No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20131231

i misteri del verme

De Vermis Mysteriis - High on Fire (2012)

E concludiamo l'anno in bellezza, recensendo un disco vecchio di un anno e passa, ma che mi è sembrato giusto ripescare. Gli High on Fire, band della quale vi ho già parlato in passato, sono un power trio con un chitarrista d'eccezione, Matt Pike (l'uomo che, come recita la sua scheda Wikipedia inglese, "he's quite well known in the metal scene for almost never wearing a shirt during live performances", come notavo ingenuamente alcuni anni fa), leader e pure cantante, il cui cantato ricorda spesso quello di Lemmy; questo è il loro sesto disco, che segue di un paio d'anni il precedente Snakes For the Divine, e devo dire che a mio giudizio denota un progresso da rimarcare. 
Le basi dalle quali partono Pike e la sua band sono il doom metal, e, inglobando elementi stoner, sludge, perfino speed e classic metal, forti di una tecnica invidiabile, hanno costruito il loro stile musicale che se da una parte li avvicina alle punte di diamante della nuova ondata del metal che riscuotono un discreto successo anche commerciale, vedi i Mastodon, dall'altra li rende piuttosto particolari. Non sono "lenti" come ci si aspetterebbe da una band di doom metal, sono complessi come se fossero prog, duri e incazzati, e naturalmente sono forti di uno stile chitarristico tecnico, pirotecnico, ma al tempo stesso funzionale alle canzoni. Pike eccelle sia nella solidità dei riff, sia negli assoli, e su questo disco lo dimostra ancora una volta: ascoltare, su tutte, la a dir poco maestosa King of Days.
Affidandosi a Kurt Ballou (si produttore, ma anche e soprattutto chitarrista dei Converge) come produttore stavolta, il suono degli HoF stavolta è veramente killer, ed il disco è una meraviglia sonora pesante da ascoltare.
Il disco è una sorta di concept, che, come spesso accade quando c'è Pike di mezzo, si ispira a concetti per così dire para-cristiani ma virati in chiave fanta-horror: il titolo è difatti ripreso da un racconto, una sorta di falso grimorio, scritto da Robert Bloch, l'autore di Psycho, ed inserito da H.P. Lovecraft, che era divenuto una sorta di mentore per Bloch, nell'universo dei Miti di Cthulhu. Nella storia che fa da filo conduttore ai testi di questo disco, si immagina che dall'Immacolata Concezione, Maria concepisca due gemelli, e che uno muoia al momento del parto, immolandosi per "lasciar vivere" il fratello Gesù; non contento dell'immaginario gemello, decisamente blasfemo, Pike immagina anche che questo gemello, Balteazeen, diventi un viaggiatore nel tempo, e per mezzo di un siero, per il quale invece si è ispirato ai racconti del ciclo di Conan Robert E. Howard, non possa morire (in realtà è già morto), visto che il siero gli permette di "indossare" corpi di altri, e continui a risvegliarsi in corpi diversi.
Disco intrigante, quindi, non solo dal punto di vista musicale, seppur leggermente datato (3 aprile 2012), niente di meglio per chiudere l'anno che ci sta lasciando.

20131230

canzoni a lungo dimenticate

Long Forgotten Songs: B-Sides & Covers (2000-2013) - Rise Against (2013)

Non so perché, ma ho come l'impressione che qui da noi i Rise Against siano poco conosciuti. Beh, se non è così chiedo scusa, ma se così invece fosse, questa è l'occasione buona per recuperare. Il 10 settembre 2013 è uscita questa compilation di rarità, che anche solo a scorrere i titoli, quelli delle cover soprattutto, dà la sensazione di dove siete andati a parare. Sia chiaro, tutto molto prevedibile da una band che non è altro che il proseguimento "sano" del discorso iniziato anni fa dai Black Flag, proseguito dai Bad Religion, ma che affonda le sue radici ben prima, e che, tutto sommato, seppur "contro", è sempre statunitense. Quindi, assieme ad (appunto) long forgotten song, troverete al tempo stesso pezzi originariamente inseriti in compilation come Rock Against Bush (Give it All), e pezzi inseriti nella colonna sonora di The Avengers (Dirt and Roses), cover di band tutto sommato famose come Black Flag (Nervous Breakdown), Minor Threat (Minor Threat), Sick of it All (Built to Last), punk band poco conosciute (tradizione punk, mi vengono in mente i Negazione che "regalano" 5 dei 30 minuti a loro disposizione sul palco del Monsters of Rock per fare una cover dei Kina), Face to Face (l'ottima Blind), Lifetime (Boy's No Good), cover di mostri sacri statunitensi, Bob Dylan (Ballad of Hollis Brown) e Bruce Springsteen (The Ghost of Tom Joad, versione live eseguita con ospiti d'eccezione, Tom Morello, che tra l'altro l'aveva già più volte eseguita e ri-registrata con i suoi RATM, Wayne Kramer degli MC5 e Brian Fallon dei The Gaslight Anthem), ma anche Nirvana (Sliver) e, udite udite, Journey (la bellissima Any Way You Want It); non mancano, naturalmente, sorprese o chicche quali Making Christmas di Danny Elfman, dalla colonna sonora di Nightmare Before Christmas, o la ormai mitica Little Boxes di Malvina Reynolds, di Weedsiana memoria, oltre che piena di storia (leggi anche Pete Seeger).
Disco piacevole, anche se mi rendo conto che non è l'aggettivo che vi aspettereste da un disco punk rock, ma sapete com'è, si cresce.

20131229

1922/1923

Downton Abbey - di Julian Fellowes - Stagione 4 (8 episodi + 1 speciale di Natale; ITV) - 2013

Febbraio 1922, sei mesi dopo lo speciale di Natale della stagione 3, A Journey to the Highlands, durante il quale la famiglia Crawley rende visita ai MacClare a Duneagle, appunto in Scozia, e al termine del quale l'amato Matthew, impaziente di vedere il suo primogenito appena nato, si schianta fuori strada con l'auto, morendo.
Lady Mary sta ancora rimpiangendo il marito, incapace di trovare un senso alla sua vita dopo la sua dipartita. La cosa influisce parecchio anche sulla sua maternità: la vedremo infatti di rado con il piccolo George in braccio. Downton ha ancora i suoi problemi, nonostante l'eredità di cui beneficiò Matthew l'abbia salvata, e di conseguenza Lord Grantham è in costante dibattito con Tom sulla gestione. Lady Mary è fuori dai giochi vista la sua apatia, al padre non pare vero, mentre Tom intravede in lei un'alleata, visto quanto era devota a Matthew, forte sostenitore del cambiamento e della gestione oculata, per mezzo di continue innovazioni. Ecco quindi che l'ex autista si rivolge a Carson, certo della sua influenza su Lady Mary, per scuoterla e riportarla alla vita reale.
Molesley è rimasto senza il suo impiego, in seguito alla morte di Matthew, e la contessa madre Violet cerca di rimediare in qualche modo. Miss O'Brien, come un fulmine a ciel sereno, lascia Downton per partire verso l'India, al servizio di Lady Flintshire; alla ricerca di un veloce rimpiazzo, la scelta di Lady Cora viene "pilotata" verso Edna, l'ex cameriera che nel frattempo ha studiato per diventare ladies' maid; Carson e mrs Hughes, ben al corrente di quello che era accaduto con Tom, lo mettono immediatamente in guardia.

