20140902

A Weird Year

The Good Wife - di Michelle e Robert King - Stagione 5 (22 episodi; CBS) - 2013/2014

Cary e Alicia sono ormai decisi a partire con il loro studio legale, ma anche tutti gli altri associati del quarto anno, che li seguiranno, realizzano che ritardando le loro dimissioni di un paio di settimane, riusciranno a percepire un consistente bonus. Si vota quindi, e la maggioranza decide di ritardare l'uscita dalla Lockhart & Gardner di due settimane. Alicia non è per niente contenta della decisione, perché sarà costretta a continuare a mentire, soprattutto a Will e Diane; neppure Cary, in realtà, perché pure lui dovrà continuare a fare il doppio gioco con Kalinda. David Lee, però, è sul chi va là, e convince i soci ad indagare quelli del quarto anno, perfino a scansionare il loro tabulati telefonici. Nel frattempo, Zach e Grace crescono a vista d'occhio, Peter Florrick, governatore eletto, nomina Eli Gold come suo capo dello staff, e scopriamo che la NSA sta monitorando i telefoni della famiglia Florrick. Lo Weird Year citato nel titolo (che è il titolo dell'episodio 5x22, l'ultimo fino ad ora) è completato da un'indagine sull'elezione di Peter, e la morte improvvisa, inaspettata, e decisamente squassante, di uno dei protagonisti...

Che dire ancora dei fenomenali coniugi King, masters degli sceneggiatori televisivi? Sempre sul pezzo (proprio pochi giorni fa riflettevo su dove avevo sentito nominare per la prima volta, e quasi capito di cosa si trattasse, i bitcoin) dell'attualità, e al tempo stesso capaci di raccontare l'animo umano medio-borghese democratico statunitense (ma secondo me, che non sono un esperto, se la cavano abbastanza bene anche con la parte repubblicana), le storie d'amore complicate, i meandri della politica e soprattutto, gli angoli più reconditi della legge statunitense, quell'affascinante, contraddittorio a volte, ingarbugliato ma spesso decisamente ammirevole regolamento di una costituzione che sicuramente ha messo al centro l'individuo?
Niente, se non che personalmente aspetto in gloria il 21 settembre 2014, giorno in cui andrà in onda The Line, il 6x01, l'episodio numero 113, l'inizio della sesta stagione di The Good Wife.
La serie ha ottenuto un enorme successo di critica, seppure non sia riuscita, nel tempo, a conservare un rating molto alto come quello della prima stagione. Il cast durante questa ultima stagione si è arricchito di Matthew Goode (Finn Polmar) e di Melissa George (Marilyn Garbanza), si sono riviste "vecchie" conoscenze, ed è stato folgorante rivedere dopo tanti anni Eric Bogosian, qui nei panni di Nelson Dubeck, un agente della Public Integrity Section, una divisione del Dipartimento della Giustizia che indaga e persegue frodi e corruzione politica.

20140901

luglio

July - Marissa Nadler (2014)

Non l'avrei mai detto, ma una calda e sonnacchiosa giornata di fine agosto sembrerebbe un momento appropriato per calarsi nel settimo disco della cantautrice nata a Washington D.C., cresciuta in Massachusetts, di base a Boston. Essenziale, la musica della Nadler si basa sulla sua chitarra acustica e sul suo cantato da mezzo-soprano, senza dimenticare i suoi testi personali, profondamente venati da un tocco dark; qualcuno di quelli bravi ha coniato l'etichetta di dream-pop per il suo genere, ed in molti accostano le sue liriche allo stile american gothic (una forma letteraria descritta anche come dark romanticism, gothicism o american romanticism, che parta da Poe, Melville e Hawthorne; stile anche visivo che adesso sta andando molto di moda, negli USA, basti pensare al proliferare delle saghe letterarie o alle serie tv che antropomorfizzano vampiri, lupi mannari, diavoli e via discorrendo). Non per niente, questo suo ultimo disco esce per Bella Union, l'etichetta londinese fondata da due Cocteau Twins, gente che di romanticismo dark se ne intendeva. Di certo, Marissa Nadler non mi pare una che segue le mode, ma ancora di certo, si adatta alla perfezione alle varie definizioni suddette: anche questo suo nuovo disco è etereo, delicato, trasognante, descrive cuori che sanguinano e anime in pena. Canzoni come I've Got Your Name possono trafiggere l'anima, sempre ammesso che ne esista una, o introdurre in una realtà parallela: me la immagino fotografata con figure annebbiate e indefinite, ma con colori accesi.

20140831

i matti

The Crazy Ones - di David E. Kelley - Stagione 1 (22 episodi; CBS) - 2013/2014

Chicago. Simon Roberts è un dirigente dell'agenzia pubblicitaria Lewis, Roberts + Roberts. Tra i 50 e i 60, portentoso venditore dalla parlantina inarrestabile, vulcano di idee, simpatico oltre misura; un passato di eccessi, matrimoni falliti, vita vissuta al limite (vi ricorda qualcuno?), ha finalmente inserito la figlia Sydney come socia dell'agenzia, aggiungendo perfino il cognome (doppio) nell'intestazione. Intendiamoci, Sydney se lo merita, è molto brava, ma caratterialmente è un po' l'opposto del pirotecnico padre, e spesso tutti tendono ad ascoltare Simon, mentre Sydney ha molte buone idee (e prende meno rischi). Sydney è fondamentalmente timida, nonostante il lavoro che fa non glielo dovrebbe permettere, ed è tendenzialmente sola, impaurita dalle relazioni, leggermente ingessata.
I loro collaboratori principali sono tre.
Zach, copywriter, un piacione, non particolarmente intelligente ma assolutamente brillante con le persone di qualsiasi genere. Portentoso con le donne, spesso Simon si comporta come se lui fosse il figlio maschio che ha sempre voluto.
Andrew, art director, ragazzo insicuro con un lato femminile esageratamente spiccato, ma assolutamente non gay. Intelligente, sensibile, impacciato, goffo, una frana con le donne. Si completa a vicenda con la figura di Zach, ma in realtà la loro non è propriamente un'amicizia, quanto una simbiosi.
Lauren, assistente, una bella ragazza che probabilmente sembra più stupida di quanto non sia in realtà; buffa, a volte enigmatica, come quasi tutte le donne ha una cotta per Zach e pende dalle labbra di Simon.

La morte suicida di Robin Williams l'11 agosto 2014, oltre a commozione e tristezza, ha naturalmente acceso i riflettori sui tre film da lui interpretati (in uno appare solo come voce) e che quindi usciranno postumi. In realtà, ho trovato che la coincidenza di una sit com interpretata poco prima di togliersi la vita, dove tra l'altro recita una sorta di se stesso leggermente modificato, incredibilmente poetica, e sono rimasto sorpreso che nessun commentatore che io abbia avuto modo di sentire lo abbia sottolineato. Non è la sola particolarità che ammanta The Crazy Ones di ulteriore tristezza; infatti, la serie, chiusa dopo una sola stagione per scarsi risultati, segnava il ritorno di Williams ad un ruolo da protagonista in una serie tv dopo 31 anni: Mork & Mindy, infatti, fu la sit com, durata dal 1978 al 1982, che fece conoscere un po' in tutto il mondo il talento di Williams, ancor prima del cinema (già che ci siamo, ricordiamo che la sit com è stato uno dei primi esempi di spin off, visto che il personaggio di Mork si era visto in un episodio di Happy Days, e che aveva impressionato il produttore Garry Marshall).
Tra l'altro, The Crazy Ones è una creatura di David E. Kelley, marito di Michelle Pfeiffer (beato lui) e creatore di Ally McBeal, Chicago Hope, The Practice, Boston Public e Boston Legal tra gli altri; ottimo scrittore, dal 2008 in poi non ha più avuto molta fortuna: anche a questo giro gli è andata male, evidentemente.
Ed è un peccato, perché naturalmente la serie offre momenti scoppiettanti, ma non abbastanza. Troppo presto si avvita su se stessa con amori trattenuti (un po' alla Sorkin), sensi di colpa genitoriali, insicurezze da ultra-trentenni in crisi. Il contraltare erano i siparietti di Williams/Simon, soprattutto con Brad Garrett nei panni di Gordon Lewis, il socio, con un Williams a tratti incontenibile.

