No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20130228

crime novel

Romanzo criminale - di Stefano Sollima - 2 stagioni (1 di 12 episodi, 2 di 10 episodi; Sky Cinema) - 2008/2010



Roma, 1977. Ancora lontana dall'influenza di Mafia e Camorra, gli ambienti malavitosi della capitale sono rappresentati dalle cosiddette battterie: solitamente quattro persone, che si muovono compiendo furti e rivolgendosi a ricettatori vari. Il mercato della droga è agli albori, qualche boss di quartiere ne tira le fila, così come cominciano a prendere piede le scommesse clandestine. In Italia cominciano i primi rapimenti a scopo di estorsione e riscatto; sullo sfondo, oltre al periodo detto degli anni di piombo, dopo varie proteste e scontri di piazza, che contrapponevano movimenti di estrema destra e di estrema sinistra, in quel particolare momento esisteva, a Roma, il divieto di manifestazioni pubbliche. Il Partito Radicale si oppose organizzando proprio una ennesima manifestazione di protesta, durante la quale, il 12 maggio, trova la morte Giorgiana Masi. E' proprio in quel frangente che "conosciamo" il commissario Scialoja. Questi sarà l'antagonista della banda che nasce dall'unione di due batterie, quella del Libanese e quella del Freddo, conosciutisi in circostanze che potevano scatenare uno scontro, e che invece generano l'unione suddetta. Il Freddo e i suoi compari entrano quindi nel primo grande progetto criminale del Libanese: un rapimento, per fare ulteriore cassa dopo l'ultimo colpo, e cominciare a "ragionare in grande", per conquistare la Roma malavitosa.

Dall'omonimo romanzo, di enorme successo, del giudice Giancarlo De Cataldo, dal quale era già stato tratto un film per il cinema, sempre con il solito titolo, che, per così dire, "romanza" le vicende della famosissima Banda della Magliana, alle quali si ispira anche un altro film per il cinema, questa serie, forse per la prima volta dopo molti anni (mi riferisco al periodo d'oro in cui la Rai produceva sceneggiati quali La freccia nera, Il segno del comando, A come Andromeda, Gamma, prodotti di cui andare fieri), dimostra che volendo, e avendo i mezzi a disposizione, anche in Italia si può produrre ottima fiction televisiva.
Le dinamiche complesse tra i vari componenti, la creazione, gli amori (non solo per le donne, naturalmente), i rapporti con le altre entità malavitose, e naturalmente, come si è sempre sostenuto, quelle con i Servizi Segreti, l'impotenza delle Forze dell'Ordine, il tutto incastonato nella realtà storica, ed inframezzato dalla vita quotidiana dei protagonisti, sono dipinti in maniera splendida ed efficace, supportati da un cast soprendentemente all'altezza, contando che molti degli attori erano poco conosciuti, e, cosa molto importante secondo me, non scimmiottando prodotti provenienti da altri Paesi, conservando quindi un'impronta italiana. Tutto questo fa di Romanzo criminale - La serie, un lavoro ammirevole, che, speriamo, farà scuola nel nostro Paese.
Non vorrei dilungarmi più di tanto sugli attori, perché la lista sarebbe troppo lunga e magari noiosa. Lasciatemi dire però che sicuramente Francesco Montanari, nei panni del Libanese, assoluto protagonista della prima stagione, è stato decisamente il mio preferito, seppure avessi già avuto modo di apprezzare, in altre occasioni, sia Vinicio Marchioni (il Freddo), sia Andrea Sartoretti (Bufalo). Sorprendente Fausto Paravidino (Ranocchia), che non mi aveva mai convinto al cinema, ho trovato inoltre indovinata la scelta di Daniela Virgilio per la parte di Patrizia. Cameo per Ninetto Davoli (Gerardo il Barbaro).
Visione godibile, che genera assuefazione.

20130227

The Story of All of Us

Mankind - La storia di tutti noi - History Channel - 2012



Oggi voglio commentare un documentario, o meglio un mega doc, come viene chiamato dalla stessa casa di produzione (Nutopia), che, segnalatomi da un paio di amici, mi ha appassionato come fosse una serie. Andato in onda sulla piattaforma Sky, su History Channel Italia, mi è piaciuto probabilmente perché l'ho guardato nell'ottica educativa, immaginandomi una mente sgombra e priva di nozioni, come quella di mio nipote, per dire.
Il documentario si propone di raccontare la storia dell'umanità dal Big Bang al giorno d'oggi. Le critiche hanno sottolineato le varie mancanze, l'enfasi eccessiva, la spettacolarizzazione, le sottolineature di alcuni fatti e la minimizzazione di altri. Sicuramente, Mankind non è esente da difetti, ma bisogna secondo me tenere di conto alcune cose.
La prima, quello che normalmente propone la televisione generica in Italia. La seconda, che Mankind è una produzione statunitense o comunque anglosassone, e che per di più segue un mega doc dal grande successo negli USA, organizzato più o meno sulla stessa falsariga, dal titolo America: The Story of Us, inedito in Italia, che tratta gli ultimi 400 anni di storia americana. A mio parere, fatte queste doverose premesse, chiunque si può godere il "viaggio" di Mankind appieno e senza sottilizzare troppo, colmando le eventuali lacune per conto proprio.
Organizzato in 12 episodi, presentati a gruppi di due "atti" (nella versione italiana: Il Big Bang dell'umanità, L'ascesa dell'impero, Sull'orlo dell'apocalisse, Il nuovo mondo, Il dominio delle macchine, Eternità e oblio), Mankind appunto spettacolarizza il progresso della nostra razza (umana, by the way), e ne fa un'avventura che, come dice una delle tagline, non finirà mai. Ricostruzioni con attori, uso di computer graphic, tentativo di visione globale, sarà la mia ignoranza, sarà il fascino, mi sono divertito a sentir raccontare cose già conosciute, e ne ho scoperte molte altre a me sconosciute. E questo naturalmente può voler dire due cose: o che sono davvero ignorante, oppure che la nostra scuola omette cose davvero interessanti.
Lo consiglio a tutti i genitori, da far vedere ai figli piccoli e curiosi.

20130226

The Company You Keep

La regola del silenzio - The Company You Keep - di Robert Redford (2012)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Ben Shepard è un giovane, capace e ambizioso reporter di provincia (stato di New York), in cerca del grande scoop. Jim Grant è un anziano avvocato di Albany, New York, rimasto vedovo da circa un anno, che sta crescendo la figlia Isabel, undici anni (la moglie era molto più giovane di Jim), da solo.
Quando viene arrestata Sharon Solarz, ex militante del gruppo radicale di sinistra Weather Undergound, Ben si tuffa sulla storia. Tramite una fonte all'FBI, e una simpatia che il giovane ispira nell'anziana militante, arriva a Jim, ma inizialmente non riesce a comprendere la connessione.
L'accusa per la donna è di aver partecipato ad una rapina commessa dal gruppo, e quindi, dato che durante la rapina rimase uccisa una guardia giurata, di omicidio. Quando l'inchiesta comincia a scavare più a fondo, Jim, anche lui membro del gruppo, e che vive con una nuova indentità da ormai 30 anni, capisce che manca poco perché arrivino a lui, quindi prende Isabel e fugge. Ben, che nel frattempo ha scoperto altre cose su altri componenti del gruppo, anche loro ancora vivi e con nuove identità, sparsi per gli USA, rimane soprattutto su Jim; ma più lo insegue, più capisce che c'è qualcosa che non quadra. L'uomo non si comporta come se fosse colpevole.

Il nuovo film da attore e regista del grande Bob Redford, che all'ultimo Festival di Venezia ha riscosso un discreto successo, è uscito sotto Natale da noi, ma non ancora negli USA. Nonostante il tema, che parrebbe delicato, personalmente non mi è parso ne particolarmente indigesto per il pubblico statunitense, e al tempo stesso non mi è parso neppure un gran film. A dispetto del cast ben fornito e di tutto rispetto, parrebbe voler affrontare il tema del pentimento, ma in realtà è solo una sorta di poliziesco (con una trama a mio parere troppo complicata) con un fondo di militanza di sinistra. Non si percepisce tutta la tensione che racconta la trama, perché in realtà si capisce immediatamente che il personaggio interpretato da Redford (che appare stanco, e soprattutto per quello che è: un vecchio, e francamente vederlo con una figlia di undici anni fa ridere) è innocente e che sta solo cercando di essere scagionato, e Shia LaBeouf (Ben Shepard) sarà pure carino (a me non pare), ma da qui ad essere un attore convincente, soprattutto in una parte più cerebrale ed emozionale che d'azione come questa, ce ne corre.
Appaiono quindi sprecati attori come Julie Christie (Mimi Lurie), Brendan Gleeson (Henry Osborne), Richard Jenkins (Jed Lewis), Stanley Tucci (Ray Fuller), Chris Cooper (Daniel Sloan), Anna Kendrick (Diana), Terrence Howard (Cornelius) e la mitica Susan Sarandon (Sharon Solarz). L'unico che riesce, per un attimo, a risollevare il film dal torpore diffuso, è un Nick Nolte sempre "all'attacco" (Donal); mi ha fatto molto piacere invece rivedere Brit Marling (Another Earth), nei panni di Rebecca Osborne.

20130225

Анна Каренина

Anna Karenina - di Joe Wright (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Nella seconda metà del 1800, in Russia è ancora forte l'influenza francese tra le classi elevate, e la società stessa è enormemente livellata, appunto in classi sociali. A San Pietroburgo, Anna Karenina, donna bellissima, è sposata ad Aleksei Aleksandrovic Karenin, un politico molto influente e molto religioso. Hanno un figlio, Serhoza, ma il loro legame è molto formale e per niente passionale, seppure Karenin non possa essere definito un cattivo marito. E' in corso una crisi familiare, Stepan Arkadic Oblonskij detto Stiva, fratello di Anna, ha tradito la moglie Darja Aleksandrovna detta Dolly, e Anna accorre a Mosca, dove i due vivono, per convincere Dolly a non lasciare Stiva. Sul treno per Mosca Anna conosce la contessa Vronskij; le due familiarizzano, all'arrivo la contessa le presenta il figlio ufficiale Aleksej. Tra i due scocca una scintilla, anche se un terribile evento raffredda la situazione: un operaio muore sotto lo stesso treno dove viaggiavano le due.
Stiva, quasi contemporaneamente, riceve la visita dell'amico Konstantin Dmitric Levin, grande proprietario terriero dal cuore nobile, che gli chiede consiglio per proporre matrimonio alla sorella di Dolly, Katerina Aleksandrovna Scerbackaja detta Kitty, della quale è perdutamente innamorato. Stiva lo incoraggia, ma quando Levin si propone, Kitty rifiuta e lui si rende conto che la stessa giovane sta aspettando la proposta dell'affascinante Vronskij; a quel punto, Levin depone ogni speranza, lascia Mosca e se ne torna in campagna cercando di dimenticare il dispiacere, meditando, e addirittura aiutando i suoi contadini col lavoro nei campi. Ma Vronskij delude e ferisce Kitty, essendo ormai preso completamente da Anna Karenina. Anna comprende di essere anche lei presa da Vronskij, ma inizialmente rimane impaurita dai suoi sentimenti, e risolto l'assunto familiare, torna a San Pietroburgo dal marito e dal figlio. Non è che l'inizio.

