No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20130731

come un orologio

...Like Clockwork - Queens of the Stone Age (2013)

Nonostante tutto il rispetto che porto a Joshua Homme (per aver fatto parte dei Kyuss, principalmente), e nonostante, guardando indietro, i dischi dei Queens of the Stone Age (da qui in poi, QOTSA), mi siano piaciuti abbastanza, fin dall'inizio senz'altro, perché mi sentivo orfano e quella strana commistione di energia e decadenza mi faceva un bell'effetto (anche cose tipo Rosignano - Lido di Jesolo in quattro ore con una Punto, pur di vederli suonare alle sei del pomeriggio sotto il solleone estivo in mezzo alla polvere), e in definitiva, pure dopo, perché sperimentavano sempre e comunque, ultimamente non ero mai troppo eccitato ad una loro nuova uscita. E anche stavolta, i primi ascolti di ...Like Clockwork mi avevano fatto gridare al rammollimento.
Invece, come sempre più spesso mi capita ultimamente, torno sui miei passi (che gran pezzo quello di Celentano), e quasi quasi mi accodo al coro della critica che ritiene con buone probabilità, quest'ultimo disco il loro migliore. Senza ombra di dubbio, se non il migliore, decisamente un disco valido, non facilmente catalogabile, fresco nonostante sia il loro sesto e a dispetto del sottile velo decadente (e con questo secondo uso, ho esaurito il bonus) che da sempre vena i loro lavori e la voce di Homme, decisamente non virtuosa ma sempre più adatta all'uso. Spiazza, con tempi quasi sempre rallentati, arrangiamenti ruvidi ma ricercati, suoni personali che ricercano un marchio unico. Da pezzi che mescolano Black Keys e soul bianco (Smooth Sailing) a blues robustissimi, punteggiati da un drumming potente e, al tempo stesso, nientemeno che dal pianoforte di Sir Elton John, introdotto da una sequela di pezzi uno più bello dell'altro, uno più diverso dall'altro [Keep Your Eyes Peeled, tutta ribassata e piena di echi, I Sat by the Ocean, incredibilmente allegra e spensierata, perfino ballabile, The Vampyre of Time and Memory, una ballatona dove sintetizzatori e chitarre giocano a ping pong, e dove Homme scende su toni bassi da crooner, che quasi lo sbaglio con l'amicone Lanegan, che appare qua e là su altri pezzi, If I Had a Tail, un pezzo che definirei classico, come piace ad Homme, robot rock (per la ripetizione dei riff), con una grandissima apertura melodica centrale], fino ad arrivare al primo singolo estratto, My God Is the Sun, buono, ma non il mio pezzo preferito, e insomma, dopo altre cose sempre interessanti (non dimentichiamoci l'ottima I Appear Missing), si conclude con un pezzo favoloso, soffuso e direi strappamutande, proprio quello che dà il titolo all'album. Partecipazioni varie, divertitevi a leggerle qui.

20130730

gioielli

Greatest Hits - Jewel (2013)

Vi parlai di Jewel Kilcher quasi un anno fa, recensendo un suo disco del 2010, il nono per l'esattezza. L'avevo "persa di vista", avendo amato moltissimo la sua musica fino alla colossale delusione di 0304, il suo disco pop del 2003. Dopo 10 dischi, e a 18 anni di distanza dal suo indimenticabile, delicatissimo debutto Pieces of You (1995), la non più ragazza nata nello Utah ma cresciuta in Alaska, con un nonno svizzero che le ha trasmesso la tecnica dello yodel, lontana cugina dell'attrice Q'orianka Kilcher (The New World, Sons of Anarchy), si lascia andare al lusso di un Greatest Hits
I pezzi sono, scelta quantomeno curiosa, posti in ordine cronologico. Difficile fare di meglio, volendo mettere in questa raccolta almeno un pezzo da ognuno dei suoi dischi (è escluso il disco del 2011, The Merry Goes 'Round, secondo disco per bambini dopo Lullaby, del 2009, che è però presente con la cover di Somewhere Over the Rainbow, dignitosa ma non particolarmente emozionante). Se, al contrario, si fosse voluto fare una scelta onesta, da fan, si sarebbe escluso anche l'unico, imbarazzante pezzo estratto da 0304, Intuition. Ma, si sa, non è così che vanno le cose.
Ve lo segnalo, nel caso che qualcuno si fosse rotto le scatole di sentirmela rammentare, seppur debba ammettere che non lo faccio così spesso come in passato. I primi quattro pezzi sono meravigliosi (Who Will Save Your Soul, You Were Meant for Me, Foolish Games dal debutto, il già citato Pieces of You, e Hands, bellissimo pezzo da Spirit), ma la capacità di indovinare melodie non ha mai lasciato la biondina; si riconosce il percorso artistico, proprio per la cronologicità della scaletta, e si intuisce la flessione decisiva, il fondo toccato col già citato 0304. Jewel, partita con un country-folk quasi intimista, ha ibridato col pop il suo stile, fino ad esagerare, tornando poi sui suoi passi e adeguandosi, come dice correttamente S.T.Erlewine su AllMusic, ai parametri del contemporary country. Satisfied, il singolone che vi segnalai parlandovi di Sweet and Wild, ne è la dimostrazione palese ma anche sontuosa. La sua estensione vocale, la sua padronanza, le sue capacità, rimangono indiscutibili: ascoltare Break Me per capire di cosa sto parlando.
In chiusura, un inedito trascurabile, Two Hearts Breaking, preceduto però da due chicche, che impreziosiscono leggermente il disco anche per chi conosce alla perfezione Jewel: due pezzi dal debutto, già presenti anche sullo stesso Greatest Hits, ma ri-registrati ed eseguiti con special guest. Il primo è You Were Meant for Me con le Pistol Annies, che però non va al di là di una sorta di sfilata di vocalizzi femminili. Il secondo, invece, è Foolish Games, che complice la gran voce di Kelly Clarkson e un nuovo arrangiamento, non invasivo, non esagerato, solamente migliore e più moderno, rende il pezzo il migliore del disco.

20130729

very calm

Molto calmo - Neffa (2013)

Come ricorderete senz'altro, sono uno di quelli che ha sempre avuto il massimo rispetto per Neffa, che amo chiamare Giovanni Pellino da Scafati (perché si chiama così e perché viene da lì, anche se non si percepisce nell'accento), sia per quello che ha fatto prima del 2001, sia per quello che ha fatto dopo. Il 2001 è infatti una sorta di spartiacque per Neffa: in quell'anno uscì Arrivi e partenze, l'album della svolta, dopo 107 elementi del 1998 (e anche dopo l'EP Chicopisco del 1999), il primo di musica leggera e non più di hip hop, quello de La mia signorina, per intenderci. Quel disco fu uno shock anche per me, ma mi piacque. Ci furono poi I molteplici mondi di Giovanni, il cantante Neffa (Prima di andare via), nel 2003, Alla fine della notte nel 2006, e Sognando contromano nel 2009. Neffa continua a cambiare, e questo è un bene; ma, con tutto il rispetto e il bene che gli voglio, tutti i suoi dischi solisti qua sopra elencati, contengono bei pezzi, ma mai abbastanza. Anche questa volta, Molto calmo è un disco che, dopo qualche ascolto, risulta pure piacevole, leggero, ma mai e dico mai graffiante. La title-track Dove sei sono due pezzi che risultano buoni, ma il resto è piuttosto deludente. Fa molto riflettere il fatto che la ghost track, posta ovviamente alla fine dell'album, dopo Sopra le nuvole, sia un fulminante pezzo rap melodico (con tanto di piano), dal titolo L'anima, e che risulti probabilmente il miglior pezzo del disco. Presente su youtube in molte versioni, leggere i commenti potrebbe far riflettere persino Neffa.
Personalmente credo che Giovanni, a questo punto, dovrebbe mettersi a lavorare parecchio per il prossimo disco, inglobare tutte le sue influenze alla massima potenza, e sfornare 10/12 pezzi dal tiro micidiale, che racchiudano appunto la "sua" musica a 360 gradi. Solo così si torna grandi. Altrimenti, si rimane nella media.

