No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20110930

you win or you die

















Game Of Thrones – di David Benioff & D.B. Weiss – Stagione 1 (10 episodi; HBO) – 2011

Un altro tempo, un altro luogo, un’altra realtà. Sul continente Occidentale esistono i Sette Regni, una volta riuniti e dominati dai Targaryen, adesso in esilio sul continente di Essos, al di là del mare Stretto, rispetto a Occidente. Dopo l’allontanamento dei Targaryen, avvenuto in seguito all’assassinio di re Aerys per mano di Jaime Lannister, sale al trono Robert della Casa Baratheon, alleato con le Case Stark, Tully, Arryn, e, dopo il matrimonio dello stesso Robert con Cersei, quella dei Lannister.
Gli Stark regnano nella Terra dell’Eterno Inverno, risiedendo a Grande Inverno (Winterfell). Ancora più a nord c’è la Barriera, un muro di ghiaccio alto quasi 300 metri e lungo quasi 500 chilometri, che separa i Sette Regni dalle terre selvagge, popolate dagli Estranei e dai Bruti. I Guardiani della notte, sempre meno numerosi ed impreparati, vegliano sulla Barriera per evitare invasioni.
Tutto comincia quando re Robert, alla morte del Primo Cavaliere Jon Arryn, fa visita, con la sua corte, a Grande Inverno, ed offre a Lord Eddard “Ned” Stark di assumere la carica. Ned accetta, a malincuore, visto che dovrà lasciare la famiglia a Grande Inverno per stabilirsi all’Approdo del Re (King’s Landing). Nel frattempo, Jon Snow, un figlio bastardo di Ned, si arruola nei Guardiani della notte, trasferendosi alla Barriera, e al di là del mare Stretto, Viserys Targaryen trama per riconquistare i Sette Regni: costringe la sorella Daenerys a sposare Khal Drogo, un capo dothraki, popolo nomade formato da eccezionali guerrieri, per avere in cambio il supporto di un esercito.

Sarà per la noia che mi ha infuso la Trilogia de Il Signore degli Anelli, sarà perché mi ha traumatizzato The NeverEnding Story quando ancora ero giovane, ma il fantasy è un genere che non mi attira molto. Almeno, così credevo. Game Of Thrones ha fatto crollare questa mia certezza.
Tratto dal primo libro (in Italia è uscito in due volumi) del ciclo Cronache del ghiaccio e del fuoco, dello scrittore statunitense George R. R. Martin, che è stato coinvolto nella stesura della sceneggiatura, e che pare sia rimasto particolarmente soddisfatto della trasposizione, Game Of Thrones è bello fin dai titoli di testa, sulla musica davvero trascinante di Ramin Djawadi, e non ha nulla di fuori posto, alla fine. E’ ambientato in un mondo immaginario che, a parte la presenza di creature “particolari” (come i meta-lupi e i draghi), somiglia al nostro (il continente Occidentale ha la forma dell’isola di Gran Bretagna, Grande Inverno somiglia al Canada, Essos ricorda l’Africa mediterranea), e l’ambientazione è tipicamente medievale. I personaggi sono ben delineati, così come i loro obiettivi, e la storia è corale, nessun personaggio “prevale” sugli altri. La sceneggiatura scorre liscia e coerente, i cambi di sfondo evitano le pesantezze, i dialoghi e l’epicità del tutto generano un mood quasi esaltante, e trascinano lo spettatore davvero in un altro mondo.
Cast giocoforza numeroso, ben diretto ed orchestrato. Spiccano un imperioso Sean Bean (Ned Stark), un’algida Lena Headey (Cersei Lannister) versione bionda, una sorprendente (e ossigenatissima) Emilia Clarke (Daenerys Targaryen), premiata con un Emmy, un muscolare Jason Momoa (Khal Drogo), già Conan nel remake di quest’anno, un istrionico Peter Dinklage (Tyrion Lannister), anche lui ha preso un Emmy per questo ruolo. La mia preferita, però, è la giovanissima Maisie Williams, che interpreta Arya Stark, una dei figli di Ned, un personaggio, come recita correttamente Wikipedia, tomboysh.
Splendida serie. Probabilmente in aprile 2012 la seconda stagione. Vi appassionerà.



















20110929

contagio



Contagion – di Steven Soderbergh (2011)



Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: ummi tocca’ m’attacchi varcosa!


Beth Emhoff, di ritorno da un viaggio di lavoro ad Hong Kong, sta per riprendere un volo da Chicago verso il Minnesota, dove vive. Non sta troppo bene: ha preso l’influenza. Si sente al telefono con la persona con cui ha passato la notte. Dopo poco scopriremo che non è il marito, che invece la aspetta a casa con il figlio piccolo. L’influenza di Beth peggiora rapidamente, e Clark, il figlioletto, si ammala a sua volta. Nel frattempo, ad Hong Kong un giovane ha gli stessi sintomi, così come una modella a Londra, ed un manager su un volo da Hong Kong a Tokyo.
In breve tempo, tutte queste persone muoiono. Si mettono in moto il CDC (Center for Disease Control and Prevention) di Atlanta, e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) in Svizzera. Il giornalista/blogger/freelance Alan Krumwiede comincia ad interessarsi della cosa, a partire dal video della morte del giovane di Hong Kong, che mentre perdeva la vista, è stato travolto da un bus.

Soderbergh ci ha abituati ad un alternarsi di produzioni Hollywood-oriented ed indie, per incassare con le prime, e spendere con le seconde. A livello di cast, questo Contagion è sicuramente da iscrivere nella prima categoria, anche se effettivamente il profilo non è caciarone, come un film di questo genere (che possiamo senza dubbio definire catastrofista) avrebbe potuto essere nelle mani di qualcun altro. Il film si sviluppa freddamente, scandito dai giorni che passano (si inizia dal Day 2, e alla fine si capisce perché), e porta lo spettatore ad assistere ad una possibile estinzione dell’umanità, da un punto di vista umano e personalistico: le prime frammentarie notizie, la conclamazione della pandemia, la paura del contagio, la frustrazione di chi, conservando un comportamento civile, assiste all’imbarbarimento della maggioranza, i giochi di potere a livelli alti, ma pure medi, le debolezze che assalgono anche persone di potere oneste quando è in gioco tutto.
Nonostante tutto questo potenziale, compresa la fotografia che cambia i toni a seconda dell’ambiente (proprio come in Traffic), il film non convince troppo. Il cast ricchissimo è in buona parte sotto-sfruttato, si arriva alla fine con un po’ di confusione in testa e senza essere riusciti ad emozionarsi molto. Neppure un’ottima colonna sonora (di Cliff Martinez), vagamente carpenteriana, riesce a sollevare questo lavoro da una sostanziale debolezza.
Oltre a Matt Damon, Gwyneth Paltrow, Laurence Fishburne, John Hawkes, Jude Law, Marion Cotillard, Kate Winslet, Elliot Gould, piccole parti per beniamini delle serie tv quali Monique Gabriela Curnen (Lie To Me, Sons Of Anarchy), e Bryan Cranston (il mitico Walter White di Breaking Bad).

20110928

La piel que habito




La pelle che abito – di Pedro Almodóvar (2011)




Giudizio sintetico: si può vedere per rispetto (2,5/5)
Giudizio vernacolare: vesto si che è malato!

Toledo, Spagna, 2012. Il chirurgo plastico Robert Ledgard vive in una lussuosa villa chiamata El Cigarral, dove sta sviluppando personalmente, nel suo laboratorio privato, una pelle umana modificata, per essere migliore, più resistente e bella. Ma in questa stessa villa, oltre alla fedele governante Marilia, che gestisce il personale, vive praticamente prigioniera Vera, una giovane bellissima, che comunica con Marilia tramite interfono, e passa le sue giornate abbigliando manichini con pezzi di stoffa, avvolta in una tuta aderentissima. Chi è Vera? Che cosa sta facendo lì, esattamente? E qual è il suo rapporto con Ledgard?

Diciamolo subito: il nuovo film di Almodóvar è piuttosto deludente. Manca di “vibrazioni”, pur essendo chiaramente una pellicola almodovariana. Un po’ ingessata nello sviluppo, come pure nelle recitazioni, che evidentemente il regista ha voluto così (a parte quella di Elena Anaya, splendida ed espressiva anche col corpo, ma del resto noi di fassbinder non la scopriamo adesso), la storia, che prende spunto dal libro noir Tarantola di Thierry Jonquet, si sviluppa con una serie di flashback che “rispondono” alle domande che ho posto prima, in chiusura del riassunto.
L’atmosfera è atipica, perché è impostata come un thriller hitchockiano (con chiari riferimenti pure al Frankenstein di Mary Shelley), aiutata anche dalla bella (ma un po’ ridondante) colonna sonora firmata da Alberto Iglesias, ma lo sfondo è decisamente Almodóvar, che si sbizzarrisce costruendo gli interni di El Cigarral come un museo di arte contemporanea (vi assicuro che passerete il tempo a guardare le pareti, gli arredi, le finiture, più che ad osservare l’inespressività di un Banderas assolutamente spento), corredando il film di citazioni ed autocitazioni.
Il risultato è, come detto, poco coinvolgente, molto freddo, e questo è decisamente strano per un Almodóvar, ne converrete (il momento almodovariano per eccellenza è l’arrivo de Il Tigre, personaggio tanto spassoso quanto inutile nell’economia del film, anche se il regista, in un’intervista, ha praticamente spiegato che gli è servito per far capire l’origine di Ledgard). Chissà se, sarebbe interessante capirlo, questa è una strada che il regista spagnolo ha deciso di percorrere in futuro, oppure è solo un esperimento. Vedremo.
Delle recitazioni abbiamo accennato. Antonio Banderas, nei panni di Ledgard, purtroppo torna in un film di Almodóvar dopo vent’anni, incappando in un personaggio che non gli si addice per niente; Marisa Paredes (Marilia), che abbiamo ammirato in decine di film in parti eccezionali, qua è frenata da evidenti ordini di scuderia. Anche altri bravi caratteristi (Fernando Cayo, Eduard Fernández) spagnoli risentono evidentemente del clima. Si salva Elena Anaya, splendida Vera, astro più che nascente del cinema spagnolo, ormai pronta al salto internazionale, aiutata da un fisico minuto ma perfetto, ed un viso straordinariamente bello.
Insomma, a parte il momento sorprendente in cui lo spettatore capisce chi è Vera, l’unico altro sobbalzo del film è l’apparizione di Concha Buika, altro personaggio che i lettori di fassbinder conoscono già, che canta due pezzi di persona.
L’unica attenuante che posso ipotizzare, avendo una piccola esperienza con Tutto su mia madre, è che il doppiaggio in italiano abbia raffreddato ulteriormente il film; ma non credo avrò la forza di rivederlo nuovamente, seppure in lingua originale.