Come spesso capita, non mi sentivo per niente attratto da un'ennesima rivisitazione dell'epico romanzo (che non ho letto, ma adesso sento di doverlo fare, prima o poi) di Lev Tolstoj, probabilmente perché la versione teatrale di Nekrosius che avevo visto alcuni anni fa mi aveva devastato, e pure perché l'ultima prestazione di Keira Knightley non mi aveva affatto convinto. Poi, incuriosito dal breve ma accattivante commento di Dantès, mi ci sono tuffato, e devo dire che ci ho sguazzato alla grande per un paio d'ore senza mai staccare, e dico questo perché gli anni passano e quando si cede alla tentazione (del divano, di vedersi i film a casa), può pure accadere che si progetta di vedersi un film da due ore in due parti, visto che il sonno è sempre in agguato. Sceneggiato dall'espertissimo Tom Stoppard, musicato egregiamente dal pisano Dario Marianelli (è sempre bene mettere i puntini sulle i), già in odore di Oscar e, con questa colonna sonora, ancora nominato, Joe Wright (Espiazione, Il solista, Orgoglio e pregiudizio; rischio di divagare troppo, lo so, ma due di questi mi rendo conto solo adesso di averli visti in aereo, e qui potremmo aprire un dibattito, o solo un frequent flyer io oppure Joe Wright si presta alle altezze celesti), con una intuizione che oserei definire geniale, se non fosse per il precedente eccellente di Dogville di Von Trier, mette in scena la sua versione di Anna Karenina come se fosse in teatro, ambientando le scene in interni (quindi la stragrande maggioranza) in un teatro e facendo addirittura muovere i fondali a vista. Il film è quindi molto movimentato, ma pure fastoso come gli si richiede, e riesce comunque a non far perdere di vista le due storie principali. Wright lavora bene e fa lavorare bene i suoi attori, si affida a due sue vecchie conoscenze, la Knightley nei panni di Anna Karenina che convince nuovamente, e Matthew Macfayden (i due erano entrambi nel suo Orgoglio e pregiudizio) nella parte di Stiva (e ditemi se non è la versione leggermente più giovane di Tom Hanks), e compie scelte sorprendenti per il resto del cast, che però funzionano tutte alla perfezione. Potrebbe volerci un secolo, però, qualcuno va citato. Jude Law è un ottimo Karenin, Aaron Taylor-Johnson è bravo nella parte di Vronskij e fa dimenticare il suo fiasco ne Le belve, poi ci sono Kelly Macdonald (Dolly), Olivia Williams (la contessa Vronskij), Alicia Vikander (Kitty), appena vista in A Royal Affair e pure stavolta molto brava anche se con un minutaggio di molto inferiore, Tannishtha Chatterjee (Masha) vista già in Brick Lane, Holliday Grainger (una baronessa a caso), la Lucrezia Borgia di The Borgias, Emily Watson (Lidija Ivanovna), Bill Skarsgard (Makhotin), fratello di Alexander e figlio di Stellan (che ha altri due figli attori e uno che lavora ugualmente nel cinema), Shirley Henderson (una delle mogli indispettite dalla presenza di Anna a teatro), ma il mio personale premio all'outsider va a Domhnall Gleeson (si, è il figlio di Brendan, anche lui quattro figli tutti nel cinema), che, aiutato anche dalla parte (è Levin, un personaggio talmente puro che mi commuovo solo a ripensarci), fa un grande lavoro.
"Si può vedere" perché comprendo che non tutti abbiano voglia di sorbirsi una storia quantomeno già sentita, ma 3,5 su 5 perché è una bella idea.

20130224

what a night

Quest'anno non semplici previsioni ma le mie preferenze nelle categorie che mi interessano maggiormente.
Best Picture: Beasts of the Southern Wild
Actor in a Leading Role: Daniel Day-Lewis (Lincoln)
Actress in a Leading Role: Emmanuelle Riva (Amour)
Actor in a Supporting Role: Tommy Lee Jones (Lincoln)
Actress in a Supporting Role: Jacki Weaver (Silver Linings Playbook)
Directing: Benh Zeitlin (Beasts of the Southern Wild)
Costume Design: Jacqueline Durran (Anna Karenina)
Cinematography: Janusz Kaminski (Lincoln)
Documentary Feature: Malik Bendjelloul and Simon Chinn (Searching for Sugar Man)*
Film Editing: Dylan Tichenor and William Goldenberg (Zero Dark Thirty)
Foreign Language Film: No (Chile)
Music: Dario Marianelli** (Anna Karenina)
Writing - Adapting Screenplay: Lucy Alibar and Benh Zeitlin (Beasts of the Southern Wild)
Writing - Original Screenplay: Wes Anderson and Roman Coppola (Moonrise Kingdom)



*non sono riuscito a vedere uno dei 4 candidati, The Gatekeepers
**come vedete, non ho pregiudizi (Marianelli è pisano!)

spingere via il cielo

Push the Sky Away - Nick Cave & the Bad Seeds (2013)




Le classiche tastiere eteree e addirittura un flauto, che entra verso la metà del brano e poi domina la parte finale, un retrogusto Grinderman, caratterizzano il singolo, uscito verso la fine del 2012, che apre anche l'ennesimo disco di mister Cave ed i suoi pards, dal titolo "giovane" (vista la stilizzazione da sms) We No Who U R; un pezzo delicato, che fa capire quanto tempo sia passato non solo dai Birthday Party, ma anche solo da The Mercy Seat, ma che descrive molto bene quanto ancora possa dare il cinquantacinquenne di Warracknabeal. Francamente, chi se lo aspettava, quando confessò che dopo aver girato il mondo, cambiato continenti, avendo avuto storie (e pure figli) con donne interessanti, adesso scriveva musica dalle 9 alle 5 recandosi ogni giorno in ufficio. Eppure, credo sia innegabile che seppur con meno rabbia, meno cattiveria, le canzoni di Nick Cave siano sempre molto belle, e riescano tutt'oggi a trasmettere grandi emozioni. Sono sempre asimmetriche, come Wide Lovely Eyes, che sembra una lunga introduzione a qualcosa che non arriva, o mitigano l'enfasi apocalittica in un calderone free-jazz come Water's Edge, che ci mette tre minuti a darti un ritornello epocale (un po' come, diciamolo usando un eufemismo, ritardi a darti piacere), e poi chiude, in barba a chi vorrebbe crogiolarcisi dentro. Sembrano un pezzo dei migliori Marlene Kuntz nell'apertura, come l'intensa Jubilee Street ("On Jubilee Street there was a girl named Bee/She had a history, but no past"), che ti culla in un tripudio d'archi e immediatamente dopo cambia tempo come in un pezzo da dilettanti (e non c'è niente da fare, se uno c'ha classe può fare pure questo e nessuno può dirgli un cazzo), ed infine ti porta ad un crescendo finale da urlo (un classico pezzodellamadonna), sono ballate degne di stare in No More Shall We Part come Mermaids ["I believe in God, I believe in mermaids too, I believe in 72 virgins on a chain (why not, why not)"], oppure sono classici pezzi caveiani come We Real Cool ("Sirius is 8.6 light years away/Arcturas is 37/The past is the past and it's here to stay/Wikipedia's heaven"), dal basso pulsante e incessante e dall'apertura del chorus irresistibile.
Ma forse il meglio viene sul finire. Cave scrive un pezzo che parla di un altro pezzo, Finishing Jubilee Street ("I'd just finished writing Jubilee Street/I laid down on my bed and fell into a deep sleep/And when I awoke, I believed I'd taken a bride called Mary Stanford"), punteggiato da una chitarra che sembra un rubinetto che perde, ma che ancora una volta sfocia in un ritornello micidiale, quasi soul, e poi si supera, scrivendo la Babe, I'm on Fire di questo disco, che già dal titolo è tutto un programma: Higgs Boson Blues ("Can't rememebr anything at all/Flame trees line the streets/Can't rememeber anything at all/But I'm driving my car down to Geneva"). Credo che Robert Johnson sarebbe fiero di Nick Cave, anche se nel pezzo viene citato al pari di Hannah Montana ("I see Robert Johnson/With a ten dollar guitar strapped to his back/Looking for a tune"; "Hannah Montana does the African Savannah"), e anche se il musicista che fece il patto col Diavolo vince due a uno ("He got the real killer groove/Robert Johnson and the Devil man//Don't know who's gonna rip off who") il pezzo è vibrante, intenso e al tempo stesso divertentissimo.
Chiude un altra canzone straordinariamente bella, che dà il titolo all'album, Push the Sky Away appunto, con un organo da chiesa che crea un tappeto sonoro micidiale e mette i brividi, mentre Cave ci celebra sopra una messa pagana, e vince: "And some people/Say it's just Rock'n'roll/Oh, but it gets you/Right down to your soul". Amen fratello, amen.

