Ho ritenuto che il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. Ho affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione. Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque". Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito ed all´uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente, e con l´occasione chiedo anche se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba considerarmi "La metà di niente". Nel corso del rapporto con mio marito ho scelto di non lasciare spazio al conflitto coniugale, anche quando i suoi comportamenti ne hanno creato i presupposti. Questo per vari motivi: per la serietà e la convinzione con la quale mi sono accostata a un progetto familiare stabile, per la consapevolezza che, in parallelo alla modifica di alcuni equilibri di coppia che il tempo produce, è cresciuta la dimensione pubblica di mio marito, circostanza che ritengo debba incidere sulle scelte individuali, anche con il ridimensionamento, ove necessario, dei desideri personali. Ho sempre considerato le conseguenze che le mie eventuali prese di posizione avrebbero potuto generare a carico di mio marito nella sua dimensione extra familiare e le ricadute che avrebbero potuto esserci sui miei figli. Questa linea di condotta incontra un unico limite, la mia dignità di donna che deve costituire anche un esempio per i propri figli, diverso in ragione della loro età e del loro sesso. Oggi nei confronti delle mie figlie femmine, ormai adulte, l´esempio di donna capace di tutelare la propria dignità nei rapporti con gli uomini assume un´importanza particolarmente pregnante, almeno tanto quanto l´esempio di madre capace di amore materno che mi dicono rappresento per loro; la difesa della mia dignità di donna ritengo possa aiutare mio figlio maschio a non dimenticare mai di porre tra i suoi valori fondamentali il rispetto per le donne, così che egli possa instaurare con loro rapporti sempre sani ed equilibrati. RingraziandoLa per avermi consentito attraverso questo spazio di esprimere il mio pensiero, La saluto cordialmente.


(31 gennaio 2007)
da www.repubblica.it o da la Repubblica di oggi in edicola

20070130

blood money


Blood Diamond – di Edward Zwick 2007

Giudizio sintetico: si può vedere


Sierra Leone 1999, Solomon Vandy fa il pescatore, e suo figlio Dia ogni giorno si sveglia all’alba, attraversa il lago dove Solomon pesca, e va a scuola. Solomon è convinto che Dia, da grande, diventerà medico, e aiuterà tutto il suo paese a crescere e a dimenticare il terrore, le ingiustizie, la fame e la guerra. Non sarà così facile.
I ribelli, che catturano gli uomini per setacciare i fiumi in cerca di diamanti, i ragazzi per addestrarli e drogarli, creando così un esercito spietato e in continua crescita per combattere le forze governative, tagliando mani e braccia a chi non reputino all’altezza, fanno prigionieri sia Dia che Solomon. Prima Solomon, costretto a lavorare dall’alba al tramonto in cerca di diamanti che verranno usati “per la causa” (leggi: commercio di armi), in seguito Dia, che nel frattempo fa quel che può con la madre e le sorelline, fuggendo di continuo.
Solomon però trova un diamante rosa enorme, e riesce a nasconderlo, poi, per una serie di coincidenze, viene “scoperto” da Danny Archer, un trafficante di diamanti “insanguinati”, ex mercenario, nato in Zimbabwe (ex Rhodesia), sempre alla ricerca dell’affare. Si metterà in mezzo Maddy Bowen, una giornalista idealista che (magicamente) si innamora del losco Danny, il tutto nel mezzo di una escalation del conflitto interno sempre più violenta e devastante.

Difficile davvero giudicare male un film così. Zwick è un vecchio (si fa per dire, 55 anni) volpone (Vento di passioni, L’ultimo Samurai), con una discreta dimestichezza verso gli Oscar (Glory), attento agli afro-americani da sempre (sempre Glory, con Denzel Washington Oscar per miglior attore non protagonista, 1989), e crea un caso, raccontando lo scempio della Sierra Leone del 1999, dei bambini-soldato, delle mutilazioni, dei diamanti insanguinati, firmando un atto di accusa piuttosto preciso, meticoloso e documentato (grazie alla consulenza preziosissima di Sorious Samura, autore del documentario Cry Freetown), camuffando un po’ i nomi ma andando dritto al punto; si sono mossi nell’ordine la Commissione Europea (inasprendo la procedura che obbliga i paesi esportatori di diamanti a certificarne la provenienza), il World Diamond Council che ha lanciato una campagna di “tranquillizzazione” dei clienti, il World Food Program che ha ingaggiato la Connelly e Hounsou per uno spot di una nuova campagna di sensibilizzazione verso il problema della fame in Africa (spot che vedrete prima del film).

Tra l’altro, il film è molto ben fatto, spettacolare, a tratti mozzafiato (in questo è aiutato dall’ambientazione, l’Africa è così di suo), girato con evidenti mezzi sopraffini, ottima tecnica e recitazioni all’altezza (ci sarebbe da discutere ore sulla candidatura all’Oscar come miglior protagonista di DiCaprio, e sulla ormai conclamata plastificazione della Connelly, ma preferiamo tirare avanti e dire che Hounsou è straordinariamente magnetico, oltre che statuario come al solito), e parte decisamente bene, mantenendo un buon ritmo fino alla metà (è decisamente troppo lungo), risultando fortemente crudo (vedrete molte persone portarsi le mani sugli occhi a causa delle atrocità mostrate) e davvero esplicito nel denunciare tutte le possibili nefandezze che, se siete anche solo un po’ informati, conoscerete o immaginerete già.

Purtroppo, la perenne tentazione tutta statunitense di sbattere in ogni storia un’amore, un sogno spezzato, un cuore infranto, rischia seriamente di far cadere il castello di carta faticosamente costruito dal regista. Lascio però a voi il giudizio, non tutti potrebbero uscire infastiditi (è stato il mio caso) da questo particolare, che si trascina fastidiosamente fino alla fine.

Vi invito quindi a dare un’occhiata a questo film, se vi va, ma non dite che non vi avevo avvertiti.

vernacoliere


small town

Gli amici di città a volte me lo chiedono. In particolare, l'amico Filippo di recente, probabilmente sovrastimandomi, mi chiedeva se non mi sento mai "stretto" a vivere in provincia. Ho provato più volte a rispondere, e di solito rimango soddisfatto. Questa mattina, però, ho capito come potrei definitivamente convincere chi domanda (anche se so benissimo che non c'è nessuno da convincere). Avrei dovuto riprendere la colazione al bar di questa mattina.

Provo a spiegarvi: circa ore 7,00, il solito bar. Entro e saluto nell'ordine: la barista, ve ne ho già parlato, una simpatica ragazza sarda che fa un cappuccino buonissimo e con la quale scherziamo sempre sulle rispettive squadre di calcio, un conoscente che adesso fa il camionista, un po' più grande di me, da piccoli giocavamo a pallone nel solito campetto tra le nostre due abitazioni, sua sorella era in classe mia alle elementari, un altro conoscente, marito di un'altra ragazza che ha fatto le elementari con me, che gestisce il negozio di alimentari di famiglia, dove spesso vado a far spesa, l'edicolante, che ha rilevato da qualche anno l'attività dove compro sempre il quotidiano, i giornali di musica, il Vernacoliere, giornali di cinema, col quale ho un rapporto cordiale e scherzoso. Non erano gli unici avventori. Entra un altro conoscente, un ragazzo più giovane di me conosciuto tramite un amico che conobbi perchè ascoltava la mia trasmissione in una radio locale molti anni fa. Iniziamo almeno 4 discorsi differenti (con la barista sul Cagliari e sul Livorno, col negoziante sugli acquisti del Livorno, coll'edicolante sul suo lavoro, con l'amico ultimo arrivato su come va come non va). Prende piede quello più divertente, la presa in giro all'edicolante sul fatto che non faccia niente e che sua moglie lo comanda a bacchetta (tutte le mattine lui fa colazione lì e poi le porta all'edicola, che dista 20 metri, il vassoio con il té): si ride, non sembra mattina presto, non si pensa alla giornata di lavoro che ci aspetta, ma soprattutto, non c'è una conoscenza e un'amicizia profonda tra di noi, solo rispetto superficiale.
Finito il tutto, iniziano le schermaglie per pagare la colazione all'altro.
Risultato: non ho pagato (anche se ho estratto per primo i soldi, mossa sempre vincente). Ma il risultato più evidente è che sono salito in macchina per andare a lavoro col sorriso sulle labbra.

