20140723

ragazzi di vetro

Glass Boys - Fucked Up (2014)

Strano ma vero, il nuovo Glass Boys dei Fucked Up è forse più rock opera del precedente David Comes To Life, che voleva dichiaratamente esserlo. Glass Boys, a detta di loro stessi e pure dei testi, è una riflessione sul crescere e/o invecchiare nella scena punk, cercando di rimanere fedeli agli ideali di gioventù. Il suono si evolve e si stratifica (grandissima attenzione nella registrazione, si parla di quattro tracce di batteria e di svariate tracce di chitarra per ottenere un effetto "spesso" ed omogeneo al tempo stesso), il songwriting si fa raffinato, sempre ammesso che si possa usare questo aggettivo per una band che in fondo viene dall'hardcore punk. La title track, posta in chiusura dell'album, è una meraviglia, e nonostante i riferimenti ai migliori Fugazi siano evidenti, non ho paura di essere tacciato di rincoglionimento se azzardo che in questo disco siano vagamente mescolati con i Queen, seppur vagliati naturalmente da tutta la tradizione post hardcore punk; come però sostengono in molti, i Fucked Up (curiosità, loro prendono premi anche in televisione, in Nord America, ma in televisione non è permesso pronunciare il loro nome - linguaggio scurrile) sono ormai una rock band: attenzione, non è un'offesa, però.

Alcuni ospiti, tra cui perfino il mitico J Mascis

20140722

Una questione di genere

Da Internazionale 1057, una opinione estrema, che però io sposo in pieno a costo di urtare la sensibilità di alcuni lettori, sulle abitudini sociali verso i generi sessuali. Il pezzo è di Laurie Penny, giornalista britannica, columnist del New Statesman, collaboratrice del Guardian. In Italia è uscito il suo libro Meat Market - Carne femminile sul banco del capitalismo.

Una questione di genere di Laurie Penny

Davanti a me ho un libro da colorare. Si chiama Finding Gender e me lo ha mandato un’attivista che sa quanto mi piacciono la giustizia sociale e i pennarelli. I protagonisti del libro, un bambino e un robot, vivono una serie di meravigliose avventure. È un normale libro da colorare, tranne per il fatto che il bambino non è identificabile come maschio o femmina. E neanche il robot. Chi colora può decidere quello che indossano, se sono maschio, femmina, entrambe le cose o nessuna. Finalmente succede: dalle conversazioni a tavola ai libri per bambini, si stanno ridefinendo le linee di confine tra i generi. Transessuali e transgender – le persone che non si identificano con il sesso che è stato loro assegnato alla nascita – stanno invadendo la cultura popolare. Il 9 giugno il settimanale Time è uscito con una copertina intitolata “Il punto di svolta transgender”. Affamata di nuove tendenze, la stampa statunitense inventa sempre nuovi punti di svolta, ma questo è reale e importante. A causa di secoli di emarginazione, le statistiche sono ancora incerte, ma si calcola che una percentuale tra lo 0,1 e il 5 per cento della popolazione mondiale sia trans, intersessuale o non senta di appartenere a nessuno dei due sessi. Sono milioni di esseri umani. La nostra specie ha inventato gli antibiotici e ha viaggiato nello spazio, quindi mi sembra un po’ anacronistico che tanta parte della nostra cultura sia ancora legata all’idea che esistano solo due tipi di persone distinte essenzialmente in base al contenuto della loro biancheria intima. Ormai internet permette a chi appartiene a questa fetta di popolazione finora isolata di trovarsi e aiutarsi a vicenda. Fino a poco tempo fa le persone transgender che vivevano in piccoli centri avevano difficoltà a mettersi in contatto con qualcuno che fosse in grado di capire la loro situazione e consigliarle. Molte di loro hanno aspettato decenni prima di uscire allo scoperto, e alcune hanno cercato con grande sofferenza di mantenere segreto quell’aspetto della propria vita. La rete ha cambiato tutto questo. Non tutti nascono maschi o femmine e ci rimangono. L’identità di genere non è più fissa e immutabile. Se una persona può decidere di vivere come uomo, donna o come qualcosa di completamente diverso, dobbiamo rimettere in discussione tutto quello che abbiamo dato per scontato sull’identità di genere e i ruoli sessuali dal momento in cui il dottore ci ha messi tra le braccia di nostra madre definendoci un bambino o una bambina. Per secoli era considerato normale costringere chiunque non si conformasse al ruolo attribuito dalla società alle persone del suo sesso – dai gay ai transgender alle donne che erano troppo promiscue, arrabbiate, o “mascoline” – a farlo con la forza. Generazioni di attivisti hanno lottato contro questa discriminazione, ma per la comunità transgender e transessuale questo tipo di violenza è ancora una realtà di tutti i giorni. Le persone trans hanno più probabilità di essere vittime di aggressioni e omicidi di qualunque altra minoranza: un recente studio ha dimostrato che il 25 per cento di loro ha subìto violenza a causa della sua diversità, e che circa la metà degli adolescenti transgender tenta il suicidio. Mi sento vicina al movimento per la difesa dei diritti di queste persone quanto lo può essere chi non è come loro. Oggi il mondo sta cominciando a capirle di più, e la cosa mi riempie di gioia, ma anche di paura, perché è già partita la reazione. Gli editoriali contro i loro diritti stanno aumentando, e i miei amici e colleghi transessuali subiscono attacchi e molestie online, si sentono in pericolo e temono di perdere il lavoro. Con la visibilità crescono anche i rischi e, purtroppo, alcuni settori della sinistra, comprese alcune femministe, si sono schierati con il fronte conservatore. Time la chiama giustamente “la nuova frontiera dei diritti civili”. La cultura di destra ha già perso la battaglia sull’omosessualità. Quelli che si oppongono ai matrimoni e alle adozioni gay sono sempre più in contrasto con le norme sociali, e il tipo di omofobia pseudoreligiosa, che era tanto comune negli anni ottanta, ormai è considerata sempre più bigotta. Ma sulla sessualità bisogna ancora vigilare, e se non si può più pensare di essere presi sul serio dicendo che i gay sono peccatori, serve un altro capro espiatorio, un “diverso” rispetto al quale ridefinire la “normalità”. Si sta avvicinando il momento in cui tutti quelli che credono nell’uguaglianza e nella giustizia sociale devono decidere che posizione assumere nei confronti delle persone trans e del loro diritto alle pari opportunità nel mondo del lavoro o semplicemente a girare per le strade vestite come vogliono. Sono diritti per cui i movimenti per la liberazione delle donne e dei gay combattono da generazioni. Ed è un dovere di chi li ha già conquistati lottare per chi ancora non li possiede. Se crediamo nella giustizia sociale, dobbiamo sostenere la comunità trans e aiutarla a entrare a pieno titolo nella normalità.     