20130223

nave da battaglia stellare

Battlestar Galactica - di Glen A. Larson, sviluppata da Ronald D. Moore - Serie completa (miniserie iniziale in 2 episodi, stagione 1 di 13 episodi, stagioni 2, 3 e 4 di 20 episodi, 2 film tv - Razor e The Plan; Sci-Fi) - 2004/2009




In un futuro (forse) abbastanza lontano, l'umanità vive su quelle che vengono chiamate le Dodici Colonie. Gli umani sono riusciti a creare degli automi sofisticatissimi, detti Cyloni, che dapprima si sono ribellati ai loro stessi creatori. Da molti anni è in atto una tregua. Ma i Cyloni si sono evoluti, e sono riusciti a creare dei modelli del tutto simili agli umani, irriconoscibile la differenza. Decidono di rompere la tregua solo dopo aver trovato un aggancio utilissimo: il cylone numero 6, un'esemplare di donna bellissima, divenuto amante del dottor Gaius Baltar, eminente scienziato collaboratore della Difesa, ma con un debole per le donne, i cyloni disattivano il sistema globale di difesa delle Colonie e lanciano un attacco nucleare su larga scala, con l'intenzione di cancellare l'umanità. Nello spazio, il Galactica, una nave stellare da combattimento, con quaranta anni di servizio all'attivo, sta per essere "mandata in pensione" e trasformata in un museo. Il comandante William Adama (Adamo nella versione italiana, non si comprende il perché) presiederà la cerimonia davanti a molte autorità, dopo di che andrà anche lui in pensione. Poco prima della cerimonia, arriva la notizia dell'attacco all'umanità. Il Galactica è l'unica nave da combattimento rimasta. La pensione, sia per la nave che per il comandante Adama, dovrà attendere. Si radunano i sopravvissuti e le navi da trasporto rimaste, si elegge il nuovo Presidente delle Dodici Colonie, individuato nel sottosegretario all'istruzione Laura Roslin, la prima in linea di successione governativa sopravvissuta, e si organizza un piano di sopravvivenza. L'umanità conta circa 50mila sopravvissuti. Bisogna trovare un pianeta per ricominciare.

Reboot dell'omonima serie televisiva del 1978 (in Italia si chiamò solo Galactica), Battlestar Galactica è stata una serie di fantascienza dal grande successo e con un grande seguito. E devo dire che nonostante non consideri la fantascienza uno dei miei generi preferiti, ho guardato la serie con discreto interesse. Siamo davanti ad un prodotto ambizioso, ma più dal punto di vista delle idee che da quello del budget. Gli effetti speciali non sono il punto fondamentale, la messa in scena è quasi documentaristica e con grande uso della camera a mano, si dà largo spazio alla psicologia dei personaggi, se ne introducono di nuovi via via, e tutti risultano importanti, si trattano argomenti di stringente attualità e di interesse generale in una maniera discreta ma forte. Religione, politica, etica civile e militare, diritti civili, senza tralasciare lo spirito originale della serie del 1978, instillare il dubbio che l'umanità abbia origini extraterrestri e che le vicende narrate siano da ambientarsi nel passato, anziché nel futuro.
Cast con poche stelle, e con qualche ripescaggio dalla serie del 1978 (tra l'altro, rispetto all'originale sono cambiate alcune parti importanti e "date" a donne, anziché a uomini), ma che se la cava bene. Domina la scena Edward James Olmos (Miami Vice, La forza della volontà, Dexter stagione 6) nei panni del comandante William Adama, e gli tiene testa Mary McDonnell (Alzata con pugno di Balla coi lupi) che interpreta Laura Roslin. Di rilievo l'interpretazione di Katee Sachoff (Starbuck, nella versione italiana Scorpion), da sottolineare la bellezza di Tricia Helfer (Numero Sei), modella canadese che se la cava egregiamente con la recitazione.

20130222

nel bel mezzo

The Thick of It - di Armando Iannucci - Serie completa (Stagioni 1 e 2 da 3 episodi ciascuna; 3 speciali; stagione 3 di 8 episodi, stagione  di 7 episodi; BBC) - 2005/2012

Inghilterra. Malcolm Tucker è il direttore delle comunicazioni del Primo Ministro inglese. E' una persona aggressiva, spietata, sboccata, maleducata, assetata di potere e politicamente intelligente se essere così definiti vuol dire essere capaci di manipolare chiunque e di riuscire a fare qualsiasi cosa per rimanere al potere. Responsabile di assicurarsi che tutti i ministri del Gabinetto seguano la linea del partito e del Primo Ministro, numero uno degli spin doctors, vedere Tucker con uno qualsiasi dei ministri è come vedere un bullo scolastico con dei bambini più piccoli: figurarsi con i portaborse o con le segretarie. Quando passa lui, tutti si nascondono; ogni singolo componente del partito, anche il più insignificante, lo teme come si teme uno squalo in mare aperto. Ogni membro dell'opposizione, lo odia.
Ma Malcolm Tucker, stranamente, non è il protagonista delle storie che racconta The Thick of It. Lo sono invece, il ministro per gli Affari Sociali e la Cittadinanza. Nel corso delle stagioni e degli episodi, vediamo succedersi due ministri, e addirittura vediamo il partito di Tucker (presumibilmente il Labour) perdere il governo del paese; a questo punto, la serie continua a seguire lo stesso dipartimento, comandato da un ministro dell'altro partito, mentre sullo sfondo vediamo Tucker tramare per tornare al potere, decidendo lui stesso, in pratica, chi far salire alla carica più alta, in questo caso capo dell'opposizione, per sperare di vincere le seguenti elezioni.

"Not only have you got a fucking bent husband and a fucking daughter that gets taken to school in a fucking sedan chair, you're also fucking mental. Jesus Christ, see you, you're a fucking omnishambles, that's what you are. You're like that coffee machine, you know: from bean to cup, you fuck up".
Ecco, questo uno dei tanti, tantissimi improperi lanciati da Malcolm Tucker ad uno dei suoi ministri; c'è del genio e della poesia nelle offese, nel linguaggio sporchissimo usato non solo da Tucker (ma c'è tutto questo anche solo nel suo personaggio), ma da quasi tutti i personaggi della serie, tant'è che, come potete leggere qui, in questo dialogo è stato coniato un neologismo (omnishambles) che si è guadagnato la nomina di parola dell'anno dall'Oxford English Dictionary.
Come vi ho detto già nella recensione di Veep, Iannucci è la versione inglese e satirica di Aaron Sorkin, se parliamo di politica. Uno sceneggiatore/regista che ama alla follia i dialoghi, ma si diverte non poco a mettere a nudo l'incapacità dei politici e della politica, a rimarcarne non solo l'umanità e la fallibilità, ma pure l'avidità e la sete di potere ingiustificata, visto che non sono capaci di concludere nulla di buono. The Thick of It, di cui il meraviglioso In The Loop è una sorta di spin-off, è un fuoco d'artificio continuo, un ricettacolo di offese e di linguaggio sboccato inserito in un contesto di satira super-caustica e spietata.
Spettacolare, con una messa in scena che ricorda da vicino il documentario-verità, con camera a mano, niente musica, montaggio serrato e personaggi in continuo movimento e che parlano continuamente, ci mostra  un Peter Capaldi (Malcolm Tucker) pauroso, padrone della scena anche solo se intravisto che cammina in un corridoio attiguo all'inquadratura principale. Ci sono anche Roger Allam (Peter Mannion), Chris Addison (Ollie Reeder) e Rebecca Front (Nicola Murray), ma l'intero cast è spettacolare e credo, nonostante sia stato un lavoro duro (c'era spazio per l'improvvisazione, a detta del creatore), si siano tutti divertiti molto.

20130221

seguire i corsi d'acqua - a swedish connection

Poco fa ho visto, anzi ri-visto, per un attimo, questo video di Lykke Li, di un pezzo che col suo remix è diventato di dominio pubblico (ma voi non dimenticatevi dove ne avete letto per le prime volte). E a quel punto ho messo a fuoco una cosa che non avevo focalizzato quando lo vidi la prima volta: il protagonista, insieme alla stessa svedesina, è Fares Fares, del quale vi ho parlato nella recensione di Zero Dark Thirty; i film dove recita sono spesso quelli del fratello Josef, e nel cast spesso c'è il padre Jan: Farsan, Zozo (qui Fares c'è solo con la voce, e doppia il pulcino protagonista), il micidiale Kopps e l'ormai mitico Jalla! Jalla!
Il regista è Tarik Saleh, che ha diretto anche il seguente clip di Lykke, e che è uno svedese di origini egiziane (i Fares sono svedesi di origini libanesi).



Già che ci siamo, il video seguente è Sadness Is a Blessing, nientemeno che con Stellan Skarsgard.

storia horror americana

American Horror Story - di Ryan Murphy & Brad Falchuk - Stagioni 1 (Murder House, 12 episodi; FX) e 2 (Asylum, 13 episodi; FX) - 2011/2013



Murder House
La famiglia Harmon si trasferisce dalla fredda Boston all'assolata Los Angeles, e si sistemano, indebitandosi fino al midollo, in una casa d'epoca, quasi un piccolo castello. L'hanno pagata poco, però, rispetto a quello che poteva essere il valore di mercato. Il perché è presto detto: la casa, lo scopriranno presto, rientra nel tour dell'orrore (che esiste veramente), visto che fin da quando è stata costruita, la casa è stata teatro di morti violente ed episodi davvero poco chiari (inizialmente, come vuole la legge statunitense, gli Harmon sono stati messi al corrente solo dell'ultimo omicidio/suicidio della coppia gay precedentemente proprietaria). E c'è di più: i morti senza pace, passati alla loro condizione dentro quella casa, continuano, per così dire, a frequentarla. Non certo lo scenario più adatto a ricostruire un rapporto che ormai sembra sfasciato. Infatti, il motivo di questo "nuovo inizio" in un altro luogo, sono le vicende familiari degli Harmon. Benjamin detto Ben, psichiatra, è stato scoperto avere una relazione con una sua studentessa, Hayden, proprio mentre la moglie Vivien era incinta, e stava per avere un aborto spontaneo. I due cercano appunto di ricostruire il loro rapporto, lontano da Hayden, ma strappano dalle sua amicizie la figlia Violet, che si rinchiude in se stessa. A mettere la ciliegina sulla torta di un'atmosfera piuttosto opprimente, i vicini di casa: Constance Langdon, bella donna in là con gli anni, con molte storie alle spalle, e che conserva una certa spocchia. Una volta viveva nella casa acquistata dagli Harmon, adesso in quella a fianco. Con lei il figlio Tate, uno dei primi pazienti di Ben, la figlia Adelaide, con la sindrome di Down, e anche un altro figlio deforme, che viene tenuto nascosto e incatenato. Pian piano, ecco arrivare altri personaggi quantomeno inquietanti, come Larry Harvey, ex compagno di Constance ed anche lui coinvolto in un fatto terribile avvenuto dentro la casa, e Moira O'Hara, la governante che sembra essere un tutt'uno con la casa, e che possiede una rara particolarità...



