20091121

Lo


Lolita - di Stanley Kubrick 1962


Giudizio sintetico: da vedere


Il film si apre con Humbert Humbert che irrompe in casa di Clare Quilty, quest'ultimo palesemente ubriaco, reduce da una notte brava, e lo uccide sparandogli più volte. Poi, si torno indietro con un lungo flashback che spiega come si sia arrivati a quel punto.

L'europeo (non meglio precisato, ma supponiamo ovviamente inglese) professore e intellettuale Humbert Humbert, arriva a Ramsdale, nel New Hampshire, cercando un alloggio visto che è stato chiamato ad insegnare lì nei pressi. Bussa alla porta di casa Haze, dove la vedova Charlotte, affitta alcune camere. Charlotte, una donna estremamente lamentosa, curiosa, chiacchierona ed invadente, più che altro cerca un uomo. Humbert, cinico e con un senso dell'umorismo perfino cattivo, è dapprima molto infastidito dalla donna, cercando di non darlo a vedere, e deciso ad allontanarsi quanto prima da quella casa. Ma la donna lo conduce nel giardino: e lì, in costume da bagno, ampio cappello ed occhiali da sole, c'è Dolores, la figlia adolescente di Charlotte, detta Lolita, ed è splendida e ammiccante oltremodo, per essere una minorenne. Humbert cambia immediatamente idea, travolto dal desiderio verso Lolita, e prende la camera all'istante.

Pur di starle vicino, Humbert si trasforma dapprima nell'accompagnatore ufficiale di Charlotte, calandosi nella realtà della provincia americana, poi, andando nel panico al pensiero di non rivederla mai più (Charlotte manda Lolita al campeggio estivo, ad Humbert affidano un incarico lontano), subito dopo essersi spanciato dalle risate leggendo una lettera d'amore che Charlotte gli lascia, invitandolo ad andarsene se non ricambiasse il suo sentimento, decide di sposare Charlotte. Dopo aver progettato, scoperto nella sua passione da Charlotte che legge il suo diario, di ucciderla, rinuncia non sapendo cosa fare, ma la sorte pare aiutarlo: Charlotte esce di casa disperata e viene travolta da un auto. Humbert rimane tutore legale di Lolita.


So benissimo che non c'era bisogno di raccontare buona parte della trama, tanto la storia è famosa. Pensate, questa storia, scritta da Vladimir Nabokov nel 1955, e messa sullo schermo in bianco e nero da Stanley Kubrick, con sceneggiatura di Nabokov stesso, è entrata talmente nell'immaginario collettivo al punto che, se andate su un qualunque dizionario, alla voce Lolita troverete spiegato qualcosa del tipo "adolescente provocante, sessualmente appetibile anche da uomini adulti". Se non è leggenda questa...

Veniamo al film. Ovviamente morigerato, anche se ammiccante, vista la tremenda censura dell'epoca, il film è ben strutturato, direi in maniera moderna, a partire dall'apertura, il flashback subito dopo l'incipit, la coda dopo quattro anni, e la chiusura del cerchio con spiegazione della fine di Humbert. Il tono è continuamente in bilico tra noir e commedia, molto sarcastica, così come i commenti fuori campo di Humbert.

Non ci sono momenti di stanca, anche se il ritmo non è certamente da film d'azione: anche se conosciamo già la fine, lo spettatore è voglioso di sapere come ci si arriva, e l'ossessione di Humbert diventa disturbante, angosciosa; al tempo stesso, i comportamenti di Lolita risultano seducenti nella sua massima incoerenza.

Kubrick muove la macchina con grande eleganza, mostrando tutta la sua maestria, e gli attori rispondono alla sua direzione in maniera egregia: Shelley Winters (Charlotte) è fastidiosissima, James Mason (Humbert) è dapprima un ghigno sarcastico, dopo un vecchio disperato, Sue Lyon (Lolita) è...Lolita, perfettamente Lolita. Nota a parte per Peter Sellers, nei panni di Quilty: a parte il fatto che, in pratica, è l'alter ego del regista, è semplicemente straordinario nel suo trasformismo che anticipa il film seguente dei due (Sellers e Kubrick), Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba; aggiungerei una nota di merito al grande Giuseppe Rinaldi, doppiatore italiano di Sellers in questo film, che fa un lavoro straordinario.

Probabilmente non sarà la trasposizione perfetta, ma senz'altro un film completo sull'ossessione, questo si.

20091120

all'aeroporto


The Terminal - di Steven Spielberg 2004


Giudizio sintetico: da vedere


Viktor Navorski arriva all'aeroporto JFK di New York per portare a compimento un sogno del padre ormai defunto. Mentre è in volo, un colpo di stato, di fatto, "blocca" l'esistenza della piccola repubblica (ex sovietica, inventata) dalla quale proviene, rendendolo apolide e costringendolo ad aspettare (mesi) nel terminal dove è arrivato. Farà di tutto, nel terminal, dimostrando di essere un uomo integro e ammirevole.


Riflessioni. Spielberg non è Ken Loach, ma ha idee degne di rispetto, almeno, a giudizio di chi scrive. Il suo sguardo sugli immigrati in questo film sarà anche sdolcinato, ma ammirevole. Li ama, e questo è un bene.

The Terminal è una commedia; si ride e non ci si annoia; ma Spielberg è un maestro. Non è Lynch o Von Trier, è più "classico". Guardatevi (godetevi) i movimenti della macchina da presa nei primi 15-20 minuti del film. Le riprese d'insieme da qualsiasi angolazione danno il senso dell'imponenza dell'aeroporto e della quantità di persone che circolano. Dopo il primo impatto del protagonista con l'immigrazione nell'ufficio del responsabile Dixon (Stanley Tucci, ottimo nel risultare insignificante), con un ping pong di inquadrature, la scena madre: il carrello che gira attorno a Viktor, che non capisce una sola parola di quello che gli dice Dixon, e si sente perso.

Dopo, una raffica di cliché, ben messi in scena, qualche caduta di tono, qualche eccesso, un po' di retorica, ma Frank Capra ne sarebbe lusingato. Navorski è quello che vorremmo essere, Dixon è quello che siamo diventati. La sottile polemica sulla burocrazia arriva, ed è piacevole, il film difficilmente annoia.

Catherine Zeta-Jones sembra Meg Ryan mora, Hanks è a suo agio. E la prossima volta che una donna tentenna davanti alle mie avances le dirò "forse tu ha bisogno di occhiali".

20091119

delusioni


Lo so, non sono questi i problemi. E infatti, mi sono reso conto questa mattina che ieri sera si erano svolti gli spareggi per le nazionali di calcio che ancora si dovevano qualificare ai Mondiali 2010.

Ognuno, anche se l'Italia era già qualificata (e chi segue già saprà che chi scrive NON tifa Italia), ha vissuto la cosa dal proprio punto di vista. Ecco, stamattina mi documento, e scopro che un altro dei pochissimi calciatori che rispettavo dal punto di vista umano, mi ha deluso. E' così, la vita è fatta anche di questo. Non che mi metta a digiunare eh, intendiamoci.


Thierry Henry, nato a Les Ulis da padre proveniente da Guadalupe e madre proveniente dalla Martinica, grande giocatore, simpatico, simpatie di sinistra e portabandiera dell'antirazzismo, sempre pronto a festeggiare le vittorie con sobrietà e sempre il primo a consolare i perdenti o a stringere la mano ai vincenti senza astio, ieri sera si è reso protagonista di un gesto squallido. Ovviamente, rientra nella normalità, parlando di calcio: ogni tifoso sogna di vincere così una partita importante contro la squadra che odia. E quindi, tutto ciò dovrebbe farci riflettere.


Il gesto è questo:



E le dichiarazioni che seguono, sono a dir poco patetiche:

"Sono onesto, era fallo di mano. Il pallone ha toccato la mia mano nettamente"

"Non sono l'arbitro - si giustifica l'attaccante del Barcellona - Non sta a me giudicare" (ma vai a cagare! n.d.Jumbolo)

"L'Irlanda è un'ottima squadra - dice ancora Henry - si meritano tanto di cappello per come hanno giocato e per il valore dimostrato ma quello che contava per noi era la qualificazione" (ma ri-vai a cagare! n.d.Jumbolo)


Ripeto, son cose, in fondo, di poco conto. Sappiamo che il livello medio di intelligenza, coraggio, dignità della specie umana "calciatore", è quello. Però, visto che a volte ce ne sono alcuni che si distinguono, dispiace quando ci si rende poi conto che sono uguali agli altri, nella media.

Più che altro, dovremmo rifletterci sopra noi comuni mortali che, spesso, perdiamo l'obiettività dietro a questo (che dovrebbe essere) un gioco.

fuma fuma


Nicotina – di Hugo Rodrìguez 2005


Giudizio sintetico: si può perdere


Citta’ del Messico; un hacker (anche un po’ slacker, Diego Luna, ve lo ricorderete in ‘’Y tu mama’ tambien’’ e in ‘’The Terminal’’, anche se era in ‘’Frida’’, ‘’Open Range’’ e ‘’Prima che sia notte’’) innamorato della vicina di casa (Marta Belaustegui, spagnola attivissima nel suo paese, qualcuno la ricordera’ in Italia al fianco di Enrico Lo Verso nel, scusate il giochino, controverso ‘’L’Amore Imperfetto’’ di Giovanni Davide Maderna), la spia con telecamere e microfoni; nel frattempo, gli viene commissionato un lavoro, scaricare su un cd i codici di accesso al server di una banca svizzera, in cambio di 20 diamanti da dividere con i suoi complici.
Eseguito il lavoro con tranquillita’, il suo morboso sentimento verso la vicina provochera’ uno scambio di dischetti (nonche’ la ‘’rottura’’ con la vicina), e inneschera’ tutta una serie di omicidi, che maturano in situazioni grottesche e paradossali. Sullo sfondo, ma anche protagonisti, personaggi che si dividono in accaniti fumatori, contrari e pentiti schiavi della nicotina, che discettano sul fumo e sulla vita, pur rasentando la morte.

Umorismo macabro e qualche personaggio-caricatura interessante (la coppia di parrucchieri e quella di farmacisti), per un film che, nonostante l’intreccio e il fatto che si svolge praticamente in tempo reale (dalle 21,17 alle 22,50 della stessa sera), si rivela piuttosto noioso e senza ritmo.

20091118

Black Diamond - Kiss (Madison Square Garden 1977)

Per una serie di associazioni indebite, mi è tornato alla mente un ricordo lontano, ma indelebile. 2 settembre 1980, pomeriggio. Tra le 14,00 e le 18,00. Sono fuori dal Velodromo Vigorelli in Milano, insieme ad un vecchio compagno di classe delle elementari, col quale siamo rimasti legati da una grande amicizia. Ci lega anche la passione per i Kiss. E' il nostro primo concerto lontano da casa, e si sentono chiare le note del soundcheck: i Kiss stanno eseguendo Black Diamond, la parte di Peter Criss, presumo, la sta cantando Eric Carr (RIP), il nuovo batterista. La folla, già numerosa, è in delirio. Noi con loro. Ho i brividi.
Qui, ne apprezzate una bella versione.

povera patria


Leggendo i giornali di oggi.


L'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni (che il Corriere definisce "l'ambientalista al Senato", annamo bbene), chiamato a una audizione a Palazzo Madama per "spiegare" il vertice di Copenaghen sul clima (i senatori da soli non l'avevano capito?), punta il dito sul risparmio energetico. «Prendete questa stanza, fa un caldo tremendo, perché dobbiamo stare qui con 24 gradi - si è chiesto - quando potremmo vivere benissimo con una temperatura di 19-20 gradi, consumando la metà?».

Pensate che abbiano regolato la temperatura? Io dico di no. Ricordiamoci che nei rettilari c'è sempre molto caldo.


I miti dei bambini italiani di oggi: Belen Rodriguez e Valentino Rossi. Una escort di lusso e un grande evasore fiscale.

Per quanto pensate governerà ancora Berlusconi? Sbagliato. Di più.


Berlusconi deluso dalle continue esternazioni che danno l'impressione di una crisi nella maggioranza: "verrebbe voglia di dimettersi". Infastidito anche dalla protesta comandata da Di Pietro davanti a Palazzo Chigi, mentre pranzava col premier turco Erdogan, oltre a quella frase, si sarebbe lasciato scappare anche un giudizio sul fatto che viene «messa quotidianamente alla berlina l’immagine del presidente del Consiglio».

