20141222

Southampton and surroundings (UK) - Dicembre 2014 (1)

Saturday the 13th
E così, si finisce questo 2014 da dove lo avevo cominciato: da Soton (abbreviazione di Southampton) e dagli amici Cipo, MP e Riccardino. 4 giorni scarsi per scaricare tutta la tensione lavorativa accumulata in questo rush finale dell'anno, pronto all'ultimo colpo di reni. Terza volta, terza visita del 2014 alla Perfida Albione, paese ai miei occhi dalle mille contraddizioni: educatissimi anche alla guida, si devastano il sabato sera (la domenica mattina le città sono sporchissime) e sotto Natale si vestono, senza vergogna alcuna, e vanno in giro con maglioncini orrendi, cappelli da Babbo Natale e corna di alce (o di renna?). Stavolta son spavaldo, ormai sono non esperto, ma ho capito che riesco a maneggiare un auto guidando al "contrario", e quindi mi prendo il Pisa-London Gatwick della easyjet, noleggio un auto e mi faccio quelle due orette di strada fino a Soton. AVIS mi fa un upgrade automatico, e invece della Fiat 500 che avevo prenotato mi ritrovo una Toyota Auris ultimo modello, completamente accessoriato, devo dire una bella macchina. La giornata è splendida, ho fatto il mio dovere perfino in questo sabato mattina dove ho controllato la posta di lavoro perfino mentre attendevo l'imbarco, mi sono mangiato un sandwich sull'aereo, tolgo il ghiaccio dal parabrezza dell'auto e parto. 

Si alternano autostrade tranquille e strade di provincia, saliscendi dolci, gli amici mi messaggiano di fare con calma, e mi suggeriscono di passare da Arundel, un paesino famoso per il suo castello, cosa che faccio godendomi la meravigliosa vista. Proseguo senza troppi errori nei cambi di marcia (se non avete mai provato, non potete capire, ma questa è una delle cose che vi metteranno più in crisi, abituati ad usare il cambio con la destra) e abituandomi ad incolonnarmi nella giusta corsia per affrontare le tante rotatorie, e arrivo a casa degli amici poco prima che faccia buio (e qui ragazzi, in dicembre fa buio presto eh). Cipo è da solo a casa, MP ha accompagnato Riccardino ad un compleanno di un amichetto, quindi noi usciamo a fare un giro e a vederci il tramonto sul porticciolo, poi andiamo incontro agli altri due. Rientriamo a casa per due chiacchiere, arriva un loro amico e facciamo altre chiacchiere (spero di non perdere mai questa convinzione che gli altri fanno sempre lavori più interessanti del mio, una cosa che mi rende sempre interessato quando me ne parlano), e verso le 19 usciamo a cena; la scelta era stata concordata via email qualche giorno prima, ed è caduta sul Baan Mai, se ho capito bene un ristorante etnico che abbraccia un po' tutte le cucine asiatiche (ma potrei sbagliarmi). In giro c'è voglia di divertirsi, molti giovani e quindi pure belle ragazze; e a uno come me, a cui piacciono i mix etnici, non può far altro che piacere. La cena è deliziosa, ci scambiamo assaggi dei relativi ordini, scambiamo qualche battuta con uno dei camerieri, e insomma, si torna a casa e si fa presto a fare l'ora di andare a dormire, a parte per Cipo che ahilui, deve finire del lavoro.

Sunday the 14th
Per la giornata della domenica il programma viene definito giusto durante la cena; la prima tappa sarà la New Forest (beccatevi pure il sito ufficiale, tanto per capire come fanno le cose negli altri luoghi del mondo civile), una zona verde proprio dall'altra parte del fiume rispetto a Soton, non esattamente una foresta in tutto e per tutto, "fondata", per così dire, da Guglielmo I d'Inghilterra come riserva di caccia, divenuta oggi parco nazionale. La giornata non è esattamente come quella di ieri, è una classica giornata inglese, nuvole, pioggerellina, aperture. Nella New Forest ci sono boschi veri e propri, villaggi, animali, un grande centro scout; il perimetro è delimitato da delle griglie, per evitare che i quadrupedi grandi vadano fuori dal perimetro stesso, e chi abita nei villaggi all'interno del perimetro (villaggi perfettamente serviti dai treni, cosa che fa si che qua abiti gente che lavora perfino a Londra) può ritrovarsi mucche o cavalli in giardino, a meno che non si doti delle griglie stesse. All'interno della zona della New Forest si è sviluppata la razza equina denominata (appunto) New Forest Pony.
Cipo ogni tanto si ferma a raccogliere funghi, una sua fissa, e io mi godo la "traversata", davvero interessante. Ci fermiamo a Burley, al New Forest Cider, per pranzo, e anche per oggi non posso davvero lamentarmi. Il posto è in realtà una fattoria, e vi si produce il sidro di mele artigianale.