20070129

zimbabwe report nr.7

28/01/2007

Made in China

Cari Voi,

da tempo immemore non do notizie di me, ma alcuni fortunati tra voi mi hanno visto per Natale in Italia in una visita improvvisata alle terre natie per ingozzarmi di pandori e panettoni e fare il carico di energie per l'anno a venire.
Da qualche settimana sono tornata al mio posto di lavoro ad Harare, cittá sull'orlo del collasso econimico ma piacevole e cosmopolita.
Infatti oltre agli zimbabwesi veri e neri tanto per intenderci, ci sono i rodhesiani, come si definiscono loro stessi, cioé i figli di inglesi, portoghesi, e tanti italiani nati qui, che per anni hanno posseduto le fattorie, coltivato la terra e fatto dello Zimbabwe il paniere d'Africa. A tanti di loro le fattorie sono state confiscate dalla riforma agraria della fine degli anni '90 del nostro buon presidente Mugabe, che ha cacciato e ucciso molti bianchi e diviso i grandi appezzamenti di terreno in piccoli lotti incapaci di produrre per l'esportazione, destinati peró ai suoi fedelissimi. Anche da qui é iniziato il tracollo della nazione. E per i bianchi che sono rimasti, la vita non deve essere facile: questo é il primo paese africano dove ho visto dei bianchi chiedere la caritá per la strada.
Un altro gruppo che si aggira in cittá sono gli indiani e i pakistani, che hanno in mano una grossa fetta del commercio e dei soldi che girano in cittá. Hanno infatti negozi di stoffe, stoviglie, telefonini ed elettrodomestici, con le padrone indiane in sari che maltrattano i loro sottoposti commessi neri e risiedono nella parte piú bella della cittá in superville con i chiari cognomi indiani sulla porta (Patel sopra tutti). Anche qui é presente un fenomeno da me constatato in altre regioni del continente africano: la presenza dei loschi libanesi a carico dell'importazione di cibo e delikatessen europee (come l'unico supermercato di N'djamena, in mano a una famiglia libanese dove una tavoletta di cioccolata costava 15 euro), ma anche di commerci un po' meno identificabili sui quali é forse meglio tacere.
Il gruppo peró che piú in questi mesi ha attirato la mia attenzione sono i cinesi. Qua ce ne sono un sacco, infiltrati un po'dappertutto e penso che davvero sono loro i nuovi colonizzatori dell'Africa. Qui in Zimbabwe, il governo di Mugabe sta facendo un sacco di accordi commerciali con quello cinese, affamato di risorse che non ha e che puó trovare a buon mercato qua in Africa. Ed ecco che al seguito di questi accordi commerciali arrivano i cinesi a costruire strade (come nelle periferie piú remote del Chad), importare paccottaglia di plastica cinese (come in Zimbabwe), occupare le case dei vecchi colonizzatori (come in Congo, dove i cinesi stavano nelle vecchie case di belgi). Adesso tutta -o quasi- l'Africa usa ciabatte, padelle, radio made in China, mentre il governo cinese non si fa scrupoli a fare affari con i governi non proprio corretti come quello dello Zimbabwe, gli interessano solo le concessioni petrolifere, le miniere di fosfati, rame, coltano che in Cina non si trovano. In cambio costruisce strade, scuole e ospedali, non mette condizioni all'esportazione, non spinge per sanzioni, tanto quei diritti umani che non vengono rispettati qui, non vengono rispettati neanche in Cina.

Vi abbraccio

Cat

20070128

potere

Mi domando, scioccamente.

Si può morire a 16 anni perchè salta la luce in ospedale? No.

Si può morire per una rissa dopo una partita di calcio (che sia di terza categoria è totalmente indifferente)? No.

Si può rifiutare il lavoro ad una persona solo perchè di pelle nera? No.

Si può negare l'Olocausto? No.

Eppure, succede.

20070127

friends


E' già da qualche giorno che devo un post di ringraziamento all'amico Angelo (http://abottleofsmoke.blogspot.com/), un amico che ancora non ho avuto modo di incontrare di persona (oggi giorno succede anche questo). Gran conoscitore di musica, senza spocchia alcuna (sicuramente ne ha meno di me, lo riconosco), a parte tutti gli spunti condivisi, gli devo due ringraziamenti particolari.


Il primo denota una mia certa ignoranza: grazie a lui, infatti, ho scoperto che la stupenda Pena de l'alma dell'ultimo Capossela, è una cover di Prenda del alma dei Los Lobos. A proposito di ciò, dicendo la mia, non conoscendo per niente i Los Lobos, mi sono sembrati una specie di Eagles fuori tempo massimo, con una spruzzata di Stevie Winwood leggermente messicanizzato. Il pezzo in questione, dal loro "By The Light Of The Moon", mi sembra quasi un episodio isolato, uno spaccato "popolare", quasi un traditional intriso di maliconia e amor perduto.


Il secondo grazie, più semplice, è per aver rammentato un pezzo che ormai è un classico, Whiskey In The Jar, questa volta un vero traditional, irlandese, portato alla ribalta forse la prima volta dai Thin Lizzy. Grazie a questa segnalazione, ho ripreso in mano il cd dove è presente la cover del pezzo fatta dai Metallica (sto parlando di "Garage Days Inc.), e quel cd è entrato subito nella heavy rotation dei miei spostamenti in auto.


Gli amici servono anche a questo.

frontiere

Questa mattina, magari perchè sono alcuni giorni che vado avanti ad aspirine, magari perchè c'era un bellissimo sole e mi piace dormire con le persiane sollevate (per cui quando c'è il sole alto mi sveglia anche se non rimetto la sveglia, scusate la ripetizione), forse per la pipì o per il moccio al naso, mi sono svegliato alle 11 e, a differenza di sempre, sono rimasto a far colazione in casa, visto che non mi sento ancora troppo bene, e avevo del pane posato da consumare (non mi piace sprecare le cose da mangiare). Dunque, per pigrizia, con la tazza del caffellatte e il pane riscaldato alla piastra dentro, ho acceso la tv partendo da Raiuno, e, come faccio sempre, vado avanti finchè non trovo qualcosa che sia degno di nota. Come succede spesso, mi fermo su Raitre. Alle 11,15 del sabato, ho scoperto con piacere che esiste una splendida trasmissione chiamata Estovest (http://www.estovest.rai.it/tgr/HP_TGR/0,,45,00.html), con servizi interessanti sui paesi di recente ingresso nell'UE, o su quelli che sono in procinto di entrare.
Questa mattina, la storia di una lavandaia/scrittrice slovena costretta a bruciare il suo libro perchè citata in giudizio da una sconociuta che l'ha accusata di aver scritto un libro diffamatorio sulla sua figura, un minatore abusivo ucraino che raschia le pareti di una miniera di carbone abbandonata, vive in due stanze simili a un porcile e si lava in acqua sporca, intervista al presidente croato sui crimini di guerra, e molte altre cose interessanti.
Si prosegue a ruota con un'altra trasmissione simile, chiamata Levante.

Meno male che c'è Raitre.

20070126

etichette

Stiamo lavorando per voi. La struttura blogspot è cambiata, e finalmente si possono catalogare i post per categoria, in modo che la ricerca sia agevolata, tramite argomenti. Stiamo catalogando tutti i post da un anno e mezzo a questa parte.

ronaldo tiè


20070124

dear mr.president


La ricerca della felicità – di Gabriele Muccino 2007

Giudizio sintetico: si può perdere


Siamo a San Francisco nell’epoca delle Reaganomics: Chris è nero, è sposato con Linda, padre di Christopher. In casa ci sono davvero pochi soldi, Linda lavora di notte, Chris ha investito in un affare di certo non indovinato, ed è costretto a girare come una trottola per vendere degli scanner ossei che nessuno sembra volere. Chris ha conosciuto suo padre quando era già grande, non è potuto andare all’università, ma non è affatto stupido, però la situazione precipita ugualmente. Linda se ne va di casa, e dopo una piccola disputa su chi dovrà tenere il bambino, lei cambia città e lascia Chris senza lavoro, senza macchina, senza soldi, senza una casa e col bambino da mantenere, dicendogli: “so che non gli farai mancare niente”.
Ma Chris è caparbio, ed è convinto di farcela, è convinto che anche lui ha diritto, come da Costituzione, alla felicità. Che, in inglese, si scrive happiness, con la I, e non con la Y, come continua a dire al cinese che fa le pulizie fuori dalla scuola (cinese) dove è costretto a mandare Christopher.

Muccino, dopo che gli americani hanno apprezzato e rifatto L’ultimo bacio, sbarca in USA e dirige un film ad altissimo budget, con un cast piuttosto costoso. Ognuno farà le proprie considerazioni, e noi facciamo le nostre.
Il film non è brutto: è anonimo. La sceneggiatura, tratta da una storia realmente accaduta, è superficiale, pur accarezzando temi importanti: Will Smith vestito da broker in fila per un letto al ricovero e Reagan in tv non bastano per farne un film di denuncia retrospettiva sociale. Così come ci si domanda com’è andata tra Chris e suo padre, perché Linda abbia sempre le mestruazioni, perché se Chris è così intelligente non ha fatto l’università con tutte le borse di studio che esistono negli USA, chi cazzo gliel’ha fatto fare, se è così intelligente, di comprare tutti quegli scanner che non vuole nessuno, come mai improvvisamente tutti vogliono gli scanner dopo che Chris rimane sul lastrico, e tantissime altre barzellette che rendono il tutto completamente simile a un miliardo di altri film americani tesi solo a raccontare una storiella edificante, commovente, per famiglie, popcorn e cocacola. La direzione di Muccino soffre di appiattimento: in Italia, almeno, si distingueva per nervosismo, e, anche se lo si poteva amare od odiare, aveva un suo stile ed una sua personalità. Adesso, basta guardare la scena dei titoli di testa per capire che non c’è alcuna differenza tra lui e un qualsiasi regista di telefilm (di quelli peggiori però).
Il film lavora ai fianchi per un paio d’ore lo spettatore, e, alla fine, ma proprio alla fine, riesce a commuovere: sia chiaro, potrebbe essere perché proprio non ce la si fa più. Will Smith fornisce una buonissima prova, e dimostra di saper fare l’attore, oltre che il buffone, certo non al livello di suo figlio, Jaden Christopher Syre Smith (e se l’avesse chiamato Ugo? Magari facevamo prima…), vero mattatore della pellicola. Thandie Newton quasi ingiudicabile, costretta in un clichè mucciniano, la donna-costantemente-sull’orlo-di-una-crisi-di-nervi, ma soprattutto penalizzata dal doppiaggio orripilante di Sabrina Impacciatore, che tanto ci piace, ma in questo ruolo risulta insopportabile.