20130728

paramour

Paramore - Paramore (2013)

Era piuttosto prevedibile che i Paramore sarebbero cambiati, dopo l'uscita dei fratelli Farro (Josh, chitarra, Zac, batteria; entrambi membri fondatori). E, a giudicare dalle comparsate di Hayley Williams, la rossa cantante anch'essa fondatrice della band, era piuttosto intuibile quale sarebbe stata, più o meno, la direzione che avrebbero preso, anche per me che non sono tra quelli che li seguono assiduamente o che mi documento su ogni movimento faccia Hayley. Ma, devo dire, che dopo un'iniziale rigetto del disco nuovo in questione, ci sono tornato sopra a più riprese e a distanze varie; e se vogliamo essere veramente obiettivi, tra le pieghe di questo album eponimo c'è qualcosa di più che una semplice svolta pop.
Per mettere le cose davvero in chiaro, e so benissimo che l'argomento non interesserà alla stragrande maggioranza dei lettori di fassbinder, la band formatasi a Franklin, Tennessee, non è mai stata oltranzista, metal, e nemmeno hard rock: è stata usata, per loro, l'etichetta emo-pop, e trovo che, almeno fino al disco precedente, tale etichetta calzasse a pennello. Qua c'è sicuramente un alleggerimento ulteriore del marchio di fabbrica di una band che, lo ripeto, ha un target adolescenziale, ma è un alleggerimento che è molto simile ad una ricerca. Molte più tastiere (Daydreaming), vari intermezzi acustici (Moving On, con un ukulele, credo, Holiday, I'm Not Angry Anymore, forse con un banjo, comunque episodi "simpatici"), elettronica più nell'impostazione che nella sostanza (Fast In My Car, Grow Up, Still Into You, dannatamente bambinesca, dannatamente catchy, e con un titolo che ad un tenerone come me fa sciogliere immediatamente, Proof). Rimangono i pezzi che potremmo definire "alla vecchia maniera", sia quelli più tirati (Now, Part II, con un apertura melodica di quelle che mi piacciono tanto tanto, Anklebiters), sia le ballad o le mezze ballad [Be Alone, (One of Those) Crazy Girls, e qui c'è da dire che Hayley dà il meglio di sé, Hate To See Your Heart Break, naturalmente la mia preferita, Last Hope], e poi, e poi, c'è un piccolo capolavoro, che vale la pena di ascoltare davvero anche se non li sopportate (basterebbero alcuni tagli di capelli di Hayley, e alcune sue mise, per non essere sopportati): Ain't It Fun. Probabilmente il primo esempio di emo-funky-gospel. Quando l'ho sentita per la prima volta non ci credevo.
Insomma, magari non ve li filate per niente, ma questo è il disco che segna il passaggio da wannabe a qualcosa d'altro. E sto parlando di stadi pieni.

20130727

da qualche parte nel cerchio

Somewhere In the Circle / En algun lugar del circulo - Helker (2013)

Tempo fa, l'amico Monty mi segnalò questa band argentina, e siccome non la conoscevo mi rose un po', visto che mi proclamo esperto di quella parte di mondo. Ma posi prontamente rimedio, seppure adesso debba ammettere che risulta un po' difficoltoso reperire informazioni su di loro. La band viene da Buenos Aires, ed è al suo quarto lavoro; la particolarità è che di questo ne esistono due versioni, una cantata in lingua inglese e una cantata in castigliano. Un lavoro non indifferente, dieci pezzi identici musicalmente ma tradotti nel testo. Nella versione inglese c'è un pezzo in più (Wake Up), che è la traduzione inglese di Despertar, pezzo presente nel disco precedente degli Helker (A.D.N., del 2010).
Detto questo, ve li inquadro: gli Helker, quintetto "classico" (Leo Aristu e Mariano Rios alle chitarre, Christian Abarca al basso, Hernán Coronel alla batteria e Diego Valdez alla voce), fanno heavy metal. Ma proprio di quello super classico. E siccome lo dico sempre ma non imparo mai, ecco a chi somigliano: ai Queensryche. Solo che questa cosa passa leggermente in secondo piano. Vi chiederete come mai. E' presto detto: Diego Valdez, a livello vocale, è un clone di Ronnie James Dio. Perfino quando canta in castigliano. E' una roba impressionante, a tratti sconvolgente. Ho letto una recensione su un sito metal che descriveva un esagerazione, ma che non era lontana dalla verità: ci sono dei momenti in cui, ascoltando gli Helker, ci si dimentica che sono la band argentina, da tanto la voce di Valdez somiglia a quelle del compianto RJ.
Ora, a me non è successo, e con questo non voglio dire che sono migliore. Però è vero che mi hanno fatto esattamente questa impressione: i Queensryche con RJ Dio alla voce, un disco (due) che poteva tranquillamente essere uscito 20 anni fa, solamente con un suono leggermente modernizzato. Sicuramente, l'effetto è straniante. Nonostante non mi piacciano operazioni nostalgiche e roba simile, sarà perché i ragazzi sono argentini, sarà che mi hanno preso alla sprovvista, il disco (i dischi) mi è piaciuto. Pezzi tirati alternati a ballad composte e suonate come Dio (ahahaha) comanda, speed metal misto a power, impasti vocali melodici corroborati da tappeti robustissimi e cazzuti, insomma, tutto l'armamentario metal quadrato e compatto, massiccio e incazzato. Se avete voglia di una rimpatriata, ecco quello che fa per voi.

20130726

più

Meir - Kvelertak (2013)

Dunque, prima di tutto ringrazierei Kurt Ballou (produttore, chitarrista dei Converge) e John Dyer Baizley (autore della copertina, chitarrista dei Baroness), negli stessi incarichi rispetto al debutto della band di Stavanger, Norvegia.
Detto questo, il secondo disco dei Kvelertak secondo me è bellissimo. E, purtroppo, mi accorgo, rileggendo la stringatissima recensione del primo lavoro eponimo, di aver usato tutti o quasi i riferimenti che mi potevo giocare anche qua, perché, seppur non essendo per niente un clone, Meir prosegue sul cammino indicato appunto da Kvelertak. Potrei aggiungere anche gli AC/DC (la strofa di Kvelertak) ai già citati Hellacopters, Kiss, Napalm Death e Black Sabbath, e potrei aggiungere che, se vogliamo proprio trovarci un difetto, il disco è in alcuni tratti troppo omogeneo, nel senso che ci sono alcuni pezzi che si somigliano tra di loro.
Però, dico, non è cosa di tutti i giorni imbattersi in un disco che è sicuramente rock, vagamente heavy metal, con un suono rock and roll, con una potenza e un'attitudine praticamente a cavallo tra il death metal e l'hardcore, ma una ricerca melodica, sia nelle linee vocali (per quanto "brutali" e selvagge), sia negli assoli di chitarra, quasi A.O.R.
E so benissimo che ormai non dovremmo più stupirci di niente, anche nella musica, perché è già stato fatto tutto, e quindi esistono giocoforza menti capaci di amalgamare, fondere, miscelare suoni, cose, influenze, sapori, sensazioni provenienti dalle stesse sette note e dallo stesso ambito "pesante" della musica stessa, eppure ogni volta che metto su cose come queste, ogni volta che ascolto canzoni come Spring Fra Livet, Bruanne Brenn, Tordenbrak, Undertro, è come un'epifania. E rendo grazie al sestetto che scende dal nord Europa per condividere la loro ruvidità unica, del loro pseudo-rock dopato da tutte le influenze migliori.

 

20130725

A Clash of Kings

Il regno dei lupi/La regina dei draghi (Libro secondo delle cronache del Ghiaccio e del Fuoco) - George R. R. Martin (2001)

Nei Sette Regni di Westeros infuria una guerra civile totale. Joffrey Baratheon, in realtà figlio dell'incesto tra la regina Cersei, moglie del defunto Robert Baratheon, e suo fratello Jaime Lannister, regna a King's Landing (Approdo del Re) dopo aver giustiziato Ned Stark. In realtà, è Cersei che funge da reggente, ma la bella regina si rende conto di non avere più alcun ascendente sul figlio, sempre più crudele e totalmente insensibile verso le persone che lo circondano e soprattutto verso il popolino. 
Alla Roccia del Drago, Stannis Baratheon, il fratello del defunto re più anziano in vita, e quindi legittimo erede al trono, subisce l'influenza di Melisandre, una sacerdotessa proveniente da Asshai delle Ombre, di là dal Mare Stretto, che converte alla religione monoteista del Signore della Luce prima Selyse, la moglie di Stannis, poi Stannis stesso, e lo convince a scendere in guerra per conquistare il Trono di Spade, che è suo di diritto, nonostante il suo esercito sia numericamente inferiore agli altri. Stannis invia corvi messaggeri in tutti i Sette Regni, diffondendo la notizia dell'incesto "reale" a supporto della sua pretesa al trono; ser Davos Seaworth, ex contrabbandiere elevato al rango di cavaliere da Stannis stesso, suo consigliere fidato, è però contrario all'influenza di Melisandre, e tenta di riportare Stannis alla ragione, pur assecondandolo nella sua pretesa al trono.
Ma si proclama re anche Renly Baratheon, il più giovane fratello del defunto Robert, fresco sposo di Margaery Tyrell e quindi alla testa di uno sterminato esercito. L'esatto opposto di Stannis, Renly è benvoluto dal popolo anche se legittimamente la sua pretesa al trono è ingiusta. Il suo matrimonio con Margaery è completamente di facciata, in quanto Renly ama, ricambiato, il di lei fratello Loras, uno dei cavalieri più giovani e più quotati dei Sette Regni.
E' nel Nord, però, che la guerra ha già visto pagine importanti. Robb Stark, il maggiore dei figli di Ned, sceso inizialmente in campo con il suo esercito ed i suoi numerosi alleati per vendicare il padre e per riavere indietro le sorelle Sansa (promessa sposa di re Joffrey) ed Arya (in realtà in fuga verso il Nord), credute dagli Stark ostaggi del Lannister a King's Landing, supportato dai suoi alleati si proclama adesso re del Nord. Dopo aver vinto battaglie, catturato Jaime Lannister, subisce un impasse: non può marciare oltre, ha bisogno di navi per attaccare King's Landing, oppure di alleanze più grandi. Invia quindi condizioni di pace a Cersei e Theon Greyjoy a Pyke, casa sua, per proporre un'alleanza al di lui padre Balon, possessore di una grande flotta.
Mentre a King's Landing, Tyrion il nano assume l'incarico di Primo Cavaliere su ordine del padre Tywin, irritando Joffrey, Cersei, ma facendo giuste "pulizie" di uomini, alleandosi correttamente e preparandosi alla battaglia che verrà, che sia contro Renly o contro Stannis, oltre la Barriera Jon Snow, insieme al lord comandante Jeor Mormont e ai ranger tutti, parte per una spedizione che al tempo stesso cerca la squadra di suo zio Benjen Stark, dispersa da tempo, e cerca di individuare i movimenti dei bruti, che pare si stiano preparando ad un'invasione oltre la Barriera, comandati da Mance Rayder.
Al di là del Mare Stretto, invece, Daenerys Targaryen guida il suo ormai decimato khalasar alla ricerca di stabilità e alleati per formare un esercito, attraversare il mare, e tornare a Westeros con tutte le carte in regola per riconquistare il trono; i tre draghi crescono.
Su tutto, veglia una strana cometa rossa, alla quale ogni personaggio assegna un significato diverso.