Ah. Ma fino ad ora dov'era, dormiva?


Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia per cui è stata chiesta l'autorizzazione all'arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, non si dimette: "l'unico che può decidere è Berlusconi". Ma il centralismo democratico non era una priorità dei comunisti?


Coraggio, compatrioti.

l'interprete


The Interpreter – di Sydney Pollack 2005


Giudizio sintetico: si può vedere


Silvia Broome è bella, algida, cool (va in giro a NY con la vespa). Lavora all’O.N.U., fa l’interprete. E’ nata negli USA, ma è cresciuta in un paese africano, vivendo l’instabilità della guerra continua, subendo gravi lutti. Un giorno, rientrando nel palazzo di vetro a prendere una borsa che si era dimenticata, ascolta una conversazione, nella lingua del suo paese, nella quale si progetta l’assassinio del Presidente Zuwanie, proprio quello del paese che ha lasciato, il Presidente che lei odia, presidente che di lì a poco parlerà alle Nazioni Unite, contro chi lo accusa di genocidio. Tobin Keller è l’agente che guiderà le operazioni di sicurezza; viene incaricato di indagare su Silvia, e poi, quando la sua testimonianza verrà confermata, di proteggerla. Keller però, sente che Silvia gli nasconde qualcosa, nonostante creda alla sua buona fede. Entrambi hanno subito “torti” dalla vita, ma ci metteranno del tempo ad entrare in sintonia. Nel frattempo, l’intreccio dietro al Presidente Zuwanie si complica, mietendo vittime innocenti anche negli USA.

Una sorta di spy story, venata di riferimenti al presente, segna l’ennesimo film di Pollack, che come sempre dirige alla perfezione un prodotto gradevole, dal buon ritmo, segnato da due ottime interpretazioni (quasi impossibile il contrario) dei protagonisti Nicole Kidman, sensuale anche vestita casual, e Sean Penn, abbonato ai ruoli da persona segnata dalla vita. Flashback funzionali, anche se un po’ eccessivi, ci spiegano alla perfezione il passato di Silvia, oppure ci svelano il loro significato durante lo svolgimento del film (come quello dell’incipit).

Fotografia nitida ed elegante, paure attuali e il politically correct che trionfa, alla fine. Sarebbe lecito pretendere qualcosa di più, da un fuoriclasse.

Un film perfetto, ma che non esalta.

20091117

playlist - sui supporti porta-mp3

Alanis Morissette - Jagged Little Pill Acoustic
Alice In Chains - Black Gives Way To Blue
Carmen Consoli - Elettra
Converge - Axe To Fall
Co' Sang - Vita Bona
Creed - Full Circle
Crucified Barbara - In Distortion We Trust
Crucified Barbara - Til Death To Us Party
Florence And The Machine - A Lot Of Love, A Lot Of Blood
Florence And The Machine - Lungs
Gallows - Grey Britain
Glasvegas - Omonimo 2008
Gorgoroth - Quantos Possunt Ad Satanitatem Trahunt
Green Day - 21th Century Breakdown
Hardcore Superstar - Bad Sneakers And A Piña Colada
Hardcore Superstar - It's Only Rock'n'Roll
Hardcore Superstar - Beg For It
Hermano - Dare I Say
Holly Williams - Here With Me
Il Teatro Degli Orrori - A Sangue Freddo
Isis - Wavering Radiant
Juliette Lewis - Terra Incognita
Kings Of Leon - Only By The Night
Kiss - Sonic Boom
Loli Molina - Los Senderos Amarillos
Macaco - Puerto Presente
Madeleine Peyroux - Bare Bones
Mala Rodriguez - Alevosia
Mastodon - Crack The Skye
Melody Gardot - My One And Only Thrill
Michael Bolton - Greatest Hits 1985-1995
Ministri - Tempi Bui
Muse - The Resistance
Neffa - Sognando Contromano
Paolo Nutini - Sunny Side Up
Paradise Lost - Faith Divides Us Death Unites Us
Paramore - Brand New Eyes
Pearl Jam - Backspacer
Piotta - S(u)ono Diverso
Rise Against - The Unraveling
Slayer - World Painted Blood
Soulsavers - Broken
Taylor Swift - Beautiful Eyes
Taylor Swift - Fearless
The Dead Weather - Horehound
The Donnas - Greatest Hits Volume 16
The Hellacopters - Cream Of The Crap! Vol.1
The Hives - Live At The Wireless
The Raveonettes - In And Out Of Control
Thursday - Common Existence
Tinariwen - Imidiwan Companion
Tom Waits - Glitter And Doom Live
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Unida - The Great Divide
White Lies - To Lose My Life

Capitalismo: una storia d'amore




Capitalism: A Love Story - di Michael Moore 2009


Giudizio sintetico: da vedere


Il ragionamento, contenuto nel sito ufficiale, non fa una grinza, ed è piuttosto semplice. A 20 anni di distanza dal suo primo docu-film Roger & Me, Moore, che ha se non inventato, messo a punto un nuovo modo di fare cinema e informazione militante insieme, allarga l'obiettivo. Non c'è più solo un'azienda e il suo modo di mettere in ginocchio un territorio, con la sua assoluta mancanza di scrupoli. Adesso, in gioco c'è l'intero sistema capitalistico, e la crisi ancora in corso offre il fianco per una spietata critica. Gli USA, e con loro tutti quei paesi che ne seguono le orme (ma, curiosamente, Moore ci immagina al fianco di Germania e Giappone in uno sviluppo molto lontano da quello statunitense, soprattutto perchè possediamo una Costituzione moderna, e qui vi lascio il tempo di ridere, o piangere, come volete; punto curioso da ricordare a molti che fingono di dimenticarselo: NOI LA GUERRA L'ABBIAMO PERSA!!), hanno in pratica avuto una storia d'amore con il sistema capitalistico, e adesso si stanno lentamente rendendo conto che il capitalismo li ha traditi, e spesso li ha lasciati senza niente.


Moore, forte ormai di una fama mondiale, si spinge ai limiti, le gag ai piedi dei palazzi del potere rasentano il rischio dell'arresto (spettacolare quando recinta Wall Street con la fettuccia gialla che la polizia statunitense usa per recintare la scena del crimine), e come contraltare, le scene di disperazione sono sempre più spietate (famiglie sfrattate da operatori che sono in evidente difficoltà, perchè la loro sorte non è così diversa). Moore non esita ad usare perfino la sua famiglia: porta il padre, ormai molto anziano, ad osservare i cumuli di macerie della fabbrica dove ha lavorato per oltre 30 anni, e gli fa domande su come ci si trovasse.

Come ho già detto in occasione di altri suoi film, sono di parte, dalla sua parte, per cui prendete questa recensione con le molle: non sono obiettivo, soprattutto perchè quando Moore documenta la lotta degli operai (molti dei quali immigrati) di una fabbrica di Chicago, durante l'elezione di Obama, che per non venir licenziati senza indennizzo occupano la fabbrica stessa, mi sono messo a piangere e a singhiozzare come un innamorato appena mollato dalla fidanzata che pensava di sposare, e con la quale aveva già comprato la cucina per la casa nuova.


Non c'è niente da fare: Michael Moore è un idolo assoluto, per chi ancora pensa che l'uguaglianza e il rispetto per la dignità umana, sia fondamentale. Non voglio aggiungere altro: sarebbe tutto superfluo. Andate a vedere Capitalism: A Love Story. Passo e chiudo.

20091116

das weisse band


Il nastro bianco - di Michael Haneke 2009


Giudizio sintetico: si può vedere


Germania del nord, anni immediatamente precedenti alla Prima Guerra Mondiale. In villaggio di fede protestante, "comandato" dal Barone, il proprietario terriero locale, il Dottore subisce un curioso infortunio: di ritorno dalla sua cavalcata quotidiana, il suo cavallo cade su una fune invisibile, tesa tra due alberi. Il Dottore si frattura una spalla, e deve rimanere in ospedale per un po'. A partire da questo fatto, ne accadono altri, ben più atroci; raccontandoci il succedersi delle stagioni, e i fattacci del villaggio, Haneke ci illustra quello che accade dentro le case, anzi, ce lo accenna. Per fare ciò, si avvale della voce fuori campo del Maestro di scuola, ormai invecchiato, che racconta quegli anni della sua formazione, fino ad arrivare alla Guerra, che irrimediabilmente, cambiò tutto.


Pare fatto per dividere, questo nuovo film dell'austriaco Haneke, regista di culto, specializzato in storie di violenza senza essere un regista splatter, e in rapporti morbosi. Anche se la forma porta, in parte, elementi a lui già riconosciuti (freddezza e scene tagliate repentinamente, dialoghi secchi, espliciti, intellettuali e spesso agghiaccianti per la loro durezza), altri, come l'elegante bianco e nero (che, come notano i più bravi, è un colore desaturato) e il rigore, richiamano registi storici e importanti, come fanno notare eminenti critici, e pure critici meno famosi (Bergman, Dreyer, Bresson). A me, molto più modestamente, ha ricordato, nell'insieme, il Dogville di Von Trier. Haneke ha personalmente sottolineato che la sua intenzione era quella di indagare sul seme che portò la Germania al Nazismo: forse era il caso che lasciasse fare uno sforzo al pubblico.


Detto questo, il film si presenta pressoché impeccabile dal punto di vista formale, diretto con mano ferma e recitato diligentemente, col giusto mix tra pathos e teatralità richieste dalla storia e dal contesto, da tutto il cast; ci sono momenti importanti, forti, qualcuno indimenticabile (per chi scrive, il dialogo tra il Dottore e la Levatrice, puro Haneke, puro sadismo). L'intenzione è rispettabile, nonostante sia stata "suggerita", come detto prima.

La freddezza, tipica del regista, in questo caso crea qualche problema in più del solito, e l'eccessiva lunghezza, unita al ritmo soporifero, rappresentano invece le parti deboli del film; il finale che non conclude lascia perplessi, ma conferma che l'intenzione di Haneke non era quella di fare un film giallo, bensì un indagine antropologico-comportamentale, che, oso, può andare anche al di là del concetto espresso e sottolineato dal regista stesso, anche se l'operazione appare esasperatamente didascalica.

Qualche dubbio sulla Palma d'Oro a Cannes, ma ricordando che la Presidente di Giuria era Isabelle Huppert, si può capire. Del resto, siamo umani, per cui, fallaci.

20091115

mostri del folk

monsters of folk. album omonimo.
la mia predisposizione per la voce di jim james qui assieme a conor oberst dei brigth eyes.
piccole perle folk, alcune di coheniana memoria, profonde a tratti, pulite, cantate anche a due voci, intense, riverberate.
cosa dirà il mio amico monty?

col sangue


Esce questo mese il nuovo, secondo, disco dei napoletani Co'Sang; chi segue questo blog sa che chi vi scrive apprezza molto il duo, da tempi non sospetti. Il disco, dal titolo Vita Bona, è all'altezza del primo, e vale la pena, come per il primo, di fare lo sforzo di tentare di capire cosa ci dicono con il loro dialetto napoletano, neppure troppo stretto.

E' piuttosto rappresentativo il testo della traccia intitolata Mumento d'onestà, che ho recuperato su questo sito. Ve lo allego, insieme a quello del pezzo che apre il disco, 80 90. Provate a leggerli, il testo è stato in parte "tradotto". Troverete storie e teorie interessanti. Mancano purtroppo i due momenti parlati del secondo pezzo, che chiariscono meglio, ma pazienza, così magari ascolterete il disco. Vi dico solo questo: uno dei due, che ancora non riconosco solo all'ascolto, domanda due cose. Perchè nella colonna sonora di Gomorra ci sono solo melodici napoletani, che tutti conoscono come collaborazionisti (con la Camorra), e come è possibile che il regista abbia potuto girare alle Vele. Domande alle quali Garrone dovrebbe rispondere...