20140721

This is a true story

Fargo - di Noah Hawley - Stagione 1 (10 episodi; FX) - 2014

Gennaio 2006. Lorne Malvo, uno spietato sicario, tanto spietato quanto calmo, passa quasi casualmente per Bemidji, Minnesota. Stava viaggiando in zona, con un uomo nudo nel bagagliaio, quando rimane vittima di un banale incidente stradale. L'uomo fugge nudo per i campi innevati, Malvo rimane lievemente ferito; si reca quindi al pronto soccorso, visto che è rimasto lievemente ferito nell'incidente, e visto che Bemidji si trova sulla strada per raggiungere il luogo dove è stato inviato dal suo datore di lavoro per un altra "missione", si trova fianco a fianco con Lester Nygaard, un assicuratore insignificante, un uomo totalmente succube della moglie brontolona e del fratello spaccone e brillante. I due si trovano seduti fianco a fianco, appunto, nella sala d'attesa dell'ospedale locale. Lester è stato appena vittima di bullismo, se così si può dire. Nonostante l'età adulta, ha incrociato per strada Sam Hess, un vecchio compagno di scuola, che è rimasto prepotente come al liceo, ha sposato una spogliarellista, è sospettato di fare affari con bande di malviventi, e ha due figli davvero scemi. Il risultato dell'incontro è il naso rotto di Lester, che però è davvero stufo di essere vessato praticamente da tutti. Malvo, spietato, calmo e pure molto intuitivo, comprende immediatamente la natura dell'uomo Lester, e gli instilla il seme della violenza e della vendetta in pochi minuti di colloquio, un colloquio a dir poco grottesco. Questo incontro fortuito scatenerà una serie di eventi incontrollabili, e non sempre negativi.

Potrebbe essere la nuova tendenza: riadattare per la televisione un grande film del recente passato. Fargo dei fratelli Coen, del 1996, fu uno degli apici della carriera dei due, un delizioso e surreale affresco di quella sonnacchiosa provincia statunitense del nord che messa di fronte a crimini efferati reagisce a modo suo. Un cast straordinario, una storia che non ti molla senza risultare incalzante, un gioiello. Il "discepolo" Noah Hawley, con la benedizione dei Coen, riprende la storia, la cambia moderatamente, la allunga dove necessario creando deliziosi intrecci e dando spiegazioni in più, approfondisce le psicologie dei personaggi, si prende tutto il tempo necessario ma ricava un prodotto sopraffino per palati esigenti. Un trittico di attori con i controfiocchi illumina ogni scena, o quasi. La (per me, ma anche per molti altri; era apparsa in un episodio di Prison Break) scoperta Allison Tolman nel ruolo del deputy Solverson, il multifunzionale Martin Freeman nei panni di Lester Nygaard, ed il sempre straordinario Billy Bob Thornton nella parte di Lorne Malvo (tra questi ultimi due, devo dire, la partita è durissima, a livello di prova attoriale, anche se devo dire che forse per me la bilancia pende un pochino dalla parte dell'inglese).
Naturalmente non è finita qui, perché il "contorno" non è da sottovalutare: Colin Hanks (Gus Grimly), Bob Odenkirk (Chief Oswalt), Adam Goldberg (Numbers), Oliver Platt (Stavros Milos), Keith Carradine (Lou Solverson), Kate Walsh (Gina Hess). Da tenere d'occhio (nei prossimi anni) Joey King (Greta Grimly), da non perdere la strana coppia Jordan Peele / Keegan-Micahel Key (i detectives Pepper e Budge).

Come per True Detective, pare che se ci sarà una seconda stagione (ancora, per Fargo, non c'è la certezza), la storia sarà totalmente differente come pure i ruoli. Non è ancora chiaro se però il cast rimarrà o sarà sconvolto.

20140720

In The Woods

Louie - di Louis C.K. - Stagione 4 (14 episodi; FX) - 2014

Anche se è difficile da credere, è ostico dire qualcosa di nuovo che non abbia già detto in passato, a proposito delle precedenti stagioni, su Louie, che continua ad essere uno dei prodotti più atipici mai visti in tv.
Ancor più difficile da credere, il fatto che Louie, il protagonista interpretato dal factotum Louis C.K., si permette il lusso di rimanere assurdo, surreale, e paradossalmente altamente educativo. Ebbene, provate per credere, una stagione che comincia con un episodio che ruota attorno all'acquisto di un vibratore (4x01 Back), tocca l'apice della delicatezza, commozione e grandezza con il doppio episodio In The Woods (4x11-12), nel quale Louie "becca" Lilly, la figlia più grande, a fumare marijuana, e non sapendo come fronteggiare la cosa, si mette a ricordare come lui, tredicenne, scoprì la marijuana. Superbo, tra l'altro, Jeremy Renner nei panni dello spacciatore Jeff.
Incredibile Louie, che passa da una sempre splendida Yvonne Strahovski (Blake nel 4x02 Model, dove ovviamente interpreta una modella che si porta a casa Louie dopo una fallimentare serata di beneficenza negli Hamptons - Louie apre per Jerry Seinfeld), in un episodio davvero surreale e al tempo stesso spassoso, a un F. Murray Abraham (che, come ricorderete, era già apparso nei panni del padre di Louie) sempre in ottima forma.
Una sorta di filo conduttore della stagione è lo stranissimo invaghimento di Louie per Amia, la nipote ungherese, che non parla una parola di inglese, della vicina di casa di Louie Evanka (un'anziana di origini ungheresi che Louie "salva" dopo che è rimasta bloccata nell'ascensore, interpretata da una bravissima Ellen Burstyn - sempre sia lodata), e la breve storia dei due che decidono di vivere questo rapporto "a scadenza", visto che Amia entro un mese dovrà tornare in Ungheria, perché là vive suo figlio e lei non ha la minima intenzione di lasciarlo - storia che darà luogo ad un finale in stile Louie, assurdo e commovente al tempo stesso; dopo di che la stagione stessa termina con il riavvicinamento di Louie e Pamela (Pamela Adlon).
Una gemma, davvero, questa serie che non può essere rinchiusa nella definizione comedy.
Qualche altra curiosità. Amia è interpretata da Eszter Balint, violinista ungherese apparsa anche in Stranger Than Paradise di Jarmusch, Ombre e nebbia di Allen, e Mosche da bar di Steve Buscemi, e che ha suonato tra gli altri anche con Marc Ribot e Michael Gira. Appaiono inoltre in alcuni episodi Edward Burns, Skipp Sudduth, Victor Garber, e naturalmente tutta una serie di stand-up comedian statunitensi. Spassoso pure Charles Grodin nei panni del dottor Bigelow, che maltratta Louie a più riprese.
Da non perdere.

