No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20070331

natura morta


Still Life - di Jia Zhang Ke 2007


Giudizio sintetico: si può perdere


Cina, oggi; nella città di Fengjie arrivano Han Sanming e Shen Hong. Il primo è alla ricerca della figlia che non ha mai visto, avuta da una donna che sta con un altro uomo, proprio in questa città; la seconda non vede il marito, ingegnere sempre a Fengjie, da quasi due anni. Nella zona sono in corso importanti lavori di demolizione, la popolazione viene sfollata continuamente in previsione dell'inondazione che sommergerà gradualmente la valle, a causa dell'imminente costruzione della diga delle Tre Gole. La ricerca sarà laboriosa, e i ricongiungimenti porteranno a cambiamenti.


Vincitore del Leone d'Oro all'ultima mostra di Venezia, Still Life (natura morta, oggetti inanimati, quelli che scandiscono i "passaggi" del film; in originale Sanxia ahoren) possiede alcune caratteristiche della filmografia orientale, e ne incarna pregi e difetti. Non ho trovato, personalmente, così irresistibile questa pellicola, pur riconoscendone la forte valenza sociologica, una dolorosa e sonnolenta descrizione delle odierne contraddizioni della Cina rurale, pur amando la mano sapiente del regista, che disegna morbide traiettorie sugli splendidi e imponenti panorami della vallata con la macchina da presa, e si distingue per un ottimo senso delle inquadrature (su tutte, l'enorme nave da trasporto piena di materiale blu acceso, l'accensione delle luci del mastodontico ponte di ingresso a Fengjie). Manca qualcosa, in questo film dai dialoghi dilatati ma non assenti, costellato di dicotomie (le storie dei due protagonisti) e simbolismi, compresi alcuni realmente inconcepibili, qualcuno brutto (il palazzo che decolla), altri curiosi e suggestivi (l'equilibrista sulla corda tra due palazzi in demolizione). Manca, forse, il fascino dei silenzi alla Tsai Ming Liang, la loro forza intensa e devastante, che si ama o si odia.


Viene il sospetto che, ogni tanto, la critica segua chi vuole forzatamente trovare the next big thing esotica. Tipo il Festival di Venezia.

after death


Death of a President - di Gabriel Range 2007


Giudizio sintetico: si può perdere


Il 19 ottobre 2007, a Chicago, George W. Bush, aspramente constestato all'arrivo in città, viene colpito da alcuni spari all'uscita dallo Sheraton, dove aveva tenuto un discorso. Muore alcune ore dopo all'ospedale della città. Il vice presidente Dick Cheney diventa il suo successore, e prosegue la sua linea politica. Nel frattempo l'FBI incarcera e accusa un cittadino di origine siriana, ritenendolo colpevole. Cheney minaccia la Siria.


E' un po' una delusione, questo film annunciato da mille polemiche. Appartenente al genere mockumentary (falso documentario), il film girato in un bello stile quasi "leccato", alterna immagini di repertorio, finte interviste all'americana ai collaboratori del Presidente, ai parenti degli accusati, ai poliziotti, a scene create e girate appositamente, parte bene e poi si affloscia con una moralina piccola piccola sull'intolleranza americana, sulla diffidenza e sui preconcetti verso gli immigrati, e si sofferma pochissimo sull'eventuale operato di Cheney alla guida dell'unica superpotenza mondiale. Gli intrecci, le bugie, le forzature nelle indagini, l'ottusità dell'opinione pubblica, ormai non fanno più sobbalzare sulla sedia (e questo è un problema nostro).


Interessante l'idea, critico verso la società USA, si ha la sensazione che abbia puntato più allo scandalo facile con l'idea di mettere in scena l'assassinio di Bush, che ad elaborare una prosecuzione degna e coraggiosa, molto più affascinante anche se più agghiacciante.

Paradossalmente, un happy end.

tagliente


Daniele Luttazzi in Barracuda 2007, 30/3/2007, Cascina (PI), Teatro Politeama


Questa sera ci sono molte opzioni, e la cosa non può che farmi piacere. Concerti (gli America praticamente sotto casa), cinema, ma a neppure un'ora di macchina c'è Daniele Luttazzi, e non so resistere. Mi accompagna una cara amica, e andiamo senza aver comprato il biglietto prima. Non ho ancora molta fiducia nell'intelligenza umana, per fare una cosa del genere, e sbaglio: arriviamo alle 19,40 alla biglietteria del teatro e un cartello ci avverte che lo spettacolo è esaurito. Una solerte addetta ci avverte prontamente che, però, ci sono sicuramente delle rinunce e che quindi dalle 20 metteranno in vendita i posti lasciati vacanti. Perfetto. Ci avviamo al ristorantino pizzeria adiacente alla cittadella del teatro per mangiare qualcosa, così mentre aspettiamo l'ordinazione uno di noi andrà a prendere i biglietti. L'operazione va a buon fine e mi sento sollevato. Mentre ceniamo entra Luttazzi con alcuni collaboratori, sorride simpaticamente a chi lo riconosce, si siede e ordina. Mentre parla con i suoi compagni di tavolata gesticola e fa delle espressioni che sono le stesse che lo caratterizzano nei suoi spettacoli.


Poco dopo le 21 comincia senza tante manfrine; la prima parte dello spettacolo è un susseguirsi di battute a sfondo sessuale, ma c'è spazio per tutto. I climax arrivano sul racconto surreale di una telefonata da parte di un'operatrice Telecom (che lo redarguisce per essere in arretrato con le bollette, telefonata che alla fine diventa una scena erotica con una bocca dentro la cornetta e una vagina dentro l'apparecchio telefonico) e alla battuta sui suoi pensieri quando è in chiesa (ma Gesù Cristo aveva degli addominali fantastici! E' il minimo che ti puoi aspettare da uno che deve salvare il mondo, addominali fantastici. Con chi lo salvi il mondo, con Budda? Con quella pancia lì?), ma il tutto è trascinante e senza fiato; Daniele è impegnativo da seguire, spara a raffica e vola in basso e in alto, è scurrile e intelligente al tempo stesso, raffinato anche nel turpiloquio.


La seconda parte è un fuoco di fila su personaggi pubblici dello spettacolo e della politica, risente di un giustificato astio contro l'ormai famoso editto bulgaro col quale Berlusconi lo fece fuori dalla Rai insieme a Biagi e a Santoro, e contro tutti quei personaggi che navigano nella mediocrità, nel cerchiobottismo, nel qualunquismo dilagante. Si ride a crepapelle su alcune bellissime battute (il dilemma di D'Alema: il dalemma), ma si ride anche a denti stretti perchè ci si rende conto che siamo circondati e "governati" (da intendere nell'accezione contadina del termine, dove governare significa letteralmente dare da mangiare alle bestie) da una manica di furbetti senza scrupoli, sia in politica, in televisione sui giornali. Forse meno tecnico di Grillo, ma non meno spietato e divertente con sale in zucca. Portavoce di tutti noi, quando dice che meglio questo governo di altri 5 anni di Berlusconi, che ci avrebbero definitivamente portato alla bancarotta, ma subito dopo elenca chiaramente le cose che non gli piacciono di questo governo. Applausi scroscianti e gente che annuisce.


Fantastico Luttazzi. Conclude lo spettacolo, che nell'ultima parte era fatto da domande postegli da fans e risposte che aveva dato, così:


Domanda: Daniele, andrai a pisciare sulla tomba di Berlusconi?


Risposta: No, non mi piace fare la fila.


http://www.danieleluttazzi.it/ C'è anche nei nostri link, ma a volte melius abundare quam deficere

the boys in the band

mi piacerebbe che tutti i miei amici vedessero questo film: "festa per il compleanno del caro amico harold"
è un film che mi piace, anche se probabilmente di per se mediocre. parla di gay.
alcuni amici riconosceranno molte cose.


dal morandini:
Dalla commedia di Mart Crowely, adattata dall'autore: otto giovani gay della borghesia intellettuale di New York e un ospite casuale, che si dichiara eterosessuale, partecipano a una festa di compleanno che si trasforma in una velenosa seduta di analisi terapeutica collettiva e in un feroce gioco al massacro. Interpretato dagli stessi attori che portarono la commedia al successo di Broadway, fu il 1 film di Hollywood sull'omosessualità. Girato da W. Friedkin con una mobilità della cinepresa che sfiora il virtuosismo, tributario di un certo sperimentalismo di marca europea con risvolti di un surrealismo che rasenta talvolta la truculenza, il film ebbe un limitato successo di scandalo, non privo di polemiche contro la sua presunta ottica troppo negativa sugli omosessuali e la loro infelicità.

20070329

il bowling o il sesso?

la canzone di moltheni in rotazione spinta nel mio giradischi:


Io non ho, la facoltà di non reagire alle tue parole
che mi dai in un livello facile
goduria interminabile e ci fai o ci sei?
Potrei anche dire a istinto che c… vuoi
Tu che mi apri come un conto
In una banca che non c’è
Ma che ti rende più felice
Quando poi ti accorgi che
c’è un oceano tra il dire e il fare
Ma l’attesa mi piace da morire
Ma l’attesa mi piace da morire

Tu credi che il bowling sia uno scherzo!?
E invece no non è un difetto
Ogni birillo che hai abbattuto
Si eregge ancora all’ombra di altre lenzuola
Abbonati al mio periodico
Poi donami l’affetto di parenti e amici
Con la chiara idea, di confondermi
E di correggermi come quei compiti che non ho fatto mai…

C’è un oceano tra il dire e il fare
Ma l’attesa mi piace da morire
Ma l’attesa mi piace da morire
Ma l’attesa mi piace da morire
Da morire…

Tu credi che il bowling sia uno scherzo!

20070328

metal up your ass

Qualche giorno fa, una ricerca pubblicata su tutti i quotidiani riportava che gli individui più intelligenti ed introversi ascoltano heavy metal. Ancora qualche giorno fa, su XL leggevo che a Guantanamo, per torturare i "detenuti politici" talibani, i soldati statunitensi mettono musica a palla per lunghi periodi, in modo da fiaccare i prigionieri psicologicamente; musica un po' di tutti i generi, ma soprattutto heavy metal.

Sto ascoltando il primo pezzo del nuovo Given To The Rising dei Neurosis, il pezzo si intitola Procession, e nonostante ci sia chi ritiene che i Neurosis non siano metal, sto tornando ragazzo.

carrette

han rifatto la panda, la punto, la bravo, la 500, la duecavalli, il maggiolone etc..
ma è possibile che si guardi sempre indietro e poco in avanti?

20070326

sparta (e atene sullo sfondo)


300 – di Zack Snyder 2007


Giudizio sintetico: da vedere

Dei morti alle Termopili

gloriosa la sorte, bella la fine,

la tomba un'ara, invece di pianti, il ricordo, il compianto è lode.

Un tal sudario né ruggine

né il tempo mangiatutto oscurerà.

Questo sacello d'eroi valorosi come abitatrice la gloria

d'Ellade si prese. Ne fa fede anche Leonida,

il re di Sparta, che ha lasciato di virtù grande

ornamento e imperitura gloria.

