No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20181118

Politica guasta

Broken Politics - Neneh Cherry (2018)

Sempre con il suo ritmo estremamente lento, sembra che Neneh Mariann Karlsson, meglio conosciuta come Neneh Cherry, sia decisa a continuare la sua longeva carriera musicale, che va avanti dal 1980 circa. Il suo disco precedente risale al 2014, Blank Project, e il precedente, non esattamente a suo nome, era del 2012, The Cherry Thing; quest'ultimo mi dette la sensazione di aver ritrovato una vecchia amica, che dal 1996 (Man) avevo perso di vista, anche se nel frattempo, lei aveva fatto uscire due dischi sotto il monicker CirKus. Detto tutto questo, per farvi capire che la signora è navigata, e soprattutto, che fa dischi quando sente di avere davvero qualcosa da dire, nonostante i due dischi precedenti fossero davvero dei dischi difficili da superare, anche questo Broken Politics è uno di quei lavori da ascoltare con i testi (e magari il traduttore) a portata di mano, causa l'importanza e il coinvolgimento socio-politico molto attuale delle liriche, e che potrebbe spiazzare l'ascoltatore vista la trasversalità dello stile. Cherry si è sempre definita non una rapper, ma una cantante che "fa un po' di rap"; è passata dal punk, del quale conserva l'attitudine, e attraverso tutti gli stadi evolutivi della musica dance. Si è messa nelle sapienti mani di Four Tet (Kieran Hebden), si è fatta dare un aiuto da Robert Del Naja (Massive Attack) per il singolo Kong (un singolo che lancia l'album e che parla di immigrati), e per la composizione, troviamo quasi sempre la collaborazione del marito Cameron McVey, grande orecchio pop ma anche radici che affondano nella tradizione trip hop. Il risultato è un disco che potrebbe a prima vista sembrare leggermente inferiore ai due precedenti, solo perché il loro ricordo è, credetemi, davvero ingombrante. Al contrario, questo disco ha uno stile al tempo stesso inconfondibile, e sempre più raffinato, orecchiabile ma intellettuale, mentre Cherry parla, in maniera soffusa, di aborto, rifugiati, violenza armata, e della facilità con la quale le cospirazioni entrano nella vita di tutti i giorni. Se vi pare poco.



Still with its extremely slow pace, it seems that Neneh Mariann Karlsson, better known as Neneh Cherry, is determined to continue her long musical career, which has been going on since about 1980. Her previous record dates back to 2014, Blank Project, and the previous one, not exactly in her name, was from 2012, The Cherry Thing; the latter gave me the feeling of having found an old friend, who since 1996 (Man) I had lost sight of, even if in the meantime, she had released two records under the CirKus monicker. Having said all this, to make you understand that the lady is navigated, and above all, making records when she feels she really has something to say, despite the two previous records were really difficult to overcome, this Broken Politics is one of those works to listen with the lyrics (and perhaps the translator) at hand, because of the importance and the very current socio-political involvement of the lyrics itself, and that could displace the listener considering the transversality of the style. Cherry has always defined herself as not a rapper, but a singer who "does a bit of rap"; she has passed from punk, of which it retains the attitude, and through all the evolutionary stages of dance music. She has put herself in the expert hands of Four Tet (Kieran Hebden), has been helped by Robert Del Naja (Massive Attack) for the single Kong (a single that launches the album and that speaks of immigrants), and for the composition, we almost always find the collaboration of her husband Cameron McVey, big pop ear but also roots that sink in the trip hop tradition. The result is a record that may at first sight seem slightly inferior to the previous two, just because their memory is, believe me, really cumbersome. On the contrary, this record has a style that is at once unmistakable, but increasingly refined, catchy but intellectual, while Cherry speaks, in a suffused way, of abortion, refugees, gun violence, and the ease with which conspiracies enter the life of everyday. If you think it's a nothing...

