No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20080229

no way

Sono triste
ed è tutta colpa mia

Sono io che mi presto
a questi stupidi giochetti

A queste scaramucce insensate
per soddisfare il mio ego ormai svuotato

Faccio finta di non sapere
che è impossibile

Pianeti allineati, eclissi
congiunzioni di lune

Non puoi combattere
chi ha già vinto

Non sei equipaggiato
né per l'amore né per l'odio

charlie


Ce l'avevo fatta. Avevo tenuto duro, un po' come quando non puoi vedere una partita di calcio, te la registri e tenti di dribblare tutti e tutti quei mezzi d'informazione che ti potrebbero rivelare il risultato per non farti rovinare la sorpresa, ma qui era un affare diverso: non volevo proprio sentirli. Sapevo, però, che stavo solo rimandando la mia pena.


Infatti, stasera è successo: sono andato nella pizzeria del mio amico Roberto, a 50 metri da casa mia, per farmi fare una margherita e portarmela a casa, e mentre aspettavo eccoli lì. Roberto tiene sempre la radio accesa, volume basso. Ma loro sono inconfondibili. Ripeto: non volevo sentirli. Ho sentito una canzone, ho riconosciuto lo stile, la voce, gli arrangiamenti scontati, i coretti da latte alle ginocchia. Erano loro. Era quella canzone. Era Charlie fa surf dei Baustelle.


A quel punto, ormai c'ero, mi sono arreso. L'ho ascoltata. Non avevo altro da fare, se non uscire a fumare una sigaretta, ma il pizzaiolo di Roberto è veloce, dunque mi fermo e ascolto. Niente di nuovo sotto il sole, anzi, se possibile, peggio. Ritornello ancora più ruffiano del solito, coretti insopportabili, testo demente. "Io non voglio crescere...andate a farvi fottere...Charlie fa surf...". Ma che cazzo vuol dire? Ho letto di persona gente che scomodava filosofie, movimenti di pensiero, per i Baustelle. Ho ascoltato questo cazzo di singolo.


Adesso qualcuno mi spieghi che differenza c'è tra loro e i Lunapop.

californication-istruzioni per l'uso


Leggo sul Venerdì di Repubblica che giovedì prossimo alle 21,00 dovrebbe partire il nostro serial preferito, dopo Six Feet Under, sul canale Jimmy del pacchetto Sky; uso il condizionale ma capirete subito il perchè.


Nell'articoletto di presentazione si capisce bene che o l'autore non l'ha mai visto, o ha usato semplicemente la cartella stampa. Fatto sta che dice alcune inesattezze: per fortuna, mi pare di avervelo raccontato meglio. Per chi non fosse in grado di vederlo, posso masterizzarvi le 12 puntate della prima, e per il momento unica serie. Se avete il pacchetto Sky, non perdetevelo.


Nella foto, due dei principali protagonisti, Natasha McElhone nei panni di Karen, l'ex moglie di Hank, e David Duchovny, nei panni di Hank Moody, il mattatore.

scava!


Ok, è vero: il nuovo disco di Nick Cave e i semi del male è pop. Però, fate così: iniziate ad ascoltarlo dalla traccia 10: Midnight Man. Poi mi dite.

Tutto il disco, stranamente, ma non troppo, ha un che di solare. E' una specie di inversione di tendenza, che probabilmente rappresenta lo stato attuale dell'artista, la sua completa e definitiva resurrezione dalla vita oscura, gli abissi della droga e della vita instabile, piena di luoghi, alcol, donne, perdizione. Chissà che il riferimento biblico del titolo, in particolar modo il Lazzaro, non rappresenti se stesso. Pretenzioso? Forse, ma a mio parere c'è che se lo può permettere. Direi che questo disco è il perfetto contraltare di Grinderman, e nonostante quello che abbia letto un po' in giro, e i giudizi che susciterà, siccome la classe non è né acqua né zuppa lombarda, probabilmente unito al fatto che anch'io, come lui, sto invecchiando ed in parte "rammollendo", credo che nonostante debba riconoscere che questo lavoro non è certamente la punta della sua intera produzione, lo ascolterò con piacere per un po' di tempo.

Dissonanze e noise al servizio della canzone, potremmo dire. Si capisce fin dalla iniziale title-track. E che dire degli effetti iniziali di Today's Lesson? Niente di profondo e toccante, ma divertenti senza dubbio. Interessanti le percussioni che punteggiano la semi-ballad Moonland, mentre è cupa quanto basta Night Of The Lotus Eaters, che sa di intermezzo però dura quasi 5 minuti. Albert Goes West è rock, quel rock che sa fare lui e i suoi fedeli servitori, We Call Upon The Author e Hold On To Yourself sono due esempi di classiche canzoni alla Cave, anche se non incisive, come pure la tirata Lie Down Here (And Be My Girl). Qui, in effetti, sulla distanza, si nota che la creatività è un po' scemata.

A parte la già citata in apertura Midnight Man, che a parere di chi scrive è il top dell'album, chiudono altre due pezzi in stile classico, Jesus Of The Moon e More News From Nowhere.


E' già successo. Le cose belle finiscono. Però c'è che si avvia verso "la fine" con dignità. Questo è il caso di Nick Cave, che comunque potrebbe ancora stupirci col prossimo album, e sicuramente dal vivo ci farà un'altra impressione. Per il momento, non mi sentirei di consigliare ad un neofita di cominciare la conoscenza con Cave da questo disco.


Nick Cave & The Bad Seeds - Dig!!! Lazarus Dig!!!

bisesto

Riprendo l'argomento introdotto dal mio co-blogger, che del resto è l'argomento del giorno. L'anno bisestile innesca una serie di cognizioni affascinanti.
L'uomo ha ingaggiato da sempre una sfida con il tempo: quella della misurazione. I calendari sono tanti e diversi, ovviamente noi che usiamo quello gregoriano siamo convinti della sua perfezione. Eppure, anche questo è imperfetto.
L'anno solare è stato diviso in 365 giorni (poi in dodici mesi, ma in origine erano 10), ma c'è un errore di un giorno. Anzi, non precisamente. L'errore è di 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. L'aggiunta di un giorno ogni 4 anni cancella quasi l'errore, e pareggia quasi il conto.

Il calendario gregoriano deriva da quello pensato da Giulio Cesare. Fu poi corretto da un Papa "guerriero", Gregorio XIII nel 1582, un Papa che, pare, masticava bacche di ginepro, faceva strage di Ugonotti e, siccome soffriva d'insonnia, "teneva in gran parsimonia il tempo". Visto che il tempo era in ritardo, precisamente 10 giorni sull'equinozio di primavera, ritardo accumulato dall'errore di certi aggiustamenti che Cesare, nell'anno 46 avanti Cristo, dopo la campagna d'Egitto, aveva introdotto per conteggiare la sua gloria e i suoi raccolti. Cesare si avvalse di Sosigene di Alessandria, un astronomo; lo condusse a Roma per riformare il tempo ed unificarlo; Sosigene tenne in conto la scienza egizia, i calcoli caldei e le osservazioni babilonesi.
L'anno solare era già la misura standard, e fino a Tito Livio era diviso in 10 mesi appunto. Sosigene tentò di correggere l'imperfezione di quasi 6 ore di cui sopra con un espediente ogni 4 anni, infilando un giorno in più tra il 23 e il 24 febbraio, chiamandolo bis sexto antes kalenda martias; due volte il sesto giorno prima del primo di marzo: giorno bisesto.
Il calendario promulgato da Cesare diventa "Giuliano", in suo onore si nomina il settimo mese (luglio), e per suo volere il Capodanno si sposta al primo giorno di gennaio.
Dopo 3 secoli Costantino, che si proclama imperatore per volontà di Dio e che affianca la croce alla spada romana, introduce la settimana, dedicando alla preghiera la domenica, ma non ancora al riposo. Come se avesse sentito, la Chiesa si impossessa del tempo, fissa al 6 gennaio la nascita di Gesù, poi la retrocede al giorno sacro del culto di Mitra, la festa del sole, il 25 dicembre, la ingloba e la cancella, sostituendola col Natale, inizia da quella nascita la numerazione del tempo: il matematico Dionigi nomina Uno quell'anno non conoscendo lo zero, tutte le festività diventano cristiane.
Rimangono 11 minuti non contabilizzati ogni anno: Gregorio XIII consulta i più grandi matematici, i signori di tutti i calendari, confronta la misurazioni astronomiche, accerta lo scarto accumulato che fa cadere l'equinozio di primavera non più il 21 ma l'11 marzo, in anticipo di 10 giorni. Questo provoca danni al calendario della fede che fissa la Pasqua dopo l'ultimo novilunio. Quindi ecco la decisione spettacolare, probabilmente la più eclatante della storia. Nell'anno 1582 il Papa impugna lo scettro del tempo e con la bolla Inter gravissimas cancella 10 giorni dal calendario: in una sola notte il mondo cristiano passa dal 4 al 15 ottobre. I contadini chiedono il risarcimento di quelle ore non vissute, di quei semi non piantati, le banche non sanno come conteggiare gli interessi sui prestiti, i debitori rifiutano di onorare le scadenze cancellate, i fedeli temono che scompagnando i giorni del calendario le preghiere destinate ad altri santi finiscano inascoltate, a Francoforte scoppiano tumulti e nelle Fiandre si litiga fino al successivo dicembre, quando la bolla papale viene accolta, e il tempo passa dal 21 al 31 dicembre, cancellando per quell'anno il Natale.

In 4 secoli quel calendario diventa universale, entra in vigore in Inghilterra nel 1752, in Russia nel 1918, nella Grecia ortodossa nel 1932, in Cina si affianca agli anni zoologici.
Anche se persistono altri conteggi (ebraici, islamici, buddisti), sono consentiti l'equivalenza degli anni, senza smentire la scansione dei mesi e dei giorni.

Ma la cosa più spettacolare, ha da venire. Dicono i matematici dei nuovi calcoli che l'anno gregoriano sia in eccesso di 3 millesimi di giorno. E che tra 3000 anni ci troveremo con un giorno di troppo, obbligati a ordinare un nuovo anno bisestile.
Fatevi un appunto per quel giorno.

Ho usato numerosi estratti dell'articolo di Pino Corrias "L'anno bisestile" apparso su Repubblica il 30 dicembre 2007

29 febbraio

Un anno che ha il 29 febbraio è, per definizione, un anno bisestile.
Il 29 febbraio cade negli anni divisibili per quattro (ad esempio, 1990,1996, 2004,2008), ma non in quelli divisibili percento (1800, 1900), a meno che non siano divisibili per quattrocento (ovvero il 2000 è stato bisestile).
Non è pazzesco?

20080228

a strike in the dark


Se non avete letto l'articolo di copertina di Internazionale di questa settimana, dovreste farlo. Siccome non si trova gratis on line, sono però riuscito a recuperarvi la versione originale su The New Yorker on line, eccola qui. E' piuttosto interessante.

Se non avete voglia, non volete comprare Internazionale (anche perchè domani esce il numero nuovo) oppure non ve la cavate con l'inglese, cerco di farvi un riassunto molto sbrigativo.