Asylum
Teresa e Leo, due sposini novelli, stanno facendo un viaggio di nozze fuori dall'ordinario. Entrambi incuriositi, e diciamo perfino eccitati dai luoghi dell'orrore, stanno visitando quello che una volta era Briarcliff Manor, originariamente un istituto psichiatrico. Proprio lì, infatti, e così ci spostiamo nel 1964, viene rinchiuso il giovane benzinaio Kit Walker, sposato con una ragazza di colore e continuamente disturbato dai giovani bianchi razzisti locali, dopo essere stato accusato di essere il serial killer chiamato Bloody Face, visto che scuoiava le sue vittime e con una si era fatto una maschera che indossava quando commetteva infamità. L'istituto, gestito inizialmente dalla chiesa romana, viene diretto col pugno di ferro dalla suora Sister Jude, che prende ordini da monsignor Timothy Howard, ambizioso giovane vescovo, che però lascia mano libera alla suora. Braccio destro di Sister Jude è Sister Mary Eunice. Mentre Kit, sostenendo la sua innocenza, cerca di adeguarsi alla vita del manicomio,  e stringe una tenera amicizia con Grace, ricoverata per aver sterminato la sua famiglia, anche se dai modi di fare non si direbbe, una altrettanto ambiziosa giornalista locale, Lana Winters, entra a Briarcliff ufficialmente per scrivere un articolo sul panificio gestito dalle suore col lavoro degli internati, ma si scontra presto con Sister Jude, che capisce al volo le intenzioni reali della giornalista, e cioè scrivere un pezzo che denunci le atrocità ivi commesse. Sister Jude va all'attacco, e facendo leva sull'omosessualità della Winters, che in effetti vive insieme all'insegnante Wendy Peyser, fa rinchiudere dentro lo stesso istituto la giornalista. Come se non bastasse, alle dipendenze di monsignor Howard c'è pure il sinistro dottor Arthur Arden, che compie strani esperimenti sugli internati.

La nuova creatura di Ryan Murphy (creatore di Nip/Tuck e Glee) e Brad Falchuk, fido collaboratore di Murphy da Nip/Tuck (insieme, nel 2008, avevano tentato di avviare una serie su un ginecologo transessuale, Pretty/Handsome, che dopo il pilot rifiutato da FX non ebbe seguito), con due stagioni già concluse, è una delle new sensation della televisione statunitense, e l'eco si è già fatto sentire forte e chiaro anche dalle nostre parti. Ispirata alle serie antologiche autoconclusive (anche se AHS si propone stagioni autoconclusive, anziché episodi), tipo The Twilight Zone (Ai confini della realtà da noi), si prefigge una sorta di viaggio nel mondo del male, e un omaggio a tutto il genere horror, cambiando storia, sfondo, epoca ad ogni stagione, ma conservando una buona parte del cast, che cambia semplicemente personaggio.
La prima stagione è leggermente più ironica, un po' più divertente, mentre la seconda è decisamente più cupa, anche se introduce forse troppi elementi sovrannaturali, alcuni dei quali poco interessanti o mal sviluppati; nonostante questo, l'elemento tensione è probabilmente migliore in Asylum rispetto a Murder House. Detto questo, la serie è di quelle da seguire, a prescindere dal fatto che l'horror sia o no il vostro genere preferito.
Le regie sono buone, a volte ottime, la messa in scena volutamente cupa, gli scenari spesso giustamente inquietanti. Il cast ha presenze che si sopportano (Dylan McDermott, che è Ben Harmon prima e Johnny Morgan dopo, Joseph Fiennes che è monsignor Timothy Howard in Asylum), altre buone (Evan Peters che è Tate Langdon prima, Kit Walker dopo, Zachary Quinto che è Chad Warwick prima, Oliver Thredson dopo, Taissa Farmiga - si, la sorella piccola di Vera - che interpreta Violet Harmon in Murder House, Lizzie Brocheré - si, l'attrice francese vista in The Hour - nei panni di Grace in Asylum, il grande James Cromwell che interpreta il dottor Arden in Asylum, Connie Britton - Tami Taylor in Friday Night Lights - che è Vivien Armon in Murder House, Denis O'Hare - il favoloso vampiro Russell Edgington in True Blood - nei panni di Larry Harvey), e alcune, forse non a caso tutte donne, irrinunciabili. Sto parlando di Lily Rabe, nella prima stagione marginale nei panni di Nora Montgomery, ma nella seconda indispensabile e davvero bravissima nella sua interpretazione di Sister Mary Eunice; praticamente sconosciuta prima di questa opportunità, l'avevamo intravista in una particina in Love & Secrets (in originale All Good Things). Ci conforta sapere che sarà presente nel cast della terza stagione: davvero una scoperta brillante.
Sto parlando pure di Sarah Paulson, anche lei marginale in Murder House (era la medium Billie Dean Howard), ma praticamente protagonista, nei panni di Lana (Banana) Winters in Asylum. Sconosciuta ai più anche lei, ma chi frequenta fassbinder sa che io ve l'avevo "sottolineata" in occasione delle recensioni di Studio 60 e di Game Change. Confermata anche lei tra gli applausi per la terza stagione. Ma naturalmente sto parlando anche e soprattutto dell'intramontabile, bellissima e sensuale ancora oggi a 63 anni, bravissima Jessica Lange, Constance Langdon in Murder House e Sister Jude in Asylum, sempre spaventosamente intensa e premiata con l'Emmy per la prima stagione. Parlando di donne e di cast, voglio spendere anche qualche riga per ricordarne qualche altra. La per me mitica Frances Conroy, non solo per Six Feet Under, anche lei presente in entrambe le stagioni, nella prima era Moira O'Hara anziana, nella seconda l'Angelo della Morte (Shachath), confermata per la terza. E poi alcune special guest. Nella prima stagione ci sono Kate Mara (HaydenMcClaine), che stiamo rivedendo al fianco di Kevin Spacey in House of Cards, del quale parleremo presto, Alessandra Torresani (Stephanie Boggs), già Zoe Graystone in Caprica, Mena Suvari (Elizabeth Short, The Black Dahlia), che non credo abbia più bisogno di presentazioni.
Nella seconda stagione ci sono Chloe Sevigny (Shelley), anche lei credo ormai la conosciate abbastanza, Clea DuVall (Wendy), vista in Carnivàle e ultimamente in Argo, e la sempre bravissima Franka Potente nei panni di una sedicente Anna Frank. Sempre nella seconda stagione, ma parlando al maschile, due ottimi camei per due caratteristi di lunga data, Mark Margolis nei panni di Sam Goodwin, e Ian McShane nei panni spietati e divertentissimi di Leigh Emerson.
Una serie, e due stagioni, tutte da godere, al netto di qualche difetto innegabile. Tutti pronti per l'autunno di quest'anno, quando partirà la terza stagione.

20130220

cacciata

Hunted - di Frank Spotnitz - Stagione 1 (8 episodi; BBC/Cinemax) - 2012

Samantha Sam Hunter è un ottimo agente operativo dell'agenzia di spionaggio privata Byzantium. Ha una storia con il collega Aidan Marsh, ed ha scoperto da pochissimo di essere incinta. I due stanno lavorando in Marocco, quando Sam riesce a malapena, e con gravissime conseguenze, a scampare ad una trappola a lei tesa, da qualcuno che la vuole decisamente morta. Questo fatto, il suo lavoro, il suo addestramento e un fatto terribile accadutole quando era ancora una bambina, fanno di lei una persona altamente sospettosa, ma anche fortemente motivata e pericolosa.
Sam sparisce "dai radar" di chiunque, Byzantium compresa, per circa un anno. Si ritira nella sua casa di campagna, e recupera pian piano la forma fisica, sottoponendosi ad un allenamento intenso. Quando giudica sia arrivato il momento, torna a Londra, affitta un modesto appartamento, si ripresenta alla Byzantium, al suo capo Rupert Keel. Keel la rimette immediatamente in servizio, ma la sua scomparsa per un intero anno lo inducono a sorvegliarla attentamente; inoltre, già con il primo caso, è palese che c'è una talpa all'interno della squadra messa in piedi appositamente. Dal canto suo, Sam è si interessata a riavere il suo lavoro e a svolgerlo al meglio, ma al tempo stesso è decisa a trovare chi l'ha tradita, perché, ed i suoi mandanti.

Non è male questa Hunted, creata da Frank Spotnitz, già nel team di sceneggiatori di X-Files (e che voleva affidare il ruolo principale a Gillian Anderson), e co-prodotta da BBC e Cinemax (il canale che potremmo definire "di azione" di HBO). Forse fin troppo patinata, e si, come hanno sostenuto Andrew Anthony su The Observer e Jim Shelley sul Daily Mirror, con qualche clichés di troppo, ma con un ottimo ritmo (sarebbe stato difficile altrimenti sostenere episodi da un'ora) e una discreta dose di violenza. Discutibile qualche scelta di casting (Adam Rainer nei panni di Aidan è davvero troppo "modello"), ma una percentuale che supera sicuramente il 50% è invece azzeccato. Melissa George (In Treatment stagione 1, Mulholland Drive, Turistas, 30 giorni di buio, Triangle; sono decisamente influenzato quando vi parlo di lei, credo che, a dispetto del corpo da ex atleta - è stata una pattinatrice professionista -, abbia la bocca più bella e femminile mai vista) si rivela azzeccata, forse anche per via del passato da atleta, Stephen Dillane (Rupert Keel) è una sicurezza, convincente villain Patrick Malahide (qui Jack Turner; caratterista di lungo corso, anche lui come Dillane è in Game of Thrones - Lord Balon Greyjoy), sempre grintosissimo Adewale Akinnuoye-Agbaje (non lo riconoscerete negli eleganti panni di Deacon Crane, ma se vi dico Adebisi e Oz capirete).
L'intreccio riesce ad essere interessante. Vedremo, a questo punto, cosa riuscirà a fare Spotnitz: la BBC, a causa del calo di ascolti nella seconda parte della prima stagione, ha deciso di non partecipare alla produzione di una seconda stagione, mentre Cinemax continuerà, ed ha messo al lavoro Spotnitz. A meno che non si riesca a trovare un altro partner, ci sarà quindi una netta diminuzione del budget. La prima cosa a farne le spese è stata la location: nelle intenzioni del creatore c'era l'ambientazione di Berlino per la seconda stagione, e una diversa capitale europea se le stagioni fossero aumentate. Si rimarrà dunque a Londra. Vedremo.