20140829

The Workplace Proximity

The Big Bang Theory - di Chuck Lorre e Bill Prady - Stagione 7 (24 episodi; CBS) - 2013/2014

Leonard è ancora in navigazione nel Mare del Nord, mentre a casa, Sheldon e Penny cementano la loro strana, stranissima amicizia. Fa riflettere il fatto che per entrambi è strana: Penny non è mai stata "solo" amica di un ragazzo, Sheldon probabilmente non è mai stato amico di nessuno, se non con un contratto che regolava l'amicizia stessa. Nel frattempo, in realtà Leonard si sta davvero divertendo con la spedizione, mentre Howard e Bernadette portano avanti il loro matrimonio quasi normale. Raj al contrario è affranto dalla rottura con Lucy, e Howard, visto che Raj quando è disperato si mette in mezzo al suo rapporto con Bernadette, cerca in tutti i modi di "sistemare" Raj, fargli vincere la sua tremenda timidezza e quel suo autistico modo di fare con le ragazze. Amy continua a vivere il suo rapporto con Sheldon, immaginandosi sempre qualcosa in più.

Tra poco più di una ventina di giorni, ancora su CBS, partirà l'ottava stagione di una delle sit com più viste, famose, influenti dei nostri tempi. Nel marzo del 2014 la rete ha prolungato il contratto alla serie per altre tre stagioni, e rinnovato il contratto ai cinque protagonisti. Nel caso non capiste perché, vi basti dare un'occhiata a questa tabella: la crescita degli ascolti medi è sempre andata aumentando, eccezion fatta per una flessione per quanto riguarda la quarta stagione, dopo di che ha ripreso ad aumentare. La stagione della quale stiamo parlando, la settima, ha avuto medie più che doppie rispetto alla prima.
Sulla serie, abbiamo già detto tutto: fa ridere, forse non più come agli inizi, ma continua ad essere molto più divertente della media, e i personaggi, lentamente, stanno compiendo un loro percorso personale, anzi, personalissimo direi, in alcuni casi.
Il personaggio di Sheldon Cooper vivrà nella nostra immaginazione per molti anni, anche dopo che la serie sarà stata chiusa.

20140828

veri umani

Akta Manniskor - di Lars Lundstrom - Stagioni 1/2 (10 episodi ciascuna; SVT) - 2012/2014

In una realtà utopico/distopica (a seconda dei personaggi, come vedrete), futuribile ma nemmeno troppo, sono diffusi gli hubot, robot perfettamente identici ad esseri umani, in vendita un po' dappertutto, usati soprattutto per lavori manuali e come domestici, da compagnia o da assistenza anziani, da babysitter. Programmati in base alle tre Leggi della robotica di Asimov, generano una situazione curiosa: sono del tutto simili agli esseri umani, ma sono facilissimi da individuare da vicino, a causa di alcune particolarità. Ogni nazione ha leggi e regole diverse nei loro confronti; il sesso tra umani e hubot è considerato tabù, ma in realtà è largamente praticato, al punto che si sono creati nuovi generi nel campo delle preferenze sessuali. Ogni hubot ha, sotto la nuca, una presa usb mediante la quale si possono scaricare aggiornamenti. Esiste poi un sottobosco variegato: modificatori dei comportamenti degli hubot, illegali ma non difficili da trovare, locali dediti esclusivamente alla prostituzione hubot, mercato nero di hubot rubati o riciclati. Ci sono amanti degli hubot anche non dal punto di vista sessuale, e ci sono persone anti-hubot, che si aggregano perfino in associazioni politiche. E poi c'è il mito: David Eischer, uno stimato programmatore morto da qualche anno, che pare abbia riprogrammato un piccolo gruppo di hubot, e con alcune modifiche, abbia addirittura dotato questi hubot del libero arbitrio, "liberandoli" dall'essere proprietà di un essere umano. Il codice creato da Eischer, e mediante il quale sembrerebbe aver effettuato questa sostanziale modifica, diventa una specie di graal.

Il passaparola della rete è una gran cosa, quando ci si appassiona al cinema, alla musica così come alle serie televisive. Non voglio sembrare troppo esterofilo, e ammetto che pure in Italia per quanto riguarda la musica si son fatti dei grandi passi avanti, ma se parliamo di cinema, e soprattutto di serie tv, lo stivale è peggio del terzo mondo. Ecco quindi che qualche tempo fa odoro questa serie svedese, mi convinco e comincio timidamente, aspettando uno o due fine settimana per dargli, come si dice, il colpo finale. Due stagioni di dieci episodi da circa un'ora, diritti venduti già nei paesi anglosassoni per possibile remake, e la promessa di una terza stagione almeno. Akta Manniskor (perdonerete ma non ho la tastiera svedese, quindi non scriverò i due pallini sopra la a iniziale di Akta e quella presente in Manniskor) è una serie che permette di "staccare" dalle produzioni statunitensi, dove tutto è estremizzato, e di assistere ad una flemma diversa da quella inglese. Chi ha visto Bron Broen, produzione danese/svedese, sa già quello che intendo, e di certo non voglio spacciarmi come esperto di cultura contemporanea scandinava, ma qualcosa delle società si può evincere anche dall'intrattenimento che ne arriva. Akta Manniskor (veri umani la traduzione probabilmente non precisa, come che sia è il nome del partito politico che si oppone all'uso degli hubot) è una serie che riesce a far convivere il grottesco con spunti etici importanti, l'umorismo nordico con riflessioni profonde sul significato di "essere umano", e riesce a farlo senza snaturare l'approccio personale scimmiottando modi di fare intrattenimento propri di altre culture. Accanto a regie tutto sommato nella norma, troviamo una messa in scena sorprendentemente ben fatta, soprattutto nel trucco degli attori che interpretano gli hubot, e alcune prove di elementi del cast davvero encomiabili. A proposito del cast, molti non riconosceranno alcuna faccia nota. Invero, posso dirvi che nella parte dell'adolescente Tobias Enger c'è Kare Hedebrant, il fantastico Oskar di Lasciami entrare, Andreas Wilson (modello per Abercrombie & Fitch) è Leo Eischer, Eva Rose (già nel fantastico Kops) è l'hubot Niska, David Eischer è interpretato da Thomas W. Gabrielsson, Rantzau in Royal Affair. Molto brava Pia Halvorsen nei panni di Inger Enger. Per chi avesse bisogno di particolarità da fanatico per convincersi, vi posso dire che la chiesa dove si rifugiano gli hubot "figli" di David, è la stessa de Le mele di Adamo. La fonte è il mio occhio, ma chi ha visto quel film, mi darà ragione.

20140827

The Game of Thrones

Interessantissimo, per me, articolo sulle "sedute" delle business class degli aerei.
Di David Owen, apparso sul The New Yorker, titolo originale ovviamente Game of Thrones; qui l'articolo originale, tradotto per Internazionale nr.1062/1063/1064.