Nel 480 avanti Cristo, un manipolo di spartani, a cui dettero manforte altri soldati, meno valorosi, giunti da altre città stato greche, tenne testa per alcuni giorni all’esercito persiano del re Serse I, sproporzionatamente più numeroso e potente, rallentandone l’avanzata e facendo riecheggiare le gesta eroiche fino a compattare l’alleanza greca, che dopo qualche mese riuscì a respingere gli invasori. A capo dei 300 uomini che più fecero la storia, divenuta leggenda ed arrivata fino ai nostri giorni, cantata dal poeta Simonide nei versi citati poc’anzi, il re di Sparta Leonida, combattente fiero e implacabile.

Frank Miller, mago delle graphic novel, rivisitava, nell’omonimo romanzo disegnato, le gesta dai persiani, immaginandosi uno di loro (nello specifico Dilios) che, ferito ad un occhio, viene rimandato da Leonida a Sparta perché racconti la loro storia come una vittoria della volontà, che non vada perduta, a beneficio di chi resta. Zack Snyder (che pare si sia accaparrato la regia del prossimo progetto di Watchmen, un’altra pietra miliare delle graphic novel), col beneplacito dello stesso Miller, mette sullo schermo la granitica storia.

Immaginiamo la soddisfazione di Frank Miller, che dopo le sue scottature dovute al secondo e al terzo Robocop dichiarò di non voler avere più niente a che fare con Hollywood, al vedere tradotta al cinema questa sua ennesima storia, dopo il risultato più che soddisfacente, sia a livello di critica che a livello di pubblico, di Sin City da parte di Robert Rodriguez; Snyder, dopo l’omaggio a Romero col remake de L’alba dei morti viventi, dirige in maniera tutto sommato corretta questa storia che narra di gesta eroiche ed esalta la coesione di pochi a dispetto della eterogeneità dei molti. La resa visiva è sopraffina, le scenografie in computer graphic esaltanti per gli amanti del fumetto, la fotografia curatissima che aiuta la resa appunto, fumettistica (dove per fumetto non si colga l’accezione quasi dispregiativa italiana, ma quella alta della più rispettosa traduzione di graphic novel, già usata più volte) delle diverse ambientazioni, sfumando e virando di volta in volta nella maniera giusta i colori e gli sfondi, il montaggio che alterna i momenti di battaglia, quelli di dialogo (leggermente troppo soporiferi) e quelli di declamazione, la musica potente ed evocativa, che insieme ad alcuni momenti bucolici richiama più volte Il Gladiatore, la visione degli avversari e del traditore, giustamente sopra le righe e correttamente fantasy mediano la visione in soggettiva degli spartani del nemico, le interpretazioni dei protagonisti incarnano alla perfezione il messaggio glorioso di Miller, soprattutto nella figura superomistica di Leonida (un sorprendente e coinvolgente Gerard Butler) e in quella della fiera regina Gorgo (una delicata, sensuale e al tempo stessa decisa Lena Headey, probabilmente la più penalizzata dal doppiaggio italiano).


Sono, per godere a pieno del film a mio parere, da tralasciare completamente le polemiche sulla correttezza storica, mentre possono essere prese in considerazione le chiavi di lettura metaforica solo leggendole nei due sensi, lavorando di immaginazione, come del resto il fumetto, come ogni altra forma d’arte, richiede. Possono allo stesso tempo scioccare l’accostamento finanche troppo ovvio, degli spartani agli statunitensi contro il nemico che viene dall’oriente, ma così pure si potrebbe accomunare la “crociata” spartana all’integralismo islamico contro il corrotto occidente, qui invece rappresentato dai persiani, in un perverso gioco di paradossi, fatto di freaks, effeminati e addirittura transessuali che ballano per il re; tutto questo può divertire dopo, a bocce ferme, mentre sul momento conviene godere semplicemente dello spettacolo visivo e niente più. Come ci si può divertire a riflettere che l’insistenza milleriana, che Snyder fa sua, sul machismo spartano, può benissimo essere trasformata, sempre per quel gioco paradossale citato prima, in una sofisticata visione gay del manipolo dei 300 eroi che si danno della donnicciola durante le rimozioni dei cadaveri, loro, seminudi, tutti con assurdi addominali a tartaruga e con quadricipiti da urlo, con il pacco costantemente in bella vista inguainato in un elegante mutanda di cuoio.


Ma queste, ancora per un clamoroso paradosso, sono masturbazioni mentali al pari della ricerca del significato profondo delle storie di David Lynch e dei suoi lavori, mentre l’elemento ludico, il giustiziere senza macchia e senza paura che è dentro ognuno di noi, può crogiolarsi nella visione di questo capolavoro di crossover cinematografico/fumettistico, solo lasciando campo libero al bambino che dentro di noi, ancora scalpita per fare la guerra con i soldatini. E la slow motion nelle salienti scene di guerra, quasi abusata dal regista, suggella come una gustosa ciliegina sulla torta questo nostro bisogno recondito. Sottolinea giustamente Saviano (l’autore di Gomorra) su L’Espresso, che se un film del genere fosse stato concepito in Europa sarebbe immediatamente stato tacciato di fascismo. Aggiungiamo che è piuttosto ovvio che Miller sia destrorso, e arrendiamoci, da spettatori di sinistra, al fatto che l’Epica (con la E maiuscola) sia patrimonio della destra (Eastwood, Milius, tanto per fare due nomi a caso). Se c’è cultura, mi va benissimo un film “di destra” al cinema; finché vedo citare Bosch (l’albero fatto di cadaveri) e poi leggo recensioni che stroncano il film dove viene citato, la trasposizione più che dignitosa di un capolavoro del fumetto, devo interrogarmi più sulla bontà della pellicola che sulla sua ideologia. E magari anche sul recensore che stronca.


Il fumetto, o graphic novel, è cultura, ed è cultura alta e non bassa. E le trasposizioni ben fatte non sono giochi da ragazzi. Fate un’abbondante colazione e andate a vedere 300. Dopodichè cenerete nell’Ade. Questa è Sparta (mica pizza e fichi!)!!!

sunshine of your love

Riedito la mia rece sul film citato qualche giorno fa da lafolle

Little Miss Sunshine - di Jonathan Dayton e Valerie Faris 2006

Giudizio sintetico: da vedere

Little Miss Sunshine, dei coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris, debuttanti alla regia ma esperti videoclippari, è una piacevole sorpresa. Un film all'apparenza leggerissimo, che però si rivela un Bubble (Steven Soderbergh) ambientato in una classe sociale leggermente differente. La famiglia Hoover già da sola invoglierebbe la visione: il padre è un teorico della motivazione, ed ha elaborato la teoria dei 9 passi verso il successo, ma lui per primo non lo ha; il nonno è un depravato che sniffa eroina, il figlio Dwayne è un accanito lettore di Nietzsche, non ha amici e ha fatto voto di silenzio da 9 mesi, fin quando non riuscirà a diventare pilota di jet, la figlia Olive vuole diventare Miss America ma è bruttina, lo zio è il più importante studioso statunitense di Proust, è gay ed è appena scampato ad un suicidio per questioni sentimentali. L'unica che pare normale è la madre, che però rischia di impazzire dentro questa gabbia di matti.

La determinazione di Olive a partecipare al concorso di Piccola Miss California li induce a salire tutti quanti su un vecchissimo furgoncino Volkswagen e a dirigersi verso la terra del sole. Ne succederanno di ogni.

Un cast molto ben allestito (Greg Kinnear, Alan Arkin, Steve Carell, Toni Collette - padre, nonno, zio e madre - più i bravissimi ragazzi Abigail Breslin, Olive, e Paul Dano, Dwayne, strepitoso), una regia quasi invasiva con impennate poetiche (Dwayne steso sul sedile posteriore e in alto i viadotti, la scena finale con i tre "inquadrati" nel lunotto posteriore del furgoncino), e una trama apparentemente incentrata sul mostrare una classica famiglia americana piena di problematiche, una famiglia di quasi-pazzi, che però, si dimostra alla fine tra le più normali, e, anzi, capace di reagire davanti all'imbecillità dominante, fa di questo film un ottimo passatempo. Tra l'altro, si ride parecchio.

Non imprescindibile, ma di questi tempi ce ne fosse.

20070325

hellas dei record

dopo l'hellas dei miracoli, l'hellas dei record.
è appena finito il derby contro il vicenza e l'hellas ha vinto 2-1 con gol all'ultimo minuto di maometto akagunduz.
il record: il verona ha segnato nelle ultime 5 partite 5 volte nell'ultimo minuto (4 vittorie ed un pareggio).
quando c'è la voglia di vincere...

20070323

hellas dei miracoli

leggo con piacere una notizia sul mio hellas:
Nuova edizione televisiva del romanzo del Verona dello scudetto: Espn Classic sport, emittente satellitare visibile sulla piattaforma Sky (canale 216), ha inviato in questi giorni una troupe a Verona per preparare un documentario che ripercorrerà la storia di quell’esaltante cavalcata del campionato 1984-’85, quando l’Hellas, unica squadra di una città non capoluogo di regione, conquistò il titolo tricolore. La troupe di Espn Classic, guidata dal produttore Massimo Picone, ieri ha girato immagini e registrato interviste a Castel San Pietro con Osvaldo Bagnoli, Ferdinando Chiampan, Emiliano Mascetti e Pierino Fanna con l’appoggio di TeleArena e di Gianluca Tavellin. Il documentario, intitolato «Il Verona dei miracoli» andrà in onda in maggio o giugno.

quando ero piccolo avevo una maglia di lana fatta da mia madre col la scritta dello sponsor canon, il numeor 1, era rossa e nera, era la maglietta di garella. poi avevo una maglietta blu con i bordini gialli, con il numero 5, era quella di fontolan.

che bellezza di film


20070322

muhammad again

Non sto a fare copia e incolla. Il premio Nobel per la pace 2006 due giorni fa ha tenuto all'Università di Roma una Lectio magistralis sulla filosofia del microcredito.

Se avete tempo leggetevi qualche stralcio e alcune interviste qui http://news.google.it/news?hl=it&ct=title&ie=UTF-8&ncl=1102969701

Interessante e pieno di speranza.

pw

ho perso il conto di quante username e password utilizzo ogni giorno...
e se perdo la memoria?
muoio telematicamente?

20070321

varie ed eventuali


Comincio a scrivere questo post e so già che alla fine, quando sarà il momento di impostare le "etichette" per catalogarlo, non saprò cosa metterci. Però ho voglia di scrivere, prima di andare a dormire.


Parto da una battuta che ho letto sul giornale di ieri e che mi ha fatto molto ridere, anche se è semplice(per dire: sono riuscito a sfogliare il giornale di ieri alle 1,20 di notte, sulla tazza del gabinetto). Paola Zonca di Repubblica intervista Roberto Benigni sul suo spettacolo TuttoDante, che arriva a Milano.


P.Z. Negli USA si stanno realizzando due film sull'Inferno. Come si può portare Dante al cinema?


R.B. Io ci ho provato a portarlo, ma lui non ci vuole venire. E nemmeno Beatrice. Sono fatti così, stanno a casa a vedere il Grande Fratello.


