20141121

Legato a una stella

Tied To a Star - J Mascis (2014)

Credo non ci sia bisogno di ribadire quanto si rispetti ogni cosa che fa ed ha fatto J Mascis (per chi fosse nato ieri, voce e chitarra dei Dinosaur Jr). Lo si ama, questo cucciolone di cinquant'anni con lunghi capelli grigi, con un gusto straordinario per le distorsioni di chitarra, i grandi assoli, il figlio illegittimo di Neil Young, sia per gli assoli, sia perché quando canta sembra spesso una versione ubriaca del Nello canadese. Quindi, accogliamo questo disco acustico, successore di Several Shades Of Why del 2011, con gioia, seppure, c'è da dirlo piuttosto onestamente, il disco in sé non sia niente di trascendentale (a parte la solita eccezionale copertina). Partecipazioni di Pall Jenkins (Black Heart Procession), Ken Maiuri (Young@Heart chorus), Mark Mulcahy (Miracle Legion) e Chan Marshall (Cat Power, su Wide Awake), Tied To a Star è il solito "lamento" di classe di J, che non dirà niente di nuovo, ma che è sempre splendido negli arpeggi di acustica e maledettamente ficcante negli assoli elettrici. E, cribbio, se sa scrivere canzoni.



Who read these pages knows that here we have maximum respect for J Mascis. So, even if this new acoustic album "Tied To a Star", successor of "Several Shades Of Why" (2011) isn't the end of the world, I like it. Period. This man has a unique taste, in playing guitar: one of the best.

20141120

Bruxelles (Belgio) - Novembre 2014 (1)

Eh si, spero che dovrete farci l'abitudine, ai miei viaggi a Bruxelles. Stavolta l'occasione era una riunione di lavoro fissata per un giovedì, non c'era nessuna impellenza alla base, per cui mi sono organizzato con una partenza nel primo pomeriggio del mercoledì, una mezza giornata "off" il venerdì mattina per visitare il centro e in particolare il museo Bozar (delle Belle Arti), lavorare dalla sede centrale il venerdì pomeriggio, e tornare con tutta calma il sabato mattina.
Stavolta però, voglio arrivare all'aeroporto "centrale" di Bruxelles, il Bruxelles-National, o semplicemente Zaventem, molto più vicino alla sede e al sobborgo dove voglio soggiornare, a dieci minuti d'auto dalla sede e senza il traffico del centro. Quindi, la scelta cade su Alitalia, Pisa-Roma-Bruxelles.
Arrivo con congruo anticipo a Pisa, per evitare la ressa all'imbarco (Alitalia imbarca sempre dal gate 1, e nonostante l'anticipo devo fare lo slalom tra due code - ai gates 4 e 5 - Ryanair), e purtroppo la nuvolosità non mi fa godere la bellezza del Pisa-Roma, rotta che vola esattamente sopra la costa tirrenica fino a Fiumicino. La sosta a Roma mi permette il pranzo, e il tempo di fumarmi una sigaretta dopo il caffé: è la prima volta a Roma e posso testimoniarvi che le sale fumo di Fiumicino sono da aeroporto del Terzo Mondo. Vergogna. Lunga coda all'imbarco per Bruxelles, ritardo ormai cronico per Alitalia e da Fiumicino, arrivo quasi un'ora dopo. Mi ero fatto una strana idea di Zaventem, forse perché mai considerato, invece è un grande aeroporto. Molta strada per arrivare al noleggio auto, ma alla fine la scelta "preferred" (una carta di fidelizzazione dell'autonoleggio che ormai ho scelto come preferito) paga: nessuna coda, solo una firma, dritto verso il ritiro. Installo il GPS e via verso l'hotel. Quando arrivo in zona, ci metto un poco a trovarlo, nonostante gli stia girando intorno (in realtà gli passo proprio davanti, me ne accorgerò dopo), le indicazioni non sono chiarissime, la zona è piuttosto deserta nonostante ci siano anche due grossi palazzi residenziali. Però sono troppo contento di aver scelto questo hotel, ricavato in un'antica casa di correzione.
Mi sistemo e s'è fatta l'ora di cena. Controllo gli indirizzi di ristoranti nella zona che mi parevano interessanti, e mi pare che uno di questi sia proprio lì accanto, quindi visto che il cielo non promette nulla di buono, esco, attraverso un pratino, e cerco l'entrata del Canal (è giusto in riva al canale che divide Vilvoorde), mi sembra a posto, mi siedo e ordino. Rimango soddisfatto, rientro e approfitto del wifi per lavorare un po', mentre alla tele danno Ajax - Barcellona.
In volo verso BXL
Il ponte sulla Vuurkruisenlaan, giusto davanti all'hotel e al Canal.
Uno scorcio del canale Willebroek, giusto di fronte al ristorante Canal (e dove sennò!)

La mattina seguente mi preparo, scendo per la colazione in una sala non enorme ma molto carina, poi esco con "la cartella" (pc e varie stampe di lavoro, alcune delle quali mi sono "studiato" nelle attese agli aeroporti), metto in moto e vado. Identificazione all'ingresso, pass ed eccomi nel grande ufficio del Front Office prima delle 8,00, dove conosco già quasi tutte e tutti. Saluti, conosco facce nuove ma con le quali ormai c'è una scambio di email e chat lavorativo praticamente ogni giorno, si parla di lavoro. Alle 10,30 ho questa riunione, passo nell'ufficio di uno dei convocati e insieme andiamo in un altro ufficio, dove la riunione si tiene. Due li conosco già, il terzo lo incontro oggi per la prima volta. Si comincia, si va avanti fino all'ora di pranzo, scendiamo al ristorante aziendale, incontro altre facce conosciute. Rientriamo per terminare i lavori e tirare le prime somme. L'incontro si conclude anche prima del previsto. Come avrò modo di dire ad una collega il giorno seguente, sono ancora un novellino quindi ogni volta che sono invitato a riunioni di un certo livello sono sempre convinto che sarò il più scemo della stanza, e invece la mia parte la faccio, non devo giudicare me stesso ma c'è di che essere soddisfatti. Scremo un po' di email, e affronto un paio di situazioni che alcune ragazze del Front mi sottopongono. Rimango da solo, dopo che tutti se ne sono andati, faccio le 19, esco pure io. Vado in cerca di un altro ristorante che mi ero segnato, un ristorante spagnolo, vicino all'hotel ma dalla parte opposta del canale. E' chiuso, stranamente. Giro un po' nel centro di Vilvoorde, ci sarebbe un egiziano che potrei anche provare, ma alla fine si è fatta una certa e ripiego sul Canal, del resto mi son trovato molto bene la sera prima. Stasera le mie scelte di menù sono un poco più arrischiate, ma mi accontento. Rientro abbastanza presto, non c'è lavoro arretrato, quindi mi concedo un paio di telefilm (il televisore ha l'ingresso USB).

La mia stanza al The Lodge. La finestra con le sbarre è, come potete facilmente intuire, finta, così come la crepa nel muro.
La sala colazione, "allungata" ad arte da un'altro trompe l'oeil raffigurante gli antichi corridoi della casa di correzione.

20141119

Semi

Seeds - TV on the Radio (2014)

Non riesco a spiegare bene i miei preconcetti verso la band di Brooklyn, New York. Ma posso provare a sintetizzarli: non sopporto quando arriva una nuova band, e gli appassionati di musica gridano al miracolo perché fa figo. I TV on the Radio hanno raffigurato per diversi anni il detonatore per fenomeni di questo genere: vengono da New York, amano Bowie, sono rock ma anche elettronici, sono in gran parte di colore, vestono casual, finto trasandato, insomma, sono fighi. Probabilmente mi sono sbagliato, ma mi pareva che non si riuscissero a giudicare effettivamente per quello che facevano in musica.

