20140821

mare scuro vino

Wine Dark Sea - Jolie Holland (2014)

Qualche tempo fa chiacchieravo amabilmente in chat con una collega di Houston, Texas. Dopo aver parlato di serie tv siamo passati alla musica. Nonostante lei ascolti country (naturalmente), e nonostante Jolie sia nativa di Houston, non l'aveva mai sentita nominare. Questo tanto per darvi un'idea su quando non sia mainstream l'ex The Be Good Tanyas. Ve ne ho parlato in occasione dei suoi due album precedenti, il quarto The Living and the Dead e il quinto Pint of Blood, e adesso sono qui alle prese col suo sesto Wine Dark Sea. Vi ho già detto del timbro e del suo stile, molto vicino a quello di Joan Wasser (Joan as Police Woman), vi ho già detto che Tom Waits è tra i suoi estimatori: tutte cose che ritroviamo anche su questo nuovo disco, molto spesso si ha l'impressione di ascoltare una versione femminile del Waits prima maniera, ma con la perizia musicale e tecnica di quello degli ultimi tempi. Infatti, i musicisti che hanno lavorato al disco sono di tutto rispetto. Il genere è di quelli un po' indefinibili, che però potrà piacere molto a chi gira intorno al folk americano in tutte le sue sfaccettature, gospel, cajun, con spruzzate di jazz, blues, funky, southern R&B e via discorrendo. In una definizione, American roots.
Disco piacevole, artista sempre interessante e mai banale. Canta d'amore, e ci mette passione.



Sixth album, after she left The Be Good Tanyas, for the singer/songwriter/multi-instrumentalist Jolie Holland. She's originally from Houston, Texas, but she's moving around all the American roots music, with preference for folk and all that we can define southern, but when she wants, she is perfectly capable to write some mainstream song. She is, oddly, very near to a female version of the great Tom Waits, that is, by the way, a fan of her, but you can recognize at the same time, in her music, Joan Wasser (in the use of the voice) and Neil Young, not so much sober, honestly speaking. You definitely don't have to kill for this album, but why lose it: it's enough interesting.

20140820

fondamenta del fardello

Foundations of Burden - Pallbearer (2014)

Aspettavo questo disco, come già anticipato qui, perché lo si dipingeva da più parti come un gran disco; tra queste parti c'era anche l'unico mensile di musica che ancora compro cartaceo, sin dagli inizi nel '92, perché spesso non mi trovo per niente d'accordo. Siccome lo esaltavano fino a farlo disco del mese, la curiosità era stuzzicante. Stavolta siamo d'accordo: Foundations of Burden ha davvero tutti i crismi del grande disco, a partire dal suono, passando dalla struttura, e soprattutto dalla disinvoltura con la quale la band dell'Arkansas suona pur essendo "solo" il loro secondo disco, secondo disco che, ricordiamocelo sempre, "è sempre il più difficile, nella carriera di un artista".
Il genere suonato dai Pallbearer è il più classico dei doom metal, di quelli che ovviamente deve tutto o quasi ai Black Sabbath, e so benissimo che sto diventando noioso con questa storia, ma è così e nessuno ci può fare niente. Che cosa differenzi, o metta su un gradino più alto i Pallbearer rispetto ad altre band che si dilettano nel suonare doom, difficile da spiegare. E' una cosa che va messa a fuoco ascoltandoli, ascoltando, come detto, la disinvoltura nel prendere un genere ad oggi sviscerato in ogni maniera, e facendolo loro in tutto e per tutto. Sei pezzi, cinque dei quali molto lunghi, quattro oltre i 10 minuti, più un bellissimo interludio a base di Wurlitzer (Ashes, un pezzo che non sfigurerebbe nel repertorio di altre band magari dedite all'ambient o cose del genere), curati nei minimi passaggi. Una sezione ritmica massiccia, dove il basso di Joseph D. Rowland si permette linee complesse, ricercate, esaltanti, e due chitarre che si intrecciano alla ricerca di espressioni sonore che richiamano grandi gruppi del genere, cercando di esprimere al tempo stesso compattezza e muscoli nelle ritmiche, e grandi linee melodiche nei lunghi e ripetuti assoli. La voce di Brett Campbell è pulita (naturalmente, come purtroppo accade in molte di queste band dove il cantante è anche un musicista, perde un po' dal vivo), migliorata rispetto al disco precedente, dalle tonalità alte ma senza osare troppo, e però si sposa alla perfezione con il complesso sonoro e con l'atmosfera che i Pallbearer vanno cercando. La velocità alla quale si "viaggia" è bassa, ma la resa è massima.
Un'altra band che si va ad aggiungere alle già affermate Mastodon e The Sword, per una conferma di una genere che non ne vuole sapere di morire. Un disco da tenere presente alla fine dell'anno, quando solitamente viene il momento di tirare le somme.


It's only the second album for the Arkansas' band, but it's almost a masterpiece. Their doom metal is obviously in debt by Black Sabbath, but they are so confident in themselves that they are playing like if the genre belongs to them. Great rythmic section, with a bass player to keep an eye on, and two guitars that are at the same time muscular and melodic. This is an album to remember, in this 2014.

20140819

Northern Lights

Person of Interest - di Jonathan Nolan - Stagione 3 (23 episodi; CBS) - 2013/2014

Shaw è entrata nel "gruppo", e "lavora" alacremente insieme a Reese e Finch. Ovviamente, la sua tendenza a risolvere le situazioni in modi sbrigativi e violenti, preoccupa soprattutto Finch. Carter, retrocessa in seguito agli eventi della scorsa stagione, e quindi tornata al lavoro di pattuglia in divisa, è però in buoni rapporti con Elias: la sua investigazione privata sull'HR continua. E poi c'è Root: è ancora ricoverata, e sta ricevendo trattamenti psichiatrici, ma lei continua a sostenere che The Machine è collegata sempre con lei, e le dà ordini continuamente. Infatti, tra poco lei sarà libera...

E' un peccato notare che i dati dell'audience della terza stagione di Person of Interest sono in (lieve) flessione: questa serie ha stupito molti, e continua ad essere un piacevolissimo passatempo per telemaniaci. A livello di cast, l'inserimento di Sarah Shahi (bellissima nanerottola nata in Texas da genitori iraniani, già in The L World e Alias, moglie - vera - di Steve Howey - il Kevin dello Shameless statunitense) nel ruolo di Shaw, divenuto regular in questa stagione, funziona benissimo, e i meccanismi comici (si, chi non conosce la serie, visto il tema, potrebbe pensare sia un errore ma la parte ironica di Person of Interest è uno dei suoi punti di forza), complice pure il simpatico Kevin Chapman (Fusco), vanno alla grande. Dal punto di vista del "quadro complessivo", il punto di Person of Interest è chiaro, ed è per questo che è molto interessante: il controllo globale, la privacy (o meglio, l'assenza di essa), e, andando oltre, la possibilità per l'uomo di controllare gli accadimenti, il fato. Un mito, perseguito e sognato fin da tempi remoti, e sul quale molti hanno fantasticato a livello di fiction. Person of Interest è una in una moltitudine, ma affronta il tema con grande disinvoltura, come detto prima senza prendersi neppure troppo sul serio: il risultato è, appunto, molto godibile.
Il 23 settembre 2014 il primo episodio della quarta stagione.

