20150329

Serena (ma non troppo)

Serena - di Susanne Bier (2014)
Giudizio sintetico: da evitare (1/5)

North Carolina, Stati Uniti d'America, anni '20, la Grande Depressione. George Pemberton è un benestante imprenditore dell'industria del legno, che tratta i suoi dipendenti relativamente con rispetto. Buchanan è il suo socio fidato. George è scapolo, ma intrattiene una relazione puramente fisica con una giovane a servizio da lui, Rachel. Recatosi a Boston per affari, va a trovare la sorella, e con lei va all'ippodromo cittadino, dove nota una ragazza bionda che cavalca uno splendido cavallo bianco. La sorella aggiunge qualche particolare intrigante, Serena è il nome della bionda, unica rimasta di una famiglia benestante che lavorava nel legname. Serena è nota per non tirarsi indietro davanti ad attività, anche lavorative, che fino ad allora sembravano riservate agli uomini. George è intrigatissimo. Si presenta, e fa colpo. Dopo poco tempo, i due si sposano. George torna in North Carolina e presenta la moglie. Buchanan si dimostra subito diffidente, mentre pian piano, i dipendenti di Pemberton eleggono Serena come loro eroina.

Leggo che per questo film, la regia doveva essere affidata a Darren Aronofsky. Forse si è risparmiato una cagata colossale, passandola però all'amata danese Bier. La parte di Serena doveva essere di Angelina Jolie. Jennifer Lawrence (Serena), che pur da queste parti rispettiamo, qua è deludente quasi quanto Bradley Big Jim Cooper (George Pemberton). E' difficile che i cambi in corsa portino a capolavori. Il problema è che qua siamo davanti a una merda di dimensioni galattiche. Ho dovuto rivedere il film per due volte di seguito, ma non sono riuscito a non addormentarmi più volte. Ho intravisto il finale ad occhi semichiusi. Scopro tra l'altro che il finale è stato completamente cambiato rispetto all'originale. Si, perché il film è tratto dall'omonimo libro (attenzione: in Italia però il film è uscito col titolo di Una folle passione) scritto da Ron Rash.
Ho paura che la cagata parta dal libro; anche se Susanne Bier ci ha abituato ad alti (molti) e bassi (pochi, ma sonori), vorrei continuare a darle un poco di credito.
Nel cast anche Rhys Ifans (Galloway), Toby Jones (McDowell), e, a proposito di cagate, due attori che erano presenti anche nel cast del televisivo The Borgias: Sean Harris, qui Campbell, e la splendida rumena Ana Ularu (Rachel), che è stata davvero l'unica cosa che mi ha tenuto (un po') sveglio durante la doppia visione.
Avete capito che fare.

20150327

Natas Loves You - Got To Belong

ieri sera ho sentito questo pezzo alla radio.
mi è piaciuto.
facilone e danzareccio.




Orgoglio (gay)

Pride - di Matthew Warchus (2014)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

1984, Regno Unito, pieno thatcherismo. Mark Ashton, giovane attivista gay, membro della Young Communist League, ha un'idea per fare qualcosa di più che dichiararsi gay, o fare marce di protesta. Si avvicina il Gay Pride, e i minatori sono in sciopero in tutto il Regno Unito. Durante una riunione, lancia l'idea di raccogliere fondi per sostenere la lotta dei minatori, ormai ridotti alla fame. Nasce così la Lesbians and Gays Support the Miners (LGSM), e di certo non è una passeggiata. Oltre alla diffidenza, la violenza, la ghettizzazione, la difficoltà di trovare qualcuno che sacrifichi anche pochi spiccioli in una situazione così difficile per tutti, ci sarà da confrontarsi con la diffidenza dei minatori stessi e delle loro famiglie. L'idea di fondo è che sia i gay che i minatori debbano fare fronte comune: sono entrambi una minoranza vessata dalle decisioni della Iron Lady. La sfida è di quelle che valgono la pena. Dopo le iniziali diffidenze, il gruppo contatta direttamente dei lavoratori gallesi del villaggio di Onllwyn; un membro si reca a Londra per accettare gli aiuti raccolti, e ringraziare pubblicamente. Vincendo resistenze interne, il gruppo viene invitato a Onllwyn per un pubblico ringraziamento da parte dell'intera comunità. Il gruppo viene accolto a braccia aperte, ma seguono resistenze, attacchi da parte della stampa, ma alla fine...


