No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20150703

The F Word

What If - di Michael Dowse (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere ma anche no (2,5/5)

Toronto, Ontario, Canada. Wallace è inglese, giovane, ma già rassegnato. Una delusione d'amore cocente lo ha relegato in una condizione di pessimismo cosmico. Vive con la sorella e il nipote, ed ha abbandonato gli studi di medicina, dove eccelleva, a causa appunto di questa delusione d'amore: la sua fidanzata lo tradiva con il professore di anatomia. Decide di non intrattenere relazioni sociali, almeno per un anno. Ma è difficile quando si ha per amico uno come Allan, un vero animale sociale, uno che flirta sempre e comunque, anche se fidanzatissimo. E infatti, una sera Wallace è trascinato da Allan ad una festa, dove, mentre Allan conosce (e rimane folgorato da) Nicole (la cosa è reciproca), Wallace fa amicizia con la cugina di Allan, Chantry, una ragazza timida, dolce e intelligente, con la quale sente di avere moltissimo in comune. La accompagna a casa, e lì scopre che Chantry è felicemente fidanzata, nonostante lei gli lascia il suo numero di telefono. Wallace decide di desistere dall'andare oltre, ma i due si incontrano di nuovo all'uscita di un cinema e da una proiezione che, come dire, non lascia scampo: sono fatti l'uno per l'altra, ma entrambi, per motivi diversi, non lo vogliono ammettere. Inizia una difficile relazione di amicizia, mentre Allan sprona continuamente Wallace a farsi avanti in maniera spavalda, e la sua relazione con Nicole diventa sempre più seria.

Commedia romantica delicata, recitata da due astri nascenti del cinema indipendente ma non troppo, apprezzabile qualche guizzo, seppur già visto (le animazioni, le riflessioni/fughe sul tetto), frustrante (per uno che ha ripetutamente commesso questo sbaglio) la visione del rapporto di amicizia quando, in verità, sotto c'è amore.
Daniel Radcliffe (Harry Potter) è Wallace, Zoe Kazan (Ruby Sparks, Olive Kitteridge) è Chantry, Adam Driver (Girls) è Allan, Rafe Spall è Ben, ma la vera ragione per cui ho visto questo film è che c'è Oona Chaplin in una piccolissima parte (è Julianne, la rappresentante argentina).
E' basata su un'opera teatrale di T.J. Dawe e Michael Rinaldi intitolata Toohtpaste and Cigars; è uscito in alcuni paesi come What If, in altri come (vedi locandina) The F Word. Non si sa perché.
Come detto in apertura, si può vedere, ma non obbligatoriamente.

20150702

And the Childhood Not Included

2 Broke Girls - di Michael Patrick King e Whitney Cummings - Stagione 4 (22 episodi; CBS) - 2014/2015

La vita di Max e Caroline non sta cambiando granché. Lavoro al Diner e nel "negozio" di cupcake, ma ogni giorno ce n'è una diversa. Si inizia con il negozio di cupcake che viene scelto come location di un episodio di Keeping Up with the Kardashians, si prosegue con l'evoluzione del rapporto tra Sophie e Oleg, le booty call di Max, fino ad arrivare al punto in cui alle due ragazze viene offerto ancora un altro lavoro.

Spettatori leggermente in calo, ma conferma per una quinta stagione, per 2 Broke Girls, sit com sboccata, caciarona, poco intellettuale, fintamente (o forse no) politicamente scorretta, mediamente divertente. Io la seguo perché, come detto più volte in merito alle comedy in formato 20 minuti, spesso sono adatte per fare "decompressione" e non impegnano troppo. E poi Kat Dennings (Max) c'ha quel non so che, che non si spiega ma c'è.

20150701

Telai

The Mill - di John Fay - Stagione 2 (6 episodi; Channel 4) - 2014

Siamo, rispetto alla prima stagione, quattro anni più tardi (la seconda stagione abbraccia il periodo 1838/1842), e pure quattro anni dopo l'approvazione del Poor Law Amendment Act. La famiglia di Daniel si allarga, così come il suo impegno dentro il sindacato, Esther raggiunge l'età per una sorta di emancipazione (non è più apprendista e le viene assegnato un alloggio tutto suo, una topaia in realtà, ma che, visto il vigore della giovane, diventa la sua reggia), e la legge di cui sopra porta a conseguenze piuttosto gravi: frotte di immigrati arrivano dal sud dell'Inghilterra, come gli Howlett, portando una sorta di concorrenza tra poveri che inasprirà le condizioni lavorative, ma anche a sorprese inaspettate. La signora Hannah "importa" come giardiniere Peter, un ex schiavo nelle piantagioni d'oltremare dei Greg.

Continua la saga sulle condizioni lavorative britanniche nel diciannovesimo secolo: le prime lotte sindacali, il lavoro minorile autorizzato, turni dall'alba al tramonto, condizioni praticamente di schiavitù, frotte di orfani impiegati per qualche moneta. Cose oggigiorno inimmaginabili e francamente orrende, ma che duecento anni fa erano all'ordine del giorno. Continuano, ferocissime, le critiche, che soprattutto la stampa inglese "regala" alla serie. E io continuo, tra mille difficoltà (o versione originale, oppure sotto titoli francesi, vedete un po' voi se non sono difficoltà queste), a guardare questa serie, che saprà pure di soap (una delle "accuse" più ricorrenti verso l'autore, John Fay, famoso per il suo lavoro di sceneggiatura di una famosa soap inglese, Coronation Street), ma che lascia spesso sbigottiti per le condizioni di cui sopra, tutte vere perché tutte le storie sono liberamente ispirate da altrettante storie vere tratte dagli archivi di Quarry Bank Mill, luogo storico che prima o poi visiterò, promesso.
Non so perché, forse giusto perché il detto "si stava meglio quando si stava peggio", a me non ha mai convinto.
Sempre straordinaria Kerry Hayes nei panni di Esther Price.