Se lo perdete non vi mancherà, ve lo assicuro.

escludo l'amicizia

odio l'amicizia esclusiva.
odio l'amicizia limitata, chiusa. a due.
sono cresciuto con un gruppo di amici. facevamo tutto (o quasi) assieme, righezuliomassimopiubbabose+altrisuccessivamente.
forse questo mi ha segnato.
adesso quando organizzo una cena o una birra con un amico mi viene da chiamarne altri 5/6 , mi viene naturale farlo.
non sopporto invece chi decide di voler vedere solo un amico per volta. chi non sporca con altre presenze gli incontri.
o cambia atteggiamento se si è più di due.
non lo sopporto.
questo non toglie che capiti di uscire in coppia, anzi, ma non per necessità fisiologica.
forse sono poco profondo per capire i delicati legami umani, ma l'esclusività così non mi piace. quasi rabbia.

sembro un pò paranoico.

casa lavoro

stamattina camminando tra la gente della mia città mi è venuta un idea.
per combattere un pochino il traffico cittadino.
perchè qualcuno non crea un data base degli abitanti della città che riporta la zona di residenza e l'indirizzo del posto di lavoro?
le persone poi in accordo con le società si scambiano i dipendenti in modo che il posto di lavoro sia nella stessa zona della residenza.
sai quante macchine in meno e quanta gente che cammina per le via della propria zona.
e che escono di casa solo qualche minuto prima potendo stare di più con la famiglia.
ci sono sicuramente lavori che lo permettono. non tutti ma molti sicuramente.

notizia del giorno

Idem come qualche giorno fa, anche se non mi piace, la notizia merita. Pazzesco.

Buenos Aires, 22 gen . (Ign)

- Era tornata a casa fiera del suo nuovo tatuaggio. Mamma e papà invece quasi svengono perché lei - la loro piccola - aveva disegnato nel fondoschiena un fallo. Indelebile, come tutti i tatuaggi. Lacrime e grida prima della spiegazione: il disegnatore, tifoso del River Plate, aveva deciso di tatuarle l'organo genitale maschile al posto del logo del Boca Juniors, altra squadra della capitale argentina. Di cui la giovane tifosissima voleva avere l'emblema impresso. Niente griffe de 'los millonarios' ma un banale fallo: a mo' di punizione inflitta per la militanza calcistica della ragazza. Uno scherzo di pessimo gusto nato dalla rivalità accesissima che c'è tra i due club. ''Non c'era uno specchio'': ha detto la giovane fuori di sè ''e non ho potuto controllare il lavoro''. Ora però si rivolgerà ad un legale...

(Adnkronos)

20070123

dream on


L’arte del sogno – di Michel Gondry 2007

Giudizio sintetico: da vedere


Stéphane è un creativo, e la sua vita è continuamente da lui confusa con il sogno. La madre, francese, lo convince a tornare dal Messico: gli ha trovato un lavoro adatto a lui, un lavoro dove potrà mettere a frutto la sua creatività. In realtà, come constata prontamente, il lavoro che la madre gli ha trovato è un noiosissimo lavoro di tipografia, e per giunta i colleghi sono ben strani. Non che lui non lo sia, per carità.
L’unica cosa che lo potrebbe trattenere però è la vicina, Stéphanie, o meglio, la sua amica Zoe. Conosce le due ragazze scendendo le scale di casa di sua madre, ma poco dopo scopre che Zoe è fidanzata, e di avere più di una affinità con Stéphanie….

Un film delizioso, al quale ci si avvicina con sospetto, guardando di sbieco la locandina e sperando di non imbattersi in una pazzia. Anche se, in effetti, questa pellicola è una piccola pazzia del regista di Se mi lasci ti cancello, film culto, grande sorpresa di qualche anno fa. Gondry qui fa tutto da solo, compresa la sceneggiatura, e, ancora sorprendentemente, invece di perdere qualcosa, visto che nel precedente la firma era di Charlie Kaufman (probabilmente lo sceneggiatore più geniale di Hollywood e dintorni, Il ladro di orchidee ed Essere John Malkovich stanno lì a dimostrarlo), alla lunga ci guadagna un po', evitando le lievi flessioni che via via accusano sulla lunga distanza le sceneggiature del pur eccelso Kaufman.
Gondry usa il personaggio di Bernal, Stéphane, per sbizzarrirsi e, molto probabilmente, per sfogarsi e raccontarci di se stesso, della sua visionarietà, dei suoi sogni (appunto), della sua curiosità per la mente umana e le sue molteplici attività. Il pretesto è, come spesso accade, l’amore, ma già da subito si nota una differenza: quello a prima vista è quello sbagliato, quello vero, che ti spezza, quello che ha il potere di farti male, è quello che viene fuori poco a poco, quello che da principio non diresti mai.
Il resto sono genialità, gioia per gli occhi, scenografie bambinesche e per questo meravigliose.
Bernal divertente, Gainsbourg divina.

Un sogno. Appunto.

20070122

luci e ombre


Le luci della sera – di Aki Kaurismaki 2007

Giudizio sintetico: da vedere


Koistinen è un uomo solo. Fa la guardia notturna, quindi lavora di notte, vive il giorno assolvendo pochi compiti per la sopravvivenza (il supermercato), abita in uno scantinato triste, i colleghi lo prendono in giro e lo considerano zero, i capi fanno finta di non conoscerlo, la gente lo emargina. Solo Aila, che gestisce un chiosco notturno, lo considera, ma fino a un certo punto.
Ignaro di tutto, estraneo al mondo, diventa un facile bersaglio per una potente banda di malviventi, che lo fa raggirare da Mirja, bionda avvenente, donna del capo banda, che lo illude facilmente a causa della sua solitudine e del bisogno urgente di compagnia, vita, amore.

Non posso dire di più sulla trama, esile ma lineare, funzionale al messaggio sempre molto chiaro del regista finlandese, supremo cantore di una sorta di pessimismo della speranza.
Come sempre, personaggi al limite dell’assurdo, dialoghi essenziali e esilaranti per la propria laconicità, inquadrature fisse alternate a campi lunghi desolanti, colori cupi. Una semplice, ma grande, metafora sulla vita quando tutto va male.
Ognuno vede qualcosa di diverso nei suoi film, in riferimento al passato, a me viene in mente Buster Keaton, la tristezza che induce la risata travolgente. Il regista continua la sua ricerca ossessiva nei meandri della solitudine, del lato avvilente della vita, con quella sua freddezza nordica e quel suo specchiarsi nei propri personaggi, che sembrano sempre sull’orlo del suicidio ma non si danno mai per vinti, e non per forza o per caparbietà, bensì per inerzia, semplicemente.

Fra i pochi registi capaci di crearsi un marchio di fabbrica, come un grande musicista, si riconosce dopo due sole note, e riesce a non annoiarti pur rifacendo sempre e comunque lo stesso film. Essenziale, minimalista, probabilmente imprescindibile se si vuol dire di conoscere realmente il cinema contemporaneo. Lo sguardo più triste e caustico nel panorama odierno, ha influenzato più di un regista; trasmette angoscia, ai livelli di Kieslowski, ma riesce a farti ridere pur mettendo in scena una continua tragedia. E questo, se ci pensate bene, non è da tutti. Come non è da tutti mettere insieme, senza fare una piega e senza far fare una piega allo spettatore, Gardel e il rock più dozzinale.

Un maestro.

20070121

confusa e felice


Carmen Consoli, 19/1/2007, Cascina (PI), Teatro Politeama

Basterebbe il vibrato sul poi finale della seconda strofa del ritornello di Contessa Miseria a descrivere la bravura e l'intensità dell'attuale Carmen Consoli. Ma, come al solito, voglio esagerare, e vi racconterò l'intero concerto di venerdì 19 gennaio, esattamente la seconda data (consecutiva al Politeama di Cascina, inaspettatamente scelto per cominciare questo tour) di questo giro d'Italia in teatro.

L'umidità dell'entroterra pisano affievolisce, ma solo di poco, il calore tenue di questo strano inverno. Rivedo Carmen per l'ennesima volta, con un pizzico di curiosità. E' ormai chiaro che gli artisti italiani devono ogni volta reinventarsi, per non annoiare (esclusi i fan isterici, o, in questo caso, mediamente). Già eseguito un tour in supporto dell'ultimo disco Eva contro Eva, questa volta si sperimenta un connubio musical-teatrale, con testi di Emma Dante, regista e autrice teatrale (appunto) siciliana. Pubblico numeroso, ordinato (anche troppo) e in grandissima parte femminile, si riempie tranquillamente il sobrio teatro di Cascina (si mormora a rischio chiusura, nonostante il cartellone di grande richiamo ogni anno); alle 21,45 l'intermittenza delle luci annuncia l'inizio del concerto. Sfumano le canzoni di Tori Amos, diffuse sicuramente non a caso dagli altoparlanti.

L'attrice (anche lei chiaramente siciliana) Simona Malato esce del sipario chiuso vestita da sposa e parte con il primo breve monologo, incentrato sulla perdita della fede nuziale e sul suo essere storpia. Divertente. Sfuma il monologo, si apre il sipario, l'attrice rimane in zona, parte la dolce Sulle rive di Morfeo. La band è numerosa, la versione da subito piuttosto intensa. Carmen appare in forma, anche a livello vocale (del resto, quando mai non lo è stata?). Acconciatura elegante, lunga ma sobria, truccata con cura ma non pesantemente, il piccolo viso assume un'estrema dolcezza, che contrasta con il furore che dimostrerà in alcuni frangenti. Un vestito lungo, elegante con un pizzico di giovanilismo, scarpe col tacco quadrato, aperte con cavigliera. Ripenso alla Carmen del concerto del Tenax nel novembre del 1996, e anche se il cambiamento a favore di una femminilità discreta ma potente è ormai conclamato da anni, adesso mi appare maestoso. Ora è davvero una donna sensuale, e le sue liriche assumono una profondità inaspettata. Fiori d'arancio si aggancia al monologo iniziale, Matilde odiava i gatti prosegue il cammino verso una ricerca nei meandri della musica popolare, e il concerto, già coinvolgente, tocca il suo apice già al quarto pezzo, Il pendio dell'abbandono, che passa elegantemente dalla sua originale versione arabeggiante a quella di questa sera, nella quale assume echi andini, passando, come gran parte degli arrangiamenti ascoltati, anche da atmosfere balcaniche, tessendo così un immaginaria tela che abbraccia una buona parte della musica popolare mondiale. Geisha riesce addirittura a conservare la propria iniziale carica esplosiva, pur non usando elettricità in eccesso sulle chitarre, e gli acuti di Carmen diventano lamenti disperati.
Santi Pulvirenti, fido chitarrista di Carmen, introduce lungamente, con l'aiuto di un bouzouki, Sentivo l'odore. Ci si ferma, rientra l'attrice che questa volta ci diverte con un monologo su Eva e la sua bambola, mangiando la mela biblica e sputandola, oltre che sulla bambola, sulle prime file. Tutto su Eva appare come la naturale prosecuzione dello spettacolo, mentre Simona rimane sul palco muovendosi come una bambola leggermente inceppata. Maria Catena termina con una coda "siciliana", e Carmen diventa una donna d'altri tempi, muovendosi e ballando sinuosamente. Un lungo passo indietro con la dolce Questa notte una lucciola illumina la mia finestra, dopo di che una Contessa Miseria intensa e sofferente.
Ancora un breve monologo, con Simona vestita di nero e incinta, e, di seguito, ovvia, La dolce attesa. Chiude la prima parte Masino, sempre colorata di Sicilia, con un finale che vede Giancarlo Parisi imbracciare la zampogna.
La band, appunto. Massimo Roccaforte e Santi Pulvirenti si destreggiano tra chitarre elettriche, acustiche, mandolini e strumenti a corda di ogni foggia, Andrea Di Cesare al violino, Marco Siniscalco contrabbasso e basso elettrico, Puccio Panettieri alla batteria e percussioni, il già citato Giancarlo Parisi ai fiati vari e alle tastiere.

