No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20060330

Colombia gen 06 - 47


Holiday in Colombia 31
4/2/2006 decompressione

Durante il volo riesco a sonnecchiare, quasi a dormire. Nessuna perturbazione rilevante, nessun film che mi interessi. Arriviamo a Ezeiza, Buenos Aires, in orario, alle 7 della mattina; piove, ma fa caldo, direi piuttosto caldo. Controlli, altro timbro sul passaporto, una signora dell'immigrazione mi offre una caramella. Attendiamo i bagagli davanti al nastro scorrevole, visto che Juli ha il bagaglio più pesante del mio e non lo poteva portare a mano ho spedito nella stiva anche il mio, per solidarietà. La borsa è sporchissima, ma ormai siamo agli sgoccioli, resisterà. Usciamo e come sapevamo, non c'è nessuno ad attenderci. Juli si informa sui costi dei trasporti e fa due conti. Mi spiega che ci conviene andare a Rosario, anche se domani io dovrò tornare qui: facendo un cambio di bus non spendiamo poi molto, e dormire qui ci costerebbe comunque, mentre a Rosario non spendiamo niente, vitto e alloggio gentilmente fornito da Renata e Juan Pedro (la sorella e il cognato, ricordate?). Mi fido ciecamente, e poi in questo modo le vado incontro: lei il giorno dopo tornerà ad Arteaga, quindi se andiamo a Rosario almeno lei è più vicina, a me di spostarmi nuovamente non interessa poi molto, la giornata la devo far passare. Per uno strano ragionamento, ci conviene prendere due bus: il primo da Ezeiza a Retiro, se non ho capito male un quartiere di Buenos Aires dove c'è il terminale bus più importante, il secondo da lì a Rosario. La cosa strana è che dall'aereoporto a Retiro ci mettiamo circa 30 minuti, da Retiro a Rosario 4 ore, ma il costo è praticamente lo stesso; il risparmio, rispetto a un bus da Ezeiza a Rosario è di circa 15 pesos argentini, quasi 4 euro. Tra l'altro, attenzione, il biglietto per Retiro costa 27 pesos, ma, come riportato sul biglietto e verificato sul campo poco dopo, 2 pesos sono per il trasferimento dal terminal "privato" della compagnia che serve la tratta da Ezeiza, al terminal "pubblico": in pratica si attraversa un incrocio, grande, ma un incrocio. Come che sia, andiamo. Riconosco l'autostrada per la capitale, osservo i quartieri, Juli mi segnala il centro dove si ritira e si allena la selección, poco fuori l'aereoporto. Il bus è enorme ma sopra siamo in 4 compreso l'autista. Juli mi fa notare la differenza con la Colombia: là si sarebbe atteso che si riempisse almeno un poco. Non sono ancora le 9, e c'è già traffico. Che cosa sta diventando la terra? Al terminal "privato", trasbordo su un bus piccolino che, come detto, ci fa attraversare un incrocio e ci scarica al grande terminal; nonostante il tragitto praticamente inesistente, l'autista trova la maniera di rivelarsi simpatico. Continua a piovere, cerchiamo tra i vari uffici un passaggio conveniente per Rosario, facciamo i biglietti e ci mettiamo ad aspettare. Centinaia di persone che vanno, vengono, aspettano, salgono, scendono. Arriva il nostro bus, carichiamo i bagagli, Juli mi dice che al facchino che carica i bagagli è costume dare la mancia. Il bus è comodissimo, a due piani, e all'ingresso ci viene dato anche uno spuntino; inoltre, a disposizione dei passeggeri ci sono caffè e thè. Viaggio liscio come l'olio, puntuale come pochi: 4 ore e siamo a Rosario. Stento a riconoscere il terminal, mi aiuta Juli. Usciamo in strada e cerchiamo la fermata del bus urbano per andare nel quartiere dove abitano Renata e Pedro. Un piccolo pezzo da fare a piedi, sono le due del pomeriggio e siamo affamatissimi. Juli abbraccia le nipotine, le meji, le gemelle, salutiamo i padroni di casa, iniziamo a raccontare le prime impressioni, dopo alcuni minuti arriva Marcellino, il padre di Juli, ci mettiamo finalmente a tavola e spolveriamo tutto quel che c'è, annaffia il tutto una classica Quilmes, ridendo, scherzando, raccontando, ascoltando quel che è successo. Marcellino deve andarsene poco dopo, ha un sacco di cose da fare. Lo saluto, lo abbraccio e lo ringrazio. Grande Marcellino.
Ci trasferiamo decisamente in giardino, sta uscendo il sole e fa un caldo terribile. Ho un sacco di cose da lavare, molte ormai sono alla terza lavatura senza asciugatura seguente, e rimesse in borsa puzzano in maniera indecente, Renata insiste e mi mette tutto in lavatrice. Tanto ormai, visto che c'è il sole, tentiamo l'ennesima lavatura/asciugatura. Le Quilmes vanno via alla grande, Pedro al solito parla di tutto, ma lo ascolto volentieri, su alcune cose è preparato, su altre no, ma va bene così. Sta difendendo, tra gli altri (mi parla di 1500 casi), gli interessi della famiglia di un giovane morto pochi giorni fa sul lavoro. Sgranocchiamo pop-corn, le gemelle sguazzano nella piccola piscina. Non capisco bene come mi sento, cerco di non pensarci. Ci mettiamo a fare due tiri a canestro con Pedro, sudiamo come fontane. Mentre giochiamo Pedro mi racconta che durante l'ultima visita di Bush in Argentina avrebbe chiesto a Kirchner se poteva naturalizzare Manu Ginobili, l'asso argentino degli Spurs. Non c'è da meravigliarsi dico io. Le gemelle ci guardano divertite mentre giochiamo: non siamo un bello spettacolo.
Juli e Renata iniziano un vorticoso giro di telefonate per programmare il mio viaggio per Ezeiza di domani; la domenica c'è qualche difficoltà. In linea di massima, dovrò fare quasi esattamente al contrario di oggi, un paio di bus. Dovrei cavarmela.
Sta per tramontare il sole, e la famigliola esce per incontrare alcuni amici per cena e dopocena, la vestizione delle gemelle è esilarante. Juli è innamorata di loro, ne parlava molto spesso in viaggio, così come me ne aveva sempre parlato anche nelle e-mail. Guardo un po' di tele, oggi è sabato e c'è il calcio, qui sono davvero pazzi: ci sono le immagini fino ai dilettanti. Assurdo. Passione alle stelle. Ceniamo riscaldandoci qualcosa e prendendo quel che c'è in frigo.
E' sabato, ma stranamente anche Juli non ha molta voglia di uscire. Dopo una trasmissione di approfondimento politico dove c'è una professoressa di Juli, cerchiamo un buon film alla tele, chiacchieriamo di bilanci del viaggio, ma sommariamente. Sarebbe come ammettere che è finita, ormai, e questo fa male. Verso mezzanotte ci corichiamo. Mi curo le piaghe, e dormo bocconi per evitare sfregamenti. Sto leggermente meglio, ma c'è sempre un po' di liquido. Le stimmate di questo viaggio. E se quando torno mi iscrivessi a un maneggio?

ich bin ein keimeiner

ho visto ieri sera il caimanodi nanni.
qui la recensione precisa di ale.
la sensazione ad ora è che la parte relativa alla storia d'amore sia quasi più importante della parte berlusconiana. mi è sembrato che nanni abbia voluto fare un film sulla vita di coppia con una parentesi per gli spettatori sulla figura di berlusconi, per svelare un pò la vita di quest'ultimo, come se fosse un suo cruccio, come io parlo sempre un pò dei vegetariani anche se l'argomento è il triangolo amoroso!!!
comunque voto 8+.


ricordo la gentile clientela che il mio film preferito è ECCE BOMBO!

Colombia gen 06 - 46


Holiday in Colombia 30
3/2/2006 TransAmerica!

Forse per l'unica volta in tutto il viaggio, arriviamo praticamente in orario. Il terminal dei bus di Bogotá, visto di notte, sembra leggermente diverso, ma forse è solo la stanchezza. Sono da poco passate le 3,30 di notte, o di mattina, quando raccogliamo i bagagli dal ventre del bus. Avessi la forza di sorridere, lo farei di gusto mentre Juli mi racconta che il controllore voleva farci pagare la poltroncina con lo schienale rotto; non ho sentito perchè, essendosi liberata un'altra coppia di poltroncine, mi ero trasferito lì per cercare un po' di pace in larghezza, accomodandomi di traverso. Girovaghiamo come zombies per il terminal con le idee poco chiare. C'è anche un po' di fame in giro, oltre ad un buon numero di persone, per essere quell'ora di notte/mattina. Forse per la prima volta nella mia vita (spero l'ultima), l'unica cosa che riesco a mangiare, non capendo se mi manca la cena o la colazione, è una porzione (striminzita a dire il vero) di patate fritte, alle 4,20. Rimaniamo al tavolo dove mangiamo per un'ora buona, pensando al da farsi e cercando di recuperare le forze, senza speranza. Mi entra il freddo nelle ossa, nonostante non sia affatto freddo, e per la prima volta da quasi un mese, tiro fuori dalla borsa il piumino smanicato: sospetto di avere la febbre. Non so come, arriviamo quasi alle 7, usiamo internet, io poco a dire la verità, non ce la faccio proprio, ma devo. Un'amica mi ha mandato un sms dove diceva che anche io, insieme ad altre persone, ero stato invitato a rispondere ad un questionario da MTV, per partecipare eventualmente ad un concerto esclusivo di Ben Harper a Milano. Juli risponde alle sue e-mail, scruta se c'è la possibilità che qualcuno dei suoi ci venga a prendere a Ezeiza, Buenos Aires, quando arriveremo. Fatto questo, ponderato che non abbiamo forze per fare qualcosa di impegnativo, e misurato che ci restano circa 8 ore per presentarci in orario all'aereoporto, decidiamo per la cosa meno impegnativa: compriamo qualcosa da mangiare qui, sperando che costi meno che, appunto, all'aereoporto, poi andiamo a bivaccare lì. Non troviamo granchè, poi cerchiamo di non prendere fregature col taxi, andiamo all'ufficio del turismo dove puoi prenotare, ti fanno una ricevuta e sali sul taxi sapendo già quanto dovrai pagare. Nonostante ciò, il costo, ci rendiamo conto, è esagerato per la Colombia. Occhi stanchi osservano scorrere il traffico già importante delle strade della capitale. Giornata instabile, qualche nuvola. Arriviamo e, per prima cosa, usiamo abbondantemente i bagni, poi facciamo un giro e scegliamo un posto per bivaccare, non prima di aver dato un'occhiata per i negozi di souvenir. Io cerco qualcosa per mio nipote, ma non trovo quello che mi interessa, una maglia della sua misura (piccolissima) della Colombia, Juli cerca qualcosa per sua madre. Ci riproveremo più tardi. Scegliamo delle poltroncine, non molto comode per la verità, e le colonizziamo. Meno male ci sono due televisioni lì vicine, perchè come al solito, a differenza di Juli che dorme alla grande, io non ci riesco, sempre a causa dei dolori al fondoschiena, lancinanti e fastidiosissimi. Riesco a dormire qualche secondo alla volta, accucciandomi e prendendomi la testa tra le mani mentre sono seduto. Decido di usare i bagni per farmi rasarmi testa e viso, un'esperienza nuova in un aereoporto. Mentre mi adopero, mi cadono gli occhiali e mi si rompe una lente. Merda! Fortunatamente ne ho un paio di riserva, sia da sole che con lenti trasparenti.
Ore interminabili, alterno le dormite di due secondi ad approfondite osservazioni della fauna locale e di passaggio. Con molta fatica arriva l'ora del check-in, mai così agognato come oggi. Arriva così anche la sopresa delle tasse aeroportuali, molto elevate per un paese sudamericano, qualcosa come l'equivalente di 25 euro. Tutti i nostri sforzi per arrivare con poca valuta colombiana alla partenza si rivelano inutili, dobbiamo prelevare ad un bancomat, ed è la solita lotta con le operazioni ultraveloci dei bancomat colombiani. Passati i controlli quindi, al primo ber spendiamo quello che ci è avanzato di nuovo, naturalmente in cose da mangiare. Arriva anche l'ora del volo, come all'andata voliamo LAN, sull'aereo c'è una squadra di calcio. Penso ad una giovanile, sono tutti molto giovani, invece, visto che accanto a noi si siede uno di loro, scopro che si tratta di una squadra di prima divisione uruguaiana, erano a Bogotá per un turno di Copa Libertadores. Il ragazzo vicino a noi lo chiamano Chino, riservato ma simpatico, parla a voce bassa, è il più tranquillo di tutti. Ci lanciamo in un cruciverba e lui partecipa, per ammazzare il tempo. Gli dico di venire tutti a giocare a Livorno, si guadagna poco ma ci si toglie un sacco di soddisfazioni.
Facciamo scalo a Quito, Ecuador, scende qualcuno, sale qualcun altro. Nella nostra fila, ma sul lato opposto, si accomoda una mora che, nonostante vesta in jeans, senza tacchi, non molto alta, dà nell'occhio, molti la notano. Iniziamo a scherzare con Juli e il Chino, la guardo insistentemente e lei risponde agli sguardi. Juli mi dà di gomito, io osservo bene i particolari.
Dopo un attento studio, mi volto verso di loro e gli comunico che la mora non è propriamente una donna. Ne sono certo. Attimi di stupore, poi la mia sicurezza mette in crisi le loro convinzioni in questo caso sommarie. Li invito ad osservare le mani.
A Lima si scende, dobbiamo cambiare volo, la squadra viene con noi fino a Buenos Aires. Durante una delle code per i controlli a Lima, con Juli che mi spinge, mi ritrovo dietro alla mora, e attacco discorso, mentre sbircio il suo biglietto aereo col nome, che è ovviamente da uomo; non ce ne sarebbe stato bisogno di questo particolare, la voce dice già tutto. Ora, chi mi conosce sa che non c'è morbosità alcuna in queste mie osservazioni. Dopo un giro negli shop, e un'occhiata al complessino peruviano che intrattiene i passeggeri nel corridoio principale, arriviamo al gate e ci mettiamo ad aspettare, ci vorrà un po'. Juli legge, io mi sposto accanto alla mora ed iniziamo una piacevole chiacchierata che dura fino all'imbarco. E' argentina, di Buenos Aires ma quando è in patria vive a Rosario, si trova meglio lì. Ha la pelle scura, ambrata, e dei capelli bellissimi, neri come la pece, lisci; le incorniciano il viso, in effetti con dei lineamenti un po' forti. Era in Ecuador per un'operazione, adesso si concederà un po' di vacanza a casa: normalmente lavora a Roma, il lavoro lo tralascia perchè capisce che so di cosa parla. Come capita spessissimo, è molto femminile, ed è simpatica, non è scocciata, parla volentieri, evidentemente anche perchè capisce che non sono lì per prenderla in giro o per sciocca curiosità. Passiamo il tempo parlando amabilmente, le consiglio qualche posto da vedere in Italia, quando ci tornerà, ad aprile, mi dice lei. Arriva l'ora di imbarcarsi, ci salutiamo, sull'aereo abbiamo posti distanti.
Si sale sul volo che la mezzanotte peruviana è passata abbondantemente. La terra è una centrifuga di anime.

