No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20160229

Marrakech, Marocco - Dicembre 2015 (5)

E ancora.
Arriva l'ora di rimontare sul bus. Scambio due parole con un compagno di viaggio, che scopro essere portoghese delle Azzorre. Solita fermata per sgranchire le gambe e un té alla menta sulla via del ritorno. Si arriva per l'ora di cena, e senza neppure passare "dal via" mi fiondo in una pizzeria vicina al riad, che ho adocchiato già un paio di giorni prima, sempre vuota, ma con una interessante camerierina con la testa coperta. La pizza è senza infamia e senza lode, e la cameriera totalmente asettica. Mi ritiro nelle mie stanze deluso.
Sabato 12 dicembre
Dopo colazione cazzeggio, e mi decido a liberare la camera. Cerco l'ora di pranzo chiacchierando con Abdel, gli faccio qualche domanda seria sulla situazione marocchina. Gli chiedo di tutte quelle case vuote. Se esiste una classe media in Marocco. Mi spiega, in maniera molto trasparente, che no, non esiste in realtà, un po' per il volere dei potenti, un po' per l'indolenza del popolo. Nessuno muore di fame, ma moltissimi hanno poco più del minimo: quelle case sono nate per essere abitate da chi non aveva casa, ma pochi hanno quanto basta per entrarci veramente.
Torno a pranzo al Kremm, e mi trovo ancora meglio. Torno al riad, e mi faccio accompagnare all'aeroporto con largo anticipo, ma Ryanair ha scritto di presentarsi almeno tre ore prima per ritardi nei controlli. Niente di tutto questo, ma debbo comunque aspettare l'apertura del check in (anche se l'ho già fatto on line) per farmi vidimare la carta d'imbarco. Quando finalmente arriva l'imbarco, io ed altre tre persone, le uniche con la priorità, veniamo indirizzati verso un aereo "Ryan" che si rivela non essere quello giusto. Attendiamo il nostro, in leggero ritardo, e scambio impressioni con un versiliese che ha una piccola impresa conciaria proprio lì. Per fare il lavoro di un italiano, lì ci vogliono due persone. Ma costano comunque meno. E così sia.
La prossima settimana, i quattro voli conclusivi dell'anno, per visite di lavoro.
Un particolare della camera, la vasca, che non ho usato ma mi è piaciuta.
Due scorci del Kremm Café

20160226

Magia cattiva

Bad Magic - Motorhead (2015)

Beh, a qualche settimana dalla morte di una leggenda come Lemmy, come non recensire, anche solo per una sorta di omaggio, l'ultimo disco dei Motorhead? Niente di nuovo sotto il sole, dodici pezzi nel più classico stile motorheadiano più una cover di Sympathy for the Devil dei Rolling Stones. Si parte con Victory or Die, e già con la seguente Thunder & Lightning siamo già dalle parti di classici come (We Are) The Road Crew o Ace of Spades, quei pezzi dall'incedere incessante, quella miscela unica di hard rock, punk rock e metal, che sono divenuti il marchio di fabbrica di questa macchina da guerra. Ci sono boogie come Fire Storm Hotel, Tell Me Who to Kill o l'ottima When the Sky Comes Looking for You, pezzi tritatutto come Shoot Out All of Your Lights, Evil Eye, Teach Them How to Bleed, mid tempos assassini come The Devil o Choking on Your Screams, e perfino una specie di ballad come Till the End, bellissima nella sua prevedibilità.
Quaranta anni, suonare come agli inizi, morire senza mai fare un passo indietro. Come hanno scritto giustamente i suoi ultimi compagni di band, Born to lose, lived to win.
Immenso.