Simpatica, divertente, toccante, questa commedia inglese dai toni a volte drammatici, diretta dall'inglese Warchus, molto più attivo a teatro, ma non si direbbe, data la fluidità della regia cinematografica. Tiene a bada un cast numeroso, fatto di vecchie conoscenze e di nuove leve, tira fuori ottime prestazioni, alterna momenti di gioia a quelli di tristezza, contestualizza alla perfezione il tutto. Il finale è commovente, costruttivo, edificante.
Il film è sceneggiato da Stephen Beresford, ed è tratto da una storia realmente accaduta, in quel 1984.
Ci sono Bill Nighy (Cliff), Imelda Staunton (Hefina), Paddy Considine (Dai Donovan), Dominic West (Jonathan Blake), Andrew Scott (Gethin Roberts), e molti altri meno conosciuti. Molto bravo Ben Schnetzer nei panni di Mark Ashton. 
Per tutti voi open minded, che qui su fassbinder abbondate.

20150326

Perù - Febbraio 2015 (7)


(Dria) Gli incidenti stradali sono frequenti, a giudicare dagli altarini e dalle croci ai margini delle strade. Oltrepassiamo Nazca o Nasca, intesa come città, davvero niente da segnalare, e si comincia a scendere di nuovo verso il mare. Quando ci arriviamo, gli scenari sono, ancora una volta, lunari. Ci fermiamo lungo la strada per mangiare qualcosa al volo. Due donne gestiscono questo luogo, mangiamo formaggio e olive, dopo di che scambiamo quattro chiacchiere con la padrona, che ci dice di essere anche una commerciante di olive. Uno scorcio del posto (Dria).

I chilometri scorrono, il tempo passa. Ci si ferma quando la natura chiama.

Paesaggi incredibili. E più si va verso sud, più diventano mozzafiato.
Qualche foto di Dria.

Il gioco si fa duro, il pomeriggio tardo, ma cerchiamo di arrivare più in là possibile.
Ancora qualche foto di Dria, per rendere l'idea di cosa accadeva sulla strada.

Lascio ancora una volta parlare le immagini, anche se so benissimo che non riusciranno a descrivere quello che abbiamo visto. La strada, prima che cali il buio, diventa una di quelle che dovrebbe essere inserita negli itinerari panoramici più belli del mondo, seppure percorrerla sia leggermente pericoloso, dati gli strapiombi sul mare e l'assenza dei guard-rail. Dopo aver guidato attraverso Lima, aver superato questa prova mi ha reso un guidatore davvero orgoglioso. L'unica cosa che mi dispiace un po', è di non aver goduto appieno dei panorami, per ovvie ragioni. Le foto che seguono sono ancora di Dria.

20150325

Ragno di dio

Spidergawd II - Spidergawd (2015)

E' un peccato quando ti accorgi di gruppi come questo solo al secondo disco. Però è bello anche recuperare. Gli Spidergawd (non sono ancora riuscito a capire cosa significhi, magari qualcuno ce lo spiega) vengono da Trondheim, Norvegia, la stessa città dei Kings of Convenience, ma sono una costola dei Motorpsycho; infatti, Bent Saether (voce e un po' di tutto il resto) e Kenneth Kapstad (batteria, soprattutto) fanno da colonna portante degli Spidergawd, insieme a Per Borten (chitarra) e a Rolf Martin Snustad (sax).