Si prosegue, attraversando anche il Blackwater Arboretum, una zona dove sono state piantate specie "aliene", tra cui le sequoie della California. Suggestivo spot
A questo punto, ci dirigiamo verso Winchester. E naturalmente, per quanto possa essermi informato sommariamente, rimango sorpreso da quello che troviamo.

20141221

Avvertimento

Fair Warning - Van Halen (1981)

Mettiamola così: se oggi avessi, come più di vent'anni fa, una trasmissione radiofonica, e dovessi montare la sigla per avere un bell'impatto, molto probabilmente per l'attacco sceglierei il riff iniziale di Mean Street, il pezzo d'apertura di questo album, il quarto dei Van Halen, quello che arriva dopo circa 30 secondi, dopo il classico intro con solo di Eddie, due giri, poi l'entrata di Alex con la rullata sui tom, e l'attacco del basso di Michael Anthony. Probabilmente mi dispiacerebbe togliere l'entrata del cantato di David Lee Roth, dopo lo stop, quando inizia con "At night I walk this stinkin' street/Past the crazies on my block/And I see the same old faces/And I hear that same old talk", e poi proseguirei con la seconda strofa "And I'm searching for the latest thing/A break in this routine/I'm talkin' some new kicks/Ones like you ain't never seen", perché so, so bene, mi ricordo e mi vengono un po' i brividi, che precedono, portano inesorabilmente, al godimento del ritornello "This is hooooome/This is Meanstreet/It's our hoooooome/The only one I know". Beh, certo non si può dire che un album è un capolavoro perché c'è un pezzo-della-madonna, ma di sicuro si può godere fisicamente, dopo quasi 34 anni, nell'ascolto di una singola canzone così bella, così ben studiata, dai sapori talmente variegati che ti sembra di essere con gli occhi chiusi in mezzo ad un giardino con frutta, fiori, e chissà cos'altro.
Ma, retorica descrittiva a parte, Fair Warning non è un disco con un solo pezzo valido. Proprio no, perché in scaletta, giusto dopo l'inizio, c'è Dirty Movies, un pezzo che anticipa il crossover dei Red Hot Chili Peppers di almeno un paio d'anni. E non è il solo. Poi viene Sinner's Swing, un pezzo nel classico stile Van Halen "early years", aggressivo, veloce, con il ritornello cantato in coro, la batteria tambureggiante e naturalmente, la chitarra di Eddie sugli scudi. Hear About It Later comincia con un arpeggio, e anche qua, come ci si aspetta dai VH di quei tempi, sfocia in un riff micidiale ed in un mid-tempo (che però diventa dispari nel bridge, che pure Alex mica è un coglionazzo) potentissimo. Adesso siamo arrivati ad uno degli altri pezzi-monumento di Fair Warning: sto parlando di Unchained. Riff indimenticabile, incedere incessante, strofa inebriante e ritornello che ti stordisce, dopo un classico bridge che ricorda un po' le drinkin' songs irlandesi. Push Comes to Shove è una specie di ballata, ma nasconde un mix irresistibile di blues e funk, da far impallidire di RHCP, come nel caso precedente di Dirty Movies (qua davvero sembra che Flea sia andato a scuola da Anthony per le linee di basso). Poi arriva So This Is Love?, un'altra classica VH song, martellante, da headbanging ma con quel gusto tutto guascone e danzereccio, miscelato con quelle dannatamente belle lezioni di chitarra di Eddie. Chiude lo strumentale dark Sunday Afternoon in the Park, che introduce il breve pezzo finale, One Foot Out the Door, due minuti infuocati che sarebbero potuti risultare quasi thrash se solo fossero stati suonati con distorsioni leggermente più compresse, e cantate da uno pseudo-cantante qualsiasi che, a differenza di Roth (che invece era, e probabilmente è ancora, un signor cantante), strillava più che cantare.
Ora, per quanto abbia in simpatia, come sapete, Sammy Hagar, i veri Van Halen sono quelli con DL Roth; i primi cinque dischi sono, a mio giudizio, piuttosto fondamentali nell'economia dell'hard rock e dell'heavy metal. I quattro musicisti portano dentro la musica dei VH una tavolozza di influenze impressionante, e quel che ne esce, seppur sempre schiacciato tra la debordante tecnica chitarristica di Edward Lodewijk van Halen detto Eddie, e l'istrionismo anche questo esagerato, ma a riascoltarlo oggi, dannatamente importante, di David Lee Roth detto Diamond Dave, quel che ne esce è incredibilmente denso, al punto che ascoltando questi dischi a più di 30 anni di distanza, si continuano a scoprire cose nuove, anfratti musicali nascosti, sfumature che abbiamo poi ritrovato nella musica che aveva ancora da venire.
Fair Warning è stato il disco che ha venduto meno (a parte gli ultimi due Van Halen III del 1998 e A Different Kind of Truth del 2012) nella loro storia, è stato definito il più dark (probabilmente anche a causa della - stupenda - copertina), ma io posso dirvi due cose al proposito. La prima è che ancora oggi mi sento molto legato ad esso. La seconda è che dovreste provare ad ascoltarlo, se nel caso non vi fosse mai capitato.
Torneremo a parlare dei Van Halen in futuro. Se vi interessasse sapere di più a proposito della copertina, leggete qui.