Ora, una regola che provo a darmi quando parlo di dischi, è essere obiettivo. Certo, spesso per giudicare le band si pensa anche a quello che hanno fatto in passato, ma a volte bisogna dare alla cosa il giusto peso. Non è che i TVOTR siano stati delle schiappe, anzi, che sapessero scrivere canzoni era innegabile (che abbiano inventato qualcosa, quello è un altro discorso), ma c'era sempre troppo hype e poca (appunto) obiettività verso di loro (ho l'impressione che all'estero fossero più equilibrati, ma è solo un'impressione la mia). Tutti questi discorsi vengono a mancare davanti a questo disco, che è uno dei loro migliori secondo me. Sono molto d'accordo con la recensione di Dave Simpson su The Guardian, già dal titolo ("Pop emerges from darkness"). Appare evidente che la morte del bassista Gerard Smith (avvenuta nel 2011, per un cancro al fegato) ha inciso sugli umori dei restanti componenti. E, paradossalmente, appare a me molto più evidente cosa mettono in musica i TVOTR. Semplicemente una modernizzazione del mood delle grandi band della new wave, soprattutto inglese, con tocchi di classe, coretti black, elettronica dosata, buon songwriting, emozioni e una bella strizzata d'occhio al pop, alla musica popolare, ai ritornelli catchy, ora più che mai, voglio dire, su questo disco. Test Pilot (che, sempre Simpson definisce, insieme alla seguente Love Stained, "almost-adult oriented rock", favoloso), ma pure il singolo Happy Idiot, ne sono la scintillante testimonianza. Meglio di Bowie no, ma sulla buona strada. Alternative non troppo, forse prima, ma adesso sono decisamente più piacevoli da ascoltare. Sulla loro scheda Wikipedia c'è scritto indie rock: a me verrebbe da rispondere in due maniere, entrambe in inglese. La prima è "really?". La seconda è "I don't think so". Ma, in definitiva, gran bel disco. Chi se ne frega del genere.



I always hated all the hype on TVOTR. It seemed to me that there wasn't the right objectivity on judging their works. But, maybe, it was my impression, maybe it was my fault. The fact is, that this new album is a beauty. It's undeniable that the death of the bassist Gerard Smith (2011, lung cancer) had an impact on life and music of TVOTR. Paradoxically, was positive. And now, I'm able to see what they really want to do. A sort of pop prosecution of the big bands of the eighties new wave (especially english).

I totally agree with Dave Simpson that, on The Guardian, wrote "Pop emerges from darkness", and defines two songs of this "Seeds", "Test Pilot" and "Love Stained", with a wonderful neologism, "almost-adult oriented rock". But, believe me, all the album is good. As I told you: is a beauty. Finally.

20141118

Guerra eterna

War Eternal - Arch Enemy (2014)

Gli svedesi Arch Enemy, creatura melodic death metal pensata da Michael Amott, figura prominente nel campo del metal estremo, chitarrista dotato e instancabile lavoratore, già nei Carnage, poi con i Carcass (anche in Heartwork) e con gli Spiritual Beggars, mi hanno sempre incuriosito, soprattutto perché, da dopo l'abbandono (voluto soprattutto da Amott Michael, precisazione dovuta perché nella band ha militato per anni anche il fratello Christopher) del cantante Johan Liiva, avvenuta tra il 2000 ed il 2001, fu sostituito da una donna, la giornalista (e cantante) tedesca Angela Gossow, piacente e soprattutto, dotata di un growling impressionante. Ma, per dirvi proprio tutta la verità, così come per altre band, li ho ascoltati senza particolare attenzione.
Stavolta, con l'uscita del nuovo War Eternal, ho deciso di approfondire: è piuttosto superfluo spiegarvi che la decisione è stata indotta dall'avvenenza particolare della nuova cantante, la canadese Alissa White-Gluz, anche lei dotata di un impressionante growling, già negli Agonist, dove alternava la tecnica del growling alle clean vocals.
Bene, devo dire che il disco è piacevole, perfino "leggero" sotto alcuni punti di vista. Le chitarre sono ovviamente graffianti, le ritmiche, gli assoli, l'uso degli armonici molto ricercati, la durezza complessiva è naturalmente un punto di forza, il cantato di Alissa potente e paradossalmente, melodico, ma nel complesso l'aggettivo melodic è più che giustificato. Importanti pure certe influenze sinfoniche, ben presenti, ma mai esagerate e stucchevoli come spesso accade con alcune band scandinave. Una serie di elementi ben bilanciati, per un risultato, come detto, piacevole, e sorprendentemente "vendibile". E' scontato dirvi che se non siete abituati al cantato in growling, avrete bisogno di un po' di tempo per digerirlo, soprattutto sapendo che proviene da un'ugola femminile, e particolarmente piacevole agli occhi (testimone né è il fatto che gli Arch Enemy fanno un uso intensivo di videoclip...).
Nelle bonus tracks, nelle varie versioni dell'album, potrete trovare due cover quantomeno curiose: Shadow on the Wall di Mike Oldfield e la mitologica Breaking the Law degli immarcescibili Judas Priest.
Altra curiosità da sottolineare, è che la Gossow è rimasta nella band con la funzione di business manager, approvando la scelta della White-Gluz come sua succeditrice.



It's undeniable that my interest for the swedish band Arch Enemy, founded by Michael Amott (Carnage, Carcass, Spiritual Beggars), depends on the good looking of the two female singers, first the german Angela Gossow, now the canadian Alissa White-Gluz. Anyway, the label "melodic death metal" is guessed about the style of Arch Enemy. Very good use of the guitars, in rythmic, solos and harmonic, impressive growling voice (especially if you think that is coming from a feminine ugola), and a dosed use of symphonic mood (read: string section). It's almost a paradox, but this kind of music is, today, enough commercial. But there's a pleasure in the listening.

20141117

Canzoni notturne / Lungo e freddo inverno

Night Songs - Cinderella (1986)
Long Cold Winter - Cinderella (1988)

Sempre stuzzicato dall'uomo che ascolta musica di merda (a parte quando ascolta quello che piace anche a me), ma ci crede terribilmente, mi sono convinto a riascoltare i primi due dischi della band statunitense che tutt'ora risponde al nome di Cinderella. Ve ne ho parlato sommariamente qua, descrivendovi l'unica volta che li ho visti in concerto, e dopo tanti anni l'impressione è sempre la stessa: ascoltare la band di Tom Kiefer è come ascoltare gli AC/DC che decidono di fare le cose un po' più complicate, o semplicemente dei loro inediti. Certo, un giudizio di questo tipo è un po' sommario; però c'è da dire che il suono è leggermente differente (i Cinderella erano un po' glam, un po' street, e quindi il suono andava di conseguenza), ma le radici sono assolutamente le stesse: hard blues, col cantato perennemente in falsetto. Ci sono poi le differenze di, chiamiamole così, direzione, gli statunitensi indulgevano spesso in ballads [Nobody's Fool, Don't Know What You Got (Till It's Gone), Long Cold Winter - che però è un bluesone coi controcazzi -, Coming Home], e quelle anagrafiche, gli statunitensi sono venuti molto dopo, ma, se li conoscete o se li ascolterete per curiosità, dovrete ammettere che l'accostamento non è certo campato per aria.

I Cinderella nascono nei sobborghi di Philadelphia, Pennsylvania, per mano di Tom Keifer, chitarra e voce, e del bassista Eric Brittingham, attorno al 1983, ed includono nella formazione originale l'altro chitarrista Michael Smerick ed il batterista Tony Destra (morto pochi anni dopo in un incidente automobilistico); questi ultimi due musicisti, poco prima del debut album, lasciano la band per formarne un'altra, i Britny Fox. Giusto per curiosità, i Britny Fox sono stati una di quelle band che mi ha sempre inviato materiale promozionale, demo ed aggiornamenti fin dalla loro formazione (dovrei avere ancora, qui da qualche parte, la musicassetta del loro debutto In America, del 1987). Ma torniamo ai nostri: notati da Gene Simmons (non mi dite che non sapete chi è), li propone alla Polygram, che rifiuta. Poi vengono notati da Jon Bon Jovi (potrete notare che la band gli è riconoscente nel video allegato), che li propone alla A&R, ed il contratto arriva.
I primi due dischi, dei quali vi parlo in questa occasione, sono, a riascoltarli oggi, non interamente validi, ma dimostrano la grande capacità di songwriting di Keifer, rivelano molte killer songs, e risultano tutt'ora validi. Night Songs, Shake Me, Nobody's Fool, Somebody Save Me e Push Push dal primo disco, e Gypsy Road, Don't Know What You Got (Till It's Gone), Long Cold Winter, If You Don't Like It, Coming Home dal secondo, sono grandi pezzi, degni di essere riascoltati a distanza di quasi trent'anni; aggiungo una nota personale, se da una parte è molto bello accorgersi che, appunto, quasi trent'anni fa si stava "ascoltando le cose giuste", dall'altra è molto buffo ricordarsi (come scrissi tra le righe qui) che, in quel periodo, qualsiasi cosa richiamasse il glam rock era malvisto dai puristi heavy metal, ed in seguito l'ascolto di band come queste mal si conciliava con quello della sacra triade del thrash metal (Metallica/Exodus/Slayer). Alla fine, tutto serve per prendersi meno sul serio.
Per la cronaca spicciola, i Cinderella hanno inciso altri due dischi in studio, Heartbreak Hotel nel 1990 e Still Climbing nel 1994, ma dopo Heartbreak Station sono cominciati i problemi alle corde vocali per Keifer. Scopro adesso, facendo "ricerche" per scrivervi queste righe, che lo stesso Tom ha fatto uscire anche un disco solista nel 2013, The Way Life Goes, che naturalmente mi accingo ad ascoltare.