20140818

l'arancio va ancora di moda

Orange is the New Black - di Jenji Kohan - Stagione 2 (13 episodi; Netflix) - 2014

Piper viene svegliata (è ancora in isolamento dopo i fatti conclusivi della scorsa stagione) all'improvviso e viene caricata letteralmente su un autobus. Nonostante le sue rimostranze, nessuno le dice dove è diretta. Poi, insieme ad altre detenute, viene caricata su un aereo. Alla fine, si ritrova a Chicago. Essendo all'oscuro di tutto, ritiene quindi di essere stata trasferita in un carcere più duro perché Doggett è morta in seguito alla loro colluttazione. Cerca quindi di adeguarsi prima che può al nuovo ambiente, e dopo qualche giorno scopre che anche Alex è lì. Appena ha l'opportunità di parlarle, scopre che Doggett è ancora viva, e che lei è lì solo temporaneamente, per testimoniare nel processo contro Kubra Balik. Alex ovviamente le suggerisce di non dire niente, di mentire sul fatto che conoscesse Kubra, dicendo che così farà anche lei, per paura di gravi ritorsioni. Piper è combattuta, vuole dire la verità. Anche il suo avvocato, il padre di Larry, con il quale la storia sembra finita, le caldeggia di dire la verità. Piper si convince da sola, va in aula e mente. Immediatamente dopo, però, Alex esce di prigione. Piper si rende conto che, dopo averla pregata, implorata di mentire, Alex ha fatto il contrario, ed è uscita. La rabbia di Piper è alle stelle. Si torna a Litchfield.

Torna Orange is the New Black e noi che siamo fan siamo tutti felici. La seconda stagione inizia scoppiettante ma pure in maniera destabilizzante, per poi tornare al solito vecchio carcere light di Litchfield, e si prende tutto il tempo per approfondire i personaggi principali, per raccontarci un altro po' delle loro storie pre-carcere, mentre porta avanti la vicende nel presente. E' una delizia, come sempre, la scrittura della Kohan, e le recitazioni del cast nel suo complesso, cosa già appurata nella prima stagione. Ultima parte della stagione fatta di roboanti novità, fino ad un finale col botto (davvero). Episodio 2x04, dal titolo piuttosto esplicativo, A Whole Other Hole, senza prezzo: lezione di educazione sessual/anatomica sulla vagina a buona parte delle detenute tenuta da Sophia, la transessuale (una sempre più splendida Laverne Cox). Ma i momenti senza prezzo, credetemi, sono parecchi. La serie è stata rinnovata per una terza stagione, quindi indicativamente nel giugno 2015 torneremo a vedere se l'arancio va ancora di moda.

20140817

tra la notte e il sorgere del sole

A U R O R A - Ben Frost (2014)

Probabilmente fino ad oggi le poche volte che avevo ascoltato Ben Frost era stato inconsapevolmente, in qualche colonna sonora (Sleeping Beauty, per esempio). Certo, uno nato a Melbourne, Australia, che si trasferisce a Reykjavìk, Islanda, più o meno dalla parte opposta del mondo, dev'essere ben strano. E infatti, il modo di fare musica di Frost, cosa che tra l'altro non è la sua unica occupazione, è ben strano. Composto unicamente con computer e synth, sorretto da campionature di percussioni, totalmente senza cantato, e con un uso parco di campionamenti sonori "reali" quali campane, fischi, cose del genere. Come si usa dire, se vent'anni fa mi avessero raccontato che oggi pomeriggio al mare avrei ascoltato un disco come questo, gli avrei riso in faccia. Invece l'ho fatto, l'ho fatto più volte, e me la sono anche un po' goduta. Se qualcuno, qualche coraggioso, si mettesse alla prova e volesse ascoltare questo disco (vi avverto: qua, davvero, siamo di fronte a musica sperimentale, per dire, un disco dei Boris al confronto è mainstream), e avesse l'impressione che hanno avuto alcuni recensori prima di me, di un disco poco omogeneo, sappia che A U R O R A vive di strappi, oltre che di saturazione sonora, probabilmente perché Frost ha composto quasi tutto il disco su un laptop mentre viaggiava insieme al regista/fotografo Richard Mosse in Repubblica democratica del Congo: di sicuro oggi come oggi c'è poco di più estremo. Detto questo, mettetevi il cuore in pace e preparatevi per un viaggio ai limiti della percezione. Particolarmente esaltante per me, il trittico centrale formato da Secant, Siphenyl Oxalate VenterSecant per me davvero superba. Non l'avrei mai detto.



The music of Ben Frost is very experimental: in comparison to him, Boris' music is mainstream. Of course, a guy that come from Melbourne, Australia, that moved to Reykjavik, Iceland, has to be strange. So music composed only by synth, with drums' patterns, completely without singing, it's more a state of mind than music. If you are brave, interested in open your mind and your perception, go ahead and listen.

20140815

radice quadrata

Racine Carrée - Stromae (2013)

In Belgio, dove Paul Van Haver in arte Stromae è nato 29 anni fa a Bruxelles da madre belga e padre ruandese (architetto morto nel genocidio, aveva lasciato la famiglia e la moglie, che ha cresciuto da sola quattro figli), ne vanno orgogliosi quanto la nazionale di calcio, gli ormai famosi Red Devils; con questi ultimi, o meglio con molti dei componenti, condivide l'essere un belga di ennesima generazione, con radici lontane dal piccolo stato europeo, ma perfettamente integrati, grazie anche al tessuto sociale relativamente accogliente (anche il flusso di italiani verso il Belgio è sempre esistito). Dell'esserne orgogliosi, ne hanno ben donde: Stromae (maestro in gergo Verlan) è una delle cose più curiose e interessanti che la musica europea ha prodotto negli ultimi anni. Interessato alla musica fin da piccolo, si fa le ossa nel mondo rap, poi si "mette in proprio". Nel 2010 esce il suo debutto Cheese (i sorrisi forzati per le foto in posa), e da lì comincia il suo inarrestabile successo. Ingloba nella sua musica elementi di elettronica, trip-hop, world music, compone testi in gergo mai banali, esce con video clip sempre interessanti. Nel 2013 esce questo Racine Carrée (radice quadrata, appunto), preceduto dai singoli Humain à l'eau, Papaoutai e Formidable, e alcuni di essi diventano tormentoni anche in Italia.
Il disco è davvero pieno di pezzi irresistibili, di canzoni dense di richiami, riferimenti, quasi ridondanti, ma mai banali. Abbandonatevi (ma sono sicuro che diversi di voi lo hanno già fatto) a Stromae, e state pur certi che il ragazzo farà ancora parlare di sé in futuro. Del resto, come abbiamo già detto e sostenuto in passato, questa è la nuova Europa. A noi piace.



In Belgium are proud of him like they are proud of the famous Red Devils, the national football team. And the belgians are right: Paul Van Haver, aka Stromae, is one of the best things happened to European music in recent years. This is his second album, and contains several songs already became catchphrase. Trip-hop, world music, and very interesting lyrics, from a symbol of european integration: we like it so much.

20140814

Natalie

Natalie Merchant - Natalie Merchant (2014)

Per chi cominciava a dubitare che l'amata Natalie Merchant sapesse ancora scrivere canzoni (era dal 2001, con Motherland, che non pubblicava materiale interamente originale - nonostante quello che scrissi qui, perché anche The House Carpenter's Daughter, nonostante fosse un lavoro in studio, era composto da cover - seppure i suoi lavori non mancassero di essere interessanti e perfino difficili da costruire e da fruire), ecco finalmente questo disco eponimo, uscito agli inizi di maggio. La signora Mercante (che bella cosa Wikipedia: scopro solo oggi che il nonno di Natalie emigrò negli States dalla Sicilia), oggi una florida cinquantenne senza ritocchi estetici, che non nasconde fili d'argento nella sua chioma, riesce ancora a toccare corde emozionali con il suo folk imbastardito da pop d'autore ma non solo, perché dopo qualche ascolto in questo disco troverete di tutto, da Tom Waits ai REM, e impreziosito da un songwriting di tutto rispetto e da testi che trattano sempre di argomenti delicati ed importanti (sentite cosa riesce a fare a proposito di Katrina e il disastro di New Orleans, con Go Down Moses - che tra l'altro, parafrasa uno spiritual rifatto pure da Louis Armstrong - cantata insieme a Corliss Stafford, e che si muove in territori gospel), non mancando mai di esprimere il suo punto di vista forte su vari argomenti di attualità.
Siamo contenti che sia tornata con tutta la sua classe.