20130219

fantasmi

Les Revenants - di Fabrice Gobert - Stagione 1 (8 episodi; Canal +) - 2012




Francia. In una piccola cittadina di montagna, immersa nel verde, vicino a bellissimi boschi, circondata da corsi d'acqua, vicina a una grande diga, una cittadina molto ordinata, dove tutto è sussurrato e tutti sono molto formali, una cittadina che ha vissuto i suoi drammi (molti anni prima la cittadina era proprio sotto la diga, che si ruppe provocando un disastro; solo pochi anni prima un autobus che portava in gita dei ragazzi della scuola locale cadde in una scarpata, facendo morire tutti i passeggeri; qualche suicidio, addirittura un accoltellatore seriale che mangiava i fegati delle vittime, tutte donne giovani), in questa cittadina, improvvisamente, i morti ritornano. Prima Camille, una ragazzina morta nell'incidente dell'autobus, che torna a casa, trova la sorella gemella Lena cresciuta ed i genitori, Jérome e Claire, separati (proprio a causa dell'incapacità di superare la perdita e di elaborare il lutto). Poi Simon, un giovane suicidatosi anni prima, che torna cercando Adèle, con la quale doveva sposarsi; nell'appartamento dove viveva Adèle adesso abita Julie, medico solitario, vittima di un trauma mai superato. Adèle adesso sta con Thomas, il capo della polizia locale, e vive con lui e la figlia Chloé. Poi Serge, l'accoltellatore cannibale, e un bambino, che sembra muto, e sceglie proprio Julie per cercare una "sistemazione". Lei lo chiamerà Victor, ma lui, in realtà, si chiama(va) Louis.
I vivi non sanno come reagire. Ognuno lo fa a modo proprio, visto soprattutto che i morti che tornano mettono proprio i vivi di fronte ai drammi non superati; c'è da aggiungere che la maggior parte dei morti viventi, non sa di essere morta, e non ricorda assolutamente niente: saranno i vivi a spiegar loro le loro morti.
Oltre ai drammi del passato, però, in città e nei dintorni cominciano ad accadere altre strane cose: appaiono cicatrici inspiegabili, sui corpi dei vivi e dei morti, la diga comincia ad abbassarsi di livello ed i tecnici non riescono a trovare una spiegazione, dalle fogne affiorano sporcizia ed animali, si verificano black out sempre più frequenti.

Les Revenants è una delle grandi sorprese del finale del 2012. Prendendo spunto dal film omonimo del 2004 di Robin Campillo, che non ho avuto modo di vedere ma del quale ho letto recensioni pessime, Canal + ha messo in piedi una serie televisiva che tutti quanti, e devo ammettere anche io, hanno paragonato a Twin Peaks, e che riesce a mettere angoscia, più che terrore, nello spettatore, mostrando zombies che non sono come quelli che il cinema ci ha abituato ad immaginare: quelli di Les Revenants non sono quelli di The Walking Dead, infatti, bensì persone smarrite, in tutto e per tutto simili ai vivi, forse un poco più pallide e costantemente affamate. Ma, episodi misteriosi a parte, il messaggio prepotente di Les Revenants è quello che i morti che tornano servono a mettere i vivi dinnanzi alle loro responsabilità, e davanti alle loro paure, ai loro drammi irrisolti, alle loro bugie.
Molto europeo, anzi, molto francese, Les Revenants è una visione intrigante e, come detto, inquetante ed angosciante, ma che non dimentica l'ironia qua e là. Girato interamente in Alta Savoia, prevalentemente a Seynod e presso la diga di Tignes, è davvero un ottimo prodotto. Fotografia e regia all'altezza, cast quasi tutto indovinato; ottime le prove di Frédéric Pierrot (Jérome), Anne Consigny (Claire), Clotilde Hesme (Adèle), e soprattutto quella di Céline Sallette (Julie). A vincere, però, sono i giovani: le prove di Yara Pilartz (Camille) e di Swann Nambotin (Victor/Louis) sono davvero impressionanti. Molti attori li avete già visti, se non siete completamente a digiuno di cinema francese: pensate che addirittura ci sono entrambi i protagonisti dello splendido Angèle et Tony.
Ultima, ma non meno importante, la colonna sonora. E qui, nonostante negli ultimi anni siano un po' in flessione negativa, i Mogwai hanno fatto un grande lavoro, e la musica risulta una delle armi vincenti della serie.
Non si hanno notizie di una distribuzione sulle televisioni italiane. Ma si sa per certo che nel 2014 andrà in onda, in Francia, la seconda stagione: e questo è un bene, perché in effetti la parte che lascia un po' più a desiderare è proprio il finale/non finale della prima.
Se deciderete di vedere Les Revenants, rimarrete piacevolmente sorpresi.

20130218

Surprise, Motherfucker!

Dexter - di James Manos, Jr. - Stagione 7 (12 episodi; Showtime) - 2012




Dite quel che volete, ma io continuo a provare un certo piacere davanti alla visione di Dexter, arrivato ormai alla settima stagione.
Vado con un accenno di trama, quindi Spoiler Alert!

Il cliffhanger col quale si concludeva, o meglio non si concludeva, la scorsa stagione, metteva Dexter e Debra in una situazione davvero difficile: Debra infatti sorprende Dex mentre uccide Travis Marshall. Sconvolta, decide però di aiutare Dex a coprire le proprie tracce (ma ne rimangono più di una), dando fuoco alla chiesa sconsacrata dove è accaduto il fatto. Deb, che non è proprio l'ultima arrivata, comincia a mettere insieme i pezzi del puzzle, e porta Dex ad ammettere la verità, completamente. Quasi in contemporanea, si apre un nuovo caso. Tutto comincia con una gomma a terra: il detective Mike Anderson, il collega "nuovo", viene ucciso dopo essersi fermato per aiutare un tizio, che si rivela essere un killer della mafia ucraina. Anderson aveva visto qualcosa che non doveva vedere. Mentre tutti sono sulle tracce del killer con più rabbia del solito, trattandosi di un collega, Dex, al solito, è il più veloce di tutti. Ma il killer in questione lascia un legame particolare con uno dei boss, boss che a sua volta si mette sulle tracce di Dexter.
In effetti, Dex sta facendosi molti nemici: non ultimo Louis Greene, che entra nel suo pc azzerandogli le carte di credito, primo passo di una vendetta personale, e LaGuerta ritrova uno dei suoi vetrini sulla scena del crimine di Travis Marshall.
Cosa potrebbe complicare ulteriormente le cose, tenendo conto che ci sono ancora in ballo i sentimenti più che fraterni di Deb verso Dex, anche dopo che lei scopre che lui è un serial killer? Naturalmente, un'altra donna...

Nonostante la premessa, rileggendo il riassunto già si capisce che, per la settima stagione, il team degli sceneggiatori ha messo probabilmente un po' troppa carne al fuoco. Ma secondo me è un po' troppo riduttivo sostenere che la serie ha perso forza ed appeal; provando a fare dei confronti, non credo che ci siano molte serie che arrivano alla settima stagione senza diventare delle cagate pazzesche. E, che ci crediate o no, anche se la cosa non è fondamentale, l'ultimo episodio della stagione conclusa poco prima della fine del 2012 è stato l'episodio più visto di tutte le sette stagioni.
Come abbiamo detto, molta, forse troppa carne al fuoco. Questo è vero, ma non mi è parso che la cosa abbia snaturato la serie. Finale discutibile: certo, come tutti. Difficile gestire una verità terribile come quella che Deb ha scoperto, difficile soprattutto per i sentimenti, non del tutto sani, che nutre per il fratellastro. La stagione ha dei difetti, non lo nego, ma secondo me non sono tra quelli indicati dai più. Chissà che ci sia spazio per rimediare già nella prossima stagione. Sto parlando della presa di coscienza di Dexter, riguardo alla sua sete di morte. Forse per la prima volta, nella sua lucida follia, Dexter capisce che il "codice" è una stronzata: a lui piace uccidere, certo, ha bisogno di un motivo, ma non è solo un vigilante. Uccidere gli riesce bene, e può usare questo skill anche solo per difendere se stesso e l'immagine di vita che si è fatto. Ecco, se c'è una cosa che davvero rimprovero agli sceneggiatori, è quella di non aver affondato le mani in questa introspezione, anziché riempire di eventi la stagione. Quindi si, buona stagione, ma con dei difetti.
Il cast se la cava sempre bene. Sempre bravissima, a mio parere, Jennifer Carpenter, la migliore. Ottimo Ray Stevenson (Isaak Sirko), uno delle special guest della stagione, già protagonista del reboot di Punisher (Zona di guerra), e visto in Thor; il suo rapporto con Dexter ci regala i momenti più alti di questa stagione. Meno incisiva, nonostante la parte rilevante, la bella Yvonne Strahovski nei panni di Hannah McKay: una sorta di nuova Lumen, ma se vi ricordate, Julia Stiles se la cavò meglio nella quinta stagione. Rivediamo volentieri Jason Gedrick (George Novikov), dopo Luck, e, curiosità, Santiago Cabrera (Sal Price) è proprio quello di La vida de los peces.

E' in arrivo (il 30 di giugno 2013 il primo episodio) l'ottava stagione, che doveva essere quella finale, ma alcune dichiarazioni dell'executive producer Scott Buck lasciano intendere che non è ancora detta l'ultima parola.

20130217

la guerra invisibile

The Invisible War - di Kirby Dick (al momento inedito in Italia)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Le Forze Armate statunitensi sono da molti ritenute uno dei migliori eserciti al mondo. E' recente la decisione di formalizzare la possibilità per le donne soldato di essere inviate al fronte, in caso di guerre. Ma c'è una specie di flagello che lascia ad alcuni ex militari dei traumi spesso più devastanti di quelli derivanti dal fronte: lo stupro, sia maschile che femminile. Il documentario voluto dalla regista e produttrice Amy Ziering e diretto dall'esperto documentarista Kirby Dick, solleva il velo su una vera e propria marea di casi di stupro perpetrati nei vari rami dell'esercito statunitense, con l'aiuto di molti racconti di vittime, ed alcune "incursioni" nelle vite e nei traumi di alcune di esse, e segue un gruppo di queste fino a vari incontri con membri del congresso che sono decisi a perorare le loro cause.

Rigoroso, ben girato, coraggioso, il documentario solleva un problema che negli USA appare decisamente diffuso, e che può tranquillamente essere riportato anche nella società civile. Le interviste alle vittime sono spesso intense, toccanti, creano senza dubbio grande empatia, quelle agli alti membri dell'esercito generano una sorta di effetto comico involontario, e dipingono discretamente l'estrema rigidità di una struttura mastodontica e sicuramente poco votata alla trasparenza, quelle agli avvocati, ai giornalisti e agli scrittori rivelano dati e fatti decisamente interessanti che fanno molto riflettere. In uno strano e quasi paradossale paragone, The Invisible War mi ha ricordato uno dei candidati all'Oscar della stessa categoria (miglior documentario) dell'anno passato, Hell and Back Again, ma mi sembra di poter dire che questo è migliore, anche per l'estrema delicatezza del tema affrontato, seppur sempre "interno" all'esercito USA.
E' certo che questo The Invisible War se la dovrà vedere con avversari forse più intriganti, ma è una testimonianza che sicuramente è nobilitata dalla "guerra" all'inciviltà e alla follia dello stupro, ovunque esso venga perpetrato. Meriterebbe, quindi, la visione.

