No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20110331

patate fritte e frittate istituzionali


Il paradosso dell'Italia è il Belgio, che ieri ha "festeggiato" 10 mesi senza governo (290 giorni, record assoluto). Aspettiamo notizie dagli amici che hanno deciso di vivere là, ma visto da qui sembra che in Belgio, a parte quella sorta di non amicizia tra fiamminghi e valloni (vi ricorda qualcosa?), che genera ormai da tempo spinte separatiste, tutto funzioni (stamattina un servizio di quei comunisti di RaiNews24 diceva che la spazzatura viene raccolta due volte al giorno, e chissà come si saranno sentiti i napoletani) piuttosto bene. Il governo dimissionario fa il minimo indispensabile, come approvare il bilancio del 2011 o inviare degli F16 in Libia.

Certo, il Belgio non ha un'isola come Lampedusa, dove sbarcano di continuo centinaia (alla volta) di migranti, ma vista in quest'ottica, l'Italia sembra davvero funzionare al contrario: governi dopo governi, quel poco che funziona lo fa sull'onda dell'emergenza, oppure grazie a qualche volenteroso che mantiene, chissà come, un certo buon senso, etico e comunitario.

Di certo, una mossa quale nominare Nicole Minetti come Ministro degli Esteri ci farebbe svoltare.


Mi perdonerete, credo, se sorvolo sulla visita del Premier a Lampedusa, o sulla rissa verbale alla Camera tra il Ministro La Russa ed il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini: sono cose che si commentano da sole. Non c'è bisogno di aggiungere alcunché.

scamosciato


The Best Of - Suede (2010)


Monumentale raccolta per l'indimenticabile band inglese di Brett Anderson e Bernard Butler: due cd, il primo con tutti i loro (bellissimi) singoli, il secondo con pezzi dai loro primi tre album e varie b-sides. Tutto remasterizzato e seguito da Anderson e Butler, con l'aiuto di Chris Potter.

Totale 35 pezzi. Poco altro da aggiungere: come una frase fatta, una buona occasione per chi, magari abitando su un altro pianeta, non li conosce, o per approfondire, per chi non li conosce troppo bene, un'occasione ghiotta per i fans che non li vogliono dimenticare.

Riascoltandoli, ci si rende conto che erano dei maestri. Una marea di bellissime canzoni.

zezowate szczescie


Bad Luck - di Andrzej Munk (1960)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: fantozzi polacco!

La storia di Jan Piszczyk che attraversa la storia del suo paese, la Polonia, dal 1930 al 1960. Jan è fondamentalmente un uomo piccolo piccolo, ignaro di quello che gli accade intorno, e cerca un'affermazione, una qualsiasi. E si ritrova sempre dalla parte sbagliata.

Non solo, per aiutare chi non ha dimestichezza con la Polonia e la sua tormentatissima storia, per quanto riguarda soprattutto il secolo scorso, lo Jan interpretato da un favoloso Bogumil Kobiela si può avvicinare ad un Fantozzi in riva alla Vistola: ci sono similitudini con lo Zelig di Woody Allen, o con il Forrest Gump di Robert Zemeckis, ma Munk è certamente più cattivo.
Ispirato fortemente dal cinema muto, fotografato in un discreto bianco e nero e composto di vari flashback, lo sguardo agrodolce di Munk attraversa il trentennio, che a quell'epoca si era appena concluso, attraverso le peripezie tragicomiche di Jan, e diverte lasciando sempre un gusto molto amaro.
Chi avesse voglia di approfondire, non rimarrà certamente deluso.

20110330

mastodonti


Live At The Aragon - Mastodon (2011)


Devo essere completamente sincero, proprio perché i Mastodon mi piacciono molto: non capisco perché band del genere non cerchi un cantante vero. Infatti, l'unico vero limite di questo disco, bello, possente e marziale come una parata militare ben fatta, sono le voci. Per quanto si sforzino, Troy Sanders, Brent Hinds e Brann Dailor, bravi negli intrecci, quando c'è da sentire una sola voce fanno rimpiangere un cantante "vero". Ed è certamente un peccato per una band che ha costituito senza dubbio uno dei "mattoni" su cui poggia la rinascita del metal classico, seppur influenzato da una miriade di altre derivazioni.

Il disco è praticamente impeccabile, dal punto di vista tecnico, pure troppo: non c'è quasi modo di trovare differenze rispetto alle versioni in studio. C'è l'intero Crack The Skye, eseguito in ordine sequenziale come su disco, dopo di che un estratto da Blood Mountain, Cyrcle Of Cysquatch, uno da Leviathan, Aqua Dementia, ben due dal debutto Remission, Where Strides The Behemoth e Mother Puncher, e per finire una buona versione di The Bit, cover dei seminali Melvins, tanto per tornare al discorso fatto poco prima sulle influenze varie, che alla fine si mordono la coda, in maniera positiva, s'intende.

Da apprezzare, quindi, l'onestà di presentare un live per niente ritoccato, almeno per quanto riguarda la voce. Esce con annesso dvd, è stato registrato durante lo show del 17 ottobre 2009 all'Aragon Ballroom di Chicago.

everybody's fine


Stanno tutti bene - di Giuseppe Tornatore (1990)

Giudizio sintetico: da vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: chi semina raccollie?

Matteo Scuro è un pensionato siciliano, che ha lavorato una vita nell'amministrazione pubblica. Ha avuto cinque figli, e tutti sono andati a lavorare e a vivere fuori dalla Sicilia. Difficilmente scendono a trovarlo, per cui un bel giorno decide di andare lui, e fare loro una sorpresa. Inizia un viaggio attraverso un'Italia ben diversa da quella siciliana, e scoprirà molte cose. Anche su se stesso. Tornando a casa, riferirà alla moglie adorata.

Film che segue Nuovo Cinema Paradiso, che fu premiato con l'Oscar come miglior pellicola di lingua non inglese, anche Stanno tutti bene mostra un Tornatore, supportato nella sceneggiatura da Tonino Guerra e Massimo De Rita, in gran forma. Espediente narrativo intelligente, per un on the road tutto italiano, esplicativo e profetico, che mostra le enormi differenze tra nord e sud (che non sono certo cambiate), la tendenza tutta italiana a nascondere le magagne sotto il tappeto, ed a considerare la famiglia come qualcosa di intoccabile, insieme ad una profonda ipocrisia; non mancano riferimenti alla politica e all'immigrazione.
Profondamente felliniano in molti passaggi, aiutato a trovare l'epicità dalla musica di Ennio Morricone, che appare anche in un cameo, ha naturalmente in Mastroianni il mattatore assoluto, che seppur nascosto dietro ad occhiali spessi come il classico "culo di bottiglia", non viene meno alla sua fama, e disegna una figura da ricordare. Un po' goffe quasi tutte le altre prove attoriali, purtroppo; anche se nel confronto con un mostro sacro, spesso si perde, sarebbe stato lecito attendersi qualcosa di più. L'apparizione di Leo Gullotta non conta.
Un altro appunto, stavolta direttamente al regista. La scena della rapina nella metro di Roma, è una della cose più inguardabili mai viste al cinema. Sembra poco, ma qui si denota tutta la pochezza del cinema italiano nelle scene dove ci sia un minimo di movimento.
Per fortuna, tra le nuove generazioni, c'è chi sta provando a metterci una pezza. Del resto, c'è sempre da imparare. Anche per i mostri sacri.

20110329

roberto nero


Black Robert - Mama Rosìn (2011)


Da quando ne ho letto (se non ricordo male sulla rubrichetta di Pier Andrea Canei su Internazionale) mi sono messo alla ricerca della loro musica, e devo dire che non è stata un'impresa facile. Un trio svizzero che suona musica cajun cantando in francese non è cosa da tutti i giorni. Anche se, a proposito dell'ultima cosa, c'è da dire che il cajun tradizionale nasce proprio in francese, provenendo dalla Louisiana, che, ricordiamolo, fu francese fino al 1803 (quando fu venduta da Talleyrand - su incarico di Napoleone - a Livingstone - che acquistava su commissione del Presidente USA Jefferson -), e che, soprattutto, a quei tempi arrivava fino al Canada, e nasce sulle ballate degli Acadiani, primi colonizzatori francesi del continente nord americano.

Questo è il loro terzo disco, uscito all'inizio dell'anno in corso, ed è divertente, fresco, allegro, spontaneo, viscerale, tutto sembra uscire in presa diretta, come in una gigantesca jam session. Tutto da ascoltare e da godere.

Non perdetevi neppure la hidden track in coda al disco, una fantastica cover, punteggiata dall'accordéon, di Dancing Shoes di Cliff Richard, già contenuta nel loro disco di debutto.

Musica piena di vita. Come dice giustamente uno dei tre (intervista al Guardian), che in concerto pare vendano, oltre ai cd, invece delle t-shirt, dei cappellini o dei poster, barattoli di salsa piccante, Cyril Yeterian: "Non è convenzionale, ma non ci siamo mai considerati una band normale. Voglio dire, ho un nome armeno, sono nato in Libano, vivo in Svizzera e suono musica cajun: how crazy is that? (quanto è pazzesco?)".

codice postale islandese


101 Reykjavìk - di Baltasar Kormàkur (2000)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: l'importante è esse contenti...