20110927

carneficina



Carnage – di Roman Polanski (2011)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: questi vi le piazzate ulle sanno mi’a fa perbene


New York, oggi. Due compagni di scuola di 11 anni litigano al parco. Uno di loro colpisce l’altro al volto con un pezzo di legno, gli spacca due denti e gli causa una ferita per la quale ci vogliono dei punti di sutura. Le coppie di genitori, i Longstreet (Penelope e Michael, i genitori del ragazzo ferito, lei bibliotecaria ma anche scrittrice impegnata per la causa del Darfur, lui venditore di articoli casalinghi), ed i Cowan (Nancy e Alan, lei intermediatrice finanziaria, lui avvocato di grandi gruppi economici, attualmente molto impegnato per una casa farmaceutica che ha dei grattacapi per gli effetti collaterali di un farmaco molto usato), si incontrano, a casa dei Longstreet, per risolvere la cosa in modo amichevole, come si usa dire, “da persone civili”. Sembra andare tutto bene, ma le frustrazioni del quartetto saranno scatenate da allusioni, sfumature, battutine, finché tutto diventa, appunto, un carnage (carneficina).

Trasposizione della pièce teatrale Le Dieu du carnage di Yasmina Reza, tradotta anche in italiano da Roberto Andò, e diventata anche un libro (tradotta come Il dio della carneficina, poi, nel caso del libro, nelle nuova edizione come Il dio del massacro), curiosamente (ma non troppo) questo nuovo film di Polanski mette in scena un interno (ad essere precisi anche un esterno, il parco, il fattaccio e la riconciliazione, messi a bella posta sui titoli di testa e di coda) statunitense (newyorkese), Paese dove lui non può mettere piede pena l’arresto.
Naturalmente, tutti a sperticarsi in lodi al regista di origine polacca, per come ha saputo trasporre il teatro al cinema, avvalendosi di quattro attori (nota: tre premi Oscar e uno che non lo ha mai avuto, ma se lo sarebbe meritato in più di un’occasione) rinchiusi dentro un appartamento. Sicuramente Polanski ha dei meriti, così come li ha il montatore, che serra le fila e non dà tregua allo spettatore; sicuramente il testo è lo specchio dei nostri tempi, della nostra società intrisa di ipocrisia ai massimi livelli, fatta in superficie di buonismo spicciolo senza fondamenta, di solidarietà a chiacchiere, ma in realtà cattiva e spietata, e al tempo stesso fragile, come i quattro personaggi messi in scena da Kate Winslet (Nancy), Jodie Foster (Penelope), John C. Reilly (Michael) e Christoph Waltz (Alan).
Ma, lasciatemi andare leggermente controcorrente, a me non paiono giustificati questi fiumi di elogi a Polanski, memore (io) forse della delusione enorme dei suoi due film precedenti (L’uomo nell’ombra e Oliver Twist); era scontato che uno della sua esperienza, non avrebbe avuto problemi ad eliminare quel fastidioso senso di inadeguatezza che, a volte, pervade i film che prima erano pièce di teatro. Memore (lui) forse di risultati insoddisfacenti, sicuramente non ai livelli del suo Oscar per Il pianista, il sospetto che abbia scelto la strada più semplice può venire.
Gli osanna vanno indirizzati soprattutto a Yasmina Reza, autrice di un testo spietato, condivisibile seppur prevedibile, ma senza dubbio brillante. Oltre che, naturalmente, ai quattro attori, tutti in forma meravigliosa. Personalmente, ho preferito Waltz, perché mi è parso, di tutti, quello che ha lavorato più per sottrazione.
Film godibile, sottile e intelligente. La durata breve (nemmeno 80 minuti) aiuta a digerirlo senza problemi, visto l’effetto claustrofobico che, ovviamente, genera.

20110926

spazzatura del cuore


Junk Of The Heart - The Kooks (2011)


A me i Kooks stanno simpatici. Li sento cantare e suonare le loro canzoncine, e me li vedo come dei conoscenti più giovani, rispettosi, amichevoli. Però, se al terzo disco, alla fine, siamo ancora qui a rimpiangere Naive, il pezzo che li ha fatti conoscere universalmente, tratto dal loro album di debutto Inside In/Inside Out, qualche problemino c'è.

E mica voglio fare come quelli che "eh, erano meglio i primi dischi": come sapete, a me non mi frega un cazzo. Il fatto è che pure questo Junk Of The Heart lo metti su, lo ascolti, lo lasci girare in loop, ogni tanto c'è quel pezzo che ti piace più degli altri, ma alla fine ti dimentichi che lo stai ascoltando. Diventa sottofondo. Diventa innocuo, seppur piacevole. Apprezzabili i tentativi di diversificazione, con introduzione di strumenti ed effetti vintage o comunque fin'ora mai usati.

Pezzi preferiti: Eskimo Kiss, Junk Of The Heart (Happy), Is It Me (progressione tra strofa lenta e ritornello veloce: micidiale).

20110925

I'm so over Sookie and her precious fairy vagina!


True Blood - di Alan Ball - Stagione 4 (12 episodi; HBO) - 2011


Effettivamente, come dice uno dei personaggi più riusciti (e purtroppo marginali) di questa serie, la fichetta da fata di Sookie Stackhouse ha un po' rotto le scatole. E con lei la serie, che, partita alla grande, non riesce a ritrovare lo smalto di un tempo, e man mano che le stagioni si accumulano, diventa meno interessante.

Magari dipende dai libri di Charlaine Harris, dai quali la serie prende ispirazione, non posso saperlo non avendoli letti, ma fatto sta che l'accumulo di elementi (specie?) non umane da una parte, e l'eccesso di enfasi sulle trame amorose, soprattutto su (appunto) quelle di Sookie, che ha tutti ai suoi piedi (fateci caso: in ogni storia di vampiri, la protagonista, rigorosamente orfana di almeno un genitore, è sempre divisa tra l'amore di due elementi maschili, possibilmente non umani. Qua si è deciso di esagerare: sono minimo tre!), rende la quarta stagione debordante di buonismo da quattro soldi e poco incisiva. Ed è davvero difficile ricordarsi di dare un po' di spazio a tutti, quando si ha a che fare con spiriti, vampiri, wiccan, brujos, medium, fate, uomini-lupo, uomini-pantera, mutaforma (e c'è una battuta di Arlene verso la fine che inquieta: in effetti, ci mancano solo gli zombies): si perdono facilmente le fila (e sto parlando degli sceneggiatori, non degli spettatori).

Inoltre, a volte si ha addirittura la sensazione che le scene di sesso siano poste negli episodi strategicamente, per "rispettare" la premesse (sangue e sesso); anche se certamente, soprattutto per gli amanti delle belle donne, la visione di Jessica che corre per i boschi col mantello di cappuccetto rosso, e sotto corsetto e giarrettiere, è certo una grossa spinta a guardare True Blood. A proposito di bellissime, decisamente intrigante Janina Gavankar, che interpreta Luna Garza, la mutaforma che ha una storia con Sam.

A livello recitativo, importante, in un appiattimento generale, l'introduzione del personaggio di Marnie, interpretato dalla grande Fiona Shaw. Per quanto riguarda i personaggi veri e propri, tra quelli del cast regolare, credo che tutti si augurino che venga dato più spazio a quelli di Pam (Kristin Bauer) e di Jason Stackhouse (Ryan Kwanten), davvero i due più spassosi della serie.



Nonostante tutto, il finale, che apre tutta una serie di possibili sottotrame per la prossima stagione, è potenzialmente tutto da sfruttare, e promettente. Alan Ball ce la potrebbe fare. Ma c'è da lavorare sodo.

20110924

dopo la morte



Post Mortem – Black Tide (2011)

Oggi parliamo di una band di Miami, con un paio di membri di chiare origini latine (Gabriel Garcia, voce e chitarra, Austin Diaz, chitarra e backing vocals), come del resto una buona parte della suddetta città della Florida. I Black Tide mi ispirano simpatia a pelle, soprattutto perché, se ho fatto bene i conti, Gabriel, fondatore e leader, ha, oggi, circa 18 anni, e la band è attiva dal 2004: questo Post Mortem, infatti, è il loro secondo disco, dopo il debutto del 2008 Light From Above.
Disco leggermente più commerciale ed orecchiabile del precedente, in Post Mortem i ragazzi mettono in fila una manciata di pezzi che, se da un lato rivelano tutte le loro influenze, provenienti dall’heavy metal classico (Iron Maiden, Metallica – nel disco di debutto c’era una cover ben fatta di Hit The Lights, pezzo che si dilettano ad eseguire, bene, anche dal vivo -, Megadeth – nei ricercati assoli di chitarra -, fino ai Pantera), dall’altro dimostrano di essere attenti alle nuove tendenze, sempre in ambito hard rock/heavy metal. Ecco, se c’è una cosa che può prestare il fianco a critiche, è proprio questa: sentire, all’interno dello stesso disco, una ballad come Into The Sky e un pezzo come Walking Dead Man, che potrebbe essere partorito dagli Underoath (a parte i troppi – per gli standard Underoath, non perché siano brutti - armonici di chitarra), ai puristi non piacerà.
Invece, a me non dispiace affatto, e, ogni volta che la ascolto, un brivido mi corre lungo la schiena, sentendo il ritornello di Let It Out. Questi ragazzini sono davvero bravi, e un po’ per la musica, un po’ per la giovane età, un po’ per le origini, mi hanno ricordato i mitici Death Angel.