Stasera, mentre rientravo a casa, dopo aver cenato da mia sorella insieme a mio cognato e naturalmente mio nipote, che ultimamente si diverte ad accartocciarmi il quotidiano mentre provo a leggerlo (la penultima volta mi è scappato di dirgli allora sei una merda! al che lui ha risposto ridendo non schono una medda!), ho notato che c'era una bella luna, uno spicchio sottile sottile. Ho pensato che sta arrivando l'estate, e che ci saranno tanti concerti, tanti al punto che già cominciano a sovrapporsi (Tori Amos e i Muse la stessa sera a Firenze, gli Arctic Monkeys e i Mudhoney a Ferrara e a Rimini - la stessa sera -, gli Isis a Bologna e il Metarock a Pisa - la stessa sera -). Quando niente, quando troppo. Ho pensato che non ho più il fisico per andare a farmi 2 o 300 km in un giorno in mezzo alla settimana, tornare alle 4 e alle 7 andare a lavorare, che già sono uno straccio quando la sera non esco, anche perchè ormai non riesco ad andare a dormire prima delle 2 (e mi sveglio dal lunedì al venerdì alle 6,30). Mi accontento di avere sempre lo stimolo, almeno. Di andare ai concerti, dico.


Lunedì sera il mare era in tempesta, impressionante la forza con la quale si frangeva sugli scogli e mangiava la spiaggia, martedì sera era appena mosso nonostante ci fosse ancora vento, questa mattina era una tavola. Penso sia una bella cosa riuscire ancora a stupirsi dei "cambiamenti d'umore" del mare, forse sono ancora bambino dentro, anche se ogni giorno mi sembra di avere la pancia più grossa, e non sono incinto. Ho pensato anche, mentre camminavo vicino al mare e mi arrivavano gli schizzi sul viso e le lenti degli occhiali si coprivano di salmastro, che mi andrebbe di ringraziare la mia ex ragazza di quasi 20 anni fa, così, per quello che mi ha dato, e mi sono dispiaciuto perchè non ci siamo mai più parlati. Lei adesso ha un marito e 3 figli, e io una casa, una macchina, un motorino e una bellissima bicicletta americana (grazie Consu, grazie Ricky). Beh insomma, il motorino è di mia sorella, ma lo uso io.

Stasera rientrando ho aperto una lettera dell'INPS dove mi spiegavano che adesso il mio datore di lavoro comunica ogni fine anno le mie retribuzioni, in modo che la mia situazione previdenziale sia aggiornata in tempo reale. Ho più di 20 anni di contributi, e a volte mi ritrovo a chiedermi nella mia testa se ho concluso qualcosa nella vita oppure no. Fortunatamente durante il giorno non ho molto tempo per pensare, altrimenti probabilmente mi ucciderei di domande. Quando sono solo con me stesso penso a cose belle: a quando porterò mio nipote in giro e potrò rispondere alle sue domande curiose sul mondo, a quando potrò dormire fino a mezzogiorno, a quando mi stenderò a prendere il sole per la prima volta nel 2007, alla prossima cena, a un porno. Secondo me Sircana doveva farla salire, la trans. Stasera dopo cena mia sorella rigovernava e c'era Striscia la Notizia; facevano vedere quali e quante rughe si sarebbe stirata Brigitte Nielsen. Me ne sono andato, dopo aver salutato tutti, dicendo "ma che cazzo me ne frega a me delle rughe della Nielsen?".


L'amico Eyal mi segnala l'ultimo disco di Regina Spektor. Me la ricordavo come supporto al concerto dei Kings of Leon qualche anno fa al Rainbow di Milano. Terrificante e a tratti inascoltabile. Il disco si intitola Begin To Hope ed è pieno di belle canzoni, la voce è soave, ti accarezza, ti parla e ti sussurra, somiglia a quella di Fiona Apple, meno ruvida. Mi sono accorto che un paio di canzoni le avevo già sentite alla radio, e mi sono stupito del cambiamento, ma mi ha fatto piacere. Sto completando il primo ascolto in questo momento, e c'è una cosa che non cambia mai nei miei giudizi sulla musica: se non c'è niente di nuovo nella musica, ma ci sono belle canzoni, il disco mi piace. E questo disco mi piace.

Mi piace anche Aman Iman (Water Is Life) dei Tinariwen, pare che siano una band di touareg, anche se penso vadano ascoltati a piccole dosi: musica araba rock, chitarra alla Santana con un bel wah wah in più. Ancora devo entrare dentro Given To The Rising dei Neurosis, ma già la pesantezza mi piace e mi rassicura.


Venerdì si va a Valencia per il fine settimana. E anche se è prevedibile, una canzone come Better, appunto di Regina Spektor, non può che farmi stare bene.

sette vizi capitali

ricordo a tutti i lettori quali sono i 7 vizi capitali:

- Ira (lasciarsi facilmente andare alla collera)
- Accidia (la pigrizia, l'ozio, la poca voglia di fare)
- Lussuria (chi è dedito e succube dei rapporti sessuali)
- Avarizia (mancanza di generosità, colui che è taccagno)
- Gola (chi si abbandona ed eccede nei piaceri della tavola)
- Invidia (desiderio malsano verso chi possiede qualità, beni o situazioni migliori delle proprie)
- Superbia (colui che si erge in netta superiorità rispetto agli altri, facendo pesare la propria situazione di rilievo)

quindi attenti che se ci credete andate all'inferno!

20070319

riflettiamoci


Scrivo questo post con la consapevolezza di avere una posizione non chiara, non è chiara neppure a me. Ma vorrei provare a riflettere scrivendo.


Renato Curcio. Ho cominciato a pensarci su, leggendo sul giornale di ieri dei tafferugli a Napoli in occasione della presentazione di un libro della sua casa editrice. Alcuni militanti di AN hanno dispiegato uno striscione dove chiedevano il carcere a vita per i terroristi.


Bene, mi ricordo ancora come fosse oggi quell'estate del 1978. Mia zia, allora simpatizzante brigatista rossa, attiva nei movimenti della sinistra extraparlamentare (sottolineo: mio nonno, suo padre, fu un repubblichino, a Salò fino all'ultimo, fedele a Benito, fece tutte le campagne d'Africa e sopravvisse a El Alamein, figurarsi), nella sua camera da studentessa universitaria, in quella cameretta dove conobbi l'inglese, dove conobbi tramite i suoi racconti i primi passi del punk inglese (andava a Londra per imparare meglio l'inglese), i fondamentali del rock (Deep Purple, Status Quo, Led Zeppelin), del prog (E.L.P., Area, Banco), del folk (Donovan) e i grandi cantautori italiani (Guccini, De Gregori), l'unica lettura musicale allora disponibile (Ciao2001), fin dalla tenera età di 7-8 anni, cose per le quali sono ancora oggi in debito con lei, se non fosse che ormai sono 10 anni che sta tentando di portarmi in pellegrinaggio a Medjugorie (http://it.wikipedia.org/wiki/Medjugorie), insomma, quell'estate, mia zia un giorno cercò di spiegarmi che le Brigate Rosse avevano fatto bene ad uccidere Aldo Moro. Non la bevvi.


Ora. Chi mi conosce sa che sono contrario alla pena di morte, e sono forse una delle ultime persone ingenue e convinte che il carcere deve avere un compito rieducativo. Non sono contrario al perdono, anche per chi ha ucciso e mostra pentimento. Credo che anche queste persone, i cosiddetti compagni che sbagliano, abbiano diritto a rifarsi una vita, scontata la pena, trovarsi un lavoro, farsi una famiglia (o un dico, magari), fare dei figli.

Però, per cortesia, un po' di basso profilo non guasterebbe. Purtroppo questa è una malattia italiana. Come il politico che perde, e ha fatto il suo tempo, dovrebbe andare a casa e fare altro, anche l'estremista politico dovrebbe, secondo me, senza che lo obblighi nessuno, far perdere le sue tracce, mantenere come ho detto prima un basso profilo. Magari sono anche persone intelligentissime, però io ve lo dico, Sofri ha un po' rotto i coglioni a darci lezioni di stile dalle colonne dei giornali, e Curcio ad andare a fare le conferenze stampa, e altri a lavorare per i ministeri. Hai sbagliato, di brutto, hai capito, ok, ti perdoniamo, però cazzo, hai fatto fuori della gente, l'hai gambizzata, per favore, non ti far più vedere su un giornale. Per favore, te lo chiedo.


Una cosa, però, la voglio aggiungere: compagni, anzi amici, anzi, signori avversari politici di AN, militanti che avete anche giustamente protestato contro Curcio: vi voglio in piazza se succede una cosa del genere per la Mambro e Fioravanti. Siamo d'accordo?

20070318

family life


Proprietà privata - di Joachim Lafosse 2007


Giudizio sintetico: si può vedere, per riflettere


Pascale è una donna sui 50, divorziata. Vive, in Belgio, nella grande casa di campagna, campa del suo lavoro da impiegata e degli alimenti del marito, con il quale litiga ogni volta che lo vede, e ha a carico i due figli gemelli eterozigoti Thierry e François, ultra ventenni ma, in pratica, nullafacenti ma piuttosto esigenti ed abituati male. Sembrano proprio dei bambini: pappa sempre pronta, molto divano, molta tv, il bagno nella vasca assieme insaponandosi i capelli a vicenda, rotolandosi nel fango, sfinendosi di sfide a ping pong. Pascale però vive una lacerazione: si vorrebbe riprendere la vita, insieme al suo compagno, che si vergogna un po' a presentare ai figli. Insieme a lui, chef, le piacerebbe mettere su un agriturismo, ma non ha i soldi necessari. L'idea, quindi, sarebbe quella di vendere la casa. Ma l'ex marito, che ogni volta che vede i figli non esita a lasciar loro dei soldi, dice che la casa l'ha lasciata a lei perchè la desse ai figli, e soprattutto l'irascibile e prepotente Thierry non è per niente d'accordo.


Ho avuto bisogno di ripensarlo bene, questo film. Dal punto di vista strettamente tecnico, in apparenza non ha niente di eccezionale: quasi tutte inquadrature fisse. Dal punto di vista allegorico, addirittura il simbolismo finale mi è parso tanto evidente quanto pacchiano. Ma il disagio che insinua nello spettatore questo film che esaspera un certo tipo di situazione, la disgregazione familiare, è segno di qualcosa di importante.

Il crescendo è palese, e lo spettatore si potrà dividere in due categorie: quelli che ci sono passati, e che quindi sono a disagio perchè anche nella loro famiglia qualcosa non va, e quelli che non ci sono passati, che saranno a disagio perchè penseranno "no, non può succedere a me, nella mia famiglia, qualcosa di così terribile". Eppure, il monito di Lafosse, che al limite potremmo criticare per questo, visto che "sale in cattedra", il monito dicevo, è proprio questo: si parte (quasi) tutti d'amore e d'accordo, e si finisce a piangere e vergognarsi.

La tolleranza, il rispetto per gli spazi degli altri, soprattutto se familiari, deve essere un valore fondamentale. Senza, rischiamo di imbarbarirci ancora di più di quel che siamo già.