20150630

Creta, Grecia - Marzo 2015 (2)

Il sito, a prima vista, mette un po' di tristezza. Due persone dentro la biglietteria, nessuno in giro. Eppure, i resti del palazzo, soprattutto con un po' di immaginazione, sono decisamente imponenti.
Pare che questo centro, situato ovviamente nei pressi di un porto naturale (la baia che abbiamo visto nelle foto del post precedente) fosse uno dei quattro più importanti, durante la civiltà minoica. L'organizzazione, che ricorda quella delle case romane (almeno, a me che per quanto lo volessi, non sono un fine conoscitore della storia delle civiltà, almeno non fino a questo punto), impressiona per complessità e, soprattutto, perché risale ad un periodo che gli studiosi collocano tra il 1900 e il 1450 prima di Cristo. Saloni per discussioni, bagni, cucine, stanze regali, magazzini per la conservazione di cibi e bevande. Il tutto esteso su una superficie non enorme, ma considerevole. Tutto sommato, piuttosto impressionante, benché le meraviglie siano da tutt'altra parte, e però ne vale la pena. 
L'ingresso di uno dei molti canyon presenti sull'isola, questo molto vicino al sito di Kato Zakros
Riparto indeciso sul da farsi. Vista l'ora, non tarda (non è ancora l'ora di pranzo), decido di dirigermi verso Ierapetra, una delle due/tre cittadine più grandi dell'isola, tralasciando la capitale Iraklion. Niente di particolarmente interessante, ma suppongo che la strada sarà almeno panoramica. La costa è piuttosto rocciosa, la giornata volge al sereno, è un bel viaggiare, poco traffico. Attraverso piccoli insediamenti urbani senza significato, vicinissimi al mare. Decido di arrivare appunto a Ierapetra, poi risalire verso nord verso un altro sito archeologico. A Ierapetra, cittadina relativamente moderna e anche un po' bruttina, mi fermo in un supermercato, compro qualcosa da mangiare mentre guido. Il sole adesso batte forte. Imbocco la strada che taglia l'isola e si dirige verso Pacheia Ammos, lambendo sparuti villaggi, qualche monastero, qualche sito archeologico di importanza minore.
Raggiunta la costa e il suddetto villaggio, torno brevemente verso ovest (direzione Iraklion), ed eccomi a Gournia. La custode/bigliettaia mi riceve un po' sorpresa, informandomi che il sito chiude alle 15,30; la cosa non mi preoccupa, visto che manca un'ora circa, e in questi siti soprattutto quello che è richiesto, come dicevo prima, è l'immaginazione, che uno può usare anche dopo aver visitato le rovine.
Anche questo sito è interessante, e decisamente più grande di Kato Zakros. Questi tizi sembravano avere chiaro il concetto di comunità. Torno verso Sitia o Siteia, ripercorrendo la strada che ho fatto ieri direttamente dall'aeroporto, gustandomi un po' di più i panorami imponenti della costa.
Me la faccio con tutta la calma del mondo, che insomma, sono in ferie mica a lavoro. Mi gusto questa terra che alterna asprezza a dolcezza, e che a me piace tanto. Rientro in albergo nel pomeriggio inoltrato, esco per comprare un deodorante, faccio un po' di bucato rapido. Quando il sole cala, e si fa l'ora di cena, torno "Da Giorgio", e stasera c'è pure una coppia a cena, non sono solo. Mangio divinamente, o almeno, così pare a me. Domattina mi sposto, il percorso non è breve, e lungo la strada ci sono almeno due o tre siti da vedere. Il tempo si preannuncia buono. Sono solo ma immerso nella bellezza.

20150629

Up, Close & Personal

L'anno passato, il mio inquilino, nonché amico da una vita, mi comunicò che aveva intenzione di lasciare la casa, che, insieme alla sua compagna e a sua figlia, abitava da circa 13 anni.
Avevo comprato quella casa qualche anno prima, sono passati quasi 20 anni, poco dopo la morte di mia madre. Mio padre mi dette una grossa mano, complice una promessa che lui e mia madre stessa si erano fatti anni addietro: lasciare in eredità una casa a ciascun figlio. E, come forse sapete, io ho una sorella.
Ho abitato in quella casa per qualche anno. E' stata la mia prima esperienza di vita da solo. Poi, dopo qualche anno, ognuno dei miei familiari rimasti in vita (mio padre e mia sorella) aveva preso una strada diversa, e l'altra casa, quella che mio padre e mia madre erano riusciti a comprare dopo una vita di sacrifici, quella dove avevamo abitato per dodici anni in quattro (mia madre compresa), era rimasta vuota.
Vuota si, ma piena di ricordi. Soprattutto per mio padre. Mia madre l'aveva arredata a suo gusto, e mio padre stava facendo una fatica tremenda ad abbandonarla: non poteva viverci da solo, ma non riusciva ad affittarla ad estranei. Ci provò per un breve periodo, ma il solo fatto che potessero rovinare qualche mobile di quelli che avevano scelto insieme gli dava fastidio. Quindi, mi chiese di tornare ad abitare lì da solo, e di affittare casa mia. E così feci, affittando al mio amico che voleva cominciare una convivenza con quella che sarebbe poi divenuta sua moglie, nonché madre di sua figlia.
Torniamo all'anno passato. Quando l'amico mi comunica l'intenzione di andarsene, ci rifletto per qualche giorno, poi decido: la vendo.
Non si tratta di rompere una promessa, la casa è mia da quasi due decenni, e in fondo una casa o la compri per abitarla, oppure ne compri alcune per fartici uno stipendio, o almeno un guadagno. Se ci abitate, dentro una casa, forse fate meno caso a quello che vi costa: dovete abitarci. Se non ci abitate, e però affittate solo quella, vi rendete conto che vi costa un sacco, tra tasse e rotture di scatole, soprattutto se si tratta di un condominio e se in questo condominio ci vivono persone che, quando si tratta di manutenzione, non riescono a vedere più in là del proprio naso, e scelgono sempre la via del risparmio.
E' l'ora di guardare avanti: investire nel mattone, come si usa dire, è una roba antiquata. Tanto vale metterli in banca, ti fruttano alla stessa stregua, e quantomeno hai meno sbattimenti. Quindi, vendo.
Mi metto in mano ad un'agenzia di conoscenti. Chi mi conosce sa che non sono un tipo avido: la faccio valutare, mi indicano un range di 20mila euro. Dico a quelli dell'agenzia: mi va benissimo prenderci i soldi che stanno alla base di quel range. La mettono in vendita, e dopo due giorni abbiamo un'acquirente. Dopo qualche settimana abbiamo un'offerta. L'offerta è di 3mila euro più alta della soglia minima di quel famoso range. C'è da considerare la quota dell'agenzia, circa la metà di 3mila euro. Accetto immediatamente. Nel giro di 3 mesi firmo compromesso, poi il contratto: nel giro di un altro mese ho tutti i soldi in banca, la casa non è più mia. Sento di essermi tolto un peso. Adesso ho tutto il tempo per decidere come investire questi soldi, che non sono tanti da cambiarti la vita, ma sono abbastanza per non stare a riflettere da quale scaffale comprare lo stesso prodotto. Nel frattempo, mi faccio 4 vacanze in 4 mesi, senza preoccuparmi troppo del conto in banca.