Well, a few weeks after the death of a legend (like Lemmy was), how not to review, also if only for a kind of homage, the last of Motorhead album? Nothing new under the sun, twelve tracks in the motorheadesque classic style plus a cover of "Sympathy for the Devil" by the Rolling Stones. It starts with "Victory or Die", and already with the following "Thunder & Lightning", we are already close of classics such as "(We Are) The Road Crew" or "Ace of Spades", those incessant tracks, this unique mixture of hard rock, punk rock and metal , which have become the trademark of this war machine. There are boogies as "Fire Storm Hotel", "Tell Me Who to Kill", or the excellent "When the Sky Comes Looking for You", chopper tracks such as "Shoot Out All Of Your Lights", "Evil Eye", "Teach Them How to Bleed", killers mid tempos such as "The Devil", "Choking on Your Screams" and even a kind of ballad like "Till the End", so beautiful in its predictability.
Forty years, sound like at the beginning, to die without ever taking a step back. As rightly writes his last band mates, Born to lose, lived to win.
Huge.

20160225

Marrakech, Marocco - Dicembre 2015 (3)

Giovedì 10 dicembre
Colazione, e con calma, mi prelevano al riad e mi portano fuori città per la cammellata. Lo so, è il più classico degli "acchiapparelli" per i turisti, falso come una banconota da 30 euro, ma mi andava così. Fino ad una certa ora non è caldissimo, ed è per questo che mi vedete così intabarrato. Il ragazzo che guida il cammello da terra è simpatico, e gli lascio una mancia perfino esagerata, ma non ci posso fare niente, ho il cuore tenero. Scopro che tutte le palme, o quasi, sono tutte piantate a posteriori, non endemiche. La zona è costellata di alberghi di lusso e da ville di ricconi stranieri.
La cosa dura poco, e sono di ritorno prima di pranzo. Noto i mercati improvvisati fuori le mura. Rientro, e facendo affidamento sul mio senso dell'orientamento, mi armo di mappa, e decido di raggiungere a piedi il famoso Jardin Majorelle. Quando esco dalle mura, però, manco la svolta a desta, e proseguo per almeno un chilometro, un chilometro e mezzo a dritto, allontanandomi dalla meta. Scopro una semi-periferia piuttosto anonima, tenuta così così, per niente affascinante. Certo ormai di aver sbagliato, chiedo indicazioni ad un paio di agenti, e torno sui miei passi. Trovo la svolta corretta dopo un altro sbaglio, individuo l'ingresso, mangio un boccone prima dell'ingresso.
Come letto in rete, i giardini sono belli e perfettamente mantenuti, ma piccoli per il prezzo del biglietto. Intitolati al proprietario originale, il pittore francese Jacques Majorelle, stabilitosi nella Medina nel 1919, i giardini nascono con l'acquisto di un palmeto da parte dello stesso artista, dalla susseguente costruzione di una villa in stile moresco, dal giardino botanico creato tutto intorno alla villa sempre dal pittore, amante della botanica. Sperimentatore, nel 1937 crea il blu Majorelle, e dipinge la villa e alcuni elementi del giardino circostante con lo stesso colore. Nel 1947, aprì al pubblico il giardino. Dopo qualche anno, in seguito ad un incidente d'auto, tornò a Parigi dove poi morì nel 1962.
Yves Saint Laurent e Pierre Bergé scoprono il giardino nel 1966, durante il loro primo soggiorno a Marrakech, e lo acquistano nel 1980. Le ceneri dello stilista sono state disperse nel giardino, dove sorge anche un memoriale a lui dedicato. Al piano terra della villa è stato aperto da qualche anno un museo berbero, piccolo ma decisamente sfarzoso, e piuttosto interessante.
Non scatto foto, che tanto non riuscirei a rendere l'idea, ma tanto potete farvela digitando il nome del giardino su google immagini. Il blu majorelle è comunque un colore che rimane impresso, c'è da dire.
Torno sui miei passi, verso il riad. Per cena esco, che ormai ho deciso, dopo due sere consecutive, che la colazione passi, ma la cena decisamente non fa per me. Esco e cerco Le comptoir du pacha, ristorante segnalato in rete e vicinissimo al mio riad, mi infilo nel vicolo dove dovrebbe essere insieme ad una coppia di inglesi che, anche loro, stanno cercando lo stesso locale. Nessuna traccia. L'inglese bussa alla porta accanto, ci apre un tipo che ci dice che da qualche sera il ristorante non è aperto. Sorpresi, ce ne andiamo. Ceno al Palais Donab, anche questo annesso all'hotel omonimo, praticamente di fronte al ristorante dove ho pranzato il giorno precedente: non male neppure questo, per una spesa decisamente contenuta per i nostri standard.
Venerdì 11 dicembre
Per oggi, escursione di un giorno intero a Essaouira, cittadina sul mare. Il viaggio comincia abbastanza presto (ma senza esagerare), e dura oltre un paio d'ore, con uno stop a metà mattinata, e un altro poco prima di entrare a Essaouira presso una cooperativa artigianale di prodotti caseari ed altre cosette che non mi interessano particolarmente. In mezzo c'è anche un terzo stop per fotografare le capre sugli alberi.
Appena arrivo ad Essaouira, avendo qualche ora libera, mi faccio trasportare dalla pigrizia e mi faccio infinocchiare da un locale che si offre di farmi da guida per la cittadina, e di finire in bellezza con un pranzo regale in un ristorante da lui consigliato. Mi sono dimenticato il nome di questo personaggio, che acuirà la mia sensazione di totale sfiducia nei marocchini. La visita naturalmente comprende cosettine interessanti ma anche un passaggio presso una cooperativa orafa locale (interesse meno di zero), e il ristorante si rivela un'inculata (pardon my french) galattica (tutto relativo, intendiamoci), tanto è vero che ci sono solo io, il padrone, il cameriere e la mia guida, che nel prezzo (raddoppiato rispetto al pattuito iniziale) ci fa incastrare anche il pranzo per se e la sua famiglia (ma da asporto, da vero signore). Finalmente me ne libero, e anche un po' stanchino dal caldo e dal camminare, infastidito dal trattamento, mi siedo fuori da un caffé che mi dà l'aria di un posto dove non ti rompano troppo le scatole, e passo l'abbondante mezz'ora che mi rimane prima del rendez vous con l'autobus di ritorno sorseggiando un espresso e fumando una sigaretta.
Una delle tante zone residenziali che mi hanno incuriosito, anche a Marrakech. Decine e decine di appartamenti nuovissimi, completamente vuoti.

