No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20101031

rubino martedì

Giuro, non volevo. Non volevo farlo, sono stanco anch'io di parlare del nostro attuale Primo Ministro, del suo "amore per la vita e per le donne". Però, non sia mai detto che deludo il mio pubblico. Quindi, su richiesta, trovando l'ispirazione, scriverò.

"In molte scuole e università gli studi umanistici vengono trascurati. Ma per diventare dei bravi cittadini bisogna imparare a pensare in modo critico e a mettersi nei panni degli altri".

Comincia così un articolo del The Times Literary Supplement di Martha C. Nussbaum riportato da Internazionale questa settimana. Chissà se Silvio Berlusconi si è mai messo nei nostri panni, visto che le classiche dichiarazioni post-elezioni sono del tipo "sarò il XXXXX di tutti", dove al posto delle X potete mettere, a scelta, sindaco, presidente, assessore o rappresentante eletto, in genere.

Ha un bel dire Maurizio Belpietro nel suo editoriale, che di presidenti puttanieri e donnaioli ce ne sono stati a bizzeffe, e quello preferito dalla sinistra italiana è Kennedy, che si diede un sacco da fare. A me, dottor Belpietro, non me ne frega un beneamato. Io, ad esempio, potrei essere benissimo un grande amante della professione più antica del mondo. Magari lo sono. Non me ne vergognerei, e non avrei problemi neppure con i tristissimi adesivi anti-clienti delle prostitute della Salaria a Roma, perchè non devo renderne conto a nessuno. Magari, da quando si è separato, in attesa di divorzio, Berlusconi deve aver pensato una cosa del genere. Magari no.

So benissimo che non è questo il punto, e che il punto sono la o le sue telefonate in Questura. Non dimentichiamoci, però, che se una cosa del genere la fa un comune cittadino, cioè di invitare a casa una minorenne, tanto più senza fissa dimora e in affido ai servizi sociali o giù di lì, e darle anche dei bei soldoni, credo che avrebbe dei problemi se non con il commissariato, con i vicini. Di sicuro lo guarderebbero male. Un'altra cosa che vorrei capire bene è la storia della modella brasiliana che aveva il numero del Presidente del Consiglio, che glielo ha dato per usarlo "in casi di estrema necessità". Perchè, alla fine, sono questi i casi di estrema necessità: che ti portino in Questura, e che se non chiama qualcuno di influente non ti fa uscire, per un po', nessuno. Già così si apre uno scenario che a me, come cittadino, non sta più bene.

C'è un'altra cosa allucinante che gira nei giornali e nei commenti dei sostenitori di Berlusconi: che quelli che non la pensano come loro, stiano facendo tutto questo casino perchè sono invidiosi. Invidiosi? Ma qui siamo alla follia. Cioè, ma voi, dico a voi sostenitori di Silvio, pensate veramente che una bella, magari bellissima ragazza esotica 17enne, giri intorno al Premier perchè è un uomo interessante, piacente, disinteressato, generoso, charmant, e che magari gli faccia qualche spettacolino anche solo di ballo (perchè è di questo che ci vogliono convincere), perchè, come dice lui, è simpatico? No, veramente, fatemelo capire, perchè questa linea con la quale viene sostenuto appunto il Premier, rasenta veramente le situazioni dei film di Totò, pace all'anima sua.

Quindi: a parte che se il Premier è stressato e non ce la fa più, può anche andare in pensione, non credo gli manchino le fonti di sostentamento. Ma, ok, per me se si vuole rilassare facendosi fare la lap-dance da un harem di troioni, o farsi sbocchinare da chi vuole lui, non ci sono problemi, davvero, respect. Però, dico, per coerenza gradirei innanzitutto che non sostenesse le pagliacciate tipo Family Day, dopo di che mi piacerebbe che incaricasse qualcuno dei suoi di scrivere una legge per legalizzare la prostituzione. Non lo trovereste coerente? Io penso di si. Anzi, ne sarei felice.

Dopo di che, anche se lui avesse conosciuto questa simpatica ragazza (che se anche fosse un troione di professione, a me non darebbe fastidio, ce ne fossero di più di troioni in giro vivremmo tutti meglio, almeno noi maschietti) ad una serata di beneficenza, e anche se in qualche maniera fosse venuto a sapere che era stata portata in Questura per aver bucato un rosso col motorino (con la macchina no, essendo minorenne), da cittadino gradirei che continuasse a lavorare sul futuro del mio Paese, e non che facesse telefonare alla stessa Questura, sostenendo il falso (in una maniera che potrebbe tra l'altro provocare un incidente diplomatico anche grave), per farla affidare a una persona che non la conosce neppure. Oppure non è andata così?

Davvero, signor Presidente del Consiglio, perchè non prova per un attimo a mettersi nei miei panni di cittadino, che non ha votato per lei, ma che è leggermente infastidito anche solo dalle voci che Lei abbia fatto una cosa del genere?

calore, splendore


Glow - Donavon Frankenreiter (2010)


Eccolo, il nuovo di Donavon. L'amicone di Jack Johnson, non si differenzia poi molto dal suo genere, se non per il timbro vocale (e pure quello non è che sia così diverso...). Ma a me piace.

Qualcuno definisce il genere surf rock, ma attenzione, ribadisco, non pensiate di trovarvi davanti a qualcosa che somigli lontanemente a punk rock. Surf perchè, come appunto Jack, Donavon è un surfista professionista. Evidentemente, questo tipo di musica, che io definisco sempre da falò, e che attinge vagamente dalla tradizione polinesiana e hawaiana in particolare, innestandosi su basi rock-ballad classiche, non disdegnando il funk (ma ci sono perfino dei richiami agli U2, vedi Shadows), con largo uso di chitarre acustiche e ukulele, è quella che, secondo loro, ricorda le onde, la delicatezza della cavalcata sull'acqua.

Delicatissima Keeping Me Away, dove scopro la voce femminile di MoZella, che devo dire si sposa splendidamente con la voce un po' roca di Donavon. Intendiamoci: come detto già per Johnson, questi due fanno sempre lo stesso disco. Ma ogni tanto fa bene ascoltarli.

Asperger



Adam - di Max Mayer (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: storia di uno svarvolato ma non troppo

Adam Raki è un giovane ingegnere esperto di elettronica, che svolge un lavoro non troppo qualificante, di sicuro al di sotto delle sue possibilità. Vive con il padre, ha la passione dell'astronomia, ha un'intelligenza brillante e intuitiva. Ha un problema: soffre della sindrome di Asperger, che lo costringe ad una pressoché totale mancanza di vita sociale. Una delle caratteristiche salienti della suddetta sindrome, è l'assenza delle capacità di distinguere i toni dei discorsi degli altri, le sfumature, l'ironia, tutta una serie di goffaggini che gli inibiscono di raggiungere un minimo di empatia con gli altri.
Il padre muore. I cambiamenti, anche quelli minimi, destabilizzano chiunque, ma ancor di più chi soffre dell'Asperger. Adam eredita ovviamente l'appartamento dove ha sempre vissuto, ma naturalmente si chiude ancora di più in se stesso. Ma, nello stesso palazzo, arriva Beth Buchwald, una giovane educatrice, ma pure scrittrice, con la necessità di ridisegnare la sua vita dopo la fine di un rapporto di coppia finito male. I due si conoscono, Beth è incuriosita da quel giovane carino che ha qualcosa di strano ma non sa cosa, e addirittura nasce una specie d'amore. Non sono tutte, come si dice, rose e fiori, però...
Film distribuito poco e male da noi, uscito in un periodo (maggio) infelice, nel quale gli italiani non sono abituati ad andare al cinema, Adam è il secondo lungometraggio per il cinema di Mayer, che però ha lavorato per la televisione (West Wing, Alias e Family Law). E' un lavoro piuttosto interessante, ben girato con una regia per nulla protagonista, non geniale ma onesta, su un argomento (l'handicap, in generale) più volte trattato al cinema, affrontato con garbo ma senza troppi sconti. C'è romanticismo ma senza troppa melassa, si fa qualche risata, la coppia di attori protagonisti se la cava molto bene (ed è quindi ben diretta), il finale più che accettabile. Se si aggiunge il fatto che ci mostra un handicap poco conosciuto, la sufficienza è ampiamente meritata, e chissà che Mayer non cresca nel prossimo futuro.

Mi piace farvi notare un particolare che sottolinea giustamente Lorenzo Pedrazzi su Spaziofilm.it nella sua recensione: la tagline originale, presente nella locandina, perde la sfumatura del gioco di parole nella corretta traduzione italiana. Peccato, ma è corretto anche farlo notare.

20101030

compendio


Halcyon Digest - Deerhunter (2010)

Chitarrine con poca distorsione ma con molto reverbero, elettronica di supporto, qualche sassofono (Coronado), banjo (Revival), per il quarto disco del quartetto di Atlanta. Una delle varie forme di indie-rock, post tutto, che ingloba elementi disparati, la voce stentorea di Bradford Cox, che parla (canta) malinconicamente di ricordi e nostalgie, con melodie asimmetriche e delicatissime. Un disco piacevole, perfino per me che non amo molto questo approccio musicale. Pezzo preferito Desire Lines.

sotto terra


Buried - Sepolto - di Rodrigo Cortés (2010)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: o un faceva prima se s'ammazzava?


Paul Conroy fa l'autista in Iraq, il contractor, come si dice in gergo per quelli che lavorano nelle zone di guerra non essendo militari. Il film comincia, e Paul è chiuso dentro una cassa di legno, sotto terra. Con lui, un accendino zippo, un cellulare (che non è il suo), una matita, una fiaschetta con qualcosa di alcolico da bere, un coltellino. Cos'è accaduto? Chi lo ha sepolto vivo?