Cinderella were a band that I loved in the final eighties, and in the early nineties, but without shout it out loud, because of my "commitment" with thrash metal. Fortunately, today I'm a grown up man, and I can joke about that. Anyway, the first two records of the Philadelphia suburbs' band Cinderella, are still good and listenable with pleasure. Tom Keifer, founder, leader, main songwriter, lead singer and guitarist, had a magic touch and a fine taste for hard blues. There are many wonderful songs in these two albums, so if you are curious, please listen to them. And, remember, as they sings in their second album, "If you don't like it, I don't care".

20141116

svolta

Turning - Antony and The Johnsons (2014)

L'amico Monty, che insieme all'amico Filo si prodigano costantemente segnalandomi le nuove uscite discografiche (che corroboro poi con letture varie), qualche giorno fa mi segnalava l'uscita di un "nuovo" disco di Antony. Me lo sono procurato ed ho proceduto all'ascolto, scoprendo "solo" un disco live con una scaletta che definirei datata se non fosse che, spesso, questo aggettivo viene letto con un'accezione negativa.
Naturalmente, mi sono prontamente domandato "a che pro". La risposta c'è, e sta nel fatto che questo cd esce con un cofanetto che contiene l'omonimo film-documentario diretto da Charles Atlas, video-artista particolarmente attento alla danza (il tour in questione vedeva le performance di un gruppo di transgender accompagnare i concerti di Antony).
Rimanendo focalizzati strettamente sulla musica, la performance, datata 2006 e registrata al Barbican di Londra, è, lasciatemelo dire, straordinaria. Accompagnato da musicisti di livello altissimo (Maxim Moston, Thomas Bartlett, Rob Moose, Jeff Langston, Julia Kent e Parker Kindred - già batterista per Joan Wasser), il disco racchiude 17 pezzi, le cui versioni originali si trovano nei primi tre dischi di Antony, il debutto omonimo, I Am a Bird Now e The Crying Light (che è uscito dopo tre anni da questa performance), e le versioni sono talmente belle che ti fanno dimenticare quante volte hai già ascoltato quei pezzi, e ti fanno dimenticare pure la domanda iniziale (a che pro).
Vi ho già parlato molto di Antony, basta che digitiate antony and the johnsons nell'apposito spazio bianco in alto a sinistra per le ricerche, quindi non aggiungo molto altro, se non che, appunto, dinnanzi a cotanta bellezza, ci si dimentica che ormai l'ultima uscita fatta di pezzi originali risale al 2010 (Swanlights), e che questo è il terzo disco live di seguito, dopo Cut the World (2012) e Del suo veloce volo (2013), quest'ultimo con Franco Battiato.
I Fell in Love With A Dead Boy, Hope There's Someone e, naturalmente, You Are My Sister, sono pezzi che rimarranno nel tempo, e che dovrebbero rappresentarci in un eventuale contatto con gli alieni, se volessimo fare bella figura.



Even though this is the third album live in the last three years, and the last original Antony's album was "Swanslight" in 2010, it's not possible get bored listening Antony's voice and songs. This concert was recorded in 2006 at Barbican, London, and it's out now with a box containing a docu-film omonimous shooted by Charles Atlas; the film is about 13 transgender and their lives. These transgender have accompanied Antony on stage during that tour, with their performances. But here we talk about music, and as I told you, the versions of these "old" Antony's songs are wonderful.

20141114

No One Goes Quietly

Boardwalk Empire - di Terence Winter - Stagione 5 (8 episodi; HBO) - 2014

1931. Nucky si è autoesiliato a Cuba, insieme a Sally, e sta cercando di concludere un affare con la Bacardi Rum: vuole l'esclusiva per la distribuzione negli Stati Uniti, è certo che il Volstead Act sarà abolito di lì a poco. Ma un bel giorno, mentre pranza, Nucky si imbatte in Meyer Lansky, e lui preso alla sprovvista gli dice che è lì in vacanza con la moglie. Nucky non gli crede nemmeno un po', tanto è vero che la sera stessa viene salvato dal fido bodyguard cubano Arquimedes da un attentato alla sua vita.
A New York, Luciano organizza un incontro con Joe Masseria a proposito del gangster rivale, Salvatore Maranzano, e verso la fine dell'incontro lascia Masseria da solo con la scusa di andare al bagno. Masseria viene massacrato da Bugsy Siegel e Tonino Sandrelli. La scalata al potere da parte di Lucky Luciano ha appena avuto inizio. Il gangster dall'occhio socchiuso si presenta quindi al cospetto di Maranzano, e giura fedeltà.
Chalky, intanto, è costretto ai lavori forzati, ma durante una rivolta riesce a fuggire, purtroppo per lui in compagnia di Milton, un tipetto instabile e decisamente poco raccomandabile.
Margaret sta facendo carriera nel suo lavoro, ma il suo impiego diviene a rischio quando il suo capo si suicida improvvisamente davanti a tutto l'ufficio.
Tra una scena e l'altra, attraverso numerosi flashback, finalmente scopriamo l'infanzia di Enoch ed Eli, il loro rapporto conflittuale con il padre, e la conoscenza di Enoch con un giovane Commodoro.

Finisce così una grande serie televisiva, forse passata in secondo piano per l'abbondanza degli ultimi anni, o forse, visto l'incedere decisamente cinematografico, inadatta a tutti i palati. Devo dire che ho apprezzato molto questa ultima stagione, forse ancor più lenta, ma decisamente grandiosa proprio perché finalizza praticamente tutte le storie, e quasi tutti i personaggi, introducendone di nuovi (uno su tutti, Joseph P. Kennedy, il padre di John Fitzgerald e Bob - tra gli altri -, interpretato devo dire degnamente da Matt Letscher). Ancora una volta da seguire con attenzione, un po' per i numerosi riferimenti storici (buona parte dei personaggi, come avrete notato dai link, sono realmente esistiti), un po' per i dialoghi epici, un po' per la tendenza a mettere in scena un susseguirsi di scene madri, con quel respiro tipico alla Scorsese (che, ricordiamolo ancora una volta, ha diretto il pilot della serie, e figura tra i produttori esecutivi), che ha fatto scuola, e che probabilmente viene direttamente da Sergio Leone (che forse si prendeva meno sul serio). La qualità complessiva di questa serie è stata eccellente, e ci ha ricordato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, quanto è bravo Steve Buscemi (Enoch), senza parlare dell'immenso e meraviglioso cast, al punto che nominando qualcun altro faremmo un grave torto al resto.
Se non l'avete fatto, recuperatela, perché, fortunatamente, al giorno d'oggi le cose belle in tv si affastellano l'una sull'altra...

20141113

cassettina 13 - Let's Start Again

Rival Sons Electric Man
John Mayer Dear Marie
FKA twigs Two Weeks
Paolo Nutini Better Man
The Last Internationale Wanted Man
Taylor Swift Shake It Off
Lykke Li Never Gonna Love Again
Sammy Hagar Margaritaville
The Raveonettes Sisters
Zola Jesus Dangerous Days
Sharon Van Etten Every Time the Sun Comes Up
Bush Let Yourself Go
Phantogram Black Out Days
Interpol All the Rage Back Home
Jack White Lazaretto
Natalie Merchant Go Down Moses



Le cassettine precedenti.