20110923

vortice



The Rip Tide – Beirut (2011)

Terzo disco per la creatura di Zach Condon; non vi prenderò in giro: è la prima volta che li ascolto, e per me sono stati una piacevolissima sorpresa. Condon è un musicista curioso: si è innamorato del folk balcanico (soprattutto di Goran Bregovic e la Kocani Orkestar) durante un viaggio in Europa, poi degli chansonniers francesi, della tradizione messicana e della musica brasiliana. Naturale che cerchi di racchiuderla nella sua musica, che, vi dirò, per darvi delle coordinate, sta tra gli Arcade Fire e i Devotchka.
Ha una voce da crooner, che però a volte mi ricorda un Antony meno dolente, una voce che conferisce un calore estremo alle sue canzoni, scritte divinamente. Le trombe, queste si, più messicane che balcaniche, aggiungono intensità e ti avvolgono decisamente.
Episodi riusciti alla grande sono la conclusiva Port Of Call (che, nell’incedere dei fiati, mi ha ricordato alcune cose più riuscite del mio idolo femminile, Basia Bulat), la sincopata Vagabond, l’elettronica (con classe) di Santa Fe (omaggio alla sua città natale), la bella apertura con A Candle’s Fire.
Un bel disco, delicato ed intrigante.

20110922

you don't have to say you love me

Ieri sera, ascoltando "Destini incrociati" su Radio24, ho scoperto questa cosa, che ignoravo.










Tutti grandi. Ma Elvis era davvero un fuoriclasse, diamine!

Last man on Earth


L'ultimo terrestre - di Gian Alfonso Pacinotti (2011)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: ma arrivassero peravvero dé...

Siamo in Italia. In un futuro molto prossimo, quasi odierno, stanno per atterrare gli alieni. Alla gente, non fa né caldo, né freddo. Sono tutti immersi in un'indifferenza terribile, alle prese con una crisi economica che morde le caviglie, senza accorgersi che la crisi più grande è quella morale.
Luca Bertacci è un non più giovane ma non ancora vecchio; vive in una casa impersonale, da dove lo potrebbero cacciare in qualunque momento, ha un'automobile piccola che, quando torna a casa, mette dentro un garage enorme, ed è segretissimamente invaghito dalla dirimpettaia Anna, che ha una relazione con Walter, un tipo brillante, pieno di sé, con una macchina scura e molto grande. Luca lavora come cameriere in un Bingo, circondato da colleghi teste di cazzo; suo padre vive ancora in campagna, ed è una persona con un fondo di amarezza. Sua madre lo ha abbandonato quando lui era ancora piccolo. Ha difficoltà a relazionarsi con le donne, perché in pratica le odia, va con le prostitute (ed è piuttosto imbranato pure lì), ed ha un unico amico: Roberta, un travestito che gli vuole bene perché Luca, quando erano piccoli, era l'unico che non lo prendeva in giro. Probabilmente perché troppo inetto anche per fare una cosa del genere.
Mentre il gatto di Anna muore, e Luca lo trova non sapendo che è suo, un extraterrestre femmina scende sulla Terra, proprio nella casa...

Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, è un geniaccio del fumetto, ne abbiamo parlato su questo blog. Ha deciso di darsi al cinema, e confermando il suo anticonformismo, ha scelto una storia tratta da un fumetto non suo. L'ultimo terrestre è infatti tratto da Nessuno mi farà del male, "diciotto racconti brevi e brevissimi" di Giacomo Monti.
Il film non è perfetto, ma è da vedere. A me, personalmente, ha fulminato fin dall'inizio: i titoli di testa scorrono su un cielo stellato, mentre in sottofondo si sente una falsa (e spassosa) puntata de La zanzara, trasmissione radiofonica di Radio24 condotta da Giuseppe Cruciani (personaggio e trasmissione che ascolto perché, al tempo stesso, mi irrita e mi diverte), finché la macchina da presa inquadra un luogo piuttosto impersonale, ma che io conosco benissimo (e che vi rivelerò perché solo personalmente), dove c'è il protagonista in macchina mentre scorre gli annunci delle prostitute su un giornale.
Il primo commento che mi è capitato di sentire, da parte di un critico accreditato, al film, lo accostava, in qualche maniera, al cinema di David Lynch: non sono d'accordo, se non per il fatto che Gipi ha più volte detto di amare Lynch alla follia. L'ultimo terrestre, invece, è puro Gipi trasportato al cinema, nonostante la storia sia scritta da un altro autore, come detto prima, e chi conosce (e ama) le graphic novel di Gipi lo sentirà a pelle, nei dialoghi, nelle battute, nell'ironia caustica, nella discesa agli inferi che avviene man mano che il film si avvicina alla fine, pur conservando una vena canzonatoria e nichilista al tempo stesso.
E' puro Gipi fin dalla scelta del protagonista, Gabriele Spinelli nei panni di Luca, pisano (ma nato a Lecco) come il regista, al debutto (aveva fatto l'attore per Gipi in alcuni corti realizzati un po' per gioco e un po' per prova) ma impressionante per intensità, una faccia che sembra appunto disegnata da Gipi.
Tutto girato nella provincia pisana, L'ultimo terrestre è un film che utilizza l'extraterrestre come "speranza" (loro sanno ancora qual è il bene e quale il male, a differenza nostra, come dice Anna), gli adoratori degli UFO new age (capitanati da Walter, il fidanzato di Anna, un Paolo Mazzarelli leggermente sopra le righe ma necessario) come metafora dell'Italia elettorale (ma non solo) e credulona, e non ha paura a denunciare il marcio di una società, sempre quella italiana, da una parte bacchettona e vaticaniana, dall'altra misogina e perfino violentissima con i deboli (le donne, i gay). Una società dove i peggiori si difendono e si danno forza tra di loro al grido di "non è successo niente".
Il film non è scorrevolissimo, spesso appare slegato, a volte è un po' troppo didascalico, ma ha una forza particolare, è originale, dosa parti buffe e parti molto meno buffe, la mano del regista è decisa, e spesso adotta soluzioni coraggiose e non convenzionali (vedi la scena del pestaggio). Il cast è diretto discretamente, le prove sono complessivamente misurate, e a parte gli attori già citati vorrei menzionare Luca Marinelli (visto ne La solitudine dei numeri primi, e qui decisamente più bravo) nei panni di Roberta, il grande Roberto Herlitzka nella parte del padre di Luca, e poi basta che faccio torto agli altri.
Essendo fan di Gipi, può anche darsi che il mio giudizio sia falsato. Però, credo che, correggendo qualche sbavatura, che sicuramente noterà, in questo debutto, il neoregista ci regalerà, cinematograficamente parlando, qualche altro spunto di riflessione agrodolce, come solo lui sa fare anche sulla carta. Intanto, andate al cinema a vedere L'ultimo terrestre.

20110921

piccole bugie tra amici



Les petits mouchoirs – di Guillame Canet (2011)



Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: omini e donne, alla fine siamo tutti scemi uguale


Parigi. Ludo, stanco di eccessi, droghe, vino, donne, discoteca, si avvia a casa. E’ l’alba, sale sul suo scooter, in strada non c’è nessuno. Passa un semaforo col verde, ma un furgoncino lo travolge. E’ messo malissimo, irriconoscibile nel suo letto d’ospedale. Il suo gruppo di amici ed amiche si riunisce al suo capezzale. Qualcuno piange.
Ma appena fuori dall’ospedale, incredibilmente, il problema maggiore è: che facciamo con le vacanze? Infatti, l’intero gruppo di amici da una vita, ogni anno se ne va a Cap Ferret, tutti ospiti di Max, quello che della banda ha avuto più successo, e che può quindi offrirsi di mantenere tutti per quasi tutta l’estate. Alla fine, si decide di comune accordo di andare, perché Ludo avrebbe voluto così (come se fosse già morto). Nel frattempo, ognuno è alle prese con le sue insicurezze, spesso profondissime: Max è immerso nella più completa paranoia, Marie continua a cercare l’amore in molti uomini (e probabilmente invece l’amore della sua vita è proprio Ludo), Vincent confessa la sua attrazione per Max, Eric non riesce a confessare che la sua giovane fidanzata lo ha lasciato perché incapace di lasciarsi andare al vero amore, Antoine massacra tutti, comportandosi come un ragazzino, perché Juliette lo ha lasciato. E quindi, fra le tensioni di ognuno, e quella del pensiero di Ludo in ospedale, la vacanza si rivelerà una bomba ad orologeria.

Hanno tutti ragione (come dice Sorrentino), quelli che usano come pietre di paragone per questo film francese di ottima fattura il Kasdan de Il grande freddo, Cassavetes, o addirittura il Verdone di Compagni di scuola. E c’è da dire che fare film del genere mica è facile. Tecnicamente, poi, Canet è bravo, e si vede. Stimatissimo in patria, Canet, oltre che uomo fortunato e piacente (dopo essere stato sposato con Diane Kruger, ha messo su famiglia con Marion Cotillard), deve probabilmente solo limitare il suo ego, e cercare di mantenerlo dentro l’ora e mezzo canonica. Anche questo suo ultimo film, infatti, supera le due ore, stavolta abbondantemente. L’attenzione cala per forza, e le parti ridondanti ci sono, è innegabile. Quelle comiche risultano non molto raffinate, e, alla fine, quel che vorrebbe essere un film sulla debolezza dell’essere umano non riesce a scuotere più di tanto le coscienze.
Cast francese importante, bravissima, su tutti, Marion Cotillard (Marie), spassoso François Cluzet (Max). Colonna sonora ruffiana, ma gradevole.
In uscita in novembre, al momento la traduzione che sembra prenderà in italiano il titolo pare Piccole bugie tra amici. L’originale fa riferimento ai fazzolettini per asciugare le lacrime, mentre quella inglese (Little White Lies) è simile, anche se non esattamente uguale, a quella italiana.