20060329

Colombia gen 06 - 45


Holiday in Colombia 29
2/2/2006 Wild Horses

Andrea se ne va presto, come aveva detto. Verso l'Ecuador. Fa un po' impressione pensare a una persona con la quale hai diviso diversi giorni, scherzando, ridendo, parlando, che nel giro di nemmeno un mese hai rivisto in tre luoghi diversi, prima da sconosciuta che interviene in una discussione per darti una dritta, poi condividendoci i pasti, se ne vada, e realizzare che magari non la rivedrai mai più in tutta la vita. Si, fa impressione.
Rimaniamo ad aspettare i cavalli, che tardano due ore; ci costano 10mila pesos ciascuno, e non è male. Il problema vero è un altro, e lo metterò a fuoco solo a fine giornata: la casa di Jano è a circa 15 chilometri, e io non ho mai montato il cavallo. Beh, in effetti una volta si, da piccolo, a pelo. Credo che non conti molto, ai fini della riuscita della cavalcata di oggi.
All'andata, il padrone (uno che conosce Jano, che ci sella i cavalli e ci aiuta a montare all'inizio), mi affida il cavallo un po' più alto, marrone; a Juli tocca quello più basso, nero. Jano viene con una cavalla bianca, di proprietà di Mariana, che avendo partorito da poco si porta dietro un puledro. Funziona così. Jano ci fornisce anche dei rudimentali frustini fatti di rami d'albero, e mi insegna i fondamentali, tirare le briglie del morso verso destra per girare a destra, sinistra per girare a sinistra, verso di me per frenare o fermarsi, frustare il cavallo sui fianchi e spronarlo con i talloni per aumentare l'andatura. Ma i cavalli non sono macchine, ce ne sono di più dinamici e di più pigri: quello che è toccato a me è pigrissimo. Rimango continuamente indietro, sono costretto a frustarlo ripetutamente, e io sono uno che ha poca pazienza. Gli altri due cavalcano che è un piacere, Jano è un esperto, Juli è argentina e con i cavalli ha feeling, poi suo fratello Rafa ne ha uno, sa cavalcare. Mi innervosisco quasi subito, quando metto a fuoco la situazione. La giornata è splendida, il cielo limpido, il cammino bello da vedere, ma me lo godo poco. E una continua sofferenza mentale rimanere indietro, è frustrante vedere che il cavallo non risponde ai tuoi comandi. Dopo un paio d'ore abbondanti, con l'intermezzo di una sosta molto rapida, arriviamo nei pressi della casa di Jano, e inizia il difficile del percorso: bisogna attraversare dei cancelli di legno, vanno aperti, per non scendere da cavallo il cavallo stesso deve assecondarti, ti devi passare il cancello man mano che i cavalieri passano, e se scendi il terreno è impraticabile, pieno di fango. Una mezza tragedia. Ce la facciamo faticosamente, e arriviamo a casa. La casa è in un posto splendido, ai piedi di una collinetta, da dove, scopro, Jano e l'amico che vive lì con lui, un altro marijuanero giovane, capelli lunghi e faccia da buono, prendono l'acqua direttamente da una sorgente posta in cima, e tramite una tubazione di gomma la conducono alla casa. Il piano terra è per metà in costruzione, i piani superiori completamente in costruzione, ci sono solo lo scheletro e le scale; la costruzione va a strettirsi man mano che sale, le stanze diventano meno, fino in pratica ad un quarto piano dove c'è, o meglio, ci sarà, spazio per una sola camera. L'idea dei due è quella di aprire una sorta di clinica anti-stress, convinti che in giro ci sia pieno di gente un po' tonta che si fa sopraffare dallo stress. Secondo voi hanno torto?
Il luogo è davvero bellissimo, fuori, davanti alla veranda, alcuni mini-laghetti dove si abbeverano i cavalli, tanti alberi, verde a perdita d'occhio. Però sono già le 13, e ovviamente io inizio ad essere in paranoia. Ripartiamo dopo aver bevuto un po' d'acqua e mangiato un po' di pane non proprio freschissimo con una marmellata casareccia e buonissima. Salutiamo questo personaggio immenso, di certo non sarà facile dimenticarselo. Tremo già al pensiero di dover rifare il passaggio dei cancelli di legno solamente in due. L'idea è intanto di scambiarci il cavallo, io prendo quello un po' più piccolo ma dinamico, Juli il pigrone. Capisco da subito che sarà quasi peggio: se prima dovevo faticare e sudare le classiche sette camice per farlo camminare, adesso dovrò sudare per tenerlo a freno: appena lo sfiori col frustino, ma anche senza, questo parte al galoppo senza tanti complimenti. Il passaggio dei cancelli è tragicomico: cado nel fango un paio di volte, incazzatissimo. Se ci fosse stata una cinepresa, poteva diventare un superclassico del cinema comico, so benissimo di essere comico quando mi incazzo, e so benissimo di essere goffo normalmente. Riusciamo a passare indenni dal punto peggiore, ma il cammino di ritorno sarà un calvario. Intanto, il cielo si copre e minaccia pioggia, dopo un po' inizia a piovere, non forte, ma di quella che ti perseguita. Poi, Juli cerca in tutti i modi di spingere il cavallo pigro, lo fa chiaramente meglio di me, e quello che adesso monto io, stimolato dall'altro che ogni tanto parte al galoppo, vorrebbe partire a razzo, ma io mi accorgo di essere già mezzo rotto e di non riuscire a governarlo se va troppo forte, quindi è tutta un'ennesima lotta per tenerlo al passo, solo ogni tanto lo lascio al trotto, ma già così mi fa male tutto. Se fare i 15 chilometri dell'andata è stata una passione, immaginatevi questi di ritorno e mentre piove. Allucinante. Sono sempre più nervoso e faccio innervosire anche Juli, dandole la colpa di far imbizzarrire il "mio" cavallo spronando il "suo". Com'è come non è, riusciamo ad arrivare in paese, ci rimane la ripidissima salita fino all'hostel, il "mio" cavallo parte in tromba e perdo di vista Juli e l'altro cavallo. Quando arrivo a 100 metri dall'hostel, il cavallo si rifiuta di girare a sinistra. Dopo infruttuosi tentativi, decido di scendere. Ecco, così cammina. Poco male. Mi fermo però, fino a che non riesco di nuovo a scorgere Juli. Appena la vedo riparto, entro nel recinto, lascio il cavallo lì e vado incontro a Juli. Anche il suo ha smesso di andare, arriva a piedi tenendolo per le briglie, mette il cavallo nel recinto e mi domanda dov'è il "mio" cavallo. Non mi ero accorto che il recinto era aperto dalla parte opposta. Esco sulla strada sterrata per cercare di vederlo, dal fondo mi chiama un uomo che mi urla qualcosa, ha bloccato lui il cavallo. Lo ringrazio e riprendo il cavallo, vorrei tirargli anche qualche pedata, poi mi ricordo di essere vegetariano per rispetto degli animali. Riconduco il bastardo dentro il recinto, seguo le istruzioni di Juli, gli tolgo il morso e lo lego. Chiudo tutte e due le entrate del recinto. E' finito l'incubo, comunico a Mariana, che ci accoglie domandandoci com'è andata, che è stata una cosa che non farò mai più, parafrasando D.F. Wallace. Sono circa le 16, quindi non c'è neppure la possibilità di lavarsi con l'acqua calda, ma in qualche maniera ci dobbiamo lavare. Mi organizzo, pulisco le scarpe completamente piene di fango, mi lavo con l'acqua fredda, non fa poi così freddo fuori. Mentre mi lavo "dietro" mi accorgo di avere strane protuberanze proprio dove finisce la schiena e cominciano le chiappe. Strano. Non mi rendo ancora conto della gravità della situazione. Mi vesto e preparo la borsa. Mi accorgo che le protuberanze fanno acqua, ma forse è più giusto dire pus. Sono piaghe, escoriazioni, o come preferite chiamarle. Recupero del disinfettante, ma in quel posto lì è difficile farlo stare fermo. Sono costretto a mettere un paio di scottex dentro le mutande, per evitare di macchiarle, insieme alla maglia che indosso. Facciamo due conti con l'orario, ci conviene scendere in paese, così abbiamo il tempo di mangiare qualcosa. L'addio da Mariana e Sara è toccante, nonostante Mariana sorrida con quel suo sorriso, lo posso dire, meraviglioso.
Mentre scendiamo, Juli molto tranquillamente, ma diretta com'è nel suo stile, mi fa notare che oggi mi sono lamentato davvero troppo, e mi sono arrabbiato con lei e col mondo per una cosa che non riusciva a me. In effetti non ha tutti i torti, ma nell'immediato non mi sembra di averli nemmeno io tutti i torti. Sono quasi le 17, andiamo alla Rana Verde, che è proprio vicinissima alla fermata del bus, mangiamo come al solito molto e bene, guardiamo la tele ma non è l'orario della nostra telenovela preferita, quindi domandiamo alla padrona cos'è successo oggi; lei risponde che oggi stava dormendo, ma dopo 5 minuti ci racconta tutta la puntata di oggi per filo e per segno, si è andata ad informare. Fantastici colombiani. Ci rilassiamo. Scambiamo due parole con un tipo che mangia al tavolo accanto al nostro, un ragazzo che sembra Jano più giovane, capelli lunghi. Salutiamo tutti ed usciamo, facciamo due passi, e ci fermiamo presso il piccolo, minuscolo ufficio che fa anche da fermata. L'atmosfera si fa easy, tornano i sorrisi e gli scherzi, è tempo di bilanci. Ad un certo punto, il bus è già pronto, non crediamo ai nostri occhi: Tamara, l'israeliana con la tosse assurda conosciuta a Salento al Plantation. Baci e abbracci, inglese misto a castigliano. Le consigliamo la Casa di François, ma quando le diciamo che non c'è la tele lei ripiega su un altro hostel. Israeliani. Dobbiamo salire sull'autobus, ci salutiamo di nuovo, ¡suerte! Un'altra persona che probabilmente non vedrò mai più.
Passa il capellone che prima mangiava al tavolo accanto a noi.
-¿Viajan?
-Si, para Bogotá
-¡Suerte!
Saliamo, ci sistemiamo sulle poltroncine, il bus non è nuovissimo ma almeno è spazioso. Il problema è un altro: non riesco ad appoggiare il culo, le ferite mi fanno troppo male, dovrei stare di fianco ma è complicatissimo. Ci provo, ma ovviamente non riesco a dormire, e mi fa rabbia Juli che dorme tranquillamente. L'autista guida veloce, è notte. Poco prima di mezzanotte ci ferma la polizia per una perquisizione. Mancano ancora un paio d'ore a Bogotá e, per finire in bellezza, mi si rompe lo schienale della poltroncina. Mi ritrovo piegato a seggiola con la testa appoggiata ai corrimano davanti. Meno male che avevamo i posti accanto alla scaletta. Non so perchè, riesco a non delirare.

tre

ho un amica che è l'amante di un uomo sposato.
la moglie dell'uomo sposato conosce bene la mia amica, ma non sa nulla della tresca.
io conosco l'uomo sposato che vedo spesso con la mia amica, ma non conosco la moglie.
io, nel modo più assoluto, non voglio né conoscere né vedere la moglie.
mi metterei a piangere.
percepirei la tristezza e la rabbia che potrebbe provare la moglie nel momento in cui scoprisse la tresca.
mha!