In pratica, l'autore dell'inchiesta, Seymour Hersh (premio Pulitzer per l'inchiesta sul massacro di My Lai in Vietnam, il primo a parlare delle torture di Abu Ghraib), parte dal bombardamento israeliano su un sito siriano nella notte del 6 settembre 2007, che Israele non ha mai commentato e per il quale la Siria non ha mai protestato più di tanto. In pratica, tra mezze dichiarazioni, appoggi statunitensi, richieste di fotografie ad una società che gestisce un satellite, avvertenze e alleanze incrociate, sembra di capire che il bombardamento di Israele sulla Siria è un avvertimento all'Iran di non spingersi troppo oltre col nucleare.


Affascinante e allucinante al tempo stesso. Vi vengono in mente dei giornalisti così in Italia?

he was a quiet man


Un uomo qualunque - di Frank A. Cappello 2008


Giudizio sintetico: si può perdere


Bob Maconel è un uomo solo: l'unico elemento che gli parla diffusamente è uno dei pesci del suo acquario casalingo, e pure lui non lo tratta benissimo. Lavora in una grande azienda e svolge un lavoro alienante, nel suo cubicolo in un open space. E' innamorato di Vanessa, la segretaria del capo, che lo tratta con una superiorità sommaria. Odia in pratica tutti gli altri colleghi. E' deciso a compiere un gesto estremo, ma gli manca il coraggio e la determinazione. Ci prova più volte, e per questo ha una pistola nel cassetto. Un giorno, il collega, insignificante quanto lui, che lavora nel cubicolo accanto al suo, fa esattamente quello che voleva fare lui: trovandosi con una pistola in mano, lo uccide. La sua vita cambia improvvisamente.


Ricorda per certi versi, nella messa in scena, Nella società degli uomini del fu regista di culto Neil LaBute (ormai sputtanato dopo l'orrendo Il prescelto), ma non ne ha la completa causticità e cattiveria, e per altri, più per l'ispirazione, Taxi Driver e soprattutto Un giorno di ordinaria follia, e cerca di essere più intellettuale, ma naufraga incartandosi nella seconda parte con la sceneggiatura, risultando un po' troppo pretenzioso, il film di Cappello. A parte qualche scena fatta davvero malissimo (il sogno del palazzo che esplode, gli aerei che passano proprio sopra la casa), il film ha dei grossi limiti nel suo spostare continuamente il tiro: quando si comincia ad apprezzare (negativamente) la figura del protagonista che non sa più come reagire al "vento" che è improvvisamente cambiato, ecco la scena che non vorremmo mai vedere, con un pezzo super struggente in sottofondo (firmato, se non sbaglio, dallo stesso regista), e il protagonista che accoglie la paraplegica all'uscita dall'ospedale e loro due che, dapprima lontanissimi, con lei che quasi schifava lui e lui che la idolatrava, pian piano si innamorano. Questo non si fa, caro regista Cappello! O meglio, si fa, ma non ti aspettare che verrai apprezzato.


Bravo Slater, insignificante la prova del resto del cast, William H. Macy compreso. Qualche buono spunto che andava sviluppato molto meglio. Ovviamente, il titolo originale, He Was A Quiet Man, aveva molto più senso, ma ormai si sa, non ci sono più speranze.

storie


Se avete tempo, e magari non lo avete letto, date un'occhiata a questo scritto di Ascanio Celestini, apparso lo scorso giovedì sull'inserto Viaggi di Repubblica. Bello.

the demon barber of fleet street


Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street - di Tim Burton 2008


Giudizio sintetico: si può vedere


Nella Londra della metà del diciannovesimo secolo, Sweeney Todd, che altri non è che il barbiere Benjamin Barker, torna per vendicarsi. Fu imprigionato 15 anni prima ingiustamente dal Giudice Turpin, che si era invaghito della bella moglie Lucy, e nessuno corse in suo aiuto. Todd trova una spalla sicura in Mrs. Lovett, proprietaria di un negozio di pasticci (i peggiori di Londra, come dice, anzi canta, lei stessa), da sempre innamorata di lui. Il piano di Todd è ancora poco chiaro, ma quel che scopre subito è che Lucy è morta e che la figlia, in fasce all'epoca del suo imprigionamento, Johanna, è diventata la protetta dell'infame Giudice, e adesso una bellissima giovane. Il Giudice, insaziabile, vuole sposarla.


Sweeney Todd apparse per la prima volta nel 1846 grazie alla penna di Thomas Peckett Prest, e divenne presto un melodramma, poi un film, un radio-dramma, un personaggio di telefilm, ed infine un musical di Broadway, per mano di Stephen Sondheim e Hugh Wheeler. Burton trova pane per i suoi denti, e attinge soprattutto dal musical, curando un ottimo adattamento per lo schermo. Lo fa perchè vi trova tutti i temi a lui cari, ed è libero di creare un dramma dark senza scampo per nessuno, nonostante il personaggio principale, interpretato magnificamente da Johnny Depp, che se la cava egregiamente anche nelle parti cantate, assomigli paurosamente al tenero Edward Mani di Forbice. Todd al contrario è un vendicatore solitario, seppur instaurando una strana simbiosi con Mrs. Lovett, che non esita a tagliare gole senza soluzione di continuità.


Ne esce fuori un film affascinante, per una serie di motivi. La commistione col musical particolarmente riuscita (i duetti, come notano i più attenti, sono superbi; i personaggi si trovano spesso a sovrapporsi con frasi identiche ma che significano cose diverse), i movimenti di macchina spettacolari (alcune panoramiche e la scena seguente allo sbarco di Todd al porto sono da manuale), le scenografie superbe, alle quali è stato giustissimamente recapitato un Oscar più che meritato, a cura di Francesca Lo Schiavo e Dante Ferretti, le interpretazioni dell'intero cast. Qui Burton va sul sicuro, esigendo come a lui piace interpretazioni sopra le righe, e la risposta è ottima: già detto di Depp, Helena Bonham Carter è perfetta nei panni di Mrs. Lovett (questa attrice è bravissima, signori, e forse fare solo i film del marito, Burton stesso, non le rende abbastanza merito), Alan Rickman e Timothy Spall (Turpin e Bamford) bravi come sempre, perfino i giovani Jamie Campbell Bower e Jayne Wisener (Anthony Hope e Johanna) se la cavano bene (soprattutto con le parti cantate), il piccolo Ed Sanders (Toby), ma mi preme sottolineare, soprattutto per chi non se ne fosse accorto, la breve ma grandiosa parte di Sacha Baron Cohen (Borat, Ali G, si, proprio lui) come Adolfo Pirelli.


Tim Burton riesce a portarci nel suo mondo, buio e senza via di scampo, e a farci accettare spietati assassini seriali che cantano allegramente. Non è cosa da poco.

old sound


E' vero che l'assolo centrale di What Needs Must Be, col wah-wah nella seconda parte e una batteria sotto che sa proprio di rock anni '70, potrebbe essere sufficiente per convincere all'ascolto, ma preferivo i Dead Meadow dei dischi precedenti, capaci di impressionarmi anche se visti live prima di un monumentale concerto degli And You Will Know Us By The Trail Of Dead. Lo stoner rock di quelli lisergici e psichedelici, qui vira a mio parere un po' troppo su una versione "bucolica" (che sia colpa della copertina?), con troppi episodi acustici e molta meno esplosività e potenza. Che ci fa un pezzo come I'm Gone, che, sempre escluso l'assolo, non dice poi un granché? Inoltre, si ha come l'impressione che la creatività, anche se l'originalità non è mai stata il lato forte dei Dead Meadow, sia un po' alla corda: Seven Seers sembra una versione "fumata" di Season di Chris Cornell, The Great Deceiver sembra un qualsiasi pezzo di una qualsiasi colonna sonora di un film girato nel sud degli USA, e sa di Greenhornes, qua e là c'è un po' troppo "già sentito".

Piccola delusione.


Dead Meadow - Old Growth

tiny masters of today vs john de leo

nel giro di qualche giorno ho visto il concerto dei tiny masters of today allo spazio 211 a torino e di john de leo al blue note a milano.
due concerti opposti.
da una parte la vena punk naif dei due fratellini americani dall'altra l'estro e la potenza tecnica dell'ex voce dei quintorigo.
i fratellini sono stati splendidi e puri, teneri, dolci e grintosi nello stesso momento.
john de leo ha ricamato una musica che sa di tradizione popolare felliniana per poter poi sbizarrirsi con la propria stratosferica voce. melodie jazzistiche dal clarinetto al contrabbasso nelle proprie corde vocali. basi hip hop registrate al volo e mandate al posto della batteria per poi costruirci intorno il brano. l'erede di demetrio stratos è qui.
a noi la musica ci piace così:
rock'n'roll il venerdì e jazz il martedì!

no country for old men


Non è un paese per vecchi - di Joel e Ethan Coen 2008


Giudizio sintetico: si può perdere


Texas 1980; lo sceriffo di una contea di frontiera tra gli USA e il Messico, Ed Tom Bell, è ampiamente in età da pensione, ed è sceriffo di quella contea da quando aveva 25 anni. Si sente impotente contro la violenza imperante in quella zona, dovuta secondo lui soprattutto ai traffici di droga, che muovono palate di soldi sporchi.

Nella stessa contea, Llewelyn Moss è un reduce del Vietnam, è sposato con Carla Jean e i due vivono in maniera spartana. Un giorno casualmente Llewelyn capita sul luogo di un regolamento di conti, uno scambio andato male, in mezzo al deserto: un pick-up col pianale pieno di droga, diversi uomini morti ammazzati, uno che sopravvive a stento e chiede acqua in spagnolo. Accanto al sopravvissuto, una valigetta con due milioni di dollari. L'occasione fa l'uomo ladro, come si dice.

Chiude il cerchio un personaggio misterioso: il killer professionista Anton Chigurh. Si aggira da quelle parti, fugge da un posto di polizia facendo fuori un agente strozzandolo con le manette, poi ruba una macchina fermando un ignaro guidatore ed uccidendolo senza sussultare. Ha armi micidiali, ma preferisce "sparare" con un tubo di gomma, una valvola e una bombola di aria compressa. Ha un taglio di capelli buffo e l'occhio da psicopatico.


Tratto dall'omonimo libro di Cormac McCarthy, titolo ispirato da un verso di un poema di Yeats (Sailing to Byzantium), il nuovo film dei Coen è apparso a chi scrive uno dei loro film peggiori. Stilisticamente impeccabile, con citazioni e riferimenti anche importanti (come non pensare a Leone nella primissima parte?), lo spettatore si ritrova ad osservare un susseguirsi di eventi in parte sanguinari, ben girati ma più didascalici e meno divertenti (so che è un paradosso) di quelli Tarantino-style, con il resto della trama che procede lentissimamente ma soprattutto stancamente, introdotto dalla voce fuori campo dello sceriffo Bell, e fino ad un finale che sembra incollato per dare un senso al tutto. Più che altro, lo spettatore si ritrova in una condizione di persistente attesa di qualcosa che dia la scossa, e questo è un altro paradosso in un film dove si sono consumati galloni e galloni di sangue fatto arrivare apposta da Londra (perchè quello che di solito si usa, fatto a base di sciroppo di mais, in location come quelle dove il fim è girato avrebbe attirato troppi animali ed insetti).