80 90

L’inizio degli anni 80 , il boom della roba nelle fiale

Una Delta nel viale riflette con gli sportelli undici piani

tra le mani dei principianti coltelli, bravi ragazzi coi bazooka

non ci ha a che fare nessuno, non pagano e consumano

Nei pantaloni i volti di Alessandro Volta accartocciati

Chi si è risolto respira, io mi ricordo ufficiali

contusi da pentole buttate dalle finestre, simbolo di protesta per impedire l’arresto…

Impari questo: “Stai zitto!”, pulisciti la Stan Smith

I vandali bevono pasta di mandorle, vendono lastre di marmo

Comprano un attico in un attimo smontano le macchine nei box, fottono le tattiche dei Nocs

Di notte lo Scarab fa 50 nodi, lo scafo dei Carramba se la fa a nuoto

Affoghi se ti giri indietro, il fuoco del bidone scalda

Scatoli di bionde, dopo il terremoto voto di scambio

E scippi sotto le cabine della SIP

RIT

Se potessi retrocedere, pulirei a chi è innocente

la fedina dall’ingiustizie e le indecenze di due decenni


Mentre crescevamo , i boss si sedevano a San Remo di fianco agli onorevoli

e poi raccontavano e noi sentivamo….

i killer nei Moncler , i chilometri nelle Nike Silver,

i primi baci e poi la paura dell'Euro

Una nazione intera davanti alle notizie

2 bombe fanno fuori la giustizia

cortei e blitz , era solo l'inizio dello sfizio di fare reati, l'edilizia popolare,

Berlino si univa, per noi è storia lontana

I cani con i collari borchiati , il rione è un teatro

e gli attori sono animali impazziticon le tute dell'Umbro addosso

I fari lunghi, cerchi d'oro appesi alle orecchie,

io mi perdevo nei cerchioni argento delle serie 3

Cresciuto dove la galera è un obiettivo

e gli obiettori sono piu' pochi dei pentiti,

le vergogne dei partiti,

l'Iraq, Città Mercato, finisce l'Apartheid

ma qui, Mary è per sempre una puttana….


Mumento d'onestà

Mai fatto corso di dizione? Funziona se fai le fiction

Vai a lezione di poliziotto, approfitti per i soldi dell’Area Nord

Ma che te ne importa? A partire da chi per i movimenti illegali si è sfregiato,

si è impicciato, legge il giornale,

L’ultimo anno inizia a contare i giorni, con gli altri passeggia col pigiama

E già, piccola, che intenzioni hai?

Lap dance o pap test?

Non sono per te se non appartengo o non mangio

col manganello per non farmi mancare niente

Ti giri e per magia vedi cantanti magistrati

Marciano e vogliono sfruttare la scia di un marchio registrato

Sono pallidi in viso, squallidi si camuffano

Neanche le palle di fare gli informatori dei puffi

Necronomi a tempo coi metronomi

Performance erotiche da un’eroinomane

Prestanomi nei popoli nomadi, non sai l’enorme emergenza dei Rom

E’ l’ottava municipalità, e noi lottiamo per emanciparla

Non rilascio interviste per la DDA

Non puoi intimidirci, non ci fai tentennare

Dannati scopriamo gli inganni, magari indovinando

Senza bonifici giganti, politicanti e bodyguard

RIT

E’ necessario un momento d’onestà

Voi fate i nomi del sistema e non quelli dello Stato

Per questi quartieri siamo stelle sotto il soffitto

E questa è la roba più vera che abbiamo mai scritto


Non vendiamo sogni al nostro popolo, lo facciamo sognare senza ipocrisia

Ma la senti la poesia?, strunz!

Tu che ti appropri di una cosa che non è tua

Ora è una moda accusare la criminalità organizzata

senza rispetto per chi soffre, io penso che dovreste solo ringraziarla

per la notorietà che vi ha dato

E con questo non mi sto schierando, ma dimmi, che faresti se non ci fosse?

Cosa diresti nei testi? Saresti capace di sentirti artista ugualmente?

La fama è una lunga strada e questa è la scorciatoia piu' banale

Le categorie sono buone per chi non ha identità,

te lo dico io che sono quello che non sarai mai

E se il dissing è rivolto a me ma non fai il nome, non lo rispetto

Leggi i testi come la Bibbia attentamente

e prova a fare un po’ di soldi

mettendo qualcosa di nuovo nelle canzoni

Una metafora, o un singolone per tutta la nazione

Agendo in un vulcano scoppiato molto prima di Saviano

Viaggiamo con l'autostrada pagata

"Il Professore" ha insegnato qualcosa a "Gomorra " quest'anno

Devo colpire chi lucra sul mio dialetto

Annientando carriere, svegliando quartieri

E ogni fan è un figlio. E il messaggio è una fede.

btls

dei beatles mi piacciono tutte le canzoni tranne una:
michelle.
evvvelodovevodì!

eboli e dintorni


Cristo si è fermato a Eboli - di Francesco Rosi 1979


Giudizio sintetico: da vedere


Nel 1935, il pittore, scrittore nonché medico Carlo Levi, dopo due arresti per attività antifasciste, verrà mandato al confino (in vacanza, come direbbe il nostro attuale Primo Ministro) dapprima a Grassano (Matera), poi ad Aliano (sempre in provincia di Matera), chiamata Gagliano rispettando la pronuncia locale. Il film di Rosi è ispirato dal libro omonimo, una specie di memoriale di quel periodo scritto dallo stesso Levi, libro che possiamo tranquillamente definire come uno dei più famosi libri italiani, al punto che ne esistono infinite ristampe ed edizioni scolastiche.


Ennesima (e fruttuosa) collaborazione di Rosi con l'immenso Gian Maria Volonté, l'imponente film (quasi due ore e mezzo) descrive in maniera asciutta la vicenda, rispettando l'idea del testo, e riesce a comunicare perfettamente l'intento dello scrittore. Dal punto di vista tecnico si possono fare alcuni piccoli appunti, ad esempio, le "concessioni" poetiche, formate soprattutto dalle carrellate sulle campagne e sui colli, contengo spesso sbalzi della camera, così come il suono è spesso "ondivago", ma in definitiva il lavoro nel suo insieme non viene intaccato. La presa di coscienza dell'intellettuale Levi verso la civiltà contadina, inserita nel contesto storico-politico al quale lui si oppone con la forza della ragione, unita al sempre più forte attaccamento agli stessi abitanti di Aliano da parte sua (lo dimostrerà in maniera postuma, facendosi seppellire lì, mantenendo una promessa, quella di tornare, che non aveva potuto rispettare in vita, in quel cimitero dove lui andava a cercare fresco e tranquillità), va di pari passo con gli accadimenti italiani, che lì arrivano filtrati e appaiono distanti anni luce.

Montaggio un po' forzato, al punto che il film non è molto fluido (vedasi per esempio l'episodio del sanaporcelle, che dà l'impressione di essere avulso dal resto), grande prova di Volonté, signorile e ironico nei momenti di confronto con altre "convizioni", religiose e politiche, fortemente interessato alle tradizioni dei contadini, scettico con rispetto davanti alle credenze popolari, e, a dispetto del minutaggio ridotto (rispetto a quello di altre figure maschili), due figure femminili straordinarie punteggiano il film con grande forza: Lea Massari nei panni della sorella di Levi, Luisa, e una intensa Irene Papas nei panni di Giulia, la governante con alle spalle 17 (diciassette) gravidanze.

20091114

update


Per la rubrica "non frega a nessuno", aggiornamenti su mio nipote.

Venerdi della settimana scorsa, per la prima volta, ha dormito senza i suoi genitori. Ha scelto di dormire con me, a casa mia. Tutta la famiglia era in apprensione (telefonate e sms da mia sorella e mio padre). Io, invece, avevo solamente sonno.

Dopo aver cenato da mia sorella, l'ho portato a casa, poco dopo le 21,30; lui era già stanco e alle 22,00 siamo andati a letto. Abbiamo dormito insieme nel 2 piazze. Alle 0,26 mi sveglia toccandomi la faccia e mi fa: "si fa colazione?". Guardo il cellulare e gli dico: "è sempre buio, dormi".

Durante la notte prende tutto il letto, dorme in diagonale, e il massimo lo raggiunge quando, verso forse le 4,00, mi sveglio perchè sento qualcosa di duro sotto la testa. Stava dormendo per largo sopra i due cuscini, e aveva le gambette sotto la mia testa (non so come avesse fatto a mettercele).

Alle 6,20, sfinito, ho dovuto capitolare e fare colazione insieme a lui.


Stamattina, invece, dopo una mattinata tutto sommato tranquilla (mia sorella me lo lascia verso le 8,45 quando va a lavorare), siamo usciti verso le 11,30 (alle 12,00 lo lascio dalla suocera di mia sorella per il pranzo) in macchina perchè volevo passare in farmacia per qualcosa per il mal di gola. A parte che ha voluto usare la bilancia, una bilancia che misura anche l'altezza, e che la bilancia non ha "trovato" la sua testa e quindi ha segnato altezza 0 cm., ma peso 18,8 kg, come al solito ha voluto ascoltare solo Blow Your Mind dei Monster Magnet, suo pezzo preferito, che ormai canta a memoria. Ad un certo punto, come faccio spesso ma senza riuscire mai ad avere successo, gli chiedo se vuole ascoltare qualcosa d'altro. Stamattina, stranamente, acconsente. Decido che tento il tutto per tutto, o la va o la spacca: metto il nuovo dei Converge, Axe To Fall, un disco dove il quartetto di Salem, sembra una battuta, si riavvicina al metal classico, e nei primi pezzi del disco fa una specie di compendio di tutti i generi estremi, richiamando ora gli Iron Maiden, ora gli Slayer, ora l'hardcore-punk classico anni '90, mantenendo comunque un'atmosfera decadente e post-atomica.

La risposta di mio nipote è straordinaria. Mima l'attacco di batteria dell'iniziale Dark Horse e sentenzia che da qui in avanti vuole ascoltare solo questo disco.

Gli spiego alcune cose sui Converge e gli dico che la loro musica è "arrabbiata". Lui prende atto. Gli spiego che non sono arrabbiati con lui, ma con il sistema. Più o meno.

Memorizza la parte di basso di Axe To Fall perchè, dice, la vuole far sentire alla nonna. E quando lo porto dalla nonna, lo fa davvero.

sogno o son desto?


B.B. & il cormorano - di Edoardo Gabbriellini 2003


Giudizio sintetico: si può vedere


Ricordate "Ovosodo" di Virzì? E il protagonista, Edoardo Gabbriellini?

Il livornesissimo Gabbriellini pare si sia montato la testa, e chissà, forse qualche motivo valido ce l'ha.


B.B.& il cormorano (BB sta per Bugs Bunny, che appare sulla federa del cuscino usato dal personaggio di Mario l'idraulico, interpretato da Gabbriellini stesso) è il suo primo film da regista, ed è un film lieve e onirico, vagamente felliniano e, strano a dirsi e a sentirlo, delicatissimo anche se i personaggi sono quasi tutti livornesi schietti, e quindi pesanti nel linguaggio come una carriola di cemento.


Tutto girato tra Livorno e Pisa (il porto di Livorno, l'aeroporto di Pisa, il litorale tra i due capoluoghi toscani così vicini da toccarsi e da odiarsi di conseguenza), in scenari così poco belli ma così veri, e con dialoghi così normali ma cosi buffi, il film è forse uno dei pochi prodotti italiani che si avvicina a quel cinema "etnico" tipico della ex Unione Sovietica.


Si ride davanti alle storie strampalate di questi personaggi ai confini della realtà nei film, ma tanto simili alla gente comune, e ci si ritrova a sperare che la storia d'amore tra Gaia e Mario decolli, perché poi, tutto il resto, i debiti, il lavoro, la pazzia, non conta.

Sullo stesso piano c'è solo un'altra cosa.

Il sogno.

20091113

I was there

Green Day + Prima Donna, Casalecchio di Reno - Bologna, Futurshow Station, mercoledi 11 novembre 2009

Come dice l'amica che mi accompagna a questo concerto, mentre torniamo verso casa, chissà se quando hanno cominciato a suonare, i tre Green Day si immaginavano di arrivare fino a qua. Mercoledi 11 novembre, al palasport di Casalecchio, gremito fino alla capienza di legge (si parla di 13mila persone), abbiamo assistito ad un classico concerto rock: volumi alti, belle canzoni, divertimento, cazzeggio, omaggi a grandi band del passato, coinvolgimento totale, cori, pubblico in delirio, e immancabilmente giovani ragazzine urlanti sugli spalti e sotto il palco. Ma gli occhi attenti di persone che hanno sulle spalle decenni di concerti e chilometri di strada, notavano una fortissima trasversalità degli spettatori: questa volta i genitori non lasciavano i e le più giovani all'ingresso, per riprenderseli a concerto finito. C'erano famiglie intere, magari non nel parterre, ma sulle gradinate. Esempio classico, il padre rocchettaro, la madre divertita e il figlio/la figlia/i figli anche lui/loro fan(s) dei Green Day. Un po' quello che vorremmo sempre vedere allo stadio per il calcio, ma questa è un'altra storia: qui si tifa tutti per la stessa squadra.