Si potrebbe perfino dire che dopo le prime oltre 800 pagine di preparazione barra introduzione, col libro secondo si comincia a fare davvero sul serio, sul continente di Westeros e oltre. Martin, con uno stile ampiamente descrittivo che però non risparmia violenza e sesso, dopo aver creato un universo simil-medievale con regole facilmente intuibili, comincia a riempirlo e a dare un senso al mistero (di Pulcinella) che guidava la discesa di Ned Stark da Winterfell (Grande Inverno) a King's Landing: è proprio quel mistero, che adesso mistero non è più, che diventa casus belli. Scoppiata la guerra, mi verrebbe da dire come si dice dalle mie parti, "anche alle puci ni viene la tosse" (anche alle pulci viene la tosse), ossia tutti cominciano a protestare e a reclamare qualcosa. Ed ecco che in breve, ci ritroviamo con cinque persone che reclamano l'Iron Throne, il Trono di Spade, il governo dei Sette Regni.
Stessa struttura con prologo (stavolta affidato al maestro Cressen di Roccia del Drago) e capitoli con narrazione in terza persona di vari personaggi Point Of View; i personaggi POV da otto (libro primo) diventano nove. Esce, per ovvi motivi, Ned Stark, entrano Theon Greyjoy e ser Davos Seaworth, in modo da seguire in maniera pressoché totale l'azione su tutta la geografia del mondo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. La saga quindi prosegue spedita, il lettore è totalmente coinvolto, e davvero non si riesce a smettere.

Come richiesto, affrontiamo, come dire, a posteriori, il confronto tra il libro e la serie. Il libro di cui stiamo parlando è messo in scena dalla seconda stagione di Game of Thrones. Ora, come sapete sono un fan della prima ora della serie, e sono divenuto lettore dopo. Dopo aver letto il libro primo mi sono rivisto la prima stagione, e quindi, in una spirale sempre più "distruttiva", dopo aver terminato questo libro mi sono rivisto la stagione "abbinata" (aggiungo che ho cominciato a leggere il libro terzo e di pari passo ho ricominciato a riguardarmi la terza stagione, completamente fuori di testa). Se la prima stagione televisiva mi era parsa molto fedele al libro primo, c'è da dire che con la seconda gli autori Benioff e Weiss cominciano a prendersi ampie libertà. A loro parziale "discolpa" bisogna ammettere che alla fine la storia combacia a grandi linee; mettersi qui ad elencare le differenze potrebbe diventare imbarazzante, ma cerchiamo di sottolineare le cose che mi sono parse più importanti. Tutti gli elementi "aggiunti" servono per dare naturalmente un tocco televisivo (e spesso pruriginoso) alla serie. La storyline totalmente assente nel libro è quella della storia d'amore tra Robb e lady Talisa, che serve evidentemente per introdurre la classica love story, mentre nella serie (almeno nella seconda stagione), a differenza del libro, sono totalmente assenti i personaggi di Jojen e Meera Reed, e davvero non si capisce perché (ma chissà, magari avevano terminato il budget per il cast); Ros, la prostituta preferita da Theon che parte per King's Landing e lì diventa protagonista a fianco di lord Baelish, è un'altra storyline inventata per la serie tv, che serve a mostrare la performer di Burlesque Esmé Bianco; l'omosessualità di Renly e la sua storia con ser Loras, nel libro sussurrata, nella serie è palese, e tra l'altro è di dominio pubblico, al contrario di quanto (non) accade sulle pagine; manca nella serie la buffa joint venture tra Sansa e Dontos, evidentemente considerata di poco appeal, mentre molte semplificazioni vengono fatte su alcune storyline minori, ma non meno importanti. Stannis non promette a Davos che lo farà Primo Cavaliere nel libro, Davos porta in battaglia un solo figlio nella serie, Shae non va al servizio di Sansa nel libro, Baelish nel libro scompare per un po' mentre nella serie lo rivediamo all'accampamento di Renly giocare un ruolo quasi chiave, Arya ad Harrenhall nel libro non viene presa a servizio da Tywin (e nella serie rivediamo Baelish anche qui, mentre nel libro non perviene), in tv la battaglia di Winterfell viene semplificata in più punti così come la fuga di Osha, Hodor, Bran e Rickon, come vengono di molto semplificate, sempre nella serie tv, la storia tra Arya e Jaqen, tutta la permanenza di Dany a Qarth, l'evasione di Jaime, il ritrovamento del pugnale di ossidiana oltre la Barriera (che in realtà nel libro viene ritrovato da Jon, e non da Sam e i suoi), e tutta la battaglia di Blackwater, sia nella strategia di preparazione, sia nell'esecuzione. Ma, con il buonsenso, si comprende che ci siano da rispettare tempi e soprattutto, si debbano sfruttare al meglio (e far apparire a volte più spesso di quanto la storia consentirebbe loro) gli attori protagonisti. C'è da sottolineare, infine, che ad esempio, i maltrattamenti di Joffrey alle prostitute nell'episodio 2x04 Garden of Bones, non pervenuti nel libro, sono indice che le scene di nudo, violenza e sesso (spesso insieme), sono volentieri inserite forzatamente nella serie tv. Il casting a volte combacia con i personaggi dipinti dal libro, a volte non proprio. Tanto vi dovevo.

20130724

ultravioletto

Ultraviolet - Kylesa (2013)

Poco da fare, i Kylesa ci piacciono. E non soltanto perché il loro nome ricorda da vicino l'appellativo dothraki che sta per "moglie del khal" (khaleesi). Scherzi a parte, anche questo sesto disco del quartetto (ufficialmente, almeno su questo disco: Laura Pleasants, voce, chitarra e basso; Philip Cope, voce, chitarra, basso, tastiere, theremin, percussioni; Carl McGinley, batteria e percussioni; Eric Hernandez, basso, batteria, chitarra) di Savannah, Georgia, è un po' come una scommessa: non sai praticamente mai cosa aspettarti, che cosa accadrà di lì a poco. Se ne volete un esempio, cominciate l'ascolto dal centro, da Steady Breakdown, una solenne marcia metal che si trasforma prima in un'espansione psichedelica con arpeggio infinito, per poi tornare "a casa", quasi a concludere un percorso circolare (si, come i film che ci piacciono, o come alcune stagioni delle serie di Sorkin). Una band capace di infilare in uno stesso disco cose come Low Tide, una sorta di shoegaze metal, e al tempo stesso una roba come Vulture's Landing, Exhale o We're Taking This, cose che fanno sembrare i Mastodon una band di fighetti al confronto. Che, non sono sicuro, ma mi ricordano i primi Iron Maiden (che poi si trasformano per magia nei Melvins) quando fanno cominciare i pezzi con riff quali quello di Grounded, e i Pink Floyd ripieni di steroidi quando fanno cose come What Does It Take. Come vi dissi parlando del precedente Spiral Shadow, inoltre, in loro ci ritrovo sempre un pizzico dei Soundgarden più selvaggi, ad esempio nell'apertura di Quicksand. Il che fa sempre piacere. E' una sensazione difficile da descrivere, ma i Kylesa fanno dell'assenza di rifiniture, del suono quasi artatamente ruvido, una forza, un marchio di fabbrica: come descrivere altrimenti una gemma grezza quale quella posta in chiusura, che risponde al titolo di Drifting?