20140718

la grande valchiria del West

Great Western Valkyrie - Rival Sons (2014)

Potrei fare lo stesso discorso fatto in apertura della recensione del precedente Head Down, con la sola eccezione che non ho pensato per niente all'amico Filo. O quasi. 
Sono d'accordo con una recensione letta di recente, che osa dire, di questo Great Western Valkyrie, che sia fin'ora il miglior disco della band di Long Beach, California. Un disco godibilissimo, che affina la tecnica clonistica (si può dire? Boh) dei seventies, che li fa assomigliare un po' ai Led Zep, un po' ai The Doors, un po' ai Free, un po' ai The Animals e via aggiungendo Deep Purple, Bad Company, smussando di molto le velleità psichedeliche, divagando meno e concentrandosi sulle canzoni. Ottenendo così dei piccoli capolavori di hard rock senza tempo, a cominciare dalla straordinaria apertura di Electric Man. Non starò qui a farvi l'elenco dei pezzi fulminanti del disco. Vi basti sapere che esordisce nella formazione il bassista Dave Beste (a sostituire la defezione di Robin Everhart), che spicca su diversi brani, e che il chitarrista Scott Holiday appare in grande forma. Curiosità: tutti e dieci i pezzi hanno un "sottotitolo" oltre al titolo.
Enjoy.

20140717

Hell is an Understatement (8)

continua da martedì 15 luglio

Senza una vittoria definitiva

Nel cuore climatizzato dell’incubo centrafricano, Samba-Panza cerca di mantenere la sua compostezza di avvocata. È facile capire perché sia riuscita ad affermarsi come candidata di compromesso per la guida del paese. Ma mi fa tanto pensare a un difensore d’ufficio che deve seguire un cliente impazzito, che non può più essere difeso né salvato. L’ufficiale ruandese responsabile della sicurezza della presidente è seduto vicino a noi durante l’intervista, e rimane sempre in silenzio. Nel suo paese la guerra finì solo quando il Fronte patriottico ruandese, guidato dal leader tutsi Paul Kagame, ottenne una vittoria decisiva. In seguito gli hutu sono stati integrati forzatamente nelle istituzioni del governo e della società civile.
Ma il Ruanda non sarebbe arrivato a tanto se uno dei due schieramenti non avesse vinto la guerra. Per la Repubblica Centrafricana, dove – si spera– le forze di pace impediranno che la situazione precipiti come in Ruanda, la prospettiva di una vittoria definitiva degli anti-balaka o della coalizione ribelle Séléka rianimata e vendicativa è un esito che sarebbe meglio evitare. La sicurezza dall’esterno sta lentamente arrivando, ma una sicurezza senza una dose di clemenza e perdono da parte degli stessi centrafricani è solo una ricetta per rinviare
ulteriormente il disastro. Samba-Panza preferisce parlare dei suoi progetti per il rilancio dell’economia. Quando l’intervista si sta per concludere, sentiamo dei colpi di arma da fuoco provenienti dal centro della capitale. Nessuno dei due sembra farci caso, ma io mi trovo a prolungare i saluti più di quanto sarebbe necessario, assaporando un altro minuto di pace prima di tornare a una realtà che nessun paese dovrebbe mai trovarsi ad affrontare.  

===== 

I numeri della crisi 

Prima dell’inizio della crisi scatenata dal colpo di stato contro il presidente François Bozizé, nel marzo del 2013, la Repubblica Centrafricana aveva, secondo le stime delle Nazioni Unite, una popolazione di 4,6 milioni di persone, formata per il 40 per cento da minori di quindici anni. Anche se la lingua ufficiale è il francese, la maggior parte della popolazione parla il sango. La religione più diffusa è quella cristiana (cattolici e protestanti formano almeno il 50 per cento della popolazione), mentre il 35 per cento dei centrafricani segue credenze tradizionali e il 15 per cento l’islam. Anche prima della crisi, la Repubblica Centrafricana è sempre stata povera: era al 180° posto su 187 nella classifica dell’indice di sviluppo umano 2013 dell’Onu. Man mano che, verso la fine del 2013, il conflitto interno ha assunto i contorni di uno scontro religioso, almeno seicentomila centrafricani (di cui 160mila abitanti di Bangui) sono stati costretti ad abbandonare le loro case. Altre 350mila persone sono fuggite nei paesi confinanti: Camerun, Ciad, Congo e Repubblica Democratica del Congo. La Commissione europea stima che almeno 2,5 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria. Non esistono invece dati sulle vittime delle violenze degli ultimi mesi. Da dicembre del 2013 l’Unione europea ha stanziato 51 milioni di euro di aiuti umanitari per la Repubblica Centrafricana.   

fine

20140716

Levon

Californication - di Tom Kapinos - Stagione 7 (12 episodi; Showtime) - 2014

Hank è ancora vivo, e lotta per tornare insieme all'amata Karen. Mentre Becca è in viaggio in Europa col fidanzato, Hank scopre di avere un altro figlio, Levon, poco più grande di Becca. Lo scopre mentre sta iniziando a lavorare per una serie tv come co-sceneggiatore, agli ordini di Rick Rath. Lo deve fare perché sia lui che Runkle stanno fronteggiando una seria crisi economica. Gli eventi, come sempre accade in Californication, saranno travolgenti.