20110920

se non ora, quando



If Not Now, When – Incubus (2011)

Di acqua sotto i ponti, come si dice, ne é passata. Ne è passata da quando gli Incubus sembravano i nuovi Korn, o qualcosa del genere, più raffinati ma non meno potenti. Oggi sono tutt’altra cosa, sempre raffinati, forse leggermente meno piacioni (anche se con un cantante come Brandon Boyd, c’è poco da fare, le prime file dei concerti saranno sempre gremite di ragazzine in preda all’ormone impazzito), di certo non più metal, anche se in qualche sparuto episodio si ricordano anche di mettere il distorsore “giusto”, tanto che addirittura c’è chi si permette di definirli come alternative rock. Quindi, siccome sanno davvero suonare, e Boyd ha una voce invidiabile, sia come timbro che come estensione, adesso che hanno chiarito le cose, ascoltarli è un piacere. Pensate che Chris Kilmore, una volta noto anche come DJ Kilmore, elemento che un tempo non si capiva bene cosa facesse, quanto effettivamente contasse nell’economia della band, adesso è quasi un pianista, sicuramente un tastierista, che contribuisce non poco alla costruzione delle armonie.
Canzoni piacevolissime e perfino da fischiettare, quali Isadore, Promises Promises, Thieves, molto belle e delicate come The Original, In The Company Of Wolves, Friends And Lovers (naturalmente, la mia preferita, già dal titolo).
Potrebbero essere i nuovi Eagles, ma ancora devono scrivere la loro Hotel California.

20110919

los aires difìciles


Gli anni difficili - di Almudena Grandes (2003)

Juan e Sara. Lui, quarantenne single, traumatologo ortopedico, si trasferisce da Madrid con la nipote Tamara, poco più di 10 anni, orfana di entrambe i genitori (il padre era il fratello di Juan), ed il fratello ritardato Alfonso. Sara, cinquantenne dalle maniere signorili, a Madrid lascia solo ricordi di una vita, o forse due. Entrambi comprano un appartamento a Rota, una località balneare vicinissima a Cadice, per cambiare completamente vita, abitudini, sfondo. Diventano vicini, poi conoscenti. Forse amici.
Ma il passato, che a volte tormenta Sara nei ricordi, insegue Juan anche fisicamente. E nelle loro vite entra a piccoli passi Maribel, la donna delle pulizie di entrambi, il cui figlio Andres diventerà l'amico preferito di Tamara.

Finalmente, dopo diversi anni, sono riuscito a fare un bel respiro, e a ricominciare da capo questo libro della Grandes, e stavolta a finirlo. Era rimasto l'unico che non avevo letto, oltre al nuovissimo Ines e l'allegria. Ecco, letto dopo Cuore di ghiaccio, che invece è successivo, mi sembra di poter dire che questo Gli anni difficili (traduzione italiana non troppo indovinata, visto che l'originale Los aires difìciles fa riferimento ai venti prepotenti che spirano nel luogo dove i due protagonisti si trasferiscono e si conoscono, venti, soprattutto il Levante, che sono un po' come co-protagonisti) sembra un po' come una prova generale, in vista del monumentale successore (anche se tra questo e Cuore di ghiaccio ci fu Troppo amore, che però, oltre ad essere notevolmente più breve, non affronta e nemmeno sfiora tematiche storico-politiche). Infatti, i personaggi principali sono raccontati un po' alla volta, spostando all'indietro l'azione, e quello di Sara permette alla scrittrice di inserire un po' di politica (moderna), e addirittura (ecco l'allaccio con Cuore di ghiaccio) accenni alla Guerra Civile di Spagna.
Se è vero che la Grandes è spesso ridondante nelle descrizioni, è anche vero che l'amore che mette nella costruzione dei personaggi è spesso straordinario. La prosa non è raffinatissima (ma neppure scarsa), ma dannatamente efficace. La storia, come spesso capita nelle sue, avvincente, incuriosisce il lettore e lo lega a doppio filo al proseguimento della lettura.
Tra poco quindi, sotto con il nuovo uscito.

20110918

mainland


Terraferma - di Emanuele Crialese (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: amuninni

Sicilia, oggi. Una piccola e bellissima isola, che ormai vive solo di turismo per due mesi d'estate, e dove un tempo tutti facevano i pescatori, si trova esattamente sulla rotta che i barconi degli africani disperati compiono per arrivare in Europa. Una famiglia, ancora addolorata per la perdita di uno dei componenti, in mare, continua l'attività di pesca: il più anziano e testardo Ernesto, con il nipote Filippo. Tutto comincia quando un giorno, rientrando, piegano l'elica passando sopra ad un rottame di legno: un pezzo di un barcone alla deriva.
La vedova, madre di Filippo, Giulietta, desidera un futuro migliore per suo figlio. Intanto, sistema la loro casa per affittarla ai turisti in estate, mentre loro vivranno nel garage attiguo, e comincia a parlare al figlio della possibilità di trasferirsi in continente. L'altro figlio di Ernesto, Nino, lavora nel turismo insieme alla moglie Maria, e cerca continuamente di convincere il padre a mollare la pesca, e vendere la barca.
Rimessa a posto l'elica, Ernesto, Filippo e l'altro componente del piccolo equipaggio escono nuovamente per la pesca, ma ancora mentre rientrano, avvistano un barcone, pieno zeppo di migranti, molti dei quali si stanno buttando a mare, stremati. Avvisano la Guardia Costiera, che dice loro di non caricare nessun migrante, ma di rimanere in zona: stanno arrivando loro. Ernesto non ne vuole sapere di lasciare gente in mare, la legge del mare dice un'altra cosa, e passa quindi a caricare tutti quelli che gli sono a portata di salvagente. Tra molti uomini, una donna con un bambino. Ernesto si accorge che la donna, Sara, è incinta e vicina a partorire. Rientrati in porto, gli uomini fuggono tutti, Ernesto porta Sara ed il figlio a casa di Giulietta. Anzi, nel garage, perché nel frattempo sono arrivati i bagnanti, ed hanno occupato la casa.
Nel frattempo, la Guardia di Finanza ha saputo dello sbarco, e pure che Ernesto ha caricato alcuni migranti...

Bel film questo nuovo di Crialese, che questa volta fa quasi un intreccio tra i suoi due film precedenti, il bellissimo Respiro ed il deludente, e secondo me sopravvalutato Nuovomondo, l'isola e i migranti, e mette in scena una storia di quotidiana solidarietà, usando addirittura come co-protagonista una vera migrante, l'intensa Timnit nei panni di Sara, qualche anno fa protagonista di uno sbarco e di una storia di solidarietà ricevuta, donna che Crialese volle conoscere di persona, e storia che Crialese ha modificato per scrivere questo Terraferma.
Il tocco del regista è deciso: spesso lascia parlare i panorami mozzafiato di Linosa, i dialoghi sono tutti funzionali alla costruzione della storia, la macchina da presa si preoccupa soprattutto di cercare inquadrature suggestive, preferendo pochi movimenti. La lingua spesso è quella siciliana, in dialetto non troppo stretto, ma ci sono abbondanti sottotitoli.
Gli attori sono ben diretti, anche se la migliore risulta Donatella Finocchiaro, una Giulietta fin troppo seducente, mentre i più deboli risultano Claudio Santamaria nei panni del comandante della Guardia di Finanza, e Beppe Fiorello nei panni di Nino; dello sguardo e della presenza carismatica ed intensa di Timnit abbiamo già detto, Mimmo Cuticchio (Ernesto) è una presenza importante, ed il giovane Filippo Pucillo (Filippo) non se la cava affatto male.
Bella la fotografia, alcune scene davvero intense che si imprimono nella mente, il limite del film è la storia prevedibile e telefonata. Ma c'è bisogno, a mio modo di vedere, di film che raccontino cosa sta succedendo tra l'Africa e l'Europa, lì dove sembra ci sia una sorta di porta di servizio; per cui, un applauso a Crialese.

20110917

super eight


Super 8 - di J.J. Abrams (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: e allora estraterrestre, portami via...

Provincia dell'Ohio, estate del 1979. Charles Kaznyk, così come l'amico Joe Lamb, è appassionatissimo di cinema, e, anche se i due, ed i loro amici, sono pre-adolescenti, sono fermamente decisi a girare un piccolo film in super 8. La morte, per un incidente sul lavoro, nella fabbrica della piccola cittadina, della madre di Joe, rallenta un po' la lavorazione, ma a dispetto di quello che pensa inizialmente Charles, Joe non ha problemi. La notiziona è che Charles ha "ingaggiato", per la parte femminile da protagonista, Alice Dainard, una loro coetanea alta, bionda, e bella di una bellezza dolente, che la fa sembrare inarrivabile. Nonostante ciò, e nonostante il fatto che tra la famiglia Lamb e quella dei Dainard ci sia un problema non da poco, Joe e Alice sembrano legare fin da subito.
Arriva la sera in cui i ragazzi devono girare una delle scene più importanti, alla vecchia stazione ferroviaria. Mentre provano, da lontano vedono arrivare un treno merci. Non poteva esserci occasione migliore: tutti pronti, si gira, col frastuono del treno sullo sfondo, e i vagoni dietro ai due protagonisti intenti in un dialogo drammatico. Mentre si gira, Joe vede nitidamente il pick up del loro professore di scienze che si mette a viaggiare sulle rotaie, andando contro il treno merci. L'incidente è devastante, ma quel che è strano, è che arriva immediatamente l'Aeronautica Militare a mettere in sicurezza la zona.