20130723

taci

Silence Yourself - Savages (2013)

Se volessi far loro un dispetto, le definirei le Interpol al femminile. Il dispetto dipenderebbe dal fatto che gli Interpol erano (sono? esistono ancora?) improponibili dal vivo, però i dischi erano piacevoli, spesso pure belli. Ma le Savages, quattro ragazze messesi insieme a Londra, Jehnny Beth alla voce (vero nome Camille Berthomier, è francese), Gemma Thompson alla chitarra, Ayse Hassan al basso, Fay Milton alla batteria, non hanno ancora avuto il tempo di farsi prendere in antipatia per la loro eventuale apatia (anzi, per adesso le notizie sui loro live sono positive): il loro debutto, del quale stiamo parlando, è uscito nello scorso maggio. Ed è uno dei debutti più acclamati quest'anno.
In effetti, fatte tutte le dovute premesse, e cioè che non c'è un briciolo di originalità nella loro musica, Silence Yourself è un bel sentire. Siamo decisamente dalle parti, ma l'avrete già capito col discorso degli Interpol, del revival new wave, anche se in molti le catalogano come post-punk revival, e c'è da dire che, in effetti, c'è molto di PJ Harvey quanto di Siouxsie dentro le linee vocali di Jehnny. L'approccio vocale è aggressivo ma melodico, e sa quando accarezzare. Le linee di basso di Ayse sono belle rotonde e piene (decisamente la cosa che mi piace di più del disco), la chitarra di Gemma usa il noise per armonizzare, e distribuisce quasi in egual misura pennate metal distorte ma poco compresse, così come arpeggi con flanger decisamente dark, e il tutto risulta funzionale al mood del momento e del pezzo. La batteria di Fay svolge la sua funzione con diligenza, se devo essere pignolo l'ho sentita "zoppicare" su alcuni passaggi del finale di I Am Here (proprio lì dove Jehnny sembra davvero PJ Harvey), ma sono davvero sottigliezze trascurabili.
I pezzi suonano omogenei stilisticamente, ma sono ognuno diverso dall'altro (e ci mancherebbe, siamo al debutto), ed ognuno affascinante a suo modo. She Will sembra un po' troppo Love Will Tear Us Apart (ma, del resto, chi non ama quel pezzo?), Dead Nature è un riempitivo noise di due minuti ma ci sta, però il trittico No Face, Hit Me, Husbands è carico d'energia, l'attacco di Shut Up è micidiale (anche se già sentito mille volte, ma l'abbiamo già detto), insomma, un bel manipolo di canzoni, e il gioiellino conclusivo di Marshal Dear (il ritornello dà il titolo all'album) che sa perfino di Nick Cave, non fa altro che lasciarci il fiato sospeso: a questo punto, dipende da loro. Se sapranno evolversi, spiccare il volo divenendo personali e staccandosi dall'etichetta revival, potranno andare lontano.
Un ringraziamento ad Ale che me le ha segnalate.

20130722

zanzara

Mosquito - Yeah Yeah Yeahs (2013)

Insomma, mi dispiace proprio dirlo, ma a me il quarto disco degli YYYs non è piaciuto granché, e ripensando agli episodi precedenti, mi tocca dire che sono in parabola discendente. Ed è pure una cosa che risulta difficile da descrivere, perché anche in Mosquito, il fatto che sappiano scrivere, interpretare ed arrangiare pezzi semplici e diretti, è innegabile: l'apertura di Sacrilege, a questo proposito, è più che esplicativa. Un pezzo semplice, che parte lento e si sviluppa con un mid-tempo quasi discotecaro, con i soliti armonici di chitarra di Nick Zinner (che sono ormai divenuti il marchio di fabbrica YYYs oltre alla voce di Karen), e che immediatamente dopo il giro di boa del pezzo diventa un gospel dalle dimensioni epiche.
Poi, però, il disco si perde lungo il dispiegarsi degli altri pezzi, alla ricerca di una nuova Maps, sarò fissato ma, forse proprio per quel marchio di fabbrica che citavo prima, il terzetto formatosi nella Grande Mela mi è sempre sembrato inseguire la perfezione tecnica, stilistica ma soprattutto emozionale di quel pezzo, incastonato in un disco d'esordio con un'energia sicuramente maggiore dei successori. Il carisma di Karen O continua ad essere tangibile, esce dalle tracce e si fa praticamente palpabile, così come, mi ripeto, il talento di Zinner, ma c'è qualcosa di debole che, almeno personalmente, rende faticoso premere play quando termina Wedding Song, il pezzo che chiude, piuttosto stancamente, il disco.
Qualche sussulto con Slave e con Area 52, ma complessivamente Mosquito non mi pare un degno erede di quella bomba che era stato, a suo tempo, Fever To Tell. Magari sbaglio. Magari no.

20130721

camminare solo attraverso le uscite

Walk Through Exits Only - Philip H. Anselmo & The Illegals (2013)

Confesso che più di vent'anni fa, non colsi immediatamente l'importanza dei Pantera. E che ci posso fare. Niente. Piano piano poi mi piacquero, e naturalmente quando si è fatto pelato, Anselmo ha cominciato pure a rimanermi simpa.
Comunque, come che sia, dopo Pantera, Down (due band col suono di chitarra più bello e devastante nel giro metal), Superjoint Ritual, Viking Crown, Arson Anthem, Christ Inversion, Eibon, Necrophagia, Southern Isolation, un divorzio, un nuovo amore, un'overdose da eroina, una ricostruzione chirurgica lombare della schiena, un uragano (Katrina), la morte violenta del suo "collega" nei Pantera, Dimebag Darrell, un ranch, uno studio di registrazione, una vita "tranquilla" e un'etichetta discografica, ecco finalmente che Phil mette insieme altri tre amichetti (Marzi Montazeri alla chitarra, Bennett Bartley al basso, Jose Manuel Gonzales alla batteria), e proprio in questi giorni esordisce con il suo progetto solista.
Che, prima di tutto, diciamolo e rendiamogli giustizia, è il disco perfetto per azzerare gli schiamazzi dei bambini e le chiacchiere gossippare delle comari quando state spaparanzati a prendere il sole in questa strana estate: ve lo sparate a volume indecente nelle vostre cuffie, e siete a posto. Controindicazioni: è probabile che, al momento di alzarvi di scatto, complice il caldo, avrete poi dei giramenti di testa.
Perché se la violenza che cercate è musical-sonora, Walk Through Exits Only è il disco del momento. C'è tutto il background del ragazzone di New Orleans, Pantera of course, metal alla Judas Priest meets Black Flag e l'hardcore estremo, svisate più alla Slayer che alla Sepultura, e il rantolo si, ma pur sempre perfettamente organizzato e funzionale di Philip Hansen Anselmo che nel microfono urla la sua continua voglia di uscire dagli schemi e dalle regole imposte. E s'impegna a fondo nel mettere in piedi qualcosa di nuovo, seppur dentro le coordinate tra le quali si è sempre aggirato, perché in ben due degli otto testi si scaglia contro il plagio imperante nella musica, intendendo così spronare i musicisti tutti a cercare nuove strade (l'iniziale Music Media Is My Whore e la canzone che dà il titolo al disco, Walk Through Exits Only). Un velo di psichedelia elettronico-industriale serpeggia sul fondo del disco, quasi a lasciare intravedere la direzione futura. Staremo a vedere.
Concludo con una frase tratta da una recente intervista di Anselmo sull'ultimo numero di Rumore, che mi ha particolarmente colpito: "Perché se possedere un cellulare, vestirsi bene o poter andare a bere il caffé americano più famoso nel mondo in una via dietro il Cremlino vuol dire libertà, allora io non so cosa sia la libertà".
Più Phil per tutti.

20130720

tredici

13 - Black Sabbath (2013)

Bisogna togliersi questo dente, come si dice. Ero partito per recensire immediatamente questa cosa che, non ci crederete, ma è arrivata all'improvviso. Non sono più tra quelli che amano quello che personalmente definisco il gossip musicale, e quindi si, avevo sentito più volte notizie sulla reunion della line-up originale, tour con concerti perennemente annullati (sempre con la formazione dei primi album), ma ingenuamente, non mi aspettavo avessero il coraggio di far uscire un disco nuovo, dopo tutti questi anni, queste traiettorie soliste, reality show, cambi di formazione, morti di ex membri, insomma, 13 è arrivato e come un bambino sorpreso da un regalo per la promozione quando i tuoi genitori continuano a ripeterti che andare a scuola ed essere promosso è soltanto il tuo lavoro.
Poi, il lavoro, il caldo, la pigrizia, le serie tv mi hanno travolto, e il pensiero di scriverci sopra è passato in cavalleria. Diversi eventi scatenanti mi "costringono" a farlo, alla fine: l'amico Ale che incrocio alla porta dello stabilimento e mi prega di scrivere di musica, che di film e tv non se ne può più; l'amico Leo che domanda il mio parere, perché lui ed io siamo stati reciprocamente i primi due ad amare i Sabbath, tra le nostre conoscenze; l'esaurimento di "scorte" cinematografiche o seriali da recensire; ed infine, il rinnovo dell'abbonamento a Rumore, che recensisce questo disco dandogli un'insufficienza e trattando l'oggetto e la band quasi con disprezzo, da vecchi rincoglioniti.
Ecco, semplicemente non sono d'accordo. Certo, se non fosse l'album della reunion, che poi in realtà diciamocelo, manca Bill Ward alla batteria, e c'è nientemeno che Brad Wilk (ex Rage Against the Machine e Audioslave), molte altre testate non avrebbero osannato il disco, e probabilmente anche noi fan non saremmo stati così eccitati. Però mica sono d'accordo sul fatto che, se fosse un disco di una band sconosciuta, l'avremmo liquidato come spazzatura. No, no davvero.
Ecco, siccome tra l'altro i Sabbath, assieme forse ai Led Zep, sono tra i pochi gruppi che possono permettersi di essere autocelebrativi, secondo me 13 funziona molto bene. Per assurdo, il punto debole è la voce di Ozzy; e non solo perché è probabilmente completamente re-inventata in studio (da più parti si sostiene che ormai dal vivo non ne ha proprio più), ma soprattutto perché, vuoi perché c'è Rubin, quel volpone di Rick, a produrre, vuoi perché negli anni delle vacche grasse della carriera solista, Ozzy si è spogliato dei panni monocordi ma assolutamente evocativi della voce diabolica e ipnotica, per indossare una versione più comoda, catchy, mainstream e commerciale di se stesso. E qui, su 13, complice appunto la pesante manipolazione del mixer, sfoggia una via di mezzo, che a volte riesce a raggiungere la sufficienza, a volte no. Ma, per quanto riguarda la parte musicale, diamine, sarò regredito, sarò nostalgico, sarò invecchiato, sarà che mi mancavano, secondo me è pressoché inappuntabile. Qualsiasi riff suoni Tony Iommi, anche se somiglia a qualcosa che lui ha già inventato, mi lascia sempre a bocca aperta. E non solo, perché ad esempio, il solo finale di God is Dead? a me fa proprio venire la pelle d'oca (così come i giri di basso sotto); devo ammettere che lo stile di Iommi mi causa spesso fenomeni simili, e la patologia non cessa certo con la sua prestazione su 13. Lo stile di Geezer Butler, forse me lo ricordavo male, ma pare addirittura maturato. Wilk, che chi mi conosce sa cosa ne penso, si limita a fare il turnista, picchiando come si deve fare. Poi, francamente, che Zeitgest sia la versione pop di Planet Caravan, o che la stessa God is Dead? scopiazzi War Pigs, a me importa davvero poco, anzi, mi fa anche un po' piacere. Sorprendente trovare un pezzo come Age of Reason, che con quelle tastiere ricorda molto più i Sabbath dell'era-Dio (Ronnie James, pace all'anima sua), che quelli precedenti.
Insomma, evito di dirvi che probabilmente le bonus track (tre nella versione iTunes, quattro in quella Deluxe, le stesse più Naiveté in Black, un corto circuito di citazioni) sono le più immediate, ma al tempo stesso quelle che incarnano la versione più mainstream e ruffiana dell'Ozzytudine, ma quel che mi preme dire (ripetere) per concludere è che ben venga l'autocitazione, quando a farla sono (tre quarti dei) i Black Sabbath originali, e mai dimenticati. Dal vivo saranno un naufragio, ma in studio possono ancora insegnare a stare al mondo, musicalmente parlando.