La poltrona dei sogni

Sette anni fa ho viaggiato in business class con la Qantas dall’Australia alla California, un volo di tredici ore. Prima avevo viaggiato quasi sempre in classe economica e non volevo sembrare un novellino, perciò ho subito messo via senza aprirlo il mio “pacchetto comfort” per vedere che cosa c’era dentro, ho rifiutato il primo cocktail che l’assistente di volo mi ha offerto e ho into di essere tutto assorto dal mio libro mentre il passeggero accanto a me si agitava come un bambino di quattro anni a una festa di compleanno. Ho cominciato a giocare con la mia poltrona solo dopo cena, quando l’ho abbassata al massimo e mi sono disteso, non per dormire – cosa che non riesco a fare quasi mai in aereo – ma per vedere come funzionava. Lo schienale era concavo e formava una specie di cupola sopra la mia testa, un mezzo bozzolo. Improvvisamente, ho sentito qualcuno parlare a voce alta e il suono di oggetti che sbattevano. Mi sono tirato su indignato, e mi sono reso conto che stavano servendo la colazione. Avevo dormito otto ore filate, cosa che non mi succede neanche a casa. Poco dopo abbiamo cominciato la discesa verso Los Angeles. All’inizio degli anni novanta le poltrone d’aereo migliori erano comunque solo poltrone, anche se quasi completamente reclinabili. Poi, nel 1995, la British Airways ha introdotto nella prima classe di alcuni voli a lunga distanza le poltrone che si trasformano in letti, e nel giro di poco tempo offrire ai passeggeri la possibilità di dormire in volo è diventata l’arma più potente per battere la concorrenza. Le compagnie che trasportano i passeggeri più ricchi sulle rotte più lunghe hanno fatto a gara per aggiungere comodità, sia in prima classe sia in business (spesso restringendo le poltrone della classe economica e avvicinandole tra loro). Un passeggero di prima classe che viaggia al piano superiore di un 747 della Lufthansa può spostarsi comodamente dalla sua poltrona reclinabile al letto che ha accanto. Su alcuni A380 della Singapore Airlines una coppia che viaggia in prima classe può unire due “suite” e creare una stanza privata con un letto matrimoniale e porte scorrevoli. Su alcuni voli della Emirates i passeggeri di prima classe che si sporcano con il contenuto del loro minibar personale possono rimettersi in ordine facendo una doccia prima di atterrare. Oggi l’industria delle poltrone d’aereo è altamente specializzata. I costruttori non sono molti, anche perché creare un nuovo tipo di poltrona è così complicato che il passaggio dall’ideazione all’installazione può richiedere anni e comporta forti rischi economici. Inoltre, è una sfida straordinaria per i progettisti, perché una poltrona di classe superiore deve riuscire a dare un’impressione di opulenza in quello che in realtà è un rumoroso tubo di metallo pieno di sconosciuti che può farvi venire la nausea. Se andaste in un albergo di lusso, vi dessero una stanza delle dimensioni della cabina di prima classe di un aereo e vi dicessero che la dovete dividere con altre undici persone che non conoscete, tutte stese a pochi centimetri di distanza dal vostro minuscolo letto, non ne sareste entusiasti, soprattutto se fare quest’esperienza costa ventimila dollari. Eppure spesso i passeggeri che hanno percorso una lunga distanza su una poltrona veramente comoda ricordano il volo come uno dei momenti più piacevoli del loro viaggio. Per farli sentire così ci vuole una particolare abilità tecnica e di progettazione, oltre a qualche piccolo gioco di prestigio psicologico.

In cima alla classifica   

A marzo TheDesignAir, un sito dedicato ai viaggi aerei, ha pubblicato per la seconda volta la classifica annuale delle migliori business class del mondo. Al primo posto c’è la Singapore Airlines, al secondo la Cathay Pacific di Hong Kong. Una cosa interessante è che la Singapore e la Cathay occupavano la stessa posizione anche l’anno scorso, ma in ordine inverso. Un’altra è che le poltrone di prima e di business di entrambe le compagnie sono state progettate dallo stesso studio, il James Park Associates (Jpa), la cui sede principale occupa tre stanze di un edificio a Worship street, nel quartiere londinese di Shoreditch. Nella stanza più grande c’è un tavolo da lavoro circondato su tre lati da librerie Ikea piene di campioni di tessuto e buste di plastica che contengono pigiami, accappatoi e altri “accessori” creati dallo studio per le cabine di prima classe dell’Air China. Al centro della stanza una ventina di disegnatori lavorano fianco a fianco, chini sui computer in due lunghi tavoli. James Park, che ha fondato e dirige lo studio, ha 67 anni e quando porta gli occhiali somiglia un po’ al poeta Philip Larkin. Si è laureato in architettura nel 1974 all’Architectural Association di Londra, la scuola di architettura dove hanno studiato Zaha Hadid, Rem Koolhaas e Richard Rogers. Subito dopo la laurea ha lavorato per lo studio di architetti Louis de Soissons, e quando questo si è trasferito fuori Londra, lo ha lasciato accettando quello che considerava un lavoro di ripiego: restaurare e progettare carrozze ferroviarie d’epoca per il Venice 
Simplon-Orient-Express, un treno privato di lusso. “Quel progetto è diventato molto più coinvolgente e piacevole di quanto mi aspettassi”, mi ha detto Park quando l’ho intervistato nella sala conferenze dello studio. “Gli interni erano ricchi di intarsi e di rifiniture di altissima qualità”. E bisognava fare in modo che i pannelli di legno potessero muoversi senza scheggiarsi o creparsi. “Non è un problema facile da risolvere, perché le carrozze di un treno sono sempre in movimento e il legno non è un materiale completamente rigido. Si contrae e si espande, per esempio quando d’estate il treno sale sulle montagne e poi riscende verso Venezia”. Una delle vecchie carrozze era così corrosa da essere irrecuperabile. Park la tagliò a metà e studiò in sezione il modo in cui l’interno era stato assemblato. Lui e i suoi colleghi adottarono subito quella tecnica, chiamandola loose-it technology (tecnologia comoda). Per spiegarmela ha preso una penna e ha disegnato su un pezzo di carta la sezione verticale di una carrozza: soffitto, fascia decorativa, pannello in rilievo, griglia del riscaldamento, battiscopa, pavimento, tutti di legno. Le varie parti erano incastrate in modo da ruotare su perni, e ogni pannello era tenuto fermo da un tassello orizzontale fissato con delle viti. Togliendo quel pezzo si poteva disfare l’intera struttura, perché tutto era concatenato. Bastava un cacciavite”, mi ha detto. Il restauro dei treni portò ad altri tipi di restauri. Poi, all’inizio degli anni novanta, la Singapore Airlines invitò lo studio di Park a partecipare alla gara d’appalto per ristrutturare le cabine di prima classe dei suoi Boeing 747. “Erano interessati a noi perché conoscevano il nostro lavoro sui treni, avevamo dimostrato di saper gestire i piccoli spazi”, mi ha detto Parker. Si era reso conto subito che le sedute degli aerei erano cambiate ben poco nel corso degli anni, e che perfino l’ambiente della prima classe era freddo e funzionale. Le poltrone erano grandi e reclinabili, ma sembravano più sedie da dentista che mobili di lusso. “Decidemmo di provare a cambiare il modo in cui i vari elementi venivano messi insieme e presentati, per rendere il tutto più confortevole e creare l’atmosfera di un circolo privato”. Gli interni che Park aveva creato per i treni dell’Orient Express somigliavano a una versione su ruote di Downton Abbey (la serie tv in costume), ma per ottenere quell’effetto rispettando le norme di sicurezza del ventesimo secolo bisognava usare molta tecnologia moderna. I pannelli di legno dovevano essere fissati bene per resistere a eventuali incidenti ferroviari, impregnati di una sostanza ignifuga e infine trattati non con una normale vernice ma con un rivestimento intumescente, che esposto alle alte temperature forma una schiuma isolante impedendo al legno sottostante di prendere fuoco.

continua

20140826

I'm Just Not That Into Me

Suburgatory - di Emily Kapnek - Stagione 3 (13 episodi; ABC) - 2014

Ancora una volta, Tessa torna a Chatswin da George, lasciando un altro biglietto d'addio alla madre. George, ancora destabilizzato dalla sua rottura con Dallas e dal suo acquisto della nuova casa (che doveva essere il nido d'amore di loro due, appunto), accoglie a braccia aperta, ma ancora depresso, Tessa, ammettendo che trasferirsi nei sobborghi è stato un errore. Propone di tornare, lui e Tessa, a vivere a New York City, ma alla fine si trasferiscono di nuovo nella loro vecchia casa di Chatswin, come affittuari. A casa di Dallas, Dalia sente non troppo sorprendentemente la mancanza di George, e comincia ad accusare la madre di essere insensibile ai suoi bisogni.
Lisa è sempre più irritata dai suoi genitori. La madre Sheila, sentendo di non aver altri da accudire visto che ormai Ryan è al college, riprende a lavorare e si getta a capofitto nella sua avventura di agente immobiliare, divenendo una scocciatura per venditori e compratori. Non solo: insieme al marito, sostengono di essere afflitti dalla sindrome del nido vuoto. Lisa è esterrefatta.