Tom Kapinos ed il suo team danno l'impressione di trascinare un cadavere (simpatico) per strada, con questa ultima (sicuri?) stagione della serie che ci ha regalato un personaggio impareggiabile, difficilmente imitabile (ovviamente parlo di Charlie Runkle... scherzo), del quale non ci dimenticheremo mai. Continuano a strapparci dei sorrisi, continuano a mettere in scena situazioni che da una parte potremmo considerare impossibili, ma che conoscendo l'effetto che i soldi fanno sulle persone, cominciamo a pensare plausibili. Hank Moody continua ad avere sulle donne, soprattutto quelle fighissime, lo stesso effetto che dà il deodorante Axe nei suoi spot: non resistono, cadono come mosche e vogliono tutte essere leccate e penetrate da questo Bukowski versione 2.0.
E noi spettatori, abbiamo continuato a seguire Hank fino in fondo, criticando lui e la serie aspramente, ma seguendolo fino alla fine, nonostante il finale fosse ampiamente telefonato (qui, davvero, Kapinos non ha avuto un briciolo di coraggio), come se ci fosse di mezzo un vecchio amico che continua a sbagliare, ma che non riusciamo ad odiare.

Nel cast di questa stagione, Michael Imperioli (Rick Rath, già indimenticabile in The Sopranos), Heather Graham (Julia, madre di Levon), Mary Lynn Rajskub (Goldie).

Come ha già detto un amico, "ciao Hank, sei stato un bel compagno di viaggio, dovevi salutarci tre stagioni fa, ma un po' ci mancherai".

20140715

Hell is an Understatement (7)

continua da domenica 13 luglio

Ma l’odio ha già cominciato a mettere radici. Nessuna persona sana di mente accetterebbe di tornare per prima a vivere in un quartiere dove fino a poco fa tutti volevano ucciderla. E nessuno è disposto a scommettere sulla perseveranza e sull’efficacia delle Nazioni Unite. Il governo centrafricano ha già cominciato ad allontanare i musulmani dalle istituzioni. Le forze armate centrafricane (Faca) si erano dissolte all’arrivo dei ribelli della coalizione Séléka, e ora sono state rimesse in piedi senza prestare troppa attenzione alla storia personale dei suoi componenti, se sono stati coinvolti in violenze locali o politiche e se sono alleati degli anti-balaka. Nessuno sa se le Faca rappresenteranno l’intero paese o solo i cristiani. Visito una base delle Faca dove i soldati stanno riprendendo servizio, e l’atmosfera sembra quella di un campus universitario quando ricominciano le lezioni dopo le vacanze estive. Gli uomini indossano divise scompagnate, alcuni portano tute verdi da combattimento alla Fidel Castro, altri tute mimetiche in stile Desert Storm. Uno indossa una maglia da basket degli Orlando Magic. I comandanti sono ottimisti e dicono che tutti i centrafricani con la fedina penale pulita sono i benvenuti. Ma un ufficiale con trent’anni di servizio mi fa capire che possono nascere dei problemi. “È una situazione delicata, ma dobbiamo individuare gli anti-balaka”, dice. È un tipo allampanato, e quando si curva per bisbigliarmi all’orecchio, i vestiti troppo larghi gli pendono addosso. “Vorrei parlarti di questi problemi, ma ho paura che gli anti-balaka mi scoprano e mi riempiano di botte”. O peggio. Il 4 febbraio, pochi minuti dopo che la nuova presidente Catherine Samba-Panza aveva finito di parlare a una parata militare, alcuni componenti delle Faca hanno rotto le file per catturare un uomo accusato di essere un ribelle di SélékaLasciando che i giornalisti fotografassero la scena, lo hanno preso a calci in testa e lo hanno pugnalato a morte, bruciandone il corpo e trascinandolo in giro per la città. Le forze di pace francesi hanno posto fine al tutto sparando dei colpi in aria. Prima di lasciare il paese voglio incontrare la presidente Samba-Panza nella sua casa nella zona est di Bangui. È odiata da entrambe le fazioni – per gli anti-balaka è la “puttana” di Séléka, mentre i musulmani sono convinti che lei non voglia aiutarli – perciò potrebbe essere stata scelta proprio perché abbastanza moderata da tenere lontani da sé gli elementi peggiori di entrambi gli schieramenti. Di certo ha un passato più promettente dei suoi predecessori, che erano dei dittatori nati. L’imperatore Bokassa spese l’equivalente del pil del paese per organizzare una cerimonia di incoronazione così sfarzosa che il regista Werner Herzog l’ha immortalata in un documentario. Bozizé non ha mai esitato a chiamare le truppe del Ciad per soffocare anche la minima rivolta. Samba-Panza, al contrario, prima di impegnarsi in politica faceva l’avvocata e per un periodo della sua carriera ha rappresentato clienti vulnerabili, come le donne e i bambini accusati di stregoneria. Ci si potrebbe rallegrare del fatto che l’incarico di presidente sia stato affidato a lei. Ma, in realtà, ben pochi leader sono stati ininfluenti quanto lei. Catherine Samba-Panza vive in un’oasi di lusso e sicurezza garantita dalla protezione dei militari ruandesi. Convogli armati la scortano in ufficio la mattina e la domenica la portano alla cattedrale di Notre-Dame per seguire la messa in francese. Quando l’ho vista all’aeroporto di rientro da un viaggio all’estero, volava su un jet privato con la scritta “Repubblica del Gabon”.
Mi riceve in una casa ben arredata e decorata con statue di legno africane, lussuosa per gli standard locali, ma modesta rispetto agli eccessi dei suoi predecessori. Lei è seduta sotto un bel quadro a olio di una natura morta floreale. Si lamenta della storia violenta del suo paese e del fatto che la rivolta delle popolazioni povere ed emarginate nel nord e nell’est del paese si sia rapidamente trasformata in una guerra di religione. “Fino a un certo punto, si è trattato solo di una questione politica, che non aveva niente a che fare con la fede”, spiega. “Ora la popolazione non musulmana ha reagito. Non perché alla gente non piacciano i musulmani. Ma perché i politici hanno usato la religione per raggiungere i loro obiettivi”. Le chiedo, con una certa impudenza, se è davvero in grado di fare qualcosa. Risponde parlando genericamente di coordinare gli aiuti umanitari, di costruire il dialogo e la riconciliazione, e di far rinascere il governo che è stato cancellato dalla guerra. Sostiene inoltre di dover tenere viva l’attenzione della comunità internazionale. “Il Sud Sudan, la Siria”, esclama. “Non siamo i soli ad avere dei problemi”.   

continua giovedì 17 luglio

20140714

clash of the titans

Scrivo questo post prima che si giochi la finale della Coppa del Mondo di calcio 2014, che come tutti sapete sarà tra Argentina e Germania. Scrivo questo post immediatamente dopo aver letto la traduzione di un caustico articolo di John Lancester (It's all over) apparso sul London Review of Books, dove critica la gestione della FIFA, ma che mi ha dato l'ispirazione.