Secondo film per lo spagnolo Cortés, primo conosciuto a livello mondiale, dopo il debutto Concursante, Buried era sicuramente una sfida: 90 minuti con un solo attore, confinato nello spazio di una cassa di legno, probabilmente sarebbero stati molto difficili anche per Hitchcock, maestro al quale lo spagnolo è stato (piuttosto incautamente e parecchio avventatamente) avvicinato, e al quale dice di ispirarsi da sempre. Direi che la sfida finisce in pareggio, perchè Buried non è né un capolavoro, ma non è neppure un brutto film. La cosa brutta è che è un film innocuo, non dico insignificante perchè capisco che è un aggettivo molto offensivo, e per spingere a livello pubblicitario questo film si capisce che è stato speso molto, quindi glielo risparmio.

Il primo errore, a mio giudizio, sta nella scelta dell'unico attore. Ryan Reynolds sicuramente rilascia la sua migliore prova di sempre, ma non riesce a diventare un tutt'uno con lo spettatore. Non c'è empatia, non c'è sofferenza, non c'è immedesimazione, cose fondamentali, basilari, per una storia come questa. Se non c'è tutto ciò, il film risulta inutile. Il secondo, sempre secondo chi vi scrive, è che la sceneggiatura stessa è rimasta in dubbio davanti ad un bivio. Si poteva scegliere di scendere nel particolare, nella vita privata precedente del protagonista, ed andare così verso il rischio di una deriva emozional-melodrammatica, oppure cercare di caratterizzare politicamente il tutto, denunciando il (vero?) rischio che corrono anche i civili nelle zone di guerra (tralasciando il fatto che, esclusi quelli che vivono a Pitcairn, e forse nemmeno loro, lo sanno benissimo tutti), e sputtanando l'US Army che di tragedie come queste ne avrà conosciute a bizzeffe, ma insieme ai media embedded si sono guardati bene dal rendere note.

Invece si sceglie una via di mezzo che lascia tutte le porte aperte, ma non le approfondisce. Ne rimane solo una spalancata: la possibilità di farne una parodia di pochi secondi per uno spot di un modello di cellulare, o di una compagnia telefonica.

Il protagonista vero del film è infatti il cellulare che, questo si, si capisce davvero poco, il o i rapitori di Paul gli lasciano in dotazione, tra l'altro pure bello carico e (sepolto) in una zona con un segnale piuttosto buono. Tra l'altro, mi sovviene in questo momento: ecco un motivo per cui Hitchcock sarebbe stato in difficoltà per girare una storia come questa.

Molti recensori hanno lodato il finale. Io trovo che qualsiasi altro finale avrebbe immediatamente trasformato un film così così in una stronzata di dimensioni epocali. Per cui, andiamoci piano a dare meriti.

Direi, in fondo, che per questo film la frase fatta "un'occasione mancata" calza a pennello.

20101029

ruby

Un pezzo sempre attuale.

ripercorrere


Re-Traced - Cynic (2010)


Questo EP degli statunitensi, pubblicato nel maggio di questo anno, sembra segnare una decisa svolta rispetto al passato, svolta che già si intuiva col precedente Traced In Air. E' un po' il destino delle band estremamente tecniche, evolversi e lasciare il genere dal quale partono, soprattutto se questo è death metal. La curiosità è che 4 dei 5 pezzi contenuti sul disco sono rivisitazioni di 4 pezzi già presenti sul disco precedente, e vanno decisamente verso un suono pulito, leggero in senso buono, quasi etereo. Si tratta di Space (era The Space For This), Evolutionary (Evolutionary Sleeper), King (King Of Those Who Know) e Integral (Integral Birth), corroborate dal bell'inedito Wheels Within Wheels.

Vedremo nel prossimo futuro quali frutti potrà dare questa strana commistione di jazz fusion con echi di death metal, ma tenete presente che siamo più dalle parti degli Incubus che da quelle degli Shining. Anche se i Cynic, a mio parere, sono più originali della band di Brandon Boyd

copie conforme


Copia conforme - di Abbas Kiarostami (2010)

Giudizio sintetico: da evitare (1/5)
Giudizio vernacolare: cheppalle!!

Siamo in un borgo toscano. Uno scrittore storico dell'arte, James Miller, presenta il suo nuovo libro, nel quale sostiene lo strettissimo legame tra una copia e l'originale, in alcuni casi addirittura la sua superiorità, comunque il suo valore artistico. Una antiquaria di origine francese, che vive nel borgo assieme al figlio adolescente, un marito non pervenuto, assiste interessatissima alla conferenza stampa, attirata dallo scrittore, e dopo fa di tutto per incontrarlo. Il giorno seguente si incontrano, e si recano insieme in un paesino vicino. Lì, mentre bevono un caffè in un bar, e l'uomo esce per una telefonata, la proprietaria del bar si rivolge alla donna come se fossero una coppia, e lei sta al gioco. Quando lui rientra, anch'egli si presta. Da lì in avanti, la finzione (nella finzione) prosegue, dando vita ad una sorta di dramma, nel quale la donna riversa sull'estraneo le sue frustrazioni coniugali e di madre, mentre l'uomo si difende come può.

L'idea sarebbe anche interessante, e filosoficamente valida, riprendendo tra l'altro un tema caro al grandissimo regista iraniano, quello del suo vecchio Close Up (1990), con l'amico e collega Mohsen Makhmalbaf. Gli attori ci sono, perchè la Binoche, anche senza essere messa giù da gara è sempre la Binoche, e il semi-debuttante William Shimell, baritono inglese affermato, non se la cava affatto male. Lo sfondo, incantevole, di Lucignano e Cortona, la mano attenta ed esperta di Kiarostami, che tanti bei film ci ha regalato (Il sapore della ciliegia, Il vento ci porterà via, e altri). Quindi, perchè aspettarsi un brutto film? Infatti, non me lo aspettavo. Invece, una pellicola di una noia mortale, una serie estenuante di dialoghi, meglio, litigi su luoghi comuni della coppia in crisi, e tutto il resto che passa sullo sfondo, con lo spettatore attonito ma più intontito, che sprofonda nella poltroncina senza neppure la forza di alzarsi e andarsene, da tante chiacchiere insulse.
Tremenda delusione.

20101028

migliori amici?


Best Friends? - Brad (2010)

Fa sempre piacere un disco dei Brad. Anche se si sa già cosa aspettarsi. Quella miscela strana-ma-anche-no di rock reso soffice dal pianoforte, tutto venato da un sano amore per il soul, che un po' come nel vino, si sente solo lontano, nel retrogusto (beh, non solo lontano: ascoltate l'inizio di Every Whisper, oppure l'intera Bless Me Father). Quei ritmi di batteria (alla batteria c'è il "vecchio" Regan Hagar) scanditi, quei tempi classici che lasciano il batterista libero di fare rullate, controtempi, basta che ogni tanto ti ricordi di pestare sul rullante per richiamare la battuta. Quelle pennate di chitarra ariose, che lasciano libera la voce di Shawn "ciccio" Smith, quella voce dal timbro difficilmente descrivibile, calda come un caminetto e vellutata come uno yogurt alla vaniglia, libera, dicevo, di accarezzare l'ascoltatore.
Ci sono anche un paio di episodi molto ritmati, curiosamente uno dietro l'altro, Low e Oh My Goodness (il cui riff portante sembra proprio scippato al repertorio dei Pearl Jam degli ultimi dischi, ma del resto sapete che il chitarrista dei Brad è proprio Stone Gossard).
Pezzo favorito: Rush Hour, con un finale in crescendo da brividi.

money never sleeps


Wall Street: il denaro non dorme mai - di Oliver Stone (2010)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: fa caà


Siamo nel 2008, e Gordon Gekko è ancora vivo e vegeto. E' uscito di prigione nel 2001, dopo aver scontato una pena di 8 anni per insider trading ed altre amenità, sembra un uomo diverso. Scrive perfino un libro dal titolo L'avidità è buona?, e va in giro a tenere conferenze dove mette in guardia giovani studenti di economia e curiosi, sulla prossima bolla speculativa, che scoppierà presto e travolgerà tutto e tutti.

Quando è uscito di prigione però, non c'era nessuno ad attenderlo. Nemmeno la figlia Winnie.

Winnie è un po' il suo opposto. Pacata, dolce, democratica e idealista. Di lavoro fa la webmaster del sito dei Democratici, appunto. Convive con Jacob, che fa il broker per una banca di investimenti, ed è un deciso sostenitore delle energie eco-sostenibili. Jacob è abbastanza sveglio, ed è affascinato dal padre di Winnie, padre che Winnie non vuol più vedere.

Il capo di Jacob, Lewis Zabel, proprio in quei giorni, gli consegna un bonus di un milione e mezzo di dollari, invitandolo a sposarsi con Winnie e a godersi la vita finché è in tempo. Jacob, dopo aver comprato un bell'anello per Winnie, investe il resto nella stessa società per cui lavora, incurante delle avvisaglie di crisi. Il giorno seguente, l'economia intera comincia a crollare.

E' l'inizio di una serie di eventi che sconvolgeranno la vita di molti.


Certo, gli eventi del 2008 avevano reso l'occasione ghiotta. Un sequel di un grande film, quale era stato Wall Street nel 1987. Oliver Stone, ormai lo conosciamo anche senza essere intimi: è un Gordon Gekko della pellicola. Ingordo, pieno di sé, ma questo non gli ha impedito di darci grandi film, come pure di compiere grandi passi falsi. Questo secondo Wall Street non è un granché, diciamolo chiaramente. E' debordante, esagerato, complesso nella trama (non abbiate però paura, sembra complesso ma alla fine non lo è, anche se come me non siete degli esperti di economia), ma alla fine esile nei risultati, e piuttosto accomodante nel finale. Le molte trovate registiche appesantiscono il film [split screen, transizioni circolari (iris transition, come nei titoli di testa dei film di 007)], anche se non è in discussione la maestria di Stone dietro alla macchina da presa (la sequenza iniziale, per dirne una), ma queste non sono il peggior difetto, e neppure la durata, decisamente eccessiva. Quello che non si comprende è "il colore" dei protagonisti, che rimangono tutti in mezzo ad un guado. Gekko, la figlia, Jacob, perfino il perfido Bretton James (interpretato da Josh Brolin), alla fine sembra quasi uscire assolto dalla storia. Attori che paiono incapaci, a parte Douglas, sempre all'altezza anche da pensionato (da LaBoeuf ce lo potevamo aspettare, ma da Brolin e dalla Mulligan non proprio), e un finale veramente fastidioso, fanno uscire dalla sala con un grande disappunto.