Colombia gen 06 - 44


Holiday in Colombia 28
1/2/2006 Un buon posto per morire

Niente cavalli, e in effetti non è che Jano sembri così preoccupato di procurarceli; ma forse è solo il suo modo di essere, molto ma molto rilassato. Inoltre, nella notte ha piovuto, quindi tutti gli indumenti che abbiamo lavato ieri sono ancora bagnati. Colazione ricchissima, le ragazze hanno delle mascelle instancabili, e mi coinvolgono, nonostante non sia un grande mangiatore da colazione. Uova, pane tostato, frutta, tutte cose per me inaccettabili in condizioni "normali" come partenza della giornata. Ma ormai me acostumbro. Questa frase, che ho usato moltissime volte in questo viaggio, mi accompagnerà fin dentro casa, al ritorno, e oltre. Per giorni ho continuato a bloccarmi prima di dire "dé ci s'abitua" perchè mi veniva da dire me acostumbro.
Decidiamo, dopo il solito briefing, di fare il giro dei siti archeologici che possiamo raggiungere camminando, ma Andrea non si unisce a noi, non ne ha voglia. Partiamo quindi io e Juli; il tempo è instabile ma non ci fa paura niente. La camminata inizialmente non è durissima, non ci sono discese e salite impraticabili e improponibili, ma il percorso è per una buona parte pieno di fango. La prima parte la facciamo sotto il sole, raggiungiamo un primo sito con alcune statue molto simili a quelle viste il giorno precedente nel parco archeologico, scendiamo una ripida discesa che, ovviamente, si trasforma in una salita abbastanza dura tornando indietro. Seguiamo le rare indicazioni verso un altro luogo sacro, camminiamo un altro po'. Chiediamo indicazioni ad una signora che abita in una casa isolata lungo il cammino, la signora ci dice che siamo vicini al posto che cerchiamo. Ci supera una coppia di turisti a cavallo, ci salutiamo. Poco più avanti, un paio di cavalli "parcheggiati" chissà da chi. Troviamo dei cartelli, siamo vicini, il camminamento inizia a scendere. Sotto di noi si apre una vallata impressionante. Scendiamo ancora, e in un tratto leggermente pianeggiante scorgiamo i cavalli della coppia che ci ha superato prima. Inizia una scalinata rudimentale completa di corrimano, altri cartelli ci comunicano che siamo arrivati al luogo sacro denominato La Cháquira. Scendiamo la scalinata, che circonda una rupe costellata di massi, sui quali si notano numerosi graffiti. Mi ricordano quelli di Rano Raraku all'isola di Pasqua. Figure miste uomo/animale. All'apice basso della rupe, ci fermiamo e rimaniamo alcuni minuti letteralmente senza parole. Complice il cielo sgombro e il sole a picco, la vallata sottostante e tutto il panorama attorno è realmente mozzafiato. Si sente davvero, adesso, l'energia della quale parlava Jano. Si comprende la leggenda che vuole questi luoghi non abitati dalle civiltà precolombiane, bensì scelti per farcisi seppellire. Un posto bellissimo per morire e per riposare in pace. Sui fianchi delle due valli, altissime e strette cascate di acqua incontaminata si fanno strada tra il verde abbarbicato agli stessi fianchi. Juli uno degli ultimissimi giorni mi dirà "una cosa he aprendido en Colombia: como es el verdadero color verde"; non credo serva tradurre. In basso, sul fondo della valle, il Rio Magdalena scorre tranquillo ma imponente, e anche se non è un grande fiume fa la sua porca figura. Non c'è niente che va veloce. Niente. Si capiscono molte cose.
Risaliamo ancora intontiti, rivediamo la coppia dei cavalli, sono seduti sulle rocce. Guardo verso la mia sinistra, sul fianco della montagna dalla quale siamo venuti un contadino sta lavorando un appezzamento di terra assolutamente obliquo. Dev'essere il proprietario dei cavalli parcheggiati sul cammino, oltre ai due della coppia. Non abbiamo acqua con noi, oggi siamo stati frettolosi e poco previdenti, la salita di ritorno e il sole ci inaridiscono la gola. Ripassiamo davanti alla casa isolata e chiediamo un po' d'acqua alla signora. Nessun problema, ce la offre. Le chiediamo anche qualche indicazione per raggiungere il prossimo sito. Ripartiamo, ancora fango, arriviamo all'altezza di una fattoria, siamo costretti a scavalcare diversi recinti di filo spinato per evitare dei tratti di strada completamente pieni di fango, quindi per noi impraticabili. Arriviamo di nuovo alla strada asfaltata, incrociamo un tipo che ci spiega come arrivare ai siti che vorremmo raggiungere; ci dice che prendendo una scorciatoia passeremo davanti al suo ristorante. Proseguiamo. Troviamo la deviazione indicataci, si sale, il sole lentamente viene coperto dalle nuvole. Ci fermiamo a chiacchierare con due persone, uno sta curando il suo pezzo di terra coltivato, l'altro gli sta comprando della verdura. Cerchiamo acqua, il compratore ci dice che poco più su ha un posto dove la vende, un piccolo bar. Sale con noi, ci fa domande, noi pure, sorride. Il suo bar è in legno, è poco più che una casa con una stanza un po' più grande del solito con una grande veranda davanti, ha due due figlie, beviamo dell'acqua gassata, ha solo quella. Paghiamo, ci rinfresca la strada che dobbiamo fare, salutiamo tutti e ripartiamo. Si sale e si scende ma piuttosto dolcemente, scherziamo, passa il tempo e la fatica non è troppa. C'è meno fango. Troviamo solo un paio di case lungo la strada, che è sterrata. Arriviamo dopo un bel po' al sito che cercavamo. Ci sono un paio di tettoie che proteggono due agglomerati di statue, distanti tra loro mezzo chilometro, nel mezzo una specie di rifugio in legno. In lontananza rivediamo la coppia a cavallo, stanno cucinando, credo, hanno acceso un fuoco. Mentre stiamo osservando le statue del sito più in alto inizia a piovere. Ci ripariamo sotto la tettoia di questa specie di rifugio, aspettiamo che spiova. Il cielo sembra non promettere niente di buono. Juli si assopisce, io vedo che sulla porta di legno di questa specie di casa disabitata ci sono un sacco di scritte e non resisto: prendo la penna nella tracolla e scrivo un bel PISAMERDA. Juli mi sgrida un po', ma trattandosi di quella scritta non infierisce più di tanto. Riprendiamo a camminare, torniamo sui nostri passi e ogni tanto si rimette a piovere. Arriviamo ad una specie di chiosco dove dovremmo chiedere le indicazioni per una scorciatoia che ci permetterebbe di risparmiare tempo e strada. Il chiosco è aperto, c'è da bere, ma non c'è nessuno. C'è però un cane sul retro. Juli chiama, nessuno risponde, si avventura in un viottolo che si apre subito dietro il chiosco e il cane si fa ringhiante e la blocca, meno male è legato. Non so cosa fare, ma è legato e non mi preoccupo più di tanto. Arriva una signora, e ci indica un altro viottolo. Lo prendiamo ma non siamo molto convinti. Si scende abbastanza ripidi, fango, erba scivolosa; arriviamo nei pressi di un'altra casa abitata, un cane abbaia (un altro), la padrona ci urla di non aver paura. Chiediamo il permesso di entrare nella proprietà, accordato. Una donna, sua figlia grande e un piccolo di pochi anni, scherziamo un po', ci siamo incrociati più a valle, io mi ricordo e anche loro. Ci mostrano la strada, scendiamo ancora. Erba alta, fango, vacche al pascolo, grosse merde da scansare. Pioggerellina fine fine. Si cammina un sacco (e una sporta, dicevano i vecchi). Arrivo stremato al ricongiungimento con la strada principale, e dobbiamo fare un salto di alcuni metri, cado, mi innervosico, inizio a lamentarmi. Juli vuole proseguire per un altro sito, io tornerei indietro, siamo bagnati, continua a piovigginare, ho i pantaloni strappati, sono stanco, abbiamo visto abbastanza. Juli si innervosisce e dice di tornare indietro, io mi pento, lei non vuole sentire più ragioni. Incrociamo una vecchia signora che ci dice che il posto che cerchiamo è vicino, sorrido amaro. Torniamo indietro. Mi spiace che Juli si sia innervosita, però tornare indietro non è una brutta idea, sono stanco. Camminiamo per un po'. Iniziano a passare delle macchine, Juli riesce dopo alcuni tentativi a fermarne una, un pick up che sul cassone porta già una signora e un tipo storpio e incapace di parlare, ma che sorride e fa dei gesti. Saliamo e ringraziamo. Pioviggina ancora. Ci rendiamo conto di aver fatto un sacco di strada, viaggiamo un po' sul cassone del pick up. Ad un bivio l'infelice chiede di scendere come sa fare lui, lo aiuto, si avvia zigzagando e sorreggendosi sul suo bastone. Ancora strada, riconosciamo l'incrocio tra la strada asfaltata e quella sterrata vicino all'hostel e chiediamo di scendere. Salutiamo e ringraziamo. Ultimi metri. Arriviamo alla Casa di François, Andrea è lì e anche la signora che fa le pulizie. Ci sembra tardissimo: e invece sono le tre del pomeriggio. Sono fradicio, ma vista l'ora, decidiamo di scendere in paese e di pranzare, e magari di fare un po' di spesa. Andiamo a provare l'altro ristorante che ci dicono a buon mercato, La rana verde. Comida ejecutiva a 3500 pesos, 500 in più che al Brahma, con un succo delizioso da bere, il posto è una specie di corridoio largo dove sono i tavoli, che poi si slarga all'altezza della cucina, aperto dalla parte opposta all'entrata che è sulla strada principale del paese. Televisore in bella posta, la nostra telenovela preferita che è appena cominciata. Mangiamo a più non posso e ci divertiamo guardando e commentando, ci sono anche altri commensali e il personale del posto interessatissimo, ovviamente. Tutti in ansia per le sorti dei protagonisti. Situazione irreale, ma anche noi ci facciamo prendere. Restiamo un bel po', poi paghiamo, ringraziamo, salutiamo, usciamo a bighellonare per le strade e facciamo la spesa. Risaliamo stancamente all'hostel di buon umore. C'è un nuovo ospite, Pachi, francese dei paesi baschi, simpatico; il copione è il solito, si chiacchiera, si fuma, le ragazze mangiano frutta e tutto quello che trovano, bevono mate. Facciamo la doccia a turno. Jano si ferma poco, Mariana si vede appena ed è sempre in pigiama, non sta ancora bene. Si arriva così all'ora di cena, mi rimetto al lavoro, stasera non metto le uova ma uso dei pomodori rimasti, un po' d'aglio e un po' di cipolla, la pasta mi scuoce leggermente, la riuscita è peggiore di quella della sera precedente, ma le ragazze fanno festa lo stesso, faccio anche qualche crostino sempre al pomodoro. Le chiacchiere vanno avanti senza fine, Jano ci propone seriamente una passeggiata fino a casa sua per la mattina seguente, trova lui i cavalli da un conoscente, accettiamo di buon grado pur sapendo che non è così scontato, mentre Andrea decide di partire di buon mattino per l'Ecuador. Noi abbiamo il bus per Bogotá alle 18,30, non dovremmo avere problemi. Ci sono rimasti all'incirca 20mila pesos per uno. Dovremmo farcela, anzi, dobbiamo farcela per forza, oggi in paese abbiamo dato un'occhiata e cambiare denaro non è un'impresa facile. E' quasi finita, e l'eccitazione si mischia alla nostalgia. Prima di chiudere la porta della camera guardo verso la valle nel buio, e ascolto i rumori della notte di San Agustín.
Sono bellissimi.

20060328

dis

mi sono accorto che milano mi ha fatto perdere la sensibilità sulle distanze.
quando devo muovermi, fare un km o 20 mi da lo stesso effetto.
partire mezz'ora prima di un appuntamento oramai è naturale. automatico. senza peso.

20060327

è sempre il momento giusto per girare una commedia!


Il Caimano – di Nanni Moretti 2006

Bruno Bonomo è un produttore cinematografico di pellicole trash, o di B-movies, fate voi; bistrattato dalla critica, in passato ha riscosso, con le sue pellicole, un discreto successo di pubblico. Film come “Mocassini assassini”, “Maciste contro Freud”, ma soprattutto, “Cataratte” gli hanno dato una discreta celebrità e una certa agiatezza. Nonostante si organizzino retrospettive dedicate a lui e alle sue produzioni, in questo momento si trova in cattive acque: è sommerso dai debiti, assediato dalle banche, in crisi irreversibile con la moglie, non ha più credibilità (se non quella, apparente, delle retrospettive, evidentemente organizzate ad arte da critici stanchi e annoiati che non hanno di meglio da fare se non riabilitare un cinema che a suo tempo avevano disprezzato). Sta disperatamente tentando di farsi finanziare dalla Rai un film su Cristoforo Colombo, quando durante la retrospettiva di cui sopra, una giovane aspirante regista (ha diretto solamente due cortometraggi, ma ha tenacia da vendere) gli lascia la sceneggiatura di un film, sperando che la legga. Alcuni giorni più tardi, il vecchio e esperto regista che doveva dirigere l’eventuale film su Colombo se ne va, stanco di aspettare e lusingato da un’offerta di De Laurentis (“ma dove vai..quello da quando ha comprato il Napoli al cinema non ci pensa più”). Disperato, accerchiato, Bruno, costretto a dormire nel magazzino dove vengono conservate le “pizze” dei suoi film, dietro all’ufficio e sopra al teatro di posa, usato per girare televendite, si butta sull’unica cosa che gli rimane: il copione della giovane Teresa. Si intitola “Il caimano”, la legge distrattamente (“l’ho letta in una maniera trasversale”) e convince pure se stesso che deve fare quel film (anche perché l’alternativa è il nulla). Non riesce però a convincere il dirigente Rai a “spostare” i finanziamenti dal film su Colombo a quello sul Caimano; anche perché, nel tragitto tra l’ufficio e la Rai, insieme a Teresa, si rende conto che il caimano è Silvio Berlusconi, cosa che lo sconvolge al punto da tamponare un auto ferma (“Ma come? Ma io l’ho pure votato a Berlusconi!” “E lo dici pure?”). Figuriamoci se la Rai se lo accolla. Essendo all’ultima spiaggia, Bruno, dopo il rifiuto di un famoso attore di sinistra (Moretti che fa se stesso) ad interpretare il caimano, scelta che avrebbe voluto Teresa, convince un altro attore famoso e molto spocchioso, Marco Pulci, ad accettare la parte del protagonista; in questo modo, l’amico Stuhrowsky, produttore polacco che è divertito dall’Italia (“la vostra italietta”), finanzierebbe il progetto. Finalmente si parte, fino a quando, magicamente, Pulci si ritira, e il castello di carte crolla. Disperato, Bruno accetta la proposta della ormai ex moglie di venderle metà della loro casa, per avere almeno i soldi per girare una sola scena.
Moretti torna, ed è sempre lui all’ennesima potenza, con i suoi vizi e le sue virtù. Se alcuni tra i più quotati registi italiani accettano di apparire in camei in questa sua pellicola, una ragione ci sarà. E se, come dice lui per bocca di Jasmine Trinca che interpreta Teresa, in America sul Presidente fanno film da qualsiasi punto di vista, non si vede perché in Italia non si possa fare un film, anzi, un meta-film, dove Berlusconi, motore immobile della nostra vita quotidiana, è il protagonista. La bravura di Moretti sceneggiatore, questa volta davvero raffinato, è quella di riuscire a mettere dentro a “Il caimano” (per chi ancora non lo sapesse, soprannome affibbiato al Cavaliere da Franco Cordero de La Repubblica nei suoi caustici articoli) tre storie: quella del cinema italiano moderno, quella privata di un mediocre in crisi, e, appunto, il meta-film, il film dentro al film, dedicato al personaggio che all’incirca una metà di italiani considera un’anomalia.
La prima e l’ultima sono senza dubbio ben riuscite, graffianti e personali (per quale motivo Moretti, da sempre schierato, in ogni campo, badate bene, avrebbe dovuto rinunciare, abdicare?), mostrano idee chiare e - come nel cupo e grottesco finale, mirabile miscuglio tra possibilità, storia personale, intreccio della sceneggiatura, quasi un colpo di scena, inaspettato per un film del genere, ma generato dalla storia stessa in fondo - coraggio delle proprie posizioni: è proprio il caso di dire che Moretti “ci mette la faccia”!
La parte per così dire “privata”, a seconda di chi scrive, è la meno riuscita (e potrebbe essere anche una cosa voluta), anche se non mancano spunti interessanti di riflessione sull’Italia che cambia.
Il Moretti regista, invece, riesce bene: infila un incipit brillante, ancora un film nel film, dirige piuttosto bene un buon cast, muove la macchina in scioltezza, emoziona in alcune scene (quella felliniana di Bruno che insegue la caravella è mirabile).
Un film interessante e attuale, che porterà al cinema chi ha voglia di mettersi in discussione. Chi ha voglia di giudicare senza vedere, un po’ come parlare con gli occhi coperti, potrebbe quantomeno evitare di parlarne.

