No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
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20120901

just a bit of my business



Dear Joyce,
I’m glad to help. Instruction is important, is a key to a better life and to free yourself. I’m just lucky to be born here in Italy, so if I can, I think is right to help someone less lucky.
I hope to see you again, one day. Take a look on the other little kids, and try to learn the important things from school.
A hug
Alessandro

Sono il primo a pensare che cose come queste, la cosiddetta "beneficenza" (mi piace di più definirla solidarietà), vanno tenute per sé, assolutamente non sbandierate. Ma, a parte la soddisfazione che mi dà rileggere le righe scritte da Joyce, e non ultimo il fatto che, avendo conosciuto questa ragazzina di persona, la soddisfazione è ancora più grande, vorrei solo usare questa cosa come pretesto per dire a voi, pochi ma buoni, e selezionatissimi lettori di fassbinder, che sicuramente state facendo "le vostre cose" nel vostro rispettabilissimo privato, che, con l'aiuto "sul campo" di Susanna, stiamo cercando di aiutare delle persone che hanno realmente bisogno, come avete avuto modo di capire leggendo quel che vi ho raccontato nel diario di viaggio del Kenya, parlandovi dell'orfanotrofio di Gilgil. Quindi, se vi va di aiutare, contattatemi, che nel frattempo Susanna sta pianificando nuovamente una serie di interventi alla struttura.

20101026

adozioni a distanza

L'amica Susy si occupa (anche) di adozioni a distanza. Cosa nobile. Ve le sottopongo. Contattatela se anche solo volete informazioni.
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Nome: Consolata Atieno Sigar
Data di Nascita : Giugno 1995
Residente a Kajulu – Kisumu - Kenya
Scuola: uscita dalla “Primary school” come 7° migliore studentessa su 60 alunni, frequenta ora la prima classe della scuola superiore femminile “Bishop Okoth Mbaga”; college a tempo pieno.
Materie preferite: inglese e matematica
Famiglia: orfana di entrambi i genitori, ha una sorella che vive con un’altra famiglia. Sostenuta fino a qualche mese fa da un volontario di Dream Again, Jack Obero che, avendo perso il lavoro 3 mesi fa ed avendo a carico già 4 figli, è stato costretto ad interrompere il sostegno economico.

Proposta di adozione: si tratta di coprire il saldo scoperto dell’anno in corso (documento allegato) di circa 115 euro e proseguire nel sostegno dei prossimi 3 anni per un importo pari a circa 300 euro l’anno, 25 euro al mese.
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Nome: Ineah Habazi
Data di nascita: 26 agosto 1992
Residente a Kajulu – Kisumu – Kenya
Scuola: frequenta il 3° anno della scuola superiore “Joel Omino”
Materie preferite: inglese e geografia
Famiglia: figlio di genitori separati, abbandonato a se stesso in giovane età, vive presso una parente anziana, già madre di 6 figli, nella baraccopoli di Nyelenda. Fino ad oggi ha studiato grazie al supporto di un volontario di Dream Again, John Oduor. Quest’ultimo negli ultimi anni ha visto crollare i propri affari ed attualmente ha difficoltà a sostenere la sua stessa famiglia (moglie e figlio). Suo malgrado ha dovuto sospendere il sostegno a Ineah.

Proposta di adozione: si tratta di coprire il saldo dell’anno in corso (in allegato) di circa 95 euro e sostenere le spese del prossimo anno (100 euro circa)
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Nome: Emmanuel Martin Otieno
Data di nascita: 14 novembre 1996
Residente: Kajulu Kadero – Kisumu – Kenya
Scuola: frequenta l’ultimo anno alla “Kianjia Primary School” dove risulta essere il 4° migliore studente su 750 alunni.
Famiglia: orfano di entrambi i genitori, vive con un parente disoccupato nella comunità della tribù Luo
Hobby: lettura, soprattutto racconti
Sogno nel cassetto: diventare pilota

Proposta di adozione: si tratta di coprire le spese per la scuola superiore a tempo pieno, una sorta di college dove i ragazzi oltre a beneficiare dei pasti possono dormire. Il costo annuale della scuola è di 300 euro, 25 euro al mese. Il percorso formativo è di 4 anni.
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Nome: Brian Jairo Omondi
Data di nascita: 21 settembre 1993
Residente a Kajulu – Kisumu – Kenya
Scuola: frequenta il 2° anno della scuola superiore maschile “Miwani”, 6° miglior studente su 91.
Materie preferite: storia
Hobbies: giocare a calcio e fare amicizia
Famiglia: vive con la madre disoccupata, orfano di padre. Tribù Luo.

Proposta di adozione: si tratta di coprire il saldo dell’anno in corso (in allegato) di circa 30 euro e sostenere le spese dei prossimi due anni (circa 25 euro al mese). Sostenere le spese della scuola superiore significa anche alleggerire la madre sul mantenimento del figlio, in quanto la scuola offre vitto e alloggio.
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Per tutti e quattro, l'associazione garante è Hemerging Humanity in collaborazione con la Community Development of Kisumu “Dream Again”

Referente italiana: Susanna Ureni 329/6233982
jamilashiva@yahoo.it

20090616

lezioni


Da Internazionale:


Copenaghen studia l'arabo

Il comune ha annunciato l'introduzione dello studio dell'arabo come seconda lingua straniera nelle scuole dopo l'inglese, in alternativa al francese e al tedesco. L'obiettivo è contribuire all'integrazione degli studenti di origine araba, che sono il 10 per cento del totale.

20090509

good news


Leggete questa. Mai mollare.

i poveri li inventiamo noi


Da D la Repubblica delle donne, nr. 644. Interessante punto di vista che contesta "il banchiere dei poveri" Mohamed Yunus, e altre cose.