Steven Spielberg produttore, J.J. Abrams alla regia. Ora, Abrams è universalmente famoso soprattutto per le serie tv Alias e soprattutto Lost, perché non è che possiamo considerare Mission: Impossible 3 o Star Trek (il film del 2009) dei capolavori. Quindi: considerando che Super 8 è una sorta di omaggio a Spielberg (E.T. l'extraterrestre, Incontri ravvicinati del terzo tipo ma anche l'orribile La guerra dei mondi), e agli anni '80 (la scena indimenticabile: uno sfigatissimo garzone di una stazione di servizio che ascolta col walkman Heart Of Glass dei Blondie), prendiamo questo strombazzatissimo film come viene: un omaggio, fatto benissimo, molto americano (la scena dell'incidente ferroviario è di quelle che, un tempo, avrebbe suscitato il famoso abbaione - ululato corale riferito all'esagerazione di quello che sta accadendo sullo schermo - dentro il cinema), con il valore aggiunto di una direzione degli attori giovanissimi davvero straordinario.
Neppure il massimo della scorrevolezza, Super 8 lascia chiara l'impressione che Elle Fanning (Alice Dainard), oggi tredicenne, abbia ormai superato e staccato, come notorietà e bravura, la sorella più grande, un tempo più famosa, Dakota. La scena in cui prova (scusate la ripetizione) la scena alla stazione è un capolavoro di recitazione.
Curiosamente, ma fino ad un certo punto, la parte migliore del film è il super 8 girato dai ragazzi, che scorre accanto ai titoli di coda: quello si che è un capolavoro! Non perdetevelo.

20110916

(mie) impressioni di settembre


Di quanto ami settembre, vi ho già parlato più volte. Ad esempio qui. Ed anche quest'anno, mi fa sorridere che le mie "impressioni" siano diametralmente opposte a quelle di Exit, che rispetto molto ma dalla quale mi divide, appunto, settembre e le infradito (lei è contro le due cose, io sono pro).
In settembre riprendono pure ad uscire dischi (ne avessi trovato uno che mi piace, tra le uscite di questo mese), riprende la stagione cinematografica. Ma noi, gente di mare, se il tempo ce lo permette, facciamo finta di essere ancora in estate (non temete, da domenica mi sa che finisce la pacchia).
E quindi, in questo settembre caldo, dalle giornate splendide, dal sole che ancora pittura i corpi, un settembre in cui l'amarezza del giugno scorso, una piccola morte sentimentale, un rifiuto che mi ha perfino fatto provare un breve approccio con l'analisi, pare decisamente alle spalle, un settembre con un True Blood che finisce ed un Sons Of Anarchy che comincia, la mia sorellina (di quattro anni più piccola), dopo 25 anni di fidanzamento (come c'era scritto sulla partecipazione), oltre 10 di convivenza, ed un figlio di sette anni già compiuti (Alessio, appunto), di comune accordo col suo compagno, ha deciso di sposarsi. E' accaduto ieri, nell'ufficio del giovane sindaco del mio comune, col quale dopo la cerimonia, mentre guardavamo lo splendido panorama dal terrazzino (del suo bell'ufficio), ho voluto condividere il mio pensiero fisso sul nostro territorio: ogni volta che "scollìno", in un punto dove si possono godere le viste delle tre cosiddette frazioni marittime (ce ne sono poi altre 3 collinari, più il capoluogo, che è in collina, ma che per uno scherzo del destino ha il suffisso "Marittimo"), penso sempre all'impressione che ebbero gli Etruschi quando ammirarono lo stesso panorama intonso, molti secoli fa. Tanto per fagli capire che non aveva a che fare con un cittadino qualunque.
Cerimonia per pochi intimi - io ero il testimone della sposa (e mi sono stupito perché in tutti questi anni, con tutti i matrimoni ai quali sono stato invitato, non avevo mai fatto il testimone) -veloce (tanto che mio nipote, quando il sindaco ha recitato la formula fatidica, ha detto a voce alta "ma è già finito?", provocando naturalmente l'ilarità generale, sindaco compreso) ma carina. Lo stesso sindaco, prima di lasciare che gli sposi si facessero le foto sul balcone del suo ufficio (quello col panorama di cui sopra), ha voluto leggere una poesia di Gibran, intitolata proprio Il matrimonio, durante la quale naturalmente mi sono commosso ed ho pianto in silenzio, senza farmene accorgere. Non so neppure bene perché, sicuramente erano lacrime di gioia, felicità condivisa per la persona che probabilmente mi vuole più bene al mondo, un bene che spesso mi imbarazza, solo perché non me ne sento all'altezza, e mi sembra sempre di non fare abbastanza per restituirglielo. Come che sia, auguri.

Il matrimonio


Voi siete nati insieme, e insieme starete per sempre.
Voi sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
Sì, insieme anche nella tacita memoria di Dio.
Ma vi siano spazi nella vostra unione,
e fate che i celesti venti danzino tra voi.

Amatevi reciprocamente, ma non fate dell’amore un laccio:
Lasciate piuttosto che vi sia un mare in moto tra le sponde delle vostre anime.
Riempa ognuno la coppa dell’altro, ma non bevete da una coppa sola.
Scambiatevi il pane, ma non mangiate dalla stessa pagnotta.
Cantate e danzate e siate gioiosi insieme, ma che ognuno di voi resti solo,
così come le corde di un liuto son sole benchè vibrino della stessa musica.

Datevi il cuore, ma l’uno non sia in custodia dell’altro.
Poichè solo la mano della Vita può contenere entrambi i cuori.
E restate uniti, benchè non troppo vicini insieme,
poichè le colonne del tempio restano tra loro distanti,
e la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.

Kahlil Gibran

20110915

la stanza di Leo


El cuarto de Leo - di Enrique Buchichio (2009)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: ghei in progresse

Montevideo, Uruguay. Leo è uno studente, in crisi con la fidanzata. Non riesce a fare l'amore con lei, nonostante le voglia bene e si trovi bene con lei. Dopo aver rotto amichevolmente, ma non senza dolori, finalmente si decide ad accettare un consiglio proprio da lei, e va in analisi.
La cosa che Leo non riesce ad ammettere, neppure in analisi, è che in realtà a lui piacciono i ragazzi. Ecco quindi che comincia a cercare qualcuno in chat. Il primo incontro è brutto, non gli piace l'attitudine del partner, si tira indietro. Nel frattempo, casualmente si imbatte in Caro, una vecchia conoscenza scolastica, in pratica il suo primo amore. Cominciano a frequentarsi, Caro è in preda ad una brutta depressione a causa di un tremendo senso di colpa, ma la vicinanza di Leo le fa bene, finché Caro comincia a pensare a Leo come un possibile compagno. Ma Leo, dopo il primo incontro, al secondo si imbatte in Seba, un ragazzo bello, dolce, simpatico, che da subito lo tratta come si deve, cominciano a fare sesso, e si vedono sempre più spesso nella camera di Leo. Seba, però, vuole di più: una relazione vera, uscire allo scoperto.

Ha un bel tocco questo debutto uruguaiano, uscito solo in patria e nel circuito dei Festival (San Sebastian, Biarritz, New York, Budapest, Seattle, Milwaukee). Con un budget visibilmente limitato, Buchichio (anche sceneggiatore) ci racconta molto semplicemente le inquietudini, i dubbi, le perplessità, le difficoltà, di un giovane sessualmente confuso, Leo, interpretato in maniera sorprendentemente convincente da Martìn Rodrìguez (per una performance che ha giustamente fruttato dei premi). Pochi esterni (ma nel finale ce n'è uno che "cattura" alla perfezione la campagna uruguaiana) e molti interni, camera molto vicina agli attori, il film ha un buon ritmo ed un succedersi di eventi convincente e coinvolgente, con un finale "sospeso" che non ci sta affatto male. Buona la fotografia, interessante la colonna sonora (c'è anche Kevin Johansen), sono ottime anche le altre prove attoriali, soprattutto quella di Cecilia Còsero nella parte di Caro.
Debutto incoraggiante.

20110914

vergogna


Disgrace - di Steve Jacobs (2008)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: gente strana

Cape Town, Sudafrica, fine anni '90, post-apartheid. David Lurie è un professore d'inglese all'Università, specializzato in letteratura romantica. Divorziato, ultra-cinquantenne, ha una figlia che non vede da anni, e vive focalizzandosi soprattutto sul sesso, come in una sorta di paradosso rispetto alla sua specializzazione scolastica (fino ad un certo punto). Il suo corteggiamento insistito, che sfocia in una relazione sessuale relativamente breve, con Melanie, una sua giovane allieva, solleva uno scandalo che lo porta davanti ad una sorta di commissione interna. Gli vengono chieste delle scuse ufficiali, che lui rifiuta di dare, pur autoaccusandosi dall'inizio; la cosa lo spinge a dimettersi, e ad allontanarsi dalla città. Eccolo quindi inoltrarsi nell'interno, e andare a vivere, per non si sa quanto, dalla figlia Lucy.
Lucy lo accoglie volentieri, ma senza troppe feste. Il suo modo di vivere è completamente adattato a quei luoghi, ben diversi dalla lontana Cape Town: David si trova ogni giorno a scoprire comportamenti ed usi che per lui sono inconcepibili. Finché un giorno, accade una cosa che lui giudica gravissima, ma che evidentemente Lucy giudica molto diversamente. Che fare?

Secondo me, l'impresa era davvero ardua. Trasporre su pellicola un romanzo bello, asimmetrico,
inquieto come del resto l'intera produzione di John Maxwell Coetzee (l'omonimo Disgrace,
tradotto in Italia con Vergogna), non era certamente facile. E, ad essere sinceri, viste le ultime
prove di John Malkovich, che spesso mi viene da accostare a Jeremy Irons per un passato più
che brillante ed una "vecchiaia" in cui sembra quasi non riescano a fornire prestazioni troppo
differenziate, non so se la scelta di affidare a lui il ruolo del protagonista David Lurie, e se ciò non
abbia influito negativamente sulla riuscita finale.
Il risultato quindi è un film che, chi non ha letto il libro, forse farà fatica ad apprezzare e
comprendere. Di certo, visto la fuffa che c'è in giro, non è un motivo sufficiente per non farlo
uscire in Italia, come è successo.
Rarefatto e duro come la terra che i protagonisti calpestano, bella fotografia e splendidi scenari
sudafricani, cast senza clamorosi exploit ma ben amalgamato, impressiona la bellezza
indiscutibile di Natalie Becker (Soraya, la prostituta), che purtroppo è sullo schermo per
pochissimo.
Come detto, un onesto compendio al libro.