campagna elettorale

20060326

keep it gay


The Producers – Una gaia commedia neonazista – di Susan Stroman

Max Bialystock è un produttore teatrale che miete un insuccesso dopo l’altro, e sta progressivamente cadendo in disgrazia. Riceve la visita di Leo Bloom, un giovane ragioniere incaricato di revisionare i libri contabili, una persona paranoica e complessata, nonché suo ammiratore, che involontariamente gli fa capire che potrebbe fare molti più soldi con un fiasco che con un successo, sempre che riesca a trovare ancora dei finanziamenti. Per Max è una folgorazione: i finanziamenti non sono un problema (come ha sempre fatto, circuisce facoltose vecchiette alle quali fa la corte per ricevere sostanziosi assegni), ha solo bisogno di un socio, prontamente individuato in Leo, che dopo alcune titubanze accetta, anche perché così realizzerebbe il sogno della sua vita. A questo punto, per essere sicuri di un fiasco, vengono cercati e trovati il peggior copione possibile, individuato in “La primavera di Hitler” di Franz Leibkind, ex criminale nazista riparato negli USA e nostalgico del Fuhrer, e il peggior regista sulla piazza, senz’altro Roger De Bris, un regista gay contornato da uno staff identico ai Village People. Nel frattempo, sparsasi la voce, si presenta in netto anticipo per i casting la bellissima Ulla, biondissima nordeuropea ninfomane e tuttofare, che viene immediatamente assunta e, nell’attesa della messa in scena, impiegata come donna di servizio e centralinista dai due produttori. Partiti i casting, si capisce che nessuno meglio dell’autore della sceneggiatura, Leibkind, è adatto ad interpretare il Fuhrer; Franz viene così ingaggiato anche come protagonista, e affiancato da Ulla. La sera della prima però, Franz si rompe una gamba: a quel punto, l’unico che conosce a menadito la parte è lo stesso regista: Roger indossa quindi, per la prima, i panni del dittatore nazista.
Lo spettacolo però, inaspettatamente per Max e Leo, riceve non solo un enorme successo di pubblico, ma perfino unanimi ed osannanti recensioni. Che fare?
Dopo aver detto che il film è praticamente il remake di “Per favore non toccate le vecchiette” del 1968, portato in teatro nel 2001, sempre con grande successo, e che Susan Stroman non è altro che la coreografa della versione teatrale, ed aggiungere che il soggetto e la sceneggiatura sono di quel geniaccio di Mel Brooks (nella sceneggiatura coadiuvato da Thomas Meehan), non mi resterebbe altro che invitarvi caldamente a correre al cinema per vedere e godere di questa fantastica commedia-musical davvero esilarante e, al tempo stesso, super intelligente. 135 minuti di puro divertimento con cervello, bellissime scenografie, grandissime interpretazioni da parte dell’intero cast (lasciatemi solo recitare un mea culpa riguardo Uma Thurman, che avevo visto un po’ appannata in “Kill Bill”, mentre qui l’ho trovata in una forma strepitosa, ed urlare per la prestazione da applausi a scena aperta dell’inossidabile Nathan Lane), e, per una volta, un gran bel lavoro di doppiaggio unito ai sottotitoli: fortunatamente, è stato scelto di doppiare i dialoghi e lasciare in originale i numeri cantati semplicemente sottotitolandoli. Ben fatto!
La sceneggiatura, pimpante, incalzante, adrenalinica, pare mirare ad un assunto scherzoso, ma affronta in pratica l’ineluttabilità del fato e soprattutto della riuscita e dell’accoglienza di una qualsiasi forma d’arte (in questo caso, il musical); inoltre, come sostiene giustamente Kezich sul Corriere, qui troviamo l’unica maniera nella quale affrontare i nazisti: deriderli. Gustosissima anche la satira politicamente scorretta sui gay e sul fatto che fanno tendenza (qualsiasi cosa tu faccia in teatro, basta “farla gay”).
Un film fantastico e, visto che è un remake di un’opera che ha quasi 40 anni, intramontabile. Da non perdere.

20060325

l'affabulatore


Questa sera, o forse dovrei dire ieri sera, sono stato al teatro Goldoni di Livorno a vedere Marco Paolini in "Appunti Foresti" dal Milione quaderno veneziano. E' stata una serata piacevole, grazie anche al fatto che ero insieme a 5 amici/amiche comuni, ma che tra di loro non si conoscevano (anche questa è una bella cosa, che potremo definire "l'amicizia a vasi comunicanti"); mentre fumavo una sigaretta prima di entrare a teatro, ho rivisto con piacere un amico che non vedevo da circa 5 anni, e mentre gli altri arrivavano si è scoperto che la sua compagna conosceva il compagno di una delle mie amiche. Cose che capitano in questo pazzo e piccolo mondo fatato.
Marco (Paolini) ci chiamava "Livorno" e lo spettacolo è stato come sempre molto interessante e divertente al tempo stesso. Era la terza volta che riuscivo a vederlo in teatro, e a questo punto credo proprio che rinuncerò per l'ennesima volta a vedere i dEUS, che il prossimo 3 maggio suoneranno al Flog di Firenze, perchè la stessa sera Paolini sarà al Politeama di Cascina (PI)* per l'altro spettacolo che sta portando in giro alternativamente (Il Sergente - a Mario Rigoni Stern) in questo periodo.
Il buon Marco riesce bene anche quando non fa strettamente "teatro sociale", ed è sempre piacevole. Si vede che è una brava persona. Mi piace. Se avete occasione, e non l'avete mai visto all'opera, andate a vedere uno dei suoi spettacoli. Se l'avete già visto, tornateci.
Il teatro è una bella cosa. Basta non andarci per sfoggiare la pelliccia nuova.

*merda

20060324

vero

una cosa deliziosa è lo yogurt naturale mischiato al miele d'acacia o di bosco o anche di castagno.
sublime!

domani nella battaglia pensa a me

ho scoperto un grande scrittore leggendo questo libro. e una storia ricca, intensa e originale.

L'inizio e la fine di questa storia sono sorprendenti come accade raramente in un'opera di narrativa, oltretutto di natura filosofica; nel senso che, più che dei fatti, vi è raffigurato (ossessivamente) il pensiero. Quello del protagonista che, immmerso in un suo interiore monologo, spesso si chiede cosa sarebbe potuto succedere, se non fosse successo quello che è successo. Disperdendo la realtà in un pulviscolo di possibilità che dà a ogni cosa la consistenza di un sogno, sospeso tra verosomiglianza e inverosimiglianza, illusione e disillusione. Eppure non è un romanzo cerebrale; anzi. La sorpresa arriva fin dalle prime righe, con la morte di una donna, mentre l'uomo, che conosce appena, da lei invitato a cena per un imprevisto convegno amoroso in occasione dell'assenza del marito, vi assiste con assoluta passività; mentre un bambino di due anni dorme finalmente in un'altra stanza, dopo aver cercato in tutti i modi di non addomentarsi, forse per non lasciare la madre alle attenzioni dello sconosciuto. Mentre la televisione trasmette un famoso film in bianco e nero che l'uomo conosce perfettamente e segue senz'audio, disteso accanto alla donna agonizzante.Da questa iniziale scena di morte, con le riflessioni sui modi in cui essa può manifestarsi, e sulle conseguenze sui vivi, il protagonista esce lentamente e faticosamente, comincia a raccontarla, a sottrarla dall'inversomiglianza. Incontra il marito, la sorella, il padre della morta, ed è un crescendo di scoperte; mentre anche la sua vita sentimentale - il ricordo della ex moglie e di ciò che potrebbe essere diventata - lo inghiotte nelle nebbie avvolgenti del dubbio e dell'incubo ricorrente, che a stento si dilegua davanti alla luce delle prove tangibili.Eppure, per quanto intriso in una ontologica dissolvenza - a cui contribuisce la scrittura digressiva e ampia, che si srotola talvolta senza quasi punteggiatura e in balia, come la voce narrante, di un incantamento - il tema del libro non è la morte. La morte della donna, per quanto diventi poi significativa, è all'inzio una pura casualità. Dice lo stesso Marias nella bella intervista di Francesca Borrelli (in Biografi del possibile, Bollati Boringhieri, 2005). «(...) In Domani nella battaglia pensa a me il tema è relativo alla consapevolezza di dover convivere con l'inganno. (...) Penso all'inganno come parzialità. E' faticoso non poter essere mai la stessa persona: spesso non è questione di grandi inganni, ma del fatto che nessuno di noi si presenta a persone diverse nello stesso identico modo. Tra l'altro, è necessaria una grande memoria per essere coerenti con noi stessi, per ricordare cosa abbiamo trasmesso di noi alle diverse persone con le quali siamo entrati in contatto».Questa storia non si dimentica tanto presto. Resta la sua frase/memento e leit motiv, tratta dal Riccardo III di Shakespeare, Tomorrow in the battle think on me, maledizione del fantasma della regina Anna sul re che l'ha fatta uccidere. Rimane impressa l'attenzione quasi maniacale del protagonista Victor per i dettagli, con la sua capacità di scivolare con maestria anche nel registro ironico e buffo (il ritratto dell'amico Ruibérriz de Torres, o la scena con il confuso regnante Only the Lonely). Ci colpisce soprattutto la sua atmosfera malinconica, e l'idea di fondo che permea le infinite variazioni di Victor. «Di quasi nulla resta traccia, i pensieri e i gesti fugaci, i progetti e i desideri, il dubbio segreto, i sogni, la crudeltà e l'insulto, le parole dette e ascoltate e poi negate o fraintese o travisate, le promesse fatte e non tenute in conto, neppure da coloro a cui sono state fatte, tutto si dimentica o si estingue...».Un pensiero che non è, tuttavia, nichilista come sembra. Afferma lo stesso Marias nell'epilogo e strenua difesa del romanzo, del bisogno umano dell'immaginario oltre che dell'accaduto e del reale: «(...)Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che siamo quanto in ciò che siamo stati, tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabile quanto in ciò che è più incerto, indeciso e sfumato, forse siamo fatti in ugual misura di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere».

20060323

regni

Il sistema di classificazione che suddivide le specie viventi in cinque regni e' stato proposto per la prima volta da Robert H.Whittaker. I criteri principali (ma non gli unici) su cui si basa la classificazione sono almeno tre:
Tipo di cellula ( cellula procariotica o eucariotica)
Tipo di organizzazione cellulare ( isolata, unicellulare a colonia o pluricellulare).
Tipo di nutrizione.
In base a questi criteri le specie viventi sono suddivise in: Monera o Procaryotae, Protista, Fungi, Animalia, Plantae.
Gli Animali (animalia) sono dunque pluricellulari con cellule eucariotiche. Si nutrono principalmente per ingestione in una cavità interna e riproduzione di tipo sessuato.
Le Piante (plantae) sono pluricellulari con cellule eucaiotiche provviste di parete rigida e plastidi fotosintetici.
I Funghi (fungi) includono organismi plurinucleati (cioe' aventi piu' nuclei all'interno della stessa cellula) con nuclei eucariotici e nutrizione per assimilazione. Non hanno flagelli e nessun tipo di motilità eccetto lo strisciamento protoplasmico.
Il regno dei Procarioti (monera) comprende tutti gli organismi procariotici, le cui cellule non sono provviste di un vero nucleo. Tali cellule possono essere solitarie, filamentose, coloniali o miceliali. La nutrizione avviene per assimilazione dall'ambiente esterno con llo "sfruttamento" delle risorse piu' disparate. La riproduzione e' asessuata. Ci possono essere o meno dei flagelli, strutture filamentose deputate al movimento della cellula. I batteri, suddivisi in eubatteri ed archebatteri, fanno parte di questo regno.
Il regno dei Protisti (protista) e' il meno omogeneo ed il piu'difficile da definire. Questo perche' i protisti sono eucarioti con un'organizzazione unicellulare. Possono trovarsi sia come cellule isolate che come cellule formanti colonie prive pero' di veri e propri tessuti. Hanno vari tipi di nutrizione come l'ingestione, l'assorbimento e la fotosintesi ed includono la maggior parte dei microorganismi conosciuti comele alghe, i protozoi, molti dei funghi piu' semplici ed i lieviti. In genere la riproduzione e' asessuata, ma molti hanno una vera riproduzione sessuata.Possono o meno presentare flagelli e altre strutture deputate al movimento. In passato non facevano parte di un regno, ma si cercava di includerli, a seconda delle loro caratteristiche, di volta in volta fra le piante, gli animali o i funghi.
Poi ci sono i Virus...vabbè



ecco, quindi, i vegetariani non mangiano tutto ciò che entra nel regno animale, ma possono mangiare gli altri regni? perchè questa discriminazione?