Reykjavik, Islanda. Hlynur è un thirty-something con poca voglia di lavorare, che abita ancora con la madre Berglind, che di certo non lo vuole sfrattare: ha divorziato anni prima con il padre del ragazzo, visto che era un ubriacone. La vita di Hlynur si trascina avanti senza grandi entusiasmi: si diverte con gli amici al bar, ma solo perchè bisogna farlo. Fa sesso con Hòfì, una specie di fidanzata, ma più perchè è lei che prende l'iniziativa. Hlynur è più un tipo da sesso "passivo": guarda e scarica porno su internet, passa il tempo nudo in casa e nella vasca da bagno.
Nella vita della mini-famiglia irrompe Lola, l'insegnante di flamenco di Berglind. Lola è spagnola, è una donna più grande di Hlynur ma sempre molto piacente, piena di vita e di energie, sempre allegra. Mentre Hlynur non si accorge della complicità che si crea tra sua madre e Lola, arriva la fine dell'anno e Lola, che sta vivendo da loro, rimane con lui per la notte di Capodanno, visto che la madre si rece in visita dai parenti al nord. E quella notte...

Interessante debutto dell'islandese Kormàkur, tratto dall'omonimo romanzo di Hallgrìmur Helgason, che dopo questo film ne ha diretti altri cinque, senza che neppure uno di loro arrivasse da noi. Strampalato ma non troppo, è una sorta di dichiarazione di esistenza da parte sua e del suo paese, con un uso amaro dell'umorismo, qualche simbolismo accennato, un disinvolto approccio al sesso, qualche inserto onirico e riflessioni apparentemente da ubriaco, ma in fondo abbastanza filosofiche.
Gli interpreti sono perfettamente in linea con la lunghezza d'onda del regista, e quindi con l'atmosfera del film: stralunati, sempre con quella faccia che pare chiedersi "che ci faccio qui?". Victoria Abril (Lola) è l'unica del cast che dalle nostre parti conosciamo (e, come sempre, se la cava egregiamente).
Film fuori dagli schemi, direzione spumeggiante, divertimento e visione differente dal solito sulla realtà.

20110328

al peggio....

Questa è veramente vergognosa. Grazie ad Alliata per la segnalazione. Finta aquilana a Forum per sostenere la ricostruzione da parte del governo.

avanti confusione


Anda Jaleo - Josephine Foster & The Victor Herrero Band (2010)

Non sono un fan della folk singer del Colorado, ma devo dire che forse per il fatto che non ne parla mai nessuno, e che abbia una parabola musicale quantomeno strana, così come perché non è semplice ascoltare senza attenzione, che ne so, un disco come il suo A Wolf In Sheep's Clothing, fatto di lieder con musica di Brahms o Schubert, e parole di Goethe o Morike, o come Graphic As A Star, tutto un disco in cui musica le poesie di Emily Dickinson (scritto in Spagna), le porto un grandissimo rispetto anche senza esserle devoto.
Così, oggi vado a parlarvi brevemente di questo suo ultimo lavoro, uscito l'anno scorso, dove, insieme al marito Victor Herrero, e la di lui band, ridanno vita nientemeno che al disco del 1931 Collecciòn de Canciones Populares Espanolas, disco cantato da La Argentinita, aka Encarnaciòn Lòpez Jùlvez, accompagnata al piano da Federico Garcìa Lorca, che aveva scritto anche i testi, e che sotto il franchismo fu bandito, così come i canti popolari (appunto) che venivano su quel disco suonati, assumendo definitivamente un significato politico, oltre che popolare.
Il risultato è, ancora una volta, affascinante, anche se spesso il castigliano della Foster, che pure ormai lo parla discretamente, zoppica sottoposto alla metrica, e la sua voce, con la sua classica tonalità mediamente alta, non è mai semplice da approcciare.
Di certo, se cercato il rock, non lo troverete qua, e neppure il country. Come detto, è musica popolare spagnola, ci sono perfino le nacchere e i tacchi delle scarpe in bella evidenza.
Se vi sentite pronti per un'esperienza del genere, non ve ne pentirete.

life


La vita come viene - di Stefano Incerti (2002)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: so' tutti tristi

Paola e Paolo vivono una vita molto agiata, ma noiosa, il fuoco si è spento. Hanno due bambini, una casa chic, una bella macchina e un'utilitaria, una babysitter e vestiti buoni. Da un po' di tempo, Paola riceve lettere d'amore da un ammiratore segreto; è cliente fissa di una libreria, dove Laura la riceve sempre con un grande sorriso.
Forse nella stessa città italiana, in un imprecisato luogo del centro-nord, Beppe è un bravo musicista jazz che ha perso la moglie, e probabilmente ha rinunciato da una carriera musicale perché ha un figlio con qualche problema di salute. Poi c'è Karl, un professore di filosofia che vive da solo, ed è davanti ad un bivio, anche lui per un problema di salute. Marco è un giovane geometra che perde il lavoro, e non sa come dirlo alla moglie Fiorella; si lascia convincere a partire per il fine settimana, per portare la loro bambina ad un parco divertimenti.
Infine ci sono Max e Giorgia. Lui dentista con la passione del wargames, lei hostess, sono giovani, belli, aitanti, e ancora giocano quando fanno l'amore, a volte facendosi anche prendere un po' troppo la mano.

Incerti come Altman ed altri maestri? Magari, fra un po'. Il tentativo di film corale all'italiana riesce senz'altro meglio che ad altri, ma si invischia in un taglio un po' troppo televisivo, che appiattisce il tutto, e nei passaggi da una storia all'altra non riesce a trovare l'amalgama e la fluidità corretta. I personaggi fanno tenerezza, posseggono l'incertezza che potrebbe far palpitare i cuori, ma manca loro sempre qualcosa, e lo spettatore rimane distante.
Insopportabile la colonna sonora. Innegabile però, che Incerti sia piuttosto coraggioso.

20110327

angoli

Angles - The Strokes (2011)



Possiamo dire che gli Strokes hanno ridefinito l'accezione di pop? Secondo me, si. Perché, riflettendoci, che genere fanno i newyorkesi se non pop? Però sono anche alternativi, e sono pure anche un po' snob, ma molto cool. Magari non sono riuscito a spiegarmi bene, ed in questo caso la musica vale molto più, come si suol dire, di mille parole.


Il nuovo Angles, che potrebbe, chissà, essere anche l'ultimo (ma che poteva pure non arrivare, quindi, per usare un altro luogo comune, tutto grasso che cola), dopo due pezzi è già un classico. E tra l'altro, non c'era neppure da dubitarne. I ragazzi sono capaci, e l'avevano già ampiamente dimostrato.


Certo, un po' di stanchezza compositiva affiora, qua e là, nel senso che ci sono alcuni passaggi, in alcune canzoni, che ricordano qualche loro canzone del passato. Ma lo stile personale è quello, e non ci si può fare niente. Inoltre, c'è da dire che rispetto ai primi tempi, i suoni si sono molto ammorbiditi.


Musica divertente, canzoni orecchiabilissime, e quel mood quasi svogliato ma allegro, che, come già detto ampiamente in passato, nasconde un grande lavoro nella costruzione di pezzi apparentemente semplicissimi, ma perfetti come orologi svizzeri.


Dopo Macchu Picchu e Under Cover Of Darkness, i due pezzi d'apertura già citati, il resto è apprezzabile, anche se non un capolavoro. Belle anche Gratisfaction e Life Is Simple In The Moonlight.


Come ho pensato dopo il primo ascolto, è il solito disco degli Strokes. Ma mi piace.

la fine delle certezze


La fine delle certezze si ha quando una mattina ti alzi, e ti ritrovi a tifare Francia perché è quella che spinge per intervenire militarmente in Libia, a supporto dei ribelli anti-Gheddafi. Ti pensavi pacifista, e invece da giorni sentivi che qualcosa bisognava fare. La tua reazione all'intervento è positiva, poi ti trovi ad ascoltare persone che sostengono, con temi che erano un po' i tuoi ai tempi del secondo intervento in Iraq, che non si doveva intervenire. Poi ti trovi ad ascoltare altre persone che addirittura sostengono che quelli pacifisti ai tempi dell'Afghanistan e dell'Iraq, adesso sarebbero interventisti perché Gheddafi è amico di Berlusconi. Qui ti viene un po' da vomitare, ma ti interroghi su dove sono finite le tue certezze.

La fine delle certezze si ha pure quando ti accorgi che molte delle persone con le quali hai condiviso anni della tua giovinezza, sono lontani anni luce dal tuo modo di concepire la vita. E pure molte delle persone che ti capita di frequentare adesso, ti sembrano di un altro pianeta quando il discorso va oltre il tempo o cos'hai fatto domenica, ti appaiono enormemente egoiste quando soprattutto si parla di immigrati, ti immagini che un salto all'indietro nel tempo gli farebbe benissimo, non di molto, basterebbe agli inizi del 1900, quando gli italiani emigravano in tutto il mondo con la valigia di cartone tenuta insieme dallo spago: già quando parli di cosa guardano alla televisione dopo cena, tutte le tue certezze sembrano svanire nell'etere.

La fine delle certezze, però, è stata qualche anno fa, quando hai cominciato a pensare che quando ti ripetevi che la tua anima gemella doveva essere in qualche luogo, anche lontano, ma prima o poi l'avresti incontrata, lo facevi solo per non immaginarti di invecchiare da solo. Poi, una mattina, ti sei svegliato che avevi 45 anni, e considerando che la vita media è stimata sugli 80, avevi già passato più della metà della tua vita da solo. Quella si, che era una certezza.