20141112

mille forme di paura

1000 Forms of Fear - Sia (2014)

Qualcuno di voi sicuramente si ricorderà di Sia Furler, cantautrice australiana che ci fece piangere "a fontana" con la sua Breathe Me abbinata alla straziante scena conclusiva della serie tv Six Feet Under. Mi feci un'idea di lei e della sua musica con quel disco, Colour the Small One (2004), e con il seguente Some People Have Real Problems (2008), terzo e quarto, e rimasi completamente spiazzato dal quinto We Are Born, del 2010, un disco ballabile, tanto per piazzare un aggettivo comprensibile a tutti. Mi sbagliavo, naturalmente, visto che quel disco ha spaccato, l'ha fatta conoscere in tutto il mondo, e ha venduto una cifra. Disco che ha significato molto, sia nella carriera che nella vita dell'artista australiana di Adelaide. Infatti, se da una parte in molti indicano che l'essere molto più upbeat di We Are Born fosse dovuto alla relazione di Sia con JD Samson, musicista (lesbica) già con Le Tigre (le due hanno rotto, e adesso Sia si è sposata con il regista Erik Anders Lang), il grande successo derivato da quel disco porta Sia ad un periodo di depressione, dipendenze da alcol e droghe, fino a contemplare l'ipotesi del suicidio: il tutto, principalmente, per la paura di diventare famosa. Ritroveremo questa paura nella negazione di supportare questo nuovo disco (uscito nel luglio 2014) con tour, foto promozionali e perfino ad esibirsi spalle al pubblico durante apparizioni televisive [e ovviamente a non apparire nei video, e ad identificare la sua figura in un caschetto biondo, la sua pettinatura classica, quello che appare sulla copertina e quello che indossa la bambina del video di Chandelier, o che ha fatto indossare a Lena Dunham (Girls) per una performance di ballo durante un'altra apparizione tv, mentre Sia cantava a faccia in giù sdraiata su un letto]. Tornando invece all'attitudine dance pop di Sia, c'è da sottolineare, qualcuno se ne sarà accorto, che prima di tornare con questo 1000 Forms of Fear, Sia ha ricevuto un enorme successo collaborando con David Guetta per Titanium e She Wolf (Falling To Pieces), ma, e questo lo sanno meno persone, anche per aver co-scritto hit mondiali quali Wild Ones di Flo Rida, Diamonds di Rihanna, Perfume di Britney Spears, Pretty Hurts di Beyoncé. Nonostante le sue 1000 forme di paura, il primo singolo da questo suo sesto disco Chandelier è diventato un'altra hit (vincendo anche dei premi per il video, effettivamente molto molto bello, godetevelo se non vi è mai capitato di vederlo), e ancor prima Elastic Heart (scritta insieme a Diplo e The Weeknd), poi contenuto su questo disco, era uscito come singolo per la colonna sonora di The Hunger Games: Catching Fire.

Ora, capite che, per rubare una frase che usa sempre l'amico Monty, questo tipo di musica non sia esattamente la mia tazza di té, ma l'artista Sia mi ha sempre interessato, e quindi mi sono volentieri prestato al "gioco" di ascoltare anche questo suo ultimo disco. E devo dire che bisogna riconoscerle di saper scrivere ottime canzoni, sempre in bilico tra romanticismo cantautoriale e pop hit, e di avere intuizioni a volte sorprendenti come la collaborazione con Nick Valensi (The Strokes) su Hostage, pezzo che Sia fa suo senza troppi problemi. Insomma, un disco si, pop, ma di ottima fattura e di gran classe. Potrebbe sorprendervi.



I was struck by Sia years ago, when her Breathe Me was used for the final scene of the series Six Feet Under. I listened her albums "Colour the Small One" and "Some People Have Real Problems", and I liked them both. Then, with the following "We Are Born", she destabilized me. But I was wrong, because that album sold a lot, and Sia is a very good songwriter of pop music. This new album is the demonstration: she know how to write a big pop song, and she know how to sing on this music. So yes, it's pop, but it's classy. It might surprise you.

20141111

autostrade soniche

Sonic Highways - Foo Fighters (2014)

Rieccoci. Ottavo disco in studio (registrato in otto studi diversi, in otto città statunitensi, e, come dire, andatevi pure a rileggere le mie vecchie recensioni sull'americanità dei fuffa, per gli amici) per la creatura di Dave Grohl, un simbolo per una generazione, un simbolo positivo, ottimista, gioviale, divertente, un intrattenitore nato, che se non avesse fatto il musicista avrebbe potuto essere attore comico o stand up comedian, o animatore al Club Med, fate voi. E, badate bene, dico questo con il massimo rispetto, ma non come usa dire Borghezio quando parla male dei neri, degli immigrati, dei froci eccetera, io son serio come non mai. Chiudo qui la parentesi per non fare un altarino di parole per il ragazzo Dave, un tipo col quale non ho mai scambiato due parole, ma che, e questa storia ogni volta che la racconto mi rendo conto di essere un matusa, mi è sempre rimasto simpatico da quella volta che lo vidi suonare la batteria con gli Scream, tanti, tanti ma tanti anni fa sul palco mitico del Centro Sociale Occupato Macchia Nera di Pisa.
Ho riletto le mie precedenti recensioni, e vorrei non ripetermi troppo. Ogni nuovo disco dei FF penso le stesse cose. E ogni volta mi dico che non ci sono pezzi che spaccano troppo, ma poi il disco ha un dannato enorme successo, e la gente impazzisce, e io mi rendo conto che, nonostante il rispetto di cui prima, li sottovaluto troppo, forse appunto per non idolatrarli esageratamente.
Sonic Highways è ancora una volta un disco americano (leggi: statunitense) fino al midollo: nove copertine diverse, raffiguranti vari edifici simbolo delle otto città statunitensi in cui è stato registrato, più l'edificio fittizio che rappresenta il simbolo dell'infinito, assurto a simbolo dell'ottavo album della band visto che guardandolo da un'altra prospettiva, può rappresentare un otto; partecipazioni mirate, che rappresentano vecchi e nuovi talenti della musica statunitense; e la musica, la musica che ci piace, il marchio di fabbrica dei FF, immediatamente riconoscibile, fatta di stop and go, di melodie orecchiabilissime ma spesso stroncate come se si avesse timore di diventare troppo pop, e che ingloba al suo interno i background dei componenti della band, il punk, il rock, e i grandi classici dell'hard rock statunitense, vecchi e nuovi: Smashing Pumpkins così come Elvis, per fare qualche citazione e poi smetterla immediatamente (ma per farvi vedere che ne so).
Prendiamoci un momento per elencare gli ospiti, distribuiti quasi come se Grohl avesse il Cencelli in mano. Rick Nielsen alla chitarra baritona su Something From Nothing (testo ispirato, pare, dal grande incendio di Chicago del 1871). Se i più giovani tra di voi, o quelli meno informati si chiedessero chi cazzo è 'sto Nielsen, vi dico un nome: Cheap Trick. Nientemeno che i Bad Brains alle backing vocals su The Feast and the Famine (testo ispirato dalla storia di Washington D.C.). Zac Brown, lead guitar e backing vocals su Congregation; un volto relativamente nuovo e promettente del country e southern rock. Gary Clark Jr., lead guitar su What Did I Do? / God As My Witness, altro fenomeno di nuova generazione. Joe Walsh (Eagles, tra gli altri) alla lead guitar su Outside. La Preservation Hall Jazz Band su In the Clear. Ben Gibbard (Death Cab for Cutie) chitarra e voce su Subterranean. Joan Jett chitarra su I Am a River. Plus, oltre alla formazione attuale (Grohl, Smear, Mendel, Hawkins, Shiflett), Rami Jaffee alle tastiere (Pete Yorn, Pearl Jam, Coheed and Cambria, Joseph Arthur, Stone Sour, Soul Asylum).
Come potrebbe, un disco del genere, essere brutto? E infatti, non lo è. Non dico altro, se non che, ascoltando di seguito (invece di seguire la tracklist) The Feast and the Famine e immediatamente dopo il finale con l'orchestra di I Am a River, potete farvi un'idea di cosa potrebbe essere capace Dave Grohl, se solo lo volesse.



Eighth album for Dave Grohl's Foo Fighters, with plenty of guests. Starting from this thing, we can realize that, maybe, this is the most american (read: United States of America) album they have realized until now. Foo Fighters were always an "all american band", but, maybe against the flow, never as today they wanted to reaffirm their belonging. Nine different covers, each with a building, symbol of an american city, eight songs recorded in eight different studios (in every city represented in the cover), and their music, that as we well knows, is coming from punk and from american hard rock, music that, in this occasion, more than ever, is load of influences, american influences, old and new influences, that go hand in hand with the guests we were talking before. This is the music of the Foo Fighters, take it or leave it. A kind of music that, while you are driving on an highway and listening to this record, unconsciously, it will teach you a part of american history. Just the better part,  such as Dave Grohl represents the better part of my generation. I could never hate, him and his music.