Welcome back, dear Natalie. We missed you, we missed your songs, your voice and your class. Someone, maybe, started to doubt about the capacity of Ms. Merchant to write good songs: it was from 2001's Motherland that she didn't published original songs. But, here we go: this silver-haired lady is back with a new album, and with a bunch of good new songs. As I said, welcome back.

20140813

dolore ed estinzione

Sorrow and Extinction - Pallbearer (2012)

Nell'attesa del loro nuovo album, che dovrebbe uscire in questi giorni, e del quale si dice già un gran bene, ripesco questo debutto della band di Little Rock, Arkansas (la città che ha "lanciato" Bill Clinton nell'arena politica), che già lascia intravedere un futuro roseo (anche se, per il genere suonato, bisognerebbe dire scuro) per il quartetto statunitense. Cinque pezzi della durata che varia tra gli otto e i dodici minuti, musica che quindi si prende tutto il tempo necessario per trasportare l'ascoltatore nel mondo dei "portatori di bare" (pallbearer, appunto). Un mondo decisamente doom, l'ennesima variazione sul tema sabbathiano, fatto di riff tremendamente muscolari e "ribassati" (come le accordature chitarristiche, necessarie per disegnare traiettorie ed armonie cupe), sezione ritmica martellante e rallentata, voce che oserei definire stentorea ma efficace (con alcuni yeah che naturalmente richiamano tantissimo il miglior Ozzy) di Brett Campbell (anche ad una delle chitarre), che a volte insiste con il riverbero, effetto che però, come sappiamo noi a cui questo genere piace, ci sta tutto. Lunghe suite dall'effetto psichedelico, inframezzate da riflessivi arpeggi cristallini. Da riscoprire, aspettando come detto il 19 agosto, data in cui sarà rilasciato il nuovo Foundations of Burden.

I'm waiting for their second album, so in the meantime I was listening again their debut. It seems that this band has a bright future, if they proceed like this. Doom melodic metal, well played.

20140812

nessun accordo

No Deal - Melanie De Biasio (2013)

No Deal è il secondo disco per la chanteuse jazz di Charleroi (Belgio, per chi non lo sapesse; la ragazza è nata lì nel 1978, come molti belgi da padre italiano), dopo il suo debutto del 2007 A Stomach Is Burning. E, devo dire, nonostante come sapete non sono certo un intenditore di jazz, è un disco davvero charmant. Ci siamo quasi abituati, negli ultimi anni, a cantanti jazz (o quasi), che hanno addirittura conquistato le classifiche e i rotocalchi con una (chiamiamola così) variante pop dello standard jazz. Qua mi pare di poter dire che siamo in un altro campo. A parte gli accostamenti, ormai classici, che però van fatti giusto per poter dare un'idea del timbro (Billie Holiday e Nina Simone; di quest'ultima, la De Biasio canta in questo disco I'm Gonna Leave You, scritta da Rudy Stevenson), il disco, pur brevissimo (33 minuti) risulta molto intimo e al tempo stesso intenso e delicato, complesso, ottimamente suonato, stupendamente cantato. Melanie suona anche il flauto, ma curiosamente sull'unica traccia strumentale del disco, With Love, il suo flauto non appare. Lei stessa dice che inizialmente il pezzo era pieno di flauto e di parole, poi "la musica aveva bisogno di rimuoverli, e di lasciare spazio agli altri strumenti". Parla spesso d'amore nei suoi testi, e di sicuro ama la musica. Da ascoltare, da seguire.



She's belgian, she sings about love, and she play jazz. This is her second album, and we can define not pop jazz but real (female) jazz. Her voice is very similar to the great voice of Nina Simone, and she sing a Nina Simone's song here on No Deal, with good result. A complex album, very intimate and delicate.

20140811

sottovoce


E quindi noi quatti quatti superiamo le seicentomila occhiate. Grazie a chi le ha date.

rumore

Noise - Boris (2014)

Pensate: Noise è il diciannovesimo disco in studio per la band giapponese che, ve lo ripeto per l'ennesima volta, prende il nome da un vecchio pezzo dei Melvins. Come sapete, li conosco solo da qualche anno, e mi hanno stupito più volte. Come ho già detto, sanno fare di tutto, e con questo ennesimo disco da non sottovalutare, lo ribadiscono come se ce ne fosse ancora bisogno. Non ci sarebbe niente da aggiungere al comunicato stampa con cui hanno presentato questo disco, nel quale sostengono che questo è il loro disco "più onnicomprensivo", che racchiude "un ampliamento dell'infinita ricerca dei Boris degli estremi musicali", e che la band mescola qui sludge-rock, crust-punk, shoegaze, doom e psychedelic. Seppure mi ritenga un ascoltatore di musica piuttosto curioso, uno che negli ultimi anni non si è mai posto dei limiti se non dopo almeno un ascolto, devo dire che riesco ancora a stupirmi quando dentro un unico disco sento una band che ti propone con una certa nonchalance un pezzo quasi death metal come Quicksilver insieme ad una ninna nanna quasi mainstream e adolescenziale come Taiyo no Baka, senza parlare della più che robusta accoppiata di partenza Melody e Vanilla rapportate con la suite quasi drone Angel (quasi diciannove minuti).
Non so come esprimermi meglio se non dicendovi che nel caso voleste continuare a snobbarli, vi perdereste davvero una grande band.



Nineteenth album for the japanese experimental band, and you can not believe it, but it seems that they are still capable to experiment more. More than ever, they put all their influence in Noise, and they win again. Don't miss them.

20140810

A Hard Jay's Night

Modern Family - di Christopher Lloyd e Steven Levitan - Stagione 5 (24 episodi; ABC) - 2013/2014

La notizia che adesso i matrimoni gay sono legali in California mette naturalmente in subbuglio e agitazione Mitch e Cam, che iniziano a pensare ognuno a come fare una proposta indimenticabile. Mentre Claire e Phil stanno cercando in ogni modo di far combaciare gli impegni dei loro tre figli in maniera da rimanere soli per un'intera settimana, Jay e Gloria sono naturalmente su fronti opposti in merito al viaggio di Manny da solo in Colombia, per conoscere la sua famiglia materna: Jay cerca di farlo partire prima possibile, nel timore che Gloria possa cambiare idea all'ultimo momento ed opporsi.

Praticamente tutta incentrata, a livello di trama orizzontale, sulla lunga marcia verso l'altare da parte di Mitch e Cam (ci vorrano ben 24 episodi per vederli sposati), Modern Family prosegue imperterrita con i suoi pregi ed i suoi difetti, che ho provato a sintetizzare nella recensione della stagione precedente, e che quindi è inutile che mi metta qui a ripetere, conservando gli ascolti medi, ed assicurandosi il rinnovo anche per la prossima stagione (24 settembre 2014, quindi tra poco più di un mese, la season premiere della stagione 6). Come tutte le comedy, a parte pochissime eccezioni, la stanchezza toglie un poco di entusiasmo alla visione.

20140808

La mia televisione

Un articolo di un altro dei miei scrittori preferiti, Douglas Coupland, uscito originariamente sul Financial Times Magazine con il titolo My TV, tradotto da Internazionale sul numero 1055, che riflette sul progresso tecnologico e non solo. Fateci caso, ci sono un paio di piccoli punti in comune con l'articolo di Will Self che vi ho postato qualche giorno fa in più "episodi", e molti invece con il "cambiamento" che stiamo subendo noi tutti.