E' inutile negarlo, seppure mi sia scoperto piuttosto "conservatore" in questo tipo di dipendenze, ma Downton Abbey ha perso un po' della sua forza dirompente, forza infusagli dalla classe che fotografa, aiutata naturalmente da grandi interpretazioni, ottima scrittura e dialoghi di alto livello. Questa quarta stagione spesso si avvita in storylines tutto sommato piuttosto inutili, irrisolte o risolte male, oppure ne riprende altre troppo ripetitive, che alla lunga stancano anche il telespettatore più attaccato alla storia e ai suoi personaggi.
Certo, rimane a deporre a suo favore il fascino dell'epopea, quello di una serie che ha già abbracciato oltre 10 anni di storia inglese e una Guerra Mondiale, decennio all'interno di un secolo che ha cambiato radicalmente la vita politica e sociale di una nazione e di un popolo sicuramente attaccato oltremodo alle proprie radici, visto dall'interno di una classe sociale privilegiata, e di conseguenza continuamente destabilizzata da un cambiamento così epocale. E, naturalmente, il bello deve ancora venire. Ci si augura un poco più di coraggio per il prosieguo, visto che gli ascolti inglesi sono non solo rimasti stabili, ma addirittura leggermente saliti, e che la serie è stata rinnovata per una quinta stagione, che andrà in onda a partire dal settembre 2014.

20131227

maestri del sesso

Masters of Sex - di Michelle Ashford - Stagione 1 (12 episodi; Showtime) - 2013

1956, St. Louis, Missouri. William H. Masters è il miglior chirurgo ostetrico in circolazione, e alla Washington University della città è trattato con i guanti bianchi: solo il suo nome porta alla clinica una enormità di clienti, e le sue capacità hanno fatto avere figli a tutte le personalità più influenti della città e dintorni. Nonostante abbia un trattamento particolare anche a livello economico, rispetto a tutti gli altri colleghi, Bill ha un'ossessione riguardo a studi piuttosto particolari, che vorrebbe portare avanti col benestare della clinica, ma, data l'epoca, pure lui si rende conto che non è cosa. Infatti, liberatosi dai pressanti impegni che il lavoro e la celebrità gli portano, ha assunto una prostituta, Betty, i cui amplessi lui segue da uno sgabuzzino attiguo mediante un buco nella parete, annotando come può le reazioni di lui e di lei. Lo studio a cui anela Bill è uno studio che sollevi il velo sul comportamento anche cerebrale del corpo umano durante il sesso, i suoi vari stadi, il raggiungimento degli orgasmi, e via discorrendo. Ma ci sono ancora un sacco di cose da imparare, anche per un luminare come Bill Masters: in un debriefing con Betty, scopre che lei ha finto l'orgasmo. E' una cosa normale, gli dice Betty, mentre Bill, come gran parte degli uomini, almeno fino agli anni '50, non si sarebbero mai sognati neppure di immaginare. Quello che preoccupa Bill, però, è soprattutto che i dati potrebbero rivelarsi inaffidabili: ci vuole sesso vero, non mercenario.
Ethan Haas è il protetto di Bill; giovane, brillante, pieno di speranze, alla ricerca del vero amore. E' particolarmente colpito da una nuova impiegata dell'ospedale, e ne parla a Bill, che come sempre ascolta senza interessarsi. La donna sta affrontando un secondo divorzio, ed ha due bambini piccoli. Bill, tutto concentrato sulla ricerca, gli risponde che sta per chiedere l'approvazione del provost dell'Università, Scully; Ethan è scettico, ma Bill controbatte che anche con l'approvazione, la ricerca sarà condotta in segreto.
Mentre Bill torna a casa dalla moglie Libby, Ethan accompagna a casa la nuova impiegata, Virginia Johnson. Paradossalmente, Bill ha dei problemi a concepire un figlio con Libby, e la convince che la colpa è della donna. Ethan rimedia una fellatio da Virginia, che si rivela molto libertina in fatto di sesso. Virginia si presenta, pochi giorni dopo, al colloquio per essere assunta come nuova segretaria del dottor Masters. Bill rimane molto colpito dalle opinioni della donna riguardo al sesso; Virginia dice di essere laureanda, cosa non vera, e subito dopo si iscrive al primo corso di laurea disponibile. Come che sia, viene assunta. Ethan continua la sua relazione con Virginia, rivelandole che i problemi di concepimento dei coniugi Masters sono dovuti a Bill, e non a Libby.
Masters, con l'aiuto di Virginia, che giorno dopo giorno si rivela sempre più importante per lo studio, e pure molto competente, mette a punto un dildo che monta una telecamera in miniatura, cosa che permette delle disturbanti, ma fondamentali riprese delle pareti vaginali interne. Lo strumento viene mostrato a Scully, sempre nell'ottica di convincerlo dell'importanza e della serietà della ricerca. Alla fine, Scully dà il suo consenso. Lo studio, tra mille difficoltà, va avanti comunque spedito, e comincia a generare problemi tra Ethan e Virginia; l'uomo le rimprovera di passare troppo tempo con Masters. I due rompono. Masters, che nel frattempo ha voluto cominciare a monitorare rapporti eterosessuali e non più masturbazioni, preoccupato dalla possibilità di coinvolgimento sentimentale tra le coppie volontarie, propone a Virginia di fare loro due da cavie, per avere dati di prima mano. La donna gli chiede un weekend di tempo per pensarci su.