20110913

tutti amano Mandy Lane


All The Boys Love Mandy Lane - di Jonathan Levine (2006)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: chi ha potta ha pane, chi ha cazzo ha fame

Stati Uniti, stati del sud, college di provincia. Mandy Lane è una ragazzina bionda, orfana di entrambe i genitori, cresciuta dalla zia, molto concentrata sugli studi, con pochi grilli per la testa. Ha un amico sfigato, Emmet, che è follemente innamorato di lei, al pari di ogni maschio della scuola. Durante una festa in piscina, organizzata da Dylan, uno dei ragazzi più popolari, quest'ultimo litiga proprio con Emmet, naturalmente a causa di Mandy. Ubriaco, Dylan si lascia convincere da Emmet a buttarsi in piscina dal tetto della sua casa. Dylan muore tragicamente, davanti a tutti gli amici. Mandy taglia i ponti con Emmet.
Passato quasi un anno, Mandy sta cercando di aprirsi a nuove amicizie, in maniera più libera di quanto facesse prima. Red la invita a passare il fine settimana nel ranch di suo padre, insieme a Jake e Bird (tutti e tre i ragazzi vogliono entrare nelle mutandine di Mandy), ed a Chloe e Marlin (la prima è la ex ragazza di Jake, che se lo vuole riprendere, la seconda è molto interessata a lui). Al ranch c'è Garth, l'uomo tuttofare, un ex soldato e bel tenebroso, un po' più anziano dei ragazzi.
Appena cala la prima notte, i ragazzi e le ragazze si ubriacano, con l'eccezione di Mandy. Marlin e Jake si allontanano...

Segnalato da più parti come uno degli inediti in Italia da vedere, All The Boys Love Mandy Lane è uno slasher-teen horror nella media. Canzoni giuste, ralenti quanto basta, intro inquietante seguito da parentesi teen scolastica, protagonisti (quasi tutti) carini, presenza abbastanza carismatica di Amber Heard (Mandy Lane), brava, Levine e lo sceneggiatore Jacob Forman svelano volutamente troppo presto l'identità del killer, per poi dare il via ad una girandola di colpi di scena nel finale a più risvolti.
Apprezzabile, seppur non eccezionale nel ritmo.

20110912

anomalia italiana


Quest'oggi, anche causa affanno nei post, anziché propinarvi la solita recensione cinematografica o musicale (o, meno spesso, letteraria), voglio raccontarvi una storia italiana. Anzi, una storia di un'anomalia italiana. No, non voglio parlarvi di Silvio.

Ieri, per la prima volta a 45 anni suonati, sono andato a visitare la Galleria degli Uffizi, a Firenze. Non c'ero mai stato, nonostante come ormai quasi tutti quelli che leggono questo blog, abiti a un centinaio di chilometri dal capoluogo della mia regione. La leggenda delle lunghe ed asfissianti code per entrarvi mi aveva fatto sempre desistere. Ci voleva la mia amica argentina, al momento in Italia. Si doveva occupare di prenotare i biglietti online, visto che un'ulteriore leggenda dice che prenotando online si evitano le code. E invece non ce l'ha fatta, per cui domenica mattina, maledicendomi per aver accettato e rinunciando ad una splendida giornata di sole, e quindi di mare settembrino, ancora oggi tra i migliori, sono partito di buon'ora per Firenze via treno. Già il viaggio Livorno-Firenze sul regionale delle 7,43 ha riservato sorprese, sorrisi e una finestra sul mondo.
Avevo un lettore mp3 pieno di novità, che mi accingevo ad ascoltare, e invece dopo 20 minuti, dopo la fermata nella stazione di Pisa Centrale, ho dovuto desistere, perché un ragazzo del Bangladesh, messosi a sedere vicino a me, ha cominciato a voler far conversazione in un inglese peggiore del mio. Dopo un po' si è unita una simpatica anziana che abita a Tirrenia, che andava a Firenze a trovare una delle sue figlie, così sono diventato anche traduttore ed interprete tra i due. Il piccolo scompartimento era riempito inoltre da un gruppetto di cileni e da un altro di statunitensi, tutti turisti. All'arrivo a Firenze Rifredi, dove scendevano il ragazzo del Bangladesh, che andava a Bologna con i regionali, e che quindi doveva scendere a Rifredi, prendere per Prato, e poi cambiare pure lì per riuscire ad arrivare a Bologna evitando i FrecciaRossa, e l'anziana signora, ho fermato i cileni, che a loro volta hanno fermato gli statunitensi, spiegando loro che non dovevano scendere lì, se volevano andare in centro a visitare Duomo, Uffizi eccetera, come avevo intuito dai loro discorsi. E' seguito uno scambio di cortesie ed un breve racconto del mio ormai antico viaggio in Cile, ormai risalente a 17 anni fa, del mio apprendimento del castigliano e delle varianti sudamericane, ed una ridda di gracias e thank you all'arrivo a Santa Maria Novella.
Tralasciando poi le riflessioni sul capitalismo con un rumeno coinquilino della mia amica a Firenze, arriviamo agli Uffizi verso le 11,00, (e ci arriviamo passando davanti ad un Palazzo Vecchio dove c'era in bella mostra una bandiera statunitense, per commemorare l'11/9, cosa che la mia amica ha giustamente commentato con un "ma non sarà un po' troppo?") per scoprire innanzitutto che anche quelli che prenotano online fanno la coda, dalla parte opposta a quella di quelli che non hanno prenotato, solo un poco più corta. Ci mettiamo in coda, e qui scopro una cosa che poi è quella a cui faccio riferimento nel titolo del post, che non mi fa dare in escandescenze solo perché ormai sono vecchio e stanco, e non ho più tempo da perdere litigando.
Allora, dovete sapere che lungo la coda ci sono delle ragazze che vendono biglietti di ingresso, a prezzo maggiorato, che permettono l'ingresso immediato. Se l'ingresso era di 11 euro (con mostra annessa), i biglietti venduti da queste signorine costavano 20. Tutto "ufficiale": i proventi vanno ad una associazione che probabilmente, almeno a livello nominale, serve a creare fondi per i restauri. Ora, a parte che pure i biglietti "normali" servono anche a quello, mi sono solo permesso di dire ad una delle ragazze, che non ce l'avevo con lei, ma di porle una domanda retorica, e di chiederle se non le sembrava una presa in giro, una classica anomalia italiana.
Io, da italiano (seppur controvoglia, negli ultimi anni), in mezzo a questa fila durata un'ora (si, lo so, poteva andare peggio: poteva piovere e potevo capitare nella fila scoperta, cosa difficile nei pressi degli Uffizi, ma non si sa mai), e piena zeppa di persone provenienti da tutte le parti del mondo, pronti ad omaggiare l'Italia e la Toscana infilandosi con sacrificio in uno dei più rinomati musei del mondo, tenuto un po' alla cazzo a dire il vero, mi sono ancora una volta vergognato del Paese che mi ha dato i natali. Pensateci: una sorta di ufficializzazione del bagarinaggio, arte sopraffina del resto, una ennesima dimostrazione che in Italia c'è sempre un'altra soluzione ad un problema, un'altra soluzione magari un po' losca.
Non so, magari sono io che la vedo sempre da anti-italiano. Ma a me questa cosa è parsa una presa in giro.

20110911

Micmacs à tire-larigot



L’esplosivo piano di Bazil – di Jean-Pierre Jeunet (2010)



Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: popo’ di banda di svarvolati lorolì dé

Parigi. Bazil è un puro, ma è proprio sfortunato. Da piccolino, rimane orfano di padre, che salta per aria su una mina in Marocco. Da grande, mentre è sulla porta del videonoleggio dove lavora come commesso, gli si conficca nel cranio una pallottola vagante. Rimane per un periodo in ospedale, e quando esce, rispettivamente: il suo lavoro è stato dato ad un’altra persona, la sua casa è stata affittata, tutti i suoi averi sono stati rubati. E’ ufficialmente un clochard. Mentre inizia a riflettere sulla causa delle sue sfortune, incontra un personaggio che lo introduce in una comunità che vive in un rifugio vicino alla Senna, una sorta di caverna tappezzata di metallo, fatta di elementi di recupero, gli stessi che il gruppo raccoglie e reinventa, con estrema creatività ed ingegno. E’ qui che Bazil, definitivamente, mette a punto il suo piano di vendetta…

Diciamocelo, nel caso qualcuno ancora non lo avesse messo bene a fuoco: Jeunet è un geniaccio che, se non esistesse, andrebbe inventato. Gli intenditori lo apprezzano fin dal suo debutto del 1991, il mitico Delicatessen. Questa volta riesce a mettere in scena uno spassoso cartone animato con attori veri, con un ritmo invidiabile perfino dai film d’azione, e al tempo stesso a far stare in piedi, e a testa alta, una feroce critica pacifista ai mercanti di guerra, ovunque si annidino, perfino (e soprattutto) nella politica.
L’esplosivo piano di Bazil, quindi, è uno di quei film che lì per lì ti fa dire “carino”, e poi, dopo un po’, quando ci ripensi, ti appare come un gran film. Divertente, infantile se volete, ma, come detto, con un sottotesto, neppure troppo nascosto, più che adulto, pieno di citazioni, con una grande regia, una bellissima fotografia (marchio di fabbrica) e una scenografia deliziosa e stupefacente; cast francese di gran lusso, ottimamente diretto.



Spassoso con spessore.