Ok, let's put it this way: if I had, like more than twenty years ago, a radio broadcast, and I had to fit the theme song for a good impact, most likely for the attack would choose the opening riff of Mean Street, the opening track of this album, the fourth of Van Halen, the one that comes after about 30 seconds, after the classic intro with Eddie's solo, two turns, then the entry of Alex with rolled on the toms, and the attack of the bass by Michael Anthony. Probably I would hate to remove the entry of the singing of David Lee Roth, after the stop, when it starts with "At night I walk this stinkin' street / Past the crazies on my block / And I see the same old faces / And I hear That same old talk", and then I would go ahead with the second verse,"And I'm searching for the latest thing / A break in this routine / I'm talkin 'some new kicks / Ones like you is not never seen", because I know, I know, I remember and I get chills, above, lead inexorably, to the enjoyment of the refrain "This is hooooome / This is Meanstreet / It's our hoooooome / the only one I know". Well, of course you can not say that an album is a masterpiece because there's a hell-of-a-song, but for sure you can enjoy physically, after almost 34 years, in listening to a single song so beautiful, so well studied , flavors so varied that you seem to be with her eyes closed in the middle of a garden with fruit, flowers, and who knows what else.
Anyway, Fair Warning was the album that has sold less (apart from the last two Van Halen III,1998 and A Different Kind of Truth, 2012) in their history, has been called the most dark (probably because of - the beautiful - cover), but I can tell you two things about it. The first is that I am still very attached to it. The second is that you should try to listen to it, in case you've never did it.

20141220

tornado di anime



Un pezzo metal che a distanza di anni non ha perso il suo fascino, e che contiene uno degli assoli di chitarra più belli che mi sia mai capitato di ascoltare.

20141219

Andare all'Inferno

Going to Hell - The Pretty Reckless (2014)