Nonostante Masters of Sex sia una serie che parla apertamente di sesso, e sia un prodotto Showtime, non ci crederete ma si è rivelato un lavoro estremamente interessante e ben congegnato. Sarà perché la sviluppatrice (in questo caso è così, visto che il soggetto è il libro biografico di Thomas Maier, Masters of Sex: The Life and Times of William Masters and Virginia Johnson, the Couple Who Taught America How to Love; qui un bell'articolo su The Guardian che parla della serie, del libro e della premiata ditta Masters & Johnson) è donna e, per di più, ha assoldato un team di sceneggiatori quasi completamente composto da donne, sarà per il cast assolutamente di gran lusso e in grande spolvero, sarà perché dentro c'è un po' di tutto senza eccedere, che l'epoca l'ha già sviscerata con grande capacità Mad Men, Masters of Sex, almeno nella sua prima stagione, terminata da qualche settimana, è stato un bel vedere, sempre molto misurato, in equilibrio su un argomento giocoforza delicato, con un final season forse leggermente al di sotto delle aspettative ma, alla luce della storia vera, obbligato.
La storia, spogliata dalla curiosità morbosa, è interessante soprattutto se facciamo lo sforzo di contestualizzarla nell'epoca storica: molti momenti comici sono generati proprio dal confronto con una visione del sesso all'avanguardia (quella di Masters e della Johnson) con quelli imperanti e socialmente accettati, appunto, all'epoca. Ma è innegabile che le scoperte dei due studiosi, sulla scia di quelle di Kinsey, hanno contribuito non poco a ridisegnare l'approccio verso il sesso da parte della cosiddetta civiltà occidentale. Naturalmente, uno show non può essere solo questo, e quindi è ovvio ci siano elementi di drama e i classici tira e molla amorosi, ma come dare torto agli sceneggiatori: come detto prima, la vera storia dei due è sotto gli occhi di tutti, ed è ovvio che Masters è attratto da Virginia sin dal primo incontro. E qui entrano in gioco gli attori. Che Michael Sheen (Bill Masters) fosse un grandissimo, lo sapevamo già, ma vederlo in questo ruolo è quasi una lezione di recitazione di 12 ore. Rabbia repressa, frustrazione per un mondo scientifico che non capisce l'importanza di quella che è la sua missione: la prova di Sheen è da brividi. Lizzy Caplan (Virginia Johnson) per molti sarà una sorpresa, a me aveva impressionato nelle sue apparizioni in True Blood (era Amy Burley nella stagione 1), e mi aveva fatto piacere rivederla in alcuni episodi di New Girl; sarà perché mi ricorda Feist, ma la trovo irresistibile nelle sue imperfezioni, bravissima nella sua espressività facciale.
Non finisce qui; perché se sono validi anche gli altri attori e attrici accreditati come main cast, e sto parlando di Teddy Sears (Austin Langham), Nicholas D'Agosto (Ethan Haas) e la deliziosa Caitlin Fitzgerald (Libby Masters, vista tra l'altro in diversi film di Edward Burns), questa serie si permette di accreditare come recurring non solo la sempre brava Julianne Nicholson (Lillian DePaul), ma addirittura la coppia Beau Bridges (Barton Scully) e Allison Janney (Margaret Scully, ma anche l'indimenticabile C.J. Gregg in The West Wing), autori di una performance di coppia ai livelli di quella dei due protagonisti, ma con minor minutaggio.
Come ha scritto qualcuno, insieme a The Americans, una delle sorprese televisive dell'anno.

20131226

and I'm not afraid to die

Live from KCRW - Nick Cave and the Bad Seeds (2013)

Uno, distrattamente, potrebbe dirsi "mah, un altro disco dal vivo di Nick Cave e i Bad Seeds... e chissenefrega". E sinceramente, all'inizio è un po' il ragionamento che ho fatto io. Sbagliando, ovviamente, e come sapete solo i pazzi e gli ottusi non cambiano mai idea.
Se fate una breve ricerca su questo blog, piazzando "nick cave" nella finestrella in alto a sinistra e premendo la lente a lato, noterete come l'artista di origini australiane sia uno dei musicisti più citati.
Potrei dire un sacco di cose, a proposito di Nick, molte delle quali già dette anche da me, a proposito di questo disco, della parabola esistenziale e creativa, del fatto che prima era creativo e arrabbiato e punk e dark e carismatico e fenomenale, e di quello che adesso non è più punk ma è ancora carismatico, fenomenale, è divertente, caustico, cabarettistico, ma la verità è una e una sola: questo disco è stupendo, fatto di canzoni stupende suonate in versioni stupende, a tratti stupefacenti, delicate, intense, belle in un modo che fa quasi male.
E' innegabile che l'impatto violento si sia attenuato moltissimo, lungo l'arco della carriera musicale di King Ink e dei suoi pards, ma come si fa a criticarli se poi riescono a regalarci pezzi così, dall'eguale intensità seppur l'impatto "frontale" sia inverso rispetto ai primi periodi? E direi che non è tutto, se si ascolta quello che riescono a fare di un pezzo come The Mercy Seat (per i profani, è da questo testo che trae spunto il titolo del post), una volta apice devastante delle esibizioni dal vivo, capace di una carica travolgente quanto uno tsunami, adesso capolavoro piano e voce (ed archi) dalla profondità degna di una Fossa delle Marianne.
Registrato il 18 aprile di quest'anno, negli studi Apogee di Santa Monica, Los Angeles, California, della KCRW, famosa radio statunitense (appunto) della zona di Los Angeles, per la quale "lavora" anche, tra gli altri, Henry Rollins, in un day off della band nella settimana tra le loro due esibizioni al Coachella Festival, Live from KCRW è un documento che dimostra come si possa cambiare pelle senza perdere la dignità, e anzi, acquistare carisma e non sintomatico mistero, bensì informalità.
La tracklist del CD prevede 10 pezzi, quattro dall'ultimo Push the Sky Away (Higgs Boson Blues, Mermaids, Wide Lovely Eyes, Push the Sky Away), più estratti dall'infinito repertorio: Stranger Than Kindness da Your Funeral... My Trial (1986), The Mercy Seat (appunto), da Tender Prey (1988), Jack the Ripper da Henry's Dream (1992; fate attenzione a cosa dice Nick all'indirizzo di Jim Sclavunos immediatamente prima di partire per l'esecuzione di questo che è il pezzo conclusivo, spesso anche nei concerti "normali"), People Ain't No Good e Far From Me da The Boatman's Call (1997), e And No More Shall We Part dal quasi omonimo del 2001. Due inediti sono presenti nella versione in vinile: God Is in the House (No More Shall We Part) e probabilmente la mia canzone preferita (anche se ammetto che con Nick Cave è, almeno per me, un'impresa alquanto ardua), Into My Arms (The Boatman's Call). Una scaletta, tra l'altro, estremamente equilibrata, che può funzionare anche come Greatest Hits. Non siete in ritardo per un regalo, mai, soprattutto con "roba" di questa fattura.
Allego il video ufficiale di Higgs Boson Blues, versione Push the Sky Away ma rilasciato immediatamente dopo l'uscita di questo live.

20131225

doppio

Bi - Kevin Johansen + The Nada (2012)