Il pubblico nella pausa non si mostra particolarmente caldo, conscio che non può finire qui. Eppure, questa prima ora abbondante di spettacolo rimarrà indimenticabile. Carmen e i suoi, come detto poc'anzi, hanno evidentemente lavorato sodo su ogni sfaccettatura della musica popolare, e ogni pezzo eseguito lascia esterrefatti per la profondità e l'intensità. Difficile fare meglio. Infatti, nonostante il pezzo con il quale si apre la seconda parte sia probabilmente il mio preferito del repertorio della Consoli, quella Fino all'ultimo straziante e quasi offensiva verso ogni uomo viscido e stupido, il concerto ha un calo che pare fisiologico. Arrivano i pezzi da cantare in coro, perfino la seguente Bonsai #2, Per niente stanca, Venere (probabilmente il pezzo peggiore di questa sera), poi Carmen rimane da sola sul palco con la sua chitarra per L'ultimo bacio e In bianco e nero. Pezzi belli, ma di sicuro meno intensi e più usuali. La maggioranza del pubblico però, gradisce, e gli applausi fioccano. Rientra la band, e qui si gode di un siparietto forse irripetibile. In un momento di breve silenzio, una fan isterica dal loggione lancia un complimento alla cantantessa, usando la classica aspirazione della C alla fiorentina: e ci hapisci colla chitarre, ci hapisci. Carmen travisa, capendo tutt'altro, da poetessa quale è, e risponde "voi, mi rapite, completamente". Ci sarebbe da ridere, o forse da piangere di fronte all'ormai consueto egocentrismo dilagante del pubblico dei concerti. In fondo, però, la ragazza siciliana se l'è cavata alla grande, pur travisando. Insieme alla band si lancia in una bella versione di Malarazza, un traditional siciliano dei primi del '900, anche molto "zigana" nel suo incedere superbo e viscerale.

Ancora una breve pausa, e siamo alle due ore. Un ultimo bis ci regala la coppia Uva acerba più Pioggia d'aprile, carine, ma in fondo poco più che canzonette.
Due ore e un quarto di concerto, la band, Simona Malato ed Emma Dante sul palco per salutare e prendersi gli applausi.

Concludendo, una prima parte intensa e "popolare", quasi di ricerca, che regala emozioni e incanta. Una seconda leggermente autocelebrativa, ma anche dedicata ai fans da "singolo".
Con un pizzico di coraggio in più, la piccola siciliana potrebbe scrivere una pagina indelebile nella musica italiana, ma correrebbe il rischio di scontentare la maggioranza.

Accontentiamoci di mezzo concerto, e di una grande voce.

20070120

dilemma

yogurt intero sterzing-vipiteno
o
yogurt bianco muller?

questo è il dilemma...




per adesso è in vantaggio il vipiteno...

20070119

notizia del giorno

Sapete che non amo, almeno qua sopra, copiaincollare, ma questa notizia, secondo me, va lasciata proprio così com'è.


Phnom Penh, 17:39 18/01/2007

CAMBOGIA: RIAPPARE DOPO 19 ANNI BIMBA CHE SPARI' NELLA GIUNGLA

Per diciannove anni ha vissuto nella giungla, dove scomparve all'eta' di otto anni.
Una ventisettenne cambogiana e' tornata di suoi genitori che l'hanno riconosciuta nonostante le sue sembianze per meta' animalesche. La vicenda e' simile a quella raccontata da "Tarzan delle scimmie" di Edgar Rice Burroughs e interpretata sullo schermo da Christopher Lambert nel film 'Greystoke'. Rochom P'ngieng spari' nel 1988 mentre era di guardia a un bufalo d'acqua, in un villaggio a circa 610 chilometri a nord est di Phnom Penh. A scorgerla nella vegetazione fittissima e' stato un contadino, allarmato dalla continua sparizione di cibo dalla propria abitazione. L'uomo "ha cominciato a sorvegliare l'area e si e' accorto di questa ragazza che sbucava dalla giungla per appropriarsi del cibo", ha raccontato il vice capo della polizia nella provincia di Rattanakiri, Prey Chlam. "Era strana", ha continuato Chlam, "meta' donna e meta' animale". La notizia del ritrovamento della donna e' giunta velocemente al padre, un ufficiale di polizia, che l'ha riconosciuta come la figlia perduta quasi vent'anni prima.

20070118

pensierino della sera


Ho appena visto un discreto film, Tartarughe sul dorso, del quale vi parlerò. La protagonista del film in questione è Barbora Bobulova, ancora una volta splendida splendente.
Ho notato però due cose, anzi tre, su di lei; una positiva, due negative. Quella positiva, più che altro, è neutra, ma curiosa: quando non si nota il suo ormai quasi impercettibile accento dell'est, ha la voce identica a quella di Laura Morante.
Le altre due, notate in una scena di nudo presente nel film, sono ahime le seguenti: non ha un bel culo, ma soprattutto ha dei brutti, quasi bruttissimi, piedi.

So che qualcuno capirà il mio sconforto.

ancora una specie di poesia

I'd like to be you

Vorrei essere te
anche solo per un momento
per capire
che effetto ti faccio

Forse
è vanità
forse
è curiosità

O forse è solo
che ti amo

20070117

i re della truffa?


Nove Regine - di Fabián Bielinsky 2003

Giudizio sintetico: si può vedere

Argentina 2000, Marcos e Juan vivono di piccole truffe, espedienti per sopravvivere in una realtà sempre più dura. Marcos salva Juan da un possibile arresto spacciandosi per un poliziotto, dopo di che gli propone di diventare suo socio, visto che ha appena perso il suo precedente; gli serve per lavorare. Juan, dapprima sospettoso, finisce per accettare.
Casualità dietro casualità, ai due piove fra le mani l'occasione della vità: un affare da mezzo milione di dollari. Vendendo le copie di un rarissimo francobollo ad un facoltoso e frettoloso acquirente. Un susseguirsi di colpi di scena ci accompagna al finale inaspettato.

Uscito in sordina in Italia, vincitore di parecchi premi, non è certo un film epocale, ma dimostra che c'è in giro per il mondo chi lavora in maniera altamente professionale. Inutile fare la gara a chi cita i classici ai quali si ispira Bielinsky, utile invece dire che la tecnica è ottima, il ritmo sempre alto, la direzione del cast, di altissimo livello, impeccabile. Qualche difetto nella caratterizzazione dei personaggi e nella loro collocazione contestualizzata, ma alla fine ci si diverte con un certo gusto. Promosso.

Bellissima Leticia Brédice, bravo Gastón Pauls, superlativo as usual Ricardo Darin.

bianca e nero


La masai bianca (Die weisse massai) - di Hermine Huntgeburth 2007

Giudizio sintetico: si può perdere

Carola è una bella ragazza svizzera, in vacanza col fidanzato Stefan in Kenya; sono in procinto di sposarsi. Il giorno precedente al loro ritorno in patria, casualmente, su di un traghetto, conosce un guerriero Samburu, dal nome di Lemalian. E' amore a prima vista, contro il quale Carola lotta per pochissimo. Annulla il suo viaggio di ritorno, lascia Stefan, e si mette sulle tracce di Lemalian. Non sarà facile, ma lo ritroverà. Poche parole, e decide di diventare sua per la vita.
Sarà una prova durissima, uno scontro di civiltà probabilmente insuperabile.

Poteva essere un film interessante, questo tratto dal libro autobiografico omonimo di Corinne Hofmann, dove l'autrice racconta la sua vera storia d'amore con il guerriero masai Lketinga; un incontro/scontro di civiltà, culture, una storia di passione dove a volte i ruoli si invertono (la donna bianca esperta nell'amore fisico che insegna al rude uomo nero la dolcezza, le infinite possibilità del sesso). Poteva, dicevamo.
Nel film della Huntgeburth, regista con alle spalle diversi film, anche televisivi, mai però usciti dai confini tedeschi, gli echi di tutta questa storia devastante arrivano lontani, ovattati. Non basta la fotografia nitida che rende veri i colori dell'Africa nera, i panorami mozzafiato, lo stacco drastico con la Svizzera nel breve ritorno a casa di Carola, le scene (castigate) di sesso.
Troppi stereotipi, qualche buco di sceneggiatura, un cast sconosciuto e diretto senza infamia e senza lode (meglio Jacky Ido nei panni di Lemalian di Nina Hoss nei panni di Carola), una regia piuttosto prevedibile e scolastica.