Dopo la decisione di vendere la casa, mia sorella mi chiama una sera, e mi rivela che si è decisa a chiedere il divorzio da suo marito. E però, si è decisa a dirmelo adesso perché non era certa che, avendo deciso di andarsene da casa, non appena avesse messo le cose nero su bianco, io prendessi bene il fatto che l'unica opzione che aveva era tornare a vivere con me, portandosi tra l'altro dietro mio nipote. Le dico, e penso, che non c'è nessun problema, e, credeteci o no, sono praticamente contento. Sono quasi vent'anni che abito da solo, e nella vita ogni tanto ci vuole qualche cambiamento, che poi alla fine ti stufi pure di tutta 'sta libertà insita nella singletudine.

Passa qualche mese. Le cose vengono messe nero su bianco, c'è un accordo. Un paio di settimane fa, mia sorella, dopo aver passato un mese a trasportare le sue cose qua da me (che poi, in verità questa casa è mia in minima parte, soprattutto è di mio padre e di mia sorella), è definitivamente venuta ad abitare qui, dove abito io. 3 sere su 5 (e un weekend si e uno no) c'è anche mio nipote, con quei suoi cazzo di giochi per iPad, le pallonate sul terrazzo e il suo demente canale televisivo preferito (DMax). 
La vita va avanti. Siamo una famiglia, e all'improvviso, in questa casa c'è pure il divertimento.

20150628

Appello alla ragione

Appeal to Reason - Rise Against (2008)

Forse lo avete capito: da un po' di tempo sono in fissa con la band di Chicago. Li ho scoperti tardi (o meglio, come mi capita sempre più spesso, ho trovato l'ispirazione per ascoltarli per la prima volta), con Endgame, e me ne sono invaghito, recuperando pian piano tutta la loro produzione. L'approccio musicale è post-hardcore, e questo Appeal to Reason, quinto disco, uscito nell'ottobre del 2008, primo con Zach Blair (inquietante la sua somiglianza con Ian MacKaye, e se non sapere chi sia Ian andate prontamente a documentarvi) alla chitarra, fu un po' il disco della svolta, il disco con il quale i RA persero qualche fan della prima ora, ma ne trovarono molti altri in più. L'approccio lirico (e, potremmo dire, anche "ideologico" della band) è al limite del militante, come si può apprezzare dando un'occhiata al videoclip che vi allego, tratto dal primo singolo del disco. Mi accorgo che non ve l'ho mai detto, ma c'è da sottolineare che l'intera band è fatta da attivisti di Amnesty International, It Gets Better Project, PETA, vegetariani, praticanti straight edge (eccetto il batterista, a quanto risulta).
Con questo disco la band smussa un poco gli angoli, ingloba qualche dettame del rock americano e pure qualche guizzo folk, senza abbassare il volume degli amplificatori e il livello dei distorsori, mette a fuoco il songwriting già pregevole, e si apre al grande successo. Il risultato è, lasciatemelo dire, splendido, per chi ha un "passato" tipo il mio, fatto di amore per le chitarre distorte, il metal mescolato, i bei messaggi, l'impegno sociale, le melodie ariose ma rumorose, il punk rock di quello che ti fa stare bene.
La voce graffiante di Tim McIlrath si destreggia tra classici punk rock (Entertainment, Collapse (Post Amerika), Kotov Syndrome, Savior, Historia Calamitatum), ibridi crossover (Whereabouts Unkown, The Strenght to Go On, Long Forgotten Sons), punk "felici" e apparentemente meno impegnati (The Dirt Whispered, Hairline Fracture), tentazioni AOR (Audience of One, un pezzo davvero meraviglioso per la costruzione delle armonie, a mio modesto giudizio, lo canticchio continuamente), e addirittura una ballata folk nella più classica tradizione dei menestrelli americani, Hero of War, pezzo che racconta il dramma dei reduci e non solo (tra qualche sabato vi posterò il video con testo annesso). Un disco che dà soddisfazione nell'ascolto, e che aiuta a non sentirsi troppo spensierati ed in colpa.



I found the inspiration to get to know, and listen for the first time, the Chicago's combo some years ago, with their "Endgame", and from that time, I kinda fell in love with them. Activists, vegetarians, straight edge, joins a punk rock musical approach, very happy, with a deep and committed lyrics. This album, their fifth, out in 2008, the first with Zach Blair on guitar, was the one who started the ascend toward the charts: they lost some fan, but they gained many others more.
The album is very good, in my humble opinion, and combines their punk rock soul with the great tradition of american rock, and some little influence of folk ("Hero of War", so beautiful). The guitars push, the rhythmic section beat hard, and the biting voice of Tim McIlrath does a good job between punk rock classic songs, AOR and metal temptations, crossover, and, as I mentioned, folk ballads.