La fine delle certezze accade quando, ad ogni singolo movimento di personale, sul luogo di lavoro, ti accorgi che, nonostante il tuo capo ti dimostri immutata e apparentemente infinita stima, e che continui a contare su di te per sgravarsi un po' di lavoro, affidandoti compiti che in teoria riguarderebbero inquadramenti di due volte superiori ai tuoi, tutti sembrano, come si dice, "passarti avanti". Ti fermi un attimo, fai un bel respiro, e ti prepari mentalmente un bell'intervento di lamentela, come pochi mesi fa, intervento che non hai fatto perché, ancora una volta, il tuo capo ti ha detto che entro qualche settimana ti avrebbe promosso di un paio di inquadramenti, segandoti le lamentele. Quelle settimane sono passate, e sulla tua busta paga ci sono scritte sempre le stesse cose, quindi ti senti incazzato, sminuito, messo da parte, mentre tu in effetti continui a ricevere attestati di stima dai superiori che non sono il tuo capo, e ti prepari a reclamare giustizia. Poi ti ricordi che alla pensione mancano sempre più di 15 anni, e che in fondo i soldi che guadagni ti bastano e ti avanzano per vivere più che dignitosamente, pensi all'egoismo che ti infastidisce nei tuoi conoscenti di cui sopra, ti ricordi che la carriera non ti è mai interessata, che la vita è altro, che è sufficiente che tu lo sappia per te stesso, che dai il massimo, spesso parecchio più di altri, magari pure di quelli che ti "passano avanti", e che nessuno può rimproverarti di non avere spirito aziendale, e allora ti rilassi e ti metti a leggere un libro.

Ma la fine delle certezze più grande di tutti i finali della certezza, avviene quando guardi due o tre siti meteo, e vedi che nessuno prevede pioggia, esci di casa la mattina alle 6,00 e lasci lo stenditoio pieno di panni ad asciugare sul terrazzo, e poi alle 10,00 inizia a piovere. Questo si che ti fa dire che non hai più certezze.

lessons in love


Lezioni di cioccolato - di Claudio Cupellini (2007)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: ma un'ingrassano?

Umbria. Mattia è un giovane geometra a capo di un'impresa edile con pochi dipendenti, ma che lavora in maniera completamente "selvaggia": sicurezza zero, assunzioni al nero, soprattutto di immigrati, sprovvisti di permesso di soggiorno. A chi chiede maggiori tutele, indica la porta. Anche nella vita, è uno che svicola: la fidanzata vorrebbe sposarsi e mettere su famiglia, e lui ogni volta ha una scusa pronta.
Un giorno, la fortuna pare voltargli definitivamente le spalle: in cantiere accade un incidente che avrebbe potuto causare il morto. Invece, Kamal, manovale egiziano, si rompe "solamente" entrambe le braccia. Kamal inizia a ricattare Mattia, ma in maniera piuttosto strana: non denuncerà l'accaduto, salvando Mattia, solo se lui stesso accetterà di seguire un corso per mastri cioccolatai, organizzato dalla Perugina, corso al quale Kamal era stato faticosamente ammesso. Infatti, Mattia scopre che l'egiziano, con a carico una famiglia numerosa, e che riesce pure a mandare dei soldi in Egitto, dove ha altri parenti che dipendono interamente da lui, era in realtà un ottimo pasticciere, che essendo costretto ad emigrare per guadagnare di più, si è dovuto adattare a fare il manovale. Ma il suo sogno è, viste le sue conoscenze lavorative, di aprire una pasticceria in Italia: ma in Italia, se non sai fare il cioccolato, non lavori.
Mattia, quindi, assumendo l'identità di Kamal, comincerà a prendere lezioni sull'arte del confezionamento del cioccolato. Non sarà facile come sembra, e da lì in avanti, la sua vita prenderà tutta un'altra piega, rispetto a quella che aveva fino a quel punto.

Debutto nel lungometraggio non del tutto da buttare per Cupellini. Il film è una commedia tutto sommato piacevole, e dalle buone intenzioni. Più che la storia d'amore, irrisolta tra l'altro, Lezioni di cioccolato è una piuttosto prevedibile storia d'amicizia, che insegnerà soprattutto allo sciagurato geometra, la tolleranza e il rispetto. Tutto bello, tutto un po' troppo telefonato e, è proprio il caso di dirlo, tutto un po' troppo sdolcinato.
Cast importante, per essere a livello italiano (Argentero, Violante Placido, Pannofino, Marcoré, Vito, Monica Scattini, Marescotti), giocato non troppo bene: c'è perfino Rolando Ravello, che fa il simpatico.
C'è ancora da lavorarci su.

20110326

fatto di metallo


Halford IV: Made Of Metal - Halford (2010)


E' quasi commovente sentire un sessantenne (Robert John Arthur Halford nasce a Birmingham il 25 agosto 1951) che continua a "difendere la fede" del metallo pesante con questa carica. Del resto, stupirebbe il contrario.

Gli Halford, nell'intenzione di zio Rob, sono la band dove poteva riavvicinarsi alle radici metal, mentre con i Fight e i 2wo l'intenzione era di esplorare rispettivamente lo street metal e l'industrial. Effettivamente, pur con qualche divagazione (il vocoder di Made Of Metal, per dirne una), questo quarto a nome della band, l'ennesimo per lui, è un più che valido disco di heavy metal di fattura classica, con ovvi riferimenti ai Judas Priest, che però, sarà forse perché la classe non si trova nei cassonetti, suona non moderno, bensì senza tempo, per cui ancora oggi validissimo.

Ottimi momenti quali Undisputed, Matador, The Mower, Speed Of Sound, e la ballatona Twenty-Five Years, dove Halford si mette a nudo anche nel testo.

Sempre grande, sempre nei nostri cuori da headbangers.

dopo la morte


Post Mortem - di Pablo Larraín (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (4/5)
Giudizio vernacolare: addiacciante

Santiago del Cile, settembre 1973. Mario Cornejo è un funzionario dell'obitorio di uno dei maggiori ospedali della capitale: trascrive, battendoli a macchina, i referti delle autopsie, eseguite dal dottor Castillo, il capo reparto, e Sandra, una collega con la quale ha una relazione. Mario, però, è fortemente attratto dalla donna che abita la casa di fronte alla sua, Nancy Puelma, più giovane di lui ma ormai troppo vecchia per fare il suo lavoro: è una ballerina di can-can, in un teatro della città. Mario la avvicina nel camerino che divide con le altre ballerine più giovani, proprio mentre lei sta avendo una discussione col suo capo, sul fatto che sia troppo magra e non abbastanza attraente per essere una primadonna. Comincia così una strana relazione, che Mario, persona a compartimenti stagni e con una logica di principi altrettanto di strette vedute, prende per un fidanzamento, o, quantomeno, a lui piace pensare che sia così.

La casa di Nancy è teatro di riunioni di attivisti socialisti, sostenitori del Presidente Allende, mentre quella di Mario, lontana solo la larghezza di una strada, è silenziosa, dimessa, lo rispecchia in pieno. Nancy a volte la prende per un rifugio.

Arriva l'11 settembre, e la vita cambia. All'obitorio arrivano i militari e molti, moltissimi cadaveri, sempre di più. Dottori e funzionari vengono controllati dai militari. Contemporaneamente, la casa di Nancy viene devastata, lei sparisce come pure il padre ed il fratellino. Mario comincia a cercarla disperatamente, e subito dopo viene convocato, insieme al dottor Castillo e a Sandra, per effettuare un'autopsia in un altro luogo, un'autopsia di un cadavere che rimarrà nella storia del suo Paese per sempre. Vengono dotati di elmetto per attraversare una città ormai desolata.


E' sempre rischioso usare certe parole, ma per questo film ne potremmo pure rischiare una come capolavoro. Larraín, che personalmente non mi aveva convinto in pieno col suo precedente Tony Manero, dopo la visione di questo Post Mortem mi ha fatto quasi rivedere il mio giudizio pure su quello. Perché pur essendo mediamente giovane (35 anni), e quindi non avendo vissuto in prima persona il 1973 cileno, e pur essendo figlio di due politici dell'UDI, partito centrista, non direttamente collegato a Pinochet, ma che sicuramente è, almeno ideologicamente, meno lontano da lui rispetto allo schieramento di centro-sinistra, persegue una personale indagine su quella pagina cilena. Lo fa usando personaggi come metafore, lasciando però ampio spazio al lavoro dello spettatore, che travolto dalla freddezza estetica che è la cifra stilistica del regista stesso, unita ad un senso dell'umorismo spietato (e ad un disinvolto uso della morbosità, altra caratteristica che lo contraddistingue), che non fa prigionieri e ti obbliga a ridere quasi controvoglia, viste la situazioni morbose messe in piedi ogni volta, spettatore che, terminata la visione, si ritrova a cercare di interpretare la messa in scena. Il bello di questo tipo di cinema sta proprio qui. Larraín, che in moltissimi passaggi mi viene da descrivere come asiatico, definizione che ormai non è più centrata, visto che lo stile minimale e rarefatto, condito da un umorismo caustico, è comune a una buona parte di cinema sudamericano, non si limita però all'indagine: ci regala grande cinema, con grandissime scene madri, che rimangono piantate nella memoria, magari, per il momento, usando sempre gli stessi attori, ma che per il momento gli danno ragione. Alfredo Castro, nel film Mario Cornejo (che, pare, esista veramente, e pare che l'idea del film sia scaturita da un articolo che raccontava la sua partecipazione all'autopsia su Allende), dopo questa prova diventa una realtà attoriale straordinaria: la sua prova è strabiliante, da 10 su 10. Per non dire poi del resto del cast, non numerosissimo, ma tutto splendidamente in parte.

Lo stile di Larraín è riconoscibile, ma se possibile affinato: alternando inquadrature fisse alla camera a mano, di certo non verrà ricordato per il suo funambolismo, ma così facendo non distoglie lo spettatore dalla storia, e lo costringe pure a perdersi nei particolari.