20101027

apocalisse


Baalstorm, Sing Omega - Current 93 (2010)

Incuriosito per aver sentito parlare spesso di David Tibet, ho provato ad ascoltare il nuovo disco della sua creatura, i Current 93. Personaggio quantomeno particolare, ha collaborato con molti nomi noti, concorrendo a lanciarne molti (Antony & The Johnsons per citarne uno), Tibet è quasi ossessionato dall'apocalisse, ed i suoi testi vertono sul tema. Il genere è infatti universalmente riconosciuto come apocalyptic folk, e il disco, che sicuramente in altri luoghi troverete recensito come si deve da persone che lo seguono e che se ne intendono di più, è una sequela di litanie piuttosto angoscianti, malinconiche, barocche, dove piano (a cura di Baby Dee), archi e organo formano il tappeto sonoro sopra il quale Tibet "recita" i suoi testi con teatralità spiccata e un trasporto melodrammatico spesso impressionante. Scrosci di pioggia, vento, e voci di bambini completano il quadro, come detto, cupo e angosciante.
Non per tutti.

I Love You Philip Morris


Colpo di fulmine: il mago della truffa - di Glenn Ficarra e John Requa (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: sconcrusionato

Texas. Steven Russell è un cittadino modello, almeno all'apparenza. Felicemente sposato con prole, poliziotto locale, sempre sorridente e cordiale. Un incidente d'auto gli dà la spinta per cambiare radicalmente la sua vita, fare coming out (è gay da sempre), lasciare amichevolmente moglie e figlia, trasferirsi in Florida e cercare di vivere alla grande. Ma per vivere alla grande ci vogliono tanti tanti soldi. Steven è creativo, molto creativo. E sa vendersi bene. Comincia una serie sempre più complessa di truffe, che lo portano in carcere. Lì conosce Philip Morris, gay pure lui, ma caratterialmente il suo opposto. Gli opposti si attraggono, e così è. Ma per Steven, anche una volta fuori e felicemente accompagnato con Philip, la truffa è una sorta di droga.

Debutto alla regia di questa coppia originariamente di sceneggiatori, apprezzati per il lavoro fatto con Babbo bastardo. Film coloratissimo, pieno di colpi di scena, fondamentalmente confusionario, mette in luce buone potenzialità e, al tempo stesso, la necessità di un maggiore controllo, di focalizzare meglio gli obiettivi dei quali i due sono alla ricerca. E' inoltre, uno di quei film che soffre la presenza di un Jim Carrey (Steven Russell) sopra le righe, anche lui difficilmente controllabile, che quasi sempre riesce a deviare l'attenzione dello spettatore rispetto a quello che il film cerca di dire.
Nonostante ciò, il film ha avuto dei grossi problemi di distribuzione anche negli USA, tanto è vero che, a quanto risulta da imdb.com, pur essendo stato presentato al Sundance del gennaio 2009, la data di uscita statunitense è fissata al 3 dicembre 2010; in Italia è stato distribuito in aprile del 2010, e davvero non si capisce il motivo, anche se si parla di omosessualità per tutto il film, ma non certo in maniera troppo scurrile. Anzi, l'impressione che ho avuto è che la si presenti in maniera un po' troppo macchiettistica, non proprio lusinghiera. A distanza di mesi, inoltre, sono ancora qui a chiedermi se l'accenno all'AIDS presente nel film non sia quasi offensivo. Di certo, fa pensare, il fatto che sia così semplice (almeno, così pare vedendo il film), falsificare analisi in modo da risultare affetto da questa malattia. E' forse in questa parte che si notano delle velleità di comicità politically incorrect alla fratelli Farrelly; non proprio riuscita, direi.
Molte critiche sottolineano quanto sia bravo Ewan McGregor a recitare la checca gentile (Philip Morris); non mi trovo d'accordo, tanto è vero che la parte mi ricorda molto quella che lo stesso McGregor ne L'uomo nell'ombra, e lì il suo personaggio è etero. Meglio i personaggi secondari interpretati da Leslie Mann (Debbie, la moglie di Steven) e Rodrigo Santoro (Jimmy Kemple, il primo fidanzato di Steven).
In definitiva, di certo non un film fondamentale. Orrenda la traduzione italiana del titolo.

20101026

adozioni a distanza

L'amica Susy si occupa (anche) di adozioni a distanza. Cosa nobile. Ve le sottopongo. Contattatela se anche solo volete informazioni.
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Nome: Consolata Atieno Sigar
Data di Nascita : Giugno 1995
Residente a Kajulu – Kisumu - Kenya
Scuola: uscita dalla “Primary school” come 7° migliore studentessa su 60 alunni, frequenta ora la prima classe della scuola superiore femminile “Bishop Okoth Mbaga”; college a tempo pieno.
Materie preferite: inglese e matematica
Famiglia: orfana di entrambi i genitori, ha una sorella che vive con un’altra famiglia. Sostenuta fino a qualche mese fa da un volontario di Dream Again, Jack Obero che, avendo perso il lavoro 3 mesi fa ed avendo a carico già 4 figli, è stato costretto ad interrompere il sostegno economico.

Proposta di adozione: si tratta di coprire il saldo scoperto dell’anno in corso (documento allegato) di circa 115 euro e proseguire nel sostegno dei prossimi 3 anni per un importo pari a circa 300 euro l’anno, 25 euro al mese.
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Nome: Ineah Habazi
Data di nascita: 26 agosto 1992
Residente a Kajulu – Kisumu – Kenya
Scuola: frequenta il 3° anno della scuola superiore “Joel Omino”
Materie preferite: inglese e geografia
Famiglia: figlio di genitori separati, abbandonato a se stesso in giovane età, vive presso una parente anziana, già madre di 6 figli, nella baraccopoli di Nyelenda. Fino ad oggi ha studiato grazie al supporto di un volontario di Dream Again, John Oduor. Quest’ultimo negli ultimi anni ha visto crollare i propri affari ed attualmente ha difficoltà a sostenere la sua stessa famiglia (moglie e figlio). Suo malgrado ha dovuto sospendere il sostegno a Ineah.

Proposta di adozione: si tratta di coprire il saldo dell’anno in corso (in allegato) di circa 95 euro e sostenere le spese del prossimo anno (100 euro circa)
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Nome: Emmanuel Martin Otieno
Data di nascita: 14 novembre 1996
Residente: Kajulu Kadero – Kisumu – Kenya
Scuola: frequenta l’ultimo anno alla “Kianjia Primary School” dove risulta essere il 4° migliore studente su 750 alunni.
Famiglia: orfano di entrambi i genitori, vive con un parente disoccupato nella comunità della tribù Luo
Hobby: lettura, soprattutto racconti
Sogno nel cassetto: diventare pilota

Proposta di adozione: si tratta di coprire le spese per la scuola superiore a tempo pieno, una sorta di college dove i ragazzi oltre a beneficiare dei pasti possono dormire. Il costo annuale della scuola è di 300 euro, 25 euro al mese. Il percorso formativo è di 4 anni.
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Nome: Brian Jairo Omondi
Data di nascita: 21 settembre 1993
Residente a Kajulu – Kisumu – Kenya
Scuola: frequenta il 2° anno della scuola superiore maschile “Miwani”, 6° miglior studente su 91.
Materie preferite: storia
Hobbies: giocare a calcio e fare amicizia
Famiglia: vive con la madre disoccupata, orfano di padre. Tribù Luo.

Proposta di adozione: si tratta di coprire il saldo dell’anno in corso (in allegato) di circa 30 euro e sostenere le spese dei prossimi due anni (circa 25 euro al mese). Sostenere le spese della scuola superiore significa anche alleggerire la madre sul mantenimento del figlio, in quanto la scuola offre vitto e alloggio.
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Per tutti e quattro, l'associazione garante è Hemerging Humanity in collaborazione con la Community Development of Kisumu “Dream Again”

Referente italiana: Susanna Ureni 329/6233982
jamilashiva@yahoo.it

good peace


Buona pace - Cor Veleno (2010)

Buon dischetto questo ennesimo dei romani Primo, Grandi Numeri e dj Squarta. Siamo a metà tra il rap "da classifica", definizione tirata per i capelli, e quello militante, ma i testi sono abbastanza schierati e mai mielosi. Nonostante le collaborazioni del passato (Jovanotti, Tormento), il linguaggio è più quello della strada che da serenata rap. Ci sono anche pezzi con una buona potenzialità orecchiabile (L'odore del mare, Spezzami l'anima con Martina May Poggi, Bam Bam), e basi belle ritmate.
Niente male.

hunger strike


Hunger - di Steve McQueen (2008)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: firme inniorante

1981, carcere di Long Kesh, Irlanda del Nord. Nella parte del carcere chiamata Maze, negli H-Blocks, dove sono detenuti parecchi militanti dell'I.R.A., stanno andando in scena varie proteste, mentre i secondini sono impegnati a reprimere tutte queste proteste piuttosto energicamente dentro, e a guardarsi le spalle fuori dal carcere.
Dopo la blanket protest, per la quale i detenuti si rifiutavano di indossare le divise carcerarie e quindi stavano con addosso solo una coperta, la dirty protest, per cui spalmavano i propri escrementi sui muri delle celle e versavano l'orina sotto le porte, verso il corridoio, visto che quando andavano al bagno i secondini li massacravano di botte, e dopo il primo sciopero della fame, interrotto dai partecipanti prima della fine del 1980, ma che non aveva portato nessuna variazione nel loro status (erano considerati criminali comuni, e il governo Thatcher puntava proprio su questo per fiaccare l'intero movimento), Bobby Sands, Officer Commanding dei prigionieri I.R.A. a Long Kesh, decide di iniziare un secondo sciopero della fame, e stavolta di portarlo fino alle estreme conclusioni. A differenza del primo, in questo secondo Hunger Strike i partecipanti si sarebbero rifiutati di assumere cibo non tutti assieme, bensì a distanza di una o due settimane, proprio in modo da morire scaglionati nel tempo, e tenendo alta l'attenzione mediatica sulla loro protesta.