20141110

saggezza

Wisdom - The Order of Israfel (2014)

Wisdom è il titolo del disco di debutto di questo quartetto metal svedese, il cui nome girava già da un po'. Tanto per riempire qualche riga in più, Israfel o Israfil è il nome di un angelo della tradizione coranica, è, in particolare, quello che suonerà la tromba nel giorno del Giudizio Finale (appena suonerà la tromba, ogni essere umano in vita morirà, per venire risuscitato immediatamente dopo da Allah; il giudizio sarà letto dallo stesso Israfel). E' stato "ripreso" anche dalla tradizione della cabala occultistica, da Aleister Crowley, ed ha ispirato scrittori: perfino Edgar Allan Poe ha scritto una poesia usando il suo nome come titolo.
Detto tutto questo, la band svedese è formata tra l'altro da Tom Sutton (ex Church of Misery) e da Patrick Andersson Winberg (ex Doomdogs), e parte naturalmente dal doom metal di ispirazione sabbathiana, ma mostra, già dal debutto, una interessante tendenza ad esplorare ed inglobare svariati tipi di influenze. Naturalmente, si rimane nell'ambito metal, niente al di fuori di esso (se non per intro ed elementi d'atmosfera, come la litania di The Vow o il coro para-religioso di The Order), ma le chitarre sono belle da sentire, sia nelle ritmiche sia negli assoli, c'è il giusto mix di doom e NWOBHM con suoni attualizzati, e alcuni pezzi con un ottimo tiro quali Born For War o On Black Wings, A Demon.



About heavy metal, this is an interesting debut album. The Order of Israfel is a(nother) swedish band that starts from Black Sabbath and so, from doom metal, but they absorb plenty of other metal influences. The results is this Wisdom, an album various and, as I told you, interesting, not boring at all, for any metal fan.

20141109

primitivo e mortale

Primitive and Deadly - Earth (2014)

Ed eccolo, il successore del dittico Angels of Darkness, Demons of Light (2011 e 2012). Come prima cosa, c'è da dire che dopo anni e anni, gli Earth di Dylan Carlson tornano alla parola, o meglio, al cantato, affidando due pezzi (There Is a Serpent Coming e Rooks Across the Gate) a Mark Lanegan (del quale vi ho parlato male solo due giorni fa), e un altro, From the Zodiacal Light a Rabia Shaheen Qazi dei Rose Windows (il pezzo è molto, molto bello). La cosa non accadeva dal 1996. Giusto per la cronaca. Scompare il violoncello di Lori Goldson, usato nel dittico precedente, rimane la batteria "al rallentatore" di Adrienne Davies, il basso è affidato a Bill Herzog, le chitarre di rinforzo sono di Brett Netson dei Caustic Resin, e di Jodie Cox, oltre naturalmente a quella di Carlson, che compone tutti i pezzi (eccetto le liriche, lasciate agli interpreti, ma non nel caso di Rooks Across the Gate). Il copione non si sposta di molto: drone doom, musica dopante, ipnotica e sinuosa. Qualcuno potrebbe definirla soporifera, non è il mio caso. Una dimostrazione pratica di come si possa avere una lunga carriera, un successo di nicchia, e rendere grazie ai Black Sabbath senza clonarli, inventando un genere e generando un marchio di fabbrica. Nel video che vi allego, il primo pezzo è l'inedito Badgers Bane, presente solo nell'edizione in vinile.



The first thing that could be news, but it's not, is that on this new album of Earth, there are three songs with lyrics. It didn't happen since 1996 (Pentastar, Earth's first album). Two of these songs are sings by Mark Lanegan, another one by Rabia Shaheen Qazi (Rose Windows) and, believe me, on Earth's music is better Rabia than Mark. Anyway, lyrics apart, this new album is the natural prosecution of Earth's long and respectable career. Their music is always slow, hypnotic and is almost like a drug. It's like a dream. Please, don't wake me up.

20141107

radio fantasma

Phantom Radio - Mark Lanegan Band (2014)

La leggenda vuole che Lanegan abbia registrato questo suo nuovo disco sul suo telefonino, nonostante sia accreditato alla Mark Lanegan Band. I più cattivi (Pitchfork) dicono che Lanegan, regolarmente, butta nel cesso tutto quello che gli sta attorno e che conosce: alcool, eroina, bands, collaboratori. Qualcosa torna, qualcosa rimane sepolto per sempre. Io aggiungo: non è neppure arrivato primo (registrando sul telefonino). Almeno Neil Young ha usato (pare) una cabina telefonica (ma esistono ancora?). Degli anni '40. Vabbè.

Lanegan, croce e delizia, bene e male, genio e sregolatezza. Rockstar, grunge-star, Tom Waits e Johnny Cash. Aveva certamente voglia di cambiare, e ha cambiato. Alla fine, com'è questo disco? Così così, onestamente. Sembra quasi che abbia separato le sue influenze, e qua abbia pescato dal cassetto, proprio là in fondo, quella new wave che annoverava tra le sue fila Joy Division, poi New Order, Echo & The Bunnymen e via discorrendo, ma ogni tanto si è confuso, e forse è per questo che (qui mi trovo d'accordo con Pitchfork) The Killing Season sembra un pezzo dei peggiori Morcheeba. Il confine è sottile solo se la si vuol vedere così, tra Morcheeba e Portishead, ma personalmente preferisco di gran lunga i secondi, e forse, dico forse, il buon vecchio Mark cercava qualcosa del genere, ma non essendo propriamente il suo campo, non c'è riuscito a trovarla. Il disco sonnecchia tra una tastiera anni '80 e tastiere e basta, campionamenti non troppo particolari, la sua voce sempre piacevolmente dannata ma stavolta usata non proprio al meglio, e testi interessanti, american gothic quanto basta. Poi ci sono i pezzi vagamente folk, ma pure quelli risultano così così. Phantom Radio suona esattamente come te lo aspetteresti: un disco dove uno esperto di tutt'altro, si mette in testa di cambiare completamente genere. E risulta inesperto. Abbastanza paradossale, per uno che ha alle spalle una carriera lunga trent'anni.
Il disco, nella sua edizione Deluxe, consta di cinque pezzi in più, altrimenti contenuti su un EP. Non cambia niente (anzi, se possibile peggiora le cose, in quanto risulta, se preso da solo, una terribile accozzaglia di cose incompatibili tra di loro; Sad Lover, il video che potete trovare allegato alla recensione, è tratto da questo EP, ed è distante dal mood del resto dei dischi in realtà), se non che c'è questa canzone, che dà il titolo all'EP, No Bells on Sunday, che è una roba molto bella musicalmente, ma, ancora una volta paradossalmente, viene rovinata dalla voce di Lanegan. E questo mi ha fatto davvero riflettere: è piuttosto evidente che questo, quello che prova ad adottare con Phantom Radio, non è il genere adatto alla sua voce. Consoliamoci con il fatto che invece, le due copertine sono entrambe molto belle.


The new Mark Lanegan album, Phantom Radio, was recorded on Lanegan's mobile phone. Isn't the worst part. The album isn't so good, honestly, and it's a pity because Lanegan is a really good artist. But, as I said, the worst part isn't the recording, but the genre. Lanegan wanted to change, and he did. He turn toward his new wave influences, as Joy Division and Echo & The Bunnymen, but, maybe because he wasn't so familiar with that kind of music, it sounds like the worst Morcheeba, as in The Killing Season. Anyway, let's consider this album as a rite of passage, and let's move on.