20130216

come sopravvivere a un flagello

How to Survive a Plague - di David France (al momento inedito in Italia)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)



How to Survive a Plague, titolo tra l'ironico e l'orrorifico, ma indovinatissimo, racconta di come, tra il 1987 ed il 1996, un gruppo di giovani gay che avevano contratto il virus dell'AIDS, divennero instancabili attivisti, fondando prima ACT UP, e poi più tardi il gruppo TAG, e che, organizzando proteste non violente e gruppi di pressione, partecipando a convegni, prestandosi a sperimentazioni, intervenendo a campagne elettorali, effettuando blitz nelle sedi di case farmaceutiche, stilando tabelle di marcia, studiando strategie, riuscirono, ovviamente aiutati da ricercatori particolarmente sensibilizzati su quella che stava diventando una pandemia su scala mondiale, a far si che l'AIDS divenisse una malattia con la quale si poteva alla fine convivere, e non risultasse più una sicura condanna a morte.

Nella cinquina dei candidati all'Oscar come miglior documentario, come potevate immaginare, How to Survive a Plague, nella struttura, mi ha ricordato, pensate un po', le due miniserie sulla Seconda Guerra Mondiale prodotte da Steven Spielberg, Band of Brothers e The Pacific. E non perché, in effetti, come sottolinea verso la fine uno dei protagonisti, quegli anni dell'AIDS sono stati come una guerra, dalla quale solo alcuni sono tornati a casa, ma perché, appunto, alcuni di quelli che vediamo nei panni dei protagonisti, giovani nei filmati d'epoca, li rivediamo, fortunatamente aggiungerei, per così dire "anziani", ancora vivi e in buona salute nella "carrellata" finale del documentario. Purtroppo, non ci sono tutti: alcuni di loro sono "morti provandoci", e naturalmente, come tutti sappiamo, diversi milioni di altre persone sono morte a causa di questa epidemia micidiale. La guerra non è finita, ma è vero che questo documentario mostra una perseveranza, una costanza, una testardaggine, una rabbia necessaria, per ribaltare proprio quella guerra che, complice una amministrazione statunitense e una chiesa romana (e alcuni politici) che, trincerandosi dietro panegirici ed acrobazie discorsive (alcuni particolarmente odiosi non provavano neppure ad inventarsi balle), erano convinti che l'AIDS fosse una sorta di punizione divina che dovesse giustamente castigare i sodomiti. Molto importanti sono alcune prese di coscienza, a volte degli stessi attivisti/protagonisti, per imparare dai propri errori. Ma, ancora più importante, il messaggio che arriva allo spettatore è che la mobilitazione, se fatta con intelligenza e perseveranza, paga, qualunque sia il "nemico".
Vibrante e con alcuni momenti toccanti, ci racconta una storia a noi europei poco nota, facendoci conoscere degli eroi civili che meriterebbero di essere ricordati, sia quelli "caduti", che quelli, per così dire, ancora in piedi.

20130215

cinque telecamere rotte

5 Broken Cameras - di Emad Burnat e Guy Davidi (2013)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)



Emad Burnat è un giovane contadino palestinese di Bil'in, un villaggio vicino a Ramallah, in Cisgiordania (West Bank). Insieme alla moglie, Soraya, anche lei palestinese ma cresciuta in Brasile, vivono modestamente vicino alla famiglia di Emad e ai suoi più cari amici. Hanno tre figli, Mohammed, Yasin e Taky-Adin, e appena nasce il loro quarto pargolo, Gibreel, a Emad viene regalata una telecamera, con la quale, da autodidatta, si impegna a documentare la crescita di Gibreel. Mentre Emad diventa sempre più esperto nell'uso della telecamera, fino ad essere riconosciuto come il cameraman del villaggio, che documenta feste ed avvenimenti importanti, Bil'in viene "espropriato" da buona parte delle sue terre: sta prendendo corpo la costruzione del muro israeliano, che passa vicinissimo a Bil'in, e che quindi, a causa della sua costituzione (come recita la scheda Wikipedia, "una successione di muri, trincee e porte elettroniche", quindi un qualcosa che prende molto spazio anche in larghezza, ben più che in altezza) priva delle già povere terre i contadini palestinesi. Non ultimo, l'insediamento israeliano (secondo la comunità internazionale, fuorilegge) di Modi'in Illit (il più popoloso insediamento israeliano nella West Bank) completa, secondo i palestinesi, l'usurpazione delle terre che, sempre secondo i palestinesi, appartenevano a Bil'in.
Ecco quindi che il movimento spontaneo di protesta degli abitanti di Bil'in, al quale si aggregano sostenitori provenienti da tutto il mondo, perfino da Israele, nasce quasi contemporaneamente a Gibreel. Emad, nel corso di 6 anni di vita di Gibreel, e di ben cinque telecamere, documenterà i fatti che sono accaduti tra il 2004 ed il 2010, così come l'infanzia di Gibreel e dei suoi fratelli più grandi.

Devo dare ragione all'amico Massi, che già da un po' mi sollecitava a prestare più attenzione alla categoria documentari, specialmente quando si arriva vicini all'assegnazione degli Oscar dell'Academy. Anche se quasi sempre risultano inediti in Italia, e quindi non facili da reperire, necessari quindi di uno sforzo, visto che quasi mai sono in italiano o sottotitolati nella lingua di Dante, meritano decisamente lo sforzo. Questo 5 Broken Cameras, mirabile collaborazione tra un palestinese non violento (Burnat) ed un israeliano illuminato (Davidi), è una sorta di diario costruito ottimamente, che trasmette probabilmente la stessa impotenza che sente il popolo palestinese, e al tempo stesso non fa sconti all'esercito israeliano, decisamente disinteressato a mantenere la pace. Burnat nasce come cameraman dilettante, ma presto le sue riprese fanno il giro del mondo e diviene un freelance usato da varie agenzie di informazione internazionali. Avvicina Davidi (già esperto documentarista) nel 2009, e l'opera prende una forma ed una direzione diversa, dando maggior spazio alle reazioni della famiglia di Emad, plasmando il parallelo tra la protesta non violenta e la crescita di Gibreel, fino all'introduzione di Emad stesso come personaggio, e quindi utilizzando altri cineoperatori (tra i quali Davidi stesso).
5 Broken Cameras è un'opera asciutta e naturalmente realistica al massimo, dal tocco al tempo stesso rude e dolcissimo; la voce fuori campo di Emad filosofeggia mai a vanvera, e "costruisce" un personaggio, quello del figlio Gibreel, che tocca anima e cuore. Un (altro) bell'applauso.

20130214

Cercando l'uomo zucchero

Searching for Sugar Man - di Malik Bendjelloul (al momento inedito in Italia)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Sixto Díaz Rodríguez, conosciuto in arte come Rodríguez o Jesús Rodríguez, è un cantautore folk statunitense, fino a poco tempo fa quasi completamente sconosciuto in Patria nonostante la pubblicazione di due dischi agli inizi dei '70. Dopo l'uscita di questo documentario, Rodríguez, a 70 anni suonati, sta diventando celebre negli USA, ed ha addirittura in programma di far uscire il suo terzo album, rimasto inedito fin dal 1972. La storia di questo personaggio, raccontata da questo Searching for Sugar Man (Sugar Man è la prima canzone del suo primo album, Cold Fact), documentario candidato all'Oscar nella propria categoria, è straordinaria, incredibile, e particolarmente toccante; ci fa scoprire un artista schivo, totalmente disinteressato, fenomenale.
Rodríguez nasce e cresce a Detroit, da una famiglia di origini messicane con sangue (basta guardarlo in faccia)  nativo americano, e vive da sempre una vita più che umile. Provenendo da una famiglia immigrata appartenente alla working-class, in molte delle sue canzoni adotta posizioni politiche e sociali nette, a favore delle classi sociali più basse. Musicalmente, e pure a livello vocale, molto simile a Bob Dylan, dopo l'insuccesso dei suoi primi due dischi, forse anche a causa della esagerata riservatezza del personaggio (non era raro vederlo esibire spalle al pubblico, non ha mai amato rilasciare interviste), nonostante un breve tour australiano, continua a suonare la sua chitarra e a comporre le sue canzoni, ma lavora in un'impresa di demolizioni, senza mai tirarsi indietro dinnanzi a lavori faticosi.
Nel frattempo, e a sua insaputa, le sue canzoni, in Australia, in Nuova Zelanda, ma soprattutto in Sud Africa, diventavano famosissime, e facevano da colonna sonora ai primi movimenti anti-apartheid bianchi, ma non solo, visto che addirittura, c'è chi sostiene che persino Stephen Biko (si, quello della canzone di Peter Gabriel) fosse un fan di Rodríguez. Rodríguez in Sud Africa diventa un mito, ai livelli di Jimi Hendrix ed Elvis. All'improvviso, non si sa come, sempre in Sud Africa si diffonde la notizia che Rodríguez si sarebbe suicidato. Un paio di persone, un gioielliere (poi diventato proprietario di un negozio di dischi) di nome Stephen Segerman, soprannominato Sugar (non chiedetevi, a questo punto, neppure perché), ed un giornalista che si chiama Craig Bartholomew-Strydom, non si danno pace, e cominciano ad "indagare" su Rodríguez. Finché, una notte...

Se uno non sa di cosa parla Searching for Sugar Man, i primi minuti potrebbero fargli pensare ad un semplice documentario celebrativo di un musicista dimenticato troppo in fretta. Invece, questo documentario dal ritmo sostenuto, dal lieto fine e perfino commovente, voluto e pensato dal giovane regista svedese Malik Bendjelloul, che come dice in un intervista a The Independent, ha "scoperto" questa storia girando zaino in spalla l'Africa ed il Sud America (in cerca, appunto, di storie), ha non solo un cuore pulsante, ma addirittura un plot twist non indifferente, quasi impensabile in un documentario, seppur di ottima fattura.
Favorito dagli splendidi panorami sudafricani, intervallato, quando serviva, da sobrie animazioni e da filmati d'epoca (uno soprattutto, a cura di una delle figlie di Rodríguez, e non vi dico altro per non rovinarvi la sorpresa), costellato da interviste brevissime e funzionali (a volte addirittura non-interviste), Searching for Sugar Man è costruito in maniera brillante, e racconta una storia che non sarà epocale, ma è piuttosto sintomatica, ed è quantomeno curiosa ed intrigante. Last but not least, le canzoni di Rodríguez sono splendide, veramente.
Una bella, bella sorpresa.