20160224

Fifty


Ho visto questa t-shirt il mese scorso a Gran Canaria. Sono stato tentato di comprarla praticamente ogni giorno per una settimana, era in un negozietto sulla spiaggia, la vedevo ogni volta che andavo al bagno per fare pipì...uno degli indizi che hai veramente 50 anni, non riuscire a stare quattro ore in spiaggia senza aver bisogno di andare al bagno.

Ci sono un sacco di gadget, un sacco di battute, che segnano e cercano di ironizzare su un fatto ormai assodato, che oggi si invecchia meglio, diversamente, rispetto a quando gente come me aveva, per dire, meno di 20 anni, e vedeva le persone di 50 anni come vecchi. 

Oggi, a 50 anni, si è "giovanili", soprattutto se ci si è conservati senza infamia e senza lode. Epperò, si ha comunque mezzo secolo di primavere sulle spalle (sulla schiena, nel viso, addosso, in testa), believe it or not. Se si è fortunati, come me, si è molto più vicini alla pensione (o meglio: alla teorica età pensionabile) che al momento in cui si inizia davvero a lavorare, si è passato da un pezzo il "giro di boa", che secondo me è segnato dalla metà dell'età media dell'aspettativa di vita (attorno ai 40), si è rinnovato un paio di volte la patente, eccetera.

Oggi, 24 febbraio, è il mio cinquantesimo compleanno: molti di voi lo sanno. Non festeggerò in maniera "speciale", non ne ho voglia, ma non perché sia particolarmente snob, non ho avuto tempo di pensarci, e va benissimo così, sono stato impegnato a lavorare e a progettare ferie, a pensare al futuro.

Come mi sento? Mi sento strano. Sento di essere arrivato ad un traguardo a cui pensavo da tempo, ma che in tutta onestà, pensavo di tagliare in maniera peggiore: fisicamente, moralmente. Sto bene, lo sapete. Sono in salute, sono in una forma fisica che mi lascia piuttosto soddisfatto, l'operazione fifty iniziata in sordina qualche anno fa mi ha portato fin qui con risultati tutto sommato apprezzabili, 12 chili in meno rispetto ad un anno e mezzo fa, mezz'ora di piscina una o due volta la settimana, un po' di ginnastica, un po' di tapis roulant, niente di trascendentale, ma sono, ripeto, abbastanza soddisfatto. 