Ci penso sempre molto, prima di scrivere certe cose, tipo anche questa, su un artista che qui da noi nessuno ma dico nessuno conosce. Mi domando, "passerò per snob?", per una sorta di illuso, che vive male perché vive in Europa e non in Sud America, a fare tutti questi continui riferimenti ai miei soggiorni laggiù, agli amici, alla musica, alla vita, alla politica, alla lingua. Poi, alla fine trovo sempre un pretesto per fregarmene, e ne scrivo.
Di Kevin Johansen ne parlammo qui e poi qui, raccontando anche un po' della sua bio, senza dubbio poco usuale. Nel frattempo, l'amica che me lo ha fatto conoscere una volta l'ha incontrato per strada, a BAires, mentre usciva da lavorare (lei). Giusto per la cronaca.
Uscito ormai quasi due anni fa, nel 2012, Bi è (appunto) un disco doppio, diviso in due concept, indicati vagamente pure dai titoli e sottotitoli: il primo disco si intitola Jogo (Subtropicalia), il secondo Fogo (Pop Heart). Naturalmente, la prima parte mette in risalto il lato latino di Kevin e la sua banda, con lo sguardo particolarmente rivolto ai vicini (Brasile, Uruguay, Cile, Bolivia ma anche Perù), alle loro tradizioni musicali e pure ai rapporti degli argentini con loro, mentre la seconda è un poco più rock, leggermente più anglosassone, ma non fatevi ingannare, la "divisione" non è così definita, e rock è da intendere nel senso più ampio del termine: pensate che in Fogo si arriva al jazz e perfino allo swing. Fondere stili musicali diversi, un po' come la genetica, può risultare fonte di bellezza infinita; Johansen ci prova da sempre, e Bi si dimostra un lavoro maturo, complesso, dentro al quale perdersi, se si ama tutta la musica, e magari anche le lingue. Johansen ama i giochi di parole, lo si capisce sin dal nome che ha dato alla sua band (The Nada, in castigliano, anche nella "versione" rioplatense "il nulla" si dice "la nada", ma per rispondere a chi ti ringrazia si dice "de nada" e il "de" - si, come quello livornese - suona come "the" in inglese), è, come ebbi a dire, un americano a tutto tondo (nato in Alaska da padre statunitense e madre argentina, ha vissuto a San Diego, Montevideo e Buenos Aires, che ama alla follia e lo confessa anche in questo disco), e quindi non si fa pregare per giocare, oltre che con le parole, con le lingue. In Waiting for the Sun to Shine si intrecciano portoghese, inglese e castigliano, ma forse l'intreccio maggiormente riuscito, a livello di testo, seppur disimpegnato (ma divertente) lo si ha con My Name is Peligro: "I'm a true caballero/But I'm lost en el desierto/I've gone eight straight days despierto/Otherwise I'd be muerto" e prosegue con questo andazzo davvero affascinante.
Ospiti variegati e molto conosciuti in America Latina (Rubén Rada, Daniela Mercury, Natalia Lafourcade, Paulinho Moska (già con lui nel live precedente, Vivo en Buenos Aires), Lisandro Aristimuno, Fernando Cabrera, Lila Downs (è con lei lo splendido duetto che potete ascoltare e vedere nel video allegato, e se non vi tocca il cuore un pezzo come questo beh, forse è perché non avete un'anima latina), pezzi belli e bellissimi, e, nel finale, due cover ispiratissime, Everybody Knows (Cohen) e una Modern Love (Bowie) acustica che funziona alla grande.
Musicisti in gamba, arrangiamenti interessanti, e, last but not least, una gran voce.

20131224

nastri farneticanti

Rave Tapes - Mogwai (2014)

Non ho sbagliato a scrivere: la data di rilascio ufficiale del nuovo disco degli scozzesi, l'ottavo in studio, è in effetti il 20 gennaio 2014. Ma, come sapete...
E' un bel regalo di Natale, direi. L'etichetta post rock, usata nel caso dei Mogwai, è una di quelle che vuol dire tutto e niente; i Mogwai ci hanno sguazzato dentro tirando sempre dritto per la loro strada, ultimamente molti li davano per bolliti (un po' ci ho pensato anch'io, ad essere onesti fino in fondo), forse dimenticandosi che una buona parte del successo della serie francese Les Revenants, che qui a fassbinder è piaciuta un bel po', era dovuta anche alla loro avvolgente colonna sonora.
Eccoli qui, invece, belli arzilli, onirici e trascendenti, chitarristici ma anche sintetizzati, drone ma pure ariosi come musica classica. Heard About You Last Night apre l'album come un carillon, suoni che ti prendono la mente e te la cullano con quegli arpeggi così familiari, ma anziché l'esplosione drone, il carillon continua a suonare. La scelta, a suo modo, va controcorrente. Tutto il disco è meno "carico" dei precedenti, strada già imboccata da qualche anno; quando tutti, perfino Emma, attaccano l'ampli e i suoni di chitarra distorta diventano di "dominio pubblico", i Mogwai lavorano per sottrazione rumorosa, rimanendo sottotraccia con i decibel, ma non con le emozioni trasmesse dai loro pezzi. La "deriva" cinematografica, nel senso di "musica da colonne sonore", sembra essere quella che interessa alla band attualmente; e devo dire che, almeno in questo momento, nulla mi pare più azzeccato, per continuare a distinguersi un minimo. I pezzi si susseguono inglobando elementi elettronici dei più disparati, suoni particolari (Remurdered, uno dei pezzi più interessanti) che però non inibiscono l'aggressività. Con Hexon Bogon si torna un poco ai "vecchi" Mogwai, ma la bellezza è indiscutibile. Su Repelish c'è uno spoken che parla di musica satanica e messaggi subliminali, Master Card è un curioso pezzo quasi "allegro", anche Deesh si guarda un po' indietro, ma risulta efficace. E poi si arriva a Blues Hour, con echi pinkfloydiani, pianoforte e cantato, dove tutte le migliori armi dei Mogwai convergono verso un unico obiettivo: scrivere una canzone che rimanga. Molto, molto belle per me, anche le due canzoni conclusive, No Medicine for Regret e The Lord is Out of Control, quest'ultima con un vocoder che detta la linea.
Il muro del suono esisterà ancora live, suppongo, ma il nuovo corso dei Mogwai è leggermente diverso. A me piace.

20131223

Orientales, la Patria o la tumba*

Qualche giorno fa, l'amico Massi, che condivide con me la passione per il Sud America e sa della mia passione per l'Uruguay, dopo avermi segnalato il seguente video



(chi, come molti, non lo capisce, legga qui) mi ha segnalato che Il Post segnalava la scelta, per molti versi anticonvenzionale, dell'Economist: se il Time elegge ogni anno il personaggio dell'anno, e come ormai saprete è spesso una notizia che fa parlare gli altri media per giorni, il settimanale economico inglese quest'anno ha deciso di eleggere il Paese dell'anno. In effetti, non è una cosa nuovissima: The Economist aveva già stilato, tramite un'altra testata del gruppo, The Economist Intelligence Unit, nel 1988 e nel 2013, la lista dei Paesi in cui è meglio nascere
Il fatto che abbiano scelto l'Uruguay, come Paese dell'anno, soprattutto per la scelta di legalizzare il commercio e la coltivazione di marijuana, non stupisce se si approfondiscono le posizioni prese, nel corso della sua storia, dell'Economist: pragmatico, liberista, anti-marxista, favorevole alla guerra in Iraq ma pure ai matrimoni omosessuali e alla legalizzazione della prostituzione, favorevole alla Repubblica anziché alla Monarchia, sostenitore del movimento per l'estinzione umana volontaria e contrario alla vendita indiscriminata di armi negli USA, favorevole all'ingresso della Turchia nell'Unione Europea ma contrario alla Costituzione Europea, contrario alla pena di morte e a Silvio Berlusconi, contrario alla politica economica di Chavez e alla settimana lavorativa di 35 ore ma contrario pure ad ogni tipo di discriminazione.
Non c'è che dire: posizioni da tenere in considerazione, tutte motivate. E pure questa volta, senza preconcetti, sposano la teoria candidamente esposta dal Presidente Mujica: ci proviamo, non ci rimane altro da fare per contrastare il narcotraffico. Se si dimostrerà un errore, torneremo indietro.
Infatti (sono cose che sappiamo, abbiamo già parlato di Mujica), concludendo l'articolo dell'elezione del Paese dell'anno, Mujica viene descritto come "Mirabilmente schivo, con una franchezza insolita per un politico, ha fatto riferimento alla nuova legge come a un esperimento. Vive in una casetta umile, va a lavorare con un Maggiolino Wolkswagen e vola in classe economica"; passando ad eleggere e motivare il vincitore, il giornale dice: "Modesto ma coraggioso, liberale e amante del divertimento, l'Uruguay è il nostro Paese dell'anno".