Già raccontandovi di cosa parla il film (che fa un riassunto, omettendo solamente il primo sciopero della fame), potete capire che ci troviamo di fronte ad una pellicola potenzialmente di grandissimo impatto. Dei fatti si occupò anni fa (1996) Una scelta d'amore, di Terry George, film dignitoso e toccante, ma questo Hunger del debuttante McQueen, che suscitò interesse nel 2008 a Cannes, vincendo la Golden Camera, e che in Italia passò esclusivamente al Torino Film Festival, è decisamente un pugno nello stomaco per lo spettatore.
Inizia con una sorta di manovra di accerchiamento, cominciando col seguire uno dei secondini, poi spostandosi su un nuovo arrivato dell'I.R.A., prima di arrivare al vero protagonista, uno
straordinario Michael Fassbender (visto proprio di recente in Fish Tank) nei panni di Bobby
Sands, aiutato da una fotografia tendente ai toni scuri, McQueen dà vita ad un lavoro davvero emozionante, che davvero non comprendiamo per quale motivo sia stato ignorato completamente dalla distribuzione italiana. Lo costruisce puntando la camera su particolari apparentemente insignificanti, ci proietta dentro l'atmosfera tesissima che si respirava all'epoca
e in quelle circostanze, usa pochissimi dialoghi nella prima parte, fa parlare le immagini, le facce degli attori e i politici alla radio, non ci risparmia nessun tipo di violenza, per arrivare al climax del film, il dialogo notturno tra Sands e padre Dominic Moran, momento sublime, in cui si discute l'eticità dello sciopero della fame che Sands ha appena annunciato. Dopo di che, i dialoghi tornano ad essere pressoché inutili, e si assiste al deperimento di Sands, e pure di questo non viene risparmiato niente.
Un film davvero bello, emotivamente coinvolgente, girato con notevole attenzione alle inquadrature, sorprendente per un debuttante. Come già detto, mai uscito in Italia.

20101025

rissa in galleria


83705CH1 - Betoschi (2010)


Progetto composto dai due fratelli Ferrari dei Verdena, e voluto da Paolo Serra (riporto dal IlMucchio.it, Coffe Orchestral, Laramie, Black Black Baobab, tutte band a me sconosciute), distribuito pare solo su vinile, il disco, della durata di una mezz'oretta circa, è più che altro una jam session a metà tra la psichedelia non troppo distorta (anche se dal vivo, ovviamente, i volumi e le distorsioni aumentano), e lo stoner meno spinto, con una spruzzata di pop alla Coldplay, per risultare ascoltabile, almeno in alcuni punti, e stranezze varie sparse qua e là (suoni di sveglia, telefoni, urla, campanelli) per dare al tutto un velo di mistero, che fa sempre figo.

A me non fa impazzire, ma può piacere.

il fiore che cresce ai bordi delle strade


Miral - di Julian Schnabel (2010)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: un po' troppo leccato


Miral è una bambina araba nata in Israele nei primissimi anni '70, da una madre dalla vita molto complicata, che si suicida quando lei ha solo 7 anni. Il padre, non certo, da solo non ce la fa ad educarla, e la conduce al Dar Al-Tifel, una scuola/orfanotrofio fondato per caso nel 1948 da Hind Al-Husseini, una donna palestinese straordinariamente forte, coraggiosa ed equilibrata; nel 1948, appunto, trovando, mentre si reca al suo posto di lavoro, 55 bambini palestinesi fuggiti ad un attacco di un gruppo paramilitare sionista, ai danni di un villaggio arabo-palestinese, pochi giorni prima della proclamazione dello Stato di Israele, decide di ospitarli per alcuni giorni nella sua grande casa. Hind è conscia di quello che sta accadendo, a dispetto dei suoni buoni rapporti con la comunità israeliana, come pure del fatto che l'unica speranza di salvezza e di convivenza, soprattutto per i palestinesi, sia l'istruzione, anche se dopo qualche decennio, cambierà idea, arrendendosi alla rovinosa spirale degli eventi. Miral dunque cresce sotto l'ala protettiva di Hind, finché all'età di 17 anni, per amore di un militante dell'OLP, si ritrova invischiata in un'azione terroristica, e di conseguenza davanti ad un bivio, ad una scelta di vita profonda, scelta nella quale la guida di Hind risulterà decisiva. Sullo sfondo del racconto, oltre 50 anni di conflitto israelo-palestinese.


Prosegue l'altalenante filmografia di Schnabel, genialoide artista pittorico "prestato" al cinema; debutto interessante ma non senza pecche con Basquiat, belli, strani e senza compromessi i seguenti Prima che sia notte e Lo scafando e la farfalla, così così quest'ultimo Miral. Troppo personale, evidentemente, il coinvolgimento, mettendo su pellicola il romanzo della sua attuale compagna Rula Jebreal, La strada dei fiori di Miral, la quale firma anche la sceneggiatura. Troppo leccata la fotografia, e troppo sottoutilizzati due fuoriclasse quali Willem Dafoe (Eddie) e Hiam Abbass (Hind), senza contare le semplificazioni della sceneggiatura, e il complesso avvicinamento al cuore della storia. C'è pure da dire che la bellissima Freida Pinto (The Millionaire), che interpreta Miral da grande, e che pure somiglia, in un certo qual modo, a Rula, che è ovviamente la persona sulla quale si basa la storia (anche se La strada dei fiori di Miral è si un'autobiografia, ma molto romanzata), è tutto fuorchè una grande attrice, capace di trasmettere forti emozioni, e quindi adatta ad una storia come doveva essere questa.

Aggiungeteci il fatto che Schnabel, a differenza di altre volte, si lascia andare poche volte alle sue invenzioni registiche, e questo alla fine compone il mezzo pasticcio. Tra l'altro, leggendo le recensioni dei professionisti, quelli insomma che hanno visto il film al Festival di Venezia o a quello di Toronto, si intuisce anche che il fatto di aver scelto la recitazione in inglese, soprattutto per la presenza della Pinto, appiattisce e snatura ancor di più i dialoghi, specialmente tra palestinesi, e pare (l'ho visto doppiato) che la Abbass reciti le frasi in arabo iniziando in arabo, appunto, e terminando in inglese. Per una volta, ci viene risparmiata una sofferenza, grazie al doppiaggio.

Un vero peccato, per un film su una questione si delicata, ma che ci ha regalato, anche solo negli ultimi anni, grandi grandi film, fatti da registi molto meno quotati di Schnabel. Magari è proprio questo il punto...

20101024

cenere alla cenere


Ashes To Ashes - Candlemass (2010)

Per chi, come me, li avesse dimenticati, questo cd contenuto nell'omonimo dvd live, ci ricorda che gli svedesi Candlemass, precursori del doom metal, sorpassato a destra dallo stoner più tardi, sono ancora vivi e suonano. Alla voce c'è lo statunitense Robert Lowe, un ennesimo "discepolo" di Ronnie James Dio, così come, in fondo, era lo stesso cantante storico dei Candlemass, Messiah Marcolin. Il live suona un po' fuori tempo massimo, ma a chi li ha conosciuti nel momento del loro massimo splendore può far piacere. Miscela di pezzi vecchissimi (addirittura da Epicus Doomicus Metallicus) e nuovissimi (dall'ultimo in studio Death Magic Dooom), è un disco onesto che però non suscita troppe emozioni, seppur ben suonato.

all american (women and) man


Brothers And Sisters - di Jon Robin Baitz - Stagione 4 (24 episodi; After Portsmouth/Berlanti Television/ABC Studios per ABC) - 2009/2010


B&S è, per una specie di cinefilo come me, sia pure autodidatta, un po' come quei dischi di cui ti vergogni ma dei quali non riesci a fare a meno, almeno per un periodo. Il problema è che le serie tv creano dipendenza, come tutti sappiamo. Ed ecco che se B&S dovesse chiudere, mi mancherebbe. Mi mancherebbero quelle canaglie degli sceneggiatori, come già detto in passato, che riescono a farmi sorridere (spesso a ridere proprio di gusto) e piangere dentro ogni dannato episodio.

Poco da aggiungere. Il cancro di Kitty, la politica (statunitense) vista dal di dentro seppur edulcorata (fino ad un certo punto, alla fine), l'amante francese di Sarah senza green card, i gravissimi problemi della Ojai (la crisi si sente, anche nei serial) e i disperati tentativi di tenerla in vita, tentativi che spaziano pure sul versante misterioso, per capire come mai c'è un ricatto di mezzo, il che sottintende che ci sia un valore occulto, i vari problemi sentimentali di tutti, adolescenti inclusi, i tentativi di creare una famiglia (o meglio un ulteriore ramo della), gay inclusi, le cene, i litigi, le soprese.

Brothers And Sisters usa ogni arma scorretta per prenderti sottilmente prigioniero. Con me c'è riuscito. E adesso che sta andando in onda la stagione 5 (i ganci finali della 4 sono micidiali), mi metto da parte gli episodi con cura, per poi vedermeli in qualche giorno a bocce ferme, e ridere e piangere e darmi (poi) dello stupido.