20181116

L'amore è magico

Love Is Magic - John Grant (2018)

La cosa che mi conforta, e al tempo stesso mi spingerà a fare sempre meglio, anche solo per la soddisfazione, è che, mentre tentavo disperatamente di costruire il mio giudizio scritto sul quarto disco in studio dell'artista originario di Buchanan, Michigan (cresciuto poi in Colorado, ha studiato in Germania, è tornato negli US a New York, e poi si è trasferito in Islanda), sono incappato nella recensione di Michael Hann sul Guardian, ed ho trovato scritto esattamente quello che pensavo, per filo e per segno, ma elaborato in una maniera nella quale io non ero riuscito a fare. Vi rimando quindi a quella recensione, mentre io aggiungerò questo: Love Is Magic è probabilmente l'album meno riuscito di John Grant, probabilmente perché esagera nell'uso dei synth, che spesso affogano tutto il resto, ed eccede nella durata delle canzoni, lasciando spazio a divagazioni strumentali sperimentali. Tutto questo va contestualizzato: John Grant rimane uno dei cantautori rock più dotati, a livello di songwriting, di testi e con una voce profondissima, capace di cantare di dolori profondi e segnanti con un tono da cabaret, e di infilare dentro un'unica canzone stupri, Trump e bei ragazzi brasiliani. Ci sono canzoni bellissime anche questa volta: Is He Strange, Smug Cunt, Love Is Magic, Tempest, ma, come detto, ci sono troppi orpelli sperimentali.



The thing that comforts me, and at the same time push me to do even better, just for the satisfaction, is that, while I tried desperately to build my judgment written on the fourth studio album of the artist born in Buchanan, Michigan (then raised in Colorado, he studied in Germany, he returned to the US in New York, and then he moved to Iceland), I stumbled on Michael Hann's review on The Guardian, and I found it written exactly what I thought, but elaborated in a manner in which I had failed to do. I refer you to that review, while I will add this: Love Is Magic is probably the least successful album of John Grant, probably because it exaggerates in the use of synths, which often drown all the rest, and exceeds with the duration of the songs, leaving space for experimental instrumental digressions. All of this must be contextualized: John Grant remains one of the most talented rock songwriters, in terms of songwriting, lyrics and with a very deep and beautiful voice, able to sing of deep pains and events that leave you scars, with a cabaret tone, and capable to insert a single song rapes, Trump, and handsome Brazilian guys. There are beautiful songs also this time: Is He Strange, Smug Cunt, Love Is Magic, Tempest, but, as mentioned, there are too many experimental trappings.

20181115

Razzo

Rocket - Edie Brickell and New Bohemians (2018)

Era il 1988, quando molti appassionati di musica, anche molto più dura di quella proposta da Edie Brickell and New Bohemians, rimasero fulminati dal singolo What I Am, e corsero a comprare, su disco o cassetta, Shooting Rubberbands at the Stars, scoprendo che c'era anche un'altra canzone, forse più bella, Circle. Girava tutto intorno ad un rock venato di folk. Dopo un paio d'anni, si seppe che la cantante si era sposata nientemeno che con Paul Simon. I più, da allora, ne hanno perso le tracce, e invece, lei ha continuato a fare musica, saltuariamente anche con gli stessi New Bohemians (The Live Montauk Sessions, 1999, Stranger Things, 2006). La band si è riunita per concerti sporadici anche dopo il 2006, e l'anno scorso in aprile, hanno suonato tre concerti esauriti a Oak Cliff, un sobborgo di Dallas (dov'è nata Edie), per raccogliere fondi per una scuola di musica, sempre di Oak Cliff, dove il chitarrista della band Kenny Withrow, insegna. Durante le prove per questi tre concerti, la band, evidentemente in stato di grazia, ha scritto nuove canzoni. Dopo i concerti, hanno deciso di registrarle, e il tutto si è concluso in pochi giorni. Così come dice la stessa Brickell, l'album non è molto omogeneo, e "salta" tra vari generi. Ma potenzialmente, mostra che c'è ancora qualcosa da dire, seppure con una modalità un po' agée.



It was 1988, when many music lovers, even of music much harder than the one proposed by Edie Brickell and New Bohemians, were struck by the single What I Am, and ran to buy, on disc or cassette, Shooting Rubberbands at the Stars, discovering that there was also another song, perhaps more beautiful, Circle. The genre was a simple rock veined by folk. After a couple of years, it was learned that the female singer had married no less than with Paul Simon. The most, since then, have lost track of her, and instead, she has continued to make music, occasionally even with the same New Bohemians (The Live Montauk Sessions, 1999, Stranger Things, 2006). The band gathered for sporadic concerts even after 2006, and last year in April, they played three sold out concerts in Oak Cliff, a suburb of Dallas (where Edie was born), to raise funds for a music school , also from Oak Cliff, where the band's guitarist Kenny Withrow teaches. During the rehearsals for these three concerts, the band, evidently in a state of grace, wrote new songs. After the concerts, they decided to register them, and it all ended in a few days. As Brickell herself says, the album is not very homogeneous, and "skips" between various genres. But potentially, it shows that there is still something to be said, albeit with a slightly old school way.