20130719

padroni di noi stessi

Our Own Masters - Valient Thorr (2013)

Avevo dei ricordi, devo confessare, non precisi del quintetto di burloni (tanto per dire, ecco la formazione: Valient Himself voce, Eidan Thorr chitarre, Dr. Professor Nitewolf Strangees basso, Sadat Thorr chitarre, Lucian Thorr percussioni, membri precedenti Donn, Jinn, Bjorn, Odinn e Voiden Thorr) di Chapel Hill, North Carolina. Me li ricordavo ultra-selvaggi soprattutto live, e più selvaggi in studio col precedente disco, che io pensavo essere Stranger del 2010, ma che poi ho scoperto invece non esserlo, perché nel 2012 uscì Beast With A Billion Eyes. Invece, rileggendo quel che di loro ho scritto nel passato, devo ammettere che confermo tutto, a parte il "ma dopo tre pezzi stufano", che può essere concepito solo perché, aspettando un live dei Dillinger Escape Plan, tutto è ammesso.
Ascoltando questo Our Own Masters, che si candida tra l'altro per la peggior copertina dell'anno (ma se date un'occhiata alle altre, capirete che hanno tutto fuorché il buon gusto), si (ri)capisce tutto di nuovo: heavy metal, hard rock, blues, NWOBHM, birra, droghe, Iron Maiden (passaggi vari di Master Collider, Manipulation), Motorhead (Crowd Pleaser), perfino un gusto A.O.R. per le melodie, ovviamente soffritte in salsa speed-hard rock (No Strings Attached) ma anche no (Torn Apart, pezzo me-ra-vi-glio-so), e via discorrendo. Inoltre, ascoltandolo attentamente, si capisce che tutti e cinque hanno una tecnica davvero non indifferente, e soprattutto i passaggi di chitarra sono da "tanto di cappello" (Cerberus, semplicemente alla Van Halen). Selvaggi si, ma non incompetenti, e paradossalmente ricercati: ascoltare per esempio l'opener Immaculate Consumption, quattro minuti ma con una struttura complessa e succulenta, che non rimane isolata. Un disco che diverte, gasa, non annoia, e che, scendendo in profondità, appaga perfino il musicista che bada soprattutto alla parte squisitamente tecnica.

20130718

novocaina

Novocaine - di David Atkins (2001)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

La vita di Frank Sangster è il trionfo della mediocrità di successo. Dentista pieno di clienti in una cittadina di provincia statunitense dimenticata da chiunque, prospera, ha soldi, una bella casa e una fidanzata, Jean Noble, che è anche la sua assistente, servizievole, sexy, innamoratissima. Non gli manca proprio niente, e lui è soddisfatto così, se non fosse per suo fratello Harlan, alcolizzato, mezzo drogato, senza lavoro, attaccabrighe, perditempo, rompicoglioni, e pure invaghito di Jean. Ma il sangue è il sangue, e Frank mica lo può cacciare di casa, quando per l'ennesima volta, Harlan irrompe letteralmente a casa appunto di Frank, allestendo il solito casino. A dire il vero, però, Frank, in maniera anche piuttosto strana per lui, è particolarmente distratto da una nuova cliente, Susan Ivey, presentatasi (anche lei) all'improvviso allo studio per un'urgenza, e chiedendogli dell'ibuprofene. Nonostante i modi ed il suo essere quantomai distante da Jean, Frank è da subito irresistibilmente attratto da Susan. Non riesce neppure ad immaginare quanto cambierà la sua vita di lì a poco...

Qualche tempo fa, leggerne su Montecristo è stata la spinta definitiva per recuperare questo film che mi ha incuriosito fin dalla sua uscita, ma che in un modo o nell'altro non ero mai riuscito a vedere. Purtroppo non vi dirò nulla di nuovo, perché come sempre o quasi accade, sono d'accordo con chi ne ha scritto prima di me (vedi sopra). Novocaine è un film strano, atipico ma nemmeno troppo, diretto in maniera istintiva e dinamica ma, forse, fotografato troppo asetticamente, da David Atkins, sceneggiatore di Arizona Dream e poi praticamente finito lì, perché di lui si son perse le tracce. Un cast da leccarsi i baffi accende una sorta di girandola tragicomica che non annoia mai; non memorabile, ma sicuramente non da buttare.
Steve Martin (Frank), Laura Dern (Jean), Helena Bonham Carter (Susan), Elias Koteas (Harlan), e pure Scott Caan (Duane).

20130717

500

Cinquecentomila visualizzazioni di fassbinder. Un risultato insperato otto anni fa. Un risultato strEordinErio. Grazie a tutti.

editoriAle flash

Avevate mai dubitato sul fatto che la nomina della ministra Cécile Kyenge avrebbe causato una crisi (o più di una, e magari pure la caduta del governo, questo governo che è in carica da 80 giorni e che, se non sbaglio, non ha fatto granché)? Era abbastanza prevedibile. In Italia, è sempre troppo facile fare previsioni. Le verità sono due: è vero, come dicono in molti, che il ministero della Kyenge è un dicastero inutile, e sicuramente è vero che è stata messa lì come un feticcio; però è pure verissimo che è stata utile a far vedere che l'Italia, in molti suoi anfratti, è ancora un paese dannatamente razzista. Anche questo, però, lo sapevamo già.
Ora, come saprete, sono tra quegli italiani per cui andrebbe a pennello la vecchia rubrica di Giorgio Bocca su L'Espresso, "L'antitaliano". Questa mattina un servizio del radio giornale di Radio24 faceva, secondo me correttamente, notare che in Spagna è in corso uno scandalo fondi neri, che coinvolge il PP, partito di centro-destra al governo. L'erba del vicino sarà sempre più verde, ma il fatto è che:
1) il premier Rajoy, del PP, anche lui tra gli indagati, esprime massima fiducia nel lavoro della magistratura (anziché gridare al complotto);
2) il quotidiano El País (di centro-sinistra, paragonabile a Repubblica, lo conosco bene, ero abbonato) e il quotidiano El Mundo (centro-destra, non saprei a cosa paragonarlo perché non l'ho mai letto seriamente), fanno a gara a chi pubblica più scoop sulla vicenda.
Vi sembra che, nonostante qui in Italia i mezzi di informazione facciano a gara per convincerci che in Spagna son messi peggio di noi, ci siano diversità in meglio o in peggio?
Potrei aggiungere anche che lunedì scorso, la stessa Spagna si è scusata con la Bolivia per aver negato (lo ricorderete senz'altro), alcune settimane fa, come altri paesi europei, lo spazio aereo al velivolo del Presidente Morales (perché si sospettava che a bordo ci fosse Edward Snowden). Ogni riferimento al caso Shalabayeva è voluto.
La cosa più brutta, in tutto questo, è che non riesco più a provare tristezza. Così come di fronte ad un vecchio amore ormai dimenticato, ad una ferita rimarginata e guarita del tutto, provo solo indifferenza.

20130716

fuochista

Stoker - di Park Chan-wook (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

In un luogo praticamente indefinibile, India Stoker, una giovane donna, di famiglia più che benestante, perde in un incidente il padre Richard, al quale è molto legata. Più che un padre, il suo migliore amico. India vive con la madre Evelyn in una splendida tenuta fuori città, una casa che pare fuori dal tempo con un enorme appezzamento di terreno che la circonda. Ottima studentessa ma molto taciturna e sicuramente riservata, India non ha un buon rapporto con la madre, una donna bella, algida, e decisamente instabile: la ragazza si trova molto meglio con la servitù. Nel giorno del funerale del padre, ecco apparire all'improvviso lo zio Charles, del quale ignorava completamente l'esistenza. Charles si installa in casa, quasi a prendere il posto del defunto padre; India è immediatamente diffidente, mentre la madre rimane subito affascinata dalla flemma del cognato, tanto da far intravedere quasi all'istante una possibile liason. Quasi nello stesso momento in cui lo zio Charles mette piede in casa, cominciano strane sparizioni. Dopo qualche giorno dal funerale, la signora McGarrick, direttrice della servitù, scompare senza lasciare traccia. La zia Gwendolyn, che si stupisce di trovare lì Charles e prova a suggerire che non sia il caso lui si trattenga troppo, lascia detto che rimarrà in città, ma non dà più sue notizie. E, nel frattempo, i rapporti tra Evelyn, Charles e India, si rovesciano poco a poco.