My TV 
Douglas Coupland
Il 19 aprile 1995 comprai il mio primo vero televisore da adulto: un Sony Trinitron da 27 pollici. Mi ricordo che giorno era perché me lo consegnarono a casa due fattorini verso le undici di mattina. Sistemammo il televisore nello spazio fra due librerie, lo accendemmo, e sullo schermo apparvero le immagini dell’attentato di Oklahoma City. Ci fermammo per un’ora a seguire le notizie. Feci il caffè, parlammo un po’, poi la giornata andò avanti. All’epoca guardavo la tv. Nel senso che andavo in salotto e accendevo la tv pensando: “Chissà cosa danno stasera in tv. Mi sa che faccio un giro tra i canali”. È difficile immaginare che qualcuno faccia la stessa cosa nel 2014, perfino i miei genitori. Nel corso di vent’anni, le nostre abitudini collettive di consumo televisivo sono cambiate al punto che è diventato difficile ricordare come si guardava la tv una volta. Ricordo il 1997, la morte della principessa Diana e io incollato alla CNN per ore. Stesso discorso per l’11 settembre. Ma quando è morto Michael Jackson, nel 2009, ero a casa mia in sala da pranzo che scrivevo e un amico me lo disse mandandomi un sms. Invece di accendere la CNN andai dritto su internet, e solo diverse ore dopo pensai: “Chissà come ne sta parlando la tv”. C’era stato un cambiamento. La tecnologia televisiva era passata a una nuova generazione, e all’inizio degli anni duemila fu evidente che i grossi, massicci televisori Sony come il mio erano spacciati. Ovunque gli schermi stavano chiaramente diventando più piatti e più grandi. Io però prima di prendere una tv con lo schermo più grande ho indugiato, per alcuni motivi. Primo, la pigrizia. Secondo, il fatto di dover spostare e ricomporre le librerie. Terzo, su quei primi schermi piatti l’immagine era ancora piuttosto sfocata e sporca. Quarto (e questo è di gran lunga il motivo principale), i televisori grandi sono brutti. Nella storia della tecnologia umana ci sono state poche invenzioni che con la loro intrinseca bruttezza e brutalità di forme hanno sfidato qualsiasi concetto di bellezza e sbaragliato tutto ciò che intendiamo con il termine “casa”. Cercare di mettere un grande schermo in uno spazio domestico facendolo sembrare una cosa naturale è impossibile, equivale a metterci un monolito come quello di 2001: Odissea nello spazio. Un monolito che non ha alcun riguardo per la tua umanità o il tuo gusto. Quella scatola nera minimalista attaccata al muro annulla le foto in cornice del tuo matrimonio, le modanature delle pareti, la tua collezione di quadri, i tuoi vasi di piante. L’unico ambiente in cui sta più o meno bene è una casa molto moderna costruita dopo il 2008 che preveda le dimensioni anomale dei grandi schermi, e anche in quel caso, quando se ne vede uno collocato in modo decente, la sensazione è quella di essere entrati nella camera da letto di Muammar Gheddafi. D’altra parte, è bello non vedere le cose tutte arancioni e indefinite come sul vecchio Sony, così com’è bello vedere i programmi nel formato giusto. Nel 2008 mi ruppi una gamba e, non potendo usare il mio vecchio ufficio, mi feci installare in casa un potente wifi. Quella fu per me la fine della tv vecchio stile. Presto adottai tutte le moderne abitudini condivise dalla maggior parte di noi spettatori: abbuffarsi di puntate, vederle sul portatile, usare i torrent, sviluppare dipendenze dalle serie, videoregistrare in digitale, Netflix e piaceri inconfessabili (per esempio Come Dine With Me Canada, un reality di cucina che potrei guardare all’infinito). Tra tutti questi cambiamenti, è interessante anche osservare l’evoluzione della tv come nuova forma d’arte. Marshall McLuhan l’aveva previsto: quando una tecnologia nuova ne rende obsoleta una vecchia, concede a quella la libertà di diventare una forma d’arte. Entrano così in scena I Soprano, Breaking Bad, The Wire e via dicendo: tutte le nuove serie televisive che, in pratica, sono film di cinquanta ore, oltre che un paradiso per gli attori di talento. Questo passaggio alla tv di lungo formato sta generando quello che forse è il cambiamento più importante nella cultura creativa da decenni a questa parte. Ho notato che oggi le persone discutono dei programmi televisivi come un tempo discutevano dei romanzi. A che capitolo sei? Non è fantastico quel personaggio? La nuova stagione la stai vedendo? L’hai guardata tutta in una notte? La nostra capacità di attenzione per il lungo formato si sta spostando su un mezzo nuovo. Ho provato a portare il mio vecchio Sony dal robivecchi, ma per strada ho centrato un dosso stradale artificiale e l’involucro di plastica del televisore è andato in mille pezzi grandi come cornflake. Aveva trascorso qualcosa come sedici anni a cuocere nel suo angolino in salotto. Così, quando ho chiesto di riciclare almeno il tubo catodico, mi hanno detto: “no, i televisori non li prendiamo più”. Perplesso, sono risalito in macchina, e mentre ero per strada mi ha fermato un tizio con un carrello del supermercato. Mi ha chiesto se volevo che al televisore ci pensasse lui. non ne vado fiero ma gli ho detto di sì, e gli ho dato venti dollari. Lui ha sorriso e mi ha detto che quei soldi non li avrebbe spesi in droga, ma ci avrebbe comprato un grosso panino e visto un film in 3D. È stato l’ultimo piacere che il mio Sony ha regalato al mondo.

20140807

eroi della piccola città

Small Town Heroes - Hurray for the Riff Raff (2014)


Ecco, rispetto a quello di cui abbiamo parlato ieri, qua siamo in un campo, come dire, vicino, ma completamente diverso. Gli Hurray for the Riff Raff, collettivo più che band, che ha come leader Alynda Lee Segarra, compositrice, cantante e suonatrice di banjo nata nel Bronx di New York da famiglia portoricana, cresciuta in giro per il Nord America sui treni merci, frequentatrice del centro sociale ABC No Rio e quindi con un passato hardcore punk, hanno un altro punto di forza nel violinista Yosi Perlstein, che si autodefinisce transgender (la stessa Segarra non è chiarissima sui suoi orientamenti sessuali, ma come sapete a me 1 non interessa in maniera pruriginosa 2 se amasse le donne potrebbe solo rimanermi ancora più simpatica), e si sono formati a New Orleans, Louisiana. Questo Small Town Heroes è l'ennesimo album [c'è chi lo conta come quinto, in realtà hanno editato un EP, poi due album autoprodotti, una raccolta che contiene pezzi dei primi due (l'omonimo del 2011), Look Out Mama, poi un disco di cover, My Dearest Darkest Neighbor, prima di questo, quindi il conto è un po' difficile], ed è quantomeno curioso da ascoltare. C'è di tutto, ovviamente c'è un fortissimo sapore sudista, quindi folk, americana, southern, con testi che pescano a piene mani nel southern gothic. Se, come me, dovesse essere la prima volta che li sentite, il primo pezzo Blue Ridge Mountain potrebbe farvi desistere, soprattutto se il clogging non fosse il vostro ballo preferito, o se comunque i monti Appalachi e le atmosfere che li si respirano non fossero proprio il vostro ambiente ideale. Ma, datemi retta, proseguite. Scoprirete una cantante fantastica e una band capace di portarvi indietro nel tempo e farvi viaggiare in quella zona degli Stati Uniti. Disco e band quantomeno curiosi.