I poveri? Li inventiamo noi
PROVOCAZIONE

Lo studioso iraniano Majid Rahnema attacca la Banca Mondiale, il microcredito. E la mentalità occidentale
di Alessandra Baduel
Fu un africano a farmi capire cosa non andava nelle nostre analisi. Ero in Mali per conto dell'Onu. Gli chiesi come faceva, nei giorni in cui non aveva da mangiare. Mi rispose con tre parole: "Vado dal vicino". Ecco, questo è qualcosa che il Primo mondo rende impossibile". E questo invece è uno dei problemi che pone l'iraniano Majid Rahnema, 85 anni e tante vite alle spalle: ministro dell'Università, della Ricerca e della Scienza (tra il 1967 e il 1971), poi al lavoro con i contadini di Alashtar, nel Lurestan iraniano, prima di girare il mondo per decenni, seguendo i programmi di sviluppo dell'Onu e dell'Unesco. "Lottiamo contro la povertà, o contro i poveri? Li definiamo così per aiutarli, o per sfruttarli meglio?". Le domande di Rahnema mettono in crisi molte ottime intenzioni. Svelano l'ambiguità di un modo di pensare che ci fa sentire più buoni, ma che forse ha un lato meno nobile, dove è di nuovo il Primo mondo a guadagnare - anche con le vite degli altri. Per spiegarsi, fa l'esempio di Mohamed Yunus, l'uomo che ha inventato il microcredito. Soprannominato "il banchiere dei poveri", premiato con il Nobel per la pace, secondo lo studioso iraniano è un perfetto esempio di quell'ambiguità. "L'idea iniziale è buona. In più i poveri sono affidabili: onorano sempre i loro debiti. Ma a ben vedere, si tratta solo di un'ottima operazione bancaria. Perché il microcredito prevede dei tassi d'interesse. E non mi risulta che qualcuno abbia mai contestato a Yunus il fatto che i suoi tassi sono fra il 30 e il 35 per cento. Ha anche fatto un patto con delle compagnie telefoniche, creando un meccanismo terribile: chi ottiene un prestito da lui, se compra un cellulare non paga più gli interessi. Ma intanto s'indebita con le compagnie. Per fortuna l'opposizione di Vandana Shiva gli ha impedito il patto analogo che voleva fare con la Monsanto, produttrice di semi Ogm". È dunque l'economia che crea la miseria? "L'attuale sistema emargina milioni di persone bollandole come povere. Secondo la Banca mondiale, sulla terra ne esistono quattro miliardi. Due milioni e 800 mila sono in povertà "relativa", cioè commisurata al nostro benessere: due dollari al giorno. Un milione e 200 mila vivono con meno di un dollaro al giorno. La chiamiamo povertà "assoluta". Ma sono definizioni e cifre che abbiamo creato noi". Secondo lo studioso iraniano, la scelta delle parole è importante. Molto importante. "In passato, "fare economia" significava gestire al meglio le spese di casa, o di un'attività. Oggi invece l'economia pensa solo a se stessa. E le campagne di "aiuto a chi ha bisogno" sono in realtà campagne contro quelle persone. È tutto calcolato, in modo che i poveri continuino a prendersi solo i nostri avanzi". Pensiero politico, quello di Rahnema? "Lo ammetto senza fatica: ragiono da socialista, da marxista, definiamolo come vogliamo questo pensiero, ma di questo si tratta". Ma ragiona anche da uomo con una cultura religiosa. "Non credo che Dio esista, e intendo il Dio dei poveri, che è diverso dagli altri Dei. Il poeta persiano Rumi (mistico sufi, ndr) raccontò una storia: un pastore sta accudendo il suo montone e intanto parla con Dio. "Tu pensi a tutti", dice, "e nessuno pensa a te. Vorrei tanto farlo io. Pulirti, accudirti, come faccio con il mio montone". Ecco, noi dobbiamo imparare a usare il linguaggio del pastore". Anche a questo ha pensato Rahnema, scrivendo Quando la povertà diventa miseria (Einaudi, 2005). "Miseria è l'impossibilità di avere beni di cui senti la necessità. Mentre in ogni lingua ci sono molte parole per dire "povero", in persiano per esempio sono addirittura ottanta. E ognuna corrisponde a qualcosa di differente". Lui divide più semplicemente la povertà in tre tipi. Quella volontaria dei profeti, quella "conviviale" di chi conduce un'esistenza semplice e dignitosa e quella moderna, creata dalla rivoluzione industriale. "È da allora che esiste un'economia interessata soltanto alle proprie necessità, che inventa dei "bisogni" fini a se stessi. È la società di mercato che ha creato condizioni tali da impedire alle persone di essere povere alla maniera tradizionale, togliendo loro potenza. Ed è questo che ha distrutto la povertà conviviale. Chi pensava, soltanto quindici o vent'anni fa, che tutti dovessero possedere un telefono cellulare? Ora, chi non lo ha sa che deve considerarsi un miserabile. E si parla dei poveri come se fossero dei parassiti. Nella storia degli esseri umani non c'erano mai state così tante persone messe ai margini dalla società". Ritorna l'uomo di cultura, questa volta con un ricordo filosofico: "Se si riesce a vivere secondo la propria potenza, allora ognuno "è" Dio, come dice Spinoza. Il povero deve poter essere fino in fondo se stesso, mentre noi dobbiamo scoprire la ricchezza di ogni individuo, invece di imporre una misura che è di pochi". Come Rahnema stesso spiega nellle pagine del suo ultimo libro, La puissance des pauvres (Actes Sud, 2008), quello stesso potere risiede nella possibilità di agire. Ma parlare di povertà "relativa" fino a non molto tempo fa era un gesto coraggioso: significava far accettare ai governi che se tutti hanno un bene anche non essenziale e qualcuno no, quella persona va aiutata. Ottima intenzione. Lo studioso però la contesta: "Il problema del mondo è che esiste un pugno di persone con molti soldi e che sono interessate soltanto a quelli. Per i poveri il punto centrale non è il denaro. Lo è diventato quando sono stati tolti a forza dal loro contesto". Come cambiare, allora? "Se dai a tutti quattro dollari a testa al giorno, non ci saranno più i quattro miliardi di persone in povertà che calcola la Banca mondiale, ma non avremo risolto nulla. Invece dobbiamo chiederci cosa vogliono realmente quei quattro miliardi di persone". Non si cambia il mondo con i soldi, ma neppure con le rivoluzioni. "Tutti pensano che si debbano trovare soluzioni economiche, ecco perché anche le rivoluzioni, pur con le migliori intenzioni, non hanno funzionato. Sono le persone che devono cambiare, dal basso. Gandhi diceva che il modo migliore di aiutare i poveri sta nel saltare giù dalle loro spalle. E propose la reintroduzione della filatura e della tessitura a mano nei villaggi, perché si potesse lavorare in maniera tradizionale e al tempo stesso fruttuosa. Bisognerebbe fare proprio questo. I poveri sono stati sradicati dalla loro cultura, deprivati delle loro conoscenze. Va restituita loro la possibilità di fare lavori tradizionali, produrre per se stessi". Dall'alto, non si può fare quasi nulla: è questo il concetto che Rahnema imparò da ministro e che guida il suo ragionamento anche oggi. "Obama è un altro buon esempio. Se fossi stato americano, avrei senz'altro votato per lui. Ma credo che non possa fare molto: a quei livelli, quando entri in carica i giochi sono già fatti. La cosa più importante di Obama sono le persone che lo hanno eletto, una per una. Perché con il loro voto hanno manifestato la voglia di cambiare".

20090318

zimbabwe report nr. 9

Sorpresa!! A distanza di due anni, ritornano le cronache zimbabwensi della nostra inviata super-speciale.

Gweru, Zimbabwe

Cari Amici,
come forse alcuni di voi già sono a conoscenza, sono in Zimbabwe alle prese con le fasi finali di un’epidemia di colera che dura ormai da agosto e che sembra quasi non avere fine. Non vi annoierò con i dettagli tecnici della questione, ma vi diletterò con storielle aneddotiche come sempre. Dunque il dollaro zimb che tanti problemi mi ha creato nella precedente edizione, non esiste più, ora si ragiona e si paga in dollari che per lo meno sono stabili e si riceve il resto in pula (moneta del Botzwana) o in rand (del Sudafrica) un po’a casaccio o in caramelle tanto per fare pari. Peccato, al dollaro zimb mi ci ero quasi affezionata, soprattutto alla sua imprevedibilità...ho anche chiesto al mio autista di procurarmi alcune banconote da collezione (ambita è quella da 3 trimilioni di zimb) che me le voglio incorniciare. Il resto è allo scatafascio come prima, i supermercati sono vuoti o espongono in tutti gli scaffali la stessa cosa. Uno ieri, un Despar, era pieno di valigie cinesi ovunque e quasi nulla da mangiare. Ah per la cronaca, sono a Gweru nella provincia del Midlands, piena di miniere d’oro e di carbone, anche quelle ferme, visto che chi le gestiva è stato costretto dal governo a mettere i soldi nella statale Bank of Zimbabwe che corrispondeva a buttarli al vento. Il paese è piccolo ma era moderno, peccato che i semafori non funzionino più da tempo, i negozi siano quasi vuoti ed è difficile trovare il pane. Si vedono i pochi contadini bianchi che presidiano le loro fattorie in giro per il paese con auto mazda color turchese e mogli con i capelli cotonati. Anche loro sono rimasti fermi agli anni ’70, un po’ come lo style del resto del paese. I giornali statali ignorano i veri problemi, parlano di presunti attacchi di coccodrilli a bimbetti curiosi e di cittadini in campagna spaventati dai leoni. Del colera non si parla. Come se non esistesse e se 70.000 persone che se lo sono preso non fossero mai esistite. Mi occupo come al solito di prevenzione del colera e mi sto girando tutte le cittadine qui intorno e le loro scuole. Organizzo piccole feste dell’Unità anti colera con tanto di percussioni, balli, distribuzione di sapone e gruppo di teatro assai scenico, devo dire. Vado nelle scuole a parlare del colera e là sembra di essere nelle scuole di Harry Potter. Sono tutte boarding schools con i bimbetti incravattati e ingiacchettati e con le bimbe con le gonnelline a pieghe che in pratica vivono là. Ci sono i prefetti, i saluti ufficiali con tanto di inchini, “good morning madame”. L’esperimento più grande di salvataggio delle apparenze mai tentato. Alcune scuole non hanno più luce nè acqua corrente da un po’ e mettere insieme da mangiare per gli studenti è sempre più complesso, ma tutto è formalissimo, con saluti iniziali, presentazioni, palco da cui fare discorsi con tanti fiori finti, biscottini e tè poi sessioni di promozione dell’igiene e misure anticolera poi domande con alzata di mano e in piedi in perfetto inglese oxfordiano, poi ancora saluti e strette di mano. E io me ne vado pensando di aver attraversato una parentesi di mondo perfetto che non appartiene allo Zimbabwe.

Un Bacio
Cat

20090305

mama Africa 5


Polemica curiosa e interessante, sempre da D la Repubblica delle donne, a proposito delle Organizzazioni Non Governative. Servono davvero? O meglio, sono "usate" bene?