Inutile spendere ancora parole per definire Isabelle Huppert, sempre impeccabile, bravi i due Renier, non gemelli ma veramente fratelli nella realtà, super la prova del già esperto Jérémie (con i Dardenne ne L'enfant e ne La promesse, ma anche ne Il pornografo di Bonello al fianco di Jean-Pierre Léaud), tanto fisico quanto intenso.

sulla musica

Tanto per non ricadere negli errori passati, e soddisfare gli utenti. Mi sono deciso ad ascoltare Pocket Symphony degli Air, e ormai i francesi sono alla frutta. Le soluzioni sono sempre quelle, l'onda lunga esaurita. Devo invece approfondire l'ascolto degli Animal Collective, e di un loro disco del 2005, Feels, ma l'ho abbandonato a metà per eccesso di debolezza. Ho invece ascoltato più volte Neon Bible degli osannatissimi Arcade Fire, e torno a ribadire che mi pare siano forse la band più sopravvalutata degli ultimi 5 anni. Un mescolone di stili, una sorta di folk elettrico con inserti sinfonici e una strizzata d'occhio al loro ispiratore-fan David Bowie, una o due canzoni ascoltabili, il resto spazzatura pseudo avant-garde, roba da picchiarli se li trovi per strada. Ascoltato Momento di Bebel Gilberto, ma non è riuscita, nonostante sia brasiliana, a far breccia nel mio cuore. Noioso. Anima e ghiaccio dei Colle der fomento è buono, ma non spacca. Up The Rock dei Diamond Dogs fa abbastanza schifo, e se penso che su Rockerilla, se non ricordo male, li paragonavano agli Hellacopters, potrei querelarli per diffamazione della migliore rock'n'roll band in attività, escludendo i Kiss. Ho dato un rapido ascolto a qualcosa degli Enter Shikari, spacciati per the next big thing, e mi sono dovuto lavare gli orecchi dopo un paio di pezzi. Ci riproverò prossimamente, ma lo farò solo per voi. Mi è piaciuto abbastanza il nuovo Fu Manchu We Must Obey, sapevo a cosa andavo incontro ma devo dire che li ho trovati quasi migliorati, anche leggermente più commerciabili. Potrei premiarli andandoli a vedere in Romagna prossimamente. Ho ascoltato anche Joakim con il suo ultimo Monsters And Silly Songs ed ho concluso che ultimamente, tutto quello che gira intorno all'elettronica non fa per me. Da dimenticare. Mi è piaciuto il nuovo live di John Cale, Circus Live. Testa alta per il grande vecchio, anima rock. Ho dovuto abbandonare l'ascolto del nuovo John Mellencamp Freedoms Road per eccesso di retorica. L'amico Angelo mi perdonerà, prima o poi. Ho pure sentito Yours Truly Angry Mob dei Kaiser Chiefs, band favorita dell'amico Mazza, ma ho concluso che glieli lascio volentieri. Che dire dell'Mtv Unplugged dei Korn? Ospiti illustri, stupore per versioni acustiche di pezzi storici e pesantissimi tipo Blind o Freak On A Leash, cover impensabili (Creep dei Radiohead), una medley gustosa (Make Me Bad In Between Days, unione del pezzo dei Korn stessi e di quello dei Cure con la partecipazione nientemeno che di Robert Smith), tutto sommato un'operazione interessante e forse anche coraggiosa, ma i Korn di una volta non ci sono più. Lascia un po' di amaro in bocca, soprattutto dopo gli ultimi dischi in studio. Mi piace invece molto il nuovo di Laura Veirs, Saltbreakers, dove Laura innesta con soavità il rock nel suo personalissimo folk. Un bel disco. Non mi ha convinto l'ultimo Modest Mouse We Were Dead Before the Ship Even Sank, che mi è parso inferiore di un bel po' del predecessore Good News for People Who Love Bad News (che però era un gran disco). Devo finire l'ascolto del nuovo Neurosis Given To The Rising, ma per adesso non mi fa impazzire; devo dire a questo proposito che sto rivalutando l'ultimo Isis In the Absence of Truth, uscito negli ultimi mesi dell'anno passato, che non mi aveva convinto troppo all'epoca. Spero di vederli presto live. Le Noisettes (chissà se l'articolo femminile è giusto) di What's the Time Mr.Wolf mi hanno ricordato i Jingo De Lunch e gli Skunk Anansie a tratti, con una gran vocalist nera e una buona personalità. Non un discone, ma tutto sommato interessante. Ho ascoltato Oh No degli Ok Go ma me ne sono dimenticato subito dopo, e non è un buon segno (per loro). Ho messo su l'ultimo Skinny Puppy Mythmaker e anche qui ho concluso che non fanno per me. Devo riascoltare The Resurrection of Whiskey Foote dei The Hidden Hand, che al primo ascolto non mi è dispiaciuto, come un po' tutti quei dischi che fanno riferimento ai Black Sabbath senza credere di esserne la reincarnazione. Sono rimasto piuttosto deluso dal rock'n'roll dei The Horrors e il loro Vent, già spacciato come disco dell'anno da qualcuno. Ascoltato distrattamente l'ultimo dei Locust, una band pazzesca e pazzoide, New Erections, e non era il momento, ci riproverò più avanti. Troppo veloci e troppo free jazz.

Per oggi è tutto. Non vi anticipo i prossimi ascolti perchè potreste esserne influenzati, oppure mettermi pressione. In questo momento sto ascoltando i Cold War Kids di Robbers And Cowards che giocano ad essere i Radiohead un po' più brit-pop e anche un po' canadesi alla (sic) Arcade Fire, ma sinceramente mi fanno cagare.

humana


Human Nature - di Michel Gondry 2002


Giudizio sintetico: si può vedere


Lila è una ragazza carina, che però ha un grosso problema: soffre di ipertricosi, le crescono peli dappertutto. Esasperata, se ne va a vivere nel bosco, dove almeno gli animali la accetteranno. Decide però, dopo alcuni anni, di tornare e confrontarsi con la cosiddetta società civile. L'amica Louise, estetista, la cura continuamente e le fa anche conoscere un uomo, visto che uno dei motivi del "ritorno" di Lila è l'accoppiamento. Nasce una specie di amore, quindi, tra il dottor Nathan Bronfman, uno scienziato del comportamento umano, anche lui con un piccolo difetto, e Lila, che si rade ogni giorno tutto il corpo, e nasconde il piccolo particolare a Nathan.

La coppia, durante una passeggiata nel bosco, si imbatte in Puff, un giovane cresciuto da un genitore che si credeva una scimmia; alla sua morte, Puff viene cresciuto perfettamente come un animale. Nathan intravede una grandiosa possibilità, educare da zero un essere umano adulto, Lila pensa invece che Puff ha diritto alla sua libertà. Nel frattempo, Nathan scopre il problema di Lila, e si avvicina pericolosamente alla sua assistente, Gabrielle.


Il debutto di Michel Gondry (regista di numerosi videoclip maestosi per artisti fighi, poi assurto alla fama cinematografica per Se mi lasci ti cancello, e recentemente sugli schermi con L'arte del sogno) segna l'incontro tra uno sceneggiatore geniale, Charlie Kaufman, e un regista visionario, appunto Gondry (tra i video da lui diretti, molti per Bjork, diversi per White Stripes, Beck, Rolling Stones, Chemical Brothers, Foo Fighters, Radiohead, oltre a un buon numero di spot per Coca Cola, Nike, Levi's e altri gruppi importanti). Ne esce fuori un film all'apparenza molto molto divertente, forse con qualche calo di ritmo di troppo, ma decisamente godibile e spassoso, con più di un momento esilarante (dialoghi davvero micidiali), ma in realtà piuttosto critico verso, appunto, la natura umana e le convenzioni create dalla società moderna. C'è della riflessione filosofica, sotto. C'è il tema degli opposti (Lila e Nathan, Puff e Gabrielle), che tornerà sia in (concedetemi il titolo originale, bellissimo) Eternal Sunshine of the Spotless Mind che ne L'arte del sogno. C'è il montaggio non "lineare", che ritroveremo, c'è anche il personaggio narrante, anche se quest'ultimo espediente mi pare non sia fondamentale. C'è una scenografia quasi macchiettistica, di ovvia derivazione videoclippara, gli interni del laboratorio di Nathan, le camere da letto, gli sfondi palesemente ritoccati e finti del bosco di Lila e Puff, ma soprattutto, c'è la doppiezza e l'inaffidabilità dell'essere umano, ovunque si trovi.
Direzione degli attori ottima. Cast idem, tutti bravi, Robbins, Patricia Arquette (penalizzata dal doppiaggio), Ifans esilarante, divertentissime Rosie Perez e Miranda Otto.


Si ride dunque amaro, quando alla fine si mette a fuoco il tutto. Un ottimo ripescaggio.

20070317

galeotta fu la tartaruga


Tartarughe sul dorso - di Stefano Pasetto 2005


Giudizio sintetico: si può vedere


Lui e lei giocano a Scarabeo in un parlatorio di un carcere. Lui e lei vivono e si sfiorano a Trieste. Lui ha un carattere irascibile e solitario. Lei è dolce e timida, finanche remissiva. Si conoscono da sempre, ma forse non lo sanno. Si incontreranno ancora, in circostanze dolorose. Chissà cosa c'è scritto nel loro destino.


E' un film molto particolare, questo debutto di Pasetto, e può risultare ostico per l'assenza di alcuni schemi. Ci sono, nella regia di Pasetto, alcuni rimandi a registi famosi, non ultimo l'Iñárritu dei montaggi cronologicamente (apparentemente) casuali, per cui la storia non risulta "lineare", i dialoghi sono ridotti al minimo, si lavora per sottrazione, spesso non si danno appigli allo spettatore. Ma questo suo essere fuori dagli schemi è positivo, e questa struggente, difficile, complicata storia d'amore forse senza speranza, di questi due individui complicati e dalle vite difficili, legata da alcuni simboli e vissuta con sullo sfondo una Trieste bella e fredda, operaia ma borghese, risulta interessante e senza dubbio, rilevante se si pensa a un debutto italiano.


Bravo il regista nella costruzione delle sequenze, alcune davvero notevoli e da ricordare, bravi i due protagonisti, Fabrizio Rongione, faccia asimmetrica, già visto più volte con i Dardenne (Rosetta, L'Enfant), e Barbora Bobulova, come sempre dolente e meravigliosa, anche con la parrucca.


Da segnalare agli amici per un ripescaggio intelligente.

comics


Nonostante a qualcuno suonerà strano, compro quasi ogni mese la rivista Ciak. Ho trovato proprio oggi, una frase che mi è piaciuta, scritta su questo giornale.


All'interno di un articolo sull'imminente uscita del film Spiderman 3, un approfondimento sulle prossime uscite di film ispirati da fumetti. Si fa notare che il regista Zack Snyder "diventerà il punto di unione tra i due più importanti fumettari contemporanei: Frank Miller e Alan Moore". Infatti, dopo aver diretto 300, film ispirato dal fumetto omonimo di Miller, che narra della battaglia delle Termopili, in uscita questo mese in Italia, pare che dirigerà Watchmen, ispirato ad un bellissimo fumetto di Moore; tra l'altro, sono 20 anni che ci provano (Terry Gilliam e Paul Greengrass, ci dice Ciak).


Ancora da Ciak, alla domanda che differenza c'è fra Miller e Moore, Snyder ha risposto sinteticamente: "il primo è di destra, il secondo di sinistra". Se scorrete le opere dei due, non è un'affermazione illuminante, ma è verissima.

l'autobus dell'amore


Shortbus – di John Cameron Mitchell 2006

Giudizio sintetico: da vedere (per palati sessualmente forti)

New York, oggi. Paure su paure. Dopo l’AIDS, l’11 settembre. Le persone sono come bloccate, anche se cercano di vivere le proprie esistenze e dargli un senso.
James e Jamie sono una coppia gay giovane ma affiatata, si amano e si rispettano. James ha un problema di autostima, non riesce a spiegarsi neppure da solo di cosa si tratta. Frequentano lo Shortbus (è il nome, negli USA, con il quale si identifica l'autobus scolastico per i disabili di ogni tipo), un luogo dove tutto è permesso, un angolo di libertà e anarchia sessuale a metà tra un girone dell’Inferno e un angolo del Paradiso.
Sofia fa la terapista di coppia, ama Rob riamata, ma lei non riesce ad avere un orgasmo.
Severin si sente artista ma per vivere fa la dominatrix.