20060321

le due facce di Ben Harper


Ben Harper – Both Sides Of The Gun

Difficile scrivere di un artista che ti ha stregato qualche anno fa. Dico, scriverne in maniera imparziale. Credo sia inutile ignorare il passato di un musicista, l’ho già detto tempo fa. Per quale motivo poi? Quindi eccomi qui, con l’edizione quasi lussuosa del nuovo cd di Ben, cartonata, a scatola, con ben tre dischetti dentro. A dirla tutta, già la foto di copertina lo ritrae in una posa che qualche anno fa sarebbe stata difficile da attribuirgli. Tutti cambiano, e non è detto che si cambi in peggio, anzi. Si sa già che un disco è composto da pezzi più intimisti, l’altro da canzoni con più tiro. Seguendo l’ordine dei titoli del retro-copertina, partendo dal disco “chiaro” (i due dischi che compongono l’edizione “base” non sono numerati, anche se sul sito ufficiale i titoli sono “Morning Yearning”, di quello chiaro e “Better Way”, per quello scuro), apre Morning Yearning, un bella ballata con chitarra acustica e batteria con le spazzole, un po’ appesantita dagli archi. Waiting For You somiglia a un sacco di altre canzoni, e sciupa l’incanto del pezzo precedente, che sembrava introdurre un disco intenso. Comincia ad aggirarsi nell’aria una stranissima somiglianza con Eagle-Eye Cherry. Ora, è ovvio che se la somiglianza c’è, è Eagle-Eye che si ispira a Ben; ma la leggerezza dei pezzi e, soprattutto, la poca intensità trasmessa, rimanda a un qualcosa di spessore minimo, rispetto alle vette delle quali riconoscevamo capace il californiano. Picture In A Frame ci fa capire che l’ispirazione non abita più qui. Anche Never Leave Lonely Alone, che parte promettente, con un buon lavoro di chitarra, risulta scontata e, come il resto del disco, appesantita da troppi strumenti (paradossale, qui sono solo tre, e si vorrebbe fossero meno, per farne almeno qualcosa da ricordare). La seguente è uno strumentale, Sweet Nothing Serenade, ed è un catalogo di scontatezze, salvato solo dalla spolverata che Ben dà alla sua Weissenborn. Uno strumentale assolutamente inutile, e perdonatemi se la mente corre a quella Number Three che ti apriva il cuore senza bisogno di parole. Qualcosa continua a non convincermi nelle parti di batteria, osservo le note e vedo che la suona Ben stesso. Sullo strumentale mi arrischierei a sostenere che c’è almeno un errore. Voglia di Lenny Kravitz? Chissà. Reason To Mourn è un pezzo discreto, anche se vi ricorderà un sacco di altri pezzi di Ben Harper, ma è ridondante come detto sopra, e l’assolo di chitarra, pur se buono, non convince come suoni che si innestano sul pezzo. More Than Sorry è poco più che un riempitivo, mentre gli ultimi due pezzi si dimostrano validi: Cryin’ Won’t Help You Now sembra essere arrivata in eredità dal lavoro fatto con i Blind Boys of Alabama negli ultimi due dischi, e appare quasi come migliore di quella che ebbi a definire un’occasione sprecata, mentre Happy Everafter In Your Eyes è un pezzo dalla grande intensità. Peccato ricordi troppo la sua irraggiungibile Beloved One; forse uno sbaglio inserirla nel bonus disc; ma di questo parleremo dopo.

Passando al disco “scuro” (“Better Way”), in apertura spaventa Better Way, il pezzo scelto come singolo: fintamente etnica, uno dei pezzi più inconcludenti e brutti che mi sia capitato di ascoltare ultimamente. Si parte davvero male, al punto che nei ripetuti ascolti ai quali mi sono costretto per poter parlare diffusamente di questo disco, la canzone in questione veniva ripetutamente “skippata”. Vorrei adesso raggruppare la traccia due e la quattro, visto che fanno parte dello stesso filone: quello dove ti sembra, ascoltandole, di veder scorrere davanti a te le immagini di un qualsiasi telefilm anni ’70, immaginandoti Ben con pettinatura afro, giubbottino di pelle aderente, pantaloni color crema scampanati, facendo il detective. Both Sides Of The Gun e Black Rain sembrano uscite dalla colonna sonora di Jackie Brown, e hanno un bel tiro funky, soprattutto Black Rain, sono curatissime fin nei minimi particolari (il finale di Black Rain). Il problema è: sono di categoria superiore, ma non sfigurerebbero in un disco di Jamiroquai. E’ questo che vogliamo da Ben Harper? Non credo proprio, diceva Alex Drastico. Engraved Invitation fa da cuscinetto tra le due, e sfido chiunque a non riconoscere che proprio questo è: un cuscinetto. Un pezzo senza né capo né coda. Gather ‘Round The Stone sembra l’omaggio di Ben a Johnny Cash, è non è male, nonostante l’assolo di chitarra, anche qui, non mi convinca, Please Don’t Talk About Murder While I’m Eating è poco superiore a Engraved, un pezzo di rock sudista senza tante pretese se non quella del testo, ma è con Get It Like You Like It che la situazione si fa addirittura imbarazzante. Pare di sentire i Black Crowes. Gran bel gruppo, tanto di cappello, ma che ci fa qui questo pezzo? Sembra di sentire addirittura la voce di Chris Robinson! Con The Way You Found Me Ben si cimenta con lo swing-jazz, con una riuscita discretamente simpatica, e si chiude con Serve Your Soul, un pezzo decente, semi-lisergico, che prova a rispolverare i fasti di God Fearing Man senza però riuscirci pienamente. Il livello non è quello, il carisma è nascosto, se non svanito.

Se a questo punto dell’ascolto, sarete scoraggiati come me, però avete comprato la “special edition”, provate ad ascoltare l’ultimo dischetto, il bonus disc. Sarà una piacevole sopresa. Ci sono tutte versioni alternative, molto più informali, low-fi, non edulcorate e ridondanti (anche se ogni tanto Ben si fa lo stesso prendere la mano dalla foga arrangiatrice, la voglio chiamare così). Si apre con Gather ‘Round The Stone, che qui acquista profondità e suona leggermente più ruvida e convincente. Sentite come suona meglio senza l’assolone rock e con quei gustosi armonici ricchi di effetto. Poi Reason To Mourn, anche se l’assolo stona ugualmente, e qualche coretto poteva essere meno invadente ed elegiaco, suona ottimamente. La versione live di Get It Like You Like It mi ricorda i suoni del grandissimo live acustico dei Tesla, e così fatta, anche se rimane un pezzo per il quale Ben potrebbe venir denunciato per plagio, suona meno pacchiana. Sarà una cantilena ripetitiva la mia, ma anche Waiting For You risulta passabile così scarna, anche se rimane un pezzo prevedibile, mentre, come immaginava chi conosce bene il mulatto, Morning Yearning esce dalla versione quasi interamente acustica qui presente rinnovata, più intensa e quasi toccante. La cosa che fa riflettere, però, è che la chiusura di questo dischetto che, paradossalmente, risulta il migliore dei tre, è affidata a una versione live piano, voce e archi di Beloved One: me-ra-vi-glio-sa!

Detto che di questo disco esiste anche un’ulteriore versione, la BENHARPER.NET Edition, acquistabile sul sito ufficiale, contenente nel bonus cd anche Gold To Me live acustica, Gather ‘Round The Stone nella Musselwhite version e Dressed In Black, un inedito, versione live with Charlie Musselwhite (ci sarebbe anche la versione giapponese, ma mi sembra giusto darci un taglio), le conclusioni sono semplici da tirare. Ben Harper ha scelto una strada diversa da quella che aveva percorso nei primi tre dischi, e che lasciava intravedere leggermente nel suo quarto, intrapresa poi decisamente col quinto “Diamonds On The Inside”. Dopo alcuni tentennamenti (interviste nelle quali si “disimpegnava” e dichiarava prima di voler parlare di lì in avanti solo d’amore – era evidentemente innamorato e felice -, poi di voler pubblicare un disco acustico in coppia con la madre, poi di voler pubblicare un disco interamente reggae), ha deciso per arrangiamenti ricchi e, spesso, troppo pomposi, di dividersi equamente, a livello di testi, tra amore e impegno sociale, magari perché ne sente ancora il bisogno, magari per non perdere una certa dose di dignità davanti ai suoi fans più radicali. In questo ultimo lavoro conserva una discreta indecisione (lo dimostrano le due “facce”, i due dischi profondamente diversi), e si affida a pezzi meno incisivi che in passato, ma di facile presa, nonostante conservi una certa classe. Forse, chissà, se avesse lavorato di più su alcuni pezzi, avesse scartato i più scarsi, e avesse fatto uscire un solo disco, ne parleremo diversamente. Pecca di superbia da una parte, suonando una buona parte degli strumenti, ma continua a dedicarsi poco alla chitarra (ruolo, quello di chitarrista, che ha ormai messo da parte, limitandosi a un compitino semplice semplice), forse per poter risultare più front-man che timido guru. Il risultato è sotto gli orecchi di tutti: il punto più alto del disco, è una versione live, ascoltata dal pubblico in religioso silenzio, di un pezzo relativamente vecchio.

Chi si avvicina per la prima volta a Ben Harper, rimarrà piacevolmente sorpreso e colpito da un artista eclettico e piacevole da ascoltare, abbastanza di facile fruizione. Chi lo segue da tempo, si dividerà per sempre tra chi accetta la nuova strada e chi la rifiuta, o la guarda con sufficienza. Chi vi scrive è tra questi ultimi. In giro ce n’è fin troppa di musica senz’anima.

la canzone più bella del mondo in questo momento è TINY DANCER

Tiny Dancer

Blue jean baby, L.A. lady, seamstress for the band
Pretty eyed, pirate smile, you'll marry a music man
Ballerina, you must have seen her dancing in the sand
And now she's in me, always with me, tiny dancer in my hand
Jesus freaks out in the street
Handing tickets out for God
Turning back she just laughs
The boulevard is not that bad
Piano man he makes his standIn the auditorium
Looking on she sings the songs
The words she knows, the tune she hums
But oh how it feels so real
Lying here with no one near
Only you and you can't hear me
When I say softly, slowly
Hold me closer tiny dancer
Count the headlights on the highway
Lay me down in sheets of linenyou had a busy day today
Blue jean baby, L.A. lady, seamstress for the band
Pretty eyed, pirate smile, you'll marry a music man
Ballerina, you must have seen her dancing in the sand
And now she's in me, always with me, tiny dancer in my hand

on the road again


quando avrò tanti soldi da spendere mi comprerò questa moto qui.
mi piace un bel pò. ma molto un bel pò. e poi un casco con gli occhialoni e la giacca in pelle. che fanno molto anni 60.
bhe se qualcuno me la vuole regalare per il compleanno l'accetto volentieri!

Slovenia apr 06 - 1

Ljubljana
Ljubljana, the capital of Slovenia, is a lively Central European city lying in a basin at the confluence of the Sava and Ljubljanica rivers, between the Alps and the Adriatic Sea, at 298 metres above sea level. It covers 273 square kilometres and has a population of 276,000. Its climate is basically continental, with January temperatures averaging - 0.3 and July temperatures 20.7 degrees Celsius.

Both the residents of Ljubljana and numerous visitors say that Ljubljana is a city made to man's measure. Classified as a medium-sized European city, it offers all the friendliness of a small town and at the same time everything that a capital should offer. Due to its geographical position, Ljubljana is an ideal departure point for discovering the many faces and beauties of Slovenia.

Ljubljana bears witness of all the five millenniums of its history. Apart from the remains of the Roman Emona, it boasts a Medieval castle and numerous old city centre Baroque buildings with uneven roofs and richly decorated façades and portals. The mosaic of Ljubljana is completed by picturesque bridges across the Ljubljanica river and the vast Tivoli park, which extends to the very city centre. The centre of Ljubljana owes its appearance partly to the masters of the Italian Baroque and partly to those of the Art Nouveau period, the latter being reflected in the style of many buildings built immediately after the earthquake of 1895. In the first half of the 20th century, it was the world famous Slovenian architect Jože Plečnik who stamped a strong personal mark on his birth place. The city's appearance was later contributed to by his disciples and the "new wave" of distinguished young Slovenian architects.

Ljubljana is a city of culture, which, among other things, boasts one of the oldest philharmonic halls in the world. Every year it hosts more than 10,000 cultural events ranging from most prestigious concerts, theatre performances and fine art exhibitions, to avant-garde events and those pertaining to alternative culture. The events include as many as 14 international festivals.

Due to the international reputation of its university and institutes, Ljubljana gets visited by all kinds of scholars, due to its lively creative atmosphere by famous artists from across the world, due to the numerous business gatherings and fairs by vast numbers of businessmen, and due to the large number of congresses it hosts by various experts from all parts of the world.