D.O.N.G. Dannate organizzazioni non governative
POLEMICA

L'antropolgo Alberto Salza accusa. E spiega il fallimento della cooperazione internazionale in Africa. Dove con gli aiuti arrivano ignoranza, arroganza, stupidità. E amore. Il nemico peggiore


"Lo sai perché non abbiamo lo sviluppo economico, in Africa?". La domanda è di Ater, ragazzo dinka del Sud Sudan sopravvissuto alla guerra civile, ogni giorno della sua vita. Gli rispondo, da paternalista: "Dimmelo tu". "Ascolta e non fare battute", dice lui, severo come chi è cresciuto temendo il suono di ogni aeroplano. "Il fatto è che noi africani dividiamo tutto. Voi siete fortunati: avete l'egoismo su cui costruire la ricchezza". Nelle chiese di Lalibela, in Etiopia, avevo incontrato gli eremiti, che ancora oggi si acquattano sulle membra semimummificate di chi li ha preceduti in fetidi buchi delle pareti, come piccioni. Qualcuno porta loro da mangiare. Qualcun altro riceve qualcosa. "Non è così difficile moltiplicare pane e pesci", avevo detto a me stesso, "è molto più complicato dividerli". Come ha scritto Seyyed Hossein Nasr in Ideali e realtà dell'Islam: "La carità materiale oggi in auge riduce l'uomo a una bestia: gli dà cibo e vestiti, ma lo priva di protezione. Gli insegna a camminare, ma gli toglie la vista, la sola che potrebbe indicargli dove andare". Tra gli esperti, l'Indice di Povertà Umana (HPI, misura di deprivazione) sostituisce l'obsoleto Indice di Sviluppo Umano (HDI, misura di progresso). Quest'ultimo si basava su: aspettativa di vita, istruzione e livello di sopravvivenza. L'HPI analizza le stesse componenti, ma con il cannocchiale a rovescio: assenza di longevità ("Ce la farò o no a superare i quarant'anni?"), educazione ("Qual è il mio livello di analfabetismo?") e benessere ("Quanto posso contare su acqua pulita e servizi sanitari? Quanti dei miei bambini sotto i cinque anni sono sottopeso?"). Su 108 Paesi in via di sviluppo, la CIA (proprio loro: cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/) stila una classifica. La miseria assoluta è privilegio dell'Africa: 1) Ciad; 2) Mali; 3) Burkina Faso; 4) Etiopia; 5) Niger; 6) Guinea; 7) Sierra Leone; 8) Mozambico; 9) Benin; 10) Guinea Bissau. E allora diamo il via ai quattro cavalieri dell'apocalisse degli aiuti all'Africa: Ignoranza, Arroganza, Stupidità e Amore, in volo sui candidi aerei dell'Humanitarian Air Service delle Nazioni Unite. L'ignoranza costa un sacco di soldi. Nel nord del Kenya, per esempio, una ong ha costruito un impianto per la lavorazione della carne bovina: tre milioni di euro spesi. I turkana della zona, però, si rifiutano di vendere le vacche. A me è stato chiesto di organizzare un'importazione clandestina di bestiame oppure di capirci qualcosa. "Vedi, noi abbiamo un proverbio", mi ha detto un turkana grattandosi l'acconciatura di fango blu che nasconde un osso dell'antenato. "Il sentiero delle capre va al mercato; quello delle vacche incontra il sentiero delle capre, ma al mercato non ci va". Le vacche, per i turkana, sono capitale sociale: servono per matrimoni e cerimonie. Non si possono vendere vecchie amiche cornute a un mattatoio dipinto di bianco. Bastava chiedere. L'arroganza parte da lontano. Come scrive Yasunari Kawabata, in La casa delle belle addormentate: "Qualunque vita, per quanto inumana, con l'assuefazione diventa umana". Ma noi addetti all'aiuto umanitario, la settima industria al mondo, non ci crediamo. Così in Ogaden, al confine tra Etiopia e Somalia, ho chiesto quale fosse il quantitativo minimo di vita. Alcune risposte: "Mangiare una volta ogni due giorni e una pillola medicinale al mese". "Avere dieci pecore, undici figli e vivere sull'altopiano desertico: la mia, di vita". "Una vita che ti lasci vivere". "Non te lo dico. Tu non sei uno di noi". Allora ho permesso che le Special Forces americane, in Ogaden per l'invasione della Somalia, lasciassero per un giorno intero i malati dell'ospedale di Gode sotto il sole rovente ("Così imbianchiamo le corsie, che fanno schifo"), e che poi vaccinassero i cammelli puntando le mitragliatrici sui pastori (dialogo urlato: "Ci volete avvelenare le bestie!"; "È per il vostro bene, ignoranti!"). Dato che siamo come soldati in guerra contro miseria e ingiustizia, nel nostro lavoro ci vorrebbe una disciplina assoluta. E invece lasciamo che gli operatori dello sviluppo appaiano agli occhi degli africani come ricconi su costosissime fuoristrada bianche, con una fama meritata di ubriaconi e puttanieri, oppure come poveri diavoli che non sanno bene quello che fanno, se non beccarsi un lauto stipendio e i benefit per la famiglia. Un giorno, in Ogaden, aspettavamo gli ispettori del World Food Programme che dovevano decidere gli aiuti alimentari dopo una carestia. Avevamo allineato i pastori somali a fianco della pista sterrata. Se ne stavano ritti nel vento, sottili come tagli di Fontana. Atterrò l'aereo. Sulla scaletta apparvero tre donne bianche, così obese che a malapena riuscirono a scendere. Guardai i somali affamati. Nella calura, le loro linee tremolavano. Stavano ridendo. La stupidità uccide. La mania igienica dell'Occidente ammazza gli africani. Oggi è di moda la latrina. Ne edifichiamo dappertutto, con esiti comici. In Sud Sudan, una ong ha costruito gabinetti in muratura in mezzo alle praterie. I dinka si sono rifiutati di entrarci. Spiegazione di uno di loro: "Quella è una casa molto più bella delle nostre capanne. Noi non cachiamo dentro le case". In realtà la latrina può concentrare e proteggere la materia fecale dove il sole distruggerebbe i batteri, che così arrivano alla falda acquifera. Sul lago Turkana, in Kenya, due epidemie di colera coincisero con la costruzione di due latrine, a distanza di dieci anni. Le capanne di sterco e fango dei samburu impressionarono una dottoressa svizzera, inviata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità in Kenya. La accompagnavo, durante la carestia del 1984, a visitare i villaggi abbandonati dai pastori. Le mosche erano dappertutto. La signora arricciava il naso e criticava l'igiene intima dei samburu, gente che mette le vacche in casa per sentirsi bene con il mondo. A un certo punto trovammo un villaggio senza mosche. Le coperture delle capanne erano di plastica, ricavate dai teloni blu e gialli degli aiuti umanitari. "Vede che se si impegnano riescono a tenersi puliti? Niente mosche qui", disse la dottoressa. "Mi stia a sentire", risposi "niente mosche significa niente merda; niente merda indica che le vacche sono morte; niente vacche, niente latte. Niente latte, tutti morti. Io preferisco la merda e le mosche, signora". Ma è l'amore il nemico peggiore. Per anni ci siamo fatti prendere il cuore dai bambini africani. Avevano gli occhi grandi e umidi, con le ciglia da fanciulla. Sono i sintomi del kwashiorkor, una grave forma di malnutrizione infantile per cui la crescita è ritardata, lo stomaco si gonfia e gli steroidi non vengono interamente eliminati, creando un'azione femminilizzante: viso tondo, ciglia lunghe, occhi languidi. Un giorno venni mandato a discutere d'amore con un assassino d'Africa. Se ne stava appoggiato alla sua "tecnica", il camioncino dotato di mitragliatrice pesante che fa parte del paesaggio in Somalia. Aveva bandoliere e cartucce dappertutto. Era così magro che mi venne da pensare: "Sono i proiettili a tenerlo in piedi". In qualità di antropologo embedded, avevo l'incarico di scoprire perché i signori della guerra si fregassero, tra i rifugiati, tutto il cibo destinato a vecchi e bambini. Non è facile parlare a uno così. Non è il fatto che giochi con il kalashnikov a rendermi nervoso. È che è sicuro di sé, al cento per cento. È impossibile guardarlo negli occhi: non ci tieni a vedere il tuo volto riflesso, come un bersaglio. Comunque, ci sono sofisticate tecniche di approccio verbale e gestuale, in questi casi. "Ma che cazzo credete di fare?", dissi spostandogli la canna del mitragliatore verso terra. "Non dovete rubare il mangiare di vecchi e bambini. Siete uomini adulti, guerrieri!". Invocai la maledizione di Allah: qualche volta funziona, qualche volta non funziona. Sorrise. "Vedo che hai capito", disse. Mi feci guardingo: i somali fregano chiunque. "Capito cosa?", mormorai. "Che gli adulti hanno bisogno di mangiare, per combattere", disse. "Il fucile mangia i proiettili. Senza proiettili, il fucile è solo acciaio di ferro (proprio così, in italiano). E non serve a niente", concluse sputando il bolo anfetaminico del qat. "I vecchi e i bambini sono vittime collaterali", disse dolcemente il miliziano. < "I bambini hanno capacità riproduttiva, ma niente cultura. Se moriamo, i nostri bambini saranno allevati come americani". Sputò di nuovo. "I vecchi hanno la cultura, ma non la capacità riproduttiva. Se rimangono vivi solamente loro, il nostro popolo sparirà. Ecco perché noi lasciamo morire di fame i vecchi e i bambini, mangiando il loro cibo. Questa è la tattica. La strategia è che così facendo possiamo salvare il futuro. Dai da mangiare ai vivi, non ai morti". Per ragionare così duro, ci vuole un amore totale, un amore così puro per la propria gente da amputarne la parte che non serve. "Se non capiamo questo amore, è meglio che restiamo a casa", scrissi nel rapporto.