Figuraccia dell'organizzazione, che dopo ripetuti annunci per l'orario anticipato dell'inizio del concerto, e conseguente apertura anticipata dei cancelli (ore 18,30), apre i cancelli in ritardo, e cioè oltre le 19,00, facendo creare lunghissime file di spettatori che subiscono il freddo bolognese, e penalizzando leggermente la band che apre il concerto (alle 19,30), i Losangelini Prima Donna, 5 elementi dal look post-glam, ma che musicalmente assomigliano ad una cover band di Paul Anka col distorsore.

L'attesa si taglia col coltello, per usare un luogo comune, e alle 20,50 circa ecco che le note di Song Of The Century annunciano l'arrivo dei tre di Berkeley, che attaccano a suonare ovviamente con 21st Century Breakdown. La risposta del pubblico è fragorosa fin da subito. C'è da sottolineare, anche se i più accorti se lo immaginano, che i tre non sono esattamente tre. Sul palco sono in sei: oltre a Billie Joe, Mike e Tré Cool, ci sono Jason White alla chitarra, Jason Freese (tastiere, sassofono, fisarmonica) e Mike Pelino, chitarra soprattutto acustica e cori. Qui il primo (dei pochissimi) appunti che mi sento di muovere: da una band di sei elementi ci si aspetterebbe molto di più, sia a livello di armonia, sia a livello di impatto, di ricercatezza e di arrangiamento. E invece, i pezzi che riescono meglio sono quelli dove suonano in quattro, i tre componenti base più Jason White. Qualcosa da migliorare in futuro.
Com'è, come non è, il vostro inviato preferito, nonché critico per eccellenza su tutto e tutti, nonostante l'inizio lo lasci un po' dubbioso (sto parlando di me in terza persona, e so che non è bello, ma rimedio subito), si ritrova gli occhi umidi al pezzo numero 7 (senza contare l'intro), dal titolo Are We The Waiting, già nella prima parte dedicata soprattutto agli ultimi due album, per alcuni quelli della maturità, per altri quelli del tradimento e della "via commerciale".
Are We The Waiting, pezzo ruffiano e anthemico, perfetto per un concerto, è un po' lo spaccato di un concerto dei Green Day. Il punk, se mai c'è stato, è nei ricordi, nell'attitudine un po' cazzara, ma a livello musicale, nonostante almeno i tre componenti ufficiali dimostrino, ancora una volta, la loro pochezza tecnica (altro elemento punk, se vogliamo), ci sono superbe e semplicissime canzoni rock che citano continuamente, e forse talvolta inconsapevolmente, tutta la storia del rock. Altra dimostrazione la si ha un po' più avanti in scaletta, nel "momento juke-box", dove Billie Joe accenna diversi pezzi storici come, tra gli altri, War Pigs dei Sabbath, o eseguendo una strofa più ritornello di Highway To Hell degli AC/DC (e qui, devo dirvelo, mi sono venuti brividi di piacere sentendo il pubblico cantarla in coro perfettamente, tenendo conto dell'età media), e soprattutto nella tag infinita posta in mezzo ad una versione straripante e spassosa di King For A Day, contenente di tutto, da I'll Be There dei Jackson 5 a Hey Jude (ovviamente dei Beatles), da Shout degli Isley Brothers a (I Can't Get No) Satisfaction (ovviamente degli Stones). Qui, è importante dirlo, perchè a me piace da sempre ascoltare attentamente pure quelli che amo chiamare ancora i "nastri", la musica prima del concerto, assumono un significato particolare Don't Stop 'Til You Get Enough (Michael Jackson) e Surrender (Cheap Trick).
La scaletta dura più o meno due ore e venticinque minuti (20,50-23,15), anche se, calcisticamente parlando, di "gioco effettivo" ce n'è meno (ne parliamo tra pochissimo), ma, davvero, si stenta a trovare un momento di noia, di calo d'attenzione, e non è solo merito degli strilli delle ragazzine (e io che pensavo che non mi ci sarei mai ritrovato, a vedere band che hanno fra il pubblico ragazzine urlanti): il ritmo dei Green Day è incessante, e i pezzi tutti di grande impatto.

Altro punto forte del concerto, l'attitudine di Billie Joe Armstrong, che tiene in mano il pubblico con il suo carisma e la sua simpatia, più con i gesti e le espressioni che con le chiacchiere, a differenza di molte altre rockstar, e con una dose di ruffianeria che gli si può concedere. Ma non solo: le trovate sceniche, che sono vere e proprie gag, mi hanno strappato più di un sorriso, a me che spesso mi guardo intorno e quasi mi vergogno di non smuovermi più per nessun motivo.
Bambini sul palco, fan che prendono il microfono e cantano una strofa di un pezzo, addirittura tre che suonano chitarra, basso e batteria (in maniera più che dignitosa!), con annesso stagediving al momento di lasciare il palco per tornare in platea, tutto questo su esplicita richiesta di BJ; e poi, oltre alle classiche trovate sceniche spettacolari come le esplosioni, i fuochi d'artificio, le fiamme, i coriandoli, un palco enorme e funzionale, un impianto luci super usato con dovizia, uno sfondo con scenari suggestivi e dove si susseguono immagini proiettate e create sul momento da un buon regista, quelli che voglio definire gadget. Passi per i fucili ad acqua giganti, sfoderati sempre da BJ, alternati con i tubi di gomma con relativo rubinetto, sempre per sparare acqua sulle prime file, sia per rinfrescarle sia per disturbarle, ma il ventilatore spara-carta igienica (vedi foto di Angela in merito), che disegna figure astratte srotolando, appunto, i due rotoli posti ad una delle estremità, e soprattutto il fucile spara-magliette, col quale BJ distribuisce, appunto, t-shirt lontanissimo dal palco, fanno tutti parte di uno spettacolo grandioso, anche pacchiano se volete, ma divertente e, come già detto, mai noioso.

Primo gruppo di bis con una superba versione di Jesus Of Suburbia, il loro indiscusso masterpiece, secondo con BJ solo con la chitarra acustica, ad eseguire Last Night On Earth, Wake Me Up When September Ends e Good Riddance (Time Of Your Life), e saluti senza troppi convenevoli (anche se BJ aveva espresso più volte un grande apprezzamento per il pubblico italiano), chiudono una serata memorabile. Ci avviamo verso casa, lungo il Boulevard Of Broken Dreams...

baenken


La panchina - di Per Fly 2000


Giudizio sintetico: si può vedere


Danimarca: Kaj vive ai margini della società. Disoccupato, o comunque "poco" occupato, con tendenza a perdere anche quei brevi incarichi che gli vengono assegnati, molto alcolizzato, passa più tempo sulle panchine che a casa, dove ovviamente regna il disordine.

Ha un amico, Stig, e qualche "conoscente", sempre e soprattutto di bevute.

Improvvisamente, in un appartamento vicino al suo, in fuga dal marito che la riempie di botte, ecco che arriva Liv, che chiede ospitalità a Kim, appunto un vicino di Kaj. Liv si porta dietro il figlio Jonas, costretto a vedere le violenze del padre e ad essere sballottato in giro dalla madre.

Kaj ha l'impressione che Liv sia la figlia che lui ha abbandonato quasi vent'anni prima; quando, per cortesia di buon vicinato, lui e Stig si occupano per una giornata intera di Jonas, che Liv non sa dove lasciare per andare a lavorare, si risveglia in lui la speranza: quella di riuscire a fare qualcosa se non per cambiare vita, quantomeno per espiare in parte le sue colpe.


Primo lungometraggio del danese Per Fly, e prima parte della trilogia "sulla società danese", come recita la locandina, ma potremmo semplicemente dire "sulla società", visto che la valenza di queste storie è abbastanza universale, che analizza le tre fasce sociali: bassa, media e alta. Gli altri due film sono stati L'eredità e Gli innocenti.

Girato con abbondanza di camera a mano e in vago stile dogma, la mano di Fly è molto intima, nel senso che scava e "marca" da vicino gli attori, soprattutto il protagonista, sceneggiato (come gli altri due) con Kim Leona, il film nonostante abbia una trama tutto sommato semplice e prevedibile, risulta scorrevole e, se non appassionante, piuttosto interessante, soprattutto perchè non tende mai ad impietosire seppure la storia di Kaj si presti molto.

Sicuramente non il film più riuscito, dimostra comunque che il "ragazzo" ha stoffa e cose da dire.

Ben amalgamato e diretto il cast, che risulta molto realistico fin nei personaggi più marginali, dove troviamo Jens Albinus (Kim), che abbiamo visto con Von Trier in Idioti e Dancer In The Dark, vanta soprattutto una prova a dir poco straordinaria di Jesper Christensen nei panni del protagonista Kaj, un attore che solo ultimamente è stato utilizzato anche in produzioni internazionali (Quantum Of Solace, Casino Royale, The Interpreter), e che è l'unico attore ad aver partecipato a tutti e tre i film della trilogia di Fly.

Film interessante, che è arrivato in Italia solo diversi anni dopo la sua realizzazione, e direttamente in dvd.

20091112

nice guys...






















Ed ecco invece quelle di Angela, sempre in prima linea, che, come dice lei "in condizioni ultra-proibitive" è riuscita a fare delle ottime foto.












Angela pubblica foto e scrive su http://www.versacrum.com/






when I come around...





































Reportage fotografico del concerto dei Green Day di ieri sera a Bologna.








Le mie foto, che sono le più brutte, per darvi un'idea generale di palco, sfondi, pubblico.

The Sisterhood of the Traveling Pants


4 amiche e un paio di jeans - di Ken Kwapis 2005


Giudizio sintetico: per adolescenti - pomeriggio di Italia 1


Bethesda, Maryland. Bridget, Carmen, Lena e Tibby sono amiche fin dall'infanzia, e hanno condiviso fino ai loro 16 anni praticamente tutto. L'estate che sta per arrivare le separerà, anche se per un breve periodo. Ognuna farà nuove esperienze, da sola, e la cosa da una parte le eccita, dall'altra le intristisce. Mentre si preparano, durante una "sessione" di shopping, trovano un paio di jeans che, magicamente, stanno perfetti a tutte e quattro, una cosa impossibile, vista la loro diversità fisica. Sono quindi pantaloni magici. Decidono che se li scambieranno via posta durante l'estate, inviandoseli via posta, e raccontandosi quello che accade.

Bridget è una calciatrice in erba, una sportiva molto competitiva, e anche nella vita aggressiva e determinata; poco prima di partire per il campus calcistico in Messico, la morte di sua madre scuote lei e naturalmente anche le altre amiche.

Carmen, madre di origine portoricana, decide di andare in South Carolina a trovare il padre, divorziato da anni, per riallacciare un rapporto praticamente inesistente, ma scopre che, oltre che convivere con una bionda che ha due figli adolescenti da un precedente matrimonio, sta per sposarsi.

Lena è la più timida e riservata delle quattro, incapace di esprimere i suoi sentimenti, con un animo artistico. Essendo i suoi genitori di origine greca, passa l'estate sulla splendida isola di Santorini, innamorandosi di un ragazzo, che scoprirà appartenere ad una famiglia che ha in corso un'accesissima rivalità con quella di suo nonno.

Tibby vuole fare la regista di documentari, e per l'estate rimarrà in città a lavorare in un grande magazzino. Gelosa della sua indipendenza, conoscerà per caso la piccola Bailey, fastidiosa e invadente, che cambierà la prospettiva con la quale Tibby si approccia alla vita in generale.


Tratto dall'ominimo romanzo di Ann Brashares, il film ha la particolarità di avere come quattro protagoniste quattro giovani attrici statunitensi che, al momento dell'uscita del film, o erano già, o sarebbero presto diventante, star televisive con serie piuttosto conosciute.