Oggetto decisamente affascinante questo Stoker, penalizzato da un'uscita infame (giugno 2013), primo film "internazionale" del regista sud coreano autore della "trilogia della vendetta" (Oldboy, Mr. Vendetta e Lady Vendetta), che sorprendentemente, anziché appoggiarsi ad una sua sceneggiatura (come suo solito), ne sceglie una dalla Hollywood black list del 2010 (la lista delle migliori 10 sceneggiature non prodotte). E pensate un po', l'autore è nientemeno che Wentworth Miller (che la scrive inizialmente sotto lo pseudonimo di Ted Foulke; ha scritto anche il prequel, Uncle Charlie), il Michael Scofield di Prison Break, che si è ispirato a Bram Stoker, per il cognome della famiglia protagonista, ma soprattutto a L'ombra del dubbio, film del 1943 di Hitchcock.
E c'è da dire che vedendolo, è difficile pensare ad un regista che poteva rendere miglior omaggio ad una storia che vola così alto. La mano di Park è eterea e, come sempre, violenta in maniera artistica, oserei dire poetica, e il cast si lascia plasmare magnificamente dal regista. Nicole Kidman (Evelyn), che inquieta sempre un po' nella sua magnifica plastificazione, è, alla fine, quella che risalta meno, ma solo perché sia Matthew Goode (Charles), e soprattutto la sempre più brava Mia Wasikowska (India; lasciatemi inorgoglire ogni volta, per aver "creduto" in lei sin dall'inizio), formano una coppia assolutamente perfetta per questo film; forse un po' troppo esercizio di stile, ma che stile. E poi, tanto per scrivere una riga in più, i film che iniziano con la fine ci piacciono sempre abbestia.

20130715

non guardare indietro

No Looking Back - di Edward Burns (1998)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

In questa sonnacchiosa, operaia (una blue-collar town), pure un po' rozza cittadina dello stato di New York, Claudia ha vissuto tutta la vita, oltre trent'anni. Aveva sogni, speranze, desideri, bellezza, voglia di vivere: qualcosa rimane, ma soprattutto serve ai tavoli di un locale che di certo non figura sulla guida Michelin. La vita è apprezzabile anche così: vive con Michael, che l'ama perdutamente, è gentile e dedicato. Sua madre non sta bene, seppure sia ancora relativamente giovane, e vive con la sorella Kelly. Il padre ha abbandonato la famiglia sei mesi prima, eppure Claudia non riesce ad odiarlo. E' chiaro che non è pienamente felice della sua vita. Quando Charlie, il suo vecchio amore, nonché uno dei migliori amici di Michael, torna improvvisamente in città, e comincia a ronzarle intorno a dispetto di quello che la logica vorrebbe, la tempra forte di Claudia comincia a tremare.

Il terzo film da regista dell'ormai mio amicone Edward Burns, dopo gli indimenticabili I fratelli McMullen e Il senso dell'amore, mi è parso una sorta di passo indietro, o, per essere meno cattivi, un passo falso sul sentiero che ha deciso di percorrere. Ancora, come tutti i suoi film, da lui scritti diretti ed interpretati, si parla di famiglia, di vite che non sono mai come le si immagina da giovanissimi, di provincia, di luoghi dove tutti si conoscono e che somigliano a volte più all'Europa che agli USA; ancora, nel cast ci sono attori e attrici che spesso collaborano con lui, o comunque facce riviste, mai in ruoli da grandi protagonisti (se si eccettua, stavolta, la presenza di Jon Bon Jovi nei panni di Michael, un personaggio che sicuramente possiamo dire è stato protagonista, ma non nel cinema; il bel Jon se la cava senza infamia e senza lode).
Ma stavolta non sono riuscito a trovare ogni lato positivo, ad empatizzare con i personaggi, a supportare Burns nel suo girovagare nella provincia americana raccontando storie di tutti i giorni, semplici delusioni e usuali momenti nella vita delle persone medie, ove ci si mette il cuore in pace. Un po' sfilacciato, un po' forzato, un finale comunque apprezzabile ma forse troppo "ragionevole", interpretazioni senza troppo trasporto. Manca un po' di personalità, alla fine.
Burns interpreta Charlie, Lauren Holly, ex moglie di Jim Carrey, qui probabilmente nel suo momento di massimo splendore, interpreta Claudia. Poi ci sono Jennifer Esposito (Teresa), Nick Sandow (Goldie), Connie Britton (Kelly), Blythe Danner (la madre di Claudia e Kelly), John Ventimiglia (doveste vedere questo film, ve lo dico io quello che state pensando mentre vedete questa faccia: si, è Artie Bucco dei Sopranos) nei panni di Tony il pizzaiolo.

20130714

Mamaia (Romania) - Aprile 2013 (3)

Insomma, alla fine non è che ci sia niente di particolarmente divertente, eccitante, intrigante da raccontare. Le tre giornate si sono susseguite senza sussulti particolari. La mattina mi svegliavo dopo aver dormito almeno 10 ore, se non 12, scendevo a fare colazione, uscivo per una passeggiata di un paio d'ore tanto per guardarmi attorno. Rientravo in albergo, mi riposavo un poco, pranzavo in albergo in modo molto leggero, mi sdraiavo a pelle di leone a prendere il sole, rientravo in camera, mi riposavo ancora, scendevo per la cena, facevo due chiacchiere, e via così. Quindi mi sono riposato, rilassato, abbronzato, ho mangiato benissimo tra l'altro, il decantato chef del ristorante dell'hotel non c'era ancora, vista la bassa stagione, ma devo dire che il vice mi ha sorpreso non poco, e il simpatico cameriere che parlava l'italiano mi ha sorpreso pure lui servendomi vini locali davvero interessanti. La mia innata indole di conversatore mi ha portato a parlare con tutti, o quasi. Ognuno ha qualcosa da dire. La receptionist carina era scioccata quanto me dopo aver visto Dupa delauri, il direttore mi ha detto che se fossi tornato, visto che mi ero interessato, potevo accompagnare il manager quando va a fare spesa nei mercati locali (ho suggerito loro di sottolineare questa loro politica di km zero sui rifornimenti alimentari sul loro sito), il manager ha concordato con me che il comunismo privava forse di un po' di libertà, ma c'era un po' meno di tutto, e nessuno che non riusciva ad arrivare alla fine del mese (discorso vecchio, lungo, ma alla fine lo sentirete fare da molti di quelli che vivevano sotto regimi comunisti, solo in Polonia ho trovato parecchia resistenza in proposito, e sarebbe interessante cercare di capire perché), mi ha spiegato che la Romania sta soffrendo di un tremendo giro di vite sulle tasse, sempre per riuscire a rientrare nei famosi parametri europei, che la benzina costa più o meno come in Italia ma uno stipendio medio lì è cinque volte inferiore, e che lui come tanti altri, l'auto è andato a comprarla in Bulgaria perché costa maledettamente meno, il cameriere mi ha fatto capire che anche loro si sentono molto affini a noi italiani, ci vedono come un punto d'arrivo, vogliono lavorare sodo e crescere, il barista si è augurato che riportassi indietro una buona impressione del loro amato Paese. Mi hanno invitato a tornare, a viaggiare lungo la loro nazione, mi hanno spiegato che c'è di tutto, dal mare alla montagna, dai piccoli villaggi medievali alla suggestione della Transilvania, dalla buona cucina ai buoni vini. Sono stati a mia disposizione per riportarmi all'aeroporto quando desideravo, mi hanno lasciato usare la camera fino nel pomeriggio del mio giorno di check out. Ho speso una cifra che tenderei a considerare quasi ridicola.
E poi, due ultimissime considerazioni sugli ultimi minuti in terra romena. Quando il manager mi ha accompagnato all'aeroporto, il Mihail Kogalniceanu, da vero parvenu, mi sono stupito del fatto che non ci fosse il tabellone arrivi/partenze: lui si è stupito a sua volta, e mi ha detto che il mio era l'unico volo della giornata. Dopo i controlli, dopo l'attesa, ecco l'imbarco. Se vi ricordate cosa ho detto all'imbarco a Pisa, alla partenza, ecco, qua tutto perfetto, tutti in fila uno dietro l'altro. Sarò anche anti-italiano, iper-critico verso il mio Paese natale, starò pure esagerando: ma nessuno mi toglie dalla testa che chi va in un altro paese a lavorare, si adegua alle usanze di quel paese, comportandosi come i suoi abitanti nativi. Magari sbaglio.
Un'altra veduta del mar Nero, con annesso spicchio di spiaggia: la foto è venuta decisamente peggio di quella pubblicata ieri, lo so.