Ci sono da dire alcune cose su Suburgatory. Che avesse perso la sua carica iniziale, è innegabile. Che fin dall'inizio si muovesse su dei binari forse troppo intellettual-sarcastici rispetto alla media delle comedy (ma se vive una cosa come Louie, seppur su una rete completamente differente, le cose sono un poco più complicate) era acclarato. Che gli ascolti fossero in calo, e che il ridimensionamento a 13 episodi della terza stagione, ed il ritardo nel rinnovo, la ponevano sul filo del rasoio. Dal punto di vista del fruitore, dell'entertainment, Suburgatory è sempre rimasto un oggetto difficile da identificare, a volte vola alto, a volte non si capisce se ci è o ci fa. La cosa veramente strana, alla fine, è che rischia di fare la stessa fine di un prodotto che parte, si, dagli stessi presupposti, ma li sviluppa in maniera totalmente diversa. Sto parlando, ci sono arrivato solo tramite questo articolo, letto inizialmente per capire che fine avrebbe fatto la serie, e rileggendo le note della pagina/elenco degli episodi della serie stessa su Wikipedia, che fa riferimento a Suburgatory come alla storia di un padre single e una figlia che si trasferiscono nei sobborghi e si ritrovano "right down to the neighbors who welcome them into the cul-de-sac", francesismo che mi ha ovviamente fatto pensare alla "banda del cul-de-sac". La stessa fine è che molto probabilmente, dopo la cancellazione da parte della ABC, ritroveremo (se si vuole) Suburgatory sulla TBS.
Detto questo, anche questa (mini) stagione di "sobborgatorio" è stata fatta da alti e bassi, da momenti nonsense che portavano alle finali riflessioni di Tessa fin troppo seriose ma mai stupide, da momenti buffi ma mai esilaranti. Come spesso accade, lo slancio iniziale è difficile da cavalcare, e la cancellazione è dietro l'angolo.

20140825

resurrezione

Resurrection - di Aaron Zelman - Stagione 1 (8 episodi; ABC) - 2014


Cina. Una risaia qualunque. Oggi. Un bambino statunitense di otto anni, che scopriremo chiamarsi Jacob Langston, si sveglia di soprassalto. Il bambino è spaesato, sembra non capire dov'è e perché è lì. Un paio di abitanti del villaggio lì vicino realizzano tutto ciò mentre Jacob cammina senza meta. Il bambino arriva all'ambasciata, e di lì viene rimpatriato. Ma continua a non parlare. All'aeroporto d'arrivo, viene "assegnato" all'agente dell'immigrazione J. Martin Bellamy, che cerca di instaurare un minimo di rapporto per capire da dove viene. Sempre senza aprire bocca, Jacob fa capire a Bellamy che viene da Arcadia, Missouri. Ed è lì che i due si dirigono, nonostante in realtà non sarebbe compito dell'agente. Sempre contravvenendo alle regole, Bellamy arriva ad Arcadia, e rintraccia i genitori di Jacob. E scopre che in realtà sono due ultra-sessantenni, e che Jacob è morto annegato in un torrente vicino casa. E' stato seppellito trentadue anni fa. Di lì a poco, non sarà l'unica stranezza, ad Arcadia, Missouri...

Se anche solo leggendo queste righe siete stati colti da un senso di déjà vu, sappiate che mi son messo a seguire questa serie senza sapere quasi niente, ed è stata la stessa (sensazione) che ho avuto io durante i primi episodi. Pensavo di stare assistendo al remake statunitense di Les Revenants. E invece non è così. Resurrection è basato sul libro The Returned di Jason Mott, e quindi in partenza non ha niente a che fare con Les Revenants; in realtà le similitudini sono molte, seppure le due serie si "distanzino" con il divenire degli episodi. Naturalmente qua siamo di fronte ad una produzione statunitense, con tutti i pregi e i difetti che chi è appassionato si può immaginare. Non ci sono grandi stelle nel cast, ma buoni caratteristi (probabilmente il più noto è Omar Epps - l'agente Bellamy, già in House, oltre ai navigati e visti più volte Frances Fischer - Lucille Langston - e Kurtwood Smith - Henry Langston - qui nei panni dei genitori del primo "risorto" Jacob Langston), non è una serie che cerca, come dire, il gol facile, non vuole stupire a tutti i costi, e alla fine, questa cosa ha pagato: era da Desperate Housewives che uno show della domenica sera su ABC non riscuoteva un successo del genere. La serie ha trovato proseliti anche da noi: non un capolavoro, ma apprezzabile. E' stata prontamente rinnovata per una seconda stagione di 13 episodi, che partirà il prossimo 28 settembre.

20140824

Truth Asunder

The Killing - di Veena Sud - Stagione 4 (6 episodi; Netflix) - 2014

Appena poche ore dopo la chiusura della stagione precedente, Linden e Holder sono di fronte ad un nuovo caso piuttosto complesso, e ad un dilemma etico di proporzioni colossali: insabbiare l'omicidio di Skinner, da parte loro, e il fatto che proprio lui fosse il "flautista", l'autore seriale di una serie infinita di omicidi di giovanissime ragazze. Lui, che per lungo tempo ha tradito la moglie proprio con Linden. Il caso che i due si trovano a risolvere è un massacro familiare: la famiglia Stansbury, facoltosa, viene ritrovata quasi interamente massacrata nella loro lussuosa casa sul lago: padre, madre, figlia adolescente e figlia piccola. Il figlio grande viene ricoverato in fin di vita a causa di una ferita gravissima alla testa. Da principio i sospetti sono tutti sul figlio Kyle, pecora nera della famiglia, non bravo a scuola, cadetto di un'accademia militare non lontana. Naturalmente, il caso non è così semplice come appare inizialmente. Parallelamente, Reddick comincia ad avere sospetti sulla scomparsa improvvisa di Skinner, e la strana coppia Linden/Holder va in paranoia tentando di non destarli, i sospetti. Linden è la solita Linden, in preda a depressioni e scatti improvvisi, ancora alla ricerca di un delicato equilibrio senza l'amato figlio Jack, mentre Holder pare pacificato dalla sua relazione con Caroline, che ha da poco scoperto di essere incinta.

Sentimenti contrastanti scaturiscono dalla visione della quarta e conclusiva stagione di The Killing, riesumato dalla partnership AMC/Netflix per la scorsa stagione, e definitivamente passato a Netflix per questa, appunto, conclusiva. Contrastanti perché la stagione è interessante, ma decisamente meno coinvolgente quantomeno della precedente, dove una figura come Ray Seward sosteneva da solo il "contraltare" della parte procedurale delle indagini: a questo giro, l'indagine parallela sulla morte di Skinner (inizialmente solo Linden e Holder sanno che è morto, visto che l'hanno ucciso proprio loro). Neppure l'indagine vera e propria, sul massacro degli Stansbury, riesce a creare quella tensione che era lecito attendersi. Ma, dall'altro lato, una serie rivelatasi negli anni così intensa, doveva avere giustamente una conclusione che si potesse definire tale. La conclusione, qualcuno ne avrà già sentito parlare, io cercherò di dire il meno possibile, è quella che non ti aspetti perché quella, in fondo, più scontata. Mi fermo qui.
Sempre soddisfacenti da vedere all'opera Mireille Einos (Linden) e Joel Kinnaman (Holder), sempre funzionale a quello che gli si chiede di impersonare Gregg Henry (Reddick), a questo giro abbiamo come guest star Joan Allen, nei panni del colonnello Margaret Rayne, comandante dell'accademia militare frequentata da Kyle, accademia che diventerà luogo prediletto dagli eventi, e Frances Fisher nel ruolo della madre biologica di Linden. Cameo a dir poco inaspettato, di pochi secondi, da parte nientemeno che di Patti Smith, nei panni di un dottore dell'ospedale dove viene ricoverato il ragazzo Stansbury.