20150626

Zanna

Tusk - di Kevin Smith (2014)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

USA. I due amici Wallace Bryton e Teddy Craft sono i conduttori di un podcast piuttosto popolare, The Not-See Party (che suona un po' come The Nazi Party), durante il quale cercano video che diventano virali per la loro ridicolezza, e umiliano gli autori pubblicamente. Wallace annuncia che a breve volerà in Canada per intervistare The Kill Bill Kid, un poveraccio che è diventato famoso per essersi accidentalmente tagliato una gamba in un video, diventato virale, con una katana. Wallace sembra un tipo simpatico, ed ha una fidanzata bellissima, Ally, ma in realtà è un pezzo di merda, uno stand up comedian fallito che è diventato popolare con questo podcast cattivissimo, e tradisce Ally continuamente.
Al suo arrivo in Canada, Wallace scopre con disappunto che il ragazzo si è suicidato dalla vergogna. Anziché empatizzare con il dolore della di lui madre, Wallace è solamente incazzato per aver fatto un viaggio a vuoto; decide quindi di rimanere un giorno in più e trovare qualcuno di interessante da intervistare. In un locale, trova un volantino dove uno strano personaggio offre una stanza gratis in casa sua, e la garanzia di sentire da lui stesso racconti di storie interessanti. Wallace coglie la palla al balzo, e nel più breve tempo possibile eccolo a casa di Howard Howe, un marinaio in pensione su una sedia a rotelle. Howe gli offre un té, e poi parte con le sue storie, raccontando di aver conosciuto Hemingway in persona, e un'altra stranissima storia dove rimembra di come, dopo un naufragio, fu salvato da un tricheco, che lui chiama amichevolmente "Tusk". Wallace è sempre più ilare, e alla fine sviene. Howe ha drogato il suo té. Al suo risveglio...

Primo capitolo della trilogia True North, Tusk, al momento ultima fatica del mitico Kevin Smith, e, a mio giudizio, un oggetto ancor più strano di Red State, suo film precedente. Incasellato come body horror, il film di Smith conserva quell'ironia caciarona tipica del simpatico omaccione del New Jersey, ma, come il precedente, possiede delle venature pessimistiche e quasi apocalittiche che non avrei mai pensato di trovare in uno dei suoi lavori. Certo, è un pessimismo cosmico che non è credibile, quando ti ritrovi un personaggio come quello assegnato a Johnny Depp, quello dell'ispettore ubriacone québécois Guy Lapointe a "risolvere il caso". Quello che voglio dire è che la vena sarcastica di Smith è, a mio giudizio, apprezzabile ed interessante, a dispetto di alcune critiche che ho avuto modo di vedere, piuttosto semplicistiche ("Fa ridere? No. Fa paura? No. Quindi fa cagare"). Non è (più?) quello di Clerks, e probabilmente non amerete questo film quanto quello, ma di sicuro, quando dirige i "suoi" film, Smith non è un regista qualunque. E questo a me piace.

20150625

luminifero

Luminiferous - High On Fire (2015)

Settimo album per la band di Matt Pike, ricordiamolo ancora una volta, l'uomo che è famoso, nel mondo metal, per non indossare mai una t-shirt durante i concerti. Un album che come sempre, ascolteranno in quattro in tutto il mondo, ma un disco che ricorda e dimostra lo stato di grazia di una band tecnicamente immensa, calata nel proprio universo (sentite cosa ha dichiarato Pike a Pitchfork: quote "We're doing our part to expose The Elite and the fingers they have in religion, media, governments and financial world downfall and their relationship to all of our extraterrestrial connections in the race to control this world," he said. "Wake up, it's happening. All while we stare at a socially engineered lie we think of as normalcy. Unless we wake from the dream, there will come true doom." unquote), capace di dipingere anche solo con la musica, realtà alternative (appunto. O no?). Non che gli High On Fire abbiano inventato qualcosa, al contrario. Per esempio, in questo momento sto ascoltando il pezzo che dà il titolo all'album, quindi Luminiferous, e sembra di sentire gli Exodus con Lemmy alla voce, e gli assoli di Kerry King degli Slayer; e però i pezzi, tutti, sono più complessi, e non sempre sono tirati, spesso rallentano, e a volte possono ricordare i Mastodon dei primi dischi. Legati, come si può notare dalla copertina, ad un'estetica prettamente classic metal (un po' come i The Sword), semplicemente gli HOF, che oltre a Matt Pike alla chitarra e alla voce sono formati da Jeff Matz al basso (ex Holy Terror e Zeke) e dal portentoso Des Kensel alla batteria, si sono pian piano allontanati dallo stoner per arrivare a suonare questo cupo ma eccitante metal assolutamente moderno, fatto di tante cose del passato rivisitate, rivedute, corrette, energizzate, iper tecniche senza farlo troppo pesare, e soprattutto, decisamente potente.
Per farvi un'idea, ascoltate il pezzo che vi allego qua sotto. Che (udite udite, fan di True Detective) si intitola Carcosa, ed è senza dubbio uno dei migliori del disco.
Produce ancora Kurt Ballou dei Converge.


Seventh album for the band from Oakland, that continue along his way, but not without changing. Incorporating elements of doom, thrash, death, speed, progressive, stoner, Matt Pike and his pals Jeff Matz on bass, and Des Kensel on drums (three musicians very highly skilled), created a sound that remember many other bands, but it's completely their. At the same time, it's an old sound, but it's like very modern. It's metal, and it's powerful. Listen to "Carcosa" (rings a bell, True Detective fan?) to understand what I mean.

20150624

Creta, Grecia - Marzo 2015 (1)