Un brevissimo pippotto sulle nazioni rappresentate in finale. Come alcuni di voi sapranno, sono legato all'Argentina da un legame speciale. Ho una carissima amica là, conosco e amo tutta la sua famiglia, li ho visitati varie volte e ogni volta mi hanno accolto come (appunto) uno di famiglia, ospitandomi, aiutandomi, facendomi capire la mentalità argentina; ho talmente tanti legami con quel paese, che parlo castigliano (spagnolo) con uno strano accento, che qualcuno molto esperto potrebbe vagamente identificare come argentino. Al tempo stesso, ho una disinteressata ammirazione per la Germania, naturalmente quella del dopo Seconda Guerra Mondiale. Non che l'abbia girata molto (Berlino, Norimberga, Renania settentrionale), ma ammiro come siano riusciti a rialzarsi, a rimboccarsi le maniche, e a divenire una delle potenze mondiali in tutti i campi; mi ha aiutato Edgar Reitz con il suo splendido Heimat, forse, come pure conoscere alcuni colleghi e colleghe tedeschi, persone si, un poco ingessate, ma ottime sul lavoro e di certo amabili anche fuori. Tutto questo per dire che non so davvero se riuscirò a tifare per una delle due squadre, stasera (ieri per chi legge).

Non era però questo il punto. Il punto era il seguente: amo il calcio, forse perché non sono mai stato bravo a giocarci, e ammiro chi invece sa. Mi piace guardarlo, anche in televisione: qualcuno di voi avrà notato che quando sono all'estero, se possibile, faccio incetta di partite alla tele. E i Mondiali sono un evento che fin da piccolo mi fa andare fuori di testa, in senso buono: se possibile, vedrei tutte le partite, mi affascina veder giocare nazionali mai viste, calciatori sconosciuti, colori inediti. A otto anni, per la prima volta alla colonia montana estiva (era il 1974), avevo visto, nelle repliche in bianco e nero, tutte le partite salienti della nazionale italiana del Mondiale 1970, e non stavo nella pelle perché stavo per godermi il mio primo Mondiale "cosciente". La mattina, appena le signorine ci portavano in paese, mi fiondavo nell'unica edicola della piazza principale, quella dominata dalla statua da un eroico condottiero, famoso anche per una straordinaria leggenda sulla sua morte (e citato da Mameli nell'inno d'Italia), e compravo tutti i quotidiani sportivi dell'epoca (mi pare quattro), tanto da guadagnarmi il soprannome di sportivo. Vi ho raccontato già, di quei Mondiali, come vissi il derby tedesco, allora la Germania era ancora divisa tra Est e Ovest, e ricordo in maniera indelebile il numero 2 sulle spalle del portiere polacco, la cui nazionale ci eliminò al primo turno. Gli anni sono passati, il mio amore per la nazionale si è spento, sono arrivato a tifarle contro, ma la mia fascinazione per il Mondiale non si è mai sopita.
Quest'anno, complici gli orari, avrei potuto vedere molte delle partite. Questa gioia mi è stata negata dal fatto che non ho Sky, e che la Rai abbia trasmesso solo una partita al giorno. Ora, mi ritengo una persona tutto sommato equilibrata, e fortunatamente non mi mancherebbero i soldi per abbonarmi a Sky: il fatto è che non ci ho pensato, e non ho mai avuto il tempo di rifletterci. Probabilmente tra quattro anni lo farò (abbonarmi a Sky), o magari lo farò pure prima. E' che 'sto fatto che la Rai, che non è propriamente gratis, mi privi di un piacere ancestrale, infantile perfino, aggiungendoci il fatto che della Rai non ne faccio mai uso, è una roba che, fermandomi un attimo a rifletterci attentamente, mi manda in bestia. Lo so, è una cosa stupida, di poco conto. Però uccidere i sogni è proprio il contrario di quello che dovrebbe fare un canale televisivo.

20140713

Hell is an Understatement (6)

continua da giovedì 10 luglio

Contro i ciadiani

Nessuno dei cristiani di M’Poko o di altri quartieri sembra rendersi conto di quanto siano precarie anche le condizioni di vita dei musulmani. “Vengono qui e ci uccidono con la protezione dei burundesi”, dichiara Andre Keke, un giovane in tuta. “Non sono centrafricani. Gran parte di loro è del Ciad, e sono venuti qui per massacrarci”. Mentre si raduna una folla, dice che i suoi vicini musulmani del Mali e del Senegal sono i benvenuti se vogliono restare.
Ma i ciadiani devono andarsene. La folla ruggisce di rabbia quando dice “ciadiani”, e ripete questa parola. Alcuni li definiscono “colonizzatori”, affaristi che hanno conquistato troppo potere nei confronti della maggioranza cristiana, e che ora vanno cacciati via. Keke sostiene che i ciadiani hanno ucciso trenta persone negli ultimi tre giorni – “Trenta morti!”, continua a ripetere, “Trenta morti!” – e ogni volta la folla mormora in segno di disapprovazione. Cerco di capire se fanno differenza tra le milizie locali che sorvegliano i quartieri e gli antibalaka che vanno a caccia di musulmani. Nessuna differenza. Al contrario, quando parlo degli anti-balaka, la folla lancia grida di entusiasmo. A questo punto Keke è pronto a esplodere. “Gli anti-balaka sono il popolo”, grida. Nel quartiere di Miskine lo sono tutti, “anche i neonati”.     