Certo, come già detto, visto che non siamo di fronte a dei novellini, bensì a dei cineasti che hanno scritto la storia del cinema moderno, un minimo di tensione è generato dal cast, dove anche Woody Harrelson, con un minutaggio ridicolo, appare per quello che è, un bravissimo attore; Javier Bardem ci piace sempre, anche se qui forse ha preso un Oscar soprattutto per la pettinatura, mentre sono di ordinaria amministrazione le prove di Josh Brolin, che attendiamo alle prese con ruoli un po' diversi da quelli che è riuscito a ritagliarsi fino ad ora, e di Tommy Lee Jones.

Chi dice che quando i Coen hanno usato troppo la commedia (Ladykillers, Prima ti sposo, poi ti rovino) non hanno fatto buoni film, si sbaglia. Forse questo Non è un paese per vecchi manca proprio di un po' di ironia. E alla fine, risulta pretenzioso. Perchè è vero che anche questo film è un'amara riflessione (e metafora) sull'America di oggi, ma una risata è spesso più potente di un pugno.

almost moon


La quasi luna - di Alice Sebold


Alice Sebold mi dà l'idea di una persona che scrivendo sta guarendo dalle sue ferite. ha 45 anni, e nel '99 pubblicò il suo debutto Lucky, un libro squassante dove racconta lo stupro subito all'Università. Qualche anno dopo, ci incollò alle pagine del suo secondo lavoro Amabili resti, dove faceva parlare una bambina uccisa brutalmente; pare che Peter Jackson stia girando un film tratto da questo libro.


Adesso arriva questo La quasi luna, e, insieme all'evoluzione della scrittura, niente di trascendentale, ma si nota, ecco l'elaborazione del lutto quasi completa, e l'occhio che si sposta verso un ambiente familiare come ce ne possono essere tanti, apparentemente normale ma invece pieno di cose non dette che causano traumi insanabili se non con una rinascita. Si inizia con la protagonista, Helen, che uccide la madre, ormai in preda al delirio e non più autosufficiente da anni, agorafobica e probabilmente con i primi segni dell'alzheimer. Non vi sto rivelando la trama: semplicemente, il libro comincia così: "Alla fin fine, ammazzare mia madre mi è venuto facile."

Dopo questo, il romanzo si dipana, per voce di Helen, e la scrittura segue i flussi disordinati di pensiero della protagonista, con una struttura che impegna il lettore ma affascina per vicinanza alla realtà. L'immedesimazione è pressoché totale, lo sgomento condivisibile, la lettura vorace, il finale...beh, verificatelo.


Un buon libro. Una riflessione su quanto possano essere difficili e morbosamente devastanti i rapporti d'amore filiale.

20080227

virgulti


Tiny Masters of Today, 22/2/2008, Torino, Spazio 211




Il concerto comincia in pizzeria. Come avevo promesso, apro così la recensione. Anzi: il concerto dell'anno comincia in pizzeria. Rosignano, Genova, Milano (Robecco Sul Naviglio), Torino, per vedere i TMOT. Alle spalle un solo disco, l'interessantissimo Bang Bang Boom Cake del 2007, con collaborazioni importanti, e recensioni entusiastiche da parte della stampa specializzata di tutto il mondo. Come mai tanto interesse è presto spiegato: il nucleo dei TMOT è formato dai due fratelli Ivan, nato il 21 febbraio del 1994, e la sorellina Ada, nata il 4 marzo 1996. Avete letto bene. Arrotondando, lui 14 lei 12. Alla batteria nel disco c'è Russel Simins, della Jon Spencer Blues Explosion. Ne abbiamo già parlato in questo blog, qualcuno si ricorderà.


Veniamo ai fatti. Arriviamo presto a Torino ed individuiamo il luogo del concerto, uno stanzone in periferia. E' presto, quindi cerchiamo un posto per mangiarci una pizza. Lo troviamo lì vicino, entriamo. Ci fanno sedere ad un tavolo, alzo gli occhi ed eccoli lì, al tavolo accanto al nostro. Ivan (pronuncia: aivan) e Ada uno di fronte all'altra, i genitori accanto ad Ada, accanto a Ivan un ragazzino biondissimo con occhiali da nerd un po' più grande di loro, e il tour manager italiano. Mi gusto Ivan che si tormenta i capelli con la bocca, mi accorgo che porta l'apparecchio ai denti, lo vedo prendere una panna cotta enorme che mangia per un quarto, il resto lo mette un po' alla volta nella coppa del gelato al cioccolato di Ada, che protesta.


Arriviamo alla Stanza 211 che la porta è ancora chiusa. Sono le 21,10. Ci sono, oltre a noi, 6 persone. Entriamo dopo una ventina di minuti. Arriva gente alla spicciolata. Ivan e Ada vanno al bagno accompagnati dai genitori. Alle 23,05 circa si inizia. In sala, forse 40 persone, ma probabilmente esagero. Ada, su suggerimento di Ivan, chiede ai presenti di avvicinarsi in modo che possa vedere le nostre facce. Continua ad aggiustarsi i capelli dietro le orecchie come ha fatto per tutta la cena. Il biondino poco più grande è alla batteria, e in un certo senso trovo più giusto che ci sia lui al posto di Russel. Ada ha un top da bambina che le arriva alle cosce e i jeans strappati alle ginocchia, Ivan la stessa t-shirt che aveva a cena e i jeans anche lui strappati. Le loro quattro cosce messe insieme non ne fanno una mia.


Il pubblico è variegatissimo. Giovani trendy, una solitaria ragazza vagamente dark, qualche ultratrentenne, addirittura una signora distinta probabilmente sui 50, magari una giornalista da quotidiano locale. Tutti attentissimi e soprattutto dopo 3 note conquistati dai bambini da Zecchino d'Oro garage-rock. Apre Stickin' It To The Man se non erro, e per i primi pezzi Ada canta e basta, il basso rimane appoggiato all'ampli. Ivan si da da fare alla chitarra e supporta quanto basta la sorellina ai cori. Il biondino alla batteria se la cava decisamente bene. C'è K.I.D.S., c'è la rallentata Hey! Mr. DJ, e Ada fa quel che può, la voce è intonata ma è da bambina. Si dimentica spesso il microfono, continua ad aggiustarsi i capelli, ogni tanto fra un pezzo e l'altro tossisce, guarda il fratellino e ride. Sono rapito dalla bambina, completamente, e devo spesso distogliere lo sguardo perchè è assolutamente adorabile. Ecco Hologram World, un pezzo alla Yeah Yeah Yeahs, il preferito dall'amico Massi, mi volto e lo vedo cantare a squarciagola. Ada ogni tanto imbraccia il basso e si limita a linee minimalissime. Ivan fa un bel rumore, qualche assolo, se così si può chiamare, ogni tanto si sbaglia con i pedali degli effetti, ma il tutto risulta efficace ed assolutamente come ci si aspettava. Tooty Frooty, Book Song, Bushy, Texas. Verso la fine, Ivan lascia la chitarra ed impugna il microfono, Ada prende il basso e con la voce simula un campionamento ripetuto, tipo sirena, hip-hop style, ed ecco la cover di Jump Around degli House of Pain di Everlast: Ivan finisce platealmente sdraiato sul palchetto. Meravigliosi. Escono 10 secondi e rientrano per un bis, salutano e ringraziano, alle 23,40 è tutto finito.


La mamma poggia qualche t-shirt su un tavolinetto del locale, Ada esce a darle una mano. Vorrei comprarne una per mio nipote, la mamma mi dice che quelle piccole le hanno finite. Non ci speravo, ma c'è una XL. E' mia. Qualcosa per ricordare questo evento. Saluto la mamma, passo accanto ad Ada, le sorrido e le dico solo great!. Lei sorride timida e si aggiusta i capelli.


Fuori io, Massi e Lafolle siamo euforici, e non solo per la compagnia reciproca. Un po' scherzando, un po' no, decidiamo che questo è il concerto dell'anno. Anche se siamo a febbraio. Ciao bambini. Siete stati fantastici.

Il toblerone. Qualcuno sa perchè.


Offlaga Disco Pax, 21/2/2008, Firenze, Auditorium Flog


Ormai sono così snob che non mi interesso più dei gruppi spalla. C'è da dire che ultimamente al Flog non ne indovinano uno. Ad ogni modo, anche quelli di stasera li vedo ma non li sento. Non so chi siano e non li giudico. Rimedierò un'altra volta.

Mi fa piacere rivedere i reggiani O.D.P. all'opera col nuovo disco Bachelite in tour. E secondo me è interessante che ci siano discussioni aperte su chi è a favore e chi è contro, a chi piacciono e chi non li sopporta. E' un segno di esistenza del fenomeno, anche se gli ODP continuano ad essere poco esposti, probabilmente per scelta, rispetto a molte altre band italiane che si spacciano per alternative ed invece sono il massimo del mainstream (ogni riferimento ai Baustelle è puramente voluto). C'è solo da accettare il fatto che questa band non canta, e nemmeno recita. Max racconta, e racconta con quel suo accento fortissimo e inconfondibile, come il marchio D.O.P. del parmigiano-reggiano. E che ci sia l'ironia alla base di tutto, quell'ironia che gli permette di parlare di comunismo senza cadere nella retorica e nella dietrologia.

Del resto, questa non è una band, bensì un collettivo neo-sensibilista (e ce lo spiegano verso metà concerto quando eseguono, appunto, Sensibile, parlando di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, facendoci capire da che parte stanno, e citando i Disciplinatha), con i componenti che invece di suonare o declamare si accreditano come mutuo quinquennale, pensiero debole e ideologia a bassa intensità.

E insomma, dopo la lettura da dizionario, sempre da parte di Max, della definizione di bachelite, si parte con Ventrale. Mi metto nei panni di chi non conosce i testi (vero Giulia?) ed ammetto che non è facile, e si perde parecchio. L'acustica pessima non aiuta, ma fortunatamente è ondivaga, ed alcuni pezzi si distinguono. Qualche sbavatura tra la ritmica di chitarra e le basi campionate verso l'inizio del concerto e qualche fischio di troppo. Se non erro, Enver è il primo estratto dal vecchio Socialismo Tascabile (prove tecniche di trasmissione). La prima parte del concerto è incentrata sul nuovo disco. Alla fine, saranno eseguiti tutti i pezzi. Per quanto riguarda il primo disco, soprattutto nella seconda parte, ci saranno Kappler, Tono Metallico Standard (con Max che mima il labiale della band alla quale appartiene il "commesso" antipatico), Tatranky (col consueto lancio di wafer) e Robespierre.

Come di consueto, nessuna variazione di rilievo nelle versioni live, ma qualche leggero tentativo di riarrangiare alcuni pezzi del primo disco, la conferma dei pezzi più toccanti e intensi del nuovo (Venti minuti e Cioccolato I.A.C.P.), e la rivalutazione di altri che su disco forse lasciano meno colpiti ma che dal vivo "arrivano" (Fermo! e Onomastica).

A me divertono gli ODP. Non so a voi. E sono l'unica band che scandisce per ben due volte l'acronimo che dà il nome all'auditorium, come se fosse un funzionario di partito: Fondazione Lavoratori Officine Galileo.