Martedì 17 marzo
L'idea di andare a Creta mi girava nella testa da qualche anno. La Grecia mi piace, soprattutto le isole (non che la terraferma la conosca granché) mi attirano molto, ne ho girata qualcuna e non sono mai rimasto deluso. Creta, però, è grande, molto grande, ed è piena di resti archeologici. Quando ho cominciato ad interessarmi a che cosa di fosse da vedere, ho capito che un fine settimana non sarebbe stato sufficiente. Altra cosa: andarci in periodi di alta stagione era da non fare, ho sempre l'idea che girare non sia troppo agevole. Ma in bassa stagione, i voli da Pisa non ci sono, quindi bisognava trovare una soluzione. Dunque, dopo qualche anno che ci penso, trovo la soluzione che mi sembra sia la migliore. Otto giorni, due pernottamenti ad Est, due a Sud, due a Ovest e due a Nord, noleggio auto per poter girare liberamente, mese di marzo. Per volare in marzo, la soluzione più economica è la Aegean, compagnia greca che ha inglobato la vecchia e gloriosa Olympic, e che però parte da Roma Fiumicino, facendo scalo ad Atene. Fa niente, ormai a Fiumicino ci vado quasi più spesso che a Pisa. E dunque, un bel martedì di marzo si parte, io e il mio ego naturalmente, di buona mattina perché il volo è alle 11 quindi quantomeno alle 9 bisogna essere a Fiumicino. La compagnia Aegean si rivela una bella sorpresa, economy comoda, servizio da compagnia di bandiera, hostess gentilissime e nella stragrande maggioranza simpatiche. Il tempo di transito ad Atene è breve (2 ore), ci sta un caffè e una sigaretta, il volo per Creta uno scherzo (55 minuti). Ufficio AVIS, auto, qualche raccomandazione e via, si parte per Sitia, cittadina quasi all'estremità est dell'isola. Sono 130 km, e sarebbero da fare in un paio d'ore, mi piacerebbe arrivare prima che faccia buio, ma la strada non è tutta dritta, e ci metto un po' di più. Per fortuna che, nonostante il navigatore non è proprio preciso per il luogo dell'albergo, lo trovo subito, magicamente. E' il Sitia Beach, il mare è giusto dalla parte opposta della strada, ha un sacco di stanze, almeno quattro piani, una hall molto grande. Faccio il check in, sistemo i bagagli in camera, e chiedo una dritta su dove andare a cena. Basta fare 100 metri a piedi, e sono nella zona pedonale, dove sono tutti i ristoranti, alcuni aperti anche in questa stagione. Tra quelli che mi consigliano, sceglio "Da Giorgio", naturalmente sono l'unico cliente. E, signori, se mai nella vita doveste andare a Sitia, mi raccomando, andate a mangiare Da Giorgio, perché con meno di 20 euro (molto meno) si mangia alla grande. Saluto e torno in albergo, una sigaretta sul terrazzo e un po' di tele. Domani vediamo cosa c'è da vedere.
Mercoledì 18 marzo
Sveglia, colazione in albergo, e parto con qualche nome di luoghi da vedere, che mi sono appuntato prima di partire. Prima di tutto, mi dirigo verso Itanos. Qui la prima foto del viaggio, uno scorcio di litorale poco dopo che sono uscito da Sitia.
Dopo il breve tratto litoraneo, attraverso dei rilievi. Giornata per adesso molto bella, anche se le previsioni non sono così buone, per strada praticamente nessuno. Molte capre, quello si. Panorami mozzafiato. Scollino in direzione di Vai, vedo le indicazioni, ma proseguo verso Itanos. Arrivo, e, diciamo la verità, c'è poco o niente. Giustamente, viene ricordato perché citato da Erodoto, ed è stato uno dei porti più antichi dell'isola. Un porto naturale, una bella insenatura. Qualche foto del luogo, veramente sperduto. Naturalmente, non c'è nessuno.

Riparto e poco dopo imbocco il bivio per Vai, la spiaggia con il palmeto.
Proseguo verso sud, Palekastro, e poi giù verso Zakros. Salgo e scendo, e mentre salgo il cielo si fa scuro e comincia a piovere.
A Zakros, mi dirigo verso il mare, ancora una volta, e Kato Zakros, con il suo palazzo minoico. Questa la baia.
Ed eccoci quindi al primo palazzo minoico dell'isola (nel mio personale giro), quello di Kato Zakros, nascosto a poca distanza dal mare, tenuto così così, e ovviamente sgombro di visitatori.

20150623

Selma, Alabama

Selma - di Ava DuVernay (2014)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

1964. Martin Luther King, Jr. accetta, ad Oslo, il premio Nobel per la Pace. Solo qualche mese prima, il 15 settembre 1963, a Birmingham, Alabama, diversi candelotti di dinamite collegati ad un congegno a tempo avevano causato un'esplosione nella chiesa battista della 16esima strada, uccidendo 4 bambine (3 di 14 e 1 di 11 anni). La bomba era stata piazzata da quattro membri del Ku Klux Klan (secondo l'FBI): nonostante ciò, uno di loro (Herman Cash) non è mai stato accusato di niente (ed è morto nel 1994), il primo ad essere condannato (all'ergastolo) fu Robert Chambliss nel 1977, mentre per gli altri due, Thomas Blanton e Bobby Cherry, per la condanna a vita si è dovuto attendere fino (rispettivamente) al 2001 e al 2002.
Nonostante il diritto di voto agli afroamericani fosse stato già concesso, ancora allora, nel 1964, la maggioranza dei neri incontrava enormi difficoltà nell'essere iscritto nel registro dei votanti (soprattutto negli stati del Sud). King considerava l'accesso al voto fondamentale per la parità di diritti, e tutti quanti sapevano esattamente perché i neri incontrassero tante difficoltà; dopo il Nobel, quindi, incontra una prima volta il Presidente Lyndon B. Johnson (entrato in carica dopo la morte di JFK, di cui era Vice), per chiedergli direttamente la promulgazione di una legge federale per consentire ai cittadini neri di registrarsi al voto senza alcun ostacolo. Johnson risponde che non è il momento, e che ci sono in ballo progetti più importanti.
Inizia un braccio di ferro tesissimo. Hoover e l'FBI tentano ogni strada per screditare King (tentando soprattutto di minare il suo legame con la moglie Coretta); King tenta di tenere unito il movimento, messo a rischio anche dalla scelta oltranzista di Malcolm X (interessante la tesi del film, che scaturisce dall'incontro con Coretta da parte di X). Il Governatore dell'Alabama, l'iper razzista George Wallace (non stupitevi quando saprete che era un Democratico, i Dem statunitensi si opposero a lungo al Civil Rights Act, ma qui ci sarebbe da aprire un lungo excursus sulle posizioni segregazioniste adottate dai Dem nel Sud degli USA, spesso dettate dalla convenienza politica di raccogliere il voto dei bianchi), si oppone apertamente alle richieste di parità di diritti da parte degli afroamericani. In Alabama partono una serie di marce che serviranno a sollevare l'opinione pubblica degli interi Stati Uniti sull'uso indiscriminato della forza, da parte delle forze dell'ordine, contro i cittadini di colore.