Per la riconciliazione   

Quando si cercano soluzioni per questo tipo di orrori, si è tentati di concludere che qualsiasi compromesso in grado di allontanare l’ipotesi di un genocidio sia da accogliere positivamente. Le forze di pace straniere potrebbero di fatto congelare il conflitto, creando una situazione instabile, ma senza continui spargimenti di sangue. Oppure un’altra soluzione potrebbe semplicemente essere la partenza dei musulmani verso altri paesi o verso le aree della Repubblica Centrafricana a maggioranza islamica. Tra i sostenitori di questa seconda soluzione ci sono molti musulmani, che chiedono principalmente di poter attraversare senza rischi le frontiere con il Ciad e il Camerun. Augustin Migabo, l’ufficiale ruandese dal volto rotondo e impassibile, dichiara che questa soluzione non gli piace perché alla lunga non può funzionare. Quando gli spiego che i musulmani vogliono solo andarsene, scuote la testa. “Se andassero via, la guerra finirebbe”, dice. Gli faccio notare che questo sarebbe uno sviluppo positivo, almeno a breve termine. Tuttavia, questo sarebbe in contraddizione con il modello di riconciliazione che i ruandesi promuovono – o sostengono di promuovere – dalla fine della loro guerra civile, vent’anni fa. Le forze di pace dell’Unione africana, a detta di Migabo, perseguono una strategia che né gli anti-balaka né i musulmani sarebbero disposti ad accettare: il loro piano è proteggere gli ultimi musulmani da ogni tipo di attacco e costringere i due gruppi in lotta a convivere pacificamente. Se i musulmani reagiranno, sostiene Migabo, ci saranno violenze ancora più gravi. “Torneranno i musulmani del nord”, spiega l’ufficiale ruandese, e daranno il via a una “guerra del terrore”. Ci sono già elementi della ribellione Séléka ammassati vicino alla frontiera con il Ciad che si oppongono al disarmo e con ogni probabilità si preparano a tornare a Bangui. Il peggior scenario ipotizzabile, conclude, è una resa dei conti finale, più simile al Ruanda del 1994 che alla Bangui di oggi. Centinaia di migliaia di morti contro le decine di migliaia di oggi. La maggior parte degli esperti pensa che l’opzione più valida – o forse quella meno peggiore – è quella che avrebbe dovuto essere realizzata già da tempo: una forza internazionale di mantenimento della pace con un mandato unico, che difenda vigorosamente tutti i soggetti vulnerabili. Lo scorso 10 aprile, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato l’invio di una missione formata da 11.800 peacekeeper. Il loro arrivo è previsto per settembre, sperando che nel frattempo la Repubblica Centrafricana non vada a pezzi. 

continua martedì 15 luglio        

20140711

lazzaretto

Lazaretto - Jack White (2014)

Secondo disco solista per il fenomeno (dico sul serio) Jack White, tra un progetto e l'altro. Rileggevo la recensione che scrissi a proposito di Blunderbuss, il suo debutto solista, che ricordo poco (il disco) e che trattati abbastanza male. Non so se come sempre dipenda dal mio invecchiamento a lunghe falcate o cosa, come che sia 'sto Lazaretto (come gli piacciono queste parole arcaiche) non mi è dispiaciuto sin dai primi ascolti, nonostante contenga tutti i difetti che imputavo a Blunderbuss (eterogeneità, schizofrenia stilistica, mancanza di coerenza). Eppure, eppure, c'è qualcosa. E, come sostengo da tempo, sarebbe l'ora e sarebbe difficile il contrario: Jack White non è solo hype, non è solo cool, non è solo figo (in a certain way), è un gran musicista con classe e con un grandissimo gusto (non proprio come quello che ha per vestirsi, per dire). Come mi piace fare, dare consigli sul pezzo da ascoltare per primo, provate a cominciare dall'unico pezzo strumentale (ebbene si): High Ball Stepper. Quel cazzutissimo fuzz che lui ama tanto e pure noi, slinguazzamenti blues, drumming dannatamente ruock, e perfino un piano alla Diamanda Galàs. I pezzi sono spesso in bilico tra quell'americana dal sapore appalachiano e dal gusto di whisky, e un robustissimo rock, sempre orecchiabilissimo, difficilmente da buttare: figuriamoci che probabilmente il pezzo meno interessante è Just One Drink, scelto come secondo singolo, dopo il primo, la title track (che è, al contrario, il classico pezzo-della-.madonna). Ispirato a racconti brevi che, narra la leggenda, White ha scritto quando aveva 19 anni e recentemente ha ritrovato in soffitta, Lazaretto è proprio il disco che ti aspetti da lui: ruffiano, sporco pure se per finta, difficile da togliere dalla heavy rotation. Sarò diventato meno esigente, ma se si esalta Beck per aver fatto uscire una roba ultra-prevedibile, seppure molto bella, come Morning Phase, beh, perché non applaudire Lazaretto?

PS il pezzo di apertura, Three Women, è basata su Three Women Blues di Blind Willie McTell

20140710

Hell is an Understatement (5)