(Alcuni degli episodi qui descritti sono citati dal libro di Alberto Salza Niente. Antropologia della povertà estrema in uscita per Sperling & Kupfer).

20090303

mama Africa 4


Da D la Repubblica delle donne, nr. 634. A proposito di agghiacciante.



FUTURO RUANDA
Solidarietà

Ibuka significa "mai dimenticare". Quindici anni dopo il genocidio, i figli delle violenze e le loro madri si raccontano. Incubi, speranze. E un sogno di pace per l'Africa

di Emilio Manfredi

Mi chiamo Catherine e questa è la prima volta che parlo di quello che mi è successo. Quindici anni fa. Perché alla fine mi sono convinta che il silenzio produce ancora più dolore. Allora provo a raccontare la mia storia. Soffrire non è morire. E la sofferenza ti fa andare avanti. Scappavamo dal villaggio dopo giorni di massacri. Arrivammo a un posto di blocco. Un miliziano mi puntò contro il machete. "Ammazziamo questa", disse agli altri. Avevo solo diciassette anni. Pensai: "Non ha senso. Perché proprio io?". Urlai: "Te la prendi con me e non con le altre persone che avete fermato. Perché?". Lui rispose: "Muori perché sei tutsi". Mi sentivo svenire. Cercavo di prepararmi all'idea. Ma come si fa? Un altro Interahamwe lo fermò. "No, non lei. È bella. Me la prendo io". Ero ancora vergine. E sapevo che quell'uomo voleva violentarmi. Allora gli parlai, piano. "Sono solo una studentessa. Sono giovane. Aspetta. Finita la scuola, potrò essere tua moglie. Per favore. Non farlo". L'uomo mi osservò per un attimo, prima di rispondere. "Non hai più tempo per andare a scuola. E non ti sposerai mai. Se hai fortuna e sopravvivi, potrai farmi da serva in casa". Mi rinchiuse in uno scantinato. Per sé e i suoi amici. Arrivavano ogni giorno. Ogni mattina. Ogni sera. Sempre un uomo diverso. Si dicevano: "C'è una bella tutsi laggiù". Mi prendevano a turno. Non so quanti ne siano passati. Per due mesi questa è stata la mia vita. Se così si può chiamare quella condizione. Un giorno riuscii a scappare. Pensavo fosse finita. Qualche mese dopo vidi la mia pancia crescere. "Una creatura che nasce da sesso non volontario non è un essere umano", mi ripetevo. "Porto in grembo un animale". Tentai di abortire. Non ci riuscii. Provai a suicidarmi, buttandomi nel fiume. Ma un uomo mi salvò. E dopo mi violentò ancora. "Il tuo corpo per la tua vita", disse. Al nono mese decisi: una volta nato, non avrei allattato mio figlio. "Morirà di fame". Eugene è stato più forte di tutto questo. È sopravvissuto. E io ho cominciato ad amarlo. Poi sono tornata a scuola. Lì ho capito che il mio bambino aveva bisogno di maggiori attenzioni, perché figlio di quella sofferenza. Ho compreso che era innocente. Allora ho cercato di cancellare l'odio. E trasformarlo in amore. Ora Eugene sta crescendo. Osserva il mondo. E non sa di essere figlio della guerra. Non sa che io sono sieropositiva. Non gliel'ho mai detto. Però ascolta le parole degli altri. Va a giocare con i bambini dei vicini e lo chiamano killer. Se tira un sasso, gli dicono che ha il carattere di un miliziano. Gli ripetono che la sua gente ha ucciso la mia famiglia. Eugene torna a casa e mi racconta tutto. L'amico di giochi di mio figlio si chiama Inkuba. "Guerra", nella nostra lingua. Sua madre è stata violentata, come me. La sua sofferenza era tale che non ha saputo immaginare un nome diverso per suo figlio. Eugene si fa delle domande. "Che razza di persona sei?", ha trovato il coraggio di chiedermi un giorno, tornato da scuola. "Perché non abbiamo un papà? Perché nessun parente viene mai a trovarci?". Ho cercato a lungo le parole. Poi gli ho spiegato che c'è stata una guerra, qui in Ruanda. Suo padre è morto. Tutta la famiglia è morta. Il padre, però, lo ascolta. E lui gli può parlare. Un giorno gli svelerò ogni cosa. Presto. Ma voglio che Eugene sia grande abbastanza per capire. Devo aspettare ancora un poco. Però ho un problema: l'Aids mi sta portando via. La malattia non mi preoccupa come la vita di mio figlio. Eugene è la mia vita. Per questo non voglio sapere se anche lui è sieropositivo. Non riuscirei a sopportarlo. L'Aids ed Eugene. Sono le eredità che mi ha lasciato il genocidio. Come dimenticare? Quindici anni dopo, gli effetti sono ancora qui. Sulla nostra pelle. I nostri bambini sono il frutto delle violenze. Non hanno colpe, loro. Noi moriremo, ma questi ragazzi sono responsabilità di tutti. Siamo state costrette a essere prima "mogli" e poi madri. Abbiamo accettato i nostri figli e li amiamo. Non c'è nulla di terribile nel mondo che noi non abbiamo già sperimentato. Ora speriamo solo di poter morire in pace e che ci si occupi dei nostri ragazzi, nati quando il mondo guardava da un'altra parte. Lontano.


(Testo raccolto da Jonathan Torgovnik, elaborato e tradotto da Emilio Manfredi)

20090228

mama Africa 2


Ancora da D la Repubblica delle donne nr.634; le teorie di questa giovane economista sono di rottura ma davvero interessanti.



0086-0091: Call Cindia L'analisi di Dambisa
La trentenne economista dello Zambia attacca i protagonisti occidentali degli aiuti allo sviluppo. A cominciare dalle star