20181114

Trincea

Trench - Twenty One Pilots (2018)

So che comincio sempre più spesso le mie recensioni (sempre che si possano definire tali) nella stessa maniera, ma devo essere prima di tutto onesto, perché spesso i giudizi possono essere sensibilmente guidati, quando si conosce l'intera carriera di una band, per quanto si provi ad essere equilibrati. E quindi, anche stavolta rivelerò che non avevo mai ascoltato, prima d'ora, i Twenty One Pilots, duo di Columbus, Ohio. E non sapevo assolutamente cosa aspettarmi, visto che non avevo neppure mai letto niente che mi potesse dare un'indicazione, un'idea anche solo approssimativa del genere da loro praticato. Genere che rimane indefinibile anche dopo diversi ascolti di questo loro quinto album. Certo, l'influenza prominente è l'hip hop, ma tenete conto che i componenti, Tyler Joseph (voce, tastiere, chitarre) e Josh Dun (batteria, tromba), sono entrambi bianchi. Non vorrebbe dire granché; il fatto è che dentro alla loro musica c'è di tutto, dal rock al reggae, dall'elettronica al punk, e che, nonostante entrambi siano fondamentalmente autodidatti musicalmente, il disco, che qualche fan definisce il loro più pop, è geniale nel suo minimalismo. E' un concept album, basato su una realtà distopica creata da Joseph, e attraverso storie legate a questo mondo immaginario, i testi esplorano l'insicurezza, la fede, il suicidio e la salute mentale. Dategli un ascolto, potrebbe coinvolgervi.



I know that I always more often start my reviews (as long as they can be defined so) in the same way, but I have to be honest first of all, because often the judgments can be sensibly guided, when you know the whole career of a band, for how much you try to be balanced. And so, again this time I will reveal that I had never heard before the Twenty One Pilots, duo from Columbus, Ohio. And I did not know what to expect, since I had never even read anything that could give me an indication, even an approximate idea of ​​the genre they practiced. Genre that remains indefinable even after several listening of this their fifth album. Of course, the prominent influence is hip hop, but keep in mind that the components, Tyler Joseph (vocals, keyboards, guitars) and Josh Dun (drums, trumpet), are both white. It would not mean much; the fact is that inside their music there is everything, from rock to reggae, from electronics to punk, and that, although both are basically self-taught musically, the album, which some fans define their most pop, is brilliant in its minimalism. It is a concept album, based on a dystopian reality created by Joseph, and through stories related to this imaginary world, the lyrics explore insecurity, faith, suicide and mental health. Give it a listen, it could involve you.

20181113

Non sarebbe fantastico?

Wouldn't It Be Great - Loretta Lynn (2018)

86 anni, 41 dischi in studio, quasi 60 anni di carriera; un solo marito (morto nel 1996), sei figli avuti, attualmente ha 27 nipoti e 16 pronipoti. Eppure, continua ad andare in tour, a comporre, a cantare. Basterebbe solo questo per capire di cosa stiamo parlando. Avevo sempre e solo sentito parlarne, l'avevo sentita citare da altri artisti, e quindi a questo giro, visto che c'è un nuovo album, mi sono deciso ad ascoltare miss Loretta Lynn née Webb, da Butcher Hollow, Kentucky, un luogo che non è catalogato neppure come villaggio, ma semplicemente una antica comunità di minatori di carbone. A dispetto dell'aspetto un po' spettrale, causato ovviamente dai lifting, la voce di questa leggenda del country statunitense pare inarrestabile, e il disco potrebbe essere una perfetta introduzione al genere per principianti. Anche perché le canzoni non sono tutte nuove: una buona parte sono nuove versioni di pezzi già pubblicati dalla stessa Lynn nel passato (Wouldn't It Be Great, God Makes No Mistakes, My Angel Mother, Don't Come Home a Drinkin', Darkest Day e la sua signature song per eccellenza, Coal Miner's Daughter). L'album è il terzo di una serie di cinque pianificati per essere registrati al Cash Cabin Studio di Hendersonville, Tennessee, ed è prodotto da una delle figlie di Loretta, Patsy Lynn Russell, e da John Carter Cash, l'unico figlio di Johnny e June Carter.