Moralmente: bene. Il lavoro, ormai son diventato noioso, mi sta dando grandi soddisfazioni, mi sento sicuro, vedo un bel futuro ricco di opportunità, sento la stima, sento di poter dare ancora molto.
Economicamente, grazie al cielo, al momento non vedo problemi, e questo è un bel sollievo.
Sentimentalmente, volendo proprio cercare il classico pelo nell'uovo, sono ai box, per usare una metafora. Da anni ormai. Chi segue questo blog avrà avuto la sensazione di "leggermi" innamorato alcune volte, ispirato, deluso, stati d'animo che, paradossalmente, ti spingono a comporre, a scrivere cose anche profonde, squassanti, ma belle. Da diversi anni mi rendo conto di stare nella comfort zone, non prendo rischi per non soffrire, dedico tempo al lavoro, ai viaggi, alla cultura, flirto senza impegno, senza mai approfondire troppo. Potrei scrivere i motivi, giustificarmi in qualche modo, ma non servirebbe: sono così, adesso, e a me va bene così, quindi rispettate la mia scelta. Parafrasando l'amato/odiato Ferradini, non ho chiuso la porta del cuore, ma certo, non controllo spesso lo spioncino.

Una cosa, ogni tanto, mi lascia interdetto, mi rende dubbioso. Come mi vedono gli altri. Difficile da spiegare: non sono uno che si preoccupa troppo di quello che pensano di me, intendo, dal punto di vista della maturità umana. A 50 anni, si dovrebbe essere adulti, responsabili, uomini grandi, cresciuti.

Io, ve lo giuro, a cuore aperto, molto spesso, quasi sempre, quando mi sovviene questa cosa, mi interrogo da solo, e il risultato è sempre che non mi ci sento. Adulto, dico.

Essendo un inguaribile ottimista, vedo il lato positivo: c'è ancora tempo per crescere. E, magari, migliorare. Anche di poco.

Un saluto a tutti, e un ringraziamento anticipato a chi mi farà gli auguri, e a chi, contro tutte le scaramanzie, me li ha già fatti. Se ci siete già arrivati, bene. Se ancora dovete arrivarci, vi auguro di arrivare a 50 anni con il mio stesso spirito. Se non è ottimismo questo, non so come sia.

20160223

Per tutti i re

For All Kings - Anthrax (2016)

Oggi, dando gli ultimi riascolti al nuovissimo disco (l'undicesimo) degli Anthrax, formazione quasi originale (Ian, Belladonna, Benante, Bello) più il nuovo chitarrista Jon Donais dagli Shadows Fall, che ha preso il posto di Rob Caggiano (come sapete, adesso nei Volbeat), riflettevo sul perché sia la band newyorchese, sia pure gli Slayer, abbiano continuato a sfornare dischi dignitosi, al contrario dei Metallica, che pur, ai tempi, hanno totalmente oscurato la fama di queste altre band, poi considerate "minori". Alla fine, la conclusione è semplicistica: senza strafare e senza metamorfosi particolari, hanno, appunto, conservato la dignità.
Passiamo al disco, che ormai in rete gira da mesi, ma esce solo il 26 febbraio. E' buono, è piuttosto buono. Naturalmente, ci riporta indietro nel tempo, ai bei tempi del thrash metal duro e puro, anche se gli Anthrax, dei quali abbiamo parlato più volte anche negli ultimi anni, hanno flirtato da sempre sia con l'hip hop, sia con il classic hard rock. Sarà un'impressione sbagliata, ma perfino il recente tour di spalla agli Iron Maiden ha lasciato qualche strascico di ispirazione alla band: si possono sentire, qua e là, degli spunti maideniani (l'intro di For All Kings, tanto per dirne una).
Il disco è piacevolissimo, per i metallari o gli ex metallari che ancora gioiscono quando le chitarrine elettriche sferragliano felici: Monster at the End, For All Kings, Breathing Lightning, Suzerain, Blood Eagle Wings, This Battle Chose Us (la mia preferita), sono tutti ottimi pezzi, e pure gli altri non citati non sono per niente male.
Mi fa piacere sentirli in salute. Long live.