Suonano per un'ora e quarantacinque minuti, alla fine. E il partito resta non pervenuto.

l'age des ténèbres


L'età barbarica - di Denys Arcand 2007


Giudizio sintetico: si può vedere


Québec, futuro vicinissimo, si gira in strada con mascherine antibatteriche per epidemie che hanno decimato la popolazione. Jean Marc vive una vita di insoddisfazione totale: le figlie lo ignorano, la moglie anche, il lavoro lo deprime (è costretto ad ascoltare storie se possibile più sfigate della sua). Unica soluzione: si rifugia nel sogno, costantemente. Alla ricerca non solo di una (o più) donne che lo soddisfino sessualmente, ma anche intellettualmente. I suoi sogni sono talmente elaborati che si sovrappongono alla realtà in vari momenti della giornata, le protagoniste sono ben quattro. Ma prima o poi viene il momento in cui la realtà va affrontata.


Tralasciando il fatto che la traduzione italiana del titolo è volutamente fuorviante, ma è ormai appurato che la distribuzione italiana è convinta (e chissà che non abbia ragione) di avere a che fare con un pubblico completamente demente (è piuttosto chiara l'intenzione di convincere il pubblico che questo film è una specie di sequel de Le invasioni barbariche mentre invece non c'entra niente), non è malaccio questo nuovo lavoro di Arcand, ma siamo lontani dalle vette caustiche e politicamente scorrette di Il declino dell'impero americano (ricordiamolo ancora una volta: in pratica il prequel de Le invasioni barbariche) e soprattutto dell'oscuro e disturbante, seppur divertente Jésus of Montréal, dalle riflessioni sulle pulsioni sessuali moderne de La natura ambigua dell'amore, e dalla dolente riflessione sui confini tra la vita e la morte de Le invasioni barbariche. C'è, è vero, un po' di tutto questo, dentro L'age des ténèbres (questo il titolo originale, difficilmente equivocabile), insieme ad un'attenta analisi della nostra realtà e, giocoforza, delle nostre problematiche, dei nostri tic, delle nostre fobie, si riflette e, come sempre con Arcand, ci si diverte (ci sono dei siparietti davvero gustosi, su tutti le riunioni dell'ufficio di Jean Marc, soprattutto quella dove viene accusato di aver pronunciato la parola negro che, scopriamo, è stata bandita dalla Costituzione), ma, soprattutto per l'insistenza dei momenti onirici, si perde la forza del messaggio, la sceneggiatura si avvita un po' su se stessa, e il finale risulta un po' troppo conciliante.


Non siamo troppo preoccupati, del resto anche Stardom non era un film eccezionale, ma pur sempre valido, sulla qualità del lavoro di Arcand. La regia è sempre di alto livello, così come la direzione del cast, fatto, se si eccettua la presenza di Diane Kruger, da attori bravi ed esperti, ma non conosciutissimi, e ci sono come sempre alcune trovate che dimostrano quanto Arcand sia una mente fertile: segnaliamo solo la spassosa, divertente e di qualità, comparsata (doppia) di Rufus Wainwright che canta arie d'opera.

20080226

cantieri


Dal Venerdì di Repubblica:


Marilyn Manson diventa regista e mette nel cast Johnny Depp


Il reverendo del rock, il decadente Marilyn Manson, sta ultimando la sua scorribanda dietro la cinepresa e c'è da credere che questo esordio con Phantasmagoria: The Visions of Lewis Carroll non sarà convenzionale. E tantomeno politicamente corretto. Il film è in fase di preproduzione e l'uscita negli USA è prevista per giugno. Lo stesso Manson vestirà i panni dell'inquieto scrittore Lewis Carroll e ha annunciato che nel cast ci saranno Tilda Swinton, Johnny Depp e Tim Roth.

califfo

jumbolo mi ha dato la prima serie di californication.

ho visto le prime sei puntate tutte d'un fiato.

fighissimissimo!

poi sentire le voci originali è tutta un'altra cosa...

e gli occhi di karen?

fuck!

l'editoriAle toscano

Tra le notizie di cronaca di questi giorni, mi colpisce quella della diatriba continua tra l'amministrazione comunale fiorentina e l'organizzatore di Italia Wave. Riassumo: Mauro Valenti, da sempre promotore e organizzatore di Arezzo Wave, che deve essere un grandissimo rompicoglioni ma ha il merito di aver portato una manifestazione a livello europeo dentro una realtà poco illuminata come quella toscana, l'anno scorso ha portato via la manifestazione da Arezzo, dove era ai ferri corti con il comune già da alcuni anni, e si è accasato a Firenze. A Firenze gli hanno spostato un paio di volte la sede, e lui ha detto che sono andati sotto per questo motivo. Adesso siamo al muro contro muro, e Valenti ha già detto che sta trattando con l'amministrazione livornese. A parte lo scetticismo su quest'ultima affermazione e sulla praticabilità delle cosa, mi viene in mente una delle grandi sconfitte toscane di questi ultimi anni: la guerra degli aeroporti. Anche qui, riassumo per i non toscani e per chi sta poco dietro a questo tipo di cose. L'aeroporto di Pisa fino a 15 anni fa era il più trafficato. Poco più di 10 anni fa, quello di Firenze si è messo in testa di fargli la guerra. E le amministrazioni, regionali, provinciali e comunali, non hanno detto niente. Quindi, invece di premere sulle Ferrovie dello Stato per creare un collegamento veloce tra il Galilei di Pisa e il centro di Firenze, si è preferito farsi la guerra. Il risultato è che Pisa ha prevalso, complici problemi strutturali del Vespucci di Firenze, inadeguatezza della pista, problemi ambientali (compresa la nebbia, che molto più spesso costringe a dirottare i voli in partenza e in arrivo da e su Firenze, rispetto a Pisa), mentre Pisa ha puntato sui low cost e adesso ha triplicato il numero di passeggeri annui rispetto a Firenze, e Firenze, come scrissero i tifosi pisani qualche anno fa in uno striscione durante un derby, ha sempre l'aeroporto della Barbie.

Questa di Italia Wave è un'opportunità unica, si tratta di un festival conosciuto e amato, e farselo scappare per cecità o ottusaggine sarebbe scriteriato. Speriamo che i nostri amministratori ci riflettano. Tutto questo per dire che non viviamo in un'oasi di mare, amore e intellettualismo.

acceptance speech

Si, un po' come il discorso di chi prende l'Oscar. Scrivo questo post con un ritardo di due giorni circa, a proposito del mio 42esimo compleanno. Vi parlerò un po' dei cazzi miei, quindi liberissimi di saltare questo post a pie' pari. Sono stato lontano dal computer per un po', la settimana scorsa i dolori, con i quali ormai convivo da tempo, ai tendini delle mani e una sottile ma persistente artrite, mi hanno messo un po' di paura. Ricorderete che nei propositi di inizio anno avevo scritto la parola elettromiografia; si tratta di una verifica dell'occlusione dei "canali" entro i quali scorrono i tendini. E' tempo di ricontrollare, ed è tempo anche di fronteggiare l'artrite. Prendete tutto questo come una confidenza tra amici, sapete, come quando uno dice all'altro/a i suoi problemi tanto per sentire una parola di conforto.

Giovedì e venerdì, ma anche sabato, sono stati giorni belli e pieni di belle sensazioni. Due concerti piacevoli, rivedere facce che ti fa sempre piacere rivedere, molti chilometri in auto, belle giornate, e anche solo solcare la pianura padana o la riviera di levante in Liguria hanno sempre il suo perchè, con il sole. Sabato sera, poi, una cena di famiglia in un ristorante sul mare, in occasione appunto del mio compleanno, l'atmosfera rilassata è stata parzialmente oscurata da una rivelazione da parte di mio padre non tanto allegra. Ognuno ha il suo modo di affrontare le cose, e devo rispettare quello del mio vecchio, ma adesso sono un po' in apprensione per la sua salute. Non vorrei rivivere film già vissuti. Però è possibile, per cui devo tenere a mente che, come il vento fa il suo giro, la vita fa il suo corso.
Domenica poi c'è stata la pesante sconfitta casalinga del Livorno. Quella parziale tranquillità di riavere una squadra è stata oscurata. Meno male che una telefonata partita come scherno e una cena amicale hanno alleggerito la delusione. Oggi poi, a parte l'annuncio di un Oscar a un pisano, sono stato sottoposto ad un piccolo intervento di chirurgia odontotecnica, due impianti al titanio dentro l'osso mascellare e susseguente ricucitura. Niente di che, ma insomma, tra antibiotici e antidolorifici e ghiaccio non è che siamo al top.

E insomma, sono 42, e innanzitutto ringrazio tutte/i quelle/i che mi hanno fatto gli auguri qui, di persona, via telefonata o sms. E' sempre bello. Ed è bello quando capisci che insomma, non è solo una formalità. Sono 42 e qui gli anni passano che sembrano sassate tirate bene.
E io sono sempre qui che tento nel migliore dei modi di fare lo zio, il figlio, il fratello, l'amico, il product scheduler, il blogger, e anche l'amante, il romantico e il compagnone, il collega di lavoro e il viaggiatore. Qualcosa viene bene, qualcosa viene peggio. Quantomeno, ci si prova. Sbagliando certo, di continuo, e provando ad imparare dai propri errori, rimediando quando si può, chiedendo scusa a volte perfino troppo tanto che ti rimproverano. Di testa, di cuore e di pancia. Cercando, come discusso tanto tempo fa, di vivere ogni giorno come fosse l'ultimo e con attitudine positiva. E ripetendosi sempre due luoghi comuni sempreverdi: ogni giorno si impara qualcosa e più che vivi, più che ami.

Solo questo.

poveri

Da Il Manifesto di domenica 24 febbraio

Scoop, gli italiani sono poveri
Alessandro Robecchi
L'altra notte, mentre tutti dormivamo, la grande stampa italiana si è rifondata. Nuove edizioni dei più grandi quotidiani del paese hanno sostituito le vecchie, logore gazzette. Nuovi temi si sono affacciati sulle prime pagine, e tra tutti questo: gli italiani diventano poveri, l'inflazione sui beni di consumo frequente è quasi al 5%, la quarta settimana è un incubo vero e non più percepito, la questione dei salari è centrale e urgente. Non so cosa sia successo nella notte nelle più grandi redazioni del paese, controllerei se qualcuno ha versato Lsd nelle macchinette del caffè. Ma intanto non possiamo che rallegrarci: dopotutto a lanciare l'accorato allarme sono proprio gli organi di stampa che sostengono l'ineluttabilità di questo sistema economico, la sua inevitabile giustezza e perfezione. Chi non ha letto le fulminanti analisi sul liberismo che sarebbe di sinistra? Sul lavoro che è meglio flessibile? Sull'articolo 18 da abolire? Sulle visioni più o meno oniriche dei boss di Confindustria? A pensarci, sono gli stessi giornali che inneggiavano all'uccisione della scala mobile, che hanno passato vent'anni a dirci che l'inflazione non c'era più. Gli stessi giornali che per anni hanno tuonato: comprate i fondi! Fate il mutuo! E che oggi titolano Fondi a picco! Incubo mutui! Bisogna dire che la rifondazione della grande stampa nazionale è incompleta. Se ci si affanna per pagine a dire quel che ieri si negava (cioè che il potere d'acquisto si scioglie come i ghiacci polari), magari bisognerebbe fare un saltino avanti nell'analisi. Per colpa di chi? E la rendita si erode anch'essa? (no), e i profitti calano anche loro? (no). Dunque, abituati come siamo a chiedere l'impossibile, esortiamo la grande stampa nazionale a un nuovo sforzo, rifondarsi di nuovo in una notte e proseguire il cammino: perché il sistema crea tanti poveri in favore di pochi ricchi? Di chi è la colpa? Chissà se industriali e banche, che sono gli editori di quei giornali, saranno sereni nell'analisi. Francamente, mi stupirei.

coming soon


A breve, recensioni di:


Non è un paese per vecchi - di Joel e Ethan Coen; pioggia di Oscar importanti per quello che, a parere di chi scrive, è forse il peggior film dei Coen. Impeccabile la forma, grossolana l'allegoria, una sceneggiatura che scorre stancamente, lo spettatore che si ritrova davanti ai titoli di coda ancora aspettando il colpo di genio. Bardem inquietante.


Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street - di Tim Burton; un musical estremo e perfino divertente, ennesima favola decadente, crepuscolare e cupa di Burton, bella prova di Depp e della musa/moglie di Burton, Helena Bonham Carter. Scenografie bellissime, dei degni vincitori dell'Oscar Francesca Lo Schiavo e Dante Ferretti.

20080225

l'editoriAle

Se Marco Rizzo dice che Pietro Ichino è un “servo del padrone”, e un padrone (la ThyssenKrupp) viene accusata di omicidio volontario per la morte di 7 (sette) operai, qualcosa vorrà dire.

Se, come dice sempre causticamente e meravigliosamente A. Robecchi sul Manifesto di ieri (qui, versione integrale disponibile domani), improvvisamente la stampa si accorge che gli italiani sono poveri, qualcosa vorrà dire.

Finalmente, qualcuno parla chiaro. Daniela Santanché: “Sono orgogliosa di essere fascista”. Poi puntualizza: “Io condanno aspramente le leggi razziali ma sono orgogliosa di essere fascista”. Li avete visti i manifesti elettorali? Fascista/fashion. Prendiamo atto e rabbrividiamo.

I medici dicono che la 194 “A distanza di 30 anni, dimostra tutta la solidità e la modernità del suo impianto tecnico-scientifico, giuridico e morale”, che ha ridotto al lumicino i pericolosi aborti clandestini e che, insomma, è una buona legge; i Vescovi controbattono che “I politici credenti non devono cedere”. Inaudito. Tra l’altro, i Vescovi se ne intendono senz’altro di medicina, aborto, maternità. Rutelli dice: “Niente Pacs nel programma del PD”. Prendo atto. E io dovrei votarti?

Emir Kusturica, regista serbo, dice che “Sul Kosovo l’Italia si è comportata come un satellite USA”. Ora, leggete questo estratto, pubblicato sul Manifesto di sabato scorso, dal libro Le lacrime dell’impero di Chalmers Johnson. In Kosovo c’è la più grande base USA mai costruita dopo il Vietnam. Nel frattempo, la Turchia invade allegramente il Kurdistan (per inciso, sentito in un Tg: “L’unica parte dell’Iraq che funziona”), un non-stato che avrebbe tutto il diritto ad auto-determinarsi, e che, fino a che è servito (agli USA), è stato sostenuto da USA e UE. Sull’invasione da parte turca, tutto tace. Gli USA sono d’accordo, l’UE fa melina. Cominciate a capirci qualcosa.

Castro lascia. In tanti esuli dicono che non cambierà niente. Sono i disaccordo con diverse cose di Castro e della sua politica, soprattutto sui diritti umani, ma avrei voluto vedere questo paese crescere senza un embargo di 50 anni.

Per fortuna, tra 7 miliardi di anni il sole, dopo essersi espanso, si spegnerà; la vita sulla terra non sarà più possibile, con moltissime probabilità. Per fortuna, dico, perché tutte queste cose si stanno facendo insopportabili.

20080224

Compiglianni

Oggi è il compleanno di JUMBOLO!
AUGURI!!!!!!!!!!!!!

coming soon


A breve, recensioni di:


Le età barbariche - di Denys Arcand; fuorviante il titolo italiano, il nuovo film di Arcand è una critica feroce alla società odierna, ma la sceneggiatura sbanda paurosamente. Si ride a denti stretti.


Offlaga Disco Pax live all'auditorium Flog, Firenze, giovedì 21 febbraio. Il nuovo disco Bachelite alla prova live. Concerto che non smuove le vecchie convinzioni: chi li ama continuerà, chi li odia pure.


Tiny Masters of Today live allo Spazio 211, Torino, venerdì 22 febbraio. Il concerto dell'anno già a febbraio! I due bambini di Brooklyn dal vivo in Italia stupiscono per l'attitudine e conquistano.


20080222

cure

cosa ci vuole per far passare il mal di testa?

forse farsi baciare la pelata da jumbolo?

speriamo...

20080221

tele patty

e dimmi che non vuoi morire il brano scritto da vasco rossi e cantato da patty pravo a san remo qualche tempo fa è perfetto come sigla di una telenovela sud americana!

ti amo campionato

ieri mi è capitato di risentire questa canzone di elio e le storie tese.
me l'ero dimenticata..è bellissima!

Ti amo campionato

Ti amo campionato, perché non sei falsato No , no ,non sei falsato A me mi eri sembrato falsato M'han detto che non sei falsatoHa detto Umberto Agnelli che son state solo delle svisteDue o tre sviste arbitrali (Agnelli:"Due sviste arbitrali")Ma a me mi era sembrato che gia' da molto tempo qualcosa stava accadendoAd esempio in Juve - Udinese dell'1 Novembre '97Il signor Cesari non ha convalidato un gol che aveva fatto BierhoffChe era entrato di tanto cosi' diciamo delle dimensioni tipo Rocco SiffrediE poco dopo, in Juve - Lazio ,c'e' stata un'azione in cui Del Pieroe' stato atterrato in area l' arbitro ha detto "Regola del vantaggio"Inzaghi ha preso il paloe subito dopo l'arbitro ha detto "Non e' piu' regola del vantaggio"diamo il rigore alla JuveMa questo e' stato fatto nel segno dell'amoreIo non vado certo a pensare che sotto ci siano chissa' quali cose sporcheNo no no no no no e'' stato fatto tutto nel nome dell'amorein nome del campionato ,del buono svolgimento e dell'amore tra le squadreio non porto nessun risentimentoPerché ho visto che l'amore vince tutte le battaglieE' in grado di far superare gli odiSia razziali che interraziali,sia quelli tra le squadreDiciamo che in questo momento io sono quasi contentoChe alla fine della fiera mi sembra che l'ho preso in quel postoE penso a quelli che hanno fatto un abbonamento da un miliardo in tribuna rossaPer andare a vedere l'Inter ,che si era comportata beneO per andare a vedere la Lazio che a un certo punto della sua carrieraDiciamo il 5 aprile del 1998 ha avuto un fallo in area fatto da JulianoE l'arbitro Collina non l'ha fischiato e allora tutti hanno pensato maleMa non dovevano pensare male No no no no no noPerché l'arbitro Collina cosi' come l'arbitro RodomontiDiciamo quello di Juve - Empoli non ha commesso quella svistaIn nome di chissa' quale pastetta No no no no no, l'ha fatto in nome dell'amorePerché lui ama il campionato e voi non lo sapete ma gli arbitri si vogliono beneSi vogliono bene anche con i calciatori tanto e' vero che io con i miei occhiHo visto che alla fine di Inter - JuventusL'arbitro della partita e' andato dai calciatori della JuveE li ha baciati e li ha abbracciati come se fossero degli amiciE tutto questo in nome dell'amore e allora tutti insieme cantiamo :Ti amo,ti amo campionato perché non sei falsatoAnche se inizialmente eri sembrato ma in realta' non sei falsatoL'ha detto Umberto Agnelli l'han detto tanti critici di calcioL'ha detto tanta gente,insomma : non sei falsato (Agnelli :"Polemiche esagerate")Anche se sarebbe sembrato Ad esempio mi era sembrato,che in Juventus - RomaDell'8 febbraio '98,quando l'arbitro Messina non ha dato un rigore su GautieriE ad esempio anche in Brescia - Juve dell'8 febbraio '98Quando il signor Bettin non ha dato un rigore a Hubner un rigore grosso cosi'E questo e' stato fatto nel segno dell'amore perché l'amore e' importanteL'amore e' qualcosa di essenzialeSembra che nel calcio non ci sia e invece dopo c'e'Tu dici :"Ma l'amore nel calcio non c'e'""No,ho guardato bene,lo trovi in ogni piccolo particolareAd esempio nel mio amico che sembra che indossi la maglia del MilanE invece e' la maglia del Foggia , se voi guardate beneQuella li' e' la maglia del Foggia cosi' come se voi guardate beneLe sviste arbitrali non sono state due ma sono state tipo 10,10 - 11 o 12E la maggior parte delle quali a favore della Juve(Agnelli :"Due sviste arbitrali")Ma alla fine l'amore dato e' uguale all'amore che daiE allora amici ,cantiamo tutti insieme :Ti amo campionato,tu non ci sei mancatoAnzi tu non ci eri mancato adesso siamo contenti che sia finita cosi'Perché l'amore ha riempito tutto l'universo della F.I.G.CParticolarmente Baldas (Baldas :"Loro devono arbitrare per quello che vedono")Ad esempio in Juve-Piacenza , Borriello ha convalidatoIl secondo goal irregolare che ha fatto Del PieroChe si e' fatto passare la palla sul braccioMa era talmente bello che era un peccato non convalidarloE allora cosa ha detto? "Convalidiamolo" Perché nel calcio tutti si amanoE allora cosa vuoi fare? Vuoi dare il rigore a RonaldoVuoi convalidare il goal del Napoli che forse c'eraPer esempio vuoi dare il fallo a MonteroChe ha dato una gomitata a Neqrouz in piena area?Era calcio di rigore piu' espulsione,e non ha dato nientePerché aveva capito che Montero amava NeqrouzE d'altra parte Neqrouz con i suoi trascorsi cosa vuoi che non ami Montero?I due si amavano,l'arbitro aveva gia' visto che c'eraQualcosa in quella gomitata,che non era altroChe una scaramuccia, perché l'amore non e' bello se non e' litigarelloEra una scaramuccia ...

la vita passa

sembrava ieri ed è già domani

Kossiga


Da Il Manifesto di ieri (qui)