J.C.Mitchell è un lampo in un giorno di sole, una scheggia impazzita, il primo e l’ultimo dei romantici con una sessualità a 360 gradi. Il suo precedente Hedwig, la diva con qualcosa in più, uscito alcuni anni fa, distribuito malamente in Italia, era un piccolo capolavoro che mischiava musical hard rock, gay movie e, appunto, romanticismo decadente. Questo nuovo Shortbus, liquidato come un film ai confini del porno, è un’opera tanto esplicita quanto delicata, geniale quanto disturbante.

I personaggi di Shortbus, in fondo, lottano aspramente alla ricerca dell’amore vero, sublime, completo, quello che ti commuove ogni mattina appena sveglio. Questo è ciò che ce li avvicina, nonostante vivano in una metropoli che li costringe a rapporti superficiali e frettolosi. Fortunatamente, negli ultimi anni ne abbiamo avuto altri esempi, ma è sempre importante che amori non strettamente eterosessuali siano descritti con l’enfasi romantica, quella che fino a un po’ di tempo fa era riservata, appunto, a quelli uomo-donna. Certo, Mitchell si spinge oltre, e, pensate, riesce a descrivere in maniera assolutamente commovente e toccante perfino una scena di masturbazione femminile. La cosa molto apprezzabile è che, però, non è un romanticismo sdolcinato e mieloso, poco credibile: i rapporti sono descritti con tutti i suoi alti e bassi, e soprattutto vanno in profondità nelle loro problematiche. C'è il coraggio di dire "ho un problema sessuale", c'è la voglia di non accontentarsi, tipica della nostra cultura, sessualmente repressa da secoli.

Capirete certamente da queste sommarie descrizioni, che questo non è un film per tutti, quindi, se ve la sentite, osate. Shortbus è degno di nota anche perché Mitchell non è uno sprovveduto, e sa maneggiare il cinema con estro; contiene diverse parti di animazione suggestive e di ottima fattura, le inquadrature non sono mai banali, gli attori (pare quasi tutti non professionisti; inoltre sembra che abbiano partecipato attivamente alla costruzione delle scene, che il tutto sia stato una sorta di work in progress fino alla fine) sono bravi, ben diretti e intensi, la fotografia è splendida, la colonna sonora bellissima, fondamentale, parte pulsante del film.

Preparatevi dunque a un film dove pompini, trenini, sadomaso, bisessualità, uova vibranti infilate nelle vagine, autoingoi di sperma, sono descritti con un tocco poetico e allo stesso tempo molto divertente, dove tutto ha un senso e se si ride, non lo si fa per deridere. E la metafora dello Shortbus, inteso come "locale" dove tutto è permesso e dove, pian piano, si scopre quello che si vuole e che si è, non è poi così accomodante e campata in aria.

Un piccolo brillante, che potrete vantarvi di aver visto.

20070316

la copertura



la puntata di ieri sera di The shield è stata vorticosa e devastante.
telefilm ammmericano numero uno. definitivo.
sarà che il protagonista è pelato...

suicidal tendencies


Tranquilli, è solo un titolo (e una band, ma questa è un'altra storia). Volevo dire, sto ascoltando Luigi Tenco. Quanta amarezza, quanta malinconia, quanto amore nella sua voce e nelle sue parole tristi e amare, che bella musica.


Come tutti sapete, Tenco si uccise molti anni fa. Chissà che cazzo c'aveva in quella testa. E lo dico col massimo rispetto, giuro. Ciao Luigi, e scusa se ti do del tu.


PS: vi faccio notare che questo è il post che ha più vicinanza col Festival di Sanremo che abbiamo scritto quest'anno. Poi lamentatevi.


PPS: cazzo di capelli c'aveva Tenco?

20070315

instant remake


Infamous - Una pessima reputazione - di Douglas McGrath 2007


Giudizio sintetico: da vedere


Truman Capote (1924-1984) fu scrittore statunitense importante. Dandy, irriverente, gay (fra i primi ad ostentarlo, tra l’altro), nel novembre del 1959 scriveva già per il New Yorker ed era piuttosto famoso per “Colazione da Tiffany”, avendo tra l’altro lavorato anche alla sceneggiatura del celebre film tratto dal suo romanzo, quando un sanguinoso fatto di cronaca attira la sua attenzione: a Holcomb, in Kansas, un’intera famiglia è stata sterminata nel sonno da ignoti. Lo scrittore intuisce immediatamente qualcosa, la potenzialità di questa storia se trasportata su carta come una fiction noir, e parte immediatamente per Holcomb in compagnia dell’amica fidata, quella Nelle Harper Lee che più tardi scriverà “Il buio oltre la siepe”, vincendo un Pulitzer. Quest’ultima si rivelerà fondamentale, visto che Capote, lontano dai salotti di New York e dall’intellighentia statunitense, lì, nella profonda provincia americana, riesce con difficoltà ad essere accettato, e ancor meno a dialogare. Nonostante questo, grazie all’intercessione della moglie, fan di Capote, i due riescono a raggiungere una formale conoscenza con l’agente Dewey, incaricato delle indagini. Dewey dopo qualche tempo riesce ad arrivare ai due colpevoli della strage, Perry Smith e Dick Hickock, che vengono arrestati a Las Vegas. Incrinando il sottile legame con Dewey, Capote stringe una specie di legame con i due colpevoli, affascinato soprattutto da Perry, con il quale scopre molte affinità. Capisce che la storia può servirgli non per un articolo, bensì per un suo libro, il suo capolavoro. Li aiuta procurandogli un buon avvocato, che riesce a rallentare la macchina della giustizia prima, e a rimandare parecchie volte l’esecuzione poi. Se dapprima questa cosa gli permetterà di approfondire la conoscenza dei personaggi, e a definirli per una loro precisa descrizione, quando Capote capisce che il suo romanzo è terminato, ed è potenzialmente un grande lavoro, i continui rimandi dell’esecuzione diventano un ostacolo alla possibilità di mettere la parola fine alla storia, creando in lui un conflitto lacerante: da una parte l’affetto sviluppato per Perry, dall’altra la natura avida e profittatrice dello scrittore orgoglioso, pieno di sé, narcisista e arrivista. La coda sarà straziante, e, se per i due condannati finirà stroncata da un cappio al collo, per Capote sarà solo l’inizio di una lunga agonia.


Ho copiato e incollato, senza alcuna modifica, il mio pezzo che raccontava la trama di A sangue freddo, uscito esattamente un anno fa, perchè questo Infamous racconta la stessa storia, con diverso cast e un altro regista. Ed è interessante notare, contrariamente a quanto si possa in un primo momento pensare, che nonostante quest'ultimo sia stato molto meno "pompato", è riuscito decisamente meglio. Impossibile non fare similitudini, paralleli e confronti, visto che neppure le due produzioni se ne sono preoccupate. Pensate: Infamous esce vincitore nel confronto con A sangue freddo nonostante il protagonista del film di Bennett Miller sia stato insignito (a ragione) dell'Oscar. Perchè la freddezza e quella sorta di distacco che si percepiva nel film di Miller, qui non c'è. Il cast è ricchissimo, difficile da citare interamente, diretto in maniera magistrale, importante ai fini della definizione della storia anche nelle parti che hanno poco "minutaggio". Interessante la parte delle finte interviste, un espediente che definisce la parte high society e l'americanità "da città" che caratterizza il lato da checca bizzosa di Capote, spassosa la parte dove si mette in luce il ruolo dello stesso scrittore nel fare da "conduttore" di pettegolezzi tra le "dame" newyorkesi, divertente, paradossale e familiare la progressiva intimità fra la "coppia" Capote-Harper Lee e la famiglia Dewey, crudo e violento il rapporto tra Perry e Capote, esplicito e sofferto da entrambe le parti. Da ricordare le mise di Capote, formidabili le sue battute in ogni circostanza (si ride sonoramente), esplicative le fermate alla stazione di Holcomb.


Buona la fotografia, scintillante per New York, grigia per Holcomb, ovattata per gli interni. Diligente la regia. Si fa ricordare sicuramente Gwyneth Paltrow, che canta davvero come in Duets, una performance struggente e intensa, brava la Bullock che, in vecchiaia, si sta dando un tono, vibrante Daniel Craig nel ruolo di Perry Smith, capelli scuri per l'occasione, e ricorda a chi lo ha conosciuto solo per l'ultimo 007 che è un attore e neppure scarso, ma citando qualcuno si fa torto agli altri. Toby Jones è un altro perfetto e bizzoso Capote, indimenticabile.


Quasi un film corale su una figura unica, geniale e meschina. Notevole.

week estere

sabato e domenica saremo in studio di registrazione per registrare qualche nuovo brano.

corde nuove, microfoni e whisky!

20070314

salmastro?


L'aria salata - di Alessandro Angelini 2007


Giudizio sintetico: si può vedere


Fabio fa l'educatore in carcere, e vive un rapporto tormentato con la bella Emma, complice anche la diffidenza verso il padre di lei, e soprattutto i suoi soldi. Ma il tormento di Fabio è un altro, condiviso con la sorella Cristina, sposata felicemente e in dolce attesa: il loro padre è da 20 anni in carcere, e loro non ne sanno più niente, la madre, morta da poco, si è rifatta una vita tagliando i ponti con lui, trasferendosi in un'altra città e crescendo i figli da sola.

Nonostante i carcerati siano gente dura, Fabio se la cava piuttosto bene, fino al giorno in cui la sua strada incrocia quella di Sparti, un galeotto problematico.


Interessante il debutto sulla lunga durata di Angelini, già aiuto regista e autore di documentari, tutto giocato sulle ripercussioni del passato, delle scelte sbagliate e delle difficoltà giovanili, nella vita di tutti i giorni delle persone. Aiutato dalla sua esperienza di volontariato a Rebibbia, ci descrive fedelmente la vita del carcere senza enfatizzarla né in positivo né in negativo, e nel frattempo ci mostra sentimenti per niente nobili da parte di tutti i protagonisti, ma del tutto comprensibili, senza assoluzioni, senza vinti né vincitori.


Mattatori assoluti il sempre bravo Pasotti nei panni di Fabio e l'esperto Colangeli (esperienza teatrale, visto poco al cinema), un incedere volutamente incerto ma senza inciampi, unico neo la fotografia forse leggermente televisiva. Degna di nota la scena del finto autobus dei carcerati, impegnati in una finta libera uscita "turistica" per Roma. Malinconia di fondo spruzzata per tutto il film.


Da tenere d'occhio.