20060320

chili di silenzio per inaugurare un nuovo gioco


Marlene Kuntz “S-Low Tour”, 16/3/2006, Firenze, Auditorium Flog

Mi sembra un’ottima idea questa dei Marlene Kuntz. Anche se non capisco ancora bene di cosa si tratta, non è un concerto acustico, non è un concerto “normale”. Si chiama S-Low Tour, e le note di presentazione recitano “Non dunque il tuono e la tempesta dei grossi assalti distorti, ma l’inquietudine tersa di note sospese nel vuoto dell’apnea e sul respiro del pubblico” . Sono “dunque” curioso, e quasi scontento di non essere potuto andare a vederli prima, un po’ più lontano. Però felice di cominciare con loro, una band che apprezzo molto, il personale 2006 concertistico. Solito bel pubblico, abbastanza folto e, pare, incuriosito proprio come me. 22,30, si parte. Le chitarre sono elettriche (e, come sempre, modelli classici rock e bellissime), ma le differenze che saltano all’occhio sono che Gianni (Maroccolo, of course) si siede, pur imbracciando il basso elettrico, e Luca usa delle bacchette particolari, che, scoprirò attraverso il loro sito, si definiscono di tipo “hot roads”; non vorrei dire una minchiata, ma mi pare che abbiano le spazzole da un lato e un puntale particolare dall’altro lato. Fatto sta che, diciamo, picchia un po’ meno forte sulle pelli e sui piatti. Cristiano si è lasciato crescere la barba, quella che questa estate si intravedeva quindi è diventata un’idea messa in pratica, i capelli sono allungati e la camicia è, come al solito, molto stilosa, se non erro di un rosso molto scuro. Dite che non è corretto parlare tanto di Cristiano Godano quando si parla dei MK? Non so, forse si. Però proprio prima del concerto, ascoltando il cd che mi ero fatto con, in sequenza, i pezzi che dovrebbero comporre la scaletta di questa sera, notavo che il suo modo di cantare in questi anni è incredibilmente migliorato, segno tangibile di una serietà professionale, ma soprattutto di un convincimento forte. I Marlene ci credono davvero in quello che fanno.
Si comincia con Lieve, non a caso un pezzo dal loro primo “Catartica”, album mai dimenticato né dai fans né da loro, e la versione che ne esce, rallentata e leggermente rarefatta assomiglia molto a quella che, anni fa, facevano i C.S.I. dal vivo, sponsorizzando così in giro i Marlene, allora componenti della stessa “scuderia”. Siamo ancora al primo pezzo, non concluso, e ci sono già due cerchi che si chiudono. Il primo è visibile a tutti: c’è Maroccolo sul palco. Il secondo è una cosa intima e personalissima di chi scrive, ma visto che nessun capo redattore taglierà questa parte, ve la dirò: Lieve è il pezzo che mi ha fatto conoscere i Marlene, quando usciva “Catartica”. Gli altri componenti della band dove suonavo la suggerirono come cover, e io che non la conoscevo fui obbligato ad impararla e a suonarla senza averla mai sentita né nella versione Marlene né in quella C.S.I.
Si parte dunque sul filo dell’emozione e dei sentimenti, la serata si mette subito bene. Segue a ruota La lira di Narciso, il primo estratto (alla fine saranno sei) dall’ultimo “Bianco Sporco”, ancora giustamente da promuovere; un disco che si è rivelato molto difficile da assimilare per molti, ma che lentamente ha acquistato il giusto status di piccolo e scintillante fiore all’occhiello di una discografia italiana esangue, riconosciuto come più che valido anche da molti inizialmente scettici e riluttanti. Nella parte centrale, com’è giusto che sia, Cristiano recita i versi e muove teatralmente le mani. A chi succhia si presta ottimamente a questa dimensione, non ha praticamente bisogno di ritocchi. Affascina lo stridio tra la cattiveria del testo e la dolcezza delle note. Arriva Danza, da “Senza peso”, e riaffiorano anche qui le ricorrenti accuse di svendita da parte di alcuni fans, in occasione dell’uscita di questo lavoro. La ascolti, li osservi, ti avvolge, ti avvolgono, arriva l’assolo, ti trafigge e ti lusinga, ti culla e ti stona. Che bella che è questa canzone. Che bella. Ti ritrovi a sussurrare “..ora tocca a me…” insieme a Cristiano. Direttamente da “Il vile” ecco Ti giro intorno, altra canzone intensissima e quasi dimenticata. Difficile da cantare, quasi in falsetto la prima strofa, e infatti Cristiano la prende malissimo. E’ un luogo comune, ma è giusto: lo rende umano, simpatico per questo. Già sul bridge, bellissimo e adorante (“bastano i prodigi che tu sei, contano i sapori che mi dai”), ci si dimentica tutto.
Cristiano ciarliero, contento. Il pubblico reagisce bene, è caldo e osannante. Decine di videocamere e telefonini scattano foto, riprendono l’evento. Dopo aver introdotto il pezzo precedente, molto vecchio, presenta il prossimo, dal primo disco: Fuoco su di te. C’è dentro anche la loro città di provenienza. E’ poco diversa dall’originale, ed è rabbiosa. Altro che S-Low! Mi sovviene che, ascoltandola poco prima, il cantato di Cristiano mi ricordava quello classico e mai dimenticato di Zazzo dei Negazione. In effetti, una canzone punk.
Nessuna introduzione per quella che ormai è un super classico, La canzone che scrivo per te. Anche qui, ricordi di critiche, dubbi della ricerca di un hype per la collaborazione con Skin. Il tempo è galantuomo: il pezzo, dal vivo, è sempre stato bellissimo, in qualsiasi occasione, e la versione senza la piccola nervosa pelata schizoide, ottima e abbondante. Una affascinante storia di “una botta e via”, come spiego alla mia amica assetata di Marlene Kuntz, almeno nella mia interpretazione. Il gioco dei tre finali diversi e in progressione dei ritornelli mi ha da sempre folgorato, anche se non è una cosa così complicata. Applausi a scena aperta, ripetutamente. Riesci a scorgerti? Non ci sei più.
Serrande alzate è dedicata ad Enrico, il figlio di Cristiano. Ce lo dice lui stesso in apertura. Non cambia il risultato: altra canzone super.
E come resistere all’incedere della seguente Infinità, quando il poeta di Cuneo canta “la cosa più speciale, che mi potessi offrire…”? E’ vero, i “grossi assalti distorti” lasciano spazio all’emozione più intima, al posto dell’apprezzamento per la maestosità rumoristica di Marlene. La filastrocca cantilenante di Amen fa coppia con L’inganno, ed è come un lungo crescendo che, nonostante la serata S-Low, sfocia nel solito, ma mai noioso, caos organizzato. Gli andirivieni de L’inganno, e la maniera di muoversi di Cristiano, oltre allo strano gioco che gli fanno i capelli quando se li toglie dagli occhi, mi fanno pensare a quanto inconsciamente si ispiri ad un’artista che, sappiamo, lui stesso ammiri con forza: Nick Cave.
L’orgia di rumore che fa da scia al pezzo precedente, introduce un altro pezzo vecchissimo, Come stavamo ieri, molto apprezzato, che ci porta dritti in pausa. Ma si rifiata solo pochi minuti, dopo i quali eccoli di nuovo sul palco per una versione di Schiele, lei, me che definirei “ballabile”. Non mi piace per niente, mi trovo a concordare con un amico che l’aveva detto avendoli visti qualche settimana fa. Pazienza, non possono indovinare tutto. Mi viene a mente invece, che la versione riarrangiata per il tour precedente, rarefatta e intensa, sarebbe stata ottima per questa serie di concerti. Ci si riprende prontamente con Lamento dello sbronzo, altalenante, soffice e dura al contempo.
Un’altra coppia da “Bianco sporco”, Il solitario, sinuosa, e Bellezza, giustamente immancabile, assurta al ruolo di nuovo classico, a ragione, oltre che a mio personale manifesto programmatico, ispirandomi al ritornello (“noi, cerchiamo la bellezza, ovunque”). E c’è veramente da dire poco altro, su questo pezzo, se non ascoltarlo, e, magari, canticchiarlo insieme alla band.
Ancora applausi a scena aperta, copiosi, generosi, amorevoli, ammirevoli, e perché no, corrisposti, almeno così pare. Chiude una superba versione di Nuotando nell’aria, che ormai, col nuovo corso vocale, se così si può definire, di Cristiano, tocca vette ineguagliabili nel crescendo finale. Devo arrendermi. Come sa bene chi mi conosce, le preferisco la sublime Ineluttabile, ma l’amore e il trasporto sia della band che la esegue, sia del pubblico che la “vive”, ha ormai designato come questa sia IL pezzo dei Marlene Kuntz. Poco male, mica la detesto, anzi!
Si chiude con la band che, con le luci accese e sulle note di Non gioco più (cover di Mina inserita nel loro EP "Fingendo la poesia") mandata dall’amplificazione del locale, si fanno il giro del perimetro del palco a stringere mani, mani non fanatiche ma riconoscenti, per un’altra serata piena e trasognante.
Avanti così, per la vostra strada a testa alta, strada che è anche un po’ la mia. Parafrasandoli, si sa, è probabile che meritassero di più. Teniamocela stretta, questa band preziosa. Che, sempre probabilmente, se non fosse nata a Cuneo non avrebbe cantato “intanto l’aria intorno è più nebbia che altro”. Stanotte si dormirà poco, ma dormiremo il sonno dei giusti.

20060319

hai trovato le tue indie, John?


The New World – Il nuovo mondo – di Terrence Malick 2006

Nel 1607, gli inglesi sbarcano sulle coste della Virginia, per fondarvi la città di Jamestown. Tra di loro, agli arresti per un tentativo di ammutinamento, il capitano John Smith, valoroso e indomito esploratore, assetato più di conoscenza che di gloria e ricchezza, men che meno di sangue altrui. La zona è abitata dai nativi Powhatan, che diffidano dei bianchi. Inviato in ricognizione insieme ad altri uomini, Smith viene catturato dai nativi. Unico sopravvissuto, viene risparmiato grazie all’intercessione di una delle figlie del capo tribù, la bella Pocahontas. Tra di loro nasce un amore intenso, travolgente ma delicato, fortissimo. Le tensioni tra bianchi e nativi, però, osteggia l’amore, e Smith, tornato a Jamestown e quasi obbligato ad assumere il comando della cittadina, abbandona i sogni d’amore. Pocahontas salva tutta Jamestown, in un periodo di freddo intenso, portando insieme alla sua corte cibo e coperte ad una comunità ormai alla disperazione, ma questo, invece di far volgere la storia al meglio, crea diffidenza in lei da parte della tribù. La principessa infatti viene allontanata dai suoi, e finisce per tornare a Jamestown quando l’amato Smith cade in disgrazia. Conscio delle enormi difficoltà, e spinto dalla fregola esploratrice, Smith parte per mare e fa dire alla sua bella che è morto annegato. Pocahontas è disperata, e si chiude in se stessa. La salverà il colono John Rolfe, tenace e gentile, che la accudirà, la amerà in silenzio, la sposerà cosciente che lei non lo ama, e sopporterà perfino il fatto che Smith non è morto.
Malick non è un genio come Kubrick, ma il suo modo di fare cinema gli si avvicina molto. Questo film è una sinfonia messa in immagini, se è vero che quasi tutti i più importanti critici cinematografici sostengono che vada visto almeno due volte.
Certo, ci vuole impegno e predisposizione per mettersi davanti a questo suo lavoro, come per tutti gli altri, e anche se probabilmente non è il suo migliore, questo film è una spanna sopra al 90% delle produzioni che arrivano nelle sale normalmente.
L’uso della voce fuori campo, caratteristica fondamentale della cinematografia dello schivo regista (altro segno di distinzione assolutamente apprezzabile, in questo panorama di presenzialismo forzato), è padroneggiata in maniera sublime, e, a differenza di tutti gli altri registi che provano ad usarla, e si scottano, in lui trova la dimensione più alta e poetica, creando una simbiosi profonda e a volte catartica, tra lo spettatore e i protagonisti, tre, Smith, Pocahontas e Rolfe, che “pensano” attraverso il sistema “voice-off”.
La fotografia, premiata con l’Oscar, unita ai magistrali movimenti di macchina, ci accompagnano attraverso la scoperta, appunto, del nuovo mondo, con occhi vergini e duali, da una parte (i bianchi, gli uomini) e dall’altra (i nativi, la donna). L’amore, motore immobile della trama, viene illustrato nelle sue diverse sfaccettature, delicato e platonico, almeno apparentemente, quello di Smith e di Pocahontas (qui, forse, Malick eccede nelle scene di tenerezza bucolico-amorosa, ma la vogliamo leggere come una esagerazione funzionale alla creazione di un rapporto che sarà tanto più intenso quanto lacerante al momento dell’abbandono), paziente, tenace ed interamente dedicato quello di Rolfe, passionale, travolgente, feroce ma affrontato con enorme dignità fino in fondo, quello della giovanissima principessa nativa americana.
I sottotesti, volendo, infiniti. Se lo Scorsese di “Gangs of New York” parte, appunto, dalla grande mela, Malick parte da più lontano ancora, e ci accusa tutti quanti, mettendoci metaforicamente dentro al fortino assediato di Jamestown.
Cast con alti e bassi, anche se la direzione è impeccabile. Per un Bale diligente e dal basso profilo, ci pare di vedere un Farrell che, al cospetto di una leggenda come Malick, perde la sua grande occasione; ci appare come un attore bellissimo, ma monoespressivo. Grandissima e lungimirante, invece, la scommessa vinta ingaggiando la sedicenne Q’Orianka Kilcher (all’epoca della lavorazione ne aveva 15), tedesca di sangue Quechua, molto brava, leggiadra, sensuale, intensa, deliziosa nella sua bellezza imperfetta, androgina, meticcia e morbosa. Uno spettacolo, insomma.
Lezione di cinema.