di Federico Rampini


Noi occidentali siamo convinti che è in corso un'invasione dell'Africa da parte dei cinesi, attirati dalle risorse naturali del Continente nero. Ci raffiguriamo la penetrazione degli interessi economici di Pechino come un saccheggio, una neocolonizzazione. Sorprende perciò il parere anticonformista di Dambisa Moyo, una giovane economista originaria dello Zambia che ha il coraggio di prenderci in contropiede. Secondo la Moyo (nella foto) per l'Africa è una benedizione lo sbarco in forze degli investitori asiatici, cinesi ma anche indiani. Non perché le nuove superpotenze economiche venute da Oriente siano meno avide ed egoiste degli europei e degli americani. Il beneficio per l'Africa nasce dal fatto che finalmente esiste una vera concorrenza tra gli investitori stranieri. Gli antichi colonizzatori occidentali devono reagire all'ingresso dei rivali. Le nazioni africane possono attirare capitali contando sulle proprie forze, non sulla carità e sulla logica degli aiuti. È proprio contro gli aiuti allo sviluppo che la Moyo ha scritto un libro destinato a fare scalpore: Dead Aid (pubblicato a Londra da Allen Lane). Fin qui le politiche economiche per lo sviluppo erano un terreno di caccia riservato a maschi bianchi, ricorda lo storico Nial Ferguson nella sua introduzione al saggio della Moyo: se ne occupavano economisti come Jeffrey Sachs o Joseph Stiglitz, rockstar come Bono e Bob Geldof. È la prima volta che una donna nera invade questo territorio, e di certo non passerà inosservata. La Moyo non ha complessi d'inferiorità verso i maîtres-à-penser occidentali. Trentenne, appartiene a una nuova generazione di "afropolitani", il neologismo coniato in Kenya per definire quei giovani che hanno avuto una formazione cosmopolita e hanno collezionato esperienze all'estero scrollandosi di dosso gli antichi complessi d'inferiorità. Lei di certo li ha persi da un pezzo. Con un master a Harvard e un dottorato a Oxford, esperienze di lavoro alla Banca mondiale e alla Goldman Sachs, non solo la Moyo padroneggia l'analisi economica ma ha anche il gusto della polemica. Attacca l'establishment occidentale degli aiuti allo sviluppo, cominciando proprio dalle star. Cosa diremmo noi occidentali, si chiede, se Michael Jackson fosse considerato un esperto capace di dare indicazioni a Obama sulla recessione? O se Britney Spears dicesse la sua sulla politica monetaria della Bce? E dunque perché mai gli africani devono tollerare che i cantanti rock siano considerati come dei guru sui problemi economici delle aree subsahariane? Dead Aid è una implacabile requisitoria contro mezzo secolo di aiuti all'Africa. La giovane nera lancia una tesi radicale: meglio smantellare tutto, interrompere i flussi dai Paesi donatori. L'aiuto, secondo lei, è fonte di corruzione e di inefficienza. Ciò che arriva gratis di fatto mette in difficoltà chi opera in loco in condizioni di mercato. I produttori locali sono incentivati a diventare dei parassiti dell'assistenzialismo. I debitori insolventi vengono mantenuti a galla. I politici sono incoraggiati nell'irresponsabilità, nel clientelismo, e nella ricerca di "legami preferenziali" con questo o quello Stato-donatore. Dambisa Moyo ne è certa: la cosa migliore che potrebbero fare i nostri governi, è annunciare una progressiva eliminazione degli aiuti. Secondo lei per i politici africani sarebbe un brutale risveglio, dovrebbero imparare ad attirare i capitali contando sulla vitalità delle proprie economie. L'Occidente a sua volta dovrà accettare la logica della sfida con la Cina e l'India per trovare progetti d'investimento competitivi, anziché consolarsi la coscienza con un po' di elargizioni umanitarie. L'economista dello Zambia non è un'integralista del neoliberismo. Non si illude che i mercati possano fare tutto da soli. Il suo saggio propone un ventaglio di riforme che vanno dal micro-credito a una migliore tutela dei diritti di proprietà per i contadini. Lungi dal predicare il laissez-faire, è una fautrice del rinnovamento politico e dell'autodeterminazione della società civile. A conclusione del suo libro ha messo un proverbio africano: "Il momento migliore per piantare un albero è vent'anni fa. Il secondo momento migliore è adesso". E a noi rivolge un appello pressante: è ora che sull'Africa accettiamo di ascoltare il parere degli africani.

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Visto che non sono in grado di leggere un romanzo in inglese, figuriamoci un saggio, non vedo l'ora che Dead Aid sia tradotto in italiano.

20090227

mama Africa 1


Il nr. 634 di D la Repubblica delle donne è tematico, dedicato all'Africa. Ne estraggo alcuni scritti che mi hanno colpito.


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Quand'è che l'Africa fa notizia? Solo quando si parla di guerra o di pietà di massa. La maggior parte dei giornali non ha corrispondenti qui. Persino i gruppi più grandi hanno un solo giornalista che copre un continente. Per giustificare questa spesa bisogna scrivere storie molto grosse. E così si fa strada il "giornalismo della pietà". Questo tipo di giornalismo finge di fregarsene ma non è vero. Mostrerà grandangoli di campi profughi, un po' di mosche negli occhi di bambini moribondi. Darfour. Kisangani. Ruanda. Ma nessuno spiegherà cosa sono davvero questi posti, l'attenzione è sullo spettacolo. Chi guarda è invitato a dire: "Dio, è terribile!". Forse manderà anche qualche dollaro. La gente pensa che l'Africa è fatta così: seduta a mendicare, a morire, ad aspettare che arrivino persone in mimetica per recitare la pietà. Ma è molto utile anche per politici e celebrities.Il copione è questo: le agenzie umanitarie hanno bisogno della copertura mediatica per avere i finanziamenti. Le Ong portano quindi i giornalisti in posti disastrati e gli offrono storie pietose. Vittime. In genere una donna con bambino è perfetta. Così la maggior parte del giornalismo sull'Africa in Europa è embedded - non diverso da quello in Iraq dove si dice ai media cosa comunicare. La differenza è che qui i media amano le Ong. E chi non le ama? Salvano delle vite. Ed è vero che in Africa succedono tante cose terribili. Ma parliamo di un continente con circa un miliardo di persone. L'Africa che "consumiamo" attraverso i media internazionali è fatta di personaggi da soap opera. Il loro mestiere è lamentarsi e mendicare. Non hanno sogni, speranze, progetti, passato e futuro. Sono soltanto dei neri lagnosi. Ma va bene mostrare questo lato perché i media sono caritatevoli. Hanno compassione. Non possono ammettere che invece questa è una specie di pornografia. Che fa anche vincere premi ai fotografi. Quale giornale pubblicherebbe il cadavere di un bianco? Quello di cui non si parla è il potere segreto di chi viene a salvarci. Chi recita la pietà non ammetterà mai il trip del potere, cioè guardare dall'alto in basso un altro essere umano e dire: io sono buono e loro sono patetici, anzi sono così buono che adesso li salvo. Questa ricerca di potere è la fonte di un sacco di soldi in circolo nella mia città, Nairobi, dove atterrano migliaia di persone giovani, naïf e ignoranti per aiutare, salvare e nutrire. Ecco perché l'economia di Nairobi è vibrante. Così, immagino che dovrei essere felice.


di Binyavanga Wainaina (foto)

Keniano, autore di How to Write About Africa (Kwani Books) e fondatore di Transition Magazine, rivista letteraria dell'Africa orientale. Dirige il Chinua Achebe Center for African Literature and Languages del Bard College a New York.

20080928

ong 4

parte 3

FONDI, PROGETTI E ICONE. IL CASO EMERGENCY


di Andrea Debenedetti

È la più internazionale tra le nostre Ong. E anche la più “politica”. Ma il vicepresidente di Emergency, Carlo Garbagnati, ci corregge subito. «Politica, nel senso di occuparsi dei bisogni concreti dei cittadini». Come funziona una Ong? «Posso parlare del nostro caso, perché è l’unico che conosco bene». Dunque? «Innanzitutto, dallo Stato non riceviamo un euro. È il prezzo da pagare, anzi da non ricevere, per riuscire a mantenere una totale autonomia operativa». E il cinque per mille? «Nel 2007 abbiamo incassato circa quattro milioni e mezzo di euro: ma sono soldi che riceviamo dai contribuenti che scelgono di destinare la loro quota a noi». E gli altri soldi chi li mette? «Alcuni enti locali ci danno una mano. Penso alla Regione Toscana, che insieme alla Fondazione Montepaschi ha contribuito alla realizzazione del nostro nuovo centro di cardiochirurgia in Sudan. Il resto viene dai privati. A tutti i donatori spediamo in omaggio la rivista trimestrale: ecco, posso dire che a riceverla sono più di 110mila. Il nostro budget annuale è di circa 20, 25 milioni di euro. Senza le donazioni saremmo perduti». Parlava prima di autonomia operativa. «Diciamo che tutti i governi hanno delle aree geografiche di interesse. Per esempio, ora “tirano” molto l’Africa e l’Afghanistan, mentre la Cambogia, che è uno dei Paesi in cui siamo più attivi, non rientra nei loro piani. Se partecipano a un progetto, vogliono metterci la faccia e la firma. Nessuno finanzia una cosa che esiste già e che non ha una resa né politica né d’immagine». Esisteranno pure altre forme di appoggio non economico. «L’unica cosa che riceviamo è il cosiddetto “titolo di conformità”. Il ministero degli Esteri certifica che quello che facciamo riveste un interesse internazionale e questo ci garantisce due vantaggi. Al nostro personale viene riconosciuta una copertura assicurativa e pensionistica. In più, i direttori sanitari degli ospedali italiani ci devono concedere i loro medici per i nostri progetti, qualora ne facciamo richiesta». Quanta gente lavora dentro e intorno a Emergency? «In Italia ci sono una sessantina di dipendenti fissi regolarmente stipendiati, tra Milano, che è la sede principale, Roma e Palermo. In ambito internazionale il nostro staff si compone di circa 150 tra medici, paramedici e amministrativi. A cui vanno aggiunte 1.500 persone coinvolte nei progetti a livello locale. E i volontari, almeno quattromila in tutta Italia». Come nasce un vostro progetto? «Dalla valutazione oggettiva dei bisogni e della sua fattibilità. I nostri progetti, a differenza di altre realtà, non hanno data di scadenza. L’obiettivo è riuscire a creare ospedali autosufficienti dal punto di vista finanziario e tecnico-professionale, ma prima di arrivarci passano anni. Solo in Irak possiamo dire di aver portato a termine due progetti, ma lì c’era il vantaggio di lavorare con un personale locale già qualificato. Altrove invece la formazione deve partire quasi da zero, e allora diventa tutto più lungo». Quanto conta e quanto “pesa” il fatto di avere un’icona come Gino Strada per Emergency? «Conta moltissimo. E in parte pesa anche. All’inizio, quando si trattava di farci conoscere, quella di farci rappresentare da lui è stata una scelta consapevole, sia per il carisma sia perché lui realizzava materialmente gli interventi sul campo. Adesso il problema è quello di far
conoscere contenuti e ragioni del nostro lavoro, di dare continuità a Emergency al di là della faccia e del marchio. Il paradosso, oggi, è che siamo troppo conosciuti. Tutti hanno lo zainetto o la maglietta di Emergency, tutti conoscono il nostro nome, tutti danno per scontato che esistiamo: questo rischia di far passare in secondo piano che noi siamo una Onlus. E una Onlus, per sopravvivere, ha sempre bisogno di fondi».