Non voglio arrogarmi poteri paranormali: ho passato in Uruguay pochi giorni, e Montevideo non mi è neppure piaciuta molto. Ma, come precedentemente espresso, la sensazione è stata estremamente positiva, soprattutto nei piccoli centri. Vita tranquilla, gente particolarmente amichevole che ti mette a tuo agio, bei panorami, belle spiagge seppure un po' selvagge per la nostra concezione di spiaggia, la sensazione che la vita possa essere più semplice. Come mi capita sempre, quando torno mi interesso in maniera diversa dei luoghi che ho visitato; e pian piano ho scoperto che questo Paese è avanti anni luce.
Mi piace sempre di più quest'idea di andare a viverci, anche se, come dire, essendo l'intenzione quella di andarci dopo la pensione, mi (e ci) stanno continuamente spostando il traguardo. Nel frattempo, potrei fare l'abbonamento a The Economist. Per ulteriori segnalazioni.

*Inno Nazionale

20131222

Big Man in Tehran

Homeland - di Gideon Raff, sviluppato da Alex Gansa e Howard Gordon - Stagione 3 (12 episodi; Showtime) - 2013

Carrie, 58 giorni dopo la bomba a Langley, viene chiamata a testimoniare davanti alla Select Committee on Intelligence del Senato (USA, of course); il senatore Lockhart, che la presiede, non è affatto convinto dell'onestà delle risposte di Carrie, e la mette decisamente alle strette, al punto che, alla fine, è costretta ad appellarsi al Quinto Emendamento (una persona accusata non può essere costretta a testimoniare contro se stessa). Il padre di Carrie scopre che ha di nuovo smesso con il litio.
Saul accoglie di nuovo la moglie Mira, di ritorno da Mumbai, ma il loro rapporto è ancora in fase di stallo. Nel frattempo, Saul è rimasto il più alto in grado alla CIA, e i 219 morti sono il propellente che fa andare avanti tutti. Individuato in Majid Javadi la mente dell'attentato, e nell'Iran il mandante, appurato che Javadi non viene visto in pubblico dal 1994, vengono individuati sei figure di spicco che hanno collaborato alla messa in piedi dell'attacco. Saul, soppesando attentamente le opzioni, alla fine ordina la loro esecuzione in contemporanea. L'operazione va a buon fine, ma ci sono dei danni collaterali, ed è proprio Quinn a provocarli.
Dopo una delle sue one night stand causate più dalla frustrazione che dalla voglia, Carrie legge sul giornale che alcune fonti della CIA affermano che un'agente ha avuto una relazione con Brody, individuato ancora da tutti come l'esecutore del piazzamento della bomba a Langley. Affronta furiosamente Saul in pubblico, accusandolo di essere il colpevole della soffiata; poco dopo, Saul, chiamato anche lui a testimoniare davanti alla commissione, alla richiesta di commentare l'articolo sul fatto, non fornisce un nome, ma afferma che l'agente, dopo aver nascosto all'Agenzia per anni di avere un grave disturbo bipolare, ha avuto effettivamente una relazione sessuale con Brody. Carrie, devastata, assiste alla testimonianza davanti ad uno schermo televisivo.

E' vero che, come dice l'amico Monty, Homeland è probabilmente la serie tv più camaleontica: in tre stagioni ha cambiato "pelle" più volte. Ma la cosa bella e sconvolgente, sono, a mio giudizio i cambi di registro anche all'interno delle stagioni stesse. Prendete questa terza, conclusasi da poco, con un episodio, The Star, dal livello emozionale altissimo, probabilmente (tanto per citare un'altra serie conclusasi nello stesso periodo) allo stesso livello di Sons of Anarchy, ma, paradossalmente, con un profilo più basso. Ed è ancor più sconvolgente se pensate che gran parte dell'episodio si svolge proprio nella capitale iraniana.
Continuando il parallelismo con SOA, i primi episodi, fino agli ultimi secondi del quarto Game On, mostravano una serie quasi allo sbando, ed ero stato il primo a criticarlo aspramente; la cosa veniva ingigantita dalla quasi totale assenza del personaggio di Brody dal plot. Ecco, l'ennesima dimostrazione di come i bravi sceneggiatori, le menti pensanti che creano prodotti di altissimo livello come questo, possano rigirare lo spettatore come un calzino. Di lì in poi, Homeland 3 è diventato un ennesimo, stupendo e complesso rompicapo, premendo e alzando il piede sul pedale dell'acceleratore, fino ad arrivare al finale citato poc'anzi, in un crescendo che porta all'uscita di scena definitiva ad uno dei due personaggi principali, fatto che da una parte ha portato a casa lo share più elevato di tutte le tre stagioni, dall'altra apre un punto interrogativo enorme sul prosieguo, ma il fatto rilevante è che sono curioso come mosca quando sente puzzo di cacca, e non vedo l'ora di rimettermi di fronte al primo episodio della quarta stagione, nel 2014, per vedere cosa riusciranno ad inventarsi a questo punto, avendo il sentore che riusciranno ancora una volta a stupirci.
Ancora una volta straordinario l'intero cast; unico difetto, la storyline di Dana, noiosissima, che però acquista un minimo di valore nel finale, quando Brody si arrende, citando il padre e, inconsciamente, accostandolo alla delusione provata dalla figlia a causa del suo percorso esistenziale. Un altro difetto ci sarebbe: Morena Baccarin (Jessica Brody) si vede appena, in questa serie, ma del resto ormai era divenuto un personaggio inutile e inutilizzabile. Da apprezzare il fatto che, pur essendo un prodotto Showtime, la quota tette/culi/sesso soft porno è davvero bassissima.
Sia chiaro: come già detto, condivido quasi completamente l'articolo di Jacobin, che in pratica accusa di propaganda filo-americana Homeland. Però, diamine, spero di essere intelligente al punto da comprendere che questa è fanta-politica estera, ricordarmi che non è tutto bianco o nero. Rimane un fatto, secondo me innegabile: Homeland è una figata. Almeno per ora. Ed è dannatamente sul pezzo, quasi quanto The Good Wife, per quanto riguarda il parallelismo con gli accadimenti reali (in questo caso, di politica estera).