20130713

Mamaia (Romania) - Aprile 2013 (2)

Fa caldo. Ho sonno. Si avvicina il fine settimana e voglio stare due giorni al mare. Non ho la testa di mettermi qui e scrivere una recensione su uno di questi tre film (Stoker, No Looking Back, Novocaine), o su un disco. Però voglio comunque provare a darvi un post al giorno, per cui che fare? Sul telefonino mi sono "rimaste" due foto della spiaggia di Mamaia, Romania, lato Mar Nero. E in effetti l'unica cosa che scrissi a suo tempo era in inglese. Quindi vi racconto qualche altra riflessione su quel, come vogliamo chiamarlo, viaggetto, fine settimana, city break come va di moda ora? Whatever, dopo un ciclico "letargo" viaggiatorio (dallo scorso agosto, Polonia), smaniavo di andarmene anche solo per poco, ed eccomi a sbirciare il sito di Ryanair con le destinazioni, partenza da Pisa, più convenienti. Trovo Kos e Constanza a un prezzo che pare uno schiaffo a Briatore (che, volevo dirvelo, ha le pantofole di Lord Varys), mi organizzo schivando ferie degli altri e impegni di lavoro, e prenoto tre notti qua e tre notti là, poi cerco l'albergo. Sulla destinazione rumena scelgo questa località che si chiama Mamaia, e che, da quello che intuisco, è un po' la "Marina di Constanza", un istmo di terra lungo alcuni chilometri, racchiuso tra il mar Nero e il lago Siutghiol. Una strada principale, che arriva appunto da Constanza, e, ai lati, senza soluzione di continuità, alberghi per tutti i gusti, una popolazione che in inverno praticamente scompare. Una roba strana, ma mi incuriosisce, e quindi vada per un albergo che mi ispiri altrettanta simpatia: di buon livello ma con poche stanze, e poco importa se si affaccia sul lago anziché sul mare.
Ora, le cose che mi girano in testa sono le seguenti: una vacanza in Romania, se non si è sposati con qualcuno che viene da lì, per un italiano probabilmente ha un solo significato. So che vi costa crederci, ma per me non lo ha. Altra cosa: non saremo razzisti, ma molti di noi italiani hanno molti preconcetti verso questo paese, per cui non penserebbero mai di passare anche solo 4 giorni di vacanza proprio lì. Come sapete invece io sono ostinatamente e forzatamente anticonformista, e la cosa mi attira. L'imbarco sembrerebbe dare ragione a chi ha dei preconcetti: la stragrande maggioranza dei passeggeri sono rumeni che lavorano in Italia e tornano a casa, e la stragrande maggioranza si accalca per accaparrarsi i primi posti, generando anche un po' di irritazione nel personale addetto all'imbarco; so già cosa penserebbe il leghista di turno, e mi riprometto di osservare attentamente come sarà l'imbarco di ritorno, giusto per motivi di ricerca antropologica. Le previsioni del tempo indicano quattro giorni di tempo splendido e caldo afoso, e quindi il volo è tutto da godere, passando sopra l'Adriatico, i Balcani, seguendo per un po' il corso del Danubio. L'aeroporto è, come dire, raccolto, mi attende quello che si presenta come il manager dell'hotel, e mi spiega che stanotte sono l'unico ospite: è ancora bassa stagione, ma già dalla prossima settimana, la festività del Primo Maggio farà da ponte con la Pasqua ortodossa, e se il tempo regge il litorale diventerà una bolgia infernale. Chiacchieriamo, senza esagerare, in inglese, e senza troppi imbarazzi affrontiamo, per modo di dire, il post-comunismo, occhieggiando alcuni palazzoni della periferia di Constanza di palese eredità di quel periodo. Neppure venti minuti e siamo all'hotel, è passata l'ora di cena ma se voglio posso, quindi ne approfitto. Il cameriere mi rivela immediatamente di conoscere un po' di italiano, di avere una sorella che vive in Sardegna, e si dimostra entusiasta di poter usare la lingua di Dante con qualcuno, si scusa troppe volte, ma sento che posso usare questa sua gentilezza per provare a capire qualcosa di questo Paese. La receptionist è carina, la mia stanza naturalmente non poteva essere altro che la numero 1, la camera è più che dignitosa, e mi godo un meritato riposo non prima di aver fatto pratica col telecomando, accorgendomi che con un minimo d'attenzione, un qualsiasi telegiornale rumeno si capisce benissimo. Qui apro un'altra parentesi. Me ne resi conto forse per la prima volta guardando questo film, con Massi e Sylwia, in rumeno con sottotitoli inglesi. La lingua romena ha moltissime assonanze con l'italiano. Il nome stesso di questa Nazione ci dice che il retaggio è in gran parte simile al nostro; se andate in Romania, potreste sentirvi stranamente a casa guardando volti che vi sembrano familiari. Ecco, per il momento solo questo vorrei dire, per cercare far capire che molti dei preconcetti che abbiamo nei confronti di queste genti e di questo Paese, sono in gran parte errati. Proseguiremo.
La spiaggia di Mamaia che guarda il mar Nero.

20130712

Lisbona e dintorni (Portogallo) - Luglio 2013 (5)

Lo hanno già detto in molti, forse in troppi: il viaggio, la sua essenza, spesso non è rappresentato da dove si va, ma come ci si arriva. O forse non lo ha detto nessuno, lo dico io. Quindi, anche se quattro giorni, di cui uno passato su aerei e in aeroporti, possono da qualcuno non essere considerati un viaggio, per me lo sono eccome. Quindi, per me è sempre molto bello anche l'andare via da un luogo, il tornare a casa, dove volente o nolente sono le mie radici.
Mi sveglio di buon ora, apprezzo la ricca colazione, scendo a sbirciare internet, saldo i conti che c'è ancora il turno di notte alla reception, risalgo in camera, metto le mie poche cose dentro lo zaino, leggo un poco, scendo di nuovo, segnalo alla tipa del turno del mattino appena entrata a lavoro che somiglia a Rebecca Hall, al che il suo collega prontamente va a cercarla su google immagini dicendo che beh, in effetti qualcosa c'è, attendo il bus per l'aeroporto.
Sono io e tre coppie di spagnoli, già ciarlieri e rumorosi; mi ricordo che più di un portoghese mi hanno in qualche modo fatto intendere di provare una certa insofferenza per i cugini iberici, per il semplicissimo motivo che con loro, si comportano un po' come i turisti di lingua inglese, incapaci anche solo di sforzarsi di parlare qualche parola della lingua del paese che li ospita. Lo spagnolo (castigliano) e il portoghese si somigliano, anch'io ho usato il castigliano per farmi capire, ma ho capito quasi subito che dovevo come scusarmi, chiedendo se potevo provare ad esprimermi con quella lingua, e magari metter dentro qualche abbozzo di portoghese, per non risultare antipatico. Come spesso dico, usando una perla di saggezza che mi rivelò una vecchia amica che lavora da sempre nel turismo, gli spagnoli sono spesso dei pain in the ass quando viaggiano, perché sono abituati a standard turistici piuttosto alti nel loro paese, e li esigono anche quando ne sono fuori. Ma quello delle lingue è sempre un viaggio nel viaggio, occorrono attenzione e impegno, e, convinzione personale che ripeto perennemente, cercare di imparare almeno un saluto e un ringraziamento nella lingua del paese che ti ospita.
Lisbona scorre sonnacchiosa dietro il finestrino, è domenica ed è presto; oltre ai segni di crisi e decadenza segnalati in precedenza, devo segnalare molti palazzi disabitati, con finestre murate, anche in luoghi piuttosto centrali. Non è un bell'effetto, e significativa, su uno di essi, una scritta che recitava pressappoco così: "alguém poderia viver aqui". Ripensandoci, anche qui un certo senso di rabbia conto la Germania/locomotiva d'Europa, che obbliga tutti a standard economici ma soprattutto di tasse elevate e di sacrifici sociali importanti, esiste ed è tangibile, così come ovviamente il malcontento diffuso verso una classe politica bugiarda e ladrona (un manifesto elettorale della sinistra recita "tudo o que foi roubado deve ser devolvido").
L'aeroporto è, come sempre, un mondo a parte, un ventre caldo che ti accoglie e ti coccola. Me la sono presa comoda, come piace a me, ho tempo di leggere, di avviarmi ai controlli con tutta calma, di cercare il gate di partenza, di mangiare qualcosa, di scambiare battute con una simpaticissima cameriera brasiliana che capisce al volo la mia italianità (e inciampa cercando di pronunciare la marca del caffé Segafredo), di provare quella sorta di gabbia che sono i "recinti" per fumatori negli aeroporti (a tutt'oggi sempre imbattute quelle dell'aeroporto di Nairobi), di imbarcarmi. Il volo verso Parigi non è completamente pieno, i panini Air France non male (quello al tonno dell'andata era pure meglio, ma non poteva mancare il formaggio). A differenza dell'andata, dove ho dovuto effettuare il trasferimento dal terminal 2G al 2F a tempo di record, riuscendo comunque a scambiare due parole con un piemontese che mi domandava (in francese) se il bus era quello giusto, dopo di che capivamo di essere entrambi italiani, e in due minuti ce la faceva pure a dirmi che stava andando a Cuba da un amico che vive là, e che era reduce da una delusione amorosa, adesso ho tutto il tempo di guardarmi intorno, passeggiare piacevolmente in questo immenso spazio tutto metallo e vetri (quanto mi piacciono), arrivare alla fermata dell'autobus (non senza sbagliare strada almeno una volta), sentirmi molto più rilassato vedendo altri passeggeri che vanno di fretta per coincidenze che scappano. Fa un certo effetto, sempre, spostarsi all'interno di una cosa che dovrebbe essere una struttura unica, ma che invece non lo è affatto, soprattutto a bordo di un bus, anche se per 5 minuti. Il terminal 2G, se capisco bene, è quello dei voli a corto raggio, Europa in generale, Italia ma anche Germania, nord Europa. Il francese scolastico, ripassato per motivi di lavoro qualche anno fa e tenuto in moto da corrispondenze sempre di lavoro, basta e avanza per non risultare snob, e pure se non c'entra niente la signora che mi serve una bottiglia d'acqua era la stessa che ha preso il bus 2F verso 2G poco prima. Un battaglione di ragazzini e ragazzine messicane, hanno tutti una divisa sportiva con su scritto Mexico e Dolphins, si aggirano tra le file delle poltroncine in cerca di colonnine con prese elettriche per ricaricare cellulari e iPad. Un giapponese parla per oltre mezz'ora al cellulare a voce altissima e un anziano signore, probabilmente francese, gli si avvicina chiedendo a gesti di abbassare la voce e ottiene giustizia. Come sapete, mi piace leggere, mi piace ascoltare musica, ma mi piace tantissimo guardare la gente, le persone. Ci passerei le giornate, se non dovessi lavorare. Pian piano arriva il nostro turno, ci si imbarca ma non si parte subito, e pazienza, che ci vogliamo fare. Il volo è bellissimo perché è una bella giornata e visto che non avevo segnalato preferenze, il check in on line "proattivo" di Air France mi ha assegnato per quattro volte il posto al finestrino (anche se la mia dirimpettaia, una bassa ma ingombrante signora di lingua spagnola prova a dirmi che "la ventanilla es mia"): posso vedere tutto, senza nuvole, e l'ho già detto una volta o due, ma sorvolare le Alpi fa sempre un certo effetto. Ultimamente mi diverto a tirare a indovinare cosa stiamo sorvolando, e quando siamo abbastanza vicini perché sbuchiamo sul mare, vedo una città col porto e scommetto su La Spezia, Genova la riconoscerei soprattutto dall'aeroporto sul mare, e ci prendo. Intravedo la Versilia, dopo di che entriamo dentro una cappa d'afa e umidità densa come un nuvolone. Virata, e sbuchiamo fuori dalla cappa esattamente sopra la Meloria, già praticamente in direzione della pista d'atterraggio, o quasi. Un gruppo di toscani zona fiorentina, nei posti vicini al mio, si dimostrano poco esperti nell'orientamento dall'alto, e sono costretto a riprenderli quando scambiano il porto di Livorno con Marina di Pisa. Ricolloco tutto al suo posto, di là Livorno, qui sotto Calambrone, Tirrenia, Camp Darby, il centro CONI, laggiù Bocca d'Arno e Marina di Pisa, ora la vecchia Aurelia, ora l'autostrada, Mortellini e si atterra. Scendo e saluto un compaesano giovane che lavora all'aeroporto, e che mi vede talmente spesso che secondo me ogni tanto si domanda che lavoro faccio. Son le otto passate e domattina c'è da andare a lavorare. Boa noite.