20140822

Arpanet

The Americans - di Joe Weisberg - Stagione 2 (13 episodi; FX) - 2014

Dopo il convulso finale della prima stagione, Elizabeth torna a casa dalla safe house dove si è quasi completamente ristabilita dalla ferita di arma da fuoco ricevuta appunto, tempo fa. Nel mentre, Philip sta organizzando, come se fosse un agente segreto statunitense, una vendita d'armi a favore di un'organizzazione afgana, in un ristorante tematico. La cosa sembra andare bene, finché il giovane che funge da interprete, offre come regalo a Philip un pugnale; il giovane motiva l'importanza del pugnale: è quello col quale ha ucciso il primo sovietico. Dapprima è stato difficile, ma poi è divenuto più facile col tempo. Vi lascio immaginare come finisce la trattativa. Certo, che fare un lavoro del genere, invece, diventa sempre più difficile.
Philip ed Elizabeth quindi sono di nuovo insieme, a casa, per celebrare l'undicesimo compleanno del figlioletto Henry. Durante la festa, Philip e Stan, complice il rimborso che Philip deve a Stan per il viaggio che quest'ultimo aveva tentato di organizzare per riconciliarsi con la propria moglie, parlano dei rapporti familiari, di quanto sia difficile tenerli in piedi. Philip ed Elizabeth lasciano il compleanno presto, deludendo Henry, per un "appuntamento" tra di loro. In realtà devono compiere una missione d'appoggio a favore di un'altra coppia di spie sovietiche, Emmett e Leanne, per avere una leva di ricatto verso un ingegnere della Lockheed, e quindi riuscire a procurarsi informazioni preziose sul progetto stealth. La missione si rivela un successo, e i quattro fraternizzano dopo lungo tempo, si conoscono da molto ma ovviamente non hanno tempo di frequentarsi. Parlando tra di loro, si rendono conto di quanto poco conoscano i loro stessi figli, e di quanto poco possano dedicare loro del tempo, visto quanto in fretta crescono. Riflettere su ciò innesca anche pensieri poco chiari sul loro futuro. Emmett e Leanne vogliono approfittare della loro permanenza in Virginia per andare, il giorno seguente, insieme ai figli ad un famoso parco giochi. Il giorno seguente sarà doloroso, e "servirà" da filo conduttore, insieme alla ricerca di informazioni sul progetto degli "aerei invisibili", a tutta la stagione, insieme alla storia di Stan e Nina, e all'inizio di "ribellione" da parte di Paige verso i suoi genitori.

Rileggevo il mio stesso commento sulla prima stagione di The Americans, i dubbi che avevo avuto, quanto poi mi avesse appassionato il prosieguo. La seconda stagione si è rivelata una piacevolissima conferma di quanto questa serie abbia potenzialità importanti. Assieme al cast che complessivamente soddisfa pienamente le aspettative, The Americans non solo riesce a far calare lo spettatore nel clima della guerra fredda, ma osa di più, e fin'ora ci riesce: provare a spiegare cosa poteva passare nella testa di persone che dedicavano la vita a farsi credere qualcosa che non erano, fino a costruire una vita completamente falsa, una vita in cui dovevano mentire perfino ai loro stessi figli. Il finale della seconda stagione, poi, lancia un cliffhanger strepitoso per il tema principale della terza stagione, che possiamo attendere con fiducia per i primi mesi del 2015.
Se vi piace il genere, una delle cose migliori.

20140821

mare scuro vino

Wine Dark Sea - Jolie Holland (2014)

Qualche tempo fa chiacchieravo amabilmente in chat con una collega di Houston, Texas. Dopo aver parlato di serie tv siamo passati alla musica. Nonostante lei ascolti country (naturalmente), e nonostante Jolie sia nativa di Houston, non l'aveva mai sentita nominare. Questo tanto per darvi un'idea su quando non sia mainstream l'ex The Be Good Tanyas. Ve ne ho parlato in occasione dei suoi due album precedenti, il quarto The Living and the Dead e il quinto Pint of Blood, e adesso sono qui alle prese col suo sesto Wine Dark Sea. Vi ho già detto del timbro e del suo stile, molto vicino a quello di Joan Wasser (Joan as Police Woman), vi ho già detto che Tom Waits è tra i suoi estimatori: tutte cose che ritroviamo anche su questo nuovo disco, molto spesso si ha l'impressione di ascoltare una versione femminile del Waits prima maniera, ma con la perizia musicale e tecnica di quello degli ultimi tempi. Infatti, i musicisti che hanno lavorato al disco sono di tutto rispetto. Il genere è di quelli un po' indefinibili, che però potrà piacere molto a chi gira intorno al folk americano in tutte le sue sfaccettature, gospel, cajun, con spruzzate di jazz, blues, funky, southern R&B e via discorrendo. In una definizione, American roots.
Disco piacevole, artista sempre interessante e mai banale. Canta d'amore, e ci mette passione.



Sixth album, after she left The Be Good Tanyas, for the singer/songwriter/multi-instrumentalist Jolie Holland. She's originally from Houston, Texas, but she's moving around all the American roots music, with preference for folk and all that we can define southern, but when she wants, she is perfectly capable to write some mainstream song. She is, oddly, very near to a female version of the great Tom Waits, that is, by the way, a fan of her, but you can recognize at the same time, in her music, Joan Wasser (in the use of the voice) and Neil Young, not so much sober, honestly speaking. You definitely don't have to kill for this album, but why lose it: it's enough interesting.

20140820

fondamenta del fardello

Foundations of Burden - Pallbearer (2014)

Aspettavo questo disco, come già anticipato qui, perché lo si dipingeva da più parti come un gran disco; tra queste parti c'era anche l'unico mensile di musica che ancora compro cartaceo, sin dagli inizi nel '92, perché spesso non mi trovo per niente d'accordo. Siccome lo esaltavano fino a farlo disco del mese, la curiosità era stuzzicante. Stavolta siamo d'accordo: Foundations of Burden ha davvero tutti i crismi del grande disco, a partire dal suono, passando dalla struttura, e soprattutto dalla disinvoltura con la quale la band dell'Arkansas suona pur essendo "solo" il loro secondo disco, secondo disco che, ricordiamocelo sempre, "è sempre il più difficile, nella carriera di un artista".
Il genere suonato dai Pallbearer è il più classico dei doom metal, di quelli che ovviamente deve tutto o quasi ai Black Sabbath, e so benissimo che sto diventando noioso con questa storia, ma è così e nessuno ci può fare niente. Che cosa differenzi, o metta su un gradino più alto i Pallbearer rispetto ad altre band che si dilettano nel suonare doom, difficile da spiegare. E' una cosa che va messa a fuoco ascoltandoli, ascoltando, come detto, la disinvoltura nel prendere un genere ad oggi sviscerato in ogni maniera, e facendolo loro in tutto e per tutto. Sei pezzi, cinque dei quali molto lunghi, quattro oltre i 10 minuti, più un bellissimo interludio a base di Wurlitzer (Ashes, un pezzo che non sfigurerebbe nel repertorio di altre band magari dedite all'ambient o cose del genere), curati nei minimi passaggi. Una sezione ritmica massiccia, dove il basso di Joseph D. Rowland si permette linee complesse, ricercate, esaltanti, e due chitarre che si intrecciano alla ricerca di espressioni sonore che richiamano grandi gruppi del genere, cercando di esprimere al tempo stesso compattezza e muscoli nelle ritmiche, e grandi linee melodiche nei lunghi e ripetuti assoli. La voce di Brett Campbell è pulita (naturalmente, come purtroppo accade in molte di queste band dove il cantante è anche un musicista, perde un po' dal vivo), migliorata rispetto al disco precedente, dalle tonalità alte ma senza osare troppo, e però si sposa alla perfezione con il complesso sonoro e con l'atmosfera che i Pallbearer vanno cercando. La velocità alla quale si "viaggia" è bassa, ma la resa è massima.
Un'altra band che si va ad aggiungere alle già affermate Mastodon e The Sword, per una conferma di una genere che non ne vuole sapere di morire. Un disco da tenere presente alla fine dell'anno, quando solitamente viene il momento di tirare le somme.