Fotografia pulita, ma tutta giocata su colori tendenti al grigio, ritmo lento ma non noioso, momenti di tensione emotiva vibrante, ottenuti solo con la forza della storia e dei personaggi, senza "aiutini" (come la musica), alcune scene da grandissimo cinema: ne cito solo tre, per non esagerare. La scena iniziale. La devastazione della casa di Nancy, con Mario sotto la doccia. La scena finale: cinque minuti di camera fissa, con il protagonista che esce e rientra nell'inquadratura, senza dialogo, senza dissolvenza, con lo spettatore lì, obbligato a prendere coscienza di quello che Mario sta facendo, e a tirare le prime conclusioni della storia.
Il film, che ha rischiato di prendere il Leone d'Oro all'ultima Mostra di Venezia, risulta uscito in Italia il 29 ottobre 2010, ma se davvero è stato così, la distribuzione lo ha massacrato. Esiste la locandina italiana, quindi al massimo lo troverete in dvd a breve.
Pablo Larraín, segnatevi questo nome. E' nata una stella.

20110325

seven stones


Sette pietre per tenere il diavolo a bada - Cesare Basile (2011)

Vagamente inquietante, sospeso tra un Vinicio Capossela (e quindi, di rimando, Tom Waits) meno giullaresco, un Fabrizio De André più astratto e un Paolo Benvegnù mefistofelico, congiungendo il blues più sporco con il folk virato in chiave siciliana (ma con un respiro comunque ampio), Basile, con quella faccia un po' così, e (quasi) senza accento siciliano (si nota appena quando pronuncia il suono gl), scandendo alla perfezione storie appunto astratte ma sempre velate da qualcosa di maligno, mette fuori il suo settimo disco (in studio) da solista (ma sempre ben accompagnato).
Fuori da qualsiasi schema, si permette perfino un pezzo completamente orchestrale, Elon Lan Ler, meraviglioso tra l'altro, registrato nientemeno che a Skopje insieme all'orchestra della radio nazionale macedone, una roba che complicherebbe immediatamente qualsiasi tentativo di etichettatura. Metteteci un paio di pezzi in siciliano (il primo non completamente), E Alavò e La Sicilia havi un patruni (traditional siciliano di Ignazio Buttitta e Rosa Balistreri), ed ecco pronto un disco al tempo stesso anti-commerciale, ma denso di interesse.
La cosa bella è che (scusate il giochino) le cose belle non finiscono qui. Se siete curiosi, il titolo e l'autore ce lo avete...se avete un minimo di sensibilità umana e musicale, di certo non rimarrete delusi.

1978


Complici del silenzio - di Stefano Incerti (2009)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: ah ma allora vedrai era ir carcio l'oppio de' popoli...

1978: due giornalisti italiani arrivano a Buenos Aires per seguire, per il loro giornale, i Campionati Mondiali di calcio. Sono Maurizio Gallo, piacente, da poco uscito da una storia, simpatie di sinistra, e Ugo Ramponi, pacioccone un po' provinciale, ma simpatico. Inizialmente, si rendono poco conto di quello che sta accadendo in quel paese, soggiogato completamente da una dittatura feroce, ridotto all'impotenza e costretto alla lotta armata. Loro vedono il calcio spettacolo, belle donne, e vita notturna a buon mercato. Ma Maurizio ha due commissioni da fare.
La prima è incontrare alcuni parenti, che non vede da anni; in quella occasione, avrà a che fare con un personaggio quantomeno losco, che ha sposato la cugina, ed è attivamente un collaboratore della Giunta militare. La seconda, per un vecchio amico: egli gli ha dato una busta, da consegnare alla sua ex compagna, argentina, che è tornata al suo paese non sopportando di vederne da lontano lo sfacelo. Maurizio la incontra, e lei, Ana, è bella, magnetica, misteriosa, sensuale. Per lui è un colpo di fulmine, per lei solo l'avventura di una notte. Ana sparisce, e torna nell'anonimato della lotta armata. Maurizio è ormai schiavo d'amore, ed inizia la ricerca spasmodica, disinteressandosi sia del suo lavoro, sia dei rischi ai quali va incoscientemente incontro.

Discreto film per Incerti, purtroppo un clamoroso flop al botteghino, che approccia il dramma argentino con l'espediente più appetitoso per l'italiano medio, il calcio, lasciandolo da parte immediatamente per entrare dritto nella cruda e spietata verità, dopo una relativamente breve "introduzione". Interessante l'espediente della famiglia, che permette al regista da una parte di drammatizzare ulteriormente il tutto, dall'altra di allentare la storia d'amore senza speranza. Finale che qualcuno giudicherà forzato, ma che stringe il cuore in una morsa, e lascia una flebile luce, dopo la tempesta.
La fotografia è indovinata, e la ricostruzione storica fatta attraverso gli abiti e le immagini di repertorio è soddisfacente. La macchina da presa si muove bene, e le scene d'azione, per essere un film italiano, sono sorprendentemente ben fatte.
Il cast è ben assortito, Alessio Boni (Maurizio) se la cava tutto sommato discretamente (magari con un altro attore ne sarebbe uscito qualcosa di più, ma al botteghino sarebbe stato una catastrofe, chi lo sa), Battiston (Ugo) è poco usato e fa da contorno, il cast argentino è quello che risulta la parte migliore. Florencia Raggi (Ana) è brava e bella, Jorge Marrale (Maurizio Senior) probabilmente il più intenso.

20110324

gomito


Build A Rocket Boys! - Elbow (2011)

Lo definirei meditativo, in un certo qual modo, questo quinto disco della band di Ramsbottom. Più Genesis (quelli veri, quelli con Gabriel; anzi, a dire il vero gli Elbow ricordano molto più i lavori solisti di Gabriel che quelli con i Genesis) che Radiohead, seppur mutuati in una "versione" decisamente più accessibile, dove comunque la forma canzone tende a dilatarsi, a farsi quasi liquida, in divenire, grandi musicisti che però dosano la sapienza e la mettono al servizio della musica (tanto è vero che i suoni sono rarefatti, minimali, accennati, spesso e volentieri), accompagnati, diciamo così, dalla voce del loro condottiero, nonché poeta (quindi occhio, se ce la fate, pure ai testi), Guy Garvey, che a me suona come, appunto, un po' Peter Gabriel non troppo world music, molto Sting low profile, con un pizzico di Dave Matthews.
Non lasciatevi trarre troppo in inganno dall'apertura di The Birds (ripresa verso la fine), fin troppo elettronica per gli Elbow: il seguito è tutto un fluire di languide canzoni vellutate (Jesus Is A Rochdale Girl, The Night Will Always Win e The River le vette, a mio giudizio - in quest'ultima il "fantasma" di Gabriel pare quasi materializzarsi -), tra le quali si distaccano solo Neat Little Rows, un po' più sostenuta (ma solo un po'), e Open Arms, con un crescendo corale che sembra infinito.
Non di certo il mio genere favorito, ma anche chi non li ha mai avvicinati potrebbe lasciarsi abbindolare da questo Build A Rocket Boys!

The heart is deceitful above all things


Ingannevole è il cuore più di ogni cosa – di Asia Argento (2005)


Giudizio sintetico: orrendo (0,5/5)

Giudizio vernacolare: fa straca'à


L’infanzia tremenda di Jeremiah, prima abbandonato dalla madre Sarah e allevato da genitori adottivi, poi ripreso dalla madre che lo porta con se nella sua vita errabonda, tra droga, prostituzione, camionisti in calore, furti, locali di spogliarello e collassamenti. C’è spazio anche per i nonni materni, che lo recuperano un paio di volte causa ricoveri ospedalieri della madre, e provano ad inserirlo in una famiglia assolutamente bigotta e che vive nella stretta osservanza della parola di Dio, almeno in apparenza. Jeremiah è talmente bello, che la madre non gli risparmia nemmeno di travestirlo da ragazza, cosa che lui accetta come la convivenza, dopo le prime concepibili rimostranze.


Tratto dall’omonimo, sconvolgente romanzo di J.T.Leroy, allibisco leggendo le critiche positive. Non voglio essere cattivo, in fondo Asia è anche coraggiosa ad affrontare prove come questa. Il problema è che questo film, questa storia, potenzialmente allucinante e massacrante per l’anima di tutti, non riesce in questa pellicola a toccarti nemmeno un po’. Nada de nada. Le avventure pazzesche di Jeremiah passano sullo schermo senza lasciare traccia nel fondo, senza riuscire a toccarti, senza che tu possa riuscire ad immaginare quanto possa avere sofferto questa persona. Da cosa dipende? Evidentemente dalla mano di chi la pone in essere, tanto per usare un giro di parole inoffensivo. Manca qualcosa che la avvicini alla realtà possibile, sembra di essere al Luna Park. Non ci siamo. La fotografia sgranata, il linguaggio da strada, la sfilata di bravi attori americani, oltre ad Ornella Muti e Asia stessa, non bastano a creare un’opera che lasci il segno. Forse converrebbe prima cimentarsi con roba meno ambiziosa.

Asia cerca di correggere il suo più grave difetto, la voce, doppiandosi attentamente, ma risulta comunque fastidiosa. A proposito di doppiaggio, scandaloso il doppiatore del personaggio interpretato da Marilyn Manson: sembra un bulletto della periferia milanese. Ridicolo.

Per concludere, nonostante il tentativo di rendere il tutto più lisergico con degli inserti onirici e la musica dei Sonic Youth (a proposito…l’alternativo non è una cosa che si ‘’fa’’ per forza), se vi dico che nei titoli di coda c’è un errore di ortografia cosa ne pensate?

Controllate com’è scritto ‘’parrucchiera di Asia Argento’’, poi mi dite.

Da evitare con cura.