20080927

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parte 2

REPUTAZIONE E CONFINI

La reputazione di molte Ong - da Medici senza Frontiere ad Amnesty International - è irreprensibile. Altre invece passeggiano sul pericoloso confine tra ciò che pensano sia doveroso proteggere e ciò che si può fare per ottenerlo. Come nel caso della Peta, la più radicale fra le associazioni animaliste, che non ha disdegnato di attaccare laboratori e medici che si occupavano di esperimenti. L’American Border Patrol, poi. Fondata nel 2002 è un’Ong americana che opera nel Sud degli Stati Uniti. I suoi membri pattugliano il confine con il Messico e, a differenza di quelle che aiutano gli esausti immigrati nella prima accoglienza, loro li prendono e li consegnano alla polizia. Il fondatore, Glenn Spencer, è un noto anti-ispanico che predica contro l’immigrazione illegale, sostiene la purezza della razza bianca e un governo che usi solo la lingua inglese. In dotazione all’Abp, piccoli aeroplani e sistemi elettronici per la sorveglianza dei confini, ma soprattutto armi.

DONNE E GIARDINAGGIO

In Olanda, invece, nel 1983 cinque donne si sono unite per fondare Mama Cash, primo fondo internazionale e indipendente. Cominciando con un capitale messo a disposizione da una di loro, Marjan Sax, hanno avviato piccoli progetti in patria e poi nel resto del mondo, tra i quali il primo negozio di cosmetici per donne di colore. In 25 anni sono riuscite a sostenere seimila gruppi di donne investendo 30 milioni di euro. E la Guerrilla Gardening? Organizzazione poco conosciuta,
i suoi associati parlano di piani e missioni quasi fossero componenti cellule militari. Agiscono soprattutto di notte e se tutto è cominciato a Londra, ora sono ovunque. Anche in Italia. Il loro obiettivo è combattere il degrado ambientale piantando aiuole in zone pubbliche delle città. Si muovono a gruppetti, individuano le zone, comprano le piante, contattano i residenti affinché li aiutino a mantenere il loro lavoro (bagnare le piante!) e poi - quando nessuno li vede - trasformano angoli urbani in piccoli giardini. In Italia, dove il loro motto è “Libera il giardiniere
che c’è in te”, ci sono già stati “attacchi” - così li definiscono - a Milano, Roma, Caserta e Torino.

SCANDALI

In Sri Lanka, infine, le organizzazioni no profit sono aumentate in modo esponenziale dopo lo tsunami, ma un gruppo di stranieri che lavoravano per Ong delle quali non si conosce ancora il nome (l’indagine è in corso) sono stati arrestati per aver costretto delle volontarie locali a girare film pornografici facilmente reperibili nei mercati dell’isola. Le conseguenze? Una miriade di interruzioni di gravidanza e di suicidi, e il disgusto della militanza locale, che si è scagliata contro
tutti gli stranieri. Lo scandalo è scoppiato a seguito delle confessioni che alcune delle giovani violentate e filmate hanno fatto a un medico.

continua

20080926

ong 2


parte 1

E passa a mostrarci e-mail che arrivano dal nostro Paese: “Hello, sono italiana e vorrei sapere dove e come posso procurarmi la pillola Ru486. In Italia questo metodo è sperimentale e puoi metterci tanto, troppo tempo a cercare una clinica o un medico che ti aiutino a usarla”. Oppure: “Sono inglese, la mia compagna è italiana, abbiamo già un bambino e non siamo nelle condizioni di averne altri. Per favore aiutateci a capire cosa fare, non voglio farla tornare in ospedale, ché qui tutto ciò che riguarda l’aborto sembra essere diventato illegale e provare a fare le cose di
nascosto costa un mucchio di soldi”. Decine e decine di messaggi nella bottiglia del web, che vengono raccolti da Rebecca e dalle “donne sulle onde”.


OLTRE L’ONU
di Barbara Schiavul


Senza Ong le Nazioni Unite sarebbero come un corpo senza braccia, né gambe». Parola di Staffan
de Mistura, inviato speciale dell’Onu in Iraq. «Mi piacerebbe dire che noi siamo bravi, ma loro
hanno le capacità per intervenire prima di tutti. Certo, hanno dei limiti e non sono sufficientemente legittimate internazionalmente soprattutto se devono confrontarsi con regimi dittatoriali. Ma le Nazioni Unite non possono che riconoscere la loro essenzialità». Non è facile comprendere un mondo in continuo movimento come quello delle Organizzazioni non governative (Non Governmental Organizations), risulta complesso stabilirne i confini e capirne le definizioni. Ma è sufficiente una calamità naturale, una guerra, un’epidemia e il settore no profit fa i bagagli per trasferirsi nei luoghi più “disgraziati” del mondo. Laddove i governi non riescono, arrivano gli aiuti. Pensi a un problema, un’emergenza e trovi qualcuno che ha fondato un’Ong per risolverlo. Se bastassero lo spirito di sacrificio, il pronto intervento, il coraggio e la gratuità, il mondo sarebbe migliore. Ma non lo è. Il mare dentro il quale lavorano le Ong continua a ingrandirsi e i risultati a farsi sempre più piccoli.


MIGLIAIA, ANZI MILIONI

Le Ong sono organizzazioni legalmente costituite che rientrano nel settore no profit, nessuno dei loro associati può essere legato in alcun modo agli organismi dello Stato: 40mila quelle internazionali, mentre il numero delle locali è impressionante. Si va dalle 227mila in Russia fino
al milione e 200mila dell’India, mille soltanto in Cisgiordania e 170 al lavoro nella Striscia di Gaza. E in Italia, dove il no profit fattura più di 40 miliardi di euro l’anno, sono 220mila le organizzazioni (che impiegano circa 700mila persone) impegnate negli ambiti più diversi: dall’assistenza all’istruzione, dall’ambiente alla sanità, dagli aiuti ai rifugiati all’agricoltura. Le prime associazioni no profit nascevano nell’ambito del volontariato, deriva di un mondo che diventava sempre più vecchio e povero spingendo così migliaia di persone a intervenire. Ma oggi le Ong non necessariamente pullulano di volontari o altruisti, molti operatori sono persone altamente qualificate e pagate per la loro esperienza. Spesso realizzano progetti difficili - e pericolosi - di solidarietà internazionale. Esposte alle critiche, per esempio riguardo all’uso di costosi rappresentanti stranieri al posto di impiegati locali, si possono solo difendere attraverso il successo del loro lavoro. Accusate talvolta di comportamenti da “nuovi colonialisti”, capita che si contrappongano a governi che non tutelano i diritti dei propri cittadini. Vogliono attirare
l’attenzione sui problemi che feriscono la società contemporanea, ma si occupano anche del bisogno di vaccinazioni o di come insegnare ai bambini a non attraversare un campo minato.


NON GOVERNATIVE?