20131220

da qui, ora, a voi

From Here to Now to You - Jack Johnson (2013)

Sesto disco di Jack Hody Johnson. Lo ascolto, e come sempre, niente di che, ma neppure brutto. Quei dischi che dimentichi dopo poco tempo, ma lì per lì li suoni per giorni, a volte non ti ricordi nemmeno che stanno andando. L'ho messo su per la prima volta quando uno dei sistemi che uso per lavoro mi chiedeva il cambio della password. Ho messo johnson, il sistema mi ha chiesto di inserire almeno un numero, e allora io ho messo 1johnson. Così. Quindi, dico, come faccio a parlarne male? La prossima estate, lo sento in radio, sarà al Pistoia Blues. Vabbè, ormai ci vanno cani e porci. Rileggo vecchie recensioni che ho scritto sui suoi dischi: dico sempre le stesse cose. Le amicizie, l'ecosostenibilità inseguita anche nel registrare i dischi, il passato da professionista del surf. Stavolta, leggo la sua bio e trovo un'altra cosa prevedibilissima: 13 anni fa ha sposato la sua college sweetheart (dai ragazzi, la fidanzatina del liceo), hanno tre figli, quando lui è in tour vanno tutti insieme, passando le mattinate a visitare i luoghi dove Jack suonerà la sera. E' un accanito benefattore, fa il regista per gioco. Come si fa a volergli male, a dire che un suo disco fa cagare?
A parte gli scherzi: anche questo From Here to Now to You è la solita solfa. Canzoncine allegre, delicate, chitarrine e ritmi di quelli che ti fanno fare così con la testa, così dico come i pupazzetti sui vetri delle automobili dei tamarri. Testi semplici, pieni di luoghi comuni, si, ma pure di piccole perle di saggezza, sempre se uno le vuol considerare tali ("home is wherever we are if there's nothing too").
Jack Johnson è nato, cresciuto, e vive ancora nella North Shore di O'ahu, Hawaii. E si sente in ogni accordo, in ogni parola che canta, secondo me, anche se non ci sono mai stato. Ma è così che me la immagino: come un pezzo di Jack Johnson. Con la sola differenza che, probabilmente, le Hawaii non le dimentichi. Però ecco, passarci fa piacere. Come ascoltare un disco di Jack Johnson.

PS per gli antiquari, su Change suona la slide e canta i cori Ben Harper.

20131219

working station

Qualcuno le ha già viste. Da qualche settimana ho un nuovo ufficio, e per la prima volta, tutto mio. Naturalmente, l'ho personalizzato. Su queste pareti, pezzi della mia vita, un po' come a casa (del resto ci passo molte ore, a lavoro), passioni e sogni. Un post atipico, ma magari a qualcuno piacerà.



Il poster alla sinistra di quello di Bjork è quello che era contenuto nella prima edizione del vinile di Bleach dei Nirvana, quello in vinile bianco.

Sulla destra, The Burial of a Viking Queen lo presi al Museo delle navi vichinghe di Oslo, nel 1995. Sotto, reperti dello stesso viaggio, il "diploma" di passaggio dell'ottantesimo parallelo e una mappa delle isole Svalbard.

In basso da destra, il poster del primo concerto italiano di Jewel allo Zelig di Milano, uno degli Heavy Trash al Flog di Firenze, uno di uno spettacolo di Marco Paolini provato e mostrato in anteprima a Castiglioncello, e, accanto alla cartina dell'Europa, il pass del Grand Off.

Sul plexiglas, a destra una mappa dell'Isola di Pasqua, a sinistra il primo disegno di Alessio.

20131218

If Nelson Mandela really had won, he wouldn't be seen as a universal hero


di Slavoj Zizek

Negli ultimi vent’anni di vita, Nelson Mandela è stato osannato perché era la dimostrazione che è possibile liberare un paese dal giogo coloniale senza cedere alla tentazione dell’autoritarismo o dell’anticapitalismo. Mandela non era Robert Mugabe. Il Sudafrica è rimasto una democrazia multipartitica, dove c’è libertà di stampa e un’economia fiorente ben integrata nel mercato globale, immune da affrettati esperimenti socialisti. Ora che è morto la sua figura di saggio e santo sembra confermata per l’eternità: Hollywood gli ha dedicato vari film; stelle del rock e leader religiosi, atleti e leader politici sono uniti nella sua beatificazione. Ma è davvero tutta qui la storia? Questa visione celebrativa nasconde due fatti importanti. In Sudafrica la vita della maggioranza povera è cambiata poco dai tempi dell’apartheid, e i diritti politici e civili sono stati accompagnati dall’aumento di violenza e criminalità. Il cambiamento principale è che alla classe dirigente bianca si è aggiunta una nuova élite nera. In secondo luogo, molti ricordano che il vecchio African National Congress non prometteva solo la fine dell’apartheid, ma anche la giustizia sociale e perfino una sorta di socialismo. Questo passato dell’ANC è gradualmente svanito. Non sorprende che i neri poveri siano sempre più arrabbiati. Quella del Sudafrica è solo una versione della storia ricorrente della sinistra contemporanea. Un leader o un partito che promettono un “mondo nuovo” sono eletti con entusiasmo, ma prima o poi inciampano su un dilemma cruciale: bisogna avere il coraggio di scardinare i meccanismi del capitalismo? Se s’intaccano questi meccanismi, si viene rapidamente “puniti” dalle perturbazioni del mercato, dal caos economico e da tutto il resto. Proprio per questo è fin troppo facile accusare Mandela di aver abbandonato la prospettiva socialista dopo la fine dell’apartheid: aveva davvero una scelta? Il passaggio al socialismo era un’opzione reale?
È facile ridicolizzare la scrittrice Ayn Rand, ma c’è un po’ di verità nel suo celebre “inno al denaro” di La rivolta di Atlante“Finché e a meno che non scoprirete che il denaro è alla radice di ogni bene, sarete voi stessi gli artefici della vostra rovina. Quando il denaro finirà di essere il mezzo di scambio tra gli uomini, allora gli uomini diverranno gli schiavi degli uomini. Sangue, fruste e fucili o dollari. Fate la vostra scelta – non ce n’è altra”. Marx non diceva qualcosa di simile quando affermava che, nell’universo delle merci, “i rapporti tra gli uomini assumono la forma di rapporti tra cose”? Nell’economia di mercato i rapporti tra persone possono apparire come relazioni di libertà e uguaglianza reciprocamente riconosciute: il dominio non è più visibile in quanto tale. Ma il problema è nella premessa implicita di Rand: che l’unica scelta sia tra rapporti di dominio e sfruttamento, mentre qualunque alternativa è considerata utopistica. Eppure bisognerebbe tenere conto del momento della verità contenuto in questa tesi: la grande lezione del socialismo di stato è che l’abolizione diretta della proprietà privata e degli scambi regolati dal mercato, in mancanza di forme di regolamentazione del processo di produzione, risuscita necessariamente relazioni di dominio e servitù. Se ci limitiamo ad abolire il mercato senza sostituirlo con una forma corretta di organizzazione comunista della produzione e dello scambio, il dominio torna più forte che mai. La regola generale è che, quando comincia una rivolta contro un regime oppressivo, com’è successo nei paesi arabi nel 2011, è facile mobilitare grandi masse con slogan che piacciono a tutti: per la democrazia, contro la corruzione e così via. Ma poi ci si trova davanti a scelte più difficili e ci si rende conto che le ingiustizie contro cui si è combattuto (la mancanza di libertà, l’umiliazione, la corruzione) si ripresentano con un aspetto diverso. A questo punto l’ideologia dominante mobilita tutto il suo arsenale per impedirci di raggiungere questa conclusione. Cominciano a dirci che la libertà democratica comporta delle responsabilità. In una società libera, ci dicono, siamo tutti capitalisti e investiamo nella nostra vita. Su un altro piano, la politica estera statunitense ha messo a punto una strategia per incanalare le rivolte popolari entro limiti parlamentari e capitalistici accettabili, come è stato fatto in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid, nelle Filippine dopo Marcos o in Indonesia dopo Suharto. In queste situazioni la politica emancipatrice radicale deve affrontare la sfida più grande: come spingersi più avanti senza cadere nella tentazione “totalitaria”. Cioè come allontanarsi da Mandela senza diventare Mugabe. Se vogliamo restare fedeli all’eredità di Mandela dovremmo asciugarci le lacrime da coccodrillo delle celebrazioni e pensare alle promesse che non ha mantenuto. Possiamo ipotizzare che, vista la sua grandezza morale e politica, negli ultimi anni di vita fosse anche amareggiato perché consapevole che la sua elezione a eroe universale nascondeva una dolorosa sconfitta. La sua gloria universale è anche il segno del fatto che non ha disturbato l’ordine globale del potere.
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Non avevo detto niente in proposito alla morte di Madiba. Soprattutto perché mi rendo conto di non essere abbastanza preparato. Sicuramente, Slavoj Zizek lo è, e qui, in questo suo articolo per The Guardian, tradotto su Internazionale nr. 1030, espone il suo punto di vista, sempre particolare, sempre interessante.