Today, doing the last listening to the new album (the eleventh) of Anthrax, almost original lineup (Ian, Belladonna, Benante, Bello) with the new guitarist Jon Donais from Shadows Fall, who has taken the place of Rob Caggiano (as you know, now in Volbeat), I reflected on why both the New York band, albeit Slayer, have continued to churn out decent albums, as opposed to Metallica, which although, at those times, have completely obscured the fame of these other bands, then considered "minors". In the end, the conclusion is simplistic: not overdoing it and without major metamorphosis, have, in fact, preserved the dignity.
About the album, which runs the network for months, but only comes out on February 26: it's good, is pretty good. Of course, it takes us back in time to the good old days of thrash metal hard and pure, although Anthrax, of which we have spoken several times in the past few years, have always flirted with both the hip hop, with both the classic hard rock. It will be a wrong impression, but even the recent guest to Iron Maiden tour has left some trail of inspiration to the band: you can hear, here and there, of maidenesque cues (the intro of "For All Kings", for example) .
The album is very pleasant, for metalheads or former metalheads who still rejoice when electric guitars sound happy and hard: "Monster at the End", "For All Kings", "Breathing Lightning", "Suzerain", "Blood Eagle Wings", "This Battle Chose Us" (my favorite), are all great pieces, and even others not mentioned are not too bad.
I'm glad to hear them healthy. Long live.

20160222

Somos lo que hay

We Are What We Are - di Jim Mickle (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)



Monti Catskill, New York, USA. Durante una pioggia torrenziale, una donna è in evidente stato confusionale dentro un negozio di macelleria. Esce, nota un'affissione a proposito di una ragazza scomparsa, e prima di riuscire a raggiungere la sua auto comincia a perdere sangue dalla bocca, perde conoscenza, cade in un fosso, e lì annega. 
Più tardi, lo sceriffo locale avvisa il marito della donna, Frank Parker, che sua moglie è morta. Frank, sopraffatto dal dolore, invia le giovani figlie Rose e Iris, a riconoscere il cadavere; il dottor Barrow, medico legale, esegue l'autopsia, e scopre che la Parker soffriva del morbo di Kuru, malattia che normalmente viene rilevata in soggetti che praticano il cannibalismo. Frank, mentre guida sotto la pioggia, si ferma presso una automobilista che abbisogna di assistenza, e l'attacca con il cric. Iris e Rose, nel frattempo, discutono sulla continuazione dei "dover religiosi" fino a poco tempo prima assolti dalla madre; Rose è contraria, ma Iris è fermamente convinta che anche per questo anno, dovranno eseguire il rituale. Diventa chiaro che la famiglia Parker, tradizionalmente, pratica il cannibalismo.

Remake statunitense di Somos lo que hay, voluto dai collaboratori Jim Mickle (regista e sceneggiatore) e Nick Damici (sceneggiatore), dopo aver parlato con Grau (il regista del film messicano), i due hanno deciso di farne la propria versione. Il film ha avuto un discreto successo di pubblico e critica, tanto che sono già stati annunciati sia un prequel che un sequel. Personalmente, avendoli visti di seguito, mi è piaciuto più il film messicano, ma devo ammettere che anche questo ha i suoi pregi, ed ha un fascino particolare. Sicuramente, si perdono molti dei sottotesti impliciti nella versione originale, e, come spesso capita con le produzioni americane, il risultato è un po' troppo didascalico, e alcuni pretesti che "generano" i motivi degli accadimenti risultano addirittura ridicoli.
Buon cast (Bill Sage è Frank Parker, Kelly McGillis è Marge la vicina di casa, Michael Parks è il dottor Barrow, lo stesso Nick Damici è lo sceriffo Meeks), molto brave le due protagoniste, Julia Garner (Rose) e Ambyr Childers (Iris; vista in Ray Donovan, e che vista...).