20141106

torna in primo piano

Back to the Front - Entombed A.D. (2014)

Qualcuno di voi forse si ricorderà degli Entombed, o forse no. Io si, tra l'altro li ricordo spesso perché sono stati una delle prime band per cui ha militato Nicke Andersson, mio personale idolo hard rock nonché fondatore degli Hellacopters prima, e degli Imperial State Electric poi. E' il caso di scrivere un po' di storia, perché la cosa è un po' complessa. Gli Entombed, nati come Nihilist, nome poi cambiato appunto in Entombed a causa di ominimia, sono stati una death metal band svedese, ma non una a caso, una delle più importanti, una di quelle che ha influenzato molte delle band a venire, perfino gli Slayer, una band che ha saputo differenziarsi poco dopo il debutto, avvenuto nel 1990 con Left Hand Path: infatti, Wolverine Blues, terzo album del 1993, è considerato un capolavoro del genere, disco con il quale nasce il death 'n' roll (e nessuno mi toglie dalla testa che Andersson è quello che più ha influito su questa virata). Detto questo, gli Entombed A.D. sono una nuova band, sulla carta, ma in realtà sono formati dal cantante-fondatore degli Entombed originali, Lars-Goran Petrov (svedese di origini macedoni), uscito dalla band brevemente dal '91 al '92, che insieme a Victor Brandt al basso, Nico Elgstrand e Johan Jansson alle chitarre, e a Olle Dahlstedt alla batteria, proseguono il cammino degli Entombed, seppur sotto un diverso moniker, imposto loro da una decisione di un tribunale svedese, che ha stabilito che il nome Entombed appartiene comunemente a Hellid, Petrov, Cederlund e Andersson, e che quindi potrà essere usato solo dai quattro insieme. Il disco, infatti, prosegue il cammino interrotto ormai 7 anni fa con Serpents Saints - The Ten Amendments, e cioè con i rimasugli di quel sound che mischia death metal, punk 'n' roll e hard rock, notevole come idea, ma che ha già dato il massimo in passato. Non bastano cambi di tempo, buoni riff, discreto tiro dei pezzi, potenti mid-tempos, per scrivere pagine indelebili. Non basta l'esperienza per dare alle stampe un capolavoro. Back to the Front, alla fine, è un disco piuttosto anonimo.




Entombed A.D. is basically the new name of Entombed, the historical swedish death metal band who invented death 'n' roll with Wolverine Blues. After a pause of seven years since the predecessor Serpents Saints - The Ten Amendments was released, Lars-Goran Petrov and his mates are out with this Back to the Front under an almost-new moniker. We can hear all the teaching of the past, the fusion of death metal, punk and rock and roll, but all of this and over 20 years of experience ain't enough in order to release a really good record. Isn't that boring, don't fear you, die-hard fan, but it's not enough for me to be excited. Sorry about that.

20141105

pantaloni alla zuava

The Knick - di Jack Amiel e Michael Begler - Stagione 1 (10 episodi; Cinemax) - 2014

New York City, anno 1900. L'ospedale Knickerbocker, retto da un board composito dove spicca l'imprenditore navale Capitano August Robertson e diretto dalla di lui figlia Cornelia, è all'avanguardia. Opera con uno staff di chirurghi innovativi, coraggiosi, coadiuvati da infermiere e personale che in genere deve imporsi di superare dei limiti, per cercare in qualche maniera di abbassare un tasso di mortalità altissimo. Dopo il (spoiler alert) suicidio del capo chirurgo J. M. Christiansen, avvenuto in seguito all'ennesimo tentativo vano di operare con successo una pazienta affetta da placenta previa, il dottor John Thackery (Thack per gli amici) assume la carica di capo chirurgo. Thackery è una figura (liberamente ispirata a quella realmente esistita del dottor William Stewart Halsted) particolarissima: chirurgo brillante e, come detto, particolarmente innovativo, dotato di un'intelligenza non comune, capace di intuizioni geniali, è guidato parzialmente da ambizione e spirito competitivo, aspira ovviamente al Nobel (appena istituito - 1901 -, se ne parla durante la prima stagione, spalmata durante un periodo non precisato, per cui potrebbe essere una forzatura) ma più che altro ama la missione della medicina, che è quella di salvare delle vite. Ciò nonostante, non è certo la personcina ordinaria che uno potrebbe immaginare: dipendente dalla cocaina (che, è bene ricordarlo, all'epoca non era illegale, anzi, veniva usata normalmente come anestetico) e dall'oppio, passa molto più spesso le notti in un bordello cinese a Chinatown che a casa propria. La cocaina, soprattutto, gli dona la forza di rimanere notti intere a studiare nuove soluzioni mediche, e di operare con straordinario vigore, così come lo dota di un carattere di merda. Mentre Herman Barrow, manager contabile dell'ospedale, incastrato in un matrimonio di convenienza con una moglie odiosa, innamorato di una prostituta, lotta continuamente per trovare nuovi fondi anche per farci la cresta, nonostante sia già ampiamente indebitato con il gangster Bunky Collier, l'arrivo nello staff dei chirurghi del dottor Algernon Edwards (probabilmente basata in parte sulla figura storica del dottor Daniel Hale Williams), chirurgo afro-americano specializzato in Europa, i cui genitori sono dipendenti della famiglia Robertson (cuoca e cocchiere), mette in subbuglio gli altri chirurghi. In quanto nero, Edwards è trattato con disprezzo sia dallo staff che dai pazienti, Thack non vuole insignirlo del grado di suo vice, conscio prima di tutto del fatto che l'uomo non viene trattato con rispetto neppure dai pazienti, eppure Edwards ha intelligenza ed intuizione da vendere, al pari di Thack. E' proprio così che si guadagnerà la sua fiducia...

C'è chi ha già cominciato a dire che, il fatto che registi ed attori cinematografici famosi e capaci siano passati alle serie tv, sia indice di scarsità di opportunità lavorative nel campo del cinema. Probabilmente ha ragione, nella misura in cui possiamo appurare che il cinema, soprattutto quello statunitense, da un po' di tempo non fa che propinarci film su supereroi e commedie tutto sommato trascurabili. Quello che so è che The Knick, la cui prima stagione vede nientemeno che Steven Soderbergh regista e direttore della fotografia (quest'ultima carica sotto l'usuale pseudonimo di Peter Andrews) per tutti e 10 gli episodi, e la coppia protagonista Clive Owen / Andre Holland (Thackery/Edwards), è stata una delle più belle ed entusiasmanti novità di questo 2014. Tremendamente realistico, al punto da risultare molto più splatter di un True Blood qualsiasi (le operazioni, per dire), dotato di una colonna sonora techno che spiazza un poco inizialmente, diretto da un Soderbergh ispirato e sghembo come piace a noi, interpretato da un cast interamente in grande forma, finanche nei caratteri marginali (la "strana coppia" Cleary/Sister Harriet, o l'infermiera Elkins, l'ispettore Speight o la moglie di Gallinger), e una sceneggiatura che si inventa una storia da portare avanti sullo sfondo dei primi passi della moderna chirurgia. Inutile negarlo, almeno per me, appassionante più lo sfondo della storia, in realtà, così come affascinanti sono le ricostruzioni di una New York che una cinquantina di anni dopo Gangs of New York si è modernizzata, ma non per questo è divenuta meno selvaggia. Ecco, probabilmente la sfida della sceneggiatura si farà più dura con la seconda stagione, che vedremo nel 2015. Per il momento, questa novità me la sono proprio goduta.

20141104

aprendo la strada per salire

Clearing the Path to Ascend - YOB (2014)