If you are an open minded listener, Hurray for the Riff Raff are a band you have to know (and listen). Rough and gently at the same time americana-folk-southern music, with strong american gothic suggestion in his lyrics, and a great female singer, Alynda Lee Segarra: she will bewitch you.

20140806

Valle Paradiso

Paradise Valley - John Mayer (2013)


Diciamolo subito, giusto per chiarire le cose con colui che "ascolta della musica di merda, ma ci crede terribilmente" (colgo così l'occasione per ringraziarlo di aver quotato questa mia di lui definizione, tanto da averla posta in calce al suo blog, dimostrando così di aver molta più autoironia di quanto creda di averne io), che dice sempre, di Mayer, che non lo convince mai: John Mayer sta a Hank Williams III come Katy Perry sta a PJ Harvey. Lontani anni luce, e soprattutto, l'occhio sempre puntato alle classifiche. In una parola sola (inglese), mainstream (Mayer e Perry). Non per niente, questo disco contiene proprio un duetto Mayer/Perry (Who You Love). Eppure, eppure. Si capisce lontano un miglio, anche solo vedendo le foto di John Mayer, che è un bravo ragazzone americano, che sarà pure bravo a suonare la chitarra, a cui piacciono le atmosfere country-western, ma che la sua musica suonerà sempre un po' falsa, se la volessimo definire country. In effetti, Mayer fa un qualcosa che mischia americana, folk, southern e naturalmente country, senza mai raggiungere vette eccelse in nessuna di queste. Però riesce a scrivere pezzi come quelli che toccano noi teneroni, che a volte dimentichiamo di crederci critici musicali, e che in questo disco sono Who You Love (si, proprio quello con Katy Perry), la (per me) bellissima I Will Be Found (Lost at Sea), e pure la delicatissima Dear Marie, dal testo come spesso accade con Mayer, semplicissimo ma toccante. Il resto sono esercizi di stile vario, mai banali ma pure mai fondamentali.



Let's face it: John Mayer is Hank WIlliams III as Katy Perry is PJ Harvey. But a musician can be mainstream and not convince us, but when he writes songs like Who You Love, I Will Be Found (Lost at Sea) and Dear Marie, he will always find someone who will listen. Including myself.

20140805

55

LV - Chickenfoot (2012)


E siccome siamo a parlare di Hagar e Chickenfoot, ecco che vengo a sapere di questo live uscito nel 2012, originariamente preparato per uscire come bonus di una confezione nuova che racchiudesse i primi (e per il momento unici) due dischi del supergruppo statunitense, e invece poi rilasciato come pezzo unico. La prima parte (quattro pezzi) include pezzi tratti dal Different Devil tour del 2012, mentre la seconda (cinque pezzi) contiene versioni prese dal loro primo tour (esiste poi anche un dvd, Get Your Buzz On) del 2009.
Che dire, a parte come faceva giustamente notare qualche giorno fa l'amico Filo, innescando la discussione di cui vi riferivo ieri, che questi quattro musicisti esperti e navigati, sembrano divertirsi da matti suonando insieme (e, probabilmente, ne hanno ben donde, essendo apparentemente quattro persone decisamente meno problematiche di quelli che sono stati loro compagni di band nel passato), se non "ascoltateli e basta"?
E' davvero un piacere ascoltare dischi così, rock nell'anima, strofa/ritornello e 4/4, voce roca quanto basta, batteria quadrata che picchia sodo, un bassista anche lui spesso sottovalutato o comunque "messo in ombra" ma che invece dà lezioni a molti, e un chitarrista per il quale si son terminati gli aggettivi.
Vi allego il video (tratto dal dvd di cui sopra) della canzone posta in chiusura Learning To Fall, la mia preferita dell'album (anche se la precedente My Kinda Girl se l'è giocata fino all'ultimo), non fosse altro che per la sequela finale degli assoli di Joe Silver Surfer Satriani, semplicemente un crescendo fantastico.



Speaking of Sammy Hagar and Chickenfoot, I discovered this live record released almost 2 years ago. Well, it's not for nothing that we call this a supergroup: great rock voice, hammering drums, a bass player often underestimated but who can give lessons, and an amazing guitarist with a lot of taste, combined with huge technic. And the songs? Very good too...

20140804

amici

Sammy Hagar and Friends - Sammy Hagar (2013)

Parlavamo, con alcuni dinosauri, in questi giorni passati, di quanto si divertano soprattutto on stage i Chickenfoot, e casualmente, alcuni giorni prima, ero venuto a conoscenza dell'uscita, nel settembre dell'anno passato, di questo nuovo dischetto a nome del Red Rocker Samuel Roy Sammy Hagar, classe '47, ex Montrose, Van Halen, HSAS (Hagar, Schon, Aaronson, Shrieve), Sammy Hagar and The Waboritas, Los Tres Gusanos, Planet Us, attualmente con i Chickenfoot appunto, da Salinas, California, cantante, chitarrista, autore dell'autobiografia (con Joel SelvinRed: My Uncensored Life in Rock, imprenditore dagli svariati interessi (possiede negozi di mountain bike, night club, ristoranti, produce tequila), occasionalmente attore e senza dubbio personaggio pubblico (la San Bernardino County, California, celebra, il 23 maggio, il Sammy Hagar Day). Mi è sempre piaciuta l'attitudine di Hagar, fin dai tempi di I Can't Drive 55, e continua a piacermi nelle sue varie sfaccettature. Sono certo che in molti lo sottovalutano o non lo prendono in considerazione: provate ad ascoltare cosa riesce a fare, in questo disco, di Personal Jesus, una delle canzoni più coverizzate della storia (Depeche Mode), qui suonata con Neal Schon, Michael Anthony e Chad Smith (i Chickenfoot con un diverso axe hero, in pratica). Disco ovviamente divertente e vario, scritto appositamente per far festa con gli amici. E che amici. In ordine di tracklist: Taj Mahal, Denny Carmassi e Bill Church, il trittico già citato, ancora Carmassi ed il figlio grande Aaron Hagar, Carmassi Kid Rock e Joe Satriani, i "suoi" The Waboritas, Ronnie Dunn, Toby Keith nella deliziosa Margaritaville, Mickey Hart Nancy Wilson, senza dimenticare un ricordo di Ronnie Montrose in una delle due bonus tracks (Space Station #5).
Massimo rispetto per Sammy, da parte mia.



I think Sammy Hagar is often underestimated, but instead he is a powerful hard rock performer and musician; counting that he's nearly sixty-seven years old, I would say it is one of those that brings them better, even musically. This record is, as the title says, made ​​for friends and played with friends. The result is various and entertaining. Long life to Sammy.

20140803

20140801

ponte II

Bron II Broen - di Hans Rosenfeldt - Stagione 2 (10 episodi; SVT1/DR1) - 2013

Un anno abbondante dopo i tragici eventi raccontati dalla prima stagione, un peschereccio fuori controllo va a sbattere contro uno dei piloni del (solito) Oresund. Saga Norén arriva sul luogo e trova la nave deserta, se non fosse per 5 persone, tre svedesi e due danesi, incatenati sotto coperta. Saga fa in modo che Martin sia assegnato al caso, dalla parte danese. Le cinque persone ritrovate, però, muoiono dopo pochi giorni di peste polmonare; immediatamente dopo, un video virale appare in rete, con quattro eco-terroristi mascherati che rivendicano la responsabilità dell'incidente. Di lì a poco, la cellula si macchia di altri fattacci: l'esplosione di un camion porta-benzina, altre morti per cibo avvelenato: tra queste, una delle vittime è quello che doveva essere il relatore alla conferenza sul clima dell'Unione Europea, che si svolgerà tra pochi giorni a Copenhagen. La squadra di polizia stringe il cerchio sulla cellula eco-terroristica, ma a sorpresa...