Occasione perduta con velleità d'essai.

YMCA


L'amico Maurino, che mi ha commosso un paio di settimane fa venendo da Milano andata e ritorno un sabato per pranzare con me, ripropone una classifica di canzoni gay sul suo blog
http://www.popinga.splinder.com///, riprese da un altro blog.
La classifica scatena in me un ricordo indelebile, del quale vi voglio mettere a conoscenza, anche se alcuni dei lettori del blog lo conoscono già.

Era se non erro il 2001, due cari amici si sposavano (il matrimonio è finito dopo poco), tanti invitati, un bel posto per la cena. Era un sabato sera, io la domenica primo pomeriggio avevo un volo da Roma Fiumicino per Mykonos (tanto per rimanere in tema gay), dove sarei andato in ferie per alcune settimane. Qualcuno non lo sa, ma sono un tipo allegro. Molto. Mi riesce bene movimentare le feste, mi piace bere e quando sono ubriaco divento inarrestabile. Il ricordo indelebile è quello di essere riuscito a far ballare YMCA (il ballo "vero", americano, quello nel quale si mimano le lettere del titolo con le braccia durante il ritornello) a un centinaio di invitati, giovani e vecchi, in un delirio di urla e divertimento. Ci tengo a chiarire che non mi pagano per fare questo, ma spesso, nel periodo durante il quale si sono sposati molti miei amici, ho avuto il sospetto che mi si invitasse per risparmiare sull'animazione (è una battuta). Quella sera non fu l'unica cosa che feci, ma è sicuramente quella che ricordo con maggior piacere.

Non ricordo bene come arrivai a casa. Ricordo però che persi entrambi i treni per Roma, costrinsi mia sorella a portarmi di corsa in macchina a Fiumicino, e feci il check in per miracolo.
Ricordo che dopo qualche giorno, la sposa mi raccontò che una ragazza molto bella, sua collega, presente al matrimonio, le disse a proposito di me boia lui lì me lo porterei a casa!

Ho provato ad andare a casa sua. Non mi ha mica fatto entrare, sapete?

milano

dovete capire che vivere a milano vuol dire vivere in una centrifuga di pensieri. tra persone diverse tra loro, enormemente.
gli schieramenti destra e sinistra a milano sono ugualmente presenti, naturalmente non sto parlando dell'esatta percentuale alle elezioni, parlo della gente che incontri. parlo dei tuoi colleghi, dei tuoi conoscenti, vicini di casa, giornalai e amici.
milano non è un'isola felice, dove regna un'unico pensiero condiviso dalla moltitudine.
milano non è così.
a milano devi per forza confrontarti con le idee opposte alla tua.
a milano la gente fa politica anche quando entra al bar e deve chiedere una caffè.
perchè c'è il caffè con il calendario del duce e c'è il caffè con il calendario di che guevara e c'è il caggè senza calendari, che quando entri ti chiedono che giorno è.
poi c'è chi come me ama stare nella minoranza.
minoranza a milano.
sottile perversione.

the chief


Il grande capo - di Lars Von Trier 2007

Giudizio sintetico: da vedere assolutamente

Siamo in Danimarca, e Ravn, il proprietario senza scrupoli di una vincente azienda informatica, fiutando l'affare, vuole vendere ad una società islandese. Il problema è che Ravn stesso, per il suo essere viscido e, appunto, senza scrupoli, non si è mai palesato in quanto capo, ma si è sempre "confuso" fra i dipendenti, anche se fra quelli fondatori, tra l'altro, derubandoli anche. Visto che l'irascibile islandese deputato all'acquisto, carico di odio ancestrale per i danesi, vuole trattare solo con il capo, Ravn pensa bene di assoldare un attore dalle dubbie qualità per assumere il suo ruolo, vincolandolo con un contratto, e fare la sua parte nella trattativa di vendita.
Non andrà propriamente come Ravn aveva previsto.

Von Trier è un genio. L'avevo già detto? Credo di ricordare di si. Potrei chiudere qui la recensione, ma voglio infierire su di voi dicendovi qualcosa di più. Chi è interessato avrà già letto tutto su questo film, ma la verità è che c'è poco da dire. Si confermano tutte le cose che pensavamo su Lars il grande. Stile di regia presuntuoso e appositamente irritante (stacchi nel montaggio, voce fuori campo del regista stesso, stile asciutto ma non "dogmatico", anche se piuttosto essenziale), sceneggiatura impeccabile e imprevedibile, film assolutamente esilarante.
Riflessione acuta ma non molto complicata, e per questo più che apprezzabile, sulla pochezza di valori nel mondo del lavoro, ma anche e soprattutto sulla recitazione.
Siamo ai limiti del capolavoro minimalista. Attori superlativi, Jens Albinus da Oscar.

Imperdibile.

20070116

small world


Eccomi qua, dopo lenticchie e spinaci e un film argentino. Versione casalingo, che ho preferito scrivervi invece che fare l'alternativo e andare a vedere un film cinese e magari fare quasi tardi a lavoro anche domattina come questa mattina. Perchè, alla fine, bisogna lavorare.
Una serie di pensieri confusi e ordinatissimi, as usual. Questa sera ho ripreso, speriamo con continuità, ad andare a camminare la consueta ora serale; sarà più difficile adesso, ma dovevo farlo. Avevo sospeso prima di andare in Argentina, quindi erano due mesi e mezzo. Troppo. Infatti, la schiena ha subito segnato rosso. Dopo neppure 10 minuti ero già da buttare. Ma ho tenuto duro, e dopo mezz'ora andavo via liscio come un vecchietto tenuto bene. E, come sempre, il mare la sera fa sempre la sua porca figura.

Sono andato a fare un weekend lungo a Barcelona, il fine settimana appena passato. Ryanair, sia benedetta, vola da Pisa(....ci siamo capiti) a Girona per pochi spiccioli. Mentre prenotavo il volo per la trasferta del Livorno di febbraio per la partita di ritorno contro l'Espanyol (non la Cintolese, con tutto il dovuto rispetto per la Cintolese), mi sono reso conto che questi voli costano davvero poco. E allora, visto che ho ancora in piedi un'amicizia, l'ho voluta rinfrescare di persona. Qualche incomprensione, normale credo, usando le mail e gli sms, in una lingua che in fondo non è propriamente la tua, e quindi il fisiologico bisogno di vedersi, guardarsi negli occhi e parlare, dirsi cose che è difficile spiegare per scritto. Sembra paradossale, in un mondo ormai completamente virtuale, ma è proprio così. E' andata bene, direi.

Giovedì notte a Girona, venerdì mattina e primo pomeriggio giro per la città, bella, devo dire, ben conservata, piuttosto antica, poi il treno per Barcelona; i complimenti per il castigliano, l'accorgersi di riconoscere addirittura gli accenti. Cenare con il fratello (e la fidanzata) al quale molto spesso mi accomunava, e riconoscere che in fondo è proprio vero. Fare la spesa al supermercato, ascoltare i suoi racconti, quello che le è successo in questi 8 anni nei quali non ci siamo visti, riconoscere il piccolo appartamento, chiederle di persone conosciute solo per bocca sua e mai viste di persona. Cercare di capire quale linea di autobus dovrò prendere per andare allo stadio Olimpico per la partita del Livorno, passeggiare per Plaza de Catalunya e Paseig de Gracia, e accorgersi che è cambiato poco, forse in meglio. Cercare un libro per un favore ad un'amica, consigliare film e musica, andare al cinema, il Verdi, il d'essai per eccellenza nella capitale catalana, e sbagliare film (La masai bianca, uscirà tra un po' in Italia, ve ne parlerò), ma notare con una punta di orgoglio che in cartellone c'erano Las consecuencias del amor e La spettatrice, due bei film italiani. Constatare ancora una volta che ormai è impossibile riconoscere la nazionalità delle persone dall'abbigliamento, vedere qualcosa della stessa persona un po' in tutte le donne, in tutte le voci femminili, confidarsi e raccontarsi.

La faccio finita, che poi vi annoio. Progetti su progetti di viaggio in continuazione. Vivere è la parola d'ordine.

20070115

tamara


sabato sono andato a vedere l'imperdibile mostra di Tamara De Lempicka a Palazzo Reale.
ecco la maternità. straziante. uno dei quadri più belli.
andate a vederla se potete.
la maestria di comunicare i sentimenti attraverso il viso.

la classifica del 2007

per diverse categorie, le mie previsioni "dell'anno" per il 2007:


il cibo: il riso integrale
il cantante del passato più amato: billy idol
la macchina più gettonata: il doblò
la parola: laicità
il personaggio politico italiano: romano prodi
il personaggio politico straniero: sarkozy
il colore: marrone
l'artista più sopravvalutato: laura pausini
lo snack: il kit kat
l'evento: i miei 30 anni
l'artista più camaleontico: michael jackson
l'evergreen: pippo baudo
l'oggetto più ricercato e inutile: il navigatore satellitare
l'evento più scontato: lo scudetto all'inter
il soprammobile più chic: il teschio del vicino
la temperatura il 15 agosto: 32 gradi
lo status: il bullo
l'oggetto più utile da tenere in casa: il deumidificatore
il blog più eclettico: lafolle+jumbolo
l'amaro: il braulio
il regalo per natale: una sella da cavallo
il sito internet: http://it.wikipedia.org
l'animale: l'allocco barrato
l'insetto: la termite


...continua

zimbabwe report nr. 6

Missing Luna

Cari Amici,
mi faccio viva non con una mail sullo Zimb, ma con l'annuncio di una conferenza stampa che si terrá a Roma. Si tratta di un mio collega nonché capo del mio ufficio di Berlino la cui figlia é stata sottratta dalla madre, un medico italiano di Frosinone. Insomma un caso un po' complicato di vicende familiari di cui sentiamo spesso in tv e in questo caso invece mi riguardano un po' piú da vicino. Non so chi di voi possa andare ma vi prego solo di mandare in giro questo messaggio anche per far circolare la foto.
Un abbraccio a tutti voi e a presto

Cat

La conferenza stampa si terrà alle 11,30 di mercoledì 17 gennaio presso l'Hotel Mediterraneo a Roma, in via Cavour 15. Chi fosse interessato al comunicato stampa e alle foto mi mandi una mail all'indirizzo jumbolo@gmail.com visto che non riesco ad allegare il file pdf al blog. Sorry

20070112

pop

questa mattina
14 gradi in piazzale loreto.
le rose
rosse
stanno sbocciando
è la nuova primavera che avanza.