Segnalatimi dall'amico Filo, che deve aver intuito il mio nuovo trend (band qualsiasi con cantanti fighe), gli statunitensi The Pretty Reckless, qui al secondo disco, si distinguono senza dubbio per la cantante, chitarrista ritmica, compositrice e leader, nonché soggetto di tutto i loro video clip e del 90% delle loro copertine (singoli compresi), Taylor Momsen, anche modella e attrice (Gossip Girl, Il Grinch, We Were Soldiers, Spy Kids 2, Hansel & Gretel, Shiloh e il mistero del bosco, Paranoid Park, Underdog, Spy School), nonchè amicona di Jenna Haze, ex pornostar, apparsa in un video dei TPR del primo disco, mentre qua fa un cameo in Follow Me Down come additional vocals (in realtà è quella che geme nell'intro del pezzo). Ora, non è facile giudicarli, distratti da tanta "generosità", eppure ci dobbiamo provare. Sicuramente, la signorina ed i suoi musicisti devono molto al reverendo Manson, ed in genere a quel metal statunitense non troppo estremo, con ampie aperture melodiche, ballate eccetera. La sensazione è che dal punto di vista musicale, non sappiano ancora bene dove andare, spaziando da pezzi grintosi (Going To Hell, Why'd You Bring a Shotgun to the Party, Follow Me Down, tutti debitori del reverendo di cui sopra) a quelli più orientati verso le classifiche (Heaven Knows, Absolution, Blame Me, Fucked Up World, Kill Me, Only You, nei quali scorgiamo spesso anche il fantasma di Joan Jett), e quelli un po' alla Avril Lavigne (House on a Hill, Dear Sister, Burn, Waiting for a Friend). La ragazza canta pure discretamente, e i musicisti sono decenti; certo, si scorge pure una volontà esagerata di essere trasgressivi con le liriche e gli atteggiamenti, ma è tutto inutile quando poi si fanno video come quello allegato. La band, in definitiva, è piuttosto inutile, ma la ragazza è piuttosto figa.
 

Actress and model, Taylor Momsen also plays guitar, sings and writes songs for her band, The Pretty Reckless. This is their second album; the girl is very pretty, and her voice isn't bad at all. But, the thing is, that seems they still don't know what they want to do when they will grow up. Something like Marilyn Manson, something like Joan Jett, something like Papa Roach, or something like Avril Lavigne?


Only time will tell. In the meantime, look at the cover...

20141218

Malta - Novembre 2014 (11)

Come anticipato, devo lasciare l'albergo entro le 11. Come immaginavo, cerco di tirar tardi ma non ci riesco. Solite cose del mattino, toilette, colazione, il trolley è già pronto, mi godo il tiepido solicchio del mattino ma alla fine penso che le tipe del room service, se lascio la camera un po' prima per loro è meglio, e insomma, mi ritrovo a girare senza meta per le viuzze interne di Malta. Ripasso vicino a Mdina e faccio una foto del suo profilo, così, tanto per gradire.
Poi mi viene in mente che potrei provare a fotografare quel bell'arco che ho intravisto dal bus qualche giorno prima, vicino a Blue Grotto. Ma sfortunatamente, dalla strada non c'è verso. Mi limito a fotografare l'isola disabitata di Filfola, mentre decido se visitare i templi di Hagar Qim o no.
Alla fine, decido di si, che presentarsi all'aeroporto così presto non s'ha da fare. E chissà, magari sono interessanti come quelli di Ggantija visti ieri.
Devo dire che, alla fine, la scelta paga. Una piccola costruzione ospita la biglietteria e un piccolo cinema, dove viene proiettato un documentario di animazione di 7 minuti, che illustra le ipotesi di costruzione dei templi. La figata, che attendiamo di vedere anche da noi prima o poi, è che il mini-cinema è equipaggiato con un impianto che simula vento e pioggia, perfino odori, che accompagnano la proiezione. Poi c'è un piccolo museo informativo, sempre sulle ipotesi costruttive e sulla storia dei ritrovamenti, dopo di che, si può passare alla visita. I siti sono due, Hagar Qim e Menaidra, quest'ultima alcune centinaia di metri più verso il mare, in una posizione a dir poco spettacolare. I due templi sono stati recintati, sono sorvegliati, e sono stati coperti da due tensostrutture, per preservarli da intemperie e vandalismi.
Poco altro da aggiungere a quello detto in occasione della visita a Ggantija, si respira il fascino del tempo, ma di un tempo immane.
La visita mi soddisfa, e il tempo passato è quello giusto. Con larghissimo anticipo mi avvicino all'aeroporto, consegno l'auto, mangio qualcosa, fumo l'ultima sigaretta in terra maltese, mi siedo e mi guardo qualche un episodio di qualcosa, passo i controlli, mi siedo con calma aspettando l'aereo. Malta è così vicina, così piccola e così piena di storia, di sole e di mare, che mi rimane la voglia di tornare, un giorno o l'altro.