Cossiga: «I francesi provocarono la strage di Ustica»
Carlo Lania
Roma
«Quando ero presidente della Repubblica i nostri servizi segreti mi informarono che a provocare la strage di Ustica furono i francesi». Parola di Francesco Cossiga che ventotto anni dopo l'abbattimento del Dc9 Itavia decide improvvisamente di svelare un altro tassello sulla tragedia che la sera del 20 giugno 1980 costò la vita a 81 persone tra passeggeri e membri dell'equipaggio. In un'intervista rilasciata ieri a SkyTg24, Cossiga spiega infatti di aver saputo delle presunte responsabilità di Parigi dal Sismi, che avrebbe informato anche Giuliano Amato, all'epoca sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Craxi. Circostanza questa che, se confermata, collocherebbe la rivelazione tra l'85 e l'87. «Furono i nostri servizi segreti - ha detto ieri Cossiga - che quando io ero presidente della Repubblica informarono l'allora sottosegretario Giuliano Amato e me che erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non a impatto, ma a risonanza. Se fosse stato a impatto non ci sarebbe nulla dell'aereo».Non è la prima volta che l'ex presidente della Repubblica tira in ballo i francesi. Analoghe dichiarazioni, infatti, Cossiga le rilasciò nel gennaio dello scorso anno alla trasmissione radiofonica Baobab. Del tutto inediti, invece, sono i riferimenti al Sismi e al generale Santovito, che guidò il servizio dal 1977 al 1981. «La tesi - ha spiegato ieri Cossiga - è che i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi. La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, il generale Santovito, appresa l'informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi questo lo sapevano - ha concluso Cossiga - videro un aereo dall'altra parte di quello italiano e si nascose dietro per non farsi prendere dai radar».Nessun commento da parte del ministro degli Interni Amato alle parole di Cossiga che lo coinvolgono. Ma le affermazioni dell'ex presidente della Repubblica vengono giudicate di estremo interesse da coloro che per anni hanno lavorato per scoprire quanto accadde sui cieli di Ustica. «Le conclusioni di Cossiga sono le stesse alle quali sono arrivato anch'io con la mia inchiesta», spiega Rosario Priore, giudice istruttore nell'inchiesta sulla strage. «Credo che le sue informazioni sia attendibili, anche se le sue fonti sono diverse dalle mie. Io non ho potuto dare una nazionalità all'aereo militare, anche se poteva essere solo statunitense o francese». Nel corso della sua inchiesta Priore si recò anche negli Usa: «La Nato disse che quella sera c'era un forte movimento aereo, che rendeva possibile la presenza di una portaerei. Anche in questo caso le possibilità non erano molte: o la Clemenceau, che però i francesi dissero che si trovava in porto a Tolone, o l'americana Saratoga, a Napoli». Plausibile anche l'ipotesi di un Sismi che allerta Gheddafi: «E' una teoria che circolava fin dall'inizio - conferma infatti Priore -. C'era una frattura nel Sismi: una parte filo-araba guidata da Santovito e un'altra più filo-israeliana».D'accordo nel non sottovalutare le dichiarazioni di Cossiga anche l'avvocato Alessandro Gamberini, legale dei familiari delle vittime di Ustica. «Si sa che quella notte un aereo, giunto all'altezza di Malta tornò indietro. Quelle di Cossiga sono informazioni che vanno coltivate, anche perché la Francia è l'unico paese a non aver risposto alle rogatorie in modo compiuto». «Esterrefatta» per le parole di Cossiga si dice infine Daria Bonfietti, presidente dell'Associazione familiari vittime di Ustica. «Quando è stato interrogato dalla corte di Assise che processava i generali, Cossiga non ha detto nulla, adesso invece parla. Bene, mi auguro che vista l'importanza delle sue affermazioni il governo decida di verificare se quanto dice è vero oppure no».

Ma secondo voi lui pensa di essere spiritoso? Io uno così lo metterei in galera....

20080220

so far away


Away From Her - Lontano da lei - di Sarah Polley 2008


Giudizio sintetico: da vedere con tenerezza


Canada, neve e paesaggi fiabeschi. Grant e Fiona sono sposati da 44 anni, e sono ancora felici e innamorati l'uno dell'altra. Vivono dolcemente del loro amore, di libri, buon cibo, qualche amico, e tanti bei ricordi. Sono intelligenti, spiritosi, ancora pieni di vita. Pian piano però, Fiona accusa qualche vuoto di memoria, sempre di più, finchè le viene diagnosticato l'Alzheimer. La scelta è dolorosa, ma va fatta: Fiona deve ricoverarsi a Meadowlake, una casa di cura specializzata. Le regole sono ferree: dal momento del ricovero, la paziente non può ricevere visite per un mese. Grant e Fiona in 44 anni non si sono mai separati. Cosa succederà, davanti ad una malattia degenerativa, dopo i fatidici 30 giorni?


Sorprende Sarah Polley, al suo secondo lungometraggio da regista. Dopo aver lavorato con Terry Gilliam (Le avventure del barone di Munchausen), Atom Egoyan (Il dolce domani), qui produttore, David Cronenberg (eXistenZ), Kathryn Bigelow (Il mistero dell'acqua), Wim Wenders (Non bussare alla mia porta), Zack Snyder (L'alba dei morti viventi) e Isabel Coixet (La mia vita senza me e La vita segreta delle parole, due film meravigliosi, forse lo stile che l'ha più influenzata), e un primo lungometraggio sconosciuto (All I Want for Christmas), a soli 29 anni firma un film che merita due nomination all'Oscar (miglior sceneggiatura non originale, scritta dalla stessa Polley dal soggetto di Alice Munro, il racconto The Bear Came Over the Mountain/L'orso attraversò la montagna contenuto in Italia nel libro Nemico, amico, amante... e per la miglior attrice protagonista, Julie Christie). Il film non affronta solo il tema dell'Alzheimer, quanto quello dei ricordi, dell'amore duraturo, della condivisione di una vita intera, della perdita e della separazione, dell'invecchiare. Lo fa con una regia delicata, una fotografia splendida, una buona colonna sonora (ancora canadesi: Neil Young la fa da padrone con la sua Harvest Moon e con una struggente versione di Helpless sui titoli di coda intepretata da KD Lang), ritmi lenti, da vecchietti, dosati flashback con un montaggio vagamente scorretto cronologicamente, e un terzetto di attori super: Gordon Pinsent nei panni di Grant, impotente davanti alla malattia, dolente e un po' colpevole, Olimpia Dukakis nei panni di Marian, e la straordinaria Julie Christie nei panni di Fiona, ancora incredibilmente bellissima e brava da non crederci.


La prima parte è assolutamente indimenticabile e commovente da groppo in gola: se non piangete, fatevi visitare. La seconda ha qualche calo, si perde un po' verso un intreccio un po' telefonato, però la conclusione è coraggiosa, piena di speranza e al tempo stesso un'ode all'amore sincero ma anche alla vita. Alcune scene davvero belle e dolorose, qualcuna divertente (il breve dialogo tra Grant e la giovane dark a Meadowlake sul divanetto della sala da pranzo).

Sarah Polley ha un grande futuro davanti.

safe


Su Baby Dee troverete informazioni in rete: gay, transessuale, travestito, transgender, amico di Antony, ermafrodita, beh, poco importa. Artista di strada, si dice, pianista e arpista, si sa. Cantante, forse soprattutto. Questo disco ha un qualcosa di dirompente, più che altro diverte e commuove, è altalenante e abbraccia un discreto arco temporale musicalmente parlando. Ballatone struggenti come la title-track, come pure la chiusura di You'll Find Your Footing, echi waitsiani (The Earlie King), retrogusto anni '50 [Big Titty Bee Girl (From Dino Town)], pezzi che paiono rubati ad un musical (A Compass of the Light, The Only Bones That Show), musica barocca (A Christmas Jig For a Three-Legged Cat), fisarmoniche francesi (Bad Kidneys).

Insomma, se avete davvero voglia di ampliare gli orizzonti, questo disco potrebbe fare al caso vostro.


Baby Dee - Safe Inside The Day

e l'aura fai son vir


Il vento fa il suo giro - di Giorgio Diritti 2007


Giudizio sintetico: da vedere assolutamente


Chersogno è uno di quei paesi fantasma dei quali ogni tanto si sente parlare, sulle montagne, quei posti dai quali i giovani si staccano per andare a lavorare in città, città dove poi rimangono; qualcuno ci torna da vecchio, ma non sempre. Soprattutto, si mantengono i possedimenti (le case, soprattutto), e magari ci si va a villeggiare quando fa troppo caldo. Chersogno è sulle Alpi Occitane del Piemonte, e vi si parla ancora la lingua d'oc. Tutti, perfino il sindaco, Costanzo, è pendolare. Un giorno qualunque, arriva in paese un forestiero in cerca di una casa. "Per la villeggiatura?" è la domanda che gli fanno tutti. E lui invece risponde: "No, per viverci!". E' francese, si chiama Philippe, era professore, ma poi si è stancato ed è andato in cerca della vita che voleva. Insieme alla moglie Chris sono andati a vivere sui Pirenei, ad allevare capre e a fare buon formaggio. Sono nati 3 splendidi figli. Adesso, sui Pirenei, stanno per costruire una centrale nucleare, e la famiglia Héraud ha deciso di trasferirsi sulle Alpi Occitane.

Al principio c'è diffidenza. Poi, grazie soprattutto al sindaco Costanzo e al musicista Fausto, si trova una casa da affittare loro, si convince la gente, al punto che quando la famigliola arriva, tutti gli abitanti li accolgono con una fiaccolata e una grande cena.

Tutto bene? Nemmeno per idea....


Giorgio Diritti è un regista non giovanissimo, che ha collaborato con Pupi Avati e ha diretto documentari. Arriva al debutto alla regia con delle idee semplici ma precise. Indipendenza, soprattutto. Il vento fa il suo giro (il titolo del post è la trasposizione in lingua d'oc) è un film, appunto, semplice, non difficile da guardare nonostante sia recitato in italiano, in occitano e in francese (con sottotitoli italiani), che ci mostra come la paura, la diffidenza, l'invidia del "diverso", dell'altro, sia dentro la natura umana più di quanto possiamo immaginare. E' un film che ci mette davanti a pochi interrogativi, ma profondi, senza essere didascalico. Ci racconta una storia che avrebbe potuto svolgersi ovunque.

La mano di Diritti è evidentemente da documentarista, a volte eccede in panoramiche sia laterali che verticali, ma in tal modo ci fa godere degli stupendi paesaggi. Quando stringe, ci mostra i volti veri delle persone, li segue nelle cose e nelle espressioni di tutti i giorni. Il cast è prevalentemente teatrale o non professionista, e risulta molto spontaneo.

Diritti ha vinto molti premi, ma in Italia non è stato distribuito. Il film va avanti nelle grandi città in pochi cinema gestiti da appassionati, e in giro per la penisola tramite cineclub e passaparola.

Merita di essere visto per la forza della semplicità e delle idee. E' un film che vi lascia qualcosa.

kan shang qu hen mei


La guerra dei fiori rossi - di Zhang Yuan 2007


Giudizio sintetico: si può perdere


Qiang è un bambino cinese di circa quattro anni, che viene portato dal padre in un asilo a tempo pieno (meglio: a pensione) causa gli impegni della famiglia che non se ne può occupare. Le maestre insegnano una disciplina piuttosto rigida, e impongono una giornata scandita dalla ripetitività: vestirsi da soli appena alzati, espletare le funzioni corporali, stare attenti alle lezioni, mangiare composti, giocare disciplinatamente, dormire senza bagnare il letto, e via così. Più segui le regole, più fiori rossi di carta guadagni. Qiang da subito ha dei problemi con le regole, e più passa il tempo, più diventa ribelle.