20070313

amor ch'a null'amato amar perdona


Roberto Benigni in TuttoDante, 12/3/2007, Livorno, PalaAlgida


Roberto, Robertino, Robertaccio. Quanta passione, quanto amore, quanta cultura, quanto divertimento. Benigni è invecchiato, è cambiato, si è convertito...ma che cazzo ne so e che cazzo me ne frega, cazzo. A me fa ridere solo a vederlo, come sempre e quasi da sempre, saltellare allegro sulle solite note iniziali, quel balletto buffo che sempre di più lo lascia col fiatone. Quanta acqua sotto i ponti è passata dal Cioni Mario, eppure ognuno ha il suo percorso, e qualche fan si perde per strada. Però il palazzetto detto anche palapuppa è pieno, e Roberto, che ha meno verve di anni fa, introduce lo spettacolo con la consueta mezz'ora abbondante di aneddoti divertenti sull'attualità, la politica, Berlusconi (nome e parola che usa quando fa finta di perdere il filo del discorso, tanto, dice lui, fa sempre ridere, soprattutto a Livorno), il sesso, i Dico, Livorno e i livornesi. Che bellezza, pensavo, sentire Benigni, un premio Oscar, in fondo e anche, dire dopo si va tutti a mangià un cinquecinque insieme e a bé un poncino dal Civili, ma anche citare tra i nomi illustri nati a Livorno, Modì, Caproni, Ciampi (i due), Mario der rio'vero e la Sitrì. Se ne può dire tante, su Benigni, ma come i grandi musicisti che cambiano rotta per esplorare nuove frontiere musicali, lui non è più un comico, anche se fa sempre molto più ridere, dico io, di Brignano o di tutti gli ezigreggi del mondo.

E' un uomo di grande cultura, che recita a memoria la Divina Commedia, il libro più bello del mondo, e poco prima racconta gli aneddoti di quando era giovane e faceva il barista alla Casa del Popolo di Vergaio.


E scusate se, quando mi spiega come si farebbe con un bambino, il verso amor ch'a null'amato amar perdona, mi si bagnano gli occhi, ancora adesso ripensandoci e scrivendone.


Vorrei che mio nipote fosse qui, e che fosse già abbastanza grande per capire. Diventerebbe un uomo migliore.


Ciao Robertaccio, torna presto.


hot stuff


Una scomoda verità – di Davis Guggenheim 2007

Giudizio sintetico: documentario molto interessante, da vedere


Al Gore era il candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America dei Democratici, sconfitto sul filo di lana, più o meno lecitamente (vedi Farenheit 9/11 di Michael Moore) dal Repubblicano George W. Bush. Fu anche vice di Clinton, ma ancora prima, convinto ecologista e studioso di ambiente. Dopo la bruciante (non lo nega affatto) sconfitta alle ultime elezioni statunitensi, si è dedicato anima e corpo alla divulgazione di dati e teorie, supportate da una montagna di dati, sul cosiddetto effetto serra che sta portando al famigerato global warming, il riscaldamento del globo terracqueo che, così pare, sta sciogliendo i ghiacci e i ghiacciai, innalzando il livello dei mari, sconvolgendo il clima del pianeta; l’ottica di Gore è quella, dall’alto della sua voce di perdente ma tutto sommato autorevole, di riuscire a creare una coscienza globale a livello mondiale, di sensibilizzare le popolazioni sul fatto che il riscaldamento è reale e si può combattere solo se si agisce tutti insieme, per riuscire a “guarire” il nostro pianeta, ormai gravemente malato.

Guggenheim, poco conosciuto al cinema, anche perché autore di film scarsi quali Gossip, ma molto attivo nei serial tv (E.R., NYPD, ecc.), si mette completamente al servizio di Al Gore, che si rivela un personaggio molto più interessante di quanto avevamo finora immaginato. Pur con qualche ingenuità, pur con molta “americanità”, Gore risulta convincente nella sua “campagna”, traspare la sua onestà e il suo impegno politico militante al servizio, adesso che è fuori dai giochi, davvero dell’umanità. Una serie di dati impressionanti, spiegati e raccontati in maniera semplice e scorrevole, anche se è ovvio che quasi due ore di documentario risultano leggermente pesanti (molto meno di altre cose che abbiamo visto negli ultimi 5 anni, anni nei quali il documentario al cinema ha ripreso vigore), che un po’ mettono a disagio, ma che è bene conoscere. Al Gore è, come detto, convincente e addirittura intimo, quando si lascia andare, con un po’ di retorica, a parentesi personalissime per spiegare la sua nuova spinta, ma alla fine diverte pure.


Se siete anche solo minimamente sensibili sul tema, vi farà piacere visionare questo lavoro. Sui titoli di coda, mentre suona I Need To Wake Up di Melissa Etheridge, canzone che ha vinto l’Oscar nella sua categoria, una serie di consigli spiccioli per cominciare a fare qualcosa, e l’invito a visitare il sito per saperne di più.

accadueo

sto per andare a pagare la bolletta dell'acqua.
è la METROPOLITANA MILANESE SPA SERVIZIO IDRICO INTEGRATO che gestisce l'acqua a Milano.
nella bolletta oltre al bollettino mi danno anche le analisi dell'acqua distribuita nella mia zona.
i valori sembrano accettabili, infatti l'analisi termina con un bel "l'acqua distribuita è perfettamente conforme alle prescrizioni di potabilità"
l'analisi riporta i Parametri, i Limiti di legge e naturalmente il Valore trovato per ogni parametro del Campione utilizzato
MA
ci sono alcuni valori alti del Campione e in quel caso non è scritto il LIMITE DI LEGGE.
es.
Bario valore del campione 17 microgrammi/L manca il limite di legge
Calcio valore del campione 73 milligrammi/L manca il limite di legge
Stronzio valore del campione 368 microgrammi/L manca il limite di legge

sembra che dove il campione dia un valore alto non mettano il limite di legge così da non essere non conforme.

tutto ciò mi sembra strano...
se qualcuno può darmi delucidazioni...

20070312

strappo

antefatto: il discusso gol di mutu (fiorentina) mentre un giocatore avversario si accascia per un dolore alla gamba.la partità è palermo fiorentina di ieri pomeriggio. l'allenatore del palermo guidolin si arrabbia e parla di poca sportività.


ieri sera faccio zapping e su rai due appare tardelli che dice la seguente frase:
"dai è normale, succede sempre che uno si stiri e gli altri fanno gol!"

succede sempre? cos'è lo sport di stira e ammira?

20070311

Scotland, Africa


L'ultimo Re di Scozia - di Kevin McDonald 2007


Giudizio sintetico: da vedere


Nicholas è un giovane medico scozzese, appena laureato. Oppresso dalla famiglia, in maniera light ma inesorabile, pur di sfuggire ad un futuro opaco da medico di famiglia che segue le orme del padre inquadrato, se ne va in Africa "par dare una mano". Siamo nei primi anni '70, e in Uganda, dove si reca Nicholas in una missione, è salito di recente al potere il Generale Idi Amin Dada, con un colpo di stato militare, apparentemente liberando il paese dalla dittatura del Primo Ministro Milton Obote, del quale in un primo momento era stato braccio destro "armato". Per una semplice coincidenza, Nicholas diventa medico personale di Amin. Stenterà a rendersi conto di quello che gli sta accadendo intorno.


Ecco un film che personalmente mi ha disturbato inizialmente, segno evidente che ha assolto in pieno il suo compito. Tratto dall'omonimo romanzo di Giles Foden, il film ci mostra un classico europeo ingenuo fino ad essere disturbante nella sua pochezza (Nicholas), alle prese con uno spietato dittatore, che secondo le stime ha ucciso tra le 300mila e le 500mila persone, ed è sospettato addirittura di essere stato un cannibale. Figura che affascinava chiunque incontrava, Amin è interpretato con grande intensità da Forest Whitaker, un'intensità che gli è valsa l'Oscar, anche se credo tutto sommato questa non sia la sua migliore interpretazione di sempre.

Buona la regia di McDonald, anche se niente di eccezionale, ottima la fotografia anche se un po' troppo da cartolina in alcuni momenti, il film vola nell'ultima parte, dove diventa cattivissimo e violento, mettendo in luce l'assurda ingenuità del "dottorino", condita da un'assoluta ignoranza su cos'è davvero l'Africa (una "malattia" tutta occidentale, questa la cosa che mi ha realmente disturbato).


Un ottimo Whitaker, un discreto cast, una splendida Kerry Washington, una direzione sufficiente, un'ultima parte roboante, un film che va promosso soprattutto per la valenza conoscitiva, per la presa di coscienza generale che ci deve essere verso l'Africa intera.

svolta brit-pop


Mi si chiede di parlare di più di musica. Avete ragione. Non è che abbia smesso di ascoltare musica, anzi. Quello che succede è che, mi sembra, non ci sono più i dischi "completi" come una volta. Mi scoccia dire queste cose da "dinosauro", è un po' come quando sento me stesso dire cose che mi diceva mio padre quando ero giovane.


Un po' per scherzo, un po' sul serio, tempo fa l'amico Marcello mi disse che stavo avendo una preoccupante svolta brit-pop, forse perchè dissi di apprezzare gli Arctic Monkeys e subito dopo andai in fissa con The Kooks. Io non credo sia così, visto che continuo ad esempio la mia crociata a favore dei Mastodon contro il mondo intero che li snobba e addirittura arriva a dire che fanno cagare. Mi piace ascoltare un po' di tutto, anche Michael Bolton, come sa bene l'amico Filippo. Quello che c'è è che è difficile incontrare album davvero belli dall'inizio alla fine. In questi ultimi giorni sto ascoltando molto Amy Winehouse, sia il primo Frank che il secondo, appena uscito, Back To Black. Mi piace l'R'n'B' quando non è smaccatamente pop. Dopo diversi ascolti mi sono accorto che Amy mi ricorda moltissimo Erykah Badu, ma è molto più "sboccata" nei testi. Poi, è uscito il nuovo di Joss Stone. Come quasi tutti ricorderanno, esordì bambina, a 16 anni; adesso ne ha 20, e canta ancora, canta come Janis Joplin che ha ingoiato Aretha Franklin, o forse il contrario. Certo, è più musica da sottofondo, rispetto a quella dei Converge, musica senza compromessi, che pretende la tua attenzione, e una parte del tuo corpo ma soprattutto della tua anima.

Però c'è questo pezzo, che si chiama Arms Of My Baby nel suo nuovo Introducing Joss Stone che è impossibile ascoltare distrattamente. Il ritmo sincopato del ritornello, che riprende quello dell'introduzione, ti sbatte direttamente negli anni '60 ed ha il sapore dei telefilm polizieschi con i detective neri. La strofa è un po' più debole, devo ammetterlo. Ma quegli urletti nel ritornello sono davvero deliziosi.


Lo ammetto, non ho ascoltato il nuovo Neon Bible degli osannatissimi Arcade Fire perchè, come i lettori più attenti sapranno, mi fanno vomitare. Il loro Funeral secondo il mio modestissimo parere era di una bruttezza allucinante, e continuo a non capire tutto questo hype su di loro. Ma ho invece ascoltato con grande piacere Il vuoto di Franco Battiato e l'ho trovato come sempre delizioso. Ho provato ad ascoltare un paio di dischi dei Low, il penultimo The Great Destroyer e l'ultimo Drums And Guns e li ho trovati di una pallosità estrema, soprattutto quello nuovo. E' stato disco del mese su alcune riviste specializzate. Ecco. E io avevo voglia di volare il cd dal finestrino. Pensate come sono messo.