20141217

Guancia a guancia

Cheek to Cheek - Tony Bennett and Lady Gaga (2014)

Sono abbastanza sicuro che si sarà scritto di tutto su questo album, nel bene, nel male, si saranno fatte speculazioni, dietrologia, eccetera. Ora, a me francamente non me ne può fregare di meno, un po' perché certo non sono un esperto di crooner statunitensi né di swing in genere, e neppure sono mai stato troppo interessato al fenomeno Lady Gaga, seppure il personaggio mi abbia suscitato simpatia, il suo genere musicale non è esattamente quello che vorrei ascoltare in punto di morte per lasciare questa vita ricordandomi le emozioni più profonde mai provate. Quando ho saputo di questo album, ho avuto un sussulto di curiosità, e mi sono messo all'ascolto senza troppo problemi, né preconcetti. Ora, da un disco di standard c'è sempre da imparare qualcosa, a mio parere. Almeno si è sicuri che si sarà di fronte a belle canzoni. E questo è innegabile. Poi, insomma, Tony Bennett c'ha 88 anni suonati (ah ah), è di famiglia italiana, e magari sarà pure stato uno dei tanti che hanno cantato per i mafiosi italo-americani, ma è uno che ci sa fare col canto, poco ma sicuro. Quel che è stupefacente, fino ad un certo punto, è primo, che ci sia una chimica innegabile in questo quantomeno insolito duo, e secondo, diamine, che voce che c'ha la Lady Gaga, ragazzi!

Divertissement godibile, pezzi di Cole Porter, George e Ira Gershwin, Duke Ellington, Irving Berlin e molti altri.



You can think whatever you want on this "operation" of duets with 88 years old crooner Tony Bennett and the star of the moment Lady Gaga, but the important thing, to me, is that an album of standard is always an album of beautiful songs, and, if Tony Bennett is a certainty, guys, what a hell of a voice have Lady Gaga!

20141216

Malta - Novembre 2014 (10)

Si prosegue con il gran finale (non l'avrei detto, ma mi son dovuto ricredere) dei templi megalitici di Ggantija. Situati nella piccola Xaghra, non sono gli unici templi di quell'epoca ritrovati in ottime condizioni a Malta. Il sito è spartano ma interessante, e sinceramente, si, sono sassi, ma pensare che son stati messi lì tipo 5.000 anni fa è al tempo stesso sbalorditivo, straordinario e sorprendente. Insomma, vale la pena. Sono (naturalmente, e meno male) stati dichiarati patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1980, ed è stato stimato siano la seconda più antica struttura religiosa in pietra costruita dell'uomo dopo quella di Gobekli Tepe in Turchia. Se siete interessati, la scheda wikipedia in inglese, a proposito di Ggantija, è un po' più esauriente di quella italiana. Anna spiega con trasporto la storia, le leggende, le supposizioni sul luogo e sui templi, prima in inglese, poi in italiano. Con una certa soddisfazione, riesco a saltare la seconda spiegazione, e mi godo in silenzio l'osservazione.
Un po' frastornato dall'idea che già a quel tempo l'uomo avesse bisogno della religione, salgo sul bus. Si torna verso l'imbarco del traghetto per tornare all'isola principale. Mentre aspettiamo di scendere, quasi finita la breve traversata, sono in fila vicino alla guida Anna, che sta chiacchierando con due colleghe (una delle quali, l'ho notata, anche perché caruccia, un paio di volte oggi, accompagnava un gruppo di spagnoli). Intuisco che stanno parlando di lingue, e colgo l'occasione di questo per riflettere giusto un momento sulla lingua maltese. Non sono certo un esperto, ma come faccio sempre per pura curiosità, ascolto attentamente, e devo dire che ho avuto l'impressione che mai come nel caso del maltese, la lingua rappresenti un po' la storia di questo popolo. Spesso somiglia all'arabo, ma è scritto con i caratteri dell'alfabeto latino, risultando un incomprensibile accozzaglia di consonanti, anche strane da avvicinare. Ma, al tempo stesso, è infarcita di termini inglesi e italiani, o almeno molto simili all'italiano, e addirittura, in alcuni casi, di qualcosa simile al francese. Davvero affascinante. 
Qualche minuto di bus, e poi arriva la mia fermata; saluto Anna ringraziandola con una mancia, salgo in camera, sbrigo un po' di "lavoro" via email, mi preparo per la cena, che stasera sarà al buffet asiatico, insomma, solite cose. Domattina entro le 11 lascerò l'albergo.