20160221

Siamo quello che siamo

Somos lo que hay - di Jorge Michel Grau (2010)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Città del Messico; un uomo muore per strada, davanti ad un centro commerciale. Lascia una moglie e tre figli da mantenere: lui faceva l'orologiaio, aggiustando e rivendendo orologi al mercatino locale, ed era l'unica fonte di sostentamento della famiglia. I due figli maschi, Alfredo e Julián, non vedendo il padre, vengono mandati dalla madre a presidiare il banco del padre al mercato. Julián è l'attaccabrighe dei due, pur essendo il più giovane, e litiga con un cliente che sostiene di aver già pagato un lavoro che è ormai in ritardo. La litigata solleva l'attenzione della gestrice del mercato, che intima ai ragazzi di lasciare il banco: anche l'affitto è in arretrato di settimane. Tornando a casa, i due trovano la sorella Sabina che, scioccata, li avvisa che il padre è morto. La madre Patricia si rinchiude nella sua camera. I ragazzi si chiedono chi li sfamerà. Soprattutto, chi provvederà ai cadaveri. La famiglia, infatti, è dedita a rituali cannibali.
All'obitorio, Tito, il medico legale, mostra ad Octavio e Owen, i due detective incaricati del caso, un dito. E' stato rinvenuto nello stomaco dell'uomo ritrovato morto per strada, davanti al centro commerciale. Octavio e Owen, inizialmente restii ad affrontare il caso seriamente, pensando alla fama e ai soldi che ne deriveranno, si impegnano sempre di più, senza richiedere rinforzi o aiuti.

Affascinante debutto del regista messicano, talmente affascinante che già tre anni dopo ne è stato già fatto un remake statunitense. Rarefatto e al tempo stesso denso, fatto di dinamiche lente, dialoghi gravi, alternarsi di momenti luminosi ad altri molto, molto scuri, allegoria di una società corrotta e intriso di sottotesti, recitato molto bene da un cast naturalmente non troppo conosciuto, almeno da noi.
Daniel Giménez Cacho è Tito il medico legale, e l'abbiamo visto in vari film (Nicotina, La mala educación, El coronel no tiene quien le escriba, La zona, Blancanieves, Voces innocentes/I figli della guerra). Paulina Gaitan (anche cantante) è Sabina; attrice che già qualche anno fa avevo suggerito di tenere d'occhio dopo Sin nombre di Fukunaga, poi ultimamente in Narcos come Tata Escobar, scopro solo adesso che aveva fatto il suo debutto proprio in Voces innocentes. Molto brava anche qui.
Bravi anche Carmen Beato (Patricia), Francisco Barreiro (Alfredo), e Alan Chávez (Julián); quest'ultimo, pensate, è morto prima dell'uscita del film, a 18 anni, per un proiettile al cuore sparato probabilmente dalla polizia (intervenuta per sedare una battaglia urbana tra due bande contrapposte, scoppiata durante una festa nel quartiere di Coyoacán, Città del Messico). Aveva debuttato anche lui con Voces innocentes, era in La zona e anche in Desierto adentro, entrambi di Rodrigo Pla.

20160219

Ancora Alice

Still Alice - di Richard Glatzer e Wash Westmoreland (2014)
Giudizio sintetico: da vedere (4/5)