86 years, 41 studio albums, almost 60 years of career; one husband (died in 1996), six children, currently has 27 grandchildren and 16 great-grandchildren. Yet, she continues to go on tour, to compose, to sing. This would be enough to understand what we are talking about. I had only ever heard of her, I heard her mentioned by other artists, and so this time, since there is a new album, I decided to listen to Miss Loretta Lynn née Webb, from Butcher Hollow, Kentucky, a place which is not even listed as a village, but simply an ancient community of coal miners. In spite of the somewhat ghostly appearance, obviously caused by facelifts, the voice of this American country legend seems unstoppable, and the record could be a perfect introduction to the beginner of this genre. Also because the songs are not all new: a good part are new versions of tracks already published by the same Lynn in the past (Wouldn't It Be Great, God Makes No Mistakes, My Angel Mother, Don't Come Home a Drinkin', Darkest Day and her signature song by excellence, Coal Miner's Daughter). The album is the third of a series of five scheduled to be recorded at the Cash Cabin Studio in Hendersonville, Tennessee, and is produced by one of Loretta's daughters, Patsy Lynn Russell, and John Carter Cash, Johnny's and June Carter only son.

20181112

Cera

Wax - KT Tunstall (2018)

Questo sesto album in studio per la cantautrice scozzese, è per me il primo approccio in assoluto con la sua musica. Eppure, la carriera musicale di Kate Victoria Tunstall, oggi 43enne, comincia intorno al 2000. Capace di suonare anche batteria, flauto, pianoforte e tastiere in genere, predilige la chitarra e combina il folk con un'attitudine molto rock, direi low fi dal punto di vista di approccio, ma con un tipo di scrittura molto radiofonica. Questo disco, il secondo di una trilogia che lei definisce "soul, body and mind", e che segue di due anni il primo della trilogia intitolato KIN, contiene 11 tracce (13 nell'edizione HMV) molto orecchiabili, eppure non ruffiane, oserei definirle oneste. 



This sixth studio album for the Scottish singer-songwriter, is for me the first ever approach with her music. Yet, the musical career of Kate Victoria Tunstall, now 43 years-old, starts around 2000. Able to play drums, flute, piano and keyboards in general, she prefers guitar and combines folk with a very rock attitude, I would say low fi, from the approach point of view, but with a very catchy type of songwriting. This record, the second in a trilogy that she calls "soul, body and mind", and which follows the first of the trilogy entitled KIN, is composed of 11 tracks (13 in the HMV edition) very catchy, yet not built, I would dare to define them honest.

20181111

Ella

Ella Mai - Ella Mai (2018)

Album di debutto per la 24enne londinese, che però ha vissuto la sua adolescenza a New York. Esperienza breve per l'undicesima edizione dell'X Factor inglese, con il trio Arize subito eliminato, poco dopo pubblica un EP su SoundCloud, e viene scoperta su Instagram dal produttore statunitense DJ Mustard, che le pianifica i passi iniziali, fino all'album di debutto. Descritto come throwback R&B, il disco in effetti suona come un qualcosa tra le Destiny's Child o le TLC, e l'attuale R&B. La voce è buona, ma non fa gridare al miracolo, forse c'è un'inflazione di voci femminili, soprattutto nel campo R&B, e pure le tracce, nonostante produttori quotati e partecipazioni di un certo livello (Chris Brown, John Legend, H.E.R.), non spiccano particolarmente.



Debut album for the 24-year-old Londoner, who has lived her adolescence in New York. Short experience for the eleventh edition of the English X Factor, with the trio Arize immediately eliminated, shortly after she published an EP on SoundCloud, and she was discovered on Instagram by the US producer DJ Mustard, who plans her initial steps, up to the album debut. Described as a throwback R&B, the record actually sounds like something between Destiny's Child or TLC, and current R&B. The voice is good, but we can not cry to a miracle, perhaps there is an inflation of female voices, especially in the field of R&B, and even tracks, despite big producers and some guests of a certain level (Chris Brown, John Legend, H.E.R.), do not particularly stand out.

20181109

Evoluzione

Evolution - Disturbed (2018)

Settimo disco in studio per la band di Chicago, Illinois, secondo dopo la pausa che si sono presi dal 2011 al 2015 (abitudine sempre più frequente nelle band, del tutto comprensibile per il mondo musicale odierno). Ora, devo dire onestamente che la band non è mai stata tra le mie preferite, ed è difficile spiegare il perché. Fatto sta che tutte le loro caratteristiche, quelle che non mi piacciono, potete ritrovarle in questo nuovo Evolution, che quindi è un disco assolutamente non brutto, ma che non riesce a coinvolgermi. Ballate stucchevoli, pezzi ritmati con quell'andamento nu metal che non si sopporta più, e soprattutto, la voce di David Draiman, esageratamente teatrale. Quest'ultima è forse l'elemento che a me impedisce di digerire tutto il resto; in effetti, la tecnica è impeccabile, voce compresa. E' quindi l'elemento emozionale, che mi impedisce di apprezzare fino in fondo questa band, che sono sicuro, a molti piacerà.