Uno dei requisiti principali è l’indipendenza dai governi. Ma a volte all’interno di una struttura internazionale le cose non sono così semplici. Esempio lampante è quello della Croce Rossa Internazionale che ingloba circa 180 Paesi. «Ogni sede mantiene un legame con il governo in
caso di emergenza interna, ma a livello internazionale la situazione si complica», spiega Ugo Bernieri, delegato internazionale della Croce Rossa Italiana dal 1998. «Le Cri europee sono più sviluppate, come quelle scandinave o francesi, e per la loro indipendenza possono essere definite Ong. A differerenza dell’Italia, dove siamo ancora molto indietro. Essendo un ente pubblico, in una situazione fuori dell’Italia il nostro intervento potrebbe essere strumentalizzato: la comunità internazionale perdona più facilmente i problemi della Croce Rossa Iraniana che di quella italiana, da cui ci si aspetta un comportamento diverso».


continua

20080925

ong 1


Da D la Repubblica delle donne, nr. 615

«OGNI SETTE MINUTI UNA DONNA MUORE A CAUSA DI UN ABORTO ILLEGALE.
ECCO PERCHÉ HO FONDATO WOMEN ON WAVES»
REBECCA GOMPERTS (foto)


INCHIESTA
Viaggio nel mondo delle Organizzazioni non governative. Tra emergenze, controversie e battaglie di civiltà. Come quella di un medico olandese, che lotta perché l’interruzione di gravidanza sicura
sia un diritto ovunque


di Marco Mathieu


"Le donne oggi potrebbero praticare da sole l’interruzione di gravidanza, ma occorre garantire
loro l’accesso ai farmaci e alle informazioni necessarie". Gli occhi azzurri illuminano il viso di Rebecca Gomperts: 42 anni, medico, madre di due figli (di 2 e 3 anni) e fondatrice (nel 1999) di Women On Waves, l’Ong olandese che si batte per il diritto delle donne a «poter utilizzare la Ru486. Sono quasi 70mila le donne che ogni anno muoiono ancora per le conseguenze di aborti illegali», denuncia Rebecca, seduta nel piccolo ufficio che è sede dell’associazione. Due computer su altrettante scrivanie, una libreria, il divano, qualche sedia e un tavolo. Tutto dentro questo stanzone affacciato sul parco, al secondo piano di un palazzo in Domselaerstraat, zona orientale di Amsterdam. Al muro è appesa la carta geografica del mondo, con il rosso a segnare i Paesi in cui
l’aborto è illegale. Possibili obiettivi delle missioni delle “donne sulle onde”. Nelle acque internazionali, infatti, vigono le leggi del Paese di cui l’imbarcazione batte bandiera. Quindi, a 12 miglia dalla costa, nell’ambulatorio allestito da Rebecca, vale la legge olandese che prevede la possibilità di interrompere la gravidanza entro sei settimane e mezza dalla fecondazione.
«Rispondiamo all’invito di associazioni locali, a terra distribuiamo volantini e informazioni, poi organizziamo un servizio per traghettare le donne a bordo della nostra imbarcazione». La prima
missione di Women On Waves fu al largo delle coste irlandesi, nel 2001.
Poi in Polonia, 2003, quando gruppi di attivisti antiaborto manifestarono contro Rebecca e le altre («una dozzina in tutto, compreso l’equipaggio»). Peggio andò l’anno successivo in Portogallo, con le navi da guerra inviate a bloccare le “donne sulle onde”. Seguirono polemiche e condanne, sui media e alla Commissione Europea. «Hanno poi riconosciuto le violazioni della nostra libertà di movimento da parte del governo portoghese, però...». Però? «Hanno stabilito che rappresentavamo una reale minaccia a cui i portoghesi hanno reagito». Ride, Rebecca.
«Evidentemente non potevamo sconfessare così apertamente il governo portoghese, il risultato è stato che abbiamo sofferto un lungo periodo di pausa nelle nostre azioni, ma deve ancora pronunciarsi la Corte Europea per i Diritti Umani». Pausa. «Quello che conta però è che nel 2007 l’aborto in Portogallo è diventato legale e allora penso che la nostra azione sia stata utile comunque». Non potendo navigare per mare, l’hanno fatto nel web (http://www.womenonweb.org/ ), per offrire assistenza telematica alle donne di tutto il mondo. «Rendere legale e disponibile l’interruzione di gravidanza con metodo farmacologico sarebbe un segnale di civiltà, oltre che di difesa dei diritti delle donne», sostiene Rebecca, che prima di tutto questo era con quelli di Greenpeace e fu proprio allora che ebbe l’idea di Women On Waves. Molto diversa dalle altre Ong, soprattutto quelle più grandi, «che operano nelle zone di guerra, in situazioni causate dalle circostanze, mentre le nostre azioni, informative e mediche, prevedono una responsabilità diretta». Come per tutte le associazioni no profit che rifiutano i contributi governativi, c’è il problema del fundraising. «Dobbiamo riuscire a far coincidere i tempi delle azioni con la ricerca dei fondi necessari. Il nostro budget annuale è 100mila euro: le donazioni arrivano soprattutto da singoli individui, ma ci aiutano anche piccole organizzazioni internazionali, come Mama Cash e Hivos». Rebecca ferma le parole, poi aggiunge. «Certo, vorremmo poter avere più soldi e una barca più grande». Ma a luglio in Ecuador le “donne sulle onde” hanno dovuto rinunciare alla loro “ragione sociale”. «Una tempesta ha distrutto la barca che avevamo affittato, così la missione si è trasformata in una linea telefonica per offrire assistenza informativa e psicologica alle donne. Più di dieci chiamate al giorno, dopo le azioni di comunicazione che ci siamo inventate». Come lo striscione con il numero telefonico esposto allo stadio e sui monumenti di Quito, “Aborto Seguro”. «Ma la situazione è grave anche in Europa, le donne sono costrette a viaggiare da un Paese all’altro per poter abortire e spesso sono messe in condizioni di umiliante difficoltà». Ecco perché la prossima azione, a ottobre, avverrà nel Vecchio Continente. Destinazione “ancora segreta”. Potrebbe essere addirittura l’Italia? «In effetti da voi la situazione negli ultimi mesi è peggiorata ulteriormente».


continua

20080629

italia oggi 2


Serata in ricordo di un operaio italiano vittima di xenofobia in Svizzera
Rom di cognome Pierobon e veneti di nome Kevin

Show anti-razza a Treviso


Laura Eduati
«E siete zingari voialtri italiani/sentiva dirsi da gente straniera/siete randagi in cerca di pane(...)/ ed una sera in un bar di Zurigo/contro Alfredo la furia razzista/ si scatenò con violenza mai vista». E’ davvero triste la ballata per Alfredo Zardini, scritta da Franco Trincale in memoria dell’operaio veneto emigrato in Svizzera e picchiato a morte dall’avventore di un bar che gli urlò ”tornatene a casa tua, bastardo italiano!” e poi lo lasciò agonizzante per due ore nella neve, senza
che nessuno chiamasse i soccorsi. Era il 20 marzo 1971, Alfredo aveva 40 anni e da sole due settimane era arrivato a Zurigo in cerca di lavoro per mantenere moglie e figli rimasti a Cortina
d’Ampezzo. Quella mattina aveva un appuntamento con il futuro datore di lavoro, che gli avrebbe offerto un posto da carpentiere. Ma faceva freddo, e Zardini si fermò in una locanda a bere un caffé caldo. Qui Gerhard Schwitzgebel, 35 anni, manovale impegnato nella raccolta
di firme contro la massiccia immigrazione straniera, cominciò ad apostrofarlo in malomodo, Alfredo non conosceva una parola di tedesco. Nessuno dei presenti raccontò mai come fossero andate le cose. Si sa che Gerhard picchiò Alfredo nell’indifferenza degli altri avventori, poi lo trasportò sul marciapiede e lo lasciò incosciente, al freddo. Morirà sull’ambulanza. I giornali
elvetici preferirono posticipare la notizia di quale giorno, tacendo sulla xenofobia e dando invece risalto al fatto, deplorevole secondo la stampa, che i lavoratori italiani per protesta contro
l’aggressione razzista non si recarono al lavoro nei giorni seguenti. Al processo, l’assalitore fu condannato soltanto a 18 mesi di carcere. Succedeva nemmeno 40 anni orsono, eppure il Veneto e l’Italia ricca hanno perduto la memoria della xenofobia che colpiva i migranti italiani, ed è per
rinfrescare i ricordi che domani sera verrà dedicato uno spettacolo dal titolo eloquente, “Razze“, al Palaverde di Villorba, a pochi chilometri da Treviso. Uno spettacolo con il musicista rom
Alexian Santino Spinelli, Marco Paolini, Moni Ovadia, la Compagnia delle Acque, Bebo Storti, Lorenzo Monguzzi, Natalino Balasso e in collegamento Antonio Albanese. L’ingresso è libero con donazioni che verranno date in beneficenza. Tra gli organizzatori figura Gian Antonio Stella (foto), giornalista del Corriere che ha già dedicato al tema del razzismo un libro meraviglioso, L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi. «Non faremo uno spettacolo anti-leghista» puntualizza Stella, «preferiamo fare una operazione culturale, più difficile. Vogliamo mettere in crisi qualcuno raccontando, ad esempio, che esistono rom con un cognome molto veneto come Pierobon, mentre coloro che hanno assaltato il campanile di San Marco hanno dato ai loro figli nomi come Kevin, Jasmine e via dicendo». Ed è la contraddizione di un popolo di migranti come il nostro che improvvisamente utilizza lo stesso frasario xenofobo nei confronti dei migranti stranieri. La serata è dedicata ad Alfredo Zardini, ma anche a tutti i migranti vittime di xenofobia che potrebbero immedesimarsi nella ballata: «C’è ogni giorno un treno alla stazione/che per l’inferno ha la destinazione/dell’emigrante questa è la sorte:/va in cerca di lavoro e trova la morte».
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da Liberazione di oggi

italia oggi 1


Io sto con i cani e gli infedeli


Don Vinicio Albanesi


E' una gara di provvedimenti, di incontri, di interviste per dichiarare che il "problema" della sicurezza in Italia sono gli zingari e i clandestini. Alle parole seguiranno i fatti promettono ministri, sindaci, amministratori, intervistati. Novelli sacerdoti della purezza del tempio (l'Italia) si impegneranno alla lotta senza quartiere contro i cani (gli zingari) e gli infedeli (i clandestini). Quando le misure saranno applicate, sono sicuri che la purezza del tempio della nazione ritornerà a risplendere, il male scomparirà e la pace sociale regnerà per sempre.