Selma, candidato agli ultimi Oscar per la miglior fotografia e per la miglior canzone originale (Oscar vinto per quest'ultima categoria con Glory, di Common - che recita anche nel film - e John Legend), è un appassionato spaccato di un periodo storico statunitense non molto lontano, ma che è stato determinante per ovviare alle storture del sistema segregante e razzista che si era venuto a creare dopo l'abolizione della schiavitù, oltre ad essere un interessante affresco della relazione tra Martin Luther King e la moglie Coretta. Come ci si aspetta da un film del genere, la pellicola è molto lunga, molto complessa, piena di personaggi ovviamente realmente esistiti, e quindi non è quel che si dice, un colpo di fulmine. Troppo (ancora oggi, purtroppo) sentito il tema, troppo fresche le ferite degli incidenti e degli scontri che avvengono quasi giornalmente ancora oggi negli USA, troppo poco conosciuta la figura di King, ancora oggi, almeno qui da noi, per lasciarsi andare alle emozioni: il film racconta una storia si, dannatamente emozionante, fatta di persone che ancora avevano voglia e brama di sacrificare se stessi fino alla morte, per lasciare ai figli ed ai nipoti un'eredità fatta di parità di diritti, uguaglianza, insomma, un mondo migliore, ma naturalmente ha bisogno di mostrare il più possibile le trame che portarono ad un parziale miglioramento delle condizioni degli afroamericani, e questo non giova troppo alla fluidità dello stesso. Paradossale, lo so, perché necessario. Forse cosciente di ciò, la regista Ava DuVernay, anziché scegliere, che so, di fare da contraltare di tutti questi dialoghi, di queste trattative, un po' d'azione (limitata, in fondo, a qualche pestaggio o ad alcune marce), sceglie di rincarare la dose, e di giocare sul rapporto tra King e la moglie, regalandoci una figura del dottore meno superomistica e molto più umana, e per contro, una splendida figura femminile.
Cast interessante, fatto da esperti e da facce relativamente nuove: Tom Wilkinson è Lyndon B. Johnson, Giovanni Ribisi è Lee C. White, Tim Roth è George Wallace, Andre Holland è Andrew Young, Wendell Pierce è Hosea Williams, Cuba Gooding Jr. è Fred Gray, Dylan Baker è J. Edgar Hoover, Oprah Winfrey è Annie Lee Cooper, Martin Sheen è il giudice Frank Minis Johnson, mentre le due parti principali (King e la moglie) sono affidate a due attori inglesi, David Oyelowo (visto brevemente in The Last King of Scotland, nel reboot Rise of the Planet of the Apes del 2011, in Interstellar, già con la DuVernay in Middle of Nowhere e nominato a diversi premi per la sua interpretazione del figlio del protagonista in The Butler) e Carmen Ejogo, che se la cavano direi egregiamente. Alcune curiosità sulla Ejogo, già in Away We Go: è stata sposata con Tricky, è una discreta cantante, è stata sposata anche con l'attore Jeffrey Wright, conosciuto sul set di Boycott, film HBO del 2001 su M.L. King, dove Wright interpretava King, e la Ejogo interpretava, indovinate un po', Coretta Scott King.

20150622

Perù - Febbraio 2015 (34)