Il film è leggerino e talmente scorrevole che spesso non ci si accorge neppure che sia sullo schermo. Belli, ovviamente, gli scorci di Santorini, le quattro ragazze se la cavano bene ma non bucano davvero lo schermo, neppure America Ferrera che, a parte Ugly Betty (dove è la protagonista), mi aveva invece fatto una grandissima impressione nel suo debutto Le donne vere hanno le curve, che vi caldeggio vivamente, di qualche anno prima.

Messaggio buonista e positivo, con un pizzico di finta trasgressione.

Francamente superfluo. Ovviamente, ne è stato fatto anche un sequel.

20091111

rossi


Testimonianza interessante, da parte del violinista Davide Rossi (meno male che c'è uno con questo nome che fa qualcosa di interessante...), ultimamente con debuttanti quali Coldplay e Neil Young.

Certo, non era necessario che ci ribadisse lui che in Italia, a livello di music business, siamo provinciali, ma ogni tanto è bene ribadirlo.


Leggete qui l'intervista pubblicata oggi da Repubblica on line.

piccole evasioni quotidiane


L'ha accertata la Guardia di Finanza di Venezia. La società gestisce

supermercati, ipermercati e negozi e ha oltre diecimila dipendenti
Gruppo Pam, evasione da 600 milioni



Ora, ieri sera di sfuggita ho sentito Lilli Gruber dire alla Presidente dei giovani di Confindustria se fosse contraria a tassare le rendite oltre 150mila euro annue, e ovviamente era contraria....ma che senso ha continuare a sostenere che l'evasione fiscale non è un problema, in fondo?


A proposito....ma perchè si festeggiano 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino? Non è che sarebbe meglio ricostruirlo?


Evasione fiscale da 600 milioni di euro...e poi si tagliano i soldi per la Sanità, la Scuola, le Forze dell'Ordine....ma andatevene affanculo evasori fiscali, andatevene affanculo e speriamo che li dobbiate spendere tutti in cure e medicine quei soldi che evadete...detto proprio di cuore.

ladies and gentlemen


Signore e Signori - di Pietro Germi 1966


Giudizio sintetico: da vedere


Veneto, Italia, ridente e ricca cittadina vicina a Vicenza e Padova (è, ovviamente, Treviso). Si conoscono un po' tutti, tutti passano dalla piazza principale e tutti vanno alle stesse feste.


E' proprio durante l'avvicinamento a una di queste feste, che Toni Gasparini, conosciuto da tutti come un instancabile donnaiolo, confessa non senza imbarazzo al dottor Castellan di essere impotente. Castellan apparentemente si mostra preoccupato e comprensivo, mentre appena può sputtana senza pietà Gasparini. Il dottore non ha fatto però i conti con l'astuzia di Gasparini.


Nel frattempo, il ragionier Visigato, uomo defilato, non ne può più della moglie e si invaghisce della giovane cassiera del bar della piazza, Milena, al punto da uscire allo scoperto e decidere di lasciare la moglie ed andare a vivere, cominciando una nuova vita, con Milena. Anche Visigato non ha fatto bene i conti, questa volta con l'Italia democristiana pre-referendum sul divorzio.


Arriva l'ora di uno scandalo complessivo. Tutto parte da Lino Benedetti, proprietario di un negozio di scarpe in pieno centro, che per primo si accorge dell'arrivo in città della bella Alda, una giovane figlia di contadini in città per fare acquisti. La giovane (ancora non si sa quanto giovane) si dimostra, come si soleva dire, "di facili costumi", e nel giro di una giornata quasi tutti i personaggi della cittadina godereccia ne fanno la conoscenza. Ma appena il giorno seguente, il padre della ragazza infuriato arriva in città e denuncia tutti per corruzione di minore: Alda ha 16 anni. Risolverà la questione Ippolita, moglie del playboy Gasparini e cugina della moglie di Visigato, chiudendo il cerchio nel più divertente dei contrappassi.


Probabilmente, basterebbe il nome del regista: Pietro Germi. Della serie "quando il cinema italiano faceva ridere davvero e al tempo stesso aveva qualcosa da dire", l'ennesimo esempio di grande cinema che unisce ritmo, battute, divertimento e contenuti, insieme a grandi prestazioni attoriali e direzione impeccabile. Restaurato nel 1998 dalla Dear Cinestudi, sotto la direzione di Giuseppe Rotunno, Germi diresse il film quasi strappandolo allo sceneggiatore Vincenzoni, che voleva esordire con questa storia da lui maturata soprattutto perchè vissuto in quella realtà. Assistiti anche da Age & Scarpelli per la sceneggiatura, pare che all'inventiva di Enno Flaiano si debba la struttura in tre "atti", che altrimenti sarebbe stata ad episodi, struttura che andava molto all'epoca (si pensi solo a I Mostri di Risi, del 1963).

Il film è spassoso ma spietato con la "buona società" italiana, timorata di Dio solo a parole, densa di sotterfugi e completamente ipocrita. Attori diretti magicamente, da sottolineare le prestazioni di un grande Alberto Lionello (Toni Gasparini) e di un pirotecnico Gastone Moschin (il ragionier Visigato); tra le presenze femminili, da rilevare quelle di Moira Orfei, Beba Loncar e Virna Lisi.

Gran film.

20091110

la seconda che hai detto


Corrado Guzzanti in Recital; lunedi 9 novembre 2009, Livorno, PalaLivorno


Palazzetto non gremitissimo per Corrado Guzzanti, coadiuvato dalla sorella Caterina e dal piccolo ma grande Marco Marzocca, per questo Recital.

Dura ben tre ore lo spettacolo, sinceramente un po' troppo anche per chi lo guarderebbe in continuazione (come me), snocciolando le sue grandi ed ormai storiche imitazioni, affiancate da alcuni dei suoi personaggi di fantasia. Usa il maxi-schermo sullo sfondo del palco sia per i primi piani, sia per intervallare gli interventi e prendersi il tempo per il trucco (e lo strucco).

Lascia spazio e palco ai due colleghi/collaboratori/spalle, che sciorinano i loro cavalli di battaglia (Maria Stella Gelmini e Miss Italia, per citarne un paio, per Caterina, Padre Federico ed Ermes Cassiodoro per Marzocca), anche se proprio in quei momenti la tensione cala, risultando la parte debole dello spettacolo.

A parte i seppur divertentissimi interventi, applauditi a lungo proprio perchè personaggi spensierati e molto graditi, di Vulvia e di Quelo, che però non aggiungono altro a quanto già visto in televisione, i momenti più alti della serata si possono individuare, senza ombra di dubbio, nelle due imitazioni di Giulio Tremonti (posta proprio in apertura, la vedete anche nella foto; Tremonti è visto come un nobile dotato di trono e vestito quasi come fosse alla corte di Re Sole) e di Fausto Bertinotti, insieme allo spazio dedicato alla "creazione originale" del cardinale Don Florestano Pizzarro. Questi tre momenti, articolati come interviste, con la voce fuori campo di Caterina Guzzanti, non solo fanno morire dal ridere, spesso e volentieri, ma disegnano una radiografia solo apparentemente surreale, della realtà italiana. Le strambe teorie del ministro dell'Economia Tremonti, che crea lo scudo fiscale per attirare soldi extraterrestri, la dichiarazione programmatica di Bertinotti sulla sinistra ("abbiamo sostituito il voto utile al voto dilettevole"), che profetizza scissioni infinite e la creazione di milioni di piccolissimi partiti comunisti, che si insinuino come virus nella società, e l'analisi fredda e spietata di Don Pizzarro del rapporto tra società civile e Chiesa ("ao è lavoro eh, che mo devo porta' a casa?"), che "svela" che la fede è tutta una montatura, sono capolavori di comicità satirica, oltre a un numero piuttosto interessante di freddure sulla situazione attuale da parte del personaggio del conduttore (originariamente creato per Il Caso Scafroglia), fanno di questo Recital, se non fosse vero il fatto che un artista come Guzzanti va visto, a parere di chi scrive, a prescindere, uno spettacolo da vedere, anche se fondamentalmente molto pessimista.

Infatti, se mettete insieme questi tre capisaldi dello spettacolo, alla chiosa costituita dal filmato dell'imitazione di Gianfranco Funari in collegamento dall'aldilà, descrivendolo come un posto dove non ci si può fidare di nessuno, non c'è da stare allegri, quando la risata sfuma.


Detto questo, anche se l'impressione che mi ha dato Corrado, che vedevo per l'ennesima volta, è stata quella di un professionista meno spontaneo di altre volte, vagamente più freddo, lo spettacolo è anche l'ennesima dimostrazione di quanto la televisione, in Italia, non sia né libera, né tantomeno portatrice di buona comicità, se uno come Guzzanti si può permettere di fare un tour di molte date, con uno spettacolo di tre ore; al tempo stesso, il fatto che ci sia gente, e non pochissima, che spende soldi per andarlo a vedere, dimostra che c'è luce in fondo al tunnel. Peccato siano mancati il Dottor Armà (lo "straordinario" televenditore di quadri), Il Massone e Lorenzo, ma del resto non si può avere tutto.


Una serata divertente, un artista straordinario, una riflessione amara su "quanto stiamo andando". Naturalmente, "su questa tera".

il festival della lacca - foto
























































Non sono un granché...

il festival della lacca

Glam Fest 3, Bologna, Estragon, sabato 7 novembre 2009
Hardcore Superstar + Tigertailz + Snakez + Snakebite + Noise Pollution

Finalmente una data "favorevole" per vedere dal vivo gli svedesi Hardcore Superstar; scopro con stupore che non c'è solo una band di supporto, bensì 4: un festival vero e proprio, all'Estragon è di rigore. Da vero snob faccio di tutto per perdermi almeno il primo gruppo, ma i componenti decidono di non darmi tregua: ronzeranno tra il pubblico per tutta la durata del concerto. Arrivo che sul palco salgono gli umbri Snakebite, che mi annoieranno per una buona mezz'ora. L'intenzione è onesta, il genere probabilmente l'avrete inquadrato (non si chiama Glam Fest per niente, la serata), e i riferimenti sono quelli, sopra a tutti i Motley Crue, ma francamente, oltre ad una discreta attitudine a stare sopra un palco, mancano buoni pezzi, e tecnicamente spicca solo il chitarrista solista. Dopo di loro arrivano gli Snakez, da Ancona. L'intro promette bene, Jon Carpenter e 1997: Fuga da New York, ma per i miei gusti va avanti troppo, e l'attacco arriva troppo in ritardo. I pezzi non sono niente di che, i suoni continuano ad essere pessimi (questo ovviamente non dipende dalle band), il cantante si dà da fare parecchio ma ha una voce che non mi piace. Molto più ricercati a livello di look, e sicuramente più dinamici sul palco, si accaparrano fans, anche se, come detto, a me non convincono.
Terminata l'introduzione tutta italiana, eccoci al reparto internazionale. La penultima band in programma sono i Tigertailz, gallesi riesumati alcuni anni orsono (addirittura, nel periodo che va dal 2003 al 2007, sono esistite due versioni dei Tigertailz...), appartenenti all'onda britannica glam-rock fine '80-inizio '90, insieme a moltissime altre band. Non sono mai stati tra i miei preferiti, neppure tra i gruppi glam, ma, a parte l'apparenza un po' anziana (per usare un eufemismo) del trio batteria/chitarra solista/chitarra e voce, e, di conseguenza, la stridente presenza di un culturista piuttosto giovane al basso, almeno le canzoni hanno un senso compiuto, e hanno un retrogusto beatlesiano, ovviamente molto british. I suoni, guarda caso, migliorano molto, il pubblico risponde bene, e i vecchietti appaiono toccati. C'è il tempo perfino per un pensiero a Pepsi Tate, membro fondatore, bassista, morto di cancro al pancreas nel 2007.
La band è più che soddisfatta della reazione del pubblico, al punto che chiude con due pezzi "strani", presentandoli come regali per la serata. Mi sveglio all'improvviso dal torpore che ha contraddistinto la mia presenza dentro l'Estragon: i Tigertailz, all'epoca (pre-grunge) una sorta di "nemico" (l'eterna faida tra thrash metal e glam metal), eseguono Creeping Death dei Metallica e Peace Sells dei Megadeth (come dire, due anthem masterpiece del thrash metal), la prima ottimamente, la seconda un po' meno, il pubblico gradisce, e io leggo la cosa come una sorta di armistizio post-datato: eravamo, anche allora, tutti fratelli.
Termina il set e, nel frattempo, l'Estragon non si è proprio riempito, ma i presenti sono aumentati di molto. Penso che stasera una transessuale qui non avrebbe dato nell'occhio, continuo a divertirmi osservando le acconciature e l'abbigliamento di uomini e donne. Scorgo, tra il pubblico, perfino il sosia di Ian Gillan (conservato meglio).
Ecco gli svedesi. L'intro è la stessa dell'ultimo Beg For It, This Worm's For Ennio (Morricone, of course), come pure il primo pezzo, la title track Beg For It, che viene sparata a mille dagli altoparlanti. La band, nonostante il chitarrista Vic sia dentro da non molto, è compatta, ma ovviamente, la parte del leone la fa Jocke Berg, il cantante dai capelli corvini (in maniera quantomeno sospetta), che, visto finalmente dal vivo, con la mia mania fisionomista, battezzo immediatamente come "uno Steven Tyler nordico con un pizzico di Ian Astbury"; la voce regge per tutto il concerto, ed è all'altezza dei grandi urlatori (anche qui, Tyler è una chiara influenza). Inoltre, è mobile, dinamico, teatrale quanto basta, ruffiano all'inverosimile, ma in definitiva simpatico e completamente coinvolto. Divertente quando introduce Shades Of Grey, raccontando un aneddoto gustoso, oltre che "spinto", di un suo "incontro" con Nikki Six.
Il concerto accusa qualche pausa di troppo, ma arriva in porto, dalle 22,50 alle 00,15, e si conclude con, forse, la loro hit di sempre: la splendida, e un po' oasisiana, Someone Special, dal primo disco, It's Only Rock'n' Roll (ma anche dal secondo, Bad Sneakers And A Piña Colada, una sorta di riedizione del precedente).
Una serata conclusa nel migliore dei modi.