20130213

La alegrìa ya viene

No - di Pablo Larraín (2013)
Giudizio sintetico: da vedere (4/5)

Nel 1988, il Cile era ancora sotto il "tacco" prepotente dell'ormai anzianotto generale Augusto Pinochet, che era salito al potere nel 1973 (esattamente l'11 settembre), grazie ad una crisi economico-sociale probabilmente creata ad arte, e soprattutto grazie all'aiuto degli USA, più precisamente da Kissinger (e dietro di lui naturalmente qualcuno anche più in alto), ed era ancora lì a dispetto delle atrocità commesse. Forse a causa della geografia di quel paese, lontano dall'occidente, forse per l'indolenza della politica internazionale, forse per la diffusa paura del comunismo, solo dopo quindici anni di dittatura, le pressioni internazionali costrinsero Pinochet e la sua giunta militare a mettersi in gioco con un referendum, il Plebiscito nacional, che in pratica chiedeva ai cileni se volevano Pinochet al potere altri otto anni, fino al marzo del 1997, oppure no.
Furono messi a disposizione, sulla televisione nazionale, 15 minuti, ogni sera per un mese prima delle votazioni, per ogni schieramento. Naturalmente, tutto il resto della giornata, la programmazione sosteneva il regime di Pinochet, e il fronte, formato da diciassette tra partiti politici e movimenti, che sosteneva il no ad altri otto anni del generale, non contava assolutamente di poter vincere: il successo sarebbe stato rappresentato dal riuscire a creare una coscienza politica nel popolo cileno, di fargli intravedere la possibilità di un Cile al di fuori della dittatura militare.
Il fronte del No, per realizzare gli spot televisivi, si rivolse a René Saavedra, un giovane creativo da poco tornato dal suo esilio in Messico. René, pubblicitario al passo, e forse in anticipo, sui tempi, vincendo la diffidenza dei politici di professione, che, comprensibilmente, avrebbero voluto impostare la campagna contro Pinochet sottolineando prima di tutto le cose orribili che aveva fatto il generale, sostenne invece la necessità di "montare" una campagna tutta rivolta all'ottimismo, come in uno spot della Coca Cola (o di una qualsiasi altra bibita "giovane", come ci mostra il film), per far capire che lo schieramento del No non era composto da comunisti che mangiavano i bambini o che volevano abolire la proprietà privata. Curiosamente, René era il creativo di punta dell'agenzia diretta da Lucho Guzmán, un imprenditore di successo vicinissimo ai vertici militari, che, senza mai ammetterlo, prese le redini della parte creativa per la campagna del Si.
Non fu certo una passeggiata, per René, per la sua famiglia, e per tutti quelli che lavorarono alla campagna del No. Ma, il 5 ottobre del 1988, giorno del referendum...

E io che, nel 1994 viaggiando in Cile, mi chiedevo perché i cileni non parlassero volentieri del loro passato. A parte questo, con questo film concludiamo anche le recensioni sui cinque candidati nella categoria "miglior film in lingua non inglese". E devo dire che non potevamo concludere meglio: il quarto film del cileno Larraín, che vi ho "raccontato" nella sua progressione (Fuga, Tony Manero, Post Mortem), è un film che secondo me non dovreste perdervi, per diverse ragioni.
Il film è basato sul monologo inedito El plebiscito, di Antonio Skármeta (Il postino di Neruda, dal quale fu tratto Il postino con Troisi; l'ultimo lavoro, del 2011, Los dìas del Arcoìris, tratta ancora del gruppo che sostenne il No al Plebiscito), sceneggiato ed ovviamente "arricchito" da Pedro Peirano, giornalista e sceneggiatore (già per La nana), che ha approfondito la storia della campagna del No insieme a Lorena Penjean, ed è messo in scena dal giovane regista cileno con un formato 3:4 (per intenderci, sullo schermo vedrete le immagini quadrate, anziché rettangolari), ma soprattutto con una fotografia che ricalca perfettamente quelli dei filmini in super8 di un tempo: dopo un iniziale spaesamento, lo spettatore si ritrova così catapultato dentro gli anni '80 (a dire il vero, a noi darà l'impressione dei '70, ma c'è da tenere di conto il ritardo "causato" dalla dittatura). Non finisce qui; il cast è formato da attori che al pubblico italiano sono sconosciuti, ma che si rivelano essere tutti assolutamente all'altezza. Ci sono naturalmente due eccezioni, nelle due parti principali. Rané Saavedra è interpretato da un bravissimo Gael García Bernal, spavaldo pubblicitario ma con l'approssimarsi delle votazioni impaurito dalla prepotenza del regime (non perdetevi la scena finale, con l'incredulità, mista alla consapevolezza di aver compiuto un'impresa storica, dipinta sul volto di questo messicano che ancora una volta si dimostra un grande attore); l'amico/antagonista Lucho Guzmán è impersonato da un altrettanto bravissimo Alfredo Castro, un attore che abbiamo conosciuto proprio attraverso i film di Larraín, e che ultimamente abbiamo visto anche in E' colpa del figlio, e che come sempre riesce a risultare straordinariamente repellente.
Devo però aggiungere una cosa, perché qualcuno potrebbe pensare di trovarsi dinnanzi ad uno di quei film cupi, dove il terrore e la violenza rendono il tutto indigeribile. Larraín, affinando quel suo strano senso dell'umorismo, riesce a girare un film che parla della fine di un periodo terribile per il suo Paese, adottando un alternanza di momenti tesi ad altri decisamente comici, spiazzando spessissimo lo spettatore e ribaltando continuamente l'atmosfera.
Un film che affronterà a testa alta quello del marpione intellettuale Haneke (Amour), e che come quasi ogni anno accade, forma parte della categoria che racchiude le migliori espressioni del cinema internazionale. L'uscita italiana pare programmata per aprile.

20130212

eccoci

Vi ricordate questo episodio? Ecco: ora voglio dichiarazioni di Barbara Berlusconi, Allegri, Boateng, El Shaarawy, Balotelli stesso, che stigmatizzano il linguaggio dello zio, fratello del Presidentissimo.
E badate bene, non ce l'ho, in questo frangente, né con il Milan, né con Silvio: ce l'ho, come sapte molto bene, con i razzisti.

strega ribelle

Rebelle - War Witch - di Kim Nguyen (al momento inedito in Italia)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Africa sub-sahariana, forse in Congo, non si sa quale dei due. Komona, 14 anni, incinta, racconta la sua storia a suo figlio, che ancora deve nascere, e al quale confessa candidamente di non sapere se riuscirà ad amarlo. Se vi chiedete perché, anche voi dovreste conoscere la storia di Komona.
Due anni prima, viveva nella più assoluta povertà, ma felice, in un villaggio fatto di stracci e capanne in riva al grande fiume, quando arrivarono i ribelli. Uccisero quasi tutti, ma non lei. A lei, il Comandante fece qualcosa di peggiore: le fece uccidere con un mitra i suoi stessi genitori, minacciando, se non l'avesse fatto, di ucciderli col suo machete. E lei li uccise, piangendo. Ma i fantasmi dei suoi genitori la seguono ovunque, e lei capisce che li deve seppellire. Ma non può, perché i ribelli l'hanno presa con loro, e l'hanno fatta diventare una bambina-soldato. Komona sopporta continue umiliazioni, finché accade un fatto che i compagni d'armi giudicano straordinario (mentre per lei dipende solo dalle sue "visioni"): per tutti, da quel momento, diventa una strega di guerra. Nessuno si permetterà più di umiliarla, e Magicien, l'unico che fino a quel momento le aveva mostrato interesse, simpatia e comprensione, le starà sempre più vicino. Finché, un giorno, i due, ormai innamorati, si allontaneranno dai ribelli; Magicien la vuole sposare, e nonostante Komona si metta a ridere, Magicien le dimostrerà di fare sul serio. Ma il Comandante ed i suoi uomini riescono a riprenderli.

Una sorpresa totale, per me, questo quarto lungometraggio del canadese Kim Nguyen, del quale non avevo mai sentito parlare. Un film, questo, che è il classico pugno nello stomaco, e che ci ricorda che, tra gli altri, esiste sempre questo problema, quello dei bambini-soldato, che esisterà sempre finché i governi dei paesi "ricchi" agiranno considerando l'Africa poco più che un serbatoio di risorse naturali e manodopera a prezzi stracciati.
Estremamente realista, nonostante il prepotente "inserto" onirico/sovrannaturale dei fantasmi, recitato splendidamente soprattutto dai due protagonisti, l'albino Serge Kanyinda (Magicien) e la straordinaria Rachel Mwanza (Komona), oggi quasi sedicenne, abbandonata dai genitori da bambina, vissuta per lungo tempo per le strade di Kinshasa, al momento del suo "ingaggio", ovviamente, non sapeva leggere e scrivere; Rachel ha vinto il premio come miglior attrice protagonista al Festival di Berlino del 2012.
Regia estremamente dinamica, sceneggiato dallo stesso regista, in un'ora e mezzo scarsa inanella momenti di comicità, sprazzi di tenerezza inaspettata, inseriti in una storia dalla drammaticità davvero molto intensa, estrema. Rebelle, se avrete modo di vederlo, vi lascerà il segno.

20130211

Una tresca reale

En kongelig affaere - di Nikolaj Arcel (al momento inedito in Italia)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Nel 1766, Carolina Matilde di Hannover, figlia del Principe del Galles, nata a Londra quindici anni prima, si sposò per procura con Cristiano VII, re di Danimarca e Norvegia, suo cugino. Conobbe il consorte circa un mese più tardi, ed ebbe modo di constatare quanto si vociferava: il re soffriva di problemi di salute mentale (pare schizofrenia e depressione), e, nonostante non fosse affatto stupido, non era certo la persona ideale per passarci una vita a fianco. Carolina aveva ben presenti i suoi doveri regali, e ben presto, seppure a malincuore, rimase incinta del primo figlio, Federico, che nacque dopo poco più di un annno di matrimonio. Cristiano, dopo pochi mesi dall'evento, partì senza di lei per un viaggio europeo che durò circa otto mesi; nel corso di questo viaggio, tramite il conte Schack Carl Rantzau ed Enevold Brandt, ex cortigiani di Danimarca bramosi di tornare ad esserlo, Johann Friedrich Struensee diventò il suo medico personale, ed il re se lo "riportò indietro", introducendolo a corte. Convinto illuminista, ottimo medico, Struensee influenzò moltissimo gli anni a seguire, divenendo dapprima consigliere del re, che lui solo riusciva a calmare e a far ragionare, in seguito reggente-ombra nonché amante della regina, alla quale, in un primo momento, non piaceva. Non finì bene per nessuno, ma in punto di morte Carolina volle spiegare come andarono le cose ai due figli (visto che, dopo Federico, ebbe anche Luisa Augusta, anche se il padre rimane a dir poco incerto).