I partecipanti rimasti scendono un po' alla volta, ultima fermata vicino alla Plaza de Armas, scendiamo anche noi, il bus è troppo grande per infilarsi nella strada dove sta il nostro hostal. Scorrazziamo ancora un poco, incerti sulla cena, alla fine gira che ti rigira finiamo in un posto davvero di alta categoria, il Qorikancha, del quale vi ho detto qualcosa qui. Dria è ancora in preda alla fotomania.
Ci sediamo, come si può notare, in terrazza, il locale fornisce perfino le stufe per chi sente fresco. Scambiamo quattro chiacchiere con una coppia statunitense, ordiniamo. Prezzo alto, porzioni nouvelle cuisine, ma soddisfacente. Si tirano le somme, per me, si medita sulle prossime settimana, per Dria. Forse sto invecchiando, forse Dria ha avuto pazienza, forse sono andato sopra le righe poche volte, fatto sta che alla fine i momenti di tensione tra di noi non sono stati troppi, e la convivenza è andata bene. Il viaggio è di quelli che lasciano traccia, ma è ora di tornare (anche perché tra non molto me ne aspettano altri, seppur meno intriganti, meno lunghi e meno lontani). Si rientra con calma, siamo abbastanza stanchi, domattina c'è tutto il tempo di cercare un punto internet, fare il check in on line, preparare i bagagli, chiamare un taxi. Il volo da Cusco per Lima è pomeridiano, a Lima mi attende quello per Amsterdam dopo le 21.
Venerdì 21 febbraio
Ci svegliamo, facciamo colazione. Io scendo verso il centro, il punto internet nella strada dell'hostal apre chissà quando. Anche quello che trovo sta aprendo: mi chiedono di ripassare tra 10 minuti. Girovago. Torno. Entro mentre una ragazza che a me sembra più una bambina sta passando lo straccio sul pavimento. Sito LAN, check in. Fatto. Stampo. Sito KLM: check in. Al momento di ceccare, mi faccio tentare: con 70 euro in più, sul Lima-Amsterdam si compra il posto con lo spazio per le gambe. Ma dai, crepi l'avarizia, son 12 ore abbondanti e finalmente, 70 euro in più non mi fanno male. Lo prendo. Stampo. Salgo di nuovo verso l'hostal. Saldiamo il conto. Salderò il conto con Dria da casa, avevamo una cassa comune e alla fine, gli devo qualcosa. Manca ancora un bel po', ci sediamo nel patio e ci scambiamo gli ultimi convenevoli di questa avventura condivisa. Si parla di casa. Problemi di lavoro, chi ne ha troppo e chi ne ha troppo poco. Si fanno le 12. Come mi si conviene, parto per l'aeroporto con un anticipo epocale. Saluto Dria, e salgo sul taxi. Il tassista è loquace, e la breve corsa finisce per essere il più interessante spaccato sul Perù moderno: il tipo mi dice che, nonostante tutti i difetti, i politici, la corruzione, la povertà, questo che il Perù sta vivendo è un momento buono. C'è lavoro, ci sono meno poveri, molti che erano emigrati stanno tornando. Anche lui ha qualche parente emigrato in Italia, a Milano. Lo saluto e lui mi augura buon viaggio. L'aeroporto di Cusco è piuttosto essenziale, con qualche velleità. Faccio passare il tempo, mangio qualcosa. Passo i controlli, vado verso i gates: ci sono ritardi a raffica. Pare che i voli dall'interno abbiano subito forti ritardi a causa di temporali verso la selva. Ma, alla fine, il mio volo parte pressoché in orario. Faccio una foto di quelle che si fanno, come direbbe René Ferretti, "a cazzo di cane".
Il volo è tranquillo, sprazzi di sereno ampi e il posto al finestrino mi danno modo di apprezzare una parte di Perù dall'alto. L'arrivo a Lima, con virata sul mare e discesa sopra il porto di Callao, è suggestivo. E' quasi ora di cena, e mi mangio ovviamente una pizza (è pure venerdì). L'imbarco è lungo, del resto l'aereo è di quelli sui quali ci sono diverse centinaia di persone. Il posto, però, è una figata: finestrino, accanto ad una delle uscite di sicurezza, niente davanti per decine e decine di centimetri, accanto un posto vuoto, dopo il posto vuoto una donna che avrà qualche anno meno di me e che sembra la versione cattiva di Margherita Buy, però parla un inglese che mi pare d'Inghilterra. In realtà, parla poco, dorme (o meglio, cerca di dormire) molto, e si spara un whisky prima di rannicchiarsi sotto la coperta. Hostess e steward simpatici e professionali (uno di loro mi fa i complimenti per l'inglese, e pure se è una bugia a me 'ste cose mi fanno star bene - ad un certo punto, capito che so piuttosto bene pure lo spagnolo, mi chiede perfino la traduzione di life jacket, e faccio un figurone anche perché gli dico che l'ho imparato leggendolo sulle poltroncine degli aerei delle aerolinee di lingua spagnola), discreta l'offerta di film, ma c'è poco da fare, quei 70 euro sono tra quelli spesi meglio in vita mia.
Sabato 22 febbraio
Arrivo ad Amsterdam che comunque non vedo l'ora di farmi un massaggio sulle apposite poltrone a due euro. Mentre ci prepariamo per sbarcare, smarco le coincidenze "strette" che scorrono sui monitor dell'aereo, e provo ad indovinare quale sia quella della mia vicina di poltroncina. Le faccio la domanda: Londra o Manchester? E lei: Tel Aviv. Ah (Margherita Buy cattiva. Magari versione Mossad. Di sicuro, almeno l'esercito israeliano). Lancio il battutone: "Posto tranquillo". E lei, molto serena (spero abbia apprezzato il mio non esser stato per nulla invadente durante il volo): "Guarda, in Israele i miei figli girano da soli e io non mi preoccupo, se abitassi a Lima non sarei così tranquilla". Magari ha ragione lei. Stancamente mi appropinquo all'imbarco dell'Amsterdam-Roma, passa pure questo e ci siamo. Adesso c'è solo da uscire dall'aeroporto, posizionarsi davanti al T1, chiamare la navetta del parcheggio, farsi portare all'auto, e guidare per poco più di tre ore su una strada di merda (non che non ne abbia viste, in Perù, di strade di merda...). Però, piove, per chi si fosse dimenticato che siamo in febbraio (e che tra due giorni è il mio 49esimo compleanno). Va bene così. Chissà se piove anche ad Arequipa. Ci metto un po' per trovare il raccordo e l'A12, faccio le due telefonate che devo fare (babbo e sorella), mi fermo per mangiare qualcosa, fumo una sigaretta. Domani è domenica, ma forse è meglio se nel pomeriggio mi porto avanti, e vado a leggermi tutte le email arretrate di lavoro. Va bene così. Arriviamo a casa e dormiamoci sopra. Il Perù, ormai, è dall'altra parte dell'oceano.
Lo so, sono passati molti anni dai miei primi viaggi, le emozioni sono diverse, più controllate, anche lo scrivere è meno emozionato, di sicuro meno emozionante. Ma il brivido di piacere del ritorno, così come quella sensazione di incertezza alla partenza, c'è ancora. E la conoscenza che ne deriva, quella è senza prezzo. Per tutto il resto...
Alla prossima.

20150621

vincere a mani basse

Win Hands Down - Armored Saint (2015)

Ormai non ci possiamo più fare niente. Forse ha a che fare col fatto che la vita media si è allungata, forse con il fatto che i dischi non si vendono più. Come che sia, qualche giorno fa parlavamo di un progetto dove è coinvolto un ex Armored Saint, e adesso eccoci qua a commentare il ritorno di una band nata nel 1982. Sia chiaro, i Saint mi sono sempre piaciuti, che io sia un vecchio metallaro nonché tamarro dentro non l'ho mai negato, quindi non mi dispiace affatto la cosa, e però essendo obiettivo non vedo questi continui ritorni di buon occhio.

Detto questo, parliamo del disco. Che è un disco di heavy metal classico molto bello, suonato da musicisti dotati, che sanno scrivere canzoni. Già dall'inizio, con Win Hands Down che dà il titolo all'album, siamo di fronte ad pezzo eccezionale. Grande tiro, tutta la band in ottima forma, assoli magistrali, intrecci tra Jeff Duncan e Phil Sandoval (i due chitarristi) dal sapore maideniano, insomma un bell'ascoltare.
Il proseguo del disco conferma lo stato di grazia del quintetto. John Bush sembra non aver perso un briciolo della sua bella voce rock, e la sezione ritmica formata dal grande Joey Vera e dall'ottimo Gonzo Sandoval sciorina lezione di ritmica hard rock.
Come detto prima, possiamo discutere all'infinito del senso e della necessità di queste carriere infinite, fatte di iati e di "ripartenze" (come si dice oggi nel calcio). Resta il fatto che di certo, Win Hands Down non cambierà di certo la storia della musica: ma ci segnala che i vecchi Armored Saint, dopo aver resistito alle sirene di band più famose, e che hanno avuto più successo, poi aver capitolato per sfinimento, sono tornati assieme e provano probabilmente molto piacere nel continuare a suonare insieme. A suonare quello per cui sono nati: l'heavy metal.