Musicisti, come si dice in francese, coi controcazzi. Genere abbastanza indefinibile, ma solo perché "ondeggia". Il rock è alla base, lo stoner è presente, ma non esclude il free jazz, come neppure, per dire, l'introduzione del pezzo d'apertura Is All She Says, che è folk (col pezzo che diventa una roba da far impallidire i migliori QOTSA). Si, direi che per il resto siamo tra lo stoner di classe e le melodie che richiamano un po' i Foo Fighters, il tutto fatto con grande personalità. Naturalmente, qua e là, anziché assoli di chitarra, ci sono svisate di sax. Attenzione, non che quando c'è un assolo di chitarra sia da non considerare, anzi.
Quasi tutti i pezzi hanno (altro luogo comune) un tiro micidiale, a partire dalla già citata Is All She Says, passando per l'orecchiabilissima Get Physical, la jazzata Caerulean Caribou, fino alla conclusiva Sancturary, che sa, come molti altri passaggi del disco, di quell'indimenticabile hard rock degli anni '70 alla Grand Funk o alla Humble Pie.
Insomma, ricordate l'entusiasmo col quale vi parlai degli svedesi Graveyard qualche anno fa? Ecco, qua c'è lo stesso entusiasmo, il disco non dice nulla di nuovo ma è formidabile, e sono sicuro che piacerà anche a voi, e che ve lo ricorderete quando il 2015 finirà.



The Spidergawd are a norwegian band, in which line-up are two of the Motorpsycho. As you can imagine, this four musicians are very good, and their love for the seventies hard rock, and, at the same time, for the stoner rock, or the capacity to play some free jazz, make possibile that their music says nothing new, but the result is amazingly wonderful. As sometimes I've recommended you, play it out loud.

20150324

Le streghe di Zugarramurdi

Las brujas de Zugarramurdi - di Alex de la Iglesia (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

José è un padre divorziato, che ha promesso al figlio Sergio di portarlo a Disneyland Parigi. Tony è un giovane attraente, non un fulmine di guerra, che però ha un gran successo con le donne. Entrambi condividono una condizione di gran moda oggi in Spagna (e non solo): sono disoccupati. Per risolvere i loro problemi economici, hanno la grande idea di rapinare un Compro oro, la versione moderna del banco dei pegni, anche questi di gran moda al giorno d'oggi. Il colpo è organizzato con la complicità ignara di altri "figuranti" pubblicitari, e vi partecipa anche Sergio. Braccati dalla polizia nel centro di Madrid, i due prendono in ostaggio un tassista, Manuel, appassionato dei programmi del giornalista specializzato in paranormale, Iker Jiménez. Si dirigono verso la Francia, ma la loro fuga si blocca a Zugarramurdi, un minuscolo villaggio navarro al confine con la Francia, appunto, dove nel medioevo pare si rifugiassero le streghe, nelle ampie grotte circostanti. Si fermano in un locale nei paraggi, e cominciano ad accadere cose davvero strane. Nel frattempo, sulle loro tracce c'è Silvia, la ex di José preoccupata per Sergio, e dietro di lei, la coppia di ispettori di polizia un po' imbranati Pacheco e Calvo.

Confesso che sono un fan di de la Iglesia. Chiassoso, politicamente scorretto, tecnicamente bravo, caciarone, iconoclasta, confusionario ma sempre sul pezzo. Ogni suo film parla apparentemente di cose surreali, accadimenti casuali esagerati difficilmente realizzabili, ma in realtà gli servono per parlare d'altro, anche se poi, come detto, la butta sempre in caciara. Las brujas de Zugarramurdi, tradotto precisamente "Le streghe di Zugarramurdi", che uscirà, pare, in Italia il 30 aprile 2015 con il titolo Le streghe son tornate, ha vinto ben otto premi Goya nel 2014 (miglior attrice non protagonista a Terele Pávez - Maritxu -, montaggio, scenografia, produzione, costumi, trucco e acconciature, suono, effetti speciali), ed è spassoso e adrenalinico. Mette nel calderone (è proprio il caso di dirlo) crisi economica, disoccupazione, parità di diritti, inquisizione spagnola, dileggia (come sempre) la religione cattolica, ed è liberamente ispirato all'Autodafé del 1610, una sorta di Salem spagnola: 39 abitanti di Zugarramurdi furono processati, dodici condannati al rogo.