20070111

storie scandinave


Dopo il matrimonio - di Susanne Bier 2006

Giudizio sintetico: da vedere.

Jacob, danese, fa il volontario in India, ama quello che fa, i bambini che, ogni giorno, riesce non senza fatica a salvare dalla strada, dargli un'istruzione. Alla ricerca di fondi, visto che al progetto al quale sta lavorando mancano, è costretto a malincuore a tornare in Danimarca: un finanziatore è interessato al progetto, ma vuole conoscere di persona il curatore. Visibilmente scocciato, cerca di fare buon viso a cattivo gioco, ma non vede l'ora di tornarsene in India. Il finanziatore, Jorgen, è un ricchissimo uomo d'affari, che però temporeggia, dimostrandosi interessatissimo al progetto, ma rimandando a dopo il fine settimana la decisione. Il giorno seguente si sposa sua figlia maggiore, e in uno slancio, invita Jacob al matrimonio; Jacob si vede costretto ad accettare.
L'indomani il missionario, sempre più a disagio, arriva in ritardo in chiesa, e lì, trafelato, trova ad attenderlo una sorpresa: la moglie di Jorgen è una sua vecchia fiamma. Si incrociano gli sguardi, si gonfiano i visi di imbarazzo.
Le soprese non finiscono qui.

E' un'accoppiata micidiale quella alla "testa" di questa pellicola davvero interessante; la regista ci aveva incantato col suo ultimo lavoro Non desiderare la donna d'altri, mentre le altre due mani che scrivono la sceneggiatura sono niente meno che quelle di Anders Thomas Jensen, sceneggiatore e regista del fantastico Le mele di Adamo, un film che ha sovrastato tutte le altre uscite del 2006. La faccia dell'interprete principale, per rimanere in zona, è quella di Mads Mikkelsen, il prete de Le mele di Adamo, in questi giorni sugli schermi nei panni del cattivo in 007 - Casino Royale, e sinceramente, di meglio non potevamo pretendere.

Il film è intenso sin da subito, con una fotografia calda, così da scioccarci al passaggio tra India e Danimarca; la camera, spesso a mano, è alternativamente invasiva sui primi piani, bucolica e particolareggiata sui campi lunghi nel verde danese e nei particolari di contorno (piante, animali impagliati). Esemplare la ripresa avvolgente con il carrello che gira intorno all'altro protagonista, Jorgen, finendo quasi violentandogli il volto: la regista sta tentando di dirci qualcosa, qualcosa che scopriremo più avanti. L'invasività della macchina da presa della prima parte, così come questa ripresa, acquista un senso profondo nella seconda parte, quando i sentimenti forti, i legami antichi invadono la scena: in quel momento, la regista si fa leggermente da parte, mantenendo però una mano forte, quella mano che riesce a far parlare i volti e le espressioni degli attori.
La storia appare scontata solo quando ci è chiara, e in quel momento ci rendiamo conto che ci siamo arresi davanti al volere più che legittimo di un uomo ormai vicino alla fine. La maestria degli orchestratori di questa storia sta nel rimanere pericolosamente in bilico tra melodramma e realtà, verosimiglianza e tragedia forzata. Non poteva essere sobrio, un film così, ma poteva essere scontato e pesante in mano ad altri registi. La Bier invece maneggia con cura il materiale a sua disposizione, e ne ricava un altro spaccato profondo su come può essere inteso e vissuto il dolore in seno alla famiglia. Attori meravigliosi.
Intenso.

il blasco

Devo stare attento a quello che scriverò in questo post, perchè se dico davvero quello che penso rischio la querela. Non si sa mai. C'è gente parecchio permalosa in giro.

Non so perchè, com'è successo e com'è andata, ma nonostante molti anni fa ascoltassi Vasco Rossi (sono andato anche a vederlo dal vivo, mi pare 1984 stadio Picchi a Livorno), adesso, quando lo vedo e/o lo sento mi viene l'orticaria. Già da tempo la sua mente mi pare appannata, e spesso mi stupisco che gli chiedano opinioni su tutto, ma su questo c'è da dire che se la notizia del giorno è che la Santarelli sta con Corradi, allora va benone.
La sua musica è di una banalità sconcertante, nonostante si circondi di musicisti di spessore, e i testi sono davvero ridicoli; una volta, almeno, erano ingenui ma facevano ridere. Per la serie "tutti fanno tutto", da quando Repubblica ha sfornato la nuova rivista musicale del gruppo, XL, ecco Vasco che scrive una specie di editoriale (editoriale?!?!?!?!) nell'ultima pagina del suddetto. Spesso la salto, ma questo mese non ho potuto evitare di leggerla, rileggerla, e domandarmi perchè. Dalle mie parti si definirebbe "un viaggio d'acqua", 20 righe di luoghi comuni rivoltanti, scritti confusamente, denotando una cultura da Reader's Digest. Inconcepibile.

Chiudo dicendo che persone fidate me lo raccontano come persona davvero pericolosa (un po' come l'amico che ti porta sulla cattiva strada), ma su questo devo sospendere il giudizio, non avendo elementi per giudicare. Quello che so, è che quando lo sento nelle interviste, con quella classica difficoltà a mettere insieme un discorso sensato e articolato, dare lezioni di vita, mi viene voglia di drogarmi e non pensare più a niente, perchè a quel punto nulla ha più senso.

Sarò cattivo, ma continuerò la mia battaglia per una generale presa di coscienza anti-Blasco. Nulla di fisico: l'importante sarebbe capire la sua pochezza.

20070109

profumo


Post frivolo: ieri sera un'amica, quando le ho detto che profumava molto, mi ha detto che usa sempre profumo da uomo. Non solo, ma mi ha esposto una teoria piuttosto particolare.
Il profumo da uomo attira gli uomini. Ho ribattuto domandandole se, allora, io per attirare le donne mi dovessi mettere profumo da donna. Lei ha riso.

Penso che questa cosa apra scenari interessanti. Anche se personalmente non uso profumi.


Nella foto: John Profumo

anmil

20070108

japw


Interessante l'intervista di Cristina Donà a Joan Wasser aka Joan As Police Woman su XL di questo mese. Ne riporto le ultime due domande/risposte, curiose.

C.D. Per me i concerti sono il modo migliore per riuscire a godere a pieno del momento, del "qui e adesso", per te cosa significano?

J.W. Salire sul palco vuol dire riuscire a mettermi da parte, dimenticare me stessa e dare al pubblico quello che vuole. In molti mi chiedono perchè non registro i miei concerti: no, quelle canzoni sono per la gente che è venuta ad ascoltarmi e certe sensazioni non si possono ripetere all'infinito.

C.D. Nel testo di Real Life nomini con dolcezza un certo Jonathan, chi è?

J.W. L'ho incontrato per 3 minuti dopo un mio concerto a New York: un tipo davvero intelligente, portava gli occhiali e faceva il programmatore di computer. Gli ho parlato un po' e mi è venuta questa pazza ossessione per lui. Ci siamo tenuti in contatto via e-mail ma lui pensava che fossi matta!

Nella foto, tratta da http://www.antonyandthejohnsons.com/, Joan Wasser.

zimbabwe report nr. 5

senza titolo

Cari Amici,
mi faccio viva con una buona notizia.
Ho messo online su www.webshots.com/user/catermon
alcune foto dello Zimbabwe.
Buona visione

Cat

20070107

lady music


Mentre spendo davanti al pc questa domenica uggiosa, metto su il nuovo dei Bloc Party (nella foto); mi piacquero così così live prima degli Interpol solo perchè dopo c'erano appunto gli Interpol, una band così così su disco, penosa dal vivo. Il primo disco dei BP non mi colpì molto. Come dicevo, metto su questo nuovo A Weekend In The City, le riviste specializzate ne parlano già quasi come disco dell'anno. Qualche pezzo non malaccio (il migliore è Waiting For The 718), un po' tutto uguale. Alla traccia 8 stavo per addormentarmi. Non sapendo a cosa vado incontro, provo The Shins, il nuovo Wincing The Night Away: musica da Zecchino d'Oro. Una merda. Ma non erano meglio gli AC/DC?

Per rifarmi, mi guardo il videoclip di Alive, un pezzo un po' datato dei P.O.D., e mi accorgo che la canzone è ancora molto bella, il video è migliore di come lo ricordavo. La visione concentrata, al contrario di quella "di passaggio" alla tv, se il prodotto è buono, ti dà di più.

Meglio uscire, anche se piove.

apocalypse now!


Apocalypto – di Mel Gibson 2007

Giudizio sintetico: si può vedere. Si consiglia agli amanti del cinema d’azione.

Yucatan, la civiltà Maya è ormai in declino. Alcuni gruppi di loro vivono nella foresta, in piccoli gruppi. Cacciano, scherzano, crescono le famiglie. Nei grandi agglomerati vicini alle cave di gesso però, la fine fa paura, le carestie fiaccano il potere dei regnanti: si cercano così vite umane da sacrificare agli dei. Zampa di Giaguaro, insieme a donne e uomini del suo gruppo, viene catturato e condotto al cospetto del re, per essere sacrificato insieme ad altri. Riesce a nascondere il figlio e la moglie, Sette, incinta del secondo figlio, prima di essere catturato.