20101023

Richard David James

Perché magari c'è ancora qualcuno che non lo conosce e non sa chi sia. Un genio.

scrivere d'amore


Write About Love - Belle And Sebastian (2010)


Bravi son bravi. Le canzoni, per carità, le sanno scrivere, levigare, arrangiare, le melodie sono sempre molto carine, le voci che si intrecciano alla perfezione, le chitarrine che lambiscono le orecchie dell'ascoltatore così vellutate, come pure gli accompagnamenti con gli archi eccetera.

C'è pure qualche pezzo che ti rimane, è insomma, musica perfetta per essere fischiettata sotto la doccia o mentre si scende le scale per andare a un appuntamento senza importanza.

Un disco innocuo. Totalmente. Al punto che c'è perfino un duetto con Noia Jones.

il giustiziere della notte


Bronson - di Nicolas Winding Refn (2009)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: popo' di svarvolato lulì



Michael Gordon Peterson, nato il 6 dicembre del 1952 in Galles, ma cresciuto a Luton, è stato definito il carcerato più pericoloso d'Inghilterra. Se, con un minimo di conoscenza dell'inglese, provate a leggere la sua scheda Wikipedia, nell'immediato vi farete delle sonore risate, in seguito vi domanderete come si diventa un tipino così. Cotanto personaggio, seppur ancora vivo e vegeto (2500 flessioni al giorno, decine di libri all'attivo, poeta, pittore e maniaco del fitness, due matrimoni alle spalle e pure un figlio, 34 anni di carcere dei quali 30 in isolamento, condanna all'ergastolo), si merita pure un film. E così, in Inghilterra glielo hanno dedicato, ma il regista è, pensate, danese.


Ammetto la mia ignoranza, sia sul personaggio, sia sul regista (ma prometto di rifarmi nel prossimo futuro). Il film è di quelli belli strani, e non è quindi per tutti, ma giusto per chi vuole osare un tuffo nella sperimentazione e non si spaventa davanti a scene di una certa violenza. La messa in scena denota, oltre che uno stile alla Guy Ritchie, una forte influenza teatrale, la fotografia è spesso esasperata. Il personaggio Bronson/Peterson è dipinto come un ceffo che sembra uscito più dagli anni '20 che dai '70. Non cerca, né lui, né il film, di giustificare le sue scelte: sta allo spettatore giudicare. Siamo naturalmente di fronte a un matto con fortissima tendenza al sado-masochismo, che vive la prigione come un divertimento, non perde occasione per picchiarsi con i secondini, possibilmente completamente nudo, e non risparmia neppure chi pare considerarlo come una persona e non come un carcerato. Da quello che sembra, molte parti della sua vita (sembra un paradosso, per uno che ha passato praticamente tutta la vita dentro, ma è proprio così) sono state tralasciate, ma il lavoro coraggioso del regista, a mio parere va apprezzato. Il film, tra l'altro, fa molto ridere, in primis perchè il personaggio è davvero irresistibile.

Tutto il cast recita con una impostazione teatrale, come detto, quindi molto sopra le righe, ma il lavoro (recitazione, corpo e linguaggio) del protagonista Tom Hardy è, lasciatemelo dire, straordinario.


Film non uscito in Italia, ma presentato al Torino Film Festival nel novembre dello scorso anno.

20101022

arca


Ark - Brendan Perry (2010)


Brendan Perry, per chi non lo sapesse ex Dead Can Dance, torna ad incidere a distanza di 11 anni dal suo ultimo lavoro Eye Of The Hunter del 1999.

Polistrumentista e cantante, nato a Londra nel 1959, emigrato con la famiglia (di origini irlandesi) in Nuova Zelanda prima, e in Australia poi, quando già era musicista, residente in Irlanda adesso, Perry attraversa molti e differenti stili musicali, dal punk rock al gothic, dalla world music al rock con tanto di orchestra; questo Ark, tutto composto e suonato da solo, con l'aiuto di macchine, risulta arioso e intenso, tribale e maestoso. La voce è solenne, qualcuno l'ha paragonato a un sacerdote laico, l'orchestra sembra vera. Ritmi africano-arabeggianti, elettronico quanto basta, incedere lento, classe cristallina.

Un ascolto interessante, fuori dai generi.

il fiume di Londra




London River - di Rachid Bouchareb (2010)





Giudizio sintetico: da vedere (3/5)


Giudizio vernacolare: edu'ativo





2005, Elisabeth è un'energica vedova che vive nella deliziosa quiete rurale di Guernsey. Sua figlia Jane abita a Londra per studiare. Dopo qualche giorno che non si fa sentire, e che non richiama nonostante i numerosi messaggi che la madre le lascia nella segreteria telefonica, Elisabeth comincia a preoccuparsi, e si reca nella capitale inglese. Lì prende contatto con una realtà che è lontana anni luce da Guernsey. Quartieri interamente multietnici, gente che parla inglese con una certa difficoltà. Inizialmente molto diffidente, scopre che il padrone di casa di Jane è un immigrato dalla faccia da killer (e che fa il macellaio!), che però gentilissimo le dà tranquillamente le chiavi per poter stare nell'appartamento di sua figlia in attesa che si faccia viva. Inizia le ricerche, e si rende conto che Jane non dà più notizie di sé dal giorno degli attentati del 7 luglio. la polizia, ovviamente in affanno, non sa darle aiuto più di tanto.



La sua strada si incrocia con quella di Ousmane, un africano emigrato da anni in Francia, che non vede suo figlio da quando era piccolo, ma che è scomparso anche lui proprio in quei giorni. Le loro strade, appunto, si incrociano perchè, scoprono, i due ragazzi facevano coppia. Elisabeth, a questo punto diventa ancora più diffidente, soprattutto dopo aver scoperto che sua figlia, insieme al figlio di Ousmane, frequentava la moschea, e reagisce malamente. Ma, nonostante la preoccupazione cominci a divenire disperazione, la ragione alla fine prende il sopravvento.




Bel film, sussurrato anche se su un tema scottante, educativo anche se un po' didascalico, questo del francese di chiare origini maghrebine Bouchareb, tra l'altro con molta esperienza alle spalle, ma poca visibilità nel nostro paese. Un film chiaramente sull'arricchimento che deriva da più culture, dall'incontro possibile delle etnie, e perchè no, delle religioni. La diffidenza che abita il personaggio di Elisabeth è quella che abita un po' tutti noi: si spera che, prima o poi, anche la saggezza che, dopo l'iniziale diffidenza, prende il sopravvento, sia dentro di noi pure quella.


Camera attenta che segue i protagonisti nei minimi particolari, fotografia giusta per i luoghi, protagonisti due attori straordinari, Brenda Blethyn nei panni di Elisabeth e il meno conosciuto Sotigui Kouyaté nei panni di Ousmane (purtroppo deceduto quest'anno), che probabilmente non avrebbero avuto nemmeno bisogno di un bravo direttore d'orchestra per risultare bravi.


Da vedere, se possibile, in lingua originale, per apprezzare il francese della Blethyn (e pure quello di Kouyaté, soffice come zucchero filato), visto che i due personaggi dialogano in francese, pur essendo in Inghilterra, visto che Ousmane non sa una parola d'inglese.

20101021

teorie darwiniane


Darwin Deez - Darwin Deez (2010)


Darwin (che nomi, gli statunitensi) Smith, chitarrista indie-rock, dopo aver girovagato nell'underground newyorkese fonda una band, la chiama con il suo nome d'arte, e sforna un debut album. Questa la storia.

Il disco ha una manciata di singoli piuttosto orecchiabili, tutti usciti (Constellations, Radar Detector, Up In The Clouds) appunto come singoli.

Coordinate: Beck, ma soprattutto Julian Casablancas. Sbalorditiva (intesa in senso negativo per Darwin) la somiglianza del tutto, suoni compresi. Minimale, elettronico low-fi, vocina apprezzabilmente nu-crooner, chitarrine senza distorsione apprezzabile, vagamente nilerodgersiane.

Non so, l'impressione è che se il ragazzo non trova una via originale, durerà poco. Ma si sa, i pronostici sono fatti per essere smentiti.

numeri


La solitudine dei numeri primi - di Saverio Costanzo (2010)



Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: ma è di dariargento?



Torino. Alice e Mattia, adolescenti negli anni '80, nascono da famiglie agiate ma crescono ognuno con un trauma difficile da superare, che li segnerà per la vita, come appunto i numeri primi del titolo, numeri indivisibili se non per uno e per sé stessi. Si conoscono, si piacciono, continuano a sfiorarsi ma...



Tratto naturalmente dal libro omonimo di Paolo Giordano, best seller italiano di enorme successo, che non ho letto soprattutto per snobismo, il film ha profondamente diviso critica e pubblico. Costanzo, che apprezzo per un certo coraggio, sia nell'affrontare le storie, sia per il suo continuo darsi obiettivi differenti, rischia effettivamente di farsi prendere un po' troppo dalla smania di fare cinema d'autore, e sconfinare di conseguenza nel trash (che poi magari verrà rivalutato da chi non ha un cazzo da fare tra 20 anni, ma questo è un altro discorso). Nonostante tutto, alla fine c'è del buono sia nella storia, che Costanzo scrive con Giordano stesso, sia nella realizzazione, che in pratica vira il romanzo in chiave horror/thriller, con richiami evidentissimi allo stile di Dario Argento e perfino del Kubrick di Shining, e, a parte la fotografia, che molti hanno apprezzato, ma che non ho trovato così indovinata, se non nei colori cupi e nell'uso intenso delle ombreggiature, nell'uso un po' esagerato degli agenti atmosferici, e nei continui spostamenti temporali, si esce dalla sala effettivamente impensieriti da questi due personaggi fortemente traumatizzati e quindi disturbati, e dal loro girarsi intorno senza per questo "prendersi" definitivamente, abbandonandosi ad una, e forse unica, possibilità o parvenza di felicità terrena.