le chien


Bombón - El perro - di Carlos Sorin 2004


Giudizio sintetico: da vedere


Juan Villegas ha lavorato per 20 anni presso una pompa di benzina nella Patagonia argentina, su una strada dove raramente passa qualcuno, dove il vento ti taglia veramente la faccia. Adesso, senza lavoro per una classica "ristrutturazione degli impianti", è costretto a farsi ospitare dalla figlia, irascibile, piena di figli e con un marito buono a nulla, e si sente di troppo, senza poter fare nulla in proposito. Anzi, qualcosa Juan la fa: è continuamente in giro col suo vecchissimo (ma stiloso) furgoncino, in cerca di lavoro. Nei ritagli di tempo, visto che è bravo con le mani, intaglia manici di coltello, stupendi, che prova a vendere ovunque, perfino fuori dagli impianti di estrazione di petrolio (comunissimi in Argentina, soprattutto nel Sud, e paradosso della crisi, visto che la gestione Menem li ha svenduti all'estero): il problema è che è tutto troppo costoso, e la gente non ha nemmeno i soldi per comprarsi da mangiare, figuriamoci per un lusso come un coltellino col manico intagliato.

Juan è un uomo riservato, educato, parla sommessamente e con il massimo rispetto, non alza mai la voce, è gentile. Casualmente, su una delle strade lunghe, dritte e vuote della Patagonia, trova una giovane donna con l'auto in panne; ovviamente Juan si ferma e prova a fare qualcosa per lei, riparandole la vettura. Per ripararla la deve rimorchiare fino alla casa della di lei madre, dove riuscirà a compiere un miracolo, senza chiedere nulla in cambio. Le due donne si vogliono comunque sdebitare, ma la crisi è dappertutto. La madre della donna decide di regalare a Juan un cane, uno stupendo dogo argentino, con pedigree, uno dei cani che il marito, morto da un po', allevava proprio lì nella casa di famiglia. Juan accetta per cortesia: di un cane, lui che non riesce a sfamare neppure se stesso, non sa che farsene. Eppure, quel cane, che lui chiama erroneamente Lechien (pronunciandolo all'argentina, lescién, visto che sul cartello del recinto ha visto scritto Le Chien, mentre scoprirà, casualmente più in là, che il vero nome del cane è un ridicolo Bombón), gli cambierà la vita.


"Il mondo interiore del più umile contadino è impenetrabile quanto quello di un professore di filosofia. La differenza è che quest’ultimo comunica principalmente con le parole, mentre il contadino, più essenziale, con gesti e silenzi. Questo è ciò che accade con personaggi semplici: devi leggere i loro occhi". Questo discorso eloquente, giustifica la scelta del regista di usare quasi esclusivamente attori non professionisti o alle primissime armi. E la scelta è vincente, soprattutto perchè Sorin è magistrale nel dirigerli. Se c'è una cosa che vi rimane, dopo aver visto questo film delicato ma straordinariamente intenso, padrone di una storia dura, difficile, quasi disperata, che riesce comunque a concludersi con un sorriso di speranza che vale una vita, non è la faccia di Bombón, bensì gli occhi, lo sguardo meraviglioso di Juan Villegas, che nella realtà si chiama Juan Villegas, detto Coco, un personaggio che vorreste abbracciare dopo cinque minuti di film.

In questo film c'è tutto il dramma argentino e tutta l'essenza latina ma mediterranea degli argentini, oltre al paradosso dell'epoca moderna: le persone non hanno lavoro, non hanno da mangiare, ma c'è chi riesce ad arricchirsi con un cane.

Fotografia che rende giustizia alle location mozzafiato, soprattutto per il nulla selvaggio (infatti il film e la fotografia soprattutto perdono un po' di smalto nelle scene in interno), gusto stupendo per le inquadrature, storia lenta ma avvincente e sorprendente, con un finale plurimo e aperto, pieno di speranza, attori veri, come detto prima, ma, e forse per questo, estremamente espressivi e intensi.

Una storia "piccola" e semplice, che racchiude un'umanità intera.

Vi allego la locandina originale, che mi piace di più di quella italiana.

20091109

bowling for Columbine


Bowling a Columbine - di Michael Moore 2002


Giudizio sintetico: da vedere


Docu/film di Michael Moore, che in Italia è uscito un po' in sordina, distribuito così così, poi ridistribuito sull'onda della vittoria dell'Oscar nella categoria appunto dei documentari, è un documentario piuttosto ben fatto, che parte dalla strage di Columbine (e prende il titolo dal fatto che i ragazzi che hanno compiuto la strage avevano la passione del bowling, la cui dinamica hanno applicato pure alla strage tentando di fare "strike" con i loro compagni di high school), prendendola a pretesto per dimostrare il morboso e sbagliato rapporto che gli statunitensi hanno con le armi da fuoco.

Il regista si espone in prima persona, ed essendo piuttosto grasso ma molto ironico, crea dei siparietti gustosi a dispetto dell'argomento.

Dati alla mano, e indagine su indagine, dimostra come nel vicino Canada, nonostante il rapporto armi da fuoco per abitante sia addirittura superiore a quello USA, non ci sono paragoni a livello di omicidi perpetrati per mezzo di armi da fuoco, appunto.

Il regista "bracca" per tutto il film Charlton Heston, attore celebre soprattutto per i film "biblici" ("I Dieci Comandamenti" dove interpretava Mosè, per esempio), che sfrutta la sua popolarità ma è presidente della RIFLE association (una sorta di associazione di possessori di armi da fuoco, che lotta strenuamente per l'assoluta liberalizzazione della vendita, partendo dal principio che ogni americano ha diritto alla difesa, e quindi a possedere più di un'arma); l'attore tiene congressi della RIFLE in ogni angolo degli USA, noncurante ad esempio del fatto che una cosa del genere strida con le stragi, appunto.

Il regista riesce a farsi ricevere, gli fa qualche domandina pungente e alla fine gli mostra una foto di una bambina di 6 anni uccisa da un bambino di 5, che aveva trovato per caso una pistola in casa di suo zio; Heston si dilegua, facendo una pessima figura. Allo stesso tempo, il regista intervista Marylin Manson nei camerini prima di uno show, ponendogli domande appropriate, e il "reverendo" dimostra una spiccata sensibilità, dando risposte molto più sensate di Heston.

Il regista inoltre, porta, dopo interminabili trafile, due superstiti della strage di Columbine, uno in sedia a rotelle e l'altro con cicatrici distribuite su tutto il corpo, davanti al direttore di una catena di supermercati che vendono munizioni così come in Italia si vendono i detersivi, e riesce ad ottenere l'impegno a ritirarle dagli scaffali dandogli una posizione più appropriata.

Ci sono anche elucubrazioni (piuttosto sensate) sul fatto che nessun fatto storico supporta l'aggressività degli statunitensi, e illustrazioni di dati agghiaccianti.

Chiaramente viene tirato in ballo pure Bush, ma non in maniera così "importante".

In definitiva il film è interessante, godibile e pure divertente, anche se agghiacciante.

20091108

like a rolling stone


No Direction Home - di Martin Scorsese 2005


Giudizio sintetico: da vedere


Parafrasando il riassunto della trama sulla scheda di http://www.imdb.com/, una cronaca della curiosa evoluzione di Bob Dylan tra il 1961 e il 1966, da folk singer a cantante di protesta, da "voce di una generazione" a rock star.


Quasi 4 ore di documentario per sviscerare circa 5 anni di una carriera che dura da 48. Era necessario? Si. Perchè ci sono gli elementi per riuscire non a capire, ma almeno a provare ad entrare nel mondo di Robert Allen Zimmerman, nato a Duluth, Minnesota, il 24 maggio 1941. Il maestro Scorsese si mette al servizio di un altrettanto grande personaggio, usando immagini di repertorio e di altri film su di lui, spezzoni con i quali intervalla un'intervista recente, rivisitando l'infanzia e i primi passi. Quel che ne esce è, definitivamente, la figura di un uomo incasellabile, che ha fatto dell'arte di sfuggire alle catalogazioni il suo lavoro; nel frattempo, ha firmato una serie di canzoni che sono diventate inni, non generazionali, ma universali. Semplicemente, un uomo con un dono grande, che fa finta di non sapere di avere.

Ma, crediamo, lui lo sa benissimo.


Toccanti le testimonianze, in particolare modo quelle di Liam Clancy, Allen Ginsberg e della splendida Joan Baez.

Quasi quattro ore, ma dopo nemmeno un'ora sarete commossi senza accorgervene.

20091107

sascha part three


Brüno - di Larry Charles 2009


Giudizio sintetico: deludente


Brüno è austriaco, è gay, fa il conduttore televisivo ed è convinto che il mondo giri intorno alla moda e alla celebrità. Quando perde il posto nella tv dove lavora, decide di trasferirsi negli USA e di diventare la seconda celebrità austriaca più famosa, dopo Hitler.


Sascha Baron Cohen, preso a piccole dosi, è spassoso. A volte, anche preso a dosi importanti: così è accaduto con il suo debutto cinematografico (Ali G Indahouse), e con la seconda (Borat), film dove ovviamente portava alcuni dei suoi personaggi, personaggi che gli hanno regalato una discreta dose di celebrità e successo. Il suo umorismo è greve, ma spesso necessario per portare alla luce viltà e intolleranza dell'uomo moderno.

Purtroppo, questa terza prova, devo dire anche piuttosto attesa, è alquanto deludente. Non solo la storia, di certo non la chiave del successo degli altri film, risulta scialba e senza alcun senso, ma, sfortunatamente, anche le gag, piuttosto slegate (come accade spesso ai comici tv che migrano al cinema) tra di loro, non fanno proprio ridere.

Il film si riprende leggermente nel finale, dove per la prima volta lo spettatore riesce a credere veramente che Cohen sia riuscito a gabbare i presenti (cosa della quale non si ha l'impressione durante tutto il film), e allo stesso tempo a tirar fuori loro tutta l'omofobia che hanno in corpo.

Ma pochi minuti non riescono a risarcire il cinefilo per gli altri noiosissimi 80, passati a chiedersi il perchè non si sia impiegato meglio il tempo, oggi così prezioso.

Forse è meglio che l'amato Sascha, come attore sempre molto molto bravo, si fermi un poco a rifletterci su.