Autore tra gli altri dell'interessante Diciassette anni, il regista si cimenta con una difficile direzione corale di una grande quantità di bambini piccolissimi. Ci riesce piuttosto bene, e il film in diversi momenti risulta divertente per le gag, volontarie o involontarie, create dai piccoli.

La sceneggiatura, basata sul libro Could Be Beautiful di Wang Shuo, imbastisce una semplice ma efficace metafora del regime comunista cinese; il film però viene lasciato in balia dei bambini, diventa leggero ed esile, e alla fine i 92 minuti risultano di una pesantezza poco sopportabile.

there will be blood


Il petroliere - di Paul Thomas Anderson 2008

Giudizio sintetico: si può vedere

Daniel Plainview è un cercatore d'argento statunitense che, alla fine del 1800, si tramuta in cercatore di petrolio. Spinto da avidità, tenacia, spavalderia, invidia e quant'altro, diventerà un magnate dell'oro nero, travolgendo tutto quello che gli sbarra la strada: nemici, figli adottivi, impostori, predicatori, compagnie petrolifere. La genesi del sogno americano.

Regista dai risultati giudicati in maniera controversa, Anderson fa sorgere sempre in me il dubbio: sopravvalutato o al contrario? Che sia uno che sa confezionare prodotti accattivanti non c'è dubbio. Che sia uno che tenta di innovare in qualche maniera, non si capisce ancora bene. O genio, oppure furbacchione, magari scopiazzando qua e là, e buttando nella mischia qualche nome di quelli che "fa figo".

Il risultato, in questo caso, come capitò con Magnolia, molto strombazzato, pluri-candidato agli Oscar, è un film niente male, ma che forse per esuberanza, forse per supponenza, forse per megalomania, non è un capolavoro, anche se ci prova, fin dall'inizio, tentando la strada del colossal epico, dal respiro ampio, dalle metafore niente affatto nascoste, e anche un po' autocritiche (parliamo di USA).
Ispirato alla prima parte del libro Petrolio! di Upton Sinclair, il film di Anderson impressiona nei primissimi minuti per prepotenza delle immagini, circa 15 minuti senza dialoghi, con l'attore protagonista, un Daniel Day-Lewis probabilmente troppo bravo (un po' come quando si sbaglia un tiro in porta perchè si prende la palla troppo bene), impegnato in una furiosa e furibonda lotta contro la terra, elemento cui violenta le viscere. Spiazza quindi inizialmente, come pure in seguito, cambiando completamente registro filmico con ampie panoramiche alla John Ford. E' evidente come Anderson sia, come detto prima, alla ricerca del film definitivo, sia visivamente che dirigendo un attore di questa caratura.
Il petroliere (a parere di chi scrive, altra scelta sciagurata di traduzione; l'originale There Will Be Blood sarebbe stato molto più d'effetto e avrebbe avuto molto più senso, anche tradotto alla lettera) prosegue poi alternando scene corali a dialoghi (quasi sempre con la fotografia che tende all'oscurità), ma la sceneggiatura a volte traballa (l'arrivo improvviso del presunto fratello). Ci sono scene indimenticabili (quella dell'esplosione del pozzo, maestosa), ma alla fine il film sarà ricordato senza dubbio più per l'interpretazione di Day-Lewis. Quest'ultimo fagocita il film, letteralmente, tanto che viene da pensare quasi, maliziosamente, che la figura del doppio Paul/Eli Sunday sia messa lì quasi per contrastare lo strapotere di Day-Lewis/Plainview. Al contrario, come è ovvio, la figura di Eli Sunday è volutamente l'altra faccia dell'America, l'altra "piaga"; i predicatori e il fanatismo religioso, contrapposto (ma spesso a braccetto con) all'oltranzismo capitalistico. Paul Dano, l'indimenticato Dwayne di Little Miss Sunshine, è molto bravo e tiene testa al mattatore Day-Lewis (che, diciamocelo, in questo ruolo ricorda molto Il Macellaio Bill Cutting di Gangs of New York).
Tornando alle scene, è esplicativo del discorso iniziale, della megalomania del regista e di questo stesso film che lo rappresenta a pieno, la scena finale: parte come una scena da ricordare, ma deborda.
Lo stesso possiamo dire delle musiche: affidate a Jonny Greenwood dei Radiohead, sono interessantissime, ricordano moltissimo lo stile usato da Anderson in Ubriaco d'amore, quindi fanno la loro parte nel negare l'ascensione a classico, mantenendo il film sullo sperimentalismo, ma alla fine risultano invasive e perfino disturbanti.
Per usare un luogo comune, un capolavoro mancato.

Altazor


Per la serie: Le recensioni di Cat...
Altazor (o el viaje en paracaìdas) - di Vicente Huidobro

Come si scrive un romanzo in poesia? Come si può raccontare la storia del cavaliere Altazor in versi? Non pensate all’Orlando Furioso, lasciate stare principesse, tornei e tavole rotonde e immaginate il cavaliere meccanico Altazor che si muove in un mondo post-moderno e chirurgico, fatto di macchine e di acciai. Racconta la sua storia e parla e ci parla con una lingua evocativa, ricca di immagini e di sogni completamente in contrasto con il mondo che lo circonda.
Mai tradotto in italiano e considerato per anni (è stato pubblicato in Cile per la prima volta nel 1919) assolutamente intraducibile, Altazor va letto, possibilmente in spagnolo, anche solo per lasciarsi trascinare nelle scatole cinesi delle sue immagini e apprezzare una lingua così densa di significati.

Citazione:

Sé triste, más triste que la rosa, la bella jaula de nuestras miradas y de las abejas sin experiencia.

La vida es un viaje en paracaídas y no lo que tú quieres creer.
Vamos cayendo, cayendo de nuestro cenit a nuestro nadir y dejamos el aire manchado de sangre para que se envenenen los que vengan mañana a respirarlo.

novità

Inauguriamo oggi una nuova rubrica, che speriamo vi piaccia. In breve, ospiteremo delle recensioni letterarie dell'amica Cat, che avete già conosciuto per i suoi ottimi e caustici reportage dall'estero, visto attraverso l'occhio di un'operatrice ONG.

Nello specifico, si occuperà quasi esclusivamente di libri letti in lingua originale, spesso mai tradotti in italiano. Ovviamente, non le abbiamo posto limiti.

Speriamo che questa innovazione vi piaccia. Buona lettura.

coming soon


A breve recensioni di:


La guerra dei fiori rossi - di Zhang Yuan; metafora dell'inquadramento cinese da parte del regime comunista traslata in un asilo. E' difficile far recitare i bambini, si sa; il regista ci riesce bene, ma il film, a parte l'allegoria, risulta pesante.


Il petroliere - di Paul Thomas Anderson; tentativo di film epico da parte del giovane ma già acclamato regista statunitense. Interessante ma supponente. Daniel Day-Lewis straripante.


Il vento fa il suo giro - di Giorgio Diritti; il fenomeno italiano degli ultimi mesi, un piccolo film sull'intolleranza e sulla paura del diverso. Pochi mezzi ma tante idee.


Away from Her - Lontano da lei - di Sarah Polley; toccante seconda opera dell'attrice canadese che abbiamo amato in La mia vita senza me sul dramma dell'Alzehimer. Piangerete.


Le età barbariche - di Denys Arcand; fuorviante il titolo italiano, il nuovo film di Arcand è una critica feroce alla società odierna, ma la sceneggiatura sbanda paurosamente. Si ride a denti stretti.

20080219

polisario


Ne avevamo già parlato, ma è bene non abbassare la guardia. In parecchi ancora ignorano la causa Saharawi, per cui, grazie all'amica Susy che ha gentilmente copiato il pezzo dal Venerdì di Repubblica di 2 settimane fa, vi posto questo articolo un po' lungo, ma tutto sommato interessante, per tenere vivo l'interesse. C'è un parallelo tra italiani e saharawi che non è completamente condivisibile, ma su quello giudicherete voi.

Colgo l'occasione anche per dire che dal 1997, ogni estate nei mesi di luglio e agosto, anche il comitato di gemellaggio di Rosignano Marittimo (il comune dove abito), ospita 10 bambini saharawi; chi volesse fare un incontro e/o esperienza, contatti pure il nr. 0586 764189, lasciando il proprio nr. di telefono per essere contattato dai volontari.


“I loro figli vengono in vacanza da noi. E noi andiamo in vacanza da loro. Senza contare i nostri cinquecento Comuni che hanno siglato una fratellanza speciale con i campi profughi di una “nazione” scacciata dai marocchini e rifugiata in Algeria”

SAHARAWI
E nel deserto l’Italia ha trovato il suo popolo gemello

(di PAOLA ZANUTTINI)

Tindouf (Algeria).