continua da martedì 8 luglio

Regole d'ingaggio

I ruandesi, invece, accusano i militari francesi di restare a guardare mentre gli anti-balaka commettono atrocità contro i musulmani. È successo che i militari ruandesi siano arrivati sulla scena di un crimine solo per scoprire che i francesi avevano osservato e di fatto consentito lo spargimento di sangue. “Gli anti-balaka stanno vicino ai francesi con machete e fucili, e noi non possiamo fare niente”, spiega Migabo. “Questo è un grosso problema. I diversi contingenti hanno diverse regole di ingaggio. La gente lo sa e se ne approfitta”. Una volta, dopo che avevano ucciso degli anti-balaka, i soldati ruandesi sono stati avvicinati da alcuni civili che volevano recuperare i corpi. Un soldato francese intanto filmava la scena da lontano. I ruandesi sono convinti che i francesi volessero sorprenderli a compiere un crimine di guerra – se avessero sparato contro uno dei civili – documentando il tutto con un video. La tensione tra le forze di pace ha raggiunto livelli tali che il comandante della missione dell’Unione africana, un generale camerunense ambizioso e determinato di nome Martin Tumenta Chomu, a volte convoca i suoi ufficiali in albergo invece che nel loro quartier generale, con i cellulari spenti, per evitare di offrire ai francesi la possibilità di presentarsi, interrompere la riunione, mettere bocca nella pianificazione o passare i loro piani agli anti-balakacon cui, a detta dei ruandesi, intrattengono rapporti cordiali. Dite ai francesi quello che avete intenzione di fare, sostengono i ruandesi, e gli anti-balaka lo sapranno nel giro di due ore. Questi tatticismi tra peacekeeper risultano esasperanti quando nelle strade la violenza e l’odio raggiungono livelli così spaventosi. Il quinto arrondissement, dove vivevano molti musulmani, è in rovina. La moschea Miskine, una delle più grandi della città, è stata rasa al suolo. I musulmani che si azzardano a uscire dal terzo arrondissement sono temerari o disperati. Uno di loro, che lavora per un’organizzazione internazionale, recentemente è tornato nel paese per ragioni di lavoro, dopo aver passato tre mesi come profugo in Camerun. Ha mandato un’auto a prendermi in un ristorante a due isolati di distanza e ci siamo incontrati nel suo ufficio. Normalmente mi avrebbe raggiunto a piedi al ristorante, ma ora lascia l’ufficio solo per raggiungere l’hotel dove vive. Se qualcuno dovesse vederlo per strada e riconoscerlo, rischierebbe di essere ucciso, picchiato o trascinato per strada come un animale. Negli spazi pubblici i cristiani vanno in giro liberamente e gli anti-balaka possono sfoggiare apertamente le loro armi, purché in giro non ci siano dei ruandesi. C’è solo un posto a Bangui dove gli antibalaka sono certi di incontrare resistenza. Nella moschea centrale del terzo arrondissement c’è un grande cortile pieno di uomini, donne e bambini sdraiati su stuoini in aria d’abbandono. Un uomo con gli occhiali si presenta come il presidente della Federazione dei genitori degli studenti musulmani, e mi spiega che tutti i presenti sono sfollati, e che tutti vogliono lasciare Bangui il prima possibile. “Gli anti-balaka sparano, cercano sempre di arrivare qui”, spiega. “Cercheranno di venire anche stanotte”. Si aggiusta gli occhiali e diventa ancora più serio. “Ma siamo coraggiosi”, conclude. “E abbiamo i machete”. L’unica cosa che cristiani e musulmani hanno in comune è un rancore così forte da essersi trasformato in desiderio di sangue. I musulmani hanno sicuramente ragione a essere terrorizzati dagli anti-balaka, soprattutto quando fanno volteggiare le loro falci, ma anche i cristiani di Bangui raccontano storie di rapina e morte. Lo scorso dicembre decine di migliaia di cristiani si sono rifugiati in una zona melmosa dell’aeroporto internazionale M’Poko di Bangui dopo essere stati cacciati dalle loro case nel terzo arrondissement. L’aeroporto di M’Poko è ancora funzionante e continua ad accogliere i voli Air France in arrivo da Parigi, ma oggi è ricoperto per metà di tende. I cristiani sfollati hanno riempito gli spazi tra gli aerei parcheggiati, fissando tettoie all’ombra delle ali e appendendo il bucato alle eliche. La tendopoli si estende fino al bordo della pista, dove i bambini vanno a giocare tra un atterraggio e l’altro. Quando piove, il campo si riempie di pozzanghere. A M’Poko i cristiani vivono meglio dei musulmani accampati nella moschea centrale: almeno possono lasciare il campo senza essere certi di morire, e nel labirinto di bancarelle che si è sviluppato tra le tende si vende di tutto, dalle medicine ai dvd. Molte persone, però, sono piene di rabbia verso i musulmani. Un uomo mi dice che all’arrivo di Séléka i suoi vicini musulmani sono impazziti e hanno cominciato a uccidere e saccheggiare indiscriminatamente. Padre Benjamin Soya, il sacerdote di una parrocchia cattolica nel terzo arrondissement, è venuto a vivere al campo per dire messa vicino alla pista. La sua chiesa, Saint-Mathias, è stata attaccata e dice di essere riuscito a fuggire solo spacciandosi per musulmano, salutando la gente per strada dicendo “Salam aleikum” e lasciando che scambiassero la sua tonaca bianca per una veste araba. I ruandesi sostengono che gli anti-balaka usano l’accampamento come base da dove sferrare i loro attacchi. Mentre parlo con i residenti del campo, colgo le occhiate sospettose di alcuni giovani dall’aria torva, con le armi bene in vista. La maggior parte di loro vuole parlare per accusare i musulmani. Alcuni insistono per farsi fotografare con i coltelli sguainati, indicando sul collo dei compagni dove avrebbero dovuto segare per tagliare rapidamente una testa umana. Quelli che rimangono in disparte a osservarci sono ancora più inquietanti. Ma i civili mi assicurano che le guardie anti-balaka sono i loro salvatori, una forza del bene. “Agli anti-balaka non piace combattere. Hanno a disposizione solo fucili da caccia e armi artigianali, mentre quelli che devono affrontare sono dei professionisti”, mi spiega un uomo, Marc Youane, alludendo alla presenza di mercenari del Ciad tra la popolazione musulmana. “Senza gli anti-balaka, i musulmani piomberebbero qui in un secondo”.   

continua domenica 13 luglio    

20140709

giù quattro parte due

Down IV - Part II - Down (2014)

Beh, a meno che non sia un disco live (e con questo non voglio dire che non mi piacerebbe vederli dal vivo, sia chiaro), un disco (anche se considerato un EP - della durata di circa 37 minuti, c'è gente che lo considererebbe tranquillamente un LP) dei Down [per chi ancora non lo sapesse, una sorta di supergruppo del metal estremo, zona NOLA (New Orleans Louisiana)] è sempre un bell'ascoltare, soprattutto per chi, come me ed altri sopravvissuti, ama le sonorità pesanti con frequenti strizzate d'occhio alla BAND per eccellenza (a costo di ripeterlo per la miliardesima volta, Black Sabbath - godetevi gli armonici doppi e ripetuti che fanno da spina dorsale di Sufferer's Years, ma è giusto un esempio). Sei pezzoni confezionati con la consueta rozzezza cosmica, con la chitarra del buon vecchio (ormai) Pepper Keenan (Corrosion of Conformity, quanti anni sono che ti ho visto al vecchio e mitico palazzetto di Livorno... mi vengono le lacrime agli occhi a pensarci) che sincopa e grattugia le sei corde ben ribassate (ribassata è l'accordatura, ma tant'è) assieme a quelle di Bobby Landgraf, e ciccio-Phil Anselmo (Pantera, tra gli altri) che si occupa al solito di sputacchiare nel microfono (ma almeno senza autotune), ed il gioco è fatto. Al basso Patrick Bruders (Goatwhore, Crowbar, Outlaw Order), alla batteria Jimmy Bower (Eeyehategod, Crowbar, Superjoint Ritual, Corrosion of Conformity). What else?