Finalmente sono riuscito a terminare di vedere anche la seconda stagione di questa serie svedese/danese, che come sapete ha già avuto due remake: la statunitense The Bridge (in questo momento in corso la seconda stagione su FX), e la franco-inglese The Tunnel (vista, ve ne parlerò). Il risultato è, se possibile, perfino superiore a quello della prima stagione, a mio modesto modo di vedere. Protagonisti sempre in palla, qualche new entry interessante, intreccio più complesso ma a tratti più credibile, e approfondimento non forzato, ma costante, sulle psicologie dei protagonisti principali, fino ad una interessantissima resa dei conti finale, che ci condurrà dentro la terza stagione, sulla quale si hanno già le prime indiscrezioni. Audience in ascesa sia in Svezia che in Danimarca, e perfino in UK, dove la serie è stata trasmessa da BBC Four tra gennaio e febbraio del 2014. Tocco nordico nelle regie e nella fotografia, ma decisamente l'originale convince sempre di più dei rifacimenti.

20140731

The Death of the Shelf (3)

continua da domenica 27 luglio

Le vecchie scafalature sui marciapiedi furono sostituite, all’inizio degli anni duemila, da reietti ancor più patetici: le torrette porta cd e, di tanto in tanto, i portariviste. Cassette e videocassette non hanno mai davvero aspirato a un sistema di archiviazione (se non, va detto, nel nostro regno della follia scaffalatoria, dove ci eravamo fatti costruire un’intera parete di ripiani per le videocassette, che nel frattempo sono stati destinati ai cd e adesso languono moribondi). Ma il cd fu adottato con sufficiente fervore e presentava un formato abbastanza diverso da richiedere una gamma tutta nuova di luoghi in cui riporlo. Ora questi giacciono lungo le strade inclinati da un lato, come patetici menhir in legno tinteggiato, a segnare gli antichi luoghi di culto del suono registrato, mentre sopra di loro sfreccia la grande, crepitante, enfatica nuvola digitale. A ben vedere, su quei marciapiedi dovrebbe giacere anche una discreta quantità di librerie, ma se ne vedono così poche che il loro tasso di mortalità dev’essere minore. In parte sarà per via di quant’è radicato, socialmente e culturalmente, il libro: mezzo millennio contro i miseri vent’anni del cd. In parte c’entrano considerazioni di ordine architettonico: le librerie sono spesso incorporate nella struttura della casa, sono più grandi e ucciderle richiede più impegno. Ma esistono anche gli aspetti sensoriali, tattili del libro: per le persone che leggono, il libro è qualcosa a cui sono legate da un tempo molto consistente delle loro vite, e separarsene rappresenta uno strappo. Per me lo è stato, direi cinque anni fa, quando mia moglie ha decretato che in casa nostra la soglia limite di ripiani era stata raggiunta e ha dato il via a un pogrom dei libri. Prima sono stati smaltiti solo i doppioni e i volumi veramente sfasciati, ma presto anche libri in perfette condizioni sono stati consegnati all’oblio del negozietto di beneficenza del quartiere. Dopo essermi opposto con veemenza alle purghe, una volta intraprese sono diventato un complice, se non volontario, perlomeno a livello pratico. Sospetto di essere come parecchie delle persone che stanno leggendo questo pezzo: l’avvento della lettura digitale ha coinciso con le mie personalissime e molto analogiche avvisaglie di mortalità. Da un lato c’era la sovrabbondanza di libri acquistabili online, dall’altro il gelido timore – guardando intorno a me volumi riposti almeno dieci anni prima e che ogni anno mi ripromettevo, un giorno, di leggere – di possedere già abbastanza libri cartacei per sopravvivermi tre, quattro, perfino cinquecento anni e più. Quanto al pensiero degli eredi, che per una vita mi ha spinto a trascinarmi vecchie copie di L’uomo a una dimensione e di Coppie da un’abitazione all’altra, quasi fossero una mia misera versione di una biblioteca presidenziale, be’, i miei quattro figli sono tutti deliziosi, ma nessuno di loro è quel che definirei un lettore avido. Io un lettore avido lo sono ancora, ma nonostante questo, con il diffondersi dei mezzi di comunicazione digitali, letterariamente ho cominciato a spizzicare, più che a fare pasti completi. I libri li leggo ancora, ma la mia tendenza a leggere più testi contemporaneamente, che già molto marcata prima della comparsa degli ebook, è ora divenuta quasi patologica: leggo letteralmente cento libri alla volta. Tra le due applicazioni per ebook che ho sul telefono (sì, sul telefono, e davvero la cosa non mi dà fastidio), mi rendo conto ora di preferire il Kindle, perché non prevede la rappresentazione scheumorfica di una libreria. Quando clicchi su un libro nell’applicazione iBooksil “volume” balza verso di te dal suo “ripiano”, dando l’impressione di aprirsi a mezz’aria per offrirti il testo. Ogni volta che succede mi viene un brivido: mi sembra di sentire i librai disoccupati e inferociti che camminano sulla mia tomba. Rabbrividisco anche quando, guardando gli straripanti ripiani che mi circondano nella stanza dove scrivo, sento di aver ultimato la mia trasformazione in un’Alice che precipita al loro fianco abbastanza lentamente da riuscirne ad afferrarne uno, cosa che in definitiva ha poco senso perché sto cadendo. Sto morendo, e le mensole stanno morendo con me. Come ho detto, non dubito che quelle incrostate di mosaici e con i fanciulli danzanti continueranno a essere montate: in una mostra di quest’anno alla Serpentine Gallery di Londra se ne sono viste di molto simili. Ma la mensola come onnipotente piattaforma culturale appartiene al passato: la biblioteca digitale incombe, e qualsiasi cosa dicano i nostalgici, i conservatori e i luddisti reazionari, non c’è modo di riportare indietro un orologio che non ha nemmeno le lancette. Ma io piango la scomparsa della mensola, perché penso che la disposizione spaziale ed estetizzata dell’informativo sia un analogo fisico del canone stesso. Alzare un braccio e tirare giù un volume da un ripiano equivale a vedere, odorare e toccare la forma della conoscenza collettiva, una forma di apprendimento che non ha uguali nel regno del virtuale. Il grande favoliere argentino Jorge Luis Borges aveva previsto la digitalizzazione di tutta la conoscenza nel suo racconto La biblioteca di Babele, in cui immagina un universo che è in se stesso una sconfinata biblioteca. Borges è particolarmente specifico sulla componente fisica della biblioteca. La serie infinita di gallerie esagonali viene descritta così: “Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale”. Quanto agli scaffali stessi: “Ci sono cinque scaffali per ognuna delle pareti dell’esagono; lo scaffale contiene trentacinque libri di formato uniforme; ogni libro è composto di 410 pagine, ogni pagina, di quaranta righe, ogni riga di ben ottanta lettere che sono di colore nero. Sul dorso di ogni libro vi sono anche delle lettere; queste lettere non indicano né prefigurano ciò che le pagine diranno”. Questa è informazione slegata da qualsiasi cosa non sia l’estetica più funzionalista, e organizzata senza alcun criterio architettonico se non quello del chip di silicio. Neanche a dirlo, il contenuto di questi infiniti volumi è casuale: alcuni hanno senso, ma la maggior parte sono parole in libertà. E naturalmente su questa sovraffollata moltitudine di scaffali non ci sono altro che informazioni. Niente borsine portatabacco, niente scheletri di metallo e nessuna cartolina appoggiata precariamente. Esiste questa consolazione, per chi di noi sta morendo insieme alle mensole: troveremo un’apoteosi all’altezza quando l’urna contenente le nostre ceneri sarà inserita con cura in uno dei ripiani del colombario.