It's only the second album for the Arkansas' band, but it's almost a masterpiece. Their doom metal is obviously in debt by Black Sabbath, but they are so confident in themselves that they are playing like if the genre belongs to them. Great rythmic section, with a bass player to keep an eye on, and two guitars that are at the same time muscular and melodic. This is an album to remember, in this 2014.

20140819

Northern Lights

Person of Interest - di Jonathan Nolan - Stagione 3 (23 episodi; CBS) - 2013/2014

Shaw è entrata nel "gruppo", e "lavora" alacremente insieme a Reese e Finch. Ovviamente, la sua tendenza a risolvere le situazioni in modi sbrigativi e violenti, preoccupa soprattutto Finch. Carter, retrocessa in seguito agli eventi della scorsa stagione, e quindi tornata al lavoro di pattuglia in divisa, è però in buoni rapporti con Elias: la sua investigazione privata sull'HR continua. E poi c'è Root: è ancora ricoverata, e sta ricevendo trattamenti psichiatrici, ma lei continua a sostenere che The Machine è collegata sempre con lei, e le dà ordini continuamente. Infatti, tra poco lei sarà libera...

E' un peccato notare che i dati dell'audience della terza stagione di Person of Interest sono in (lieve) flessione: questa serie ha stupito molti, e continua ad essere un piacevolissimo passatempo per telemaniaci. A livello di cast, l'inserimento di Sarah Shahi (bellissima nanerottola nata in Texas da genitori iraniani, già in The L World e Alias, moglie - vera - di Steve Howey - il Kevin dello Shameless statunitense) nel ruolo di Shaw, divenuto regular in questa stagione, funziona benissimo, e i meccanismi comici (si, chi non conosce la serie, visto il tema, potrebbe pensare sia un errore ma la parte ironica di Person of Interest è uno dei suoi punti di forza), complice pure il simpatico Kevin Chapman (Fusco), vanno alla grande. Dal punto di vista del "quadro complessivo", il punto di Person of Interest è chiaro, ed è per questo che è molto interessante: il controllo globale, la privacy (o meglio, l'assenza di essa), e, andando oltre, la possibilità per l'uomo di controllare gli accadimenti, il fato. Un mito, perseguito e sognato fin da tempi remoti, e sul quale molti hanno fantasticato a livello di fiction. Person of Interest è una in una moltitudine, ma affronta il tema con grande disinvoltura, come detto prima senza prendersi neppure troppo sul serio: il risultato è, appunto, molto godibile.
Il 23 settembre 2014 il primo episodio della quarta stagione.

20140818

l'arancio va ancora di moda

Orange is the New Black - di Jenji Kohan - Stagione 2 (13 episodi; Netflix) - 2014

Piper viene svegliata (è ancora in isolamento dopo i fatti conclusivi della scorsa stagione) all'improvviso e viene caricata letteralmente su un autobus. Nonostante le sue rimostranze, nessuno le dice dove è diretta. Poi, insieme ad altre detenute, viene caricata su un aereo. Alla fine, si ritrova a Chicago. Essendo all'oscuro di tutto, ritiene quindi di essere stata trasferita in un carcere più duro perché Doggett è morta in seguito alla loro colluttazione. Cerca quindi di adeguarsi prima che può al nuovo ambiente, e dopo qualche giorno scopre che anche Alex è lì. Appena ha l'opportunità di parlarle, scopre che Doggett è ancora viva, e che lei è lì solo temporaneamente, per testimoniare nel processo contro Kubra Balik. Alex ovviamente le suggerisce di non dire niente, di mentire sul fatto che conoscesse Kubra, dicendo che così farà anche lei, per paura di gravi ritorsioni. Piper è combattuta, vuole dire la verità. Anche il suo avvocato, il padre di Larry, con il quale la storia sembra finita, le caldeggia di dire la verità. Piper si convince da sola, va in aula e mente. Immediatamente dopo, però, Alex esce di prigione. Piper si rende conto che, dopo averla pregata, implorata di mentire, Alex ha fatto il contrario, ed è uscita. La rabbia di Piper è alle stelle. Si torna a Litchfield.

Torna Orange is the New Black e noi che siamo fan siamo tutti felici. La seconda stagione inizia scoppiettante ma pure in maniera destabilizzante, per poi tornare al solito vecchio carcere light di Litchfield, e si prende tutto il tempo per approfondire i personaggi principali, per raccontarci un altro po' delle loro storie pre-carcere, mentre porta avanti la vicende nel presente. E' una delizia, come sempre, la scrittura della Kohan, e le recitazioni del cast nel suo complesso, cosa già appurata nella prima stagione. Ultima parte della stagione fatta di roboanti novità, fino ad un finale col botto (davvero). Episodio 2x04, dal titolo piuttosto esplicativo, A Whole Other Hole, senza prezzo: lezione di educazione sessual/anatomica sulla vagina a buona parte delle detenute tenuta da Sophia, la transessuale (una sempre più splendida Laverne Cox). Ma i momenti senza prezzo, credetemi, sono parecchi. La serie è stata rinnovata per una terza stagione, quindi indicativamente nel giugno 2015 torneremo a vedere se l'arancio va ancora di moda.

20140817

tra la notte e il sorgere del sole

A U R O R A - Ben Frost (2014)

Probabilmente fino ad oggi le poche volte che avevo ascoltato Ben Frost era stato inconsapevolmente, in qualche colonna sonora (Sleeping Beauty, per esempio). Certo, uno nato a Melbourne, Australia, che si trasferisce a Reykjavìk, Islanda, più o meno dalla parte opposta del mondo, dev'essere ben strano. E infatti, il modo di fare musica di Frost, cosa che tra l'altro non è la sua unica occupazione, è ben strano. Composto unicamente con computer e synth, sorretto da campionature di percussioni, totalmente senza cantato, e con un uso parco di campionamenti sonori "reali" quali campane, fischi, cose del genere. Come si usa dire, se vent'anni fa mi avessero raccontato che oggi pomeriggio al mare avrei ascoltato un disco come questo, gli avrei riso in faccia. Invece l'ho fatto, l'ho fatto più volte, e me la sono anche un po' goduta. Se qualcuno, qualche coraggioso, si mettesse alla prova e volesse ascoltare questo disco (vi avverto: qua, davvero, siamo di fronte a musica sperimentale, per dire, un disco dei Boris al confronto è mainstream), e avesse l'impressione che hanno avuto alcuni recensori prima di me, di un disco poco omogeneo, sappia che A U R O R A vive di strappi, oltre che di saturazione sonora, probabilmente perché Frost ha composto quasi tutto il disco su un laptop mentre viaggiava insieme al regista/fotografo Richard Mosse in Repubblica democratica del Congo: di sicuro oggi come oggi c'è poco di più estremo. Detto questo, mettetevi il cuore in pace e preparatevi per un viaggio ai limiti della percezione. Particolarmente esaltante per me, il trittico centrale formato da Secant, Siphenyl Oxalate VenterSecant per me davvero superba. Non l'avrei mai detto.



The music of Ben Frost is very experimental: in comparison to him, Boris' music is mainstream. Of course, a guy that come from Melbourne, Australia, that moved to Reykjavik, Iceland, has to be strange. So music composed only by synth, with drums' patterns, completely without singing, it's more a state of mind than music. If you are brave, interested in open your mind and your perception, go ahead and listen.