20130711

Lisbona e dintorni (Portogallo) - Luglio 2013 (4)

Che insomma, voi potete dire quel che vi pare, ma viaggiare sempre da soli mica è così facile. Quindi, pure oggi ci si sveglia, col plurale maiestatico, di buonissima ora (ci credete alle 6,00?), si colaziona, si legge, ci si rinfresca, e si attende la nostra escursione, chiamiamola così. 
Sintra
Alla fine, visto che la città, o quantomeno i suoi monumenti e le sue parti che mi interessavano, mi parevano sotto controllo, mi son convinto a fare una gita fuori porta. Tra le escursioni consigliate alla reception, ce n'erano due per Sintra, giornata intera e mezza giornata; opto per la mezza lasagna, che poi magari nel pomeriggio ci facciamo una passeggiata. Sempre col plurale maiestatico.
I camini del Palazzo Nazionale
Come detto nella preview, la mia guida per Sintra e oltre si chiama Ricardo, è pure più giovane, e anche oggi sono il suo unico cliente. Ci accordiamo per l'inglese, e che problema c'è, qua siamo nella globalizzazione più completa ed estesa, chiedete e vi sarà dato. Sintra non è molto distante da Lisbona, neppure 30 chilometri. 
Un particolare della cittadina
Dopo un tratto autostradale, siamo su una strada quasi di montagna. Sintra è un paesino, e capisco come possano dire che conta 300mila abitanti solo considerando tutti i dintorni, ma ancora ho qualche dubbio. Come che sia, è molto particolare, e racchiude una serie di edifici davvero curiosi: il Palàcio Nacional da Pena, il Castelo dos Mouros, il Palàcio Nacional de Sintra, la Quinta da Regaleira, e altri. Do un'occhiata in giro, tra le viuzze del centro storico, poi mi prendo un caffè e un travesseiro (evidentemente ogni escursione ha i suoi must, questo è quello di Sintra; una sorta di frate rettangolare, fatto come un cuscino, come dice appunto il nome. Ora, può darsi che il frate fritto sia un dolce tipicamente toscano, e che quindi qualcuno non sappia cos'è; non vorrei far diventare questo diario di viaggio un ricettario, ma sappiate che molto grossolanamente, possiamo definire un frate come un krapfen - o un bombolone - fatto a ciambella e senza ripieno), faccio altri due passi e perdo il cappellino tipo baseball che avevo comprato giusto il giorno precedente. Fa niente, il sole non picchia ancora moltissimo, o almeno faccio finta che, e comunque io sono in auto. 
Il faro di Cabo da Roca
Proseguiamo costeggiando la Quinta da Regaleira, e ci dirigiamo verso Cabo da Roca, costeggiando il Parque Natural de Sintra-Cascais. Cabo da Roca, non c'è bisogno di traduzione, è il punto più ad ovest del continente europeo, anche se qualcuno dice che sia Cabo Fisterra in Galizia. 
Un isolotto davanti al Cabo che mi ricordava i Motu (Iti e Nui) sotto Orongo, all'Isola di Pasqua
Ora, sarò vecchio, ma siccome dentro son sempre un bambino, son questi i luoghi che amo visitare, quelli che personalmente danno il senso ad un viaggio, stranamente per qualcuno, più importanti di palazzi, musei o monumenti. Il mio vecchio amico Luìs Vaz de Camoes (poeta e navigatore, peccato non fosse anche santo, altrimenti sarebbe stato italiano, del quale come sapete e come vi ho detto, fino all'altro giorno ignoravo l'esistenza, ignoravo ignorantemente, sia chiaro), diceva di Cabo da Roca (e sta pure scritto su una lapide, proprio lì) "Aqui onde a terra se acaba e o mar comeca", e non c'è nulla da dire. 
Un'altra vista panoramica da Cabo da Roca
Mi godo l'immensità della vista, la potenza del luogo, sono già abbondantemente soddisfatto. Ricordo tutti quei luoghi dove il viaggiatore sente di essere alla fine (del mondo): la Terra del Fuoco, le Isole Svalbard, l'Islanda, l'Isola di Pasqua. Ne mancano altri, vedremo, io e il plurale maiestatico, di metterci una pezza. Si riparte verso Cascais, è sabato, la strada che costeggia le grandi dune e guarda le spiagge piene di gitanti del weekend e soprattutto di surfisti esperti, sembra la FIPILI la domenica pomeriggio d'estate. Scopro che Ricardo è un fan di Game of Thrones, come me, e tutto assume una dimensione mistica. Quando ci fermiamo alla Boca do Inferno, mi viene in mente Punta Righini a Castiglioncello e dico a Ricardo che avrebbero potuto ambientare Dragonstone qui. In centro a Cascais, una sorta di Montecarlo portoghese, solitamente la gente si ferma un bel po', soprattutto le signore, a fare shopping. Io mi compro un altro cappello da baseball, un paio di pantaloncini da bagno che me li sono scordati a casa, e mangio un hot dog. Mi faccio offrire un caffè e una sigaretta dall'ormai amico Ricardo, parlando di calcio. Si torna verso Lisbona, ed è quasi un peccato. CI salutiamo con l'indirizzo del blog.
Boca do Inferno
Mi riposo in camera. Vado a farmi due bracciate nella piscina dell'albergo. Esco, e mi dirigo in centro, a piedi. Il caldo è micidiale. Passo lungo Avenida da Liberdade, Praca dos Restauradores, esploro la stazione dei treni di Rossio, scopro che quella che pensavo essere Piazza Rossio in realtà si chiama Praca Dom Pedro IV, do uno sguardo all'Elevador de Santa Justa, percorro Rua do Carmo, mi ributto su Rua Aurea e arrivo fino a Praca do Comércio. Come mi avevano già fatto notare, vedo molti negozi chiusi. Lungo i muri, quello che mi rimane più impresso sono le scritte che inneggiano a vari scioperi generali, degli ultimi anni: GREVE GERAL. Sono in un bagno di sudore, mi faccio schifo da solo, anche se per strada, ogni tanto, qualche visione mi ricorda che sono umano. Comincio pure ad avere fame. Rientro, mangio per strada. Domattina presto l'ultimo saluto, Lisboa.
Dragonstone. Scherzo!