20110323

resa dei conti


Day Of Reckoning - Destruction (2011)

Per i nostalgici del thrash-black-metal in perfetto Slayer style, ecco l'undicesimo disco in studio dei tedeschi Destruction, che si, nel caso qualcuno, come me, si ponesse la domanda, esistono ancora. L'inizio con The Price è in perfetto stile Angel Of Death, con tanto di scream iniziale, e la canzone pare una clonazione bella e buona. Impatto sonoro devastante, elementi perfettamente bilanciati, aggressività reiterata, stilemi ricalcati pedissequamente. Rimane implicito domandarsi se non sia meglio ascoltarsi l'originale. Certo è che, se vi serve una scossa, potete senza dubbio utilizzare anche questo disco.
Unica diversificazione, in chiusura, la bonus track della limited edition: una cover onorevole di Stand Up And Shout, ad eterna memoria di Ronnie James Dio.

vicini


Closer – di Mike Nichols (2004)


Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: scozzo a chi rincorna di più


Dan vive a Londra, scrive necrologi, è uno scrittore fallito; incontra per caso Alice, spogliarellista appena arrivata da New York dopo aver rotto col fidanzato. Si innamorano. Dopo un periodo di convivenza, Dan conosce Anna, fotografa, se ne invaghisce ma lei gli resiste; decide di giocarle uno scherzo di pessimo gusto, vittima anche uno sconosciuto, Larry, dermatologo, “conosciuto” in una chat, ma lo scherzo non riesce: Larry e Anna si piacciono e si sposano. La tresca tra Dan e Anna inizia più tardi, e scatena un putiferio tra i quattro, innescando una serie quasi infinita di complicazioni sentimentali.


Contemporaneamente all’arrivo sugli schermi tv di “Angels In America”, Nichols si cimenta con una trasposizione di una piéce teatrale (Patrick Marber, lo sceneggiatore, è l’autore della commedia) dal sapore pinteriano, forse meno caustica ma più vicina alla realtà, sboccata e triviale, proprio come siamo noi. Sostenuto da quattro attori in stato di grazia (Portman, Roberts, Law ed Owen; quest’ultimo a teatro recitava la parte di Law, e ci viene il sospetto che avrebbe potuto fare tutte le parti), il film è decisamente una spanna sopra tutti gli altri prodotti natalizi; una sorta di accusa di falsità e debolezza verso tutto il genere umano “evoluto”, nel campo sentimentale. Sinceramente, non mi pare sbagli di molto. Manca forse di intensità, ma a pensarci bene non pare un difetto; rimanendo tutto sommato leggero, rende l’idea della frivolezza con la quale si affrontano sentimenti che, al contrario, andrebbero presi molto più seriamente.

20110322

amanti


100 Lovers - Devotchka (2011)

Sesto disco per la band di Denver, ma che potrebbe essere di tanti altri luoghi. Band non troppo conosciuta (io li avevo sentiti nominare perché spesso Basia Bulat ha aperto per alcuni loro concerti), ma che probabilmente molti di voi hanno inconsapevolmente già sentito, essendo autori di gran parte della colonna sonora di Little Miss Sunshine (e del pezzo che fece da sfondo per il trailer di Ogni cosa è illuminata), fondono nella loro musica elementi disparati e lontani anche nello spazio, venendo catalogati come gypsy punk o indie folk (ma non vi aspettate dei cloni dei Gogol Bordello: al contrario, la musica dei Devotchka potremo definirla emo-gitana, molto meno "muscolare" di quella dei GB); percussioni tribali, fisarmonica (le note non dicono di più, ma avendo inglobato anche il suono del tango, non escludo che usino il bandoneòn), theremin (anche detto thereminvox, visto che nacque come surrogato della voce umana), bouzouki, melodica, fiati da marching band o stile mariachi, archi vari, fanno da sfondo al canto del leader Nick Urata, leggermente monocorde ma sempre alla ricerca di un mood vagamente malinconico, che leghi insieme le suggestioni romantiche di tutte quelle tipologie musicali che ricordano le melodie, appunto, arabe, gitane, sudamericane, greche e slave, rendendole appetibili anche ad un pubblico fondamentalmente rock-oriented.
Nati come backing band di show burlesque (supportando anche la regina Dita von Teese), hanno debuttato su disco nel 2000 con SuperMelodrama, e da lì in poi si sono dati da fare con molti tour nell'ambiente underground.
Questo disco tocca vette emozionali alle quali spero non rimarrete indifferenti. Il lavoro di amalgama fatto dai quattro Devotchka (ragazza in russo), Tom Hagerman, Jeanie Schroder e Shawn King, oltre al già citato Urata, per rendere accessibile un mix di tante e tali influenze, è lodevole, ma non fa mancare mai, appunto, l'emozione, pur con una forma canzone un po' asimmetrica, e punta dritto al cuore. Basterà che ascoltiate il lamento soffice del pezzo posto in apertura, The Alley, e sono sicuro ne rimarrete rapiti.
Disco da ascoltare con attenzione, band da seguire con un occhio di riguardo.

Secret Window, Secret Garden


Secret Window - di David Koepp (2004)


Giudizio sintetico: da evitare (1,5/5)

Giudizio vernacolare: mah


Scrittore col blocco dopo aver scoperto la moglie a letto con un altro, si ritrova vittima di allucinanti paranoie che paiono inspiegabili.

Il film, nonostante sia tratto da un racconto di Stephen King, è un thriller senza suspence e di relativamente facile interpretazione, con momenti quasi involontariamente grotteschi.

Un film mediocre, che non decolla neppure grazie alla presenza di Johnny Depp e John Turturro. Anzi, andrò controcorrente dicendo che Depp contribuisce a non rendere tagliente il film gigioneggiando col suo personaggio, quasi fosse più interessato a renderlo uno spot del tipo "guardate quanto sono trasandato eppure molto molto cool".

Superfluo.

20110321

implacabile


Relentless Reckless Forever - Children Of Bodom (2011)

Ottavo disco per il combo finlandese, che molti catalogano alla voce melodic death metal, vicinissimi al symphonic death dei "cugini" norvegesi Dimmu Borgir, ma che con il passare del tempo effettivamente hanno per così dire "relegato" le tastiere entro un confine che, a mio giudizio, li rende meno barocchi e molto più dinamici. Non che siano bandite, ma il loro uso è mirato alla buona riuscita degli arrangiamenti, non certo fanno da protagoniste.
In più, il tasso altamente tecnico dell'intera band, nonostante sembri che Yngwie Malmsteen (altro nord europeo, svedese per la precisione) sia stato fonte di grande ispirazione per gli inizi dei COB, non lascia che le canzoni siano solo un pretesto per sfoggiarla (la tecnica).
Si sentono qua e là tutte le svariate influenze del gruppo, indicate in parte nel disco precedente Skeletons In The Closet, tutto composto da cover, e il rifferama indiavolato mi pare la cosa più apprezzabile di un disco tutto sommato anche prevedibile, ma più che apprezzabile, tanto da farmi pensare a una specie di Megadeth del death metal.
Già dal pezzo iniziale, Not My Funeral, ottimo e abbondante, ci si può fare un'idea definita di quello a cui si sta andando incontro.

roma nun fa' la stupida


Gente di Roma - di Ettore Scola (2003)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: abbella!


E' quasi scontato ripeterlo, ma questo film è un omaggio a Roma e alla sua gente, ed è spettacolo per gli occhi e gli orecchi, disturbante e riduttivo solo per quelli con i paraocchi. Certo, più che un film è un documentario romanzato; ma come resistere al dialogo sul bus tra Salvatore Marino e Valerio Mastandrea (che faccia ragazzi!) e il successivo approccio di Mastandrea alla ragazza di colore, Arnoldo Foà che scalcia per non andare in ospizio, e un sacco di altre gag dolci-amare con la maestosità di Roma sullo sfondo.

Molto bello il monologo del bravissimo Rolando Ravello al cimitero del Verano.

Per appassionati.

20110320

defenders of the faith


Burning Fortune - Cauldron (2011)

Se per caso vi fosse piaciuto il disco degli Enforcer, è probabile che questo secondo lavoro dei canadesi (non ci crederete, ma ancora una volta di Toronto) Cauldron vi manderà fuori di testa.
Più che gli Iron Maiden, potrete sentirci i Dokken, gli Scorpions e addirittura i Diamond Head, più una spruzzata di Judas Priest, senza un cantante fenomeno, questo è da dire.
Ma quando si parla di classic heavy metal (e che si stia parlando di questo si evince già dalla copertina), c'è poco da dire: o si ama, o si odia. Ed, in questo caso, a differenza da altri casi per altre derivazioni del metal, non si corre neppure il rischio di sembrare obsoleti: se le cose si fanno bene, questa musica, checché ne possano dire i detrattori, rimane davvero senza tempo.
Nonostante tutti i palesi riferimenti, il trio canadese omaggia una sconosciuta band di Detroit, gli I Confess, nel pezzo omonimo. Non trovo altro da aggiungere, se non sposare in toto la chiosa di Phil Freeman su allmusic.com: "i Cauldron possono non affascinare, forse, i giovani metalheads cresciuti con death metal, metalcore, screamo, e altri generi anti-melodici, ma gli headbangers che ricordano gli anni '80 ameranno questo disco".

cognati


Mio Cognato - di Alessandro Piva 2003
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: ganzetto


Dopo il successo del precedente "La capagira", un film quasi "etnico", Piva pare indeciso sulla strada da prendere.

La realtà della Puglia "borderline", ai limiti della legalità (o completamente fuori) pare ben rappresentata, e sfottuta a dovere in tutti i suoi tic (su tutti il mignolo alzato di Rubini durante le innumerevoli bevute), ma il mio parere è che l'occhio non sia abbastanza critico.