It's almost unbelievable that a band born in 1982, after a couple of hiatus, after resisting during the first years to the sirens of Metallica (Bush and Vera was asked to join to the "four horsemen"), then after that many of them had joined and played with some different bands, they had come back together again and again. 5 years after "La Raza", here it comes this new "Win Hands Down", more convincing than "La Raza". This album is a real homage to their belief: heavy metal.
All the five members are in a state of grace, and the songs sound very good. I admit, it sounds a bit nostalgic, but I'm happy they are alive and well.

20150619

Perù - Febbraio 2015 (33)

Interessante anche il "tempio dell'acqua", in basso vicino all'entrata del sito archeologico, con una serie di canali e canaletti che convogliano l'acqua ad un'altra serie di vasche di varie dimensioni. Soddisfatti, ci riuniamo per tornare verso Cusco con un'altra strada; alcuni dei partecipanti rimangono e prendono il treno per Machu Picchu (escursione combinata), altri si fermano a Ollantaytambo per la notte (prenderanno il treno per Machu Picchu il giorno seguente).
Una fermata ad uno dei tanti mirador.
Ed eccoci all'ultima tappa, Chinchero, un piccolo villaggio immerso le verde, con una chiesa piuttosto antica per i parametri sudamericani, con delle rovine inca nei pressi, un mercatino tessile, e un'atmosfera che definire rilassata è un eufemismo.
Stiamo ovviamente parlando di calcio, con la guida
Si rientra verso Cusco, dove arriviamo in una mezz'ora. Si comincia a pensare alla cena, la nostra ultima insieme, per questa avventura.

20150618

cauterizzare

Cauterize - Tremonti (2015)

Mark Tremonti
, qualcuno ancora non lo sa, non ha nessuna parentela con l'omonimo imitatore di Corrado Guzzanti (o era il contrario?), ma è un chitarrista eccellente: votato per tre volte Guitarist of the Year da Guitar World, nel 2011 è stato inserito al quarto posto della classifica stilata da Total Guitar come quarto miglior chitarrista heavy metal di tutti i tempi. Fondatore dei Creed, poi degli AlterBridge, da qualche anno inarrestabile come songwriter, ha messo in piedi un'altra band a suo nome. Praticamente, negli ultimi 18 anni ha pubblicato 10 dischi (4 con i Creed, 4 con gli Alterbridge, 2 come Tremonti), e negli ultimissimi anni il ritmo pare decisamente aumentato. Cresciuto in una famiglia cattolica romana, famiglia di chiare origini italiane, preferisce liriche da bravo ragazzo con continui riferimenti (anche pacchiani, spesso) alla religione, al "bene superiore", all'amore eterno e all'amicizia come valore fondante della vita, orgoglioso americano con probabili tendenze repubblicane (ammetto che questo me lo sono immaginato vedendo la bandierina a stelle e strisce su alcune sue chitarre), il tutto non gli impedisce di citare Metallica, Testament, Pantera, Celtic Frost, Slayer, Mercyful Fate, Van Halen e Ministry tra le sue influenze musicali, e di prediligere un suono durissimo, abbinato alla ricerca di melodie "pulite", e di preferire sezioni ritmiche che pestino duro. Questo nuovo disco, a quanto dice lui, è stato registrato insieme ad altro materiale, che uscirà nel 2016 sotto il titolo di Dust.

Il disco non è male, come sempre. A noi, tamarri nell'anima, piace: lo sferragliare duro e "stoppato" delle ritmiche, la grancassa (spesso doppia) e il rullante che scandiscono forte il tempo, spesso speed, gli assoli fighi. SI conferma l'impressione avuta dal precedente All I Was: Tremonti ha messo in piedi questa band per pestare ancor più duro. Certo, non siamo di fronte ad un disco di death metal, intendiamoci. I pezzi sono mediamente ben scritti e piacevoli. Ognuno si può scegliere il proprio preferito (il mio è Sympathy, perché in fondo sono un tenerone), e via discorrendo.
La domanda, con la quale esco ogni volta dall'ascolto di un disco come questo, soprattutto conoscendo la carriera e la prolificità di Tremonti, è: ma perché non soffermarsi un po' di più, e scrivere un capolavoro? La risposta, forse, è tutta nelle mie vecchissime riflessioni su Yngwie Malmsteen: un chitarrista incredibilmente dotato, che però scriveva delle canzoni di merda. Ecco, qui siamo invece di fronte ad un chitarrista un poco meno dotato, che però scrive delle canzoni decenti. Non capolavori, ma decenti, e che ogni tanto azzecca anche qualche bel pezzo. Quindi, che fare? Ovvio, si punta alla quantità, più che alla qualità. Non fa una grinza.
Dimenticavo: nella formazione di questo disco, oltre ai soliti Eric Friedman alla chitarra ritmica e backing vocals, e a Garrett Whitlock alla batteria, c'è nientemeno che Wolfgang Van Halen al basso, data la defezione di Brian Marshall (avvenuta subito dopo l'uscita del disco precedente).



Mark Tremonti, co-founder and lead guitarist of Creed and Alter Bridge, as you probably know, started a new band, called Tremonti, some years ago. He is hyperactive as a musician and songwriter, so here we are in front of the second record of the band Tremonti; it seems that this record was recorded with another one, that will see the light in 2016, and it will call "Dust". Anyway, this "Cauterize" shows that Mark started a new band in order to play more loud, looking at thrash and speed metal, but without forget the melodic research that he loves. The album is enough good, and anybody can find here some favourite songs. The question is if it's not the case to wait a little longer, and searching for a masterpiece. But, maybe, Tremonti is a very good guitarist, but not a hell of a songwriter.