Sperando che sia doppiato con garbo, ve lo consiglio spassionatamente se volete farvi due risate alla faccia di tutti.
Il cast è interessante. Hugo Silva (José, nella vita reale ex chitarrista metal, già con Almodóvar in Gli amanti passeggeri) e Mario Casas (Tony) formano un duo comico interessante, spalleggiati da Jaime Ordóñez (Manuel, già in Reinas). Carmen Maura (Graciana) è la solita mattatrice, Terele Pávez (Maritxu, già in molti film del regista) fa quasi paura, Carolina Bang (Eva, bellissima e sensualissima come sempre, anche lei, seppur molto giovane, già spesso con de la Iglesia) è talmente figa che non si può criticare. Spassosi anche gli affezionati Carlos Areces e Santiago Segura nei panni travestiti delle streghe Conchi e Miren.

Happy

Oggi ricorre il compleanno di mio padre. Sono, per lui, esattamente 30 in più rispetto ai miei: ne compie settantanove (79), e devo ammettere che se riuscissi ad arrivare alla sua età con la sua energia, sia fisica che mentale, la sua apertura mentale, la sua voglia di imparare ancora, la sua umiltà, sarei molto soddisfatto.
So che probabilmente si aspettava qualcosa di più "normale" da me, tipo una moglie e dei nipoti, ma (e qui sta la sua apertura mentale, non comune per un uomo della sua età) sono abbastanza sicuro che abbia capito che non è poi così importante, ed è meglio solo che male accompagnato, per me.
So che è orgoglioso di me, e questo è una delle motivazioni più grandi, per me, per ogni nuovo giorno.
Tanti auguri, babbino.

20150323

新世紀エヴァンゲリオン

neon genesis evangelion

dopo alcuni anni riesco finalmente a vedere, tutto d'un fiato, le 26 puntate di questo anime che ha fatto la storia del genere.
la storia è così lunga  e complessa che facciamo prima a leggerla qui.
apparentemente un cartone animato che racchiude in se molteplici argomenti: religione, psicologia(a pacchi!!), filosofia, cultura giapponese e molto altro.
era il 1995 quando usci e ambientato nel futuro 2015 (!!!)
l'avete mai visto?

Cura per le ferite

Vulnicura - Bjork (2015)

Non è che vi eravate dimenticati di lei, vero? Lei, forse, si era dimenticata dei suoi ascoltatori, non certo della musica o dell'arte, o di quello che le sta intorno. Il precedente progetto (non era "solo" un disco) Biophilia, che partiva dalla crisi economica dell'Islanda e culminava in una serie di app, dopo che la Gudmundsdottir si era lanciata in una campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica islandese a proposito della conservazione delle risorse naturali della loro terra; questo nuovo Vulnicura (vulnus + cura, cura delle ferite, dal latino), parte invece da un momento più intimo, e cioè l'espressione dei suoi sentimenti dopo la rottura del suo rapporto con l'ex compagno Matthew Barney. Può sembrare superflua una specificazione del genere, visto che la musica che Bjork offre è talmente indefinibile, che non riesce ad attagliarsi a qualcosa di intimo, così come a qualcosa contrario, non intimo. E' tutto e il contrario di tutto, e la cosa straordinaria è che una roba del genere, avanti anni luce da tutto il resto, suona già sentita solo perché lei la suona da un po'. Il disco è caratterizzato da un massiccio uso dell'elettronica, eredità del progetto e delle app di Biophilia, ma le canzoni nascono, e si sente, come composizioni per archi, principalmente. Questo lo ricollega abbastanza ad Homogenic. Bjork stessa, parlando a Pitchfork del processo creativo, ha dichiarato di aver deciso di diventare "una nerd del violino", in modo da poter comporre canzoni per archi, un desiderio che serviva a tenere la mente occupata dopo la rottura.