Seventh studio album for the band from Chicago, Illinois, second after the break that took place from 2011 to 2015 (more and more frequent in bands, completely understandable for today's musical world). Now, I have to honestly say that the band has never been one of my favorites, and it's hard to explain why. The fact is that all their characteristics, those that I do not like, you can find them in this new Evolution, which is therefore a record absolutely not bad, but that fails to involve me. Nauseating ballads, tracks punctuated with that nu metal trend that I can't no longer bears, and above all, the voice of David Draiman, exaggeratedly theatrical. The latter is perhaps the element that prevents me from digesting everything else; in fact, the technique is impeccable, including the vocal one. It is therefore the emotional element, which prevents me from fully appreciating this band, which I am sure, many will like it.

20181108

Creature non celesti

Vaxis - Act I: The Unheavenly Creatures - Coheed and Cambria (2018)

Ho sempre avuto un rapporto strano, direi quasi conflittuale con la band di Nyack, New York, probabilmente perché non ho mai approfondito gli ascolti, e non sono mai riuscito a "collocarli" come genere. Sono infatti andato a controllare, e non ho mai scritto niente su di loro, se non una volta quando mi sono stupito che si potesse abbandonare una band come i Dillinger Escape Plan per, appunto, una come i Coheed and Cambria (il batterista Chris Pennie).  Chissà se la cosiddetta maturità, implica anche questo: mettersi pazientemente all'ascolto di qualcosa che non si è compreso fino ad allora. Ma devo rivelarvi che non è stato per niente difficile, in questo caso: il nono disco in studio dei Coheed e, a mio modestissimo parere, molto bello. Sono stati catalogati spesso alla voce progressive, ma direi che se si esclude qualche tempo dispari e l'uso delle tastiere, l'etichetta è esagerata, almeno per questo disco. Le canzoni sono piuttosto lineari, anche quelle più lunghe; come quasi tutti i loro dischi, anche questo è un concept, che è ispirato alla saga fumettistica The Amory Wars, scritta dal cantante e chitarrista della band, Claudio Sanchez. L'attitudine progressive si sposa con un approccio heavy metal classico, un po' alla Iron Maiden, e da una ricerca della melodia decisamente riuscita, tanto che il risultato mi fa pensare a dei moderni Journey, più che ai Rush. Nonostante la lunghezza del disco (quasi 80 minuti per 14 canzoni ed un iniziale prologo), ci sono una quantità di belle canzoni tale, che un'altra band qualsiasi ci avrebbe probabilmente scritto almeno tre dischi diversi, con vari riempitivi. Vi invito a superare le diffidenze, in caso ne aveste, e ad ascoltarlo: ne rimarrete stupiti.

I have always had a strange relationship, I would say almost conflicting, with the band from Nyack, New York, probably because I have never deepened the listenings, and I have never been able to "place them" as a genre. I went to check, and I never wrote anything about them, if not once when I was amazed that someone could leave a band like the Dillinger Escape Plan for, in fact, another one like the Coheed and Cambria (the drummer Chris Pennie did it). Who knows if the so-called maturity, also implies this: to patiently listen to something that has not been understood until then. But I must reveal to you that it was not difficult at all, in this case: the ninth record in studio by the Coheed is, in my humble opinion, very good. They have been cataloged often at the voice: progressive, but I would say that if you exclude some polyrhythms and the use of the keyboards, the label is exaggerated, at least for this record. The songs are quite linear, even the longest ones; like almost all their records, this is also a concept, which is inspired by the comic book saga The Amory Wars, written by the singer and guitarist of the band, Claudio Sanchez. The progressive attitude is combined with a classic heavy metal approach, a bit Iron Maiden-ish, and a research for the melody decidedly successful, so that the result makes me think of a modern Journey, rather than to the Rush. Despite the length of the record (almost 80 minutes for 14 songs and an initial prologue), there are a lot of beautiful songs such that any other band would probably have written at least three different records, with various fillers. I invite you to overcome the prejudice, in case you have, and to listen to it: you will be amazed.