20131217

A Mother's Work

Sons of Anarchy - di Kurt Sutter - Stagione 6 (13 episodi; FX) - 2013

Tira una brutta aria a Charming, e specialmente sul motorcycle club S.A.M.C.R.O. Tara e Clay sono "al gabbio", e Lee Toric, ricordiamolo, il fratello dell'infermiera uccisa da Otto col crocifisso che Tara gli aveva portato, un po' troppo ingenuamente, per pregare, Lee Toric ex U.S.Marshall (di certo senza il fascino di Raylan Givens), Lee Toric che scopriamo non avere tutto sotto controllo, imperversa fuori e dentro il carcere, offrendo patti a Clay, a Tara, a Otto, e perfino alla District Attorney (Procuratore distrettuale) Tyne Patterson (l'indimenticata - da The Shield - CCH Pounder), che subentra nelle indagini in seguito al fattaccio, uno dei tanti ma gravissimo, che sconvolge la faticosa pace che Jax sta cercando di creare con un piano complicatissimo.
Nel frattempo, un sacco di cose si muovono anche all'insaputa di Jax. Tara ha in mente di nominare ugualmente Wendy come eventuale tutrice legale di Abel e Thomas in caso di una sua definitiva incarcerazione, concomitante con un'eventuale dipartita di Jax, ed evitare così che i bambini finiscano sotto la tutela di Gemma. L'IRA non vuole perdere il suo canale di distribuzione per le armi, e, tramite Gaelan, ha in mente di mettere tutto nelle mani di Clay, facendolo evadere. Clay, nonostante enormi problemi in carcere per sopravvivere, e le ripetute offerte di un "soggiorno" migliore in cambio di una confessione che incrimini il club, non vuole mollare, forse resosi conto del male che ha fatto all'MC. Marks ha ancora in sospeso la faccenda di Tig, e tiene Jax sotto ricatto. Bobby sembra stare raccogliendo Sons sparsi per formare un charter di nomads.
Insomma, Jax ha davvero una montagna di grattacapi; la sua "uscita", per cercare di dare una vita migliore all'amata Tara e agli altrettanto adorati figli Abel e Thomas, sembra essere sempre più lontana.

Bene, vi scrivo queste righe giusto qualche decina di minuti dopo aver terminato di guardare l'ultimo, il tredicesimo episodio di questa sesta stagione (intitolato A Mother's Work, appunto), che dovrebbe essere la penultima. L'ho guardato di seguito a quello precedente, You Are My Sunshine, episodi che, come praticamente quasi tutti quelli di quest'anno, hanno una durata di oltre un'ora (l'ultimo addirittura un'ora e venti minuti).
Mi rimangio tutto quello che ho detto su questa stagione. Per intero, e senza nemmeno un poco d'olio. E lo dico apertamente: Kurt Sutter è un genio. Punto.
Tutte quelle sottotrame apparentemente inutili, tutti quegli episodi che sembravano interlocutori, tutto l'intreccio infinito, che pareva non portare a niente, solo complicare ancora di più le cose per non terminare mai niente, per lasciare tutto in sospeso. Avevo la netta impressione che Sutter volesse giocare con gli spettatori, e lasciare tutti i fuochi d'artificio alla settima e conclusiva stagione. E invece, come dicono i francesi, col cazzo.
Ci ha presi per il culo per tutta la stagione, dal 10 di settembre a qualche giorno fa: i fuochi d'artificio sono arrivati, ed hanno illuminato il cielo. Tutto torna, tutto è andato a posto (eufemismo), sconvolgendo il mondo dei Sons of Anarchy di Charming per sempre.
Non farò nessuno spoiler, però ecco, guardate la locandina che accompagna questa recensione: due degli otto protagonisti, alla fine della stagione saranno morti, due totalmente annientati, uno probabilmente finirà in galera per non si sa quanto e non vi dico niente degli altri tre. Insomma, se Shakespeare fosse ancora vivo, guarderebbe sicuramente Sons of Anarchy, e pure con una punta d'orgoglio, non solo perché Kurt Sutter ha, sin dall'inizio, dichiarato che si ispirava al bardo, ma proprio perché ci si riconoscerebbe e sarebbe ammirato da come Sutter è riuscito a costruire un'impalcatura appunto classicamente shakespeariana, rendendola al tempo stesso moderna ma fuori dal tempo, usando questo tramite inusuale e "di nicchia" degli outlaw motorcycle club, e rendendo questa serie davvero unica.
Gran belle regie, ottime recitazioni, share in aumento negli USA.
Io ho concluso la visione del season finale in lacrime e applaudendo. Non so cosa farete voi, ma non perdetevelo.

20131216

musica per cervelli rettili

Reptile Brain Music - Imperial State Electric (2013)

Mentre scrivo queste righe, mi sto già pentendo di aver detto "passo" quando un'amica mi ha proposti di andare a vedere gli ISE in una delle loro due date in Italia, questo dicembre. Anzi, mentre scrivo queste righe, probabilmente staranno per salire sul palco. Ma la vita è troppo breve per avere rimorsi. E' un po' la stessa cosa che, secondo me, si dicono i quattro della band quando si mettono lì a scrivere canzoni. Se assomigliamo a qualcuno, chissenefrega. Suoniamo alto, suoniamo forte, suoniamo rock and roll e divertiamoci. Io so pure che, su tre recensioni di tre dischi degli ISE dico sempre la stessa cosa. E allora, non ve la dico più.
Questo è uno di quei lavori che non aggiungono assolutamente niente alla storia della musica, ma è, al tempo stesso, una di quelle raccolte di canzoni che ti fanno stare bene. Se ami il rock and roll e magari anche i Kiss. Quante volte credete di aver sentito le scale dell'assolo di Underwhelmed? Quante volte avete ascoltato un pezzo che inizia come Reptile Brain (si, lo so che sembra Rock and Roll degli Zeppelin)? Quante volte avete sognato di scrivere, suonare, cantare, un pezzo come More Than Enough of Your Love (mamma mia, quell'assolo doppio e quelle grattugiate a seguire, quanto sono belle)? Quanto è semplice eppure quanto è bella Apologize? Quanto vi sarebbe piaciuto avere una donna bellissima e scrivere per lei un pezzo come Stay the Night? Proprio così eh, con quei "ricami" armonici.
E' tutto qui. Rock and Roll (scusate la ripetizione), un pizzico di blues e perfino di coretti soul, tante tante chitarre, tanti assoli indovinati, voci che si intrecciano (godetevi il video del singolo, dove canta [Ru]Dolf anziché il solito Nicke), semplice ma grande songwriting. La solita, vecchia merda, ma com'è, come non è, ci piace assai.