Per apprezzare la tristezza che vela tutto il film bisogna impegnarsi; pare sospeso in un limbo, a metà tra il divertimento de "La capagira" e la tragedia conclusiva di "Mio cognato".


Ci rimane un film ben recitato, e una grande attenzione per le inquadrature, che ci regalano una Bari dalle mille contraddizioni fotografata stupendamente. Per il resto aspettiamo il prossimo film di Piva.

20110319

antichi


Living With The Ancients - Blood Ceremony (2011)

Si potrebbe sintetizzare il tutto con Black Sabbath meets Jethro Tull (cosa che, tra l'altro, è quasi accaduta, per così dire, visto che Tony Iommi, per un breve periodo, ha fatto parte della band di Ian Anderson, nel 1968), visto che i canadesi (di Toronto) Blood Ceremony, qui al secondo album, suonano un doom dallo stile retrò, con riff tipicamente sabbathiani, ma il loro suono è caratterizzato da soli di flauto (cosa che può ricordare anche, per noi italiani, i Delirium). C'è di più: la voce è di una gentil donzella, che risponde al nome di Alia O'Brien (è lei che suona il flauto, oltre che l'organo, anch'esso in stile molto, molto seventies-prog-oriented). La voce ovviamente caratterizza ancor di più il sound della band, e c'è da dire che lo stile della O'Brien è poco aggressivo, per lo più monocorde (non sempre, quando varia, infatti, ottiene buoni risultati), e purtroppo non lascia il segno più di tanto.
Qualche riff piacevole, qualche melodia interessante, atmosfere che, come detto, riportano indietro di una quarantina d'anni, testi che si occupano dell'occulto. Niente di imprescindibile.

sir


Sherlock - di Mark Gatiss & Steven Moffatt - Stagione 1 (3 episodi; BBC) - 2010

Mi accorgo che spesso sono troppo fissato con i prodotti statunitensi, almeno per la televisione, ma che quando mi capita di vedere qualcosa che arriva dalla perfida Albione, soprattutto da quella sorta di mito che è la BBC, sono costretto ad ammettere che anche loro ci sanno fare.
Questa mini-serie, 3 episodi da 90 minuti, andata in onda l'estate scorsa in UK, e terminata da poco in Italia grazie a Joi, e che avrà un seguito, identico come formato (altri tre episodi da un'ora e mezzo), nel tardo 2011, è una bella visione.
Naturalmente molto british, trasporta, con alcuni dovuti e simpatici aggiustamenti, i personaggi nati dalla penna di Arthur Conan Doyle, ai giorni nostri, sullo sfondo di una Londra più che contemporanea. Sherlock Holmes è vagamente asperger, teorizza la scienza della deduzione, ma si avvale di qualsiasi strumento tecnologico esistente (cellulari con ogni tipo di funzione). Efebico (ma con una voce caldissima e profonda, motivo per cui, come al solito, caldeggio la visione originale), elegante senza essere dandy, disinteressato alle donne, effettivamente claudicante su alcuni punti di cultura generale, ha un'intelligenza superiore e non manca di farlo notare agli altri, naturalmente precludendosi amicizie strette.
Il Dottor John Watson ne diventa suo degno pard, flemmatico ma assolutamente non sprovveduto, è un reduce dall'Afghanistan: è, infatti, un medico militare. Per superare lo stress post traumatico, viene invitato ad aprire un blog, cosa che farà puntualmente (il blog esiste davvero, date un'occhiata), raccontando le sue avventure insieme a Sherlock.

I creatori sono esperti sceneggiatori, soprattutto per la televisione, anche se devo dire che la riuscita degli episodi è leggermente altalenante (ho preferito il primo, A Study in Pink, scritto da Moffatt, rispetto agli altri due, ed il più debole mi è parso il secondo, The Blind Banker, scritto da Stephen Thompson; il terzo, The Great Game, scritto da Gatiss, mi è parso buono, ma forse più adatto ad essere usato con più episodi di minor durata); le regie sono ultra-moderne, con diverse trovate interessanti e di grande resa, la fotografia molto suggestiva, grigia come si addice ad una descrizione londinese, ma molto definita, insomma di grande qualità, con un uso delle ombre gustoso. I due attori, in special modo Benedict Cumberbatch nei panni di Sherlock, fenomenali, veramente. Naturalmente, proprio per i caratteri, Martin Freeman (Watson) risalta meno, ma vi assicuro che entrambi sono portentosi.
Per un'altra opinione, altamente qualificata direi, potete leggervi questa recensione.

20110318

rifugio


City Of Refuge - Abigail Washburn (2011)

Mi ispirava il nome, così mi sono avvicinato a questo disco, ed ho scoperto questa 31enne statunitense nativa dell'Illinois, ma con un legame piuttosto forte con la Cina, che suona il banjo Clawhammer ed interpreta un'americana definita Old-time music, con fortissime reminescenze del folk anglosassone del 1800 e degli inizi del 1900.
Come solista questo è il suo secondo disco, ma la ragazza incide anche con gli Uncle Earl e i The Sparrow Quartet; non contenta, nel 2009 ha inciso un EP con The Shangai Restoration Project, per raccogliere fondi per la ricostruzione dopo il terremoto del 2008 nella provincia cinese del Sichuan.
Voce leggermente nasale, matura ma con un retrogusto da ragazzina, il disco è chiaramente old fashion ma interessante. Minimale ma ben arrangiato, canzoni ben scritte, archi e fiati ben dosati (i primi, in qualche frangente, insieme al banjo e alla chitarra danno un tocco orientale, appena accennato).
Ascoltarlo è un po' come entrare in una macchina del tempo, ed andare all'indietro; ma il disco rimane interessante.

cul-de-sac


Cougar Town - di Bill Lawrence & Kevin Biegel - Stagione 1 (24 episodi; ABC) - 2009/2010

Tocca introdurre, per spiegare un minimo il titolo di questa serie, un termine di slang americano, non molto lusinghiero. Si definisce cougar, infatti, una donna che preferisce relazioni sessuali con uomini più giovani. Questa è la premessa iniziale della serie, che vede come protagonista Courteney Cox, che tutto il mondo ricorda come la Monica Geller di Friends.
La serie nasce proprio dalla voglia di rientrare in gioco (non nel senso cougar) della Cox, che dopo la cancellazione di Dirt, unisce le forze con Lawrence, creatore di Scrubs, serie alla quale la Cox stava partecipando come guest star. Biegel, nello staff di Scrubs, lo segue. La Cox, con la Coquette (Cox-Arquette, cognome del marito, dal quale pare si stia separando), produce. Per finire le amenità, uno dei caratteri principali dello show, Ellie Torres, è interpretato da Christa Miller (già in Scrubs), moglie, nella vita reale, di Lawrence.
Detto questo, la serie si distacca ben presto dalla cougar-life della protagonista dei primi episodi, per assestarsi su un buon livello di divertimento da commedia, narrando le giornate della banda del cul-de-sac (così soprannominata, inizialmente in maniera dispregiativa, da uno dei futuri componenti), formata dai vicini e dagli amici più stretti di Jules Cobb (la Cox). Jules è una quarantenne middle-class, agente immobiliare con agenzia propria, recentemente divorziata, con un figlio quasi diciottenne, che ha passato quindi il periodo dai 20 ai 40 a crescere il figlio e a rendersi economicamente indipendente, oltre che a realizzare che il suo matrimonio era un fallimento. L'ex marito, Bobby, ex aspirante golfista professionista, traditore incallito, è attualmente un senzatetto, vivendo in una barca posteggiata in un parcheggio, ma è tutto sommato un buon diavolo, e lui e Jules si vogliono ancora bene. Non approfondisco oltre, ma il personaggio di Bobby è senza dubbio una delle maggiori fonti di divertimento della serie. Poi ci sono l'assistente di Jules, Laurie, una giovane piena di vita ma completamente sciroccata, la coppia di vicini di casa Ellie ed Andy Torres, lei migliore amica di Jules, lui miglior amico di Bobby (ha un'adorazione che spesso rasenta la gaytudine), ed infine Grayson, il dirimpettaio di Jules, proprietario di un bar frequentato dal gruppo, anche lui circa quarantenne e reduce da un divorzio doloroso, che passa da una giovincella all'altra con grande disinvoltura, e che inizialmente ha un rapporto conflittuale con Jules. Ma, si sa, chi disprezza, spesso....
In mezzo, per così dire, c'è Travis, il figlio di Jules e Bobby, sveglio ma non popolare, in procinto di andare al college, soffocato a volte da una madre iperprotettiva e maniaca del controllo, condiscendente con un padre dall'intelligenza spesso disarmante (da quanto è bassa), insomma, l'unica persona che sembra avere una certa maturità. L'ambiente circostante è la costantemente soleggiata Florida della Contea di Sarasota, nella città immaginaria di Gulf Haven.

Di certo, Cougar Town non è una serie socio-politicamente impegnata, qualcosa che porti lo spettatore a riflessioni profonde sul senso della vita o cose del genere; ma è tutto sommato una buona commedia, con raffiche di battute, a volte molto riuscite, a volte meno, che almeno non fa sconti ad una certa stupidità media statunitense, e ci ride su con una leggerezza invidiabile. Le caratterizzazioni dei personaggi sono vere e proprie caricature di alcuni modelli che possiamo incontrare nella vita di tutti i giorni, e riderci sopra può servire.
Episodi da 20 minuti, nei quali non si corre il rischio di annoiarsi, litri di vino che scorrono costantemente tra i protagonisti, protagonisti tutti in parte. Inizialmente non mi faceva ridere come Modern Family, ma andando avanti devo ammettere che qua e là se la può giocare. Occhio alle guest star (Lisa Kudrow e Sheryl Crow per citarne un paio) e alla sigletta animata, che ad ogni episodio cambia la frase introduttiva (al posto di welcome to prima della scritta Cougar Town). Quasi tutti gli episodi sono intitolati come canzoni di Tom Petty; un plauso enorme ai sottotitolatori, perché dialoghi originali sono davvero alla velocità della luce, e spesso (sarà un argomento dibattuto nella serie) difficilissimi da capire anche per qualche americano.
E' ancora in corso la seconda stagione negli USA, ma è già stata confermata la terza.