Come che sia, il risultato è, ancora una volta, un disco indefinibile, altamente impegnativo da ascoltare (immaginatevi a comporlo), ma senza dubbio pieno di un fascino che solo lei riesce a trasmettere. Di sicuro non contiene singoli da classifica, ma ne abbiamo veramente bisogno?



The theme of this new album of Bjork is the feelings she lives after her break up (with Matthew Barney). For any other musician, this could bring to an intimistic work; but here, we are talking about Bjork. So, she (always based on her statement to the papers) became a "nerd violin", and started to compose songs for strings. Then, she used all the app created for the "Biophilia" project, for implanting electronic sound into these songs based on strings. The final result is this "Vulnicura" (vulnus plus cura, "cure for the wound", from Latin), that remind us a little the "Homogenic" album, and that is indefinable (as usual), very demanding for the listener (imagine for the composer), but without any doubt, full of charm, a charm that only she, even today (after so many years of carreer), is capable of giving.

20150322

Perù - Febbraio 2015 (6)

Domenica 8 febbraio
Sveglia e colazione. Tutto pronto, meno qualcosa da mangiare per il viaggio (facciamo tesoro di questa dimenticanza), via, si parte. Per prima cosa, c'è da tornare verso l'interno, per riprendere la Panamericana. E' come attraversare un deserto, e ogni tanto ci sono dei punti, naturalmente in concomitanza con i corsi d'acqua, c'è una zona verde.
Tanto per darvi un'idea:

La foto di Dria rende piuttosto bene l'idea. Ogni tanto, in zone come questa, si vedono le indicazioni di una città, e cose del genere (sempre foto di Dria, io ero impegnato a guidare):

Non sembra che siano abitate, ma è come se le persone che se lo possono permettere, abbiano acquistato in anticipo una baracca in un luogo del genere, probabilmente perché il progetto del governo è di farci arrivare l'acqua, e di costruirci un nuovo insediamento urbano. Come che sia, si prosegue spediti, e si entra dopo poco in una zona con molti spazi verdi, dopo di che si arriva a Ica, la capitale della provincia. La fendiamo come coltello nel burro, e tiriamo dritto. La direzione, per adesso, è la seguente (Dria):

Ci sono altri 143 chilometri per Nasca; abbiamo già fatto un piano, per le linee. Dria soffre di vertigini, e mi ha fatto capire chiaramente che non se la sente di prendere quegli aerei per vedere le linee dall'alto. Io, con la mia deformazione professionale, mi rendo conto che non possiamo fermarci per ogni cosa, e il trasferimento di oggi è, e rimarrà, il più lungo e il più impegnativo di tutti. Quindi, scorrendo la Lonely Planet di Dria, ecco l'alternativa: una torretta alta 10 metri, in posizione strategica, esattamente lungo la Panamericana, dove si può salire al prezzo di pochi Soles, per osservare un paio di "disegni". Con la guida sicura, arriviamo alla torretta prima delle 12. Eccola, nella foto di Dria:

Ed ecco quello che si riesce a vedere da lì; le due figure visibili sono L'albero e Le mani.


















E poi, si riprende a guidare. Ci vuole una certa concentrazione, visto le molte curve...