Grande lavoro fatto dai due protagonisti, Alba Rohrwacher (Alice) e Luca Marinelli (Mattia), sui corpi (lei dimagrita al limite dell'anoressia per il finale, lui ingrassato), un po' meno sulle espressioni nel caso di Marinelli, e cameo di Filippo Timi tutto da godere. Non convince la prova di Isabella Rossellini (Adele, la madre di Mattia), poco approfonditi i personaggi di contorno, e di conseguenza poco convincenti le loro prove attoriali; così così le prove dei bambini e dei giovanissimi attori presenti.

La musica originale, affidata a Mike Patton, non è male, mentre negli interventi con pezzi di altri spesso si sfiora il ridicolo (l'uso di Bette Davis Eyes nel finale è quasi imbarazzante).

Un film non completamente riuscito, quindi, per un regista che però rimane degno di stima, a mio parere.

20101020

caro caramba, sottotitolo: caramba che sorpresa

in questa strana giornata vengo fermato dai carabinieri.
sono dietro di me e mi fanno i fari, accosto e metto le 4 frecce.
esce un carabiniere e mi chiede:"sa perchè l'abbiamo fermata?"
io penso " c'avrò gli stop che non funzionano":"no!"
"doppio sorpasso in prossimità di un incrocio: è ritiro della patente!; patente e libretto"
io in una frazione di secondo penso a come cazzo fare senza patente e penso "non è possibile, faccio questa strada e questi sorpassi da 2 anni tutti i giorni,cazzo...
mi chiede che lavoro faccio e se mi serve la macchina per lavorare.
"si abito a 20 km dalla sede di lavoro"
"che sia la prima e ultima volta, signore!"
"grazie!"
a questo punto li seguo io per qualche kilomentro fino alla statale e cerco di capire se volergli bene a sti carabinieri perchè mi hanno graziato o se volergli male perchè mi hanno fermato per una leggerezza.
non mi do risposta!
però penso che in svizzera mi avrebbero tolto la patente senza pensare al mio personale sostentamento.
la terra dei cachi!

ventidieciventidieci

20 10 2010
data trinaria.
autunnale.
vaccininfluenzale.
rinazzinaspaynasale.
acarnevaleognischerzovale.

sogno fosfenico


Phosphene Dream - The Black Angels (2010)


Fondamentalmente, non ce l'ho con questo tipo di band, che chiamerei di revival se non avessi timore che fosse preso come un epiteto dispregiativo. E' solo che quasi sempre, mi sembrano inutili. Però, capisco che possano piacere, e pure molto, sia a giovani che con certi tipi di musica non hanno mai avuto a che fare, sia ad anziani colti da nostalgia. A volte, rientro pure io in quest'ultima categoria: basta una scintilla. Non è questo il caso, ed è per questo motivo che non capisco un certo clamore mediatico (limitato, sia chiaro, alle riviste specializzate), ma non è che si può sempre capire tutto. Sarebbe noioso.

Terzo disco per i texani di Austin The Black Angels, band che quelli bravi accostano ai 13th Floor Elevators (con i quali condividono la città d'origine), e a me che ho esperienza più limitata ricordano spesso i Doors, naturalmente con molta meno enfasi vocale, e pure più "spensierati", se mi passate il termine. Il disco è un florilegio di reverberi, tremoli, flanger, e chi più ne ha più ne metta, tutto teso alla ricerca di una dimensione psichedelica che, però, trovo molto più vicina all'ossessività dei Tinariwen che ai Black Angels. Ma, intendiamoci, è un'impressione personalissima.

I pezzi non sono nemmeno brutti, e funzionano quasi tutti. Ci sono quelli un po' più ye-ye (Telephone, Sunday Afternoon), e altri che tendono alla dilatazione psichedelica, ma che tutt'al più ricordano i migliori Black Rebel Motorcycle Club o, appunto, i Doors (Haunting At 1300 McKinley, River Of Blood).

e allora mango


Parafrasando McCarthy, ricordandovi che questo non è un blog per casalinghe, nonostante l'opposizione antidemocratica si ostini a sostenere il contrario, vorrei innanzitutto provare ad argomentare il perchè. Cucinare può anche essere piacevole, ho esperienza (poca) anch'io, ma preferisco fare altre cose, anche giacere sul divano guardandomi la mia serie preferita, o dormire, quando non lavoro (per il resto, come diciamo scherzosamente con la mia amica argentina, de coger ni hablemos). Ecco quindi che fassbinder viene incontro a voi che, logorati dalla vita moderna, non avete tempo per fare le casalinghe, ma volete ugualmente godere dei piaceri della buona tavola, con "ricette" e suggerimenti per cose veloci e poco complesse.


Se siete anche viaggiatori, almeno dell'anima, sappiate che in altre parti del globo esistono frutti da noi sconosciuti. O meglio, chi frequenta i supermercati (ma adesso si trovano anche dai fruttivendoli di quartiere), saprà che esistono tapioca, mango, papaya, avocado e tantissime altre cose "strane".


Parliamo del mango. E' un frutto dolcissimo, che però molto spesso, quando arriva da noi sa di detersivo. E' naturale che quelli mangiati dove cresce sono più gustosi e saporiti. Se però volete fare davvero i fighi, sappiate che in Colombia si mangia a fette (come quelle che noi facciamo col melone, naturalmente più piccole, date le dimensioni differenti tra mango e melone), con sale e pepe. Come antipasto, o come merenda.


Alla prossima.

acquario


Fish Tank - di Andrea Arnold (2010)


Giudizio sintetico: da vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: vita di merda dé


Mia, 15 anni, una sorella più piccola che presto diventerà come lei, e con la quale ha già un rapporto più che conflittuale, una madre troppo giovane e troppo insoddisfatta per riuscire ad essere davvero madre, e con la quale è scontro perenne, realtà suburbana (siamo nell'Essex), sottoproletaria inglese, casermoni impersonali, un carattere che dire spigoloso è poco, nessun amico, nessuna amica, istruzione intermittente, rischio continuo dell'affido ai servizi sociali, junk food, crescere in fretta senza avere esempi corretti da seguire. Unica passione: il ballo hip-hop.

Il nuovo fidanzato della madre, l'irlandese Connor, verso il quale ha una naturale diffidenza agli inizi, si rivela invece fonte di interesse, e viceversa. Finché...


Secondo lungometraggio della Arnold (che è già al lavoro sull'ennesima interpretazione di Cime tempestose della Bronte) dopo il promettente e cupo Red Road, questo Fish Tank ci conferma la "nascita" di una regista molto interessante. Viene naturale pensare alle cose di Ken Loach e di Mike Leigh, diversi critici la avvicinano pure a Truffaut, ma devo dire che la signora, che ha vinto un Oscar nel 2005 per il cortometraggio Wasp, ha una certa personalità, che "esce" dai suoi lavori.

Film che non giudica pur mettendo di fronte lo spettatore a temi non di poco conto, riesce al contempo a raccontare storie "tese", a dipingere molto bene le psicologie dei protagonisti, e, quando vuole, a creare forte tensione ed a mantenerla bella alta (il rapimento nella fase finale, quella della "vendetta" di Mia, ma tutta la seconda parte è, appunto, tesa). Inoltre, ha una bella mano che alterna, come dicevo anche nella recensione del film precedente, campi lunghi che riescono a poetizzare la desolazione, a primi piani nervosi che risultano necessari per mettere in scena i personaggi e le loro schizofrenie.

Fotografia che rispetta i colori tenui dell'Inghilterra, colonna sonora che segue quasi le regole Dogma, eccezionale prova della protagonista Katie Jarvis (Mia), debuttante assoluta (scoperta mentre litigava col suo ragazzo alla stazione), convincente in maniera prepotente.

20101019

un centesimo luccicante


Penny Sparkle - Blonde Redhead (2010)


Punto di arrivo di una metamorfosi, o punto di partenza di una mutazione, Penny Sparkle, ottavo disco del terzetto giappo-italo-canado-statunitense, pone i Blonde Redhead nella cerchia di band evocative dalle atmosfere oniriche e quasi liquide. Il primo nome che viene in mente, ascoltando questo disco, è quello degli indimenticabili Cocteau Twins, fatte le dovute differenze, in quanto Kazu Makino non è certo Liz Fraser, ma, intendiamoci, non se la cava affatto male con queste atmosfere praticamente dream-pop. Siamo da quelle parti, e altre assonanze che assalgono l'ascoltatore, scorrendo il disco che scivola via mai prepotente, ma ugualmente affascinante, sono Sigur Rós (diffusamente), Bjork (la title-track) e addirittura i Japan (in apertura di Oslo).

La parte centrale contiene le tracce che paiono meglio riuscite (My Plants Are Dead su tutte). Suoni rarefatti, elettronica minimale e tastiere avvolgenti come nebbia. Dai Sonic Youth ai Cocteau Twins il passo è lungo, ma interessante.

loong Boonmee raleuk chat


Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti - di Apichatpong Weerasethakul (2010)

Giudizio sintetico: da evitare (1/5)
Giudizio vernacolare: una delle più grosse mattonate dell'urtimi tempi

Boonmee è anziano e gravemente malato di reni; lo assiste un immigrato laotiano. Agricoltore ortofrutticolo e non solo, viene raggiunto dalla sorella della defunta moglie e dal nipote, che vogliono sincerarsi del suo stato di salute, mentre lui vuole vederli per "passare le consegne", visto che sente la morte vicina. Talmente vicina, che durante la prima cena condivisa con i familiari, ecco che appaiono intorno al tavolo il fantasma della moglie e una incarnazione non meglio definita del figlio scomparso da tempo immemorabile, sotto le spoglie di uno scimmione con gli occhi rossi e luminosi (una scimmia-fantasma, si definirà lui stesso). Ecco che da quel momento, inizia uno strano e straordinario cammino attraverso le probabili vite precedenti di Boonmee; anzi, probabilmente il viaggio è già iniziato nella bella ed evocativa scena iniziale del film, protagonista un bue (o un bisonte, perdonerete l'ignoranza). Cammino, viaggio, che porta Boonmee, che crede di essere accompagnato dalla famiglia, vivi e morti compresi, fino ad una grotta che simboleggia l'utero dal quale proviene: e lì, trova la morte.