20110317

impero inglese


Let England Shake - PJ Harvey (2011)

Capisco. Capisco benissimo le difficoltà ad approcciarsi a questo disco di Polly Jean Harvey, così come a molti altri, poco avvicinabili, non certamente orecchiabili al primo giro; caratteristica quasi fondamentale della musica della 41enne nata a Yeovil e cresciuta nel Dorset.
Dietro alla patina asimmetrica, sghemba, cacofonica, di questo disco completamente ispirato, nelle liriche, da una visione critica sulla Patria e su quanto la grandezza dell'Inghilterra sia dovuta al suo guerrafondaismo, passatemi il neologismo, sempre che abbia capito il senso di quello che Polly ha voluto comunicare, dietro a questo, dicevo, c'è un ennesimo lavoro intenso, profondo, studiato, stratificato, mai banale, e, dopo qualche timido dubbio, anche musicalmente affascinante.
I dubbi li spazza tutti via la traccia numero tre, dal titolo The Glorious Land, tutta attraversata vagamente da un senso di fuori tempo, indotto dal suono di una tromba che chiama l'adunata, ripreso sottilmente dal canto di PJ: un pezzo che, corredato da un testo quasi horror, ma non lontano dalla realtà, rasenta decisamente il capolavoro.
Sono convinto che, anche chi, come me, non ha una profonda preparazione musicale, potrà, con un minimo di sforzo, apprezzare il lavoro fatto dall'artista e dai preziosissimi collaboratori (John Parish, ormai collaboratore fisso, che ha suonato batteria, trombone, xilofono, Mellotron, piano Rhodes, chitarra, percussioni e backing vocals, Mick Harvey, che molti conosceranno per la collaborazione con Nick Cave, piano, armonica, batteria, organo, piano Rhodes, basso, percussioni, chitarra, xilofono e backing vocals, Jean-Marc Butty, anche lui collaboratore storico, batteria e backing vocals), perfino in pezzo ostico come England, dissonante ai massimi livelli in apertura, quasi disturbante.
Registrato in una chiesa (presumo sconsacrata) nel Dorset, frutto di oltre due anni di lavoro, soprattutto sulle liriche, l'album segna l'avvicinamento prepotente di PJ all'autoharp, che i più indulgenti sostengono essere nelle sue grazie da sempre, e che fa da protagonista nella title-track, ed inoltre su The Words That Maketh Murder, All And Everyone, The Colour Of The Earth, e che sembra sarà presente fortemente nei concerti a supporto del disco.
Vi invito a non farvi "spaventare" dall'osticità della patina che citavo in apertura. Magari potete cominciare dai pezzi più "convenzionali", quali Hanging In The Wire, delicata, o Bitter Branches, nello stile ruvido e rock di Polly Jean, e fare attenzione ai passaggi tra i blocchi che compongono i pezzi, così da non ritrovarvi spiazzati davanti all'ascolto di quelli più complessi, come Written On The Forehead o All And Everyone.
Vi assicuro che questo è un disco talmente strutturato, da riuscire a darvi tante soddisfazioni ad ogni nuovo ascolto. Senza alcun dubbio, uno dei dischi del 2011.

liar


Lie To Me - di Samuel Baum - Stagione 3 (13 episodi; Fox) - 2010/2011

Anche navigando in rete, ci si accorge che il timore dei fans di Lie To Me (breve sinossi qui) è sempre, costantemente, quello che la serie chiuda. Magari è il suo bello, magari la produzione stessa lo fa per tenere alta la tensione. Pare proprio che Fox tenga il serial in questione un po' come una ruota di scorta (anticipo del debutto di questa nuova stagione per cancellazione di un'altra - Lone Star -, andamento altalenante delle stagioni in quanto a numero di episodi - pare che pure questa stagione dovesse essere di 22 episodi, e invece è stata fermata a 13 -, stop prolungati).
Chissà che sia proprio per tutte questa ragioni, che assistiamo, negli ultimissimi episodi, ad una svolta che sinceramente non ci aspettavamo, o meglio, è sempre stata lì, in agguato, ma per il bene della serie, personalmente mi sarei aspettato che non sarebbe mai stata sfruttata dagli sceneggiatori. Non vi dico, naturalmente, di cosa si tratta, per non rovinarvi la sorpresa, se di sorpresa si può parlare.
Nonostante ciò, a me la serie continua a piacere, e devo dire che i primissimi episodi di questa stagione mi avevano fatto assaporare qualcosa di veramente esplosivo. Così non è stato, ma di certo si continua ad apprezzare tutta una serie di sceneggiature relativamente asciutte e dinamiche, e, sarò ripetitivo, una prestazione davvero superba di Tim Roth nei panni dell'assoluto protagonista. A tale proposito, una curiosità racchiusa in una parentesi personale: il serial sta avendo un discreto seguito anche in Italia (va su Rete 4), e pure un pubblico a volte sorprendente. Mi è capitato di vedere qualche episodio, ed ho concluso che, ancora una volta, il doppiaggio è un'operazione barbarica (da leggere nell'accezione peggiore del termine), soprattutto nei confronti del personaggio interpretato da Roth, ed ho pregato perfino le mie zie di vederlo in lingua originale con i sottotitoli.
Cast principale invariato, c'è però una "sostituzione": lo "sbirro" di riferimento non è più Ben Reynolds, interpretato da Mekhi Phifer, bensì il Detective Wallowski, interpretata da Monique Gabriela Curnen, carattere introdotto già sul finire della stagione 2, non una classica bellezza, ma attrice con viso che definirei tormentato, che abbiamo visto in un sacco di piccole parti sia in tv che al cine (non ultima quella della badante portoricana del padre di Gemma in Sons Of Anarchy).
Cominciano a trapelare velate promesse ed a nascere gruppi di supporto: staremo a vedere se ci sarà una quarta stagione.

20110316

scherza coi fanti...


San Cadoco - Ardecore (2011)

Terzo ed ambizioso disco per i romani, creatura di Giampaolo Felici, nata dall'incontro con gli Zu e Geoff Farina dei Karate (presente anche qui come ospite, come pure Massimo Pupillo degli Zu), con la proposizione di reinterpretare canzoni della tradizione romanesca in chiave moderna.
Intitolato ad un santo poco conosciuto, proprietario di una storia quantomai curiosa (tentò di ingannare il Diavolo consegnandogli un gatto nero anziché un essere umano che il Maligno desiderava), consta di due dischi, e nonostante si possano apprezzare delle sostanziali diversità tra le due parti, il tutto è forte di un'atmosfera piuttosto cupa.
La musica mischia hard rock robusto e folk derivato, come detto, dalla canzone romanesca. La differenza tra i due dischi si può sommariamente indicare dicendo che il primo disco è più rock-oriented, mentre il secondo è più folk, più intimista. Inoltre, i pezzi del primo disco sono tutti originali, tranne Tentazione che è una cover (di Meme Bianchi, del 1936), mentre nel secondo si torna al rifacimento di pezzi della tradizione romana, e si può anche individuare, sommariamente, in San Cadoco il protagonista, mentre nel secondo la protagonista è Santa Gilda.
Essendo di "estrazione" rock, preferisco il primo disco, dove tra l'altro, la voce di Felici, che trovo molto simile a quella di Marco Cocci dei Malfunk, la fa da padrone, ma anche il secondo disco, dove invece svetta la voce di Sarah Dietrich (i due, indicativamente, "interpretano" i due santi), e dove in La povera Cecilia troviamo nientemeno che David Tibet alla voce come ospite, ha, come detto, un atmosfera, un mood cupo, decadente e decisamente interessante.

secrets & lies


Segreti di Stato - di Paolo Benvenuti (2003)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: è pisano, ma è un compannio...


Chi conosce il cinema di Paolo Benvenuti, sa che cosa aspettarsi, mentre chi non ci ha mai avuto a che fare, probabilmente rischia di trovarsi spiazzato di fronte a un film che tratta un argomento interessantissimo (il processo per la strage di Portella della Ginestra, 1 maggio 1947, strage della quale fu accusato Salvatore Giuliano, nella quale morirono 11 manifestanti comunisti), ma lento, rarefatto, senza nessun tipo di azione, con una recitazione quasi teatrale, che in alcuni casi rasenta l'incapacità (chissà se è voluto il fatto che i cacciatori siciliani siano sardi..si capisce da come tentano di parlare il siciliano).


Grande amante delle ricostruzioni storiche, questa volta si lancia anche in ipotesi, anche se, più o meno già espresse sia da storici che dalle sinistre. Il film nel suo complesso risulta comunque molto freddo; probabilmente quello che voleva, attenendosi scrupolosamente ai fatti. Ne emerge ancora una volta, una inquietante prospettiva, nella quale gli USA e il clero controllerebbero l'intera civiltà occidentale. Che abbia ragione?

Raccomandato a chi ama, appunto, le ricostruzioni storico-contemporanee.