20140815

radice quadrata

Racine Carrée - Stromae (2013)

In Belgio, dove Paul Van Haver in arte Stromae è nato 29 anni fa a Bruxelles da madre belga e padre ruandese (architetto morto nel genocidio, aveva lasciato la famiglia e la moglie, che ha cresciuto da sola quattro figli), ne vanno orgogliosi quanto la nazionale di calcio, gli ormai famosi Red Devils; con questi ultimi, o meglio con molti dei componenti, condivide l'essere un belga di ennesima generazione, con radici lontane dal piccolo stato europeo, ma perfettamente integrati, grazie anche al tessuto sociale relativamente accogliente (anche il flusso di italiani verso il Belgio è sempre esistito). Dell'esserne orgogliosi, ne hanno ben donde: Stromae (maestro in gergo Verlan) è una delle cose più curiose e interessanti che la musica europea ha prodotto negli ultimi anni. Interessato alla musica fin da piccolo, si fa le ossa nel mondo rap, poi si "mette in proprio". Nel 2010 esce il suo debutto Cheese (i sorrisi forzati per le foto in posa), e da lì comincia il suo inarrestabile successo. Ingloba nella sua musica elementi di elettronica, trip-hop, world music, compone testi in gergo mai banali, esce con video clip sempre interessanti. Nel 2013 esce questo Racine Carrée (radice quadrata, appunto), preceduto dai singoli Humain à l'eau, Papaoutai e Formidable, e alcuni di essi diventano tormentoni anche in Italia.
Il disco è davvero pieno di pezzi irresistibili, di canzoni dense di richiami, riferimenti, quasi ridondanti, ma mai banali. Abbandonatevi (ma sono sicuro che diversi di voi lo hanno già fatto) a Stromae, e state pur certi che il ragazzo farà ancora parlare di sé in futuro. Del resto, come abbiamo già detto e sostenuto in passato, questa è la nuova Europa. A noi piace.



In Belgium are proud of him like they are proud of the famous Red Devils, the national football team. And the belgians are right: Paul Van Haver, aka Stromae, is one of the best things happened to European music in recent years. This is his second album, and contains several songs already became catchphrase. Trip-hop, world music, and very interesting lyrics, from a symbol of european integration: we like it so much.

20140814

Natalie

Natalie Merchant - Natalie Merchant (2014)

Per chi cominciava a dubitare che l'amata Natalie Merchant sapesse ancora scrivere canzoni (era dal 2001, con Motherland, che non pubblicava materiale interamente originale - nonostante quello che scrissi qui, perché anche The House Carpenter's Daughter, nonostante fosse un lavoro in studio, era composto da cover - seppure i suoi lavori non mancassero di essere interessanti e perfino difficili da costruire e da fruire), ecco finalmente questo disco eponimo, uscito agli inizi di maggio. La signora Mercante (che bella cosa Wikipedia: scopro solo oggi che il nonno di Natalie emigrò negli States dalla Sicilia), oggi una florida cinquantenne senza ritocchi estetici, che non nasconde fili d'argento nella sua chioma, riesce ancora a toccare corde emozionali con il suo folk imbastardito da pop d'autore ma non solo, perché dopo qualche ascolto in questo disco troverete di tutto, da Tom Waits ai REM, e impreziosito da un songwriting di tutto rispetto e da testi che trattano sempre di argomenti delicati ed importanti (sentite cosa riesce a fare a proposito di Katrina e il disastro di New Orleans, con Go Down Moses - che tra l'altro, parafrasa uno spiritual rifatto pure da Louis Armstrong - cantata insieme a Corliss Stafford, e che si muove in territori gospel), non mancando mai di esprimere il suo punto di vista forte su vari argomenti di attualità.
Siamo contenti che sia tornata con tutta la sua classe.



Welcome back, dear Natalie. We missed you, we missed your songs, your voice and your class. Someone, maybe, started to doubt about the capacity of Ms. Merchant to write good songs: it was from 2001's Motherland that she didn't published original songs. But, here we go: this silver-haired lady is back with a new album, and with a bunch of good new songs. As I said, welcome back.

20140813

dolore ed estinzione

Sorrow and Extinction - Pallbearer (2012)

Nell'attesa del loro nuovo album, che dovrebbe uscire in questi giorni, e del quale si dice già un gran bene, ripesco questo debutto della band di Little Rock, Arkansas (la città che ha "lanciato" Bill Clinton nell'arena politica), che già lascia intravedere un futuro roseo (anche se, per il genere suonato, bisognerebbe dire scuro) per il quartetto statunitense. Cinque pezzi della durata che varia tra gli otto e i dodici minuti, musica che quindi si prende tutto il tempo necessario per trasportare l'ascoltatore nel mondo dei "portatori di bare" (pallbearer, appunto). Un mondo decisamente doom, l'ennesima variazione sul tema sabbathiano, fatto di riff tremendamente muscolari e "ribassati" (come le accordature chitarristiche, necessarie per disegnare traiettorie ed armonie cupe), sezione ritmica martellante e rallentata, voce che oserei definire stentorea ma efficace (con alcuni yeah che naturalmente richiamano tantissimo il miglior Ozzy) di Brett Campbell (anche ad una delle chitarre), che a volte insiste con il riverbero, effetto che però, come sappiamo noi a cui questo genere piace, ci sta tutto. Lunghe suite dall'effetto psichedelico, inframezzate da riflessivi arpeggi cristallini. Da riscoprire, aspettando come detto il 19 agosto, data in cui sarà rilasciato il nuovo Foundations of Burden.

I'm waiting for their second album, so in the meantime I was listening again their debut. It seems that this band has a bright future, if they proceed like this. Doom melodic metal, well played.

20140812

nessun accordo

No Deal - Melanie De Biasio (2013)

No Deal è il secondo disco per la chanteuse jazz di Charleroi (Belgio, per chi non lo sapesse; la ragazza è nata lì nel 1978, come molti belgi da padre italiano), dopo il suo debutto del 2007 A Stomach Is Burning. E, devo dire, nonostante come sapete non sono certo un intenditore di jazz, è un disco davvero charmant. Ci siamo quasi abituati, negli ultimi anni, a cantanti jazz (o quasi), che hanno addirittura conquistato le classifiche e i rotocalchi con una (chiamiamola così) variante pop dello standard jazz. Qua mi pare di poter dire che siamo in un altro campo. A parte gli accostamenti, ormai classici, che però van fatti giusto per poter dare un'idea del timbro (Billie Holiday e Nina Simone; di quest'ultima, la De Biasio canta in questo disco I'm Gonna Leave You, scritta da Rudy Stevenson), il disco, pur brevissimo (33 minuti) risulta molto intimo e al tempo stesso intenso e delicato, complesso, ottimamente suonato, stupendamente cantato. Melanie suona anche il flauto, ma curiosamente sull'unica traccia strumentale del disco, With Love, il suo flauto non appare. Lei stessa dice che inizialmente il pezzo era pieno di flauto e di parole, poi "la musica aveva bisogno di rimuoverli, e di lasciare spazio agli altri strumenti". Parla spesso d'amore nei suoi testi, e di sicuro ama la musica. Da ascoltare, da seguire.



She's belgian, she sings about love, and she play jazz. This is her second album, and we can define not pop jazz but real (female) jazz. Her voice is very similar to the great voice of Nina Simone, and she sing a Nina Simone's song here on No Deal, with good result. A complex album, very intimate and delicate.

20140811

sottovoce


E quindi noi quatti quatti superiamo le seicentomila occhiate. Grazie a chi le ha date.

rumore

Noise - Boris (2014)

Pensate: Noise è il diciannovesimo disco in studio per la band giapponese che, ve lo ripeto per l'ennesima volta, prende il nome da un vecchio pezzo dei Melvins. Come sapete, li conosco solo da qualche anno, e mi hanno stupito più volte. Come ho già detto, sanno fare di tutto, e con questo ennesimo disco da non sottovalutare, lo ribadiscono come se ce ne fosse ancora bisogno. Non ci sarebbe niente da aggiungere al comunicato stampa con cui hanno presentato questo disco, nel quale sostengono che questo è il loro disco "più onnicomprensivo", che racchiude "un ampliamento dell'infinita ricerca dei Boris degli estremi musicali", e che la band mescola qui sludge-rock, crust-punk, shoegaze, doom e psychedelic. Seppure mi ritenga un ascoltatore di musica piuttosto curioso, uno che negli ultimi anni non si è mai posto dei limiti se non dopo almeno un ascolto, devo dire che riesco ancora a stupirmi quando dentro un unico disco sento una band che ti propone con una certa nonchalance un pezzo quasi death metal come Quicksilver insieme ad una ninna nanna quasi mainstream e adolescenziale come Taiyo no Baka, senza parlare della più che robusta accoppiata di partenza Melody e Vanilla rapportate con la suite quasi drone Angel (quasi diciannove minuti).
Non so come esprimermi meglio se non dicendovi che nel caso voleste continuare a snobbarli, vi perdereste davvero una grande band.