Alice Howland, affermata professoressa di linguistica presso la Columbia University, festeggia il suo cinquantesimo compleanno con il marito John, medico quotato, ed i tre figli. Durante una lezione, non riesce a ricordare la parola "lessico", e mentre fa jogging si perde dentro il campus. Passano i giorni, ed altri segnali che qualcosa non va cominciano a preoccupare Alice. Senza dirlo a nessuno, va a farsi fare dei test, e terminati questi test, il medico le diagnostica un Alzheimer molto precoce, aggiungendo che è sicuramente genetico, quindi ereditario. L'annuncio viene dato a tutta la famiglia al completo, invitando tutti i figli a sottoporsi ai test. La figlia maggiore Anna risulta positiva, ma fortunatamente non i gemelli che sta portando in grembo. Il figlio Tom risulta negativo: la figlia minore Lydia, aspirante attrice, si rifiuta di fare il test. Alice, studiosa scrupolosa da sempre, si annota parole sulla lavagna della cucina, e si prepara delle domande personali sul suo cellulare, alle quali risponde ogni mattina. Nasconde dei sonniferi in camera sua, e registra un video messaggio per lei stessa: quando non riuscirà più a rispondere alle domande (la prima delle quali, il nome della sua primogenita), invita lei stessa a prendere tutte le pillole insieme, solo quando sarà in casa da sola, e a coricarsi. Un piano di suicidio quasi perfetto, e ampiamente comprensibile.
Con l'avanzare della malattia, diventa incapace di dare lezioni, perde il lavoro, si dimentica l'ubicazione del bagno e si fa la pipì addosso, non riconosce Lydia dopo averla appena vista esibirsi in uno spettacolo.
A John viene proposto un lavoro prestigioso in una clinica in Minnesota; Alice lo prega di rimandare, ma la cosa è impossibile. Su suggerimento del suo medico, Alice dà un discorso ad una conferenza sull'Alzheimer, a proposito della sua personale esperienza con la malattia; si aiuta con un evidenziatore, per evitare di perdere il filo e ripetere il già detto. Alla fine del discorso, riceve una standing ovation. Il peggio, però, deve ancora venire.


Tratto dall'omonimo romanzo (in Italia è uscito con il titolo Perdersi) della neuroscenziata Lisa Genova, sceneggiato e diretto dal duo Glatzer/Westmoreland (Quinceanera), il film è stato fortemente voluto dai due, sposati, e Glatzer ha fatto appena in tempo a vederne l'uscita: è morto il 10 marzo 2015 per complicazioni dovute alla sua malattia, la sclerosi laterale amiotrofica.
Nonostante ciò, e nonostante la storia di una tristezza devastante (trovo l'Alzheimer probabilmente la malattia peggiore che possa colpire un essere umano: non colpisce troppo il fisico, ma ti priva dei ricordi, e questo lo trovo incredibilmente atroce), il film è imperdibile, e magistralmente pensato, girato, messo in scena e recitato da tutto il cast. Naturalmente, la prova di Julianne Moore (Alice), che ha vinto l'Oscar per questo film, è da applausi a scena aperta, ma c'è da dire che soprattutto Kristen Stewart (Lydia) si difende benissimo, anche perché interpreta un personaggio decisivo per la storia.
Da lodare e da vedere perché non si lascia andare a facili sensazionalismi, né a sdolcinature telefonate, anzi, è piuttosto duro. Grande film sul dolore, il ricordo, la gioia di vivere.



20160218

L'astice

The Lobster - di Yorgos Lanthimos (2015)
Giudizio sintetico: da vedere (4/5)



Secondo le regole de La Città, ogni abitante single devono recarsi all'Hotel, dove hanno a disposizione 45 giorni per trovarsi un partner. Quelli che non vi riusciranno, saranno trasformati in un animale a loro scelta. La masturbazione è vietata, ma è obbligatoria la stimolazione da parte delle cameriere dell'Hotel, senza orgasmo. Gli ospiti frequentano serate danzanti, ed hanno a disposizione spazi cronometrati per propagandare le loro qualità, sempre nell'ottica di trovare un partner. Ogni ospite può prolungare il periodo dei 45 giorni cacciando i fuggitivi, detti The Loners, ex ospiti dell'Hotel che sono fuggiti dall'Hotel stesso, allo scadere del periodo di soggiorno oppure prima, che vivono nei boschi circostanti l'Hotel. Gli ospiti hanno a disposizione fucili con pallottole fatte di siringhe tranquillanti.
David, un uomo timido ed apparentemente tranquillo, dopo essere stato abbandonato dalla moglie per un altro uomo, arriva all'Hotel insieme al fratello, adesso un cane dopo aver fallito nella ricerca di un partner. Inizia a fare amicizie e a mettere in piedi una strategia. All'occorrenza, se fallirà, chiede di essere trasformato in un astice.