fine      

20140730

voci

Voices - Phantogram (2014)
Piacevolissima scoperta (con ritardo, visto che sono al secondo disco e io non ne avevo mai sentito parlare finché non ho letto la recensione di Voices di Nathan Stevens su Pop Matters), i Phantogram sono un duo proveniente da Greenwich, New York, formatosi nel 2007 da due amici, Sarah Bartel e Josh Carter. Primo disco nel 2009, Eyelid Movies, quattro EPs e svariati singoli, utilizzati in film e serie tv (ho scoperto che uno dei miei pezzi preferiti dell'album, Black Out Days, l'avevo già sentito in due serie tv, Shameless US e The Originals), il duo è una sorta di Yeah Yeah Yeahs (Sarah ricorda molto Karen, nella pettinatura soprattutto, ma è molto meno "strana") molto più elettronici e meno rock, con una voce femminile molto molto bella (mi ricorda addirittura quella di Nina Persson in My Only Friend, se non a livello di timbro, quantomeno a livello di teatralità e modulazione) - ascoltatela in Celebrating Nothing, chitarrine alt rock, suoni elettronici eighties ma 2.0, un pizzico perfino di Peter Gabriel (Never Going Home, uno dei pochi pezzi dove canta Josh, che però comincia con l'arpeggio di Nothing Else Matters dei Metallica), e poi trip-hop non troppo cupo ma comunque velato di dark. Belle canzoni, alcune davvero molto belle, tipo appunto Black Out Days o The Day You Died. Potrebbero sorprendervi piacevolmente.



Phantogram have been a pleasant surprise for me, even if they are on their second album. A mixture of eighties electronic and dark, alt rock, a beautiful female voice, the tendency to drift trip-hop well controlled, vibrant and beautiful songs, sometimes bathed in a measured but poignant drama.

20140729

magica sporcizia

Magical Dirt - Radio Moscow (2014)
Una jam session rock blues lunga un quarantun minuti, potremmo dire. Ancora una volta. Rispetto al precedente The Great Escape of Leslie Magnafuzz, niente da aggiungere, se non che nel 2012 è uscito 3 & 3 Quarters, una raccolta di demo registrati nel 2003 dal solo Parker Griggs, che come vi raccontavo la volta scorsa (parlando di Magnafuzz), aveva appunto fondato la band da solo, essendo polistrumentista. Altro disco delizioso questo Magical Dirt, con una sequela interamente da gustare di pezzi dal sapore seventies, tirati e perfettamente eseguiti. Magari sbaglierò, ma mi vengono sempre in mente i Grand Funk Railroad quando sento i Radio Moscow. Spiace un po' ripetere gli stessi concetti espressi nella precedente recensione, ma il punto è sempre quello: disco che se fosse uscito quarant'anni fa sarebbe stato ugualmente valido, oggi si ascolta con piacere, ma non aggiunge niente di nuovo a quel che già sappiamo. Pezzo favorito Gypsy Fast Woman (che, naturalmente, sa tanto di Black Sabbath).




Collection of inescapable songs of the seventies flavor, Magical Dirt confirms Radio Moscow as a niche for nostalgics. Musically and technically flawless. Gypsy Fast Woman is a wonderful song.

20140728

Two Swords

Game of Thrones - di David Benioff & D.B. Weiss - Stagione 4 (10 episodi; HBO) - 2014

A King's Landing, Tywin Lannister fa fondere Ghiaccio, la spada appartenuta a Ned Stark, e ne fa due spade; una la consegna al figlio Jaime, nuovo Lord Comandante della Guardia Reale, che spera di imparare ad usare la spada con la mano che gli rimane. Tywin, che come ormai saprete non guarda in faccia a nessuno, insiste che Jaime deve lasciare la Guardia Reale e recarsi a Castel Granito, sposarsi e governare al posto di Tywin, che deve rimanere per guidare il regno, neppure troppo dietro le quinte. Jaime rifiuta, mentre nel frattempo Tyrion sta attendendo l'arrivo del corteo dei Martell, in occasione del matrimonio di Joffrey. Anziché il principe Dorian, arriva al suo posto il fratello Oberyn, detto anche la Vipera rossa. Personaggio affascinante, attratto dal sesso in tutte le sue sfaccettature quanto dall'arte del combattimento, dimostra una strana simpatia per Tyrion, a differenza dell'odio che tende a rimarcare verso l'intera stirpe Lannister. Dichiara apertamente a Tyrion che è lì per vendicare la morte della sorella Elia, e dei due suoi figli, tutti uccisi durante lo spodestamento di Aerys il re pazzo da parte di Robert Baratheon, Ned Stark ed il sostegno dei Lannister. In particolare, Oberyn è convinto che l'ordine di uccidere la sorella e i figli sia partito da Tywin, ma fu eseguito da The Mountain, Gregor Clegane: è lui che Oberyn vuole uccidere. Tyrion è anche alle prese con la sua personale crisi di coscienza (dettata verosimilmente dal senso di colpa per il massacro perpetrato ai danni della di lei famiglia, ed orchestrato dal di lui padre) verso la moglie Sansa, ed il suo sempre più evidente distacco dall'amata Shae; così come Jaime è alle prese, oltre che con i suoi tormenti personali (la promessa di restituire vive le figlie a Catelyn Stark), al rifiuto da parte di Cersei, e la sua crescente simpatia nei confronti di Brienne.
Lady Olenna Tyrell è preoccupata dell'imminente matrimonio tra la nipote Margaery è re Joffrey, che si diverte a torturare psicologicamente anche Jaime, ignorando che ne è figlio, mentre Sansa viene avvicinata da Dontos, che le promette che l'aiuterà a fuggire.
Nel Nord, i bruti attendono ordini da Mance (e Ygritte anela il momento in cui ucciderà Jon Snow il traditore amato), mentre Jon Snow al Castello Nero si deve difendere dalle accuse, fondate del resto, di aver tradito il giuramento, mossegli da Alliser Thorne, Janos Slynt e Maestro Aemon. Quest'ultimo però lo salva, anche se la tensione resta alta, ma Jon acquista popolarità e solidarietà dal resto dei Guardiani.
Di là dal Mare Stretto, Daenerys ed il suo esercito marcia verso Meereen, ultima città da liberare. Mentre Daario ci prova sempre più intensamente con lei, tutti loro sono attesi da una terribile sorpresa sulla strada per Meereen.
Nella Terra dei Fiumi, il Mastino e Arya continuano il loro pellegrinaggio; il Mastino le dichiara che vuole arrivare dalla di lei zia Lysa a Nido dell'Aquila, offrigliela ed ottenere così un riscatto. Ma sulla loro strada, in una locanda, incrociano alcuni soldati Lannister, tra i quali c'è Polliver, l'uomo che ha ucciso Lommy e rubato Ago ad Arya. Si scatena una lotta all'ultimo sangue, durante la quale Arya conferma che ormai la sua innocenza è andata.

Vi dirò la verità, e un po' me l'aspettavo. Il fatto che ormai ci siamo tutti abituati alla grandiosità di Game of Thrones, unita (da parte mia) all'aver letto già la storia nei libri della saga, ha fatto si che questa quarta stagione della serie televisiva ormai più famosa al mondo, non mi abbia impressionato più di tanto. Metteteci pure dentro la cosa che volente o nolente, sono sempre in cerca di novità, ed il gioco è fatto. Ma qui entra in gioco la vecchia filosofia per cui dai primi della classe ci si aspetta sempre il massimo.
Game of Thrones, come detto, è ormai storia della televisione, ma rimane ancora oggi una delle più alte espressioni di quella che ormai si può a tutti gli effetti considerare un arte (ottava, nona, fate voi, se il cinema è la settima...). La media degli spettatori statunitensi che hanno guardato le prime visioni dei nuovi episodi di questa stagione ha spesso superato i sette milioni, e se pensate che quella della prima stagione era sotto i tre milioni (a parte il season finale), se pensate che ad ogni latitudine voi andiate è difficile incontrare chi non sa niente di Game of Thrones, vi dirà si che la stessa serie è ormai da considerare mainstream, ma tutti voi sapete anche che tutto questo seguito qualcosa vorrà dire.
Ad ogni modo, nonostante la sensazione di déjà vu che mi ha accompagnato per questa stagione, e tutti i fatti citati prima, c'è da dire che anche questa ha riservato episodi degni da ricordare, con, ancora una volta, grandi messe in scena.
Ancora una volta, grandioso GoT. Adesso sotto con Areo Hotah!