Che l’Italia abbia una passione per i gemellaggi con paesi e città stranieri, spesso remoti e sconosciuti ai più, è cosa nota: questa suggestiva fratellanza è segnalata all’ingresso di ogni comune, o quasi, della Penisola. E’ più inaspettato scoprire che almeno cinquecento municipi italiani sono gemellati con i saharawi, anche perché a questo popolo, un tempo di nomadi e oggi di rifugiati, manca la materia prima per fare i gemellaggi: i paesi e le città. Dall’occupazione marocchina del Sahara Occidentale, nel 1975, vivono in Algeria, nei campi profughi: prima erano tende, oggi sono sempre più casupole di sabbia. Che se piove si spappolano, come nell’inondazione del 2006. I cinquecento comuni gemellati, gli altrettanti bambini saharawi che da oltre vent’anni vengono ospitati da famiglie e organizzazioni italiane per le vacanze (nel 2008 saranno seicento), le 23.000 pagine web srotolate da Google se si digita “popolo saharawi”, il migliaio di “viaggiatori solidali” che ogni anno visitano campi profughi e dintorni raccontano di un’attenzione e una diplomazia opposte e parallele a quelle dei governi e degli organismi internazionali, che di questo scampolo della decolonizzazione non si curano molto.
Nel 1964 l’Onu, che ha più volte sancito il diritto di autodeterminazione dei saharawi, aveva sollecitato la Spagna a lasciare il Sahara Occidentale dopo ottant’anni di occupazione e ad indire un referendum per far decidere alle popolazioni locali il loro destino. La Spagna si prese il suo tempo e nel 1974, viste anche le sollevazioni indipendentiste, lasciò. Ma invece del referendum fece un accordo segreto con Marocco e Mauritania (che poi si ritirò), cedendo l’amministrazione della colonia in cambio dei soliti accordi economici: in questo deserto pietroso si estende il secondo giacimento di fosfato al mondo, le prospezioni petrolifere sono molto promettenti e, a Ovest, la costa è pescosissima.
Dal 1980, un muro di sabbia, sassi e mine, voluto da Hassan II, incline a concedere l’autonomia ma non l’indipendenza, come per altro suo figlio Mohammed VI, divide per 2400 km i territori occupati dal Marocco da quelli liberati dal Polisario, il fronte di liberazione saharawi. Sembra dividere il niente dal niente, ma separa chi è rimasto dagli sfollati. Nella zona occupata, tortura e ogni altra violazione dei diritti umani sono all’ordine del giorno, specie da quando, nel 2005, è esplosa l’Intifada. Non violenta, però.
Il fronte di liberazione, il presidente Abdelaziz con l’uniforme militare, l’economia comunitaria, un fervore da stato nascente che resiste ai trent’anni di oblio dell’agenda internazionale possono attivare in chi arriva qui una macchina del tempo che riporta agli anni Sessanta. Il dodicesimo congresso del Polisario, celebrato a Tifariti, capitale fantasma della Repubblica araba saharawi democratica nei Territori liberati, che assomiglia inguaribilmente a un set dimesso, mette in scena un repertorio da amarcord politico.
Dalla nutrita ala femminile della platea si levano ripetuti zagharid, gli stessi ululati di gioia (o di battaglia) scanditi dalle donne insorte di La battaglia di Algeri. I 250 delegati esteri di quello che un tempo si chiamava internazionalismo proletario (inclusi i rappresentanti del Pd, Rifondazione e Comunisti italiani), fanno interventi, spesso interminabili, in cui le parole oppressione, liberazione, a volte viva la lotta del popolo saharawi! Sono pronunciate in tutte le lingue. I compagni d’antan e i no global di oggi intrecciano analisi discordi e bisogna ammettere che i secondi sono più pragmatici. Una spagnola del Partido popular lancia invettive da pasionaria contro l’indifferenza europea: “Propaganda elettorale” commenta una connazionale. “Da noi succede sempre così, chi è al governo se ne frega dei saharawi, e chi è al’opposizione fa casino”. Si parla anche di riprendere le armi visto che dal cessate il fuoco del 1991 la strategia delle trattative internazionali non ha portato a niente. Anche il round di colloqui tenuti all’Onu dal 7 al 9 gennaio non ha sbloccato la situazione, il referendum è ancora in alto mare. Ma con che mezzi possono fare la guerra al Marocco 158 mila rifugiati, senza contare quelli dei Territori occupati (di cui nessuno sa il numero) che vivono degli aiuti internazionali? “Abbiamo 35 carri armati presi ai marocchini nell’80, durante la battaglia dell’Ouarkziz” dice Mariem Salek Hamada, ministra dell’Istruzione. “E le guerre non si vincono con le armi ma con la padronanza del territorio. Nessuno conosce il deserto come noi”. L’affermazione non sarà strategicamente inappuntabile ma svela come sono le donne saharawi. Determinate, autonome, partecipi alla cosa pubblica, laiche: “La fede serve a proteggere come i vestiti, quindi non deve stare troppo stretta” sentenzia Mariem. La guerra non si farà, ma la distrazione sulla questione saharawi è abbastanza sconsiderata. I campi profughi sono il terreno di coltura privilegiato del terrorismo internazionale, Al Queda fa proseliti in Algeria: per quanto tempo si riuscirà a tenere sotto controllo la frustrazione dei giovani che vanno a studiare all’estero – Cuba, Spagna, Italia, un tempo la Russia – e quando tornano non sanno che farsene delle loro lauree? E tutti quei bambini che vengono in vacanza in Italia e in Europa, dove si stupiscono per l’acqua che scende dai rubinetti o per i soldi che escono dai bancomat, non trasformeranno mai in rabbia la loro intimidita meraviglia? “Siamo un popolo unito, stanco di aspettare, ma ancora pacifico, per questo Al Queda non ha fatto breccia qui” dice Mohamed Mouloud, ministro della Gioventù. “Ideologia e integralismo non sono cose per noi: i nomadi pensano alle cose pratiche, Ma il problema è l’attesa infinita, la disoccupazione, la mancanza di futuro. Le vacanze all’estero fanno bene ai nostri bambini per molti versi: sfuggono il caldo e la malnutrizione, il rapporto diretto con l’Occidente previene l’astio e gli effetti della propaganda negativa e il confronto fra noi e voi li educa alla frustrazione”. I piccoli saharawi in gira sono bambini modello: diligenti, allegri, curiosi. Detestano le verdure, che non hanno mai mangiato, ma poi si abituano. Adorano mozzarella e pasta ma poi, come racconta Simona Ferraiolo, cooperante del Cisp, un’ong italiana che integra e monitorizza la distribuzione degli aiuti alimentari nei campi, uno su dodici è celiaco perché la loro dieta tradizionale è a base di orzo, mentre il Wfp (World Food Program) li riempie di farina, cioè glutine. Dice la cooperante italiana che l’amicizia, molto traversale e forse un po’ paternalistica, fra noi e i saharawi è facilitata da una diversità che non è tanto differente. Sono musulmani ma laici, profughi ma organizzati 8 i loro campi sono un esempio di ordine e dignità, per quel che consente la situazione), hanno combattuto col Marocco ma se vincono il referendum sono dispostissimi a convivere con i coloni marocchini giunta con la Marcia verde voluta da Hassan II, sono governati da un fronte popolare, ma la loro costituzione contempla la proprietà privata. Rassicurano, insomma. E, aggiungiamo noi, hanno una consuetudine a subire soprusi in cui un italiano s’identifica bene: “Da trent’anni, ogni mese, nel paniere del Wfp, troviamo solo 3 kg e mezzo di farina, 2 di lenticchie buone per le capre, 1 di zucchero e un lt d’olio” protesta Buhobeini Yahia, presidente della Mezzaluna rossa saharawi. “Non si resiste trent’anni con un’alimentazione d’emergenza. E la distribuzione diminuisce, mentre i costi di gestione del Wfp crescono. Per il 2004-2006 erano previsti 40 milioni di dollari in aiuti: 23 sono andati per i prodotti e 17 per le spese di logistica”.

Da Il Venerdì di Repubblica 8/2/2008

20080218

la verità attraverso la finzione

ieri sera ho visto su la7 un pezzo della prima di quattro puntate di Italian Job , il programma di paolo calabresi.
paolo si traveste e finge di essere altre persone per smascherare l'onesta delle persone (quando si finge un magnate russo e cerca l'appoggio di un senatore in cambio di soldi per finanziare la campagna elettorale) o solo per vedere l'effetto che fa (si finge un deputato e va a calciare i rigori con buffon- si finge francis ford coppola e cerca di andare alla convention dell'udeur!).
é interessante.
guardatelo se vi capita!

testamento di classe


Come tutte le cose belle, anche i La Crus avranno una fine. E' stato stabilito, e sta iniziando l'ultimo tour. Il loro "testamento" è questo disco con 13 brani live e 3 inediti. Per chi non avesse dimestichezza con la band che ha (aveva) come nucleo Mauro Ermanno Giovanardi e Cesare Costantino Malfatti, siamo dalle parti di un pop d'autore, che a volte si sposa con un'elettronica raffinata, altre con gli archi e i fiati, si concede aperture ballabili, guardando a Ciampi, Conte, Tenco e, perchè no, a Mina. I testi sono molto belli, con un retrogusto amaro, non impegnati ma con una buona vena poetica.

Il compendio che ci troviamo tra le mani è come al solito di gran classe, magari mancherà qualche canzone "preferita" agli appassionati, ma le esecuzioni sono sempre di grande qualità, a volte indimenticabili (Stringimi ancora, L'uomo che non hai, Dentro me su tutte); gli inediti sono validissimi, e paradossalmente, Mentimi, scelta come singolo, è leggermente inferiore a Entra piano (la mia preferita, la immagino riferita a una prostituta, ma probabilmente non è così) come pure a L'autobiografia di uno spettatore, classico cantautoral-poetico. Tra i pezzi di repertorio, c'è anche un capolavoro: la versione di Infinite possibilità presente su questo disco è di un'intensità spaventosa. Si rischiano gli occhi umidi.


Ci lasciano un buon ricordo. Grazie per le emozioni.


La Crus - Io non credevo che questa sera

calcio gay


Sulla scia dei baci, la Federcalcio tedesca muove un passo contro l'omofobia. Da Repubblica di oggi.


Calciatori gay, fate outing

Svolta della Federcalcio tedesca: "Freneremo l'omofobia"

Andrea Tarquini - BERLINO


È giunto il momento che i calciatori omosessuali escano allo scoperto e trovino il coraggio di fare outing; tutto il mondo del calcio ne trarrebbe giovamento. Non lo ha detto un attivista o un leader dei movimenti per i diritti dei gay, lo ha affermato in pubblico Theo Zwanziger, presidente del Deutscher FussballBund (Dfb), cioè la Federcalcio tedesca. E il problema del silenzio per paura di essere discriminati dei calciatori gay esplode, esce allo scoperto, denunciato con coraggio grazie alla franchezza del numero uno del calcio.«Sicuramente è auspicabile che qualcuno abbia il coraggio di parlare delle sue tendenze e del suo privato», ha detto Theo Zwanziger. Per il suo appello al mondo dello sport ha scelto una tribuna particolare: L-Mag, la più importante rivista del movimento lesbico tedesco. «Io vi assicuro - ha aggiunto - che il Dfb appoggerà contro ogni discriminazione o insulto qualsiasi calciatore o calciatrice che si decida all´outing come gay o lesbica. Il nostro statuto parla chiaro: la Federazione calcistica tedesca è contro ogni tipo di discriminazione. E anche in futuro io continuerò a sollevare il tema dell´omofobia nel mondo del calcio». Non è tutto: la speranza concreta, ha sottolineato il presidente della Federcalcio tedesca, è che «io credo che un giorno anche un calciatore tedesco si farà avanti e dirà "sì, io sono omosessuale"».L´appello di Theo Zwanziger ha smosso onde lunghe, nel mondo del calcio e in generale dello sport tedesco. E nella società intera, visto che la Repubblica federale è uno dei paesi più aperti al diritto degli omosessuali di vivere liberi e fare carriera senza discriminazioni: i sindaci-governatori delle due maggiori città del paese (Berlino e Amburgo), celebri conduttrici, attori comici di grido, altri politici di rango, sono gay dichiarati. Anche nell´economia e nelle forze armate, la discriminazione degli omosessuali è tabù.Resta il calcio, l´ultima fortezza dei maschilisti irriducibili. Il calciatore è ancora, nell´immaginario collettivo, il macho per eccellenza. Appena dieci anni fa, Lothar Matthaeus disse che «un frocio non può giocare a calcio». Il clima resta di intimidazione e pregiudizi, per questo Theo Zwanziger è intervenuto. Qualche partita fa, Tim Wiese, portiere del Brema, è stato fischiato quasi a morte dagli spalti per essere entrato in campo con una maglietta rosa, e ha dovuto chiedere di interrompere la partita per cambiarsi.«Io sono realista, so che il mondo non può essere capovolto dall´oggi al domani», precisa il presidente del Dfb. Ricorda l´appello contro la discriminazione nel mondo del calcio, sottoscritto dalla federazione. A una manifestazione, però, cui vennero i rappresentanti di pochissimi squadre. Brema, Herta Berlino, più Energie Cottbus e Carl Zeiss Jena, due team dell´est.«Forse nessuno ha il coraggio dell´outing, o teme le conseguenze, il calcio è un mondo arcaico», ha detto Philipp Lahm, uno dei più giovani giocatori della nazionale. L´esempio di Theo Zwanziger è il Regno Unito. Ma solo in parte. Là è vero che già nell´ottobre 1990 il calciatore Justin Fashanu confessò «I am a gay». Ma poi, accusato di sesso con un diciassettenne, s´impiccò in un garage.