20181107

Ti ho amato nel tuo momento più buio

I Loved You at Your Darkest - Behemoth (2018)

C'è chi dice che questo undicesimo disco della band polacca, è uno dei loro picchi. In effetti, pur continuando a non ritenermi un esperto di metal estremo, ed, in questo caso, di blackened death metal, mi pare molto difficile trovare dei difetti ad un disco massiccio come questo I Loved You at Your Darkest (titolo che a me piace tantissimo), dove il quartetto suona come una cosa sola, mettendo in scena, è proprio il caso di dirlo per la teatralità che si riesce a percepire, insieme alla musica, una rappresentazione efficace di una sorta di protesta anti-cristiana, argomentata da testi a tema. I pezzi sono tutti di una compattezza invidiabile, e i quattro musicisti sono tecnicamente inappuntabili. Il risultato è grandioso, nel suo genere.



Some say that this eleventh record of the Polish band, is one of their peaks. In fact, while continuing to not consider me an expert in extreme metal, and, in this case, blackened death metal, it seems very difficult to find defects in a massive disc like this I Loved You at Your Darkest (title that I like a lot), where the quartet plays as one thing, staging, it is appropriate to say it for the theatrical that you can perceive, together with the music, an effective representation of a sort of anti-Christian protest, argued by the lyrics. The tracks are all of an enviable compactness, and the four musicians are technically impeccable. The result is great, in its kind.

20181106

Cancellami

Erase Me - Underoath (2018)

Erase Me è l'ottavo album della band di Tampa, Florida, ed è anche l'album del ritorno dopo lo scioglimento (durato dal 2013 al 2017), oltre che essere pure quello del ritorno di Aaron Gillespie alla batteria e alle clean vocals (che però stavolta "divide" con il lead vocalist Spencer Chamberlain). Cosa c'è di nuovo? Un bel po' di cose. Questo sarà sicuramente il disco con il quale gli Underoath perderanno molti fan, che li accuseranno di essersi rammolliti. La cosa curiosa, è che, contemporaneamente, con alcune dichiarazioni ufficiali, la stessa band, che si era da sempre professata cristiana, sembra distaccarsi da questa sorta di etichetta. E quindi, direte voi. E quindi l'album è paradossalmente, punteggiato dall'uso del pianoforte, sulle parti rilassate, ugualmente "duro" nelle parti tirate, ma con concessioni melodiche distribuite a piene mani, con il risultato da contenere un alto numero di potenziali singoli. Ascoltate (il terzo singolo) ihateit e ditemi se non vi ricorda Zombie dei Cranberries. Ascoltate il disco e ditemi se non vi viene voglia di rimetterlo subito. A me piace, e credo che questo percorso fosse prevedibile, con il ritorno di Gillespie. Come detto, non mi dispiace affatto.



Erase Me is the eighth album of the band of Tampa, Florida, and is also the album of the return after the disbanding (lasted from 2013 to 2017), as well as being the return of Aaron Gillespie on drums and on clean vocals (but this time he "divides" this duty with lead vocalist Spencer Chamberlain). What's new? A lot of things. This will surely be the album with which the Underoath will lose many fans, who will accuse them of having softened. The curious thing is that, at the same time, with some official statements, the same band, which had always professed Christianity, seems to detach itself from this sort of label. So what, you will ask. And so the album is paradoxically, punctuated by the use of the piano, on the relaxed parts, equally "hard" in the heaviest parts, but with melodic concessions distributed with full hands, with the result to contain a large number of potential singles. Listen to (the third single) ihateit and tell me if it does not remind you of Zombie by the Cranberries. Listen to the record and tell me if you do not want to put it on right away. I like it, and I think this path was predictable, with the return of Gillespie. As said, I do not mind at all.

20181105

Nella nostra scia

In Our Wake - Atreyu (2018)

Settimo disco in studio per la band di Orange County, California, il secondo dopo la riunione che è seguita allo iato che si sono presi dal 2011 al 2014. Non li avevo mai ascoltati, e non so come mai, dal nome mi aspettavo qualcosa di più pesante. Invece, più volte mi sono ritrovato a pensare ai Papa Roach; siamo infatti di fronte al più classico dei metalcore, tantissime aperture melodiche, pochi cantati urlati, begli assoli di chitarra, suono corposo e discreto songwriting. Un disco che si fa ascoltare senza picchi particolari, ma anche senza cadute rovinose. Chiude il disco (nella versione standard) Super Hero, addirittura con dei fiati, e la partecipazione di altri due cantanti, Aaron Gillespie degli Underoath, e M. Shadows degli Avenged Sevenfold.