Forse è perché gli danno tutti contro, che mi trovo spesso a prendere le parti di Mel Gibson. Come per il suo precedente The Passion, anche questa volta furenti le polemiche prima dell’uscita di Apocalypto (come sempre, due le domande: ma perché le polemiche le scatenano sempre quelli che non l’hanno visto, e la seconda, ma siamo sicuri che non siano fomentate solo ed esclusivamente da chi poi ci guadagna?). Due i filoni portanti delle polemiche: troppa violenza nel film e troppe incongruenze storiche. Riguardo alla prima obiezione mi sento di dire che si, c’è un sacco di violenza nel film, ma come nel caso di The Passion la trovo molto funzionale e assolutamente in linea, necessaria alla storia. Riguardo alle incongruenze storiche mi trovo completamente d’accordo, anche se non scendo in particolari per non rovinarvi l’eventuale visione. Aggiungo, per il campo dei punti deboli, che la sceneggiatura soffre di almeno tre grosse ingenuità, che fanno sorridere, e ovviamente capitano tutte al protagonista. Sono quei colpi di scena che in casi diversi, se il film non fosse così accattivante, ti farebbero veramente incazzare. E invece si finisce per perdonare tutto o quasi al Braveheart australiano.

Una trama esile, semplice ma lineare, forse un po’ tirata per le lunghe. Però. Il film in se stesso ti incolla alla poltroncina, ti fa venire l'affanno, c'è violenza, c'è adrenalina, c'è paura, c'è la lotta per la sopravvivenza tua e dei tuoi cari, ci sono istinti primordiali ma basilari. Piace l’approccio al cinema di Gibson, un regista all'antica nel senso buono del termine, un po' alla John Milius (o anche alla Elia Kazan); una spiccata tendenza alla grandeur cinematografica, all'epicità, pur se con una storia elementare. Un regista adatto ai kolossal, ai film di ampio respiro, girati con mezzi moderni. Mi trovo d’accordo con il New York Times, che sostiene Gibson come “un regista serio, un uomo con molte ossessioni”. Una persona che si pone delle domande, e non cerca risposte filosofeggiando troppo. Più con la pancia che con la testa, potremmo semplificare. Ogni tanto, serve.

Come fu già per The Passion con l'aramaico e il latino, dopo neppure un minuto il "problema" della recitazione in Yucateco e dei sottotitoli scompare (aprendo scenari interessanti sul versante del doppiaggio obbligatorio in Italia). Direzione ambiziosa e spericolata, una lezione di cinema d’azione. Alcune sequenze rimarranno nella mente di molti spettatori per lungo tempo (e non parlo solo di scene d'azione). Convinto della buona fede di Gibson, suppongo ci siano anche diversi piani di lettura, ma mi fermo a quello immediatamente accessibile, senza ricercare metafore: già per la sua messa sullo schermo, il film è soddisfacente e coinvolgente. Mi auguro che prosegua su questa strada: c’è un tempo per Kiarostami, uno per Sokurov, uno per Woody Allen. E c’è anche un tempo per Mel Gibson.

Sono uscito dalla sala col fiatone.

20070106

la prestidigitazione


The Prestige – di Christopher Nolan 2006

Giudizio sintetico: si può vedere

Angier (il grande Danton) e Borden (il professore) sono due apprendisti illusionisti nella Londra di fine ‘800/inizio del ‘900. A causa della loro egocentricità, del loro arrivismo, e di un incidente funesto che danneggia Angier, causato con tutta probabilità da Borden, le loro carriere diventano una corsa sfrenata tesa a superarsi, senza esclusione alcuna di colpi. Angier, colpito da un numero di Borden che non riesce a spiegarsi, arriverà a chiedere aiuto alla scienza, prendendo così alcune decisioni eticamente molto discutibili. Entrambi tenderanno ad ingannare l’altro, con qualsiasi espediente.

E’ difficile parlare di un film che non ti è piaciuto che incontra i favori della maggioranza della critica e del pubblico. Così come è difficile parlare male di un film girato da un regista che stimi, e dal quale ti aspetti grandi cose. E’ il caso di questo The Prestige, al quale mi sono accostato con buone aspettative, nonostante lo avessi al principio scartato. Nolan, assistito dal fratello Jonathan nella sceneggiatura (come in Memento), mette in scena un dualismo cupo, due figure totalmente negative dedite a scendere sempre più in basso nella spirale dell’etica comportamentale. Si fa aiutare dalla fotografia, perfetta e dark, dirige un cast di grossi nomi con grande attenzione e comanda la macchina da presa con maestria, come tutti ormai gli riconoscono. C’è un ma. Anzi due.
La sceneggiatura si avvale di un espediente discutibile per dare uno spunto alla storia nella parte centrale (e con tale discutibile spunto ce la mena un bel po’), uno spunto che potremmo definire da science-fiction; inoltre, nonostante l’interessante “dichiarazione di intenti” iniziale, quella dove in pratica la sceneggiatura stessa annuncia che il film sarà giocato, come il numero di illusionismo, di tre parti (la presentazione, il colpo di scena, il prestigio), il film non riesce a creare una reale tensione narrativa, una suspence che tenga lo spettatore sulla corda come in un thriller, peccando di ovvietà in alcune parti, e rendendo così ridondanti alcune parti finali esplicative. Inoltre, nonostante il montaggio cronologicamente sfalsato, basato su lunghi flashback, sulla carta interessante, non riesce a togliere un velo generale di piattezza narrativa alla storia. Sarà perché credo che questo regista ha girato un capolavoro, evidentemente troppo presto (il già citato Memento, una pagina epocale del cinema recente), sarà perché sembra di rivedere qualcosa di già visto sia da parte sua (Michael Caine assistente di Christian Bale nel Batman di Nolan, Batman Begins), sia da parte di altri (Scarlett Johansson su un palco di un illusionista e in un film insieme ad Hugh Jackman, Scoop di Woody Allen), ma questo film non mi ha convinto.

Superfluo e imbolsito Bowie (interpreta Nikola Tesla), poco spazio alla bellissima Piper Perabo (Julia, la moglie di Angier), Caine che recita se stesso, ma sempre impeccabilmente, Bale che dimostra ad un ingessatissimo Jackman com’è un attore vero, Johansson che ormai ci deve essere per contratto.

Può piacere.

ancora sul lavoro

Per completezza, ripropongo la mia recensione sul film citato da Lafolle.

The Corporation - di Marck Achbar e Jennifer Abbot 2003

giudizio sintetico: documentario da Rai Tre

Tratto dall'omonimo libro di Joel Bakan, che pare sia ancora più estremo, questo film è più che altro un lungo (quasi due ore e mezzo) documentario sulle multinazionali, che, partendo dalla considerazioni sullo statuto legale che le equipara alle persone, si prefigge di psicanalizzarle come, appunto, si potrebbe fare con un paziente, analizzando i loro "comportamenti".

Con testimonianze, oltre quelle di Noam Chomsky, Naomi Klein, Jeremy Rifkin, Michael Moore, di illustri studiosi e rappresentanti di grandi aziende, il documentario risulta un po' pesante ma piuttosto interessante per chi, come chi scrive, ha una posizione critica verso le grandi concentrazioni di potere, mentre non piacerà a chi, ad esempio, simpatizza per Berlusconi o, altro esempio, voterebbe Bush se fosse statunitense. Potrebbe, in conclusione, insinuare un dubbio in chi ancora deve prendere una posizione.

In pratica, un "No logo" messo su pellicola.

20070105

il lavoro, al limite, mobilita l'uomo



riprendo dall'ultimo post di jumbolo per invitarvi a guardare questo film documentario che ho visto proprio stamattina stirando.

the corporation

Il film
Chi è capace di controllare e manipolare la vita di milioni di persone, da New York a Djakarta, da Mosca a Buenos Aires, da Tokio a Londra? Non più la Chiesa, le monarchie, il Partito, ma "the corporation", l’impresa capitalistica multinazionale.
Concentrata al suo unico scopo: il profitto ad ogni costo, "the corporation" sta invadendo ogni spazio delle nostre vite: decide cosa mangiamo, cosa apprendiamo dai media, sceglie il presidente degli Stati Uniti e poi gli dice come a quando fare la guerra, determina cosa respiriamo, controlla e dirige la ricerca scientifica e quindi sceglie quali malattie saranno o non saranno curate nei prossimi decenni. In questa bulimica e paranoide corsa all’accumulo, "the corporation" sta distruggendo il pianeta, devastando come un ossesso scatenato e miope, risorse che non saranno mai più rimpiazzate.
"The corporation" è un pazzo incontrallato, e domina le nostre vite! Un’ora e mezza di cinema che fa capire "dove stiamo andando".
Il film, che ha vinto il premio del pubblico al Festival di Sundance, è stato distribuito in tutto il mondo e ha richiamato al cinema milioni di persone. E’ considerato uno dei più importanti documenti del movimento anticapitalista di questi ultimi mesi.

Approfondimento
Come spiega efficacemente Noam Chomsky, intervistato all’inizio del film, verso la metà dell’800 una sentenza della Corte Suprema americana, stabilì che "the corporation", l’impresa, aveva gli stessi diritti di una persona: poteva comprare, vendere, ereditare, ricevere regali e così via. Una "persona" con tutti i diritti e un solo dovere: il diritto.
Se dunque "the corporation" è una persona, dicono gli autori del film, sarà possibile tentare una diagnosi psichiatrica della sua personalità, usando i criteri stabiliti dal World Health Organization. Così comincia il film. Punto per punto si dimostra che "the corporation è incapace di provare rimorso per le proprie azioni, disinteressata ai bisogni, ai sentimenti e persino alla sicurezza fisica di terzi, incapace di controllare le conseguenze delle sue azioni, incline a mentire e ingannare senza rimorsi per conseguire i suoi scopi, incapace di conformarsi alle norme sociali condivise. Un quadro clinico che qualunque psichiatra definirebbe senza dubbio come psicopatico paranoide pericoloso per gli altri.
Il nostro mondo è in mano a "the corporation", un pazzo pericoloso.