20060317

commozione

Un amico, che mi stupisce ogni volta, oggi all'improvviso mi ha mandato una mail. L'ho letta e mi sono commosso. L'ho riletta e ho pianto. E' bellissima, e mi ha dato il permesso di pubblicarla qui.
Grazie.

Il tuo altro io

Qua a Genova, due carruggi più in la, c'è un negozio di prodotti alimentari esotici.
Frutta dal Sud America e dai tropici, spezie dal medio e lontano oriente, riso thai, e noodles giappa. Perfino la salsa di pesce thai che serve per gli hamburger di maiale, quella che dà l'aroma inconfondibile di quella cucina, ma che quando la metti nella carne cruda odora di fica.
A gestirlo: una coppia.
Bianco lui, nera lei.
Lei è una di quelle matrone africane con foulard coloratissimo in testa e treccine a volontà. Faccia un po' butterata come molti della sua gente, e mani grosse.
Lui è una montagna di carne, grosso più che grasso, pelato e con una faccia che vista una volta te la ricordi per sempre.
Infatti, quella faccia, io l'ho già vista. E' la stessa che porta il mio amico. Uno che vive e lavora in un paese che porta il nome di una fabbrica. Dove il mare è blu, la spiaggia bianca e la gente, distratta, dimentica di mettere la "c" nelle parole.
Sinceramente credevo che di facce così ne esistesse una sola.
E così la mente si trova a viaggiare; voli da capogiro dietro idee balzane. Forse perché mi annoio, o forse perché a forza di vedere i gabbiani uno si ritrova ad imitarli. Forse è proprio perché la natura ci ha privato delle ali che ci ha dato la fantasia.
Così mi trovo a immaginare: e vedo il mio amico, lo vedo nella sua nuova voglia di guardare il mondo attraverso i vetri dei suoi occhiali, piuttosto che attraverso uno schermo, lo vedo innamorato di terre e donne lontane, lo vedo curioso come un bimbo, saggio come un vecchio, pazzo come un uomo.
Lo immagino che lascia il suo lavoro, la sua casa, il suo paese. Lo immagino partire per le terre profumate degli aromi che respiro nel negozio di quel carruggio. Vedo le sue donne, quelle comprate, quelle amate, quelle mai avute. Lo vedo tornare con una donna dalla pelle diversa ma dal cuore uguale al suo. Lo vedo aprire un negozio, forse proprio in uno di quei carruggi che circondano la mia casa. Quei carruggi in cui il vento viene da tutte le direzioni. Come da tutte le direzioni proviene la gente che ci vive.
Lo vedo li dentro, apostrofarmi al mio passaggio. Talmente felice da continuare a scordarsi di mettere le "c" alle parole.
E li dentro mi ci vedo pure io, ascoltarlo raccontarmi dei luoghi che vede, della gente che incontra, dei paesi in cui viaggia per il suo nuovo lavoro, che poi è la sua vita. Portarci sapori e odori di posti lontani e sognati.
Questo è ciò che vedo quando incontro facce come quella del negozio due carruggi più in la.
Sarà colpa del vento che, quando s'incanala nei vicoli della città vecchia, ti scompiglia i capelli e le idee, o sarà che la vita, come agli uccelli ha dato ali tanto diverse, forti e corte ma inadatte al volo come ai pinguini, piccole e frenetiche come ai colibrì, lunghe e affusolate come quelle dei gabbiani; a noi uomini ha dato immaginazioni altrettanto bizzarre e varie. In tal caso a me, come direbbe il mio amico, il gabbiano Jonathan Livingstone "ha ma a pupparmi a fava".

mi vs vr

giravo con il fuoristrada tra le colline venete e per la prima volta dopo tanto tempo ho provato nostalgia per i miei posti di origine. mi è piaciutala luce, le strade, i panorami. a marostica ho visto alcuni adesivi che dicevano: "ai vostri fioleti, in casa, parleghe in veneto!".mi è sembrato tenero. anche se in casa ho sempre parlato italiano, adesso da lontanto mi piace sentire le persone parlare in dialetto. forse è nostalgia e in fondo in fondo una parte di me vorrebbe tornare da quelle parti. non lo so.

20060316

il serpentone di Glasgow


Mogwai – Mr. Beast

Una delle cose più complicate, quando ti trovi a parlare dei Mogwai con qualcuno che non li conosce, oltre a fargli capire che si scrive con la I finale, e non con la Y (chissà per quale recondito motivo poi, si pensa che debba terminare in Y), è riuscire a spiegare “che genere fanno”, o, più semplicemente, “cosa” fanno. Adesso che i Sigur Ròs sono usciti dallo status di band di nicchia, risulta piuttosto comodo accostarli a loro. Certo che, riflettendoci, è abbastanza paradossale questo fatto, visto che entrambe sono delle band non incasellabili entro delle etichette o dei generi.
Una delle particolarità che da sempre caratterizzano il sound della band di Glasgow, è il muro sonoro creato dall’uso che fanno delle chitarre, la ripetitività dei riff usati per costruire la loro personalissima forma canzone, e il lavoro di “cesello” però, all’interno dei riff, delle stesse chitarre, che lavorano su piani differenti ma vicini, un lavoro che crea una sensazione di cambiamento lento all’interno di un suono ossessivo e martellante. Difficile spiegarlo alla macchinetta del caffè, per strada o sul treno, in effetti.
In questo ultimo lavoro, come sempre compattissimo, si continua sulla strada della creazione di muri sonori, che a volte rasentano la sinfonia ariosa, seppur massiccia e rock, alternata a momenti di sospensione, creati da pezzi rarefatti e parlati. L’iniziale Auto Rock usa il pianoforte e le percussioni in primo piano, in un crescendo maestoso aiutato da sintetizzatori, per introdurre la seconda traccia Glasgow Mega-Snake, già devastante al primo impatto, e già così indiscutibilmente Mogwai.
Il resto del disco, composto in totale da 10 tracce, è fatto da altalene sonore ed emozionali; si parte sottovoce, arpeggiando (Acid Food, Travel is Dangerous, Friend of the Night, Emergency Trap, Folk Death 95), oppure in maniera diversa, quasi sperimentale, per i due pezzi leggermente fuori dagli schemi (Team Handed ma soprattutto I Chose Horses). Chiusura con la summa di We’re No Here, dove i Mogwai esaltano la loro componente più cupa, ossessiva e quasi doom. L’uniformità dei pezzi può, come sempre, essere vista come noiosa e monotona o come precisa cifra stilistica. Prendere o lasciare.
Oltre ai Sigur Ròs, c’è chi li accosta agli Slint, chi ai Godspeed You Black Emperor; a me piace immaginarli come dei moderni Cocteau Twins senza la dolcezza della voce di Liz Fraser, ma con in più la durezza rock fatta dal muro delle loro chitarre “armate” (aggettivo che accosta i Mogwai non ad un esercito, bensì ad un particolare uso del cemento).

20060315

a proposito di silvio...


Il processo - di Franz Kafka

Mi ero ripromesso di non aventurarmi in giudizi sui "classici" : ho cambiato idea.

E' possibile che piaccia la letteratura, ma si sia scarsi sui "fondamentali", quindi giovano le informazioni su di essi.

Meno famoso della "Metamorfosi", non certamente inferiore, "Il processo" è un vortice, un thriller ante litteram, una discesa agli inferi senza che gli inferi sia dato vedere.

Libro che si presta a plurime interpretazioni, esempio mirabile di grande letteratura.
Obbligatorio.

il duellaccio

me lo aspettavo più noioso, invece in parte mi sono divertito, anche perchè in casa si possono fare battute continue...comunque la cosa che pensavo continuamente è:
"uno di questi due comunque vada governerà il mio paese!", non si scappa. quindi mi aspettavo di essere un pò rassicurato dal mortadellone,di vedere le mie idee prese in considerazione, almeno in parte. e così è stato. sono soddisfatto. che la sfida abbia avuto un vincente o un perdente mi importa solo per giocare con i miei amichetti. volevo una minima rassicurazione e l'ho avuta. almeno così mi sembra nelle intenzioni.
mi tappo ancora il naso, ma respirò un pò lo stesso.


per l'esito della serata, copio incollo un articolo del messaggero:L’ESITO del match lo ha dato lo stesso Silvio Berlusconi distendendo le labbra in un sorriso amaro. E’ la delusione del velocista che ha tentato subito l’affondo vincente, ma alla fine è rimasto impastoiato nella lattiginosa bonomia del maratoneta Romano Prodi. E’ il Professore ad aggiudicarsi il girone d’andata. Il gong risuonerà solo fra due settimane e il Cavaliere, consapevole d’aver sbagliato tattica giocando tutto in difesa, sa perfettamente che a quel punto gli resteranno pochi giorni per risollevare una campagna elettorale in salita nei sondaggi...

20060314

pol

questa sera mi tapperò il naso e guarderò el mortadela contro il nanocoitacchi. la pantomima della politica. l'apoteosi della facciatostaggine. la tragedia populista.

una domanda tecnica sulle lezioni: un partito che prende meno del 2% avrà o no seggi in parlamento?

indovina gli autori di queste canzoni

tacoma trailer;
i'm in the mood again;
beautiful feeling;
baby gonna leave me;
the kindness of strangers.

20060313

leeza oggi compie 30 anni

augurissimi,
anche se abbiamo già fatto festa ieri pomeriggio sulle sponde ventose del ticino!

estere live report

sabato sera. di nuovo al chico bar tra le mura di radio popolare a milano. attendiamo il concerto acustico contenti di poter risuonare assieme, non proviamo da tempo per motivi vari e non piacevoli. comunque con le ormai mitiche casse anni 80 da 200 kg l'una che da sole risolvono l'arredamente di tutto il chico ci affrettiamo a montare tutto, fare un sound check abbastanza veloce, ma che sembra buono e via si mangia (formaggi e affettati) e si beve, e si aspetta che arrivi un pò di gente con la pancia troppo piena.
iniziamo un pò prima delle 11, nel locale tante facce non conosciute, mentre alcuni amici fedeli sono in ritardo. suoniamo affiatati come non mai. come se suonassimo solo per noi. un pezzo dopo l'altro senza soste particolari. suoniamo anche pugni chiusi in onore a demetrio stratos. la gente ascolta, chiacchiera, guarda, applaude, sorride, manda baci al bassista, le luci sono basse, e la mia gola è arsa perciò bevo continuamente. a me sembra una situazione strana, forse perchè tanta gente è venuta al bar non per ascoltarci, ma per vedere fonzie che suona nudo, secondo sbresi è stato il concerto dove abbiamo suonato meglio in assoluto.

la scaletta:

diamante
get your filthy heand out of my desert
ultimo atto
ostaggio
blu
il pretesto
marialafolle
scivolando
duello sul porto di livorno
sublime
spine
pugni chiusi
l'esplosione
l'ascia