Nineteenth album for the japanese experimental band, and you can not believe it, but it seems that they are still capable to experiment more. More than ever, they put all their influence in Noise, and they win again. Don't miss them.

20140810

A Hard Jay's Night

Modern Family - di Christopher Lloyd e Steven Levitan - Stagione 5 (24 episodi; ABC) - 2013/2014

La notizia che adesso i matrimoni gay sono legali in California mette naturalmente in subbuglio e agitazione Mitch e Cam, che iniziano a pensare ognuno a come fare una proposta indimenticabile. Mentre Claire e Phil stanno cercando in ogni modo di far combaciare gli impegni dei loro tre figli in maniera da rimanere soli per un'intera settimana, Jay e Gloria sono naturalmente su fronti opposti in merito al viaggio di Manny da solo in Colombia, per conoscere la sua famiglia materna: Jay cerca di farlo partire prima possibile, nel timore che Gloria possa cambiare idea all'ultimo momento ed opporsi.

Praticamente tutta incentrata, a livello di trama orizzontale, sulla lunga marcia verso l'altare da parte di Mitch e Cam (ci vorrano ben 24 episodi per vederli sposati), Modern Family prosegue imperterrita con i suoi pregi ed i suoi difetti, che ho provato a sintetizzare nella recensione della stagione precedente, e che quindi è inutile che mi metta qui a ripetere, conservando gli ascolti medi, ed assicurandosi il rinnovo anche per la prossima stagione (24 settembre 2014, quindi tra poco più di un mese, la season premiere della stagione 6). Come tutte le comedy, a parte pochissime eccezioni, la stanchezza toglie un poco di entusiasmo alla visione.

20140808

La mia televisione

Un articolo di un altro dei miei scrittori preferiti, Douglas Coupland, uscito originariamente sul Financial Times Magazine con il titolo My TV, tradotto da Internazionale sul numero 1055, che riflette sul progresso tecnologico e non solo. Fateci caso, ci sono un paio di piccoli punti in comune con l'articolo di Will Self che vi ho postato qualche giorno fa in più "episodi", e molti invece con il "cambiamento" che stiamo subendo noi tutti.


My TV 
Douglas Coupland
Il 19 aprile 1995 comprai il mio primo vero televisore da adulto: un Sony Trinitron da 27 pollici. Mi ricordo che giorno era perché me lo consegnarono a casa due fattorini verso le undici di mattina. Sistemammo il televisore nello spazio fra due librerie, lo accendemmo, e sullo schermo apparvero le immagini dell’attentato di Oklahoma City. Ci fermammo per un’ora a seguire le notizie. Feci il caffè, parlammo un po’, poi la giornata andò avanti. All’epoca guardavo la tv. Nel senso che andavo in salotto e accendevo la tv pensando: “Chissà cosa danno stasera in tv. Mi sa che faccio un giro tra i canali”. È difficile immaginare che qualcuno faccia la stessa cosa nel 2014, perfino i miei genitori. Nel corso di vent’anni, le nostre abitudini collettive di consumo televisivo sono cambiate al punto che è diventato difficile ricordare come si guardava la tv una volta. Ricordo il 1997, la morte della principessa Diana e io incollato alla CNN per ore. Stesso discorso per l’11 settembre. Ma quando è morto Michael Jackson, nel 2009, ero a casa mia in sala da pranzo che scrivevo e un amico me lo disse mandandomi un sms. Invece di accendere la CNN andai dritto su internet, e solo diverse ore dopo pensai: “Chissà come ne sta parlando la tv”. C’era stato un cambiamento. La tecnologia televisiva era passata a una nuova generazione, e all’inizio degli anni duemila fu evidente che i grossi, massicci televisori Sony come il mio erano spacciati. Ovunque gli schermi stavano chiaramente diventando più piatti e più grandi. Io però prima di prendere una tv con lo schermo più grande ho indugiato, per alcuni motivi. Primo, la pigrizia. Secondo, il fatto di dover spostare e ricomporre le librerie. Terzo, su quei primi schermi piatti l’immagine era ancora piuttosto sfocata e sporca. Quarto (e questo è di gran lunga il motivo principale), i televisori grandi sono brutti. Nella storia della tecnologia umana ci sono state poche invenzioni che con la loro intrinseca bruttezza e brutalità di forme hanno sfidato qualsiasi concetto di bellezza e sbaragliato tutto ciò che intendiamo con il termine “casa”. Cercare di mettere un grande schermo in uno spazio domestico facendolo sembrare una cosa naturale è impossibile, equivale a metterci un monolito come quello di 2001: Odissea nello spazio. Un monolito che non ha alcun riguardo per la tua umanità o il tuo gusto. Quella scatola nera minimalista attaccata al muro annulla le foto in cornice del tuo matrimonio, le modanature delle pareti, la tua collezione di quadri, i tuoi vasi di piante. L’unico ambiente in cui sta più o meno bene è una casa molto moderna costruita dopo il 2008 che preveda le dimensioni anomale dei grandi schermi, e anche in quel caso, quando se ne vede uno collocato in modo decente, la sensazione è quella di essere entrati nella camera da letto di Muammar Gheddafi. D’altra parte, è bello non vedere le cose tutte arancioni e indefinite come sul vecchio Sony, così com’è bello vedere i programmi nel formato giusto. Nel 2008 mi ruppi una gamba e, non potendo usare il mio vecchio ufficio, mi feci installare in casa un potente wifi. Quella fu per me la fine della tv vecchio stile. Presto adottai tutte le moderne abitudini condivise dalla maggior parte di noi spettatori: abbuffarsi di puntate, vederle sul portatile, usare i torrent, sviluppare dipendenze dalle serie, videoregistrare in digitale, Netflix e piaceri inconfessabili (per esempio Come Dine With Me Canada, un reality di cucina che potrei guardare all’infinito). Tra tutti questi cambiamenti, è interessante anche osservare l’evoluzione della tv come nuova forma d’arte. Marshall McLuhan l’aveva previsto: quando una tecnologia nuova ne rende obsoleta una vecchia, concede a quella la libertà di diventare una forma d’arte. Entrano così in scena I Soprano, Breaking Bad, The Wire e via dicendo: tutte le nuove serie televisive che, in pratica, sono film di cinquanta ore, oltre che un paradiso per gli attori di talento. Questo passaggio alla tv di lungo formato sta generando quello che forse è il cambiamento più importante nella cultura creativa da decenni a questa parte. Ho notato che oggi le persone discutono dei programmi televisivi come un tempo discutevano dei romanzi. A che capitolo sei? Non è fantastico quel personaggio? La nuova stagione la stai vedendo? L’hai guardata tutta in una notte? La nostra capacità di attenzione per il lungo formato si sta spostando su un mezzo nuovo. Ho provato a portare il mio vecchio Sony dal robivecchi, ma per strada ho centrato un dosso stradale artificiale e l’involucro di plastica del televisore è andato in mille pezzi grandi come cornflake. Aveva trascorso qualcosa come sedici anni a cuocere nel suo angolino in salotto. Così, quando ho chiesto di riciclare almeno il tubo catodico, mi hanno detto: “no, i televisori non li prendiamo più”. Perplesso, sono risalito in macchina, e mentre ero per strada mi ha fermato un tizio con un carrello del supermercato. Mi ha chiesto se volevo che al televisore ci pensasse lui. non ne vado fiero ma gli ho detto di sì, e gli ho dato venti dollari. Lui ha sorriso e mi ha detto che quei soldi non li avrebbe spesi in droga, ma ci avrebbe comprato un grosso panino e visto un film in 3D. È stato l’ultimo piacere che il mio Sony ha regalato al mondo.