Per tornare al discorso delle canzoni e dei dischi per così dire "incompleti", ho comprato (si, avete letto bene) Randagi, il disco nuovo dei Malfunk; molti di voi conosceranno la teoria, mia, secondo la quale sono una band fortemente sottovalutata dalla critica nostrana, probabilmente per una sorta di antipatia dei cosiddetti giornalisti verso Marco Cocci, cantante della band (ve lo ricorderete tutti attore in Ovosodo, nella parte del figlio del padrone della fabbrica) e gran figo. Il disco si fa ascoltare, ma non ha niente di veramente sconvolgente; almeno 8 canzoni su 11 sembrano uscite dalla sala prove dei Pearl Jam, le altre 3 da quella dei Queens Of The Stone Age. Ma c'è questa canzone, Niente da nascondere, che non mi stancherei mai di ascoltare. Sa di QOTSA, e in alcuni passaggi, soprattutto in uno, quando Marco canta offendersi saltando di nota in nota con un mezzo falsetto, ti fa provare piacere, un piacere intenso. Quello della musica rock, appunto.


E poi. L'amarcord si impossessa di me in maniere strane. Quando l'altra sera ho scritto la recensione del film Falling, ho fatto 3 secondi di brainstorming per trovare un titolo al post, e mi è uscito quel titolo di quella canzone di questa band chiamata Death Angel. Sono, pare, ancora in attività; ma quando uscirono nel 1987, nonostante il fenomeno del thrash metal si stesse affievolendo mentre quello del grunge stava uscendo prepotentemente allo scoperto, furono un fulmine a ciel sereno. Giovanissimi, tutti mezzi sangue americani, tutti parenti tra di loro, con dei cognomi buffissimi, tecnicamente mostruosi, suonavano come dei forsennati. Due dischi come fuoco di mitragliatrice, The Ultra-Violence e Frolic Through The Park, che mi piacquero una cifra, in crescendo, e poi nel 1990, il capolavoro: Act III. Un disco che mi è rimasto nel cuore, e che non ne uscirà mai più.


Lo so, sono un inguaribile romantico, e mi ripeto spesso.



Nella foto: Joss Stone, da www.joss-stone-pictures.com/

saturday night at the garden

Giardini di Mirò + Bob Corn, 17/2/2007, Firenze, Auditorium Flog

Comincia Bob Corn, ed è come se non accadesse niente. Le sue canzoni, o quelle di altri, scorrono via senza sussulti. Chitarra e voce, un bel barbone ma niente di scolpito nel marmo. Ballate soffici e spesso sussurrate, vagamente folk.

Soliti orari scandalosi, aggravati dal fatto che sia sabato sera, ed ecco i Giardini. Non li conosco molto, e sono incuriosito dalla prova live. Su disco spesso soporiferi, ma quando attaccano subito con l'opener, anche del disco nuovo, Dividing Opinions, capisco l'amico che mi disse di esserci arrivato passando dai Mogwai. Tutta la musica dove il cantato è solo un sottofondo, una sorta di strumento aggiunto ma non fondamentale, quella dove spesso le chitarre non sono le padrone della scena ma formano il tappeto sonoro portante, porta qui, nei giardini del pittore.

Certo, la presenza scenica non è il loro punto di forza, e il solo Reverberi si sbatte come un matto alla chitarra e alla voce, ma questo in fondo è un po', e chissà perchè, l'attitudine di questo tipo di band che fa questo tipo di musica. Ma il concerto scorre via abbastanza piacevolmente, nonostante una certa uniformità nei temi, risollevata in parte dalla partecipazione di un amico tedesco della band agli ultimi pezzi, dove l'amico prende la chitarra di Reverberi e lui va al rullante aggiunto a supportare le percussioni. Anche lo scambio chitarra-basso lascia, tutto sommato, immutata la sostanza.

Non eccezionali, ma bravi e soprattutto coraggiosi nella scelta, ostica per l'Italia. Forse ci vuole, però, un cambio di marcia.

20070310

per l'angolo della poesia

Una bella sorpresa oggi nella posta. Un caro, carissimo amico, come regalo di compleanno, anche se in ritardo, mi ha scritto una poesia. L'amico in questione, per chi segue questo blog e conosce un po' le nostre storie, era il cantante de Lenostrescimmie, la band nella quale ho militato per alcuni, bellissimi anni. Io mi sono commosso, perchè ci sono tante "citazioni" personalissime, ma magari anche voi potrete apprezzarla. Grazie Filo.

Quasi d’amore

Sappi che vado contro la mia pigrizia
Sappi che ero sulla soglia a fumare e non ho saputo dire di no
Sappi che puoi chiamarlo un regalo a basso prezzo
Sappi che nel bidè ci sputo ancora ogni santa mattina (ma me ne fotto di chi vince…fumo molto meno!)
Sappi che sono al brivido voltandomi e molto attento guardando avanti
Sappi che dal ponte ci piscio ancora
Sappi che Tom Waits l’abbiamo visto
Sappi che vomito parole mentre basterebbe dire ti voglio bene
Sappi che mi é venuta sete
Sappi che ho brindato con te sotto un cielo salvato da poche stelle…..ma buone
Sappi che mi fa incazzare la gente che non va oltre la tua corazza, perchè non sa che quando c’é tanto da ascoltare si impara ad ascoltare
Sappi che chiudo gli occhi osservando la mia famiglia e sono felice
Sappi che Cave é stato il secondo ascolto di Noah (infinitamente grazie)
Sappi che non mi piacciono i “TRANSI”
Sappi che mi manca un colpo di rullante, una pennata, una buona scimmia
Sappi che auguro a mio figlio di averti come amico
Sappi che il Sorpasso é per molti ma non per tutti (anche il viaggio!)
Sappi che lotteró sempre perchè l’emozione viva accanto a me
Sappi che anche il lavoro permette lacrime sane
Sappi che i Marlene mi piacciono ancora di più grazie al tuo condividere
Sappi che erano o sembravano veramente tante le parole da regalarti ma probabilmente la pigrizia le ha intrappolate sulla soglia

Di ascolto, di vino
Di cuore Filina

il bagno delle fate sacre di fronte alla finestra


Saturno contro - di Ferzan Ozpetek 2007


Giudizio sintetico: si può perdere


Lorenzo e Davide, coppia gay felicemente convivente, Antonio e Angelica sono sposati da anni e sono arrivati al momento dell'inerzia di coppia, Nival è la confidente di tutti ed è sposata con Roberto, Roberta è la pazza del gruppo, Sergio è un anziano gay divertente ma un po' malinconico. Una cerchia di amici consolidata, un po' ristretta, dove ogni tanto viene lasciato entrare qualcuno (Paolo), dove ci si dà forza insieme, si passano le serate in belle case con buon cibo e chiacchiere alte e basse. Lorenzo ha un malore, che lo lascia in coma, e il gruppo si ritrova costantemente al suo capezzale, mentre si apre la crisi tra Antonio e Angelica grazie al tradimento conclamato di lui.


Ozpetek è bravo, non si può negare. Ha una regia morbida, elegante, ogni tanto delle buone trovate, si rifà a vecchi classici, dirige bene gli attori ed ha la tendenza al dramma (ma l'intensità, ad esempio, della Bobulova in Cuore sacro è lontana), ma vede sempre una luce in fondo al tunnel. Riesce sempre a dipingere alcune scene che possono rimanere, ed anche in questo film ce ne sono. E' calato nella realtà italiana, tanto è vero che ognuno di noi può riconoscere come suo, il modo del regista di intendere l'amicizia.

Nonostante tutto ciò, questo Saturno contro ha il sapore del già visto, sembra un po' una summa di tutti i suoi film precedenti, almeno nei contenuti e nei temi affrontati.

E, sinceramente, questo suo insistere sulle problematiche di una certa classe sociale, sempre di una certa città, ha un po' rotto le scatole.


Questo, a mio parere, il grosso difetto di questo film, seppur piacevole. Piuttosto ben delineati i personaggi (a parte qualche eccezione), ottimi i personaggi marginali ma non troppo, dell'infermiera (straordinaria Milena Vukotic) e della matrigna di Lorenzo (divertentissima Lunetta Savino), un po' stereotipato il cast, così come, del resto, i personaggi che interpretano, sorprende la buona prova di Ambra Angiolini, ma giganteggia, e ormai è una costante, Perfrancesco Favino. Degni di nota i richiami attualissimi sull'eutanasia e sulle unioni di fatto.


Però, tutto sa di minestra riscaldata, nonostante le rinomate capacità culinarie dei personaggi di Ozpetek. E' l'ora di rinnovare un po' il guardaroba.

fate questo....


In memoria di me - di Saverio Costanzo 2007


Giudizio sintetico: film ermetico e simbolista. Da vedere.


Andrea è un trentenne che ha tutto, ma ha capito che questo tutto non ha valore. Cerca qualcosa di più profondo, e per questo entra in un convento dove i novizi si avviano al sacerdozio. Lontani dalla realtà di tutti i giorni, messi a confronto col silenzio, la meditazione, la parola di Dio, ma anche sorvegliati, con il tempo scandito sempre in maniera identica, invitati alla delazione davanti a comportamenti che escano dalla norma da parte degli altri novizi, Andrea si confronta con le diffidenze di alcuni "colleghi", che vedono nella sua sicurezza una corazza, ma anche con i profondi dubbi di alcuni, tra loro, che sembrano proprio i più validi. La sua fede trema.


Ha ragione chi mette Costanzo nel ventaglio di giovani registi italiani che stanno dando vita ad una nuova generazione di cineasti davvero validi. Dopo l'intenso Private, sua opera prima già notevole, Costanzo pare cambiare completamente registro, almeno dal punto di vista estetico, rispetto alla telecamera a mano e al digitale sgranato, affidandosi questa volta alla suggestione delle inquadrature fisse, ai campi lunghi nonostante gli ambienti siano quasi sempre interni (e ciò gli è permesso dagli ampi spazi del convento), alla ricerca quasi ossessiva delle simmetrie (e in questo ci rammenta il Sorrentino de L'amico di famiglia, altro cineasta di diritto nel "ventaglio" poc'anzi citato), all'uso molto bello delle ombre, spesso preferite alle luci in questo suo nuovo lavoro.

I contenuti, invece, sono sempre molto alti, e in questi tempi di ingerenza ecclesiastica sulla vita laica, sempre attuali. Evidentemente, qui si va oltre, c'è il tentativo di andare verso la radice del pensiero dell'uomo, del suo rapporto con il senso della vita, e per questo il film di Costanzo è un lavoro impegnativo, dai dialoghi rarefatti (e resi leggermente difficili da comprendere da un suono in presa diretta che lascia alquanto a desiderare) ma densi di filosofia e di temi inesorabilmente profondi.

Niente è lasciato al caso, e anche se in alcuni momenti risulta decisamente ostico, impregnato di simbolismi, rarefatto, il film è decisamente interessante. L'uso della musica, contrapposta ai silenzi e, giocoforza, ai piccoli rumori che scandiscono ogni movimento nell'ambiente ampio, è particolare e a volte paradossale, così come le "interferenze" esterne.


Per finire, la direzione del cast è impeccabile; molti attori provenienti dal teatro, Baliani, Russo Alesi, l'ottimo Filippo Timi (visto ultimamente in Onde), che in questo film somiglia vagamente all'immenso Volonté, un'intensità straordinaria, aiutata dalla voce veramente notevole, André Hennicke (visto ne La rosa bianca), e il protagonista Christo Jivkov (alle spalle The Passion di Gibson e Il mestiere delle armi di Olmi), perfetto nella parte del protagonista squassato dal dubbio ma apparentemente di ghiaccio.