Al suo primo film in inglese, Lanthimos conferma di essere probabilmente il regista/sceneggiatore più geniale in circolazione. Si, signori, più di Nolan, probabilmente l'unico che possa aspirare alla stramba corona di David Lynch, con la differenza che le allegorie e le metafore di Lanthimos, per quanto mascherate e contorte, sono spesso molto più leggibili di quelle di Lynch.
Spiazzante come sempre, con un finale tanto devastante quanto intenso e pieno di speranza, il giovane greco mette insieme un cast piuttosto indovinato, che lo aiuta a mettere in scena questa pazzesca storia, tanto pazza quanto attuale.
Colin Farrell è David, lo stralunato protagonista, ed è a mio avviso perfetto. Un gradino sotto Rachel Weisz, ottimi Olivia Colman, Léa Seydoux, John C. Reilly, Ben Whishaw, Ariane Labed (la cameriera, nella vita reale moglie di Lanthimos) e Angeliki Papoulia (presente nei film di Lanthimos da Dogtooth in poi).
Da vedere senza porsi domande.


20160217

Questi sono i 40

This Is 40 - di Judd Apatow (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)


Pete e Debbie sono sposati da una quindicina di anni circa. Hanno una figlia grande adolescente, Sadie, che naturalmente sta dando loro i primi grandi grattacapi, e una figlia più piccola, di otto anni, Charlotte, sempre adorabile. Debbie, da sempre maniaca del controllo, esageratamente emozionale, continuamente insoddisfatta dell'impegno che Pete infonde nel matrimonio e nella cura delle figlie, è adesso incredibilmente preoccupata dell'incedere del tempo: sta per compiere i fatidici 40 anni. Il film comincia mostrandoci la coppia che prova a far sesso nella doccia; Pete si lascia scappare di aver preso il Viagra, Debbie si arrabbia, se la prende, e la cosa finisce lì. Come spesso, sempre più spesso accade tra i due.
Debbie è proprietaria di una boutique, gli affari vanno discretamente, ma è preoccupata perché si è accorta che stanno sparendo delle discrete somme di denaro dalla cassa. Ha due impiegate, Jodi, una ragazzina insignificante e apparentemente devota, e Desi, una giovane bomba sexy esuberante, difficilmente controllabile, ma che porta un sacco di clienti. Debbie sospetta di Desi, e Jodi conferma i suoi sospetti.
Nel frattempo, Pete possiede la sua piccola etichetta discografica indipendente, ed anche lui ha due collaboratori, Ronnie e Cat. Gli affari non vanno per niente bene, Pete è indebitato fino al collo, ma essendo un sognatore idealista, sta cercando di promuovere la reunion di Graham Parker & The Rumour (attivi negli anni '70 e '80, e riunitisi veramente nel 2011), operazione che gli porterà quasi sicuramente altri debiti.
Ogni tentativo di far funzionare il matrimonio in modo migliore sembra andare fallito, perfino quando la coppia decide di concedersi un romantico e trasgressivo weekend in un resort esclusivo. Finché, inaspettatamente...


Quarto film da regista per Apatow, che "riprende" il suo secondo Knocked Up (Molto incinta), in una cosa a metà tra il sequel e lo spin-off. Lo stile ed i concetti di Apatow ci sono ormai familiari: comicità spesso gretta, linguaggio diretto, temi che affrontano la vita di tutti i giorni in modo giocoso ma anche riflessivo. Non mi dispiacciono i suoi film, perché sono piacevoli passatempo senza essere completamente stupidi. Sono d'altronde d'accordo con chi ha giudicato questo film un po' troppo lungo e con molte parti decisamente non essenziali.
Paul Rudd (Pete) ci sta dentro bene, con quella faccia da tenerone, mentre Leslie Mann (Debbie, in realtà vera moglie di Apatow) è spesso fastidiosa per il tono della sua voce (e forse è quello che il regista cercava). Le figlie della coppia, vere figlie di Apatow e Mann, Maude (Sadie) e Iris (Charlotte) Apatow, sono bravissime, e c'è da dire che Megan Fox, qui nei panni della commessa/qualcosa d'altro Desi, fa una buonissima impressione, non solo a livello estetico. Apparizioni importanti (John Lithgow, Albert Brooks), anche di musicisti nelle parti di loro stessi: Billie Joe Armstrong, Graham Parker, Ryan Adams, Tom Freund.