Vincitore della Palma d'oro all'ultimo Festival di Cannes, il film dell'impronunciabile regista (e video-artista) tailandese è uno di quei film che non fa sconti. Divertentissimo leggersi le molte recensioni: panteismo, metafisica, reincarnazione, trasmigrazione dell'anima, trascendenza, queste le parole più spesso tirate in ballo, e colossali giri di parole per dire che il film è, in realtà, una mattonata di quelle paurose (il regista chiede molto allo spettatore per concedere pochissimo...occorre caparbietà per entrare nel mondo del regista...).
Chi mi conosce sa bene che non ho alcun preconcetto nei confronti delle cinematografie asiatiche, caratterizzate dal ritmo lento, estenuante, dai concetti fumosi ma fondamentalmente spirituali, martoriate dai doppiaggi italiani e dalle distribuzioni inesistenti. Ma, signore e signori, quando è troppo è troppo. Un lettore belga su imdb.com chiosa con "snobismo culturale al suo punto più alto", a proposito di questo film. Come dargli torto?
Camera fissa, inquadrature pseudo-pittoriche, trama assolutamente slegata e interpretazioni che minimali è dir poco, finale ancora più ermetico dell'inizio. Quasi insopportabile. Estenuante sicuramente. Sconsigliato vivamente.

20101018

cuore deserto


Wilderness Heart - Black Mountain (2010)

Non chiedetemi perchè, i Black Mountain mi hanno colpito con il loro terzo disco, anche se non è detto sia il loro migliore. Ennesimo combo canadese (da Vancouver), più solari dei Black Sabbath (e pure dei Led Zep, ai quali ovviamente si ispirano fin dal nome), tra le influenze più ovvie, e più pesanti degli (delle?) Heart, ai quali rassomigliano dannatamente nell'opener The Hair Song, e comunque diffusamente grazie alla voce di Amber Webber, la cui voce è ad ogni modo più rock di quella di entrambe le sorelle Wilson, ci deliziano con un hard rock super-classico e chiaramente ispirato ai seventies, usando spesso la doppia voce maschile/femminile, quindi oltre a quella di Amber anche quella di Stephen McBean, anche chitarrista. Stephen che, così come nei dischi precedenti, affonda le mani nei riff dell'immarcescibile Tony Iommi, corroborati dalle tastiere old-fashion di Jeremy Schmidt.
Sempre in bilico tra folk vagamente psichedelico, cosa che li ha fatto accostare da molti ai Jefferson Airplane (un po' esagerando), e, appunto, rifferama sabbathiano, il disco zigzaga tra le influenze, ma lascia un buon sapore.

la passione di Silvio (Orlando)


La passione - di Carlo Mazzacurati (2010)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: 'nzomma

Roma, Gianni Dubois è un regista cinematografico italiano considerato emergente. Non fa un film da oltre cinque anni, è in crisi di ispirazione, il suo produttore lo marca stretto, sempre più nervoso e indispettito, e come se non bastasse, la rottura di una tubatura nel suo appartamento nelle colline toscane rovina un antico e prezioso affresco sottostante, e lui vi si deve recare d'urgenza. Lì, nel grazioso borgo toscano, dapprima l'assessore lo fa sentire una merda, dopo di che lo fa convocare dal sindaco, una signora di mezza età ancora piacente (che se la fa con l'assessore). Il sindaco gli propone un buffo ricatto: o si presta a dirigere la Via Crucis, per la quale il paesino, fino a qualche anno prima, era famoso, oppure partirà la denuncia alle Belle Arti per il danneggiamento dell'affresco. Gianni non ha alternative, ed è quindi costretto a rimanere in Toscana, risucchiato in una situazione sempre più irreale: la signora che gli affitta una stanza lo molesta, lui si affida ad un ex galeotto come aiuto-regista, la parte di Gesù deve essere affidata ad Abbruscati, celebrità locale televisiva ma incapace come attore, il suo produttore gli combina un incontro con la stellina emergente della televisione, che accetta di farsi dirigere da lui per il suo debutto al cinema (e a lui non riesce di farsi venire uno straccio di idea), e nel frattempo le sue attenzioni sono tutte per Caterina, la barista polacca del paese, fidanzata con un musicista, con il quale le cose non vanno bene, che viene scelta da Ramiro (l'ex galeotto) per recitare la parte della Maddalena.

Intendiamoci, Mazzacurati fondamentalmente mi sta anche simpatico, pur senza conoscerlo. Ama la provincia, da questa parte sempre, o quasi, per le sue riflessioni su questa Italia, pregi e soprattutto difetti, e stavolta forse più delle altre volte ci mette dentro molto di suo, del suo ambiente, di quanto sia difficile fare cinema in Italia. Però, a dispetto di film deliziosi, che mi hanno letteralmente conquistato, in passato (Il toro, Vesna va veloce, La lingua del santo), ultimamente sembra aver perso un po' la bussola, bussola che pareva aver parzialmente ritrovato con il precedente La giusta distanza.
Questo La passione piace e diverte per un po', dopo di che si perde e si sfilaccia, senza che lo spettatore riesca a capire se e dove vuole arrivare. Silvio Orlando (Dubois) recita il personaggio che è solito recitare un po' in ogni film, Battiston (Ramiro) pure (e qui, anche, c'è un limite del regista), Messeri (l'assessore) e Sandrelli (il sindaco) fanno coppia come nell'ultimo Virzì, la Smutniak (Caterina) e la Capotondi (la stellina emergente) fanno la loro parte (meglio la prima della seconda), le battute e le situazioni spesso fanno ridere, ma la presunta catarsi che dovrebbe verificarsi durante la messa in scena della Via Crucis non coglie nel segno (e tra l'altro soffre di una fotografia che non riesce a dare profondità alla scena). Guzzanti (Abbruscati) sopra le righe, non riesce a dare quel qualcosa in più, o almeno ad integrarsi nel film, così come invece, ad esempio, accade in Boris con il suo personaggio schizoide (Guzzanti è indiscutibile, ma integrarlo con altri attori non è così facile come potrebbe sembrare).
Film incompleto, occasione mancata.

20101017

tre


AB III - Alter Bridge (2010)

Mark Tremonti, Scott Philips e Brian Marshall (chitarra, batteria e basso), probabilmente stanno lavorando su un esperimento, che senza dubbio è raro nel mondo musicale, almeno in quello strettamente rock. In pratica, come molti sanno, stanno alternando un disco con i Creed, dopo la riappacificazione con Scott Stapp, e uno con gli Alter Bridge, dove invece alla voce, nonchè alla seconda chitarra, c'è Myles Kennedy, enormemente più dotato vocalmente (e pure alla chitarra).
Chissà chi glielo fa fare. Sarebbe interessante chiederglielo. Detto questo, il terzo album (come dice il titolo) degli AB è una conferma della bontà della band, nell'ambito da essa calcato. Non ci sono sorprese, solo buone canzoni, lunghe cavalcate hard-rock, ariose aperture melodiche che fanno da tappeto alla grandiosa estensione vocale di Kennedy.
Il disco si lascia ascoltare alla grande, e può girare all'infinito nel lettore degli appassionati del genere, noi, che anche se all'apparenza facciamo di tutto per dissimularlo, siamo tamarri dentro, così come detto in occasione di questa recensione.
Ma, devo dirlo a malincuore, ci sono alcuni ma.
Il primo: gli assoli di Tremonti si lasciano sempre troppo attendere. E' incredibile, come ebbi già a dire, qui siamo alle prese con il primo guitar-hero timido.
Secondo: i pezzi memorabili non ci sono. Ce n'erano di più nei dischi precedenti, e ce ne sono in misura maggiore perfino nell'ultimo disco dei Creed. Apriamo una parentesi pure per dire che si va meglio quando siamo dalle parti delle ballads, o delle vie di mezzo. Il miglior pezzo del disco però, in assoluto, è I Know It Hurts. E questo significa che, quando c'è l'impegno e l'ispirazione, lasciare il segno si può.
Forse mi aspettavo da loro il disco definitivo. Invece, AB III è "solo" un buon disco, che suppongo non lascerà un ricordo indelebile. Time will tell.

pesi e misure

Epaminondas Korkoneas, il poliziotto greco accusato di aver causato la morte di Alexis Grigoropoulos, studente di 15 anni, nel dicembre del 2008, durante un corteo di protesta, lunedì scorso è stato condannato all'ergastolo.
Ora, lo dico sinceramente, sto ancora riflettendo se la pena non sia eccessiva. Ma così è.
Tra l'altro, Korkoneas si era pure dimostrato particolarmente non stupido, dichiarando al termine del processo "tutti siamo vittime, e io muoio un giorno dopo l'altro". E dico "non stupido" pensando a personaggi che si sono trovati in situazioni simili.

Pasolini, nella sua celebre Il PCI ai giovani!! diceva che simpatizzava coi poliziotti, perchè "i poliziotti sono figli di poveri", vengono da periferie eccetera eccetera.
Probabilmente, l'Italia, nonostante sia andata a destra, ha tenuto conto delle simpatie di Pasolini. Spaccarotella (condannato per omicidio colposo a 6 anni) e Placanica (prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi) ringraziano.
E dire che c'è ancora parecchia gente che pensa che i giudici italiani siano tutti di sinistra.

fumo iracheno


20 sigarette - di Aureliano Amadei (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: fuma fuma...