20150320

Dentro Llewyn Davis

Inside Llewyn Davis - di Joel e Ethan Coen (2014)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Febbraio 1961, Greenwich Village, New York City. Llewyn Davis è senza un soldo, infreddolito, deluso dalla vita, sull'orlo della depressione. Dorme sui divani di quelli che potrebbero essere amici, ma in realtà non lo sono, il suo ex partner musicale, Mike Timlin, si è suicidato non molto tempo fa, il suo primo disco da solista, Inside Llewyn Davis, non sta vendendo per niente. Che le cose vadano sempre peggio, lo si capisce anche dalle piccole cose. Si sveglia dai Gorfein, probabilmente l'unica coppia che gli voglia realmente bene, e nel richiudere la porta dietro di lui, fa uscire inconsapevolmente il gatto, un gatto a cui i Gorfein tengono molto. Non riuscendo a convincere l'addetto all'ascensore a tenerlo fino all'arrivo degli amici, Davis se lo porta dietro, fino a casa di Jim e Jean Berkey. Qui Davis viene trattato a male parole da Jean, che gli rivela di essere incinta; evidentemente, nonostante l'amicizia e il matrimonio tra Jim e Jean, Davis e Jean hanno fatto sesso, e Jean ha paura che Davis possa essere il padre; Davis si offre di pagare l'aborto. La mattina seguente, il gatto scappa di nuovo. Quando Davis va a fissare l'appuntamento per l'aborto da un ginecologo di fiducia, scopre che, quando un paio di anni prima aveva pagato per un altro aborto alla sua ex ragazza, la ragazza non abortì, e senza dirgli nulla, ha tenuto il bambino e si è trasferita ad Akron, dai suoi genitori.
Insomma, la vita di Davis è una merda. E il peggio sembra non avere fine.

Divertente, amaro, scuro con gusto, simbolico e pieno d'amore verso la scena folk statunitense degli anni '60, il nuovo film dei fratelli Coen. A parte qualche incomprensione (sto pensando a Non è un paese per vecchi), c'è solo da togliersi il cappello, quando si parla di loro. Delicati e caustici al tempo stesso, sanno dare un respiro unico alle loro storie, e sanno tirar fuori il meglio dagli attori che lavorano con loro, da tutti, vedere cosa fa Justin Timberlake (che comunque sta lavorando davvero sodo sulla sua carriera di attore), qui nei panni di Jim Berkey, ma forse ancor di più, guardate cosa riescono a far fare a Carey Mulligan (Jean Berkey), a dir poco straordinaria nei suoi duetti con Oscar Isaac, durante i quali demolisce letteralmente il personaggio di Davis.
Non si può fare a meno di provare empatia per un personaggio talmente sfigato, ma i Coen ci mettono del loro, e questo è un altro dei loro valori aggiunti. La colonna sonora è, naturalmente, molto bella, ed è curata da T Bone Burnett (e chi, sennò?).
L'unico appunto che mi sento di fare al film, correndo il rischio di prendermi delle sonore offese, è che l'argomento non mi pare di quelli interessantissimi. Ma non sempre i cineasti devono venire incontro ai gusti degli spettatori, anzi, è giusto che sia esattamente il contrario.
Già detto di alcuni, ci sono John Goodman (Roland Turner), F. Murray Abraham (Bud Grossman), Adam Driver (Al Cody), Oscar Isaac (Llewyn Davis) è bravo, ma Garrett Hedlund (Johnny Five), con si e no tre battute, è straordinario. Curiosità: Max Casella (The Sopranos) interpreta il gestore del locale dove suonano spesso Davis e Jim & Jean, che di nome fa Pappi Corsicato.

20150319

La ragazza sparita

Gone Girl - di David Fincher (2014)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

E' il giorno del quinto anniversario di matrimonio di Nick e Amy. Nick torna a casa e trova una stanza messa a soqquadro. Amy non c'è. E' sparita nel nulla. Nick denuncia la sparizione alla polizia. Cominciano le ricerche, le indagini, i sospetti, e soprattutto, la "copertura" mediatica. Nick è il primo sospettato. Alcuni retroscena sembrano convergere su di lui. Perfino la di lui sorella gemella, Margo, a lui legatissima, sospetta di lui. I genitori di Amy diventano diffidenti. Nick non è certo uno stinco di santo, e le cose tra di loro non andavano bene. Eppure, c'è qualcosa che non quadra. E infatti...