20110910

stanza a Roma



Habitación en Roma – di Julio Medem (2010)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: forbicine abbestia

Roma, notte d’estate. Due donne, molto diverse tra di loro, si aggirano parlando in inglese per i vicoli del centro. Alba è spagnola, piccola, mascolina ma con un bel fisico asciutto ed un taglio di capelli sbarazzino. Natasha è russa, alta, bionda, pelle di porcellana, bella come le russe sanno essere. Si sono conosciute da poco, forse in un bar. Alba invita Natasha a salire in camera sua: è alloggiata in un bell’albergo del centro. Natasha sale, ma non è convinta di quello che sta facendo, e dopo qualche resistenza, se ne va. Ma lascia il cellulare in camera di Alba, chissà quanto sbadatamente…

Ultimo, per il momento, film del regista basco, conosciuto in Italia soprattutto per Lucía y el sexo, ma autore di altre opere interessanti, quali Gli amanti del Circolo Polare ed il debutto Vacas, questo Habitación en Roma, non uscito in Italia (nonostante l’ambientazione, e la partecipazione, seppur minima, di Enrico Lo Verso – è Max, il portiere di notte dell’albergo di Alba -) è, in pratica, la libera rilettura di En la cama di Matías Bize; così come negli ultimi suoi film (Caótica Ana, oltre che Lucía y el sexo), Medem coniuga la storia interamente al femminile, regalandoci un film altamente pruriginoso con scene lesbiche piuttosto bollenti, anche se la protagonista russa è, in teoria, eterosessuale, a differenza di Alba, che ha uno stabile rapporto con una donna.
I dialoghi sono più ricercati di quelli dell’originale cileno, aspirano ad un respiro quasi filosofico, e, non si sa quanto involontariamente, omaggiano l’Italia, e Roma in particolare, "incolpando" proprio la location delle elucubrazioni spiritual-filosofiche delle protagoniste.
Nonostante la noia sia dietro l’angolo, con una storia del genere, Medem utilizza degli stratagemmi interessanti per “movimentare” il tutto, e alla fine il film si lascia vedere, regalando, oltre alle bellezze davvero intense di Elena Anaya (che abbiamo già visto in diversi film spagnoli, e che aspettiamo nell’imminente nuovo Almodóvar La piel que habito) e di Natasha Yarovenko (ucraina ma che ormai da oltre 10 anni vive e lavora in Spagna), brave entrambe, diversi momenti di riflessione su quella cosa davvero strana che è l’amore.

La sensazione è che Medem debba ancora girare il suo capolavoro. Io ci spero.

20110909

a letto




En la cama – di Matías Bize (2005)




Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: boiadé, l’hanno preso come un lavoro…


Daniela e Bruno. Un uomo e una donna. Si conoscono appena. Sono in una camera d’albergo, nudi, per quasi un giorno intero, si sono incrociati e piaciuti, ed hanno scelto di concedersi l’un l’altra. Ma non si può fare l’amore di continuo: un minimo di conversazione, anche per i “tempi tecnici”, è necessaria…
E allora ecco che si comincia a “giocare”: a ricordarsi il nome dell’altro, se hanno già fatto qualcosa di simile con altre persone, a fare la lotta con i cuscini, a pesare ogni battuta dell’altro, ad interpretare le risposte imbarazzate alle telefonate che l’altro riceve. Come andrà a finire? Si rivedranno? Nascerà qualcosa? Rimarrà solo un piacevole ricordo? Si racconteranno le loro vite?

Al secondo film, dopo il particolarissimo debutto con Sábado, il giovane regista cileno sorprende e spiazza ancora, questa volta con un film tutto girato in una camera d’albergo, con due soli protagonisti praticamente mai vestiti. Un film talmente particolare, che, rovesciando quel che accade normalmente, è stato riadattato per il teatro (in patria); inoltre, ha generato una sorta di remake, del quale ci occuperemo presto (è proprio così, guardando il remake, che sono venuto a conoscenza di questo En la cama). Da notare che, tenendo conto anche dei film più recenti, Bize ha fatto delle storie di coppia il filo conduttore della sua carriera.
Scelta coraggiosa ma premiante, quella di questo film, macchina da presa naturalmente addosso ai due attori, mdp che si muove anche con una certa eleganza, tenendo conto delle continue nudità, Bize si affida nuovamente a Blanca Lewin per la parte femminile di Daniela (e la “rivelazione” finale crea un corto-circuito, non si sa quanto voluto, con il suo debutto, visto che la protagonista è sempre lei; da sottolineare che, ancora la Lewin, riappare nell’ultimo La vida de los peces, sempre come protagonista femminile di una coppia “potenziale”), e lei ancora una volta si conferma una bravissima attrice, mentre per la parte maschile di Bruno c’è Gonzalo Valenzuela, leggermente più giovane, attivo soprattutto in televisione, che non se la cava affatto male.
Interessante e, come detto, coraggioso.

20110908

Feeling Minnesota



Due mariti per un matrimonio – di Steven Baigelman (1998)



Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)
Giudizio vernacolare: ma più volentieri lavo la macchina


Minnesota. Freddie è una spogliarellista che, costretta da Red, il suo capo, sposa Sam Clayton, il tesoriere di Red. Red ha dei traffici loschi, e Sam sta cercando di fregarlo. Per il matrimonio, si presenta a casa Jjaks, il fratello più piccolo di Sam, e Freddie sembra subito innamorarsene. I due fuggono insieme, ma vengono subito raggiunti. E’ solo la prima di una serie infinita di disavventure.

Il motivo per cui ho deciso di vedere questo film, che fa sinceramente pena nonostante il cast ricco (Keanu Reeves, Cameron Diaz, Vincent D’Onofrio, Delroy Lindo, Dan Aykroyd, Courtney Love), è semplice per me, ma può apparire contorto a chi legge. Nonostante il titolo italiano, l’originale è Feeling Minnesota; è ispirato ad un verso di Outshined, memorabile pezzo dei Soundgarden dall’album altrettanto indimenticabile Bad Motorfinger (1991), dove Chris Cornell usa una metafora particolarmente poetico-nazionalista (perché usa due Stati dell’Unione), per definire lo stato di un soggetto che “fuori appare bello, felice e solare, ma dentro, in realtà, sta di merda” (I just looked in the mirror, things aren’t looking so good, I’m looking California, and feeling Minnesota). I Soundgarden, infatti, appaiono dei ringraziamenti dei titoli di coda.
Purtroppo, a tale ispirazione, non corrisponde un altrettanto bello spettacolo cinematografico. Vagamente ispirato ai Coen di Fargo, con continui colpi di scena e sorprese varie, nonostante il suddetto cast impegnato, ma diretto così così, il film strappa al limite qualche sorrisetto qua e là, senza davvero mai catturare lo spettatore.
Irrilevante.

20110907

36 vues du Pic Saint-loup


Questione di punti di vista - di Jacques Rivette (2009)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: mah

Francia, vicino a Pic Saint-Loup. Kate si sta installando col suo circo; in realtà, il circo era di suo padre, un circo senza animali, formato solo da acrobati e clown, e lei se ne era allontanata da una quindicina di anni, per fare altro. Il padre è mancato, e la sorella ha chiamato Kate nella speranza che le desse una mano a terminare la tournée. Kate risponde presente.
Mentre si sta avvicinando al luogo dove monteranno il prossimo spettacolo, l'auto di Kate si ferma. Passa di lì Vittorio, un italiano, che dapprima non si ferma, poi torna indietro, e senza dire una parola fa ripartire l'auto e se ne va. Ma si ferma in paese, e Kate lo invita allo spettacolo dell'indomani. Vittorio, destinazione e provenienza indefinite, colpito dal fascino di Kate, rimane e aspetta lo spettacolo.

Quando mi capita di vedere film come questi, e poi di non riuscire a trovare una sola recensione che ne parli male, mi viene il sospetto di non capire niente. E ci sta. Ma se l'arte è soggettiva, anche la mia opinione vale qualcosa. Quindi, l'ennesimo film dell'anziano Rivette, che stranamente questa volta rimane sotto le due ore, a me non è mica piaciuto granché.
Rarefatto e infarcito di silenzi alternati a dialoghi a volte filosofici (ma spiccioli), a volte davvero difficili da collocare in un universo che abbia senso, fatto da inquadrature vagamente suggestive del luogo che dà il titolo alla versione originale, alternate a riprese in interno, appare come una delle molte variazioni sul tema dell'invaghimento improvviso, tra due persone delle quali si stenta a conoscere la storia, in mezzo a personaggi bizzarri quanto basta per dare al tutto una pennellata intellettuale. In realtà, ogni passo in avanti della storia è spesso inverosimile, le dinamiche sono a volte inconcepibili, e perfino i personaggi principali, interpretati da Jane Birkin (Kate) e Sergio Castellitto (Vittorio, anche co-autore della sceneggiatura), che dovrebbero infondere un fascino tutto particolare al film, risultano difficili da credere, troppo forzatamente naive per essere apprezzabili.
Sicuramente, c'è chi potrà trarre piacere dalla visione. Io, in tutta onestà, ho avuto difficoltà a portarne a termine la visione.