una domenica bestiale


12 marzo 2006

Il calcio è una passione insana, si sa. Poi, ci sono casi e casi. Il nostro caso, a Livorno, è abbastanza particolare, e, anche se non unico, piuttosto raro. Rapido riassunto per chi non è così informato: 2 anni fa siamo tornati in serie A dopo 55 anni di assenza. Diciamo 2/3 generazioni. Quelli che sono, come me, intorno ai 40 anni, hanno avuto il piacere (paradosso) di arrivare (paradosso), grazie a 4 fallimenti della società e una serie, che pareva interminabile, di presidenti (o sedicenti tali) scriteriati (eufemismo), fino alla categoria dell'Eccellenza. Qualcuno (come me, per esempio) era convinto di essere condannato a rimanere per sempre nel limbo poco conosciuto della serie C (1 o 2, a scelta), e quindi andava avanti seguendo la sua squadra di preferenza nella massima serie, preferibilmente una di quelle che non tutti gli anni si deve preoccupare della retrocessione (a quello ci pensava il Livorno, ogni tanto). Negli ultimi anni, ci è sembrato di vivere un sogno che non finiva mai. La serie B tanto agognata, e già sembrava un traguardo, un posto dove mettere radici solide e vivere la propria dimensione dopo anni di purgatorio, un giocatore mai visto, sia a livello umano che a livello tecnico (Igor Protti), che si sentiva ormai livornese. All'improvviso, l'incoscienza: un altro giocatore potenzialmente fortissimo ma mai esploso completamente, che però aveva dalla sua la nascita "di scoglio", livornese al 100%, Cristiano Lucarelli, fa carte false per scendere di categoria e giocare nel Livorno in serie B; Protti, già più volte sul punto di lasciare per raggiunti limiti di età, rimane quasi eslusivamente per giocare in attacco con Cristiano. Nonostante le premesse, non sembrava vero. E invece, arriva: la serie A, al termine di un campionato incredibile, col tandem Protti/Lucarelli che sfonda le reti a colpi di gol. Dopo un primo campionato relativamente tranquillo (quello dello scorso anno), nonostante un cambio di allenatore, alcuni tormentoni estivi, e un calo di rendimento pauroso nelle ultime giornate, quest'anno partiamo alla grande e ci proiettiamo, inaspettatamente, verso le prima posizioni della classifica (le prime tre, si sa, sono già assegnate in Italia; chissà perchè). Non ci si crede. In gennaio, in coincidenza del mio viaggio in Sud America, un calo di rendimento pauroso (ripetizione, ma anticipata), e alla fine, una pantomima esistenziale, interprete principale il presidente Aldo Spinelli, personaggio non catalogabile, che "costringe" l'allenatore Roberto Donadoni a dimettersi. Al suo posto Carletto Mazzone, osannato dai media, a mio parere solo perchè divertente e anzianotto.
Mi sono dilungato anche troppo. Andiamo ai fatti di oggi. Decidiamo di seguire la squadra nella trasferta di Parma, ritrovo alle 9,30 nel parcheggio antistante lo stadio di Livorno. Siamo un gruppo eterogeneo, ci siamo conosciuti su un sito dedicato al Livorno calcio. Siamo diventati buoni amici. Dal sud della provincia arrivano Gigio e Ari, sul loro Kangoo, e portano con se Antonello, Andrea e Alessio. Anch'io, come sapete, arrivo leggermente da sud, mi alzo alle 8,30 e parto alle 9 da Rosignano. A Livorno ci aspettano Ivano, che per l'occasione si è fatto prestare un Gran Cherokee (5200 a benzina, ma con impianto a metano), Linda ed Emiliano. Per l'andata, Antonello sale sul Cherokee insieme a me, Emi e Linda (Ivano alla guida, of course). Prima tappa, il bar LEF in via Marradi, dove durante la settimana fa colazione Cristiano Lucarelli. Come spesso succede, il bar-pasticceria è colmo di gente. Oltre alla colazione, i più comprano delle schiacciatine per il pranzo. Sfortunatamente per me, la domenica non ne preparano di vegetariane. Mi arrangerò. Alle 10 partiamo alla volta della città della Certosa. Primo inconveniente, una macchina che sta scaricando qualcosa ferma nel mezzo di strada ci fa perdere quasi 5 minuti. Fa niente, si fanno due risate con Emi che scende e chiede se per il secondo tempo ci fanno passare. Imbocchiamo l'autostrada Livorno-Genova al casello di Stagno, e maciniamo chilometri in allegria. All'altezza di Carrara in macchina risuona l'Internazionale, e si parla di politica. Non si pensa già più al fatto che Lucarelli non sarà della partita per un risentimento muscolare. La squadra ha già dimostrato più volte che, se vuole, ha un cuore grande, e il Parma non fa così paura, nemmeno tra le mura amiche. All'altezza di La Spezia imbocchiamo l'autostrada della Cisa, e scrutiamo il tempo all'orizzonte: le previsioni sono contrastanti. Io spero in una giornata di timido sole, ma c'è chi preannuncia pioggia. Non mi sono premunito. Ascoltiamo la ormai storica intervista di Luttazzi a Marco Travaglio. Le nuvole si addensano, e subito dopo Pontremoli, più che pioggia, quella che comincia a venir giù sembra proprio neve. Non ci credo. Si fa sempre più intensa, finchè la coda ci costringe a fermarci completamente poco prima di una galleria. Passano 10 minuti, e la caduta dei fiocchi si trasforma in una tormenta. Passano altri 20 minuti e la situazione non si sblocca, passano auto della società autostrade, un carro attrezzi, un camion dei Vigili del Fuoco. A questo punto, l'incidente è scontato. Qualcuno comincia a fare inversione, aiutato da un passaggio sull'altra carreggiata aperto nelle vicinanze. Dopo circa un'ora (sono quasi le 12), decidiamo anche noi di tentare quella soluzione. Ci avviamo di nuovo verso Pontremoli. Usciamo dall'autostrada e un cartello dice che dobbiamo seguire alcune indicazioni ed arrivare al casello di Berceto per rientrare in autostrada. La neve continua a scendere a tratti, sul percorso ce n'è in abbondanza. Saliamo fino al passo della Cisa, poi scendiamo di nuovo, la strada è quella tipica di montagna. Ivano deve trovare un distributore di metano, ne è rimasto poco nei serbatoi, ma, al limite, passiamo a benzina. Salgono le preoccupazioni di non arrivare in tempo per la partita. Il morale però rimane alto. Alcune indicazioni poco chiare, ma riusciamo ad arrivare al casello di Berceto; poco prima, facciamo benzina, nell'evenienza sempre più probabile di non trovare metano. Al casello di Berceto però, l'ingresso è chiuso anche a chi va nella direzione di Parma. Chiediamo ad una pattuglia della polizia stradale, che sembra poco informata. Ci dicono che dobbiamo andare al casello di Fornovo, proseguendo per la statale. Giramento di scatole. Torniamo a Berceto. Ad un bivio, da una parte si va verso Fornovo, dall'altra verso Parma. Spinti dallo spirito di avventura, prendiamo per Parma. Dopo una serie di tornanti, si intravede l'autostrada, e qualcuno ci sta viaggiando. Non si capisce bene il perchè. Dopo un'altra serie di tornanti, ricomincia a nevicare. Dopo un'altra serie di tornanti, dentro il Cherokee si comincia a sentire uno strano odore di bruciato. Ci fermiamo molto preoccupati. Ivano assicura che il giorno prima ha rabboccato tutti i livelli. Però sul cruscotto, una spia dice check engine, e non è bello. E se fosse finito il gas? Proviamo a passare a benzina e ripartiamo. Il puzzo non si sente più, forse era il gas che stava finendo. Arriviamo al casello di Fornovo e, finalmente, rientriamo in autostrada. Sono le 13 passate, e gli altri si sono mangiati le schiacciatine. Più che affamato, sono geloso. L'autostrada ci fa recuperare tempo. Chi c'è già stato, non ricorda bene quale uscita prendere per lo stadio, quindi usciamo alla prima che troviamo: Parma Ovest. Chediamo al casellante, che ci dice che ci sono ancora 7/8 chilometri. Nel frattempo, dalla neve si è passati ad una pioggerellina che mi preoccupa alquanto. I tergicristalli del Cherokee, notiamo, non sono propriamente perfetti. Non si vede una indicazione per lo stadio. Ci fermiamo ad un distributore e chiediamo. Un tipo sospetto si offre di guidarci, e lo fa. Ringraziamo a colpi di clacson. Arriviamo nei pressi del Tardini, chiediamo quanto dista, alcuni signori parmigiani ci consigliano di parcheggiare ed andare a piedi, stanno andando anche loro allo stadio. Lasciamo le auto e ci uniamo al corteo misto verso lo stadio, ognuno con la sciarpa della sua squadra del cuore. Questo è lo sport. Una serie di vie che ci paiono tutte uguali, qualche informazione a vigili urbani, poliziotti, locali, e arriviamo all'ingresso del settore ospiti. Abbiamo la netta impressione di essere arrivati tra i primi. Infatti, chiamo il mio amico Federico, che è in viaggio con uno dei bus organizzati, e deve ancora arrivare. Accurata perquisizione da parte di gentili poliziotti, poi gentili inservienti che introducono per noi i biglietti nelle apposite macchinette, dopodiché, possiamo far girare i famosissimi e introvabili tornelli: se non sbaglio, dovevano essere montati in tutti gli stadi italiani, ma quello di Parma è l'unico che li ha. Siamo dentro. C'è un bar: finalmente posso mangiare e bere. Forse. Al bar, solo panini al prosciutto. In effetti, siamo a Parma. Facile fare panini al prosciutto (di Parma), difficile farli col parmigiano (di Parma). Mi oriento su due pacchetti di patatine. Classiche. Divido una coca cola con Ivano. Ricomincia a nevicare. Fiocchi timidi. Mancano 5 minuti alle 15. Saliamo nel settore. Siamo nell'angolo dei cattivi. Ma si vede meglio che a Firenze, siamo più vicini al campo, almeno. Facce conosciute tutto intorno. Entrano le squadre, i nostri ci salutano, Fabio Galante è il primo. La neve si fa più insistente e grossa. Almeno bagna meno della pioggia, accontentiamoci. Mancano ancora tanti tifosi, tra l'altro quelli più caldi, e i cori sono timidi e disorganizzati. Nonostante Mazzone si dimostri ancora una volta molto timoroso, schierando Bakayoko unica punta, supportata in teoria da Colucci mezzapunta, siamo noi che comandiamo il gioco, facciamo possesso palla, tentiamo di imbastire trame soprattutto sulla fascia destra. Il Parma agisce unicamente in contropiede, e appare in palese difficoltà sulle mischie nella loro area. E' una partita da vincere, e rischiamo davvero di andare in gol in almeno 2/3 occasioni. Prendiamo anche un palo dopo due ribattute sulla linea, Morrone e Bakayoko sono quelli che sembrano crederci di più. A pochi minuti dalla fine del primo tempo, la doccia fredda: contropiede del Parma, forse in fuorigioco (da dove siamo noi di certo non si può giudicare), uno dei nostri sgambetta un loro attaccante lanciato a rete (pare un paio di metri fuori dall'area di rigore), rigore. Tiro, gol. 1 a 0 per loro. Continua a nevicare. Ci facciamo più cattivi, e dopo alcuni minuti da un cross nostro ancora dalla destra, nasce un rigore per noi, causato da un tocco di mano di un difensore parmense. Tira Bakayoko, e segna. Fa una capriola, viene sommerso dall'abbraccio dei compagni proprio sotto di noi, poi rimane da solo, ci guarda, alza i pugni al cielo, raccoglie gli applausi, si prende la maglia all'altezza del petto con due mani e se la porta alla bocca. Commovente Baka. Le squadre vanno negli spogliatoi, la nevicata si attenua. Commenti sparsi. Pare che, su Sky, mi abbiano inquadrato, insieme agli altri accanto a me. Anche questa domenica. Devo pensare seriamente a contattarli per chiedergli qualcosa, diritti d'immagine o roba del genere. Al limite, ci accordiamo per passare il mio numero di cellulare in sovrimpressione, magari qualche disperata chiama per conoscenza. Aprono la metà della curva, accanto al settore dove siamo, ci trasferiamo in massa, si vede leggermente meglio. Si attenua la neve, fortunatamente non si trasforma in pioggia, rientrano le squadre in campo, si ricomincia. Più o meno, solito copione del primo tempo. Non ci riesce buttarla dentro, e il Parma sembra un puglie frastornato. Nessun cambio, e questa è la cosa più grave. Ho i piedi marmorizzati dal freddo. Si prosegue mentre il Chievo perde ad Empoli e la Roma perde ad Ascoli (ma, oltre all'unica società di serie A che continua a fare gli abbonamenti per una giornata meno di quelle totali, abbiamo per caso l'unico stadio di serie A senza il tabellone elettronico?). Morrone monumentale come sempre. Corre, recupera, tira, lotta, impreca, si dispera. Verso la mezz'ora si spoglia Palladino. Perchè non entra? Perchè non prima? Al 35esimo doccia fredda: errore difensivo corale, Corradi sbaglia il tiro, arriva Bresciano e ce la mette dentro. In tutti i sensi. Entra Palladino al posto di Ruotolo, e, di corsa, Cesar Prates al posto di Coco. Questi cambi prima ritardati, poi fatti in fretta e furia per come si è messa la situazione, non mi piacciono per niente, mi sanno di idee poco chiare, di confusione, di approssimazione. Palladino si dà da fare, crea spazi, fa movimento, dribbling, ma ormai la partita è segnata e manca un niente alla fine. E la fine arriva, ingloriosa. Vengono chiamati i giocatori sotto la curva, vengono redarguiti con un "tirate fuori i coglioni", Colucci e Passoni tirano le maglie che, con un chiaro segnale, gli vengono tirate indietro. Attendiamo l'ok delle forze dell'ordine per uscire dallo stadio, e ci incamminiamo verso le macchine. Tentiamo di ricostruire il nostro percorso all'inverso, sbagliamo (sbaglio, sono in testa al gruppo) ma in pratica accorciamo il percorso. Arrivo per primo al parcheggio e ho una visione orribile: Ivano ha lasciato i fanali accesi. Prevedo terribili conseguenze, infatti il Cherokee non parte. Ricerca cavi batteria, dopo un paio di tentativi infruttuosi di metterla in moto a spinta. Da notare che tra tutti i livornesi presenti con le auto nel parcheggio, nessuno ha i cavi da batteria. Li troviamo da un ragazzo di Parma. Mettiamo in moto tramite il Kangoo di Gigio, tutto a posto, facciamo 5 metri e il Cherokee si spegne di nuovo. Emi corre a placcare il parmense coi cavi, rimettiamo in moto nuovamente, Emi ha il colpo di genio: offriamo 10 euro al ragazzo per comprargli i cavi. Non si sa mai. Affare fatto. Facciamo stare in moto il Cherokee un po' prima di ripartire, al momento di ripartire però, sembra ci sia un problema alle ruote posteriori: sembrano bloccate del freno a mano, ma il freno a mano non è tirato. Situazione che miracolosamente si risolve, partiamo. Antonello va in macchina con gli altri. La macchina non si spegne più, andiamo verso l'autostrada, la prendiamo all'uscita di Parma sull'A1, invece che a Parma Ovest, evidentemente più vicina allo stadio. Perdiamo l'occasione per rifornire il metano, sull'autostrada non ce n'è possibilità, mentre c'era un distributore di metano aperto vicino a Parma Ovest. Nessuna voglia di uscire e rientrare dall'autostrada. Imbocchiamo la Cisa, e ci fermiamo al primo autogrill, il mio preferito, proprio a livello sentimental-tradizionalista: Medesano. Mangiamo, beviamo caffè, ci guardiamo intorno vedendo quasi solo livornesi. Sorrisi amari, ma sorrisi. Facciamo ancora benzina (col 5.200 a benzina fai un po' te), e facciamo rotta su Livorno. Stanchezza che incombe. Si sale, temperature sotto lo zero, ricomincia a nevicare ma la strada è pulita. Un po' di rallentamenti verso Berceto, ma si scorre. Si ascolta un po' di radio, si mandano sms, si fanno e si ricevono telefonate, si commenta stancamente la partita. Ci sentiamo con l'altro equipaggio, tireranno dritto con l'autostrada fino all'uscita finale di Rosignano, poi verso casa. A presto. Emi e Linda, as usual, mi invitano a casa loro per cena e partita serale, dentro di me come sempre mi commuovo un po', rifiuto gentilmente, l'orario è buono, ce la faccio a passare da mia sorella per vedere un po' mio nipote. Arriviamo sotto lo stadio di Livorno verso le 20,30. In verità, un po' amareggiati. Contratto con Emi, gli dò 10 euro e mi prendo i cavi comprati dal parmense. Ci salutiamo e ognuno va per la sua strada di casa.
10 euro per i cavi della batteria non sono mica male!!