Nonostante questo sia il settimo album della band di Eugene, Oregon, in pratica la creatura di Mike Scheidt, cantante, chitarrista e factotum, non ve ne ho mai parlato. C'è sempre tempo per cominciare. Il fatto che siano passati alla Neurot Recordings (per chi non lo sapesse, fondata da alcuni membri dei Neurosis) dovrebbe dirvi qualcosa, ma, come capitava per il grunge a suo tempo, può darvi il mood, ma di certo non può darvi l'idea precisa di cosa suonino gli YOB nel caso non li abbiate mai sentiti. Ci proverò io, mentre scelgo la clip da allegare a questo post/recensione. Scheidt cita, tra le sue influenze, Black Sabbath (ma va?), Saint Vitus, Immolation, Tool, Neurosis, Soundgarden, Deep Purple, Pentagram, The Obsessed e Trouble. E' bene dire che le influenze si sentono tutte, nella musica degli YOB, ma è bene anche dire che, rispetto a tutta la pletora di band più o meno cloni dei Sabbath, qua stiamo proprio da un'altra parte. La personalità degli YOB non è in discussione; il "timbro" è particolarissimo, il tocco di Scheidt è particolare, affascinante, infonde alla musica al tempo stesso potenza, momenti di delicatezza, introspezione. Dice che "YOB's music to me is an avenue and a vehicle to explore darkness", e direi che si sente, quantomeno il bisogno e il tentativo di farlo. Ma non rimaniamo troppo sul concettuale: i riff ribassati e asimmetrici, seppur monolitici e davvero capaci di generare un indistruttibile muro del suono, sono un riuscito esperimento di fondere il doom, lo stoner ed il massimo rispetto per quello che i Black Sabbath hanno cominciato. L'alternanza del cantato in growling e clean, quest'ultimo con un timbro alto (e molto riverberato), riesce a non stonare rispetto allo "sfondo". Ma c'è un'ammirevole ricerca della bellezza, intesa come melodia, nella musica degli YOB, in questo disco che contiene solamente quattro tracce, tutte abbondantemente sopra i dieci minuti di durata, e la cosa genera un interessante corto circuito se contrapposto con la potenza sonora. I numerosi stacchi arpeggiati non sono messi lì a caso, il gusto e lo stile di Scheidt alla chitarra si toccano con mano (qualche anno fa, sulla scia degli album acustici di Scott Kelly, Scheidt ha fatto uscire Stay Awake, un disco interamente acustico). Il risultato è un disco dal raro magnetismo, che alterna, come detto precedentemente, dolcezza e violenza. La sezione ritmica, Aaron Rieseberg al basso e Travis Foster alla batteria, fa il suo lavoro in maniera egregia. I quattro pezzi sono tutti validissimi, ma la conclusiva Marrow, ipnotica e avvolgente, cadenzata e sinuosa, è decisamente la mia preferita. 



There's something handsome in YOB's music, and I'm not talking just of the monolithic rifferama created by the hands of Mike Scheidt, singer, guitarist, leader and factotum of the band from Eugene, Oregon. He really believe in this band, he said that YOB's music is his personal way to explore darkness, and if you listen this album carefully, you can feel it. As I said, amazing riffs (the perfect blend between doom metal and stoner rock) alternate with moments of peace, headed by beautiful guitar arpeggios. The voice of Scheidt alternates growl and clean timbre, and it fits. The conclusive song, Marrow, is a masterpiece.

20141103

Rheinberg (Germania) - Ottobre 2014 (5)

La mattina seguente, dopo la colazione in albergo, risparmiamo i taxi, visto che in molti hanno auto private o noleggiate, quindi quelli senza auto si dividono tra le varie auto. La riunione ci prende tutto il giorno, in pausa pranzo ci viene servito un pasto in una sala sul retro della normale mensa, e devo dire ancora una volta che è tutto piuttosto buono. Nonostante alcuni normali momenti di silenzio (perché non tutti hanno voglia di attaccare un discorso, per il fatto che comunque devi parlare in una lingua di scambio), anche il pranzo scorre tra chiacchiere a volte scherzose, spesso interessanti. Dopo pranzo salutiamo i colleghi del team logistico, proseguiamo i nostri lavori, verso le 17 ci salutiamo tutti, in molti se ne vanno, altrimenti arrivano tardi a casa o hanno aerei da prendere. Io sarò lì anche il giorno seguente. Gli unici che, provenendo da fuori, rimarranno per la notte, siamo io, Anselmo e Alisa: lei ha l'aereo prestissimo la mattina (verso le 5), lui verso le 9. Torniamo quindi verso l'albergo noi tre, con la mia auto a noleggio, loro scherzando sulle mie doti da guidatore. Mentre ci tratteniamo per una sigaretta prima di salire in camera, arriva Quentin, che avevamo salutato 10 minuti fa (doveva partire subito per casa sua, in modo da arrivare per mezzanotte), e che evidentemente non aveva fatto il check out all'albergo quella mattina (non era certo che sarebbe ripartito). Ci diamo appuntamento alle 19 per andare a cena. Alle 19 il terzetto che potrebbe essere l'incipit di una barzelletta (un italiano, uno spagnolo e una bulgara), si incammina verso il centro di Xanten, dove sceglie un ristorante a caso, il Dalmatien, nella piazza del mercato.
L'esterno del Dalmatien di giorno. Foto dal web.

Ora, tralasciando il fatto che per almeno 10 minuti da quando ci portano il menu facciamo ironia sul fatto che manca la pizza, e poi c'è qualunque tipo di cucina (con prevalenza di quella balcanica, naturalmente), alla fine si ordina un po' a caso ma anche questa volta mangeremo bene, la serata scorre che è un piacere. Scorre in inglese, e vi giuro che ormai amo i loro accenti quando parlano inglese, chissà che impressione io faccio a loro, e si, oltre a qualche curiosità di lavoro (le relazioni interne alle fabbriche dove ognuno di noi lavora, come sono cambiati i nostri lavori negli anni), spesso si va nel personale, e senza dubbio si cementa una conoscenza che come ho detto, secondo che tipo sei si può cominciare a definire amicizia. Passeggiamo nell'umidità di Xanten verso l'albergo continuando a raccontare aneddoti personali, che spesso fanno molto ridere, come quando Alisa ci racconta quando le hanno rubato l'auto sotto casa (sono convinto che lei in quel momento non ha riso molto). Ci salutiamo con la speranza di rivederci presto, io e Anselmo ci rivedremo per colazione.
Infatti, la mattina poco dopo le 7 eccoci lì che conversiamo davanti ad un cappuccino (anche qui devo dire ben fatto; da sottolineare che alla terza colazione consecutiva, la seconda servita dalla stessa cameriera, non ho avuto bisogno di chiedere), e non ci crederete ma ne esce pure qualcosa di positivo a livello lavorativo (vedremo nei prossimi mesi; segnalo ad Anselmo un'apparecchiatura che può servire allo stabilimento spagnolo, e che mi è capitato di vedere qua in un deposito italiano, di proprietà della società per cui lavoriamo entrambi, nuova, mai usata, e attualmente in disuso). Ci salutiamo definitivamente, lui a minuti sarà raccolto dal taxi che lo porterà all'aeroporto di Dusseldorf. Io mi incammino verso lo stabilimento di Rheinberg, non prima di aver fatto il check out e svuotato la camera. Saluti mattutini, alle 9 conf call, alle 10 partenza verso il deposito di Wesel insieme a Marcel. I gestori ci offrono il caffé, ci mostrano una presentazione della loro società (e devo dire che in queste cose i tedeschi ci sanno fare, non è la prima volta che mi capita, e si presentano dannatamente bene), poi facciamo visita ai magazzini, faccio qualche foto, mi prendo qualche appunto mentale, segnalo delle imperfezioni, mi accordo per alcune migliorie che spero serviranno. Si torna allo stabilimento, l'ora è un po' tarda per il pranzo ma le gentilissime signore ci sono ugualmente, Marcel si prende il gulasch (è, come saprete, un piatto ungherese che però è diventato di casa in Germania), io no ma vista la mia curiosità una delle signore della mensa me ne serve un assaggino (non mi piace, posso dirlo dopo averlo assaggiato, ma ho gradito moltissimo la cortesia), poi torniamo in ufficio. Scrematura email, saluti a tutti gli uffici, mi cambio nel bagno (mi metto "comodo" per il viaggio), saluto definitivamente a presto, e mi dirigo verso l'aeroporto: dopo due giorni di pioggia anche intensa, il tempo sta tornando verso il bello.
Mentre seguo le istruzioni del navigatore, che mi fa fare anche un breve tratto di autostrada (gratis, e discretamente tenuta), ripenso a queste giornate col sorriso sulle labbra. Arrivo quasi all'aeroporto, e quando realizzo che non ci sono più distributori di benzina torno indietro per qualche chilometro fino all'ultimo che ho visto. Faccio rifornimento e mi prendo un caffé al piccolo bar dentro la stazione di servizio, la signora al bar in qualche modo intuisce che sono italiano e mi risponde nella mia lingua. Arrivo all'aeroporto, parcheggio l'auto nei posti riservati, un omone mi chiede se riconsegno, gli do le chiavi e saluto. Fumo una sigaretta, mi vengono i ripensamenti, passo al banco del noleggio subito dentro all'aeroporto e chiedo all'addetta se quel tipo lavora per loro. Lei mi domanda se era un omone, e al mio si mi dice che è tutto a posto. Passo i controlli, vado al gate, mentre aspetto decido di comprare una bottiglietta d'acqua. La cassiera mi riconosce come italiano e mi risponde in italiano, lei però senza accenti. Le chiedo lo scontrino, per il rimborso, e lei mi fa capire che qua lo scontrino non lo prende nessuno, e io domando "tanto le tasse le pagano lo stesso, vero?". Lei annuisce. Ripenso al fatto che molti italiani sono convinti che la nostra emigrazione verso la Germania sia finita negli anni '70. E invece questa ragazza qua ha sicuramente meno di 30 anni. Mi imbarco dopo aver atteso almeno una ventina di minuti in coda, all'aperto, sotto un vento gelido e vestito poco. Finalmente, si chiudono i portelloni e si decolla.