Tratto principalmente da due libri, Il medico di corte di Per Olov Enquist e Prinsesse af blodet di Bodil Steensen-Leth, sceneggiato da Rasmus Heisterberg insieme allo stesso regista Nikolaj Arcel (i due insieme hanno adattato anche Uomini che odiano le donne per la versione cinematografica svedese), il film danese e recitato appunto in danese (anche se contiene alcuni dialoghi in inglese, tedesco e francese), è nella cinquina per gli Oscar, naturalmente categoria miglior film in lingua non inglese, ed è un affresco molto ben fatto sulla corte danese dell'epoca, rispettando tutte le buone regole dei film in costume, ma avendo sicuramente una marcia in più, in quanto il particolare triangolo che racconta e mette in scena, risulta ben strutturato e decisamente "progressista", soprattutto se visto nell'ottica attuale, ed inquadrato nel contesto storico europeo. Il film è reso coinvolgente anche dalle interpretazioni dei tre protagonisti; se non potevano esserci dubbi su quella di Struensee, impersonato da un Mads Mikkelsen misurato (vi svelo una mia personale sensazione durante la visione; conoscendo la mia teoria su Mikkelsen tumefatto, dopo circa due ore di pellicola mi stavo dicendo "bel film, però Mads è sempre intatto, vai a vedere che manca questo per farlo diventare un gran film". Detto fatto, nella scena seguente - spoiler alert - viene incarcerato e torturato, e dopo altre due scene appare tumefatto. Ancora tra parentesi, evidentemente vista la durata complessiva - circa due ore e un quarto - il regista ci ha risparmiato la vera fine di Struensee - super spoiler alert! - che dopo essere stato decapitato - ma pare che prima ancora gli sia stata tagliata la mano destra - fu squartato ed esposto ulteriormente al pubblico ludibrio), gli altri due attori sono stati per me una vera sorpresa in positivo. Il ventottenne danese Mikkel Boe Folsgaard è un ottimo Cristiano VII (Orso d'argento alla Berlinale), e la ventiquattrenne svedese Alicia Vikander è una combattuta Carolina (la rivedremo presto in Anna Karenina di Joe Wright). Bravi anche gli attori di contorno, tra i quali spicca la già conosciuta Trine Dyrholm (appena vista in Love Is All You Need della Bier) nei panni di Giuliana Maria.
Ricostruzioni accurate, produzione sontuosa, A Royal Affair (il titolo internazionale) non è, a mio parere, il migliore della cinquina candidata all'Oscar per il miglior film in lingua non inglese, ma potrebbe dare del filo da torcere agli altri quattro.

20130210

The Surrogate

The Sessions - Gli appuntamenti - di Ben Lewin (2013)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Mark O'Brien, nato a Boston nel 1949 e morto a Berkeley nel 1999, fu un poeta, giornalista, e attivista per i diritti dei diversamente abili. Poliomelitico all'età di sei anni, costretto nel polmone d'acciaio, riusciva a resistere alcune ore al di fuori; riuscì a frequentare, con l'aiuto di una barella elettrica, le lezioni all'Università di Berkeley, e a laurearsi in letteratura anglosassone. Scrisse molte poesie, alcuni saggi, fondò una piccola casa editrice che permetteva a persone handicappate di pubblicare poesie. Era profondamente cattolico. Verso i 38 anni d'età, cominciò ad interrogarsi sulla sua sessualità, e nonostante il tema, si confrontò con il prete della sua comunità, che si dimostrò particolarmente aperto verso l'assunto. Mark prese così la decisione di prendere degli appuntamenti con una terapista sessuale, Cheryl, con la quale perse la verginità, e verso la quale sviluppò un sentimento intenso. Non fu, però, contrariamente a quanto si potrebbe sommariamente pensare, l'unico amore della vita, non lunga, non agiata, ma ugualmente intensa, di Mark O'Brien.

Le nomination agli Oscar sono come le scommesse, o come il poker: a volte conviene vedere il piatto, a volte no. The Sessions, originariamente intitolato The Surrogate, ha fruttato la nomination ad Helen Hunt (actress in a supporting role), che qui interpreta la terapista sessuale Cheryl Cohen-Greene, e che probabilmente è stato sottovalutato, al contrario, per dirne solo uno, di The Impossible. La storia di Mark O'Brien aveva già ispirato il cortometraggio Breathing Lessons: The Life and Work of Mark O'Brien, vincitore di un Oscar nel 1997, e bisogna riconoscere che la figura di O'Brien, eccezionale, e che io non conoscevo affatto fino a prima di vedere The Sessions, è interpretata in maniera eccezionale dal grande, ma non ancora universalmente riconosciuto (anche se già nominato per Winter's Bone), John Hawkes, che abbiamo avuto già modo di apprezzare molte volte in altre pellicole, e che qui avrebbe meritato, come detto, di più.
Già che, al contrario di come faccio di solito, ho cominciato parlandovi del cast, non posso esimermi dal citare un, ancora una volta, bravissimo William H. Macy nei panni di padre Brendan, anche se sembra un Frank Gallagher (Shameless) ripulito. Ci sono anche un paio di caratteristi, uno più famoso, l'altra meno, che curiosamente fanno parte del cast di Sons of Anarchy: Adam Arkin (qui Josh, il marito di Cheryl) e Robin Weigert (qui Susan, in SOA l'avvocatessa/MILF dell'MC Ally Lowen).
Il film è ben fatto, al tempo stesso toccante e divertente, grazie allo spirito pieno di vita ed autoironico di O'Brien; visto che come detto, il personaggio principale è descritto magnificamente ed interpretato in maniera altrettanto sublime da Hawkes, l'approccio e lo struggimento dell'iniziazione sessuale dell'uomo è trattata in maniera secondo me perfetta, e viene messa sullo stesso identico piano dei sentimenti, pieni, densi e profondi, che O'Brien ha provato nei confronti di Amanda, Cheryl e Susan. La sua voce fuori campo, durante il suo funerale, alla fine del film, e perdonatemi se faccio spoiler ma tanto mica vi svelo chi è l'assassino, è una cosa che mi commuove ma mi riempie al tempo stesso di gioia, anche solo mentre vi scrivo questo mio giudizio.
The Sessions è un bellissimo film, che racconta una bellissima storia di amore per l'amore e per la vita, e perché no, per il sesso. La nomination alla Hunt, paradossalmente, è generosa, seppure lei sia piuttosto brava, ma Hawkes se la sarebbe meritata di più; oltre agli attori citati, ho trovato brava e misurata Moon Bloodgood nei panni di Vera, più di quanto non sia stata Annika Marks nella parte di Amanda.

20130209

l'impossibile

The Impossible - di Juan Antonio Bayona (2013)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Alla vigilia del Natale del 2004, la famiglia Bennett, Henry e Maria, con i figli Lucas, Thomas e Simon, inglesi residenti in Giappone, arrivano in un esclusivo hotel tailandese a Khao Lak, per trascorrere lì le feste. Per un disguido, gli viene assegnato un appartamento a piano terra immerso nel verde, anziché uno ai piani alti del complesso. Henry e Maria stanno riflettendo sulla possibilità che Maria, medico non praticante, riprenda a lavorare, visto che hanno qualche problema finanziario, e che i tre figli non sono più piccolissimi. La mattina del 26, dopo essersi scambiati i regali, stanno rilassandosi ai bordi della piscina, quando un enorme onda d'acqua travolge tutto e tutti. Maria, pur ferita abbastanza gravemente, riesce a ritrovare Lucas. I due portano in salvo un bambino svedese, Daniel, e si mettono al riparo su un albero. Più tardi, soccorsi da alcuni locali, riescono ad arrivare ad un ospedale, dove Maria viene operata e messa in terapia intensiva in attesa di una ulteriore operazione, e Lucas, illeso, comincia a darsi da fare, spinto dalla madre, per provare a ricongiungere famiglie separate dall'evento. Henry, che è riuscito a ritrovare Thomas e Simon, si mette alla ricerca della moglie e del figlio maggiore, spinto dalla forza della disperazione.

Pompato dal terrore che la tragedia dello tsunami del 2004 fa riaffiorare in ognuno di noi, e spinto da una nomination all'Oscar per Naomi Watts (Maria), The Impossible, diretto da Bayona, già regista di The Orphanage, sopravvalutatissimo horror del 2008, ispirato ad una storia realmente accaduta ad una famiglia spagnola rimasta coinvolta nel disastro naturale del 2004, è un altro film sopravvalutato, che ha pure gravi pecche, tutte occidentali. Non pago di aver portato sfortuna (gli studios spagnoli Ciudad de la Luz sono stati chiusi per insolvenza, e The Impossible probabilmente rimarrà nella storia come l'ultima pellicola girata lì), di aver portato la pur brava Watts (in altri frangenti) ad una nomination immeritata (se bastassero occhi neri e lividi vari, o recitare sdraiati per l'80% di un film Naomi potrebbe anche sperare di vincere), e di aver sprecato milioni di litri d'acqua (in tempi come questi) per la realizzazione della scena dello tsunami (reiterata anche verso la fine del film, forse a causa di sensi di colpa ecologisti del regista), che comunque rimane inferiore a quella di Hereafter, il film di Bayona, come nota Laurence Phelan su The Independent, che ha avuto la stessa mia impressione (e che definisce il film disaster porn), fa sembrare lo tsunami come una tragedia che ha colpito solo i ricchi turisti bianchi, e nonostante quello che preannunciavano i lanci pubblicitari, è incapace di far risaltare la generosità di un popolo molto più povero di quelli che normalmente vanno lì in vacanza (forse solo per un attimo, quando vediamo trasportare la Watts all'ospedale su una porta). E questa, secondo me, è una colpa gravissima, che denota come il regista abbia puntato esclusivamente sulla spettacolarizzazione dell'evento, oltre che puntando alla commozione attraverso scorciatoie sentimentali piuttosto scontate. Un film che non lascia niente, se non una punta di incazzatura. Cameo per Geraldine Chaplin, evidentemente portafortuna del regista.