20141215

Dal grande fiume

Avonmore - Bryan Ferry (2014)

Sinuoso è l'aggettivo che mi viene in mente prepotente, durante l'ascolto dell'ultima fatica del grande Bryan Ferry. 70 anni il prossimo settembre, una discografia ovviamente sterminata, indimenticabile frontman dei dandy-rockers Roxy Music, incallito playboy e amatore, a dispetto delle sue gaffes sui nazisti (posso capire il suo "my Lord!" a proposito dell'eleganza delle divise e dell'imponenza delle loro presentazioni, ma insomma, Bryan... un po' di common sense) e delle sue vaghe idee politiche conservatrici, il vecchietto è ammirevole per il suo amore per la musica, per il suo stile impeccabile, e perché, nonostante si sia sempre accompagnato con bellissime donne (oltre a praticamente tutte le modelle che hanno posato per le copertine dei Roxy Music, pure una delle ex di uno dei suoi figli), continua a soffrire moltissimo per le separazioni, e suppongo siano proprio queste ultime ad ispirargli molti dei suoi testi. Insomma, una specie di me 20 anni più vecchio, ma molto più figo, molto più famoso e con molta più figa. Dite che c'è troppa differenza? Si, in effetti avete ragione.
Insomma, a parte ciò, il quindicesimo album da solista del "ragazzo" non è niente male; bei pezzi, ancora ispirati, arrangiamenti stilosi e grandi ospiti. Nile Rodgers, Johnny Marr (che firma anche Soldier of Fortune a quattro mani con Ferry, pezzo delicatissimo), Marcus Miller, Flea, Mark Knopfler, Paul Turner, Maceo Parker, Ronnie Spector, insomma, come lo ha definito un sito online, una parata di stelle.
Naturalmente, dovete essere preparati a quello a cui andate incontro, essere consci che la musica che fa Bryan Ferry è di un certo tipo, non certo rock. C'è addirittura chi lo cataloga come sophisti-pop, pensate un po'. Qualcuno di mia conoscenza, usando il francese, la definirebbe senz'altro come musica da trombatori. Come che sia, non c'è dubbio sul fatto che Bryan Ferry sia, ancora oggi, il numero uno di un certo tipo di pop fatto con grande stile, e con grande qualità.
Oltre a otto composizioni originali, Ferry ci regala due bellissime cover, poste in chiusura del disco. La prima è Send In the Clowns, di Stephen Sondheim, alla quale Ferry infonde la perfetta teatralità che le si addice. La seconda è un pezzo che non vedo l'ora di far ascoltare a mio padre, che a suo tempo si era invaghito dell'originale di Robert Palmer. Avrete senz'altro intuito che sto parlando dell'intramontabile Johnny and Mary, anch'essa resa se possibile ancor più bella, sussurrata da questo altrettanto intramontabile artista, al quale auguro ancora tanti anni di musica e di amori.

PS facendo qualche ricerca in rete, pare che avonmore sia una parola irlandese che significa appunto, "dal grande fiume".



I think if I was a woman, I would certainly be in love with Bryan Ferry. Said that, this "Avonmore", fifteenth solo album of Ferry, is another stylish pop record that worth a listen. Full of famous and brilliant guests, is not only this. It contains eight brand new original songs, one of them (Soldier of Fortune) composed with four hands with Johnny Marr (Smiths), and everyone is a bright example of how to make elegant music. There are, at the end, two splendid cover versions: Send In the Clowns, originally by Stephen Sondheim from the musical "A Little Night Music", and Johnny and Mary, originally by Robert Palmer. Both songs are whispered and really beautiful. Long live to Bryan Ferry.

20141214

Malta - Novembre 2014 (9)

Sempre a Dwejra.
E qui mi sono fatto accecare dal sole, e ho scattato così, accorgendomene solo la sera...
Arriva il momento del pranzo (ovviamente a buffet), in un ristorante che onestamente non ricordo neppure dove fosse situato, dove, su suggerimento di Anna la guida, pasteggio con il kinnie, che pare sia la bevanda nazionale (identico al chinotto). Adesso siamo a Rabat, anche detta Victoria, la capitale dell'isola di Gozo, e visitiamo la cittadella, che mi ricorda un po' quella di Ohrid in Macedonia, più che altro per la posizione. Questa di Rabat domina letteralmente l'intera isola.
La cattedrale dell'Assunzione della Vergine Maria, posta all'ingresso della Cittadella di Rabat.
Non è finita qui.