Seventh studio album for the band from Orange County, California, the second after the reunion that followed the hiatus that took place from 2011 to 2014. I had never listened to them, and I do not know why, I expected something heavier, from the name. Instead, several times I found myself thinking of the Papa Roach; we are in fact in front of the most classic of metalcore, many melodic openings, a few screamed chants, beautiful guitar solos, full-bodied sound and discreet songwriting. A record that is heard without particular peaks, but also without ruinous falls. Closes the album (in the standard version) Super Hero, even with the horns, and the participation of two other singers, Aaron Gillespie from Underoath, and M. Shadows from Avenged Sevenfold.

20181104

Guardia del corpo

Bodyguard - Creata da Jed Mercurio - Stagione 1 (6 episodi; BBC One) - 2018

UK. Il Sergente David Budd, veterano della guerra in Afghanistan e ufficiale di polizia, si trova su un treno diretto alla stazione di London Euston, insieme ai due figli. E' separato, e durante il fine settimana i figli stanno con lui. Mentre i bambini dormono, David nota dei movimenti strani da parte della capotreno, dalla quale viene a sapere che la polizia ha diramato un all'erta: si sospetta la presenza di un kamikaze che vuol far saltare il treno. David è un ottimo poliziotto, e grazie al suo intervento, l'attentato viene sventato, e i due attentatori, marito e moglie musulmani, vengono arrestati. Dal suo atto eroico scaturisce una sorta di promozione: viene assegnato alla sorveglianza personale di Julia Montague, Home Secretary (l'equivalente del nostro Ministro degli Interni) del Governo in carica, conservatore. C'è una iniziale tensione tra i due: la Montague è determinata a supportare le guerre nei paesi arabi per controbattere il terrorismo, ed ha intenzione di limitare fortemente i diritti civili, rinforzando il RIPA. David è spaventato da ciò, così come l'ex commilitone Andy, attivista contro la guerra, disgustato dalla nuova svolta di carriera di Budd, mentre l'ex marito di Julia, attualmente Chief Whip, figura predominante immediatamente sotto al Primo Ministro, sospetta che lei voglia sfruttare la paura del terrorismo per guadagnare consensi, e riuscire a sostituire il Primo Ministro. David, dal canto suo, sta lottando strenuamente contro una grave forma di Stress Post Traumatico, che sta deteriorando il suo rapporto con la ormai ex moglie, e lo rende estremamente paranoico.

Intrigante miniserie inglese, con protagonista assoluto, nei panni del Serg. David Budd, uno schizzatissimo Richard Madden (mai dimenticato Robb Stark di Game of Thrones), che affronta, non senza porgere il fianco ad innumerevoli critiche di islamofobia ed altro, la paura probabilmente più diffusa nell'Europa attuale, il terrorismo di matrice estremista islamica. Sei episodi di circa un'ora di durata, tensione altissima, qualche ingenuità ma nel complesso un'ottima visione, che ha avuto un successo enorme in UK. Ottimo il cast di contorno, a partire da Keeley Hawes, nei panni di Julia Montague.

Intriguing English miniseries, with absolute protagonist, in the role of Serg. David Budd, a schizoid Richard Madden (never forgotten Robb Stark of Game of Thrones), who faces, not without giving the flank to innumerable criticism of Islamophobia and more, probably the most widespread fear in today's Europe, the terrorism of Islamic extremist origin . Six episodes of about an hour of duration, very high tension, some ingenuity but overall a great vision, which has had a huge success in the UK. Excellent sideline cast, starting with Keeley Hawes, in the role of Julia Montague.

20181102

Why Write

Perché scrivere - Zadie Smith (2011)

Desiderio di spingere il mondo in una certa direzione, di modificare l'altrui concezione del tipo di società alla quale bisogna tendere. [...] Nessun libro è autenticamente privo di orientamento politico. L'opinione che l'arte non debba avere nulla a che fare con la politica è essa stessa una posizione politica. (Orwell, citato da Zadie Smith)