Impressionante l'incipit, una specie di "intervista" al protagonista sui suoi motivi dell'ingresso nella comunità. Da notare, ma forse è solo una mia fantasiosa supposizione, che i primi minuti di dialoghi sono tra Jivkov e Hennicke in un italiano corretto ma ovviamente pronunciato approssimativamente, quasi in risposta all'ormai dimenticata, ma sempre curiosa, esclusione di Private dalla corsa agli Oscar come candidato italiano, perchè non girato in italiano.


Ci sono tutti gli elementi per un film difficile ma importante, e per una carriera che ci potrebbe regalare ancora grandi cose.

a guide


Guida per riconoscere i tuoi santi - di Dito Montiel 2007


Giudizio sintetico: da vedere assolutamente!


Dito è uno scrittore, e scrive di sé. Vive a Los Angeles, e quando legge le sue cose si palesa la sua inquietezza. Infatti, un messaggio nella sua segreteria telefonica, lasciatogli dalla madre, lo avvisa che il padre sta poco bene, e che lei ha bisogno di lui per convincerlo ad andare in ospedale. La madre non crede servirà a qualcosa, evidentemente i rapporti tra Dito e il padre non sono buoni. E invece Dito prende un aereo e torna ad Astoria, Queens, attraversando il paese. Mentre compie questo viaggio, lo spettatore insieme a lui, compiono un viaggio a ritroso nella sua vita, tornando a quella caldissima estate del 1986, durante la quale la vita di Dito cambiò per sempre.


La mia prima reazione all'uscita dal cinema è stata di dirlo a tutti: questo è il film dell'anno. Ma siamo solamente in marzo. Nonostante questo, è difficile credere che questa pellicola sia un debutto, data la maestria che dimostra il regista. La storia, che potete trovare su ogni rivista e in rete, è che Robert Downey Jr, che nel film interpreta Dito da grande, è rimasto affascinato da un reading di Montiel, convincendolo a trasporre le sue storie sul grande schermo. Sting e la moglie, Trudie Styler, hanno prodotto il tutto.


Il film ricorda molto Bronx di De Niro, col quale tra l'altro condivide Chazz Palminteri, qui molto invecchiato (alla fine del film è un trucco, nelle scene che si riferiscono al 1986 non ne sarei tanto sicuro), ma si discosta dalle atmosfere che facevano ovvio riferimento a Leone e a Scorsese, risultando molto ritmato, evidenziando un tocco moderno e vagamente sperimentale, con alcuni espedienti interessanti (il sonoro "disassato" dalle immagini, le sovraimpressioni dei dialoghi, per esempio), che contribuiscono a rendere l'idea di straniamento che vive il protagonista, gettato nel frullatore dei ricordi a forza. Il montaggio è a metà tra il flashback classico e quello cronologicamente disordinato (vedi Iñárritu), ma qui non siamo di fronte ad un esercizio di stile, almeno questa è la sensazione che si ha, bensì alle emozioni e ai ricordi del protagonista (e, quindi, del regista). La storia non ha, in sé, niente di originale, ma proprio per questo lo spettatore può sentirla un po' sua. Il tocco c'è, ed è al tempo stesso delicato e spietato, le emozioni tangibili e profonde, seppur semplici e banali (e, per questo, come detto prima, di tutti), la galleria di personaggi degna di nota (indimenticabile il dog-sitter gay e tossico).


Interpretazioni super, tutti i giovani sono formidabili, e poi Palminteri, Dianne Wiest meravigliosa, Rosario Dawson e Downey Jr, che hanno un minutaggio ridotto, nonostante quel che si possa pensare, straordinariamente intensi. Ti ritrovi a pensare che nessun altro avrebbe potuto interpretare quella parte. Colonna sonora nostalgica e favolosa, la macchina da presa dominata alla grande, l'atmosfera quasi magica. Uno di quei film difficili da descrivere a parole, di quelli dove fai fatica a far capire cosa li differenzia dagli altri, ma che senti l'urgenza di consigliare e, magari, tornare a vedere.


Un piccolo capolavoro, che potrebbe diventare un cult.
PS rimanete fino alla fine, mi raccomando.

20070309

good news

http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/esteri/nicosia-muro/nicosia-muro/nicosia-muro.html

Sono contento. Anche se, paradossalmente, l'unica volta che sono stato a Nicosia, non ho avuto tempo di vederlo, questo muro. Però è proprio una bella notizia.

profumo

Il tuo profumo
è nell'aria che respiro
nell'abitacolo della mia auto
negli umori della pineta dopo la pioggia

Il tuo profumo
è nello scirocco che viene dall'Africa
nel calore tenue delle mattine d'estate
nell'asfalto che ribolle a mezzogiorno

Il tuo profumo
è con me
e mi accompagna
quando te ne vai
lontano

Il tuo profumo
non si cattura in un ampolla
è un'idea

Il profumo
di te
è mio
e di nessun altro

20070307

I'm sorry


E' impossibile non vederlo, ed è brutto ammetterlo, ma il calcio è palesemente diventanto lo specchio della realtà. E' la dimostrazione della brutalità dei tempi che viviamo, di un mondo dove vince la prepotenza, dove tutto è ormai sul filo della follia collettiva. Continuando di questo passo, anche il più innamorato si stancherà.

false amicizie


Diario di uno scandalo - di Richard Eyre 2007


Giudizio sintetico: si può perdere


Inghilterra contemporanea; in una scuola di un quartiere modesto, c'è una nuova insegnante. E' giovane, bella, radical chic. E' Sheba Hart, ed in poco tempo diventa oggetto del desiderio di uomini, donne e studenti, come annota minuziosamente nei suoi diari Barbara Covett, anziana ed esperta insegnante, ormai disillusa dalla carriera nell'istruzione, dalle amicizie, dalla vita amorosa.

Dopo essersi dimostrata scostante, Barbara si intenerisce di fronte alla novizia, e sembra così nascere un'amicizia. I binari sui quali questa scorre sono molto distanti e differenti; tutto però pare filare liscio finché Barbara non scopre che Sheba ha una storia con uno dei suoi studenti minorenni. Qui inizia il dramma.


Ricordiamo Eyre per il piacevole Stage Beauty, ma ritrovandolo alle prese con una specie di psico-dramma molto pruriginoso, addirittura plurinominato agli Oscar, ci spiazza un po' all'inizio, dopo di che si capisce che il genere non fa proprio per lui.

Nonostante un ottimo cast, Judi Dench e Cate Blanchett su tutti ovviamente, è proprio la regia, unita ad una storia tutto sommato plausibile da quanto è scontata (quante notizie di questo genere abbiamo sentito negli ultimi anni?), densa di paranoie da solitudine ed ingenuità da middle-class frustrata, a rendere il film pressoché inutile.


Nonostante le fitte problematiche insite in una relazione con un minore, accompagnata dal contrappasso dell'amore lesbico (due ingredienti potenzialmente esplosivi), la pellicola risulta alquanto piatta e, a lungo andare, appesantita dalla voce fuori campo del personaggio di Barbara.


E' un peccato sprecare così due grandi attrici, ma, in fondo, cosa non si fa per campare.

20070306

in guerra sai si è quello che siamo...


Lettere da Iwo Jima - di Clint Eastwood 2007


Giudizio sintetico: da vedere.


La battaglia di Iwo Jima, nel 1945, fu uno dei fondamentali passaggi della Seconda Guerra Mondiale nello scacchiere del Pacifico. Ultimo avamposto giapponese prima della nazione vera e propria, strategicamente agognata dall'esercito statunitense per poter sferrare l'ultimo e decisivo attacco al paese del Sol Levante, con l'esercito giapponese ormai allo stremo, si rivelò invece una battaglia dura e ostica per gli USA. Merito, oltre che alla particolare concezione della filosofia guerresca da parte dei giapponesi, del generale nipponico Kuribayashi, uomo raffinato e stratega moderno, legato agli States anche da un periodo di apprendimento bellico. Sono sue, soprattutto, le lettere in questione, ritrovate diversi anni dopo quasi intatte.

Non solo. Altri due protagonisti importanti, agli antipodi come estrazione e classe sociale, il fornaio Saigo e il Barone Nishi, cavallerizzo olimpionico alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932.

La preparazione, l'attesa dell'attacco, la strenua resistenza delle truppe giapponesi sull'isola, vista molto più dal lato umano che da quello bellico.


Con una sorta di par condicio cinematografica, Eastwood, a pochi mesi da Flag Of Our Fathers, racconta la stessa battaglia dal punto di vista dello sconfitto, e lo fa dipingendo il popolo giapponese quasi migliore del suo, in una sorta di mea culpa, è proprio il caso di dirlo, post-atomico. Ispirato dal libro Lettere illustrate di un comandante in capo, dove lo storico Yoshido Tsuyoko editava le vere lettere di Kuribayashi, scritto da Iris Yamashita con l'aiuto del noto Paul Haggis (oscar per Crash come regista, ma già sceneggiatore sopraffino sempre per Eastwood in Million Dollar Baby), Eastwood si ispira al Malick de La sottile linea rossa, e riesce a mettere in scena un film come sa fare lui, con questo respiro epico che disegna figure umane piene di debolezze ma degne di un enorme rispetto, rimanendo certo meno filosofeggiante rispetto a Malick, ma anche più dinamico, seppur si combatta proprio poco in questo film.


Le linee guida del film, che dura oltre due ore ma che non risulta pesante, proprio perchè riesce ad affascinare lo spettatore con personaggi di profilo alto e profondamente commoventi, senza essere per questo retorici, sono le lettere dei giapponesi (ma, curiosamente, la lettera che toccherà maggiormente il cuore, non solo degli spettatori, è di uno statunitense, letta dal Barone Nishi al termine di una delle scene chiave della seconda parte, e poco prima di un'altra altrettanto riuscita), l'integrità e la profonda umanità del generale Kuribayashi, unita ad una spiccata modernità anche bellica, il messaggio più umano che pacifista che Eastwood contrappone alla guerra, l'intrecciarsi ellittico delle storie del generale e del soldato Saigo, unite a tutta un'altra serie di sottotrame meno approfondite, ma non per questo meno interessanti, una fotografia particolare e bellissima, prosciugata dai colori ma con alcune determinanti eccezioni.


Tutto molto bello, ampi movimenti di macchina, l'alternarsi dei flashback che ci illustrano il background dei protagonisti, il contrasto tra le scene di quiete e quelle di guerra, il commento sonoro mai invasivo, la scelta della lingua originale con i sottotitoli (quindi predominanza del giapponese con alcune frasi ovviamente in inglese), la notevole prova del monumentale Ken Watanabe, già molto apprezzato ne L'ultimo Samurai, qui alle prese col personaggio fulcro, il generale Kuribayashi, ne fanno un ottimo film, come già detto, epico, e allo stesso tempo fortemente critico verso la guerra senza essere militante.


Nonostante la sua grandezza continui a crescere, sembra quasi di toccare con mano l'umiltà di Clint Eastwood, che si misura, per mezzo del cinema, sempre con temi importanti, scegliendo l'approccio giusto.