20070104

sul lavoro


Vi voglio raccontare due storie. Hanno entrambe a che fare con il lavoro.

La prima parla di un uomo albanese, che abita vicinissimo a casa mia, già da qualche anno. Fino a qualche mese fa, lo vedevo spesso fuori dalla porta ad oziare e a guardare i passanti; poi, spesso lo vedevo in una piazza, sempre vicino a casa mia, con la sua compagna, seduto su una panchina o al telefono in una cabina. Il suo atteggiamento era da padrone, nei confronti della sua compagna. L'uomo ha una faccia rude, quasi cattiva. Mi sforzo da sempre di non avere preconcetti, ma devo ammettere che ho pensato male di questa persona. Ne parlavo con un amico, che ha un albergo proprio qui vicino. Sospettavo che non lavorasse, e che fosse coinvolto in un giro losco.
Come sapete, da poco più di un anno ho cambiato reparto a lavoro. Nel reparto dove lavoro adesso ci sono molti operai di una ditta di facchinaggio che lavorano per noi, ci forniscono servizi di imballaggio principalmente. Alcuni dei lavori che svolgono non sono piacevoli, sono faticosi e sporchi. Bene, un giorno, facendo un giro di controllo noto l'uomo albanese che lavorava con questa ditta. Lo saluto timidamente, e lui mi riconosce. Da quel giorno ci salutiamo anche fuori, ci scambiamo qualche parola, ridiamo. Quando mi vede anche da lontano si sbraccia per salutarmi per primo. Parlando con altre persone della sua ditta, ho saputo che è uno di quelli che lavora più di tutti, che è una faccia dura, ma se rispettato dà il massimo. Lavora facendo turni 6-14 o 14-22, per questo mi capitava di vederlo di mattina o di primo pomeriggio a casa. Come tutte le persone intelligenti, approfitta del tempo libero per oziare.
Mi sono sentito una merda per aver avuto cattivi pensieri, ho avuto l'ennesima lezione dalla vita.

La seconda non è propriamente una storia. E' una notizia che ho letto oggi sul giornale. Viene dagli Stati Uniti, e dice che tra qualche giorno, la catena Wal-Mart, già nota per essere all'avanguardia nella gestione delle risorse umane, nel senso che sfrutta al massimo la flessibilità e la precarietà dei lavoratori, pagandoli il minimo sindacale e chiedendogli appunto flessibilità, comincerà ad utilizzare buona parte dei suoi dipendenti americani (circa 1,3 milioni) non secondo turni prestabiliti, come è stato finora, ma in base al numero dei clienti presenti negli iper-mercati della catena. Le richieste della presenza a lavoro verranno gestite da un computer che registra le presenze dei clienti.
Se questa è la nuova frontiera del neo-capitalismo, mi sento ogni giorno più comunista. E' una follia pura e semplice, a mio modestissimo modo di vedere. E' disumano. Niente da aggiungere.

Il lavoro è importante, e anche se sono convinto che molti di noi ne farebbero volentieri a meno, sono quasi d'accordo sul fatto che nobiliti l'uomo. Ma è l'uomo che deve governarlo, e per farlo, deve essere, appunto, umano. Lavorare tutti per avere tutti fonti di sostentamento, per una vita dignitosa, lavorare per vivere, insomma, e non vivere per lavorare. Altrimenti tutto crolla.

2007

anno nuovo musica vecchia.
apro senza sermoni ma con il testo di una canzone.
che la musica sia con voi.

Hold On

They hung a sign up in out town
"if you live it up, you won't
live it down"
So, she left Monte Rio, son
Just like a bullet leaves a gun
With charcoal eyes and Monroe hips
She went and took that California trip
Well, the moon was gold, her
Hair like wind
She said don't look back just
Come on Jim

Oh you got to
Hold on, Hold on
You got to hold on
Take my hand, I'm standing right here
You gotta hold on

Well, he gave her a dimestore watch
And a ring made from a spoon
Everyone is looking for someone to blame
But you share my bed, you share my name
Well, go ahead and call the cops
You don't meet nice girls in coffee shops
She said baby, I still love you
Sometimes there's nothin left to do

Oh you got to
Hold on, hold on
You got to hold on
Take my hand, I'm standing right here, you got to
Just hold on


Well, God bless your crooked little heart
St. Louis got the best of me
I miss your broken-china voice
How I wish you were still
here with me

Well, you build it up, you wreck it down
You burn your mansion to the ground
When there's nothing left to keep you here, when
You're falling behind in this
Big blue world

Oh you go to
Hold on, hold on
You got to hold on
Take my hand, I'm standing right here
You got to hold on

Down by the Riverside motel,
It's 10 below and falling
By a 99 cent store she closed her eyes
And started swaying
But it's so hard to dance that way
When it's cold and there's no music
Well your old hometown is so far away
But, inside your head there's a record
That's playing, a song called

Hold on, hold on
You really got to hold on
Take my hand, I'm standing right here
And just hold on.

20070103

tutti pazzi


L'anno nuovo è cominciato a velocità supersonica, e quasi non me ne sono accorto. Ancora non ho trovato un momento per sedermi e rispondere alle e-mail di auguri, e di scrivere qualcosa di sensato qua sopra.

Lo spirito continua. Dedicato a chi ricorda.

20070101

bark at the moon


Luna de Avellaneda – di Juan José Campanella 2004

giudizio sintetico: da vedere assolutamente

Argentina, dopo la crisi del 2001. Avellaneda è una cittadina immediatamente fuori Buenos Aires. Il Club Sociale e Sportivo Luna Llena de Avellaneda (luna piena di Avellaneda), punto di aggregazione ormai da moltissimi anni, viaggia in cattive acque. La crisi ha fiaccato tutti, i soci sono sempre meno, e a peggiorare ulteriormente la situazione arriva una multa milionaria da parte dell’amministrazione comunale, a causa delle presentazioni dei bilanci. Román Maldonado è nato nella palestra del club nel 1959, durante una festa di carnevale, nel periodo di maggior splendore del club, e da allora ne è socio a vita. Continua con forza a lavorare lì, ma la sua vita, come quella degli altri intorno a se, come la vita del club, sta andando in malora. Alejandro, un socio che adesso è membro dell’amministrazione comunale, interpellato per intercedere a proposito della multa, propone una sola via d’uscita: un compratore è disposto a rilevare l’intero club per farne un casinò, e dare così 200 posti di lavoro ai soci del club. Román, alle prese con una profonda crisi coniugale, trova la forza di opporsi fino in fondo al progetto, rispolverando il suo passato da attivista sociale, e la sua indimenticata arte oratoria.

Cominciamo col dire che questo film non è stato distribuito in Italia, nonostante il precedente film dello stesso regista lo fosse stato, e fosse stato anche candidato all’Oscar 2001 nella categoria “film di lingua non inglese”; non ultimo, il film in questione, Il figlio della sposa (erronea traduzione dell'originale El hijo de la novia, il figlio della fidanzata), uscito in pochissime copie e in sordina, era un film assolutamente straordinario, per delicatezza e contenuti. Il fatto che questo Luna de Avellaneda sia stato completamente ignorato è il segno di una cecità incredibile. Andiamo avanti. Luna de Avellaneda è un altro film eccezionale. Ha un’intensità sentimentale travolgente, e, pur seguendo schemi molto semplici, riesce ad essere toccante senza essere mieloso, a dipingere perfettamente la realtà (i club sono, ancora oggi, soprattutto nei piccoli centri, importanti punti di aggregazione) e la crisi argentina, l’orgoglio della sua gente, senza mai andare sopra le righe. Unite a questo il fatto che in diversi momenti, riesce ad essere pure divertente, e aggiungete l’uso di un cast di attori di buonissimo livello, e il gioco è fatto. A dispetto dei 143 minuti di durata (compresa la chiosa a metà dei titoli di coda, spassosissima e imperdibile, ormai un classico di Campanella, così come nel Figlio della sposa), il film appassiona, commuove fino ai singhiozzi, avvince, affascina. I protagonisti respirano di un afflato reale, vivono conflitti tangibili nella vita di tutti i giorni, sono reali. Ricardo Darín, forse l’attore argentino più famoso in patria e all’estero, nella parte del protagonista Román, ci dà un’ulteriore prova grandiosa, a conferma che in giro per il mondo ci sono attori straordinari che non riescono ad avere il giusto riconoscimento. Campanella è un regista che si è fatto le ossa negli USA, con la serie tv Law And Order, ma nonostante ciò ha mantenuto una propria sensibilità nell'uso della macchina da presa e nella costruzione delle scene, oltre ad aver appreso i fondamentali per realizzare prodotti di alto livello.

In definitiva, un film di una delicatezza estrema, con una eccezionale sensibilità sociale, uno sguardo su un’altra realtà che, però, ci è molto più vicina di quanto possa sembrare. Un film da vedere ad ogni costo, anche se non ne esiste la versione italiana, e nel dvd non ci sono i sottotitoli in italiano. Chi mastica il castigliano troverà piccole difficoltà con il dialetto argentino, chi conosce l’inglese potrà usufruire dei sottotitoli, ma sono certo che chiunque coglierà in pieno il senso della storia. Un film che vale uno sforzo.

Realmente imperdibile.

Argentina nov 06 - 17

Una bella veduta del ghiacciaio Perito Moreno, in Argentina. Come la foto del post precedente, anche questa è di Françoise, che, se vi ricordate, è stata la mia compagna di viaggio per due giorni a El Calafate.

Merci bien Françoise!

Argentina nov 06 - 16


In viaggio verso il ghiacciaio Perito Moreno.

Photo de Françoise