Vinco il sonno ripensando all'ennesima esperienza formativa, e alla prossima che sarà tra un paio di settimane, ma soprattutto ricordandomi che oltre a dover arrivare al parcheggio, dovrò viaggiare per altre due ore prima di essere a casa.
Faccio il conto di quanti aerei ho preso in questo 2014. Come detto inizialmente, non posso dire che per me sia un fastidio, anzi. Quindi avanti così, senza porre limiti alla provvidenza. Sky is the limit. Alla prossima.

20141102

Rheinberg (Germania) - Ottobre 2014 (4)

Beh, continuare mi è difficile, non vorrei annoiarvi con impegni personalissimi di lavoro. Quello di cui posso parlarvi sono le persone. Perché i colleghi sono prima di tutto persone, e io sono fatto in una certa maniera. Provo a spiegarmi: è difficile che, nell'ambito di lavoro, mi ritrovi a pensare che qualcuno mi vuol "fare le scarpe", oppure che mi vuole far fare il lavoro suo. Ultimamente mi sono spesso sentito dire "ma perché fai questo, lo dovrebbe fare X o Y", e io mica ci penso. Questo solo per farvi capire che tipo di persona sono, in realtà con questo viaggio di lavoro c'entra poco. L'occasione di questo meeting era quello di mettere intorno ad un tavolo le persone responsabili del Back Office di un certo tipo di prodotto, distribuito dalla società per cui lavoro, a livello europeo. Era già stata fatta una cosa del genere in giugno, e quindi alcune delle persone presenti le avevo già conosciute. In questo caso, c'era una cosa in più, rispetto alla volta scorsa: l'incontro era congiunto con il team logistico, sempre a livello europeo. Alcune persone di questo team le conoscevo già, altre per niente, con altre avevo solo parlato al telefono, o scritto via email. L'incontro era programmato per la giornata di martedì, e come vi ho detto, visto il tempo che avevo a mia disposizione, mi ero organizzato alcune cose di lavoro anche per il giorno precedente e quello seguente. Insomma, il lunedì mattina alle 8,00 sto suonando il campanello della direzione, dopo di che chiamo uno dei miei colleghi tedeschi, Marcel, che mi risponde stupito dal fatto che io sia già lì. Mi viene ad accompagnare, e salgo nell'ufficio che divide con un'altra collega, Sandra, conosciuta il giugno scorso. La prima parte della mattinata passa facendo il giro degli uffici, conoscendo di persona colleghi mai visti, ma con i quali c'è spesso scambio di email. Una in particolare, Nina, con la quale avevo parlato alcune volte al telefono, è di origine italiana (il padre, infatti lei ha un cognome sardo), e quindi parliamo un poco in italiano. Sono tutti molto gentili, naturalmente diversi da noi italiani, più silenziosi direi. Alle 10 ho un incontro con Dirk, altro collega già conosciuto personalmente qua in Italia in un'altra occasione. Si fa quasi l'ora di pranzo, e scendo in mensa con Marcel e Sandra, però prendiamo il cibo e saliamo di nuovo, al piano dove lavorano c'è una stanza adibita a saletta "ricreativa", mangiamo lì. Il pomeriggio lo passo lavorando nell'ufficio dei miei due omologhi, l'atmosfera è piacevole; faccio due chiacchiere con Ronald, conosciuto lo scorso novembre a Bollate, sede direzionale della mia società in Italia. Cenammo insieme parlando un po' di lavoro e molto di noi, lui è un po' più anziano di me, olandese, un tipo simpatico e molto alla mano. Abita ancora in Olanda, che da qui è vicinissima (in effetti, l'aeroporto dove sono atterrato è in pratica sul confine), e tutti i giorni o quasi fa il pendolare. Mi dice che domani e dopo domani non ci rivedremo, perché deve andare alla sede centrale, a Bruxelles. Verso le 17 se ne vanno Sandra e Marcel, e me ne vado pure io. Rientro in albergo e attendo le 19, ora in cui è programmata la cena. Stanno arrivando tutti gli invitati, e alle 19 rivedo facce conosciute, in special modo il mio collega/omologo spagnolo, Anselmo, che considero già un amico: in giugno, chiacchierando in spagnolo, avevamo capito di avere molto in comune, e qualche volta, il pomeriggio tardi, abbiamo chattato parlando di lavoro e di altro, e la mia collega bulgara Alisa, una tipa che mi è rimasta simpatica dal primo momento in cui l'ho vista la prima volta: mi rivelerà che negli uffici bulgari, a Devnya, quasi tutte le colleghe sono mie fan, non per la mia avvenenza, ci mancherebbe, bensì per la mia espansività, che trasuda dalle mie numerose email, e per il fatto che in ognuna di queste email (e qualche volta pure al telefono) mi sforzo sempre di scrivere qualche parola in bulgaro. 
L'esterno dell'hotel/ristorante. Foto presa dal web.

Ma farei torto agli altri, citando solo loro due: non ce n'è uno o una che riesca a trovare antipatico/a. E poi, la vita è sempre piena di sorprese, spesso piacevoli. Ferran, collega spagnolo che vedo per la prima volta, così come Conchi (con la quale però un paio di volte avevo parlato al telefono, me lo ricordo bene perché una volta mi chiese se ero spagnolo, da come padroneggiavo la lingua), mi porta i saluti della sua compagna di ufficio Roser, altra collega che ci visitò mesi fa, con la quale passai un po' di tempo. Altra persona che vedo per la prima volta è Krystle, con la quale ho "parlato" via email alcune volte, da poco entrata nel team. Scendo insieme a lei in ascensore, saluto ma ancora non so che è lei. Lo scopro dopo a cena. Durante la cena, poi, scopro che è colombiana. Quindi, dopo averle detto che ho visitato il suo paese qualche anno fa, da quella volta lì scopro che anche con lei posso parlare o scrivere in spagnolo. C'è anche Marcel a cena, che, mi ero dimenticato di dirlo prima, è un ragazzone alto due metri e molto più giovane di me, e poi c'è Sabina (tedesca anche lei), conosciuta in febbraio, che ha avuto un bambino da poco e quindi è ancora in maternità, ma è venuta a cena. Vedo per la prima volta anche Quentin, collega francese col quale ho dialogato molto durante il mese di agosto, mi ha aiutato molto durante una crisi di produzione. C'è il capo del mio team Fabien (belga), una persona cordiale che parla sempre sottovoce, visto più volte, sentito un sacco, una persona molto piacevole e mai invadente, e c'è Annick (belga che parla un italiano praticamente perfetto, migliore di quello di molti italiani), una persona che ogni tanto legge questo blog, e con la quale credo di poter dire che da quando ci siamo conosciuti è nata una bella amicizia. C'è Paulo, portoghese conosciuto qualche settimana fa qui in Italia, c'è Monica, collega italiana che conosco da talmente tanti anni che non si dicono, che altrimenti sembriamo tutti e due vecchi, con la quale a volte è difficile rimanere seri (colpa mia?), c'è Frederick (belga), conosciuto questa mattina, e c'è il loro capo Cesar, un catalano che parla sei o sette lingue perfettamente (italiano compreso), tifoso equilibrato del Barça ma capace di parlare di qualsiasi argomento con modestia ma con una capacità invidiabile. E' lui che, dopo una cena sorprendentemente apprezzata da tutti (dopo questo viaggio devo decisamente sfatare il mito secondo il quale in Germania si mangia male), trattiene me, Fabien e Frederick per un ultimo bicchiere.
Sarà, come ho detto in apertura, che alla fine sono una persona semplice, incapace di pensar male, che prima di tutto vede persone anziché colleghi, sarà che sono ottimista per natura, sarà perché mi piace talmente lavorare che non mi pesa, ma non riesco a considerare cene come queste come un peso. Anzi, se ancora adesso ci ripenso, mi sono proprio divertito.
La sala del ristorante; mi sa che io ero proprio nell'angolo. Foto presa dal web.