Nel 2003, Aureliano Amadei fu l'unico civile sopravvissuto alla ormai tristemente famosa "strage di Nassirya", in Iraq. Il film ci racconta, in pratica dalla sua viva voce, anche se usa un attore per interpretare se stesso, come arrivò lì, ingaggiato da Stefano Rolla, regista e documentarista italiano poco conosciuto, ma esperto del settore, che nell'attentato morì, come assistente. Lui, Aureliano, frequentatore di Centri Sociali, pacifista, aspirante regista, con fidanzata brasiliana e scopamica romana, si ritrova catapultato nell'Iraq lontano dall'essere pacificato, fraternizza con i soldati italiani dopo neppure 5 minuti di resistenza "ideologica", perchè in fondo sono ragazzi come lui, più o meno, non riesce neppure a terminare il pacchetto di sigarette che si è portato da casa che rimane gravemente ferito, appunto, nello scoppio del camion-bomba.
Molti muoiono, Stefano compreso, molti militari, ma Aureliano sopravvive, grazie a civili iracheni che lo portano all'ospedale statunitense, ed affronta una lunga convalescenza anche dopo essere stato rimpatriato; convalescenza che riuscirà ad affrontare anche grazie a Claudia, la scopamica di cui sopra, convalescenza che lo farà cambiare, o crescere, giudicherete voi.

E' un buon debutto, questo di Amadei, che naturalmente essendo stato, appunto, aspirante regista, dopo essere diventato scrittore (Venti sigarette a Nassirya, edito da Einaudi, scritto insieme a Francesco Trento), traspone il libro su pellicola. E' quasi sorprendente che riesca a non essere esageratamente indulgente (diciamo che poteva risparmiarci senza dubbio le scene di letto, ma capiamo che la Crescentini va usata anche così) con se stesso, e a rimanere tutto sommato molto obiettivo. Fatta eccezione, come detto, per qualche vezzo probabilmente evitabile, il film risulta, soprattutto nella parte centrale, molto convincente, e ci aiuta nella riflessione sia sul fatto, sia sull'intera struttura delle cosiddette "missioni di pace". Prendendo in prestito l'accezione di "italiano" dallo Stanis di Boris, il film riesce a non risultare troppo italiano, pur dovendolo rimanere. Povero di mezzi, Amadei se la cava benissimo anche nelle fasi concitatissime dell'attentato, e dirige gli attori dignitosamente. Se la Crescentini ultimamente recita sempre un po' la stessa parte, convincono soprattutto Giorgio Colangeli (Stefano Rolla) e il protagonista Vinicio Marchioni, nei panni di Amadei, faccia da schiaffi simpatica, che molti già conoscono per aver interpretato Il Freddo nella versione televisiva di Romanzo Criminale.
Sono curioso di vedere cosa ci riserverà Amadei per il futuro, avendo esaurito l'urgenza della sua esperienza di vita. Nel frattempo, il film merita di essere visto.

20101016

editoriAle flash

Siccome sapete tutti di cosa andrò a parlare, vado dritto al punto. Mi metto nei panni della madre. E sinceramente tutta questa pruriginosa corsa allo scoop, questo continuo rivoltare non nel torbido, ma nella merda vera e propria, mi ucciderebbe più di quanto non lo abbia già fatto la perdita.
Per cui, dico che il giornalismo italiano sta facendo una pessima figura. Tutto quanto.

Per passare velocissimamente ad altri argomenti, dopo questa notizia (il portavoce della Marcegaglia lascia l'incarico, di comune accordo con la Presidente di Confindustria, dopo il coinvolgimento nelle intercettazioni delle sue telefonate col giornalista Porro de Il Giornale), mi sembra inutile e pure un po' ridicolo che la stessa Marcegaglia lamenti "il teatrino schifoso" della vita pubblica italiana, e rivendicando l'autonomia e l'indipendenza di Confindustria rispetto alla politica. Chi non è scemo, ha capito da un po' che non è così, quindi, così come altri, soprattutto politici, sarebbe meglio tacere, si farebbe miglior figura.

nonostante tutto...


Nonostante l'arrivo deciso della brutta stagione, i giornalisti bravi titolerebbero "torna il sereno all'Ardenza". Oggi Livorno - Torino 2 a 1, partita combattuta, sofferta fino alla fine, giocata bene da entrambe le parti, con la superiorità divisa, se vogliamo riassumere molto grossolanamente, un tempo per parte (non è propriamente così, in effetti, ma non stiamo a guardare il pelo nell'uovo).
Questa vittoria casalinga vale molto di più di quella ottenuta neppure una settimana fa, contro il pur meritevole Cittadella per 3 a 0, e non solo per l'avversario, più blasonato e tecnicamente superiore (non del tutto, alla fine), quanto per il fatto di essere venuta alla fine di una prestazione convincente da parte di tutta la squadra, e non ultimo anche per la questione "stato di forma". In 7 giorni, 2 vittorie interne e un pareggio esterno, riacciuffato per i capelli ad onor del vero, che alla fine mostrano una squadra in buona forma fisica, che sta pian piano trovando la quadratura del cerchio.
Sia chiaro, non siamo qui a dire che andremo dritti in serie A: direi di toglierci una volta per tutte la questione dalla testa. Il massimo a cui può aspirare questo Livorno nuovo per, spesso, 7/8 undicesimi, sono i playoff, da disputare con dignità. Una stagione che faccia abituare i (pochi) tifosi rimasti sugli spalti alla serie cosiddetta cadetta, per fargli capire che questa è la nostra dimensione.
E non è detto che ci si arrivi, perchè la concorrenza è agguerrita e folta.
Detto questo, oggi finalmente, dopo parecchi mesi, le, come messo prima tra parentesi, poche persone che ancora vengono allo stadio Armando Picchi, hanno potuto assistere alla partita di una squadra motivata, battagliera, capace di creare palle gol (e di sbagliarne la maggior parte) come pure di soffrire chiudendosi a difendere il prezioso vantaggio, dopo aver traballato sotto i colpi del Toro ferito due volte; per la prima volta dopo molti mesi, chi vi scrive è scattato in piedi urlando con un misto di rabbia e gioia dopo un gol, certo di essere testimone ad un passo importante nella (ri)formazione di una squadra. E questa cosa, oggi, sui gradoni, la sentivano tutti.

Nella foto, tratta da qui, Romano Perticone, che dopo l'uscita di Tavano ha indossato la fascia di capitano, fascia che, a detta di chi vi scrive, dovrebbe appartenergli senza ulteriori indugi. Anche nel calcio, però, la meritocrazia non è il sistema in uso. Blasone (stantìo) e psicologia, spesso creano dei vicoli ciechi.

ricomincio da capo


E' già ieri - di Giulio Manfredonia 2004


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: ma anche vesto...mi pare d'avello già visto


Fan sfegatato di Antonio Albanese, sempre deluso dalle sue prove cinematografiche però, speravo che stavolta, lasciando la regia al suo ex aiuto e sorretto da uno script strepitoso (il film è il remake di "Ricomincio da capo" del 1993, con uno strepitoso Bill Murray), sarebbe riuscito finalmente a scatenare il suo immenso talento anche sugli schermi.

E invece continua ad esserci qualcosa che non va.

Tre o quattro momenti veramente esilaranti e un film che non riesce ad essere mai intenso come l'originale, nemmeno lontanamente, lasciano davvero l'amaro in bocca.


La storia è godibilissima (un giornalista televisivo stronzissimo si ritrova in una situazione che non gli piace, a dover rivivere all'infinito la stessa giornata), ma forse, confrontandola con l'originale, non riesce a creare il crescendo giusto nella disperata impotenza/onnipotenza del protagonista.

Irrisolto.

20101015

tha last samurai


L'Ultimo Samurai - di Edward Zwick 2004


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: ganzetto


Ponendomi alla visione de L'ultimo Samurai ero prevenutissimo, pronto a sorbirmi due ore di buonismo all'americana, megalomania a pacchi e un ennesimo tentativo da parte di Cruise, protagonista, di costruirsi una passerella verso l'agognato Oscar.

Invece, come neve al sole, mi sono sciolto lentamente, lasciandomi andare fino alle lacrime.


1870, Nathan Algren (Cruise), capitano che ha combattuto sotto Custer, alle prese con una profonda crisi di coscienza, alcolista, perseguitato dagli incubi e convinto, adesso, che la guerra contro i nativi americani è stata una mattanza tremenda e ingiustificata, fenomeno da baraccone e testimonial ante-litteram (per la Winchester), si lascia convincere dal denaro (e dall'unica arte che conosce, quella della guerra) ad andare in Giappone ad addestrare un esercito di raccogliticci che, per missione, hanno quella di sgominare le "sacche di resistenza" rappresentate dai samurai comandate dal mitico Katsumoto e dipinte dagli affaristi-avvoltoi che ruotano nell'orbita dell'Imperatore (anche qui, grandi elettori ante-litteram), come unico ostacolo alla modernizzazione del Sol Levante e alla creazione di un "paese civile".

Viene catturato dai samurai al primo scontro, e, risparmiato, viene a contatto con una cultura sconosciuta e affascinante, riuscendo a capire l'esatta dimensione dello scontro e prendendo posizione per una volta, dalla parte del più debole ma meno corrotto.


Prima parte decisamente superba, introspettiva, stranamente (per un film americano) rispettosa e quasi ossequiosa verso le filosofie orientali, nella seconda perde di energia "intelligente" ma punta direttamente sull'azione, dove grandi scene di battaglia cercano di coprire tortuosità nella trama e sbandate nella retorica.

Cruise a tratti sopra le righe (come ubriaco proprio non è credibile!), quasi offuscato dai co-protagonisti giapponesi Ken Watanabe (Katsumoto) e Hiroyuki Sanada (Ujio); Koyuki (Taka) superlativa, ti strega senza quasi parlare.

Un sacco di metafore neanche troppo nascoste, ci ricordano che nulla è cambiato nella logica del potere, della politica e quindi, della guerra.

Colossal intelligente.