20131215

Mafia kills only in summer

La mafia uccide solo d'estate - di Pierfrancesco Diliberto (2013)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Sono gli anni '70. A Palermo nasce Arturo, da due genitori che si amano. Arturo cresce in una città dove presto si convince che essere attratti dalle donne porti alla morte prematura. Lo sente nelle chiacchiere della gente, che spiega così le continue morti violente. In realtà, sono tutti morti di mafia. Arturo, a scuola, si invaghisce di Flora, e inizialmente cerca di reprimere i suoi sentimenti, per la paura di morire. Poi, guardando alla televisione l'allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, capisce che reprimere i sentimenti è sbagliato. Andreotti diventa il suo idolo, e il suo amore per Flora diventa l'impresa della sua vita: farà di tutto per conquistarla. Il tempo passa, i tentativi di Arturo si rivelano a volte comici, a volte sfortunati, ma tutto intorno, la mafia diventa sempre più prepotente.

Ve lo dico subito, prima di lanciarmi nei miei panegirici che servono per allungare il pezzo: se fosse stato anche recitato da attori veri, il film-debutto di Pierfrancesco Diliberto in arte Pif sarebbe stato da 4 su 5. Probabilmente il film italiano dell'anno. Si, perché se dallo "stile" televisivo-giornalistico-presadiculomaintelligente di Pif non ci si potevano attendere prove alla Al Pacino o Bob De Niro, il senso, la bellezza struggente e amara di questa storia, in parte (non si sa quanto) autobiografica, e soprattutto, la potenza dell'impegno civile col sorriso sulle labbra, lo sbeffeggiamento delle figure mostruose dei mafiosi, che rimangono, ed escono dirompenti dallo schermo, non si possono ignorare. C'è del buono, molto buono, nel lavoro di Pif, che scrive la sceneggiatura con Michele Astori e, sorprendentemente, con Marco Martani (spessissimo sceneggiatore per Neri Parenti e Fausto Brizzi), e il senso è tutto qui: de-mitizzazione dei capi di Cosa Nostra (il film li riduce a persone spietate che non sanno far funzionare un telecomando, innamorati di Spagna, la cantante), e la presa di coscienza di una città che reclama il diritto di rendere omaggio a quei caduti che lottavano per conservare una parvenza di civiltà. Per non parlare della gustosissima parentesi della "infatuazione" del giovane Arturo per Andreotti: uno spasso nello spasso.
Pif, appassionato di cinema fin dalla giovine età, e già aiuto regista per Zeffirelli (Un té con Mussolini) e per Marco Tullio Giordana (I cento passi), si muove bene con la macchina da presa, anche se, come detto, ricorda spesso i suoi programmi televisivi. Le recitazioni, la sua, nei panni di Arturo da adulto, ma pure quella della Capotondi (Flora da adulta), e quelle degli attori che interpretano i genitori di Arturo, sono un po' troppo "leggere" per i miei gusti, ma probabilmente è quello che voleva Pif: un contrasto forte.
Rivediamo con grande piacere sia Ninni Bruschetta (Fra Giacinto), sia Claudio Gioé (Francesco), e diamo il benvenuto all'ottimo Alex Bisconti (Arturo bambino).
Ottimo film. Chissà che Pif non ci riservi grosse sorprese cinematografiche in futuro.
E' proprio vero, allora: una risata vi seppellirà, stronzi.

20131214

indovina chi #3

visto che il #2 è stato indovinato in un batter d'occhio, passiamo subito alla terza copertina/retrocopertina/dentrocopertina.
indovinare:
-l'artista
-il disco
e dare un voto da 1 a 10, non è necessario una spiegazione del voto...ma potrebbe essere interessante...
non si vince nulla, è solo un gioco.




indovina chi #2

come al solito, indovinare:
-l'artista
-il disco
e dare un voto da 1 a 10, non è necessario una spiegazione del voto...ma potrebbe essere interessante...
non si vince nulla, è solo un gioco.





















qui #1

voglio ballare con qualcuno

Meravigliosa.

20131213

the intrepid

L'intrepido - di Gianni Amelio (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Milano, oggi. Antonio, separato con un figlio musicista ormai grande, di mestiere fa il rimpiazzo. L'estremizzazione della precarietà: alle dipendenze di un anziano originario del Sud Italia, Antonio sostituisce chiunque, per qualsiasi tipo di lavoro, e per una qualunque durata, siano un paio d'ore che una settimana. La paga è ridicola, Antonio vive in ristrettezze che però lui fa diventare semplicità, e nonostante tutto questo, nonostante la moglie lo abbia lasciato per un uomo molto più ricco, nonostante il figlio soffra di attacchi di panico (soprattutto prima di esibirsi), riesce a conservare una dignità enorme, da fare invidia a chiunque. Ha un bel rapporto col figlio, ha amici di ogni etnia, e riesce perfino ad aiutare chi ne ha bisogno, come Lucia, una ragazza dell'età del figlio, che conosce ad un concorso, e che aiuta passandole le risposte ai quesiti, e con la quale instaura un bel rapporto d'amicizia. Finché accadono delle cose che minerebbero il coraggio e la tenacia di chiunque.

Non sono un esperto dei film di Gianni Amelio, che però mi sta simpatico, con quella barba e quell'espressione un po' così. Però ho visto Il ladro di bambini e Le chiavi di casa; in realtà, ora che ho fatto una ricerca su questo stesso blog, mi ricordo di aver visto anche La stella che non c'è, ma non mi piacque granché, e per questo forse l'ho rimosso. Ecco, a differenza dei primi due, questo L'intrepido, seppure non si possa paragonare, ha un po' il difetto de La stella che non c'è, e cioè parte piuttosto bene, e poi si perde. Alla fine, lascia come la faccia di Amelio, un po' così.
Antonio Albanese, protagonista quale Antonio, conferma la sua bravura come interprete di personaggi tragicomici in film diretti da registi veri, strapperebbe applausi in continuazione e a scena aperta, eppure quel finale, qualche ridondanza di troppo, non convincono e guastano il risultato finale, e l'amarezza che avrebbe dovuto lasciarti una storia come questa.
Come spesso (ma non sempre) accade, rischio di ripetere concetti già espressi con la solita mirabile sintesi da chi ne sa, Milano "raccontata" e ripresa mirabilmente e quasi romanticamente, di Albanese abbiamo già detto, e molte scene davvero intriganti e ben fatte (si, il negozio di scarpe ma perché, la scena in Albania? o i rientri a casa?), ma altrettante cadute di stile (la scena dell'ultima esibizione) e un'irrisolutezza complessiva, un mancato affondo, lasciano l'amaro in bocca ma non quell'amaro lì, quello che, paradossalmente, sarebbe stato quello giusto.