20140727

The Death of the Shelf (2)

continua da giovedì 24 luglio

La comparsa del grammofono, con i suoi pesanti dischi in gommalacca che vanno riposti da qualche parte; l’avvento, poco tempo dopo, del radiogrammofono come specifico elemento d’arredo; il diffondersi della stampa a colori e del disco long playing dopo la seconda guerra mondiale: a metà del novecento, la piena integrazione dell’elemento decorativo con quello informativo all’interno della casa e la piena espressione di questa simbiosi corrispondono alla scaffalatura multifunzionale. Si tratta di una combinazione di superfici piane scoperte, scaffali, contenitori e nicchie in grado di ospitare qualsiasi cosa, dalle piante alla tv, con qualche libro – possibilmente una serie di enciclopedie rilegate in pelle – a fornire una ponderosa e più tradizionale zavorra. Sono queste scaffalature a dominare le stanze in cui si ricevono gli ospiti per i successivi quarant’anni. A volte sono fitte, modulari e dotate di sportelli in vetro, incuneate negli angoli e inchiodate ai muri – come le moquette ai pavimenti – in modo da coprirli completamente. Altre diventano lievi e inconsistenti, con i contenuti apparentemente sospesi nell’aria. E quando la mensola ha cominciato, per così dire, ad ammalarsi, sono stati proprio questi pezzi ad apparire per primi sui marciapiedi davanti alle case e a interi isolati del mio quartiere: patetici reietti, come vecchi inuit tramutati in oggetti, cacciati dalla tribù dei beni mobili affinché gli altri potessero avanzare verso il futuro sgravati da fardelli. Stiamo parlando, mi pare, dei tardi anni novanta o dei primi anni duemila, ma io faticavo a separarmi dalla mensola. Mio padre, che era emigrato in Australia vent’anni prima, morì nel 1998. Lasciò in eredità i suoi libri all’università dove insegnava, ma io mi presi la briga di spedire una selezione dei suoi mobili fino a Londra: due enormi librerie di quercia e un’altrettanto imponente libreria girevole. Fu all’incirca in quel periodo che mia moglie gridò: “Ça suffit! Basta!”. Il principio che mi guidava nell’acquisizione di libri era: avanti, c’è posto. Vecchi tascabili Penguin sbrindellati, copie della Dieta per fianchi e cosce di Rosemary Conley con le orecchie alle pagine, raccolte rilegate di arretrati di Popular Mechanics: per me non esisteva volume tanto umile da non meritare un posto su un ripiano. La posizione di mia moglie, invece, era saldamente pratica: in casa non c’è spazio per altre librerie. Mi è chiaro dove abbia origine il passionale coinvolgimento che mi suscitano le librerie, e non è esattamente in un amore per la letteratura. Nella villetta bifamiliare con tre camere da letto in cui viveva la mia famiglia, la mia stanza era quella sul retro, un tempo appartenuta al mio molto più anziano fratellastro e divenuta, quando lui era andato all’università (e quando io e l’altro mio fratello ancora condividevamo la stanza), lo studio di mio padre. Aveva inito per trasformarsi in un deposito di libri e altri bagagli, sparsi su una serie di scaffali non coordinati. Passai il periodo compreso tra gli otto e i diciassette anni a fissare quegli scaffali oppure a riorganizzarli, inframmezzando i libri con gli oggetti. Da piccolo allestii un complicato sistema di carrucole che collegavano gli scaffali tra di loro, così che i miei giocattoli potessero viaggiare appesi a un filo da L’uomo a una dimensione di Marcuse a Coppie di Updike. Me ne stavo anche steso sul letto a leggere e rileggere Alice nel paese delle meraviglie, rapito in particolare dalla sua lunga e non rischiosa caduta nel pozzo dalle pareti coperte di ripiani: “Dapprima cercò di guardare in basso e di distinguere la sua destinazione, ma era troppo buio per vedere qualcosa. Allora guardò le pareti del pozzo, e notò che queste erano piene di credenze e scfafali. Qua e là vide appesi quadri e carte geografiche. Prese al volo un vasetto. L’etichetta diceva ‘marmellata di arance’, ma con sua grande delusione il vasetto era vuoto. Alice non volle lasciarlo cadere per paura di ammazzare qualcuno sotto e fece in modo di posarlo sopra una credenza, sempre durante la caduta”. In un senso assolutamente cruciale, sono convinto di stare ancora cadendo giù per quel pozzo: le mensole della stanza in cui sto scrivendo questo testo corrispondono – almeno nella mia immaginazione – a quelle lungo le quali sfrecciava Alice durante la caduta: oggetti, immagini e libri accostati alla rinfusa che debordano da una serie di scompartimenti e superfici di legno. Aiuta, credo, il fatto che le misure da me comunicate al falegname che mi ha costruito il mobile scrivania-libreria fossero tristemente inadeguate: i ripiani propriamente destinati ai libri sono troppo bassi per le edizioni rilegate e troppo profondi per i tascabili, che vengono quindi tendenzialmente ammonticchiati in orizzontale su due pile che si susseguono, oppure spinti verso il fondo lasciando davanti abbondante spazio dove accumulare disordine. L’idea stessa che dovrei essere in grado di montare una mensola con le mie mani è, naturalmente, insensata; e ripensando agli scaffali della mia giovinezza, l’intersezione tra bricolage borghese e sogni di rivoluzione bien pensant è probabilmente esemplificata al meglio dal funzionalismo pseudoartigianale dei ripiani in mattoni e legno. Per la stessa ragione, gli imballaggi piatti dell’Ikea sono l’equivalente tridimensionale di una democrazia sociale pianificata. Ma sto divagando: torniamo al disordine! Ci sono caricabatterie per cellulari e flaconi di collutorio, borsine portatabacco e bussole, occhiali da lettura e bustine da tè. Qua e là sono appoggiate vecchie foto e cartoline. Mentre oggetti come i fermacarte di vetro, gli scheletrini di metallo e una piccola macchina in stile Tinguely regalo dei miei figli (con un braccio mozzato che azionando una manovella percuote un pezzo di latta) hanno ciascuno un posto tutto per sé. Potrei andare avanti. E ancora avanti. Fare un inventario richiederebbe giorni. Un famoso mnemonista è venuto a trovarmi e mi ha aiutato a imparare i nomi di quelli che allora erano i 43 presidenti degli Stati Uniti usando come promemoria gli oggetti disposti su un singolo scaffale. Non è mai esistita una vera giustificazione per il piccolo busto di scimmia, o per quello in gesso di Robert Schumann, a cui è attaccato un fumetto che dice: “Portatemi al fiume!”. Ma comincio ora a rendermi conto che di mensole, librerie e simili c’è sempre meno bisogno. Può darsi che a casa Self siano ancora vive e vegete, ma è la nuova mensola in cucina a delineare la forma di quelle a venire: in futuro, ospiteranno forse objets d’art, oggetti d’uso comune oppure oggetti che mescolano le due categorie, ma ciò che non faranno sarà integrare queste funzioni con la terza e più cruciale: quella informativa.    

continua