20110315

il grande ruggito


The Big Roar - The Joy Formidable (2011)

Debutto sulla lunga durata per questo terzetto originario del Galles, capitanato (chitarra e voce) da una biondina tutto pepe, e pure un po' spiritata, che risponde al nome di Ritzy Brian.
La voce di Ritzy, ma probabilmente è una fissa mia, mi ricorda vagamente quella di Liz Fraser (Cocteau Twins), virata in chiave rock, quindi meno eterea, ma che conferisce al loro sound una certa solennità.
La musica è spesso un wall of sound intenso, che spesso sfocia nel noise di buona fattura, ma ha un respiro anthemico ed epicamente melodico. Il disco, nel complesso, è ragguardevole, e presenta parecchi buonissimi episodi, robusti, perfino orecchiabili, con reminescenze grunge, al pari di quelle new wave.
Come detto in apertura, la voce li rende piuttosto personali e riconoscibili, ed ho idea che questo sarà uno dei debutti più interessanti dell'anno.

fiori rotti


Broken Flowers – di Jim Jarmusch (2005)


Giudizio sintetico: delusione (2/5)

Giudizio vernacolare: peccato dé

Don Johnston è benestante, si è arricchito “coi computer”, di mezza età, ci sa fare con le donne, una specie di Don Giovanni, ma non è mai riuscito a mantenere un rapporto per lungo tempo. Vive in provincia, ha una bella casa in un quartiere tranquillo. Ha un vicino afro-americano, Winston, rastafarian convinto, che ha una bellissima famiglia, moglie e cinque figlioletti, e la passione dei gialli; il suo sogno di improvvisarsi detective si materializza improvvisamente il giorno in cui Don riceve una lettera a dir poco scioccante: una sua ex, che naturalmente non si firma, gli rivela di avere avuto, 19 anni prima, un figlio da lui, e aver scoperto di essere incinta poco dopo averlo lasciato. Winston, contando sull’amore paterno che cova sotto l’apparente apatia di Don, gli organizza nei minimi particolari un viaggio attraverso gli States, alla ricerca delle sue ex, nella speranza di scoprire chi, delle sue vecchie fiamme, è l’autrice della lettera. Nel frattempo, la lettera dice anche che il figlio è partito, forse proprio alla ricerca del padre mai conosciuto.
Don, convinto più dal suo dolce ma inconcludente far niente che da Winston, parte in questo viaggio a ritroso nel tempo.

Speravamo in un ennesimo piccolo gioiello sghembo, affascinante, asimmetrico, sconclusionato, pieno di battute folgoranti e situazioni non-sense, arricchito da un cast prezioso e altolocato. Invece ci troviamo di fronte a una delusione piuttosto cocente. Per chi ha amato fin dall’inizio (“Stranger Than Paradise”, “Permanent Vacation”, film dimenticato e difficilmente citato nelle sue filmografie, ma dal valore artistico indiscutibile, ancor prima di “Down By Law-Daunbailò”, “Mystery Train” e via discorrendo) questo cineasta rocker, un po’ Wim Wenders, un po’ Nick Cave, ma con i capelli della cantante dei Roxette, il suo amore per i personaggi borderline e le ambientazioni sporche, fumose, ma talmente affascinanti da accettare anche un film-accozzaglia di corti girati in un arco di oltre 10 anni (l’ottimo “Coffé And Cigarettes”), fa quasi male ritrovarsi, sbigottiti, fin dall’inizio davanti ad un film convenzionale al punto che, addirittura, la sequenza sotto i titoli di testa (il percorso della lettera che comunica a Don di essere padre) pare girata da uno Spielberg qualsiasi. Cioè, uno bravo, molto bravo, ma che ormai fa film per famiglie.
A rendere tutto più complicato, la scelta, che si rivela pessima, di un protagonista, Murray, che pare ingabbiato nel ruolo di “Lost in Translation”, e di una serie di comprimarie di lusso (Stone, Lange) che si limitano ad apparire senza dare nessun valore aggiunto al film, già di per sé molto molto scarno; fa quasi un figurone Frances Conroy, la mamma dei Fisher in “Six Feet Under”, pur interpretando una donna molto simile alla Ruth protagonista del serial di culto; l’episodio che la coinvolge è probabilmente il più riuscito del film, un incontro e una cena imbarazzante, giocata su piani completamente differenti, proprio come spesso accade nella realtà. Nella norma l’apparizione della Sevigny, irriconoscibile e sorprendente Tilda Swinton (è Penny).
Inconcludente senza che lasci l’impressione di aver voluto esserlo, ci dà l’impressione netta che Jarmusch si sia lasciato convincere a girare un qualcosa che non lo rassomiglia per niente, se non per le atmosfere rarefatte, per i tempi dilatati e per la grande colonna sonora (splendida la canzone che è usata in apertura e in chiusura, There Is An End, dei Greenhornes con Holly Golightly); non ci resta altro che augurarci si sia trattato solo di un passo falso isolato. Da lui pretendiamo davvero di più.

20110314

le diverse sfumature dei perché


Several Shades Of Why - J Mascis (2011)


Che dire di non già detto, a proposito di Joseph Donald Mascis, detto J, fondatore degli imprescindibili Dinosaur Jr e chitarrista dal gusto a parer mio strepitoso? Facciamo niente.

Nonostante la band sia ufficialmente attiva, dopo la riunione del 2005 e i due dischi successivi Beyond (2007) e Farm (2009), J si concede un'escursione solista, questa volta quasi completamente acustica (nella ritmica, mentre per i soli si affida naturalmente all'elettrica), addirittura in compagnia dei fiati e degli archi, dosatissimi, appena accennati.

Conoscendo, come detto prima, il gusto, il tocco, la classe, la sapienza nel songwriting, potete immaginare cosa aspettarvi. E, in effetti, il disco è breve ma piuttosto intenso, nell'accezione emozionale del termine. Molto bella la title-track, con un arpeggio che rimane impresso, sopra un tappeto d'archi, e Is It Done ha un gran bell'assolo, di quelli che i fans attendono tutta la canzone. Non c'è niente di nuovo, niente di strano. Tutto è come Where Are You: un pezzo semplicissimo, quasi scontato, ma che ti mette i brividi di piacere addosso, come del resto Can I, ballata sghemba come solo lui sa fare.

E chi non lo conoscesse? Diciamo che è un discepolo di Neil Young, anche se lui si è stancato di sentirselo dire. Ma non vi aspettate un disco di cover. Copertina, come sempre, bellissima.

ring of fire


Walk The Line – Quando l’amore brucia l’anima – di James Mangold (2006)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: dé, ma solo per rispetto eh

13 gennaio 1968, Prigione di Folsom, California USA. Dall’esterno, si sente un rumore sordo. Quasi incredibile, all’interno si sta svolgendo un concerto. Sta suonando Johnny Cash e la sua band, e quel concerto rimarrà, inciso su disco, una delle sue migliori prove. Parte da qui la bio-pic di Mangold, che, tramite un lunghissimo flashback che prende il via subito dopo, dall’inquadratura su bicchiere d’acqua e un disco di una sega circolare, ci porta al Cash bambino, in Arkansas, col fratello maggiore ancora vivo, un padre severissimo, una madre amorevole, devota alla chiesa, che lo introduce ai canti spirituali, il resto di una famiglia numerosa. Il servizio militare, il primo amore tormentato che sfocerà in un matrimonio con figli, la nascita dell’ispirazione musicale, proprio ammirando le notizie della donna che, poi, diventerà la sua compagna di vita, oltre che musicale, quella June Carter che lo salverà dall’abisso delle droghe e dell’autodistruzione, la ricerca inconscia di uno stile personalissimo e originale, aiutato da un timbro vocale unico e quasi inimitabile.

Onesta e godibile la cine-biografia di Mangold sull’uomo in nero, girata con bello stile, qualche buona intuizione, e arricchita da un paio di ottime interpretazioni, quelle dei due protagonisti Joaquin Phoenix (Johnny Cash) e Reese Whiterspoon (June Carter), che sono valse i due prestigiosi Golden Globe, oltre a quello per il miglior film, corroborata da una prestazione piccola ma superlativa da parte di Robert Patrick nella parte del padre di Cash, e accompagnata senz’altro da un trasporto emozionale fortissimo, soprattutto da parte degli amanti della musica e del personaggio Cash, cosa che tende a far dimenticare le pecche, anche piuttosto evidenti, della pellicola.
A voler essere pignoli, quel che manca davvero in questo film è un’approfondita analisi della doppia anima di Cash; a pensarci bene, una delle cose che hanno reso unico l’uomo in nero. Riflettiamo: vista così, la vita e la carriera di Johnny Cash non è lontana da quella di centinaia di altre star musicali. Infanzia difficile, vicinanza con mostri sacri, groupies, soldi, sesso e droga, redenzione e successo. Vecchiaia felice.
Ma come dimenticare l’essenza paradossale di Cash? Devoto credente e peccatore incallito, timorato di Dio che scrive versi come “ho sparato ad un uomo a Reno, solo per guardarlo morire”, patriota ma ribelle, vicino all’iconografia dei cowboys ma anche a quella degli indiani americani. Non basta, almeno credo, far pronunciare a Phoenix la battuta, rivolta ai discografici che gli facevano notare il fatto che un disco live registrato in una prigione, ovviamente piena di assassini e stupratori, non sarebbe piaciuto al suo pubblico, fondamentalmente composto da cristiani, “se non gli piace non sono buoni cristiani”. Ci si poteva senz’altro lavorare di più e meglio.
Resta il piacere di vedere sul grande schermo un grande personaggio, o almeno la sua figura rappresentata, che ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile.
Le performance dei protagonisti, onestamente un po’ troppo strombazzate, sono rilevanti soprattutto dal punto di vista vocale, dato che le canzoni sono effettivamente cantate da Phoenix e Whiterspoon, mentre dal lato recitativo, forse perché più sorprendente avendoci abituato a ruoli del tutto diversi, la (ex?) bionda Reese risulta più incisiva.
Da vedere per rispetto.