Nel frattempo pensa il popolo a incendiare baracche e a mettere in fuga gli indesiderati.

Dichiaro pubblicamente di essere dalla parte degli zingari, nonostante siano fannulloni, ladri, imbroglioni, puzzolenti, sfruttatori di bambini. E dalla parte dei clandestini, perché sono soli, poveri, sbandati, delinquenti. I motivi sono semplici:

- perché i delitti e il crimine non hanno nazionalità;

- perché sono spesso maltrattati e perseguitati nei loro paesi;

- perché nessuno li vuole;

- perché non voglio essere annoverato tra gli Einsatzgruppen del terzo millennio;

- per riparare alla compravendita di sesso di donne e di minori da parte di nostri connazionali all'estero;

- perché anche i veri cani randagi hanno garantito un rifugio;

- perché sono creature umane;

- perché i loro bimbi hanno diritto al futuro come i nostri;

- perché lenire le loro sofferenze è un dovere umanitario;

- perché 70 mila zingari sono italiani;

- perché è possibile lavorare con loro;

- perché è possibile la convivenza umana;

Così han fatto Cristo con i ladroni e San Francesco con il lebbroso.

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Dal blog di Vinicio Albanesi e da Liberazione di oggi

20080627

saluti da Haiti 2


Petite Riviere Perle de Nippes 15/06/2008

Miei Cari,
sono fuggita da PaP con grande gioia, mi sono lasciata alle spalle il coprifuoco, i check point, le guardie armate a presidiare alberghi e ristoranti e ho attraversato la città passando davanti al Palazzo Presidenziale di Haiti che è la copia esatta della Casa Bianca, la residenza presidenziale, inarrivabile in cima ad un colle, Martissant, Citè Soleil, un enorme discarica umana in mano alle gangs. Mi sono spinta nelle campagne dietro carri carichi di canna da zucchero e autobus impazziti e colorati. Sono a Petite Riviere Perle de Nippes, che pare una località della Provenza, in realtà è un piccolo, piccolissimo porto con qualche chiosco e negozietto, un mercato settimanale molto affollato, un'enorme chiesa bianca che ricorda il Vaticano e una spiaggia, dominio di capre e maiali che cacano e grufolano tra i ciottoli. Qua ho iniziato la prima parte del mio lavoro valutando l'impatto a livello di behavioral changes...no, ma che ve lo scrivo a fare, voglio solo raccontarvi i dettagli folkloristici e lascio perdere il resto. Dunque la casa di Oxfam é sulla spiaggia piena di enormi conchiglie, la brezza marina spira nella mia cameretta molto spartana e Madame Jeanne si occupa della casa. Di fatto non posso fare nulla senza che sia lei a farlo e mi chiede in continuazione cose in creole. Ora, io non é che in francese sia mai stata fluent, ma col creole me la cavo meglio assai essendo in pratica un francese sbagliato come quello che parlo io. Vi sottopongo alcuni pregnanti esempi di ció che i francesisti tra voi troveranno edificanti. Chi azzecca le risposte, vince una maglietta di Oxfam.
likol =
dlo =
durri =
piryficasion =
pwomosyon =
kle kola =
La mia esistenza scorre tranquilla, tra questionari da mettere nel data base, enormi aragoste date a Madame Jeanne con la raccomandazione di farle bollite e ritrovate in minuscoli pezzettini in salsa di carote, frequenti docce (almeno 3 al giorno) per la calura, invasioni di formiche volanti, polpi comprati al mercato e mangiati in salsa di mango, ed escursioni alla spiaggia. La scorsa domenica ho preso la moto di Oxfam con il mio capo e siamo partiti alla volta della spiaggia. Mi sono presto resa conto della mia incombente senectute: un viaggio in moto in fuoristrada mi ha spezzato tutte le ossa e per di piú ci siamo piantati con la moto in un fiume mentre come due cretini pensavamo di attraversarlo a dritto e non scegliendo un punto strategico come abbiamo poi scoperto quando é arrivata una motoretta nell'altra direzione. Mai sottovalutare la conoscenza dei nativi. La moto si é piantata nelle sabbie mobili, siamo caduti e affondati nelle sabbie mobili, ho perso una ciabatta che ho poi ritrovato, in 5 ci abbiamo messo mezz'ora a tirare fuori la moto che affondava nelle sabbie mobili come in un film dell'orrore di serie B e poi siamo finalmente arrivati in spiaggia. Nessuno. Solo il mare. Caldo, come la vasca da bagno di casa.
Baci
Cat

20080605

saluti da Haiti


Sarà una sorpresa per qualcuno: riprendono le corrispondenze della nostra inviata nel mondo delle ONG e dal mondo in generale, soprattutto quello "diseredato". Questa volta la "nostra" Cat ci scrive da Haiti, dove sta lavorando da pochi giorni per Oxfam. Sentiamola.

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ThanksGodThanksGodThanksGodThanksGod

04/06/2008

Cari Voi,
ThanksGodThanksGod hanno esclamato le vecchiette haitiane di colore nei loro tailleurini di fresco di lana anni '50, da sotto i loro cappellini con fiori finti e velette quando l'aereo ha poggiato le ruote sulla pista dell'aereoporto di Port-au-Prince ad Haiti. Alle cose che volano non devono dare molta fiducia e non posso dar loro completamente torto.


Port-au-Prince é arroccata su lussureggianti verdi colline, una distesa di baracche di lamiera o poco più. Quando sono arrivata, ieri, pioveva e le giovani haitiane giravano con una cuffia di plastica trasparente in testa - l'incubo di ogni donna di colore, l'umidità della pioggia che rende ancora più ingovernabili i capelli -. Le strade non asfaltate erano un fiume di fango, e non mancava il classico repertorio da terzo mondo, la spazzatura occidentale in vendita.
Vestiti demodeè, frigoriferi anni '70, giocattoli usati, tutto quello di cui noi ci siamo disfatti, qua viene comprato, riutilizzato, apprezzato.


Port-au-Prince sembra divisa in due: da una parte i miserabili, la maggior parte, che vivono in nei quartieri per me off-limits...Martissant, Citè Soleil, dove imperversano le bande armate e le sparatorie e dall'altra tutti gli altri, che si riducono poi agli expats delle organizzazioni internazionali e alla Minustah, cioè i peacekeeper cingalesi e nigerini delle Nazioni Unite, che vivono nella green zone di Peition Ville, una città nella città con piacevoli ristoranti, bar, supermercati. La Minustah regge il precario equilibrio governativo del paese, ma anche di recente non sono mancanti scontri e manifestazioni contro il governo per l'incessante aumento dei prezzi del cibo.


Sono qui in veste di Somma Esperta Consulente. Che strano pensare come nel giro di pochi anni i ruoli si siano ribaltati. Da misera volontaria per pochi soldi al mese, adesso sono io che valuto, consiglio, dirigo, il tutto hands-off, cioè non si tocca nulla nè si fa niente, solo far ragionare il cervello.
A questo pensavo ieri sera seduta nel giardino del ristorante "Jet Set", che aveva inquietanti analogie con il ristorante "Le Carnivore" di Ndjamena (Chad); mentre gustavo deliziosi spiedini di pollo con i miei colleghi, i militari ubriachi della Minustah intrattenevano giovani, troppo giovani haitiane e un topolino si aggirava curioso sul pavimento lucido di cera in cerca di qualche briciola da sgranocchiare.


Un bacio
Cat

20080604

bark at the moon


Titolo di Repubblica on-line:


Ban ki-Moon al vertice della Fao: "La fame genera rivolte e instabilità"


Ma veramente?