20140708

Hell is an Understatement (4)

continua da venerdì 27 giugno

Aspetti tristemente familiari

Per il momento il compito di proteggerli è affidato a un contingente di seimila peacekeeper dell’Unione africana, che sfrecciano in città su veicoli blindati o jeep con grossi mitra montati sul retro. Fino alla fine di marzo i peacekeeper più odiati erano quelli ciadiani perché i cristiani li accusavano di proteggere i componenti di Sèlèka. Quando la loro presenza è diventata troppo scomoda, i ciadiani si sono ritirati. Sul campo sono rimasti due contingenti, uno del Burundi e l’altro del Ruanda, che collaborano strettamente per proteggere i musulmani dagli anti-balakaIl 25 marzo, il giorno dopo l’incidente nel quartiere di Boy Rabe, invito a pranzo due ufficiali ruandesi al Relais des Chasses, un ristorante di proprietà francese specializzato in selvaggina esotica. Il tenente colonnello Jean Paul Karangwa, il comandante dei 750 militari ruandesi, e il maggiore Augustin Migabo, il suo addetto alle operazioni, ordinano entrambi bistecca e patatine fritte. Per loro le bistecche sono un lusso – il rancio ruandese è quasi sempre a base di riso e pollo, con sardine ogni tanto per variare – e oggi devono festeggiare. Hanno appena scortato un convoglio civile di camionisti musulmani del Camerun attraverso quartieri pieni di anti-balakae hanno ucciso quattro miliziani. Karangwa e Migabo hanno prestato entrambi servizio in Darfur. Secondo loro il conflitto nella regione sudanese era estremamente semplice rispetto al caos che hanno trovato nella Repubblica Centrafricana al loro arrivo, lo scorso gennaio. L’attuale crisi centrafricana è ancora molto limitata se paragonata all’apocalisse ruandese del 1994, e non è un caso se il paese con la conoscenza più profonda del genocidio sia anche tra i più decisi a volerne scongiurare uno nuovo. Karangwa mi spiega: “Parliamo alle popolazioni locali e cerchiamo di convincerle a non vendicarsi”. Inoltre, mi dice con orgoglio, i tribunali speciali creati in Ruanda dopo il genocidio potrebbero aiutare i centrafricani a fare i conti con gli assassini che si nascondono tra loro. Ma i ruandesi ammettono che alcuni aspetti del conflitto gli risultano così familiari, così cruenti, da costringerli a usare la forza per uccidere. “Nel genocidio in Ruanda le armi usate erano quelle tradizionali”, come i machete, “proprio come succede qui”, racconta Karangwa, quasi per spiegare la politica di tolleranza zero dei suoi soldati nei confronti dello smembramento dei cadaveri. Karangwa mi racconta di quando un musulmano che rischiava di essere linciato per strada aveva chiesto aiuto a una postazione del contingente ruandese. Quando i ruandesi si erano rifiutati di consegnarlo agli anti-balaka, un miliziano si era presentato con il corpo di un altro musulmano per dimostrare ai soldati ruandesi che la loro protezione non significava niente: c’era sempre un altro musulmano che non poteva essere difeso. “Poi ha cominciato a fare a pezzi il cadavere sotto i nostri occhi”, ricorda Karangwa. “E così gli abbiamo sparato. Se qualcuno si presenta con un fucile o con un brandello di corpo umano davanti a noi, dobbiamo sparargli”. Se per risolvere il conflitto nella Repubblica Centrafricana bastasse uccidere tutti quelli che si accaniscono sui cadaveri dei loro nemici, i ruandesi potrebbero riuscire davvero a tenere la situazione sotto controllo. Ma la storia del paese ha incoraggiato l’inasprimento di rancori e risentimenti di ogni genere. Inoltre la guerra ha aperto un altro fronte, completamente distinto: la rivalità tra i militari ruandesi e i duemila peacekeeper francesi di stanza a Bangui. La missione francese è chiamata operazione Sangaris, dal nome della Cymothoe sangaris – una farfalla africana dalla vita molto breve – per sottolineare la volontà che l’intervento militare sia di breve durata e non troppo pesante. Un’altra caratteristica meno nota della Cymothoe sangaris è che i maschi perdono un’incredibile quantità di tempo a combattere tra loro. E in effetti i rapporti tra i soldati dei diversi paesi sono estremamente conflittuali. Anche nel linguaggio ufficiale, i ruandesi non risparmiano le frecciatine contro i francesi. “Noi siamo impegnati in un peace keeping aggressivo’”, dice il generale Joseph Nzabamwita, portavoce dell’esercito ruandese a Kigali, “che è molto diverso da quello tradizionale messo in atto da altri paesi che hanno mandato le loro truppe nella Repubblica Centrafricana”. I francesi arrivarono in quella che oggi è la Repubblica Centrafricana verso la fine dell’ottocento. All’inizio cercarono di ridurre in schiavitù la popolazione e di trasformare il paese in un produttore di cotone. Ma non funzionò. Il paese finì per diventare il luogo dove mandare i funzionari coloniali più inetti. Quando le colonie francesi ottennero l’indipendenza, nei primi anni sessanta del novecento, Parigi non si rammaricò troppo di perdere la Repubblica Centrafricana. Eppure, forse per nostalgia coloniale, i francesi continuarono a interferire nella politica locale. Negli anni ottanta e novanta la Repubblica Centrafricana diventò una base per le truppe francesi, mentre importanti esponenti politici francesi acquistavano partecipazioni nell’industria dell’oro e dei diamanti. Tutto questo spiega perché Parigi non veda di buon occhio la presenza di elementi antifrancesi a Bangui. I francesi sono preoccupati dall’ascesa del Ruanda, una potenza regionale che ha visto aumentare la sua importanza proprio mentre la loro svaniva. Sanno benissimo che i musulmani di Bangui, protetti dai ruandesi, hanno ucciso due soldati della missione Sangaris e che si sono messi a tappezzare i quartieri in cui vivono con graffiti come: “No alla Francia, i cani d’Europa!”.    

continua giovedì 10 luglio