20141212

Malta - Novembre 2014 (8)

Siamo quindi all'ultimo giorno "intero" a Malta, di questa piccola vacanza. Solito percorso mattutino, e verso le 9,00 siamo pronti per partire. All'arrivo del bus scopro con piacere che la guida di oggi è ancora Anna, la maltese che mercoledì scorso era alla testa dell'escursione a Mdina. Oggi si va di inglese e italiano, c'è una minoranza di italiani e molti inglesi. Il bus è già molto carico, del resto questa è l'ultima "fermata", siamo molto vicini a Cirkewwa, il terminal dei traghetti per l'isola di Gozo. Imbarco e traversata di circa 20 minuti, sulla nostra destra Comino e Cominotto (Anna dice che Comino è stata usata come set per Montecristo), la prima abitata da una famiglia anziana, la seconda disabitata (e te credo). Tra le due isolette c'è la cosiddetta Laguna Blu, meta di escursioni in barca (sarà per la prossima volta). L'attracco è a Ghajnsielem, anzi, per la precisione a Mugiarro (in maltese Mgarr, e qui ovviamente vi verrà a mente lo sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo).
Si va per la prima tappa sull'isola di Gozo, che è il Santuario di Ta' Pinu (so che vi viene da ridere, ad ogni modo in maltese significa "di Giuseppe"), costruito nel luogo dove una donna del luogo, nel 1883, asserì di aver sentito la voce della Vergine Maria. Siamo vicini al villaggio di Gharb (o Garbo).
La chiesa non ha nulla di particolare, se non la sua storia, e una lista di miracoli che, si dice, siano accaduti in quei luoghi. Nel retro ci sono infatti un sacco di ex voto. Ecco, questa è una cosa che mi ha sorpreso, o almeno non mi aspettavo. I maltesi sembrano molto legati alle tradizioni cattoliche romane, e pare che le feste cattoliche siano spettacolari. Me ne sono convinto quando ho fatto caso che in tutte le rotatorie dell'isola, c'erano già pronti addobbi natalizi, presepi e affini.
Dopo la visita a questo santuario, accade una cosa buffa. Si riparte diretti ad un negozio di souvenir "convenzionato", piuttosto vicino. All'arrivo, controllo meglio le facce dei passeggeri, e realizzo con certezza quello che mi pareva di aver intuito già prima di scendere: manca una coppia, due ragazzi inglesi, giovani. Lo segnalo ad Anna, che va nel panico, e poi spedisce l'autista a riprenderli al santuario. Non sarebbe accaduto niente, ma la mia buona azione l'ho fatta anche oggi, da brava Giovane Marmotta.
Ora, la giornata prosegue con la visita a Dwejra, dove ho fatto talmente tante foto che ve ne ho mostrate già molte nel primo e nel secondo "episodio". Ce ne sono ancora. Ad ogni modo, si arriva nel piazzale che funge da parcheggio, da bravi turisti quasi tutti accettano il consiglio di Anna di farsi un giro in barca; i "barcaroli" del luogo son lì che ci attendono. Si parte dal cosiddetto "mare interno", si attraversa la fenditura che porta all'esterno, e si arriva sotto la ormai mitica Finestra Azzurra (come forse già detto, il vero motivo per cui sono qui). Beh, io ve lo dico: sarà da turisti, ma diamine, se ne vale la pena. Ne vale talmente la pena che a quei 4 euro per 10 minuti di barca ne aggiungo uno, che il resto a 5 non lo voglio proprio, anche se il nostro timoniere è stato tutto fuorché simpatico. Sono convinto che ho un sorriso ebete stampato sulla faccia. Approfitto del tempo restante per recarmi nello spiazzo roccioso naturale per fare un altro pacco di foto alla Finestra Azzurra dall'altra parte, e a ricordarmi il matrimonio dothraki.
Si intravede, prima della scogliera sullo sfondo, lo scoglio detto Rocca del Generale