20091106

voces innocentes


I figli della guerra - di Louis Mandoki 2004


Giudizio sintetico: si può vedere


Tra il 1980 e il 1992, il piccolissimo stato di El Salvador fu devastato da una infinita guerra civile, tra l'esercito che manteneva il potere con la forza, e con gli aiuti degli USA (e l'appoggio dell'allora Presidente Ronald Reagan), e la guerriglia di sinistra. Il conflitto fu così duro, che l'esercito si vide costretto, per rimpinguare le proprie fila, a reclutare i bambini nelle scuole, al compimento del dodicesimo anno d'età. Il film racconta l'infanzia di Chava, undicenne salvadoregno, il cui padre se ne andò negli USA per sfuggire al conflitto, e del suo rapporto con la madre, Kella, con i due fratellini minori, con i compagni di scuola, con la nonna, col suo primo amore Cristina Maria, mentre la famiglia vive nelle baracche, le pallottole passano quasi tutte le sere ad altezza uomo, le piogge martellano il già povero territorio, ma, come si dice, la speranza è l'ultima a morire.


Basata sulla vera storia dell'infanzia dello scrittore salvadoregno Oscaro Orlando Torres, anche co-sceneggiatore insieme al regista, Mandoki, messicano con vari film statunitensi alle spalle e una propensione rischiosissima al melò (ci ricordiamo di lui lo straziante Amarsi del 1994, con Andy Garcia e Meg Ryan, e il pesantissimo Le parole che non ti ho detto, del 1999 con Kevin Costner, Paul Newman e Robin Wright Penn, da Message In A Bottle di Nicholas Sparks), ci mostra con discreta eleganza e con scenari suggestivi, abbastanza ben fotografati (anche se non si riesce a non pensare che molte scenografie siano ricostruite in teatri di posa), la storia martoriata di un paese troppo spesso dimenticato, che ha sofferto un po' come tutto il centro-sud America, la stessa storia di sempre. Certo, la tendenza alla ricerca della lacrima facile è il maggior difetto del lavoro di Mandoki, che di certo rimane molto in superficie per quanto riguarda i legami con gli USA, le motivazioni dell'esercito salvadoregno, le attività della guerriglia, il ruolo della Chiesa. Se però non sapete proprio nulla su questa storia, almeno vi darà una base minima.

Il bambino protagonista, Carlos Padilla, è bravino, anche se non eccezionale (la mano un po' troppo "emozionale" di Mandoki, a mio giudizio, si nota anche nella direzione), l'attrice che interpreta la madre, Leonor Varela, molto bella seppur vagamente imbruttita dalla situazione (cilena, l'abbiamo vista in una particina ne La maschera di ferro e in una più importante ne Il sarto di Panama), si fa notare forse di più Daniel Giménez Cacho, nei panni del prete: l'abbiamo visto in La zona, La mala educación (anche qui faceva il prete), Nicotina.

20091105

Aldo


Il caso Moro - di Giuseppe Ferrara 1986


Giudizio sintetico: da vedere


Il rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo 1978, il massacro della sua scorta in via Fani a Roma quella mattina, la sua prigionia in mano alle Brigate Rosse, gli interrogatori, le lettere, i movimenti politici, quelli investigativi, quelli "sotterranei", l'angoscia della famiglia, la sua uccisione, il suo ritrovamento. Dal libro I giorni dell'ira. Il caso Moro senza censure di Robert Katz, che partecipa anche alla sceneggiatura, Giuseppe Ferrara ricostruisce minuziosamente quei 55 giorni, che hanno cambiato l'Italia.


Giuseppe Ferrara è un regista che, purtroppo, è ancora poco conosciuto in Italia, pur essendo italiano e pur essendo attivo ormai dal 1970. Se i suoi film trovano sempre delle difficoltà, di realizzazione, di distribuzione, un motivo ci sarà senz'altro. E infatti, questo film realizzato 23 anni fa è ancora oggi attualissimo, e se lo guardate oggi, capirete che questi ultimi 23 anni non hanno aggiunto altro. Merito certo del libro di Katz, e quindi anche di Ferrara che l'ha saputo scegliere. Merito, ovviamente, di un Volonté intenso, come quasi sempre è accaduto, qui addirittura perfino trasformato fisicamente.

Fotografia passabile, regia didascalica ma efficace, commento sonoro ottimo. Tutto il cast è ben diretto.

20091104

plagiarism




Per esempio, provate ad ascoltare Unnatural Selection dei Muse, dall'ultimo The Resistance. Fate particolare attenzione a quella specie di ritornello dove Bellamy canta "Counterbalance this commotion, we're not droplets in the ocean".


Ecco.


Poi scaricatevi, se non avete il loro favoloso Super Trouper in vinile, come me, la canzone Lay All Your Love On Me, degli Abba.


Ascoltatela. Ditemi poi se quando cantano "Don't go wasting your emotion, lay all your love on me", non vi viene in mente niente.

visione d'insieme


Red Road - di Andrea Arnold 2006


Giudizio sintetico: si può vedere


Jackie è spesso sola, silenziosa, vagamente triste, un po' dura. Lavora per una agenzia di sicurezza privata, che tiene sotto controllo 24 ore al giorno il sistema di telecamere a circuito chiuso, che "sorvegliano" la città di Glasgow, Scozia. Sorride dei piccoli gesti quotidiani che si ripetono, empatizza con le potenziali vittime di violenze o in pericolo. E' vigile, attenta. Ha una specie di relazione con un collega sposato, che consumano sul furgone dell'agenzia, con la scusa di eseguire dei trasporti. Ha uno strano rapporto con la famiglia che, si intuisce, è quella del marito.

Un giorno, vede in una delle telecamere, una persona, un uomo, che attira la sua curiosità, in modo inusuale per una come lei. Inizia a seguirlo insistentemente, fino ad intrufolarsi nella sua vita. Perchè? E che cos'ha Jackie alle spalle?


Finalmente sono riuscito a vedere questo film, che tanto mi aveva incuriosito alla sua uscita, e che pochissimo aveva girato sugli schermi italiani (le due cose vanno spesso di pari passo). Indagando sopra questo lavoro, scopro che dovrebbe far parte di un progetto curioso, ovviamente frutto di alcune menti al tempo stesso malate e geniali: Lars von Trier (non sto a dirvi chi è), Gillian Berrie, Lone Scherfig and Anders Thomas Jensen (regista de Le mele di Adamo, sceneggiatore prolifico e geniale, tra i suoi script Mifune - Dogma 3 e Dopo il matrimonio). Il progetto si chiama Advance Party, e, a grandi linee è così riassumibile: 3 film diretti da 3 registi esordienti (gli altri due sono Morag McKinnon e Mikkel Nørgaard), Scherfig e Jensen hanno creato un elenco di personaggi con delle linee guida e una storia sommaria, il casting per i tre film è stato fatto dai tre registi insieme, perchè i personaggi principali devono apparire in tutti e tre i film; la storia parte in Scozia ma poi ogni regista è libero di portarla dove crede; telecamera digitale e altre cosette che potrete leggere qui.

Veniamo al film. Non è affatto male. E' vero, come hanno concordato un po' tutti i critici, che il film conserva una certa tensione palpabile e quindi, di conseguenza, un discreto interesse, fin quando non si scopre cosa nasconde Jackie, qual è il suo piano. La forza del film è senz'altro questa. Dopo si "sgonfia" notevolmente, ma il messaggio finale è propositivo e moralmente di alto profilo. L'atmosfera è interessante, Glasgow sullo sfondo è decadente e moderna al tempo stesso, segno tangibile dello scempio che una società può fare ad un agglomerato di persone ma soprattutto a delle vite umane, svuotate quasi del tutto della loro parvenza di civiltà; fotografia che spesso tende all'oscurità, ma la mano della regista, che ci piace, alterna panorami nitidissimi e campi lunghi rari ma intriganti, attori diretti in maniera rude ma efficace: Kate Dickie, la protagonista Jackie, è perfetta, profondissima nella solitudine fredda del suo dolore, che sembra messo in bottiglia e pronto ad esplodere. Per fortuna, almeno lei ritroverà un briciolo d'umanità.


Il secondo "capitolo" di Advance Party si intitolerà Rounding Up Donkeys, diretto da Morag McKinnon, e al momento è nella fase di post-produzione. Per quel che se ne sa, vi ritroveremo i personaggi di Jackie, quello del suocero Alfred, e quello dell'amico di Clyde, il giovane Stevie.

20091103

arg/uru/bra/par ott 09 - 188


Idem come prima.

arg/uru/bra/par ott 09 - 187


Esclusivamente per gli appassionati di calcio estero.

sul pezzo

Da Repubblica.it

Londra, 13:42
LONELY PLANET: L'ISLANDA CONVIENE, LECCE DA VEDERE
Con la crisi Londra e Islanda sono diventate mete turistiche economiche e con un ottimo rapporto qualita'-prezzo. E' quanto sostiene la Lonely Planet, casa editrice australiana delle famose guide, nel suo "Best in Travel 2010" dedicato alle 10 destinazioni piu' convenienti. Fra le 10 citta' migliori in assoluto consigliate per l'anno nuovo, invece, ne figura una italiana, Lecce, accanto a localita' rinomate come Abu Dhabi, Istanbul o Singapore. Nella "Top 10" delle destinazioni appetibili anche per il portafogli sono inserite Sudafrica, India, Malaysia, Messico, Bulgaria, Kenya e Las Vegas, in Nevada. Ma il consiglio piu' "hot" e' la terra dei ghiacci, l'Islanda, piegata dalla crisi delle sue banche e decisa ad attrarre turisti con prezzi che ne fanno la regina tra le destinazioni economiche di qualita'. "Avete sempre desiderato di scoprire questo Paese magico e misterioso ma siete stati scoraggiati dai suoi prezzi proibitivo? Il 2010 e' il vostro anno", scrive la Lonely Planet. Al secondo posto la Thailandia che resta uno dei soggiorni lontani meno cari per gli europei". Raccomandata anche Londra, "diventata molto piu' accessibile" per gli stranieri grazie al cambio favorevole e a pasti alberghi che "costano anche la meta' rispetto a qualche anno fa".
(03 novembre 2009)

Angst essen Seele auf


La paura mangia l'anima - di Rainer Werner Fassbinder 1974


Giudizio sintetico: si può vedere


Anni '70, Germania Ovest. Alì è un giovane marocchino di origini berbere, che lavora duro da immigrato, un Gastarbeiter, e la sera si ritrova con amici, colleghi e connazionali, nel bar di Barbara, una giovane e procace tedesca amica di tutti, a bere, a giocare a carte, a scherzare. Una di queste sere, nel bar entra Emmi, una vedova all'incirca sessantenne, solitaria e dimessa. Lei ha tre figli tutti grandi e sposati, fa le pulizie in un'impresa, ed è da sempre incuriosita dalla musica araba che proviene da quel bar, davanti al quale passa tutte le sere per andare a casa. Barbara, semiseria, dice ad Alì di invitare la vecchia a ballare; Alì è una persona educata, tranquilla. Molto gentilmente, invita Emmi a ballare. Iniziano a chiacchierare, bevono qualcosa insieme, lui la accompagna a casa. Continua a piovere, Emmi lo fa salire, bevono ancora, e, vista la serata, lo invita a rimanere a dormire nella stanza degli ospiti. E' l'inizio di una strana storia d'amore, in un paese ancora molto chiuso verso gli stranieri.


Ispirato ai film di Douglas Sirk, in special modo a Secondo amore, questo lavoro di Fassbinder si distingue per la recitazione a tratti inguardabile, e addirittura all'errore nel titolo originale, che si riferisce allo strano modo di parlare il tedesco del protagonista, Alì, o meglio El Hedi ben Salem M'Barek Mohammed Mustapha, interpretato da un imponente El Hedi ben Salem, amante per alcuni anni di Fassbinder, finito tragicamente impiccato in prigione, dove era incarcerato per aver ucciso tre persone sotto l'effetto dell'alcool (Fassbinder gli dedicherà Querelle).

Girato usando spesso inquadrature fisse, che sovente ritraggono i personaggi "incorniciati" dentro porte, inferriate, finestre, o comunque un qualcosa che li ritrare fissi nelle loro posizioni anche mentali, genera proprio per la recitazione meccanica, resa perfettamente anche nel doppiaggio italiano, una sensazione straniante, ma è evidentemente cercata dal regista, che estremizza così la condizione umana incasellata da schemi razzisti e preconcetti, quella condizione umana meschina che costella l'intero film e tutti, o quasi, i personaggi; anche la coraggiosa protagonista, Emmi, interpretata da una commovente e al tempo stesso buffa Brigitte Mira, quando, per compiacere le colleghe "ritrovate", mostra loro il marito in tutto il suo fisico splendore, come un trofeo. Come al solito, critica sociale spietata verso il suo paese, Fassbinder chiude il film con un finale agrodolce, dove però per trovare il "dolce" bisogna avere tanta speranza.