20110906

I Am Number Four



Sono il numero quattro – di D.J. Caruso (2011)



Giudizio sintetico: da evitare (0,5/5)
Giudizio vernacolare: tualaitte di fantascienza (e difatti anche vesto vi fa caà)

Qualche tempo fa, il pianeta Lorien viene attaccato dai mogadoriani (gli abitanti del pianeta Mogadore). Qualche stratega lorieniano decide di inviare nove piccoli sulla Terra, per farli crescere in tranquillità, far loro sviluppare le loro immense capacità, e poi tornare sul pianeta natio per riconquistarlo. Ma i mogadoriani sono al corrente di questo piano, per cui si portano sulla Terra per dare la caccia ai nove. Gli stessi nove sono protetti da una sorta di incantesimo: possono essere uccisi solo nell’ordine dei numeri loro assegnati. Ecco quindi che i mogadoriani fanno fuori il Numero Uno, il Due, ed il Tre. E’ la volta del Numero Quattro, che nel frattempo, in Florida, una notte riceve improvvisamente una specie di marchio, il terzo della serie, fenomeno che lo costringe, insieme al suo protettore Henri, a scomparire, cambiano città ed identità. La destinazione è Paradise, Ohio, ed il nome terrestre di Numero Quattro sarà John Smith. Henri, come sempre, gli suggerisce di farsi notare il meno possibile e di non legarsi a nessuno in particolare, ma per quanto John segua il suo consiglio, fin dal primo giorno, vedendo Sarah, una sua nuova compagna, si capisce che la cosa sarà impossibile…

Spiace un po’ vedere il nome di James Frey, uno degli scrittori americani, relativamente giovani, più capaci, usciti negli ultimi anni, accostato ad una produzione del genere. I Am Number Four, infatti, è il primo libro di sei libri (così nelle intenzioni) rappresentanti The Lorien Legacies (negli USA è nel frattempo uscito il secondo capitolo, The Power of Six); l’autore, Pittacus Lore, non è altro che lo pseudonimo di James Frey e di Jobie Hughes. Non ho idea di come siano i libri, ma so bene che cosa ne è stato fatto del primo: come correttamente già qualcuno ha fatto notare, le intenzioni dei produttori (non gli ultimi arrivati, visto che c’è anche Michael Bay tra questi) sono quelle di creare una sorta di Twilight di fantascienza. Se avete capito questo concetto, è inutile proseguire con commenti vari, o spiegandovi altro. Vi basti sapere che gli effetti speciali sono fatti discretamente (ma ormai è veramente difficile trovarne di brutti), e che gli attori sono quasi tutti piuttosto inespressivi.
Stavo per dargli 1 su 5, ma mentre scrivevo mi rendevo conto che niente giustificava questo tipo di abbondanza. Si salva solo la fotografia, che però è fin troppo patinata.

20110905

sabato



Sábado – Una película en tiempo real – di Matías Bize (2002)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: ganzetto

Antonia sta andando a casa di Blanca, è sconvolta e si sta facendo seguire da un cameraman, con relativa macchina da presa in spalla, per documentare il tutto. Ma cosa sta per fare?
Blanca tra poche ore si sposa con Victor. Antonia ha una storia con lui. Non solo: è incinta. Di Victor. E si è decisa a dirlo a Blanca, per evitare che la farsa continui.
Il confronto avviene. Blanca è sconvolta. Ma dopo qualche momento di completa destabilizzazione, decide di, come si dice (e in questo caso può fare anche un po’ ridere), “prendere il toro per le corna”: si mette la giacca di jeans sopra il vestito da sposa, che stava già indossando, si fa “prestare” il cameraman da Antonia, prende l’auto e va da Victor per un confronto drammatico.

Primo film per il giovane regista cileno, che all’epoca del film era giovanissimo (è nato nel 1979), girato con un budget ridicolo, ha avuto un buon successo in patria ed ha girato, essendo apprezzato, molti festival.
Sábado è un piano-sequenza di un’ora e cinque minuti, con un gran ritmo, interpretato da un cast più che convincente (la protagonista è Blanca Lewin – Blanca -, vista in La vida de los peces, e pure la parte iniziale di Antonia Zegers – Antonia –, vista anche lei ne La vida de los peces, ma pure nei film di Pablo Larraín, è splendida), che prende lo spettatore, conscio della povertà della produzione, e lo porta di forza dentro la vita fittizia di questa piccola comunità, rendendolo partecipe del dramma, ma facendolo anche molto ridere. Gustosissimi anche i titoli di coda.
Gioiellino.

20110904

spie



Mataharis – di Icíar Bollaín (2007)




Giudizio sintetico: si può vedere ma anche no (2,5/5)
Giudizio vernacolare: spie di vestura

Madrid, Spagna. Valbuena è il direttore di un’agenzia di investigazione. Per lui lavorano tre donne.
Carmen, la più “anziana” e quindi la più esperta, segue il caso di un amico che scopre casualmente l’infedeltà della moglie (con il suo migliore amico nonché socio), e nel privato assiste con impotenza alla dissoluzione anche del suo rapporto col marito. Eva, appena rientrata dalla seconda maternità, scopre che il marito Iñaki le nasconde qualcosa di impensabile, e decide di indagare. Inés, la più giovane, viene incaricata di infiltrarsi come addetta alle pulizie, in una grande azienda che sta indagando sul comportamento di alcuni dipendenti sindacalisti. Tutte e tre si troveranno di fronte a dilemmi etico/esistenziali, e dovranno prendere decisioni difficili.

Quarto lungometraggio per la regista spagnola (anche attrice); quello di cui vi parlo oggi segue il bello e duro Ti do i miei occhi, e, visto che precede También la lluvia, si può dire che, in qualche maniera, chiude una quadrilogia sulle donne (me la sono inventata, ma magari qualcuno ci ha già pensato). I due film precedenti erano, infatti, Hola, ¿estás sola? e Flores de otro mundo (un film divertente e interessante: in un piccolo paese spagnolo si organizza una festa per trovare delle mogli, visto che scarseggiano le donne, e se ne fa arrivare un pulmino pieno; naturalmente arrivano molte immigrate con bisogno di permesso di soggiorno), quindi anche essi con tematiche femminili.
Il film ha un buon intreccio, ma lo svolgimento rimane un po’ freddino e non coinvolge moltissimo. Sembra quasi un passo indietro, rispetto agli enormi progressi di Flores e di Ti do i miei occhi rispetto al debutto.
La prova del cast è discreta, ma senza entusiasmare; buoni i duetti tra Najwa Nimri (Eva) e Tristán Ulloa (Iñaki).
Non fondamentale.

20110903

paese mio

Quello che mi ha stupito, a proposito dell'intercettazione di Silvio Berlusconi che dice "tra qualche mese me ne vado da questo Paese di merda", è che in generale, l'attenzione dei commentatori si sia soffermata sul fatto che il Primo Ministro definisca il "Paese che ama" e che voleva liberare dai comunisti (ricordiamolo: è rimasto l'unico che crede che in Italia ci siano stati e ci siano ancora i comunisti), un Paese di merda.
L'abbiamo fatto tutti, per cui chi si stupisce è un falso.
La domanda vera è: quando se ne va?

the tree




L’albero – di Julie Bertuccelli (2011)




Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: deli’ato

Australia, regione del Queensland. Dawn e Peter O’Neil sono una giovane coppia felice con quattro figli bellissimi (il più piccolo ha qualche problema, non parla ancora, ma nessuno si preoccupa troppo). La vita scorre lenta, senza nessuna fretta, in un idillio quasi incredibile con la natura prepotente e partecipe, in una casa grande e accogliente. Finché, un giorno infausto, di ritorno da un viaggio di lavoro, Peter muore d’infarto, sotto gli occhi degli altri cinque componenti della famigliola. Ognuno reagisce a modo suo, ma decisamente quella che non pare abbia voglia di ricominciare a vivere è Dawn; Simone, l’unica femmina, otto anni, si convince che suo padre vive ancora nel ficus che domina la terra circostante la casa, e passa giornate (e notti) intere vicino o sopra l’albero, parlandoci pure. Dawn, dapprima scettica, asseconda poco convinta i capricci della figlia, intenerita. Poco a poco, soprattutto per necessità, Dawn torna alla vita, cercando un lavoro. Lo trova presso il negozio di sanitari dell’idraulico George Elrick, con il quale nasce quasi naturalmente una certa intimità; intimità che Simone non accetta, e, così sembra, neppure il ficus…

Julie Bertuccelli è una regista francese; ha 43 anni ed è vedova da 5. La conclusione sommaria potrebbe essere che i suoi due film (questo di cui parliamo oggi ed il primo, molto bello, Da quando Otar è partito) parlano entrambe dell’elaborazione del lutto perché ne ha subito uno che le ha fatto molto male. E invece, il marito, direttore della fotografia anche del suo primo film, è ovviamente morto dopo (il primo film). Questo dal punto di vista della cronaca.
Rimane il fatto che i suoi due film parlano di come le persone che rimangono in vita affrontano la mancanza di un caro che muore. Avevo grandi aspettative verso questo film, visto che il precedente era praticamente un capolavoro, e che questo aveva come protagonista una delle mie attrici preferite. Sarò sincero: questo L’albero non è mozzafiato come il precedente. Ma rimane, secondo me, un film da vedere, perché racconta una bella storia con quel tocco poetico e vagamente surreale che, ormai possiamo dirlo, è proprio della Bertuccelli.
Anche la storia che c’è dietro all’idea del film è interessante: la regista francese voleva mettere in scena una storia tratta da Il barone rampante di Calvino, ma ha avendo problemi con i diritti, ha ripiegato su Our Father Who Art in The Tree (in Italia L’albero, come il film) di Judy Pascoe. Non esattamente la stessa cosa, ma sempre un qualcosa che ruota attorno ad un albero.
Il risultato è un film pieno di scenari australiani ben fotografati, un film dal respiro lento ma poetico, al limite dello spirituale, con accadimenti non sempre giustificabili, metafore a volte anche troppo marcate, ma che in pratica riesce a comunicare la difficoltà di continuare a vivere senza chi si è amato, senza per questo scadere nell’ovvietà e, soprattutto, senza mai avvicinarsi al patetismo che storie di questo genere potrebbero facilmente generare. La macchina da presa accompagna delicatamente l’azione, e il cast risulta ben studiato, con alcune sorprese. Charlotte Gainsbourg (Dawn) è sempre meravigliosa e stordita, ma in questo caso, Morgana Davies (Simone), classe 2001, non solo le tiene testa, ma risulta stupefacente.
Un gradino sotto il suo debutto ma certamente un buon film, sono certo che Julie Bertuccelli ci regalerà ancora bei film, e auguro alla piccola Morgana una lunga carriera piena di soddisfazioni che, chissà, potremo pure "condividere", applaudendola da spettatori.


Il finale, bello ed intenso, è accompagnato da questa bella canzone, che "scivola" nei titoli di coda.