Perché scrivere è un libriccino che raccoglie due lavori della scrittrice inglese, che ha vissuto per qualche anno in Italia. La prima parte (che dà il titolo all'opera), Why Write, è semplicemente il testo di una lectio magistralis tenuta a Firenze il 15 giugno 2011 in occasione della quinta edizione del Premio Gregor von Rezzori; naturalmente, si interroga sul motivo per cui scrivere, oggi, quale sia il ruolo dello scrittore, se sia rilevante, se scrivere possa essere considerato un gesto politico (appunto), quanto sia importante la tecnica, gli ingredienti per scrivere bene, da cosa si misura il valore di un'opera e del suo autore, che cosa significa scrivere onestamente. La seconda parte, Fail Better, apparso originariamente sul Guardian il 13 gennaio 2007 e poi ripubblicato in italiano (Il fallimento riuscito) sul numero 725 di Internazionale del 28 dicembre 2007, affronta più o meno gli stessi argomenti, dal punto di vista di un ipotetico scrittore che pubblica un libro di successo e che in seguito, riflette su quello che avrebbe voluto fosse, ma non è stato.

Why Write is a short book that collects two works by the English writer, who lived for a few years in Italy. The first part (which gives the title to the work), Why Write, is simply the text of a lectio magistralis held in Florence on June 15, 2011 on the occasion of the fifth edition of the Gregor von Rezzori Award; of course, she wonders about why writing, today, what the role of the writer is, if it is relevant, if writing can be considered a political gesture (indeed), how important is the technique, the ingredients to write well, from what measure the value of a work and its author, what it means to write honestly. The second part, Fail Better, originally appeared in the Guardian on January 13, 2007 and then republished in Italian on the 725 issue of Internazionale on December 28, 2007, deals with more or less the same arguments, from the point of view of a hypothetical writer who publishes a successful book and who later reflects on what he wanted to be, but it was not.

20181101

On the neverfront of Leghorn

Sul Lungomai di Livorno - Simone Lenzi (2013)

La retorica impone che si dia prima la cattiva: i livornesi vogliono avere a che fare soltanto con i livornesi. La buona è invece che diventare livornesi non è affatto difficile: siamo tutti pronti a darvi una mano. Perché è bene che si sappia subito che a noi, di voi, di chi siete e del luogo da cui provenite, francamente non ce ne importa nulla. Se però, dichiarando la vostra apostasia, professerete adesione alla livornesità, non solo sarete i benvenuti, ma faremo di tutto per farvi sentire a casa, visto che, per la vostra intelligenza, avete saputo vedere quel che gli altri (si pensi ai disgraziati che si ostinano a vivere a Parigi, Milano, New York o Roma) non vedono.

Abbiamo già parlato di Simone Lenzi, mente dei Virginiana Miller e scrittore purtroppo ancora non troppo noto, a me particolarmente caro perché livornese (e anche perché la sua band ha mosso i primi passi anche sul palco di una manifestazione locale da me fortemente voluta, molti anni fa). Dopo il suo romanzo d'esordio La generazione, ha scritto questo libriccino, con il pretesto di raccontare i suoi tre traslochi in vent'anni, ed ha provato non a spiegare, ma semplicemente a raccontare il suo punto di vista sulla livornesità. Questo tema, come avrete capito non solo da questo post, sta a me particolarmente a cuore, in quanto livornese di provincia (e quindi considerato non livornese), e trovo che Lenzi sia riuscito a cogliere nel segno, riuscendo, come si conviene, a far vagamente commuovere ed a far sorridere al tempo stesso, citando equamente spacciatori di quartiere e grandi figure storiche.

We have already talked about Simone Lenzi, mind of Virginiana Miller and writer unfortunately not too well known, particularly dear to me because he's from Livorno (and also because his band took its first steps on the stage of a local event strongly desired by me, many years ago). After his debut novel La generazione, he wrote this little book, under the pretext of telling his three removals in twenty years, and he tried not to explain, but simply to tell his point of view on the livornesità (being an inhabitant of Livorno). This theme, as you will have understood not only from this post, is particularly close to my heart, as I come from the province of Livorno (and therefore considered not from Livorno), and I find that Lenzi has managed to make the point, succeeding, as is appropriate, to being vaguely touching, and to make us smile at the same time, equally quoting neighborhood drug dealers, and great historical figures.

Non sono del resto mai stato uno di quei provinciali che si lamentano del fatto che nella loro città non ci sia nulla, che non succeda niente, pensando invece che questa mancanza sia piuttosto una ricchezza, un vantaggio che i provinciali hanno sui cosmopoliti, condannati come sono a vivere sempre in mezzo all'attualità, fra mille stimoli che finiscono per non produrre più alcuna reazione. Penso invece che l'ideale sia vivere in provincia e frequentare le grandi città per brevi periodi.