Tratto dall'omonimo best seller di Gillian Flynn, che ne cura anche la sceneggiatura, Gone Girl è un ottimo esercizio di stile da parte del più che bravo David Fincher. Un giallo complesso, godibile anche e forse soprattutto da quelli come me che non sono troppo svegli, e soprattutto non sono molto interessati a risolvere gli intrecci di questo genere con un po' di anticipo. La costruzione è invidiabile, e il giallo diventa una sorta di sfida nel momento in cui si svelano le ragioni della sparizione.
Gone Girl è uno di quei casi in cui non si può parlare male di un film, che in ogni modo risulta piuttosto avvincente per lo spettatore, ma che a dispetto dell'ottimo intreccio, delle interpretazioni interessanti, della tecnica sopraffina col quale è girato, della sconvolgente possibilità che una storia del genere possa essere anche vera, ma che, al tirare le somme, risulta un film che tende a non lasciare una traccia indelebile nella memoria del cinefilo appassionato. Ed è uno di quei casi in cui il commentatore si trova di fronte all'enorme difficoltà di motivare questa sensazione, che ancora oggi, a distanza di più o meno un mese dalla visione, mi pervade.
Per la mia bontà d'animo, tenderei ad escludere che il motivo sia da addebitare al fatto che il protagonista sia Ben Affleck (Nick Dunne). Affleck è uno di quegli attori che continua a provarci, ma che non sarà mai un fenomeno, e questo lo dico pur sapendo che ha ragione lui, vista la notevole differenza dei nostri conti in banca.
Non è questo. Non è solo questo. Anche Rosamund Pike (Amy Elliott-Dunne), nominata per l'Oscar (non vinto) e vincitrice di alcuni premi per questa interpretazione, risulta abbastanza fredda e spietata per la parte, ma a mio giudizio non abbastanza. Le interpretazioni migliori vengono dai co-protagonisti, come quella di Tyler Perry nei panni dell'avvocato di Nick Tanner Bolt, o quella di Carrie Coon (il fatto che solo digitando il suo nome su google immagini abbia realizzato che è la stessa attrice che ha interpretato il fantastico personaggio di Nora Durst in The Leftovers depone a suo favore) nei panni di Margo, la sorella di Nick.
Ma tutto ciò ci allontana dal nocciolo della questione: perché non mi è piaciuto fino in fondo questo film, a dispetto anche del finale massicciamente caustico sulla questione apparire versus essere, da me molto apprezzato? Continuo a non saper rispondere precisamente, anche se posso provare a buttare lì un "è talmente ben fatto che manca di cuore". E qui mi sorge un dubbio, ulteriore, ancor più profondo: è probabile che io non abbia capito per niente il senso della storia? E cioè, che proprio non avere un cuore fosse il punto?
Con questo dubbio, vi lascio decidere se vedere questo film o no. Cosa che vi consiglio, a dispetto dei miei dubbi.

20150318

Perù - Febbraio 2015 (5)


L'escursione alle isole Ballestas, anche se dura poco più di due ore, è il centro di questo stop a Paracas. Passiamo il pomeriggio, dopo aver mangiato sul lungomare ed esserci fatti domande sul lavoro minorile (qui tutti i bambini sembrano lavorare, compresa la bambina che ci serve ai tavoli e che non capisce quando le voglio lasciare la mancia), a gironzolare per questa specie di cittadina, che in realtà è poco più di un molo. Rientriamo all'hotel e ci sediamo a bordo piscina, sorseggiando una caraffa di chicha morada, pensando all'itinerario di domani. Cercheremo di partire presto, in modo da arrivare fino a Camaná, sempre vicino al mare, dove dormiremo e basta, in modo da lasciare la salita al giorno seguente, e per arrivare presto, il giorno seguente, ad Arequipa.
Facciamo l'ora di cena ed usciamo, torniamo sul lungomare per scegliere casualmente uno dei tanti ristorantini, ceniamo e rientriamo.