20091102

diversa


Alda Merini, Milano 21/03/1931 - Milano 01/11/2009

Foto di Guido Harari


Bambino

Bambino, se trovi l'aquilone della tua fantasia

legalo con l'intelligenza del cuore.

Vedrai sorgere giardini incantati

e tua madre diventerà una pianta

che ti coprirà con le sue foglie.

Fa delle tue mani due bianche colombe

che portino la pace ovunque

e l'ordine delle cose.

Ma prima di imparare a scrivere

guardati nell'acqua del sentimento.

Alda Merini


Colonna sonora: Les Etoiles, Melody Gardot

arg/uru/bra/par ott 09 - 186


Per la fredda cronaca, vi comunico gli indumenti non indossati, rispetto a quelli portati nello zaino. Tenete conto che per maglie/mutande/calzini, vigeva la regola del 5/5/5.

Quindi, assolutamente non usati: 1 maglia, 2 paia di mutande e 2 paia di calzini. Il tempo, nonostante tutto, è stato clemente, e il trucco era lavare immediatamente qualsiasi cosa fosse talmente sporca da non poterne più. Lavanderia usata 3 volte in 4 settimane.

Il problema vero è portarsi dietro un altro paio di scarpe. Le scarpe, per leggere che siano, pesano. Vista la mia scarsa attitudine alla lettura in viaggio, taglierò i libri, la prossima volta. O meglio, ne porterò solo uno, contro i tre di questa volta, e aggiungerò un paio di scarpe leggere.


Certo che per l'Islanda ci sarà da pensare bene, a cosa mettere nello zaino. Un'altra cosa difficile sarà decidere l'abbigliamento per partire. Immaginate: luglio, Italia, da qui a Bologna. Caldo bestia. E arrivare dopo 3 ore e mezzo a Reykjavík.

a colpi


A golpes - di Juan Vicente Córdoba 2005


Giudizio sintetico: si può perdere


Vallecas, grande barrio suburbano di Madrid. Maria, Juanita, Vicky, Mena e Nitzia formano un gruppo di ragazze amiche prima di tutto, alle quali la realtà machista proprio non va giù. Nella realtà della periferia, c'è da lottare ogni giorno per sopravvivere, con pochi soldi, famiglie disastrate o inesistenti, rischi di ogni genere. Mena traffica con le droghe, Vicky è in prigione, Nitzia, di origini marocchine, è maltrattata dal padre (protetto dai fratelli), Juanita (di origini colombiane) si dà da fare tra messe in piega e maquillage, Maria, la cui madre è morta forse per colpa del padre, che lei si rifiuta di vedere, è brava nella boxe. E pure Fran ha la passione della boxe, ma diventa il motivo della prima divisione tra le ragazze: Juanita rimane incinta di lui, mentre usciva con Maria. La boxe è praticata nella palestra di Mariano, un ex campione europeo che vuole dare una via d'uscita ai ragazzi del barrio.

Le divergenze tra le ragazze si appianano, ma i soldi non ci sono. Decidono quindi di emulare, e se possibile superare, i maschi del quartiere, facendo rapine...


Penultimo lavoro di Córdoba, che avevamo apprezzato con Aunque tú no lo sepas, trasposizione di un racconto di Almudena Grandes, non ci convince invece con questo A golpes, dagli obiettivi incerti, dalla sceneggiatura zoppicante e dai profili psicologici dei personaggi ancora meno chiari. Troppe incongruenze, anche se si capisce che la volontà c'è e l'intento nobile.

Regia diligente, fotografia discreta, attori e attrici non tutti all'altezza, curioso vedere la bella Natalia Verbeke nei panni di una "million dollar baby" dal pugno duro: l'avevamo amata ne Il figlio della sposa, dove era la giovane fidanzata di Darín. Qui la mediocrità del film non la aiuta.

20091101

arg/uru/bra/par ott 09 - 185


Se volete un buon caffè, dovete andare qui. Caffè Le Caravelle, Lavalle 724-728. Chiedete un espresso ristretto, e vi serviranno un discreto caffè all'italiana, per 2,50 pesos argentini.

arg/uru/bra/par ott 09 - 184


L'esterno del cinema Monumental Lavalle, in Lavalle, appunto, il luogo dove praticamente ho passato l'ultimo pomeriggio a Bs As.

demone


Vengo - Demone flamenco - di Tony Gatlif 2001


Giudizio sintetico: si può vedere


Andalusia, zona di gitani. Caco è il boss di una famiglia locale, e non riesce ad elaborare il lutto per la perdita della figlia Pepa. Attorniato dai fidi cugini Alejandro, Antonio e Tres, si prende cura del nipote Diego, affetto da handicap, e asseconda la sua passione per la musica, il flamenco e le donne, organizzando continuamente feste gitane con grandi musicisti e ballerine, finendo regolarmente ubriaco e triste. Il padre di Diego, Mario, ha ucciso un componente della famiglia Caravaca, che si trasforma così nella famiglia rivale, e chiede insistentemente giustizia (a modo loro).


Sceneggiatura scritta dallo stesso Gatlif a quattro mani con David Trueba, ma un po' esile e decisamente rivista, la storia di Vengo fa un po' da pretesto all'estro di Gatlif che mette comunque in scena un film abbastanza piacevole da vedersi, soprattutto per le ripetute scene musicali, che alternano flamenco e musica araba, sempre perfettamente girate e magnificamente suonate e ballate. Ottima la prova intensa e malinconica di Antonio Canales, famoso ballerino spagnolo, nei panni di Caco, superlativa la scena finale, una delle più belle viste negli ultimi anni: il dramma affrontato con ironia, mentre in sottofondo il flamenco incontra la musica industrial e gli Einstürzende Neubauten. Da vedere anche solo per questa scena.

Colonna sonora bellissima, musiche in larga parte firmate anche da Gatlif.

20091031

moto

alla fine la moto l'ho venduta , ho messo l'annuncio mercoledì sera su un sito di moto usate e giovedì avevo già il compratore. stamattina abbiamo fatto il passaggio di propietà.
vedremo in primavera se riesco a prendere una moto più comoda per andare al lavoro.
ciao domi, buona continuazione di vita con il nuovo proprietario barbuto.
ciao

guarda da tutte e due le parti


Look Both Ways - Amori e disastri - di Sarah Watt 2009


Giudizio sintetico: si può vedere


Adelaide, Australia, è venerdì e fa un caldo tremendo. E' appena accaduto un terribile incidente ferroviario: un treno è deragliato poco prima di entrare in galleria, e diverse carrozze si sono schiantate sul muro adiacente il tunnel. Meryl, una pittrice fondamentalmente timida e solitaria, sta tornando dal funerale del padre, morto all'improvviso; scesa alla stazione, mentre cammina lungo i binari, rimuginando sulla catastrofe e su altre decine di possibili tragedie, che potrebbero accadere anche a lei, vede un uomo che gioca col suo cane inciampare e finire sotto un treno. Arrivano Andy, un giornalista costantemente scontento della sua vita, un matrimonio fallito alle spalle, una moglie che lo tratta sempre come un irresponsabile, due figli piccoli che vede quando gli spetta, e Nick, un fotografo che ha appena scoperto di avere un cancro: Phil, il capo, al quale lo ha appena detto, lo manda a casa per un po', ma Andy non lo fa neppure parlare, e se lo porta sul luogo dell'incidente.

Andy intervista Meryl, già sentita dalla polizia in qualità di testimone, mentre Nick vede arrivare la moglie del morto, che non sa ancora dell'accaduto, e coglie con una fotografia l'attimo in cui lei capisce che è successo qualcosa: all'improvviso, vede il cane correre verso di lei. La fotografia verrà scelta da Phil per la prima pagina del giornale dell'indomani. Andy torna a casa e scopre che Anna, la ragazza col quale sta uscendo, è incinta. Nick il giorno seguente va a correre ed incontra Meryl, la saluta, ci scambia qualche parola, e si sente attratto da lei. Phil si scopre pieno d'amore per la sua famiglia e smette di fumare. Anche Anna smette di fumare.


Film strano, particolare, questo debutto dell'australiana Watt, del 2005 e arrivato pochi mesi fa in Italia; la regista si era occupata fin'ora di cortometraggi di animazione. Infatti, lo stile di Look Both Ways (bel titolo, orribile quello italiano) è molto "impressionista" oserei dire: i sogni, o meglio gli incubi dei protagonisti sono mostrati in animazione, i dialoghi sono disseminati qua e là, si passa da un personaggio all'altro anche solo per qualche istante, per un primo piano solitario o per una semplice inquadratura suggestiva, umorale, il tutto molto spesso accompagnato da una colonna sonora che punta sui pezzi lenti, acustici, romantici, molto videoclip-style, con una fotografia pulita e molto luminosa. E' una regia molto ruffiana, diciamolo pure, che punta molto sull'inquadratura ad effetto o anche su pretesti narrativi spettacolari (guardate come la regista "usa" l'acquazzone domenicale, per "risolvere" le storie), ma un po' fini a se stessi, un montaggio serratissimo che alza il ritmo pur avendo di fronte un film tutto sommato lento, ma alla fine, non c'è niente di male in tutto ciò: il film è esile ma, si nota, fatto col cuore, pensando (come dice nei titoli di coda) alle persone care che se ne sono andate troppo presto, però non cerca di commuovere a tutti i costi, nonostante in pratica sia un film sulla morte. Invita ad accettarla, ma solo quando sarà davvero arrivata. Niente di più corretto, se ci pensate bene.

Cast sconosciuto ma ben amalgamanto, tutti recitano senza andare mai sopra le righe, risaltano Justine Clarke (Meryl) e William McInnes (Nick), ma anche gli altri non sfigurano.

Il finale, se avete dimestichezza con un noto serial che, qualche anno fa, affrontò per cinque stagioni il solito tema, con un approccio forse un po' più sfacciato, vi ricorderà senza dubbio il finale proprio di quella serie televisiva. Quindi, diciamo che la Watt dimostra qualche ingenuità, ma si ispira a cose valide, non ha paura di affrontare temi scomodi, la "confezione" è accattivante, per cui possiamo aspettarci qualcosa di buono in futuro.

20091030

arg/uru/bra/par ott 09 - 183

A Bs As sono le 8 e 39 mentre scrivo, e io sono andato a dormire verso le 4,00, dopo birra e caipirinha (fatta da un brasiliano, uno dei tanti nell'ostello), e soprattutto una lunghissima ciacchierata (una delle tante) con Santi, diminutivo di Santiago, il "portiere di notte" dell'ostello, un porteño giovane, studente di Storia dell'Arte, aspirante regista anche di animazione, molto bravo in italiano (ha studiato in una scuola italiana ed é stato un paio di volte in Italia: ieri sera mi raccontava di quando, insieme ai suoi compagni, compró del fumo vicino alla Stazione Centrale...).
Sono sveglio perché ho salutato Juli, che usciva per andare a lavoro e nel pomeriggio partirá per il fine settimana ad Arteaga, quindi era l'ultima volta che ci vedevamo, per questa vacanza.
La commozione é stata sopraffatta dalla stanchezza, ma soprattutto mascherata dalle risate.

halloween


Alessio si prepara per la festa pagana piu' famosa del mondo.

arg/uru/bra/par ott 09 - 183


Se c'è una cosa che mi piace del mio carattere, é quella di riuscire a socializzare con qualsiasi fascia d'etá. Sono capitato sul traghetto insieme a una scolaresca di Montevideo (il Colegio Inglés, come potete dedurre dalla maglia di Nicolas, al centro), che andava in gita a Puerto Madryn a vedere le balene e i pinguini (vedi Argentina nov 06). Ragazzini e ragazzine di 12 anni circa. Dopo 30 minuti, mentre ero in coda per comprare una bottiglietta d'acqua, uno di loro mi fa (ero accanto all'altro amico nella foto, del quale, purtroppo, non ricordo il nome): "tu sei l'amico di loro?". Si era giá sparsa la voce.
In realtá li stavo circuendo per arrivare ad una professoressa...